Archivio per Unione Europea

Un’altra Europa sarebbe necessaria. Se è possibile o meno dipende anche da noi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio, 2014 by ramon mantovani

Dall’inizio del processo politico-diplomatico che ha dato vita all’Unione Europea in ogni paese, e più in generale nel continente, si sono confrontate tre posizioni, tre scuole di pensiero e tre politiche, ognuna delle quali composte e attraversate da approcci e proposte differenti fra loro, ma non per questo non assimilabili.
La prima, quella più forte e tutt’ora egemone, che ha guidato il processo, è ispirata dal neoliberismo in economia, da una concezione tecnocratica e tendenzialmente autoritaria delle istituzioni, dall’ideologia della “superiorità” dell’occidente e del suo “diritto” a “governare” il mondo.
Si potrebbero scrivere interi volumi sulle differenze interne a questo schieramento. Ed indubbiamente ci sono differenze importanti fra i partiti europei, fra quelli nazionali, e all’interno di ognuno di loro, che lo compongono. Ma, nella sostanza, popolari, socialisti e liberali, sono insieme il ceto politico che ha rappresentato gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali e, dal punto di vista geopolitico, della subalternità agli USA.
Senza tema di smentita si può ben dire che i fatti lo dimostrano.
Tutti i trattati sono stati ispirati dall’idea del dominio del mercato ed hanno accolto ed implementato ogni forma di cancellazione (deregulation) dei vincoli e regole che erano stati decisi a livello globale (Bretton Woods e decisioni delle agenzie ONU) e a livello nazionale, per impedire il ripetersi di crisi come quella del 29 e soprattutto le sue conseguenze politiche, a cominciare dalla guerra. Conseguentemente la moneta comune, e comunque anche le relazioni fra e con le monete dei paesi della UE non aderenti all’Euro, è governata da istituzioni (BCE) totalmente prive di qualsiasi controllo democratico, ma altamente dipendenti dalla logica e dagli interessi concreti del capitale finanziario e dalle banche private.
Istituzionalmente la UE è dominata dai governi nazionali (finora sempre saldamente nelle mani dello schieramento dei popolari, socialisti e liberali) che decidono tutto, anche regolando le controversie fra i diversi interessi nazionali, in sede di Consiglio dell’Unione Europea e che nominano, senza alcun processo e/o controllo democratico, un organo tecnocratico (Commissione Europea) con il compito di “rappresentare gli interessi dell’Unione nel suo complesso”. In altre parole il ceto politico totalmente identificato nell’ideologia liberista, che assegna alla politica l’unico ed esclusivo compito di amministrare l’esistente, decide tutto. Dal punto di vista capitalistico si tratta di un vero e proprio paradiso visto che ogni decisione politica è programmaticamente presa solo se conforme e compatibile con l’andamento spontaneo del mercato. Del resto nella crisi si è ben visto come si siano salvate le banche private con i soldi pubblici, senza alcuna contropartita e soprattutto senza reintrodurre alcuna regola capace di impedire il ripetersi del meccanismo generatore della crisi. E come si siano ulteriormente cancellate sovranità politiche relative ai bilanci e ai mercati del lavoro nazionali per adeguare tutto ai diktat del mercato. Come se non bastasse i trattati decisi in sede di Consiglio sono sostanzialmente immodificabili. Per il semplice motivo che è necessaria l’unanimità dei 27 governi dei paesi membri. Per cui se uno o più governi cadessero nelle mani di forze politiche desiderose di rimetterli in discussione avrebbero solo la strada della disobbedienza, e cioè la violazione consapevole o la denuncia unilaterale dei trattati stessi. In entrambi i casi con costi immediati altissimi.
Nel mondo la UE si è contraddistinta come la punta di diamante della liberalizzazione dei mercati e della deregulation nelle transazioni finanziarie e borsistiche. Sia in sede WTO, sia nelle trattative bilaterali fra la Commissione Europea ed altri soggetti (nazionali e regionali), la UE ha assunto un ruolo trainante e d’avanguardia nel rappresentare gli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Se compariamo i trattati commerciali bilaterali degli USA con alcuni paesi con quelli firmati dalla UE con gli stessi paesi troveremo che quelli della UE sono molto più liberisti e più vantaggiosi per le multinazionali. Tutto ciò a detrimento degli interessi europei visto che i sistemi produttivi e commerciali continentali per continuare ad esistere devono potentemente ristrutturarsi nell’ambito di una competizione globale esasperata. Con l’evidente conseguenza dell’introiezione anche dentro la UE di una competizione senza quartiere fra i diversi sottosistemi produttivi nazionali, di una tendenziale gerarchizzazione interna (nord-sud tanto per cambiare), e infine di una ben prevedibile implosione della UE stessa. È in corso di negoziato un trattato di liberalizzazione del commercio (TTIP) fra Unione Europea e USA . Avrà conseguenze certamente enormi e tuttavia, o sarebbe meglio dire esattamente per questo, esso è condotto dalla Commissione con l’amministrazione Obama in grande segreto. Sarà un ulteriore passo avanti dal punto di vista della globalizzazione capitalistica e dell’ideologia neoliberista.
Infine, l’Unione Europea ha sempre scelto, dal punto di vista della politica estera, la strada della subordinazione al comando USA. Se si sceglie di implementare la globalizzazione capitalistica si sa che si va verso un mondo sempre più percorso da conflitti e tendenzialmente ingovernabile. Quindi si sceglie l’alleanza strategica con la potenza militare dominante per governarlo con la forza. È per questo che l’Unione ha scelto di abbinare la propria espansione ad est con l’allargamento della NATO e che ha, insieme agli USA, deciso di mummificare l’ONU, riducendo il Consiglio di Sicurezza a notaio ratificatore di decisioni assunte dalle potenze occidentali e le agenzie ONU ad enti inutili (basti pensare all’UNCTAD di fatto cancellata dal WTO). Con buona pace dei sognatori di un mondo pacificato dalla caduta del muro di Berlino e dei poveri ignoranti, che si sono bevuti i mille pretesti “democratici” ed “umanitari” delle diverse guerre degli ultimi vent’anni, e che non sanno nemmeno distinguere fra unilateralismo, multilateralismo (che sono entrambi interni al dominio occidentale del mondo) e multipolarismo.
La seconda, di cui parleremo sommariamente, è in forte crescita in diversi paesi. Si tratta del neonazionalismo tendenzialmente, e spesso apertamente, xenofobo e neofascista.
Una ventina di anni fa, e nel corso di tutte le battaglie di opposizione ai trattati europei da Maastricht in poi, noi di Rifondazione dicemmo (totalmente inascoltati) che la globalizzazione capitalistica avrebbe prodotto non solo una crescita enorme delle diseguaglianze sociali ma anche una tendenziale destrutturazione degli stati nazionali. Prevedemmo che se lo stato nazionale moderno avesse ceduto sovranità verso l’alto ad organismi tecnocratici e verso il basso a territori omogenei dal punto di vista economico, avrebbe finito con l’entrare in crisi il sistema democratico. Infatti, dicemmo che nella competizione assolutizzata tanto le regioni ricche che quelle più povere, avrebbero cercato una maggiore autonomia, ed anche l’indipendenza, per poter competere meglio con le altre regioni analoghe. Prevedemmo che sarebbero risorti movimenti neofascisti sulla base della logica rivendicazione del recupero di una qualche sovranità nazionale. Cosa sia successo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La UE pullula di partiti neofascisti e xenofobi che individuano, come in Francia per fare un solo esempio, negli immigrati e nella cosmopolita borghesia finanziaria i nemici da abbattere. E diversi stati nazionali conoscono il risorgere di spinte indipendentiste nelle regioni più ricche. La crescita di questi fenomeni ha basi oggettive e materiali che, per quanto si fondi su mistificazioni, non è certamente possibile arrestare con la retorica della difesa della “democrazia” visto che quest’ultima non è tale se non esiste una sovranità politica sul mercato e sull’economia. Tanto meno si può farlo con la retorica dello stato nazionale e della solidarietà interna ad esso, visto che le istituzioni politiche nei fatti si limitano ad amministrare le mere conseguenze dell’andamento del mercato, accettando la disgregazione sociale conseguente come un fenomeno da governare acriticamente.
In una società dominata dal mercato il cocktail fatale di solitudine, individualismo, egoismo ed emarginazione produce inevitabilmente le basi per l’esplodere di guerre fra poveri. Ed ecco il successo delle forze che intraprendono sulla xenofobia. In uno stato privo della sovranità fondamentale per poter implementare un modello sociale anche solo moderatamente solidaristico, e che si limita ad imporre alla società le decisioni dei tecnocrati europei, il ceto politico (non a caso definito sempre più “classe politica”) è avvertito come abusivo, inutile e dedito a difendere unicamente i propri privilegi di casta. Ed ecco il successo delle forze “antipolitiche” e/o neofasciste. Se la “politica” è mera amministrazione dell’esistente chiunque sia scontento dell’esistente è facilmente manipolabile con la mistificazione che individua negli effetti il nemico lasciando intatte le cause.
Ovviamente ogni realtà nazionale e regionale ha sue caratteristiche proprie, perché secoli di storia e culture profonde non si cancellano facilmente. Per esempio ci sono spinte indipendentiste che hanno ragioni storiche secolari. Come è il caso della Catalogna, per fare un esempio di grande attualità. Dove il movimento indipendentista è profondamente democratico (e i neofascisti, gli xenofobi e i neoqualunquisti sono rigidamente per l’unità dello stato spagnolo). Ma è fuor di dubbio che l’indipendentismo catalano, storicamente forte ma minoritario, è diventato maggioritario proprio perché tra i ceti medi colpiti dalla crisi si è fatta strada l’opinione che individua nella “casta” politica spagnola centralista il responsabile del disastro sociale. Analogamente in Francia il neofascista Front National fa leva sullo storicamente radicato nazionalismo e sciovinismo francese per attrarre i ceti medi e popolari colpiti dalla crisi e ai quali il governo socialista impone enormi sacrifici nel nome dell’Europa.
In Italia, tanto per cambiare, la crisi di credibilità dello stato e la disgregazione sociale e culturale della società sono tali che prospera un Movimento 5 Stelle capace di coniugare la più vieta demagogia contro casta ed istituzioni (che per quanto esercitata su problemi esistenti è totalmente incapace di affrontarli e risolverli) con una ideologia iperindividualistica venata di mille ambiguità di egoismo sociale ed autoritarismo. In Italia può esistere, e perfino tornare a rafforzarsi, un movimento secessionista che nel corso della sua storia è stato liberista estremo ed antiliberista, filoeuropeo ed antieuropeo, favorevole a Maastricht e poi contrario, indipendentista e contemporaneamente favorevole al rafforzamento degli organi repressivi dello stato centrale, considerato nemico da altri movimenti indipendentisti (che infatti non lo hanno mai nemmeno voluto incontrare) e alleato da movimenti neofascisti ipercentralisti. Come può esistere un partito democratico guidato da democristiani affiliato al Partito Socialista Europeo. Senza parlare del fenomeno “Berlusconi”.
Purtroppo, però, c’è da temere che il sistema politico italiano non sia, diciamo così, un peculiare ed irripetibile scherzo della storia. Certo è il frutto delle mille contraddizioni della storia del paese e delle potenti subculture che lo percorrono tutt’ora. Tuttavia il fenomeno, essendo figlio esattamente del periodo della globalizzazione, della separazione della “politica” dalla società, del trionfo della spettacolarizzazione della politica, ha tratti che possiamo definire d’avanguardia nel processo reale che investe anche altri grandi paesi.
La terza è quella della sinistra reale, che pensa al conflitto di classe e sociale come motore di qualsiasi cambiamento, che vuole ristabilire la sovranità popolare a livello continentale e nazionale e quella politica sull’economia, che ha un’idea multipolare, pacifista, solidaristica e cooperativa delle relazioni internazionali. Purtroppo, sia detto per inciso, i Verdi europei in quanto tali non sono assimilabili nel loro insieme a questo campo, giacché sulle questioni appena elencate i partiti verdi hanno spesso posizioni completamente contrapposte fra loro.
Anche nel campo della sinistra, però, le differenze fra le forze che lo compongono sono molte e a volte grandi. Vi sono partiti comunisti e di sinistra ex comunista ed ex socialdemocratica. Vi sono partiti contrari alla UE ed altri favorevoli ad una UE federale. Vi sono partiti che nell’ambito nazionale pensano sia possibile una collaborazione di governo con i partiti socialisti e socialdemocratici ed altri che la rifuggono in via di principio e/o sulla base di esperienze concrete fallimentari. Vi sono modelli organizzativi di partiti, movimenti e coalizioni molto differenti. E così via. Bisogna sottolineare il fatto che queste differenze, che come si vede non sono piccole, sono assolutamente trasversali rispetto alle appartenenze ideologiche. Questo fatto oggettivo ed inconfutabile è certamente il prodotto dell’intreccio fra le questioni globali e quelle locali, della storia e cultura politica di ogni singola forza e delle relazioni con le altre nel proprio paese. Tentare di omogeneizzare tutto questo condurrebbe certamente a maggiori ed irreparabili divisioni. Ma considerare le differenze come insuperabili produrrebbe altrettanto certamente l’esplodere di nuove divisioni ad ogni appuntamento importante come l’attuale crisi, che investe tutto il continente e il mondo più in generale. Per questo, nel corso degli anni, le forze maggiori e più lungimiranti hanno sempre lavorato per l’unità senza rinunciare alle proprie idee ma senza alcuno spirito egemonistico. Attualmente il campo di questa sinistra è organizzato nel Partito della Sinistra Europea e nel gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) che raccoglie diversi altri partiti.
Se da un lato le differenze, come abbiamo visto, ci sono e non sono pochissime, possiamo però dire che le cose che uniscono sono molte di più. E soprattutto attengono alle questioni di fondo e principali. Tutte queste forze sono unite nella battaglia contro la globalizzazione capitalistica e sono perché si ristabilisca, come primo passo di qualsiasi altra prospettiva, la sovranità della politica sull’economia e sul mercato. Sono contrarie alla NATO e ad ogni intervento militare di guerra mascherato da missione di pace. Sono per implementare le lotte operaie, ambientali e sociali a livello continentale ed in ogni singolo stato. Sono contrarie a tutti i trattati europei che hanno prodotto la UE come la conosciamo. E si potrebbe continuare.
In molti paesi, e soprattutto in quelli investiti pesantemente dalla crisi (con l’eccezione italiana di cui parleremo fra poco) queste forze conoscono un’impetuosa crescita elettorale. Non è pensabile nessun cambiamento reale dell’UE e nessuna soluzione dei problemi sociali e democratici che affliggono la UE e i singoli stati senza che questo campo di forze crescano e producano un progetto autonomo ed alternativo. Ed oggi, per la, prima volta, è possibile che la catena del comando neoliberista si rompa in un paese grazie alla possibile vittoria di una forza antagonista come Syriza. L’esistenza di un governo determinato a disobbedire ai diktat della UE e a rimettere in discussione i trattati potrebbe creare le condizioni affinché cresca in tutti gli altri paesi la consapevolezza popolare che l’alternativa è possibile e che si può veramente abbandonare l’idea che la dialettica politica sia racchiusa dentro il campo delle forze socialiste, popolari e liberali. Non si possono coltivare illusioni, perché si tratterebbe di uno scontro di portata colossale, e non è affatto detto che la fragilità della sinistra reale e le sue differenze reggano alla prova. Tuttavia per la prima volta sarebbe possibile e questa possibilità agirebbe come uno stimolo e un volano nel processo di unità della sinistra anticapitalistica europea.
L’Italia e la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Come è noto la salute della sinistra antagonista nel nostro paese è pessima. Grandi sconfitte sociali, politiche, elettorali hanno prodotto divisioni e tradimenti di ogni tipo. I conflitti sindacali e sociali sono isolati ed irrilevanti per il sistema politico e mass mediatico, il sindacato confederale è subalterno al quadro politico e preda di gravi convulsioni che attengono alla sua vita democratica, la degenerazione dei partiti di governo e il leaderismo esasperato hanno raggiunto limiti estremi, il sistema elettorale antidemocratico ha prodotto una falsa e mistificata dialettica nella quale la politica come amministrazione dell’esistente, ed esecuzione degli ordini del mercato e della troika, trova come contraltare speculare la cosiddetta “antipolitica”. La logica del maggioritario e i suoi propri errori hanno ridotto la sinistra radicale alla frammentazione e alla irrilevanza politica.
Ma non è il caso di dilungarsi in una descrizione che già è stata fatta copiosamente in questa sede.
In Italia si prefigura, anche più che in altri paesi, un regime nel quale i poteri forti la possono fare da padroni indisturbati. La “politica” intesa come sistema racchiuso in un bipolarismo totalmente acritico con il mercato assicura la “governance” negli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. Il Movimento 5 Stelle assicura una valvola di sfogo alla rabbia e alla protesta. Tanto più forte e vasta quanto più ambigua su tutte le questioni fondamentali e strutturali. Lo scontro “o noi o loro” è anch’esso interno al regime. Sia perché allude esplicitamente alla rimozione di una “casta” senza mettere in discussione minimamente il piccolo dettaglio che la “casta”, e cioè la politica separata dalla società come tecnica di potere, non è la causa dei problemi bensì l’effetto delle mutazioni potenti del sistema economico degli ultimi decenni. Sia perché propone un modello sociale e politico indifferente agli interessi di classe e sociali e in ultima analisi propone l’individualismo dei singoli “cittadini”, in simbiosi con il leaderismo autoritario più sfrenato, come modello “democratico”.
Il fatto, inconfutabile e con il quale fare sempre i conti, che milioni di lavoratori votino PD, PDL, Lega e Movimento 5 Stelle, sulla base di tutte le suggestioni possibili ed immaginabili proprie dell’attuale sistema politico, non qualifica nessuna di queste opzioni come utili ai loro interessi di classe. Come il fatto che uomini e donne certamente dalle idee progressiste e di sinistra votino il Movimento 5 Stelle non produce affatto alcun progetto politico capace di mettere in discussione il sistema economico dominante.
Solo una sinistra dotata di un’analisi scientifica della realtà, che non confonda le cause con gli effetti, che veda la natura di classe del sistema istituzionale ed elettorale, che sappia costruire lotte e conflitto, che non si illuda di poter ritagliare uno spazio per il proprio ceto politico accettando la logica del sistema, può aspirare a risalire la china e a conquistare forza e credibilità sufficienti per tentare di cambiare davvero le cose.
Ma si tratta di un cammino lungo e irto di difficoltà.
Insisto nel dire che senza la consapevolezza che la dimensione politico-istituzionale non è più, come in passato lo era con la repubblica parlamentare e con il sistema proporzionale, un terreno agibile e perfino favorevole ma è diventata un terreno nemico ed ostile, la sinistra reale è destinata inevitabilmente a dividersi ad ogni occasione importante e a finire sempre più nella irrilevanza settaria e parolaia o a diventare comprimaria all’interno del regime.
A queste elezioni europee è stato possibile unire grossomodo tutto ciò che c’è a sinistra. Tutto ciò che critica apertamente la UE così com’è e che prospetta cambiamenti fondamentali nella struttura economica e conseguentemente nelle relazioni sociali. La lista è interna al GUE e indica come candidato presidente quello scelto dal Partito della Sinistra Europea.
È, quindi, la cosa migliore possibile che si potesse realisticamente fare.
Non ha alcun senso esaminare le differenze e perfino le ambiguità che contiene allo scopo di dichiararla negativa.
Solo menti estremisticamente settarie possono non vedere che le differenze e le ambiguità della lista sono esattamente le stesse che contiene lo schieramento di partiti che aderisce al GUE. Sia sull’Euro sia sulla stessa UE, per fare l’esempio fondamentale, nel GUE ci sono le posizioni opposte e tutte le sfumature intermedie. Lo stesso dicasi per il rapporto da avere con i partiti socialisti e socialdemocratici in sede nazionale. Che senso ha, quindi, gridare allo scandalo ed agitare ogni tema controverso come discriminante per la formazione di una lista unitaria? Con questa logica il Front de Gauche francese, Izquierda Unida spagnola e perfino la Linke tedesca dovrebbero spaccarsi e dar vita a più liste in ognuno di questi paesi. E il GUE dovrebbe dividersi in almeno tre gruppi parlamentari.
I temi oggetto delle differenze devono ovviamente essere discussi a fondo. Ed è aperta la contesa per l’egemonia di un processo reale che costruisca una forza europea capace di incidere nella realtà.
Ma una cosa è una discussione astratta che estremizza le posizioni e produce altre divisioni ed un’altra è una discussione concreta che avanza in rapporto alle modificazioni della realtà.
Per fare un solo esempio su un tema molto in voga, sull’Euro si può discutere all’infinito fra coloro che pensano sia superabile immediatamente e coloro che pensano sia possibile riportarlo sotto una sovranità politica. Io penso che entrambe le posizioni abbiano una legittimità teorica e che contengano punti di verità. C’è ormai un’ampia letteratura (parlo di quella seria e non degli slogan apocalittici) che evidenzia controprove e contraddizioni di entrambe le tesi di fondo.
Ma se questa discussione avviene nel campo di forze e persone che sono avverse alla dittatura del mercato, che pensano che una moneta debba essere sottoposta ad un potere politico e democratico, che criticano proprio da questo punto di vista l’Euro, allora non può assolutamente produrre divisioni, tanto meno elettorali. Deve svilupparsi in un contesto unitario e soprattutto confrontarsi con le dinamiche reali che si produrranno. Che sono, allo stato delle cose, imprevedibili.
La battaglia che sta conducendo la lista è impari. Gli elettori italiani sono chiamati dai mass media ad esprimere un voto totalmente nazionale e a scegliere fra Renzi, Berlusconi e Grillo. La disinformazione impera.
C’è perfino il paradosso, per nulla notato alle scorse elezioni europee, della palese illegittimità del quorum da superare.
Ognuno si può ben sentire rappresentato, in una lista così composita, esprimendo una preferenza per i/le candidati/e più affini. Sempre che a determinare il voto sia una logica politica e non simpatie personalistiche od altre amenità.
Per quanto mi riguarda io sono totalmente identificato e d’accordo con la scelta del mio partito. Che indica in ogni circoscrizione una candidata o candidato da sostenere, indipendentemente dall’appartenenza o meno al partito, per le sue posizioni, rappresentatività sociale ed esperienze di lotta.
Sono: Nicoletta Dosio (circoscrizione Nord-Ovest);
Paola Morandin (circoscrizione Nord-Est); Fabio Amato (Centro); Eleonora Forenza (Sud); Antonio Mazzeo (Sicilia); Simona Lobina (Sardegna).

Buon voto!

ramon mantovani

 

O siamo tutti terroristi come i kurdi o siamo tutti stronzi!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo, 2010 by ramon mantovani

La repressione che, in Europa e specialmente in Italia, si è abbattuta e si sta abbattendo sui kurdi è di una gravità inaudita. Tanto più grande in quanto accompagnata dal vergognoso silenzio e/o dalla disinformazione dei mass media, compresi quelli di sinistra e compresa Liberazione.

Ciò che sta accadendo meriterebbe le prime pagine di giornali e telegiornali.

Il decreto salva liste del governo Berlusconi è una puttanata, dal punto di vista della democrazia, in confronto agli arresti, alle espulsioni e alle persecuzioni dei kurdi sul territorio italiano e dell’Unione Europea.

E non esagero affatto.

Ma veniamo ai fatti e vediamo cosa sta succedendo.

Sono stati spiccati numerosi mandati di cattura e disposte perquisizioni contro kurdi, in Italia e Francia, con l’accusa di appartenenza al PKK e di aver organizzato il proselitismo fra la popolazione kurda esiliata in Italia ed Europa.

Al di la dell’inconsistenza o meno delle accuse che verranno discusse in sede giudiziaria rimane il fatto politico.

Come è possibile che avvenga una cosa simile nove anni dopo l’immissione (tornerò su questo) del PKK sulla lista delle organizzazioni terroristiche da parte dell’Unione Europea?

Come è possibile che questo accada proprio all’indomani dell’ennesima (la quinta o la sesta… ho perso il conto) messa fuorilegge del DTP (Partito per una Società Democratica) e della incriminazione dei suoi 21 deputate e deputati, dell’arresto di più di mille fra sindaci, politici, attivisti sociali e sindacali, con l’accusa di finanziare e favorire il PKK?

Come è possibile che questo accada dopo che, negli ultimi 5 anni per ben due volte il Presidente Erdogan aveva aperto degli spiragli che lasciavano intravvedere la possibilità di una trattativa che mettesse fine, con un negoziato politico, al conflitto armato in Kurdistan?

Come è possibile che questo segua il tentativo di colpo di stato sventato (?) poche settimane fa dal governo turco?

Per me la risposta è abbastanza semplice.

Eccola.

Dopo il sequestro di Abdullah Ocalan l’allora governo turco aveva accarezzato l’idea di aver così sgominato la guerriglia del PKK che, con i reiterati cessate il fuoco unilaterali e con la proposta di negoziato per dare al Kurdistan lo stesso status del Trentino Alto Adige, della Catalunya o della Scozia, aveva cominciato a mordere sul punto politico preminente data la candidatura della Turchia all’ingresso nell’Unione Europea. Ma la speranza di un dissolvimento del PKK è andata a farsi fottere per tre motivi: 1) la resistenza della guerriglia è cresciuta e nonostante qualche insignificante defezione la compattezza politica è rimasta intatta. 2) la popolarità di Ocalan fra la popolazione kurda è enormemente aumentata, come qualsiasi giornalista non venduto che abbia voglia di prendere un aereo e farsi un giretto nel Kurdistan potrà inequivocabilmente testimoniare. 3) il diritto di un popolo a parlare la propria lingua (e ad impararla a scuola) e ad autogovernarsi (anche nei limiti dello status di regione autonoma) è irriducibile.

Il nuovo governo turco scaturito dalla vittoria del partito di Erdogan nel 2003 ha formalmente mantenuto la politica di guerra e di scontro con il PKK e di repressione della popolazione kurda ma, avendo preso atto della inefficacia della stessa, ha sotterraneamente aperto spiragli ad un negoziato politico. Per due volte.

La prima quando il Presidente dell’Iraq e quello del Kurdistan iracheno chiesero a più riprese al PKK di riprendere il cessate il fuoco unilaterale e al governo turco di disporsi ad affrontare una soluzione politica del conflitto. Il PKK immediatamente accettò l’invito e, in attesa della contro risposta turca, diverse autorità europee, sia del Consiglio d’Europa sia dell’Unione Europea, ripresero favorevolmente la posizione del PKK (che già figurava da due anni nella lista dei terroristi dell’UE) ed auspicarono l’avvio della soluzione politica.

Valga l’esempio della risposta che Javier Solana nella veste di Mister PESC diede al sottoscritto alla camera dei Deputati il 6 ottobre 2006 e che riporto testualmente:

“Onorevole Mantovani… Sul secondo quesito, che riguarda la Turchia e il PKK, ho dichiarato con grande chiarezza di aver apprezzato la dichiarazione del PKK qualche giorno fa, nella speranza che questo produca conseguenze positive non soltanto per il PKK stesso, ma anche per i curdi in Turchia e altrove.
Spero che il Governo turco prenda atto di questa dichiarazione. Abbiamo visto altre situazioni in cui dichiarazioni di questo tipo, in paesi anche europei, hanno avuto conseguenze molto positive, anche se non immediate. Certo, la Turchia deve ottemperare ai diritti sanciti nella Carta del Consiglio d’Europa, e, finché questo non avviene, non è garantita neppure l’ottemperanza ai criteri di Copenhagen. Ora che i curdi hanno deciso di abbandonare la violenza come arma e di dedicarsi alla lotta politica attraverso gli strumenti democratici, andranno riconosciuti i diritti del popolo e della gente del Kurdistan. Ritengo che questo debba valere non soltanto per la Turchia, ma per tutti i paesi in cui esistono popolazioni di origine curda.”

(Ci fosse stato un solo giornalista, dico uno, capace di notare che il ministro degli esteri dell’Unione Europea normalmente non parla così di una organizzazione che la stessa UE ha dichiarato terrorista! Ma lasciamo perdere!)

Difficile immaginare che il Presidente iracheno, quello del Kurdistan iracheno, il Presidente del Consiglio d’Europa e lo stesso Solana si siano avventurati in dichiarazioni favorevoli ad una trattativa di pace senza alcuna complicità del governo turco. In realtà negli ambienti bene informati tutti sapevano che il governo turco aveva intenzione di intraprendere quella strada e che le pressioni servivano proprio ad aiutare questa volontà contro le più che evidenti resistenze dei militari turchi, totalmente contrari.

Lo spiraglio si richiuse, dopo qualche timidissima (inintelleggibile ai più ma chiarissima per i militari) dichiarazione dello stesso Erdogan, con la violentissima ripresa delle operazioni militari turche, con gli sconfinamenti in Kurdistan iracheno, con strani attentati contro civili attribuiti arbitrariamente al PKK che li sconfessò apertamente, e con una ulteriore stretta repressiva contro la popolazione kurda.

La seconda volta è più recente. E’ dello scorso autunno. L’ennesima offensiva politica del PKK per ottenere il processo di pace, al contrario di altre volte, non è stata duramente contrastata e due delegazioni del PKK hanno potuto entrare in Turchia e svolgere numerose attività pubbliche. Anche manifestazioni con centinaia di migliaia di persone. Anche questa volta tutti (quelli che sanno vedere) hanno visto nella non ostilità del governo turco l’apertura di uno spiraglio per la trattativa. E anche questa volta i militari e una parte dello stato turco hanno chiuso in dicembre lo spiraglio con la messa fuorilegge del DTP e con la solita stretta repressiva.

Verrebbe da dire: come si fa a sostenere, come fanno abitualmente in Turchia seguiti a ruota da molti imbecilli italiani, che il PKK è un gruppo terrorista, estremista ed inviso alla popolazione e contemporaneamente che il partito maggioritario nel Kurdistan turco è il suo braccio politico?

Mah!

Che in Turchia lo scontro fra governo e militari sull’adempimento delle procedure per l’ingresso nell’UE della Turchia (a questo punto sullo stesso ingresso) e sul superamento della supremazia delle forze armate turche negli assetti istituzionali sia arrivato sulla soglia del colpo di stato è ormai cronaca conosciuta.

E’ possibile che non si veda che il conflitto armato contro i kurdi è tenuto in vita perché fa parte di questa partita?

E’ possibile che in Europa si faccia finta di non sapere che la richiesta turca, fatta propria dall’amministrazione Bush (per ammorbidire i militari turchi ostili alla guerra in Iraq giacché ostili alla formazione istituzionale del Kurdistan iracheno) e girata all’UE, di immettere il PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche per evitare qualsiasi processo di pace, fa parte di questa partita?

E’ possibile che l’UCK kosovara sia stata tolta all’improvviso dalla lista delle organizzazioni terroristiche degli USA e che per mesi abbia reclutato, addestrato e raccolto fondi per comprare armi facendo tutto alla luce del sole in terra europea (con l’attivismo aperto di militanti di organizzazioni fondamentaliste effettivamente terroristiche) e che oggi si criminalizzino i kurdi esiliati in Europa?

Si! E’ possibile! E lo è per il semplice motivo che così vuole il governo Obama. Che preferisce cento volte una Turchia (nella NATO) dominata dai militari e non esposta a quelle eventuali svolte politiche tipiche dei processi democratici. E’ possibile perché anche in molti paesi UE ormai l’ingresso della Turchia è considerato una grana ingovernabile sia per la crescente impopolarità di un paese musulmano nella UE sia per gli effetti su molti comparti economici, nel pieno di una crisi che si preannuncia molto lunga.

Con il risultato che si avvia una operazione che serve a rafforzare i militari in Turchia e che a pagare tutto il prezzo di tanta politica di merda, come al solito, sono i kurdi.

Ora, questa repressione contro i kurdi in Italia e in Europa è o non è una questione di primaria grandezza?

La persecuzione di esuli politici che giustamente si impegnano e lottano per i diritti del loro popolo riguarda solo loro e i loro amici solidali o riguarda la natura dello stato italiano, la politica estera dell’Italia e il futuro dell’Unione Europea?

Chiedo ai lettori di questo modesto blog se nel corso di questi anni si sono sentiti informati debitamente su tutta questa vicenda.

Chiedo alle compagne e ai compagni del mio partito e di qualsiasi formazione di sinistra se pensano di potersela cavare con la solita “solidarietà” verso i “poveri kurdi” non cogliendo una cosa fondamentale. Il PKK sia con le armi (che hanno tutto il diritto di usare per resistere all’oppressione) sia con le loro proposte di negoziato combattono una battaglia che riguarda il futuro del Medio Oriente e anche dell’Europa. Oltre ad essere meritevoli di tutta la solidarietà del mondo sono interlocutori indispensabili per un battaglia comune per un’altra Europa e per mettere fine alla devastazione del medio oriente prodotta dalla politica statunitense.

Intanto fornisco io due risposte alle mie stesse domande.

Tutta la stampa di sinistra (Liberazione e il Manifesto compresi) hanno trattato tutta questa vicenda con i piedi. Non capendo l’importanza delle cose e non assolvendo alla funzione che pur su altre questioni, a volte, svolgono bene. Quella di andare a fondo delle notizie anche dando il giusto rilievo, di spiegare i fatti, di pubblicare notizie che nessun altro pubblica invece di copiare acriticamente le agenzie piene di veline dei servizi, di combattere una battaglia politica. E’ il retaggio di una concezione della politica estera tipica della stampa italiana. Ispirata dal provincialismo e dalla superficialità.

E’ vergognoso, per esempio, che la parola “terrorismo” sia spesso usata impropriamente o che non se ne contrasti l’uso improprio, alimentando e favorendo le campagne e le operazioni dei veri terroristi. E’ vergognoso, per esempio, che il PKK sia spesso definito “separatista” quando ormai da 13 anni non propone nessuna separazione territoriale del Kurdistan dalla Turchia.

E sto parlando dei nostri giornali.

Figuriamoci i telegiornali e i grandi giornali. Che scrivono fiumi di parole sulle presunte e anche reali violazioni dei diritti umani a Cuba o da parte delle FARC e tacciono o relegano in un trafiletto invisibile la messa fuorilegge di un partito che ha stravinto le elezioni amministrative nel Kurdistan, l’arresto di sindaci e il massacro della popolazione kurda.

Sfido chiunque a dimostrare che le decine di detenuti politici turchi e kurdi morti in seguito allo sciopero della fame nelle carceri turche hanno avuto almeno un decimo dello spazio che ha avuto l’ultimo e unico caso cubano. Anche su Liberazione e il Manifesto.

La direzione del PRC ha approvato un ottimo documento, proposto da Fabio Amato, su questa vicenda della repressione contro i kurdi in Italia ed Europa. Impegna le organizzazioni territoriali del partito a sviluppare l’iniziativa.

Voglio vedere se avrà un decimo della attenzione prestata a tutte le menate elettoralistiche.

ramon mantovani