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Morte ai partiti? (quinta parte)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 settembre, 2012 by ramon mantovani

Ho tralasciato di parlare dei partiti di sinistra e/o comunque realmente o apparentemente eterodossi rispetto al sistema dominante sia perché sarebbe sbagliato assimilarli semplicemente agli altri sia perché in un qualche modo sono o dovrebbero essere alternativi.

Essi si dividono in tre filoni. Elenchiamoli per poi esaminarli più approfonditamente.

Ci sono quelli eclettici ideologicamente, che hanno posizioni spesso (ma non sempre) critiche con il liberismo e il modello sociale dominante, ma che sono pensati ed organizzati in modo ultralideristico e adatto al sistema maggioritario.

C’è il Movimento 5 Stelle. Che apparentemente non ha identità ideologica, che coniuga slogan e posizioni progressiste ed ecologiste a posizioni reazionarie e liberiste.

Ci sono infine i partiti ideologicamente comunisti ed anticapitalisti divisi fra loro, più che sull’analisi della società e sulla strategia antagonista al sistema, esattamente sulla tattica da seguire alle elezioni e comunque sul rapporto da avere con le altre forze politiche, a cominciare dal PD. Di questi ultimi ci occuperemo nella sesta ed ultima parte.

Iniziamo dall’IDV. Nasce nel 98 e confluisce quasi subito nella formazione “I Democratici dell’Asinello” (sic). Ne esce nel 2000 avendo deciso di votare contro la formazione del governo Amato. Da allora esiste in quanto Italia dei Valori – Lista Di Pietro. Nell’autunno del 2000 entra a far parte dell’ELDR (il partito europeo dei liberali). Lo statuto dell’IDV è un vero capolavoro di eclettismo. Vale la pena di riportarne qui l’art. 3.

“Art. 3 –Finalità del partito:

L’Italia dei Valori e’ un partito politico autonomo ed indipendente in grado di offrirsi come luogo di partecipazione, di proposta, di elaborazione, di confronto democratico, e può concorrere alle competizioni politiche, elettorali e referendarie a qualsiasi livello, anche raggruppandosi con altre forze politiche, sociali e culturali previa specifica ed espressa autorizzazione – e nei limiti anche temporali della delega scritta – che dovrà essere di volta in volta rilasciata dal Presidente nazionale (ovvero da suoi delegati). Il partito si riconosce nell’insieme delle grandi culture riformiste del novecento: la cultura cattolica della solidarietà sociale e familiare, la cultura socialista del lavoro e della giustizia sociale, la cultura liberale dell’economia di mercato, della liberta’ individuale e del buon governo, attraversate dalle grandi tematiche dei diritti civili, della questione morale e dei nuovi diritti di cittadinanza alle quali i grandi movimenti ambientalisti, delle donne e dei giovani hanno dato un contributo essenziale. L’Italia dei Valori vuole integrare i tradizionali valori di libertà, uguaglianza, legalità e giustizia con i valori nuovi del nostro tempo: pari opportunità, sviluppo sostenibile, autogoverno, solidarietà e sussidiarietà, responsabilità, iniziativa, partecipazione ed europeismo, nel quadro di un sempre più avanzato federalismo europeo. Obiettivi primari del partito sono la riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione, un reale federalismo, lo sviluppo di una sana economia di mercato, la realizzazione di uno Stato di diritto, libero dai conflitti di interessi, con una seria e concreta divisione e autonomia tra i poteri. L’Italia dei Valori auspica uno sviluppo sociale basato non solo sulle regole del commercio, ma anche su interventi correttivi per renderle più favorevoli ai soggetti piu’ deboli, specie nei paesi e nelle aree territoriali povere ed arretrate, favorendo un’equa ripartizione delle risorse. Alla globalizzazione dei mercati deve corrispondere una reale libera concorrenza e soprattutto la globalizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.”

 

Come si vede c’è tutto e il contrario di tutto.

 

Pochissimi italiani sanno che quando votano l’IDV alle elezioni europee eleggono deputati che siederanno e voteranno insieme ai liberali tedeschi e del Regno Unito. Si può dire senza tema di smentita che la vera ed unica identità dell’IDV è l’antiberlusconismo in chiave giustizialista. Infatti nell’IDV militano e vengono eletti ad ogni livello ex comunisti, ex democristiani, ex liberali, e una varietà più o meno sconfinata di personaggi locali dalle più diverse tendenze. L’IDV è un partito leaderista. Non c’è solo il nome del leader nel simbolo del partito. I poteri attribuiti al presidente del partito sono enormi. E il congresso è dominato dagli eletti nelle istituzioni di tutti i livelli che infatti lo compongono automaticamente.

L’IDV sul territorio è un partito diversificatissimo. Infatti data la sua collocazione interna al centrosinistra, comunque coniugato, e l’apparente radicalità delle posizioni dovuta più che altro ai toni utilizzati contro Berlusconi, ha avuto negli ultimi anni forti successi elettorali. Essendoci uno spazio considerevole e comunque appetibile molti personaggi locali lo hanno fondato sul proprio territorio. È una reciproca convenienza di Di Pietro e dei personaggi locali. Di Pietro ingrossa il proprio partito e i personaggi locali sfruttano la popolarità di Di Pietro. Si tratta di puro franchising. Vale per le aziende che sono proprietarie di un importante marchio e che appaltano il marchio ad imprenditori locali che hanno l’unico obbligo di esporre il marchio e di rispettare il disciplinare dell’azienda. Basta leggere lo statuto dell’IDV per rendersi conto della vastità più o meno infinita del disciplinare. Non c’è nulla di più esplicito ed esemplificativo per dimostrare che la politica nell’epoca del maggioritario è puro mercato elettorale.

Ovviamente la natura leaderistica ed elettoralistica dell’IDV, che pure è importante, non è tutto. Come sempre in politica esistono identità e profili di fatto prodotti dalla collocazione nel quadro politico e dalle scelte contingenti. Che poi sono sostanzialmente i motivi che attraggono o meno i voti d’opinione. Recentemente l’IDV ha scelto di opporsi frontalmente al governo Monti, anche utilizzando argomenti totalmente antiliberisti e certamente contraddittori con il proprio statuto, con l’appartenenza europea e con la propria stessa storia. Fino a mettere in discussione la propria appartenenza al centrosinistra, inteso classicamente.

Non è in questa sede che si devono fare previsioni su eventuali evoluzioni o involuzioni dell’IDV. Le forze politiche possono cambiare sempre in conseguenza delle dinamiche sociali. È evidente che Di Pietro che per anni è apparso più “di sinistra” del PD e propugnatore di un’opposizione intransigente contro Berlusconi nel tempo della crisi economica e del governo Monti, per conservare il proprio elettorato e per distinguersi dal PD deve radicalizzare le sue posizioni sui temi sociali ed economici. La pura retorica violentemente antiberlusconiana non servirebbe allo scopo. Certamente su questa strada sarebbe necessaria una riforma del partito sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista organizzativo che consolidi le scelte politiche fatte negli ultimi mesi. Ma le piroette e i salti mortali nel sistema maggioritario sono all’ordine del giorno e quindi non si possono fare previsioni certe. Perché proprio la natura verticistica e leaderistica del partito le permettono. In tutte le direzioni.

 

Se lo statuto dell’IDV è un capolavoro di eclettismo quello di Sinistra Ecologia e Libertà è un capolavoro di genericità e confusione.

Ecco l’Art. 1.

 

“Articolo 1.

1. Sinistra Ecologia Libertà è una libera, laica, democratica e aperta organizzazione politica di

donne e uomini fondata sul principio della libertà, solidarietà ed eguaglianza, dell’ecologia e della differenza sessuale.

2. SEL, ispirandosi ai principi della Costituzione, è impegnata a rimuovere ogni ostacolo alla piena partecipazione politica delle donne nei suoi organismi dirigenti ed esecutivi, nella scelta delle candidature nelle assemblee elettive. SEL promuove altresì la piena partecipazione delle giovani generazioni alla politica.

3. SEL rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religione, le disabilità, l’identità e orientamento di genere, l’orientamento sessuale, nazionalità e appartenenza ai popoli riconosciuti dall’Onu.

4. SEL assicura informazione, trasparenza e partecipazione. A tal fine, oltre alle forme di

partecipazione diretta delle iscritte e degli iscritti e dei circoli, si avvarrà del sistema

informazione web (Siw), anche per la sperimentazione di nuove forme di democrazia digitale. SEL rende visibili attraverso gli stessi strumenti tutte le informazioni sulla vita politica interna, sulle riunioni, le deliberazioni politiche, il bilancio.

5. SEL promuove e organizza pratiche di democrazia partecipata. Le forme della democrazia

partecipativa e diretta progressivamente saranno quelle che definiranno anche la democrazia

interna all’organizzazione.

6. SEL promuove momenti di formazione collettiva, quali seminari e momenti di studio, per

l’elaborazione collettiva di proposte e indirizzi politico-programmativi, per la crescita di

competenze specifiche e articolate al fine di assicurare il rinnovamento dei gruppi dirigenti

fondato sulle reali capacità di direzione politica.

7. SEL aderisce al codice di autoregolamentazione per le candidature approvato dalla

Commissione Parlamentare Antimafia.”

 

Chiunque può verificare leggendo tutto lo statuto che in nessuna altra parte c’è alcun cenno a qualsiasi ideologia, ideale od obiettivo in qualche modo legato alla storia della sinistra. Nemmeno nessun riferimento al mondo del lavoro analogo a quelli citati chiaramente nella costituzione repubblicana.

Nel documento congressuale, che è però per sua natura limitato e provvisorio, ci sono molti riferimenti, per quanto generici, alle culture della sinistra. Ma nessuna critica del maggioritario e della degenerazione che esso ha prodotto nella politica e nelle istituzioni. Tutto sembra essere colpa di Berlusconi e delle timidezze ed incertezze del PD. La proposta, che in questo contesto assume valore assolutamente strategico, è il nuovo centrosinistra. E il nuovo centrosinistra si può ottenere con le primarie. Punto. Tutto qui.

Alla litania dei valori (pace, non violenza, solidarietà, giustizia sociale, partecipazione ecc) non corrisponde alcun progetto di paese e di democrazia che non sia il nuovo centrosinistra. Come se la formula, già ambigua di per se, potesse essere qualificata socialmente e democraticamente dall’aggettivo “nuovo”. Del resto la parola “nuovo” ad occhio è la più ricorrente nei testi e nei discorsi di SEL. Una parola magica, che lascia al lettore, ascoltatore e tifoso, la libertà di dargli l’accezione che gli pare. Un espediente tipico dell’elettoralismo più sfrenato e della più volgare e spicciola psicologia delle comunicazioni.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo come è nata SEL. Perché una tale genericità e mania del “nuovo” sono figlie di una precisa storia.

 

Nel corso dell’esperienza dell’ultimo governo Prodi i DS e la Margherita diedero vita al PD. Il PD soffrì una scissione e si formò Sinistra Democratica. La evidente natura centrista del PD diede adito all’idea che ci fosse un enorme spazio politico ed elettorale, un vuoto, che avrebbe potuto essere colmato da un nuovo partito di sinistra. Questa idea fece breccia nel PRC, nei Verdi, nel Partito Socialista, nel PdCI, e in una innumerevole pletora di associazioni. I mass media, ovviamente, si eccitarono fino all’inverosimile. Talk show a raffica, descrizione di scenari e contro scenari e così via. I sondaggi davano il nuovo partito fra il 12 e il 15 %. Vennero convocati gli “stati generali della sinistra”. Nel PRC il gruppo dirigente fece un accordo oligarchico basato su una enorme ipocrisia. Dietro la proposta di far nascere un “nuovo soggetto unitario e plurale” si nascondevano almeno due prospettive alternative fra loro. L’unità della sinistra non era messa in discussione quasi da nessuno ma c’era chi voleva sciogliere il PRC in un nuovo partito e chi, più prudentemente, aveva in testa una lista elettorale o, al massimo, una federazione di diversi partiti e forze.

Apriamo una prima parentesi su questo punto.

Il progetto di fare un nuovo partito, fortemente propugnato da Sinistra Democratica e da una parte del gruppo dirigente del PRC, giusto o sbagliato che fosse, necessitava di una condizione indispensabile: che morisse il PRC. La “tregua” siglata nel gruppo dirigente del PRC era un modo per rimandare il problema, non per risolverlo. Ed espropriava gli iscritti e i militanti del PRC dal diritto di decidere democraticamente sul punto in questione. Gli elettori, gli iscritti e i militanti dei partiti coinvolti nel “nuovo soggetto unitario e plurale” dovevano assistere attoniti agli “annunci”, alle “accelerazioni”, ai “distinguo” e alle “frenate” dei vari personaggi che si alternavano in TV e sui giornali. Ma tutto questo avveniva dentro la vicenda del governo Prodi, non in un laboratorio asettico. E il governo Prodi, impegnato a fare esattamente il contrario di quel che c’era scritto sul suo programma di governo, produceva una delusione e una disillusione enorme nel paese e segnatamente fra gli elettori di sinistra. L’intreccio fra la questione del rapporto col governo e l’ansia di fondare un nuovo partito non poteva reggere il confronto con la realtà. Ammesso che la formula del “nuovo partito” fosse giusta, immediatamente sorgeva la questione delle questioni: si poteva rompere col governo Prodi? Il nuovo partito doveva essere indipendente o interno al centrosinistra?

Gli oligarchi (io li definii così e non ho cambiato opinione), risolsero la questione con una ennesima e falsa suggestione. Agli “stati generali della sinistra” tra il “parto doloroso” di Vendola e l’insofferenza verso i movimenti che contestavano il governo, tra le dichiarazioni di Occhetto sulla primogenitura dell’idea e gli applausi e urla di molti ex – qualcosa (nel gergo trombati) che già si rivedevano rieletti in qualche istituzione, la questione del governo venne risolta dicendo: “siamo quasi 150 parlamentari, se ci uniamo condizioneremo il governo”. Proprio nel momento in cui il governo tradiva sul punto fondamentale riguardante pensioni, precarietà e stato sociale.

Adottando il metodo della storia controfattuale si potrebbe dire che se il “nuovo partito” fosse nato rompendo con il governo, in un fecondo rapporto con i movimenti di lotta nel paese, avrebbe avuto buone probabilità di vincere le resistenze e di dissolvere dubbi e perplessità. Gli stessi oligarchi avrebbero potuto convocare un referendum vincolante, sul modello delle primarie, dimostrando un minimo di coerenza con la retorica ripetizione delle parole “nuovo” e “partecipazione”. Ma non era possibile per il semplice motivo che il 90 % degli oligarchi non avrebbero mai e poi mai messo in discussione il governo, neanche in caso di guerra nucleare. Ed anche per il motivo che nella loro testa essi erano i leader e i proprietari del popolo della sinistra. Popolo che andava “guidato” verso meravigliose sorti ma non fatto partecipare a nessuna scelta fondamentale.

Così la “nuova cosa di sinistra” si rassegnò a stare in un governo balbettando moderate critiche mentre Prodi abbatteva la scure proprio contro i metalmeccanici scesi in piazza. E subì la caduta del governo per opera dell’Udeur e la successiva esclusione dal centrosinistra per scelta unilaterale del PD. Nel corso della campagna elettorale della “sinistra e l’arcobaleno” (sic), a sua volta decisa in modo totalmente oligarchico, vi fu perfino il tentativo di appellarsi agli elettori affinché con il voto dessero un segnale deciso per la nascita di un “grande e nuovo partito di sinistra”. Appelli conditi con tanto di abbandono del comunismo. Come se alle elezioni gli elettori dovessero pronunciarsi su vaghi progetti nemmeno buoni per i militanti e non, come voleva il maggioritario, sulla vittoria o meno di Berlusconi. Il PD di Veltroni fece una dura campagna contro la Sinistra e l’Arcobaleno (sic di nuovo) e per il voto utile. Risultato: vennero persi voti verso il PD, verso l’astensione, verso le due liste con la falce e martello, in proporzioni tali da determinare la più grande debacle elettorale della storia della sinistra, e non solo. Senza contare Sinistra Democratica che nel 2006 era ancora nei DS, e che comunque secondo le previsioni avrebbe dovuto portare molti voti, si passò da 4 milioni di voti del PRC, Verdi e PdCI a 1 milione e centomila. E dal 10,5 % al 3,1 %.

Qualsiasi dirigente politico serio, per giunta dopo aver deciso tutto da se e accusando i critici e dubbiosi di essere incapaci di “capire” e di “vedere” i nuovi orizzonti che si dischiudevano sulle rovine del XX secolo e di essere nostalgici di un comunismo obsoleto, avrebbe deciso di farsi da parte, ammettendo i gravi errori commessi.

Invece il tentativo di sciogliere i partiti esistenti per formarne uno nuovo, questa volta nel centrosinistra visto che la debacle venne attribuita solo alla, pur esistente, logica del voto utile intrinseca al maggioritario, venne reiterato. Con l’eccezione del PdCI che a sua volta propose una costituente comunista, anch’essa interna al centrosinistra.

Il processo politico che porterà alla nascita di SEL è sostanzialmente la storia di scissioni in tutti i partiti della sinistra. Nessuno escluso. Non vale la pena di descriverle una per una, anche perché ci vorrebbero decine di pagine. Lo farò solo, anche se sommariamente, per quella che riguarda il PRC. Basti dire che nel dicembre 2009, quando viene fondata SEL, a dare vita al nuovo partito sono: Sinistra Democratica (che nel frattempo ha subito la scissione guidata da Cesare Salvi), il Movimento per la Sinistra (scissione del PRC), Unire la Sinistra (scissione del PdCI), l’Associazione Ecologisti (scissione dei Verdi). Inoltre manca all’appello il PSI, che pure aveva fatto parte della lista SeL alle elezioni europee.

In nome dell’unità si provocò una vera e propria orgia di divisioni e scissioni!

Nel PRC, subito dopo le elezioni, alcuni (fra cui il sottoscritto) dovettero parecchio insistere affinché fossero convocati gli organismi dirigenti. Altri volevano attendere anche 3 o 4 settimane. Un partito scaraventato fuori dal parlamento dagli elettori, a causa di una linea politica e di un comportamento elettorale capace di disperdere milioni e milioni di voti, aveva visto attonito il proprio segretario dichiarare in TV che il progetto della Sinistra e l’Arcobaleno era “irreversibile”. Si doveva cioè attendere che i soci fondatori della Sinistra e l’Arcobaleno proponessero l’ennesima accelerazione e, per giunta, si dividessero fra i proponenti un nuovo partito di sinistra e la costituente comunista del PdCI. Ovviamente se gli organismi del PRC fossero stati convocati su questa alternativa cucinata dall’oligarchia il PRC si sarebbe spaccato e dissolto. E sarebbero nati due partiti divisi ideologicamente fra “nuovo” e “vecchio” ma entrambi interni al centrosinistra e alla logica del maggioritario. Ma grazie a una nuova maggioranza il Comitato Politico Nazionale del PRC venne convocato e decise di dimissionare la segreteria e di avviare una vera discussione congressuale. Nella quale iscritti e militanti avrebbero potuto effettivamente decidere del destino del partito e soprattutto dei veri motivi della sconfitta elettorale ed enorme vittoria della destra. Ovviamente i mass media, i soliti talk show e i dietrologi chiamati giornalisti fornirono all’opinione pubblica la loro versione di questa vicenda. Un complotto di palazzo ordito da nostalgici, dogmatici, ortodossi, vecchi, novecenteschi, estremisti e chi più ne ha più ne metta, aveva defenestrato il povero segretario del partito e la fino ad allora maggioranza “bertinottiana”. E a questo coro si aggiunse anche il quotidiano del partito Liberazione, che invece di informare correttamente su una discussione democratica, per quanto aspra e dura, si schierò più che apertamente dalla parte della minoranza.

Si sarebbe potuto fare un congresso veramente improntato ad una discussione seria e all’altezza della gravità della situazione. Analizzando sul serio gli errori evidenti che avevano prodotto il disastro, a cominciare dall’esperienza di governo. E affrontare il necessario ed ineludibile nodo della unità della sinistra sulla base di contenuti e proposte chiare ed inequivocabili, anche facendo decidere gli unici e veri proprietari del partito, gli iscritti, se sciogliere il PRC in un nuovo partito, scontando una scissione verso la costituente comunista, quella si ultraidentitaria per compensare l’appartenenza al centrosinistra, o la proposta di federare la sinistra in una aggregazione non solo elettorale, ma indipendente dal PD, proporzionalista ed avversa al maggioritario e quindi tesa a ricostruire una rappresentanza politico istituzionale del mondo del lavoro.

Una simile discussione, onesta e seria, nella quale tutti i dirigenti si sarebbero assunte tutte le loro responsabilità, avrebbe favorito la partecipazione ed anche suscitato un sano interesse all’esterno del partito.

Ma la discussione venne subito inquinata da diversi fattori. Elenchiamoli velocemente.

1) coloro che per mesi avevano apertamente (sui giornali, in tv e anche durante la campagna elettorale, ma mai con un documento scritto e sottoposto al voto negli organismi del partito) annunciato la formazione di un nuovo partito, il “superamento” del PRC, la riduzione del comunismo ad una corrente di pensiero fra le altre nel nuovo partito (esattamente come fecero nel PDS quando venne sciolto il PCI), dissero che attribuirgli questa intenzione era un “processo alle intenzioni” e ci accusarono di essere stalinisti.

2) chi non era per il nuovo partito, sempre secondo loro, non poteva che essere per un partito comunista ortodosso e nostalgico. Nulla o quasi veniva detto sull’esperienza di governo e quando era citata era solo per attribuire a Veltroni e a Mastella la colpa di tutto, tralasciando completamente il tradimento del programma operato dall’esecutivo o attribuendolo esclusivamente alla debolezza del governo dovuta al “pareggio” elettorale. In altre parole il “pareggio” aveva permesso ai centristi dell’UDEUR ed altri di condizionare il governo. Ne scaturiva che sarebbe bastato unire la sinistra e far pesare dentro il centrosinistra i suoi contenuti per costruire un “nuovo” centrosinistra nel futuro. Del resto al “non vogliamo morire democristiani” venne sostituito “non vogliamo morire berlusconiani”, e così si poteva restare vaghi nella proposta vera e politica, puntando alla sconfitta di Veltroni e ad una svolta a sinistra del PD.

3) sull’onda della descrizione di un complotto e di uno scontro personale fra Vendola e Ferrero, che intanto i mass media avevano implementato, venne montata una vera campagna di denigrazione nei confronti di Ferrero, accusato di allearsi con le componenti che furono di minoranza nel precedente congresso, di essere un ex DP e quindi inguaribilmente minoritario e così via. Come se nello schieramento loro non ci fossero esponenti di quelle minoranze ed ex DP.

 

Insomma, questo inquinamento del dibattito non fu un incidente e tanto meno la prova che i comunisti non potevano che essere cannibali e fratricidi in discussioni laceranti. Fu una scelta consapevole di chi sapeva che la vera discussione sui veri punti di dissenso avrebbe chiarito le idee nella testa di molti e determinato un esito certo al congresso.

Il congresso con queste premesse non poteva che essere uno scontro frontale. E lo fu irrimediabilmente.

Al congresso vennero aggiunti altri punti mistificatori per occultare la vera contesa politica e costringere i militanti a schierarsi indipendentemente dalle loro opinioni sull’esperienza di governo e sullo scioglimento del PRC. Con l’autocandidatura di Vendola a segretario si tentò di trasformare il congresso nella pura scelta del leader. Contando sull’aperta simpatia di Repubblica, di altri giornali e conduttori di talk show nei confronti di Vendola. Una banale adesione ad una iniziativa dell’IDV contro la politica di Berlusconi sulla giustizia ci costò pure l’accusa di aver avuto una deriva giustizialista (soprattutto da alcuni che pochi mesi dopo aderiranno all’IDV (sic)). Si sosteneva che la eventuale nuova maggioranza avrebbe determinato l’abbandono da parte del PRC del Partito della Sinistra Europea. E potrei continuare.

Dopo il congresso, nel quale la mozione di Vendola tentò di allearsi proprio con la componente di Essere Comunisti, dopo aver detto che la presenza di quest’ultima nel documento avverso ne dimostrava la deriva identitaria e stalinista, la corrente capeggiata (è il caso di usare questo termine) da Vendola, invece che accettare l’esito democratico continuò una campagna di denigrazione del nuovo gruppo dirigente. In particolare il quotidiano del partito, che nel frattempo aveva accumulato milioni di debiti, si contraddistinse per proporre come linea editoriale la linea della corrente di Vendola e per denigrare, anche con insulti, quella che era passata nel  congresso del partito. La sostituzione del direttore, che venne decisa dopo innumerevoli tentativi di comporre il dissidio semplicemente garantendo che il quotidiano esprimesse la linea del partito e presentasse quella della corrente di Vendola come quella della minoranza, senza ovviamente censurarla, divenne il pretesto per provocare la scissione. Come se non bastasse, data la crisi finanziaria di Liberazione, un editore, per altro vicino alla corrente di Vendola e che pubblicava la rivista di Bertinotti “Alternative per il Socialismo” ed ospitava numerosi articoli di esponenti vendoliani sul settimanale Left, propose al partito di vendergli la testata. Essendo l’editore “seguace” dello psichiatra Massimo Fagioli, a sua volta accusato di avere posizioni omofobe, e nonostante Fagioli nel recente passato avesse manifestato tutta la simpatia possibile per Bertinotti, anche promuovendo affollati dibattiti pubblici con quest’ultimo, la nuova maggioranza che dirigeva il partito venne accusata anche di promuovere una svolta omofoba. Ci sarebbe da ridere sia sull’accusa di stalinismo per la sostituzione del direttore, sia per quella di omofobia. Ma invece tutte le TV e tutti i quotidiani scatenarono una campagna sostenendo queste accuse accreditando presso milioni di persone di sinistra l’idea che ormai il PRC fosse un gruppuscolo guidato da stalinisti settari e perfino omofobi.

 

Io penso che fosse più che legittimo proporre un approdo strategico interno al centrosinistra e al sistema politico del maggioritario, ed anche che fosse legittimo considerare chiusa l’esperienza comunista organizzata in partito. Tutto legittimo. Ovviamente non condivido nulla di tutto ciò, ma capisco che per chi pensa che le elezioni e dintorni (come le primarie) siano la vera sostanza della politica e che il governo sia l’unico vero obiettivo sempre, anche se ha passato dieci o venti anni a dire il contrario, alla fine abbia il diritto di proporlo e di battagliare per far passare questa prospettiva. Penso che negli anni 2000 si possa arrivare alla conclusione che il comunismo sia superato, anche se si sono passati dieci o venti anni (come Vendola) a scrivere le lodi del comunismo eterno. Per me non è così ma sono conscio che le sconfitte provocano esattamente queste conseguenze. Ma penso anche che non si possa accettare in nessun modo che gli iscritti, ed anche la base elettorale che si aspira a rappresentare e dirigere, possano essere trattati come minus sapiens, come una massa di manovra, come tifosi di un leader. Per me c’è un innegabile nesso tra ciò che si fa e ciò che si dice. E vige sempre il principio di responsabilità. C’è sempre una linea di confine che separa i dirigenti politici dai politicanti. Che separa chi si assume le proprie responsabilità da chi le rifugge addossandole sempre ad altri. Che separa chi parla chiaro da chi imbroglia le carte dicendo cose diverse in luoghi diversi. Che separa chi fa proposte chiare e su cui ci si può esprimere da chi fa demagogia e sostituisce alle proposte le suggestioni. Che separa chi gioca pulito rispettando le idee altrui da chi gioca sporco e distorce le idee altrui fino a ridurle a caricatura per poterle combattere senza confrontarsi seriamente nel merito.

Oggi, a quattro anni di distanza, chiunque può verificare diverse cose.

La vera proposta della corrente di Vendola era quella di fondare un nuovo partito abbandonando il comunismo? Si o no?

La linea politica che si proponeva era quella interna comunque al centrosinistra? Si o no?

Il nuovo partito, superati gli orrori del novecento, sarebbe diventato un partito leaderistico? Si o no?

La critica del maggioritario e l’idea della repubblica parlamentare e della legge elettorale proporzionale, da sempre qualificanti la sinistra, sono state mantenute da SEL?

Il PRC è uscito dal Partito della Sinistra Europea? SEL ha mai chiesto di far parte del Partito della Sinistra Europea o discute di quando e come aderire al Partito Socialista Europeo?

Il PRC è diventato omofobo, dogmatico, giustizialista?

Il PRC ha accantonato ogni idea di unità della sinistra per sommare i comunisti in un partito settario?

Anche qui potrei continuare molto a lungo. Ma è inutile. Sia per quelli che pensano che in politica tutto si possa dire e contraddire a seconda della convenienza del momento (convenienza di chi?). Sia per quelli che queste cose le sanno per averle subite, pur sapendo che per la maggioranza degli italiani dalla vicenda di rifondazione comunista, per come è stata descritta in malafede dai mass media, sono scaturiti due partiti. Uno splendido, vincente, guidato da un leader telegenico e popolare, nuovo nel linguaggio e al passo con i tempi. E un altro chiuso, settario, stalinista, omofobo, estremista, e soprattutto tagliato fuori dalla vera ed unica politica che conta: quella del centrosinistra e dei talk show.

 

La scissione promossa da Vendola provocò una ennesima grande delusione fra i simpatizzanti, gli iscritti e gli stessi militanti del PRC. Decine di migliaia di persone abbandonarono ogni impegno o lo riversarono in comitati e associazioni di lotta. Non erano interessate a discutere in quel modo, a dover scegliere fra leader, a sentirsi in colpa per la propria storia ed appartenenza politica comunista, ad assistere a litigi e urla inconcludenti. Ed anche ad appartenere ad una organizzazione data per morta dai mass media e dagli stessi scissionisti. Questo è il triste bilancio che porta con se ogni scissione. Sempre gli scissionisti di un partito comunista si propongono l’obiettivo di distruggerlo, anche contando sulla disillusione che nella base del partito provoca una lacerazione e divisione insanabile del gruppo dirigente.

Più avanti parleremo del PRC, e quindi anche del suo indebolimento e impoverimento. Ma ora occupiamoci e concludiamo il discorso su SEL.

Sinistra e Libertà alle elezioni europee del 2009 era composta dalla scissione del PRC, dal partito dei Verdi, da Sinistra Democratica e dal PSI. Prese 960 mila voti, pari al 3,13 %. Non elesse nessun deputato giacché la soglia del 4 %, introdotta nel febbraio del 2009, non era stata raggiunta. Ma se li avesse eletti non è dato sapere a che gruppo parlamentare europeo avrebbero aderito. La “lista anticapitalista” promossa dal PRC, con il PdCI e Socialismo 2000, prese 1 milione e 40 mila voti, pari al 3,39 %.

Nonostante un anno di campagna di tutti i giornali e talk show a favore di SeL, nonostante l’immagine del PRC deturpata appositamente, l’esito fu questo e dimostrò che così era divisa la sinistra italiana.

Naturalmente per commentatori, politologi, conduttori ignoranti di talk show, e conseguentemente anche per molti militanti decerebrati di sinistra i contenuti delle due liste, a cominciare dall’appartenenza ad un preciso schieramento nel parlamento europeo, non avevano nessuna importanza. Ma proprio nessuna. Ciò che contava era solo l’effetto del voto europeo sulla politica interna italiana. Molti elettori di sinistra votarono IDV e SeL, senza sapere che avrebbero eventualmente eletto deputati in due gruppi, quello socialista e quello liberale, alleati strettamente ai popolari nel governo effettivo dell’Unione Europea. Antiberlusconiani in Italia e alleati di Berlusconi in Europa. Sempre se parliamo delle politiche economiche e monetarie, sociali, commerciali, estere e militari e non del colore delle mutande delle escort di Berlusconi.

Resta il fatto che SeL non sfondò elettoralmente, non superò la lista anticapitalista, e che anche per questo subì, in seguito, l’allontanamento dei Verdi (con scissione per rimanere in quella che diventerà Sinistra Ecologia e Libertà) e del PSI.

Ma poi vennero la famose primarie ed elezioni pugliesi. E Vendola le vinse. Cogliendo l’occasione al volo per dire: facciamo la stessa cosa in Italia.

L’ennesima suggestione imbrogliona.

 

Espressione troppo forte la mia?

 

Vediamo.

 

Si può paragonare l’elezione regionale pugliese alle elezioni politiche nazionali? Ovviamente si, ma distinguendo bene le differenze. Per esempio non si può ignorare che su punti decisivi e fondamentali, come politica economica, estera, difesa ecc, la regione non ha nessuna competenza. Con tutta evidenza una coalizione costruita intorno ad un programma regionale potrebbe non essere valida per le elezioni politiche giacché proprio sui punti salienti appena elencati i partiti regionalmente uniti potrebbero essere molto divisi. O no? Per Vendola certamente no! Per il semplice motivo che basta indicare uno schieramento di centrosinistra, “nuovo” perché diretto da lui, per far sparire come d’incanto la NATO, i trattati europei costituzionali e non, la Banca centrale europea ed italiana, le multinazionali e così via. Naturalmente la logica della politica “bipolare” funziona e i soliti mass media e talk show ragionano come Vendola (e viceversa). In politica ci devono essere due partiti o due schieramenti con due leader. Punto. Il resto conta solo se può determinare la vittoria e sconfitta di uno dei due leader. Punto. Ogni schieramento avrà contenuti compatibili con la estensione dello stesso stabiliti a tavolino dai maggiorenti contraenti l’alleanza. Punto.

È una logica stringente. Ma funziona solo se tutti i partecipanti al gioco hanno una reale condivisione su questioni fondamentali. Altrimenti lo schieramento è destinato ad essere poco credibile e soprattutto incapace di reggere la dura prova delle scelte da fare in caso di vittoria. O no?

Non tornerò sull’esperienza dell’ultimo governo Prodi. Ho già scritto fiumi di parole e credo sia chiaro ciò che penso. Tuttavia ecco un punto su cui quanto ho scritto più sopra evidenzia la sua importanza. Ecco perché sarebbe stato importante discutere approfonditamente, al congresso del PRC del 2008, sul governo Prodi invece che sulla non violenza o sulla obsolescenza o meno del movimento operaio del 900. Come d’incanto Vendola, dopo aver detto il contrario per venti anni (ma ci credeva a quel che diceva e scriveva?), sposa l’ideologia, anzi la quintessenza dell’ideologia, del maggioritario all’italiana.

E poi, ammesso e non concesso che dire “facciamo la stessa cosa in Italia”, sia onesto e credibile politicamente, vogliamo fare i conti almeno con i risultati elettorali reali?

Vediamoli.

Certo. Le elezioni regionali del 2010 le ha vinte il candidato alla Presidenza Vendola. Non c’è dubbio. Ma confrontiamo bene i dati con quelli delle elezioni precedenti, quando il Vendola comunista del PRC vinse primarie ed elezioni.

Nel 2005 il candidato Vendola prese 1.165.536 voti pari al 49,84 % e le liste della coalizione 1.064.410 voti pari al 49,74 %. Il candidato di destra Fitto 1.151.405 voti pari al 49,24 % e le liste della coalizione 1.059.869 voti pari al 49,52. Altre liste 16.048 voti pari allo 0,74 %.

Nel 2010 il candidato Vendola 1.036.638 voti pari al 48,69 % e le liste della coalizione 910.692 voti pari al 46,05 %. Il candidato della destra Palese 899.590 voti pari al 42,25 % e le liste della sua coalizione 874.462 pari al 44,25 %. La candidata Poli Bortone 185.370 voti pari al 8,71 % e le liste della coalizione (UDC, IO SUD – MPA) 186.443 pari al 9,43 %. Altre liste 5.834 voti pari allo 0,30 %.

 

Come si può ben vedere i risultati di Vendola e della sua coalizione nel 2005 e nel 2010 sono analoghi. Ma mentre nel 2005 vinse contro la destra unita, nel 2010 vince solo grazie alla divisione della destra.

Inoltre c’è un dato che fa sempre scalpore per qualche ora nei giorni delle elezioni e che poi viene regolarmente dimenticato. Nel 2005 i votanti furono il 70,5 % degli aventi diritto e le schede bianche e nulle il 5,7 %. Nel 2010 i votanti furono il 62,3 % e le bianche e nulle il 5,2 %.

Un calo cioè di più del 7 % dei votanti. Identico a quello medio di tutte le altre regioni in cui si votò nello stesso turno nel 2005 e nel 2010. Dal 71,5 al 63,6 %.

 

Insomma, dopo cinque anni di meraviglioso governo, se l’UDC e IO SUD – MPA fossero rimasti nella coalizione di centrodestra Vendola avrebbe probabilmente perso le elezioni. Dopo cinque anni di “rivoluzione democratica” improntata alla promozione della partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica calano i votanti in modo considerevole.

Intendiamoci, rimane la vittoria che nel sistema elettorale pugliese assegna un super premio di maggioranza. Al vincente per pochissimo o poco, e mai capace di superare il 50 % dei voti validi (30 35 % degli aventi diritto) vanno nel 2005 41 seggi (pari al 60,3 % dei 68 seggi regionali) e all’opposizione 27 seggi (pari al 29,7 % dei seggi regionali). Nel 2010 48 seggi (pari al 59 % dei 78 seggi regionali) e alle opposizioni 30 seggi (pari al 31 % dei 78 seggi regionali). Significativo il fatto che nel 2010, tanto per fare due esempi, la coalizione UDC, IO SUD-MPA con il 9,43 % dei voti prende 4 seggi, pari al 5,12 %. E la lista della Federazione della Sinistra con il 3,26 % dei voti non prende nessun seggio, pur essendo nella coalizione vincente, mentre la lista “civica” La Puglia per Vendola con il suo 5,53 prende 6 seggi.

Che bella legge! Che bel sistema democratico!

Come mai dal 2005 al 2010 il “governatore” (come ama farsi chiamare Vendola anche se in Italia la carica di governatore non esiste) non l’ha cambiata o almeno corretta?

 

Comunque, ripeto, la vittoria della coalizione guidata da Vendola, per quanto favorita dalla divisione della destra e caratterizzata dalla crescita dell’astensionismo come in tutto il resto del paese, rimane un fatto importante. Senza dubbio.

Ma questo fatto è in se tale da determinare il clamore che ha suscitato all’epoca?

Nella realtà e dal punto di vista politico elettorale no. Ma nella politica spettacolo del maggioritario si, eccome.

È bastato che Vendola dicesse che si sarebbe candidato a guidare il centrosinistra nazionale con le famose primarie e per molti mesi ha calcato tutte le scene dei talk show. Ha goduto delle attenzioni di tutti i giornali, politologi, dietrologi. Avrebbe il nuovo leader potuto vincere le primarie? Cosa sarebbe successo nel PD se le avesse vinte? La destra avrebbe preferito confrontarsi con Vendola o con Bersani nella prossima campagna elettorale? La vittoria eventuale di Vendola avrebbe determinato un ritorno dei centristi nella casa della destra, li avrebbe lasciati dov’erano, ed eventualmente il centrosinistra avrebbe potuto allearsi con i centristi, per battere Berlusconi, con un candidato premier così radicale? Veltroni e i suoi preferivano Vendola o il loro nemico interno Bersani? Se Vendola fosse diventato premier si sarebbe tolto l’orecchino?

Risiko e gossip all’infinito. Contenuti zero.

Ovviamente il candidato alle primarie in pectore ha sguazzato in questo mare di nulla offrendosi come interlocutore credibile presso i cattolici integralisti (parlando del Papa con grande comprensione perfino sul tema della pedofilia nella chiesa), agli imprenditori (“lo stato non deve farsi imprenditore” dichiarato sul Sole 24 Ore) e così via. Distinguendosi per insultare il proprio ex partito con frasi degne di Grillo come “sono un cimitero”.

 

Insomma, in un quadro politico caratterizzato dai prodromi della crisi del governo Berlusconi, con un PD diviso, moderato e ambiguo, la suggestione del “nuovo” centrosinistra a guida vendoliana sembrava, secondo i canoni del bipolarismo, non solo possibile ma anche probabile. A patto che i contenuti, che pure SEL rivendicava, fossero anch’essi suggestioni e non programmi concreti. Del resto c’era anche una teoria semiprofetica secondo la quale in Europa, e dunque anche in Italia, in risposta alle crescenti contraddizioni prodotte dalla fase neoliberista del capitalismo, la sinistra (tutta, compresa quella socialista e socialdemocratica) avrebbe dovuto e potuto rinascere da se stessa con il famoso big bang (sic). Più prosaicamente SEL avrebbe potuto innescare questo processo con il “nuovo centrosinistra” in Italia. Naturalmente spogliandosi per prima della propria storia, concepita come piombo nelle ali.

Intanto nei sondaggi SEL raddoppiava e triplicava i voti ottenuti alle elezioni del Parlamento Europeo del 2009. Nei sondaggi, però. Perché ad ogni tornata amministrativa prendeva la metà o un terzo dei voti previsti dai sondaggi nazionali e locali. Ma miracolosamente i soliti mass media sembravano non accorgersene. Come non si accorgevano che il PRC e la Federazione della Sinistra prendevano quasi sempre il doppio di quel che prevedevano i sondaggi. Poco, certo, ma come SEL o il triplo o quadruplo dell’API di Rutelli. Che però erano sempre in tv come protagonisti della politica italiana. Fino ad arrivare, più recentemente, al paradosso che quando SEL schierandosi col PD a Napoli o a Palermo perdendo le elezioni, Vendola veniva invitato nei talk show a commentare la vittoria di De Magistris o di Orlando, come se fosse un suo patrimonio. O alla coalizione greca Syriza descritta più volte su giornali e Tv come “la SEL greca”. Altri esempi di come il sistema maggioritario non solo escluda categoricamente i contenuti antagonistici al sistema ma sia capace perfino di distorcere la realtà dei fatti per farla entrare nello schema bipolare. Sinceramente non penso, tranne qualche eccezione come Repubblica, che il sistema del mass media e dei talk show fossero e siano solo in malafede. Semplicemente sono spesso ignoranti, superficiali e, per così dire, seguono l’onda. Se sorge un personaggio che sul tavolo del risiko e a suon di suggestioni potrebbe scompaginare il quadro politico, fa notizia. Per il 90 % dei giornalisti e conduttori di spettacoli mascherati da discussioni politiche le analisi della società, i progetti politici, le discussioni democratiche su documenti impegnativi, il radicamento sociale, gli interessi concreti che si difendono, sono tutte cose troppo faticose da leggere, studiare e capire. È molto più semplice parlare dei leader e delle loro “trovate” e “dichiarazioni”. Dei loro litigi, delle indiscrezioni e delle dietrologie.

Con la crisi del governo Berlusconi e con l’instaurazione della “dittatura” del mercato e degli organismi tecnocratici del capitale finanziario, cioè con il governo Monti, la vera natura di SEL e della sua politica sono venute allo scoperto. È superfluo ricordare cosa ha votato la maggioranza che sostiene in governo Monti. È superfluo ricordare i solenni impegni presi sia dal PD che dal PDL circa la continuità da assicurare alle politiche montiane nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni. È superfluo ricordare che, del resto, è stata strapazzata la Costituzione della Repubblica inserendo un principio ultraliberista, sovra ordinatore di qualsiasi politica economica e sociale. È superfluo ricordare che il mondo del lavoro è stato umiliato su pensioni, salari, diritti e precarietà come mai era successo nel passato. Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti.

Tranne che sotto quelli di Vendola. Che si è apprestato ad insistere affinché l’eventuale riforma elettorale salvaguardasse il maggioritario e il bipolarismo e a prospettare comunque la formazione del centrosinistra a la celebrazione delle primarie. Ed a liquidare chi pensa si debba aggregare anche elettoralmente quel che si oppone alla politica di Monti, definendolo “testimoniale”.

Al di la delle acrobazie verbose tipiche di Vendola l’approdo è chiarissimo. E comincia ad esserlo anche per molti che da Vendola si aspettavano, illudendosi, ben altro.

Il bipolarismo non ammette politiche alternative al sistema. Nel centrosinistra sono buone per portare voti ad una coalizione che se governerà dovrà farlo nel rispetto dei vincoli imposti dal mercato, dalle multinazionali, dalle politiche monetarie liberiste delle banche centrali e del capitale finanziario, dall’appartenenza alla NATO e alla compagine “occidentale” a guida statunitense e, dulcis in fundo, dal Vaticano. Sono buone cioè come suggestioni ma se tentano di diventare leggi, fatti, politiche concrete e provvedimenti diventano fattore di instabilità del governo e chi le propone diventa conseguentemente estremista, amico dei terroristi, comunista nostalgico, e soprattutto facente il gioco della destra. Vendola e SEL sanno benissimo che le cose stanno così. Ma pensano che sia meglio tentare di accomodarsi al governo, avendo promesso e giurato che rispetteranno le decisioni della maggioranza della stesso, piuttosto che navigare nel tempestoso mare dell’opposizione. È verissimo che il sistema bipolare tenta di ridurre alla pura testimonianza le posizioni e gli interessi antagonisti. È anche per questo che si vuole mantenere sempre ad ogni costo la logica maggioritaria, che si introducono sbarramenti e così via. Ma non si capisce perché un partito di sinistra, ancorché non comunista, non novecentesco, moderato e pallidamente riformista, debba accettare di ridurre i propri contenuti ad una variabile dipendente delle compatibilità del sistema, e cioè a farli diventare chiacchiere impossibilitate a modificare alcunché. E nemmeno perché un partito di sinistra, ancorché comunista ed antagonista, debba accettare di farli diventare pura testimonianza predicatoria e impotente. I corni di questa contraddizione vanno insieme e, lo ripeto per la milionesima volta, essendo questi l’essenza del sistema bipolare non si può ignorarne nessuno dei due o, peggio ancora, far finta che ne esista solo uno per sedersi sull’altro.

Ma sulla soluzione di questo problema torneremo più avanti.

Intanto possiamo dire che SEL ha scelto di essere, per così dire, la sinistra del sistema. Di un sistema che distrugge ogni diritto conquistato nel novecento (sarà per questo che l’obsolescenza del comunismo abbraccia anche tutti i diritti conquistati dai comunisti nel novecento?) e che costituzionalizza il liberismo. SEL ha scelto di puntare al “big bang” (sul quale perfino l’autore della teoria si è ampiamente ravveduto) e quindi di far parte della famiglia socialista in europa. SEL ha scelto di essere un partito leaderistico, favorevole al maggioritario ed ostile al proporzionale. SEL ha scelto di subordinare perfino i diritti civili alla logica del maggioritario, al contrario di qualsiasi altro partito socialista europeo. Sapendo bene che la maggioranza laica degli italiani (che si espresse più volte nella prima repubblica grazie al parlamento eletto proporzionalmente e diviso chiaramente fra partiti confessionali e partiti laici di destra e di sinistra) diventa minoranza in parlamento giacché entrambi gli schieramenti contengono ed eleggono deputati e senatori totalmente fedeli al vaticano.

Forse proprio su quest’ultimo punto, che rappresenta una vera originalità negativa italiana, si evidenzia l’osceno imbroglio del cosiddetto centrosinistra. Se sull’economia e sulla politica estera si può più facilmente far finta di lavorare ad una alternativa scontando la necessaria dose di “realismo” avendo a che fare con grandi poteri sovranazionali, sui diritti civili degli omosessuali, sul corpo delle donne, sulle minoranze religiose e così via non si può far finta, essendo tutti gli altri paesi importanti europei più avanti esattamente perché divisi fra schieramenti laici e confessionali.

Il recente walzer fra Vendola e Rosy Bindi sul matrimonio degli omosessuali è veramente osceno. Non perché sia osceno prospettare due cose inconciliabili fra loro. Bensì perché si svolge fra due posizioni, appunto, inconciliabili e che mai e poi mai produrranno nessuna sintesi. Vendola sa benissimo che le posizioni di Rosy Bindi e dei moltissimi democristiani del PD sono quelle del Vaticano. Se in passato hanno votato con la destra contro la riduzione da tre anni ad un anno del tempo del divorzio (che vergogna!) e contro la fecondazione assistita perché dovrebbero farlo sul matrimonio omosessuale o sull’eutanasia? Perché?

Per più di 15 anni Vendola è stato contro il maggioritario ed ha denunciato, come me e tutti noi, la vergogna di un parlamento non rappresentativo del popolo nemmeno sulla questione elementare della laicità dello stato. Come può oggi essere per il maggioritario e far finta di voler convincere Bindi e Fioroni e Letta a diventare favorevoli al matrimonio gay? Loro sono coerenti con la loro ideologia e con la loro storia, ed anche per questo meritano più rispetto di chi è “uscito dalla propria storia” e alterna continuamente le esibizioni spettacolari dei propri turbamenti religiosi alla rivendicazione di diritti inconciliabili con il Vaticano.

 

SEL è un partito transeunte, secondo ripetute dichiarazioni di Vendola. È nell’orbita del Partito Socialista Europeo. È nel centrosinistra (che ormai si fatica a definire nuovo).

Al suo interno l’opzione di puntare ad una alleanza di sinistra alternativa ai contenuti montiani e del PD ha ottenuto 8 voti in un organismo nazionale di 160 membri.

Le primarie, se ci saranno, non vedono più Vendola come possibile vincitore. Tutti i sondaggi danno Vendola terzo. Essendo anch’esse fondate sul principio maggioritario per cui il primo prende tutto, il meccanismo che in un primo momento sembrava favorire Vendola oggi gli si rivolge contro. Molti potenziali elettori di Vendola voteranno Bersani per impedire che Renzi possa sopravanzarlo. Nel maggioritario, per la sinistra, la logica del meno peggio non ha fine e confini.

Comunque ai militanti e agli iscritti di SEL non resta che osservare le mosse del leader, fare il tifo per lui alle primarie, e prepararsi a digerire le scelte che il PD imporrà, presentandole come stato di necessità, dopo le elezioni. Del resto, al di la delle schermaglie preelettorali è tutto preannunciato anche sul tema del rapporto con l’UDC. Sul quale Vendola ha detto prima una cosa e poi, data l’impopolarità riscontrata, il contrario. Ben sapendo che il PD imporrà, dopo le elezioni, quel che vorrà.

 

Il Movimento 5 Stelle sembra essere, e per alcuni versi è, la grande novità politica del momento.

Per anni Beppe Grillo si è dedicato, attraverso un blog e comizi – spettacolo, a costruire una rete e ad implementare liste locali. I contenuti sui quali ha puntato sono molto importanti. Ma sono sempre stati coniugati in modo ultrasemplicistico e predicatorio. Ecologia, energia, ruolo delle multinazionali, giustizia, informazione e “politica vecchia e corrotta”.

Un mix di slogan ammiccanti ai movimenti d’opinione, di affermazioni infondate e contraddittorie (come le proposte liberiste in economia e la lotta alla corruzione), di dichiarazioni reazionarie e razziste (come sull’immigrazione e contro la cittadinanza fondata sullo ius soli), di contorte predicazioni sull’inesistenza dell’AIDS, sull’inutilità dei vaccini, sulle cure alternative e miracolistiche del cancro, e così via.

Grillo è un comico. Dal punto di vista televisivo si guadagna la popolarità grazie a Pippo Baudo e partecipando a trasmissioni profondamente serie come “Fantastico”, “Domenica IN” e il Festival di San Remo. Vince numerosi premi di elevato livello culturale come ben 6 “Telegatti”. Diventa l’immagine pubblicitaria di una ben nota multinazionale alimentare. Poi, ritenuto incompatibile con la televisione e avendo subito una dura censura, si dedica a fare spettacoli (per paganti) in teatri, palazzetti dello sport e feste di partito. In questi spettacoli le denunce di problemi seri sono coniugate con il turpiloquio, con le iperboli più spinte, con le esagerazioni più grossolane. Possono piacere o meno. Ma si tratta di satira. Anche se Grillo assomiglia sempre più ad un predicatore che a un comico. Ed è questo un primo punto sul quale riflettere. Una cosa è fare una satira dissacrante e un’altra è spacciare per verità assoluta quel che si dice. Tanto su temi politici come su temi scientifici. Una cosa è sbeffeggiare i poteri ed un’altra è proporsi di sostituirli indicando fantasmagoriche soluzioni a problemi complessi e serissimi.

Poi c’è il sodalizio con la società “Casaleggio e Associati”. Che porta alla fondazione del famoso Blog. L’opinione pubblica pensa tutt’oggi che il Blog sia nato spontaneamente e che il suo successo sia dipeso solo dalla popolarità di Grillo e delle sue prediche. Invece il blog pare essere un prodotto pensato e studiato esattamente per veicolare messaggi politici e sociali con le più sofisticate tecniche del marketing commerciale. È una elite che crea i messaggi, un opinion leader che li diffonde. Il pubblico è passivo nel senso più letterale del termine. Ovviamente con l’illusione di essere attivo e partecipe tifando per l’opinion leader e amplificando i suoi messaggi. L’unica partecipazione, del tutto illusoria, è quella di commentare ed interpretare direttamente sul web il “verbo” dell’opinion leader. O per meglio dire del profeta.

Il fin troppo facile bersaglio del sistema politico italiano diventa l’occasione per fondare un movimento politico vero e proprio. Ma anche questo è il prodotto pensato e studiato a tavolino da una elite. Una elite che controlla tutto e decide tutto. Appalta a liste locali, comunque scelte ed autorizzate ad esistere solo dall’elite, il simbolo per partecipare alle elezioni. Lo statuto (chiamato con un nonsense “non statuto”) è chiarissimo. Non lascia adito a nessun dubbio.

Vale la pena di riportarlo.

 

“ARTICOLO 1 – NATURA E SEDE

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed

un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel

blog http://www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web http://www.beppegrillo.it.

I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica

all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

 

ARTICOLO 2 – DURATA

Il MoVimento 5 Stelle, in quanto “non associazione”, non ha una durata prestabilita.

 

ARTICOLO 3 – CONTRASSEGNO

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di

Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 

ARTICOLO 4 – OGGETTO E FINALITÀ

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione.

 

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso

vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio

di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza

la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli

utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

 

ARTICOLO 5 – ADESIONE AL MOVIMENTO

L’adesione al MoVimento non prevede formalità maggiori rispetto alla registrazione ad

un normale sito Internet. Il MoVimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni che non

facciano parte, all’atto della richiesta di adesione, di partiti politici o di associazioni aventi oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti.

La richiesta di adesione al MoVimento verrà inoltrata tramite Internet; attraverso di essa,

l’aspirante Socio provvederà a certificare di essere in possesso dei requisiti previsti

al paragrafo precedente.

Nella misura in cui ciò sia concesso, sulla scorta delle vigenti disposizioni di legge, sempre

attraverso la Rete verrà portato a compimento l’iter di identificazione del richiedente,

l’eventuale accettazione della sua richiesta e l’effettuazione delle relative comunicazioni.

La partecipazione al MoVimento è individuale e personale e dura fino alla cancellazione

dell’utente che potrà intervenire per volontà dello stesso o per mancanza o perdita dei

requisiti di ammissione.

 

ARTICOLO 6 – FINANZIAMENTO DELLE ATTIVITÀ

SVOLTE SOTTO IL NOME DEL “MOVIMENTO 5 STELLE”

Non è previsto il versamento di alcuna quota di adesione al MoVimento. Nell’ambito del

blog http://www.beppegrillo.it potranno essere aperte sottoscrizioni su base volontaria per la

raccolta di fondi destinati a finanziare singole iniziative o manifestazioni.

 

ARTICOLO 7 – PROCEDURE DI DESIGNAZIONE

DEI CANDIDATI ALLE ELEZIONI

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o

comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il

veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria

partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Tali candidati saranno scelti fra i cittadini italiani, la cui età minima corrisponda a quella

stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque

sia la natura del reato ad essi contestato.

L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito

internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti

e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature.

Le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali

nazionali o locali potranno essere meglio determinate in funzione della tipologia di

consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo.”

 

Non sono un giurista ma penso non sia mai esistito un documento altrettanto autoritario ed antidemocratico. Se si legge bene questo “non statuto” per gli aderenti al “non movimento” non c’è nessun diritto di alcun tipo. Tutto è di esclusiva proprietà di Grillo e solo a lui spettano tutte le decisioni e selezioni di candidati.

Qualsiasi forma di democrazia prevede che ci sia una qualche forma di partecipazione effettiva a decisioni.

Ma qui, da una parte si afferma che “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”. E dall’altra, immediatamente sopra, che “Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione”.

 

Si può leggere e rileggere finché si vuole. Sembra la democrazia diretta e invece tutto dipende esclusivamente e direttamente da Beppe Grillo in persona, dal blog Beppe Grillo (di cui il Movimento 5 Stelle è un ambito) e dalla “rete internet”. Ma il mezzo, cioè la rete, per quanto venga indicato come universo reale rimane un mezzo. Ed è evidente anche al più ingenuo lettore di questo “non statuto” che la consultazione, deliberazione, decisione ed elezione, sono tutte cose strettamente controllate dal Blog di Beppe Grillo, dal Movimento 5 Stelle di cui Beppe Grillo è l’unico proprietario, e cioè da Beppe Grillo in persona. Per statuto non può esistere un qualsiasi organismo direttivo, nemmeno nominato dall’alto. Solo il leader in persona prende le decisioni ed ovviamente può farlo avvalendosi della consulenza e della collaborazione di chi meglio ritiene, se lo ritiene e quando lo ritiene.

C’era bisogno delle rivelazioni del sig. Favia per “scoprire” la natura non democratica di una simile organizzazione. È tutto scritto nero su bianco dalla fondazione del Movimento 5 Stelle!

 

L’elettorato del Movimento 5 Stelle si divide in due parti. Senza timore di dire cose troppo sommarie c’è una parte dell’elettorato che effettivamente si identifica con uno o più contenuti agitati da Grillo e che crede fermamente nel verbo del “profeta”. In questo senso Grillo è molto simile all’Uomo della Provvidenza di fascista memoria. Fastidio per la democrazia e fede nel Capo. Odio per le mediazioni, la rappresentanza, per il confronto di tesi diverse. Amore per le iperboli, per le aggressioni verbali, per le promesse mirabolanti, per le soluzioni miracolistiche. Ideologia scientista e tecnicista a buon mercato. Per quanto condita, come del resto fece il fascismo nella sua fase ascendente, con slogan e contenuti di sinistra, anticapitalisti e rivoluzionari, resta la natura assolutamente autoritaria e reazionaria di un movimento d’opinione che si è aggregato intorno alla persona di Beppe Grillo.

Poi c’è più banalmente una grande parte di elettorato che semplicemente vota Grillo per esprimere il proprio spregio per il sistema dei partito odierno, ed anche per il governo Monti.

Nella politica spettacolo, nella quale Monti viene descritto come il salvatore della Patria, e i partiti come intenti a farsi le scarpe fra loro con mille trucchi, al fine di conservare privilegi e poteri, esercitati per giunta in modo mediocre, nella quale i contenuti della sinistra di classe e le proposte relative di politica economica vengono descritte, se va bene, come testimoniali e irrealizzabili, e se va male come espedienti di un ceto politico per garantirsi un posticino nelle istituzioni, non è difficile capire che una quota consistente di elettori votino ciò che nella rappresentazione teatrale sembra dare più fastidio al sistema.

Ovviamente nella politica spettacolo succede che l’epiteto “fascista” appioppato a Grillo in risposta a ripetute aggressioni verbali, non dissimili per nulla da quelle usate correntemente nell’eterno scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani e perfino a sinistra, rischi di fare ancor più confusione e di confondere maggiormente le acque. Anche facendo passare Grillo per vittima.

Il Movimento 5 Stelle è un sintomo delle profondissima crisi sia del sistema economico che di quello della politica separata. Non si deve sottovalutare la natura del movimento e l’evidente ideologia reazionaria che lo vena profondamente. Ma come era idiota avvolgersi nel tricolore per contrastare il secessionismo della Lega lo è ancor di più difendere un sistema imbroglione e servo dei poteri forti come se fosse democratico per contrastare chi si propone di distruggerlo.

 

Quel che sapranno fare comunisti e sinistra, oltre al necessario conflitto sociale, sarà decisivo.

 

Ed è a questo che sarà dedicata l’ultima parte di questo lunghissimo articolo.

 

Continua…

 

 

ramon mantovani

Elezioni europee: una proposta per unire, per raccogliere consensi, ma senza imbrogliare.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , on 13 febbraio, 2009 by ramon mantovani

La direzione del Partito della Rifondazione Comunista ha licenziato un documento importante, frutto di una lunga ed elaborata discussione, sulle prossime elezioni europee.

Prima di ogni altra cosa mi preme sottolineare che si tratta di una proposta articolata, chiara, che è stata discussa dentro la direzione del partito senza essere anticipata sui mass media. Questo metodo, che ovviamente vale per proposte importanti come questa e non per le semplici ed ordinarie prese di posizione in linea con scelte già compiute, ha il vantaggio di permettere ad ogni compagna e compagno di partecipare alla formazione delle decisioni senza essere costretto/a, nei fatti, ad appoggiare o respingere quanto annunciato dal segretario in televisione. Bisogna sapere che ha anche lo svantaggio di essere poco visibile sui mass media che amano solo le “anticipazioni” e le semplificazioni. Ma è un prezzo che bisogna pagare per rispettare la democrazia e soprattutto per avere decisioni realmente condivise.

Il documento politico (visibile sia su Liberazione del 12 febbraio sia sul sito del PRC) è esplicito, non aggira problemi, ed è fortissimamente unitario.

Ovviamente c’è da attendersi che i mass media, nelle prossime settimane, tentino di ridurre di nuovo la discussione a beghe e manovre fra leader e sigle varie. Come c’è da attendersi che ne vengano fornite più o meno malevole diverse interpretazioni. Non bisogna spaventarsi e lasciarsi sviare nella discussione.

Mi interessa, in questa sede, dire la mia opinione su alcuni punti salienti del documento e della discussione sulla scadenza elettorale europea del prossimo giugno.

1) la proposta di una lista unitaria è congegnale al superamento dello sbarramento? E’ l’adunata, la sommatoria, il cartello di sigle sulla base del terrore di non riuscire a superare lo sbarramento? La mia risposta è no! Non solo perché c’è l’ambizione a superare agevolmente lo sbarramento. Soprattutto perché è una proposta che tenta di unire sulla base di una politica e di precise discriminanti. Sia nell’analisi della situazione e dei prevedibili sviluppi della crisi capitalistica sia nei confini indicati è offerta alla discussione delle forze politiche, delle realtà di movimento e dei singoli militanti la ricerca di una reale convergenza politica e programmatica. Senza un confronto serio su questo ordine di problemi ci sarebbe solo la discussione sul contenitore e si farebbe una campagna elettorale confusa e contraddittoria. Per avere la capacità di raccogliere tanti voti bisogna che la lista abbia un’anima, che trasmetta la sensazione che chi vi partecipa lo fa per una battaglia condivisa veramente, che ci sia il massimo di chiarezza. Quindi, anche se in tempi rapidi, è necessario che alcuni punti, fino ad ora controversi, siano sviscerati ed affrontati con spirito unitario ma senza nasconderli o, peggio ancora, trattarli superficialmente. Perché elettori e militanti non sopporterebbero l’ennesimo imbroglio. Non tollererebbero che all’indomani delle elezioni la esibita unità si rivelasse falsa alla prima votazione problematica nel parlamento europeo. Ed anche perché superare realmente importanti divergenze può essere alla base di un processo unitario di più lungo respiro mentre far finta che le divergenze non esistono sarebbe certamente un ostacolo insormontabile, il giorno dopo il voto, per una unità strategica.

Vorrei far notare che tutto ciò è esattamente il contrario della ventilata lista di sinistra di cui discutono Sinistra Democratica, Movimento per la Sinistra e Verdi. Che in alcune versioni sarebbe anche composta da Radicali e Partito socialista. E che, comunque, avrebbe come confine una scelta ideologica precisa: quella anticomunista. Oltre a dividersi, nel caso di elezione di parlamentari, in tre, o forse quattro, diversi gruppi parlamentari.

L’aver parlato chiaro e proposto il proprio punto di vista non è intento egemonico. E’ bene che altri punti di vista e proposte siano avanzate nella chiarezza, senza diplomatismi ed infingimenti. Se ne discuta fraternamente sulla base della pari dignità. Ci sono tutte le condizioni per costruire, come ho già detto, una reale convergenza. Non bisogna avere paura di questa sfida.

2) Rifondazione Comunista ha un progetto politico. Oserei dire che il binomio rifondazione comunista è un progetto politico. Un progetto che si alimenta di un’analisi del capitalismo contemporaneo, della scelta di una precisa collocazione nel movimento mondiale contro la globalizzazione e del profilo politico di un partito che si è autocriticato pesantemente per l’esperienza dell’ultimo governo Prodi e che ha scelto di rimettere il baricentro della stessa attività di partito nella ricostruzione dei legami sociali, della solidarietà degli oppressi, per uscire dalla crisi dal basso e a sinistra.

Questo progetto non può e non deve in nessun modo essere pregiudicato da scelte elettorali confuse o, peggio ancora, volte a realizzare altri progetti.

Il campo delle forze a cui noi rivolgiamo questa proposta è chiaramente indicato. Si tratta di forze politiche come il Pdci, Sinistra Critica, il PCL e di realtà organizzate in associazioni interne ai percorsi del movimento no global e di persone legate alle lotte e ai movimenti locali e globali di tutti questi anni. L’invito è a discutere insieme. Non c’è l’idea che i partiti trovano la loro quadra e poi inseriscono qualche personaggio non iscritto affinché svolga la classica ed inutile funzione di fiore all’occhiello.

Non si deve ignorare che ci sono altri progetti politici nel campo delle forze sopraindicato. Bisogna solo verificare quanto siano diversi e se la loro convivenza e reciproco rispetto in una lista comune sia effettivamente possibile.

In altre parole, per fare un esempio chiaro, esiste anche il progetto dell’unità comunista avanzato dal PdCI o quello della costituente di un nuovo partito anticapitalista avanzato da Sinistra Critica.

Io penso che siano progetti rispettabili e che abbiano una logica.

Credo che possano tranquillamente convivere nella lista che proponiamo e credo che la costruzione di un programma comune alle elezioni europee favorisca un confronto fecondo tra i diversi progetti.

Penso, invece, che dire che la lista si fa per costruire un unico partito comunista o che si fa escludendo la partecipazione a tutti i governi locali sia il modo migliore per arrivare a nuove e definitive divisioni. Detto per inciso sarebbe anche un regalo per la costituente lista della sinistra light.

Per essere chiaro fino in fondo io non solo non escludo ma auspico che non ci sia più una pletora di partiti che si richiamano al comunismo. Così come mi pare che, per essere esplicito anche sul versante di Rifondazione, ci siano giunte dalle quali bisognerebbe essere già usciti, come quelle della Campania e della Calabria, ed altre nelle quali non bisognerebbe entrare, come quella di Bologna prossima ventura.

Ma non è sul terreno delle elezioni europee che si può avanzare su queste questioni.

Le divergenze ci sono e sono dovute a progetti strategici e perfino a concezioni di partito antitetiche fra loro. Dire, come ripete sempre Diliberto, che il governo Prodi è caduto a causa della nascita del PD, che la sconfitta elettorale è colpa dell’autosufficienza di Veltroni e che se si sostituisse quest’ultimo con un altro leader si potrebbe rifare subito il centrosinistra è coerente con il progetto del PdCI ma è lontanissimo dal nostro e da quello di Sinistra Critica.

Proclamare ai quattro venti l’unità comunista e scoprire la divisione sul rapporto col PD dopo pochi mesi sarebbe catastrofico.

Non si può chiedere al PdCI, a Sinistra Critica o ad altri di rinunciare al proprio progetto ma non si può e non si deve chiedere a Rifondazione Comunista di rinunciare al suo.

Il PdCI pensa che ci voglia un unico partito comunista? Bene. Sinistra Critica pensa che si debba uscire da tutte le giunte e che vada costruito un nuovo partito anticapitalista con certe caratteristiche? Bene. Ma intanto si faccia la lista unitaria giacché ci sono tutte le condizioni programmatiche per farlo, si stia insieme nelle lotte, si conducano campagne insieme, ci si coordini. Ma, nel contempo, si discuta delle divergenze politiche e di quelle culturali. Con calma, con pazienza, seriamente ed approfonditamente.

Perché precipitare tutto alle elezioni? Perché la lista unitaria dovrebbe essere preclusiva dei progetti del PRC, del PdCI e di Sinistra Critica se tutti gli eletti andranno nello stesso gruppo parlamentare e se saranno vincolati su un programma ampiamente condiviso? E soprattutto perché alienarsi l’adesione ad una lista di tante associazioni, centri sociali, sindacalisti e così via collegando alla lista un progetto politico escludente?

3) Il simbolo. E’ l’ultima delle cose. Noi chiediamo che si parta, e non che si arrivi, nella discussione dal simbolo di Rifondazione Comunista. Sia perché è stato comune a molti sia perché è sempre stato il più votato e conosciuto. Perfino da un punto di vista strettamente elettorale sarebbe un grave errore inventare un simbolo nuovo che, anche contenendo la falce e martello, risulterebbe estraneo nella percezione di milioni di elettori. Quando si dice “a partire” si dice che si può integrare, modificare e rendere riconoscibile per tutti. Non basta? Discutiamone, ma non se ne faccia una questione di vita o di morte. Non lo capirebbe nessuno.

ramon mantovani

Gli esiti del congresso nazionale devono corrispondere alla effettiva volontà delle iscritte e degli iscritti.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 13 luglio, 2008 by ramon mantovani

I congressi di circolo volgono al termine. La mozione 2 non ha raggiunto la maggioranza assoluta dei voti. Nonostante i suoi conteggi (sempre indietro, guarda caso, di un centinaio di circoli), nonostante il tifo di D’Alema, Veltroni e perfino di Cofferati, dei giornali e delle trasmissioni tv filo PD, nonostante l’occultamento della proposta di superamento di rifondazione, la candidatura alla segreteria del nuovo leader amato dal popolo e, soprattutto, nonostante il tentativo di trasformare il congresso in elezioni primarie con migliaia di nuovi iscritti comparsi dal nulla.

Checché ne dica Gennaro Migliore oggi su Liberazione la proposta della costituente è stata bocciata e non può essere in nessun modo la linea del Partito della Rifondazione Comunista.

Del resto, non sembra aver riscosso molto consenso nemmeno fuori del nostro partito. A meno di considerare le decisioni congressuali di Sinistra Democratica come in sintonia con la costituente proposta dalla mozione 2. Perché delle due l’una: o va bene la proposta di Fava che dice, senza tanti giri di parole e senza tanta demagogica poesia, che la costituente serve a costruire un nuovo partito della sinistra di governo collocato nell’area socialista europea, oppure, altrimenti, si deve dire quale altra costituente si vuole.

Né Vendola, né Migliore né nessun altro esponente della mozione 2 hanno chiarito a Claudio Fava che Rifondazione non può essere disponibile a costituire, ma sarebbe meglio dire ricostituire, il PDS in piccolo nel 2008.

Intanto, però, sono incominciate le grandi manovre sotto il tavolo e alle spalle delle compagne e compagni che hanno votato nei congressi.

Così l’offensiva aperta da Vendola con il suo articolo su Liberazione si accompagna con le “voci” fatte girare ad arte su una presunta spaccatura della mozione 1 nella quale ci sarebbero Ferrero e il sottoscritto intransigenti e l’area di Essere Comunisti in procinto di raggiungere un accordo separato con Vendola.

Anche questo modo di far politica la dice lunga su quale concezione del partito e della sinistra alberghi nel gruppo dirigente della mozione 2. Una verità, condita da belle parole, per i militanti e un’altra per i dirigenti.

Che la mozione 2 cerchi di allargare la base dei delegati al congresso nazionale per eleggere un proprio segretario e per portare avanti comunque la costituente lo trovo scontato. Sta nelle cose. Che pensi che noi si collabori a un simile progetto lo trovo francamente risibile.

Io, per quel che mi riguarda, non sarò disponibile a nessuna altra soluzione che non preveda in modo inequivocabile il rilancio della Rifondazione Comunista come partito e come progetto strategico.

ramon mantovani

Rifondazione Comunista fra vita morte e miracoli.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , on 1 luglio, 2008 by ramon mantovani

So bene che le dispute sui voti congressuali non possono appassionare nessuno. I militanti meno ancora dei giornalisti pettegoli che hanno come funzione quella di ridurre tutto a scontro personale fra leader. Gli iscritti (quelli veri) meno ancora della cosiddetta sinistra diffusa, perché hanno sempre pensato di iscriversi a un partito diverso dagli altri.

Ma la realtà, la dura realtà, è che oggi, per la prima volta nella storia di Rifondazione Comunista, bisogna discutere anche di questa miseria.

Oramai c’è purtroppo un’ampia letteratura su congressi dove al momento del voto compaiono decine e a volte centinaia di persone sconosciute, in gran parte nuovi iscritti, dove il voto non avviene sulla base dell’appello, dove persone evidentemente inconsapevoli vengono accompagnate da qualcuno che suggerisce loro come votare, dove nonostante centinaia di iscritti non c’è alcun dibattito, e così via. Basta leggere quanto è stato pubblicato nei vari blog e su Liberazione.

Come siamo arrivati a questo punto?

Io voglio cercare di ragionare. Le denunce di irregolarità e i conti dei voti non sono competenza di questo blog. Sarà la commissione congressuale competente a stabilire cosa è dentro e cose è fuori dalle regole. E io accetterò in silenzio ogni decisione.

Eppure bisogna, secondo me, ragionare su quella che a me sembra una degenerazione del partito.

Io penso vi siano due diverse cause che oggi, sommandosi, rischiano di uccidere definitivamente il partito, o più semplicemente di trasformarlo in un partito come gli altri, che per me è la stessa cosa.

La prima: Rifondazione è dalla nascita un partito molto democratico, con uno statuto ultragarantista, e con una piena sovranità delle sue organizzazioni locali su tutte le scelte elettorali e politiche. Per intenderci, e lo dico per le tante e i tanti che non lo sanno, la decisione di fare alleanze e di entrare in giunte comunali provinciali o regionali, è di esclusiva pertinenza rispettivamente dei circoli, dei comitati federali e dei comitati regionali. Fin qui tutto normale. Ma da tempo si è visto in alcune realtà che il potere di prendere decisioni circa le elezioni può essere “scalato”. Come? E da chi? Facciamo un esempio di scuola. In un comune di 20000 abitanti c’è un circolo di 50 iscritti. Normalmente partecipano alla vita attiva del circolo una quindicina di compagne/i. Capita che al momento di prendere decisioni importanti, come le elezioni, l’assemblea del circolo veda una partecipazione di 30 o 40 persone. A un certo punto una persona del circolo, l’anno prima delle elezioni, comincia a tesserare parenti ed amici, magari un’intera cooperativa o un intero circolo arci, o una parte di tesserati dello spi cgil. In un anno miracolosamente il circolo diventa di 150 iscritti, anche se quelli che tirano la carretta restano sempre gli stessi quindici. Anzi, capita che una parte dei 15 smetta l’attività per protesta o delusione. I cento nuovi iscritti compariranno all’assemblea e decideranno loro, votando come un sol uomo, chi farà il segretario del circolo, chi condurrà le trattative per gli assessorati e così via. Tutto nel pieno rispetto dello statuto del partito. Tutto per una piccola questione di potere locale. Ma in quel circolo il partito non è più lo stesso. Non sarà il consigliere o l’assessore lo strumento del partito nelle istituzioni bensì il contrario. Alla fine è il circolo ad essere lo strumento di una persona.

Analogamente a livello provinciale un assessore può costituire circoli in paesi dove non c’è rifondazione e scalare circoli esistenti di pochi iscritti e conquistare così il potere nel comitato federale. Oltre a decidere assessorati provinciali il comitato federale elegge i membri del comitato regionale. Basta che, in una regione, due o tre personaggi che controllano le organizzazioni di partito si mettano d’accordo fra loro ed ecco che avremo assessorati e consiglieri regionali. Se invece capita che non si mettano d’accordo allora capita che si assista ad una guerra delle tessere per preparare lo scontro decisivo. Ovviamente se una federazione di quella regione è esente dallo scontro di potere risulterà ininfluente perché dotata di pochi iscritti e di poco peso negli organismi decisionali. Quando viene il congresso nazionale i vari personaggi si schierano indipendentemente dal contenuto delle mozioni e scelgono la mozione che a livello locale loro possono controllare per perpetuare il loro potere. Capita così che da un congresso all’altro si passi da una mozione all’altra con la massima disinvoltura.

Dopo qualche anno di questa cura il partito in quella regione non c’entra nulla con l’originale.

E’ solo un caso di scuola? No, perchè è il caso della Calabria, dove il partito è ridotto esattamente così da parecchio tempo. Sono state commissariate federazioni ed anche il regionale. C’è un numero esorbitante di iscritti e di circoli che fanno una scarsissima attività politica se togliamo le campagne elettorali per le preferenze, le guerre fra diversi personaggi hanno avuto gli onori della cronaca sui quotidiani locali, e ci sono stati perfino casi di inquisiti e condannati per gravi reati seguiti dall’autosospensione dal partito delle persone interessate, vi sono state denunce, all’autorità giudiziaria, per minacce di vario tipo e perfino l’intervento delle forze dell’ordine per sedare risse durante riunioni del partito.

Oggi, e lo dico senza tema di smentita, in Calabria i vari personaggi di cui sopra hanno scelto la mozione vendola. Per convinzione? Direi di no visto che allo scorso congresso hanno scelto la mozione dell’allora Ernesto che non per caso vinse il congresso calabrese. E come mai? Presto detto: dopo essere usciti dalla maggioranza tre mesi fa visto che in regione ci sono decine di inquisiti la settimana scorsa il comitato regionale ha deliberato che in consiglio si votasse il bilancio ed è alle porte la trattativa per rientrare in giunta. Ed importanti esponenti nazionali della mozione vendola hanno benedetto l’operazione. A me è capitato di presentare la mozione 1 in un circolo dove l’importante esponente nazionale della 2 rispondendo alle mie critiche sul ritorno in giunta ha bollato come verticistica la mia posizione dicendo: “sono i compagni calabresi che devono decidere democraticamente sulla questione ed è sbagliato che dall’alto gli si dica cosa devono fare”.

Appunto.

Ora ai congressi in calabria avremo una grande partecipazione democratica di centinaia di nuovi iscritti che si aggiungono agli oltre novemila del 2007. Vincerà la mozione vendola, senza dubbio. Ovviamente per la bontà della proposta politica e in coerenza con l’assunto che il fine non giustifica i mezzi.

Per quanto riguarda noi della mozione 1 sono ben lieto di poter dire che già all’indomani del famoso CPN abbiamo fatto sapere che non eravamo in cerca di certi voti dicendolo esplicitamente anche nelle assemblee di presentazione della mozione a Reggio Calabria e a Cosenza, quando ancora certi personaggi erano ufficialmente astensionisti sulle mozioni, per il semplice motivo che erano alla ricerca del miglior offerente.

Per fortuna, però, il caso della calabria è isolato. Non c’è nulla di paragonabile in nessuna altra regione. E sono all’esame della commissione congressuale ricorsi sulla regolarità di congressi dove ne sono successe di tutti i colori.

Ma veniamo al resto.

La seconda: Il nostro partito, con tutti i difetti e limiti, è però sempre stato un partito di militanti ed iscritti. E’ normale, come era nel PCI, che in un circolo un gruppo di pochi attivisti gestisca l’attività e che la gran parte degli iscritti partecipi alla festa, anche lavorando duramente, ma che non partecipi, invece, assiduamente a tutte le iniziative e discussioni. Quando c’è il congresso il direttivo manda a casa la lettera e magari gli esponenti delle mozioni del circolo telefonano e parlano con gli iscritti per convincerli della loro posizione. Normalmente vanno a votare tra il 30 e il 60 % degli iscritti. Normalmente l’anno che precede il congresso c’è un piccolo incremento delle tessere, in gran parte dovuto al numero di delegati che spetteranno al circolo per il congresso di federazione. Ma si tratta, normalmente, di un semplice maggiore impegno a fare il tesseramento con più cura. Normalmente un congresso e il suo dibattito convince alcuni compagne o compagni a rifare la tessera o a iscriversi al partito per partecipare.

Normalmente.

E’ normale che un circolo con 100 tesserati nel 2007 ne abbia altrettanti di nuovi nel 2008?

E’ normale che la percentuale dei votanti in gran parte dei circoli sia quella tradizionale e che in altri sia dell’80, del 90 e anche del 100%?

Il nostro regolamento congressuale prevede che ci si possa iscrivere per la prima volta, ottenendo il diritto di voto, dieci giorni prima del congresso di circolo, pagando una quota minima (minima e non fissa) di 10 euro.

Cosa sta succedendo se ci sono circoli che raddoppiano o addirittura triplicano gli iscritti? Se tutti i nuovi iscritti, a volte decine e centinaia, pagano tutti 10 euro e non un centesimo di più? Se ci sono perfino dirigenti di Sinistra Democratica eletti in cariche in quel partito nel loro congresso che una settimana dopo vanno a votare nel congresso del circolo di Rifondazione? Se una parte del paese, nella quale la maggioranza dei gruppi dirigenti ha scelto la mozione 2, celebra i congressi nelle ultime due settimane utili, ottenendo così più tempo di tutti gli altri per fare nuovi tesserati?

Secondo me sta succedendo una cosa chiara. Si sta trasformando il congresso del partito in una spuria elezione primaria.

Capisco l’ansia di vittoria della mozione 2 e capisco che si sia candidato Vendola per sfruttare la sua popolarità ed ottenere voti che sulla proposta della costituente non si sarebbero ottenuti. Ma sono sinceramente sorpreso dalla disinvoltura con la quale si portano al voto centinaia di persone che sono state iscritte solo per il voto. Questo fenomeno non ha nulla a che vedere con la partecipazione. O meglio, ha a che vedere con una idea di partecipazione molto, troppo, simile a quella del partito democratico.

I compagni della mozione 5 oggi hanno pubblicato su Liberazione una lettera aperta nella quale propongono di cambiare il regolamento per fermare uno stravolgimento della dialettica democratica nel nostro partito. Sostanzialmente ammettendo al conteggio dei voti solo i nuovi iscritti prima di una data precisa e certa, sia eliminando la disparità di possibilità dei circoli di reclutare nuovi iscritti a seconda della data del congresso, sia soprattutto eliminando l’applicazione distorta del regolamento. Io credo che abbiano ragione. Che di fronte ad un tesseramento palesemente gonfiato la loro proposta sia giusta e saggia. Ma credo che l’ultima parola circa questa proposta spetti alla mozione 2, visto che, pur potendola imporre con un voto di maggioranza, non credo si possa procedere nel cambiamento del regolamento se non all’unanimità. E temo che la mozione 2 non accetterà mai di ricondurre il congresso nella normalità. Tutto il loro comportamento è ispirato dalla precisa volontà di usare qualsiasi mezzo, per quanto nocivo per il partito, per vincere il congresso.

Nonostante questi due fattori che per me sono assolutamente inquinanti io non credo affatto che la mozione 2 possa vincere il congresso.

Certo per chi propone un processo costituente alla fine del quale, come sostiene esplicitamente Sinistra Democratica che non ha imbarazzo a dirlo, ci sarà un nuovo partito di sinistra affiliato alla famiglia socialista europea, lo stato reale del PRC non ha molta importanza.

Ci sono, però, tutte le condizioni per sanare le situazioni degenerate del partito in alcune circoscritte realtà. Come esiste la possibilità di rimettere al centro dell’attività politica la società invece che le istituzioni.

E per questo mi batterò fino all’ultimo congresso di circolo per impedire la morte di Rifondazione Comunista.

ramon mantovani