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O siamo tutti terroristi come i kurdi o siamo tutti stronzi!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo, 2010 by ramon mantovani

La repressione che, in Europa e specialmente in Italia, si è abbattuta e si sta abbattendo sui kurdi è di una gravità inaudita. Tanto più grande in quanto accompagnata dal vergognoso silenzio e/o dalla disinformazione dei mass media, compresi quelli di sinistra e compresa Liberazione.

Ciò che sta accadendo meriterebbe le prime pagine di giornali e telegiornali.

Il decreto salva liste del governo Berlusconi è una puttanata, dal punto di vista della democrazia, in confronto agli arresti, alle espulsioni e alle persecuzioni dei kurdi sul territorio italiano e dell’Unione Europea.

E non esagero affatto.

Ma veniamo ai fatti e vediamo cosa sta succedendo.

Sono stati spiccati numerosi mandati di cattura e disposte perquisizioni contro kurdi, in Italia e Francia, con l’accusa di appartenenza al PKK e di aver organizzato il proselitismo fra la popolazione kurda esiliata in Italia ed Europa.

Al di la dell’inconsistenza o meno delle accuse che verranno discusse in sede giudiziaria rimane il fatto politico.

Come è possibile che avvenga una cosa simile nove anni dopo l’immissione (tornerò su questo) del PKK sulla lista delle organizzazioni terroristiche da parte dell’Unione Europea?

Come è possibile che questo accada proprio all’indomani dell’ennesima (la quinta o la sesta… ho perso il conto) messa fuorilegge del DTP (Partito per una Società Democratica) e della incriminazione dei suoi 21 deputate e deputati, dell’arresto di più di mille fra sindaci, politici, attivisti sociali e sindacali, con l’accusa di finanziare e favorire il PKK?

Come è possibile che questo accada dopo che, negli ultimi 5 anni per ben due volte il Presidente Erdogan aveva aperto degli spiragli che lasciavano intravvedere la possibilità di una trattativa che mettesse fine, con un negoziato politico, al conflitto armato in Kurdistan?

Come è possibile che questo segua il tentativo di colpo di stato sventato (?) poche settimane fa dal governo turco?

Per me la risposta è abbastanza semplice.

Eccola.

Dopo il sequestro di Abdullah Ocalan l’allora governo turco aveva accarezzato l’idea di aver così sgominato la guerriglia del PKK che, con i reiterati cessate il fuoco unilaterali e con la proposta di negoziato per dare al Kurdistan lo stesso status del Trentino Alto Adige, della Catalunya o della Scozia, aveva cominciato a mordere sul punto politico preminente data la candidatura della Turchia all’ingresso nell’Unione Europea. Ma la speranza di un dissolvimento del PKK è andata a farsi fottere per tre motivi: 1) la resistenza della guerriglia è cresciuta e nonostante qualche insignificante defezione la compattezza politica è rimasta intatta. 2) la popolarità di Ocalan fra la popolazione kurda è enormemente aumentata, come qualsiasi giornalista non venduto che abbia voglia di prendere un aereo e farsi un giretto nel Kurdistan potrà inequivocabilmente testimoniare. 3) il diritto di un popolo a parlare la propria lingua (e ad impararla a scuola) e ad autogovernarsi (anche nei limiti dello status di regione autonoma) è irriducibile.

Il nuovo governo turco scaturito dalla vittoria del partito di Erdogan nel 2003 ha formalmente mantenuto la politica di guerra e di scontro con il PKK e di repressione della popolazione kurda ma, avendo preso atto della inefficacia della stessa, ha sotterraneamente aperto spiragli ad un negoziato politico. Per due volte.

La prima quando il Presidente dell’Iraq e quello del Kurdistan iracheno chiesero a più riprese al PKK di riprendere il cessate il fuoco unilaterale e al governo turco di disporsi ad affrontare una soluzione politica del conflitto. Il PKK immediatamente accettò l’invito e, in attesa della contro risposta turca, diverse autorità europee, sia del Consiglio d’Europa sia dell’Unione Europea, ripresero favorevolmente la posizione del PKK (che già figurava da due anni nella lista dei terroristi dell’UE) ed auspicarono l’avvio della soluzione politica.

Valga l’esempio della risposta che Javier Solana nella veste di Mister PESC diede al sottoscritto alla camera dei Deputati il 6 ottobre 2006 e che riporto testualmente:

“Onorevole Mantovani… Sul secondo quesito, che riguarda la Turchia e il PKK, ho dichiarato con grande chiarezza di aver apprezzato la dichiarazione del PKK qualche giorno fa, nella speranza che questo produca conseguenze positive non soltanto per il PKK stesso, ma anche per i curdi in Turchia e altrove.
Spero che il Governo turco prenda atto di questa dichiarazione. Abbiamo visto altre situazioni in cui dichiarazioni di questo tipo, in paesi anche europei, hanno avuto conseguenze molto positive, anche se non immediate. Certo, la Turchia deve ottemperare ai diritti sanciti nella Carta del Consiglio d’Europa, e, finché questo non avviene, non è garantita neppure l’ottemperanza ai criteri di Copenhagen. Ora che i curdi hanno deciso di abbandonare la violenza come arma e di dedicarsi alla lotta politica attraverso gli strumenti democratici, andranno riconosciuti i diritti del popolo e della gente del Kurdistan. Ritengo che questo debba valere non soltanto per la Turchia, ma per tutti i paesi in cui esistono popolazioni di origine curda.”

(Ci fosse stato un solo giornalista, dico uno, capace di notare che il ministro degli esteri dell’Unione Europea normalmente non parla così di una organizzazione che la stessa UE ha dichiarato terrorista! Ma lasciamo perdere!)

Difficile immaginare che il Presidente iracheno, quello del Kurdistan iracheno, il Presidente del Consiglio d’Europa e lo stesso Solana si siano avventurati in dichiarazioni favorevoli ad una trattativa di pace senza alcuna complicità del governo turco. In realtà negli ambienti bene informati tutti sapevano che il governo turco aveva intenzione di intraprendere quella strada e che le pressioni servivano proprio ad aiutare questa volontà contro le più che evidenti resistenze dei militari turchi, totalmente contrari.

Lo spiraglio si richiuse, dopo qualche timidissima (inintelleggibile ai più ma chiarissima per i militari) dichiarazione dello stesso Erdogan, con la violentissima ripresa delle operazioni militari turche, con gli sconfinamenti in Kurdistan iracheno, con strani attentati contro civili attribuiti arbitrariamente al PKK che li sconfessò apertamente, e con una ulteriore stretta repressiva contro la popolazione kurda.

La seconda volta è più recente. E’ dello scorso autunno. L’ennesima offensiva politica del PKK per ottenere il processo di pace, al contrario di altre volte, non è stata duramente contrastata e due delegazioni del PKK hanno potuto entrare in Turchia e svolgere numerose attività pubbliche. Anche manifestazioni con centinaia di migliaia di persone. Anche questa volta tutti (quelli che sanno vedere) hanno visto nella non ostilità del governo turco l’apertura di uno spiraglio per la trattativa. E anche questa volta i militari e una parte dello stato turco hanno chiuso in dicembre lo spiraglio con la messa fuorilegge del DTP e con la solita stretta repressiva.

Verrebbe da dire: come si fa a sostenere, come fanno abitualmente in Turchia seguiti a ruota da molti imbecilli italiani, che il PKK è un gruppo terrorista, estremista ed inviso alla popolazione e contemporaneamente che il partito maggioritario nel Kurdistan turco è il suo braccio politico?

Mah!

Che in Turchia lo scontro fra governo e militari sull’adempimento delle procedure per l’ingresso nell’UE della Turchia (a questo punto sullo stesso ingresso) e sul superamento della supremazia delle forze armate turche negli assetti istituzionali sia arrivato sulla soglia del colpo di stato è ormai cronaca conosciuta.

E’ possibile che non si veda che il conflitto armato contro i kurdi è tenuto in vita perché fa parte di questa partita?

E’ possibile che in Europa si faccia finta di non sapere che la richiesta turca, fatta propria dall’amministrazione Bush (per ammorbidire i militari turchi ostili alla guerra in Iraq giacché ostili alla formazione istituzionale del Kurdistan iracheno) e girata all’UE, di immettere il PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche per evitare qualsiasi processo di pace, fa parte di questa partita?

E’ possibile che l’UCK kosovara sia stata tolta all’improvviso dalla lista delle organizzazioni terroristiche degli USA e che per mesi abbia reclutato, addestrato e raccolto fondi per comprare armi facendo tutto alla luce del sole in terra europea (con l’attivismo aperto di militanti di organizzazioni fondamentaliste effettivamente terroristiche) e che oggi si criminalizzino i kurdi esiliati in Europa?

Si! E’ possibile! E lo è per il semplice motivo che così vuole il governo Obama. Che preferisce cento volte una Turchia (nella NATO) dominata dai militari e non esposta a quelle eventuali svolte politiche tipiche dei processi democratici. E’ possibile perché anche in molti paesi UE ormai l’ingresso della Turchia è considerato una grana ingovernabile sia per la crescente impopolarità di un paese musulmano nella UE sia per gli effetti su molti comparti economici, nel pieno di una crisi che si preannuncia molto lunga.

Con il risultato che si avvia una operazione che serve a rafforzare i militari in Turchia e che a pagare tutto il prezzo di tanta politica di merda, come al solito, sono i kurdi.

Ora, questa repressione contro i kurdi in Italia e in Europa è o non è una questione di primaria grandezza?

La persecuzione di esuli politici che giustamente si impegnano e lottano per i diritti del loro popolo riguarda solo loro e i loro amici solidali o riguarda la natura dello stato italiano, la politica estera dell’Italia e il futuro dell’Unione Europea?

Chiedo ai lettori di questo modesto blog se nel corso di questi anni si sono sentiti informati debitamente su tutta questa vicenda.

Chiedo alle compagne e ai compagni del mio partito e di qualsiasi formazione di sinistra se pensano di potersela cavare con la solita “solidarietà” verso i “poveri kurdi” non cogliendo una cosa fondamentale. Il PKK sia con le armi (che hanno tutto il diritto di usare per resistere all’oppressione) sia con le loro proposte di negoziato combattono una battaglia che riguarda il futuro del Medio Oriente e anche dell’Europa. Oltre ad essere meritevoli di tutta la solidarietà del mondo sono interlocutori indispensabili per un battaglia comune per un’altra Europa e per mettere fine alla devastazione del medio oriente prodotta dalla politica statunitense.

Intanto fornisco io due risposte alle mie stesse domande.

Tutta la stampa di sinistra (Liberazione e il Manifesto compresi) hanno trattato tutta questa vicenda con i piedi. Non capendo l’importanza delle cose e non assolvendo alla funzione che pur su altre questioni, a volte, svolgono bene. Quella di andare a fondo delle notizie anche dando il giusto rilievo, di spiegare i fatti, di pubblicare notizie che nessun altro pubblica invece di copiare acriticamente le agenzie piene di veline dei servizi, di combattere una battaglia politica. E’ il retaggio di una concezione della politica estera tipica della stampa italiana. Ispirata dal provincialismo e dalla superficialità.

E’ vergognoso, per esempio, che la parola “terrorismo” sia spesso usata impropriamente o che non se ne contrasti l’uso improprio, alimentando e favorendo le campagne e le operazioni dei veri terroristi. E’ vergognoso, per esempio, che il PKK sia spesso definito “separatista” quando ormai da 13 anni non propone nessuna separazione territoriale del Kurdistan dalla Turchia.

E sto parlando dei nostri giornali.

Figuriamoci i telegiornali e i grandi giornali. Che scrivono fiumi di parole sulle presunte e anche reali violazioni dei diritti umani a Cuba o da parte delle FARC e tacciono o relegano in un trafiletto invisibile la messa fuorilegge di un partito che ha stravinto le elezioni amministrative nel Kurdistan, l’arresto di sindaci e il massacro della popolazione kurda.

Sfido chiunque a dimostrare che le decine di detenuti politici turchi e kurdi morti in seguito allo sciopero della fame nelle carceri turche hanno avuto almeno un decimo dello spazio che ha avuto l’ultimo e unico caso cubano. Anche su Liberazione e il Manifesto.

La direzione del PRC ha approvato un ottimo documento, proposto da Fabio Amato, su questa vicenda della repressione contro i kurdi in Italia ed Europa. Impegna le organizzazioni territoriali del partito a sviluppare l’iniziativa.

Voglio vedere se avrà un decimo della attenzione prestata a tutte le menate elettoralistiche.

ramon mantovani

Le FARC, la Colombia, le veline dei servizi e il giornalismo provinciale italiano.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 1 settembre, 2008 by ramon mantovani

Ci risiamo! Per l’ennesima volta la piccola politica provinciale del piccolo giornalismo italiano si scatena in una piccola operazione di disiniformazione.

Non è questa la sede per proporre una lunga e articolata analisi della situazione colombiana e di quella della regione, visto che USA e Uribe tengono, con ogni evidenza, aperta la guerra in Colombia per destabilizzare l’aera geopolitica nella quale sono cresciute le esperienze dei governi ostili alla globalizzazione e agli USA.

Mi limito a chiarire alcune cose e a formulare considerazioni su come questa vicenda è stata trattata in Italia.

Che il PRC abbia da moltissimo tempo rapporti politici con le FARC lo sanno anche i sassi. Non ci torno.

Che noi fossimo, come siamo anche oggi, fermamente convinti che in Colombia sia necessario un processo di pace lo sanno anche i sassi.

Che noi siamo stati, e siamo, contrari alla immissione delle FARC (e del PKK, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e dei Mujahedin del popolo iraniani) nella lista delle organizzazioni terroristiche lo sanno anche i sassi, visto che abbiamo presentato numerosi atti parlamentari e che l’abbiamo detto in innumerevoli articoli, interviste e trasmissioni televisive.

Che noi, dopo la chiusura del processo di pace e dopo l’immissione delle FARC sulla lista dei terroristi dell’Unione Europea, abbiamo mantenuto contatti con loro lo sapevano i sottosegretari agli esteri del governo Berlusconi e del governo Prodi oltre che i Presidenti della Camera dei Deputati, come Pierferdinando Casini ha recentemente e correttamente testimoniato.

Che noi consideriamo disumana la pratica dei sequestri e che la inquadriamo, però, in una guerra altrettanto disumana alla quale bisognerebbe mettere fine con una trattativa di pace invece che con un’acutizzazione del conflitto lo sanno anche i sassi.

Eppure basta un “dossier del governo colombiano” pubblicato su Repubblica in due puntate per scatenare la solita tempesta nel bicchier d’acqua: “scandalo! esponenti di rifondazione hanno mantenuto contatti con le FARC”. E via con richieste di interviste e dichiarazioni(tutte concesse tranne quella mai richiesta e che, secondo Omero Ciai, avrei rifiutato). E avanti con dichiarazioni di questo o quell’altro esponente della maggioranza di governo. E avanti con considerazioni pensose di commentatori politici televisivi o della carta stampata.

Ma di quale dossier stiamo parlando? E’ un dossier governativo? Governativo in che senso?

A leggere la stampa italiana sembra si tratti di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Io non so di cosa si tratta di preciso, visto che non l’ho letto, che non l’ho mai visto e che nessuno l’ha pubblicato.

Credo, però, di poter dire che si tratta banalmente di una velina dei servizi colombiani e degli organismi governativi che gestiscono i contenuti dei computer di Raul Reyes.

C’è un atto ufficiale del governo colombiano? Non so, non credo. Lo dico perchè all’inizio di agosto, alla prima puntata di questa ridicola vicenda, dopo aver “svelato” in una conferenza stampa che i due supporter italiani delle FARC che agivano con i fantasiosi nomi di battaglia di Ramon e Consolo eravamo io e Marco Consolo, fummo, Marco ed io, intervistati in diretta telefonica da una TV colombiana. E nel corso dell’intervista, a seguito della mia dichiarazione che in Colombia molti esponenti istituzionali e di governo, a cominciare dall’attuale ministro degli interni colombiano, sapevano dei nostri rapporti con le FARC, il conduttore chiamò in diretta Valencia Cossio (il ministro degli interni e di giustizia del governo Uribe) il quale mi salutò cordialmente, confermò tutti i nostri incontri all’epoca del processo di pace, quando lui era Presidente del Senato e membro della delegazione governativa al tavolo del negoziato con le FARC e all’epoca, successiva alla fine del processo di pace, quando lui era Ambasciatore colombiano in Italia. Il conduttore della trasmissione gli chiese allora come mai non avesse detto nulla a proposito del famoso dossier governativo e lui rispose che non aveva visto e non sapeva nulla di questo dossier.

Ma guarda! Il Ministro degli interni del governo Uribe non sa nulla del dossier e conferma di conoscerci benissimo, ma questa notizia in Italia non la pubblica nessuno.

Così ho pensato che tutto si era risolto in una bolla di sapone, nella solita bolla di sapone.

E invece no! Ecco che nel giorno dell’arrivo in Italia di Ingrid Betancourt escono, sempre a firma di Omero Ciai, anticipazioni dal famoso dossier.

Vista la brutta figura delle prime anticipazioni l’articolo di Ciai sembra una risposta alla nostra precisa e puntuale confutazione della prima puntata. In questo seconda puntata si dice che Marco e io a un certo punto, dopo l’immissione nella lista dei terroristi delle FARC, avremmo cominciato ad usare i nomi di “Max” e “il poeta”. Questa circostanza oltre ad essere totalmente falsa è anche chiaramente illogica visto che quel Ramon e quel Consolo erano usati da Raul Reyes molto tempo dopo la lista dei terroristi dell’Unione Europea.

Poi, visto che i nostri rapporti politici con le FARC si sono dimostrati pubblici e conosciuti dalle autorità italiane, ecco che saltano fuori “prove” di una collaborazione che andava ben al di là dei rapporti politici. Avremmo aiutato il “rappresentante delle FARC in Europa” e raccolto fondi per finanziare le FARC (1400 euro).

Chiunque abbia seguito la vicenda del conflitto colombiano sa benissimo che le FARC, che avevano rappresentanze all’estero fino alla fine del processo di pace, da quel momento richiamarono alla lotta armata tutti i loro rappresentanti e chiarirono che con le FARC si poteva parlare solo in Colombia e che non c’era più nessun loro rappresentante in altri paesi.

E’ vero che noi abbiamo aiutato, pagando le cure mediche per una grave malattia, un compagno da noi ben conosciuto come rifugiato politico colombiano. Vorrei far notare che nel mondo ci sono centinaia se non migliaia di rifugiati politici colombiani visto che nella “Colombia democratica” i sindacalisti e gli oppositori di sinistra (non gerriglieri), parlamentari compresi, sono stati decimati negli ultimi venti anni. Parliamo di più di diecimila morti ammazzati o fatti sparire nel nulla.

Inoltre avremmo finanziato con 1400 euro un’organizzazione che ha fra i 15000 e i 20000 combattenti bene armati e che, secondo gli USA e Uribe, con il narcotraffico e i sequestri estorsivi incamera ogni anno centinaia di milioni di dollari.

Posso dire con cognizione di causa che il PRC non ha mai raccolto fondi per le FARC e che i famosi 1400 euro non esistono.

Ma vorrei anche dire che se le FARC avessero indicato un interlocutore in un qualsiasi paese del mondo e avessero chiesto aiuti vari avremmo accolto queste richieste come parte indispensabile del mantenimento di un rapporto politico.

Tutte queste cose dovrebbero essere state trattate da giornalisti che capiscono qualcosa di Colombia o che abbiano la serietà professionale di documentarsi, di informarsi. Invece, tranne qualche lodevole eccezione come quella di Guido Piccoli sul Manifesto, giornali e telegiornali trattano una vicenda come questa affidandola, guarda caso, a giornalisti di politica interna che a stento sanno dove si trova la Colombia o che immaginano che la Colombia sia un paese normale, un paese democratico dove opera un gruppo di terroristi narcotrafficanti del tutto estraneo a quella realtà. Non sanno che il conflitto colombiano dura da più di 40 anni. Non sanno che ci sono stati diversi processi di pace che dopo la firma si sono risolti con l’uccisione sistematica di tutti quelli che avevano deposto le armi. Non sanno che gli oppositori politici e i sindacalisti sono stati sterminati e continuano ad essere sterminati. Non sanno che Uribe è stato il sindaco di Medellin al tempo del cartello di Escobar e che in seguito ha continuato la sua brillante carriera come responsabile dell’aviazione civile e che in tale veste ha autorizzato ufficialmente decine di piste di atterraggio in tutti i territori dove si produceva la foglia di coca. Non sanno che attualmente ci sono decine di parlamentari o arrestati o incriminati per le loro connessioni con il narcotraffico. Non sanno che Uribe ha solo qualche giorno fa inusitatamente dichiarato che sarà molto difficile che riescano a trascinarlo davanti al tribunale internazionale dell’Aja. Non sanno che il Presidente Pastrana aveva dichiarato ufficialmente le FARC formazione politico militare e le AUC (i paramilitari) narcotrafficanti e criminali. Che con le FARC aveva intavolato una trattativa di pace e che con le AUC si era rifiutato di farlo. Non sanno che Uribe ha fatto semplicemente l’esatto contrario. Sapranno tutto delle beghe interne di questo o quel partito italiano o delle ultimissime dichiarazioni di questo o quel politico italiano ma di cosa siano le FARC o la Colombia non sanno nulla di nulla. E ciò nonostante tentano, purtroppo riuscendoci quasi sempre, di far entrare la Colombia o altre vicende come questa nel frullatore della politichetta provinciale italiana facendola passare dall’imbuto della visione ristretta del mondo dei loro direttori.

Pazienza.

Noi continueremo, come sempre abbiamo fatto, ad essere attivi per i processi di pace e a non usare due pesi e due misure quando si tratta di diritti umani. E soprattutto cercheremo di continuare ad essere persone serie e a non diventare mai come loro.

ramon mantovani