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Come finiranno le elezioni?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Si potrebbe rispondere con una sola parola: MALE! O con due: MOLTO MALE!

Insomma, comunque vadano finiranno MALE.

Perché? È presto detto.

Queste elezioni sono truccate. Gli espedienti con i quali si falsa la volontà popolare sono questi:

1) per chi non lo sapesse la legge elettorale (non a caso definita unanimemente porcellum) è ultra maggioritaria. La legge truffa del 1953 (così definita da tutta la sinistra di allora ed anche da forze minori liberali), prevedeva che la coalizione che avesse raggiunto il 50 % più un voto avrebbe goduto di un premio di maggioranza parlamentare del 15 % dei seggi. Venne abrogata dal parlamento eletto perché la coalizione costruita dalla DC ottenne il 49,8 % dei voti, e non poté accedere al premio di maggioranza. È vero che sono passati 60 anni da allora. Ma come sarebbero passati se la DC e la sua coalizione avessero avuto simili premi di maggioranza nei parlamenti successivi?

Facciamo solo un esempio, fra i tanti possibili, per capire bene cosa significa una legge che assegna un premio di maggioranza alla coalizione vincente:

la legge sul divorzio viene approvata definitivamente il 1 dicembre del 1970. In carica c’è il governo Colombo (tasse denunce e piombo si gridava nei cortei). Lo compongono la DC, il PSI, PSDI e PRI (oggi sarebbe definito di centrosinistra). A votare a favore della legge sono il PCI, il PSI, il PSDI, il PRI, il PSIUP e il PLI. Tre partiti della maggioranza di governo, PSI, PRI e PSDI, e tre di opposizione, PCI, PSIUP e PLI possono approvare una legge perché essendo il parlamento eletto con la legge proporzionale la maggioranza laica del popolo italiano è ben rappresentata e può, come del resto vuole la costituzione che ha istituito una repubblica parlamentare, approvare una legge indipendentemente dal governo in carica. Se il parlamento del 1970 fosse stato eletto con la legge maggioritaria del 53 la DC da sola avrebbe avuto certamente più del 50 % dei seggi e con il MSI (non coalizzato ma contrario al divorzio come la DC) avrebbe sfiorato il 60 % dei seggi. Con buona pace dei partiti laici “di governo” che anche se in parte o tutti coalizzati con la DC non avrebbero nemmeno, godendo anch’essi del premio di maggioranza, compensato i seggi persi dal PCI e dal PSIUP. Per non parlare del fatto che una coalizione di governo sarebbe certamente entrata in crisi su una simile divisione. In altre parole la legge non sarebbe probabilmente mai stata approvata anche se la DC e il MSI non avessero avuto la maggioranza dei seggi perché gli alleati laici della DC fra “governabilità” e voto sul divorzio avrebbero scelto la prima in nome della coesione della coalizione di governo.

So che si tratta di un esempio puramente astratto, eppure tutti dovrebbero riflettere sulla rappresentatività di un parlamento eletto con una legge maggioritaria. Rappresentatività significa rappresentanza della volontà popolare, non la mera quantità di seggi attribuita ai partiti. Il parlamento che si forma in conseguenza del voto alla coalizione di governo, per garantire la “governabilità” attraverso il premio di maggioranza sacrifica sempre la rappresentanza della volontà popolare. Sempre!

Ma veniamo al secondo trucco.

2) in Italia, oggi, le coalizioni sono tre. Centrosinistra, centro e centrodestra. Stiamo grossomodo e generosamente ai sondaggi: alla Camera il centrosinistra potrebbe prendere il 35 % dei voti ed otterrebbe il 54 % dei seggi. Un premio di maggioranza del 19 %. Il centro potrebbe prendere il 17 % dei voti. Invece dei circa 107 seggi proporzionali prenderebbe alcuni seggi in meno che perderebbe per effetto del premio di maggioranza assegnato al centrosinistra. Il centrodestra ne perderebbe molti per lo stesso motivo. Tutti sanno, ma ci tornerò, che dopo le elezioni ci sarà il governo Bersani Monti. Vorrei far notare che se il centrosinistra e il centro avessero formato un’unica coalizione, anche scontando la fuoriuscita di SEL dalla medesima, avrebbero preso un premio di maggioranza esiguo. Diciamo del 5 o 6 %. Mentre divisi il PD lo prende del 15 % circa. Si tratta di 60-80 seggi. Perfino scontando la perdita di voti di un’unica coalizione Bersani Monti verso SEL e RC (magari in coalizione o con un’unica lista), visto che proclamare la coalizione prima del voto avrebbe certamente liberato voti a sinistra e verso il Movimento 5 stelle, il premio di maggioranza sarebbe stato comunque significativamente più basso di quello ottenuto con le due coalizioni.

Insomma, in ogni caso il meccanismo maggioritario dell’attuale legge puzza di enorme imbroglio.

Se il centrosinistra farà un governo da solo, con Monti all’opposizione, con il 35 % dei voti avrà un premio di maggioranza spropositato di circa il 20 %. Se dopo le elezioni farà il governo con Monti avrà una maggioranza parlamentare di circa il 65 % dei seggi. Il PD, in ogni caso vero dominus della scena, potrà mediare sia con Monti sia con SEL con una grande forza contrattuale.

Sarà per questo che il PD non è “riuscito” a cambiare la legge elettorale?

Certo. C’è incognita del Senato. Sulla quale non mi dilungo. Ma bisogna ricordare che nel 2006 la coalizione di centrodestra ebbe circa 200mila voti in più dell’Unione al Senato. Eppure il computo dei seggi portò ad un sostanziale pareggio. Con un lievissimo vantaggio dell’Unione. Insomma, per il credo conosciuto meccanismo del premio di maggioranza assegnato nelle singole regioni invece che a livello nazionale, in quel caso fu favorita l’Unione. Non il centrodestra. Pur essendoci una notevole dose di casualità nella formazione della maggioranza di governo al Senato non si può dire oggi che la legge porcellum è stata fatta da Berlusconi per impedire la governabilità al Senato. Tanto meno si può, avendo previsto di fare il governo con Monti solo dopo le elezioni pur continuando a fare l’apologia del bipolarismo e gridando al pericolo della destra, invocare il voto utile. Perché non si è fatto l’accordo con Monti prima delle elezioni per assicurarsi la vittoria al Senato? Ancora una volta, perché non si è cambiata la legge elettorale almeno istituendo il collegio unico nazionale per determinare il premio di maggioranza?

Il voto utile sarebbe quello di elettori di sinistra (utili idioti) a permettere al centrosinistra di prendere due piccioni con una fava? Avere comunque la maggioranza al Senato per poi procedere a fare il governo con Monti e allo stesso tempo assicurarsi che a sinistra non ci sia nessuno a rompere le scatole?

Ma in che direzione si svilupperà la trattativa post voto?

Vediamo il terzo imbroglio.

3) sulla Carta d’intenti firmata da Vendola prima delle primarie del centrosinistra ci sono scritte cose ben precise. Tutti i temi e contenuti più controversi sono scritti con l’ambiguità necessaria a lasciare aperta la porta all’accordo di governo con Monti. Esagero?

Vediamo. E mi limito ad alcuni esempi.

Europa.

Oltre alla solita riproposizione della retorica sull’Europa politica e democratica che non c’è (chissà come mai!), per realizzarla si parla esplicitamente di un “patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee”. Visto che esse sono senza dubbio socialisti, popolari e liberali, e cioè le forze che hanno partorito i trattati e soprattutto il trattato costituzionale neo liberista, in sostanza si dice che il governo reale dell’Europa fondato sulla collaborazione delle tre forze, tutte neoliberiste, va bene com’è.

Poi, immediatamente dopo, si prosegue:

“Anche per l’Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.
Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa costruire un progetto alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva.”

Per favore, attenzione alle parole e al loro significato preciso.

Qui c’è scritto che l’intreccio fra governo nazionale ed europa si realizza IN ITALIA con un accordo (progetto di governo italiano) con il CENTRO LIBERALE contro il populismo ecc.

Più chiaro di così si muore, per chi sa leggere un documento di questo tipo. Ma più ambiguo di così si muore per il lettore non smaliziato. Perché la retorica sul deficit democratico (che non manca mai) prevede che si faccia un accordo costituente con i partiti europei che sono esattamente i responsabili del deficit democratico (sic). E, attraverso intricate circonlocuzioni dove sembra non essere chiaro se si parla di Europa o di Italia si dice che bisogna fare un accordo di legislatura con il centro liberale, che in Italia si legge Monti, contro populismi ecc, che in Italia si legge Berlusconi. È evidente che non si parla di Europa se si dice “anche per  l’Europa” parlando dell’intreccio fra legislatura costituente nazionale ed europea e poi si specifica che si vuole la collaborazione di governo con il CENTRO LIBERALE. Tutto si tiene. In Europa bisogna continuare il governo unitario di socialisti, democristiani e liberali, ma in Italia bisogna fare il governo con Monti contro Berlusconi.

In campagna elettorale si è sentito dire più volte da esponenti di SEL: ma nella Carta c’è scritto di una normalissima collaborazione sulle riforme costituzionali, non di un governo con Monti. Mentre, come è noto, Bersani ha insistito sul fatto che la “apertura al centro” è ben chiara nella Carta.

O mi sbaglio?

Ma proseguiamo:

Democrazia

Oltre a diverse generiche affermazioni c’è un punto preciso:

“Daremo vita a un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura.”

La prossima legislatura avrà una funzione costituente? Con questa legge maggioritaria il paese è rappresentato affiche la funzione costituente del parlamento sia democratica?

Questa frasetta buttata lì è il massimo tradimento della costituzione italiana, che non per caso venne redatta da un parlamento eletto con la proporzionale. Ma forse Vendola non ricorda di essersi opposto fieramente alla bicamerale presieduta da D’Alema in ragione esattamente della sua non rappresentatività democratica. E forse non ricorda che quando lui era deputato del PRC quest’ultimo proponeva casomai di eleggerlo si un parlamento costituente, anche parallelo a quello eletto col maggioritario, ma con la proporzionale.

Ma si sa, queste sono cosette da niente. Come il pareggio di bilancio in costituzione che è una iperbole liberista. Basta dire che la costituzione italiana è bella due o tre volte, salvo poi assegnare ad un parlamento ultramaggioritario il compito di stravolgerla.

Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.

 

Diritti civili.

“Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. E’ inoltre urgente una legge contro l’omofobia. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione.”

Questo testo è ben al di sotto di quanto previsto dal programma dell’Unione del 2006. Che recitava:

“L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale”

Nella Carta c’è il diritto per la coppia omosessuale a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. Nel testo del 2006 c’è l’equiparazione della coppia non sposata eterosessuale a quella omosessuale e la promessa di attribuire loro gli stessi diritti.

Non è lo stesso. E comunque siamo ben lontani da qualsiasi legislazione di paesi europei che riconoscono il matrimonio e il diritto ad adottare. O mi sbaglio?

Del resto è impossibile che il PD sposi le tesi del PSOE, del PSF, della SPD e così via, visto che è composto almeno per un terzo di ferventi cattolici obbedienti alle direttive del vaticano. Si è visto in diversi precedenti, come quando votarono contro la riduzione del divorzio da tre anni ad un anno e sulla fecondazione assistita insieme al centrodestra e lega.

Vendola si vuol sposare. Lottiamo tutti per questo suo diritto. Ma avendo contratto un matrimonio politico con Rosy Bindi ed Enrico Letta ha dovuto firmare un testo nel quale al massimo è previsto che gli omosessuali conviventi acquisiscano qualche diritto, forse nemmeno equiparato a quelli delle coppie eterosessuali non sposate.

Anche qui sfido a dimostrare il contrario.

E… dulcis in fundo

La Carta d’Intenti prevede le RESPONSABILITA’.

Il testo è qui chiarissimo.

Leggere per credere:

“L’Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l’imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell’affidabilità e della responsabilità . Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti.

Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:

• sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
• affidare a chi avrà l’onere e l’onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale;

• vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; 
• assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi;
• appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.”

 

C’è scritto che il premier si deve sostenere qualsiasi cosa faccia. Per esempio non si deve criticarlo se, come Prodi, decide in totale solitudine di dire si alla base statunitense di Vicenza.

C’è scritto che è il premier a decidere i ministri. Punto.

C’è scritto che se insorgono divergenze fra SEL e PD, a dirimere è il voto dei parlamentari della coalizione in seduta congiunta. Con maggioranza qualificata. Non c’è scritto se la maggioranza qualificata deve essere del 60 70 80 90 %. Siccome è difficile anche per chi fa uso di forti stupefacenti prevedere che SEL abbia più di un quinto  dei parlamentari del PD e che la maggioranza qualificata sia dell’80 %, questa clausola significa che il PD decide e SEL obbedisce. O mi sbaglio?

C’è scritto che tutti i trattati internazionali non si toccano. Salvo rinegoziarli, ma in accordo con gli altri governi. Per i trattati dell’Unione Europea significa che bisogna avere l’unanimità di tutti i governi. Perché si può sempre negoziare e rinegoziare. Ma se non si prevede che si possa rompere e/o denunciare un trattato unilateralmente significa che non di trattativa si tratta bensì di richiesta di unanimità sulla eventuale modifica di un trattato. Cioè zero. Impossibile.

C’è scritto, per maggior chiarezza, che bisogna appoggiare i tagli che il governo dovrà fare per “difendere la moneta unica”, e cioè per rispettare i diktat della Banca Centrale Europea, del FMI e della Commissione.

Insomma, non solo si dovrà fare un accordo con il CENTRO LIBERALE, e cioè con Monti. Non solo in questo testo non c’è traccia di Legge 30, articolo 18, art. 8, missioni militari e così via.

Ma è già questo testo, ed anche un governo del centrosinistra senza Monti, puramente iscritto nel neoliberismo nemmeno temperato analogo a quello di tutti i partiti che furono socialisti e socialdemocratici e che oggi sono tutto meno che di sinistra. Con l’aggiunta che questo testo, e non solo il PD, non da risposte laiche e rispettose dei diritti degli omosessuali.

Ma perché SEL partecipa ad un simile imbroglio?

Per scoprirlo vediamo un altro aspetto quasi sconosciuto della legge elettorale vigente.

 

4) la legge prevede uno sbarramento del 4 % ad una lista non coalizzata. Ma per una lista coalizzata in una coalizione, sia quest’ultima vincente o perdente, questo sbarramento non c’è. C’è uno sbarramento del 2 %. Ma per la prima lista coalizzata che non raggiungesse il 2 % non vale nemmeno questo sbarramento. In altre parole SEL entrerà comunque in parlamento e godrà comunque del premio di maggioranza.

Mettiamo che la lista Rivoluzione Civile abbia il 3,8 % dei voti e che SEL abbia anch’essa il 3,8 %.

A quale persona sana di mente può sembrare giusto che SEL entri in parlamento ed abbia anche il premio di maggioranza mentre Rivoluzione Civile resta fuori?

Gli elettori indubbiamente di sinistra che votano per SEL e che contemporaneamente votano per il programma della Carta d’Intenti, in che modo possono essere rappresentati da SEL nei loro contenuti? Essi credono di votare per chi è d’accordo ad eliminare la riforma Fornero dell’articolo 18 e delle pensioni. Per il matrimonio gay. Contro il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione. E così via. O mi sbaglio? Ma queste cose sono impossibili già nell’accordo col PD, figuriamoci con il governo mediato con Monti.

Esiste una possibilità nemmeno tanto remota, che SEL una volta che il PD proponga ufficialmente, dopo il voto, di formare il governo con il CENTRO LIBERALE di Monti, rompa col PD e passi all’opposizione.

Questa cosa è possibile. Basterebbe far finta che col nuovo governo con Monti, anche se è ben previsto nella Carta, quest’ultima non valga più. Sempre che SEL al Senato non sia determinante. Perché altrimenti anche questo gioco diventerebbe impossibile, pena il “favorire” Berlusconi.

Ma se anche le cose andassero così si tratterebbe di un imbroglio bello e buono. Verso gli elettori del PD. O no?

Insomma, comunque vada, SEL è in una botte di ferro ed entrerà in parlamento. Come unica forza di “sinistra” grazie al “voto utile” o con più seggi di Rivoluzione Civile anche se quest’ultima prendesse più voti di SEL.

Sarà per questo che SEL ha deliberatamente scelto di soprassedere sull’appoggio del PD a Monti e a tutte le sue leggi di massacro sociale e dei diritti? Sarà per questo che non ha voluto nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di fare una lista comune sui contenuti di sinistra e/o una coalizione con altre liste di sinistra? Sarà per questo che è inusitatamente diventata una forza sostenitrice del bipolarismo? Sarà per questo che dopo aver “sognato” di vincere le primarie del centrosinistra per due anni si è acconciata a svolgere un ruolo comprimario nel centrosinistra?

Resta il fatto che in Italia, al contrario che Grecia, Spagna, Francia, Germania e via elencando, chi è contrario alle politiche neoliberiste si presenta diviso alle elezioni rischiando di non contare nulla sia dentro il governo sia fuori da esso.

Questo fatto gravissimo è dovuto unicamente al settarismo di SEL, al fatto che i suoi dirigenti hanno deliberatamente scelto di imbrogliare gli elettori, con l’unico obiettivo di salvaguardare se stessi.

Mi spiace ma questa è la verità. Triste ma inconfutabile, purtroppo.

Sono sicuro che qualcuno, a questo punto, potrebbe esclamare, nonostante tutto quello che ho scritto: ma bisogna battere Berlusconi! 

Ed eccoci al quinto imbroglio.

5) a meno di un evento miracolistico anche i sassi sanno che Berlusconi non vincerà le elezioni. La sua irresistibile ascesa nel corso degli ultimi due mesi, però, è di totale responsabilità del centrosinistra. Vediamo perché.

Bersani dice sempre: Mica abbiamo vinto, la destra c’è ed è forte!

Come dargli torto.

Però, delle due l’una.

O la destra di Berlusconi è populista e ad essa bisogna contrapporre una coalizione liberale e antipopulista, unica capace oggi di vincere nel meccanismo del maggioritario bastardo del porcellum. O la dialettica è fra destra e sinistra e allora i contenuti devono essere chiari e, anche a dispetto del meccanismo maggioritario, si può conquistare il consenso dei ceti popolari colpiti dalle politiche di destra del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi.

In entrambi i casi si parla chiaro e non si imbrogliano gli elettori.

Certo la seconda ipotesi necessita dell’accettazione del rischio della sconfitta. Ma nella crisi forse per la prima volta si potrebbe vincere con un chiaro programma di sinistra. Che certamente sarebbe definito a sua volta, da Monti e perfino da Berlusconi, populista. Mentre la prima, in pura continuità con l’ormai consolidata tradizione dei partiti socialisti europei, garantisce contemporaneamente la vittoria elettorale e la sconfitta sociale delle classi subalterne.

Perché non c’è dubbio che senza denunciare certi trattati internazionali, cancellare controriforme, eliminare privatizzazioni ecc. si possono vincere le elezioni riservando alle classi subalterne anni e decenni di lacrime e sangue.

Perché si lascia che Berlusconi si appropri di obiettivi e proposte di sinistra e lo si accusa di populismo?

Forse che l’IMU sulla prima casa “è un provvedimento doloroso ma inevitabile”?

Forse che dire “bisogna ristabilire la sovranità del popolo sulla moneta” è un concetto eversivo e antidemocratico?

Davvero si pensa di battere Berlusconi con i comici in tv e i talk show alla Santoro, che non fanno altro che alimentarne la popolarità?

Davvero si è sicuri che, se costretto a scegliere fra chi spiega la necessita dei suoi sacrifici per salvare le banche e chi promette la restituzione dell’IMU, un operaio afflitto dal mutuo e da un salario indecente, che dovrà lavorare diversi anni in più per prendere una pensione di merda, quest’ultimo sceglierà di sacrificarsi sull’altare della presentabilità del premier eletto presso i salotti dei rapaci mercati finanziari?

Evidentemente si. Perché da tempo ormai immemore il PD pensa che si debba “governare” l’esistente, rassicurare i poteri forti esibendo la propria “qualità” più appetibile per essi, e cioè garantire sacrifici con la pace sociale.

Come si può gridare al pericolo della destra indicando come dramma la propensione di Berlusconi a mettersi le dita nel naso in pubblico mentre la società viene devastata dalla cancellazione di diritti e giustizia sociale?

Si può, cercando di evitare che cresca una rivolta e una sinistra non addomesticata.

Attenzione, non parlo di un complotto, bensì di uno spontaneo movimento verso una dialettica politica nella quale tutto si confonde. Nella quale non c’è destra e sinistra, bensì gente perbene ed impresentabili, populismo e realismo, normalità ed eccezionalità, vecchio e nuovo e così via. Una dialettica dove impera l’imbroglio. Dove ci si contrappone alla demagogia berlusconiana con la demagogia che nasconde contenuti inconfessabili (in campagna elettorale) della Carta d’Intenti.

Se questo è anche solo parzialmente il quadro della situazione italiana manca solo un ultimo imbroglio. Il Movimento 5 stelle.

6) almeno un terzo, se non la metà o più, dei moltissimi voti che andranno a Grillo, sono di elettori che oltre ad essere, con diverse ragioni, schifati della politica ufficiale, hanno senza dubbio in testa contenuti di sinistra o di estrema sinistra. È inutile che io ricordi qui elencandoli gli slogan di grillo sulle banche, le multinazionali, la globalizzazione, l’euro, l’ambiente, i diritti civili e così via che sono pari pari la riproposizione di contenuti ed obiettivi di sinistra da anni e perfino decenni.

Certo, poi ci sono ambiguità ed anche contenuti liberisti e perfino razzisti.

Con il fenomeno della predicazione, ben divulgata dai talk show e dai mass media a “insaputa” di Grillo, e della manipolazione dell’opinione pubblica in internet della Casaleggio e associati, oltre che con l’avvitamento su se stessa di una politica vacua e moralmente degenerata oltre ogni limite, una buona parte degli elettori italiani di sinistra voteranno una lista dai contorni indefiniti, destinata a mostrare la sua vera anima, o le sue vere cento anime, al primo voto su un qualsiasi contenuto controverso. Una lista che però intanto dà una spallata forse definitiva alla democrazia rappresentativa per favorire il passaggio ad una democrazia autoritaria e tecnocratica. Senza istituzioni intermedie, senza partiti intesi come collettivi dotati di categorie interpretative della realtà, senza la fatica della democrazia vera, dal basso possono salire solo protesta e rancore. Cose facili da manipolare al fine di sterilizzare i contenuti veramente portatori di cambiamento e al fine di uccidere i partiti come veicolo di partecipazione in favore di leader e tecnocrazie varie.

Spero di avere torto, ma credo sia proprio così.

Infine l’ultimo imbroglio, sul quale bastano pochissime parole:

7) chi pensa che su televisioni e giornali la campagna elettorale sia stata corretta ed utile ad informare gli elettori alzi la mano. Chi pensa che Ingroia e Rivoluzione Civile abbiano avuto adeguati spazi ed attenzione, e che le domande e i servizi siano stati corretti e non maliziosamente parziali, come la ripetuta tiritera sul voto utile, alzi la mano.

Alzi la mano e verrò di persona a tagliargliela con un machete affilato.

 

In conclusione.

 

Ogni elettrice ed elettore che sceglierà di votare per la lista Rivoluzione Civile avrà dovuto superare gli scogli rappresentati da tutti questi imbrogli. Il nostro voto moralmente e politicamente vale doppio, triplo.

Rivoluzione Civile non è altro che portare in parlamento i contenuti di sinistra, come in tutti gli altri paesi europei.

Superare il quorum ingiusto è necessario affinché il parlamento che proseguirà nella politica neoliberista e nel massacro sociale veda presente l’opposizione di sinistra capace di costruire una alternativa. E gli anni prossimi saranno più duri degli ultimi. I paesi del sud dell’Europa saranno massacrati e si imporrà una svolta epocale.

Rivoluzione Civile in parlamento può essere il primo passo della riunificazione della sinistra reale. Su un programma condiviso, senza discriminazioni, senza che nessuno debba rinunciare a nulla di se stesso, su basi democratiche funzionando col principio di una testa un voto.

Ogni voto a Rivoluzione Civile è utile a tutta la sinistra europea ed inviso a socialisti, popolari e liberali. È utile a ridare senso alla parola politica ed è inviso ai politicanti imbroglioni, soprattutto a quelli sedicenti progressisti e di sinistra, che sguazzano nell’ambiguità e mortificano i propri stessi elettori. È utile a rafforzare tutte le lotte.

È utile alla resistenza oggi e all’alternativa domani, contro questo sistema infame.

È utile a conservare e difendere la propria dignità.

 

ramon mantovani

Morte ai partiti? (quinta parte)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 settembre, 2012 by ramon mantovani

Ho tralasciato di parlare dei partiti di sinistra e/o comunque realmente o apparentemente eterodossi rispetto al sistema dominante sia perché sarebbe sbagliato assimilarli semplicemente agli altri sia perché in un qualche modo sono o dovrebbero essere alternativi.

Essi si dividono in tre filoni. Elenchiamoli per poi esaminarli più approfonditamente.

Ci sono quelli eclettici ideologicamente, che hanno posizioni spesso (ma non sempre) critiche con il liberismo e il modello sociale dominante, ma che sono pensati ed organizzati in modo ultralideristico e adatto al sistema maggioritario.

C’è il Movimento 5 Stelle. Che apparentemente non ha identità ideologica, che coniuga slogan e posizioni progressiste ed ecologiste a posizioni reazionarie e liberiste.

Ci sono infine i partiti ideologicamente comunisti ed anticapitalisti divisi fra loro, più che sull’analisi della società e sulla strategia antagonista al sistema, esattamente sulla tattica da seguire alle elezioni e comunque sul rapporto da avere con le altre forze politiche, a cominciare dal PD. Di questi ultimi ci occuperemo nella sesta ed ultima parte.

Iniziamo dall’IDV. Nasce nel 98 e confluisce quasi subito nella formazione “I Democratici dell’Asinello” (sic). Ne esce nel 2000 avendo deciso di votare contro la formazione del governo Amato. Da allora esiste in quanto Italia dei Valori – Lista Di Pietro. Nell’autunno del 2000 entra a far parte dell’ELDR (il partito europeo dei liberali). Lo statuto dell’IDV è un vero capolavoro di eclettismo. Vale la pena di riportarne qui l’art. 3.

“Art. 3 –Finalità del partito:

L’Italia dei Valori e’ un partito politico autonomo ed indipendente in grado di offrirsi come luogo di partecipazione, di proposta, di elaborazione, di confronto democratico, e può concorrere alle competizioni politiche, elettorali e referendarie a qualsiasi livello, anche raggruppandosi con altre forze politiche, sociali e culturali previa specifica ed espressa autorizzazione – e nei limiti anche temporali della delega scritta – che dovrà essere di volta in volta rilasciata dal Presidente nazionale (ovvero da suoi delegati). Il partito si riconosce nell’insieme delle grandi culture riformiste del novecento: la cultura cattolica della solidarietà sociale e familiare, la cultura socialista del lavoro e della giustizia sociale, la cultura liberale dell’economia di mercato, della liberta’ individuale e del buon governo, attraversate dalle grandi tematiche dei diritti civili, della questione morale e dei nuovi diritti di cittadinanza alle quali i grandi movimenti ambientalisti, delle donne e dei giovani hanno dato un contributo essenziale. L’Italia dei Valori vuole integrare i tradizionali valori di libertà, uguaglianza, legalità e giustizia con i valori nuovi del nostro tempo: pari opportunità, sviluppo sostenibile, autogoverno, solidarietà e sussidiarietà, responsabilità, iniziativa, partecipazione ed europeismo, nel quadro di un sempre più avanzato federalismo europeo. Obiettivi primari del partito sono la riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione, un reale federalismo, lo sviluppo di una sana economia di mercato, la realizzazione di uno Stato di diritto, libero dai conflitti di interessi, con una seria e concreta divisione e autonomia tra i poteri. L’Italia dei Valori auspica uno sviluppo sociale basato non solo sulle regole del commercio, ma anche su interventi correttivi per renderle più favorevoli ai soggetti piu’ deboli, specie nei paesi e nelle aree territoriali povere ed arretrate, favorendo un’equa ripartizione delle risorse. Alla globalizzazione dei mercati deve corrispondere una reale libera concorrenza e soprattutto la globalizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.”

 

Come si vede c’è tutto e il contrario di tutto.

 

Pochissimi italiani sanno che quando votano l’IDV alle elezioni europee eleggono deputati che siederanno e voteranno insieme ai liberali tedeschi e del Regno Unito. Si può dire senza tema di smentita che la vera ed unica identità dell’IDV è l’antiberlusconismo in chiave giustizialista. Infatti nell’IDV militano e vengono eletti ad ogni livello ex comunisti, ex democristiani, ex liberali, e una varietà più o meno sconfinata di personaggi locali dalle più diverse tendenze. L’IDV è un partito leaderista. Non c’è solo il nome del leader nel simbolo del partito. I poteri attribuiti al presidente del partito sono enormi. E il congresso è dominato dagli eletti nelle istituzioni di tutti i livelli che infatti lo compongono automaticamente.

L’IDV sul territorio è un partito diversificatissimo. Infatti data la sua collocazione interna al centrosinistra, comunque coniugato, e l’apparente radicalità delle posizioni dovuta più che altro ai toni utilizzati contro Berlusconi, ha avuto negli ultimi anni forti successi elettorali. Essendoci uno spazio considerevole e comunque appetibile molti personaggi locali lo hanno fondato sul proprio territorio. È una reciproca convenienza di Di Pietro e dei personaggi locali. Di Pietro ingrossa il proprio partito e i personaggi locali sfruttano la popolarità di Di Pietro. Si tratta di puro franchising. Vale per le aziende che sono proprietarie di un importante marchio e che appaltano il marchio ad imprenditori locali che hanno l’unico obbligo di esporre il marchio e di rispettare il disciplinare dell’azienda. Basta leggere lo statuto dell’IDV per rendersi conto della vastità più o meno infinita del disciplinare. Non c’è nulla di più esplicito ed esemplificativo per dimostrare che la politica nell’epoca del maggioritario è puro mercato elettorale.

Ovviamente la natura leaderistica ed elettoralistica dell’IDV, che pure è importante, non è tutto. Come sempre in politica esistono identità e profili di fatto prodotti dalla collocazione nel quadro politico e dalle scelte contingenti. Che poi sono sostanzialmente i motivi che attraggono o meno i voti d’opinione. Recentemente l’IDV ha scelto di opporsi frontalmente al governo Monti, anche utilizzando argomenti totalmente antiliberisti e certamente contraddittori con il proprio statuto, con l’appartenenza europea e con la propria stessa storia. Fino a mettere in discussione la propria appartenenza al centrosinistra, inteso classicamente.

Non è in questa sede che si devono fare previsioni su eventuali evoluzioni o involuzioni dell’IDV. Le forze politiche possono cambiare sempre in conseguenza delle dinamiche sociali. È evidente che Di Pietro che per anni è apparso più “di sinistra” del PD e propugnatore di un’opposizione intransigente contro Berlusconi nel tempo della crisi economica e del governo Monti, per conservare il proprio elettorato e per distinguersi dal PD deve radicalizzare le sue posizioni sui temi sociali ed economici. La pura retorica violentemente antiberlusconiana non servirebbe allo scopo. Certamente su questa strada sarebbe necessaria una riforma del partito sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista organizzativo che consolidi le scelte politiche fatte negli ultimi mesi. Ma le piroette e i salti mortali nel sistema maggioritario sono all’ordine del giorno e quindi non si possono fare previsioni certe. Perché proprio la natura verticistica e leaderistica del partito le permettono. In tutte le direzioni.

 

Se lo statuto dell’IDV è un capolavoro di eclettismo quello di Sinistra Ecologia e Libertà è un capolavoro di genericità e confusione.

Ecco l’Art. 1.

 

“Articolo 1.

1. Sinistra Ecologia Libertà è una libera, laica, democratica e aperta organizzazione politica di

donne e uomini fondata sul principio della libertà, solidarietà ed eguaglianza, dell’ecologia e della differenza sessuale.

2. SEL, ispirandosi ai principi della Costituzione, è impegnata a rimuovere ogni ostacolo alla piena partecipazione politica delle donne nei suoi organismi dirigenti ed esecutivi, nella scelta delle candidature nelle assemblee elettive. SEL promuove altresì la piena partecipazione delle giovani generazioni alla politica.

3. SEL rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religione, le disabilità, l’identità e orientamento di genere, l’orientamento sessuale, nazionalità e appartenenza ai popoli riconosciuti dall’Onu.

4. SEL assicura informazione, trasparenza e partecipazione. A tal fine, oltre alle forme di

partecipazione diretta delle iscritte e degli iscritti e dei circoli, si avvarrà del sistema

informazione web (Siw), anche per la sperimentazione di nuove forme di democrazia digitale. SEL rende visibili attraverso gli stessi strumenti tutte le informazioni sulla vita politica interna, sulle riunioni, le deliberazioni politiche, il bilancio.

5. SEL promuove e organizza pratiche di democrazia partecipata. Le forme della democrazia

partecipativa e diretta progressivamente saranno quelle che definiranno anche la democrazia

interna all’organizzazione.

6. SEL promuove momenti di formazione collettiva, quali seminari e momenti di studio, per

l’elaborazione collettiva di proposte e indirizzi politico-programmativi, per la crescita di

competenze specifiche e articolate al fine di assicurare il rinnovamento dei gruppi dirigenti

fondato sulle reali capacità di direzione politica.

7. SEL aderisce al codice di autoregolamentazione per le candidature approvato dalla

Commissione Parlamentare Antimafia.”

 

Chiunque può verificare leggendo tutto lo statuto che in nessuna altra parte c’è alcun cenno a qualsiasi ideologia, ideale od obiettivo in qualche modo legato alla storia della sinistra. Nemmeno nessun riferimento al mondo del lavoro analogo a quelli citati chiaramente nella costituzione repubblicana.

Nel documento congressuale, che è però per sua natura limitato e provvisorio, ci sono molti riferimenti, per quanto generici, alle culture della sinistra. Ma nessuna critica del maggioritario e della degenerazione che esso ha prodotto nella politica e nelle istituzioni. Tutto sembra essere colpa di Berlusconi e delle timidezze ed incertezze del PD. La proposta, che in questo contesto assume valore assolutamente strategico, è il nuovo centrosinistra. E il nuovo centrosinistra si può ottenere con le primarie. Punto. Tutto qui.

Alla litania dei valori (pace, non violenza, solidarietà, giustizia sociale, partecipazione ecc) non corrisponde alcun progetto di paese e di democrazia che non sia il nuovo centrosinistra. Come se la formula, già ambigua di per se, potesse essere qualificata socialmente e democraticamente dall’aggettivo “nuovo”. Del resto la parola “nuovo” ad occhio è la più ricorrente nei testi e nei discorsi di SEL. Una parola magica, che lascia al lettore, ascoltatore e tifoso, la libertà di dargli l’accezione che gli pare. Un espediente tipico dell’elettoralismo più sfrenato e della più volgare e spicciola psicologia delle comunicazioni.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo come è nata SEL. Perché una tale genericità e mania del “nuovo” sono figlie di una precisa storia.

 

Nel corso dell’esperienza dell’ultimo governo Prodi i DS e la Margherita diedero vita al PD. Il PD soffrì una scissione e si formò Sinistra Democratica. La evidente natura centrista del PD diede adito all’idea che ci fosse un enorme spazio politico ed elettorale, un vuoto, che avrebbe potuto essere colmato da un nuovo partito di sinistra. Questa idea fece breccia nel PRC, nei Verdi, nel Partito Socialista, nel PdCI, e in una innumerevole pletora di associazioni. I mass media, ovviamente, si eccitarono fino all’inverosimile. Talk show a raffica, descrizione di scenari e contro scenari e così via. I sondaggi davano il nuovo partito fra il 12 e il 15 %. Vennero convocati gli “stati generali della sinistra”. Nel PRC il gruppo dirigente fece un accordo oligarchico basato su una enorme ipocrisia. Dietro la proposta di far nascere un “nuovo soggetto unitario e plurale” si nascondevano almeno due prospettive alternative fra loro. L’unità della sinistra non era messa in discussione quasi da nessuno ma c’era chi voleva sciogliere il PRC in un nuovo partito e chi, più prudentemente, aveva in testa una lista elettorale o, al massimo, una federazione di diversi partiti e forze.

Apriamo una prima parentesi su questo punto.

Il progetto di fare un nuovo partito, fortemente propugnato da Sinistra Democratica e da una parte del gruppo dirigente del PRC, giusto o sbagliato che fosse, necessitava di una condizione indispensabile: che morisse il PRC. La “tregua” siglata nel gruppo dirigente del PRC era un modo per rimandare il problema, non per risolverlo. Ed espropriava gli iscritti e i militanti del PRC dal diritto di decidere democraticamente sul punto in questione. Gli elettori, gli iscritti e i militanti dei partiti coinvolti nel “nuovo soggetto unitario e plurale” dovevano assistere attoniti agli “annunci”, alle “accelerazioni”, ai “distinguo” e alle “frenate” dei vari personaggi che si alternavano in TV e sui giornali. Ma tutto questo avveniva dentro la vicenda del governo Prodi, non in un laboratorio asettico. E il governo Prodi, impegnato a fare esattamente il contrario di quel che c’era scritto sul suo programma di governo, produceva una delusione e una disillusione enorme nel paese e segnatamente fra gli elettori di sinistra. L’intreccio fra la questione del rapporto col governo e l’ansia di fondare un nuovo partito non poteva reggere il confronto con la realtà. Ammesso che la formula del “nuovo partito” fosse giusta, immediatamente sorgeva la questione delle questioni: si poteva rompere col governo Prodi? Il nuovo partito doveva essere indipendente o interno al centrosinistra?

Gli oligarchi (io li definii così e non ho cambiato opinione), risolsero la questione con una ennesima e falsa suggestione. Agli “stati generali della sinistra” tra il “parto doloroso” di Vendola e l’insofferenza verso i movimenti che contestavano il governo, tra le dichiarazioni di Occhetto sulla primogenitura dell’idea e gli applausi e urla di molti ex – qualcosa (nel gergo trombati) che già si rivedevano rieletti in qualche istituzione, la questione del governo venne risolta dicendo: “siamo quasi 150 parlamentari, se ci uniamo condizioneremo il governo”. Proprio nel momento in cui il governo tradiva sul punto fondamentale riguardante pensioni, precarietà e stato sociale.

Adottando il metodo della storia controfattuale si potrebbe dire che se il “nuovo partito” fosse nato rompendo con il governo, in un fecondo rapporto con i movimenti di lotta nel paese, avrebbe avuto buone probabilità di vincere le resistenze e di dissolvere dubbi e perplessità. Gli stessi oligarchi avrebbero potuto convocare un referendum vincolante, sul modello delle primarie, dimostrando un minimo di coerenza con la retorica ripetizione delle parole “nuovo” e “partecipazione”. Ma non era possibile per il semplice motivo che il 90 % degli oligarchi non avrebbero mai e poi mai messo in discussione il governo, neanche in caso di guerra nucleare. Ed anche per il motivo che nella loro testa essi erano i leader e i proprietari del popolo della sinistra. Popolo che andava “guidato” verso meravigliose sorti ma non fatto partecipare a nessuna scelta fondamentale.

Così la “nuova cosa di sinistra” si rassegnò a stare in un governo balbettando moderate critiche mentre Prodi abbatteva la scure proprio contro i metalmeccanici scesi in piazza. E subì la caduta del governo per opera dell’Udeur e la successiva esclusione dal centrosinistra per scelta unilaterale del PD. Nel corso della campagna elettorale della “sinistra e l’arcobaleno” (sic), a sua volta decisa in modo totalmente oligarchico, vi fu perfino il tentativo di appellarsi agli elettori affinché con il voto dessero un segnale deciso per la nascita di un “grande e nuovo partito di sinistra”. Appelli conditi con tanto di abbandono del comunismo. Come se alle elezioni gli elettori dovessero pronunciarsi su vaghi progetti nemmeno buoni per i militanti e non, come voleva il maggioritario, sulla vittoria o meno di Berlusconi. Il PD di Veltroni fece una dura campagna contro la Sinistra e l’Arcobaleno (sic di nuovo) e per il voto utile. Risultato: vennero persi voti verso il PD, verso l’astensione, verso le due liste con la falce e martello, in proporzioni tali da determinare la più grande debacle elettorale della storia della sinistra, e non solo. Senza contare Sinistra Democratica che nel 2006 era ancora nei DS, e che comunque secondo le previsioni avrebbe dovuto portare molti voti, si passò da 4 milioni di voti del PRC, Verdi e PdCI a 1 milione e centomila. E dal 10,5 % al 3,1 %.

Qualsiasi dirigente politico serio, per giunta dopo aver deciso tutto da se e accusando i critici e dubbiosi di essere incapaci di “capire” e di “vedere” i nuovi orizzonti che si dischiudevano sulle rovine del XX secolo e di essere nostalgici di un comunismo obsoleto, avrebbe deciso di farsi da parte, ammettendo i gravi errori commessi.

Invece il tentativo di sciogliere i partiti esistenti per formarne uno nuovo, questa volta nel centrosinistra visto che la debacle venne attribuita solo alla, pur esistente, logica del voto utile intrinseca al maggioritario, venne reiterato. Con l’eccezione del PdCI che a sua volta propose una costituente comunista, anch’essa interna al centrosinistra.

Il processo politico che porterà alla nascita di SEL è sostanzialmente la storia di scissioni in tutti i partiti della sinistra. Nessuno escluso. Non vale la pena di descriverle una per una, anche perché ci vorrebbero decine di pagine. Lo farò solo, anche se sommariamente, per quella che riguarda il PRC. Basti dire che nel dicembre 2009, quando viene fondata SEL, a dare vita al nuovo partito sono: Sinistra Democratica (che nel frattempo ha subito la scissione guidata da Cesare Salvi), il Movimento per la Sinistra (scissione del PRC), Unire la Sinistra (scissione del PdCI), l’Associazione Ecologisti (scissione dei Verdi). Inoltre manca all’appello il PSI, che pure aveva fatto parte della lista SeL alle elezioni europee.

In nome dell’unità si provocò una vera e propria orgia di divisioni e scissioni!

Nel PRC, subito dopo le elezioni, alcuni (fra cui il sottoscritto) dovettero parecchio insistere affinché fossero convocati gli organismi dirigenti. Altri volevano attendere anche 3 o 4 settimane. Un partito scaraventato fuori dal parlamento dagli elettori, a causa di una linea politica e di un comportamento elettorale capace di disperdere milioni e milioni di voti, aveva visto attonito il proprio segretario dichiarare in TV che il progetto della Sinistra e l’Arcobaleno era “irreversibile”. Si doveva cioè attendere che i soci fondatori della Sinistra e l’Arcobaleno proponessero l’ennesima accelerazione e, per giunta, si dividessero fra i proponenti un nuovo partito di sinistra e la costituente comunista del PdCI. Ovviamente se gli organismi del PRC fossero stati convocati su questa alternativa cucinata dall’oligarchia il PRC si sarebbe spaccato e dissolto. E sarebbero nati due partiti divisi ideologicamente fra “nuovo” e “vecchio” ma entrambi interni al centrosinistra e alla logica del maggioritario. Ma grazie a una nuova maggioranza il Comitato Politico Nazionale del PRC venne convocato e decise di dimissionare la segreteria e di avviare una vera discussione congressuale. Nella quale iscritti e militanti avrebbero potuto effettivamente decidere del destino del partito e soprattutto dei veri motivi della sconfitta elettorale ed enorme vittoria della destra. Ovviamente i mass media, i soliti talk show e i dietrologi chiamati giornalisti fornirono all’opinione pubblica la loro versione di questa vicenda. Un complotto di palazzo ordito da nostalgici, dogmatici, ortodossi, vecchi, novecenteschi, estremisti e chi più ne ha più ne metta, aveva defenestrato il povero segretario del partito e la fino ad allora maggioranza “bertinottiana”. E a questo coro si aggiunse anche il quotidiano del partito Liberazione, che invece di informare correttamente su una discussione democratica, per quanto aspra e dura, si schierò più che apertamente dalla parte della minoranza.

Si sarebbe potuto fare un congresso veramente improntato ad una discussione seria e all’altezza della gravità della situazione. Analizzando sul serio gli errori evidenti che avevano prodotto il disastro, a cominciare dall’esperienza di governo. E affrontare il necessario ed ineludibile nodo della unità della sinistra sulla base di contenuti e proposte chiare ed inequivocabili, anche facendo decidere gli unici e veri proprietari del partito, gli iscritti, se sciogliere il PRC in un nuovo partito, scontando una scissione verso la costituente comunista, quella si ultraidentitaria per compensare l’appartenenza al centrosinistra, o la proposta di federare la sinistra in una aggregazione non solo elettorale, ma indipendente dal PD, proporzionalista ed avversa al maggioritario e quindi tesa a ricostruire una rappresentanza politico istituzionale del mondo del lavoro.

Una simile discussione, onesta e seria, nella quale tutti i dirigenti si sarebbero assunte tutte le loro responsabilità, avrebbe favorito la partecipazione ed anche suscitato un sano interesse all’esterno del partito.

Ma la discussione venne subito inquinata da diversi fattori. Elenchiamoli velocemente.

1) coloro che per mesi avevano apertamente (sui giornali, in tv e anche durante la campagna elettorale, ma mai con un documento scritto e sottoposto al voto negli organismi del partito) annunciato la formazione di un nuovo partito, il “superamento” del PRC, la riduzione del comunismo ad una corrente di pensiero fra le altre nel nuovo partito (esattamente come fecero nel PDS quando venne sciolto il PCI), dissero che attribuirgli questa intenzione era un “processo alle intenzioni” e ci accusarono di essere stalinisti.

2) chi non era per il nuovo partito, sempre secondo loro, non poteva che essere per un partito comunista ortodosso e nostalgico. Nulla o quasi veniva detto sull’esperienza di governo e quando era citata era solo per attribuire a Veltroni e a Mastella la colpa di tutto, tralasciando completamente il tradimento del programma operato dall’esecutivo o attribuendolo esclusivamente alla debolezza del governo dovuta al “pareggio” elettorale. In altre parole il “pareggio” aveva permesso ai centristi dell’UDEUR ed altri di condizionare il governo. Ne scaturiva che sarebbe bastato unire la sinistra e far pesare dentro il centrosinistra i suoi contenuti per costruire un “nuovo” centrosinistra nel futuro. Del resto al “non vogliamo morire democristiani” venne sostituito “non vogliamo morire berlusconiani”, e così si poteva restare vaghi nella proposta vera e politica, puntando alla sconfitta di Veltroni e ad una svolta a sinistra del PD.

3) sull’onda della descrizione di un complotto e di uno scontro personale fra Vendola e Ferrero, che intanto i mass media avevano implementato, venne montata una vera campagna di denigrazione nei confronti di Ferrero, accusato di allearsi con le componenti che furono di minoranza nel precedente congresso, di essere un ex DP e quindi inguaribilmente minoritario e così via. Come se nello schieramento loro non ci fossero esponenti di quelle minoranze ed ex DP.

 

Insomma, questo inquinamento del dibattito non fu un incidente e tanto meno la prova che i comunisti non potevano che essere cannibali e fratricidi in discussioni laceranti. Fu una scelta consapevole di chi sapeva che la vera discussione sui veri punti di dissenso avrebbe chiarito le idee nella testa di molti e determinato un esito certo al congresso.

Il congresso con queste premesse non poteva che essere uno scontro frontale. E lo fu irrimediabilmente.

Al congresso vennero aggiunti altri punti mistificatori per occultare la vera contesa politica e costringere i militanti a schierarsi indipendentemente dalle loro opinioni sull’esperienza di governo e sullo scioglimento del PRC. Con l’autocandidatura di Vendola a segretario si tentò di trasformare il congresso nella pura scelta del leader. Contando sull’aperta simpatia di Repubblica, di altri giornali e conduttori di talk show nei confronti di Vendola. Una banale adesione ad una iniziativa dell’IDV contro la politica di Berlusconi sulla giustizia ci costò pure l’accusa di aver avuto una deriva giustizialista (soprattutto da alcuni che pochi mesi dopo aderiranno all’IDV (sic)). Si sosteneva che la eventuale nuova maggioranza avrebbe determinato l’abbandono da parte del PRC del Partito della Sinistra Europea. E potrei continuare.

Dopo il congresso, nel quale la mozione di Vendola tentò di allearsi proprio con la componente di Essere Comunisti, dopo aver detto che la presenza di quest’ultima nel documento avverso ne dimostrava la deriva identitaria e stalinista, la corrente capeggiata (è il caso di usare questo termine) da Vendola, invece che accettare l’esito democratico continuò una campagna di denigrazione del nuovo gruppo dirigente. In particolare il quotidiano del partito, che nel frattempo aveva accumulato milioni di debiti, si contraddistinse per proporre come linea editoriale la linea della corrente di Vendola e per denigrare, anche con insulti, quella che era passata nel  congresso del partito. La sostituzione del direttore, che venne decisa dopo innumerevoli tentativi di comporre il dissidio semplicemente garantendo che il quotidiano esprimesse la linea del partito e presentasse quella della corrente di Vendola come quella della minoranza, senza ovviamente censurarla, divenne il pretesto per provocare la scissione. Come se non bastasse, data la crisi finanziaria di Liberazione, un editore, per altro vicino alla corrente di Vendola e che pubblicava la rivista di Bertinotti “Alternative per il Socialismo” ed ospitava numerosi articoli di esponenti vendoliani sul settimanale Left, propose al partito di vendergli la testata. Essendo l’editore “seguace” dello psichiatra Massimo Fagioli, a sua volta accusato di avere posizioni omofobe, e nonostante Fagioli nel recente passato avesse manifestato tutta la simpatia possibile per Bertinotti, anche promuovendo affollati dibattiti pubblici con quest’ultimo, la nuova maggioranza che dirigeva il partito venne accusata anche di promuovere una svolta omofoba. Ci sarebbe da ridere sia sull’accusa di stalinismo per la sostituzione del direttore, sia per quella di omofobia. Ma invece tutte le TV e tutti i quotidiani scatenarono una campagna sostenendo queste accuse accreditando presso milioni di persone di sinistra l’idea che ormai il PRC fosse un gruppuscolo guidato da stalinisti settari e perfino omofobi.

 

Io penso che fosse più che legittimo proporre un approdo strategico interno al centrosinistra e al sistema politico del maggioritario, ed anche che fosse legittimo considerare chiusa l’esperienza comunista organizzata in partito. Tutto legittimo. Ovviamente non condivido nulla di tutto ciò, ma capisco che per chi pensa che le elezioni e dintorni (come le primarie) siano la vera sostanza della politica e che il governo sia l’unico vero obiettivo sempre, anche se ha passato dieci o venti anni a dire il contrario, alla fine abbia il diritto di proporlo e di battagliare per far passare questa prospettiva. Penso che negli anni 2000 si possa arrivare alla conclusione che il comunismo sia superato, anche se si sono passati dieci o venti anni (come Vendola) a scrivere le lodi del comunismo eterno. Per me non è così ma sono conscio che le sconfitte provocano esattamente queste conseguenze. Ma penso anche che non si possa accettare in nessun modo che gli iscritti, ed anche la base elettorale che si aspira a rappresentare e dirigere, possano essere trattati come minus sapiens, come una massa di manovra, come tifosi di un leader. Per me c’è un innegabile nesso tra ciò che si fa e ciò che si dice. E vige sempre il principio di responsabilità. C’è sempre una linea di confine che separa i dirigenti politici dai politicanti. Che separa chi si assume le proprie responsabilità da chi le rifugge addossandole sempre ad altri. Che separa chi parla chiaro da chi imbroglia le carte dicendo cose diverse in luoghi diversi. Che separa chi fa proposte chiare e su cui ci si può esprimere da chi fa demagogia e sostituisce alle proposte le suggestioni. Che separa chi gioca pulito rispettando le idee altrui da chi gioca sporco e distorce le idee altrui fino a ridurle a caricatura per poterle combattere senza confrontarsi seriamente nel merito.

Oggi, a quattro anni di distanza, chiunque può verificare diverse cose.

La vera proposta della corrente di Vendola era quella di fondare un nuovo partito abbandonando il comunismo? Si o no?

La linea politica che si proponeva era quella interna comunque al centrosinistra? Si o no?

Il nuovo partito, superati gli orrori del novecento, sarebbe diventato un partito leaderistico? Si o no?

La critica del maggioritario e l’idea della repubblica parlamentare e della legge elettorale proporzionale, da sempre qualificanti la sinistra, sono state mantenute da SEL?

Il PRC è uscito dal Partito della Sinistra Europea? SEL ha mai chiesto di far parte del Partito della Sinistra Europea o discute di quando e come aderire al Partito Socialista Europeo?

Il PRC è diventato omofobo, dogmatico, giustizialista?

Il PRC ha accantonato ogni idea di unità della sinistra per sommare i comunisti in un partito settario?

Anche qui potrei continuare molto a lungo. Ma è inutile. Sia per quelli che pensano che in politica tutto si possa dire e contraddire a seconda della convenienza del momento (convenienza di chi?). Sia per quelli che queste cose le sanno per averle subite, pur sapendo che per la maggioranza degli italiani dalla vicenda di rifondazione comunista, per come è stata descritta in malafede dai mass media, sono scaturiti due partiti. Uno splendido, vincente, guidato da un leader telegenico e popolare, nuovo nel linguaggio e al passo con i tempi. E un altro chiuso, settario, stalinista, omofobo, estremista, e soprattutto tagliato fuori dalla vera ed unica politica che conta: quella del centrosinistra e dei talk show.

 

La scissione promossa da Vendola provocò una ennesima grande delusione fra i simpatizzanti, gli iscritti e gli stessi militanti del PRC. Decine di migliaia di persone abbandonarono ogni impegno o lo riversarono in comitati e associazioni di lotta. Non erano interessate a discutere in quel modo, a dover scegliere fra leader, a sentirsi in colpa per la propria storia ed appartenenza politica comunista, ad assistere a litigi e urla inconcludenti. Ed anche ad appartenere ad una organizzazione data per morta dai mass media e dagli stessi scissionisti. Questo è il triste bilancio che porta con se ogni scissione. Sempre gli scissionisti di un partito comunista si propongono l’obiettivo di distruggerlo, anche contando sulla disillusione che nella base del partito provoca una lacerazione e divisione insanabile del gruppo dirigente.

Più avanti parleremo del PRC, e quindi anche del suo indebolimento e impoverimento. Ma ora occupiamoci e concludiamo il discorso su SEL.

Sinistra e Libertà alle elezioni europee del 2009 era composta dalla scissione del PRC, dal partito dei Verdi, da Sinistra Democratica e dal PSI. Prese 960 mila voti, pari al 3,13 %. Non elesse nessun deputato giacché la soglia del 4 %, introdotta nel febbraio del 2009, non era stata raggiunta. Ma se li avesse eletti non è dato sapere a che gruppo parlamentare europeo avrebbero aderito. La “lista anticapitalista” promossa dal PRC, con il PdCI e Socialismo 2000, prese 1 milione e 40 mila voti, pari al 3,39 %.

Nonostante un anno di campagna di tutti i giornali e talk show a favore di SeL, nonostante l’immagine del PRC deturpata appositamente, l’esito fu questo e dimostrò che così era divisa la sinistra italiana.

Naturalmente per commentatori, politologi, conduttori ignoranti di talk show, e conseguentemente anche per molti militanti decerebrati di sinistra i contenuti delle due liste, a cominciare dall’appartenenza ad un preciso schieramento nel parlamento europeo, non avevano nessuna importanza. Ma proprio nessuna. Ciò che contava era solo l’effetto del voto europeo sulla politica interna italiana. Molti elettori di sinistra votarono IDV e SeL, senza sapere che avrebbero eventualmente eletto deputati in due gruppi, quello socialista e quello liberale, alleati strettamente ai popolari nel governo effettivo dell’Unione Europea. Antiberlusconiani in Italia e alleati di Berlusconi in Europa. Sempre se parliamo delle politiche economiche e monetarie, sociali, commerciali, estere e militari e non del colore delle mutande delle escort di Berlusconi.

Resta il fatto che SeL non sfondò elettoralmente, non superò la lista anticapitalista, e che anche per questo subì, in seguito, l’allontanamento dei Verdi (con scissione per rimanere in quella che diventerà Sinistra Ecologia e Libertà) e del PSI.

Ma poi vennero la famose primarie ed elezioni pugliesi. E Vendola le vinse. Cogliendo l’occasione al volo per dire: facciamo la stessa cosa in Italia.

L’ennesima suggestione imbrogliona.

 

Espressione troppo forte la mia?

 

Vediamo.

 

Si può paragonare l’elezione regionale pugliese alle elezioni politiche nazionali? Ovviamente si, ma distinguendo bene le differenze. Per esempio non si può ignorare che su punti decisivi e fondamentali, come politica economica, estera, difesa ecc, la regione non ha nessuna competenza. Con tutta evidenza una coalizione costruita intorno ad un programma regionale potrebbe non essere valida per le elezioni politiche giacché proprio sui punti salienti appena elencati i partiti regionalmente uniti potrebbero essere molto divisi. O no? Per Vendola certamente no! Per il semplice motivo che basta indicare uno schieramento di centrosinistra, “nuovo” perché diretto da lui, per far sparire come d’incanto la NATO, i trattati europei costituzionali e non, la Banca centrale europea ed italiana, le multinazionali e così via. Naturalmente la logica della politica “bipolare” funziona e i soliti mass media e talk show ragionano come Vendola (e viceversa). In politica ci devono essere due partiti o due schieramenti con due leader. Punto. Il resto conta solo se può determinare la vittoria e sconfitta di uno dei due leader. Punto. Ogni schieramento avrà contenuti compatibili con la estensione dello stesso stabiliti a tavolino dai maggiorenti contraenti l’alleanza. Punto.

È una logica stringente. Ma funziona solo se tutti i partecipanti al gioco hanno una reale condivisione su questioni fondamentali. Altrimenti lo schieramento è destinato ad essere poco credibile e soprattutto incapace di reggere la dura prova delle scelte da fare in caso di vittoria. O no?

Non tornerò sull’esperienza dell’ultimo governo Prodi. Ho già scritto fiumi di parole e credo sia chiaro ciò che penso. Tuttavia ecco un punto su cui quanto ho scritto più sopra evidenzia la sua importanza. Ecco perché sarebbe stato importante discutere approfonditamente, al congresso del PRC del 2008, sul governo Prodi invece che sulla non violenza o sulla obsolescenza o meno del movimento operaio del 900. Come d’incanto Vendola, dopo aver detto il contrario per venti anni (ma ci credeva a quel che diceva e scriveva?), sposa l’ideologia, anzi la quintessenza dell’ideologia, del maggioritario all’italiana.

E poi, ammesso e non concesso che dire “facciamo la stessa cosa in Italia”, sia onesto e credibile politicamente, vogliamo fare i conti almeno con i risultati elettorali reali?

Vediamoli.

Certo. Le elezioni regionali del 2010 le ha vinte il candidato alla Presidenza Vendola. Non c’è dubbio. Ma confrontiamo bene i dati con quelli delle elezioni precedenti, quando il Vendola comunista del PRC vinse primarie ed elezioni.

Nel 2005 il candidato Vendola prese 1.165.536 voti pari al 49,84 % e le liste della coalizione 1.064.410 voti pari al 49,74 %. Il candidato di destra Fitto 1.151.405 voti pari al 49,24 % e le liste della coalizione 1.059.869 voti pari al 49,52. Altre liste 16.048 voti pari allo 0,74 %.

Nel 2010 il candidato Vendola 1.036.638 voti pari al 48,69 % e le liste della coalizione 910.692 voti pari al 46,05 %. Il candidato della destra Palese 899.590 voti pari al 42,25 % e le liste della sua coalizione 874.462 pari al 44,25 %. La candidata Poli Bortone 185.370 voti pari al 8,71 % e le liste della coalizione (UDC, IO SUD – MPA) 186.443 pari al 9,43 %. Altre liste 5.834 voti pari allo 0,30 %.

 

Come si può ben vedere i risultati di Vendola e della sua coalizione nel 2005 e nel 2010 sono analoghi. Ma mentre nel 2005 vinse contro la destra unita, nel 2010 vince solo grazie alla divisione della destra.

Inoltre c’è un dato che fa sempre scalpore per qualche ora nei giorni delle elezioni e che poi viene regolarmente dimenticato. Nel 2005 i votanti furono il 70,5 % degli aventi diritto e le schede bianche e nulle il 5,7 %. Nel 2010 i votanti furono il 62,3 % e le bianche e nulle il 5,2 %.

Un calo cioè di più del 7 % dei votanti. Identico a quello medio di tutte le altre regioni in cui si votò nello stesso turno nel 2005 e nel 2010. Dal 71,5 al 63,6 %.

 

Insomma, dopo cinque anni di meraviglioso governo, se l’UDC e IO SUD – MPA fossero rimasti nella coalizione di centrodestra Vendola avrebbe probabilmente perso le elezioni. Dopo cinque anni di “rivoluzione democratica” improntata alla promozione della partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica calano i votanti in modo considerevole.

Intendiamoci, rimane la vittoria che nel sistema elettorale pugliese assegna un super premio di maggioranza. Al vincente per pochissimo o poco, e mai capace di superare il 50 % dei voti validi (30 35 % degli aventi diritto) vanno nel 2005 41 seggi (pari al 60,3 % dei 68 seggi regionali) e all’opposizione 27 seggi (pari al 29,7 % dei seggi regionali). Nel 2010 48 seggi (pari al 59 % dei 78 seggi regionali) e alle opposizioni 30 seggi (pari al 31 % dei 78 seggi regionali). Significativo il fatto che nel 2010, tanto per fare due esempi, la coalizione UDC, IO SUD-MPA con il 9,43 % dei voti prende 4 seggi, pari al 5,12 %. E la lista della Federazione della Sinistra con il 3,26 % dei voti non prende nessun seggio, pur essendo nella coalizione vincente, mentre la lista “civica” La Puglia per Vendola con il suo 5,53 prende 6 seggi.

Che bella legge! Che bel sistema democratico!

Come mai dal 2005 al 2010 il “governatore” (come ama farsi chiamare Vendola anche se in Italia la carica di governatore non esiste) non l’ha cambiata o almeno corretta?

 

Comunque, ripeto, la vittoria della coalizione guidata da Vendola, per quanto favorita dalla divisione della destra e caratterizzata dalla crescita dell’astensionismo come in tutto il resto del paese, rimane un fatto importante. Senza dubbio.

Ma questo fatto è in se tale da determinare il clamore che ha suscitato all’epoca?

Nella realtà e dal punto di vista politico elettorale no. Ma nella politica spettacolo del maggioritario si, eccome.

È bastato che Vendola dicesse che si sarebbe candidato a guidare il centrosinistra nazionale con le famose primarie e per molti mesi ha calcato tutte le scene dei talk show. Ha goduto delle attenzioni di tutti i giornali, politologi, dietrologi. Avrebbe il nuovo leader potuto vincere le primarie? Cosa sarebbe successo nel PD se le avesse vinte? La destra avrebbe preferito confrontarsi con Vendola o con Bersani nella prossima campagna elettorale? La vittoria eventuale di Vendola avrebbe determinato un ritorno dei centristi nella casa della destra, li avrebbe lasciati dov’erano, ed eventualmente il centrosinistra avrebbe potuto allearsi con i centristi, per battere Berlusconi, con un candidato premier così radicale? Veltroni e i suoi preferivano Vendola o il loro nemico interno Bersani? Se Vendola fosse diventato premier si sarebbe tolto l’orecchino?

Risiko e gossip all’infinito. Contenuti zero.

Ovviamente il candidato alle primarie in pectore ha sguazzato in questo mare di nulla offrendosi come interlocutore credibile presso i cattolici integralisti (parlando del Papa con grande comprensione perfino sul tema della pedofilia nella chiesa), agli imprenditori (“lo stato non deve farsi imprenditore” dichiarato sul Sole 24 Ore) e così via. Distinguendosi per insultare il proprio ex partito con frasi degne di Grillo come “sono un cimitero”.

 

Insomma, in un quadro politico caratterizzato dai prodromi della crisi del governo Berlusconi, con un PD diviso, moderato e ambiguo, la suggestione del “nuovo” centrosinistra a guida vendoliana sembrava, secondo i canoni del bipolarismo, non solo possibile ma anche probabile. A patto che i contenuti, che pure SEL rivendicava, fossero anch’essi suggestioni e non programmi concreti. Del resto c’era anche una teoria semiprofetica secondo la quale in Europa, e dunque anche in Italia, in risposta alle crescenti contraddizioni prodotte dalla fase neoliberista del capitalismo, la sinistra (tutta, compresa quella socialista e socialdemocratica) avrebbe dovuto e potuto rinascere da se stessa con il famoso big bang (sic). Più prosaicamente SEL avrebbe potuto innescare questo processo con il “nuovo centrosinistra” in Italia. Naturalmente spogliandosi per prima della propria storia, concepita come piombo nelle ali.

Intanto nei sondaggi SEL raddoppiava e triplicava i voti ottenuti alle elezioni del Parlamento Europeo del 2009. Nei sondaggi, però. Perché ad ogni tornata amministrativa prendeva la metà o un terzo dei voti previsti dai sondaggi nazionali e locali. Ma miracolosamente i soliti mass media sembravano non accorgersene. Come non si accorgevano che il PRC e la Federazione della Sinistra prendevano quasi sempre il doppio di quel che prevedevano i sondaggi. Poco, certo, ma come SEL o il triplo o quadruplo dell’API di Rutelli. Che però erano sempre in tv come protagonisti della politica italiana. Fino ad arrivare, più recentemente, al paradosso che quando SEL schierandosi col PD a Napoli o a Palermo perdendo le elezioni, Vendola veniva invitato nei talk show a commentare la vittoria di De Magistris o di Orlando, come se fosse un suo patrimonio. O alla coalizione greca Syriza descritta più volte su giornali e Tv come “la SEL greca”. Altri esempi di come il sistema maggioritario non solo escluda categoricamente i contenuti antagonistici al sistema ma sia capace perfino di distorcere la realtà dei fatti per farla entrare nello schema bipolare. Sinceramente non penso, tranne qualche eccezione come Repubblica, che il sistema del mass media e dei talk show fossero e siano solo in malafede. Semplicemente sono spesso ignoranti, superficiali e, per così dire, seguono l’onda. Se sorge un personaggio che sul tavolo del risiko e a suon di suggestioni potrebbe scompaginare il quadro politico, fa notizia. Per il 90 % dei giornalisti e conduttori di spettacoli mascherati da discussioni politiche le analisi della società, i progetti politici, le discussioni democratiche su documenti impegnativi, il radicamento sociale, gli interessi concreti che si difendono, sono tutte cose troppo faticose da leggere, studiare e capire. È molto più semplice parlare dei leader e delle loro “trovate” e “dichiarazioni”. Dei loro litigi, delle indiscrezioni e delle dietrologie.

Con la crisi del governo Berlusconi e con l’instaurazione della “dittatura” del mercato e degli organismi tecnocratici del capitale finanziario, cioè con il governo Monti, la vera natura di SEL e della sua politica sono venute allo scoperto. È superfluo ricordare cosa ha votato la maggioranza che sostiene in governo Monti. È superfluo ricordare i solenni impegni presi sia dal PD che dal PDL circa la continuità da assicurare alle politiche montiane nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni. È superfluo ricordare che, del resto, è stata strapazzata la Costituzione della Repubblica inserendo un principio ultraliberista, sovra ordinatore di qualsiasi politica economica e sociale. È superfluo ricordare che il mondo del lavoro è stato umiliato su pensioni, salari, diritti e precarietà come mai era successo nel passato. Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti.

Tranne che sotto quelli di Vendola. Che si è apprestato ad insistere affinché l’eventuale riforma elettorale salvaguardasse il maggioritario e il bipolarismo e a prospettare comunque la formazione del centrosinistra a la celebrazione delle primarie. Ed a liquidare chi pensa si debba aggregare anche elettoralmente quel che si oppone alla politica di Monti, definendolo “testimoniale”.

Al di la delle acrobazie verbose tipiche di Vendola l’approdo è chiarissimo. E comincia ad esserlo anche per molti che da Vendola si aspettavano, illudendosi, ben altro.

Il bipolarismo non ammette politiche alternative al sistema. Nel centrosinistra sono buone per portare voti ad una coalizione che se governerà dovrà farlo nel rispetto dei vincoli imposti dal mercato, dalle multinazionali, dalle politiche monetarie liberiste delle banche centrali e del capitale finanziario, dall’appartenenza alla NATO e alla compagine “occidentale” a guida statunitense e, dulcis in fundo, dal Vaticano. Sono buone cioè come suggestioni ma se tentano di diventare leggi, fatti, politiche concrete e provvedimenti diventano fattore di instabilità del governo e chi le propone diventa conseguentemente estremista, amico dei terroristi, comunista nostalgico, e soprattutto facente il gioco della destra. Vendola e SEL sanno benissimo che le cose stanno così. Ma pensano che sia meglio tentare di accomodarsi al governo, avendo promesso e giurato che rispetteranno le decisioni della maggioranza della stesso, piuttosto che navigare nel tempestoso mare dell’opposizione. È verissimo che il sistema bipolare tenta di ridurre alla pura testimonianza le posizioni e gli interessi antagonisti. È anche per questo che si vuole mantenere sempre ad ogni costo la logica maggioritaria, che si introducono sbarramenti e così via. Ma non si capisce perché un partito di sinistra, ancorché non comunista, non novecentesco, moderato e pallidamente riformista, debba accettare di ridurre i propri contenuti ad una variabile dipendente delle compatibilità del sistema, e cioè a farli diventare chiacchiere impossibilitate a modificare alcunché. E nemmeno perché un partito di sinistra, ancorché comunista ed antagonista, debba accettare di farli diventare pura testimonianza predicatoria e impotente. I corni di questa contraddizione vanno insieme e, lo ripeto per la milionesima volta, essendo questi l’essenza del sistema bipolare non si può ignorarne nessuno dei due o, peggio ancora, far finta che ne esista solo uno per sedersi sull’altro.

Ma sulla soluzione di questo problema torneremo più avanti.

Intanto possiamo dire che SEL ha scelto di essere, per così dire, la sinistra del sistema. Di un sistema che distrugge ogni diritto conquistato nel novecento (sarà per questo che l’obsolescenza del comunismo abbraccia anche tutti i diritti conquistati dai comunisti nel novecento?) e che costituzionalizza il liberismo. SEL ha scelto di puntare al “big bang” (sul quale perfino l’autore della teoria si è ampiamente ravveduto) e quindi di far parte della famiglia socialista in europa. SEL ha scelto di essere un partito leaderistico, favorevole al maggioritario ed ostile al proporzionale. SEL ha scelto di subordinare perfino i diritti civili alla logica del maggioritario, al contrario di qualsiasi altro partito socialista europeo. Sapendo bene che la maggioranza laica degli italiani (che si espresse più volte nella prima repubblica grazie al parlamento eletto proporzionalmente e diviso chiaramente fra partiti confessionali e partiti laici di destra e di sinistra) diventa minoranza in parlamento giacché entrambi gli schieramenti contengono ed eleggono deputati e senatori totalmente fedeli al vaticano.

Forse proprio su quest’ultimo punto, che rappresenta una vera originalità negativa italiana, si evidenzia l’osceno imbroglio del cosiddetto centrosinistra. Se sull’economia e sulla politica estera si può più facilmente far finta di lavorare ad una alternativa scontando la necessaria dose di “realismo” avendo a che fare con grandi poteri sovranazionali, sui diritti civili degli omosessuali, sul corpo delle donne, sulle minoranze religiose e così via non si può far finta, essendo tutti gli altri paesi importanti europei più avanti esattamente perché divisi fra schieramenti laici e confessionali.

Il recente walzer fra Vendola e Rosy Bindi sul matrimonio degli omosessuali è veramente osceno. Non perché sia osceno prospettare due cose inconciliabili fra loro. Bensì perché si svolge fra due posizioni, appunto, inconciliabili e che mai e poi mai produrranno nessuna sintesi. Vendola sa benissimo che le posizioni di Rosy Bindi e dei moltissimi democristiani del PD sono quelle del Vaticano. Se in passato hanno votato con la destra contro la riduzione da tre anni ad un anno del tempo del divorzio (che vergogna!) e contro la fecondazione assistita perché dovrebbero farlo sul matrimonio omosessuale o sull’eutanasia? Perché?

Per più di 15 anni Vendola è stato contro il maggioritario ed ha denunciato, come me e tutti noi, la vergogna di un parlamento non rappresentativo del popolo nemmeno sulla questione elementare della laicità dello stato. Come può oggi essere per il maggioritario e far finta di voler convincere Bindi e Fioroni e Letta a diventare favorevoli al matrimonio gay? Loro sono coerenti con la loro ideologia e con la loro storia, ed anche per questo meritano più rispetto di chi è “uscito dalla propria storia” e alterna continuamente le esibizioni spettacolari dei propri turbamenti religiosi alla rivendicazione di diritti inconciliabili con il Vaticano.

 

SEL è un partito transeunte, secondo ripetute dichiarazioni di Vendola. È nell’orbita del Partito Socialista Europeo. È nel centrosinistra (che ormai si fatica a definire nuovo).

Al suo interno l’opzione di puntare ad una alleanza di sinistra alternativa ai contenuti montiani e del PD ha ottenuto 8 voti in un organismo nazionale di 160 membri.

Le primarie, se ci saranno, non vedono più Vendola come possibile vincitore. Tutti i sondaggi danno Vendola terzo. Essendo anch’esse fondate sul principio maggioritario per cui il primo prende tutto, il meccanismo che in un primo momento sembrava favorire Vendola oggi gli si rivolge contro. Molti potenziali elettori di Vendola voteranno Bersani per impedire che Renzi possa sopravanzarlo. Nel maggioritario, per la sinistra, la logica del meno peggio non ha fine e confini.

Comunque ai militanti e agli iscritti di SEL non resta che osservare le mosse del leader, fare il tifo per lui alle primarie, e prepararsi a digerire le scelte che il PD imporrà, presentandole come stato di necessità, dopo le elezioni. Del resto, al di la delle schermaglie preelettorali è tutto preannunciato anche sul tema del rapporto con l’UDC. Sul quale Vendola ha detto prima una cosa e poi, data l’impopolarità riscontrata, il contrario. Ben sapendo che il PD imporrà, dopo le elezioni, quel che vorrà.

 

Il Movimento 5 Stelle sembra essere, e per alcuni versi è, la grande novità politica del momento.

Per anni Beppe Grillo si è dedicato, attraverso un blog e comizi – spettacolo, a costruire una rete e ad implementare liste locali. I contenuti sui quali ha puntato sono molto importanti. Ma sono sempre stati coniugati in modo ultrasemplicistico e predicatorio. Ecologia, energia, ruolo delle multinazionali, giustizia, informazione e “politica vecchia e corrotta”.

Un mix di slogan ammiccanti ai movimenti d’opinione, di affermazioni infondate e contraddittorie (come le proposte liberiste in economia e la lotta alla corruzione), di dichiarazioni reazionarie e razziste (come sull’immigrazione e contro la cittadinanza fondata sullo ius soli), di contorte predicazioni sull’inesistenza dell’AIDS, sull’inutilità dei vaccini, sulle cure alternative e miracolistiche del cancro, e così via.

Grillo è un comico. Dal punto di vista televisivo si guadagna la popolarità grazie a Pippo Baudo e partecipando a trasmissioni profondamente serie come “Fantastico”, “Domenica IN” e il Festival di San Remo. Vince numerosi premi di elevato livello culturale come ben 6 “Telegatti”. Diventa l’immagine pubblicitaria di una ben nota multinazionale alimentare. Poi, ritenuto incompatibile con la televisione e avendo subito una dura censura, si dedica a fare spettacoli (per paganti) in teatri, palazzetti dello sport e feste di partito. In questi spettacoli le denunce di problemi seri sono coniugate con il turpiloquio, con le iperboli più spinte, con le esagerazioni più grossolane. Possono piacere o meno. Ma si tratta di satira. Anche se Grillo assomiglia sempre più ad un predicatore che a un comico. Ed è questo un primo punto sul quale riflettere. Una cosa è fare una satira dissacrante e un’altra è spacciare per verità assoluta quel che si dice. Tanto su temi politici come su temi scientifici. Una cosa è sbeffeggiare i poteri ed un’altra è proporsi di sostituirli indicando fantasmagoriche soluzioni a problemi complessi e serissimi.

Poi c’è il sodalizio con la società “Casaleggio e Associati”. Che porta alla fondazione del famoso Blog. L’opinione pubblica pensa tutt’oggi che il Blog sia nato spontaneamente e che il suo successo sia dipeso solo dalla popolarità di Grillo e delle sue prediche. Invece il blog pare essere un prodotto pensato e studiato esattamente per veicolare messaggi politici e sociali con le più sofisticate tecniche del marketing commerciale. È una elite che crea i messaggi, un opinion leader che li diffonde. Il pubblico è passivo nel senso più letterale del termine. Ovviamente con l’illusione di essere attivo e partecipe tifando per l’opinion leader e amplificando i suoi messaggi. L’unica partecipazione, del tutto illusoria, è quella di commentare ed interpretare direttamente sul web il “verbo” dell’opinion leader. O per meglio dire del profeta.

Il fin troppo facile bersaglio del sistema politico italiano diventa l’occasione per fondare un movimento politico vero e proprio. Ma anche questo è il prodotto pensato e studiato a tavolino da una elite. Una elite che controlla tutto e decide tutto. Appalta a liste locali, comunque scelte ed autorizzate ad esistere solo dall’elite, il simbolo per partecipare alle elezioni. Lo statuto (chiamato con un nonsense “non statuto”) è chiarissimo. Non lascia adito a nessun dubbio.

Vale la pena di riportarlo.

 

“ARTICOLO 1 – NATURA E SEDE

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed

un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel

blog http://www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web http://www.beppegrillo.it.

I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica

all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

 

ARTICOLO 2 – DURATA

Il MoVimento 5 Stelle, in quanto “non associazione”, non ha una durata prestabilita.

 

ARTICOLO 3 – CONTRASSEGNO

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di

Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 

ARTICOLO 4 – OGGETTO E FINALITÀ

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione.

 

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso

vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio

di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza

la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli

utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

 

ARTICOLO 5 – ADESIONE AL MOVIMENTO

L’adesione al MoVimento non prevede formalità maggiori rispetto alla registrazione ad

un normale sito Internet. Il MoVimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni che non

facciano parte, all’atto della richiesta di adesione, di partiti politici o di associazioni aventi oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti.

La richiesta di adesione al MoVimento verrà inoltrata tramite Internet; attraverso di essa,

l’aspirante Socio provvederà a certificare di essere in possesso dei requisiti previsti

al paragrafo precedente.

Nella misura in cui ciò sia concesso, sulla scorta delle vigenti disposizioni di legge, sempre

attraverso la Rete verrà portato a compimento l’iter di identificazione del richiedente,

l’eventuale accettazione della sua richiesta e l’effettuazione delle relative comunicazioni.

La partecipazione al MoVimento è individuale e personale e dura fino alla cancellazione

dell’utente che potrà intervenire per volontà dello stesso o per mancanza o perdita dei

requisiti di ammissione.

 

ARTICOLO 6 – FINANZIAMENTO DELLE ATTIVITÀ

SVOLTE SOTTO IL NOME DEL “MOVIMENTO 5 STELLE”

Non è previsto il versamento di alcuna quota di adesione al MoVimento. Nell’ambito del

blog http://www.beppegrillo.it potranno essere aperte sottoscrizioni su base volontaria per la

raccolta di fondi destinati a finanziare singole iniziative o manifestazioni.

 

ARTICOLO 7 – PROCEDURE DI DESIGNAZIONE

DEI CANDIDATI ALLE ELEZIONI

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o

comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il

veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria

partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Tali candidati saranno scelti fra i cittadini italiani, la cui età minima corrisponda a quella

stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque

sia la natura del reato ad essi contestato.

L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito

internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti

e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature.

Le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali

nazionali o locali potranno essere meglio determinate in funzione della tipologia di

consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo.”

 

Non sono un giurista ma penso non sia mai esistito un documento altrettanto autoritario ed antidemocratico. Se si legge bene questo “non statuto” per gli aderenti al “non movimento” non c’è nessun diritto di alcun tipo. Tutto è di esclusiva proprietà di Grillo e solo a lui spettano tutte le decisioni e selezioni di candidati.

Qualsiasi forma di democrazia prevede che ci sia una qualche forma di partecipazione effettiva a decisioni.

Ma qui, da una parte si afferma che “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”. E dall’altra, immediatamente sopra, che “Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione”.

 

Si può leggere e rileggere finché si vuole. Sembra la democrazia diretta e invece tutto dipende esclusivamente e direttamente da Beppe Grillo in persona, dal blog Beppe Grillo (di cui il Movimento 5 Stelle è un ambito) e dalla “rete internet”. Ma il mezzo, cioè la rete, per quanto venga indicato come universo reale rimane un mezzo. Ed è evidente anche al più ingenuo lettore di questo “non statuto” che la consultazione, deliberazione, decisione ed elezione, sono tutte cose strettamente controllate dal Blog di Beppe Grillo, dal Movimento 5 Stelle di cui Beppe Grillo è l’unico proprietario, e cioè da Beppe Grillo in persona. Per statuto non può esistere un qualsiasi organismo direttivo, nemmeno nominato dall’alto. Solo il leader in persona prende le decisioni ed ovviamente può farlo avvalendosi della consulenza e della collaborazione di chi meglio ritiene, se lo ritiene e quando lo ritiene.

C’era bisogno delle rivelazioni del sig. Favia per “scoprire” la natura non democratica di una simile organizzazione. È tutto scritto nero su bianco dalla fondazione del Movimento 5 Stelle!

 

L’elettorato del Movimento 5 Stelle si divide in due parti. Senza timore di dire cose troppo sommarie c’è una parte dell’elettorato che effettivamente si identifica con uno o più contenuti agitati da Grillo e che crede fermamente nel verbo del “profeta”. In questo senso Grillo è molto simile all’Uomo della Provvidenza di fascista memoria. Fastidio per la democrazia e fede nel Capo. Odio per le mediazioni, la rappresentanza, per il confronto di tesi diverse. Amore per le iperboli, per le aggressioni verbali, per le promesse mirabolanti, per le soluzioni miracolistiche. Ideologia scientista e tecnicista a buon mercato. Per quanto condita, come del resto fece il fascismo nella sua fase ascendente, con slogan e contenuti di sinistra, anticapitalisti e rivoluzionari, resta la natura assolutamente autoritaria e reazionaria di un movimento d’opinione che si è aggregato intorno alla persona di Beppe Grillo.

Poi c’è più banalmente una grande parte di elettorato che semplicemente vota Grillo per esprimere il proprio spregio per il sistema dei partito odierno, ed anche per il governo Monti.

Nella politica spettacolo, nella quale Monti viene descritto come il salvatore della Patria, e i partiti come intenti a farsi le scarpe fra loro con mille trucchi, al fine di conservare privilegi e poteri, esercitati per giunta in modo mediocre, nella quale i contenuti della sinistra di classe e le proposte relative di politica economica vengono descritte, se va bene, come testimoniali e irrealizzabili, e se va male come espedienti di un ceto politico per garantirsi un posticino nelle istituzioni, non è difficile capire che una quota consistente di elettori votino ciò che nella rappresentazione teatrale sembra dare più fastidio al sistema.

Ovviamente nella politica spettacolo succede che l’epiteto “fascista” appioppato a Grillo in risposta a ripetute aggressioni verbali, non dissimili per nulla da quelle usate correntemente nell’eterno scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani e perfino a sinistra, rischi di fare ancor più confusione e di confondere maggiormente le acque. Anche facendo passare Grillo per vittima.

Il Movimento 5 Stelle è un sintomo delle profondissima crisi sia del sistema economico che di quello della politica separata. Non si deve sottovalutare la natura del movimento e l’evidente ideologia reazionaria che lo vena profondamente. Ma come era idiota avvolgersi nel tricolore per contrastare il secessionismo della Lega lo è ancor di più difendere un sistema imbroglione e servo dei poteri forti come se fosse democratico per contrastare chi si propone di distruggerlo.

 

Quel che sapranno fare comunisti e sinistra, oltre al necessario conflitto sociale, sarà decisivo.

 

Ed è a questo che sarà dedicata l’ultima parte di questo lunghissimo articolo.

 

Continua…

 

 

ramon mantovani

Morte ai partiti? (parte prima)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 1 giugno, 2012 by ramon mantovani

È in atto una potentissima campagna distruttiva della democrazia rappresentativa. L’obiettivo è compiere definitivamente il passaggio ad una “democrazia” autoritaria, priva di qualsiasi riferimento sociale, tecnocratica in quanto esplicitamente priva di alcun potere reale in economia.

La effettiva forza ed ampiezza di tale campagna si deve a due fattori, che tenterò di analizzare spero non superficialmente.

1) la sintonia (e quindi l’apparente oggettività e naturalità) dei progetti autoritari e tecnocratici con l’evoluzione del sistema economico e politico e soprattutto con il modello sociale prodotto, negli ultimi trenta anni, dalla globalizzazione capitalistica.

2) la degenerazione, dei partiti prodotta dal triplice effetto dei mutamenti economico-sociali,  dai referendum contro il proporzionale degli anni 90 con il conseguente passaggio al sistema “bipolare” e, infine, dalla spinta complessiva dei mass media che ha partorito la “politica spettacolo”.

Senza la bussola della ricerca dei nessi fra diversi fattori ed avvenimenti e soprattutto senza un’analisi delle cause profonde dei processi politici si finisce, come capita di vedere a chiunque legga i giornali e assista ai talk show televisivi in questi giorni, con lo scambiare gli effetti per le cause. Arrivando a descrivere una realtà virtuale nella quale ogni fatto è il semplificato prodotto delle azioni di poche persone (i leader) e non il prodotto, appunto, dell’ambiente nel quale nasce, si sviluppa, si compie e delle forze concrete che in esso si muovono.

In questo scritto tenterò anche di confutare alcuni luoghi comuni imperanti circa il finanziamento pubblico ai partiti, le preferenze e il cosiddetto “parlamento dei nominati”, le primarie, la “legalità”, la “democrazia diretta” referendaria e la “vera” informazione politica.

 

Gli antecedenti

 

Le istituzioni politiche, i parlamenti, i sistemi politici ed i partiti non sono mai astratti. Non esiste un loro predominio assoluto sulla società tale da plasmarla secondo la loro volontà. Sono il riflesso complesso dei rapporti sociali, dei poteri economici, della cultura dominante. E a loro volta li influenzano in un costante rapporto dialettico. Possono essere la mera incarnazione del dominio elitario di una classe sociale con il corollario ideologico liberale (nella storia volentieri tradito e contraddetto dalla borghesia se minacciata nei suoi privilegi, fino all’aberrazione del fascismo e del nazismo) o il luogo (mai neutro) della competizione e della mediazione fra interessi di classe diversi e contrapposti, sulla base di un compromesso e di un modello sociale condiviso.

So bene che queste affermazioni sono incomplete ed anche sommarie. Tuttavia sono, secondo me, inconfutabili ed indispensabili.

Mi basta fare un esempio per spiegarmi meglio.

Da ormai molto tempo in Italia la “democrazia americana” è indicata come esempio da seguire, come la democrazia migliore e più chiara. L’ho sentito dire ancora, di recente, dal guru televisivo Michele Santoro. Si parla della elezione “diretta” del Presidente degli USA come di una reale e concreta possibilità di decisione da parte degli elettori. In pensosi articoli sui maggiori quotidiani e in innumerevoli disquisizioni nei talk show (soprattutto quelli considerati antiberlusconiani) si paragona sempre la “confusione” e “instabilità” del sistema italiano composto da “troppi” partiti con la linearità e chiarezza di quello USA. I mass media seguono passo a passo con grande rilevanza le primarie, descritte come immensamente democratiche. Ognuno/a può fare appello alla propria memoria e verificare se ciò che ho appena scritto è falso oppure esagerato.

Orbene, non bisogna essere uno studioso o un accademico per sapere che il sistema istituzionale ed elettorale degli USA è ancora oggi sostanzialmente lo stesso di quando votavano poche centinaia di migliaia di maschi (circa 350mila su 10 milioni di abitanti degli stati che allora componevano gli USA nel 1824), o pochi milioni, sempre di maschi, dopo la fine della guerra civile (circa 5 milioni su 40 milioni nel 1870). Gli elettori non votano affatto direttamente per il Presidente. Votano per eleggere i delegati di ogni stato ad una assemblea che poi voterà effettivamente il Presidente. Ma in ogni stato tutti i delegati vengono assegnati alla lista che prende anche un solo voto in più dell’altra. Può succedere, ed è successo nel 2000, che un candidato prenda 600mila voti in più dell’altro ma che non venga eletto perché l’altro ha conquistato più delegati. Dopo il suffragio universale femminile degli anni 20 solo nel 1965 è stata cancellata la “prova” che gli aspiranti elettori dovevano sostenere per dimostrare di  non essere analfabeti, di parlare inglese e di possedere un minimo di cultura. Ma ancora oggi per votare bisogna andare ad iscriversi alla lista elettorale. Non c’è alcun automatismo fra cittadinanza e diritto di voto. Normalmente i partiti, che dato il sistema non possono essere che due, scelgono i candidati con elezioni primarie. Ma non c’è norma costituzionale o legislativa che regoli le primarie, che infatti possono essere fatte in molti modi diversi. Anche le primarie hanno però generalmente un sistema analogo a quello elettorale presidenziale. Ogni stato vota i delegati alla convenzione del partito secondo il principio piglia tutto del maggioritario (ma non lo stesso giorno) e in corso d’opera i rivali, che magari si sono anche insultati a lungo, si mettono d’accordo per spartirsi presidenza, vicepresidenza e posti nell’eventuale governo, alla faccia dei partecipanti alle primarie degli stati nei quali si era già votato prima dell’accordo. Come è noto le campagne per le primarie e per le presidenziali sono esplicitamente finanziate da banche, multinazionali, assicurazioni, industrie e potentati vari a suon di centinaia di milioni di dollari. Gli elettori delle primarie, come poi delle presidenziali, non possono fare altro che essere tifosi di un candidato. Non hanno alcuno strumento per decidere null’altro che non sia il voto al loro leader.

Così si vota negli USA. La spudoratezza di chi indica questo sistema come “la più grande e migliore democrazia del mondo” è propria degli imbroglioni. Non certo di chi ha a cuore la partecipazione della cittadinanza alle decisioni politiche.

Anche in Italia votava una piccola parte della popolazione (maschile). Nel 1900 circa 1 milione 400mila su 33 milioni e mezzo di abitanti contro i circa 14 milioni su circa 77 milioni di abitanti degli USA. Il paragone è fra votanti e popolazione assoluta giacché è impossibile fare un paragone corretto sugli “aventi diritto”. Basti dire che in Italia gli “aventi diritto” iscritti alle liste elettorali nel 1900 erano solo 2 milioni e mezzo su 33 milioni e mezzo di abitanti. Nel 1948, con il suffragio universale femminile in entrambi i paesi, in Italia votano circa 27 milioni su circa 46 milioni di abitanti e negli USA circa 49 milioni su circa 150 milioni di abitanti.

Chiunque sia minimamente in buona fede e creda (al contrario che il sottoscritto) che la democrazia si misuri sostanzialmente con le elezioni dovrebbe trarre da questi semplici dati alcune banali considerazioni.

È evidentissimo che un sistema politico ed elettorale nato per scegliere il personale di governo con i voti di una elite è organizzato in un certo modo e non in altri. Nella elite dominante negli USA avevano tutti gli stessi interessi e concezione della società. Le differenze erano minime e comunque non c’era antagonismo. Il sistema della scelta dei delegati statali e della convenzione nazionale sia per le primarie sia per le elezioni vere e proprie era coerente con la base elettorale che doveva essere rappresentata. I due partiti sono sempre stati due grandi comitati elettorali e basta. Nulla a che vedere con i partiti previsti nella costituzione italiana. Anche in Italia quando votava solo l’elite il sistema era maggioritario (e si potevano perfino votare, con il sistema delle preferenze, candidati di liste diverse allo stesso tempo). A dimostrazione che quando vota l’elite il sistema è congeniale alla selezione dei rappresentanti dell’elite e basta. Si tratta cioè più di scegliere persone che indirizzi e opzioni alternative fra loro. Nel 1900 il Partito socialista prese il 6,5 % e le due liste principali furono “Ministeriali” (58,27 %) e Opposizione Costituzionale (22,83 %).

Che negli anni 2000 negli USA si voti con un sistema identico a quello che c’era quando votava solo l’elite, che sia ancora necessario andare ad iscriversi alle liste per poter votare, che possa vincere chi prende meno voti assoluti, che i partiti esistano solo per le elezioni ecc non è solo una tradizione curiosa. È l’effetto del modello sociale individualistico e totalmente subalterno al mercato ed al tempo stesso è causa della sua perpetuazione. Se in Italia nel 1948 vota la maggioranza assoluta della popolazione e addirittura il 92,2 % degli aventi diritto è l’effetto della sconfitta del fascismo, dell’affermarsi di un diverso modello sociale e soprattutto di una concezione della democrazia fondata sulla rappresentanza di interessi diversi ed antagonistici fra loro. Al netto della nascente guerra fredda, dei suoi riflessi sulla campagna elettorale e perfino delle scomuniche del Vaticano a chi votava Fronte Popolare, che comunque erano dimostrazioni che alle elezioni si poteva scegliere fra opzioni realmente alternative, la partecipazione fu il dato saliente. I partiti erano di massa, organizzati e radicati sul territorio, funzionavano sulla base di regole democratiche al proprio interno e selezionavano rappresentanti sulla base della loro qualità e del ruolo che avrebbero dovuto svolgere nelle istituzioni. Il Partito comunista e quello socialista eleggevano lavoratori in gran quantità. A dispetto e non grazie alle preferenze, previste nella legge elettorale. Torneremo ancora sulla questione delle preferenze. Ma vale la pena qui di ricordare che quando si discusse la legge elettorale dopo la guerra in Italia ci fu una fortissima divisione fra proporzionalisti e uninominalisti. I proporzionalisti erano comunisti, socialisti e altri progressisti, gli uninominalisti erano i liberali ed altri conservatori. Le abili mediazioni di Nenni, che era il Presidente della commissione incaricata di elaborare la legge elettorale per la Costituente, e i rapporti di forza che vedevano soccombere i liberali portarono ad un compromesso: legge elettorale proporzionale alla Camera con preferenze, uninominale con correzione totalmente proporzionale al Senato. In altre parole le preferenze entrarono nella legge elettorale per la necessità di raggiungere un compromesso con i conservatori e i nostalgici del sistema fondato sulla elezione delle persone invece che dei partiti. Le preferenze sono nate cioè come rimasuglio del sistema elitario antecedente la guerra. Mentre i comunisti e, fino ad un certo punto, i socialisti bloccavano di fatto le proprie liste con le indicazioni delle preferenze date dalle direzioni dei partiti (rispettate da centinaia di migliaia di iscritti) e con il divieto assoluto di svolgere qualsiasi campagna personale per i candidati, è difficile non vedere come negli altri partiti le preferenze portarono velocemente ad una loro degenerazione localistica e correntizia, per non parlare delle clientele e dei voti di scambio con la mafia.

 

Ma sul tema delle preferenze torneremo più avanti.

 

Intanto, a questo punto, dovrebbe essere chiaro che non esiste un sistema politico istituzionale che non contenga dentro di se i segni del modello sociale ed economico che dovrebbe rappresentare e governare.

 

Sull’Italia del dopoguerra, sul sistema economico fondato sulla produzione di beni materiali e non sulla speculazione finanziaria, sul modello sociale fondato sul mercato interno, sulla concezione dinamica del conflitto sociale e di classe come motore della modernizzazione del paese ecc. ho già scritto lungamente nell’articolo diviso in due parti pubblicato qui su questo blog nel settembre del 2010 dal titolo: “perché dovremmo dividerci fra settari e governisti?”.

Posso quindi evitare di ripetermi.

 

Vale la pena di ricordare brevemente che i partiti erano di massa, organizzatissimi e radicati in ogni angolo del paese. Erano catalizzatori della partecipazione popolare al governo della cosa pubblica, promotori di cultura e luogo di discussioni serie ed approfondite su ogni aspetto della vita del paese. Erano democratici al loro interno nel senso che ci mettevano mesi a fare una discussione congressuale capillare che permetteva ad iscritti ed anche simpatizzanti di partecipare effettivamente alla determinazione della linea politica e alla scelta dei dirigenti. Rappresentavano classi e comunque, anche per i partiti interclassisti come la DC, pezzi di società ben definiti. I rapporti fra i partiti erano quindi rapporti di scontro o alleanza fra classi sociali e categorie sociali. La repubblica parlamentare che considerava il governo, per quanto importante fosse, secondario rispetto al parlamento era tale proprio perché in parlamento le alleanze finalizzate alla conquista di obiettivi potevano e dovevano realizzarsi più facilmente. Si potrebbe fare un lunghissimo elenco delle cose che le mobilitazioni popolari e sindacali conquistarono con il varo di leggi votate in parlamento a dispetto del governo in carica o con una divisione esplicita delle forze che sostenevano il governo sul merito della decisione presa. Il sistema proporzionale induceva i cittadini a votare per il partito nel quale si riconoscevano per ideologia, per appartenenza di classe, e del quale condividevano il programma politico. I cosiddetti “costi della politica” erano immensamente inferiori a quelli di oggi. L’informazione della carta stampata, per quanto di parte fosse, non era scandalistica ed era improntata al commento e al dibattito sulle posizioni e atti compiuti dai partiti e non sulle dietrologie e sui capricci dei leader. La televisione pubblica, pur dominata dalla democrazia cristiana, in occasione delle elezioni doveva dare lo stesso spazio a tutti i partiti concorrenti in tribune elettorali dove erano bandite le urla, le invettive, le interruzioni continue e dove i giornalisti facevano il loro mestiere consistente nel fare domande, anche maliziose e cattive, e non nel condurre il gioco facendo fare ai politici la parte in commedia decisa da loro.

Ovviamente non mancavano fenomeni degenerativi, corruzioni, scandali, clientele e così via.

Tuttavia erano, questi fenomeni, contradditori con la natura del sistema politico elettorale. Non esisteva il finanziamento pubblico ai partiti e perfino i dollari e i rubli che arrivavano alla DC, PSDI, PRI, PLI, e al PCI e al PSIUP da USA e URSS, dentro lo scontro determinato dalla guerra fredda, erano una minima parte delle entrate dei partiti, che tesseravano milioni e milioni di persone, organizzavano feste e mille attività di autofinanziamento. La corruzione riguardava solo ed esclusivamente i partiti di governo. Ma non è qui il caso di svolgere un’approfondita analisi del fenomeno della corruzione in quegli anni. Mi limito a dire che era un fenomeno abbastanza diverso da quello che si svilupperà negli anni 80 e 90. Già negli anni 70, quando comincia potente la controffensiva del capitalismo, cresce una borghesia finanziaria e dedita alla speculazione e alla rendita immobiliare piuttosto che alla produzione di beni e merci. Sono le mutazioni del sistema economico e le loro conseguenze sociali (modificazione della cultura dominante, crescita del consumismo, dell’individualismo e così via) a produrre mutazioni genetiche nei partiti. Non il contrario. Il PSI di Craxi sposa scientemente gli interessi della borghesia vincente. E lo fa sia rompendo con il marxismo, sia cancellando i simboli storici, sia promuovendo il leaderismo, sia esaltando il “decisionismo” e l’obiettivo del governo come assoluto e privo di qualsiasi coerenza con i contenuti propri di un partito di sinistra.

Chiunque pensi, e sono in tanti, che i partiti sono degenerati nella “prima repubblica” senza vedere i nessi con la mutazione dei poteri economici reali e della loro dislocazione, alimentando l’idea che la politica istituzionale sia qualcosa di separato dalla società e dai poteri che in essa agiscono o è imbecille o è in malafede. E come sempre chi crede fanaticamente in cose infondate è sempre più pericoloso di chi finge di crederci per tornaconto personale o momentaneo.

Non lo faccio quasi mai. Ma qui voglio mettere un citazione di Enrico Berlinguer. Che era una posizione del partito, contrastata però dalla corrente migliorista capeggiata da Napolitano.

Si tratta di una lunga e famosa intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari su “Repubblica” nel luglio del 1981.

Eccone alcuni stralci. Ma vale davvero la pena di leggerla attentamente tutta.

 

I partiti non fanno più politica“, mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto…

Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.

Oggi non è più così?
Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.”

E ancora:

“Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Mi pare che incuta paura a chi ha degenerato. Ma vi si può obiettare: voi non avete avuto l’occasione di provare la vostra onestà politica, perché al potere non ci siete mai arrivati. Chi ci dice che, in condizioni analoghe a quelle degli altri, non vi comportereste allo stesso modo?
Lei vuol dirmi che l’occasione fa l’uomo ladro. Ma c’è un fatto sul quale l’invito a riflettere: a noi hanno fatto ponti d’oro, la Dc e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no. Se l’occasione fa l’uomo ladro, debbo dirle che le nostre occasioni le abbiamo avute anche noi, ma ladri non siamo diventati. Se avessimo voluto venderci, se avessimo voluto integrarci nel sistema di potere imperniato sulla Dc e al quale partecipano gli altri partiti della pregiudiziale anticomunista, avremmo potuto farlo; ma la nostra risposta è stata no. E ad un certo punto ce ne siamo andati sbattendo la porta, quando abbiamo capito che rimanere, anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui, e concorrere anche noi a far danno al Paese.”

Si può leggere l’intera intervista su questo link:

http://www.enricoberlinguer.it/scritti-discorsi-incontri-1972-1984/i-partiti-sono-diventati-macchine-di-potere/

 

Vorrei far notare, en passant, che allora Berlinguer e il PCI erano, esattamente per queste posizioni, considerati “vecchi”, “nostalgici”, “ideologici”, “presuntuosi”, “moralisti” da una messe di commentatori politici, giornalisti, personaggi e personaggini dello spettacolo, che cominciavano ad imperversare sulle TV berlusconiane ed anche sulle due reti RAI controllate da DC e PSI. Chi ha conservato un minimo di memoria sa che molti degli attuali fustigatori dei partiti, a quei tempi erano fustigatori del PCI ed entusiasti apologeti della “modernità” della politica di stampo leaderistico e personalistico. Consideravano perfino “moderno” che i politici cominciassero ad andare, come negli USA, alla tv a cantare e ballare, a raccontare barzellette, a parlare dei loro passatempi privati, a tifare per le squadre di calcio. “Gli elettori hanno il diritto di sapere chi sono i politici nella loro vita privata” era la giustificazione più gettonata.

Il PSI, ormai partito di Berlusconi, Ligresti, Cabassi, avendo un retroterra di sinistra imbastì una campagna che durò anni, contro il PCI e contro la sua storia. I dirigenti del PSI sapevano bene che presso gran parte del popolo il PCI era effettivamente considerato “diverso”, nel senso di non corrotto, e allora scatenarono uno scontro ideologico contro la stessa memoria di Togliatti, contro il “moralismo” proprio di chi, secondo loro, aveva una concezione totalitaria e autoritaria.

Nel corso degli anni 80 cominciarono le vere sconfitte del movimento operaio. Alla vertenza FIAT seguì l’attacco alla scala mobile. La resistenza di chi doveva difendersi da questi attacchi era considerata “conservatrice” e non capace di capire la necessità dei sacrifici da compiere sull’altare della “modernizzazione” del paese. Il PCI considerò impossibile l’obiettivo del governo, data la situazione sociale e soprattutto dati i possibili interlocutori di un eventuale governo. E allora dall’interno e dall’esterno del PCI giù attacchi forsennati alla prospettiva della “opposizione”. La famosa frase “non vogliamo morire democristiani” è il frutto avvelenato di una campagna ideologica e politica potentissima scatenata contro il PCI.

Se consideri il governo l’obiettivo qualsiasi contenuto va bene pur di raggiungerlo. Se consideri il contenuto dell’azione di governo l’obiettivo tutto puoi fare tranne che allearti e formare un governo con chi propugna contenuti totalmente contrari ai tuoi.

Questa banalità divideva chi, sulla base di una rigorosa analisi dei rapporti di forza sociali e della cultura dominante (chi non ricorda la Milano da bere?), prospettava una battaglia di lungo periodo dall’opposizione da chi voleva “vincere” proprio mentre le classi e i settori sociali di riferimento stavano perdendo, per andare al più presto al governo e per “non morire democristiani”.

Questa fu la divisione che spezzò il PCI e portò alla sua dissoluzione. Del resto, anche con Berlinguer in vita, l’opposizione sorda alla “svolta” compiuta nei primi anni 80 dal PCI crebbe notevolmente. Il “partito degli amministratori” si sentiva pronto per governare il paese e mal tollerava l’idea che ci fosse una analisi che prevedeva una lunga fase di opposizione. Morto Berlinguer il piano inclinato che portò all’abbandono della “diversità” e all’omologazione del PCI al sistema dei partiti, fino all’atto finale dell’abbandono dell’identità comunista, fu senza rimedio.

In quegli anni i partiti di governo, che Berlinguer descrive già in quel modo all’inizio degli anni 80, conobbero una potentissima trasformazione in senso peggiore. Da un lato furono puri rappresentanti degli interessi del capitalismo finanziario e speculativo emergente, con il corollario corruttivo puramente congeniale al sistema economico che si andava affermando, e dall’altro lato, anche in virtù della “convenzio ad escludendum” ebbero un potere di occupazione e di gestione della cosa pubblica praticamente senza limiti. Il PSI, che aveva un terzo dei voti del PCI, contava molto di più di quest’ultimo. Sia per il “peso” derivante dal rappresentare gli interessi dei poteri forti emergenti in economia, sia perché nel sistema elettorale godeva della rendita di posizione derivante dall’essere l’ago della bilancia. Negli anni di governo riuscì ad essere contemporaneamente il migliore alleato della DC (e soprattutto della parte della DC che voleva abbandonare ogni legame sociale in favore della pura rappresentanza degli interessi del capitalismo finanziario) e l’unico e apparente possibile competitore della DC. Praticamente la dialettica fra governo e opposizione si svolgeva all’interno della compagine dei partiti che sulla politica economica e sociale la vedevano allo stesso modo. E così presentavano la situazione i mass media, anch’essi direttamente di proprietà del capitale emergente finanziario.

Esattamente negli anni dalla sconfitta operaia e popolare galoppa la corruzione, la occupazione lottizzatrice di ogni cosa, la degenerazione dei partiti in luoghi di mera gestione del potere, la trasformazione della militanza in “carriera” e così via. Nemmeno il PCI, a livello locale, è esente da questo andazzo. Basti pensare alle organizzazioni locali governate dai miglioristi come quella di Milano.

Proprio lo scioglimento del PCI, per poter avere un partito che si proponesse di andare al governo mentre le classi subalterne del paese venivano sconfitte e massacrate, unitamente alla fine della guerra fredda, spalancarono le porte al processo che porterà alla fine della “prima repubblica”. Da molti anni tutti, ma proprio tutti, sapevano che ormai la gestione della cosa pubblica da parte dei partiti era improntata alla soddisfazione di appetiti delle più disparate lobbies, dei costruttori dediti alla rendita fondiaria, delle agenzie finanziarie speculative, delle grandi multinazionali. Il PSI di Craxi fu all’avanguardia di questo processo. Come abbiamo già ricordato guidava il processo di “modernizzazione”. Sembrava il partito più incline a pensare ad una politica nuova, più chiara, più efficace e soprattutto meno legata a principi e valori considerati obsoleti. I congressi nazionali di questo partito erano vere e proprie sarabande spettacolari. Hostess in minigonna, volti noti dello spettacolo (i famosi nani e ballerine), costruzioni megalomani di palcoscenici disegnati dagli architetti di moda (e spesso commissionari di molti appalti pubblici) e soprattutto apoteosi per il “capo”. Per il segretario che veniva eletto “per acclamazione”. Gli operai erano “in via di estinzione” ed emergevano pubblicitari, disegnatori di moda, faccendieri ed intermediari di ogni tipo. Mentre negli USA imperversava “l’edonismo reganiano” in Italia il PSI ne incarnava l’essenza. Era da “vecchi”, “nostalgici” e “dogamatici” parlare di classi sociali, di operai. Discutere democraticamente dentro e fuori dei partiti era considerato “noioso” e il linguaggio “politichese” doveva essere sostituito da battute fulminanti, da semplificazioni, da iperboli. Il finanziamento pubblico dei partiti, istituito a metà degli anni 70 a seguito di alcuni scandali che in confronto a quelli che verranno erano pure quisquiglie, era palesemente una percentuale insignificante delle spese che i partiti di governo sostenevano per le campagne elettorali, per le sedi ultralussuose, per la gestione di enormi apparati. Ma c’era ancora un ostacolo sulla strada dell’omologazione del sistema politico ed istituzionale alla realtà economica e sociale ormai dominante. Era il sistema elettorale proporzionale e soprattutto la natura parlamentare della repubblica.

Non era “moderno” che potesse cambiare la compagine governativa durante la legislatura. Non era moderno che i partiti in parlamento negoziassero e facessero compromessi o si scontrassero, con le lunghezze dovute alla complessità di tali operazioni. Ci voleva “decisionismo”, velocità e “chiarezza”. Il “consociativismo” con il quale l’opposizione aveva nei decenni passati ottenuto grandi risultati, cambiando in meglio la vita di decine di milioni di lavoratori, non andava più bene. Alla competizione esasperata con cui funzionava sempre più la società doveva corrispondere la competizione fra due opzioni che si alternassero al governo. Non fra opzioni alternative relativamente al modello economico e sociale, bensì fra aggregazioni aventi l’unico scopo di gestire l’esistente accettandone compatibilità e modello.

Tutto ciò era maturo. I cambiamenti economici, sociali e culturali avevano riplasmato la natura dei partiti di governo, e lo stesso PCI non c’era più essendoci al suo posto un vago partito di sinistra, non più comunista proprio perché questo era il presupposto minimo per poter aspirare ad essere “moderno” e a governare l’esistente separando le proprie fortune da quelle delle classi subalterne.

Tangentopoli, e non ha proprio nessuna importanza stabilire quanto fossero consapevoli i giudici dell’uso che si sarebbe fatto delle loro inchieste penali sulla corruzione, fu l’occasione tanto attesa e sperata per sbarazzarsi facilmente del tipo di partiti previsto dalla costituzione, della natura parlamentare della repubblica. Un referendum promosso da Mario Segni, e fortemente sostenuto dagli apprendisti stregoni del PDS, segnò il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario.

Paradossalmente gli effetti di tangentopoli che avevano cominciato a colpire duramente i partiti di governo furono riversati sul proporzionale, come se la corruzione fosse dovuta al sistema elettorale e non al sistema economico. I partiti più corrotti sparirono ma i loro esponenti poterono riciclarsi tranquillamente nel “nuovo” sistema. I corruttori non pagarono alcun dazio ed anzi uno dei loro massimi esponenti, già indagato per una caterva di reati di corruzione, fondò Forza Italia e poco tempo dopo diventò Presidente del Consiglio.

 

Continua…

 

ramon mantovani

Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (2)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 5 settembre, 2010 by ramon mantovani

Seconda fase parte prima.

La fase neoliberista del capitalismo è stata ed è un enorme processo di ristrutturazione economico-finanziario, una fortissima concentrazione e contemporaneamente un’esponenziale crescita di società multinazionali, una violenta distruzione delle regole e dei vincoli che erano stati imposti nella fase keinesiana, un durissimo attacco al movimento operaio e a qualsiasi SINISTRA reale.

Abbiamo già detto precedentemente come la fase keinesiana avesse minato, in tutto l’occidente, il motore dello sviluppo capitalistico. E avesse posto alcune delle condizioni fondamentali per rendere politica (e non solo teorica) la possibilità del superamento del capitalismo in occidente.

Già alla fine degli anni 60 tutto ciò è più che evidente.

La società è organizzata e funziona intorno alla produzione materiali di beni, merci e servizi. La finanza (che è consustanziale al capitalismo) serve agli investimenti del capitalismo principalmente dedito alla produzione di merci. Il mercato interno di ogni paese è il motore principale dello sviluppo, e con esso il prezzo del lavoro (salario e stipendi) sale per garantire la realizzazione del profitto attraverso la vendita delle merci. I paesi esportatori, essendo il commercio internazionale un sistema a somma zero (se c’è chi vende ci deve essere chi compra e le bilance commerciali alla fine devono pareggiarsi, pena una grave crisi di sovrapproduzione), devono contare su una crescita, anche favorendola direttamente, dei mercati interni ai paesi importatori. Lo fanno con misure monetarie che “peggiorano” la loro capacità competitiva rispetto ai paesi meno sviluppati per favorirne lo sviluppo e la crescita del mercato interno. Viceversa questi ultimi fanno l’esatto opposto, svalutano le proprie monete per ridurre il deficit commerciale e garantire occupazione e mercato interno. Vengono alla luce le gravi contraddizioni del modello fordista di organizzazione e divisione del lavoro, relative alla massificazione delle società, alla alienazione, alla distruzione ambientale e perciò, il movimento operaio e la SINISTRA ne teorizzano il superamento per la creazione di un nuovo modo di produzione.

La caduta del tasso di profitto del capitale investito in produzione di merci; il commercio internazionale “regolato” e vincolato; il dominio degli USA che pagavano parte dello sviluppo garantendo a una cerchia di paesi (sostanzialmente il club dei paesi dell’OCSE) un alto tasso di sviluppo ottenendo in cambio la loro subalternità politico-militare; la esclusione dal “circolo virtuoso” dei paesi fuori dall’OCSE e le loro rivendicazioni ad uscire dall’arretratezza, che avrebbero ulteriormente regolato in senso sempre più solidale il commercio internazionale; il crescente potere di condizionamento del modello di sviluppo da parte del movimento operaio, sono tutte condizioni che a un certo punto diventano insostenibili per la logica intrinseca del capitalismo. Che è sempre la ricerca del massimo profitto. Come sono le condizioni alla base della necessità storica di superare il compromesso keinesiano in senso anticapitalista. Sia sul versante di una direzione pubblica dell’economia volta a mantenere la sviluppo dei mercati interni obbligando gli investimenti ad orientarsi secondo una logica contrapposta alla ricerca del massimo profitto, sia sul versante della ulteriore solidarizzazione del commercio internazionale, anche rimettendo in discussione le asimmetrie prodotte a Bretton Woods in favore del dominio USA.

Che succede, invece?

Prima di descrivere la possente controffensiva del capitale bisogna per forza, perché è una precondizione fondamentale, citare una nuova condizione politica. Una vera novità, che non manca di avere risvolti anche paradossali.

A un certo punto gli USA non furono più in grado di garantire la convertibilità del dollaro in oro (anche a causa del costo della guerra in Viet Nam che fu molto più lunga del previsto e che costo moltissimo). La convertibilità del dollaro in oro era il fondamento di tutto il sistema monetario e commerciale mondiale e soprattutto della sua stabilità. Nonché del potere politico degli USA che veniva esercitato negli interessi propri e del club dei paesi ricchi e sviluppati. Nel 1971 Nixon dichiarò inconvertibile il dollaro in oro. Ma a questa scelta obbligata non corrispose una perdita di potere degli USA, come sarebbe stato logico. Bensì il contrario. Non esistendo nessuna moneta di un paese in grado di pagare il prezzo di esercitare la funzione garantita fino ad allora dagli USA, in virtù di una pura preminenza politico-militare il potere di comando degli USA sull’economia mondiale si accrebbe. La scelta di non inventare, alla firma degli accordi a Bretton Woods, una moneta mondiale garantita da un accordo multilaterale (il Bancor che aveva sognato Keynes) si rivelò per gli USA strategicamente decisiva. Qualche mese dopo la dichiarata inconvertibilità del dollaro in oro vennero cancellati gli accordi di Bretton Woods e la stabilità monetaria mondiale, per quanto asimmetrica fosse stata, finì. Da quel momento in poi il sistema avrebbe funzionato non più con una base materiale, per quanto mediata dal dollaro. Bensì sulla base del semplice complesso dei cambi valutari che fluttuavano liberamente.

Questa fu la svolta storica, determinata da condizioni squisitamente politiche, che mise fine al tentativo condizionare lo sviluppo capitalistico con regole capaci di impedire crisi epocali, come quella del 29, e di garantire un certo grado, asimmetrico e squilibrato, ma comunque ispirato alla cooperazione e perfino alla solidarietà nelle relazioni commerciali internazionali.

Questa svolta, decisa al di fuori di qualsiasi discussione democratica e ignota e misteriosa per la stragrandissima maggioranza della popolazione mondiale, fu il la definitivo per la controffensiva del capitale.

Come per la sinistra non esiste politica rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria, per il capitalismo fu decisiva la teoria economica neoliberista. Da allora in poi i cervelli neoliberisti divennero guru, profeti indiscussi e vennero premiati con diversi premi Nobel.

Seguendo le loro indicazioni i capitalisti dei paesi esportatori e con rapporti di forza politici meno favorevoli per il movimento operaio, come gli USA e la Gran Bretagna, iniziarono ad aumentare i prezzi delle merci per annullare gli aumenti salariali che erano stati contretti ad erogare. La latente sovrapproduzione emerse con forza. Perché sebbene si riduca il costo del lavoro, insieme ad un costante aumento della produttività per ora lavorata, a favore del profitto, si deprime il mercato interno e non si vende tutto quel che si produce. La conseguente inflazione e disoccupazione provocano un ulteriore blocco degli investimenti e della crescita, chiudono il cerchio e si scopre che eliminare il “circolo virtuoso” può produrre un nuovo circolo vizioso non solo per gli operai ma anche per il capitale. E’ la famosa stagflazione. Vera ossessione delle imprese capitalistiche dell’epoca. Se la ricerca del massimo profitto deprime il mercato interno e produce crisi di sovrapproduzione che possono cancellare il massimo profitto la soluzione è semplicissima. Bisogna vendere le merci esportandole. Questa propensione esportatrice scatena una competizione mai vista prima e soprattutto rovescia il pur squilibrato ordine monetario che aveva sorretto la fase precedente. I paesi prevalentemente esportatori necessitano di monete sottovalutate e forti e di tassi bassi di interesse sul denaro, per favorire le esportazioni e gli investimenti. I paesi prevalentemente o addirittura quasi totalmente importatori sono costretti, per far fronte all’indebitamento della bilancia commerciale, a sopravalutare le proprie monete, rendendole così sempre più deboli. Soprattutto devono rendere le loro economie attrattive per i capitali speculativi che cominciano a circolare potentemente. Non hanno altra scelta per poter sostenere la spesa pubblica, per quanto ridotta sia rispetto a quella dei paesi esportatori.

Le monete si svalutano e si rivalutano non più per cercare di mantenere la stabilità ed evitare crisi finanziarie, ma solo per competere meglio nella giungla che è diventato il mercato mondiale. E’ cominciata l’epoca della competizione totale. La “competitività delle imprese” e dei “sistemi paese” è la legge che sovra ordina tutto. Le conseguenze sono enormi, da tutti i punti di vista.

Citiamo solo quelle salienti. Senza pretesa di descrivere ed analizzare completamente un fenomeno così grande e complesso che è conosciuto con il nome di “globalizzazione”.

Innanzitutto c’è il fatto che se il sistema per svilupparsi deve sempre più esportare, svincolandosi dal mercato interno, per competere può e anzi deve ridurre il costo del lavoro, in una spirale crescente. I bassi salari da limite dello sviluppo, come erano nella fase precedente dominata dal mercato interno, diventano condizione per lo sviluppo connesso alle esportazioni nella fase del mercato globale. Questo automaticamente deprime la forza del movimento operaio e dei lavoratori. E’ facile ricattare e far valere il ricatto dicendo una cosa semplicissima, se non competiamo falliamo e se falliamo i posti di lavoro spariscono. Insomma, dovete sacrificarvi se volete salvare il posto di lavoro.

Si innesta un meccanismo per cui i paesi esportatori impongono “nuove regole”, cioè semplicemente deregolamentano, nel commercio internazionale a favore delle proprie imprese, sia nazionali sia multinazionali. Meno regole ci sono, e meno dazi e possibilità di imporre dazi da parte dei paesi importatori, più competizione c’è. E quindi, dicono i neoliberisti, più possibilità di sviluppo per tutti. Peccato che le regole che vengono abrogate sono proprio quelle che permettono ai deboli di non competere “alla pari” con i forti. E cioè di non essere totalmente sopraffatti in poco tempo.

Il capitale, libero da molti vincoli che l’avevano limitato nella ricerca del massimo profitto, non solo si orienta ad investire nella competizione, speculando sempre più, sul mercato globale e sui singoli mercati, ma ottiene, attraverso precise decisioni politiche prese negli organismi fuori da qualsiasi controllo democratico, come il GATT (poi WTO), di estendere il mercato sul quale competere anche a comparti e settori fino ad allora completamente pubblici. Infatti i paesi più deboli sono sempre più costretti, per reggere il deficit commerciale, per non soccombere e per non cancellare totalmente la spesa pubblica che pur riducono sempre più, a svendere il patrimonio naturale come giacimenti di materie prime e biodiversità, sistemi ed imprese pubbliche di trasporti, di comunicazione ecc, e perfino il patrimonio culturale e paesaggistico. Inoltre, ma ne parlo solo da questo punto di vista perché il tema è enorme, alla fine degli anni 80 c’è in poco più di due anni (la Cina aveva già cominciato prima) l’intero Est Europeo che entra nel mercato capitalistico. E l’immensità del processo di privatizzazione e allargamento territoriale del mercato da un respiro grande al processo stesso. Conferendogli l’aura di qualcosa di definitivo e infinito presso le opinioni pubbliche del mondo.

Non c’è, infatti, solo la sconfitta del “circolo virtuoso” e della possibilità di ridurre, contenere e superare il capitalismo in occidente. E’ proprio questa sconfitta, insieme alla stagnazione e ai limiti del modello del socialismo reale (non solo e non soprattutto a causa del divorzio crescente fra il bisogno di liberazione delle popolazioni e i regimi ottusi e autoritari che le governano dall’alto) a produrre la fine del socialismo reale in un battibaleno.

I capitalisti diventano sempre più indifferenti al territorio dal quale provengono. Non nel senso di diventare privi di radici e di rapporti politici con il territorio, separandosi da qualsiasi stato nazione, come vuole una vulgata e una cattiva lettura della critica della globalizzazione. Semplicemente diventano liberi dall’obbligo di contribuire in proprio alla qualità del mercato interno accettando l’aumento del costo del lavoro e contribuendo, con forti tassazioni, alla spesa pubblica in welfare, infrastrutture e gestione politica di settori strategici dell’economia. Mentre prima dovevano venire ad accordi e compromessi con il potere politico, che era intestatario del potere di creare le condizioni per la riproduzione del capitale, ora sono loro a costringere il potere politico a favorirli in tutto e per tutto nella competizione globale e a far fronte alla spesa pubblica vendendo sui mercati le imprese pubbliche, le banche, i servizi pubblici, e a tartassare, ove necessario, la popolazione invece che le imprese. Sono ora i mercati e i capitalisti ad avere in mano completamente le leve per garantire o meno la riproduzione del potere politico. Sono loro cioè a decidere nei fatti della rielezione o meno di un governo. Tutto ciò è così vero che ben si vede nel processo di delocalizzazioni, che cominciò in Italia già negli anni 70. I governi devono “concedere” molto, producendo gravi conseguenze sociali, affinché le imprese rimangano sul territorio e non precipitino il paese nella disoccupazione di massa, ma le imprese se ne fregano delle conseguenze sociali delle loro delocalizzazioni e le fanno lo stesso, e i governi per attrarre nuovi investimenti devono produrre condizioni sempre più vantaggiose per il capitale. Per esempio i bassi salari non bastano più, bisogna precarizzare e svalorizzare sempre più il lavoro umano. E costruire infrastrutture risparmiando sulle spese sociali. E così via all’infinito. Anche se tutto ha un limite, speriamo. Non abbiamo più (USA a parte) governi mediatori di interessi e nemmeno alti “comitati d’affari” delle borghesie nazionali che dovevano farsi carico dei problemi del paese, nel bene e nel male. Abbiamo governi “maggiordomi” o “camerieri” o “servi” con funzione di “guardie”, al totale servizio delle imprese nazionali, delle multinazionali e dei loro interessi più immediati. Governi che devono obbedire velocemente.

Ma il tratto ancor più dirompente della nuova fase neoliberista è la finanziarizzazione. Il capitale impiegato nella produzione di merci, come abbiamo già detto, nella fase del “circolo virtuoso” realizzava tassi di profitto troppo bassi. Molte imprese avevano già in quella fase propri settori finanziari che avevano iniziato a svincolarsi dalla mera attività industriale e a indirizzare il capitale in operazioni più redditizie come la rendita fondiaria moderna, investimenti speculativi in borsa e perfino in titoli di stato. Dopo la fine di Bretton Woods, inizia la deregolamentazione delle transazioni finanziarie, visto che la competizione sui mercati internazionali lo richiede imperativamente. Del resto con la libera fluttuazione dei cambi valutari si creano le condizioni per speculare ogni giorno (ogni ora con le nuove tecnologie veloci e praticamente gratuite) con sempre più ingenti masse di capitale scommettendo sulle variazioni di cambio di qualsiasi moneta. E si cancellano nel tempo, negli USA e poi dovunque, tutti i vincoli introdotti dopo il 29 per il settore bancario, come la rigida separazione delle banche di credito che prestavano soldi alle imprese e ai cittadini dalle finanziarie che operavano con investimenti speculativi in borsa. All’inizio del processo le principali finanziarie speculative del mondo erano statunitensi. Ne nasceranno dovunque. E alle scommesse si aggiungono le scommesse sulle scommesse. E così via. Facendo crescere a dismisura il capitale finanziario totalmente separato dalla produzione. Sembra che si possano fare soldi con i soldi. E che grandi e piccoli investitori (in Italia li hanno sempre chiamati risparmiatori, ma in realtà al momento dell’investimento diventano esattamente l’opposto di risparmiatori) possono arricchirsi in breve tempo. Il destino delle nazioni, e della grande maggioranza degli individui (anche quelli che non investono un bel niente) non dipende più dallo sviluppo produttivo, dalla soddisfazione, attraverso il consumo, di bisogni elementari e maturi di società sempre più complesse. Dipende sempre più dagli andamenti dei cambi valutari, dalla borsa, dalla rendita finanziaria. Si diffonde l’illusione che si possa consumare di più di quello che ci si potrebbe permettere attraverso il lavoro. Facendo, appunto, soldi con i soldi. Siccome una parte del capitale speculativo si dedica anche a comprare e vendere imprese, nel processo di concentrazione derivante dalla competizione globale, e a scommettere in borsa sulla capacità di competizione delle imprese, anche queste ultime vedono spesso i propri destini dipendere dalle scommesse che si fanno o non si fanno su di loro e, nel processo di concentrazione e internazionalizzazione delle imprese, l’acquisizione e la vendita di fabbriche e perfino di interi settori produttivi di grandi multinazionali si fanno più secondo la logica degli appetiti speculativi che secondo quella di piani industriali veri e propri.

Tutto questo è alla base della crisi odierna. Perché far soldi con i soldi nel lungo periodo è impossibile. Si può scommettere sulle scommesse a lungo. E indebitarsi molto al di sopra delle proprie possibilità, creando così una crescita completamente virtuale. Ma alla fine se si fanno soldi, da qualche altra parte nel mondo per quanto lontano esso sia o non si veda, ci deve pur essere qualcuno che crea, con il lavoro, il valore sul quale si fonda quello dei soldi. Il giorno che si scopre che quel valore non è stato creato o, come è successo pochi mesi fa, non è scambiabile trasformando il valore della merce in danaro, perché l’acquirente che si è impegnato a comprarlo non è in grado di pagarlo, tutti i titoli di quelli che hanno scommesso sulle scommesse di quelli che hanno investito su una previsione sbagliata perdono di valore. E il sistema crolla. Si può salvarlo per un periodo, semplicemente immettendo nel circuito, e dandoli proprio ai responsabili del disastro, soldi garantiti e non virtuali, da parte degli stati. Con buona pace dei mille liberisti che lo sollecitano contraddicendo ogni loro principio. Distogliendo quei soldi, invece, proprio dalle altre cose su cui andrebbero impiegati. Si tenta, cioè, di rimettere con i piedi per terra lo stesso identico castello speculativo che è caduto rovinosamente. Sapendo che si potrà reggere in piedi sempre per un minor tempo, però. Perché il libero mercato e la libera finanza se non vengono impediti con regole e vincoli, ed anche con la coercizione, vanno alla bolla speculativa come una falena alla luce di notte. Con una sempre maggior velocità.

In Europa, proprio nella culla del “circolo virtuoso”, questo processo neoliberista si sviluppa in modo contradditorio. Un modello economico e sociale che ha accompagnato la ricostruzione dopo la guerra e che ha garantito sviluppo e crescita generale per tutti (nonostante gli enormi problemi e squilibri) non si cancella dalla sera alla mattina. Cominciano a crescere le tendenze di fondo neoliberiste, a partire dalla Gran Bretagna che non a caso all’inizio degli anni 80 sarà la prima ad applicare durissimamente le dottrine neoliberiste, ma esse convivono con gli istituti del welfare, con una forte presenza della stato in economia, ed anche con politiche monetarie comunitarie ancora parzialmente ispirate dallo spirito di Bretton Woods. Per esempio, mentre nel mondo le monete fluttuavano liberamente in Europa viene creato il Serpente Monetario Europeo, che nel 78 diventerà Sistema Monetario Europeo (SME), dal quale la Gran Bretagna rimarrà fuori. Sostanzialmente, non senza problemi, dentro il Mercato Comune i paesi con alta produttività ed esportatori si assumevano il costo, operando sul mercato valutario, di impedire che la bilancia commerciale si squilibrasse eccessivamente con i paesi a bassa produttività ed importatori. Perché alla lunga avrebbe limitato le esportazioni e la stessa crescita dei paesi più forti. Ma, nel corso, del tempo, come era del resto successo con il sistema di Bretton Woods, gli squilibri permisero alla Germania di dominarlo, utilizzandolo sempre più unilateralmente e, data la sua propensione sempre più esportatrice, iniziò fin da subito ad applicare, soprattutto con la sua Banca Centrale, una politica economica neoliberista. Vale la pena di soffermarsi, anche se brevissimamente e aprendo una parentesi, su un fatto praticamente sconosciuto ai molti che parlano a vanvera della Linke e dell’esperienza tedesca. L’unico tentativo di invertire la rotta neoliberista tracciata dalla Banca Centrale Tedesca fu messo in atto nel 98 dal Ministro delle Finanze Oskar Lafontaine, quando insieme al governo francese tentò di avviare una “dialogo macroeconomico” europeo per cambiare gli assi fondamentali delle politiche economiche e monetarie europee, ormai ultraneoliberiste. La Banca Centrale e la Confidustria tedesca lo sconfissero, con l’attivo contributo di gran parte del suo partito a cominciare dal primo ministro Schroder, e dei Verdi. Perciò si dimise dal governo a dalla Presidenza (che equivale alla carica di segretario generale per i partiti italiani) della SPD.

La traiettoria neoliberista seguita nella costruzione europea nel corso di tre decenni richiederebbe una lunghissima trattazione. Non è possibile farla qui. E comunque è stata oggetto di grandi discussioni in occasione della creazione dell’Euro e del tentato varo del Progetto di Costituzione, bocciato nel referendum francese e reiterato come Trattato di Lisbona. Dovrebbe essere patrimonio di qualsiasi persona di SINISTRA. Dovrebbe.

Mi limito a ricordare che dal tentativo di salvaguardare lo “spirito cooperativo” per la stabilità monetaria, che abbiamo lungamente descritto, e di temperare, correggendoli, gli squilibri che in Europa produceva il mercato e la sua logica spontanea, si passa esattamente al contrario. Sul piano mondiale l’Europa diventa, anche in concorrenza “controllata” con gli USA una delle punte di diamante dell’offensiva neoliberista. Infatti adotta una linea, più per responsabilità della Commissione che dei singoli governi, aggressiva e ultraneoliberista verso i paesi del terzo mondo. Apre i mercati finanziari a qualsiasi speculazione e transazione senza alcun controllo. Sul piano interno adotta politiche ispirate da un puro dogmatismo neoliberista, con trattati (Maastricht) che palesemente implementano unicamente la finanziarizzazione, gli interessi dei paesi e delle regioni forti e, naturalmente delle grandi multinazionali, a scapito dei paesi e delle zone deboli. A queste ultime vengono imposti tagli draconiani alla spesa sociale e provvedimenti che trasformano i loro territori in terra di conquista della speculuzione immobiliare e finanziaria.

L’ultimo tema sul quale vorrei soffermarmi, nella descrizione parziale e sommaria della restaurazione neoliberista è quello della guerra.

Come abbiamo detto esiste un legame fra le politiche neoliberiste che negli anni 70 e 80 si affermano, e il crollo dell’Unione Sovietica, del COMECON e del Patto di Varsavia. E’ un punto che andrebbe approfondito. Non è nelle mie capacità farlo. Ma certamente, nel pieno della restaurazione neoliberista che investe l’occidente e di conseguenza tutto il mondo, la fine del socialismo e di economie e sistemi sociali che, per quanto piene di problemi, erano fuori dal mercato capitalistico e dal sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, pone al sistema geopolitico enormi problemi.

In estrema sintesi, gli USA, che come abbiamo visto, hanno mantenuto la loro egemonia politico-militare nel corso dei tre decenni precedenti, scelgono ed impongono a tutti dopo l’89, prima con Bush padre e poi soprattutto con la presidenza democratica Clinton, una linea che si prefigge obiettivi ben precisi. Impedire che l’ONU (altro attore che Keynes e i paesi socialisti avevano sperato diventasse decisivo) si democratizzi e soprattutto, venuta meno la guerra fredda, diventi protagonista, come del resto vorrebbe il suo Statuto, soggetto promotore di pace e di soluzione politica delle controversie internazionali. Impedire che l’ONU e le sue agenzie, come quella sul commercio e lo sviluppo, sulla sanità ecc. possano agire per disturbare gli interessi del capitalismo finanziarizzato. Lo fanno, ottenendo fortissima collaborazione da parte dell’Europa, sia trasformando gli incontri informali del G7, poi G8, in un vero direttorio che sovrasta lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che indica la strada sulla quale tutti devono marciare dal punto di vista economico, politico e militare. Lo fanno trasformando la NATO, che a stretto rigor di logica non avrebbe più motivo di esistere, nel gendarme del mondo che, come succede per la guerra contro la Repubblica Federale Yugoslava, può intervenire militarmente fuori dei propri confini, sulla base di una decisione propria e senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia discusso di alcunché. Sanno bene i governi degli USA e quelli europei, che gli enormi squilibri che produce e produrrà il modello neoliberista nel mondo non possono che essere “governati” senza democrazia e con la coercizione militare. Del resto i teorici del neoliberismo lo teorizzano apertamente da tempo in sede accademica. Con una minima approssimazione credo si possa dire che tutte le guerre, dalla caduta del muro di Berlino in poi, hanno la caratteristica di produrre instabilità generale e in aree sensibili (balcani e medio oriente per esempio) al fine doppio di giustificare una crescente presenza militare della NATO e dei paesi ricchi e di ristrutturare le relazioni geopolitiche in modo coerente con il dominio del mercato e del sistema capitalistico.

Oggi, nel pieno della crisi, si vede ancor meglio quanto fosse importante strategicamente per gli USA, in gravi difficoltà economiche prodotte dalla incessante tendenza all’indebitamento e dalla forte esposizione alle conseguenze delle bolle speculative connaturata alla concezione dello stato debole in economia, mantenere la propria egemonia politico-militare per se stessi e per il sistema capitalistico mondiale. Le contraddizioni che emergono con forza nella crisi dovrebbero, o potrebbero, produrre la creazione di un ordine mondiale fondato sul multipolarismo (da non confondere con il multilateralismo clintoniano che è solo l’unilateralismo concordato fra i paesi ricchi). Ma lo scontro di civiltà ricercato in ogni modo, e teorizzato due decenni fa da Huntigton come sostitutivo del confronto fra est e ovest e della lotta di classe, e la reiterazione ancor più estremista dei dogmi neoliberisti e della primazia degli organismi come il FMI, dominato politicamente degli USA, unitamente al rilancio della NATO, tendono ad impedire un simile approdo o processo. Tendono, perché in America Latina è aperta la possibilità che si aggreghi un polo geopolitico dotato di un modello economico e sociale non neoliberista e dichiaratamente, in diversi paesi, anticapitalista. E’ la dimostrazione che un altro mondo è possibile. Che dalla crisi irreversibile e strutturale del sistema di può uscire a sinistra. Perciò gli USA e l’attuale governo Obama vogliono eliminare questa possibilità, non esitando ad alimentare la guerra civile in Colombia allo scopo di installare numerose basi militari e a schierare nuovamente (era stata disattivata nel 1950) la IV Flotta al largo delle coste del Venezuela.

Queste 20 pagine riassumono certamente in modo del tutto insufficiente anche i soli tratti salienti dell’enorme processo di ristrutturazione capitalistica nella fase neoliberista. Non avevo, del resto, la presunzione di poterlo fare bene. Ma sono, spero, sufficienti per passare ad analizzare alcuni processi politici e il cambio di significato delle parole che mi sta a cuore chiarire.

Già negli anni 70, all’inizio della restaurazione e della cancellazione progressiva delle esperienze di “circolo virtuoso”, nella SINISTRA italiana avvengono molte cose. Ho già detto della contraddittorietà delle scelte del PCI degli anni 70. Il PSI non ha dubbi e non fa scelte contraddittorie. Decide chiaramente di sposare gli interessi dei settori emergenti del capitalismo finanziario, dedito alla rendita fondiaria moderna. Propugna una modernizzazione del paese, che in realtà non è altro che la riforma complessiva del “sistema italia” affinché possa competere nella giungla-mondo. Lo fa, avendo mantenuto fino ad allora un insediamento e perfino una simbologia operaia, compresi i riti di un partito di SINISTRA. Un lungo saggio del nuovo segretario del PSI, Bettino Craxi uccide Marx e Lenin e rivaluta un incolpevole Proudhon (che si sarà certamente rivoltato nella tomba). Si vedrà bene, nel corso degli anni, quale fosse la vera natura del “socialismo libertario” e contrapposto al vecchiume autoritario comunista. La svolta anticomunista e libertaria del PSI non gli costa nessuna scissione politica. Anzi, una parte dei dirigenti del movimento del 68 (soprattutto di Lotta Continua) ne diventano entusiasti sostenitori. E il PSI sebbene non aumenti molto i propri consensi elettorali riesce a sostituire con nuovi sostenitori l’esodo silenzioso che investe parte della sua base storica. Soprattutto riesce a “pesare” sempre più nella politica italiana. Una vulgata vuole che la tattica di “ALLEARSI” indifferentemente col PCI o con la DC a livello locale e quella di essere partito di GOVERNO e ALLETATO ormai strategico della DC, gli abbia permesso pur con un terzo di voti rispetto al PCI di contare tre volte più di un PCI sempre più isolato ed emarginato sulla scena nazionale. Ma questa è, secondo me, solo una piccola parte della verità. La vera base della forza del PSI, della sua crescente centralità nella vita politica e del suo “peso” risiede, a dispetto della quantità di consensi, nella rappresentanza diretta di interessi emergenti nel capitalismo italiano. Perché leggere i fenomeni politici senza indagarne i nessi con il sistema economico, con la rappresentanza di interessi e con le dinamiche sociali è foriero di gravi abbagli ed errori di valutazione. Il PSI “pesa” sempre più man mano che i settori emergenti del capitalismo crescono, grazie a tutto il processo che abbiamo descritto più sopra. Negli anni 80 siamo già nel pieno del processo di delocalizzazione di grandi fabbriche nei poli industriali. La produzione di merci nella società è stata soppiantata, nella funzione di centro gravitazionale, dalla finanza e dal “terziario avanzato” che è in gran parte legato al mondo della speculazione finanziaria e della rendita fondiaria moderna. Gli operai sono percepiti come una specie in via di estinzione da una opinione pubblica ubriacata dalla novità meravigliosa secondo la quale si possono fare soldi con i soldi. Milioni di persone (ho detto milioni!), anche delle classi meno abbienti, si fermano davanti agli sportelli delle banche ad ammirare i grafici dei listini della borsa sui video, che in tempo reale dicono quanto sta guadagnando il “risparmiatore” che ha investito i suoi soldi (magari l’intera liquidazione) nella speculazione. Il settore delle assicurazioni, delle finanziarie e la trasformazione delle banche in finanziarie dedite alla speculazione, nonché quello della pubblicità, dei mass media televisivi privati e così via, e la cementificazione legata alla rendita fondiaria assorbono buona parte della disoccupazione che ha cominciato a prodursi. La società cambia devvero. Sembra che il nuovo modello modernizzante sia la soluzione di tutti i problemi. Si afferma un “senso comune” secondo il quale la modernizzazione si lascerà alle spalle il vecchio sistema industriale. I suoi difetti come l’inquinamento, i lavori faticosi e ripetitivi, la massificazione della società, la lotta e il conflitto saranno sostituiti da un sistema più moderno, efficiente, si potrà cambiare lavoro cambiando il posto migliorando le proprie condizioni salendo individualmente la gerarchia sociale e non più dovendo lottare per strappare un aumento salariale insieme ad altre migliaia di lavoratori, facilmente si può fondare una piccola impresa commerciale o edilizia giacché il settore tira, nella società si conta non per ciò che si fa bensì per ciò che si consuma sempre più individualisticamente, la solidarietà necessaria fra sfruttati è sostituita sempre più dalla competizione in tutti gli scalini della gerarchia sociale. Ormai ci sono due SINISTRE. Una rappresentata dal PCI che sembra sempre più vecchia e strategicamente perdente (anche agli occhi di una parte del suo gruppo dirigente) perché legata ad una classe che già non ha più la forza contrattuale della fase del “circolo virtuoso” e che diventerà sempre meno importante socialmente e quindi politicamente. E ce ne è un’altra moderna, dinamica, vincente. Che cresce in importanza e che, sebbene le sue dimensioni non dovrebbero permetterglielo, è in grado di contendere alla DC la direzione del sistema politico. Certo, altri piccoli partiti borghesi e parti sempre più grandi della DC si adeguano. Ma gli uni non hanno il vantaggio di coniugare una storia di SINISTRA con le più disinvolte ALLEANZE sul piano degli interessi da rappresentare e gli altri appartengono ad un partito grande, interclassista, cattolico e conservatore e quindi poco coniugabile con i nuovi paradigmi tecnocratici e con “l’edonismo reganiano” sul quale è virato velocemente il progetto ideologicamente “libertario” del PSI. Ancora una volta nella storia è una forza considerata di SINISTRA ad essere la punta di diamante di una restaurazione borghese. E’ proprio un rovesciamento totale del significato delle parole.

Le RIFORME di cui parla il PSI sono in realtà CONTRORIFORME. La SINISTRA incarnata dal PSI è socialmente e anche ideologicamente la DESTRA  del pensiero capitalistico dominante. La LIBERTA’ è solo quella individuale competitiva e quella di impresa, non una LIBERAZIONE della classe o delle masse. L’isolamento del PCI non si da solo nel quadro politico, cioè nelle relazioni fra le forze politiche e nella possibilità di ALLEARSI. E’ un processo molto più complesso che ha le sue cause nella perdita di centralità da parte del sistema produttivo e quindi della classe operaia, nella perdita di ALLEATI da parte della classe a causa del trasmigrazione di parti del mondo del lavoro nel settore legato ai settori emergenti e rapaci del capitalismo finanziario e dedito alla speculazione e alla sua galassia di piccole e micro imprese. Culturalmente il PCI ormai fatica a sviluppare “egemonia” in una società nella quale si affermano valori individualistici, competitivi  e consumistici fino all’ossessione. Anche perché penetrano nella sua stessa base sociale, fra gli operai, nei quartieri popolari e fra i suoi stessi iscritti.

Già all’inizio degli anni 80 il PCI si era trovato davanti ad un bivio. Ormai il fallimento della politica di “unità nazionale” era chiaro. L’offensiva della FIAT evidenzia due cose precise: a) la volontà del padronato di riconvertire i rapporti di forza facendo della famosa vertenza, anch’essa cominciata con licenziamenti politici come l’ultima di Melfi, il simbolo e la prova che ormai è il capitale all’offensiva e che la classe operaia deve difendersi; b) la classe è isolata, ha perso una parte dei suoi ALLEATI. La famigerata marcia dei 40mila colletti bianchi lo dimostra.

Berlinguer e formalmente, ma solo formalmente, il gruppo dirigente del PCI imboccano la strada a sinistra del bivio. Va ai cancelli della FIAT a condividere fino in fondo le sorti della lotta e della classe. Dichiara finita l’esperienza di “unità nazionale”. Propone la prospettiva dell’alternativa, in netta contrapposizione con l’alternanza già allora teorizzata da Craxi (seppur come semplice avvicendamento fra partiti laici e DC alla guida del governo). Denuncia la degenerazione del sistema politico ponendo la famosa “questione morale”. Ci sono ancora le energie per combattere. Forse ci si può difendere contrattaccando. Ma ci sono due freni che lo impediscono chiaramente dentro il PCI. E’ questo uno dei punti più dolenti da analizzare. Negli anni 70 (come ho detto a torto o a ragione) il PCI sceglie quella strada che abbiamo descritto. Ma su quella strada, essendo un corpo vivo, cambia molto di se stesso. Se la “CULTURA DI GOVERNO” è sempre più legata al “senso di responsabilità” da dimostrare per “salvare il paese”… Se la “difesa delle istituzioni democratiche” diventa difesa astratta dello “STATO” quale esso è, comprese le decisioni autoritarie più inaccettabili sul piano repressivo… Se bisogna mantenere ed estendere i governi locali comunque, indipendentemente da ciò che si può fare di buono, date le nuove condizioni che man mano il superamento del “circolo virtuoso” producono (come succede nella prima giunta di sinistra di Milano del 75 quando il PCI cambia due assessori che fanno una politica invisa a Berlusconi e Ligresti per sostituirli con altri due che finiranno nelle inchieste sulla corruzione e del sacco di Milano)… Insomma se succedono tutte queste cose e decine di migliaia di quadri politici immersi nelle istituzioni si immaginano come classe dirigente e in procinto di cimentarsi con la prova di GOVERNO, proprio nel momento in cui comincia la controffensiva capitalistica, non è difficile capire che cresca l’idea POLITICISTA per cui, senza sentirsi di tradire alcunché, molti pensano che tutto dipenda dalla POLITICA UFFICIALE, dai voti elettorali e dalla capacità di fare ALLEANZE per governare nelle istituzioni. Infatti, all’epoca, nella discussione si parla apertamente del “partito degli amministratori” come della vera anima del PCI.

Queste cose sono freni che agiscono dentro la svolta a SINISTRA del PCI dei primi anni 80. Con silenzi significativi, non applicando e sostenendo le decisioni che si votano, dissentendo sempre più apertamente su riviste di corrente (come “il Moderno”, dei miglioristi lombardi). Berlinguer, che nessuno contesta come segretario, ha una maggioranza reale nel gruppo dirigente ben più risicata di quanto appaia. Forse non l’ha nemmeno più.

Il PSI, dal canto suo, incrementa la svolta a destra. Il pentapartito è ormai l’espressione delle forze laiche totalmente identificate con il nuovo corso dell’economia e delle correnti democristiane che le seguono sullo stesso terreno. E’ una curiosa ALLEANZA strategica, molto competitiva all’interno e instabile circa la leadership della stessa, giacché la DC è riluttante a cederla a chicchessia. Ma questa competitività interna al pentapartito e gli scontri che ne derivano, nel nuovo contesto e data la reale aderenza di tutti al neoliberismo, monopolizzano la politica. È l’anticipazione, nel sistema proporzionale, di una dialettica politica anche molto aspra che però avviene sulla base di scontri personalizzati senza che nessun cardine della politica economica e sociale venga messo in discussione. Addirittura, apparendo le politiche neoliberiste come egemoni ed indiscutibili, per molti versi questa dialettica tende a sussumere perfino quella che dovrebbe esserci fra maggioranza ed opposizione. Il gioco politico si consumava ed esauriva li dentro. Craxi ne era cosciente. Molti a SINISTRA pensavano e dicevano: “speriamo che Craxi sconfigga la DC.” “Meglio Craxi che De Mita.” Tutto ciò oscurava la vera natura restauratrice del progetto craxiano. Se invece che analizzare i contenuti della politica praticata si giudicavano le forze secondo concetti e parole ormai dal significato cangiante era facile scambiare il PSI come la SINISTRA DI GOVERNO possibile. Del resto il PSI comincia a teorizzare il superamento della prima repubblica, è sempre più incline al Presidenzialismo, e decide di forzare la situazione con una spallata. La cancellazione dei 4 punti di scala mobile (pochissime migliaia di lire sulla busta paga) sancisce la sconfitta del movimento operaio, ne distrugge la forza contrattuale visto che da quel momento dovrà lottare non più per incrementare il salario bensì per difenderlo, chiarisce che il lavoro è una merce il cui prezzo è legato esclusivamente alla produttività e al profitto e non può in nessun caso essere considerato una “variabile indipendente” da questi fattori. Determina, infine, che nella competizione che comporta svalutazione della lira ed inflazione sul mercato interno a pagare il prezzo più alto dovranno essere i lavoratori. Ovviamente la discussione, da parte dei sostenitori del provvedimento, è inquinata dalla presunta “oggettività” e necessità dello stesso, da un falso minimalismo (ma come! Tutto questo casino per poche migliaia di lire!) e soprattutto dall’accusa al PCI di fare demagogia, di aver abbandonato il “senso di responsabilità” che pure era stato così apprezzato in passato. Sono gli stessi argomenti che sempre più fortemente vengono usati nella discussione interna al PCI. Dov’è finita la politica di UNITA’ DELLA SINISTRA? Dove il “senso di responsabilità”? Dove è sparita la CULTURA DI GOVERNO? Dove ci porterà questo scontro frontale con i socialisti? All’isolamento, senza più capacità di ALLEANZE! In alcune federazioni i gruppi dirigenti locali, invece che organizzare e promuovere i Comitati per il SI al referendum che sarà poi promosso dal PCI, raccoglievano firme di iscritti e personalità dell’area del PCI che dichiaravano il NO.

Basta leggersi il Programma di Licio Gelli per capire come da allora in poi, ogni volta che si parlerà di modernizzazione del paese, del sistema politico e delle istituzioni, ricorreranno le proposte in esso contenute. Fino ai giorni nostri. Ma non si trattava solo e nemmeno prevalentemente di un complotto, per quanto sia intrisa di manovre oscure ed inconfessabili la vicenda della P2. Il sistema italiano, il “circolo virtuoso”, il PCI come forza anticapitalista dotata di un vastissimo consenso, e soprattutto Costituzione, natura parlamentare della Repubblica, dovevano essere per forza rimossi per permettere il dispiegarsi delle politiche neoliberiste. Con qualsiasi mezzo.

Il PCI si tolse di torno da se. Già dopo la morte di Berlinguer e la sconfitta del referendum la maggioranza del gruppo dirigente fa un compromesso fortemente orientato a destra. Lo scontro con i socialisti continua, soprattutto per volontà di questi ultimi che alternano attacchi durissimi a profferte unitarie sulla base della loro egemonia, ma appare sempre più come una sorta di contrapposizione priva di contenuti che non siano la collocazione nel quadro politico. Oramai la separazione del PARTITO dalle sorti dei suoi referenti sociali è evidente nell’ansia di “GOVERNO” che un corpo politico di dirigenti nazionali e locali non nasconde più. I socialisti che per un decennio hanno attaccato, non a caso, Togliatti e chiesto al PCI una svolta ideologica cominciano ad ottenerla. Per quanto Occhetto parli di SINISTRA DIFFUSA, di COSTITUENTE di un NUOVO PARTITO DI SINISTRA, e sembri proporre svolte di SINISTRA come quella che dovrebbe farla finita con il “consociativismo” e quella “ambientalista”, in realtà si prepara solo la rimozione dei simboli e dei cardini sociali ed ideologici che avevano mantenuto sempre il PCI nell’ambito della opzione politica anticapitalista. Ma sulla fine del PCI, come sulla nascita di Rifondazione, non dirò più nulla. Sono temi che mi porterebbero fuori dalla strada che ispira queste riflessioni e comunque meritevoli di ben altri approfondimenti.

Seconda fase, parte seconda.

E’ così che si arriva alla cosiddetta SECONDA REPUBBLICA.

Dopo la caduta del Muro di Berlino il capitale trionfa. Non solo si espande in una parte del territorio del pianeta prima escluso dal mercato e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma si dimostra che non esiste alternativa al sistema. E che quindi la Storia è finita. E’ la fine delle ideologie, perché ha trionfato quella egemone nel mondo. Ci possono essere mille sfumature, ma solo nell’ambito dell’idelogia vincente, che non a caso i resistenti chiamano spregiativamente “pensiero unico”.

Il PDS non è il PCI che ha cambiato nome, separandosi dal vecchiume comunista che per giunta viene accusato di non essere certamente l’erede del meglio della tradizione del PCI, che subisce una rilettura revisionistica, fino alla tesi che in realtà il PCI non è mai stato comunista (sic!), bensì socialdemocratico. Il PDS aderisce all’Internazionale Socialista e al Partito Socialista Europeo proprio nel momento in cui diventano la punta di diamante politica dell’offensiva neoliberista in Europa e nel mondo. Sposa l’idea che è necessario “modernizzare” e rendere efficiente il sistema politico attraverso riforme elettorali maggioritarie. La Lega delle Coorperative ormai è un colosso capitalistico, che applica nelle proprie aziende relazioni sindacali perfino peggiori di quelle confindustriali, i suoi settori finanziari ed assicurativi fanno parte del vorace capitalismo speculativo, i settori edilizi partecipano al banchetto. Il sindacato decide di assumere in tutto e per tutto le compatibilità del sistema neoliberista. Non più solo contrattando difensivamente i “sacrifici necessari a salvare il paese”, che non finiscono mai, ma partecipando, con la concertazione a renderli istituzionali, permanenti e praticamente indiscutibili nella contrattazione aziendale. In dieci anni siamo passati dal taglio di “poche migliaia di lire” all’accordo secondo il quale i sindacati si impegnano a contenere le richieste di aumento salariale nell’ambito dell’inflazione programmata, e cioè molto al di sotto della inflazione reale. Non si può nemmeno più lottare per conservare il potere d’acquisto del salario. In seguito accetteranno la riforma pensionistica e la conseguente istituzione dei fondi pensione, che nel mondo stanno diventando una leva immensa della speculazione finanziaria. La competizione esasperata ha prodotto un maggior disequilibrio fra i diversi paesi europei, e l’ingresso dei nuovi paesi è voluto, si dice per motivi politici, ma “permesso” solo se questi ultimi prima di entrare si ristrutturano trasformandosi in terra di conquista per le multinazionali, ma anche per le piccole imprese italiane, e soprattutto per il capitale finanziario e speculativo. All’interno dei singoli paesi cresce lo squilibrio fra zone che competono e zone che non reggono la competizione. Essendo i mercati liberi la funzione di mediazione e di riequilibrio dello stato si riduce fortissimamente. Per questo, e solo per questo, diventano tutti federalisti. PDS in testa. Tutta la retorica dell’autogoverno locale, dei rappresentanti più vicini ai cittadini, della democrazia moderna ed efficiente, riposa su una idea di riforma dello stato che deve accompagnare e implementare l’uccisione di quel che resta del “circolo virtuoso” per permettere ai “sistemi impresa” locali delle zone ricche di competere con le zone ricche in Europa e nel mondo, e alle zone deboli di competere con le zone deboli, mettendo a disposizione del mercato tutto al fine di attrarre investimenti. Povero Altiero Spinelli!

Ma nel sistema politico italiano il PDS è considerato di SINISTRA. Qualcuno mi vuol dire cosa c’entra quello che il PDS ha teorizzato e fatto negli anni 90 con la SINISTRA, sempre che la SINISTRA sia quella di cui abbiamo parlato nel corso di questo scritto?

Io, come si vede, non parlo nemmeno del fenomeno della destra italiana e della ristrutturazione del sistema politico nel periodo di tangentopoli. Sarebbe necessario, per la completezza del ragionamento, ma la trattazione sarebbe così lunga che non finirei più. E comunque sono abbastanza scontati perché molto discussi e trattati. Mi sta a cuore approfondire alcuni elementi che secondo me sono quasi totalmente sottovalutati o volutamente omessi dalla discussione attuale.

Il PDS compete con la destra? Si, certamente. Ma non per migliorare le condizioni di vita degli operai, degli impiegati, dei pensionati, degli studenti e così via. O meglio, dice di volerlo fare. Come del resto lo dice la destra. O forse che Berlusconi che promette posti di lavoro e la Lega che promette che cacciando gli immigrati ci saranno risorse per gli italiani, non lo fanno? Ma il PDS attacca la destra accusandola di fare demagogia. Dice esplicitamente che è il tempo dei sacrifici, dei tagli di bilancio per ridurre il debito pubblico e per stare negli accordi di Maastricht. Dice che il sindacato deve “concertare” e non configgere. Dice che per competere bisogna rendere “flessibile” il mercato del lavoro. Dice che bisogna privatizzare tutto. Dice che bisogna aumentare la spesa militare e partecipare alle missioni militari (cioè alle guerre) per continuare ad essere un paese “importante”. Dice che bisogna “modernizzare” la Costituzione. La GOVERNABILITA’ diventa il tutto! E dice che senza fare queste cose, ed altre che ometto per brevità, non è possibile ricreare le condizioni affinché dello “sviluppo” tornino ad avere qualche vantaggio anche le masse popolari. E’ la politica dei due tempi. Ma il secondo tempo non viene mai, e non può venire per il semplice motivo che il primo tempo distrugge sempre più i presupposti del secondo.

Torno a chiedere: è di SINISTRA tutto questo? Sfido chiunque a dirmi e dimostrarmi che ho esagerato.

E’ ispirato dal SETTARISMO descrivere così questa realtà, in sede analitica? Io penso di no. Però penso che sia SETTARIA l’idea che basti dire che il PDS non era di SINISTRA, dando vita ad una disputa nominalistica, per fare e possibilmente vincere una battaglia politico-culturale. Tuttavia senza avere chiaro in testa cosa sia veramente di SINISTRA e cosa no è facile fare un errore madornale. Pensare, cioè, che la politica delle ALLEANZE nella sfera della politica unifichi nella società un blocco sociale che accumulando forze diventi in grado di produrre nuove conquiste e di cambiare, anche solo minimamente, la realtà.

E’ il grande equivoco degli anni 90. Noi decidemmo, giustamente, di stare ai contenuti e di non diventare SETTARI, per non cadere nell’illusione che la denuncia delle contraddizioni e l’accusa al PDS di non essere di sinistra potesse risolverci il problema. I nostri referenti sociali erano piegati, sconfitti, le loro condizioni di vita erano peggiorate e continuavano a peggiorare, le loro organizzazioni sociali, come il sindacato, stavano sempre più fra quelli che gli predicavano sacrifici e che giustificavano sconfitte, nel mondo trionfava il capitalismo, il senso comune era ormai degenerato in individualismo, razzismo, xenofobia. Bisognava parlare di contenuti, di lotte. E bisognava farlo sapendo di non essere un partito di massa. Né per la quantità degli iscritti e dei voti né, tanto meno, per i legami diretti con la classe, con la società, sempre più isolata e indebolita l’una e sempre più disarticolata e atomizzata l’altra. Alcuni credevano che bastasse alzare una bandiera, perché pensavano che l’isolamento della classe e l’egemonia della destra nella società fosse soprattutto il prodotto di un fatto politico: la scomparsa del PCI. Mentre, come abbiamo visto, era vero esattamente l’opposto. Era il PCI ad essere stato cancellato per effetto della controffensiva del capitale che gli aveva tagliato le gambe nella società e che aveva messo di fronte ad un secondo bivio il suo gruppo dirigente. O resistiamo e ci scordiamo per un lungo periodo il GOVERNO e la nostra ascesa a “classe dirigente” o ci adeguiamo, separiamo il nostro destino da quello della classe e diventiamo una opzione realisticamente in grado di GOVERNARE il sistema dato, come esso è, circoscrivendo la nostra alternatività alla destra sui metodi di gestione del sistema, sui tempi e anche sullo “stile” di GOVERNO, ma non sulla sostanza. E’ abbastanza difficile pensare che se il gruppo dirigente del PCI avesse, diciamo così, tenuto duro e continuato a sviluppare una politica anticapitalista, avrebbe avuto davanti una strada in discesa. Molto sarebbe cambiato, certo. Ma non l’essenziale. Perché nelle condizioni internazionali e con la fine del socialismo reale, con la ristrutturazione capitalistica e la competizione totale, si sarebbe aperta una fase difensiva. E quando ci si difende, magari per decenni, in condizioni sempre più difficili, si finisce con l’indebolirsi. E alla fine si diventa sempre più isolati e percepiti come inutili al fine di migliorare le condizioni di vita della gente in carne ed ossa. Nella storia bisogna sapere quando si può avanzare e quando si deve resistere. Se si pensa di avanzare senza aver prima resistito, o se si pensa di avanzare invece che resistere quando resistere è imprescindibile, è matematico che ci si trova dall’altra parte della barricata. Parimenti, quando stai in una trincea a difenderti e vedi disertare una buona parte dello stato maggiore e della truppa, per quanto tu gli gridi “traditori” e loro ti rispondano dall’altra trincea “vieni anche tu che così non ha perso nessuno” tu sei più debole e quelli che vuoi difendere dietro di te, per quanto ti dicano “meno male che ci sei” o “almeno tu sei coerente” e pensino che tu sei uno di loro percepiscono che perderai. Con onore, ma perderai. E questo, in politica, è esiziale.

Ciò che devi fare è resistere, si. Combattere, si. Ma devi avere una strategia per uscire dalla resistenza sempre più passiva, per contrattaccare e possibilmente per vincere qualche battaglia. Al fine di tornare ad accumulare forze.

Magari devi passare alla guerra di movimento. Alla guerriglia. Fuor di metafora, se sei un partito di massa, con profonde radici nella classe e legami sociali, e se combatti su un terreno favorevole come il “circolo virtuoso” a tua volta instauri un “circolo virtuoso”. Conquisti parti importanti per un blocco sociale alternativo e sei in grado di fare una ALLEANZA con altri perché l’unità quando si avanza e si vincono battaglie importanti è relativamente facile costruirla. Mentre quando si arretra e perde, si deve resistere per un lungo periodo in condizioni difficili e si fatica a vedere una via d’uscita, è molto difficile. Molto.

Rimandiamo, per il momento, il tema di come si possa resistere e passare alla controffensiva. Perché in realtà la metafora che ho usato è incompleta e può essere perfino fuorviante.

Negli anni 90 oltre alla ristrutturazione del sistema economico e a tutto il processo di modificazione del modello sociale che abbiamo solo parzialmente descritto, in Italia, proprio per l’alto tasso di incompatibilità del sistema politico parlamentare e dei poteri reali del governo con la “necessità” imposta dalle nuove condizioni economiche l’attacco alla democrazia politica è stato furibondo. In Italia, al contrario di altri paesi che hanno già sistemi politici pronti per essere usati alla bisogna nella nuova fase capitalistica, il sistema politico deve essere cambiato radicalmente. Nei paesi retti da bipartitismi già interni alla pura logica della gestione e del governo dell’esistente come gli USA, o in paesi con sistema bipartitico dove uno dei due partiti ha una storia e un insediamento di SINISTRA come la Gran Bretagna, i sistemi politici possono tranquillamente rimanere come sono. Anzi, diventano dei modelli a cui ispirarsi proprio perché, nonostante abbiano sistemi elettorali immutati da quando votavano solo poche centinaia di migliaia di persone perché erano nei fatti la classe dirigente del paese, sono più congeniali a incanalare il consenso unicamente dentro il GOVERNO dell’esistente con la rapidità e il grado di autonomia delle istituzioni dal conflitto sociale necessari a prendere tutte le misure imposte dalla competizione globale delle imprese e della finanza. In Gran Bretagna basta che il Labour Party si trasformi. Non c’è bisogno di cambiare il sistema. Infatti il Labour abbandona, oltre a qualsiasi riferimento alla lotta di classe ecc. anche la sua idea proporzionalista della riforma elettorale. Così è in molti altri paesi, che hanno leggi proporzionali, fortemente proporzionali, o sostanzialmente proporzionali, ma dove la storia ha creato un bipartitismo di fatto. Spagna e Germania, per esempio. Anche qui basta che uno dei due partiti diventi anch’esso neoliberista e il gioco è fatto. In Italia no, non è così. Qui c’è un sistema parlamentare. Le leggi si fanno in parlamento. La rappresentanza è eletta sulla base della scelta da parte dei cittadini, motivata dal complesso di fattori che identificano una proposta politica, sociale, culturale e anche ideologica. La rappresentanza degli interessi, per quanto mediata dai fattori appena detti, è ben visibile e si riflette, almeno per tre decenni e più, direttamente nella linea di condotta dei partiti in parlamento. Soprattutto il gioco politico delle ALLEANZE e degli scontri fra le forze politiche si fanno a valle del voto popolare, proprio nella attività parlamentare. Il che rende deboli i GOVERNI, e cioè esposti a ciò che si muove nella società e si riflette nella rappresentanza istituzionale. Le ALLEANZE sono sempre a geometria variabile perché la realtà sociale che cambia influisce. Come ha fatto l’Italia a diventare la sesta potenza economica del mondo pur cambiando due tre o anche quattro volte il GOVERNO nel corso di una legislatura? Da un punto di vista strettamente strumentale la fase del “circolo virtuoso” si sarebbe bloccata con la legge truffa. Con un parlamento stabilizzato dentro il bipolarismo le lotte non avrebbero avuto la possibilità di incidere, magari determinando la caduta di governi e nuove ALLEANZE fondate sulla base dei nuovi equilibri sociali. E quelle lotte sconfitte avrebbero bloccato il “circolo virtuoso” perché in assenza di aumenti salariali indiretti e garantiti dallo stato (welfare) il mercato interno si sarebbe bloccato. E con esso il sistema. In realtà la stabilità di governo intorno alla DC c’è sempre stata. Il ricambio continuo dei governi, al contrario di tutta la litania cantata per giustificare il maggioritario in Italia (come si fa ad avere un paese che cambia governo due volte all’anno?), è stato proprio uno dei fattori che ha permesso una sostanziale stabilità del sistema, perché la politica e i governi si adattavano e seguivano le mutazioni sociali continuamente. Perché, altrimenti, il popolo italiano avrebbe votato così tanto ad ogni elezione, ben al di sopra della media di tutti gli altri paesi dell’OCSE? Perché con il voto si contava, si sapeva che si influiva sulla realtà economico-sociale del paese e sulla propria condizione di vita. Non si votava per un leader e per le sue promesse demagogiche, tanto meno per orientare il gioco delle ALLEANZE e degli scontri fra partiti nelle istituzioni. Quella dimensione c’era, ovviamente. Ma dipendeva strettamente dal legame della politica e di quella stessa dialettica a tutto ciò che si muoveva nella società. Ed infatti, nonostante tutto, era una dialettica seria, rigorosa, e sebbene molto tecnica e sofisticata, infinitamente più chiara e comprensibile da parte dei cittadini e delle classi sociali rispetto al teatrino spettacolare dei giorni nostri. Le grida e gli insulti, le curve contrapposte, i leader, la demagogia e le “speranze” che sono in grado di suscitare, non hanno reso la POLITICA più chiara e comprensibile, in modo da permettere ai cittadini di scegliere, al momento del voto, sulla base di ragionamenti e di interessi precisi, e sulla base della vicinanza a idee e proposte. Al contrario li hanno fatti diventare sempre più spettatori passivi del “gioco politico” riservando a loro solo il diritto di poter fare il tifo per uno dei due contendenti. Anche per il più tifoso il grado di partecipazione alla formazione delle decisioni e dei veri contenuti delle scelte politiche è stato ridotto quasi a zero. Ma torniamo alla STABILITA’ di GOVERNO. Alla GOVERNABILITA’. Essa diventa il mantra ripetuto ossessivamente per anni e anni. Bisogna, infatti, con una tipica operazione mistificatoria, accompagnare l’indebolimento della funzione di governo, molte delle cui prerogative nella fase del “circolo virtuoso” sono fuggite semplicemente verso le pure dinamiche di mercato, verso organismi internazionali a-democratici e sovrastanti i governi nazionali, verso i privati ai quali si sono vendute le imprese statali, verso la banca centrale europea, verso la finanza (“i cittadini votano ogni tanto ma la borsa vota tutti i giorni” ha detto un noto premier italiano) e così via, al rafforzamento dei poteri del GOVERNO nei confronti del parlamento e in generale della società. In realtà questo rafforzamento del GOVERNO non serve ai “politici” per darsi più importanza. Al contrario di quel che credono molti neofiti adoratori del potere in quanto tale che si mettono la parola GOVERNO e GOVERNABILITA’ in bocca ogni frase che dicono e qualsiasi tema affrontino. Il rafforzamento del GOVERNO è proprio una necessità oggettiva del capitalismo e del modello sociale neoliberista. Esattamente, mi si permetta il paragone, come la guerra lo è per GOVERNARE il mondo trasformato in un grande mercato. Nel sistema del “circolo virtuoso” il compromesso sociale cui era stato costretto il capitalismo, come ho già detto, prevedeva una forte funzione di governo politico e pubblico dell’economia. Ora la funzione è rovesciata. L’economia comanda sulla politica, la orienta la dirige. Quindi c’è bisogno di un esecutore. Di un “amministratore” politico. Non di un luogo di decisione nel quale si media fra interessi anche contrapposti recependo, seppur in forma spesso squilibrata, i rapporti rapporti di forza sociali. Bensì di un luogo dove si amministrano le conseguenze di decisioni “oggettive” ed indiscutibili. I rapporti di forza sociali, le domande, le proteste, le rivendicazioni, sono da tenere fuori dalla porta. Sono incompatibili con la funzione di GOVERNO. E quando le decisioni applicate dal GOVERNO sono talmente stridenti (e cioè capaci di incrinare il consenso elettorale) con la coesione sociale si allargano le braccia e si indicano con l’indice i veri responsabili che impediscono al GOVERNO di ascoltare la società: “l’ha detto il FMI! L’ha detto la Banca centrale europea! L’ha detto la borsa! l’ha detto Marchionne!”. Di più, le rivendicazioni sociali, le lotte, devono diventare impolitiche. Devono cioè, essere impedite di pretendere una qualsiasi cosa che metta in discussione l’economia e le decisioni che il GOVERNO amministra. Per questo gioco il bipolarismo e il sistema elettorale maggioritario sono perfetti. L’alternanza (e non l’alternativa ovviamente) dei governi che condividono le compatibilità del sistema riduce lo spettro delle decisioni cui i cittadini, con le lotte e con il voto, possono partecipare alla mera scelta di chi amministrerà le decisioni del FMI. Dentro questo spettro c’è spazio per scontri epici nei talk show, per contrapposizioni mortali, per colpi bassi di ogni tipo. La realtà sociale deve essa conformarsi a questo spettro, non può pretendere di allargarlo a scelte che possano mettere in discussione il sistema. Se qualcuno tenta di farlo basta dirgli che farebbe cadere il governo in carica favorendo l’altro schieramento. Lo si mette fuori dalla POLITICA in quanto la POLITICA ufficiale ormai è solo la cosa che si occupa di chi amministra l’esistente e delle mille manovre e scontri per sedersi al GOVERNO. Le ALLEANZE non sono sociali fra classi e ceti e settori e categorie che trovano nella ALLEANZA delle rappresentanze e in decisioni proprie del GOVERNO un coronamento politico e la realizzazione di obiettivi concreti. Le ALLEANZE sono coalizioni capaci di conquistare il GOVERNO. Se per caso, come è successo in Italia, per conquistare il GOVERNO è necessario ALLEARSI anche con una forza che propugna il cambiamento e che palesa una CULTURA DI GOVERNO incompatibile con il governo dell’esistente questa viene massacrata. Non dimenticherò mai quando dal 96 al 98 in Europa ci fu un fenomeno per cui tre governi contenevano forze che ponevano una anche solo timida inversione di tendenza rispetto alle politiche neoliberiste. Il governo francese pose problemi al trattato di Maastricht, varò la legge delle 35 ore, solo per dire due cose. Nel governo tedesco il ministro dell’economia che era anche il Presidente della SPD e vice primo ministro tentò di mettere in discussione, in accordo con il sindacato (beato lui), le politiche monetariste della banca centrale tedesca ed europea, e noi chiedemmo al governo che viveva grazie ai nostri voti poche e limitate cose. Nel volgere di pochi mesi Lafontaine fu scaraventato fuori dal governo, noi pure con l’accusa che i libri di testo gratuiti, un piano di salvaguardia ambientale nel sud e le 35 ore (già varate dal governo francese) erano rivendicazioni estremistiche, massimaliste e da “pazzi” (citazione letterale di Prodi), e alla fine il governo francese rimase solo e fu costretto a vivacchiare mentre nel PSF crescerà la destra che alla fine ne sconfesserà l’esperienza.

L’analoga esperienza dell’ultimo governo in Italia è talmente conosciuta e ricordata ancora, che non c’è bisogno di ripercorrerla. E’ un esempio calzante e perfetto. Perfino ciò che c’è scritto nel programma, se un movimento di massa ne richiede l’applicazione, può diventare alla fine di mille trattative e manovre, una richiesta estremistica estranea alla vera politica!

Più chiaro di così si muore!

Perciò, cosa si intende quando si dice che bisogna avere una CULTURA DI GOVERNO? Che i comunisti hanno sempre avuto una CULTURA DI GOVERNO. Cosa vuol dire: dobbiamo porci il problema del GOVERNO? E, alla luce di questo, cosa significa che la politica delle ALLANZE è indispensabile per una forza comunista o di sinistra?

Credo sia evidente, per chi ha avuto la pazienza di leggere questo scritto, che le parole oggi hanno significati diversi da quelli che si tenta di evocare, spesso inconsapevolmente, quando si dice: GOVERNO e ALLEANZE.

Parimenti, se il conflitto è espulso dalla POLITICA, per come essa è intesa nella società e nella funzione reale delle istituzioni, chi vuole rappresentarlo può essere facilmente indotto nell’errore mortale di considerarlo in modo testimoniale. Mica è proibito inneggiare alla rivoluzione. Proporre governi operai. Sognare di aumentare il proprio consenso denunciando il tradimento altrui. E soprattutto non c’è niente di male e non succede nulla se una piccola rappresentanza nelle istituzioni grida slogan e pratica la coerenza nel senso di considerare i voti come puri atti simbolici. Questo si che è SETTARISMO. E’ l’illusione che la predica e l’etichetta data agli altri siano la sostanza della politica. Che basta smascherare il nemico per accumulare forze. Tutto questo è solo l’altra faccia dell’illusione che ci si possa trarre dalle difficoltà con un surplus di politica di ALLEANZE esibendo una cultura di GOVERNO nel senso iperrealista.

Ho a lungo spiegato come il PDS (figuriamoci il PD di cui nemmeno voglio parlare) non sia di SINISTRA. E come ALLEANZE e GOVERNO, con l’accezione che hanno assunto in questa fase neoliberista, per motivi largamente oggettivi e non per il capriccio o limite di questo o quel partito o personaggio, siano termini ormai inservibili e non coniugabili per progettare scelte politiche per cambiare la realtà o anche solo per resistere.

Ma un PARTITO politico comunista o anche solo di SINISTRA, per quanto piccolo e sprovvisto di radicamento sociale, non può abbandonarsi ad illusioni e a confusioni come quelle appena descritte. Sia sul versante delle ALLEANZE e del GOVERNO, sia su quello della testimonianza.

La attuale crisi, come sempre avviene nei momenti veramente cruciali, oltre ai disastri offre anche delle opportunità. Le contraddizioni prodotte dalla fase neoliberista si mostrano chiaramente. Il grado di credibilità degli “amministratori” del sistema decade. Quello degli aspiranti “amministratori” dipende dal grado di coerenza del discorso che fanno con i problemi che sono davanti a tutti. Per quanto mistificatorio sia il discorso deve riconoscere l’esistenza dei problemi, non può ignorarli, ne può promettere per la trecentesima volta in venti anni che con i due tempi verrà quello migliore. Anche qui esiste una oggettività. Una cosa è candidarsi ad amministrare il sistema vigente quando esso è vincente, quando promette e sembra poter mantenere le promesse, quando si lavora in modo precario ma si lavora, in attesa di qualcosa che risolva il problema e così via. Un’altra cosa è farlo nel pieno di una crisi che chiarisce che è il sistema medesimo ad aver creato i problemi e che non può promettere nulla di buono. Ogni lotta incontra immediatamente e chiaramente il nemico. Si poteva promettere con la concertazione che si sarebbe reso competitivo il paese e che, per questo, si sarebbe potuta aprire una seconda fase buona. Oggi non si può più fare con la stessa efficacia. Non è un caso che nel sindacato sorga (o risorga) l’idea della irriducibilità della lotta di classe, come è chiaro nel caso della FIOM. Questo significa, per essere chiaro fino in fondo, che si può sperare in una svolta del PD che lo riconverta ad una lettura di classe della società? Che lo discosti dai settori del capitale che ha scelto come interlocutori privilegiati e di cui difende gli interessi? Penso proprio di no. Tuttavia il combinato disposto dell’estremismo del governo Berlusconi, che è coerente fino in fondo con il progetto di scardinare definitivamente la costituzione e lo stato, per poter gestire le conseguenze della crisi, e la complessità, data anche dalla divisione, dell’opposizione al governo, sia nella società sia nelle istituzioni, segnalano una crisi del sistema politico bipolare. Per questo da parecchio tempo penso, e perciò sono totalmente d’accordo con la proposta conseguente, che senza imbrogliare nessuno, tanto meno se stessi, sul GOVERNO si possa intervenire nella POLITICA UFFICIALE dicendo: “tutti contro Berlusconi ma cambiamo la legge elettorale in senso proporzionale senza che noi entriamo al governo. Il resto che viene dopo si vedrà.” Non “tutti contro Berlusconi, punto!” Non “tutti contro Berlusconi e sul governo vedremo!” Ciò che differenzia queste tre formule non è un dettaglio irrilevante o secondario. E’ sostanza.

Non c’è bisogno che dica perché penso che “andare da soli, tanto è lo stesso chi vince!” o “rifacciamo il centrosinistra che governa con noi dentro” siano proposte completamente sbagliate. Credo che sia chiaro.

Per quanto difficile e stretta sia la via, secondo me è l’unica. Perché ha il vantaggio di coniugare l’opposizione al peggio con il non ingabbiarsi nel meno peggio. Perché apre, per la prima volta da venti anni, una possibilità per dare un colpo alla seconda repubblica e alle conseguenti degenerazioni della politica ufficiale. Perché, banalmente, dal punto di vista strettamente elettorale, è un antidoto al ricatto classico del bipolarismo e ai conseguenti “voti utili” o accordi subalterni contrapposti alla fuga dalla politica.

Nemmeno sul “fenomeno” Vendola ho nulla di nuovo da dire. Ognuno può dedurre da quanto ho scritto il grado di distanza del mio ragionamento da ciò che dice e propone Vendola. Dico solo che la realtà ci dirà chi ha ragione. E spero che la dinamica delle cose chiarisca che la prospettiva del GOVERNO organico del centrosinistra è mortale per qualsiasi SINISTRA, prima che Vendola ed altri si trovino ingabbiati di nuovo in una contraddizione irrisolvibile. E dico solo che con Vendola (mi scuso per la estrema personalizzazione ma nel suo caso le cose stanno così) bisogna trovare ogni unità possibile su obiettivi e posizioni comuni, ma nella massima chiarezza sulla prospettiva. Senza evitare, per ipocriti diplomatismi, di discutere anche in modo polemico, come necessario quando si devono criticare suggestioni con un alto tasso di confusione, invece che proposte chiare e nette.

L’ultimo tema che tratterò in questo interminabile scritto è quello del PARTITO e dell’UNITA’ DELLA SINISTRA.  E solo sul versante dell’immediato. Senza avere la pretesa di risolvere il tema dell’attualità e della riproducibilità o meno del PARTITO DI MASSA.

E’ ovvio che un PARTITO dotato di un minimo insediamento sociale e che contemporaneamente è stato nelle istituzioni nel tempo del successo del neoliberismo e della seconda repubblica nel corso del tempo cambia. E non in meglio. Lasciamo perdere le responsabilità soggettive e le mille polemiche che possono insorgere intorno ad esse. Ho già scritto anche troppo su tutto questo. Atteniamoci a quelle oggettive.

Non è facile mantenersi e conservarsi, figuriamoci crescere e migliorare, quando il “circolo virtuoso” è morto da tempo, la società è stata destrutturata e riorganizzata su un modello che mette i tuoi referenti sociali in un angolo, e il sistema politico (dentro il quale sei comunque) riformato in senso autoritario ed escludente qualsiasi istanza sociale non compatibile col sistema economico, le grandi organizzazioni sociali, a cominciare dal movimento sindacale, sono sempre più collaterali ai governi invece che autonome dal punto di vista di classe. Proprio non è facile. La tua dimensione non è sufficiente ad esercitare una attrazione gravitazionale verso la SINISTRA ed ogni svolta, prodotta da contraddizioni reali, si riflette immediatamente in un scissione. Proprio non è facile.

Sembra quasi che sia impossibile continuare a svolgere una funzione positiva.

Se è vero che la società è stata destrutturata e che l’egemonia della destra si è sviluppata a causa dei fenomeni economici di cui abbiamo parlato, come la perdita di centralità della produzione nel sistema economico, la competitività esasperata, la svalorizzazione e la perdita di dignità del lavoro e tutte le scalate (vere o illusorie) della gerarchia sociale connesse al far soldi con i soldi, proprio ora che la lunga crisi in cui è immerso il paese evidenzia le contraddizioni figlie del modello neoliberista e smentisce le previsioni ottimistiche infondate che per lungo tempo hanno sorretto il consenso del sistema, è il tempo della lotta e della ricostruzione della coscienza di classe fra i lavoratori e nella società.

Questo è il tema del partito sociale.

Con la descrizione del PCI degli anni 50 ho cercato di dimostrare quanto sia falsa, proprio nella migliore tradizione comunista, l’idea che il PARTITO debba essere “sopra” le organizzazioni e i movimenti sociali. Secondo me non lo era un partito con due milioni di iscritti e con sindacato e organizzazioni sociali ben diverse da quelle di oggi. Figuriamoci se lo può essere un partito piccolo con organizzazioni sociali e movimenti in grado di trovare da se nessi, collegamenti e punti di vista generali e che per giunta, per una serie di congiunture, hanno sviluppato nei confronti dei partiti che si presentano alle elezioni una diffidenza tale da scavare con essi un solco molto profondo.

Io penso che la funzione politica, anche di direzione ovviamente, di un partito politico sia insostituibile.

Ma non basta dire: siamo un partito, dunque dirigiamo e tocca a noi fare le proposte politiche (ridotte a quelle elettorali e di relazione fra partiti), e se sono giuste e buone alla fine ci seguiranno. Tanto meno la funzione dirigente si rafforza solo perché si elencano i limiti e le parzialità, che pur ci sono, dei movimenti.

La gran parte dei dirigenti comunisti della CGIL partecipavano, anche dopo l’incompatibilità fra incarichi di direzione sindacali e politici, alla formazione delle decisioni e della linea del PCI. A tutti i livelli, dalla sezione fino alla direzione nazionale. La direzione che il PCI esercitava senza dubbio sul sindacato (per fare l’esempio più chiaro) non veniva dal cielo, per innata capacità del dirigente politico. Era il prodotto di in legame, di una simbiosi, e si alimentava continuamente delle esperienze e del punto di vista che scaturiva dalla pratica sociale diretta. Se non fosse drammatico ci sarebbe da ridere quando si ascolta la ripetizione astratta di formule come “il partito e solo il partito è in grado di avere una visione complessiva e perciò deve lavorare nei movimenti per dirigerli”. O quando si paragona il “partito sociale” alle illusioni del socialismo utopistico o dell’anarchismo. Certamente non mancano semplificazioni, ingenuità ed anche esagerazioni nel descrivere il “partito sociale”. Ma è fuori di dubbio, per me come per moltissimi altri, che senza la faticosa ricostruzione delle lotte, delle esperienze di solidarietà e mutualità, di organizzazione di mille comitati e associazioni è piuttosto difficile pretendere di “dirigere” alcunché. Se non c’è resistenza sociale, e quindi organizzazione sociale, non ci si può opporre con una resistenza politica. Proprio non capisco come si possa dire che la costruzione di un GAP è qualcosa di buono ma che non serve politicamente. Se qualcuno fosse andato a dire, negli anni 50 in una sezione del PCI, che costruire nel paesino una cooperativa di consumo non era lavoro politico, lo avrebbero guardato come un pazzo. Non è lo stesso avere un direttivo di circolo che sa tutto minuto per minuto dei litigi nella giunta e non sa nemmeno quante e quali associazioni ci siano sul territorio, quanti sfratti per morosità ci sono nel quartiere, o un direttivo che è composto di compagne e compagni che hanno una doppia militanza, nel partito e sociale, e che sono in grado di arricchire la discussione e quindi la direzione politica. Non è lo stesso se nelle riunioni partecipano persone il cui unico impegno politico è andare alle riunioni e dire la loro opinione, pretendendo magari di conoscere cosa pensa la gente sulla base di pochi rapporti personali, o se partecipano persone abituate a discutere anche altrove, a fare inchiesta in modo sistematico e ad esprimere opinioni basate sulla pratica sociale. Il partito sociale è quello che è capace, quando c’è la lotta di una fabbrica, di mettere in campo i legami di cui dispone con associazioni culturali, comitati ambientalisti o di scopo, e direttamente con la popolazione per sviluppare una iniziativa in grado di rompere l’isolamento di quella lotta e di farne capire il significato politico a tutti. Perché le lotte operaie sono isolate, ed incomprese, per motivi strutturali e non solo per i difetti del sindacato e della politica. Il partito che si limita a fare delle presenze ai cancelli della fabbrica e che fa una interrogazione nella istituzione del luogo, non è un partito che fa la lotta di classe. È un partito che parla della lotta di classe ma che non può e/o non sa farla. Ed è sempre più sospetto di parlare delle lotte per scopi elettoralistici. Il partito che dedica l’80 % del proprio tempo a discutere della politica separata delle istituzioni e ad esprimere giudizi ed opinioni su ciò che succede, senza partecipare direttamente a ciò che succede, può chiamarsi comunista o di sinistra ma in realtà non è un collettivo capace di fare politica nel senso alto del termine. E non può, come purtroppo succede spessissimo, che avvilupparsi e perdersi in discussioni personalistiche che sfociano quasi sempre in litigi e guerre intestine infinite.

Anche sul tema del PARTITO non pretendo di essere esaustivo. Ho solo insistito, in fondo a tante considerazioni sulle cause economiche e strutturali profonde delle sconfitte sociali e politiche di questi ultimi 30 anni, sul punto che a me pare fondamentale e assolutamente prioritario. Non vado oltre.

Infine, ma anche qui ho poco da aggiungere alle tante cose già dette sul progetto della Federazione della Sinistra, alcune riflessioni sul tema UNITA’ DELLA SINISTRA.

Il giorno che il comitato NO DAL MOLIN, la FIOM, una buona parte delle associazioni di solidarietà sociale, una parte consistente dell’ARCI, i sindacati di base, diverse associazioni culturali e centri sociali antagonisti, il movimento NO TAV, una parte importante dei dirigenti dei movimenti dei diritti civili, femministi e ambientalisti, ed altri ancora discuteranno insieme alle forze politiche della SINISTRA ANTICAPITALISTA, a cominciare da noi, di cosa si deve fare in Italia per almeno qualche anno sia nelle lotte sia nelle istituzioni, potremo dire che abbiamo realizzato l’unità della sinistra. L’unità della sinistra non può essere in nessun modo la somma delle sigle delle forze politiche deboli, sprovviste di radici sociali e dedite solo o prevalentemente alla POLITICA UFFICIALE. Tanto meno può essere il prodotto della suggestione di un “nuovo inizio” magico o addirittura della speranza riposta in un nuovo (ennesimo) leader.

Perciò penso che sia giusta l’idea della FEDERAZIONE DELLA SINISTRA. Individua un campo di forze politiche e sociali sulla base di una discriminante precisa: l’anticapitalismo. Che, sempre se tutto ciò che ho tentato di dire ha anche una minima validità, è imprescindibile per produrre una politica degna di questo nome. Non cancella le differenze ideologiche, culturali e di pratica politica e sociale. Al contrario le alimenta e le valorizza proprio perché le riconosce tutte senza imporre gerarchie e stupidi egemonismi. Assegna all’unità un compito preciso e definito, anche se molto ambizioso. E cioè quello di produrre un programma politico di fase. Un programma, cioè, di lotte e di proposte per il paese che unifichi e dia un indirizzo politico utile per i movimenti e per i settori sociali colpiti dalla crisi. Per questo, e solo per questo, è la dimensione unitaria a dover essere titolare della rappresentanza istituzionale.

La Federazione è già fatta così? Direi proprio di no. Ma il problema è se vuole diventare così o no.

Dire che la Federazione è un passo verso qualcos’altro vuol dire che non si crede sia un progetto strategico. Vuol dire che non si crede possibile unire molto di più senza provocare altre divisioni e disastri.

Io credo che nasce con evidenti limiti ma che ha la possibilità di allargarsi e crescere. Ed è per me ovvio che allargandosi, tanto a livello locale come a livello nazionale, dovrà modificarsi.

Certo molto dipenderà da diversi fattori che al momento non sono prevedibili con qualche certezza. Per esempio una modificazione in senso proporzionale della legge elettorale potrebbe essere decisiva.

E’ chiaro che in quel caso se la SINISTRA sarà libera di dispiegare le proprie politiche al di fuori della gabbia del bipolarismo potrà facilmente trovare e mettere a valore i molti contenuti e proposte comuni. Viceversa, se il bipolarismo dovesse continuare, è chiaro che la collocazione o meno nel centrosinistra di GOVERNO sarà un fattore di divisione insuperabile e finirà per allargare e distanziare sempre più i contenuti che oggi sono ancora comuni.

Ma questo è argomento prossimo a venire.

Fine.

Grazie per l’attenzione.

ramon mantovani