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Genova fu un primo passo sulla strada giusta

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto, 2021 by ramon mantovani

Sono passati vent’anni dalle quattro giornate del movimento “no-Global” del luglio 2001 a Genova. Per grandissima parte dell’opinione pubblica che non ne ha perso memoria o che, per motivi d’età, ne ha solo sentito parlare, il ricordo è circoscritto alla violentissima e inusitata repressione che colpì il movimento. E questo, purtroppo, dimostra la potenza dell’operazione repressiva che aveva l’obiettivo di sterilizzare il potenziale critico e antagonista al sistema capitalistico globalizzato, riducendolo a “problema di ordine pubblico”. Vale la pena di partire proprio da qui per tentare di svelare la vera natura del movimento e soprattutto per riportare alla luce ciò che la repressione oscurò e tentò di seppellire.

LA REPRESSIONE

Al contrario di quanto si pensa correntemente la repressione non fu concepita, programmata ed eseguita dall’allora governo Berlusconi. Fu concepita dagli organismi di coordinamento delle polizie e dei servizi di intelligenza dei paesi membri del G7.

Da Seattle nel 99, nel giro di due anni, tutti i vertici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale, del G7, di Davos e così via, vennero contestati da grandi manifestazioni di massa, sempre più partecipate da delegazioni di movimenti sociali, sindacali e politici, provenienti da tutto il mondo. E nel gennaio del 2001 a Porto Alegre in Brasile si era riunito il primo Social Forum Mondiale. La contestazione della globalizzazione capitalistica non era più una pratica di ristrette avanguardie. Aveva conquistato la simpatia dell’opinione pubblica mondiale e cominciava ad essere avvertita come una minaccia seria dai vertici e dagli organismi che implementavano la deregolamentazione dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia. Per questo, e solo per questo, l’appuntamento di Genova divenne decisivo. Nell’anno precedente (in Italia c’era il governo Amato e il governo Berlusconi entrò in carica 10 giorni prima delle giornate di Genova nel 2001) ci fu l’episodio di Napoli che fece suonare un campanello d’allarme. Una manifestazione no global fu repressa durissimamente con tecniche mai viste prima. Contemporaneamente il coordinamento internazionale responsabile della sicurezza del vertice G7 elaborò le contromisure per ridurre la portata della contestazione prevista. Venne fatta una campagna allarmista di disinformazione (ci sarà presenza di terroristi, potranno essere lanciati missili, potranno esserci lanci di sangue infetto di AIDS e così via) accompagnata da lusinghe e promesse (i giovani che protestano non hanno proprio tutti i torti, al G7 inviteremo i paesi più poveri del mondo per discutere con loro di aiuti concreti ecc). Venne deciso che Genova sarebbe stata divisa in tre zone: rossa (tutto il centro storico e potranno entrare solo i residenti); gialla (tutto il resto della città tranne la circonvallazione a monte e non potranno esserci né volantinaggi né assembramenti) e verde (la periferia estrema e si potrà manifestare). Solo nei giorni precedenti le manifestazioni il Genoa Social Forum (e in parlamento il PRC) ottenne che si potesse manifestare nella zona gialla, che le amministrazioni locali mettessero a disposizione due scuole per ospitare gli organismi dirigenti della protesta e le centinaia di giornalisti che la seguivano. Se nella giornata di giovedì 19 luglio si svolse una manifestazione con decine di migliaia di persone senza alcun disordine, già il venerdì mattina entrarono in azione i Black Bloc (che erano e sono un movimento estremista internazionale senza direzione politica e dedito ad azioni dimostrative e vandaliche). Al contrario che nelle manifestazioni dei due anni precedenti non vennero isolati ed impediti nella loro azione dalle forze dell’ordine, che anzi evitarono accuratamente di entrare mai in contatto con loro. Fu invece caricato a freddo e senza motivo il corteo dei disobbedienti lungo il percorso autorizzato e che doveva arrivare alla barriera della zona rossa. Così come furono caricati senza motivo gli altri quattro concentramenti prospicenti la zona rossa. Negli incidenti che seguirono, come è noto, perse la vita il giovane Carlo Giuliani. Anche in questo caso il comportamento delle forze dell’ordine fu inusuale giacché polizia e carabinieri si dedicarono ad estendere gli incidenti per ore. Nella giornata di sabato una grande e totalmente pacifica manifestazione di circa trecentomila persone, di cui circa 50mila provenienti dall’estero, fu caricata e spezzata in due. Entrambi i tronconi vennero caricati più volte per ore. Centinaia di feriti ed arrestati furono poi maltrattati ed anche torturati in più centri di detenzione. Nella serata del sabato l’ultimo e gravissimo episodio fu l’attacco ad una delle due scuole sedi del Genoa Social Forum. Con la scusa di effettuare una perquisizione le circa 90 persone che vi si trovavano semplicemente per passare la notte furono tutte arrestate, dopo essere state massacrate senza pietà. 63 infatti finirono in ospedale e più della metà di loro accusarono fratture ossee, alcune gravissime. Altra tecnica repressiva che in Italia si era abbattuta solo nelle rivolte carcerarie ma mai su manifestanti pacifici.

Ovviamente il governo Berlusconi porta la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione ma non di averla decisa ed ideata. I processi che sono stati celebrati hanno portato alla luce diverse responsabilità delle forze dell’ordine, ma senza che si sia potuto indagare e dirimere il ruolo degli organismi di coordinamento delle polizie e servizi segreti dei 7 paesi membri del G7 (la Russia era solo invitata). Lo si sarebbe potuto fare con la commissione parlamentare d’inchiesta che figurò nel programma del governo Prodi del 2006 e che fu invece, guarda caso, affossata dal partito Italia dei Valori e dai Democratici di Sinistra.

La repressione non fermò il movimento, ma riuscì a farlo percepire dall’opinione pubblica come un fenomeno confuso e soprattutto tendenzialmente violento. Le responsabilità di apparati repressivi e di intelligenza italiani spesso più obbedienti agli USA che al proprio governo, e quelle del governo Amato di centrosinistra sparirono in favore di tesi tutte interne alla ben nota logica “antiberlusconiana”, come se la più grande manifestazione mondiale contro la globalizzazione fosse stata un fenomeno meramente provinciale.

IL MOVIMENTO AVEVA RAGIONE

La repressione che colpì il movimento a Genova riuscì, come abbiamo visto più sopra, a ridurlo ad un problema di ordine pubblico per gran parte dell’opinione pubblica. Ma non a cancellarne le regioni di fondo, né a fargli assumere il terreno dello scontro di piazza come luogo privilegiato e simbolico della propria azione politica.

Senza quel movimento e senza le giornate di Genova non ci sarebbe stato il potentissimo movimento per la pace degli anni seguenti. Né ci sarebbero state le vittorie di governi latinoamericani che esplicitamente e dichiaratamente si ispirarono alle elaborazioni dei Social Forum Mondiali di Porto Alegre.

“Un altro mondo è possibile” non fu solo uno slogan fortunato e comunicativamente efficace. Riassume in sé l’antagonismo al sistema dominante. Indica la necessità di un sistema alternativo capace di abbracciare tutte le contraddizioni e i conflitti sociali, culturali e politici. Soprattutto parla della possibilità di costruire un altro mondo.

Si potrà dire che la strada è lunga e piena di ostacoli e trappole. Che le forze antagoniste sono ancora troppo divise, deboli e in molti casi inefficaci. Che su molte questioni sono necessarie discussioni approfondite e non superficiali. Che a vent’anni da Genova, passando per la crisi finanziaria della fine del primo decennio del secolo, le cui conseguenze si sono intrecciate con la crisi della pandemia dei giorni nostri, molte cose sono cambiate in peggio. Tuttavia il movimento, per quanto non più al centro dell’attenzione dei mass media, non è finito. Per alcuni versi le sue tesi di fondo e previsioni si sono dimostrate valide ed utili sia sul piano della critica dell’economia politica neoliberista sia sul piano sociale ed ambientale.

E in tutto questo l’esperienza di Genova fu decisiva. Perché a Genova si unirono tutte le voci critiche del mondo che già si erano incontrate poco prima a Porto Alegre. Se da alcuni paesi europei vennero delegazioni di migliaia di persone, da tutti gli altri continenti vennero delegazioni poco numerose ma che rappresentavano sindacati e movimenti di decine di milioni di persone. E nonostante le differenze culturali e politiche poterono tutte sentirsi a casa propria. Il modello di funzionamento del Genoa Social Forum (ed è un orgoglio rivendicare che fu su proposta del PRC) permise a tutti di spiegare le proprie analisi e proposte. Ed ottenne da tutti l’impegno a riconoscere come proprie tutte le pratiche di lotta e di piazza degli altri. Cosa che permise perfino di rafforzare l’unità del movimento di fronte ad una repressione che l’avrebbe altrimenti diviso fra “buoni e cattivi”.

La stessa critica del G7 come “direttorio” informale dei paesi più ricchi alternativo alla democratizzazione e riforma dell’ONU è e rimane del tutto vigente.

In ultima analisi la necessità di un movimento mondiale contro il capitalismo globale è ineludibile per la lotta in ogni paese ed in ogni continente. Siamo ancora lontani, molto lontani, dal soddisfare questa necessità vitale. Ma su questo almeno non partiamo da zero. Perché a Genova nel 2001 facemmo un passo decisivo nella giusta direzione. Che nessuna repressione potrà mai cancellare ne fermare.

ramon mantovani

pubblicato sulla rivista “su la testa!” il 28 luglio 2021

A Madrid vince la destra nella sua versione più Trumpista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 maggio, 2021 by ramon mantovani

Si sono svolte il 4 maggio le elezioni (anticipate) della Comunità Autonoma di Madrid i cui risultati avranno importanti conseguenze per la politica in tutta la Spagna.
Prima di descrivere i risultati è necessario sapere che essendo la regione composta da un’unica provincia il sistema è integralmente proporzionale ma con sbarramento del 5%. E che le elezioni, secondo quanto previsto dalla legge elettorale della regione, valgono solo per completare la legislatura vigente, che terminerà nel maggio del 2023. Il parlamento (Asamblea) la cui composizione numerica varia secondo l’ultimo censimento in questa legislatura è composto da 136 seggi.

I RISULTATI DEL 4 MAGGIO 2021

La partecipazione, nonostante la pandemia, le relative misure di sicurezza e la data feriale, è notevolmente aumentata passando da 3 milioni 251 mila voti pari al 64,27% del 2019 a 3 milioni 644 mila pari al 76,25% del 2021.

Il Partito Popolare passa da 720 mila voti (22,23% e 30 seggi) a 1 milione 620 mila voti (44,73% e 65 seggi)
MAS MADRID da 475 mila voti (14,69% e 20 seggi) a 615 mila voti (16,97% e 24 seggi)
Il PSOE da 884 mila voti (27,31% e 37 seggi) a 610 mila voti (16,85% e 24 seggi)
VOX da 287 mila voti (8,88% e 12 seggi) a 330 mila voti (9,13% e 13 seggi)
Unidas Podemos da 181 mila voti (5,60% e 7 seggi) a 261 mila voti (7,21 e 10 seggi)
CIUTADANOS da 629 mila voti (19,46% e 26 seggi) a 129 mila voti (3,57% e 0 seggi)
Le altre 14 liste hanno ottenuto meno del 0,5% dei voti.

ANALISI DEI DATI

Prima di altro è importante conoscere la storia elettorale recente della regione, al fine di poter valutare correttamente i risultati. Per esempio per capire la vera dimensione del successo del PP, della sconfitta del PSOE e del risultato delle due formazioni della sinistra alternativa MAS PAIS e UP.
Dalle prime elezioni della Comunità Autonoma di Madrid del 1983 si sono succeduti 12 governi. I primi tre (dal 1983 al 1995) monocolori del PSOE, i successivi 8 (dal 1995 al 2019) monocolori del PP e l’ultimo (dal 2019 al 2021) di coalizione.
Segnatamente dal 2015, con la crisi del bipartitismo, il PP che aveva avuto dal 1995 sempre maggioranze assolute di seggi, è diventato dipendente da appoggi di altri partiti per la formazione del governo. Nel 2015 appoggio esterno di CIUDADANOS e nel 2019 con il governo di coalizione PP – CIUDADANOS e appoggio esterno di VOX.
Quindi, in realtà nelle ultime elezioni del 4 maggio il PP, che ha ottenuto 65 seggi su 136, sarà dipendente dai voti di VOX o per formare un governo monocolore di minoranza o per formare un governo di coalizione con VOX. Ed è del tutto chiaro che l’avanzata del PP si è nutrita soprattutto dei voti che nel 2019 erano andati a CIUDADANOS e da voti provenienti dall’astensione. E che i voti di VOX del 2019 si sono confermati e, con un lieve aumento, si sono consolidati.
In altre parole dal 2011 il blocco di destra passa dai 72 seggi del PP (su 129 seggi totali del parlamento) ai 65 su 129 (48 del PP e 17 di CIUDADANOS) del 2015, ai 68 su 132 (30 del PP, 26 di CIUDADANOS e 12 di VOX) del 2019, ai 78 su 136 (65 del PP e 13 di VOX) del 2021. Le percentuali di voto del blocco passano dal 51,73% del 2011 al 46,93% del 2015, al 50,57% del 2019 e al 57,43% del 2021.
Per quanto il successo del PP sia indiscutibile non si tratta né di qualcosa di inaspettato né di uno stravolgimento storico dei rapporti di forza fra destra e sinistra nella comunità di Madrid.
Se si analizza questo successo con i criteri del marketing elettorale e con la descrizione della campagna elettorale che nel corso degli anni è diventata sempre più presidenzialista di fatto (nonostante il sistema sia proporzionale e si voti solo per liste di partito) si rischia di non capire alcune cose a mio avviso fondamentali.
La Comunità Autonoma di Madrid è in realtà la provincia di Madrid, e cioè della capitale spagnola. E i governi del PP hanno implementato una politica ultra neoliberista. Questa comunità ha la spesa in sanità ed istruzione rispetto al PIL più bassa di tutta la Spagna. Basti sapere che il 50% degli ospedali della comunità sono privati e che negli indici europei PISA sulla segregazione scolastica per regioni è la penultima. Ha l’indice di differenza fra il 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero più alto di tutta la Spagna pur avendo il reddito medio per abitante più elevato. Ha fortemente ridotto la già scarsa industria manifatturiera ed incrementato in modo abnorme il numero di imprese finanziarie e dei servizi giacché, con un pesante dumping fiscale, ha attratto migliaia di sedi centrali di imprese che operano in tutte le altre Comunità Autonome.
Tutto questo, ed altro ancora, ha prodotto un modello sociale altamente competitivo ed individualistico, ed una fortissima differenziazione di classe dei quartieri della città e dei paesi dell’hinterland. E insieme a un relativo basso tasso di disoccupazione e ad un alto tasso di lavoro precario ha consolidato una egemonia del modello sociale.
Sulla minaccia (presunta) a questo modello proveniente dal governo PSOE – Unidas Podemos sostenuto dalle sinistre indipendentiste catalane e basche il PP, e in particolare la Presidenta uscente e candidata di fatto alla rielezione Isabel Diaz Ayuso, ha impostato la campagna elettorale. “L’alternativa è fra libertà e comunismo” è stato lo slogan più ripetuto. E nel tempo della pandemia l’egoismo sociale e l’assenza di coscienza collettiva prodotta dall’individualismo dilagante si è tradotto in misure sanitarie ridotte al massimo e in “libertà” di uscire a “bere birre”, anche scontando i massimi di contagio e mortalità. Diaz Ayuso ha convocato elezioni anticipate all’improvviso, nonostante non ci fosse nessuna crisi interna alla coalizione di governo, con la scusa che temeva che CIUDADANOS avrebbe fatto un ribaltone in combutta con il PSOE, visto che aveva tentato di farlo nella regione di Murcia. Ed ha virato a destra erigendosi a opposizione al governo centrale di PSOE-UP. Ha indicato in Madrid il modello da seguire per il resto della Spagna propugnando una sorta di nazionalismo madrileno dentro il nazionalismo spagnolo. “Madrid è la Spagna e la Spagna è Madrid” nel senso che, essendo l’unità della Spagna minacciata dal governo centrale condizionato dai comunisti e alleato con eredi dell’ETA e con separatisti catalani, è necessario unire la destra e cacciarlo. Se VOX ha catturato i voti franchisti, sciovinisti estremi, xenofobi, antifemministi e omofobi che fino ad ora erano stati interni al PP è necessario impedire ulteriori emorragie di voto abbracciando VOX e facendo propri molti dei contenuti di estrema destra di VOX. È cosí che Diaz Ayuso è la prima esponente del PP a dire esplicitamente che “Cuando te llaman fascista sabes que lo estás haciendo bien y que estás en el lado bueno!”. Nemmeno gli ex ministri di Franco diventati dirigenti del PP avevano osato dire qualcosa del genere. Insomma, se c’è una chiave per capire il successo del PP a Madrid sta nel modello sociale liberista imperante, nella risposta reazionaria e sciovinista alla crisi catalana, nella bandiera della “libertà” di stampo Trumpista e nella contiguità con Vox. Tutto ciò è effettivamente un modello di strategia politica per il futuro del PP. Del resto, dalla formazione del governo centrale PSOE-UP il PP, che ha dalla sua parte i vertici della magistratura e degli apparati militari dello stato, ha dichiarato il governo illegittimo, ha bloccato (da più di due anni) il rinnovo dei vertici della magistratura, ha difeso a spada tratta la monarchia investita da continui scandali e così via. Resta da vedere se nel resto della Spagna, anche nelle Comunità autonome governate dal PP, che vedono emigrare verso la capitale le imprese maggiori a causa del dumping fiscale, dove l’economia è in netta recessione e la disoccupazione in crescita, questo modello possa funzionare efficacemente.

VOX
VOX sembra aver interrotto una irresistibile ascesa in consensi. Ma non è così. I suoi cavalli di battaglia contro l’immigrazione, contro il femminismo e i diritti civili, contro baschi e catalani, hanno funzionato perfettamente perché hanno egemonizzato il PP ed anche una parte dell’elettorato delle classi subalterne. Che molti voti si siano concentrati sul voto “utile” (anche se non lo è affatto concretamente in un sistema proporzionale), non significa che VOX sia in declino. Anzi. Infatti i dirigenti di VOX hanno mostrato grande soddisfazione e si sono subito dichiarati disponibili ad appoggiare il governo del PP o a parteciparvi direttamente.

CIUDADANOS
Anche per questa forza politica bastano poche righe giacché la sua crisi è patente e probabilmente irreversibile. Per il partito di “centro”, liberale nel senso di liberista estremo, nazionalista spagnolo, e propenso ad allearsi sia con il PP sia con il PSOE, nella radicalizzazione dello scontro non c’è spazio. Alle ultime politiche è passato da 57 a 10 seggi. E nelle elezioni catalane da 36 a 6. Ha avuto ed ha una emorragia inarrestabile di deputati e dirigenti nazionali e locali verso il PP.

PSOE
Il Presidente del governo centrale Pedro Sanchez, costretto solo dall’aritmetica parlamentare al governo di coalizione con Unidas Podemos e a firmare un programma di governo che contiene la abrogazione delle leggi sulla precarietà del lavoro, la regolamentazione degli affitti, l’apertura di un negoziato politico con il governo catalano, e diverse altre cose praticamente antitetiche con il suo programma, ha tentato continuamente e senza esito di allargare, almeno su provvedimenti parziali, la maggioranza a CIUDADANOS. Ha tentato di far cadere il governo della regione di Murcia (PP e CIUDADANOS con appoggio esterno di VOX) in combutta con la direzione centrale di CIUDADANOS. Ma l’operazione, che avrebbe potuto estendersi ad altre Comunità Autonome creando un nuovo quadro politico generale, è miseramente fallita allorquando i deputati murciani di CIUDADANOS sono usciti dal partito e hanno continuato a governare con il PP. Come se non bastasse per Sanchez e per gli “strateghi” del PSOE questa operazione ha fornito su un piatto d’argento al PP di Madrid l’occasione per sciogliere il governo e convocare le elezioni anticipate. Mentre dal canto suo Unidas Podemos ha alzato la voce e si prepara ad una controffensiva per l’applicazione del programma di governo, con il sostegno dei sindacati (compresa l’UGT di ispirazione socialista) e dei movimenti sociali di lotta interessati dai provvedimenti annunciati nel programma, a cominciare dalla questione della casa.
La campagna elettorale del PSOE di Madrid è stata semplicemente disastrosa. Il capolista, indicato per la Presidenza del governo, è stato capace di dire che non voleva formare un governo con Unidas Podemos, che il suo interlocutore privilegiato era CIUDADANOS mentre CIUDADANOS ripeteva che voleva rifare il governo con il PP, che non avrebbe messo in discussione il sistema fiscale del PP, per poi dire che il suo interlocutore era Unidas Podemos e che bisognava evitare il governo delle destre a tutti i costi. Tutto nel giro di pochi giorni. Ma non si tratta di imperizia, di errori di marketing e di confusione mentale. O non solo. Si tratta di un partito che, come tutti gli altri partiti socialisti e socialdemocratici europei, continua a pensare di poter governare il modello neoliberista vincente temperandolo e accompagnandolo con un profilo progressista sui diritti civili. Come se per le classi subalterne (che in buona parte continuano a votare il PSOE) i problemi sociali e quelli inerenti ai diritti civili possano essere separati. E come se la guerra fra poveri promossa da VOX ed anche dal PP della signora Diaz Ayuso possa essere evitata senza mettere mano alla precarietà e agli elementi strutturali del modello sociale neoliberista. I 24 seggi del PSOE di Madrid sono il minimo storico del partito nella Comunità economicamente e politicamente più importante. L’insuccesso è molto più grave di quel che dicono le nude cifre. Perché allude alla prospettiva politica di lungo periodo del partito. Costretto ad una alleanza di governo con Unidas Podemos con sostegno esterno degli indipendentisti catalani e baschi alla quale non c’è alternativa, avversata esplicitamente dalla vecchia guardia di Felipe Gonzales e da diversi “baroni” regionali, attaccata esplicitamente dagli apparati della magistratura e militari, invisa alla tecnocrazia europea e alla Confindustria spagnola. Inoltre, dulcis in fundo, il PSOE a Madrid è stato superato, anche se di pochissimo, dalla formazione della sinistra alternativa MAS MADRID, i cui voti sommati a quelli di UP sono di 7 punti percentuali e 10 seggi superiori a quelli dei socialisti.

LA SINISTRA ALTERNATIVA
È necessario chiarire, per i lettori italiani di sinistra, alcune cose in parte o del tutto sconosciute.
Nel febbraio del 2017 si tiene il secondo congresso di Podemos. Si confrontano due linee politiche alternative fra loro. Quella neopopulista di sinistra avversa alla unità strategica con Izquierda Unida sostenuta da Iñigo Errejon (fino ad allora considerato il numero due della formazione) e quella di sinistra radicale favorevole ad un accordo strategico con IU sostenuta da Pablo Iglesias. Vince con due terzi dei consensi la linea di Iglesias che viene rieletto segretario anche con i voti di Errejon. Iglesias estromette Errejon e gli altri sostenitori della linea sconfitta dai posti importanti di direzione. La divisione si cristallizza. Non è in questa sede il caso di descrivere approfonditamente la natura leaderistica di Podemos, la sua organizzazione interna e il suo scarso insediamento sociale.
Nel dicembre del 2017 si consuma una rottura nel governo del comune di Madrid, in carica da più di due anni, nella lista lista unitaria AHORA MADRID e presieduto dall’indipendente Manuela Carmena. La Sindaca accetta i diktat del ministro dell’economia del governo centrale del PP relativi a pesanti tagli della spesa sociale. L’Assessore (Consejal) dell’economia del municipio Carlos Sanchez Mato (dirigente nazionale di Izquierda Unida) si rifiuta di accettare l’applicazione dei tagli e viene sostenuto in questa posizione da IU nazionale. La Sindaca Carmena rifiuta che si faccia un referendum fra tutti i militanti della lista Ahora Madrid e toglie gli incarichi di governo agli esponenti di Izquierda Unida. Podemos di Madrid, nel quale la linea di Errejon ha la maggioranza alla fine sostiene la posizione della Sindaca. All’inizio del 2019 si consuma la scissione di Podemos ed Errejon, con il pieno sostengo di Manuela Carmena, fonda il nuovo partito MAS PAIS e alle municipali di Madrid del maggio 2019 si presentano due liste: MAS MADRID (con la sindaca uscente capolista) e Izquierda Unida – Madrid en Piè (composta da IU e forze minori di estrema sinistra). Podemos non partecipa direttamente alle elezioni e solo all’inizio della campagna elettorale da indicazione di voto per la lista di IU. Il risultato è che la lista MAS Madrid praticamente conferma i voti del 2015 di AHORA MADRID (passa dal 31,84% al 30,99%) e la lista di IU ottiene uno scarso 2,63%.
MAS PAIS alle ultime elezioni generali del novembre 2019 ottiene l’1,32% dei voti e 2 seggi, entrambi nella circoscrizione di Madrid dove ottiene il 5,64%. Mentre Unidas Podemos ottiene il 13% e 35 seggi in tutta la Spagna e il 13% e 5 seggi a Madrid.
Questo breve riassunto degli antecedenti al voto del 4 maggio serve per capire la complessità dello stato della sinistra alternativa in Spagna sulla quale bisognerebbe riflettere maggiormente in un altro articolo. Ma è indispensabile per comprendere il risultato delle ultime elezioni madrilene.
Con la convocazione delle elezioni anticipate Pablo Iglesias, con un vero colpo di teatro, annuncia le sue dimissioni dalla Vicepresidenza del governo e dal parlamento nazionale, dichiara che al prossimo congresso di Podemos non si ripresenterà alla carica di Segretario Generale. Tutto per guidare la lista di Unidas Podemos o, se MAS MADRID accetta, per partecipare in secondo piano ad una lista unitaria della sinistra alternativa madrilena. Secondo Iglesias è vitale impedire che la destra di PP e VOX governi la Comunità Autonoma della capitale. Indica la Ministra del Lavoro Yolanda Diaz (comunista) come sua sostituta alla Vicepresidenza del governo e Ione Belarra (Podemos) come sua sostituta al ministero dei diritti sociali.
MAS MADRID rifiuta la lista unitaria contando sulla popolarità della propria capolista Monica Garcia, ex militante di Podemos e anestesista in un ospedale pubblico, che aveva guidato l’opposizione nel parlamento contro il governo del PP e CIUDADANOS.
Sia Podemos che MAS MADRID decidono di non polemizzare fra loro in campagna elettorale, di concentrare tutte le energie contro le destre e di proporre un governo di sinistra al quale il PSOE non potrà sottrarsi. Ma, in questo scontro i temi sociali per quanto evocati rimangono in secondo piano. Anche perché la stampa e le TV concentrano il dibattito sulle inevitabili polemiche provocate dalle affermazioni filofasciste e xenofobe delle destre e sui profili personali dei candidati e candidate alla presidenza. Il bersaglio favorito dei tre quotidiani di destra, e anche del filosocialista (ma ostile al governo con Unidas Podemos) El Pais, è ovviamente Pablo Iglesias.
Come se non bastasse, a metà della campagna lettere anonime contenenti proiettili arrivano al Ministro degli Interni, a Pablo Iglesias, alla nuova direttrice della Guardia Civil nominata da poco dal governo. La campagna si avvelena perché la capolista di VOX mette in dubbio l’autenticità della minaccia. Nei giorni successivi diverse altre lettere con proiettili arrivano ad altri esponenti di sinistra ed anche di destra, compresa Diaz Ayuso. Se i temi sociali erano stati già in secondo piano praticamente spariscono completamente dal dibattito pre elettorale.
Alla fine il risultato elettorale induce Pablo Iglesias a dimettersi immediatamente anche dalla carica di Segretario Generale di Podemos. Sebbene la lista di UP sia aumentata in voti e in seggi Iglesias sostiene che la sua stessa persona è diventata un ingombro in quanto usata come capro espiatorio e come bersaglio dalle destre e soprattutto dalla stragrande maggioranza dei mass media.

Conclusioni

Chi volesse leggere i risultati delle elezioni madrilene come anticipazione inevitabile di quel che succederà alle prossime elezioni generali del 2023 si sbaglia. La partita è ancora aperta. Soprattutto dentro il governo centrale. Come ho già detto più sopra i temi del lavoro, dello stato sociale, della distribuzione dei fondi europei e delle condizioni che porrà la Commissione Europea, della casa, dei diritti civili, del negoziato sulla questione catalana, sono tutti nodi che arriveranno al pettine nei prossimi mesi. Sarà una partita durissima e difficilissima per Unidas Podemos. Ma lo sarà anche per il PSOE che ha perso CIUDADANOS come interlocutore necessario alla sua destra per ridurre il peso e l’influenza di UP e dei movimenti di lotta e sociali che in Spagna sono tutt’altro che sopiti.
Sarà decisivo, anche, il futuro di Unidas Podemos. Lo stesso Pablo Iglesias ha avuto parole autocritiche sul leaderismo, che è stato all’inizio una delle chiavi del successo di Podemos per poi diventare rapidamente il suo limite principale. È altamente probabile che Yolanda Diaz, che ora è Vicepresidente del Governo, possa guidare la coalizione alle prossime elezioni e che Ione Belarra possa diventare la nuova Segretaria Generale di Podemos. Ma la vera questione non è delle persone che guideranno e rappresenteranno la forza politica. Quel che sarà importante sarà lo stato delle lotte e il rapporto fra queste e quel che succederà dentro il governo sui temi che sono incompatibili con la natura e la linea del PSOE. E sul grado e profondità di collegamento strutturato fra i movimenti sociali e UP. E quindi su cosa saranno Podemos, Izquierda Unida, Catalunya en Comù e il Partito Comunista Spagnolo nel futuro. Avremo occasione di ritornarci.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 6 maggio 2021

Destituito il Presidente catalano

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 5 ottobre, 2020 by ramon mantovani

 

Il Presidente della Generalitat catalana, Quim Torra, è stato destituito e condannato a 18 mesi di interdizione a cariche o funzioni pubbliche, compreso il diritto all’elettorato passivo.

Questo significa che il governo catalano rimane in carica per l’ordinaria amministrazione (per esempio non potrà presentare la legge di bilancio) finché non verrà eletto un nuovo presidente o, esauriti i termini temporali per l’elezione che sono di due mesi, finché non ci saranno nuove elezioni del parlamento, e cioè altri due mesi.

Quale grave reato ha commesso il Presidente della Generalitat?

Per surreale o perfino ridicolo possa apparire il reato è la disobbedienza, per poche ore, verso un’ordinanza della Giunta Elettorale Centrale in occasione delle elezioni generali spagnole dell’aprile del 2019, che gli imponeva di ritirare uno striscione dalla facciata del palazzo della Generalitat che recava la scritta: “libertà per i detenuti politici ed esiliati” e il nastro giallo simbolo della protesta contro la repressione.

Senza addentrarci in una discussione giuridica infinita è necessario spiegare alcune cose:

1) in Spagna non sono, come in Italia, le Corti d’Appello circoscrizionali e la Corte Suprema di Cassazione a gestire le elezioni. Viene nominata una Giunta Elettorale Centrale composta da 8 giudici del Tribunal Supremo nominati dal vertice del potere giudiziario e da 5 giuristi nominati dal parlamento, e cioè di fatto dai partiti maggiori. La Junta Electoral Central (JEC) è un organo amministrativo e non giudiziario.

2) circa un mese prima delle elezioni dell’aprile 2019 la JEC riceve una denuncia del partito di destra Ciudadanos secondo la quale il nastro giallo è un simbolo usato da partiti concorrenti nelle elezioni generali, e ne ordina il ritiro.

3) inizia un contenzioso legale e giuridico. Il Presidente ricorre sostenendo che a) la Jec è un organo amministrativo e non può dare ordini al governo catalano; b) il nastro giallo non è un simbolo di partito e non è strettamente indipendentista (lo espone anche il comune di Barcellona il cui governo non è indipendentista); c) nella Jec siedono diversi magistrati implicati nei diversi processi contro gli indipendentisti; d) nella Jec ha partecipato alla decisione un giurista nominato dal parlamento su proposta di Ciudadanos che ha partecipato alla redazione della denuncia che ha poi accolto come membro della Giunta.

4) la Jec, prima e dopo l’episodio in questione, ha preso anche altre decisioni a dir poco molto controverse, a dimostrazione che non è certo un organismo neutrale.

È il caso delle elezioni europee nelle quali aveva deciso di escludere dalle liste gli indipendentisti in esilio, nonostante questi godessero di tutti i diritti politici, per poi essere smentita dal Tribunal Constitucional.

Ha proibito alla televisione pubblica catalana di usare le espressioni “detenuti politici” e “esiliati” in violazione del diritto fondamentale di libertà di espressione.

Ha sostenuto che gli indipendentisti eletti al parlamento europeo non potevano prendere possesso del seggio in quanto non si erano recati a Madrid a giurare sulla Costituzione spagnola (cosa che non avrebbero potuto fare perché sarebbero stati immediatamente arrestati e che comunque è totalmente impropria per deputati europei), per poi essere smentita da organi giurisdizionali europei e dal parlamento europeo.

Dopo la prima sentenza non definitiva contro il Presidente della Generalitat la JEC ha deciso (7 voti a favore e 6 contrari) che Quim Torra doveva decadere dalla carica di deputato del parlamento catalano e sul ricorso del governo catalano nel gennaio di quest’anno il Tribunal Supremo ha confermato la decisione della JEC. Alla fine dopo molte controversie Torra ha perso condizione di deputato ma non quella di Presidente della Generalitat.

E si potrebbe continuare a lungo.

In realtà questo ultimo non è altro che l’ennesimo episodio di una causa giudiziaria generale contro l’indipendentismo catalano promossa e condotta dagli apparati giudiziari centrali spagnoli, sostenuta dai partiti di destra, e spesso anche dal PSOE, e dal 90% della stampa e televisioni spagnole.

Per la vicenda del referendum e fatti connessi sono in carcere 7 esponenti del governo catalano del 2007, i due presidenti delle associazioni di massa indipendentiste, e numerosi altri sono in esilio giacché i tribunali di Belgio, Germania, Gran Bretagna e Svizzera non hanno concesso mai l’estradizione. Il vertice della polizia catalana attende una sentenza. Circa 2500 fra parlamentari catalani, sindaci, consiglieri comunali e semplici cittadini sono tutt’ora inquisiti, o già imputati, processati e condannati.

Tutto per un referendum dichiarato illegale, ma che nella legislazione spagnola non è reato penale, e per un ciclo decennale di manifestazioni e mobilitazioni totalmente pacifiche, che nei processi sono state catalogate come parti del reato di “rebelion” o “sedicion” e cioè, per tradurlo nel linguaggio giuridico di altri paesi europei, di colpo di stato o insurrezione armata.

È ormai provato, e prima o poi (forse) ci saranno processi e sentenze, che sotto i governi del Partido Popular hanno operato apparati deviati della Guardia Civil e della Policia Nacional per spiare, per costruire false accuse di corruzione contro indipendentisti e contro Podemos, per sottrarre prove e ostacolare indagini nei processi del PP per corruzione e finanziamento illegale.

La monarchia spagnola è in crisi. Sono venuti alla luce gravi casi di corruzione del re emerito che hanno costretto il re in carica a prenderne le distanze. Ma è impossibile che l’istituzione monarchica possa riguadagnare credibilità, sia perché i crimini del re emerito non possono essere giudicati giacché il potere giudiziario lo considera (purtroppo con qualche ragione di ordine costituzionale) totalmente inviolabile, almeno per tutti i reati commessi quando era in carica, sia perché il re in carica compare come titolare, con suo padre, di almeno due fondazioni finanziarie di decine e decine di milioni di euro collocate in paradisi fiscali, sia perché la fuga del re emerito negli Emirati Arabi e la “rinuncia” del re in carica alla eredità patrimoniale (che è una semplice dichiarazione verbale senza alcun effetto giuridico) non possono convincere nessuna persona di buon senso sulla natura democratica e super partes della monarchia spagnola. Se il PP, VOX e Ciudadanos, con i vertici del potere giudiziario, la difendono è solo perché incarna e garantisce “l’unità della patria”, come voluto esplicitamente dal dittatore Franco.

Il governo di coalizione PSOE UP su tutto questo è diviso. E lo è anche il PSOE al suo interno. Dovrà prima o poi decidere se aprire una nova fase della storia della Spagna riconoscendo l’esistenza delle nazioni finora negate e dovrà decidere se completare la transizione, ancorché con un enorme ritardo.

Gli indipendentisti catalani ovviamente vogliono usare le contraddizioni dello stato spagnolo ma sono divisi al proprio interno fra una linea dura di scontro frontale con lo stato e una linea morbida di negoziato e dialogo sostenuto dalla mobilitazione popolare. Tutti uniti però nella richiesta di amnistia per le migliaia di vittime della repressione e per il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione come unica via possibile per risolvere il conflitto.

Il primo vero appuntamento saranno le elezioni catalane fra circa 4 mesi. I tre partiti indipendentisti tenteranno di superare la fatidica soglia del 50% dei voti. Se ci riusciranno si aprirà veramente la via del negoziato o lo scontro si farà più complesso e duro.

È presumibile, quindi, che i prossimi mesi saranno tutto meno che tranquilli.

ramon mantovani

pubblicato il 2 ottobre 2020 sul sito http://www.rifondazione.it