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La sentenza del Tribunal Supremo spagnolo contro il movimento indipendentista catalano

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre, 2019 by ramon mantovani

Come era prevedibile, dopo la sentenza di condanna a pene durissime dei membri del governo catalano e dei massimi dirigenti delle due grandi organizzazioni sociali di massa indipendentiste, il conflitto fra Catalunya e Spagna si è ulteriormente aggravato.

Si sono susseguite, dalla sentenza in poi, enormi manifestazioni pacifiche, scioperi e azioni di protesta come blocchi stradali, ferroviari e dell’aeroporto di Barcellona, scontri con la polizia in tutti i capoluoghi di provincia catalani. La previsione è che le proteste continueranno ad oltranza.

Del resto la sentenza è stata denunciata come ingiusta dai partiti indipendentisti o favorevoli al diritto all’autodeterminazione (come Catalunya en Comù e Unidas Podemos), da centinaia e centinaia di associazioni e ONG di tutti i tipi, dai sindacati catalani a cominciare dalle Comissions Obreres de Catalunya (CCOO) e dalla Uniò General de Treballadors de Catalunya (UGT), oltre che da innumerevoli intellettuali, artisti e giuristi.

Questa sentenza, come successe due anni fa con la repressione violenta contro il referendum di autodeterminazione convocato unilateralmente, segnerà un prima e un dopo nel quale nulla rimarrà uguale a se stesso.

Ovviamente non si può spiegare la sentenza e la sua gravità senza fornire, nel modo più sommario possibile, alcune informazioni su due temi: i precedenti politici e le peculiarità del sistema giudiziario spagnolo.

I precedenti politici. Ovvero come si è arrivati ai fatti giudicati dal Tribunal Supremo.

Nella costituzione spagnola non si riconosce, come ai tempi della sua redazione avrebbero voluto tutte le forze democratiche a cominciare dal PSOE e dal PCE, la natura plurinazionale dello stato e tanto meno il diritto all’autodeterminazione per le nazioni basca, catalana e galiziana. I falangisti lo imposero, insieme alla monarchia e alla totale impunità per i crimini del regime fascista, forti del controllo totale delle forze armate, delle polizie e della magistratura.

Quando 30 anni dopo la morte di Franco, il primo governo di sinistra catalano tentò di superare la gabbia costituzionale, segnatamente nella parte imposta dal regime falangista, con un nuovo statuto di autonomia il parlamento spagnolo (a maggioranza socialista) prima e il Tribunal Constitucional poi (addirittura dopo che lo statuto era stato ratificato da un referendum popolare ufficiale) ne abrogarono tutte le parti significative.

È qui che comincia il movimento indipendentista di massa. Dal 2010 si svolgono ogni anno manifestazioni enormi con partecipazione mai vista prima (anche due milioni di persone) e nelle forze politiche ci sono veri e propri terremoti. La destra catalana (liberista ma anche democratica ed antifascista) diventa indipendentista. La sinistra indipendentista storica di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) cresce e nasce un nuovo partito di estrema sinistra indipendentista, la Candidatura de Unitat Popular (CUP). Il Partito dei Socialisti Catalani subisce tre scissioni verso l’indipendentismo. Nasce una nuova formazione (Ciutadans) contro l’uso del catalano come lingua veicolare. Il Partito Popolare in Catalunya crolla nei consensi.

Nel 2014 il parlamento catalano vota una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo per poter tenere un referendum di autodeterminazione. La sostengono i partiti indipendentisti, la coalizione della sinistra alternativa ICV-EUIA e tre deputati socialisti dissidenti.

Il parlamento spagnolo la boccia con una maggioranza schiacciante. La sostengono solo i partiti catalani, baschi, galiziani e Izquierda Unida.

Allora il parlamento catalano elabora una legge per poter svolgere una “consultazione non referendaria” (non vincolante). Questa volta, oltre ai partiti che già avevano votato la volta precedente, a sostenerla (con travaglio interno e dubbi) è anche il PSC.

Conseguentemente il governo catalano convoca una “consultazione non referendaria sul futuro politico della Catalunya” ma immediatamente il governo spagnolo presenta ricorso al Tribunal Constitucional che seduta stante sospende gran parte della legge (la dichiarerà incostituzionale anni dopo).

Il governo catalano decide allora di convocare per il 9 novembre del 2014 un “processo partecipativo” gestito da volontari e sostenuto dal governo usando solo le parti della legge non sospese.

Un altro ricorso del governo spagnolo ottiene una sospensione del “processo partecipativo” 5 giorni prima del 9 novembre. Il governo catalano mantiene la convocazione. Il governo spagnolo dichiara che non ha nessun valore e che sarà un fiasco.

Alla fine si svolge la consultazione su due domande:

1) vuole che la Catalunya sia uno Stato?

E in caso di affermazione positiva:

2) vuole che questo Stato sia indipendente?

Il risultato fu di Si e SI 1 milione 897 mila voti pari al 80,91%. Si e No 235 mila voti pari al 10,02%. No 4,5%. Bianche e nulle le altre.

La consultazione si svolge nella più assoluta calma e senza incidenti di nessun tipo.

Per questa consultazione il Presidente ed altri tre membri del governo catalano verranno poi condannati per il reato di “disobbedienza”, alla pena di 2 anni di “inhabilitacion” (decadenza dalle cariche pubbliche e ineleggibilità) e nonostante assolti dal reato di malversazione di fondi pubblici il Tribunale dei Conti li condannerà al pagamento di 5 milioni di Euro.

È a partire da qui che la maggioranza parlamentare indipendentista imbocca la via unilaterale. O, per meglio dire, annuncia una via unilaterale per costringere il governo spagnolo ad aprire un negoziato politico. Visto che non c’è verso di aprire un negoziato politico né per le vie previste dall’ordinamento costituzionale, né con le manifestazioni di massa, né consultando la popolazione informalmente la via unilaterale sembra essere l’ultima risorsa che possa evidenziare di fronte alla opinione pubblica internazionale il problema e costringere il governo spagnolo, e tutte le forze politiche spagnole, ad inaugurare una nuova fase aprendo un dialogo con il quale discutere del diritto all’autodeterminazione della Catalunya, seguendo gli esempi del Quebec e della Scozia.

Ma né il governo del PP né le altre forze spagnole (tranne Podemos e Izquierda Unida che riconoscono la necessità di convocare un referendum di autodeterminazione ma criticano la via unilaterale) rispondono positivamente. “Non si può discutere di cose non previste dalla legge” è la risposta reiterata e lapidaria del governo di Rajoy.

E la via unilaterale comincia a dispiegarsi. E comincia ad incontrare la repressione.

Le peculiarità del sistema legislativo e giudiziario spagnolo.

Mi limito a elencare sinteticamente solo le cose che interessano il tema di cui ci occupiamo.

1) all’inizio egli anni 2000 il governo basco tentò un processo di autodeterminazione. Il Lehendakari (Presidente) del Pais Vasco, Jaun Josè Ibarretxe, elaborò una proposta e annunciò che avrebbe convocato un referendum consultivo. Il governo del PP ottenne dal Tribunal Constitucional l’annullazione del “Plan Ibarretxe” e con la propria maggioranza parlamentare introdusse ad hoc nel codice penale il reato di convocazione illegale di referendum, con pene di carcere fino a 5 anni. Nel 2005 il governo socialista di Zapatero con il sostegno di tutti i gruppi parlamentari tranne il PP abrogò il reato di convocazione illegale di referendum.

2) nell’autunno del 2015 il governo del PP, con il voto contrario di tutta l’opposizione approva in via express una riforma del Tribunal Constitucional attribuendogli poteri esecutivi al fine di far eseguire le proprie sentenze. Il ricorso presentato dai governi basco e catalano viene in breve tempo esaminato e respinto dallo stesso Tribunal Constitucional. La stragrande maggioranza dei giuristi spagnoli esprime un parere contrario alla riforma sia perché fatta su misura contro il governo catalano, sia perché squilibra la separazione dei poteri dello stato.

In altre parole, e facendo un esempio, una cosa è che il Tribulan Constitucional dichiari nulla una legge di un parlamento ed un’altra è che possa prendere provvedimenti contro chi l’abbia reiterata in altra forma disattendendo la giurisprudenza. A maggior ragione ciò vale per le risoluzioni politiche parlamentari che non hanno forza di legge. In questi giorni la maggioranza indipendendista del parlamento catalano ha annunciato che reitererà la discussione sul tema dell’autodeterminazione nel mese di novembre dopo le elezioni generali spagnole. Va detto che sia il parlamento basco sia quello catalano hanno votato numerose risoluzioni analoghe nel corso degli ultimi decenni, tutte annullate o ignorate giacché prive di conseguenze giuridiche. Oggi però è già vigente un avvertimento del Tribunal Constitucional al governo e al parlamento catalano: non si può discutere del tema dell’autodeterminazione pena incorrere in reati penali. Non bisogna essere raffinati giuristi per capire che se un tribunale avverte preventivamente un parlamento di cosa si può e di cosa non si può discutere la separazione dei poteri è compromessa gravemente. Del resto il PSOE in parlamento tuonò contro questa riforma e promise solennemente che l’avrebbe abrogata se avesse conquistato il governo. Non solo non l’ha fatto ma oggi esorta il parlamento catalano di non disobbedire al Tribunal Constitucional per non commettere delitti penali. Come vedremo più avanti questa questione avrà un peso importante nella sentenza di cui ci occupiamo.

3) i reati di “rebelion” e di “sedicion”. Il reato di rebelion è sostanzialmente stato previsto a suo tempo per punire un colpo di stato. Infatti è stato applicato una sola volta per gli esecutori del colpo di stato del 23 febbraio del 1981. Per intenderci quello del Coronel Tejero che sequestrò per molte ore e con le armi in pugno il parlamento spagnolo. Il reato di sediciòn è previsto per chi si “sollevi pubblicamente e “tumulatuariamente” per impedire, con la forza o fuori delle vie legali, l’applicazione della legge”. Non faremo disquisizioni giuridiche ma si può dire che la genericità della norma è tale da permettere interpretazioni estensive che possono pregiudicare principi e diritti fondamentali che dovrebbero essere tutelati in quanto preminenti. Inoltre il termine “impedire con la forza” secondo numerosi costituzionalisti e giuristi spagnoli dovrebbe identificare l’uso di una violenza necessaria e sufficiente ad ottenere il risultato. Lo vedremo bene quando parleremo del processo e della sentenza.

4)la Audiencia Nacional. Si tratta di un tribunale direttamente ereditato dal franchismo. Istituito nel 1940 con il suggestivo nome di “Tribunal Especial para la Represión de la Masonería y el Comunismo” nel 1964 viene trasformato in “Tribunal de Orden Publico” e infine nel 1977 in Audiencia Nacional. Giudica delitti di terrorismo ed altri gravi di ambito statale. Possiamo definirlo come un “tribunale speciale” analogo a quello fascista italiano. L’Audiencia Nacional ha un lunghissimo elenco di precedenti da far impallidire qualsiasi giurista. L’ultimo dei quali è una recentissima condanna per terrorismo a un gruppo di giovani coinvolti in una rissa in un bar con due agenti della Guardia Civil, durante una festa in un paesino vicino a Pamplona. La lesione più grave è una frattura di una caviglia. Le pene comminate arrivano ai 13 anni e mezzo.  

5) il Tribunal Supremo.  Si tratta di un tribunale superiore a tutti gli ordini inferiori ed equiparato allo stesso livello degli altri due poteri dello stato, quello legislativo e quello esecutivo. Ovviamente le sue sentenze fanno giurisprudenza. Per il tema che ci interessa va detto che i processi celebrati in questo tribunale sono definitivi. Gli imputati non hanno diritto ad un processo di appello ma solo ad un ricorso presso la corte costituzionale che però funziona in questo caso da cassazione intervenendo unicamente sulle procedure e non sulla sostanza del giudizio. Membri del governo, parlamentari dello stato ed alte autorità centrali sono giudicati esclusivamente dal Tribunal Supremo. Le autorità locali da un tribunale superiore locale.

6) il giudice naturale.

Nel caso che ci interessa gli imputati avrebbero dovuto essere processati dal Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna con sede a Barcellona perché tutti i fatti giudicati si sono svolti in luogo. È un tribunale del sistema giudiziario statale spagnolo, non dipendente dalla comunità autonoma. Ma essendo stati imputati per il delitto di “rebelion” le conseguenze dei fatti avrebbero inciso sullo stesso ordine costituzionale e sull’integrità territoriale dello stato. Perciò è stata fissata la competenza del Tribunal Supremo. Se fossero stati accusati di “sedicion” la competenza sarebbe stata del tribunale superiore locale. Ed avrebbero avuto diritto ad un secondo grado di giudizio.

In altre parole, ed oggi si può dire a ragion veduta visto che la “rebeliòn” è stata esclusa categoricamente nella sentenza del Tribunal Supremo, è evidente che l’accusa di “colpo di stato”, giudicata da centinaia di giuristi come assolutamente infondata, è stata utilizzata unicamente allo scopo di trascinare gli imputati di fronte al Tribunal Supremo. Violando il loro diritto al giudice predeterminato per legge e il diritto ad un ricorso in appello.

Dette queste cose necessarie a comprendere meglio ciò che è successo in Catalunya nell’autunno del 2017, passiamo ad esaminare i fatti e come sono stati trattati nel processo.

La convocazione del referendum di autodeterminazione unilaterale.

Visto che il dialogo, innumerevoli volte sollecitato, è rifiutato dal governo centrale il governo catalano imbocca la strada della unilateralità. Ma sempre insistendo sulla disponibilità a sospenderla in caso di apertura del dialogo e poi del negoziato.

Nel febbraio del 2017 la Presidenza del Parlamento catalano vota a maggioranza per ammettere all’ordine del giorno del plenario una risoluzione che impegna il governo a convocare un referendum unilaterale. È composta dalla Presidentessa Carme Forcadell, da altri 3 indipendentisti del gruppo Junts per Catalunya, da un socialista, da un membro di Ciutadans e da un membro, Joan Josep Nuet, del gruppo della sinistra alternativa composta da diversi partiti. Nuet è il coordinatore di Esquerra Unida i Altenativa nonché segretario dei Comunisti Catalani. Nuet pur non essendo indipendentista né d’accordo sulla via unilaterale vota a favore dell’ammissione della risoluzione. Viene aperto un procedimento giudiziario contro i votanti a favore della risoluzione ma inusitatamente la fiscalia (procura) propone di prosciogliere Nuet in quanto “non voleva disobbedire alle avvertenze del Tribunal Constitucional” giacché “la sua traiettoria politica come deputato dimostra che non aveva la volontà di partecipare al progetto politico di rottura istituzionale unilaterale”. Immediatamente Nuet denuncia questa decisione come contraria a qualsiasi parvenza di diritto e come prova che non si perseguono fatti bensì posizioni politiche. Se 5 membri della Presidenza votano a favore di una cosa che viene considerata delitto penale come si può distinguere in un procedimento penale a seconda delle posizioni politiche degli accusati? Alla fine il tribunale incriminerà anche Nuet. Ma la volontà da parte della procura di perseguire l’indipendentismo in quanto tale é dimostrata inequivocabilmente.

Nel settembre del 2017 la maggioranza indipendentista del parlamento catalano, facendo diverse forzature del regolamento della camera, i giorni 6 e 7 in sedute fiume, con l’ostruzionismo delle forze “costituzionaliste”, approva due leggi: la convocazione del referendum di autodeterminazione per il 1 ottobre e una legge di “transitorietà giuridica” che stabilisce, in caso di vittoria dei si all’indipendenza, il passaggio dei poteri e del quadro giuridico dall’autonomia alla piena indipendenza. Tutto viene fatto in modo che la scontata reazione del governo e del Tribuna Constitucional (TC) non possano evitare la immediata pubblicazione delle leggi sul bollettino ufficiale della Generalitat e la promulgazione del decreto del governo catalano che convoca ufficialmente il referendum. Ma, come tutti sapevano sarebbe successo, le leggi rimangono in vigore pochissime ore perché vengono sospese dal TC.

Ovviamente vengono presentate denunce, un giudice istruttore del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna inizia un procedimento e pochi giorni dopo emette un ordine affinché Guardia Civil, Policia Nacional, e Mossos de Esquadra (polizia catalana competente per l’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche funzioni di polizia giudiziaria) operino per impedire il referendum dichiarato illegale. Le forze dell’ordine cercano con perquisizioni presso fabbriche le urne, presso tipografie materiale di propaganda e schede elettorali, sequestrano decine di migliaia di manifesti, svariati milioni di lettere, volantini e schede elettorali, ma non trovano una sola urna. In alcuni casi le perquisizioni suscitano proteste che comunque mai impediscono lo svolgersi delle attività giudiziarie.

La “sedizione” dei giorni che precedono il referendum.

Il 20 settembre, una data fondamentale insieme al 1° ottobre nel processo, comitive giudiziarie protette da Policia Nacional e Guardia Civil, irrompono di prima mattina in decine di palazzi e uffici della Generalitat con mandati di perquisizione e mandati d’arresto per diversi alti funzionari della Generalitat. Immediatamente si concentrano davanti ai palazzi perquisiti manifestanti che protestano. In tarda mattinata in una conferenza stampa rappresentanti dei partiti politici indipendentisti e della sinistra alternativa, di tutti i sindacati indipendentisti e non, e di decine di associazioni di massa denunciano quella che considerano una operazione contro l’autogoverno catalano e invitano ad una manifestazione di massa sotto il palazzo della Conselleria de Economia (la Conselleria equivale a un ministero nell’ordinamento catalano) in pieno centro di Barcellona dove è in corso una delle perquisizioni.

È davanti e nelle zone limitrofe alla Conselleria de Economia (il cui titolare è Oriol Junqueras, Presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente del governo) che si consuma uno dei fatti più importanti del processo.

La comitiva giudiziaria, con agenti della Guardia Civil addetti alle perquisizioni e alla sicurezza della comitiva stessa, entra nel palazzo. Si tratta di una trentina di persone in tutto, che lasciano incustodite di fronte alla porta principale del palazzo due jeep della Guardia Civil. Nel corso della mattinata, e soprattutto dopo la convocazione della manifestazione che abbiamo citato più sopra, si concentrano decine di migliaia di persone. Nel primissimo pomeriggio nell’adiacente incrocio stradale (molto ampio) le due associazioni indipendentiste più grandi (Omnium Cultural e l ANC, Asamblea Naciona Catalana) fanno montare un palco dove fin verso mezzanotte si alterneranno discorso politici e spettacoli musicali. Davanti alla porta principale della Conselleria si alternano, a turni, due agenti della Guardia Civil. Ovviamente davanti a questa porta ci sono slogan, grida, canti dei manifestanti ma mai, nel corso di tutta la giornata, aggressioni o tentativi di invasione. Già in tarda mattinata le due Jeep che erano state lasciate incustodite, sono gravemente danneggiate. Piene di adesivi, finestre rotte e soprattutto decine di persone si alternano sui loro tetti. Ma queste persone sono quasi esclusivamente giornalisti, operatori tv e fotografi.

Dentro la Conselleria la perquisizione si svolge ordinatamente. Senza alcun problema.

In tardo pomeriggio la comitiva giudiziaria annuncia che terminerà il proprio lavoro in serata. C’è il problema dell’uscita della comitiva giacché tutta la zona è circondata da migliaia di manifestanti. Circa 40 mila secondo i vigili urbani di Barcellona.

I Mossos, richiesti di aiuto dalla Guardia Civil, portano nelle vicinanze reparti antisommossa ed inviano gli agenti specializzati in mediazionati identificati da una pettorina) affinché la comitiva possa

ione con i manifestanti dentro la Conselleria. L’ANC organizza su richiesta dei Mossos un corridoio con due cordoni di servizio d’ordine (parliamo prevalentemente di pens

uscire protetta dagli agenti antisommossa dei Mossos. Per organizzare tutto questo i presidenti delle due associazioni, Jordi Cuixart (Omnium) e Jordi Sanchez (ANC) entrano nella Conselleria e dialogano lungamente e tranquillamente con la Guardia Civil. Non esitano nemmano a far proteggere dal servizio d’ordine le due Jeep quando, con loro sorpresa, il responsabile della Guardia Civil dice loro che nelle Jeep ci sono armi lunghe e munizioni. Ma la funzionaria del tribunale, responsabile della comitiva, si rifiuta di uscire e sostiene di essere terrorizzata. Alla fine sono i Mossos che le propongono di uscire da un cortile interno adiacente a un teatro dove è in corso uno spettacolo. Per farlo dovrà superare un muretto alto 1 metro e 20 centimetri. Lei accetta e alla fine se ne va in questo modo. Ormai si è fatto tardi e la manifestazione viene conclusa. Dentro la Conselleria c’è ancora il resto della comitiva perché la Guardia Civil vuole andarsene solo quando potrà recuperare i mezzi danneggiati. È a questo punto che mentre il grosso dei manifestanti se ne vanno ne rimangono una o due migliaia davanti all’ingresso della Conselleria. Allora, su richiesta delle forze dell’ordine, i due presidenti delle associazioni con un megafono (a causa dei canti e degli slogan e della direzione nella quale era disposto il palco non si era nemmeno sentita la sconvocazione della manifestazione) salgono sulle Jeep della Guardia Civil e sconvocano la manifestazione. Qualche centinaio di irriducibili non accettano di andarsene e alla fine gli agenti antisommossa dei Mossos con una breve carica li disperdono. E tutto finisce.

Nel processo l’accusa sostiene che la manifestazione era stata in realtà un “tumulto violento”. Che c’erano stati tentativi di ingresso nella Conselleria al fine di impedire la perquisizione. Che i presidenti delle associazioni avevano orchestrato un assedio violento. Che i Mossos prendevano ordini da loro due e non dalla comitiva giudiziaria. Che erano saliti sui mezzi della Guardia Civil per arringare i manifestanti in segno di rivolta.

Tutto questo è costato ai due Jordi una condanna a 9 anni di carcere, giacché nella sentenza questo episodio è indicato come una delle prove principali della “sedizione”.

Non un ferito, non un arresto o denuncia posteriore a nessun manifestante per atti di violenza di qualche tipo, perquisizione effettuata con notevole sequestro di materiale, responsabile della comitiva uscita indenne e mai venuta a contatto con manifestanti, nessun tentativo di ingresso nella Conselleria da parte dei manifestanti, piena collaborazione delle due associazione per non far degenerare la manifestazione, piena collaborazione del servizio d’ordine della ANC per tenere sgombro l’ingresso della Conselleria. Tutte queste cose vengono dimostrate nel processo inequivocabilmente.

Del resto sarebbe abbastanza stravagante che chi voglia con violenza impedire una operazione di polizia giudiziaria lo comunichi previamente all’autorità. Sarebbe stravagante che nei luoghi dei “tumulti insurrezionali” si monti un palco e si tengano comizi e spettacoli musicali, che non ci siano feriti o arrestati, che bar e negozi (comprese gioiellerie) a pochissimi metri dall’ingresso della Conselleria abbiano funzionato tutto il giorno, compresi i tavolini all’aperto. Che i presunti tentativi di ingresso violento nella Conselleria non abbiano provocato nemmeno una rottura di un vetro e non siano mai stati ripresi da nessuna tv che pure aveva telecamere sulle Jeep davanti alla porta.

La stragrande maggioranza dei mezzi di informazione spagnoli durante i fatti, e durante la celebrazione del processo, hanno raccontato un’altra storia. La responsabile della comitiva giudiziaria sarebbe dovuta fuggire “attraverso i tetti” (letterale). Le immagini dei due Jordi sui tetti delle Jeep con il megafono in mano trasmesse senza audio e descritte come dimostrazione della rivolta. E si potrebbe continuare a lungo.

Dopo il 20 settembre cominciano ad arrivare in Catalunya, per ordine del governo del PP, migliaia di agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional. Sono partiti da diverse città della Spagna salutati da manifestazioni al grido di “a por ellos!” che in italiano si può tradurre in “dategli addosso”. Dai mezzi delle colonne agenti rispondono sventolando bandiere spagnole. Vengono alloggiati soprattutto su due traghetti appositamente noleggiati. I portuali di Barcellona scioperano e si rifiutano di fornire servizi alle due navi.

Il referendum del 1° di ottobre 2017.

Nei giorni precedenti il governo invia un colonnello della Guardia Civil con il compito di coordinare le tre polizie in Catalunya al fine di impedire il referendum illegale, come ordinato dal tribunale. Si tratta di Diego Perez de los Cobos, distaccato presso il ministero degli interni. Un signore del quale subito i mass media catalani ricordano un passato discutibile. Figlio di un noto fascista (candidato nelle liste di Fuerza Nueva) e fratello di un magistrato del Tribunal Constitucional che aveva negli anni deliberato più volte contro decisioni del parlamento catalano, nel 1981, giovane e convinto militante fascista si era presentato alla caserma della Guardia Civil della sua città vestito in uniforme falangista per arruolarsi e partecipare al colpo di stato di Tejero.

I Mossos protestano formalmente per questa nomina che praticamente toglie competenze che la legge assegna a loro, ma si adeguano e partecipano immancabilmente a tutte le riunioni alle quali vengono convocati.

L’ordine della magistratura è di impedire il referendum, di chiudere le sedi di votazione e sequestrare i materiali.

Intanto la macchina preparatoria del referendum va avanti. Il governo catalano, come si dimostrerà nel processo, insiste nel dire che il referendum si terrà, che ci saranno le urne e le schede elettorali, ma contemporaneamente scioglie tutti gli organismi ufficiali dedicati alla votazione le cui funzioni passano ad essere svolte da volontari, non spende un’euro di denaro pubblico e soprattutto ordina ai Mossos di fare il loro lavoro e di eseguire gli ordini della magistratura in ottemperanza del ruolo di polizia giudiziaria.

Il movimento indipendentista si organizza e si prepara per celebrare il referendum analogamente alla precedente consultazione del 9 novembre 2014. Ma questa volta c’è un ordine preciso per impedirlo e per sequestrare i materiali. E da un mese oramai le forze di polizia cercano le urne senza trovarle.

Come si era fatto nel 2014 il governo chiede a direttori scolastici e centri sociali pubblici e privati di mettere a disposizione le aule dove collocare i seggi elettorali assumendosi le responsabilità e sollevando i funzionari pubblici da qualsiasi responsabilità. Nel 90 % circa dei centri di votazione si costituiscono i Comitati di Difesa del Referendum che, insieme ad associazioni di studenti, insegnanti e genitori convocano a partire dal venerdì sera precedente la votazione attività di svariato tipo, praticamente occupando gli edifici. Va detto che le scuole catalane sono normalmente aperte molti fine settimana per attività sociali, ricreative e culturali autogestite dalle entità di paese, quartiere ecc.

Del resto l’ordine giudiziario è di impedire l’apertura dei seggi fin dalle 6 del mattino del 1° ottobre. E le attività che nelle scuole si svolgono sono autorizzate e legali fino alle 6 del mattino.

Il dispositivo per impedire il referendum assegna ai Mossos il compito di mandare una coppia di agenti in tutti i centri. È quanto possono fare dato il numero di effettivi che possono mettere a disposizione (circa 5mila) per chiuderli tutti. E sono 2243. E sono i Mossos, che saranno presenti in tutti i centri di votazione, a poter chiedere l’invio di altri agenti, che dovrebbero agire di rinforzo, nei centri dove fosse necessario.

Inoltre va ricordato che l’ordine giudiziario dice chiaramente che bisogna impedire il referendum, chiudere i collegi elettorali, sequestrare i materiali ma dice anche testualmente “sin afectar la normal convivencia ciudadana” e cioè “senza compromettere la normale convivenza civica”.

Nel processo le difese dimostreranno che era impossibile materialmente impedire il referendum. Per precintare e presidiare tutti i duemila e duecento centri di votazione e/o sgomberarli sarebbero stati necessari circa 90 effettivi delle forze dell’ordine. E in tutto le tre polizie ne avevano a disposizione circa 12mila, da dividere per altro in almeno due turni.

I Mossos in 400 seggi circa alle 6 del mattino non trovano nessuno e li sigillano. In un altro centinaio convincono le persone già presenti ad allontanarsi e li sigillano. In tutti gli altri trovano decine e più spesso centinaia di persone che comunicano loro che faranno resistenza passiva. Pur valutando che per il numero di persone, per il profilo delle stesse (persone di tutte le età in atteggiamento totalmente pacifico) non consentono un uso della forza “senza compromettere la convivenza civica”, in decine di centri di votazione chiedono l’intervento delle altre due polizie. Non c’è un unico centro operativo delle tre polizie, come avevano chiesto i Mossos, perché il coordinatore Perez de los Cobos non l’ha voluto predisporre. Ma i reparti della Guardia Civil e della Policia Nacional non soddisfano le richieste del Mossos. Hanno cominciato ad intervenire con cariche e notevole violenza per conto loro senza nemmeno informare i Mossos. Dal primissimo mattino fino alle due del pomeriggio intervengono in circa un centinaio di centri di votazione nel modo che tutti conoscono perché le immagini e i video delle cariche contro gente indifesa e pacifica hanno fatto il giro del mondo.

Ma il referendum non viene impedito. Le urne e i materiali arrivano in tutti i centri di votazione e la chiusura di circa 500 centri su 2mila e duecento non impedisce la votazione perché è stato predisposto un censo universale e si può votare in qualsiasi centro vicino se il proprio è stato chiuso dalla polizia.

Nonostante le immagini della violenza poliziesca che fin dal primo mattino trasmettono tutte le televisioni (che certamente non sono un incentivo per andare a votare) l’effetto è che votano 2milioni e 300mila persone su 5milioni 300mila aventi diritto. Il 90% vota si all’indipendenza, ma ci sono anche 180 mila voti per il no e 45mila schede bianche. Ed è logico perché oltre ai Comuns capeggiati dalla Sindaca di Barcellona, che hanno al loro interno sia indipendentisti sia federalisti, molti cittadini contrari all’indipendenza vanno a votare per protestare contro lo stato spagnolo che non riconosce il diritto all’autodeterminazione e contro la violenza che hanno visto abbattersi sulla popolazione catalana.

Gli atti del Parlamento e del Governo nei giorni e settimane che seguono il referendum sono fatti in modo che non abbiano conseguenze giuridiche. Il Parlamento non vota la dichiarazione di indipendenza e il governo che la dichiara ne sospende immediatamente gli effetti. Non c’è alcun provvedimento che tenti di prendere il controllo dei luoghi strategici né con la polizia catalana e nemmeno con la popolazione civile. Non viene nemmeno ammainata la bandiera spagnola dai palazzi del governo catalano. Tutto è stato un puro atto politico e simbolico. 

Tutto questo viene trattato nel processo in modo molto discutibile, per usare un eufemismo.

La fiscalia sostiene l’accusa per rebeliòn e dovrebbe nel corso dell’interrogatorio dei testimoni provare che ci sia stato un colpo di stato e la violenza connessa.

I massimi responsabili del governo, il primo ministro Rajoy e il Ministro degli Interni Zoido oltre a decine di “non so” e “non ricordo” non sanno spiegare alla difesa degli imputati e al tribunale come mai, in presenza di un colpo di stato, non abbiano adottato nessuna misura adeguata a reprimerlo. Né lo stato di emergenza nazionale, né la legge di sicurezza nazionale che avrebbe fatto assumere il controllo dei Mossos direttamente al Ministero degli interni ecc. Come mai né il governo centrale né qualsiasi altra autorità dello stato, come per esempio il delegato del governo in Catalunya (diciamo Prefetto in italiano) durante i fatti né nei giorni seguenti abbiano parlato di “rebeliòn” e nemmeno di “sediciòn” per descrivere gli avvenimenti connessi al referendum.

I dirigenti del Ministero degli Interni responsabili dell’ordine pubblico non riescono a dimostrare la “mancata collaborazione dei Mossos”, né una loro “connivenza” con gli obiettivi politici del referendum, né una loro inadempienza agli ordini del tribunale. E soprattutto non possono giustificare l’intervento della Guardia Civil e della Policia Nacional nei centri di votazione al di fuori di quanto previsto dal piano operativo concordato nel coordinamento delle tre polizie.

I circa duecento agenti dei reparti protagonisti delle violenze contro la gente indifesa e pacifica il 1° ottobre sfilano dicendo tutti le stesse cose, perfino usando le stesse frasi e parole. Ma non possono dimostrare nessuna violenza da parte della popolazione. Infatti parlano soprattutto di “sguardi d’odio come non ne avevo mai visti!”, di insulti, di grida minacciose, e di pochissime aggressioni fisiche, in realtà tutte reazioni istintive ai colpi subiti dai cittadini pacifici. Nel processo rimane certificato dagli attestati sanitari ufficiali che i feriti civili sono più di mille. Gli agenti feriti sono qualche decina, nessun ricoverato e nessuno che abbia abbandonato il servizio in conseguenza delle lesioni. Rispondendo alle domande della difesa gli agenti devono ammettere che le “ferite” sono piccoli ematomi, graffi, lussazioni delle dita, evidentemente provocate dalle loro stesse azioni violente. Ma le difese non possono sviluppare la prova processuale confrontando le loro testimonianze con i materiali audiovisivi che pure sono accreditati al processo. Il Presidente del Tribunal Supremo ha disposto che sarebbero stati esaminati solo alla fine del processo. Così, per fare solo un esempio, il comandante del reparto che entra nel cortile di una scuola e abbatte per terra il sindaco del paese che è andato incontro al reparto con le mani alzate, e che ha dichiarato che il sindaco aveva tentato di impedire con la forza l’ingresso del reparto, se ne va dal processo senza essere incriminato per falsa testimonianza.

Analogamente i circa 200 testimoni della difesa che descrivono le vessazioni subite non possono avere il conforto di veder dimostrate le loro affermazioni dalla visione dei materiali allegati.

Nei tribunali catalani (ricordo ancora che si tratta di tribunali del sistema spagnolo) un centinaio di agenti sono oggi imputati per gravi reati contro i cittadini indifesi, e diversi di questi sono comparsi nel processo del Tribunal Supremo come testimoni d’accusa.

Il Tribunal Supremo, nella sentenza, ha escluso di considerare prove valide tutte le testimonianze degli agenti e dei cittadini vittime delle violenze “perché le loro testimonianze erano viziate dall’emotività del loro coinvolgimento nei fatti”.

Potremmo continuare a lungo descrivendo le irregolarità del processo e l’evidente parzialità del tribunale. Ma è impossibile in questa sede.

La sentenza

La sentenza alla fine ha sconfessato totalmente la tesi dell’accusa della fiscalia che aveva chiesto la condanna per “rebeliòn” parlando esplicitamente nella requisitoria finale di colpo di stato. La sentenza dice due cose fondamentali: non c’è stata rebeliòn perché non c’è stata la violenza sufficiente a sovvertire l’ordine costituzionale. In realtà, dice sempre la sentenza, gli imputati non si sono mai proposti di separare realmente la Catalunya dal regno di Spagna. Si proponevano di obbligare il governo a cedere e a concedere un negoziato avente come oggetto un referendum di autodeterminazione.

Se l’Avvocatura dello Stato, dipendente dal governo, non avesse sostenuto l’accusa per sediciòn, il Tribunal Supremo avrebbe dovuto condannare gli imputati per disobbedienza. Un reato che non hanno mai negato di avere commesso e che avevano messo nel conto promuovendo il referendum. E che prevede pene irrisorie e comunque non di carcere. Ma proprio il governo del PSOE aveva dato indicazione all’Avvocatura, che in fase istruttoria aveva sostenuto anch’essa per indicazione del governo del PP l’accusa per rebeliòn, di mutarla in sediciòn. E quella che era apparsa come un decisione moderata si è poi rivelata necessaria per ottenere una condanna esemplare.

Come ho cercato di dimostrare né il 20 settembre né il 1° ottobre c’è stata nessuna insurrezione violenta e tumultuosa tale da giustificare la condanna per sedizione. E nemmeno il Tribunale sostiene che ci sia stata violenza in grado da compromettere seriamente l’ordine pubblico. Quel che fa è trasformare in atti sediziosi tutti i comportamenti dei manifestanti e votanti, tipici della resistenza passiva e della prassi di lotta non violenta.

In altre parole, il Tribunal Supremo sostiene che il governo catalano non ha promosso nessun colpo di stato, non ha usato la polizia catalana come corpo armato per controllare il territorio al fine di separare la Catalunya dal regno di Spagna, ma ha tentato di obbligare il governo centrale a negoziare un referendum di autodeterminazione organizzando, insieme alle due grandi associazioni indipendentiste, atti sediziosi tali da raggiungere il risultato. Gli atti sediziosi sarebbero, come dice la sentenza, le grandi manifestazioni di massa degli ultimi anni e soprattutto quella del 20 settembre per la quale i due presidenti delle associazioni sono condannati a 9 anni di carcere. Altro atto sedizioso è la celebrazione di un referendum unilaterale illegale che non si proponeva realmente di ottenere l’indipendenza, e che seppur depenalizzato e tolto dal codice penale, ha perseguito lo scopo di obbligare il governo ad una trattativa politica. E sono atti di sedizione tutti quelli connessi alla resistenza passiva e alle forme di lotta non violente che si proponevano di impedire che le forze dell’ordine potessero eseguire i mandati giudiziari.

I membri della Presidenza del Parlamento catalano saranno giudicati per disobbedienza in dicembre in Catalunya. Ma la Presidentessa del Parlamento, Carme Forcadell, giudicata nella causa di cui ci siamo occupati, è stata condannata a 11 anni e sei mesi per sedizione, pur avendo fatto esattamente le stesse cose degli altri membri della presidenza, con l’argomento che era in collegamento con gli altri rei data la sua funzione istituzionale e per essere stata dal 2012 al 2015 la Presidentessa dell’Asamblea Nacional Catalana.

Tutti gli altri imputati sono stati condannati a pene che vanno dai 10 anni e mezzo ai tredici anni.

La sentenza, oltre che infondata ed ingiusta, come del resto dicono decine di organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani e di giustizia, ha due conseguenze gravissime. Ipoteca negativamente ed esacerba un conflitto politico che dovrebbe essere invece ricondotto nella dialettica democratica con un negoziato politico. Cristallizza esattamente un ordine costituzionale che è sul tema dell’esistenza o meno di nazioni diverse nello stato spagnolo il frutto dell’imposizione diretta dei costituenti franchisti. Apre la strada, giacché il Tribunal Supremo è il massimo produttore di giurisprudenza, per catalogare come sedizione tutte le forme di lotta pacifiche che si propongano di impedire ingiustizie, come è il caso del potente movimento contro gli sfratti che negli ultimi anni in Spagna e soprattutto in Catalunya ha impedito 100mila esecuzioni di sfratto ordinate dai tribunali.

La reazione popolare alla sentenza è in corso. Le manifestazioni si susseguono ogni giorno e continueranno ad oltranza. Con tutta probabilità ci saranno altre risoluzioni parlamentari che disobbediranno agli ordini del Tribunal Constitucional. Già da settimane sono in corso operazioni di polizia che tentano di sostenere che blocchi stradali e ferroviari sono atti di terrorismo. Come è il caso della piattaforma digitale anonima “Tsunami Democratic” che è riuscita a bloccare, mobilitando in un’ora ventimila persone, l’aeroporto di Barcellona per circa 16 ore. Continueranno le indagini contro 700 sindaci catalani e contro altre centinaia di persone arrestate e rilasciate con denunce o altre decine di persone detenute in carcere in questi giorni. Saranno emessi di nuovo, dopo essere stati ritirati perché rigettati dai paesi europei interessati, ordini di cattura contro gli esponenti politici e di governo che si sono esiliati in Gran Bretagna, in Belgio e Svizzera.

Fra pochi giorni si voterà in Spagna. Oggi si comprende meglio perché il PSOE abbia rifiutato di fare un governo con Unidas Podemos e con il sostegno esterno dei partiti baschi e catalani, e preferito produrre elezioni anticipate. Per Pedro Sanchez, come lui stesso ha dichiarato più volte, era impossibile giacché Unidas Podemos non era affidabile avendo sempre sostenuto il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

Ovviamente la sentenza ha già sulla campagna elettorale in corso e avrà sul voto pesanti conseguenze.

Le destre chiedano mano dura contro i catalani e il governo del PSOE difende a spada tratta la sentenza e si rifiuta perfino di parlare con le autorità catalane. Se i numeri parlamentari lo permetteranno è altamente probabile che ci sarà un accodo di governo fra il PSOE e il PP e/o Ciudadanos.

Non sono e non saranno tempi facili né per la Catalunya né per la Spagna.

ramon mantovani

pubblicato il 30 ottobre 2019 da TRANSFORM ITALIA

 

L’arroganza del PSOE

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 30 luglio, 2019 by ramon mantovani

 

La mancata formazione di un governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos merita di essere analizzata perché può essere un punto di svolta (negativo) per la politica spagnola, e non solo.

Per capire bene cosa è successo, senza incorrere nell’errore di paragonare impropriamente la situazione spagnola con quella italiana, bisogna considerare le profonde differenze tra i due sistemi politico istituzionali. Ed anche sapere cosa è successo nelle due precedenti tornate elettorali del 2015 e del 2016.

Innanzitutto bisogna sapere che in Spagna il sistema elettorale è proporzionale nelle circoscrizioni provinciali ma, non essendoci una attribuzione dei seggi restanti (e cioè non eletti con quoziente pieno nelle province) in un collegio unico nazionale, è stato nei fatti maggioritario ed ha prodotto il bipartitismo PSOE-PP.

A fare le spese di questo sistema è sempre stata la sinistra radicale che non ha mai avuto la possibilità (anche con percentuali di voto superiori al 10%) di eleggere deputati nella stragrande maggioranza delle province (45 delle 52 circoscrizioni).

Questo sistema ha prodotto nel tempo ben quattro effetti distorsivi della volontà popolare: 1) gli elettori potenziali della sinistra radicale sono stati indotti a votare PSOE in gran parte delle province per non disperdere il voto e non far vincere il PP. 2) la contesa elettorale nei fatti ha avuto come oggetto il governo e non già la formazione di un parlamento rappresentativo. 3) il partito più votato ha, anche con percentuali del 40%, ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi ed ha formato un governo monocolore. “Vincere le elezioni” per decenni ha voluto dire banalmente essere il primo partito. 4) Pur non essendoci il presidenzialismo, nei fatti il capolista a Madrid del partito più votato è storicamente diventato il capo del governo e progressivamente le campagne elettorali sono state di fatto presidenzialiste e ultrapersonalizzate sulla figura del candidato a presiedere il governo.

Vi è poi un’altra peculiarità che è indispensabile tenere in conto per capire gli ultimi avvenimenti. In Spagna il Re, dopo consultazioni con i gruppi parlamentari, nomina un candidato ad essere eletto Presidente del Governo. Ma quest’ultimo si presenta al Congreso de los Diputados senza dover indicare la lista dei ministri e può essere eletto con maggioranza assoluta dei membri in prima votazione o con maggioranza semplice in seconda. Se eletto forma il governo che gli pare e piace senza dover ricevere la fiducia del parlamento. In altre parole può governare in minoranza perché con le astensioni dei piccoli gruppi, che rimangono poi all’opposizione, può ottenere più voti positivi che negativi. La maggioranza dei governi, dalla Costituzione del 78 in poi, sono stati governi monocolori di minoranza. E va aggiunto che secondo la Costituzione è lo stesso Presidente del Governo a poter sciogliere le camere e convocare nuove elezioni. Con un considerevole potere di ricatto nei confronti del parlamento e degli altri partiti.

Negli ultimi anni il sistema bipartitista è entrato in crisi. Per effetto della crisi economica, degli scandali di corruzione del PP ma anche del PSOE, della questione catalana, dell’entrata in scena potente di tre nuovi soggetti (Podemos, Ciudadanos e Vox) il bipartitismo PSOE-PP è passato (sommando i voti dei due partiti) dall’83,81% del 2008 al 45,38% di quest’anno.

Nelle elezioni del dicembre del 2015 il bipartitismo aveva ancora il 50,7%. Il PP era passato dal 44,63% e 186 seggi su 350 del 2011 al 28,71% e 123 seggi. Il PSOE dal 28,76 e 110 seggi al 22% e 90 seggi. Podemos, le liste catalane, valenciane e galiziane ad esso collegate, che si presentava per la prima volta, aveva ottenuto il 20,66% e 69 seggi. Izquierda Unida (senza presentarsi in Catalunya e Galicia perché presente nelle liste locali collegate a Podemos) era passata dal 6,92% e 11 seggi al 3,68% e 2 seggi. Ciudadanos che si presentava per la prima volta aveva ottenuto il 13,94% e 40 seggi. Da notare che se Podemos non avesse sdegnosamente rifiutato la proposta di lista unica fatta da Izquierda Unida avrebbe superato in voti il PSOE (6 milioni e 100mila voti contro 5 milioni e 500mila voti) e probabilmente in seggi collocandosi come seconda forza nel paese.

Il PP, nel corso delle consultazioni del Re rifiutò di esprimere un candidato alla Presidenza del governo in quanto incapace ad ottenere sul nome di Mariano Rajoy voti favorevoli ed astensioni sufficienti ad eleggerlo. Per la prima volta il partito “vincitore” delle elezioni non riusciva a formare il governo. Il PSOE, invece propose al Re, ed ottenne, di candidare Pedro Sanchez. Con 90 seggi su 350 Sanchez, dopo lunghe consultazioni, aprì due tavoli separati di negoziazione. Uno con Podemos e Izquierda Unida e un altro con Ciudadanos (che per tutta la campagna elettorale aveva definito partito di destra e perfino di estrema destra). Con i primi avrebbe avuto 161 seggi (15 voti in meno della maggioranza assoluta) ma si sarebbe assicurato facilmente i voti favorevoli e/o le astensioni sufficienti dei partiti catalani e baschi per formare il governo. Con Ciudadanos avrebbe avuto 130 seggi e gli sarebbero serviti altri 46 voti, impossibili da conquistare.

Podemos e Izquierda Unida avendo insieme più voti (anche se meno seggi) del PSOE proposero di eleggere Sanchez e di formare un governo di coalizione. E Sanchez li attaccò con l’argomento che pensavano alle poltrone ministeriali prima che al programma. Mentre era in corso il negoziato fra PSOE, Podemos e Izquierda Unida Sanchez annunciò all’improvviso che aveva raggiunto un accordo programmatico (fortemente neoliberista) di governo con Ciudadanos, senza specificare se dopo l’elezione del Presidente del governo si sarebbe formato un governo con la presenza di ministri di Ciudadanos.

Naturalmente il negoziato con Podemos e IU si paralizzò e da quel momento il PSOE iniziò una campagna martellante (sostenuto da tutti i mass media) affinché Podemos e IU votassero, insieme a Ciudadanos a favore di Sanchez Presidente con il programma concordato fra PSOE e Ciudadanos. Ovviamente questi negarono il voto e vennero convocate nuove elezioni.

Questo comportamento del PSOE può apparire perfino irrazionale. Ma non lo è affatto. Per il semplice motivo che, come affermerà Sanchez stesso in una storica lunga intervista televisiva, enormi pressioni dei poteri forti gli avevano fatto rinunciare anche alla sola ipotesi di formare un governo con Podemos e IU. E non lo è nemmeno perché la seguente campagna del PSOE, anche questa sostenuta dai mass media più potenti, che porterà alle elezioni del dicembre del 2016 incentrata contro Podemos e IU, e segnatamente contro Pablo Iglesias che “irresponsabilmente” e per “eccessive ambizioni personali” avevano negato il voto ad un governo socialista facendo il gioco del PP funzionerà benissimo. Come funzionerà benissimo l’appello sia del PSOE che del PP al voto utile.

Infatti nel giugno del 2016 si ripetono le elezioni. Il PP passa dal 28% al 33% e da 123 a 135 seggi e il PSOE, che nei sondaggi era sceso molto, conferma il 22% e passa da 90 a 85 seggi. Unidos Podemos passa dal 24,33% (sommando Podemos e IU) al 21,1% e mantiene i suoi 71 seggi.

Questa volta il PP presenta la candidatura di Rajoy e non essendoci nessuna alternativa possibile, nel PSOE scoppia il finimondo. Nel partito i vecchi più importanti dirigenti, ministri e primi ministri (quasi tutti ben collocati in consigli di amministrazione di banche e imprese multinazionali) insieme alla maggioranza di dirigenti locali del PSOE defenestrano da segretario Sanchez che non ne vuole sapere di far astenere il PSOE per permettere il governo del PP. Ciudadanos appoggia l’elezione di Rajoy senza entrare al governo e il PSOE alla fine si astiene con qualche dissidente. Sanchez il giorno prima del voto si dimette anche da deputato per non astenersi.

In seguito Sanchez da battaglia nel partito e con un profilo nettamente di sinistra vince le primarie contro la candidata sostenuta dalla direzione del partito, Susana Diaz, che da Presidentessa del Governo andaluso aveva poco tempo prima rotto il governo con Izquierda Unida per formarne uno con Ciudadanos.

Il PSOE, con un segretario fuori dal parlamento che mantiene a parole un profilo di sinistra, tenta in tutti i modi di resuscitare una dialettica propria del bipartitismo. Lo fa anche accusando il PP di aver provocato la crisi catalana, dicendo che la Spagna è un paese plurinazionale e che i problemi politici non si risolvono attraverso la via repressiva e giudiziaria. Il giorno dopo del referendum di autodeterminazione autoconvocato unilateralmente dal parlamento catalano, e sul quale si abbatte, come è noto, una violentissima repressione, il PSOE annuncia la presentazione di una mozione di censura, che non verrà mai presentata, contro la Vice Presidentessa del governo di Rajoy, responsabile della gestione del problema catalano. Inoltre il PSOE parla apertamente di abrogazione della legislazione sul lavoro promulgata dal PP. Insomma, pare che il PSOE di Sanchez abbia fatto davvero una svolta a sinistra mentre il PP e Ciudadanos si radicalizzano a destra. Ma poi il PSOE appoggia il PP nell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che scioglie il parlamento catalano, destituisce il governo indipendentista e commissaria tutte le istituzioni catalane. Su tutto questo Unidos Podemos si oppone. Pur criticando l’unilateralismo degli indipendentisti catalani giudica abusiva l’applicazione dell’articolo 155 e la repressione che ne segue. Considera i detenuti del governo catalano e i profughi inseguiti da mandati di cattura come perseguitati politici e ribadisce la storica posizione della sinistra spagnola favorevole ad uno stato federale e al diritto all’autodeterminazione dei catalani. Nel giugno del 2018, dopo un tentativo fallito di Unidos Podemos, il PSOE presenta una mozione di censura contro il governo di Rajoy a seguito di una sentenza giudiziaria che condanna il PP come partito per numerosi casi di corruzione. Nell’ordinamento spagnolo questa mozione di censura equivale a una mozione di sfiducia costruttiva. Se approvata provoca la caduta del governo ed automaticamente entra in carica un nuovo governo con presidente del consiglio indicato nella mozione stessa. Agli 85 deputati del PSOE si aggiungono, senza negoziare nessuna condizione, quelli di Unidos Podemos e quelli di tutti i partiti catalani e baschi. E’ così che per la prima volta in Spagna si forma un governo di minoranza con soli 85 seggi di supporto e con un Presidente che non è deputato. Sanchez annuncia tre cose che sembrano lasciare ben sperare circa le intenzioni del governo: 1) rimozione entro l’estate della salma del dittatore Francisco Franco dal mausoleo del Valle de los Caidos e rivitalizzazione della legge sulla memoria storica; 2) una serie di provvedimenti sociali per combattere la precarietà e per redistribuire il reddito; 3) avvio di un negoziato politico con il nuovo governo catalano indipendentista scaturito dalle elezioni catalane convocate d’autorità dal governo del PP nel dicembre del 2017.

Unidos Podemos propone ed ottiene dal PSOE la elaborazione negoziata di una serie di misure sociali nettamente di sinistra, sia da promulgare per decreto sia da raccogliere nella prossima legge di bilancio.

Ma le cose si complicano. Franco resta dov’è. Quel che doveva essere fatto in poche settimane a due anni di distanza è ancora in forse. Si verifica così quanto sia intriso di franchismo l’apparato giudiziario e statale. Nell’ultima sentenza del Tribunale Supremo che sospende, su ricorso degli eredi, la rimozione del cadavere del dittatore, si definisce Franco come capo dello stato spagnolo dall’ottobre del 1936. E cioè dall’inizio del colpo di stato contro la legittima Repubblica.

Dei provvedimenti concordati fra PSOE e Unidos Podemos per iscritto vede la luce unicamente l’aumento del salario minimo. Gli altri o rimangono nel cassetto o vengono promulgati come decreti in forma riduttiva. È il caso, per esempio, della regolazione degli affitti. Si prolungano i contratti da 3 a 5 anni ma non si mette nessun limite agli aumenti.

Sulla questione catalana effettivamente il governo di Sanchez avvia conversazioni con il governo catalano. Ma si tratta di un dialogo fra sordi nel quale il governo non fa nessuna proposta concreta per superare in positivo la situazione.

In occasione della discussione della legge di bilancio, che necessita dei voti dei partiti indipendentisti catalani e dei partiti baschi sia moderati come il Partito Nazionalista Basco sia di estrema sinistra indipendentista come EH Bildu, Sanchez si impegna ad avviare un vero negoziato con il governo catalano ed accetta che sia accompagnato da una sorta di mediatore. Ma quando i tre partiti di destra PP, Ciudadanos e Vox convocano una manifestazione nazionale a Madrid, il PSOE torna sui suoi passi e annulla il negoziato con il governo catalano prima ancora che sia cominciato.

A questo punto la legge di bilancio viene bocciata perché i partiti catalani votano contro e Sanchez, che ne ha l’autorità, scioglie il parlamento e convoca le elezioni anticipate.

Come si può ben vedere il PSOE di Sanchez tende a presentarsi come partito rinnovato e con posizioni di sinistra, aperto alla collaborazione con Unidos Podemos e al dialogo con i partiti catalani e baschi, ma nei fatti non realizza gli impegni presi e ad ogni passaggio decisivo pretende il sostegno gratuito e senza condizioni al suo governo di minoranza. Se Unidos Podemos o i partiti indipendentisti si permettono di pretendere l’applicazione degli accordi solennemente firmati vengono attaccati come irresponsabili e complici del gioco delle destre. Non si tratta, a mio modesto parere, solo di arroganza, che pure c’è, da parte di Sanchez e del PSOE. Si tratta dei condizionamenti potenti sia dei poteri forti economici contrari alla collaborazione del PSOE con Unidos Podemos, sia degli apparati dello stato, a cominciare dalla monarchia, contrari a qualsiasi ipotesi di soluzione negoziata con il governo catalano.

Non è un caso che siano venuti alla luce recentemente le trame di quelle che in Spagna sono chiamate “le fogne dello stato” e che potremmo definire come apparati deviati, dediti a fabbricare prove false contro Podemos per finanziamenti iraniani e a diversi esponenti dell’indipendentismo catalano per corruzioni e conti esteri inesistenti.

È così che si arriva alle ultime elezioni. I risultati sono noti. Il PSOE cresce fino al 28,68% e 123 seggi. Il PP cala fino al 16,70 e 66 seggi. Ciudadanos sale al 15,86 e 57 seggi. Unidas Podemos cala al 14,31 e 42 seggi. VOX entra in parlamento con il 10,26 e 24 seggi. I due partiti indipendentisti catalani passano da 17 a 22 seggi e quelli baschi da 7 a 10 seggi.

Il risultato del PSOE è un buon risultato, soprattutto se comparato con il precedente, ma non è certo un risultato che gli permette di poter governare da solo. Del resto lo stesso Sanchez in campagna elettorale aveva più volte detto che era apertissimo a formare un governo insieme a Unidas Podemos e aveva nuovamente promesso il dialogo con la Catalunya.

Ciò nonostante, dopo aver ricevuto l’incarico dal Re, Sanchez si comporta nei confronti di Unidas Podemos in modo a dir poco inqualificabile. Rifiuta di aprire un negoziato sul programma e sulla composizione del governo. Secondo Sanchez si deve discutere solo del programma perché poi il governo deve essere coeso e monocolore. Poi propone un governo di “collaborazione”, e cioè un governo nel quale Unidas Podemos può indicare qualche personalità indipendente e gradita ovviamente anche al PSOE. Per giustificare il veto a ministri di UP Sanchez sostiene che su questioni economiche e soprattutto sulla questione catalana UP non è affidabile e potrebbe creare troppo gravi difficoltà al governo. Come a dire che sulle questioni dove le differenze fra PSOE e UP sono consistenti non si può mediare e bisogna applicare la linea del PSOE. Poi, quando accetta di comporre il governo con UP, pone il veto a Iglesias. Poi quando Iglesias annuncia di rinunciare alla personale presenza nel governo il PSOE offre a UP ministeri senza deleghe e senza capacità di spesa consistenti. Quando UP insiste per avere ministeri più importanti Sanchez dice che i ministeri “di stato” (difesa, economia, interni, esteri e giustizia) e altri come lavoro e fisco, non sono negoziabili con UP. Alla insistenza di UP per il ministero del lavoro Sanchez risponde che sarebbe sgradito alla CEO (Confindustria).

Contemporaneamente Sanchez, chiede al PP e a Ciudadanos che si astengano e permettano la formazione di un governo monocolore di minoranza del PSOE. Chiede cioè che facciano ciò che aveva fatto due anni prima il PSOE, e al quale lui si era opposto arrivando a dimettersi da deputato.

La sessione parlamentare di “investidura”, e cioè di elezione del Presidente del governo, viene convocata a negoziati aperti e alla fine si svolge senza alcun accordo previo. Alla prima seduta e votazione, che richiede la maggioranza assoluta, Sanchez insiste con UP affinché vengano accettate condizioni capestro e soprattutto insiste più volte con Ciudadanos e PP, nonostante questi lo accusino di voler formare un governo con populisti, comunisti, golpisti e filoterroristi per distruggere la nazione spagnola, per ottenere il loro appoggio in forma di astensione al fine di evitare elezioni anticipate.

La prima votazione si conclude con 124 voti a favore di Sanchez (uno in più di quelli del PSOE, del Partito Regionalista Cantabrico), 170 voti contro delle destre, indipendentisti catalani ed altri minori, e 52 astenuti di UP e dei due partiti baschi.

I due giorni che separano la prima dalla seconda votazione scorrono con intensi negoziati fra PSOE e UP. Ma si va al voto senza accordo. L’ultimo tentativo di UP in extremis, per ottenere almeno la competenza parziale sulle questioni del lavoro, viene sdegnosamente rifiutato.

UP decide di votare astenuto dopo aver preso in considerazione anche il voto contrario e Esquerra Republicana de Catalunya passa dal voto contrario al voto di astensione. Entrambe le forze lo fanno per evitare (inutilmente) di essere accusati di votare insieme alle destre e soprattutto per segnalare la necessità di continuare la trattativa in vista di una successiva sessione di “investidura” che secondo l’ordinamento si deve svolgere entro due mesi dalla prima votazione, trascorsi i quali il parlamento sarà sciolto automaticamente.

Non dovrebbe essere difficile capire quanto sbagliato sia descrivere questa situazione secondo i canoni italiani, come ha fatto certa stampa italiana, e segnatamente addossando tutta la responsabilità di eventuali elezioni anticipate all’”estremismo” di Unidas Podemos.

Il PSOE e il suo segretario Pedro Sanchez hanno dimostrato ancora una volta di far parte del problema e non della sua soluzione.

Pretendere di governare in minoranza con 128 seggi su 350 contando sull’appoggio esterno di UP e sull’astensione dei partiti baschi e catalani, dopo aver dichiarato inaffidabile UP (che pure ha la metà dei voti del PSOE) per le sue legittime posizioni sulla politica economica e sociale e per la questione catalana senza offrire su questa nessuna soluzione politica,  e/o contare anche sull’astensione di PP e Ciudadanos può significare solo due cose: tentare di ottenere in settembre un governo monocolore di minoranza o puntare nei fatti ad elezioni anticipate.

Sicuramente Unidas Podemos insisterà per un governo di coalizione con un programma di sinistra. Le dichiarazioni di questi giorni del PSOE sembrano escluderlo categoricamente. Ma ci sono due fattori che potrebbero portare il PSOE a mutare di avviso. Tutti i sondaggi successivi alle elezioni hanno dato il PSOE in forte ascesa ma al contempo dicono anche che gli elettori del PSOE vorrebbero un governo di sinistra con UP. Bisognerà vedere cosa dicono i sondaggi che si faranno nei prossimi giorni dopo i due voti falliti in parlamento. Ed in ogni caso bisognerà attendere gli esiti delle pressioni dei poteri forti sul PP e sul recalcitrante Ciudadanos affinché favoriscano un governo di minoranza del PSOE.

Anche in UP Podemos si apre una discussione complicata. Se il PSOE non scende a più miti consigli è meglio permettere un governo di minoranza del PSOE, incalzandolo con la mobilitazione popolare, o è meglio votare contro insieme alle destre, provocando elezioni anticipate nelle quali non si sa cosa potrebbe succedere? Non va dimenticato che le tre destre hanno insieme oggi gli stessi voti di PSOE e UP.

Si tratta del solito dilemma per la sinistra radicale. Qualsiasi cosa si faccia si sbaglia. Nel senso che comunque si paga un prezzo alto. E non esistono scorciatoie né invenzioni miracolose per evitare questo problema. Che è intrinseco a sistemi istituzionali ed elettorali che penalizzano le forze che vogliono mettere in discussione il sistema e non semplicemente amministrarlo accettandone le regole di mercato e i condizionamenti dei poteri forti.

Ovviamente si può discutere degli errori commessi da UP e da Iglesias nel corso del negoziato. Si può farlo all’infinito e si possono avere posizioni contrapposte in merito. Ma discuterne con l’idea che si sarebbe potuto ottenere un buon accordo con questo PSOE o che la rinuncia ad entrare al governo avrebbe salvaguardato la buona immagine di UP come partito disinteressato alle poltrone sarebbe una discussione per fuggire dalla realtà. Né in un caso né nell’altro UP avrebbe conquistato leggi e provvedimenti per le classi subalterne. L’intenzione del PSOE di non mettere in discussione la politica economica dominante, né la monarchia erede della dittatura, né la forma dello stato fondata sul nazionalismo spagnolo escludente verso le altre nazioni che abitano la Spagna è un dato di fatto. Che non si può rovesciare con qualche mossa tattica, o fingendo di aver ottenuto una svolta inesistente, o cercando semplicemente di salvare la propria immagine.

Inoltre in settembre è attesa la sentenza del Tribunal Supremo nel processo ai membri incarcerati del governo catalano, che l’accusa vorrebbe condannati come se avessero organizzato un colpo di stato e un’insurrezione armata.

La sentenza provocherà un terremoto. Il PSOE lo sa. E se la sentenza precederà la nuova sessione parlamentare di investidura dai partiti catalani e da almeno uno dei due baschi, EH Bildu, il PSOE non potrà più aspettarsi nessun voto di astensione.

Allo stato, quindi, la cosa più probabile sono le elezioni anticipate. Con un PSOE che accuserà tutti gli altri di esserne i responsabili, che lancerà continui appelli al voto utile e che proporrà nel programma una riforma costituzionale che garantisca al partito più votato di poter governare comunque in minoranza, come ha già anticipato Sanchez nel recente dibattito parlamentare.

Non è una bella prospettiva né per la sinistra spagnola né per la sinistra europea che ha sperato, con un evidente eccesso di ottimismo, che in Spagna si potesse finalmente aprire una nuova strada per cominciare a rimontare la china.

ramon mantovani

pubblicato su www.rifondazione.it e su www.transform-italia.it il 29 luglio 2019

Serve a qualcosa votare Potere al Popolo?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 26 febbraio, 2018 by ramon mantovani

È utile il voto il 4 marzo?

Nel sistema politico istituzionale italiano verrebbe da dire di no.

Il motivo principale per dire di no è (e non è un paradosso) il sistema elettorale fondato proprio sul cosiddetto “voto utile”.

In questo sistema è effettivamente utile votare se si considera, si crede o si spera, che il voto serva a scegliere il governo fra opzioni apparentemente diverse ma sostanzialmente identiche su alcune questioni fondamentali: il primato del mercato su tutto, un’idea della società fondata sull’individualismo e sulla competizione, la politica estera e, infine, una concezione della politica ultrapersonalizzata, spettacolare e litigiosa.

Ogni problema sociale reale è evocato nella continua rissa consumata nei media, nei talk show televisivi come sui social network, in modo strumentale e demagogico senza mai proporre realisticamente programmi e alleanze sociali e politiche per rimuoverne le vere cause e per trasformare la realtà.

Ai cittadini, ridotti a consumatori passivi, non resta che essere tifosi di questo o quel leader. Che il leader scelto vinca o perda non cambierà una virgola la loro condizione sociale, di lavoro e di vita.

Persino i più informati, ma sarebbe più giusto dire i più disinformati, che non esprimono il voto per mero tifo bensì sulla base di calcoli e previsioni dedotte da sondaggi e da continue illazioni sulle reali intenzioni dei leader, sono indotti a scegliere il meno peggio, a votare per far perdere un leader piuttosto che farne vincere uno proprio che non hanno, o a “sperare” irrazionalmente che qualche promessa elettorale abbia un seguito.

Dall’Italia della Repubblica Parlamentare, con il sistema elettorale proporzionale, con il quale votava il 90 % degli elettori e con 7 o 8 partiti in parlamento, nella quale una rivendicazione sociale o civile poteva essere conquistata da partiti collocati all’opposizione a dispetto del partito egemone nel governo, siamo passati all’Italia del primato del governo sul parlamento, con decine di partiti e partitini dediti al trasformismo più osceno, con una partecipazione al voto costantemente in calo e che in regionali e amministrative ormai è di poco più della metà degli aventi diritto al voto.

La combinazione delle leggi elettorali degli ultimi 25 anni e la trasformazione del dibattito pubblico ed elettorale in uno spettacolo osceno, confuso, rissoso e soprattutto demagogico e superficiale, ha pressoché cancellato la possibilità di votare sulla base di interessi di classe e sociali rappresentanze dotate del potere effettivo di trasferire nelle istituzioni il conflitto in modo efficace ed anche vincente.

Tutto ciò è avvenuto sulla base di una sconfitta sociale, politica e culturale, delle classi subalterne che si è prodotta negli ultimi 35 anni e che ha ridisegnato istituzioni e poteri sulla base degli interessi dei vincitori.

Oggi è impossibile sperare di controvertere questa situazione con il voto in una tornata elettorale.

Quindi, per chi si proponga di conquistare obiettivi di lotta trasformatori della realtà, interrogarsi sulla reale utilità del voto è legittimo.

Ma, per quanto legittima, questa domanda necessita di una risposta articolata e complessa. Non di una ulteriore semplificazione.

Il non voto banalmente non risolve nessuno dei problemi. E non funziona nemmeno come protesta giacché il sistema attuale cerca esattamente la non partecipazione al voto proprio dei settori sociali e politicamente coscienti della vera natura dei problemi che affliggono il paese.

In molti paesi indebitamente considerati democratici, come gli Stati Uniti d’America, tutto questo è più che evidente.

Che fare, dunque?

Secondo il mio modestissimo parere bisogna, per prima cosa, avere coscienza della realtà e dismettere illusioni, suggestioni e speranze infondate.

Senza questa coscienza è inevitabile essere risucchiati dalla logica del sistema, deludendo le aspettative infondate e ignorando le pur possibili cose positive che si possono fare realisticamente.

In altre parole più esplicite, se si pensa che quel che conta è avere una lista che dice di essere di sinistra, come Liberi e Uguali, che possa aspirare a un risultato utile a battere la “deriva” di Renzi e a condizionare effettivamente un eventuale governo di centrosinistra la delusione che ne deriverà sarà totale. Ovviamente delusione per gli elettori sinceramente di sinistra e non per gli aspiranti a un seggio. Del resto il PD di Bersani e la SEL di Vendola alle scorse elezioni presentarono una “Carta degli intenti” che tradiva lo stesso referendum sulla pubblicità della gestione dell’acqua, che santificava ogni trattato europeo, che prevedeva un’alleanza con Monti e così via. Carta degli intenti scritta con linguaggio ermetico ed imbroglione proprio per ingannare consapevolmente gli elettori.

Da dieci anni il Partito della Rifondazione Comunista insiste, in gran parte inascoltato, sulla necessità di mettere al centro le lotte, le esperienze di mutualismo e di resistenza, le analisi crude sullo stato dei rapporti di forza reali in Italia e in Europa, per produrre l’unità sufficiente a portare contenuti antiliberisti dentro le istituzioni senza coltivare l’illusione di poterli realizzare in alleanza col centrosinistra. E con la consapevolezza che solo ed esclusivamente il conflitto sociale, l’unità dei movimenti di lotta e una battaglia culturale seria e approfondita possono rendere utile una rappresentanza parlamentare nel lavoro di costruzione di un fronte sociale e politico, che in tempi medio lunghi possa proporsi obiettivi più avanzati.

I tentativi fatti fino ad ora in questa direzione sono sostanzialmente falliti. Io credo, e ne sono convinto profondamente, soprattutto per la mancanza della consapevolezza della natura del sistema oggettivamente impermeabile al conflitto sociale e per la perniciosa illusione, di alcune forze come SEL ma anche di moltissimi militanti dei movimenti di lotta, che esista una scorciatoia elettorale in grado di controvertere i rapporti di forza sociali e l’egemonia del pensiero unico liberista.

Il fallimento del Brancaccio è solo l’ultimo episodio.

Ma si può dire sinceramente e senza tema di smentita che la lista “Potere al Popolo” non è la semplice risulta ristretta dei fallimenti precedenti.

Si è condensata sufficientemente in questa lista la consapevolezza necessaria ad affrontare la battaglia senza illusioni e senza vendere fumo ai potenziali elettori.

Raccoglie programmaticamente i contenuti dei movimenti di lotta sindacali, sociali, civili e culturali più avanzati. È un primo passo significativo per costruire una unità dei tanti conflitti e movimenti che attualmente sono dispersi, isolati e a volte condannati all’autoreferenzialità proprio dalla mancanza di una mera rappresentanza politica.

Funziona democraticamente e può trasformarsi in una forza politica stabile, plurale per composizione politica e sociale, che dia protagonismo ai tanti e tante militanti di sinistra dispersi e delusi come a quelli organizzati sulla base del principio una testa un voto, e con misure utili ad impedire la formazione di ceti politici separati.

Il superamento dello sbarramento è un obiettivo arduo e molto difficile. Ma la mobilitazione e la coesione dimostrata nella raccolta delle firme oltre alla chiarezza politica, senza stupidi estremismi parolai e iperboli politiciste, dell’immagine costruita in campagna elettorale (anche grazie all’ottimo lavoro svolto dalla portavoce Viola Carofalo) la rendono non impossibile.

In ogni caso, qualsiasi sia il risultato elettorale, sono state poste le basi per una possibile inversione di tendenza. Per una prospettiva di lungo periodo.

Il voto a Potere al Popolo è un voto antisistema nel senso pieno del termine.

È un voto di coerenza e fedeltà a contenuti e movimenti di lotta che esistono e possono aspirare ad essere egemoni.

È un voto che esprime un moto liberatorio che dice basta!

La sua è un’utilità limitata.

Ma è un’utilità vera.

ramon mantovani

Pessimo risultato delle elezioni spagnole.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno, 2016 by ramon mantovani

Le elezioni anticipate (convocate dopo mesi di sterili trattative per formare il governo) si sono risolte con un’avanzata del Partito Popolare (PP), con una tenuta del Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), con un secco arretramento di Unidos Podemos (coalizione composta da Podemos, Izquierda Unida, Equo e da coalizioni più ampie e comprendenti forze locali in Catalunya, Galicia, Pais Valencià e Illes Baleares), e con un più modesto arretramento di Ciudadanos (C’s). Le forze indipendentiste e nazionaliste catalane e basche hanno confermato sostanzialmente gli stessi voti del turno precedente.

 

Vediamo i risultati nel dettaglio per le forze principali.

 

La partecipazione al voto è calata dal 73,20 % al 69,84 % con un milione e duecentomila elettori in meno.

 

Il PP passa da 7.236.265 voti (28,71 %) a 7.906.185 voti (33,03 %) e da 123 a 137 seggi.

 

Il Psoe passa da 5.545.315 voti (22,00 %) a 5.424.709 voti (22,66 %) e da 90 a 85 seggi.

 

Unidos Podemos passa da 6.146.527 voti (24,47 %) a 5.049.734 voti (21,10 %) conservando i 71 seggi della tornata precedente. Nella tornata precedente Podemos e Izquierda Unida si presentarono divise tranne che in Catalunya e Galicia. E nelle Isole Baleari la forza locale MES si presentò da sola.

 

C’s passa da 3.514.528 voti (13,94 %) a 3.123.769 voti (13.05 %) e da 40 seggi a 32.

 

È bene sapere che le incongruenze fra voti e seggi sono dovute al sistema elettorale spagnolo che è diviso in 52 circoscrizioni (50 province e 2 città autonome, Ceuta e Melilla) in ognuna delle quali vengono attribuiti i seggi con il sistema D’Hondt e con uno sbarramento del 3 %. Non esistendo un collegio unico statale per riequilibrare il rapporto voti-seggi i voti che non riescono ad eleggere nelle singole province sono dispersi.

Il segretario di Ciudadanos nel primo commento dopo il voto ha lamentato la ingiustizia del sistema elettorale, come del resto hanno fatto per 40 anni il PCE e Izquierda Unida. Ed ha portato l’esempio della regione Castilla y Leon, dove nelle 9 province che la compongono, Ciudadanos con il 14,15 % dei voti elegge 1 deputato, Unidos Podemos con il 15,50 % ne elegge 3, il Psoe con il 23,17 ne elegge 9, mentre il PP con il 44,33 ne elegge ben 18.

 

Detto questo passiamo ai miei modesti commenti.

 

La destra spagnola è forte.

 

Nessun sondaggio ha previsto l’avanzata del Partido Popular. Né alcun commentatore. Né, tantomeno, nessun altro partito avversario.

Dopo le elezioni precedenti il Presidente del PP Mariano Rajoy propose un governo di coalizione con il Psoe e, forse, con Ciudadanos. Avendo ottenuto risposte negative da entrambi rifiutò l’incarico del RE di tentare di formare il governo, prevedendo di non avere i voti sufficienti per essere investito dal parlamento come Presidente del governo.

Affinché i lettori italiani comprendano meglio è bene che sappiano che il parlamento spagnolo accorda la fiducia (investidura) al solo Presidente del governo, che solo dopo averla ottenuta forma il governo, senza che questi debba ottenere a sua volta la fiducia. In altre parole può essere, come è successo più volte nella storia parlamentare spagnola, che vi siano partiti che, con il voto favorevole o con l’astensione, partecipano all’elezione del capo del governo per poi rimanere all’opposizione. Permettendo in questo modo un governo sorretto da una minoranza parlamentare, che sui singoli provvedimenti si allarga poi a geometria variabile.  

Rajoy, accusato di immobilismo dalla gran parte dei commentatori, si mantenne in questa posizione fino alla fine, ribadendo la sua proposta di governo di grande coalizione con il Psoe. E osservando compiaciuto il fallimento del tentativo, del quale parleremo più avanti, del segretario socialista di ottenere i voti di Ciudadanos e Podemos per essere investito Presidente.

Bisogna sapere che prima ed anche dopo la campagna elettorale del 20 novembre del 2015 il PP è stato travolto da potentissimi scandali per corruzione. Con dirigenti nazionali ed interi gruppi dirigenti locali incarcerati e/o incriminati per reati gravissimi. Pochi giorni prima del voto del 26 giugno, inoltre, il quotidiano digitale di sinistra “el Publico” ha diffuso le registrazioni di conversazioni fra il Ministro degli Interni ed un giudice incaricato di dirigere l’ufficio anticorruzione catalano. Il contenuto delle conversazioni restituisce con evidenza inequivocabile che erano in corso manovre giudiziarie, e diffusione delle stesse, volte a screditare i due maggiori partiti indipendentisti catalani (Esquerra Republicana de Catalunya e Convegencia Democratica de Catalunya) per inesistenti casi di corruzione e il gruppo dirigente di Podemos per presunti, ed ovviamente inesistenti, casi di finanziamento illecito di Podemos ad opera dei governi venezuelano ed iraniano. Ovviamente questa specie di caso “watergate” ha provocato la reazione di tutti i partiti, e perfino dei sindacati di Polizia e Guardia Civil, che unanimemente hanno chiesto le immediate dimissioni del ministro. Il quale però non si è nemmeno sognato di darle ed ha ottenuto, invece, la piena solidarietà del Presidente del Governo per la diffusione di registrazioni illegali delle sue conversazioni con un giudice.

Viene davvero da chiedersi come sia possibile che un partito al governo nel tempo della crisi sociale più grave della storia spagnola, travolto da casi gravissimi di corruzione e preso con le mani nel sacco ad ordire trame illegali, utilizzando a questo fine strutture dello stato, contro i propri avversari politici, possa non solo non crollare elettoralmente (anche se a dire il vero il crollo lo aveva avuto nelle precedenti elezioni passando da quasi 11 milioni di voti (44,63 %) a 7 milioni e 200mila voti (28,72%) e dalla maggioranza assoluta con 186 seggi a 123) ma perfino risalire in voti assoluti e seggi.

Non è facile rispondere a questa domanda. Si tratta di qualcosa di molto profondo e complesso che sarà necessario, per le forze della sinistra spagnola, analizzare molto bene.

Ma possiamo dire che il PP ha utilizzato alla perfezione una strategia elettorale che ha funzionato.

 

Una strategia con tre assi fondamentali.

 

1) vantare successi economici (crescita del PIL e diminuzione della disoccupazione) pur riconoscendo la persistente crisi sociale. Addebitandola però al governo Zapatero e alla pesante eredità che questo governo aveva lasciato. Si tratta di una bufala, perché anche dal punto di vista liberista rimane un grave deficit e debito pubblico e perché in realtà la diminuzione della disoccupazione è solo formale in quanto per effetto delle “riforme” del mercato del lavoro di Zapatero e poi del PP si tratta di un incremento occupazionale dovuto esclusivamente a contratti precari per il 90 % inferiori a una settimana. Ma se ben presentata insieme alla prospettiva di un salto nel buio (l’esempio della Grecia è stato il leit motiv ripetuto) rappresentato da un governo diretto o con la partecipazione di Unidos Podemos (sempre definito estremista, comunista, chavista e soprattutto amico di Syriza), ha evidentemente avuto il successo sperato fra le classi medie impoverite ma terrorizzate da prospettive più buie. Senza contare la conservazione del consenso attraverso le più classiche politiche clientelari sociali e territoriali.

2) elevare alla massima potenza il messaggio nazionalista spagnolo. Mostrando una totale intransigenza contro le aspirazioni nazionali di baschi e catalani, anche rinverdendo contenuti chiaramente franchisti e utilizzando la repressione giudiziaria contro gli indipendentisti. Il fine giustifica qualsiasi mezzo per impedire agli indipendentisti e ai comunisti di distruggere la sacra nazione spagnola. Perciò lo scandalo della trama ordita contro gli indipendentisti catalani e contro Podemos alla fine si è risolta a favore del PP. Allo stesso tempo si è mostrato totalmente e acriticamente europeista (gli argomenti antieuropei in Spagna non hanno nessuna popolarità). Sulla base di tutto questo ha accusato gli avversari di voler minare l’unità della Spagna e di voler aprire una controversia con l’Unione Europea che si sarebbe risolta con un disastro economico, come in Grecia. A questo fine la proposta di governo di grande coalizione è stata sempre accompagnata dagli esempi di grandi coalizioni in altri paesi europei, a cominciare dalla Germania.  

3) minimizzare i casi di corruzione ed utilizzando i casi analoghi, anche se meno gravi, del Psoe e della destra catalana, e quelli falsi ed inesistenti di Podemos, per generalizzare il problema. Insomma, è vero che c’è molta corruzione, ma lo fanno tutti, e comunque le leggi e la giustizia funzionano visto che i casi del PP sono stati perseguiti di più con il PP al governo.

 

Il PP per quanto sia ben lungi dal riprendersi la forza che ebbe nel 2011 esce certamente vincitore da queste elezioni. I problemi sociali, economici, istituzionali e politici del paese restano tutti, e il PP non potrà che aggravarli nei prossimi anni, sia obbedendo alla Troika, sia producendo uno scontro frontale con il governo indipendentista catalano, ma intanto ha superato il momento più difficile della sua storia.

 

Ciudadanos fa parte della destra spagnola a tutti gli effetti, sia per la condivisione sostanziale della politica economica del PP, con accenti anche, se possibile, più liberisti, sia per la vocazione nazionalista spagnola e nemica giurata del diritto all’autodeterminazione di baschi e catalani. Anche a naso è evidente che i voti persi da Ciudadanos sono andati al PP. Certamente a causa della disponibilità di C’s a votare l’investitura del segretario socialista Pedro Sanchez nelle trattative degli scorsi mesi. E probabilmente, ma quasi certamente, perché il profilo “nuovo”, “moderno”, anticasta e anticorruzione esibito contro Rajoy e il PP non ha funzionato in una campagna elettorale estremamente polarizzata. Paradossalmente Ciudadanos ha fatto un enorme autogol partecipando fortemente alla campagna contro Podemos, utilizzando più di altri le false accuse di finanziamento illecito, e descrivendo un governo con Unidos Podemos come un salto nel buio. In questo modo ha semplicemente alimentato la paura che ha spinto elettori reazionari e conservatori a turarsi il naso e votare il vero baluardo anticomunista rappresentato dal PP.

 

 

Il Psoe tiene ma esce indebolito dalle elezioni.

 

La crisi del Psoe non è esplosa, visto che il sorpasso di Unidos Podemos non c’è stato, ma non si è nemmeno arrestata.

Il risultato elettorale del Psoe è infatti il più basso della storia, sia dal punto di vista dei voti che dei seggi.

La campagna elettorale del Psoe è stata incentrata sulla giustizia sociale, ma presentando disoccupazione, precarietà, diseguaglianze e tagli sociali come effetti unicamente delle politiche del PP, e senza mai mettere in discussione né le vere cause della crisi, a cominciare dalle politiche neoliberiste del governo socialista di Zapatero che accellerò la deindustrializzazione del paese e favorì un’enorme bolla speculativa edilizia, né le politiche di austerità imposte dalla UE. Con contorno di difesa dei diritti civili, sui quali il Psoe è indubbiamente progressista.

Insomma, un profilo apparentemente più di sinistra e sociale del Psoe di Zapatero, ma in realtà in totale linea di continuità con l’impianto liberista delle politiche economiche dominanti.

Sulla questione catalana il Psoe ha proposto una riforma costituzionale federale, ma senza mai precisare di che tipo, ed ha comunque negato anche solo l’ipotesi di un referendum consultivo in Catalogna. Proposta difesa fino a due anni fa anche dal Partito dei socialisti catalani, che poi se la sono rimangiata subendo per questo una scissione ed una grave crisi.

Ma, a mio avviso, l’arma vincente che ha permesso a Pedro Sanchez e al Psoe di impedire la crescita di Unidos Podemos e il previsto sorpasso è stata l’accusa, ripetuta ossessivamente da tutti i candidati socialisti in tutti i dibattiti televisivi, a Podemos di non aver voluto sostenere un governo guidato dai socialisti dopo le precedenti elezioni favorendo così il PP, e imputando questa scelta alla presunzione, arroganza e sete di potere di Pablo Iglesias.

Si tratta di una falsità, o meglio di una mezza verità.

Podemos propose per primo un governo di coalizione concordato fra Psoe, Podemos, Izquierda Unida e le tre liste unitarie di Catalunya, Galicia e Pais Valencià (Confluencias), con la ricerca di sostegno (visto che la somma dei deputati delle forze di governo non raggiungeva la maggioranza) fra le forze basche e catalane. Queste ultime già in campagna elettorale avevano dichiarato che avrebbero sostenuto, anche con il voto a favore se necessario, un governo che si impegnasse a permettere referendum di autodeterminazione. Ma Pablo Iglesias commise, a mio avviso, l’errore di presentare questa proposta corredandola della richiesta della vicepresidenza del governo per se stesso (dopo aver detto nei mesi precedenti che mai avrebbe personalmente accettato di far parte di un governo del quale non fosse presidente) e di un lungo elenco di ministeri, fra i quali interni e difesa.

Il Psoe ebbe così modo di rispondere che i socialisti erano interessati a discutere di programma e che erano meravigliati del fatto che Podemos dimostrasse una tale brama di poltrone.

Le richieste programmatiche di Podemos, che pure erano state esposte, sparirono dalla discussione sui mass media e l’immagine di Podemos e di Pablo Iglesias subì un duro colpo.

In seguito il Psoe precisò la propria posizione dicendo che era necessario un governo di cambiamento ed avviando trattative separate con Ciudadanos da un lato e con Podemos, IU e le Confluencias dall’altro. Ma anche dicendo che si rifiutava di ricercare appoggi esterni di partiti indipendentisti catalani e nazionalisti baschi.

Firmò con Ciudadanos un programma di governo e chiese, con un chiaro ricatto, a Podemos, IU e Confluencias di sostenerlo dall’esterno.

Ovviamente questi ultimi rifiutarono ribadendo la proposta del governo progressista e gli stessi partiti baschi e catalani riproposero la propria disponibilità a sostenerlo. Ma fu inutile.

Nel corso dei due dibattiti parlamentari (ritrasmessi dalle tv in diretta) sulla “investidura” di Sanchez, Iglesias alternò discorsi durissimi contro il Psoe con discorsi improntati al clima di “amore” necessario fra se stesso e Sanchez, corredati da volgari ed inascoltabili allusioni a un presunto flirt fra una deputata del PP e un deputato di Podemos (sic).

Come è noto alla fine il tentativo di Sanchez di formare il governo fallì per il voto negativo della maggioranza del parlamento.

Tutto ciò, però, permise a Sanchez di glissare sulle questioni programmatiche, visto che i mass media diedero eco enorme sia agli attacchi di Iglesias al Psoe sia alle curiose note “di colore” provocate dal discorso di Iglesias sull’amore, e di ribadire la critica a Podemos di aver impedito un governo alternativo al PP.

Ripeto, per mesi e in modo ossessivo, in campagna elettorale il Psoe ha insistito sul fatto che Podemos “ha impedito il cambiamento”, “ha fatto un favore al PP” con il quale, se non un accordo tacito, “ha in realtà un interessa comune” che “è impedire al Psoe di governare” anche a costo di provocare nuove elezioni nella speranza di aumentare i propri voti.

Naturalmente questa versione dei fatti di Sanchez è stata enormemente amplificata dal potente dispiegamento dei mass media dei poteri forti vicini al Psoe, a cominciare dal quotidiano “el Pais”.

Va da sé che questa campagna ha ottenuto il doppio risultato di mobilitare, o almeno di contenere la smobilitazione, degli elettori socialisti, e di deprimere una parte degli elettori di Podemos, che sono, non va dimenticato, in grande maggioranza voti di opinione fortemente influenzabili, nel bene ma anche nel male, dall’immagine di Podemos e del leader sui mass media.

 

La sinistra ora è più debole?

 

Se si concepisce la politica come marketing elettorale e si affida tutto all’immagine del leader, e alla suggestione del cambiamento nel quale il conflitto sociale è evocato ma non protagonista, è chiaramente più debole.

Se, al contrario, si è coscienti che per motivi contingenti, e spesso irripetibili, si può “sfondare” elettoralmente, nel periodo della crisi, ma che bisogna unire, consolidare, allargare, e soprattutto motivare il conflitto sociale e culturale con una strategia realistica per conquistare il governo, perdere una battaglia può anche essere salutare.

I dirigenti di Podemos e IU, delle Confluencias, hanno già detto che l’unità raggiunta non è messa in discussione dalla sconfitta elettorale.

Come sempre, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida, quelli restii o contrari all’unità proveranno a metterla in forse, utilizzando argomenti specularmente contrapposti.

Gli uni dicendo che l’unità con IU ha offerto il fianco a chi ha descritto Unidos Podemos come forza estremista, comunista, e incapace per questo di porsi l’obiettivo di conquistare la maggioranza del popolo. E gli altri dicendo che la diluizione di IU in una forza leaderistica, eclettica, e priva di radici reali nel tessuto sociale e nel conflitto è un’avventura che può disperdere un patrimonio storico e di lotta importante.

Si badi bene, io penso che entrambe queste posizioni, che non condivido, contengano però un nucleo di verità.

Era da mettere nel conto che PP, Psoe e Ciudadanos, oltre che alla grancassa massmediatica dei poteri forti, avrebbero giocato la carta dell’accusa di estremismo e di veterocomunismo per appannare l’immagine di una forza nuova, priva di precedenti sconfitte, che per questo per due anni è stata descritta come il “nuovo che avanza” da tutti.

Come è evidente che per militanti ed elettori orgogliosi della propria identità di sinistra e comunista, è di difficile digestione l’unità con un partito che si dichiara un giorno né di destra né di sinistra, un altro giorno populista di sinistra, un altro ancora veramente socialdemocratico, e così via.

Negare o sminuire queste cose è fuggire dalla realtà. Ma assolutizzarle sarebbe una fuga dalla realtà ancora più precipitosa e fallimentare.

Per il semplicissimo motivo che ci sono 5 milioni di persone in carne ed ossa, il 99 % delle quali rimarrebbe irrimediabilmente delusa da divisioni che non comprenderebbe in nessun modo, che sono convinte, magari superficialmente e confusamente, che la crisi è stata prodotta dal capitalismo, che bisogna difendere le conquiste in pericolo, che bisogna democratizzare le istituzioni e rendere la politica non un “affare” appannaggio delle élites privilegiate con il popolo spettatore passivo, bensì uno strumento di trasformazione della propria condizione materiale.

È indispensabile rimanere in sintonia con questi 5 milioni di persone, molti dei quali, per altro, sono direttamente impegnati in lotte durissime.

Ma per farlo non si devono scambiare i propri desideri con la realtà.

Una cosa è avere il vento in poppa con un’opinione pubblica favorevole, con i mass media amici che osannano il leader, con prospettive suggestive di cambiamento facile e subitaneo. Un’altra è avere i mass media che tentano di demolire il leader, e soprattutto affrontare scelte che comportano comunque prezzi elettorali. Come per esempio votare no al Psoe e lasciare il PP a governare. O come votare si al Psoe e rinunciare a molti dei propri contenuti. Non esistendo una terza presentare una delle due scelte come risolutiva e senza controindicazioni è una sciocchezza in termini logici e un crimine da imbroglioni di quarta categoria in termini politici.

Una cosa è resistere, anche eroicamente, e attraversare un deserto fatto di sconfitte e delusioni, senza avere mai la possibilità, per colpa di cause oggettive ed estranee alla propria volontà, ma non per questo meno reali come per esempio sistemi elettorali nemici, di incidere realmente dalle istituzioni nella realtà sociale, senza capire che così si può essere percepiti come parte del problema invece che come parte della soluzione. Ed un’altra è resistere per il tempo necessario, avendo coscienza dei propri limiti, senza mai perdere di vista l’obiettivo di unire tutto il possibile per un cimento che è e deve essere considerato come parziale e mai come totale. Quello elettorale.

La sconfitta di Unidos Podemos non è una disfatta. E ci sono tutte le condizioni per procedere nella costruzione di un’unità strategica, che non imponga a nessuno di rinunciare alla propria identità ed organizzazione e che al tempo stesso costruisca dal basso uno spazio democratico e partecipato. Che tenga conto degli errori fatti e che man mano si liberi di timori e soprattutto di facili illusioni.

Non sta certo a me approfondire questo tema e tanto meno indicare soluzioni politiche ed organizzative.

Come ho già detto in passato, però, penso che il modello della coalizione catalana En Comù Podem, che non per caso ha ribadito il proprio successo, che è profondamente e direttamente legata ai forti movimenti di lotta di cui i dirigenti sono espressione diretta, che agisce in una società densa di partecipazione e funziona collegialmente, e che ha saputo unire tutti i partiti e piccole organizzazioni della sinistra fin dalle scorse elezioni, sia un esempio valido.

Anche per la sinistra degli altri paesi europei.

 

ramon mantovani

 

pubblicato il 28 giugno 2016 sul sito http://www.rifondazione.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nuove elezioni in Spagna. La sinistra si unisce.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 Mag, 2016 by ramon mantovani

Podemos, Izquierda Unida e la formazione ecologista Equo hanno raggiunto un accordo per presentarsi uniti alle elezioni anticipate del 26 giugno.

L’accordo è stato sottoposto ad un referendum fra gli iscritti delle tre organizzazioni. Approvato con il 87,8 % dei voti in IU, con il 98 % in Podemos e con il 92 % in Equo.

Tutte le forze parteciperanno alla campagna elettorale con i propri rispettivi programmi già presentati alle elezioni di 5 mesi fa. Ma è stato elaborato un programma minimo comune che comprende tutti i punti già simili o identici fra quelli delle singole forze, e che prospetta le linee guida di un eventuale governo. Sia Podemos, che IU, che Equo, che le tre liste unitarie locali autonome di Catalunya, Galicia e Pais Valencià, avranno ampia autonomia e visibilità in parlamento. La formazione di gruppi parlamentari distinti è auspicata ma dipenderà dall’ufficio di presidenza del parlamento.

Izquierda Unida avrà un sesto degli eletti, senza contare le tre liste regionali.

Nella scheda elettorale (in Spagna non c’è un’unica scheda con i simboli di tutti partiti bensì una scheda per ogni partito o coalizione che l’elettore chiude in una busta e depone nell’urna) saranno visibili i simboli di tutte le forze coalizzate nella circoscrizione.

Il nome della coalizione non è ancora stato deciso.

Per comprendere l’importanza e la portata dell’accordo è necessario ricordare gli antefatti.

Alle elezioni del 20 dicembre del 2015, 5 mesi fa, l’accordo non fu possibile.

Nei mesi precedenti Izquierda Unida propose, reiteratamente e apertamente, di fare un accordo elettorale e programmatico di tutte le forze della sinistra alternativa, con l’ambizione di ottenere una vittoria elettorale sufficiente a produrre una svolta nel paese e un governo capace di rovesciare le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea, e di avviare un processo costituente per superare la costituzione del 1978, fortemente intrisa di continuità col regime franchista. Indicò nell’esperienza della lista vittoriosa alle elezioni municipali di Barcellona, Barcelona en Comù, l’esempio da seguire come modello di unità.

Podemos rifiutò la proposta sostenendo che non avrebbe proceduto a fare accordi generali con IU per non collocarsi all’estrema sinistra nello schieramento politico, avendo scelto di essere forza legata alla dialettica alto-basso e non alla tradizionale destra-sinistra, e si dichiarò disponibile a produrre liste unitarie solo in alcuni territori dove, oltre alle organizzazioni di Izquierda Unida o federate a IU, insistevano altre consistenti forze di sinistra locali e delle nazionalità catalane e galiziane. Compromis nel Pais Valencià. En Marea in Galicia, comprendente già da anni sia Anova (nazionalisti di sinistra) sia Esquerda Unida. Barcelona en Comù, Iniciativa per Catalunya e Esquerra Unida i Alternativa in Catalogna.

Un appello con centinaia di personalità del mondo della cultura, dell’arte, dei movimenti sociali, e con esponenti locali di Podemos e Izquierda Unida, invocò la necessità dell’”Unidad Popular”. Ma la segreteria di Podemos rispose, anche sprezzantemente, di no. Ed anzi si adoperò con successo affinché Izquierda Unida del Pais Valencià fosse esclusa dalla lista unitaria locale. E mise in pericolo tutte e tre le liste unitarie locali insistendo, senza però riuscirci, affinché nel nome e nella composizione fossero appendici di Podemos e non progetti politici unitari.

Così alle elezioni si presentarono 5 liste. Cosa possibile data la legge elettorale che non prevede un collegio unico statale.

Podemos in tutto lo stato tranne che nel Pais Valencià, Galicia e Catalunya. 3.182.082 voti (12,67% a livello statale comprese le tre regioni dove si è presentato in coalizione) 42 seggi.

Izquierda Unida – Unidad Popular in tutto lo stato tranne che in Galicia e Catalunya. 923.133 voti (3,67% comprese le due regioni dove si è presentato in coalizione) 2 seggi.    

Compromis – Podemos – Es el Moment nel Pais Valencià. 671.071 voti (2,67% a livello statale e 25,09% nel Pais Valencià) 9 seggi di cui 4 di Podemos.

En Marea in Galicia. 408.370 voti (1,63% a livello statale e 25,04% in Galicia) 6 seggi di cui 2 di Podemos e 1 di Izquierda Unida.

En Comù Podem in Catalunya. 927.940 voti (3,69% a livello statale e 24,74% in Catalunya) 12 seggi di cui 1 di Podemos e 2 di Esquerra Unida i Alternativa.

Anche per un osservatore superficiale appare chiaro che il non aver fatto una lista unitaria in tutto lo stato spagnolo è stato un grave errore.

Per diversi motivi.

1) La strategia elettorale di Podemos secondo la quale l’unità con Izquierda Unida avrebbe appannato l’immagine trasversale della formazione non ha funzionato. Al contrario le liste locali unitarie con IU e con forze esplicitamente di sinistra alternativa hanno raccolto percentuali più alte.

2) La somma dei voti di Podemos, di Izquierda Unida e delle tre liste unitarie locali avrebbe collocato una lista unitaria come seconda forza politica del paese, con circa 500mila voti in più del Psoe. Avrebbe incrementato i seggi di una quindicina collocandola come terza forza parlamentare a pochissimi seggi di distanza dal Psoe.

3) la campagna elettorale competitiva, con ovvi accenni polemici e progressivi distanziamenti politici fra Podemos e IU, ha senza dubbio deluso una parte dell’elettorato di entrambe le formazioni ed impedito l’effetto trascinamento che avrebbe avuto una lista unitaria. Come le tre liste locali dimostrano ampiamente.

Queste considerazioni appaiono oggi sostanzialmente inconfutabili agli occhi della stragrande maggioranza degli elettori e dei militanti di sinistra in Spagna.

Ma nei quattro mesi di trattative infruttuose fra le forze politiche per formare il governo fino all’inusitato scioglimento delle camere e alla conseguente convocazione di nuove elezioni sono successe altre cose che hanno determinato l’accordo fra Podemos e IU.

Vediamole, anche in questo caso sommariamente.

Appena insediata la legislatura PP, Psoe e Ciudadanos hanno siglato un accordo per eleggere la presidenza della camera precostituendo una maggioranza nell’ufficio di presidenza (uso i termini italiani per essere meglio compreso) allo scopo di impedire che le tre liste locali non collegate ufficialmente né a Podemos né a Izquierda Unida potessero avere gruppi propri. Senza entrare nel complesso regolamento delle Cortes basti dire che c’erano precedenti che lo avrebbero consentito. Come quando fu autorizzato il gruppo del PSC (Partit dels socialistes de catalunya) che pure era parte del PSOE. Podemos, del resto, in tutte e tre le liste aveva accettato che queste in parlamento si sarebbero costituite in gruppi autonomi. Lo stesso ufficio di presidenza ha impedito che IU formasse un gruppo proprio o in condivisione tecnica con altri. Anche in questo caso c’erano precedenti che lo avrebbero permesso.

Le conseguenze sono state molteplici.

La lista del Pais Valencià si è rotta e i 4 deputati di Compromis sono passati al gruppo misto. Le altre due hanno deciso di collocarsi nel gruppo di Podemos dato il suo peso e le prerogative che questo comporta, ottenendo una divisione dei tempi di parola e di iniziativa parlamentare, ma provocando però problemi ai deputati di Izquierda Unida di Galicia e Catalunya. In ogni caso è apparsa molto chiara all’opinione pubblica la natura complessa e plurale del gruppo parlamentare di Podemos.

Ma veniamo alle cose più imporanti.

Senza riferire le lunghe ed estenuanti trattative e i vari colpi di scena che si sono susseguiti, la sostanza era che c’erano in realtà solo due alternative realistiche dal punto di vista dei numeri parlamentari.

Governo di grande coalizione. Proposto dal PP e da Ciudadanos. Ma non accettato dal PSOE. Avrebbe avuto di gran lunga una maggioranza di seggi.

Governo di sinistra. Proposto da Podemos, Izquierda Unida e dalle tre liste locali (da ora le chiameremo Confluencias come fa la stampa spagnola). 161 voti su 176 necessari per la maggioranza assoluta. Si sarebbe dovuto aprire un dialogo con le forze indipendentiste catalane e nazionaliste basche per ottenere la maggioranza o assoluta o almeno semplice. Queste ultime si erano dichiarate disponibili. Il Psoe ha rifiutato.

Ma, ad un certo punto, con un colpo di scena Pedro Sanchez del PSOE accetta il mandato del Re per tentare di essere “investito” dal parlamento. Avvia un dialogo separato con la sinistra e con Ciudadanos e in tempi brevissimi stringe un accordo programmatico di governo con Ciudadanos. E chiede alle forze di sinistra di sostenerlo per impedire che il PP possa continuare a governare. Si sottopone al voto e viene bocciato in entrambe le votazioni.

(In Spagna la fiducia viene accordata dal parlamento al primo ministro e non al governo. Nella prima votazione è necessaria la maggioranza assoluta e nella seconda la maggioranza semplice. Se il primo ministro non viene eletto nelle due votazioni si torna al punto di partenza con nuove consultazioni del Re).

Seguono negoziati ma ormai diventa chiaro che il Psoe preferisce insistere sul suo accordo con una forza di destra (nel corso della campagna elettorale definita da Sanchez “di estrema destra”), ricattando la sinistra che a suo dire avrebbe dovuto sostenerlo nel voto di investitura con l’argomento ben conosciuto in Italia: “altrimenti fate un favore al PP”.

Nel terzo giro di consultazioni il Re verifica che non esistono possibilità per nessun candidato e si va dritti alle elezioni anticipate.

Ora, per quanto irrazionale possa apparire il comportamento del Psoe, ci sono due fattori che hanno fortemente condizionato il tentativo di Sanchez di agglutinare una maggioranza di governo e che nei fatti glielo hanno impedito.

Il primo è che sulla politica economica e sociale, sebbene retoricamente il Psoe abbia dipinto le proprie posizioni come una “svolta” di sinistra rispetto al precedente governo socialista di Zapatero e come antagoniste al programma del PP, in realtà non voleva né poteva (senza spaccarsi verticalmente) mettere in discussione nessun caposaldo delle politiche di austerità e dei tagli sociali.

Il secondo è che sia Izquierda Unida, sia Podemos (anche se con qualche colpevole esitazione) e tanto più le Confluencias ponevano come condizione prioritaria, oltre ad una vera svolta sul terreno economico sociale, anche l’autorizzazione di un referendum di autodeterminazione in Catalogna. E su questo punto il Psoe, che in passato era repubblicano e federalista, negli ultimi anni ha subito un’involuzione che lo ha portato su posizioni monarchiche e nazionaliste spagnole.

Dati questi condizionamenti il Psoe non poteva che fare come ha fatto.

La convocazione di nuove elezioni ha aperto, in tutta la sinistra spagnola e nei movimenti sociali significativi, un dibattito incalzante sulla necessità di costruire l’unità in un fronte comune, per conquistare i consensi necessari a determinare un’alternativa di governo.

La necessità, ed anche la razionalità politica, è una cosa. Ma come è ovvio la possibilità reale e la realizzabilità di un simile progetto è un’altra.

C’erano diversi scogli da superare.

Ora che l’accordo è fatto sarebbe sbagliato sorvolare sulle difficoltà superate. Sia per comprendere bene la natura dell’accordo, sia per capirne i limiti. E, sia detto per inciso, per poterne trarre lezioni utili a processi unitari in altri paesi europei, e segnatamente in Italia.

La prima difficoltà risiede nella diversità ideologica e programmatica delle forze politiche che hanno dato vita all’accordo. E nelle dinamiche interne ad ognuna di esse.

Dalla sua fondazione Podemos si è dichiarata forza “trasversale” e nel corso del tempo ha abbandonato via via gli obiettivi più radicali del suo programma. Mentre, per esempio, i programmi di Izquierda Unida e di Podemos alle elezioni europee del 2013 erano sostanzialmente identici, quelli delle elezioni del 20 dicembre 2015 sono stati molto diversi su questioni fondamentali. Podemos ha abbandonato l’idea di una rottura con la transizione del 1978 e la conseguente prospettiva di un processo costituente per la Repubblica. Ha abbandonato l’idea della disobbedienza ai trattati europei e della ristrutturazione del debito. Ha abbandonato la contrarietà alla NATO. E così via. Tutto ciò, ovviamente, per occupare uno spazio “centrale” nel mercato elettorale evitando di farsi schiacciare all’estrema sinistra.

Inoltre, le teorie neopopuliste di sinistra che ispirano il suo gruppo dirigente sono state alla base del tentativo, forte della popolarità televisiva del leader e di un assetto organizzativo interno ultraverticistico, di rivendicare la rappresentatività di tutti i movimenti sociali e di assorbire tutti gli interlocutori politici, sia a livello statale sia a livello territoriale.

La moderazione dei contenuti programmatici non ha prodotto gli effetti desiderati giacché secondo tutti gli studi e analisi Podemos è per gli spagnoli una forza inequivocabilmente della sinistra radicale. Nuova nel linguaggio e nello stile si, ma collocata alla sinistra del Psoe. Del resto nel corso delle trattative e dei dibattiti parlamentari la proposta di Podemos per formare un governo di coalizione con il Psoe, con Izquierda Unida e con le Confluencias, per quanto definita “di cambiamento”, “di progresso” ecc da Pablo Iglesias era definita “di sinistra” da tutti gli altri interlocutori politici e da tutta la stampa.

Analogamente il tentativo di assorbire Izquierda Unida è fallito. Nell’autunno 2015 Podemos ruppe all’improvviso le trattative per un accordo elettorale con IU Iglesias disse ai quattro venti che aveva molta stima di diversi dirigenti di IU, a cominciare da Alberto Garzon, e che li avrebbe candidati ed eletti volentieri se questi avessero accettato di entrare nelle liste a titolo individuale e non sulla base di un accordo politico con IU. Naturalmente ottenne un netto rifiuto. La presenza di IU nelle Confluencias di Galicia e Catalunya, oltre al milione di voti conquistati in condizioni difficilissime da IU in competizione con Podemos, hanno dimostrato banalmente che con IU bisogna fare i conti, rispettandone l’identità, la storia e il radicamento sociale. Anche il profilo politico di En Comù Podem, di En Marea e di Compromis, tutt’altro che identico o subalterno a Podemos, ha dimostrato che la omogeneizzazione di tutte le organizzazioni ed esperienze politiche in un Podemos “trasversale” è semplicemente impossibile. E che insistere su questa strada avrebbe condotto ad una implosione dello stesso Podemos.

Nel corso degli ultimi mesi all’interno di Podemos, ancorché in modo sotterraneo e poco trasparente, questi nodi sono venuti al pettine.

In numerose organizzazioni locali di Podemos, sia regionali che cittadine, anche importantissime come Madrid, sono esplosi conflitti interni di vario tipo e natura. Quando Iglesias ha destituito d’imperio (è facoltà del segretario generale di Podemos) il responsabile organizzazione del partito, nel gruppo dirigente centrale di Podemos è emersa una divergenza ben più consistente di quanto potesse apparire. La stampa ha parlato esplicitamente, in diversi casi esagerando volutamente ma senza per questo inventarsi nulla di sana pianta, di una divergenza fra Iglesias e Íñigo Errejón (responsabile della Politica, della Strategia e delle Campagne elettorali del partito ed universalmente considerato il numero 2 di Podemos) sulla natura stessa del partito e perfino sulla scelta o meno di permettere, con un voto favorevole, la nascita del governo Psoe Ciudadanos. I protagonisti della vicenda hanno ovviamente minimizzato profondendosi in attestati di stima reciproca, ma non hanno smentito di avere divergenze.

Insomma, è certo che senza questo bagno di realtà e senza un regolamento di conti interno al gruppo dirigente di Podemos sarebbe oggi difficile parlare dell’accordo unitario.

Anche in Izquierda Unida le cose non sono state facili.

Già ai tempi delle ultime elezioni quando Alberto Garzon, nominato capolista e quindi responsabile politico della campagna elettorale, insisteva per un accordo con Podemos, emersero forti divergenze nel gruppo dirigente di IU.

Vi erano due posizioni che potremmo definire di “diffidenza” e di “contrarietà” ad un processo unitario con Podemos.

La prima era ben spiegabile ed anche comprensibile, data la linea di Podemos esplicitamente vocata all’annessione di IU e alla liquidazione della sua trentennale esperienza, impersonata dallo stesso Coordinatore Federale di IU, Cayo Lara, e da diversi dirigenti nazionali e locali.

La seconda, di netta contrarietà, è quella della destra interna di Izquierda Unida, impersonata dall’ex Coordinatore Federale Gaspar Llamazares e dal partito Izquierda Abierta, di cui lo stesso Llamazares è portavoce.

Nel corso delle ultime settimane la posizione di Cayo Lara è stata di consenso sul tentativo di raggiungere un accordo con Podemos, ma con condizioni di reciprocità e programmatiche precise, mentre Gaspar Llamazares ha espresso più volta la contrarietà.

È evidente che se da una parte il modello di partito di Podemos, la sua natura ultraleaderistica, la sua spregiudicatezza nell’uso dei mass media ecc, per una forza politica anticapitalista e radicata come Izquierda Unida non può che suscitare diffidenza, dall’altra è altrettanto evidente che la crisi del sistema politico spagnolo bipartitico ha messo in questione anche il ruolo e la natura di IU.

Ed è esattamente su questo punto che si annidano le vere divergenze.

Nel sistema bipartitico spagnolo, a causa della legge elettorale senza collegio unico nazionale Izquierda Unida è sempre stata sottodimensionata nei voti rispetto alla sua presenza nelle lotte e sul territorio. Ha sempre pagato il prezzo di essere un “satellite” del Psoe in molti governi locali e nel parlamento quando si è astenuta permettendo al Psoe di governare in solitario, o di essere accusata di favorire il PP quando ha votato contro il Psoe.

Nel corso del tempo si sono sedimentati due modi di essere di IU. Forza interna al sistema dei partiti partecipe di numerosi governi locali, ed in alcuni casi anche alle pratiche di sottogoverno, egemonizzati dal Psoe. Forza orgogliosamente antagonista ed eticamente inattaccabile, ma impossibilitata a influire realmente ed a conquistare obiettivi per le classi subalterne.

La crisi sociale, la crisi politica, la nascita di Podemos e i suoi successi, la spinta all’unità per conquistare il governo nata con le esperienze municipali di Barcellona e Madrid, non potevano non mettere in crisi anche entrambe le propensioni poco sopra descritte. Una sostanziale appartenenza al sistema dei partiti in crisi e una subalternità al Psoe avrebbero condotto Izquierda Unida a una crisi irreversibile. Parimenti l’illusione di poter, con le proprie sole forze, guidare un’alternativa di governo, sul modello di Syriza, avrebbe separato IU da tutti i processi unitari e soprattutto da milioni di persone che vedono oggi per la prima volta la possibilità di tentare di cambiare le cose per davvero. 

Perciò è emersa una posizione politica, ed anche nuovi dirigenti a cominciare da Alberto Garzon, capaci di guidare IU nella mutante realtà politica spagnola. Capaci di mettere a valore l’esperienza e le proprie migliori tradizioni in processi unitari, senza rinunciare alla propria organizzazione e identità. Capaci di cacciare da IU la federazione di Madrid perché aveva deciso di non partecipare alla lista unitaria. Capaci di rinunciare alle lusinghe, in termini di seggi e di certezze, dell’assorbimento in Podemos e di rischiare tutto presentandosi soli alle elezioni, nella completa invisibilità massmediatica senza scadere mai, al contrario di Podemos, nella pratica degli insulti e denigrazioni dei possibili mancati alleati. Va detto che il Partito Comunista di Spagna, i cui militanti sono iscritti individualmente ad IU, nelle prese di posizione del suo gruppo dirigente ha fortemente aiutato e sostenuto la linea che alla fine è prevalsa in IU.

Ora vedremo lo svilupparsi della campagna elettorale e soprattutto i risultati, che con questa operazione unitaria della sinistra radicale potrebbero essere molto diversi dalla tornata precedente.

Se la lista diventasse la prima o la seconda forza politica del paese il Psoe dovrà decidere se appoggiare un governo di sinistra o fare la grande coalizione con PP e Ciudadanos.

Sarebbe scontato l’appoggio delle forze indipendentiste catalane e nazionaliste basche giacché nel programma minimo comune è previsto il diritto all’autodeterminazione per le nazioni interne allo stato spagnolo e un immediato referendum in Catalunya.

In ogni caso, anche se la differenza sarebbe enorme, o dal governo o dall’opposizione questa unità dovrà darsi una prospettiva di più lungo respiro.

Ancora una volta l’esperienza catalana di En Comù Podem, dove già si discute di far funzionare tutto sulla base della partecipazione dal basso con il principio una testa un voto, senza che nessuna delle forze politiche debba rinunciare alla propria organizzazione e identità, può essere un esempio per tutta la Spagna.

A mio parere dovrebbe e potrebbe esserlo anche per l’Italia.

ramon mantovani

Pubblicato il 12 maggio 2016 sul sito http://www.rifondazione.it

 

Chi ha veramente tradito il referendum sull’acqua?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile, 2016 by ramon mantovani

La Camera dei Deputati ha di nuovo tradito il referendum sull’acqua.

Sono seguite roboanti dichiarazioni di protesta di esponenti di Sinistra Italiana e del Movimento 5 Stelle. Numerosi articoli critici con la decisione del PD, del Governo, e della maggioranza della Camera. Tra i quali uno ottimo di Marco Bersani, esponente del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, nel quale si preannunciano mobilitazioni.

In questa sede è del tutto superfluo insistere sul fatto in sé.

È evidente che si tratta di un evento di inaudita gravità. Sia sul piano democratico sia su quello dei contenuti.

Tuttavia c’è qualcosa che non va nelle proteste ed anche nelle descrizioni del “misfatto”.

O meglio, c’è qualcosa che manca.

E senza questo “qualcosa”, come vedremo, la contestazione della privatizzazione dell’acqua, e le conseguenti mobilitazioni, rischiano di essere inefficaci.

Da anni, per non dire ormai da decenni, in tutto il mondo, e in particolare nei paesi dove la gestione del bene comune acqua era o è integralmente pubblica, è in corso il tentativo, già riuscito in molti casi, di affidare la gestione dei sistemi di distribuzione e manutenzione dell’acqua a società private, riconoscendo loro il diritto di estrarre dall’attività un profitto.

Per quanto possa apparire “irrazionale” che un bene indispensabile alla vita stessa possa divenire fonte di guadagno per società private, in realtà non lo è.

È certamente irrazionale dal punto di vista dell’umanità, delle specie viventi e dello stesso nostro pianeta. Ma non lo è per il mercato, per il sistema finanziario e in definitiva per il capitalismo.

La ricerca del massimo profitto non conosce limiti. Né ambientali, né sociali, né politici e né democratici.

I limiti imposti al capitale nello scorso secolo, sia dalle lotte del movimento operaio sia dagli stati nazionali (che hanno applicato le teorie keinesiane in risposta alla crisi del 29), sono risultati incompatibili con lo sviluppo capitalistico, e soprattutto con la finanziarizzazione che ne contraddistingue l’attuale fase.

Non si tratta soprattutto di “cattiveria”, di “cinismo”, di “egoismo” o di “avidità”. Tutte cose rintracciabili in quell’uno per cento dell’umanità che possiede più della metà della ricchezza mondiale. Si tratta invece di una necessità esiziale affinché il sistema capitalistico possa continuare ad esistere. Esso per continuare ad esistere ha bisogno di espandersi e mercificare tendenzialmente tutto. In altre parole si tratta di un meccanismo intrinseco alla natura stessa del sistema capitalistico, e non di un incidente o di un’escrescenza estemporanea propiziata magari da governi corrotti o semplicemente irresponsabili.

Non pretendo certo, in queste brevi note, di dimostrare l’assunto più sopra esposto. Eppure la semplice osservazione dei fatti dovrebbe almeno far riflettere tutti coloro che si sono mobilitati e si mobilitano in difesa dell’acqua bene comune.

È secondo me evidente che coltivare l’illusione di poter difendere i beni comuni individuando come nemico il governo di turno, senza la sufficiente consapevolezza delle reali origini del problema, può portare a gravi ed irrimediabili disillusioni.

Questa considerazione non incide minimamente sugli obiettivi della lotta in difesa dei beni comuni.

Lottare affinché la gestione dell’acqua sia integralmente pubblica, ed ispirata dagli interessi e dalle necessità della popolazione è un obiettivo sacrosanto, giusto, comprensibile ed anche realizzabile.

Ma bisogna, per non vedere rifluire la lotta alla prima battaglia, sapere che si tratta di una guerra mondiale e non di una scaramuccia con un Renzi di turno. Bisogna avere coscienza di quali interessi concreti si combattono. Bisogna, accanto alla lotta per gli obiettivi immediati, costruire un progetto alternativo al sistema che ha bisogno, per riprodursi, della privatizzazione e della mercificazione di ogni cosa. Bisogna condurre una battaglia culturale e ideologica contro l’egemonia del pensiero dominante che fa apparire “naturale” e perciò privo di alternative lo stato di cose esistente.

È fin troppo evidente, da questo punto di vista, l’inadeguatezza e la contradditorietà del Movimento 5 Stelle, che è incapace di capire la vera natura del problema e si limita a denunciarne, anche efficacemente, gli effetti superficiali e le responsabilità secondarie.

Per non essere frainteso concludo questa prima serie di considerazioni chiarendo che il movimento e la mobilitazione in difesa dei beni comuni in nessun caso devono, secondo me, dividersi fra chi possiede, o ritiene di possedere, la coscienza della portata del problema e chi no. O, peggio ancora, tra distinzioni prive di senso, come quella fra anticapitalisti e antiliberisti. Senza per questo evitare, eludere o sottovalutare la necessità di discutere approfonditamente e seriamente in sede di analisi due cose: l’origine dei problemi che si affrontano con la lotta e la fattibilità e realizzabilità degli obiettivi della lotta.

Detto questo, che vale soprattutto per le sorti del movimento per l’acqua bene comune, passiamo ad analizzare un secondo problema, che per quanto intrecciato con il precedente, ha una sua notevole importanza.

Nel 2011 il referendum è stato vinto.

È giusto e necessario rivendicare la portata e la pregnanza di quella vittoria, e conseguentemente denunciare i vari tentativi, fino al più recente, di vanificare il contenuto preciso ed inequivocabile del referendum.

Il popolo italiano ha deciso di abrogare la possibilità di affidare a privati la gestione di servizi pubblici e specificamente per l’acqua, la norma che prevedeva la “remunerazione del capitale investito”. Ogni tentativo di far rientrare dalla porta o dalla finestra ciò che per decisione popolare è stato cancellato è una violazione gravissima della democrazia. Un vero e proprio tradimento della volontà popolare. Punto.

Ma come è possibile che una simile cosa possa accadere? Come siamo arrivati fino a questo punto?

Come mai non c’è una vera e propria sollevazione popolare in risposta ad un simile tradimento? E soprattutto: come è possibile che gran parte di coloro che fecero la campagna referendaria per il Si oggi ne disconoscano gli effetti?

 

In altri paesi europei una simile cosa è impensabile. Le privatizzazioni dei servizi e della gestione dell’acqua sono state decise e promosse indifferentemente da governi di destra e da governi socialisti e socialdemocratici. Non sono mai divenute oggetto di contrasto fra i due schieramenti politici ed elettorali principali.

In Italia, invece, il referendum promosso sui contenuti del movimento contro le privatizzazioni fu usato strumentalmente dal PD per infliggere un duro colpo politico al governo Berlusconi. Accusato, giustamente, di voler rendere obbligatorie le privatizzazioni per gli enti locali.

Chiunque all’epoca abbia assistito ad un dibattito televisivo, sapendo distinguere fra fumo e arrosto, dovrebbe sapere fin da allora che il PD di Bersani fece la campagna esattamente sulla obbligatorietà o meno delle privatizzazioni e non sulle privatizzazioni in sé. Le forze della sinistra alternativa, tutte, e le associazioni interne ai movimenti di lotta, invece centrarono la battaglia coerentemente con il contenuto dei quesiti.

Non ci fu, che io ricordi, un solo talk show e/o un solo giornalista che abbia chiesto a Bersani conto della contraddizione nella quale stava più che comodamente. Contraddizione più che evidente anche perché la norma che introdusse la possibilità di privatizzare la gestione delle acque e il profitto riconosciuto alle società private fu introdotta nel 1993 con il voto favorevole del PDS (e dell’allora deputato Stefano Rodotà). Ed anche dei Verdi.

A votare contro, e non lo dico per apporre una medaglietta al bavero della mia giacca perché votare contro la privatizzazione dell’acqua dovrebbe essere un dovere elementare di qualsiasi forza che si consideri minimamente di sinistra, fummo soltanto noi di Rifondazione Comunista.

Ma c’è di più. Purtroppo.

Nel 2013 ci furono le elezioni politiche, alle quali si presentò una coalizione di centrosinistra composta da PD, SEL e PSI. Il nome della coalizione era “Italia bene comune”.

Nel nome stesso della coalizione è evidente il tentativo di ricollegarsi all’allora recente vittoria referendaria.

E certamente Bersani e Vendola usarono a piene mani in campagna elettorale l’evocazione della vittoria nel referendum.

Ma cosa diceva il programma della coalizione ITALIA BENE COMUNE sul punto che ci interessa?

Riporto qui uno stralcio di un mio articolo dell’epoca.

 

“Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.”

 

Naturalmente in quella campagna elettorale non ci fu un solo giornalista televisivo o della carta stampata che mise in evidenza l’imbroglio (perché di vergognoso imbroglio si tratta!) teso contemporaneamente a rivendicare la vittoria referendaria e a tradire, al tempo stesso, il referendum. Nessuno chiese a Vendola come potesse parlare contro la privatizzazione dell’acqua avendo contribuito a redigere e avendo firmato solennemente, con grande clamore di stampa, il programma di governo. Nessuno che mise in evidenza la differenza sostanziale fra il programma del centrosinistra e quello della coalizione Rivoluzione Civile, che sul punto in questione era inequivocabile.

Se scrivo queste cose non è per riaccendere inutili polemiche, e nemmeno per mettere in dubbio la buonafede dei deputati eletti nelle liste di SEL e del PD con il programma del centrosinistra guidato da Bersani, che oggi gridano scandalizzati al repentino ed improvviso tradimento del referendum da parte del PD di Renzi. Se hanno cambiato opinione dovrebbero dirlo esplicitamente. Se si sono fatti eleggere in buona fede su un preciso programma credendo che fosse contro le privatizzazioni mentre non lo era dovrebbero interrogarsi sulle loro capacità e serietà e rendere pubbliche le risposte. Se invece pensano che la “politica” sia esattamente far finta di essere, apparire, imbrogliare, dire cose ambigue che nascondono le vere intenzioni, allora la malafede è conclamata.

Se ho scritto queste cose è per cercare di far chiarezza.

Il PD di Renzi, sulle privatizzazioni (acqua compresa), è coerente e in linea con il PDS, con i DS, e con il PD e il centrosinistra di Bersani.

Gli imbrogli che si sono consumati intorno al referendum sull’acqua bene comune e col suo tradimento dovrebbero insegnare a tutte le persone di sinistra, ambientaliste, progressiste, o anche semplicemente interessate ad una gestione pubblica dei beni comuni, che il nemico è molto potente e che è necessario unirsi, lottare essendo consapevoli delle difficoltà della lotta.

L’unità di tutti/e coloro che sono contro le privatizzazioni e contro gli effetti delle politiche neoliberiste, per essere efficace necessita di chiarezza. Non può essere rappresentata nelle istituzioni da leader o partiti o coalizioni che alla prova dei fatti dimostrano di considerare i contenuti come variabili dipendenti da formule come il centrosinistra (come dimostra inequivocabilmente il programma del centrosinistra di Bersani e Vendola).

La vicenda dell’acqua dimostra che in Italia è possibile vincere battaglie ed essere maggioranza, a patto che si costruisca l’unità dal basso, sui contenuti antiliberisti e senza discriminazione alcuna.

È possibile a patto che il fronte antiliberista non venga diviso da preclusioni ingiustificate.

Attualmente esistono due proposte per unire la sinistra antiliberista.

Da una parte c’è Sinistra Italiana che chiede a tutti/e di abbandonare e sciogliere le proprie organizzazioni per far parte di un nuovo partito già pensato e predisposto dai parlamentari che si sono costituiti in gruppo. Dirigenti e parlamentari che però sono stati eletti su un programma incoerente con i contenuti proclamati, e che mantengono una pericolosissima ambiguità sul giudizio della natura del PD e conseguentemente del centrosinistra.

Dall’altra c’è la proposta, sostenuta da Rifondazione Comunista ed altri, che chiede di formare una forza politica unitaria alla quale tutti e tutte possano aderire senza per questo rinunciare alla propria ideologia e appartenenza, che venga costruita dal basso e funzioni democraticamente con il principio di una testa un voto, e che si dichiari inequivocabilmente indisponibile per accordi di governo e/o elettorali con il PD.

 

Non si tratta di una querelle fra gruppi dirigenti. Non si tratta di formule organizzative astratte o di scelta di leader.

 

O l’unità sarà dal basso, senza discriminazioni e con coerenza programmatica o avremo di nuovo divisioni inutili e perniciose.

 

Perché continuerà sempre ad esserci qualcuno che non imbroglia, che non fa finta di essere coerente mentre non lo è per nulla, che non è disponibile a tradire i contenuti delle lotte per miseri calcoli elettoralistici.

 

ramon mantovani

Le elezioni spagnole del 20 dicembre

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 dicembre, 2015 by ramon mantovani

Per capire i risultati delle elezioni spagnole del 20 dicembre è necessario conoscere, almeno sommariamente, il sistema elettorale. Altrimenti si può incorrere in gravi fraintendimenti ed errori interpretativi.
Il territorio dello stato spagnolo è diviso in 52 circoscrizioni elettorali provinciali.
Non esiste un collegio unico nazionale (come esisteva in Italia ai tempi del proporzionale) per attribuire ai partiti anche i seggi corrispondenti ai voti che non hanno concorso ad eleggere direttamente nelle circoscrizioni.
Essendo le circoscrizioni disomogenee dal punto di vista della popolazione e del rapporto seggi elettori sono sempre stati avvantaggiati i due grandi partiti (PP e PSOE) e i partiti nazionalisti catalani, baschi e galiziani. E svantaggiati i partiti presenti su tutto il territorio ma non abbastanza grandi per eleggere direttamente nella stragrande maggioranza delle circoscrizioni.
In altre parole, che gli esempi concreti parlano da soli, nelle elezioni del 20 dicembre i seggi dei partiti presenti su tutto il territorio hanno un rapporto con il numero di elettori molto diverso. Un seggio del PP rappresenta 58mila voti. Del PSOE 61mila. Di PODEMOS 75mila. Di CIUDADANOS 87mila. Di IZQUIERDA UNIDA 460mila (!!!).
Quanto alla differenza fra i partiti presenti solo in poche circoscrizioni rispetto a quelli presenti in tutte basti l’esempio che segue.
Il PARTITO NAZIONALISTA BASCO con 300mila voti elegge 6 deputati e IZQUIERDA UNIDA con 900mila voti ne elegge due. Il PNV con un terzo dei voti di IU elegge il triplo di deputati. Un deputato di IU rappresenta 460mila elettori e uno del PNV 50mila.

Questo sistema, come è evidente, ha sempre prodotto un effetto preciso: il bipartitismo e con esso il voto “utile”.

Nella stragrande maggioranza delle circoscrizioni gli elettori di IZQUIERDA UNIDA sapevano, legislatura dopo legislatura, che il loro voto sarebbe andato disperso, e quindi molti di loro hanno optato per votare per il PSOE contro il PP.
Questo effetto è stato moltiplicato in queste elezioni dalla presenza di PODEMOS accreditato nei sondaggi della possibilità di competere per vincere le elezioni.

Fino a qui la descrizione oggettiva del sistema elettorale e delle storture che produce nella rappresentanza.

Ora passiamo alle questioni politiche.

Prima dell’analisi del voto vero e proprio è necessario esaminare, sommariamente anche in questo caso e con particolare attenzione per la sinistra, le questioni politiche in ballo in questa tornata elettorale.

I temi centrali della campagna elettorale sono stati tre: le questioni economico sociali, la crisi del bipartitismo insieme al tema della corruzione e del “nuovo contro il vecchio”, la questione indipendentista catalana ed insieme le riforme costituzionali, federali o meno.

Il PP ha affrontato la campagna vantando la crescita economica del 3 % e la creazione di un milione di posti di lavoro negli ultimi due anni, attribuendoli all’efficacia della propria riforma del mercato del lavoro. Ha tentato di apparire come scevro da corruzione per aver espulso gli innumerevoli suoi dirigenti (anche di primissimo piano) accusati e condannati. Si è eretto come difensore strenuo della costituzione negando ogni possibilità di procedere a riforme in senso federale e tantomeno di riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

Il PSOE ha contestato i dati economici vantati dal PP e si è perfino lievemente autocriticato per aver promosso con l’ultimo governo Zapatero, ottenendo il voto del PP, la riforma costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione. Ha correttamente ricordato che i posti di lavoro sono tutti precari (il 50 % dei contratti sono di durata inferiore alla settimana) dimenticando che la maggior precarizzazione del mercato del lavoro fu operata dal governo Zapatero. Ha proposto di introdurre in costituzione i diritti sociali, ma senza rimuovere il pareggio di bilancio. Ha attaccato il PP sulla corruzione, salvo sentirsi elencare gli analoghi ed innumerevoli casi di corruzione del PSOE. Ha proposto una riforma federale della costituzione, senza toccare la monarchia, e negando il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

CIUDADANOS è un partito nuovo per la Spagna. Nato in Catalogna una decina di anni fa come piattaforma civica contro l’insegnamento prevalente della lingua catalana nelle scuole, e presente fino ad ora solo nel parlamento catalano. Quando la crisi del sistema bipartitico è stata evidente e PODEMOS era accreditato di poter vincere le elezioni, alcuni potentati economici e i loro mezzi di informazione hanno esplicitamente e dichiaratamente sponsorizzato un “necessario” PODEMOS di destra.
La sua campagna elettorale è stata incentrata su proposte ancor più liberiste di quelle del PP circa economia e lavoro, sulla retorica anticasta ed anticorruzione come uniche e vere responsabili della crisi, sul “nuovo contro il vecchio” e contro ogni aspirazione indipendentista e comunque all’autodeterminazione del popolo catalano.

Passiamo ora alle complicate vicende della sinistra.

Dentro la crisi e fino alle elezioni europee del 2014 IZQUIERDA UNIDA era, nei sondaggi, accreditata di crescite spettacolari. Era accreditata di raccogliere gran parte dei voti del movimento degli “indignados” essendo il suo programma coincidente con le rivendicazioni del movimento. Ristrutturazione del debito e non pagamento degli interessi sullo stesso. Disobbedienza ai trattati neoliberisti europei. Rottura con l’assetto costituzionale post franchista e processo costituente di una repubblica federale. Cancellazione della “riforma” costituzionale del pareggio di bilancio. Cancellazione delle riforme del mercato del lavoro dei governi di PP e PSOE. Contrarietà alla NATO e alle missioni militari spagnole in Afghanistan e seguenti. Riforma del sistema elettorale in senso strettamente proporzionale. Pieno riconoscimento della natura plurinazionale dello stato e diritto all’autodeterminazione per ognuna delle nazionalità. Sono questi punti programmatici sostanzialmente gli stessi con i quali IZQUIERDA UNIDA si è presentata alle elezioni del 20 dicembre.
Ma alle elezioni europee dell’anno scorso si presentò PODEMOS.
Un gruppo di professori (prevalentemente politologi e diversi esponenti di una formazione politica (IZQUIERDA ANTICAPITALISTA) fuoriuscita da IU proposero una lista elettorale richiamandosi esplicitamente al movimento degli indignados.
Il nome “podemos” (in italiano possiamo) deriva dallo slogan del movimento “si se puede” a sua volta copiato dallo slogan “yes we can” di Obama, ed usato soprattutto durante gli impedimenti degli sfratti dal forte movimento contro gli sfratti (PAH).
Questa nuova lista aveva lo stesso programma di IZQUIERDA UNIDA. Quasi identico.
Ma ebbe molto successo massmediatico (IZQUIERDA ANTICAPITALISTA aveva tentato già in proprio una presentazione elettorale ottenendo nel 2011 nelle circoscrizioni dove si era riuscita a presentare sempre meno del 0,5 % dei voti) solo ed esclusivamente per il capolista Pablo Iglesias. Fondatore di una TV digitale collegata ad un quotidiano e da tre anni presente in tutti i dibattiti televisivi come opinionista. Personaggio dalla forte retorica anticasta ed antisistema. Non privo di stravaganze, come una difesa apologetica del diritto democratico (sic) dei cittadini statunitensi a comprare e portare armi.
La lista di PODEMOS ottenne un ottimo 8 % dei voti, contro il 10 % di IZQUIERDA UNIDA e 5 deputati europei contro i 6 di IU.
Da quel momento Iglesias moltiplicò ancor di più le sue presenze televisive.
In pochi mesi fu fondato il partito. La struttura del quale è ultraverticistica. Segretario generale con enormi poteri. Segreteria omogenea scelta dal leader. Decisioni importanti prese sottoponendo a referendum fra gli iscritti (in internet senza pagamento di nessuna quota) le proposte del leader ed eventuali altre alternative. Nei diversi referendum fatti non hanno mai votato più del 20 % degli “iscritti” con successo plebiscitario delle proposte di Iglesias.
Il partito venne fondato in una kermesse (sei settemila partecipanti) con una forte retorica anticasta, con la ostentazione della volontà di conquistare la “centralità” della scena politica e di non confinarsi nella logica destra-sinistra.
PODEMOS sui territori verrà costituito in seguito con una attenta selezione dei gruppi dirigenti operata dalla squadra centrale di Iglesias.

IZQUIERDA UNIDA, sempre più ignorata dai mass media, reagisce a tutto ciò proponendo unità. Dichiarandosi disposta a rinunciare alla propria stessa presenza elettorale in favore di una lista unitaria costruita dal basso, capace di agglutinare tutto ciò che fosse antiliberista e concorde con i programmi di IU e di PODEMOS, ancora sostanzialmente uguali. E indica come responsabile della costruzione dell’unità e come proprio eventuale candidato (da sottoporre a primarie) a capeggiare tale lista Alberto Garzon, il 29enne deputato eletto da IU alle politiche del 2011 come espressione diretta del movimento degli indignados, di cui era esponente di primo piano.
Ma ormai i sondaggi cominciano a dire che PODEMOS è il primo partito, e che Iglesias sarà il nuovo capo del governo.
Intanto sorgono, sull’esempio da Barcellona dove la PAH locale lo propone prima della fondazione di PODEMOS, in diverse città della Spagna esperienze unitarie che raccolgono movimenti sociali e partiti della sinistra radicale. Esperienze alle quali PODEMOS si accoderà buon ultimo, non foss’altro che perché costituitosi dopo che erano già ampiamente avviate.
Queste liste vincono le elezioni in molte città. IZQUIERDA UNIDA partecipa a quasi tutte. E dove le sue organizzazioni locali non lo fanno, come a Madrid, vengono sconfessate dalla direzione nazionale già in campagna elettorale, e poi espulse da IU.
Ma i mass media, nonostante i risultati delle contemporanee elezioni regionali deludenti rispetto alle aspettative (PODEMOS è sempre terzo o quarto o quinto partito e sempre dietro al PSOE), attribuiscono il successo delle liste unitarie cittadine unicamente a PODEMOS.

Da quel momento però, PODEMOS, comincia a calare nei sondaggi. Forse a causa di polemiche interne che ovviamente trovano ampio eco sui mass media. Forse a causa del sostegno che PODEMOS da, ancorchè dall’esterno, a diversi governi locali del PSOE. Forse a causa delle accuse di estremismo che gli vengono rivolte da più parti per la natura antisistemica del suo programma. Ma certamente a causa del primo successo di CIUDADANOS alle regionali. E dalla competizione di CIUDADANOS su un terreno che fino a quel momento era stato esclusivo di PODEMOS: la retorica anticasta e anticorruzione.

IZQUIERDA UNIDA insiste nella costruzione di una lista unitaria sul modello di Barcelona en Comù in tutta la Spagna. A sostegno di questa proposta si schiera un appello per una lista di unità popolare firmata da centinaia di intellettuali, artisti, dirigenti sindacali ed anche da molti esponenti locali di PODEMOS.

Ma PODEMOS inizia un processo di scivolamento verso posizioni moderate.

Alle richieste unitarie di IU risponde che non vuole somme di sigle. Nonostante IU non le proponga affatto è Iglesias in TV a rappresentare così la proposta unitaria di IU.

Poi vengono le elezioni catalane. La lista unitaria CATALUNYA SI QUE ES POT ha un pessimo risultato. Principalmente dovuto all’inconsistenza della proposta politica federalista in elezioni polarizzate sul tema dell’indipendenza, al grande successo della lista indipendentista di estrema sinistra CUP, ma anche al settarismo di Iglesias che si rifiuta di comparire in pubblico con Garzon, nonostante PODEMOS e IU nazionali sostengano la stessa lista, e a gravi errori dello stesso Iglesias che non trova di meglio da fare che insultare la CUP e appellarsi al voto degli immigrati spagnoli in Catalogna contro i catalani.
Tutte cose che provocano le dimissioni della segretaria di PODEMOS in Catalogna.
Nei mesi successivi PODEMOS continua a calare nei sondaggi.
La proposta di IU sembra prendere quota. In Catalunya, Pais Valencià e Galicia, si discute di liste unitarie con le forze locali, compresi PODEMOS e IZQUIERDA UNIDA. Liste che saranno collegate ad una sola lista in tutto lo stato in caso di accordo fra IU e PODEMOS. O che saranno indipendenti da entrambi nel caso in tutto il resto della Spagna ci siano le due liste di PODEMOS e IU. E che quindi in parlamento formeranno gruppi autonomi. La legge lo permette visto che non esiste un collegio unico nazionale.
Nella discussione fra la segreteria di PODEMOS e IU, mantenuta rigorosamente riservata, IU accetta che non si faccia un accordo generale e pubblico e che la lista unitaria sorga come accordo in ognuna delle province.
Ma neppure questo basta perché inusitatamente PODEMOS, con un improvviso comunicato stampa dichiara chiuso ogni dialogo con IU. Ed accusa Alberto Garzon di aver rifiutato di far parte delle liste di PODEMOS. Come se per IU fosse possibile accettare di avere un solo candidato indipendente nelle liste di PODEMOS senza nemmeno poter discutere del programma.
Da quel momento la deriva moderata di PODEMOS pare inarrestabile.
La discussione programmatica di PODEMOS approda a non parlare più delle cause strutturali della crisi a cominciare dal debito. Niente più ristrutturazione del debito e tanto meno non pagamento degli interessi. Niente più disobbedienza ai trattati europei e alla troika. Niente più No alla NATO e per giunta Iglesias annuncia la candidatura dell’ex capo di stato maggiore del governo Zapatero (campione della guerra in Afghanistan), niente più rottura con la monarchia e la costituzione postfranchista bensì “nuova transizione”. Ormai il profilo programmatico di PODEMOS è sempre più vicino a quello del PSOE che a quello di IU. Ed infatti il leit motiv della campagna di PODEMOS è stato l’appello agli elettori socialisti delusi dalla corruzione, il nuovo contro il vecchio (con grandi riconoscimenti a CIUDADANOS in questo senso), e i temi della casta.
Perfino sul tema catalano la prima versione presentata all’opinione pubblica non parla di “referendum di autodeterminazione” come concordato dalla lista catalana in cui PODEMOS è presente insieme a Esquerra Unida i Alternativa e alle forze locali. PODEMOS è costretto ad aggiungere il referendum e a scusarsi per la “dimenticanza”.
A tutto ciò va aggiunto il profilo sempre più da marketing elettorale di Iglesias.
I sondaggi dicono che il nuovo re è popolare presso gli strati meno acculturati della società? Ecco che Iglesias partecipa ad incontri e ricevimenti (sempre disertati dalle forze della sinistra) omaggiandolo di regali (raccolte di serie televisive) in modo da comparire sui rotocalchi rosa come simpatico amico del re. O dice che gli piacerebbe vedere il re candidarsi a presidente della repubblica e che è sicuro che vincerebbe (presidenzialismo monarchico?). Il rivale Albert Rivera (CIUDADANOS) spopola nelle trasmissioni di intrattenimento? E allora si va a cantare e a suonare la chitarra nelle stesse trasmissioni. E a raccontare episodi gustosi della propria vita privata. Per la prima volta in Spagna i candidati principali dei partiti partecipano a questo tipo di trasmissioni, chi ballando, chi cantando, chi giocando a ping pong con un cantante, chi esibendosi in paracadute, chi portando i figli piccoli alle trasmissioni, e così via… (italia docet!). L’unico a non farlo è Alberto Garzon. Che ovviamente per questo risulta molto meno visibile e conosciuto degli altri.

Insomma, a sinistra alla fine il quadro politico alla vigilia delle elezioni era questo.
Non si può dire, ovviamente, come sarebbero andate le cose in caso di lista unica. Ma certamente non ci sarebbe stata la deriva moderata di PODEMOS.
Perché si possono conquistare voti d’opinione sulla base dell’immagine rassicurante e sorridente, omettendo di dire cose troppo “radicali” e puntando ad incrementare la credenza che la crisi si risolva tagliando gli stipendi alla casta e mettendo in galera i corrotti. Utilizzando le categorie del nuovo e del giovane contro il vecchio. Ma è difficile sostenere che si possa fondare su questo una alternativa di governo.
Mi spiace, ma è più o meno il contrario dello spirito del movimento degli indignados.
Ed è, senza ombra di dubbio, vergognoso che la stampa italiana, compresa quella sedicente di sinistra, presenti PODEMOS come se fosse la SYRIZA spagnola, o ignori (consapevolmente o meno) la complessità del risultato elettorale, come vedremo tra pochissimo.

A questo link si può trovare la tabella dei risultati ufficiali.

http://resultadosgenerales2015.interior.es/congreso/#/ES201512-CON-ES/ES

Come si può osservare PODEMOS ha ottenuto 3 milioni 181mila voti. Pari al 12,67 % dei voti e a 42 seggi.
Per il semplice motivo che le liste EN COMU’ PODEM (Catalogna), EN MAREA (Galizia) e COMPROMIS-PODEMOS-ES EL MOMENT (Comunidad Valenciana) sono liste unitarie comprendenti forze locali (ben superiori a PODEMOS locale) e IU (Catalogna e Galizia). E che queste liste avranno diritto a gruppi parlamentari propri, avendo superato gli sbarramenti dei 5 deputati e il 15 % dei voti nella propria regione. Queste tre liste sono andate molto bene, tutte e tre sul 25 % dei voti nei propri territori, e sono tutte o primo (Catalogna) o secondo partito, comunque davanti al PSOE.
Ancora una volta IU è stata penalizzata dai mass media che hanno attribuito sic et simpliciter a PODEMOS tutti i voti e i seggi di queste tre liste. Compresi i voti e gli eletti di IU in Catalogna e Galizia. Quelli di Barcelona en comù e Iniciativa per Catalunya in Catalogna e quelli di IU e dei nazionalisti galiziani di sinistra in Galizia.
In questo modo IU appare come quasi sparita nonostante i 920mila voti a cui si dovrebbero sommare almeno una parte, difficile se non impossibile da quantificare ma non certo irrilevante, del milione e 400mila voti ottenuti dalle liste unitarie in Catalogna e Galizia.

Del resto uno studio fatto dal quotidiano digitale “El Diario” dice che sommando i voti di PODEMOS, delle tre liste unitarie regionali, e di IU una lista unica avrebbe superato il PSOE di più di 500mila voti ed ottenuto 14 deputati in più.
È pur vero che è arbitrario fare questa somma. Però se le liste unitarie nei territori dove si sono fatte sono andate molto bene, e comunque molto meglio delle liste di PODEMOS nel resto della Spagna, bisognerebbe tenerne conto. Soprattutto per il futuro.

Forse non è detto che la sinistra reale o radicale che dir si voglia debba, per conquistare voti nella speranza di governare, diventare sempre più moderata fino a confondersi con i socialisti liberisti. E diventare sempre più spregiudicata conducendo campagne elettorali americane. E puntare sulla demagogia e sulla retorica anticasta non in aggiunta bensì in sostituzione della critica alle vere cause della crisi. E costruire partiti dalla incerta ideologia (il neopopulismo di Lacau) e con un leader proprietario che decide tutto con il consenso plaudente di miriadi di individui soli davanti al computer.

Forse.

La sconfitta dei due partiti maggiori è tale che sembra impossibile che si possa formare un governo. CIUDADANOS ha già detto che favorirà la stabilità permettendo con i suoi voti di astensione l’investitura del presidente del governo del PP, ma che rimarrà all’opposizione (in Spagna è possibile eleggere il presidente del governo con una maggioranza semplice in seconda votazione e poi governare in minoranza). Però anche con l’astensione di CIUDADANOS il PP non avrebbe la maggioranza semplice. Quindi il PP tenterà di ottenere altri voti di astensione. Ma ogni strada sembra preclusa. A parte pochissimi deputati di formazioni locali di centro o di destra delle Canarie e di altre Comunità Autonome, sembra impossibile che il PSOE possa disporsi a permetterlo. E lo stesso dicasi per i partiti nazionalisti catalani e baschi, con cui ormai il PP è ai ferri corti sulla questione dell’autodeterminazione.
I socialisti hanno già annunciato il voto contrario all’investitura di Mariano Rajoi, e sono alla ricerca di eventuali alleati per tentare di formare governo nel caso Rajoi non venga investito. Ma PODEMOS ha posto la condizione impossibile da accettare per il PSOE per cui il governo dovrebbe impegnarsi a permettere referendum di autodeterminazione nelle Comunità dove esistono nazioni (Catalogna, Paese Basco, Galizia). È vincolato a questa posizione dalle liste unitarie catalane e galiziane nelle quali è presente al pari di IU. CIUDADANOS potrebbe astenersi anche sulla investitura di Pedro Sanchez del PSOE, ma ha avvertito che non lo farà insieme a PODEMOS.
Insomma, la situazione sembra bloccata.
Vedremo come evolverà nelle prossime settimane e forse mesi. Lo scioglimento del parlamento per impossibilità di formare un governo ed elezioni anticipate non sono una prospettiva improbabile.
Le forze indipendentiste catalane hanno dichiarato di voler procedere con il processo unilaterale di costruzione di una Repubblica Catalana e si appellano alla lista EN COMU’ PODEM affinché constati che nel parlamento di Madrid non esiste nessuna maggioranza che possa permettere un referendum vincolante in Catalogna, e si aggiunga quindi nel processo di “disconessione” progressiva della Catalogna dallo stato spagnolo. Dopo tre mesi di trattative il 27 dicembre l’assemblea delle CUP (Candidature d’Unità Popolare, formazione indipendentista di estrema sinistra che non si presenta per scelta alle elezioni spagnole e i cui voti sono probabilmente andati in buona parte a EN COMU’ PODEM) dovrà decidere se i suoi dieci deputati catalani permetteranno la formazione di un governo di stretta osservanza indipendentista e con un programma fortemente segnato da misure progressiste di stampo sociale, ma guidato da un esponente della destra liberale catalana, Artur Mas.
Infine, IZQUIERDA UNIDA insiste sulla necessità di “ripensare” tutta la sinistra sul modello delle liste unitarie che hanno dimostrato che l’unità di tutte le forze di sinistra, politiche e sociali, su programmi radicali è in grado di sfondare e di proporsi seriamente per un’alternativa alle politiche liberiste.
C’è da sperare che PODEMOS capisca che l’alternativa, soprattutto in tempi di buia crisi sociale, è possibile con l’unità su un programma coerente e non a colpi di marketing elettorale e moderazione programmatica.
Per il momento, purtroppo, si tratta solo di una speranza.

Ramon Mantovani

Pubblicato sui siti http://www.controlacrisi.org e http://www.rifondazione.it il 22 dicembre 2015