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Siria, la guerra totale

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 settembre, 2013 by ramon mantovani

È impossibile capire quanto sta avvenendo in Siria e in Medio Oriente senza una chiave di lettura capace di individuare il motore di una immensa destabilizzazione di tutta l’area, che ha agito negli ultimi venti anni, a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ogni altra interpretazione dei sommovimenti, delle guerre civili e delle tensioni fra gli stati dell’area, per quanto parzialmente fondata sulla descrizione di episodi ed avvenimenti, si è rivelata incapace di elaborare previsioni azzeccate e soprattutto di fornire la base per una soluzione politica e negoziata dei conflitti armati e non, che incendiano tutto il Medio Oriente.

Anzi, a dire il vero, appare sempre più chiaro, per lo meno agli occhi di chi ha conservato un minimo di spirito critico, la natura strumentale e propagandistica delle sofisticate campagne di disinformazione di massa perpetrate dai mass media “occidentali”.

Stando alla pubblicistica corrente, per non parlare delle comparsate in TV di “esperti” capaci di dire, anche a distanza di poche settimane, tutto e il contrario di tutto, in Siria sarebbe in corso una “rivolta” popolare contro un regime dittatoriale. I “rivoltosi” o “insorti” che dir si voglia sarebbero una formazione composita ed anche inquinata da settori del fondamentalismo islamico, ma tutto sommato tesa a conquistare libertà e democrazia. Le potenze occidentali, USA e paesi ex colonialisti europei, sarebbero dilaniati dalla contraddizione di voler, da una parte, assolvere al proprio compito “storico” di promuovere ed esportare la democrazia, e dall’altra di rapportarsi agli stati dell’area secondo le norme del diritto internazionale, anche coltivando più o meno inconfessabili rapporti vantaggiosi con i singoli regimi al potere negli stati dell’area.

Se non stessimo parlando di morte, distruzione, esodi di massa, si potrebbe davvero ridere nel sentire gli inventori, storici utilizzatori e venditori delle armi di sterminio di massa, accusare qualcuno di utilizzarle in una guerra civile senza esclusione di colpi, per giustificare interventi militari a favore di una fazione in lotta nella guerra civile. Fazione che si è armata ed incoraggiata a produrre una guerra civile al fine di rovesciare un regime non addomesticato agli interessi imperialistici e neocolonialisti occidentali e che, nel caso, si deve sostenere attivamente dal punto di vista militare fornendo dall’esterno quella superiorità aerea che gli manca per compiere la propria missione, come è già avvenuto in Libia.

È davvero stupefacente osservare come sia possibile che capi di stato, considerati (sic) “progressisti” e di “sinistra” come Obama e Hollande, possano sostenere e proporre di violare ogni norma del diritto internazionale, di annullare l’ONU che rimane l’unica sede di mediazione pacifica della comunità mondiale o di ridurla a notaio di accordi tra le potenze sottoscritti in sedi informali o, peggio ancora, in sede di alleanze di parte, come il G8 o la NATO. Le “notizie” fabbricate dai servizi di intelligenza amplificate acriticamente dal 90 % dei mass media, ed anche in internet, sono buone per manipolare un’opinione pubblica sempre più disinformata. Lo sono meno per ancorare una discussione seria fra gli stati nei luoghi preposti dal diritto internazionale. Ma anche in questo caso servono per presentare, come successe in Bosnia e poi nel Kosovo, una comunità internazionale divisa fra volenterosi amanti dei diritti umani e cinici indifferenti e complici del male assoluto. E per spiegare, quindi, la necessità di agire in proprio nel nome del bene.

Certo, col passare del tempo e le numerose smentite che la cronaca, se non la storia, ha prodotto dei molti pretesti con i quali si sono giustificate intraprese guerresche occidentali, le parole di Obama e di Hollande mostrano sempre più la corda. Tuttavia non bisogna sottovalutare la funzione di traino esercitato in questo momento da USA e Francia, che infatti incassano firme su documenti che sostanzialmente, anche se non immediatamente, giudicano e condannano il governo Assad ed implicitamente chiudono i varchi e gli spiragli di una qualsiasi soluzione negoziata del conflitto. E costringono Russia e Cina ad un ruolo comprimario e refrattario, proprio perché incapace ed impossibilitato a promuovere una soluzione negoziata in sede internazionale ed in sede locale fra le diverse fazioni in lotta.

Per meglio comprendere cosa stia succedendo realmente bisogna fare alcuni passi indietro, perché come ho accennato all’inizio esiste una spiegazione che può illuminare lo scenario, rimuovendo le ombre prodotte dalla disinformazione e dalle spiegazioni episodiche e superficiali interessate.

Proprio in questi giorni si può sentire parlare ripetutamente del “fallimento della guerra in Iraq”. Certamente, rispetto agli obiettivi proclamati, e giustificati con clamorosi falsi, l’avventura della Coalizione dei Volenterosi e della guerra illegale e unilaterale, si potrebbe parlare di pieno fallimento. L’Iraq è tutt’altro che pacificato e in realtà ormai gran parte del Medio Oriente è stato destabilizzato, anche sul piano interno ai singoli paesi. Il conflitto israeliano palestinese si è aggravato ed aggrovigliato maggiormente. E tutto ciò ha prodotto e produce conflitti armati, che per altro sono un buon mercato per i produttori di armamenti, decine di migliaia di morti e milioni di profughi.

Basta considerare questo apparente fallimento come il vero obiettivo, invece di credere ai pretesti e alle veline della CIA, e si può scoprire che tutta la strategia iniziata con la Prima Guerra del Golfo ha avuto pieno successo.

Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia si sarebbe potuto procedere ad una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e all’implementazione dell’articolo dello Statuto dell’ONU che prevede la formazione di una forza militare internazionale utile a svolgere la funzione di polizia internazionale. Si sarebbe cioè potuto evitare che la fine della guerra fredda sboccasse in un governo unilaterale del mondo da parte dei paesi ricchi e promuovere in ogni dove la soluzione negoziata e politica dei conflitti armati.

Invece è successo il contrario. L’ONU è stata fatta apparire agli occhi del mondo come incapace di risolvere i conflitti. Notevole il caso della Bosnia dove USA e diverse altre potenze occidentali si sono rifiutate di fornire i Caschi Blu necessari ad interporsi alle fazioni in lotta per imporre una soluzione negoziata, al fine di lasciar aggravare il conflitto allo scopo di giustificare l’intervento diretto della NATO. O è stata cancellata, scavalcata ed umiliata come nel caso della guerra in Yugoslavia e in Iraq. Sempre è stata ridotta al ruolo di notaio utile solo a ratificare le situazioni di fatto emerse dagli interventi unilaterali o a fornire un avallo pseudo legale a monte degli stessi.

Ne è scaturito un mondo nel quale i paesi ricchi, o occidentali che dir si voglia, hanno rilanciato la NATO come autoproclamato gendarme del mondo. Per questo invece che sciogliersi in assenza del nemico storico si è rafforzata ed allargata notevolmente. E gli USA hanno usato con sapienza l’unilateralismo e il multilateralismo, la ricerca della risoluzione del Consiglio di Sicurezza atto a giustificare le guerre o la più spudorata illegalità extra-ONU, al fine di continuare ad esercitare un ruolo egemonico fondato sulla pura e semplice potenza militare.

Un mondo nel quale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza trovano applicazione solo se sono promosse o sposate da alleanze o potenze militari di parte o nel quale queste ultime possono agire come vogliono anche senza nemmeno una riunione del Consiglio di Sicurezza è un mondo governato da una dittatura, nel senso pieno del termine.

È come, mi si permetta un paragone suggestivo ma non per questo non pertinente, uno stato nel quale governo e parlamento non hanno la polizia a disposizione per fare applicare le leggi. Se la polizia è quella privata della decina di famiglie più ricche quali leggi saranno fatte applicare e quali no? Se le polizie private agiscono fuori dalla legge o contro la legge chi potrà impedirglielo?

La strategia della “guerra permanente”, la confezione delle giustificazioni “umanitarie” per le guerre guerreggiate, l’unilateralismo statunitense o l’unilateralismo occidentale ancorché definito “multilateralismo”, hanno scientemente destabilizzato il Medio Oriente al fine di rilanciare il dominio occidentale. Hanno messo perfettamente nel conto che la destabilizzazione avrebbe prodotto conflitti interreligiosi, interetnici ed avrebbe esasperato le tensioni fra i singoli stati dell’area. Solo sprovveduti in buona fede (che sono sempre i più pericolosi) o bugiardi in mala fede potevano e possono pensare che USA ed alleati possano essere sorpresi dalla non pacificazione dell’Iraq e di tutta l’area. La prova più evidente è che il proclamato nemico giurato, il terrorismo fondamentalista islamico, è stato più volte armato e utilizzato o favorito di fatto con totale cinismo. Ed è quel che sta avvenendo in queste ore in Siria.

I centri studi e le agenzie di intelligenza degli USA e dei paesi della NATO sanno benissimo che i regimi, perché di regimi si tratta, scaturiti nel periodo della decolonizzazione e nel quadro della guerra fredda, al potere in stati multietnici e multi religiosi tendenzialmente ingovernabili se non in modo autoritario non possono essere sostituiti da “democrazie occidentali”. Sanno benissimo che quegli stati possono deflagrare o produrre conflitti e guerre civili di lungo periodo. Sanno benissimo che in tutto questo per sterminate masse aumenta la credibilità del fondamentalismo islamico. Ma è esattamente questo l’obiettivo che permette di perpetuare, con le ovvie produzioni spettacolari di pretesti e di giustificazioni, il rilancio della potenza militare come leva egemonica e di dominio del mondo, proprio quando il sistema economico capitalistico produce contraddizioni e disastri sociali che ne mettono in evidenza la vera natura.

Qualche giorno fa sul Manifesto in un bell’articolo Annamaria Rivera si chiedeva che fine abbia fatto il movimento pacifista, che all’epoca della guerra in Iraq fu definito “la seconda potenza mondiale”.

A mio modestissimo parere, per quanto percorso e positivamente intriso di ripudio etico della guerra e della violenza, non può esistere un movimento pacifista che non sia capace di analizzare le tendenze di fondo economiche e geopolitiche che producono le guerre. Le spiegazioni etiche e semplificate non solo si rivelano incapaci di fermare le guerre, ma risultano inadatte a produrre alternative concrete ed obiettivi realisticamente realizzabili. Non si tratta di cinismo o minimalismo. Si tratta di avere una politica o meno.

Se le considerazioni esposte in questo articolo hanno anche un minimo fondamento bisognerebbe che il movimento pacifista (ed aggiungo: la sinistra degna di questo nome) dovrebbero saper dire:

1) la guerra civile in Siria non può essere risolta se non con un negoziato politico e con la ricerca di un nuovo assetto politico istituzionale che sia rispettoso delle etnie e religioni tutte.

2) nel Consiglio di Sicurezza si dovrebbe discutere di una missione di pace sotto il comando diretto dell’ONU (come quella in Libano) che svolga la funzione di interposizione e di tutela delle popolazioni civili.

3) le coalizioni a geometria variabile e la NATO devono essere superate in favore della piena assunzione da parte dell’ONU della funzione di polizia internazionale.

4) l’Italia deve dichiarare di non partecipare e nessuna missione militare che non sia di Caschi Blu e che non abbia come obiettivo l’arresto dei conflitti armati e la soluzione politica degli stessi. Deve conseguentemente riformare il proprio modello di difesa e rimettere in discussione l’appartenenza alla NATO.

Senza questi obiettivi politici, od altri analoghi e altrettanto realistici sui quali si può proficuamente discutere, i pacifisti sono destinati a dividersi inesorabilmente e ad essere subalterni, nonostante la radicalità delle posizioni etiche, alla imperante politica di guerra. Sono destinati a scendere in piazza contro Bush insieme agli apologeti della guerra umanitaria in Kosovo, a riporre malamente le proprie speranze in Obama o in Hollande. Sono destinati cioè ad essere impotenti contro la guerra.

 

ramon mantovani

 

pubblicato sul sito www.scenariglobali.it il 10 settembre 2013

 

Ora la Libia è sul mercato

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto, 2011 by ramon mantovani

La guerra in Libia sta concludendosi? Pare di si. O forse no, perché le guerre civili non si concludono facilmente. Ma il bilancio, provvisorio, di questa guerra sembra abbastanza chiaro. Almeno per chi ha occhi per vedere e non ha mandato il cervello all’ammasso. Nessuna delle menzogne, dei falsi pretesti e delle suggestioni abilmente propalate dal sistema di disinformazione e di manipolazione delle opinioni pubbliche mondiali ha resistito alla prova dei fatti. Nessun principio e nessuna legge del diritto internazionale è stata rispettata. In Libia c’era e c’è senza ombra di dubbio un regime oligarchico, per non dire familiare, oppressivo e per molti aspetti grottesco. Ma si possono citare almeno una decina di altri paesi retti da regimi simili, che hanno recentemente represso nel sangue rivolte popolari, considerati “amici” dell’occidente, alcuni dei quali hanno perfino partecipato alla “protezione dei civili” in Libia. In Libia non c’è stata, come in Tunisia e in Egitto, una rivolta popolare spontanea provocata dalla crisi bensì un’insurrezione a base territoriale (quanto ispirata e fomentata da potenze straniere e da un parte dello stesso regime libico si vedrà presto) guidata dall’ex ministro della giustizia di Gheddafi e da un tale Mahmud Jibril. Quest’ultimo, poco prima della “ribellione” aveva dovuto dimettersi dall’incarico di responsabile della politica economica del governo di Gheddafi, in quanto le sue proposte di liberalizzazioni e privatizzazioni erano state bocciate. Se Gheddafi le avesse accettate ci sarebbe stata la guerra? Oggi Jibril è il capo del governo provvisorio dei “ribelli”. E’ indaffarato, più che a combattere, a girare per il mondo trattando sulle liberalizzazioni e privatizzazioni che il regime libico aveva scartato. Solo un’illegale risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (illegale in quanto l’ONU non può promuovere alcuna azione militare senza aver prima esplorato ogni iniziativa politica e diplomatica) e solo la violazione della stessa risoluzione ONU (violazione perché prevedeva che nessuna arma avrebbe potuto essere fornita sia al governo sia ai “ribelli” ed escludeva ogni azione atta a rimuovere Gheddafi dal potere), insieme all’intervento della NATO come aviazione di una delle parti in causa, hanno prodotto la sconfitta di una parte del regime ad opera di un’altra parte del regime. I morti civili, la distruzione delle infrastrutture del paese e l’esodo di centinaia di migliaia di immigrati in Libia da altri paesi africani, sono stati considerati un prezzo da pagare ben volentieri per mettere le mani sul petrolio libico e per smantellare l’ottimo welfare pubblico che ai libici garantiva lavoro, sanità, istruzione e abitazioni. Senza dimenticare l’obiettivo politico del rilancio ulteriore della NATO come gendarme del mondo e della trasformazione dell’ONU in notaio delle decisioni dei paesi ricchi (con mormorii senza uso del potere di veto di Russia e Cina). Eccolo il bel multilateralismo di Obama! E degli europei, tra i quali gli apologeti più convinti di ogni distruzione del diritto internazionale, delle guerre umanitarie e dello strapotere della NATO sono gli esponenti del Partito Socialista Europeo e in Italia del PD e della corte dei pennivendoli tanto ostili a Berlusconi quanto guerrafondai. Come fu ai bei tempi della guerra del Kosovo, anche quella condotta come aviazione di una parte contro l’altra, presentata come difesa umanitaria dei civili. Multilateralismo per fare la guerra allo scopo di spartirsi il bottino. Costituito da contratti sul petrolio ben più vantaggiosi per le multinazionali di quelli attuali e da usare come antidoto alla politica petrolifera del Venezuela, dell’OPEC e dei paesi dell’ALBA. Costituito da sicuri investimenti (con relative delocalizzazioni in Italia ed Europa) in tutti i settori economici fino ad ora pubblici per l’orda famelica delle imprese europee. Le stesse che a migliaia hanno saccheggiato Tunisia ed Egitto negli ultimi due decenni. Multilateralismo che vacillerà, come del resto era incerto all’inizio di questa pessima storia quando USA, Francia e Germania avevano posizioni diverse, appena il signor Jibril dovrà “decidere” quali compagnie petrolifere dovranno godere di più, a cominciare dall’ENI. Nelle prossime ore, giorni e settimane si riuniranno i vertici politici della NATO e del Gruppo di Contatto. In quelle sedi si misureranno i rapporti di forza interni al multilateralismo, e il peso delle bombe sganciate da ognuno acquisterà un peso politico. Probabilmente la guerra civile libica continuerà in altre forme, e basterà etichettare i seguaci di Gheddafi come terroristi per giustificare ogni tipo di repressione. Poi l’ONU ratificherà e metterà un timbro. Come è dovere dei notai. Infine, va pur detto che fra le vittime di questa guerra c’è il movimento pacifista. Travolto dalle truppe dei manipolatori dell’opinione pubblica e in parte arruolato nei corpi scelti d’elite dei guerrafondai umanitari.

Che riposi in pace!

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 25 agosto 2011

L’ONU e le bombe

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo, 2011 by ramon mantovani

Mi riconosco completamente nelle posizioni espresse negli articoli di fondo e di commento pubblicati nelle ultime settimane su Liberazione circa la vicenda libica. Non ripeterò, quindi, i giudizi articolati sui diversi regimi investiti dalle rivolte popolari. Come non ribadirò il senso delle diverse motivazioni che militano contro l’intervento militare guerrafondaio in corso in Libia. Mi interessa, invece, mettere in evidenza un punto controverso (forse il più controverso) della questione pace-guerra oggi. Si tratta della presunta legittimazione che l’ONU avrebbe la facoltà di concedere ad intraprese militari del tutto assimilabili alla guerra, ancorché condotte con i moderni strumenti militari che permettono alle potenze occidentali di condurre la guerra dal cielo senza subire perdite, e trasformando una delle fazioni in lotta nelle proprie truppe di terra.

Non c’è telegiornale o talk show, non c’è pensoso commentatore ed “esperto di politica internazionale” o di “politica militare”, tranne qualche mosca bianca generalmente censurata, che non dica o scriva che le Nazioni Unite hanno autorizzato…, hanno legittimato…, hanno deciso…, e così via. Come qualcuno dovrebbe pur ricordare la guerra contro la Repubblica Federale Yugolslava del 99 non fu nemmeno discussa in sede di Consiglio di Sicurezza ONU e l’allora Segretario Generale lamentò di non essere nemmeno stato informato dell’inizio dei bombardamenti. Fu, invece, il G7 allargato alla Russia a decidere, pur essendo un puro incontro informale non retto da alcun trattato internazionale, la fine del conflitto. Come qualcuno dovrebbe ricordare sul precedente conflitto bosniaco l’ONU esercitò la propria funzione predisponendo una missione militare d’interposizione allo scopo di impedire la continuazione del conflitto armato. Peccato che non disponendo di propri strumenti militari, per altro previsti fin dal 1945 nell’articolo 43 dello Statuto ma mai organizzati a causa della guerra fredda, dovette ricorrere al buon cuore di paesi volontari ed organizzò una forza di circa 5000 unità invece delle 60.000 considerate necessarie. Così i baschi blu dell’ONU nulla poterono contro le diverse pulizie etniche fino all’intervento della NATO, che venne fatto esattamente dai paesi che si erano rifiutati di mettere a disposizione dell’ONU le truppe necessarie affinché la missione di interposizione avesse successo. Senza ricordare questi due precedenti è difficile capire cosa stia succedendo oggi in Libia, giacché si tratta di un caso analogo a quello della Repubblica Federale Yogoslava. Analogo perché si tratta di un paese membro dell’ONU, dilaniato da una guerra civile interna. E l’analogia finisce qui. Anche se distingue inequivocabilmente questa fattispecie di casi da quelli dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Lasciamo perdere i “motivi umanitari” ai quali credono solo gli ipocriti e cinici complici degli obiettivi neocoloniali conclamati delle potenze occidentali. Stiamo sul punto della funzione dell’ONU e sulla sua presunta facoltà di legittimare e autorizzare intraprese militari di parte.

Di fronte alle tragedie umanitarie prodotte da un conflitto armato che sia in grado di minacciare la pace a livello internazionale, senza entrare nello specifico della situazione libica, cosa dovrebbe fare l’ONU?

In più articoli dello Statuto si parla chiarissimo. Non ho qui lo spazio per citare lo Statuto (ne consiglio però una ri-lettura periodica come per la Costituzione Italiana). Ma non temo smentite se affermo che è improntato alla soluzione negoziale e diplomatica di ogni conflitto, all’idea di riduzione drastica degli apparati e delle spese militari ed alla ricerca di soluzioni collettive e concordate dei conflitti. Ovviamente lo Statuto prevede anche interventi militari, ma solo nel caso falliscano tutte le azioni non militari (previste negli articoli 40 e 41).

Chiunque può giudicare se l’ONU abbia o meno esperito tutti i tentativi che il suo statuto prevede per mettere fine ad un conflitto nle caso della Libia. Eppure ci sono state proposte per esercitare una funzione di mediazione, proposte per avviare un negoziato. Tutte volutamente ignorate sia dai ribelli anti-Gheddafi sia dalle potenze occidentali. E fin qui è normale e sembra la copia esatta della vicenda kosovara. Ma sono state ignorate anche dal Segretario Generale dell’ONU! Che però, per questo, è venuto meno ad un suo preciso compito statutario. A nulla vale dire che bombardare una parte in lotta in una guerra civile è una azione in difesa dei civili, come ha fatto Ban Ki-moon. È un grottesco aggiramento e svuotamento dello Statuto dell’ONU.

In altre parole la risoluzione del Consiglio di Sicurezza è illegittimo, ed anche ove la colpevole astensione di Cina e Russia, che solo ora sembrano accorgersi della vera natura guerrafondaia della risoluzione (sic), lo abbia reso apparentemente legittimo, è più che criticabile. E non giustifica in nessun  modo l’atteggiamento di chi, governo od opposizione che sia, vorrebbe venderlo come oro colato indiscutibile.

Ma c’è di più.

Anche questa vicenda dimostra che è assurdo, sempre che i principi e il diritto internazionale abbiano un valore, che dopo ventidue anni dalla fine della guerra fredda l’ONU non disponga di una propria forza militare permanente per esercitare la funzione di polizia internazionale, come previsto dall’articolo 43 del suo Statuto.

Rimanendo nel regime “transitorio” per cui il Consiglio di Sicurezza deve “autorizzare” missioni di paesi “volonterosi”, spiegato se non giustificato dall’equilibrio della guerra fredda, si codifica e cristallizza il monopolio occidentale (leggi soprattutto NATO) dell’uso della forza militare.

Mi si scuserà la sommarietà del paragone, ma è come dire che uno stato emana leggi ma non avendo una polizia ai propri ordini, deve affidarsi alle polizie private dei più potenti cittadini, per farle rispettare. Ci saranno leggi per cui si troverà la polizia ed altre che rimarranno inapplicate per mancanza della forza necessaria. Ed è esattamente ciò che succede nel mondo.

Tutti quelli che si dichiarano difensori dei diritti umani, preoccupati per le crisi umanitarie, desiderosi di promuovere la democrazia in ogni dove, e che fanno finta di non sapere queste cose o, peggio ancora, le ignorano, accettando l’idea che lo Statuto dell’ONU sia una variabile dipendente dagli interessi dei paesi più armati e più potenti non è solo ipocrita. È complice e servo della dittatura “occidentale” che trascina il mondo nella catastrofe e che uccide lentamente le Nazioni Unite riducendole sempre più a “notaio” delle proprie decisioni.

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 23 marzo 2011

Afghanistan: una proposta contro l’imbroglio demagogico

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , on 13 ottobre, 2010 by ramon mantovani

Noi proponiamo il ritiro unilaterale delle truppe italiane, la fine della guerra della NATO, un cessate il fuoco e un negoziato politico interno e internazionale (con il concorso del Pakistan e dell’Iran) garantiti dal presidio del territorio da parte di una forza di Caschi Blu (con l’esclusione dei paesi attualmente belligeranti). Altre “soluzioni” sono semplicemente la prosecuzione della guerra o, peggio ancora, l’ennesimo imbroglio demagogico, cinicamente giocato sulla pelle degli afghani e degli stessi soldati italiani. Il governo italiano, se avesse una propria politica estera, dovrebbe proporre in sede NATO il ritiro e l’apertura di una nuova fase gestita dall’ONU, dai paesi dell’area e dai belligeranti afghani. Ma una simile proposta, per quanto sia l’unica pragmatica e realistica, si scontrerebbe con la vera natura della guerra e con i suoi veri obiettivi (che non sono cambiati solo perché dall’unilaterale “Enduring Freedom” siamo passati al “multilateralismo occidentale” della NATO), e contro gli interessi dell’industria bellica USA. Quindi il governo italiano dovrebbe ritirare unilateralmente le proprie truppe, seguendo l’esempio olandese, proprio per esercitare l’unica pressione seria e possibile in sede NATO e verso gli USA, al fine di mettere fine ad una guerra che mai potrà essere vinta sul piano militare. L’opposizione (parlamentare), se avesse una propria politica estera diversa da quella degli USA e quindi diversa da quella del governo Berlusconi, presenterebbe immediatamente una mozione in parlamento per il ritiro unilaterale, sia per mettersi in sintonia con l’opinione pubblica sia per sfruttare le evidenti contraddizioni fra Lega e PDL. Ma non lo farà. Continuerà a vagheggiare “ridiscussioni della missione”, non meglio precisate “exit strategy” senza proporre nulla di concreto e così via. Finirà inevitabilmente con il discutere, anche dividendosi, delle false piste proposte dal governo (come quella di La Russa sulle bombe), utili solo a rappresentare, nella politica spettacolo, come unica dialettica possibile quella interna ai favorevoli alla guerra, e a far apparire come estremistica, irrealistica e velleitaria qualsiasi idea o proposta che sia contraria alla guerra come soluzione del problema afghano. Noi abbiamo mille ragioni per essere contro questa guerra. Sono politiche ed anche etiche. La principale delle quali è quella per cui siamo contro la costruzione di un nuovo ordine mondiale, conseguente alla globalizzazione capitalistica, nel quale i paesi “occidentali” dominano e “governano” il mondo sconvolto dalla crisi, attraverso la “guerra permanente” e la riduzione dell’ONU ad “ente inutile”. Perciò siamo contro la NATO e contro il governo USA. Perciò pensiamo che su questo punto corra un confine fra ciò che è di sinistra e ciò che è di destra.

Il resto sono chiacchiere e pagliacciate buone solo per i talk show.

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 12 ottobre 2010

Kosovo, le certezze di D’Alema.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , on 25 marzo, 2009 by ramon mantovani

L’ex presidente del consiglio Massimo D’Alema ha rievocato, con una lunga intervista su “il Riformista” la “guerra che rifarei”.

Nel decennale della guerra del Kosovo ci saremmo aspettati qualche riflessione critica (pretendere un’autocritica da D’Alema è utopistico) da parte di coloro che prepararono e sostennero l’intervento militare della NATO. Invece registriamo l’ennesima rivendicazione di una linea, quella del rilancio della NATO e della dottrina multilaterale, e la spudorata riproposizione del grande imbroglio sulla natura umanitaria della guerra.

La guerra fu preparata trasformando l’UCK, nel breve volgere di alcuni giorni, da organizzazione terroristica (così era definita ufficialmente dagli USA e da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) in organizzazione patriota. Gli attacchi dell’UCK, nel frattempo bene armata dagli USA e rafforzata perfino dagli uomini di Al Queda, ai villaggi in maggioranza serba alimentarono la risposta delle milizie di estrema destra serbe e soprattutto il consenso intorno ad un governo di unità nazionale che salvò Milosevic dal disastro dopo la rovinosa sconfitta elettorale nelle amministrative.

La guerra fu preparata alzando la tensione diplomatica e con una mastodontica operazione di disinformazione sulla crisi umanitaria. Tanto sfacciata quanto efficace visto che in realtà la vera crisi umanitaria cominciò esattamente un minuto dopo l’inizio dei bombardamenti e coinvolse sia i serbi sia gli albanesi kosovari.

La guerra fu preparata con una finta trattativa a Rambouillet nella quale si pose al governo juguslavo una condizione inaccettabile per poter dichiarare esaurita ogni trattativa: la presenza di truppe NATO su tutto il territorio jugoslavo per un periodo indefinito.

La guerra fu preparata con un atto segreto, l’Act order, in sede NATO firmato dai capi di governo, a insaputa dei rispettivi parlamenti, che decise l’ineluttabilità dell’intervento militare delegando ai vertici militari l’esecuzione tecnica e temporale dell’ordine politico impartito.

La guerra fu fatta senza che nemmeno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne avesse discusso e, per quanto riguarda l’Italia, senza che il parlamento avesse votato alcun mandato in proposito. Tutto in violazione del diritto internazionale e della costituzione italiana.

Mentre i bombardieri USA e italiani scaricavano le migliaia di tonnellate di bombe su ponti, fabbriche, scuole, ospedali, ferrovie e perfino televisioni ed ambasciate di paesi terzi, a Waschington la NATO celebrò un summit nel quale modificò il proprio statuto per poter intervenire fuori dai propri confini, senza nessuna copertura ONU. Portando così a compimento la mutazione genetica da alleanza “difensiva” ad autoproclamato gendarme del mondo.

Mentre i bombardieri italiani centravano obiettivi civili e militari, compreso il sistema di telecomunicazione jugoslavo di proprietà italiana da pochi mesi, D’Alema disquisiva dell’ottima “esperienza umana e professionale” che avrebbero compiuto i nostri piloti. E mentre il movimento pacifista scendeva in piazza in Italia e in tutto il mondo Cossutta si esercitava in finte operazioni diplomatiche e la CGIL di Cofferati scendeva anch’essa in piazza, ma per appoggiare la guerra umanitaria definendola una “contingente necessità”.

La guerra fu conclusa in una riunione del G8, che così fece un altro passo per diventare il vero direttorio del mondo. Con un accordo che non prevedeva la famosa clausola di Rambouillet, a dimostrazione della sua strumentalità, per essere poi ratificato dal Consiglio di Sicurezza, sempre più notaio dei paesi ricchi e potenti e sempre meno titolare della sicurezza mondiale.

La guerra, negli anni successivi, continuò a bassa intensità, sotto il vigile controllo delle truppe NATO di occupazione, e produsse 250 mila profughi serbi, fino ad arrivare all’autoproclamata indipendenza kosovara, gravissimo precedente per l’Europa e in aperto contrasto con lo stesso accordo che mise fine ai bombardamenti. E l’ultimo governo Prodi riconobbe il Kosovo indipendente in violazione del proprio programma e dei deliberati parlamentari.

Che D’Alema sorvoli su molte di queste cose non è casuale ma non è nemmeno frutto di imbarazzo. E’ solo logico per chi cinicamente pensa che la propria missione sia governare l’esistente badando bene a correre in soccorso… dei vincitori.

Il mondo cambia, il capitalismo è in crisi, e le guerre aggravano i problemi, ma per D’Alema tutto è come dieci anni fa.

Possiamo solo dire che se lui dichiara “rifarei quella guerra” la nostra opposizione di allora fu sacrosanta e lungimirante.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 25 marzo 2009

la guerra dopo l’11 settembre

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 agosto, 2002 by ramon mantovani

L’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono ha certamente aperto una nuova fase. Ma quale? Siamo alla presenza di un rilancio degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale? Siamo entrati in una fase di scontro di civiltà che obbliga l’Europa, il Giappone e la stessa Russia a subire l’egemonia americana? Siamo alla vigilia di una nuova politica “isolazionista”, tradizionalmente repubblicana, che spiega l’insofferenza verso la stessa NATO, se in gioco ci sono i puri interessi USA? Oppure viviamo una nuova fase della globalizzazione capitalistica? Non è facile rispondere a queste domande, perché ognuna contiene una risposta implicita aderente ad una parte della realtà. Che vi sia un rilancio della superpotenza americana è fuor di dubbio. Dall’attacco subito si traggono le giustificazioni e le ragioni per riproporre la potenza americana come gendarme mondiale. Ma con l’evocazione di uno scontro di civiltà interreligioso il gendarme promuove schieramenti a geometria variabile che, sebbene indubitabilmente guidati dagli USA, restano indispensabili al perseguimento degli obiettivi strategici che mirano all’edificazione di un nuovo ordine mondiale fondato sul comando del G8 e del sistema di alleanze conseguente. E’ pur vero che nell’attuale contingenza recessiva e di crisi finanziaria si riaccendono gli spiriti isolazionisti repubblicani e che negli USA vengono difesi puri interessi imprenditoriali locali, soprattutto in settori maturi, che a loro volta provocano contraddizioni con gli stessi alleati. Così com’è vero che dopo l’attacco subito gli USA tendono a “fare da se” più che a mediare nell’ambito della NATO con gli alleati più recalcitranti. C’è un punto, però, che rimette ognuno di questi aspetti nel suo ruolo preminentemente secondario. Si tratta della chiave con la quale si può interpretare correttamente ogni atto sullo scenario geopolitico: l’instabilità. L’instabilità non è una conseguenza non voluta, è il fine e al tempo stesso il maggior strumento di governo reale del mondo. La globalizzazione finanziaria e produttiva è di per se stessa produttrice di profonda instabilità sul terreno economico-finanziario. Gli assetti geopolitici usciti dalla guerra fredda, il ruolo degli stati, gli equilibri del consiglio di sicurezza dell’ONU, sono tutti oggettivamente punti di resistenza rispetto al pieno dispiegarsi degli interessi delle grandi multinazionali. Costituiscono un quadro da rompere e non da modificare lentamente. Con tutta evidenza nel corso degli anni novanta e in questo primo scorcio di secolo si è lavorato alla destabilizzazione d’alcune aree regionali: balcani, medio oriente, africa nera, america latina, Caucaso. Con l’11 settembre tutto ciò viene accelerato e reso globale e, coerentemente, gli Stati Uniti guidano un processo teso a creare alta tensione sulla base della quale implementare il ruolo politico del G8 a scapito dell’ONU e di qualsiasi altro organismo politico regionale come l’Unione Europea, sempre più ridotta a mercato liberalizzato. L’ingresso a pieno titolo della Russia nel G8 e la sua graduale integrazione nella NATO preludono ad un ulteriore passo nella costruzione del nuovo ordine così come l’ingresso della Cina nel WTO e il prossimo ingresso della Russia preludono ad una nuova, e come già si vede turbolenta, fase della globalizzazione economica. Instabilità e guerra permanente di tipo nuovo (Kossovo ed Afghanistan) sono la cifra del governo politico reale del mondo oggi. Solo così si spiega la voluta destabilizzazione di tutto il medio oriente sia con la cancellazione del processo di pace israelo-palestinese, sia con i ventilati attacchi all’Iraq. Al contrario di quanto pensano molti osservatori gli USA sono interessati a rimettere in discussione il loro rapporto con i cosiddetti paesi arabi moderati. Mentre scrivo non so se ci sarà o meno un attacco in grande stile all’Iraq contro il parere di Egitto, Giordania ed Arabia Saudita, ma intanto il solo annuncio serve a scuotere tutto il medio oriente e tende a costringere ogni paese a cercare una propria nuova collocazione nel mondo globalizzato. Anche qui troppe rendite di posizione dei paesi arabi moderati, che sono costate ai palestinesi non meno delle aggressioni israeliane, costituiscono un ostacolo al pieno dispiegarsi della globalizzazione. Basta volgere uno sguardo anche distratto all’America Latina dove è stato interrotto il processo di pace in Colombia e dove già si parla di un nuovo colpo di stato contro Chavez, dove le turbolenze sociali prodotte dalla crisi finanziaria attuale sono semplicemente represse nel sangue, per capire che l’instabilità è un dato generale e non circoscritto al medio oriente. Insomma, la guerra e la vocazione autoritaria delle organizzazioni che presiedono alla globalizzazione ci accompagneranno per una lunga fase e sono ben più gravi che semplici manovre per il controllo di un oleodotto o di un giacimento energetico. Per questo, e non solo per motivi etici, la discriminante contro la guerra è vitale per il movimento che si oppone alla globalizzazione, così come per qualsiasi discorso sul dialogo fra le sinistre in Italia e in Europa.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione nell’agosto 2002

sulla globalizzazione

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 settembre, 1998 by ramon mantovani

La crisi delle “tigri asiatiche”, per anni indicate come modello e come punto di riferimento per la competizione internazionale, si è oggi inequivocabilmente allargata all’America Latina, alla Russia, e comincia ad interessare Wall Street e l’Europa. Si parla apertamente del rischio di una fase recessiva a livello mondiale, che avrebbe esiti semplicemente catastrofici sul terreno economico e sociale. Nel corso di questo periodo sono successe alcune cose nuove ed interessanti. Innanzi tutto gli USA sono corsi in sostegno del Giappone e di altre piazzeforti capitalistiche. Questa è una cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile. In altri tempi il capitalismo statunitense avrebbe gioito della crisi giapponese, avrebbe avuto l’occasione e lo spazio per espandersi ai danni dell’avversario. Oggi, invece, una crisi giapponese investe direttamente il capitalismo americano fino al punto di trascinarlo con se nel baratro. E’ la globalizzazione! E’, in altre parole, un capitalismo che non si può più definire americano o giapponese, bensì mondiale. Di fronte ad una crisi di questa portata il governo reale dell’economia, quello tecnocratico ed autoritario del FMI, della Banca Mondiale, dell’OCSE e del G 8, risponde con la riproposizione della ricetta neoliberista: meno stato e più mercato (privatizzazioni e distruzione dello stato sociale), liberalizzazione dei mercati e flessibilità del lavoro. La vicenda russa di questi giorni è fin troppo esemplificativa di questa realtà. Le società transnazionali (oggi 40000 contro le 600 di 20 anni fa) pretendono il ruolo che loro spetta nel mondo capitalistico. Vogliono cioè comandare liberandosi degli intralci della democrazia e della sovranità dei popoli (come dimostra ampiamente la vicenda dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti). In un mondo fatto in questo modo la NATO è, ogni giorno che passa, sempre di più lo strumento di dominio del capitalismo globale e dei paesi che si fanno interpreti degli interessi dello stesso e che raggruppano la stragrande maggioranza dei consumatori di ricchezze. L’ONU, ed ogni altro luogo che abbia una qualsiasi parvenza di democrazia e di eguaglianza fra i popoli (come il Tribunale Penale Internazionale) sono oggetto di boicottaggio, quando non di attacchi diretti da parte degli USA e di altri paesi ricchi (in prima fila il governo inglese di “centrosinistra”). Insieme a queste tendenze terribilmente negative cominciano ad esserci spiragli positivi. L’Europa resiste meglio di altri alla crisi ed oggi deve decidere se applicare il neoliberismo che ossessivamente propone il FMI o se cercare un diverso modello economico di sviluppo e di relazioni con il terzo e quarto mondo. La stessa discussione in Italia su “svolta o rottura” è esattamente riferita alla strada che tenterà il governo Prodi rispetto al bivio in cui si trova tutta l’Europa. Intanto il governo francese si è opposto all’AMI, bloccandolo, ed oggi dice per bocca di Jospin che: “E’ ben chiaro oggi che l’euro è un fattore di stabilità e un elemento di protezione, ma occorre andare più lontano. Ieri l’Asia, oggi la Russia, domani forse l’America latina: le crisi finanziarie ci ricordano che il capitalismo è una forza che va ma non sa dove va. La missione dei socialisti è di controllarne il corso, regolarlo e trasformarlo perché vi sia più giustizia”. Più o meno l’opposto di quel che dicono Ciampi e Prodi proprio in questi giorni. Per parte sua il Movimento dei non allineati discute della proposta del governo sudafricano di “lanciare un’offensiva globale per sconfiggere la povertà assumendosi la responsabilità per il proprio sviluppo economico” e di “ assumerci l’incarico di definire un nuovo ordine mondiale di prosperità e di sviluppo in cui regni l’uguaglianza tra tutte le nazioni della terra”. Si comincia cioè a discutere di alternativa globale al modello capitalistico vigente e vincente, e non in ristretti circoli intellettuali o d’avanguardia. Cominciano a farlo governi e movimenti di massa, oltre che un crescente numero di forze comuniste e di sinistra. Del resto sarebbe stato impensabile che i comunisti e la sinistra antagonista continuassero imperterriti, anche se qualcuno continua a farlo, a non vedere cosa è e come funziona concretamente il capitalismo contemporaneo, riproponendo impossibili alternative nazionali o addirittura nazionalistiche.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel settembre 1998