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Siria, la guerra totale

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 settembre, 2013 by ramon mantovani

È impossibile capire quanto sta avvenendo in Siria e in Medio Oriente senza una chiave di lettura capace di individuare il motore di una immensa destabilizzazione di tutta l’area, che ha agito negli ultimi venti anni, a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ogni altra interpretazione dei sommovimenti, delle guerre civili e delle tensioni fra gli stati dell’area, per quanto parzialmente fondata sulla descrizione di episodi ed avvenimenti, si è rivelata incapace di elaborare previsioni azzeccate e soprattutto di fornire la base per una soluzione politica e negoziata dei conflitti armati e non, che incendiano tutto il Medio Oriente.

Anzi, a dire il vero, appare sempre più chiaro, per lo meno agli occhi di chi ha conservato un minimo di spirito critico, la natura strumentale e propagandistica delle sofisticate campagne di disinformazione di massa perpetrate dai mass media “occidentali”.

Stando alla pubblicistica corrente, per non parlare delle comparsate in TV di “esperti” capaci di dire, anche a distanza di poche settimane, tutto e il contrario di tutto, in Siria sarebbe in corso una “rivolta” popolare contro un regime dittatoriale. I “rivoltosi” o “insorti” che dir si voglia sarebbero una formazione composita ed anche inquinata da settori del fondamentalismo islamico, ma tutto sommato tesa a conquistare libertà e democrazia. Le potenze occidentali, USA e paesi ex colonialisti europei, sarebbero dilaniati dalla contraddizione di voler, da una parte, assolvere al proprio compito “storico” di promuovere ed esportare la democrazia, e dall’altra di rapportarsi agli stati dell’area secondo le norme del diritto internazionale, anche coltivando più o meno inconfessabili rapporti vantaggiosi con i singoli regimi al potere negli stati dell’area.

Se non stessimo parlando di morte, distruzione, esodi di massa, si potrebbe davvero ridere nel sentire gli inventori, storici utilizzatori e venditori delle armi di sterminio di massa, accusare qualcuno di utilizzarle in una guerra civile senza esclusione di colpi, per giustificare interventi militari a favore di una fazione in lotta nella guerra civile. Fazione che si è armata ed incoraggiata a produrre una guerra civile al fine di rovesciare un regime non addomesticato agli interessi imperialistici e neocolonialisti occidentali e che, nel caso, si deve sostenere attivamente dal punto di vista militare fornendo dall’esterno quella superiorità aerea che gli manca per compiere la propria missione, come è già avvenuto in Libia.

È davvero stupefacente osservare come sia possibile che capi di stato, considerati (sic) “progressisti” e di “sinistra” come Obama e Hollande, possano sostenere e proporre di violare ogni norma del diritto internazionale, di annullare l’ONU che rimane l’unica sede di mediazione pacifica della comunità mondiale o di ridurla a notaio di accordi tra le potenze sottoscritti in sedi informali o, peggio ancora, in sede di alleanze di parte, come il G8 o la NATO. Le “notizie” fabbricate dai servizi di intelligenza amplificate acriticamente dal 90 % dei mass media, ed anche in internet, sono buone per manipolare un’opinione pubblica sempre più disinformata. Lo sono meno per ancorare una discussione seria fra gli stati nei luoghi preposti dal diritto internazionale. Ma anche in questo caso servono per presentare, come successe in Bosnia e poi nel Kosovo, una comunità internazionale divisa fra volenterosi amanti dei diritti umani e cinici indifferenti e complici del male assoluto. E per spiegare, quindi, la necessità di agire in proprio nel nome del bene.

Certo, col passare del tempo e le numerose smentite che la cronaca, se non la storia, ha prodotto dei molti pretesti con i quali si sono giustificate intraprese guerresche occidentali, le parole di Obama e di Hollande mostrano sempre più la corda. Tuttavia non bisogna sottovalutare la funzione di traino esercitato in questo momento da USA e Francia, che infatti incassano firme su documenti che sostanzialmente, anche se non immediatamente, giudicano e condannano il governo Assad ed implicitamente chiudono i varchi e gli spiragli di una qualsiasi soluzione negoziata del conflitto. E costringono Russia e Cina ad un ruolo comprimario e refrattario, proprio perché incapace ed impossibilitato a promuovere una soluzione negoziata in sede internazionale ed in sede locale fra le diverse fazioni in lotta.

Per meglio comprendere cosa stia succedendo realmente bisogna fare alcuni passi indietro, perché come ho accennato all’inizio esiste una spiegazione che può illuminare lo scenario, rimuovendo le ombre prodotte dalla disinformazione e dalle spiegazioni episodiche e superficiali interessate.

Proprio in questi giorni si può sentire parlare ripetutamente del “fallimento della guerra in Iraq”. Certamente, rispetto agli obiettivi proclamati, e giustificati con clamorosi falsi, l’avventura della Coalizione dei Volenterosi e della guerra illegale e unilaterale, si potrebbe parlare di pieno fallimento. L’Iraq è tutt’altro che pacificato e in realtà ormai gran parte del Medio Oriente è stato destabilizzato, anche sul piano interno ai singoli paesi. Il conflitto israeliano palestinese si è aggravato ed aggrovigliato maggiormente. E tutto ciò ha prodotto e produce conflitti armati, che per altro sono un buon mercato per i produttori di armamenti, decine di migliaia di morti e milioni di profughi.

Basta considerare questo apparente fallimento come il vero obiettivo, invece di credere ai pretesti e alle veline della CIA, e si può scoprire che tutta la strategia iniziata con la Prima Guerra del Golfo ha avuto pieno successo.

Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia si sarebbe potuto procedere ad una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e all’implementazione dell’articolo dello Statuto dell’ONU che prevede la formazione di una forza militare internazionale utile a svolgere la funzione di polizia internazionale. Si sarebbe cioè potuto evitare che la fine della guerra fredda sboccasse in un governo unilaterale del mondo da parte dei paesi ricchi e promuovere in ogni dove la soluzione negoziata e politica dei conflitti armati.

Invece è successo il contrario. L’ONU è stata fatta apparire agli occhi del mondo come incapace di risolvere i conflitti. Notevole il caso della Bosnia dove USA e diverse altre potenze occidentali si sono rifiutate di fornire i Caschi Blu necessari ad interporsi alle fazioni in lotta per imporre una soluzione negoziata, al fine di lasciar aggravare il conflitto allo scopo di giustificare l’intervento diretto della NATO. O è stata cancellata, scavalcata ed umiliata come nel caso della guerra in Yugoslavia e in Iraq. Sempre è stata ridotta al ruolo di notaio utile solo a ratificare le situazioni di fatto emerse dagli interventi unilaterali o a fornire un avallo pseudo legale a monte degli stessi.

Ne è scaturito un mondo nel quale i paesi ricchi, o occidentali che dir si voglia, hanno rilanciato la NATO come autoproclamato gendarme del mondo. Per questo invece che sciogliersi in assenza del nemico storico si è rafforzata ed allargata notevolmente. E gli USA hanno usato con sapienza l’unilateralismo e il multilateralismo, la ricerca della risoluzione del Consiglio di Sicurezza atto a giustificare le guerre o la più spudorata illegalità extra-ONU, al fine di continuare ad esercitare un ruolo egemonico fondato sulla pura e semplice potenza militare.

Un mondo nel quale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza trovano applicazione solo se sono promosse o sposate da alleanze o potenze militari di parte o nel quale queste ultime possono agire come vogliono anche senza nemmeno una riunione del Consiglio di Sicurezza è un mondo governato da una dittatura, nel senso pieno del termine.

È come, mi si permetta un paragone suggestivo ma non per questo non pertinente, uno stato nel quale governo e parlamento non hanno la polizia a disposizione per fare applicare le leggi. Se la polizia è quella privata della decina di famiglie più ricche quali leggi saranno fatte applicare e quali no? Se le polizie private agiscono fuori dalla legge o contro la legge chi potrà impedirglielo?

La strategia della “guerra permanente”, la confezione delle giustificazioni “umanitarie” per le guerre guerreggiate, l’unilateralismo statunitense o l’unilateralismo occidentale ancorché definito “multilateralismo”, hanno scientemente destabilizzato il Medio Oriente al fine di rilanciare il dominio occidentale. Hanno messo perfettamente nel conto che la destabilizzazione avrebbe prodotto conflitti interreligiosi, interetnici ed avrebbe esasperato le tensioni fra i singoli stati dell’area. Solo sprovveduti in buona fede (che sono sempre i più pericolosi) o bugiardi in mala fede potevano e possono pensare che USA ed alleati possano essere sorpresi dalla non pacificazione dell’Iraq e di tutta l’area. La prova più evidente è che il proclamato nemico giurato, il terrorismo fondamentalista islamico, è stato più volte armato e utilizzato o favorito di fatto con totale cinismo. Ed è quel che sta avvenendo in queste ore in Siria.

I centri studi e le agenzie di intelligenza degli USA e dei paesi della NATO sanno benissimo che i regimi, perché di regimi si tratta, scaturiti nel periodo della decolonizzazione e nel quadro della guerra fredda, al potere in stati multietnici e multi religiosi tendenzialmente ingovernabili se non in modo autoritario non possono essere sostituiti da “democrazie occidentali”. Sanno benissimo che quegli stati possono deflagrare o produrre conflitti e guerre civili di lungo periodo. Sanno benissimo che in tutto questo per sterminate masse aumenta la credibilità del fondamentalismo islamico. Ma è esattamente questo l’obiettivo che permette di perpetuare, con le ovvie produzioni spettacolari di pretesti e di giustificazioni, il rilancio della potenza militare come leva egemonica e di dominio del mondo, proprio quando il sistema economico capitalistico produce contraddizioni e disastri sociali che ne mettono in evidenza la vera natura.

Qualche giorno fa sul Manifesto in un bell’articolo Annamaria Rivera si chiedeva che fine abbia fatto il movimento pacifista, che all’epoca della guerra in Iraq fu definito “la seconda potenza mondiale”.

A mio modestissimo parere, per quanto percorso e positivamente intriso di ripudio etico della guerra e della violenza, non può esistere un movimento pacifista che non sia capace di analizzare le tendenze di fondo economiche e geopolitiche che producono le guerre. Le spiegazioni etiche e semplificate non solo si rivelano incapaci di fermare le guerre, ma risultano inadatte a produrre alternative concrete ed obiettivi realisticamente realizzabili. Non si tratta di cinismo o minimalismo. Si tratta di avere una politica o meno.

Se le considerazioni esposte in questo articolo hanno anche un minimo fondamento bisognerebbe che il movimento pacifista (ed aggiungo: la sinistra degna di questo nome) dovrebbero saper dire:

1) la guerra civile in Siria non può essere risolta se non con un negoziato politico e con la ricerca di un nuovo assetto politico istituzionale che sia rispettoso delle etnie e religioni tutte.

2) nel Consiglio di Sicurezza si dovrebbe discutere di una missione di pace sotto il comando diretto dell’ONU (come quella in Libano) che svolga la funzione di interposizione e di tutela delle popolazioni civili.

3) le coalizioni a geometria variabile e la NATO devono essere superate in favore della piena assunzione da parte dell’ONU della funzione di polizia internazionale.

4) l’Italia deve dichiarare di non partecipare e nessuna missione militare che non sia di Caschi Blu e che non abbia come obiettivo l’arresto dei conflitti armati e la soluzione politica degli stessi. Deve conseguentemente riformare il proprio modello di difesa e rimettere in discussione l’appartenenza alla NATO.

Senza questi obiettivi politici, od altri analoghi e altrettanto realistici sui quali si può proficuamente discutere, i pacifisti sono destinati a dividersi inesorabilmente e ad essere subalterni, nonostante la radicalità delle posizioni etiche, alla imperante politica di guerra. Sono destinati a scendere in piazza contro Bush insieme agli apologeti della guerra umanitaria in Kosovo, a riporre malamente le proprie speranze in Obama o in Hollande. Sono destinati cioè ad essere impotenti contro la guerra.

 

ramon mantovani

 

pubblicato sul sito www.scenariglobali.it il 10 settembre 2013

 

Assassinio a Parigi di tre compagne kurde

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 10 gennaio, 2013 by ramon mantovani

in data odierna ho emesso il seguente comunicato:

L’efferato assassinio delle tre militanti kurde a Parigi è l’ennesimo crimine teso ad impedire la soluzione politica del conflitto nel Kurdistan nello stato della Turchia.

Da diversi giorni era in corso una trattativa riservata del governo turco con il Presidente Abdullah Ocalan e, come in almeno altre tre occasioni negli ultimi dieci anni, una parte dei militari e dei partiti nazionalisti turchi, con la complicità politica e probabilmente materiale di servizi d’intelligenza di paesi della NATO, non hanno esitato ad utilizzare metodi terroristici per impedire qualsiasi negoziato che porti al riconoscimento dei diritti elementari del popolo kurdo, alla fine del conflitto armato e alla liberazione di Ocalan.

Se il governo D’Alema avesse a suo tempo concesso l’asilo politico ad Ocalan e lavorato per una soluzione negoziata del conflitto, invece che obbedire supinamente agli ordini dell’amministrazione Clinton costringendo Ocalan ad abbandonare l’Italia, al popolo kurdo sarebbero stati risparmiati tanti anni di guerra, sofferenze ed ingiustizie, perché al negoziato non c’è alternativa.

Chiunque si consideri democratico e amante della pace non può che solidarizzare con il popolo kurdo, che resiste e chiede solo di avere gli stessi diritti di tutte le minoranze nazionali nei paesi dell’Unione Europea.

ramon mantovani

La nazionale italiana di calcio ha perso la finale degli europei 4 a 0. Ma i quotidiani Repubblica e Il Corriere della Sera hanno perso 24 a 0. E andrebbero squalificati.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , on 4 luglio, 2012 by ramon mantovani

Mentre sto scrivendo la quarta parte dell’articolo “morte ai partiti?” mi è venuta la tentazione (diciamo pure che non ho resistito) di proporre una piccola dimostrazione della stato, della natura e del livello dell’informazione italiana.

Lunedì scorso, il 2 luglio, ho comprato tre quotidiani. Repubblica, Il Corriere della Sera e lo spagnolo El Pais.

I primi due sono di gran lunga i giornali di informazione generale più letti in Italia, con circa 3 milioni 300 mila lettori ciascuno. El Pais è il più letto in Spagna, con circa 2 milioni di lettori. Sono quindi, tenendo in conto la differenza di popolazione, paragonabili. E sono tutti e tre considerati universalmente i quotidiani più importanti.  

La sera precedente la compagine spagnola aveva battuto sonoramente quella italiana per 4 a 0.

Non è mia intenzione discorrere della partita, sia perché non ho nessuna passione per le nazionali e per competizioni come i mondiali o gli europei, sia perché provo molto fastidio per il nazionalismo beota che si scatena in occasione di queste manifestazioni. Anche se capisco benissimo la portata di questi eventi e la loro popolarità. Dico solo che antipatizzo per la nazionale italiana per via dei colori che indossa. Perché pochi sanno e io trovo veramente disdicevole che la repubblica italiana faccia giocare le sue squadre sportive con il colore azzurro dei Savoia invece che con quelli della bandiera nazionale.

Ma è di altro che voglio parlare.

Apriamo insieme i tre quotidiani di lunedì.

Tutti e tre portano in prima pagina, ovviamente, come notizia principale la partita della sera prima. È logico, visto che la finale era fra Italia e Spagna.  

Giriamo pagina.

La Repubblica da pagina 2 a pagina 19 parla solo della partita e degli annessi e connessi. Cioè 18 pagine.

Il Corriere della Sera ne parla da pagina 2 a pagina 13. 12 pagine.

El Pais, dopo la prima pagina, parla della partita da pagina 49 a pagina 67. 19 pagine.

Ma bisogna tenere conto che le 19 pagine de El Pais, dato il diverso formato, equivalgono a occhio a 14 – 15 pagine di Repubblica e a 10 – 11 del Corriere. La pubblicità è praticamente identica su tutti e tre i quotidiani. 4 pagine intere ciascuno e pochi altri annunci più piccoli.

Più concretamente le 19 pagine de El Pais sono il 23,75 % delle 80 pagine totali del quotidiano spagnolo. Le 18 di Repubblica sono il 30 % delle 60 pagine totali. E le 12 pagine del Corriere sono il 21,42 % delle 56 totali.

Sono dati analoghi. Ma mentre i due quotidiani italiani dedicano le pagine più importanti e più lette alla partita El Pais “relega” la stessa nello spazio delle pagine sportive, alla fine del quotidiano.

C’è bisogno di soffermarsi sul fatto che i giornali italiani evidentemente pensano che la notizia della partita sia più importante di qualsiasi altra cosa in Italia e nel mondo mentre il quotidiano spagnolo ne comincia a parlare a pagina 49 nella sezione delle notizie sportive?

Credo che questo fatto si commenti da se.

Ma allora vediamo cosa dicono i tre quotidiani del mondo.

La Repubblica dedica al mondo una sola pagina (due terzi di pagina visto che c’è uno spazio pubblicitario che copre circa un terzo della pagina). La pagina numero 26, dopo le 7 pagine dedicate alla crisi e alla politica interna. Con due sole notizie. La strage di cristiani in Kenya e un occhiello sulla vicenda delle scaramucce aeree fra Turchia e Siria.

Il Corriere ne dedica due. Una, la numero 15 catalogata nella categoria di “primo piano”, interamente dedicata alla strage di cristiani in Kenya, e una seconda, la numero 29 (l’unica recante l’indicazione “esteri”) interamente dedicata alle correzioni apportate dal Museo dell’Olocausto israeliano sul giudizio storico relativo a Pio XII.

El Pais sotto la categoria “internacional” dedica 9 pagine. Dalla 2 alla 10. Prima delle notizie di politica interna. Con 11 diverse notizie. Fra queste, per esempio, le elezioni messicane.

 

È lecito chiedersi cosa sarebbe successo se la squadra azzurro – savoia avesse vinto la partita.

Ma credo che questa comparazione sia più che sufficiente.  

 

Ecco.

Questo è lo stato dell’informazione italiana.

E pensare che direttori, vicedirettori e redattori di Repubblica e Corriere sono considerati autorevolissimi commentatori di politica economica, estera e interna. E perciò continuamente invitati da giornalisti – presentatori – conduttori (che la differenza non si sa quale sia!) ai loro talk show.

Dovrebbero tutti arrossire di vergogna.

Ma ne sono incapaci.

Sarebbero perfino capaci, se qualcuno in una qualche trasmissione tv li criticasse come ho fatto io qui sul blog, di dire che loro devono seguire i gusti del pubblico. Per via delle vendite e del mercato, ovviamente.

Come se il popolo italiano e quello spagnolo fossero così diversi e i quotidiani riflettessero semplicemente questa diversità.

Sono solo loro ad essere diversi dai loro colleghi degli analoghi quotidiani europei.

Diversi nel senso di provinciali, ignoranti, presuntuosi e dilettanti.

 

ramon mantovani