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Chi ha veramente tradito il referendum sull’acqua?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile, 2016 by ramon mantovani

La Camera dei Deputati ha di nuovo tradito il referendum sull’acqua.

Sono seguite roboanti dichiarazioni di protesta di esponenti di Sinistra Italiana e del Movimento 5 Stelle. Numerosi articoli critici con la decisione del PD, del Governo, e della maggioranza della Camera. Tra i quali uno ottimo di Marco Bersani, esponente del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, nel quale si preannunciano mobilitazioni.

In questa sede è del tutto superfluo insistere sul fatto in sé.

È evidente che si tratta di un evento di inaudita gravità. Sia sul piano democratico sia su quello dei contenuti.

Tuttavia c’è qualcosa che non va nelle proteste ed anche nelle descrizioni del “misfatto”.

O meglio, c’è qualcosa che manca.

E senza questo “qualcosa”, come vedremo, la contestazione della privatizzazione dell’acqua, e le conseguenti mobilitazioni, rischiano di essere inefficaci.

Da anni, per non dire ormai da decenni, in tutto il mondo, e in particolare nei paesi dove la gestione del bene comune acqua era o è integralmente pubblica, è in corso il tentativo, già riuscito in molti casi, di affidare la gestione dei sistemi di distribuzione e manutenzione dell’acqua a società private, riconoscendo loro il diritto di estrarre dall’attività un profitto.

Per quanto possa apparire “irrazionale” che un bene indispensabile alla vita stessa possa divenire fonte di guadagno per società private, in realtà non lo è.

È certamente irrazionale dal punto di vista dell’umanità, delle specie viventi e dello stesso nostro pianeta. Ma non lo è per il mercato, per il sistema finanziario e in definitiva per il capitalismo.

La ricerca del massimo profitto non conosce limiti. Né ambientali, né sociali, né politici e né democratici.

I limiti imposti al capitale nello scorso secolo, sia dalle lotte del movimento operaio sia dagli stati nazionali (che hanno applicato le teorie keinesiane in risposta alla crisi del 29), sono risultati incompatibili con lo sviluppo capitalistico, e soprattutto con la finanziarizzazione che ne contraddistingue l’attuale fase.

Non si tratta soprattutto di “cattiveria”, di “cinismo”, di “egoismo” o di “avidità”. Tutte cose rintracciabili in quell’uno per cento dell’umanità che possiede più della metà della ricchezza mondiale. Si tratta invece di una necessità esiziale affinché il sistema capitalistico possa continuare ad esistere. Esso per continuare ad esistere ha bisogno di espandersi e mercificare tendenzialmente tutto. In altre parole si tratta di un meccanismo intrinseco alla natura stessa del sistema capitalistico, e non di un incidente o di un’escrescenza estemporanea propiziata magari da governi corrotti o semplicemente irresponsabili.

Non pretendo certo, in queste brevi note, di dimostrare l’assunto più sopra esposto. Eppure la semplice osservazione dei fatti dovrebbe almeno far riflettere tutti coloro che si sono mobilitati e si mobilitano in difesa dell’acqua bene comune.

È secondo me evidente che coltivare l’illusione di poter difendere i beni comuni individuando come nemico il governo di turno, senza la sufficiente consapevolezza delle reali origini del problema, può portare a gravi ed irrimediabili disillusioni.

Questa considerazione non incide minimamente sugli obiettivi della lotta in difesa dei beni comuni.

Lottare affinché la gestione dell’acqua sia integralmente pubblica, ed ispirata dagli interessi e dalle necessità della popolazione è un obiettivo sacrosanto, giusto, comprensibile ed anche realizzabile.

Ma bisogna, per non vedere rifluire la lotta alla prima battaglia, sapere che si tratta di una guerra mondiale e non di una scaramuccia con un Renzi di turno. Bisogna avere coscienza di quali interessi concreti si combattono. Bisogna, accanto alla lotta per gli obiettivi immediati, costruire un progetto alternativo al sistema che ha bisogno, per riprodursi, della privatizzazione e della mercificazione di ogni cosa. Bisogna condurre una battaglia culturale e ideologica contro l’egemonia del pensiero dominante che fa apparire “naturale” e perciò privo di alternative lo stato di cose esistente.

È fin troppo evidente, da questo punto di vista, l’inadeguatezza e la contradditorietà del Movimento 5 Stelle, che è incapace di capire la vera natura del problema e si limita a denunciarne, anche efficacemente, gli effetti superficiali e le responsabilità secondarie.

Per non essere frainteso concludo questa prima serie di considerazioni chiarendo che il movimento e la mobilitazione in difesa dei beni comuni in nessun caso devono, secondo me, dividersi fra chi possiede, o ritiene di possedere, la coscienza della portata del problema e chi no. O, peggio ancora, tra distinzioni prive di senso, come quella fra anticapitalisti e antiliberisti. Senza per questo evitare, eludere o sottovalutare la necessità di discutere approfonditamente e seriamente in sede di analisi due cose: l’origine dei problemi che si affrontano con la lotta e la fattibilità e realizzabilità degli obiettivi della lotta.

Detto questo, che vale soprattutto per le sorti del movimento per l’acqua bene comune, passiamo ad analizzare un secondo problema, che per quanto intrecciato con il precedente, ha una sua notevole importanza.

Nel 2011 il referendum è stato vinto.

È giusto e necessario rivendicare la portata e la pregnanza di quella vittoria, e conseguentemente denunciare i vari tentativi, fino al più recente, di vanificare il contenuto preciso ed inequivocabile del referendum.

Il popolo italiano ha deciso di abrogare la possibilità di affidare a privati la gestione di servizi pubblici e specificamente per l’acqua, la norma che prevedeva la “remunerazione del capitale investito”. Ogni tentativo di far rientrare dalla porta o dalla finestra ciò che per decisione popolare è stato cancellato è una violazione gravissima della democrazia. Un vero e proprio tradimento della volontà popolare. Punto.

Ma come è possibile che una simile cosa possa accadere? Come siamo arrivati fino a questo punto?

Come mai non c’è una vera e propria sollevazione popolare in risposta ad un simile tradimento? E soprattutto: come è possibile che gran parte di coloro che fecero la campagna referendaria per il Si oggi ne disconoscano gli effetti?

 

In altri paesi europei una simile cosa è impensabile. Le privatizzazioni dei servizi e della gestione dell’acqua sono state decise e promosse indifferentemente da governi di destra e da governi socialisti e socialdemocratici. Non sono mai divenute oggetto di contrasto fra i due schieramenti politici ed elettorali principali.

In Italia, invece, il referendum promosso sui contenuti del movimento contro le privatizzazioni fu usato strumentalmente dal PD per infliggere un duro colpo politico al governo Berlusconi. Accusato, giustamente, di voler rendere obbligatorie le privatizzazioni per gli enti locali.

Chiunque all’epoca abbia assistito ad un dibattito televisivo, sapendo distinguere fra fumo e arrosto, dovrebbe sapere fin da allora che il PD di Bersani fece la campagna esattamente sulla obbligatorietà o meno delle privatizzazioni e non sulle privatizzazioni in sé. Le forze della sinistra alternativa, tutte, e le associazioni interne ai movimenti di lotta, invece centrarono la battaglia coerentemente con il contenuto dei quesiti.

Non ci fu, che io ricordi, un solo talk show e/o un solo giornalista che abbia chiesto a Bersani conto della contraddizione nella quale stava più che comodamente. Contraddizione più che evidente anche perché la norma che introdusse la possibilità di privatizzare la gestione delle acque e il profitto riconosciuto alle società private fu introdotta nel 1993 con il voto favorevole del PDS (e dell’allora deputato Stefano Rodotà). Ed anche dei Verdi.

A votare contro, e non lo dico per apporre una medaglietta al bavero della mia giacca perché votare contro la privatizzazione dell’acqua dovrebbe essere un dovere elementare di qualsiasi forza che si consideri minimamente di sinistra, fummo soltanto noi di Rifondazione Comunista.

Ma c’è di più. Purtroppo.

Nel 2013 ci furono le elezioni politiche, alle quali si presentò una coalizione di centrosinistra composta da PD, SEL e PSI. Il nome della coalizione era “Italia bene comune”.

Nel nome stesso della coalizione è evidente il tentativo di ricollegarsi all’allora recente vittoria referendaria.

E certamente Bersani e Vendola usarono a piene mani in campagna elettorale l’evocazione della vittoria nel referendum.

Ma cosa diceva il programma della coalizione ITALIA BENE COMUNE sul punto che ci interessa?

Riporto qui uno stralcio di un mio articolo dell’epoca.

 

“Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.”

 

Naturalmente in quella campagna elettorale non ci fu un solo giornalista televisivo o della carta stampata che mise in evidenza l’imbroglio (perché di vergognoso imbroglio si tratta!) teso contemporaneamente a rivendicare la vittoria referendaria e a tradire, al tempo stesso, il referendum. Nessuno chiese a Vendola come potesse parlare contro la privatizzazione dell’acqua avendo contribuito a redigere e avendo firmato solennemente, con grande clamore di stampa, il programma di governo. Nessuno che mise in evidenza la differenza sostanziale fra il programma del centrosinistra e quello della coalizione Rivoluzione Civile, che sul punto in questione era inequivocabile.

Se scrivo queste cose non è per riaccendere inutili polemiche, e nemmeno per mettere in dubbio la buonafede dei deputati eletti nelle liste di SEL e del PD con il programma del centrosinistra guidato da Bersani, che oggi gridano scandalizzati al repentino ed improvviso tradimento del referendum da parte del PD di Renzi. Se hanno cambiato opinione dovrebbero dirlo esplicitamente. Se si sono fatti eleggere in buona fede su un preciso programma credendo che fosse contro le privatizzazioni mentre non lo era dovrebbero interrogarsi sulle loro capacità e serietà e rendere pubbliche le risposte. Se invece pensano che la “politica” sia esattamente far finta di essere, apparire, imbrogliare, dire cose ambigue che nascondono le vere intenzioni, allora la malafede è conclamata.

Se ho scritto queste cose è per cercare di far chiarezza.

Il PD di Renzi, sulle privatizzazioni (acqua compresa), è coerente e in linea con il PDS, con i DS, e con il PD e il centrosinistra di Bersani.

Gli imbrogli che si sono consumati intorno al referendum sull’acqua bene comune e col suo tradimento dovrebbero insegnare a tutte le persone di sinistra, ambientaliste, progressiste, o anche semplicemente interessate ad una gestione pubblica dei beni comuni, che il nemico è molto potente e che è necessario unirsi, lottare essendo consapevoli delle difficoltà della lotta.

L’unità di tutti/e coloro che sono contro le privatizzazioni e contro gli effetti delle politiche neoliberiste, per essere efficace necessita di chiarezza. Non può essere rappresentata nelle istituzioni da leader o partiti o coalizioni che alla prova dei fatti dimostrano di considerare i contenuti come variabili dipendenti da formule come il centrosinistra (come dimostra inequivocabilmente il programma del centrosinistra di Bersani e Vendola).

La vicenda dell’acqua dimostra che in Italia è possibile vincere battaglie ed essere maggioranza, a patto che si costruisca l’unità dal basso, sui contenuti antiliberisti e senza discriminazione alcuna.

È possibile a patto che il fronte antiliberista non venga diviso da preclusioni ingiustificate.

Attualmente esistono due proposte per unire la sinistra antiliberista.

Da una parte c’è Sinistra Italiana che chiede a tutti/e di abbandonare e sciogliere le proprie organizzazioni per far parte di un nuovo partito già pensato e predisposto dai parlamentari che si sono costituiti in gruppo. Dirigenti e parlamentari che però sono stati eletti su un programma incoerente con i contenuti proclamati, e che mantengono una pericolosissima ambiguità sul giudizio della natura del PD e conseguentemente del centrosinistra.

Dall’altra c’è la proposta, sostenuta da Rifondazione Comunista ed altri, che chiede di formare una forza politica unitaria alla quale tutti e tutte possano aderire senza per questo rinunciare alla propria ideologia e appartenenza, che venga costruita dal basso e funzioni democraticamente con il principio di una testa un voto, e che si dichiari inequivocabilmente indisponibile per accordi di governo e/o elettorali con il PD.

 

Non si tratta di una querelle fra gruppi dirigenti. Non si tratta di formule organizzative astratte o di scelta di leader.

 

O l’unità sarà dal basso, senza discriminazioni e con coerenza programmatica o avremo di nuovo divisioni inutili e perniciose.

 

Perché continuerà sempre ad esserci qualcuno che non imbroglia, che non fa finta di essere coerente mentre non lo è per nulla, che non è disponibile a tradire i contenuti delle lotte per miseri calcoli elettoralistici.

 

ramon mantovani

Siamo morti?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Lo stato d’animo non è dei migliori. Eppure bisogna cercare di essere lucidi. E di ragionare.

Non partecipo all’orgia dei social network, sui quali si può leggere di tutto, tranne analisi serie e l’individuazione dei veri problemi del paese e della sinistra.

So bene di andare completamente e sempre più controcorrente.

Ma se alle analisi si sostituiscono spiegazioni superficiali e alle proposte gli slogan invece che capirci qualcosa si finisce per non capire più nulla. E invece di cercare la strada giusta si finisce in un labirinto. In questo modo non si sviluppa nessuna discussione utile. Con il battibecco, con gli scontri verbali, con gli insulti e le iperboli di tutti i tipi si distrugge tutto e si partecipa attivamente a fomentare i peggiori istinti che covano nella società.

Detto questo, parliamo delle elezioni. Esaminando i dati della Camera senza voto estero e i 617 seggi attribuiti con il “porcellum”.

I votanti sono calati di 2 milioni 600 mila unità.

Il centrosinistra ha perso 3 milioni e mezzo di voti.

Il centrodestra 7 milioni e duecentomila.

Sono quasi undici milioni di voti in meno ai due schieramenti maggiori.

Il Movimento 5 Stelle ha avuto 8 milioni e 700 mila voti.

Lo schieramento di centro (nel 2008 solo UDC con poco più di 2 milioni di voti) ha avuto 3 milioni e 600 mila voti.   

Ho appositamente omesso le percentuali perché, oltre ad essere conosciute, secondo me oscurano l’enormità degli spostamenti di voto che ci sono stati e falsano la percezione del significato politico del voto.

Ora proviamo a guardare i risultati utilizzando un altro punto di vista.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto circa 22 milioni e mezzo di voti. Circa il 63 % sui votanti. Nel parlamento avevano più del 90 % dei seggi.

Ora vediamo i seggi.

Il centrosinistra con il 29,54 % dei voti prende 340 seggi pari al 54 % dei seggi totali. Il premio di maggioranza è del 24,5 %. Quasi un raddoppio dei seggi.

Il centrodestra con il 29,18 % dei voti prende 124 seggi pari al 20 % dei seggi totali. Lo 0,35 % in meno determina una differenza in seggi di 216 unità.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto 454 seggi (senza SEL e Lega Nord) pari al 73 % dei seggi totali, contro il 63 % dei voti.

SEL con il 3,2 % conquista 37 seggi. La Lega Nord con il 4,08 % conquista 18 seggi. Prende più voti di SEL ma metà deputati rispetto a SEL.

L’UDC con l’1,78 % dei voti prende 8 seggi. Il Centro Democratico con il 0,49 % dei voti prende 6 seggi. Fratelli d’Italia con l’1,95 % dei voti prende 9 seggi. Rivoluzione Civile con il 2,25 % dei voti prende zero seggi.

Un deputato del PD vale 29603 voti. Uno di SEL  29444 voti. Uno del PDL 75594 voti. Uno del Movimento 5 Stelle 80455 voti.

Prima di passare alle considerazioni politiche non si può non valutare il tasso di democraticità della legge elettorale.

Si tratta di una legge altamente deformante la volontà popolare, che quindi partorisce un parlamento non rappresentativo.

Credo basti leggere i dati che ho più sopra citato e che non sia necessario argomentare oltre per dimostrare la giustezza del mio giudizio.

Intanto, però, questa legge è in vigore da molto tempo ed è la terza volta che viene applicata.

Il sistema politico è stato trasformato da questa legge, i partiti si sono modellati su questa legge, gli elettori quando pensano a votare e a scegliere lo fanno sulla base dei meccanismi imposti dalla legge, i mass media ne amplificano tutti gli effetti più deleteri. Quella precedente era anche peggio. Non posso ora, per brevità, argomentare e dimostrare il perché. Come è di gran lunga peggiore quella degli enti locali, che è presidenzialista, ultramaggioritaria e inquinata dalle preferenze.

Vorrei ricordare a tanti che in Italia il maggioritario è stato proposto da Segni, appoggiato dal PDS e dalla Lega (allora forza emergente), come soluzione del problema della corruzione e come “riavvicinamento” del sistema politico ai cittadini. Il risultato e sotto gli occhi di tutti. Più corruzione, partiti ultrapersonali (PD e SEL compresi), distanza abissale fra sistema politico e cittadinanza, talk show dieci volte più importanti del parlamento, e potrei continuare.

Ovviamente non tutto quello che le ultime elezioni ci hanno messo sotto gli occhi è dovuto al sistema elettorale. Nei vent’anni di maggioritario tutti i diritti conquistati in decenni di lotte sono stati messi sotto attacco. Il lavoro è stato svalorizzato, il mercato finanziario è diventato il vero sovrano al quale i governi hanno obbedito, una generazione vive ormai ben peggio dei propri genitori, la guerra è diventata uno strumento ordinario della politica internazionale del paese e dell’occidente, l’istruzione e la sanità, oltre che l’acqua e gli altri servizi pubblici, sono stati potentemente privatizzati. Anche qui potrei continuare a lungo.

Ma tutte queste modificazioni della realtà sociale sono state possibili attraverso le relative leggi, che anche quando hanno suscitato proteste, lotte e resistenze, sono state approvate dal parlamento maggioritario senza battere ciglio. Quando qualcuno si è opposto, tentando di dare voce alle lotte, è stato accusato di voler fare il gioco dell’avversario, ricattato, diviso e ridotto all’impotenza. I contenuti sono diventati un accessorio strumentale nella vera contesa che era l’alternanza fra centrodestra e centrosinistra, uniti dal feticcio della governabilità interna alle compatibilità imposte dal mercato.

L’intreccio fra maggioritario e ristrutturazione sociale sulla base dei puri interessi capitalistici e finanziari è potentissimo.

Oggi il sistema sociale e quello politico non reggono più, di fronte alle conseguenze della crisi. Ma la sinistra reale, al contrario di tutti gli altri paesi europei, si è presentata all’appuntamento logorata da venti anni di divisioni e ormai ridotta nei fatti, persino indipendentemente dalla sua stessa volontà, esattamente alle due varianti previste per essa dalla logica del maggioritario: quella interna al bipolarismo condannata a non influire minimamente sulla sostanza del governo, e quella testimoniale espulsa dalle istituzioni.

Senza tenere conto di questo contesto, cui ho accennato finora, non si può capire la portata della sconfitta, e si finisce con lo scambiare gli effetti per le cause o, peggio ancora, per coltivare illusioni circa soluzioni miracolistiche dell’enorme problema con il quale ci si deve confrontare.

Tenendo conto di questo contesto, invece, si può affrontare meglio anche la discussione circa le responsabilità soggettive delle forze politiche ed anche di quelle sociali, a cominciare da quelle dei sindacati e delle organizzazioni della società civile.

Cosa ci dice il risultato elettorale?

Ci dice tre cose:

1) il bipolarismo è morto. Ci sono 4 poli in parlamento. E nonostante il meccanismo maggioritario nessun governo è possibile senza un accordo post elettorale. Sono centrodestra e centrosinistra gli sconfitti e al loro interno le forze minori, come SEL, risultano irrilevanti. Il centro è cresciuto ma non a sufficienza per colmare l’esodo dei voti contrari alle politiche europee e di massacro sociale.

2) un movimento indefinito sul piano ideologico ed ideale, con un programma vago e in molti punti contraddittorio, identificato con un leader predicatore, ha raccolto tutti i voti di protesta.

3) la sinistra reale è irrilevante nel senso pieno del termine. Non è “apparsa” irrilevante. Lo è. Nel senso che per quanto portatrice di contenuti giusti (in molti casi sovrapponibili e in altri parecchio più avanzati e progressisti rispetto al Movimento 5 Stelle), per quanto propositrice di misure serie contro la crisi e i responsabili della crisi, per quanto espressione e vicina a tutte le esperienze di lotta e sociali, nulla ha potuto né contro il “voto utile” né contro il voto di protesta.

Il bipolarismo è morto. Ma invece che prenderne atto sia il PD, sia il PDL, sia il centro, parlano dell’emergenza dell’ingovernabilità. Non so attraverso quali acrobazie, ma prevedo che il governo temporaneo che nascerà, oltre a tenere fede a tutti i diktat della tecnocrazia europea e della finanza, tenterà di “riformare” legge elettorale e istituzioni per garantire la “governabilità”, e cioè il governo dell’esistente con una possibile alternanza.

Il Movimento 5 Stelle conterà esattamente su questo per gonfiarsi e trasformare la protesta in rappresentazione della volontà di cambiamento. Ma cambiamento in quale direzione? Se i tre poli, al netto di finte divisioni e competizioni, sono d’accordo sulla sostanza della politica economica e sono d’accordo sul principio di “governabilità” (non a caso di nuovo mantra dei mass media come nei primi anni 90), hanno una strada obbligata davanti a se. Del resto soprattutto PD e PDL, essendo partiti modellati sul maggioritario e sull’obiettivo di governo dell’esistente, possono cedere sui “privilegi” e i costi della politica, mentre non possono proporre una svolta democratica. Per esempio una legge elettorale proporzionale. Perfino se il PDL e il centro lo facessero troverebbero la fiera opposizione del PD. Mentre sui contenuti avanzati ogni strada gli sarebbe preclusa, sotto la voce privilegi e costi della politica il Movimento 5 Stelle potrebbe anche votare diversi provvedimenti, prendendosi il merito di aver obbligato la “casta” ad ingoiarli. Ma sarebbero in gran parte la realizzazione del sogno estremista liberale. Per fare un solo esempio, eliminazione del finanziamento pubblico e delle strutture di partito (e così, come negli USA, l’elaborazione dei progetti politici e di legge sarebbero appannaggio delle lobbies dei poteri forti). Mentre sulla legge elettorale il Movimento 5 Stelle non ha alcuna posizione. Tranne quella dell’apologia delle preferenze. Non è dato sapere se sia maggioritario o proporzionalista. Se voglia un sistema presidenzialista o meno. Se pensi che la funzione del parlamento debba essere di mero controllo del governo o di effettivo potere legislativo.

Cosa direbbe e soprattutto cosa farebbe se PD e PDL trovassero un accordo su un sistema elettorale maggioritario a doppio turno e su un sistema istituzionale presidenzialista? Stando al programma ufficiale del Movimento 5 Stelle potrebbero votare tranquillamente a favore, ottenendo che i parlamentari non facciano più di due mandati, che non possano svolgere nessuna altra attività e che non abbiano gli attuali residui privilegi.

È una “previsione” puramente astratta. Ma è plausibile stando al programma ed anche alle numerose esternazioni di Grillo, che mentre ha urlato contro la casta e i partiti ha sempre evitato accuratamente di definirsi su una quisquiglia come la legge elettorale e la forma dello stato.

Comunque non è il momento di esercitarsi a fare previsioni e ad indovinare i contorsionismi della politica spettacolo.

Ripeto che solo in Italia la sinistra che condivide il 95 % dei contenuti si presenta divisa alle elezioni. Li condivide sulla crisi e sulle cause e responsabilità della stessa, sulle proposte per uscirne, sul fiscal compact, sul pareggio di bilancio in costituzione, sul lavoro e sulla piattaforma della FIOM, sulla precarietà, sul reddito di cittadinanza, sui beni comuni da sottrarre ai privati, sulla scuola e sanità pubblica, sui diritti civili, sui diritti degli immigrati e così via. Non credo di esagerare. È così.

Gli elettori di sinistra oggi sono divisi fra SEL, Rivoluzione Civile, e Movimento 5 Stelle. In quest’ultimo sono una parte, purtroppo credo non maggioritaria, perché si può essere contro la casta anche da destra, contro l’euro e contemporaneamente contro gli immigrati, e così via. Ma non c’è alcun dubbio che tantissimi elettori di sinistra abbiano votato il Movimento 5 Stelle, con le più svariate motivazioni, spesso contraddittorie fra loro.

In altri paesi europei a sinistra ci sono partiti comunisti, coalizioni comprendenti partiti comunisti e non, partiti di sinistra, movimenti comprendenti più partiti. Insomma, si possono trovare tutte le formule organizzative unitarie e i modelli di partito. Nella crisi crescono considerevolmente fino ad esprimere, proprio dove la crisi è più acuta, la possibile alternativa di governo. Come in Grecia.

Davvero si può considerare seria una discussione, che già vedo profilarsi come al solito, che mette al centro le formule organizzative unitarie? Come se SEL e Rivoluzione Civile fossero divise dalla concezione organizzativa dell’unità e non, invece, dalla logica bipolarista? Davvero è una questione di efficacia del leader in TV? Davvero se cambiassimo tutti i dirigenti e li sostituissimo con giovani risolveremmo i problemi? Davvero se ogni forza pensasse di distinguersi maggiormente dalle altre, con conseguente proliferare di ancor più liste, una di queste potrebbe aspirare a vincere la battaglia egemonica e ad unificare tutto ingrandendo se stessa?

Cosa ci impedisce di fare come Izquierda Unida? O come il Front de Gauche? O come la Linke? O come Syriza? Trovando anche in Italia la formula organizzativa democratica adatta ad unire e non a dividere? Cosa ce lo impedisce?

Purtroppo la risposta è duplice: ci sono due cose che ci hanno fino ad ora diviso irrimediabilmente.

La prima è il maggioritario e le due tendenze figlie del bipolarismo: dentro il centrosinistra a non contare nulla e apparendo agli occhi di buona parte della nostra gente come opportunisti, oppure fuori senza speranza di incidere su nulla e per giunta con il sospetto della nostra gente che l’unico obiettivo vero siano i posti.

La seconda è l’internità di tutta la sinistra, comunque collocata rispetto al centrosinistra, nel sistema politico separato dalla società.

Con la prima risposta si spiegano gli insuccessi di SEL e Rivoluzione Civile. Con la seconda il voto di gran parte della nostra gente al Movimento 5 Stelle.

Se tutto ciò è anche solo parzialmente vero, e se vogliamo lavorare affinché in Italia ci sia una sinistra che torni a contare nella società e quindi anche elettoralmente, si deve tener conto di entrambe le risposte insieme. Perché altrimenti la soluzione è totalmente sbagliata ed inefficace.

Si può, in presenza della crisi del bipolarismo, unire sui contenuti e sulla democrazia, ed essere alternativi al sistema politico separato, nel tempo nel quale anche l’alternatività del  Movimento 5 Stelle sarà messa alla prova dei fatti.

Il Partito della Rifondazione Comunista, con i suoi difetti e con le ferite subite dalle innumerevoli scissioni, non è morto. Ed ha sempre dato prova di non pensare soprattutto a se stesso ed ai posti nelle istituzioni. È stato indubbiamente il più generoso in tutte le iniziative di lotta ed unitarie. Ha un gruppo dirigente che certamente non è il migliore del mondo, ma che ha saputo e voluto resistere a tutte le lusinghe e tentazioni a separare il proprio destino da quello dei militanti e delle classi subalterne, per trovarsi un posto sicuro nel centrosinistra. Ha militanti, donne ed uomini, il cui valore ed attaccamento ai principi ed ideali comunisti, si vede proprio oggi, nel massimo della difficoltà.

Questo nostro partito ha imparato a resistere. Saprà imparare a ripensare se stesso come una parte indivisibile e incancellabile dentro una più vasta aggregazione di sinistra anticapitalista.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione.it il 28 febbraio 2013

Come finiranno le elezioni?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Si potrebbe rispondere con una sola parola: MALE! O con due: MOLTO MALE!

Insomma, comunque vadano finiranno MALE.

Perché? È presto detto.

Queste elezioni sono truccate. Gli espedienti con i quali si falsa la volontà popolare sono questi:

1) per chi non lo sapesse la legge elettorale (non a caso definita unanimemente porcellum) è ultra maggioritaria. La legge truffa del 1953 (così definita da tutta la sinistra di allora ed anche da forze minori liberali), prevedeva che la coalizione che avesse raggiunto il 50 % più un voto avrebbe goduto di un premio di maggioranza parlamentare del 15 % dei seggi. Venne abrogata dal parlamento eletto perché la coalizione costruita dalla DC ottenne il 49,8 % dei voti, e non poté accedere al premio di maggioranza. È vero che sono passati 60 anni da allora. Ma come sarebbero passati se la DC e la sua coalizione avessero avuto simili premi di maggioranza nei parlamenti successivi?

Facciamo solo un esempio, fra i tanti possibili, per capire bene cosa significa una legge che assegna un premio di maggioranza alla coalizione vincente:

la legge sul divorzio viene approvata definitivamente il 1 dicembre del 1970. In carica c’è il governo Colombo (tasse denunce e piombo si gridava nei cortei). Lo compongono la DC, il PSI, PSDI e PRI (oggi sarebbe definito di centrosinistra). A votare a favore della legge sono il PCI, il PSI, il PSDI, il PRI, il PSIUP e il PLI. Tre partiti della maggioranza di governo, PSI, PRI e PSDI, e tre di opposizione, PCI, PSIUP e PLI possono approvare una legge perché essendo il parlamento eletto con la legge proporzionale la maggioranza laica del popolo italiano è ben rappresentata e può, come del resto vuole la costituzione che ha istituito una repubblica parlamentare, approvare una legge indipendentemente dal governo in carica. Se il parlamento del 1970 fosse stato eletto con la legge maggioritaria del 53 la DC da sola avrebbe avuto certamente più del 50 % dei seggi e con il MSI (non coalizzato ma contrario al divorzio come la DC) avrebbe sfiorato il 60 % dei seggi. Con buona pace dei partiti laici “di governo” che anche se in parte o tutti coalizzati con la DC non avrebbero nemmeno, godendo anch’essi del premio di maggioranza, compensato i seggi persi dal PCI e dal PSIUP. Per non parlare del fatto che una coalizione di governo sarebbe certamente entrata in crisi su una simile divisione. In altre parole la legge non sarebbe probabilmente mai stata approvata anche se la DC e il MSI non avessero avuto la maggioranza dei seggi perché gli alleati laici della DC fra “governabilità” e voto sul divorzio avrebbero scelto la prima in nome della coesione della coalizione di governo.

So che si tratta di un esempio puramente astratto, eppure tutti dovrebbero riflettere sulla rappresentatività di un parlamento eletto con una legge maggioritaria. Rappresentatività significa rappresentanza della volontà popolare, non la mera quantità di seggi attribuita ai partiti. Il parlamento che si forma in conseguenza del voto alla coalizione di governo, per garantire la “governabilità” attraverso il premio di maggioranza sacrifica sempre la rappresentanza della volontà popolare. Sempre!

Ma veniamo al secondo trucco.

2) in Italia, oggi, le coalizioni sono tre. Centrosinistra, centro e centrodestra. Stiamo grossomodo e generosamente ai sondaggi: alla Camera il centrosinistra potrebbe prendere il 35 % dei voti ed otterrebbe il 54 % dei seggi. Un premio di maggioranza del 19 %. Il centro potrebbe prendere il 17 % dei voti. Invece dei circa 107 seggi proporzionali prenderebbe alcuni seggi in meno che perderebbe per effetto del premio di maggioranza assegnato al centrosinistra. Il centrodestra ne perderebbe molti per lo stesso motivo. Tutti sanno, ma ci tornerò, che dopo le elezioni ci sarà il governo Bersani Monti. Vorrei far notare che se il centrosinistra e il centro avessero formato un’unica coalizione, anche scontando la fuoriuscita di SEL dalla medesima, avrebbero preso un premio di maggioranza esiguo. Diciamo del 5 o 6 %. Mentre divisi il PD lo prende del 15 % circa. Si tratta di 60-80 seggi. Perfino scontando la perdita di voti di un’unica coalizione Bersani Monti verso SEL e RC (magari in coalizione o con un’unica lista), visto che proclamare la coalizione prima del voto avrebbe certamente liberato voti a sinistra e verso il Movimento 5 stelle, il premio di maggioranza sarebbe stato comunque significativamente più basso di quello ottenuto con le due coalizioni.

Insomma, in ogni caso il meccanismo maggioritario dell’attuale legge puzza di enorme imbroglio.

Se il centrosinistra farà un governo da solo, con Monti all’opposizione, con il 35 % dei voti avrà un premio di maggioranza spropositato di circa il 20 %. Se dopo le elezioni farà il governo con Monti avrà una maggioranza parlamentare di circa il 65 % dei seggi. Il PD, in ogni caso vero dominus della scena, potrà mediare sia con Monti sia con SEL con una grande forza contrattuale.

Sarà per questo che il PD non è “riuscito” a cambiare la legge elettorale?

Certo. C’è incognita del Senato. Sulla quale non mi dilungo. Ma bisogna ricordare che nel 2006 la coalizione di centrodestra ebbe circa 200mila voti in più dell’Unione al Senato. Eppure il computo dei seggi portò ad un sostanziale pareggio. Con un lievissimo vantaggio dell’Unione. Insomma, per il credo conosciuto meccanismo del premio di maggioranza assegnato nelle singole regioni invece che a livello nazionale, in quel caso fu favorita l’Unione. Non il centrodestra. Pur essendoci una notevole dose di casualità nella formazione della maggioranza di governo al Senato non si può dire oggi che la legge porcellum è stata fatta da Berlusconi per impedire la governabilità al Senato. Tanto meno si può, avendo previsto di fare il governo con Monti solo dopo le elezioni pur continuando a fare l’apologia del bipolarismo e gridando al pericolo della destra, invocare il voto utile. Perché non si è fatto l’accordo con Monti prima delle elezioni per assicurarsi la vittoria al Senato? Ancora una volta, perché non si è cambiata la legge elettorale almeno istituendo il collegio unico nazionale per determinare il premio di maggioranza?

Il voto utile sarebbe quello di elettori di sinistra (utili idioti) a permettere al centrosinistra di prendere due piccioni con una fava? Avere comunque la maggioranza al Senato per poi procedere a fare il governo con Monti e allo stesso tempo assicurarsi che a sinistra non ci sia nessuno a rompere le scatole?

Ma in che direzione si svilupperà la trattativa post voto?

Vediamo il terzo imbroglio.

3) sulla Carta d’intenti firmata da Vendola prima delle primarie del centrosinistra ci sono scritte cose ben precise. Tutti i temi e contenuti più controversi sono scritti con l’ambiguità necessaria a lasciare aperta la porta all’accordo di governo con Monti. Esagero?

Vediamo. E mi limito ad alcuni esempi.

Europa.

Oltre alla solita riproposizione della retorica sull’Europa politica e democratica che non c’è (chissà come mai!), per realizzarla si parla esplicitamente di un “patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee”. Visto che esse sono senza dubbio socialisti, popolari e liberali, e cioè le forze che hanno partorito i trattati e soprattutto il trattato costituzionale neo liberista, in sostanza si dice che il governo reale dell’Europa fondato sulla collaborazione delle tre forze, tutte neoliberiste, va bene com’è.

Poi, immediatamente dopo, si prosegue:

“Anche per l’Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.
Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa costruire un progetto alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva.”

Per favore, attenzione alle parole e al loro significato preciso.

Qui c’è scritto che l’intreccio fra governo nazionale ed europa si realizza IN ITALIA con un accordo (progetto di governo italiano) con il CENTRO LIBERALE contro il populismo ecc.

Più chiaro di così si muore, per chi sa leggere un documento di questo tipo. Ma più ambiguo di così si muore per il lettore non smaliziato. Perché la retorica sul deficit democratico (che non manca mai) prevede che si faccia un accordo costituente con i partiti europei che sono esattamente i responsabili del deficit democratico (sic). E, attraverso intricate circonlocuzioni dove sembra non essere chiaro se si parla di Europa o di Italia si dice che bisogna fare un accordo di legislatura con il centro liberale, che in Italia si legge Monti, contro populismi ecc, che in Italia si legge Berlusconi. È evidente che non si parla di Europa se si dice “anche per  l’Europa” parlando dell’intreccio fra legislatura costituente nazionale ed europea e poi si specifica che si vuole la collaborazione di governo con il CENTRO LIBERALE. Tutto si tiene. In Europa bisogna continuare il governo unitario di socialisti, democristiani e liberali, ma in Italia bisogna fare il governo con Monti contro Berlusconi.

In campagna elettorale si è sentito dire più volte da esponenti di SEL: ma nella Carta c’è scritto di una normalissima collaborazione sulle riforme costituzionali, non di un governo con Monti. Mentre, come è noto, Bersani ha insistito sul fatto che la “apertura al centro” è ben chiara nella Carta.

O mi sbaglio?

Ma proseguiamo:

Democrazia

Oltre a diverse generiche affermazioni c’è un punto preciso:

“Daremo vita a un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura.”

La prossima legislatura avrà una funzione costituente? Con questa legge maggioritaria il paese è rappresentato affiche la funzione costituente del parlamento sia democratica?

Questa frasetta buttata lì è il massimo tradimento della costituzione italiana, che non per caso venne redatta da un parlamento eletto con la proporzionale. Ma forse Vendola non ricorda di essersi opposto fieramente alla bicamerale presieduta da D’Alema in ragione esattamente della sua non rappresentatività democratica. E forse non ricorda che quando lui era deputato del PRC quest’ultimo proponeva casomai di eleggerlo si un parlamento costituente, anche parallelo a quello eletto col maggioritario, ma con la proporzionale.

Ma si sa, queste sono cosette da niente. Come il pareggio di bilancio in costituzione che è una iperbole liberista. Basta dire che la costituzione italiana è bella due o tre volte, salvo poi assegnare ad un parlamento ultramaggioritario il compito di stravolgerla.

Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.

 

Diritti civili.

“Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. E’ inoltre urgente una legge contro l’omofobia. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione.”

Questo testo è ben al di sotto di quanto previsto dal programma dell’Unione del 2006. Che recitava:

“L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale”

Nella Carta c’è il diritto per la coppia omosessuale a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. Nel testo del 2006 c’è l’equiparazione della coppia non sposata eterosessuale a quella omosessuale e la promessa di attribuire loro gli stessi diritti.

Non è lo stesso. E comunque siamo ben lontani da qualsiasi legislazione di paesi europei che riconoscono il matrimonio e il diritto ad adottare. O mi sbaglio?

Del resto è impossibile che il PD sposi le tesi del PSOE, del PSF, della SPD e così via, visto che è composto almeno per un terzo di ferventi cattolici obbedienti alle direttive del vaticano. Si è visto in diversi precedenti, come quando votarono contro la riduzione del divorzio da tre anni ad un anno e sulla fecondazione assistita insieme al centrodestra e lega.

Vendola si vuol sposare. Lottiamo tutti per questo suo diritto. Ma avendo contratto un matrimonio politico con Rosy Bindi ed Enrico Letta ha dovuto firmare un testo nel quale al massimo è previsto che gli omosessuali conviventi acquisiscano qualche diritto, forse nemmeno equiparato a quelli delle coppie eterosessuali non sposate.

Anche qui sfido a dimostrare il contrario.

E… dulcis in fundo

La Carta d’Intenti prevede le RESPONSABILITA’.

Il testo è qui chiarissimo.

Leggere per credere:

“L’Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l’imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell’affidabilità e della responsabilità . Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti.

Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:

• sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
• affidare a chi avrà l’onere e l’onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale;

• vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; 
• assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi;
• appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.”

 

C’è scritto che il premier si deve sostenere qualsiasi cosa faccia. Per esempio non si deve criticarlo se, come Prodi, decide in totale solitudine di dire si alla base statunitense di Vicenza.

C’è scritto che è il premier a decidere i ministri. Punto.

C’è scritto che se insorgono divergenze fra SEL e PD, a dirimere è il voto dei parlamentari della coalizione in seduta congiunta. Con maggioranza qualificata. Non c’è scritto se la maggioranza qualificata deve essere del 60 70 80 90 %. Siccome è difficile anche per chi fa uso di forti stupefacenti prevedere che SEL abbia più di un quinto  dei parlamentari del PD e che la maggioranza qualificata sia dell’80 %, questa clausola significa che il PD decide e SEL obbedisce. O mi sbaglio?

C’è scritto che tutti i trattati internazionali non si toccano. Salvo rinegoziarli, ma in accordo con gli altri governi. Per i trattati dell’Unione Europea significa che bisogna avere l’unanimità di tutti i governi. Perché si può sempre negoziare e rinegoziare. Ma se non si prevede che si possa rompere e/o denunciare un trattato unilateralmente significa che non di trattativa si tratta bensì di richiesta di unanimità sulla eventuale modifica di un trattato. Cioè zero. Impossibile.

C’è scritto, per maggior chiarezza, che bisogna appoggiare i tagli che il governo dovrà fare per “difendere la moneta unica”, e cioè per rispettare i diktat della Banca Centrale Europea, del FMI e della Commissione.

Insomma, non solo si dovrà fare un accordo con il CENTRO LIBERALE, e cioè con Monti. Non solo in questo testo non c’è traccia di Legge 30, articolo 18, art. 8, missioni militari e così via.

Ma è già questo testo, ed anche un governo del centrosinistra senza Monti, puramente iscritto nel neoliberismo nemmeno temperato analogo a quello di tutti i partiti che furono socialisti e socialdemocratici e che oggi sono tutto meno che di sinistra. Con l’aggiunta che questo testo, e non solo il PD, non da risposte laiche e rispettose dei diritti degli omosessuali.

Ma perché SEL partecipa ad un simile imbroglio?

Per scoprirlo vediamo un altro aspetto quasi sconosciuto della legge elettorale vigente.

 

4) la legge prevede uno sbarramento del 4 % ad una lista non coalizzata. Ma per una lista coalizzata in una coalizione, sia quest’ultima vincente o perdente, questo sbarramento non c’è. C’è uno sbarramento del 2 %. Ma per la prima lista coalizzata che non raggiungesse il 2 % non vale nemmeno questo sbarramento. In altre parole SEL entrerà comunque in parlamento e godrà comunque del premio di maggioranza.

Mettiamo che la lista Rivoluzione Civile abbia il 3,8 % dei voti e che SEL abbia anch’essa il 3,8 %.

A quale persona sana di mente può sembrare giusto che SEL entri in parlamento ed abbia anche il premio di maggioranza mentre Rivoluzione Civile resta fuori?

Gli elettori indubbiamente di sinistra che votano per SEL e che contemporaneamente votano per il programma della Carta d’Intenti, in che modo possono essere rappresentati da SEL nei loro contenuti? Essi credono di votare per chi è d’accordo ad eliminare la riforma Fornero dell’articolo 18 e delle pensioni. Per il matrimonio gay. Contro il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione. E così via. O mi sbaglio? Ma queste cose sono impossibili già nell’accordo col PD, figuriamoci con il governo mediato con Monti.

Esiste una possibilità nemmeno tanto remota, che SEL una volta che il PD proponga ufficialmente, dopo il voto, di formare il governo con il CENTRO LIBERALE di Monti, rompa col PD e passi all’opposizione.

Questa cosa è possibile. Basterebbe far finta che col nuovo governo con Monti, anche se è ben previsto nella Carta, quest’ultima non valga più. Sempre che SEL al Senato non sia determinante. Perché altrimenti anche questo gioco diventerebbe impossibile, pena il “favorire” Berlusconi.

Ma se anche le cose andassero così si tratterebbe di un imbroglio bello e buono. Verso gli elettori del PD. O no?

Insomma, comunque vada, SEL è in una botte di ferro ed entrerà in parlamento. Come unica forza di “sinistra” grazie al “voto utile” o con più seggi di Rivoluzione Civile anche se quest’ultima prendesse più voti di SEL.

Sarà per questo che SEL ha deliberatamente scelto di soprassedere sull’appoggio del PD a Monti e a tutte le sue leggi di massacro sociale e dei diritti? Sarà per questo che non ha voluto nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di fare una lista comune sui contenuti di sinistra e/o una coalizione con altre liste di sinistra? Sarà per questo che è inusitatamente diventata una forza sostenitrice del bipolarismo? Sarà per questo che dopo aver “sognato” di vincere le primarie del centrosinistra per due anni si è acconciata a svolgere un ruolo comprimario nel centrosinistra?

Resta il fatto che in Italia, al contrario che Grecia, Spagna, Francia, Germania e via elencando, chi è contrario alle politiche neoliberiste si presenta diviso alle elezioni rischiando di non contare nulla sia dentro il governo sia fuori da esso.

Questo fatto gravissimo è dovuto unicamente al settarismo di SEL, al fatto che i suoi dirigenti hanno deliberatamente scelto di imbrogliare gli elettori, con l’unico obiettivo di salvaguardare se stessi.

Mi spiace ma questa è la verità. Triste ma inconfutabile, purtroppo.

Sono sicuro che qualcuno, a questo punto, potrebbe esclamare, nonostante tutto quello che ho scritto: ma bisogna battere Berlusconi! 

Ed eccoci al quinto imbroglio.

5) a meno di un evento miracolistico anche i sassi sanno che Berlusconi non vincerà le elezioni. La sua irresistibile ascesa nel corso degli ultimi due mesi, però, è di totale responsabilità del centrosinistra. Vediamo perché.

Bersani dice sempre: Mica abbiamo vinto, la destra c’è ed è forte!

Come dargli torto.

Però, delle due l’una.

O la destra di Berlusconi è populista e ad essa bisogna contrapporre una coalizione liberale e antipopulista, unica capace oggi di vincere nel meccanismo del maggioritario bastardo del porcellum. O la dialettica è fra destra e sinistra e allora i contenuti devono essere chiari e, anche a dispetto del meccanismo maggioritario, si può conquistare il consenso dei ceti popolari colpiti dalle politiche di destra del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi.

In entrambi i casi si parla chiaro e non si imbrogliano gli elettori.

Certo la seconda ipotesi necessita dell’accettazione del rischio della sconfitta. Ma nella crisi forse per la prima volta si potrebbe vincere con un chiaro programma di sinistra. Che certamente sarebbe definito a sua volta, da Monti e perfino da Berlusconi, populista. Mentre la prima, in pura continuità con l’ormai consolidata tradizione dei partiti socialisti europei, garantisce contemporaneamente la vittoria elettorale e la sconfitta sociale delle classi subalterne.

Perché non c’è dubbio che senza denunciare certi trattati internazionali, cancellare controriforme, eliminare privatizzazioni ecc. si possono vincere le elezioni riservando alle classi subalterne anni e decenni di lacrime e sangue.

Perché si lascia che Berlusconi si appropri di obiettivi e proposte di sinistra e lo si accusa di populismo?

Forse che l’IMU sulla prima casa “è un provvedimento doloroso ma inevitabile”?

Forse che dire “bisogna ristabilire la sovranità del popolo sulla moneta” è un concetto eversivo e antidemocratico?

Davvero si pensa di battere Berlusconi con i comici in tv e i talk show alla Santoro, che non fanno altro che alimentarne la popolarità?

Davvero si è sicuri che, se costretto a scegliere fra chi spiega la necessita dei suoi sacrifici per salvare le banche e chi promette la restituzione dell’IMU, un operaio afflitto dal mutuo e da un salario indecente, che dovrà lavorare diversi anni in più per prendere una pensione di merda, quest’ultimo sceglierà di sacrificarsi sull’altare della presentabilità del premier eletto presso i salotti dei rapaci mercati finanziari?

Evidentemente si. Perché da tempo ormai immemore il PD pensa che si debba “governare” l’esistente, rassicurare i poteri forti esibendo la propria “qualità” più appetibile per essi, e cioè garantire sacrifici con la pace sociale.

Come si può gridare al pericolo della destra indicando come dramma la propensione di Berlusconi a mettersi le dita nel naso in pubblico mentre la società viene devastata dalla cancellazione di diritti e giustizia sociale?

Si può, cercando di evitare che cresca una rivolta e una sinistra non addomesticata.

Attenzione, non parlo di un complotto, bensì di uno spontaneo movimento verso una dialettica politica nella quale tutto si confonde. Nella quale non c’è destra e sinistra, bensì gente perbene ed impresentabili, populismo e realismo, normalità ed eccezionalità, vecchio e nuovo e così via. Una dialettica dove impera l’imbroglio. Dove ci si contrappone alla demagogia berlusconiana con la demagogia che nasconde contenuti inconfessabili (in campagna elettorale) della Carta d’Intenti.

Se questo è anche solo parzialmente il quadro della situazione italiana manca solo un ultimo imbroglio. Il Movimento 5 stelle.

6) almeno un terzo, se non la metà o più, dei moltissimi voti che andranno a Grillo, sono di elettori che oltre ad essere, con diverse ragioni, schifati della politica ufficiale, hanno senza dubbio in testa contenuti di sinistra o di estrema sinistra. È inutile che io ricordi qui elencandoli gli slogan di grillo sulle banche, le multinazionali, la globalizzazione, l’euro, l’ambiente, i diritti civili e così via che sono pari pari la riproposizione di contenuti ed obiettivi di sinistra da anni e perfino decenni.

Certo, poi ci sono ambiguità ed anche contenuti liberisti e perfino razzisti.

Con il fenomeno della predicazione, ben divulgata dai talk show e dai mass media a “insaputa” di Grillo, e della manipolazione dell’opinione pubblica in internet della Casaleggio e associati, oltre che con l’avvitamento su se stessa di una politica vacua e moralmente degenerata oltre ogni limite, una buona parte degli elettori italiani di sinistra voteranno una lista dai contorni indefiniti, destinata a mostrare la sua vera anima, o le sue vere cento anime, al primo voto su un qualsiasi contenuto controverso. Una lista che però intanto dà una spallata forse definitiva alla democrazia rappresentativa per favorire il passaggio ad una democrazia autoritaria e tecnocratica. Senza istituzioni intermedie, senza partiti intesi come collettivi dotati di categorie interpretative della realtà, senza la fatica della democrazia vera, dal basso possono salire solo protesta e rancore. Cose facili da manipolare al fine di sterilizzare i contenuti veramente portatori di cambiamento e al fine di uccidere i partiti come veicolo di partecipazione in favore di leader e tecnocrazie varie.

Spero di avere torto, ma credo sia proprio così.

Infine l’ultimo imbroglio, sul quale bastano pochissime parole:

7) chi pensa che su televisioni e giornali la campagna elettorale sia stata corretta ed utile ad informare gli elettori alzi la mano. Chi pensa che Ingroia e Rivoluzione Civile abbiano avuto adeguati spazi ed attenzione, e che le domande e i servizi siano stati corretti e non maliziosamente parziali, come la ripetuta tiritera sul voto utile, alzi la mano.

Alzi la mano e verrò di persona a tagliargliela con un machete affilato.

 

In conclusione.

 

Ogni elettrice ed elettore che sceglierà di votare per la lista Rivoluzione Civile avrà dovuto superare gli scogli rappresentati da tutti questi imbrogli. Il nostro voto moralmente e politicamente vale doppio, triplo.

Rivoluzione Civile non è altro che portare in parlamento i contenuti di sinistra, come in tutti gli altri paesi europei.

Superare il quorum ingiusto è necessario affinché il parlamento che proseguirà nella politica neoliberista e nel massacro sociale veda presente l’opposizione di sinistra capace di costruire una alternativa. E gli anni prossimi saranno più duri degli ultimi. I paesi del sud dell’Europa saranno massacrati e si imporrà una svolta epocale.

Rivoluzione Civile in parlamento può essere il primo passo della riunificazione della sinistra reale. Su un programma condiviso, senza discriminazioni, senza che nessuno debba rinunciare a nulla di se stesso, su basi democratiche funzionando col principio di una testa un voto.

Ogni voto a Rivoluzione Civile è utile a tutta la sinistra europea ed inviso a socialisti, popolari e liberali. È utile a ridare senso alla parola politica ed è inviso ai politicanti imbroglioni, soprattutto a quelli sedicenti progressisti e di sinistra, che sguazzano nell’ambiguità e mortificano i propri stessi elettori. È utile a rafforzare tutte le lotte.

È utile alla resistenza oggi e all’alternativa domani, contro questo sistema infame.

È utile a conservare e difendere la propria dignità.

 

ramon mantovani

Morte ai partiti? (parte seconda)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , on 12 giugno, 2012 by ramon mantovani

Analizziamo, in questa seconda parte dell’articolo, la degenerazione ulteriore del sistema politico italiano e in particolare le questioni relative alle elezioni amministrative con elezione maggioritaria diretta di sindaci e presidenti e alle preferenze.

Ancora durante il terremoto di tangentopoli, come abbiamo già detto, si passò al sistema maggioritario. Si cominciò dalle amministrative.

Oggi c’è un coro quasi unanime nel ritenere cosa buona e giusta l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di province e regioni. Si dice che i cittadini possono scegliere, che non devono affidarsi alle trattative tra i partiti dopo le elezioni, che quindi possono “partecipare” effettivamente e direttamente.

Nessuno può spiegare, però, come mai da quando c’è l’elezione diretta di sindaci e presidenti (in tutte le regioni non esiste la carica di “governatore” eppure, ahinoi, a destra e manca si parla sempre di governatori perché fa più “americano”!) la cittadinanza vota meno e al secondo turno vota ancora meno che nel primo turno. Mistero o sintomo di minor partecipazione? Ma vediamo nel dettaglio gli effetti concreti della riforma elettorale di comuni, province e regioni.

Il sindaco o presidente di provincia e la sua giunta hanno concentrato molti poteri che prima appartenevano al consiglio. Il consiglio, se va bene, è ridotto al controllo dell’operato della giunta, ma anche in questa funzione è zoppo giacché la giunta dispone del premio di maggioranza in seggi e lo può controllare più agevolmente. Inoltre la giunta assume “consulenti” ultra pagati, con mortificazione ulteriore delle competenze propositive del consiglio e dell’apparato funzionariale dell’ente locale. Ovviamente i consiglieri sono stati “consolati” aumentando le loro prebende in senso inversamente proporzionale al potere detenuto effettivamente rispetto al passato. I partiti che hanno perso potere di rappresentanza effettiva sia verso il sindaco o presidente sia verso i propri gruppi istituzionali (ma fra poco vedremo meglio questo aspetto) vengono ricompensati con i “posti” nei consigli di amministrazione delle municipalizzate e in diversi altri organismi. Tutti posti altamente remunerati, molto più delle semplici e già notevolmente aumentate prebende dei consiglieri. In questo quadro il sindaco o presidente e la sua coalizione che ha ottenuto mediamente si e no un terzo dei voti degli aventi diritto comanda su tutti.

Nelle regioni, dove con il capolavoro “federalista” del centrosinistra sono stati concentrati poteri prima di esclusiva competenza statale, è ancora peggio. Valgono le stesse considerazioni dei comuni e delle province appena elencate. Ma a queste bisogna aggiungere la competenza ad approvare leggi elettorali proprie e, guarda un po’, a regolare in proprio gli stipendi dei propri consiglieri, con relativi vitalizi e prebende varie. Chiunque sa che ormai due terzi delle regioni hanno per i loro consiglieri trattamenti ben più privilegiati di quelli dei parlamentari nazionali.

Il doppio effetto dell’elezione diretta del podestà (pardòn, del sindaco o del presidente) e della permanenza delle preferenze nei comuni e nelle regioni (tranne la Toscana) ha prodotto una assoluta personalizzazione della politica. Sempre più i candidati a sindaco o presidente lo diventano lanciando da se la propria candidatura e invitando, o obbligando, i partiti affini a seguire. Anche nel caso il candidato venga proposto ed offerto alla coalizione da un partito questo è quasi sempre un “personaggio” locale. Non è la competenza, la cultura o la coerenza con un qualche ideale ad ispirare la scelta. Bensì la possibilità o meno di competere in una campagna elettorale costruita sulla competizione personale. L’iperbole del personalismo sta nelle primarie. Dove le differenze programmatiche e a volte perfino le scelte di composizione delle coalizioni dipendono dal “personaggio” che le vincerà. Le folle plaudenti possono solo organizzarsi per fare il tifo e portare voti al “personaggio”. Da lui e solo da lui dipenderanno soddisfazioni e delusioni.

Inoltre ci sono le preferenze. Sulle quali tornerò ancora più avanti. Ma intanto parlando di comuni e regioni, dove i consiglieri non sono “nominati” bensì eletti con un sempre crescente numero di voti di preferenza, bisogna saper vedere la realtà.

Con il maggioritario si vince o si va al ballottaggio spesso per pochi voti. Quindi il maggioritario, che avrebbe dovuto semplificare il sistema politico e ridurre il numero dei partiti, è la causa, invece, del proliferare delle liste e della frammentazione politica. Anche a costo di annoiare descrivo puntualmente, e secondo me inconfutabilmente, i meccanismi che provocano personalizzazione e frammentazione.

Essendoci contemporaneamente il voto di preferenza e il maggioritario le liste dei partiti non bastano. Per il semplice motivo che anche una lista con un nome di fantasia ma collegata ad un candidato sindaco o presidente apporta al risultato finale almeno i voti di preferenza raccolti dai candidati. Se in una coalizione ci sono due liste e nell’altra quindici e il consiglio è di trenta seggi la prima coalizione avrà 60 candidati e l’altra 450. I voti strettissimi di parenti ed amici, che magari mai voterebbero per quello schieramento, possono essere decisivi per la vittoria finale.

Si dirà, e si dice, che il maggioritario, l’elezione diretta del sindaco o del presidente e le preferenze garantiscono che l’elettore scelga veramente. Si dice che chi vince governa e può prendere decisioni, forte del consenso della popolazione che l’ha eletto direttamente alla funzione di governo. Si dice che i consiglieri, essendo stati eletti con le preferenze, sono più rappresentativi e che i partiti sono più democratici in quanto i dirigenti di partito possono al massimo proporre una lista e non decidere chi verrà eletto.

Sono tutte falsità. È vero esattamente il contrario. E tenterò di dimostrarlo.

Per farlo esporrò dei dati oggettivi, e non solo opinioni e vaghe considerazioni. A tal fine mi sono preso la briga di analizzare il risultato elettorale delle recentissime elezioni del comune di Genova. Sono convinto che siano rappresentative dei fenomeni che descriverò. E comunque chi volesse cimentarsi a dimostrare il contrario esibendo dati di altri comuni lo può fare.

Nel 2007 per il comune votarono 323.289 elettori su 523.529 aventi diritto. Pari al 61,75 %.

Nel 2006 nel comune di Genova per la Camera dei Deputati aveva votato il 82,41 % degli aventi diritto. E nel 2008, sempre per la Camera, il 75,90 %.

Tre elezioni in due anni. Come mai nei turni delle elezioni politiche votano tra il 15 e il 20 % in più del comune? Eppure per la Camera si vota con il sistema elettorale chiamato “porcellum”, gli elettori non possono scegliere i propri rappresentanti con le preferenze, le liste dei partiti comprendono persone (come il sottoscritto) senza radicamento territoriale. Come mai quando si vota direttamente per il sindaco e si possono scegliere con le preferenze i rappresentanti che si conoscono bene perché abitano sul territorio il 20% degli elettori non vota?

Nel 2007 vinse le elezioni al primo turno la candidata del centrosinistra Marta Vincenzi con 158.238 voti pari al 51,20% sui voti validi. Ma pari al 30,22% sugli aventi diritto.

Nemmeno un terzo degli elettori decretò la vittoria del centrosinistra e fece guadagnare alla coalizione 30 dei 50 seggi in consiglio comunale, pari al 60%.

Insomma, con il 30% degli elettori si conquista il 60% dei seggi in consiglio.

E vediamo cosa è successo poche settimane fa.

Al primo turno votano 279.683 elettori su 503.752, pari al 55,51%. Al secondo 196.894 pari al 39,08%.

Il candidato del centrosinistra, nominato con le primarie, al primo turno prende 127.477 voti pari al 48,31% sui votanti e al 25,30% sugli aventi diritto. Al ballottaggio prende 114.245 voti pari al 59,71% sui votanti e al 22,67% sugli aventi diritto.

Insomma, le elezioni si vincono con nemmeno il voto di un elettore su quattro. E si conquistano 24 seggi su 40, pari sempre al 60%.

È questo il bello dell’elezione diretta del sindaco? È questa la dimostrazione che le liste dove si può scegliere chi votare con la preferenza aumentano la partecipazione dei cittadini?

Ed ora tenterò di sfatare il mito che con le preferenze si scelgono i propri rappresentanti.

Tutti i dati si riferiscono alle ultime comunali di Genova.

Si sono presentate 25 liste. Di queste solo 8 hanno eletto consiglieri. E una il solo candidato sindaco.

Le liste composte quasi tutte da 40 persone hanno messo in campo 1000 candidati. Circa un candidato ogni 230 votanti. Perché, al netto dei votanti i soli candidati sindaci, solo 229.989 elettori hanno votato una lista.

Per tutte le liste sono state espresse 93.391 preferenze, pari al 41,15% dei voti andati a tutte le liste.

Ai candidati effettivamente eletti sono andati 23.236 voti. Il 10,10% rispetto ai voti di lista e l’11,90% rispetto ai voti di lista dei partiti che hanno eletto. Il 24,88% rispetto al numero totale delle preferenze espresse su tutte le liste.

In altre parole 8 elettori (per la precisione 8,4) che hanno espresso una preferenza non hanno eletto nessuno, né scelto un bel niente.

Inoltre il 33,40% degli elettori che ha votato liste che non hanno eletto nessuno ha espresso la preferenza. Una percentuale maggiore di circa l’8% rispetto alle liste che hanno eletto. E se consideriamo i dati dividendoli fra liste coalizzate e liste non coalizzate troviamo che il 34,64% degli elettori di liste che non hanno eletto ma coalizzate nel centrodestra, hanno espresso preferenze (ma il dato sarebbe di circa il 60% se non fosse per una lista, Libertas DC, i cui elettori stranamente hanno espresso pochissime preferenze, addirittura solo l’1,29%). Per il centrosinistra il dato è del 61,04%. Mentre per le liste non coalizzate è il 19,99%. Vi è quindi una differenza enorme tra le preferenze espresse per liste che non hanno eletto ma i cui voti hanno contribuito alla vittoria della coalizione e le liste che hanno sostanzialmente disperso i voti.

È difficile sostenere che il sistema delle preferenze premi le scelte degli elettori, se solo uno su dieci centra l’obiettivo di mandare in consiglio il rappresentante che preferisce. È altrettanto evidente che le cosiddette liste civiche coalizzate hanno la funzione di convogliare sulla coalizione voti attraverso le preferenze, anche se queste non eleggono nessuno. Ci sono cioè molti cittadini che votano un conoscente, un collega, un parente, ma non lo eleggono, portando però un vantaggio ad una coalizione che magari non voterebbero. Determinando quindi l’elezione di altre persone che magari non voterebbero mai.

È la dimostrazione di quanto ho sostenuto più sopra.

La controprova sta nell’esame delle preferenze per le liste non coalizzate, che sono infinitamente inferiori rispetto alle altre.

Salta all’occhio, per chi lo vuole vedere, un dato stupefacente. La lista 5 stelle, con la sua retorica contro il parlamento dei nominati, con l’apologia delle persone della società civile radicate nel territorio, è la lista i cui elettori esprimono il minor numero di preferenze. 32.516 voti alla lista e solo 1.086 preferenze espresse, pari al 3,33%. E di queste 1.086 preferenze solo 461 sono state decisive per eleggere i 4 consiglieri espressi dalla lista.

Tutti questi sono dati reali e fatti. La retorica delle preferenze che garantirebbero di non avere “nominati” è fatta solo di parole, che per quanto suggestive sono in aperta contraddizione con i fatti. Ma si possono aggiungere altre considerazioni circa le preferenze.

Come abbiamo visto la gran parte delle preferenze espresse non elegge nessuno e spesso induce l’elettore a portare il suo voto per una lista o per una coalizione che non voterebbe se desse retta ai suoi convincimenti ideali o anche solo politici. Come abbiamo visto è falso che la possibilità di scegliere l’eletto con le preferenze aumenta la partecipazione al voto. Come abbiamo visto più il voto è orientato da motivazioni e convinzioni più alta è la delega politica consegnata alla lista o al partito, fino a non esprimere quasi preferenze.

Ora elenchiamo altre conseguenze precise ed inconfutabili prodotte dal sistema delle preferenze.

1) L’elettore che vota una lista non sa chi sarà eletto. Quindi in una lista possono esserci ottimi candidati e pessimi candidati. In una lista bloccata si sa chi quella lista vuole effettivamente portare in consiglio. Conseguentemente l’elettore può meglio effettivamente scegliere a ragion veduta se esprimere il voto per quella lista. Facciamo un esempio, concreto (ma se ne potrebbero fare moltissimi): se il partito X si presume grossomodo che possa eleggere 5 consiglieri e nei primi 5 posti in una lista bloccata non mette nessuna donna, l’elettore o elettrice che abbia a cuore la rappresentanza femminile punirà quel partito, giacché è chiaro quale sia la sua volontà. Con le preferenze, invece, molti scelgono una donna e alla fine eleggono solo uomini.

2) Nella lista bloccata i candidati non sono in competizione fra loro. Non dedicano la maggior parte del tempo e delle risorse a cercare il voto per se stessi nello stesso bacino elettorale degli altri candidati della stessa lista. Non devono produrre materiale di propaganda con la propria faccia e con slogan folgoranti ma che non c’entrano nulla con ciò che faranno in consiglio se eletti. Non devono offrire cene e fare promesse di ogni tipo. La campagna sarà incentrata sul programma e sui progetti politici collettivamente espressi dalla lista. Con le preferenze, invece, la lista è minata nella sua unità esattamente dalla competizione sfrenata dei candidati che corrono effettivamente per essere eletti. Le differenze diventano divisioni e le scorrettezze si sprecano. I muri sono invasi da facce con slogan che vanno bene per qualsiasi partito o lista. Per competere ci vogliono molti soldi. Come rientreranno gli eletti dai costi enormi che hanno sostenuto in campagna elettorale? Che competizione seria ci può essere tra chi possiede molti soldi e chi non ne possiede?

3) Al contrario di quel che si crede il rinnovamento del personale politico è sfavorito dalle preferenze. È perfino ovvio che più si è conosciuti e più preferenze si raccolgono. E che chi siede in consiglio da più tempo è più conosciuto. Se un partito tenta di rimuovere uno attaccato alla seggiola da diverse legislature lo può fare solo non mettendolo in lista e rinunciando a buona parte dei voti di preferenza che questi è in grado di mobilitare. Ma ormai sempre più spesso l’estromesso esce dal partito e fonda la sua lista, portandosi gran parte delle preferenze e risultando spesso eletto in consiglio.

4) I luoghi comuni imperanti dicono che il consigliere eletto nella lista bloccata sarebbe “fedele” al partito perché è da questo che dipende la sua eventuale rielezione. Mentre il consigliere eletto con le preferenze sarebbe più libero, rappresentando così meglio i cittadini. Ma cos’è la fedeltà al partito? Se uno è parte di un collettivo del quale condivide ideali e programmi, che per altro ha contribuito a produrre, e viene scelto democraticamente, sempre dal collettivo, perché non dovrebbe adeguarsi alle decisioni che quel collettivo prende? Sarebbe questa la schiavitù del “nominato”? Come abbiamo visto più sopra con dati inconfutabili, solo un elettore su dieci elegge chi preferisce con la preferenza. Se analizziamo i voti personali di preferenza ottenuti da un singolo candidato scopriamo che ad eleggerlo hanno concorso due fattori: a) i voti di lista senza preferenze e i voti di lista più preferenze andate a candidati non eletti; b) i voti di lista con i voti di preferenza per quel candidato. Potrebbe quel candidato essere eletto con i soli voti di preferenza? No di certo. Ed inoltre, anche di quei voti di preferenza quanti sono stati portati alla lista per la presenza di quel candidato e quanti, al contrario, sono espressione di una preferenza scelta nell’ambito di una lista che comunque si sarebbe votata? Queste inconfutabili considerazione dovrebbero impedire a qualsiasi candidato eletto di erigersi in quanto persona a rappresentante degli elettori. C’è la volontà degli elettori, quella del collettivo o partito che ha compilato e proposto programmi e liste, ed infine c’è la volontà degli eletti. Se, come si sente ad ogni piè sospinto, l’eletto dice: – “io rispondo ai miei elettori e non al partito!” – vuol dire che siamo in presenza di un furto di consenso, di una appropriazione indebita, di un abuso. Di un vero e proprio imbroglio. Spesso c’è un debito da saldare con lobbies e persone che, quelle si, hanno avuto parte decisiva nel raccogliere le preferenze necessarie per essere eletti. Se gli interessi delle lobbies entrano in conflitto con gli interessi di partito e con quelli del 90% e passa degli elettori che hanno votato la lista ma non quel candidato, è democratico che prevalga l’interesse privato dell’eletto?

5) Le preferenze sono una libera di scelta dei cittadini. E come tutte le libertà non sono un obbligo. Quindi fra i voti di lista c’è democrazia sostanziale se anche solo una minoranza sceglie le persone con le preferenze. Chi non le esprime o ne esprime di perdenti ha comunque partecipato. Questo ragionamento sembra non fare una grinza. Ma se si dimostra che il voto può essere controllato e quindi scambiato come una merce al mercato il ragionamento crolla miseramente. Ed è quello che farò, ancora una volta inconfutabilmente.

Un voto di lista espresso senza preferenze è sicuramente segreto e non verificabile. La legge, giustamente, prevede che non possa essere riconoscibile. Ma il voto di preferenza, invece, può facilissimamente rendere il voto riconoscibile. Del resto è da tempo immemore che la mafia controlla enormi quantità di voti in questo modo. Al sud come al nord del paese. Esagero?

Vediamo se esagero.

Se io voglio comprare pacchetti di voti per un candidato agirò così:

Ad una persona che mi promette dieci preferenze in quel seggio e venti in quell’altro seggio per il candidato pinco pallino dirò che deve far scrivere P. Pallino accanto al simbolo del partito. Ad un’altra che me ne promette cinque e dieci negli stessi seggi dirò di far scrivere Pallino Pinco. Ad un’altra Pinco Pallino in stampatello. Ad un’altra Pinco Pallino in corsivo. Ad un’altra solo Pallino. E così via. Scrutatori e rappresentanti di lista compiacenti possono agevolmente controllare durante lo scrutinio.

Da sempre nelle zone ad alta densità mafiosa ci sono percentuali di preferenze espresse esorbitanti rispetto al resto del paese. Sarà che la mafia immette nell’aria sostanze dopanti che esaltano lo spirito di partecipazione dei cittadini?

Sfido chiunque a dimostrare che le cose non stanno così.

Ovviamente si tratta di un abuso ai danni dello spirito della legge. Ma si può ignorare che il voto di scambio e il controllo del voto sono agevolati se non sostanzialmente garantiti dalla preferenza?

Per non parlare delle diffusissime clientele. Se un assessore affida ad una cooperativa un lavoro è considerato più che normale che i soci-lavoratori di quella cooperativa e le loro famiglie diventino elettori di quel personaggio, da cui può dipendere il loro futuro. Con la preferenza lo voteranno in qualsiasi partito e coalizione si candidi. Il personaggio sarà proprietario di un pacchetto di preferenze che potrà far valere in una trattativa per essere collocato in una lista. Potrà perfino “scambiare” il proprio pacchetto con personaggi di altre liste in elezioni diverse: “Io dirò ai miei elettori di votare te alla regione e tu ai tuoi di votare me al comune”. È così che in piccoli comuni, dove si può vedere bene il fenomeno, ci sono partiti che alle comunali prendono il 20% dei coti e alle regionali il 5%. E viceversa. A volte lo stesso giorno. Cosa scelgono gli elettori “fedeli” al personaggio? Cosa c’è di democratico in tutto questo?

6) I partiti i cui candidati vengono direttamente scelti dagli elettori sono obbligati a proporre liste ricche di persone di ottima qualità. La scelta degli eletti, con le preferenze, da parte dei cittadini invece che da parte dei dirigenti del partito rende il partito più democratico. Altri due luoghi comuni completamente falsi.

Se un partito non è democratico ed è dominato da un ceto irremovibile il problema è pressoché irrisolvibile. Il problema risiede nella natura e nella vita del partito. Tuttavia un partito dominato da un ceto il cui interesse è collocare alcune persone di un certo tipo nella istituzione con la lista bloccata evidenzierà senza dubbio queste intenzioni. Mentre con le preferenze potrà mettere in lista poche persone, nei piccoli partiti una persona, da eleggere sicuramente e riempire la lista di persone potenzialmente avverse tutte in competizione fra loro e, nel caso escludere quelle poche o quella effettivamente in grado di competere per l’elezione. Il ceto oligarchico potrà concentrare le preferenze sui pochi o sul singolo proprio candidato contando che tutti gli altri si divideranno fra le tante persone in lista. In altre parole mentre con la lista bloccata il ceto politico oligarchico deve per forza mettere a nudo le proprie intenzioni con le preferenze può costruire una lista apparentemente apertissima e ricchissima, ma sostanzialmente controllata e mascherata.

Anche in assenza di un ceto oligarchico la lista bloccata è migliore di quella con le preferenze. Per il semplice motivo che si possono mettere persone come operai, donne, giovani, che hanno grandi qualità ma che certamente prenderebbero meno preferenze e porterebbero quindi meno voti alla lista rispetto a notabili, medici, farmacisti, avvocati, visi noti della tv, dello spettacolo e dello sport. Perché, a meno di non avere una curiosa e molto “americana” concezione della democrazia, non si può pensare che fare una professione che mette a contatto con migliaia di persone qualifichi in senso migliore la persona rispetto a chi magari lavora in fabbrica ed è conosciuto solo da poche decine di colleghi. Senza contare il fatto che per un partito dotato di un progetto serio è indispensabile portare nelle istituzioni competenze diverse fra loro. E non competenze casuali dovute alla capacità di raccogliere preferenze dei candidati. Che se ne fa un partito di sinistra di un gruppo senza un consigliere competente sui problemi della salute in un consiglio regionale? O sul piano regolatore in un comune?

Infine, è verissimo che con la lista bloccata esiste una primazia del partito sulla lista e sugli eletti. Del resto è quanto prevede la Costituzione. Perché l’esercizio della funzione senza vincolo di mandato e l’insindacabilità di opinioni e voti espressi nel parlamento nazionale sono principi tesi a tutelare gli eletti da eventuali poteri forti e dal controllo degli stessi. Non a recidere l’ovvio rapporto fra eletti ed elettori nell’ambito dei contenuti, dei programmi e degli ideali condivisi fra i partecipanti ad un collettivo partitico. Non è vietato prima di votare ascoltare il proprio partito e scegliere di obbedire. Questo appartiene alla libertà del parlamentare o del consigliere. Mentre l’eletto che dice “rispondo ai miei elettori” e che mobilita molte preferenze può facilmente piegare il partito che l’ha messo in lista e fatto eleggere a subire le sue unilaterali decisioni.

Non vado oltre, anche se potrei farlo ancora molto a lungo.

Mi è chiaro che i partiti oggi non sono certo quelli previsti dalla Costituzione. Basta dare uno sguardo ai simboli per capire che sono spesso “proprietà” del leader, senza il quale non esisterebbero nemmeno. Mi è chiaro, quindi, che le oligarchie che li controllano non possono essere paragonate a nulla di democratico e collettivo. Mi è chiaro che la connotazione ideologica e programmatica dei partiti è totalmente generica e labile, quando non esplicitamente assente.

È evidente, quindi, che le mie stesse considerazioni esposte più sopra hanno un valore molto relativo. Per il semplice motivo che il sistema politico istituzionale è stato profondissimamente modificato dalla disgregazione sociale prodotta dalla controrivoluzione capitalistica degli ultimi 30 anni. La gente vive in modo diverso e pensa in modo diverso. C’è una sostanziale americanizzazione della vita politica. Elezione diretta delle persone, partiti senza ideologia, trionfo delle lobbies e delle clientele, candidati diretti da “consulenti di immagine”, telegenicità, demagogia iperbolica, tifo per i leader e così via, sono l’effetto e il moltiplicatore del senso comune imperante. Più avanti vedremo come i mass media abbiano contribuito all’americanizzazione della politica italiana. Ma non bisogna dimenticare la base oggettiva di tutto il processo, che risiede nel modello sociale scaturito dalla svalorizzazione del lavoro, dalla centralità della finanza, dalla competitività esasperata e dal conseguente individualismo ed egoismo sociale.

Oggi dire, come ho fatto io appena adesso, che l’elezione diretta dei sindaci e le preferenze sono un imbroglio è più o meno come predicare l’ateismo su un convoglio di pellegrini malati diretto a Lourdes. Ne ho piena consapevolezza.

Tuttavia, pur sapendo che qualsiasi sia il sistema elettorale bisogna sempre cercare di rappresentare gli interessi di classe e i contenuti di sinistra, l’unica cosa che non si deve fare è illudersi che il sistema sia neutro. Per chi si proponga di cambiare la realtà non è eludibile il giudizio da dare sul sistema politico e perfino sull’accezione che ha la stessa parola “politica” nel senso comune diffuso e nel pensiero dominante. I comunisti e la sinistra degna di questo nome, per quanto debbano fare i conti con la realtà, non possono fare l’apologia di sistemi maggioritari, primarie, preferenze, elezioni dirette. Se devo svitare una vite e il cacciavite non c’è più dovrò adeguarmi ad usare un altro mezzo. Un coltello, perfino l’unghia del dito. Ma, per favore, senza dire che l’unghia è meglio del cacciavite o addirittura che l’uso dell’unghia al fine di svitare una vite sia una cosa meravigliosamente nuova e che il cacciavite è un retaggio novecentesco. Il superamento dei partiti della “prima repubblica” in favore dei partiti del leader, della scelta delle persone invece che delle idee e così via è banalmente un ritorno al passato. Non c’è nulla di nuovo, tranne l’involucro apparentemente moderno e luccicante.

Usare qualsiasi mezzo e spazio permetta il sistema, quindi, è un imperativo. Ma svendere principi facendo l’apologia del sistema della politica spettacolo è un tradimento bello e buono.

Non c’entra nulla con il concetto che dovrebbe avere la sinistra della democrazia andare ad una manifestazione sventolando una bandiera dove campeggia un simbolo con il nome del leader. O presentarsi alle elezioni con un simbolo come quello scelto da SEL alle ultime elezioni palermitane. Recante l’unica scritta: “Palermo per Ferrandelli con Vendola”.

Una vergogna, indicativa dei tempi in cui viviamo.

Continua…

 

ramon mantovani

Siamo sotto dittatura. Festeggiamo?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre, 2011 by ramon mantovani

Le immagini della folla vociante che festeggiava la caduta del governo Berlusconi, cantando inni religiosi e perfino Bella Ciao, stridono drammaticamente con la realtà del paese e del momento.

Non ce l’ho con le persone che hanno festeggiato come i tifosi di una squadra per la sconfitta dell’odiato avversario. Constato, con pena, che molti e molte, che pure magari si considerano progressisti o addirittura di sinistra, sono ridotti appunto ad essere passivi tifosi, più contro Berlusconi che a favore di qualsiasi cosa.

Il lavoro è svalorizzato e deprivato della sue funzioni sociali e morali, ridotto a pura merce fra le altre, e conseguentemente lavoratrici e lavoratori sono in balia di un mercato che li tratta come cose e che non tollera la loro umanità e tanto meno la stessa possibilità che i loro interessi comuni possano pesare nella società, nei confronti delle loro controparti, nelle istituzioni dove si prendono le decisioni, nel sistema dell’informazione, nel mondo della cultura.

Di converso esiste una casta, questa si davvero una casta, di capitalisti, di banchieri, di finanzieri, di “manager”, di tecnocrati e di burocrati che decidono per tutta l’umanità, i cui interessi, perfino immediati, sono assolutizzati e santificati come gli “unici possibili”, come oggettivi, come indiscutibili.

Ci voleva una crisi terrificante del sistema finanziario e capitalistico per mettere a nudo questa inconfutabile verità?!

Una verità che, anche quando non è negata, viene presentata come una dura realtà da accettare, da digerire e da descrivere “realisticamente” come immodificabile.

La situazione attuale non è figlia di nessuno, non è il risultato del semplice e automatico “sviluppo” del sistema capitalistico o dell’abilità della casta, quella vera, di impossessarsi del potere incontrollato che le permette di “dettare” agende e provvedimenti ai governi e ai parlamenti, più o meno democraticamente eletti, nei suoi esclusivi interessi.

Dopo la crisi del 29 e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sia per la paura che incuteva alle borghesie di tutti i paesi l’Unione Sovietica, sia per la forza che il movimento operaio aveva conquistato con durissime lotte e avendo il potere reale di agire in quello che era il cuore del sistema, la produzione industriale, al sistema vennero messe briglie, regole, esattamente al fine di impedire che i suoi “istinti” intrinseci conducessero a ripetute crisi e alla creazione di problemi irrisolvibili per l’intera umanità.

A questo fine, e per effetto di ricercati compromessi, non sempre avanzati anche se comunque influenzati dagli interessi del movimento operaio, vennero adottati precisi provvedimenti. Fra i tanti vale la pena di ricordare i seguenti:

L’adozione di un sistema di cambi fra le valute con precisi e ristrettissimi vincoli alle possibili oscillazioni di mercato fra le stesse. La fissazione della convertibilità in oro della moneta di scambio nelle transazioni commerciali e finanziarie. La proibizione alla commistione di qualsiasi tipo fra banche creditizie e banche di investimenti. La regolazione del commercio internazionale sulla base di un almeno parziale riconoscimento delle diseguaglianze fra paesi ricchi e poveri. Il controllo politico delle banche centrali e delle politiche monetarie. La nazionalizzazione, in moltissimi paesi, dei settori fondamentali e strategici nel governo dell’economia a cominciare dalle banche, energia e comunicazioni. La programmazione economica statale di medio e lungo periodo come vincolo per le attività imprenditoriali private.

Tutto questo fu sostanzialmente imposto al sistema capitalistico, e produsse una centralità del mercato interno ad ogni paese e della produzione industriale. Centralità che permise alla classe operaia di contare e di trattare da una posizione di relativa forza. Solo così poté avvenire in Italia il “miracolo” della fuoriuscita dalla povertà di milioni di famiglie e la conquista di diritti sociali mai conosciuti prima.

Ma le regole e le briglie al sistema capitalistico non produssero l’armonia e le basi di una convivenza infinita fra interessi contrapposti e configgenti, come prevedavano le parti pure più avanzate dei partiti cattolici e cristiani. E nemmeno il graduale ed indolore superamento del sistema capitalistico in favore di un socialismo democratico e moderato, come prevedevano sostanzialmente i partiti del campo socialdemocratico.

Quelle regole e quelle briglie produssero profitti sempre decrescenti per i capitalisti. Essi non potevano più accettare nessun compromesso per il semplice motivo che alla lunga sarebbe venuta sostanzialmente meno la stessa ragione della loro esistenza: la ricerca del massimo profitto. Mai avrebbero accettato di sparire sottomettendosi alla volontà democratica. E fu questa la molla che li portò a chiedere ed ottenere, e a promuovere in proprio, una vera e propria controrivoluzione. Alla fine della fase Keynesiana poteva esserci solo la rivoluzione o la controrivoluzione. Ogni gradualismo ed illusione armonica coltivata dai socialdemocratici venne travolta. E i comunisti non seppero, anche perché ritennero di non potere, fare la rivoluzione. Non l’Unione Sovietica che pretendeva di competere con il capitalismo imitandone i paradigmi produttivistici e che aveva ormai passivizzato la società e santificato un potere in quasi nulla diverso da quello storico della borghesia. Non i comunisti in occidente troppo divisi ed impegnati a difendersi paese per paese dalla controffensiva capitalistica.

I socialisti e socialdemocratici, con isolatissime eccezioni, invece che prendere atto del fallimento del gradualismo rispetto all’obiettivo del superamento del capitalismo (ancora presente nei loro programmi fondamentali e perfino negli statuti dei loro partiti) lo capovolsero. Separarono i loro destini da quello degli operai e dei lavoratori, che da quel momento perderanno inesorabilmente sempre, e si candidarono a gestire la controffensiva capitalistica più gradualisticamente e moderatamente della destra. Questa è l’essenza della storia politica negli ultimi trenta anni in Europa. Ed infatti tutti i partiti affiliati al Partito Socialista Europeo sono stati protagonisti nello smantellare uno dopo l’altro tutti i vincoli, le regole e le briglie imposte al sistema capitalistico nella fase precedente ed elencate più sopra.

Da quel momento, in ogni paese e con qualsiasi sistema politico elettorale, sparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto molti socialdemocratici presentavano il gradualismo della sconfitta come una realistica ritirata momentanea e pragmatica) l’alternativa fra socialismo e capitalismo e comparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto erano ancora molto diverse le culture di provenienza e gli insediamenti elettorali) l’alternanza fra ceti politici diversi ma interni alla gestione degli interessi capitalistici.

Al contempo la cancellazione dei vincoli e delle regole imposti al sistema capitalistico dal dopoguerra in poi produsse un altro fenomeno ben osservabile per chiunque avesse occhi per vedere. La migrazione verso i mercati e gli organismi sovranazionali incontrollati da qualsiasi influenza politica democratica, di tutti i poteri politici statuali fondamentali in economia ed in qualche modo influenzabili dalla dialettica democratica comunque organizzata.

Col tempo l’alternanza nella gestione del sistema si impoverirà di poteri reali fino a divenire quasi mera esecuzione delle “decisioni” dei mercati e la “qualità” della politica reale più rilevante diventerà mano a mano quella dell’abilità nell’imporre lacrime e sangue alla popolazione presentando tutto come indispensabile sacrificio per non soccombere nella competizione internazionale. Naturalmente promettendo un secondo tempo, capace di reinstaurare un circuito virtuoso di redistribuzione della ricchezza e di diminuzione delle diseguaglianze, che non è mai venuto e che mai verrà per il semplice motivo che il primo ad ogni passo ne cancella qualsiasi possibile premessa.

Dalla capacità di progettare la società, lo sviluppo, la democrazia verso nuovi orizzonti e verso la eliminazione delle ingiustizie di ogni tipo, propria della politica delle sinistre con la prospettiva della alternativa, alla capacità di raccogliere consensi elettorali imbrogliando la propria base elettorale e sociale e legittimandosi presso i circoli e la casta dominante competendo con la destra nello spirito di servizio verso di essa, propria della ormai sedicente sinistra liberale nella prospettiva dell’alternanza.

In tutto questo i comunisti e comunque quella parte della sinistra rimasta cocciutamente anticapitalista, e per questo considerata vecchia e dogmatica dalla sinistra liberale, sono rimasti soli, isolati in Europa ed ognuno nel proprio paese, a difendere con le unghie e con i denti le conquiste dei decenni passati e con la prospettiva di dover resistere per un lungo periodo, prima di potersi proporre una svolta e un qualsiasi sbocco politico forte di rapporti di forza sociali favorevoli.

La durezza di questa crisi ha fatto venire in luce l’essenza antidemocratica del sistema dominante e svela ogni giorno di più l’inganno e la natura del “gradualismo” della “sinistra liberista”. È con questo ossimoro che bisognerebbe definirla scientificamente, senza però aprire infinite dispute nominalistiche che lasciano il tempo che trovano, visto che è difficile coniugare i termini “liberale” e “democratica” con l’accettazione della dittatura del mercato.

Tutto questo dovrebbe aver fatto piazza pulita dell’uso improprio del concetto di “alleanze” e di “governo” o “cultura di governo”.

Le alleanze si fanno per scopi precisi e definiti. E si fanno nella società fra gruppi sociali distinti ma convergenti nella difesa di obiettivi ed interessi. E solo su questa base si fanno anche fra forze politiche diverse. La funzione del governo è uno strumento, un mezzo, per la realizzazione degli obiettivi condivisi fra i contraenti l’alleanza.

Alla disgregazione sociale seguente la messa del mercato e della finanza al centro del sistema e del modello sociale, alla emarginazione della classe operaia (per due decenni il mantra è stato perfino che era sparita o in via di estinzione) e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, alla crescita dell’individualismo sfrenato, della guerra fra poveri, del razzismo e dell’egoismo localista, è cresciuta parimenti una concezione della politica totalmente separata dalla società (tranne che per le allusioni mistificatorie agli effettivi problemi sociali per scopi spudoratamente elettoralistici). Il bipolarismo, la governabilità, la velocità delle decisioni da prendere per inseguire quelle del marcato, il potere del governo rispetto al potere del parlamento, il parlamento dai confini bipolari e maggioritari rispetto al parlamento rappresentativo e proporzionale, i partiti a-classisti rispetto ai partiti interclassisti o di classe, i leader rispetto ai collettivi democratici e così via, non sono accidenti o prodotti del (mancato) intento di semplificazione della politica. Sono la riduzione della politica alla funzione di gestione dell’esistente, con la relativa espulsione di qualsiasi progetto o perfino minima rivendicazione che fuoriesca dai confini stabiliti dagli interessi del capitale e del mercato. Per conservare una almeno apparente dialettica democratica si finge, letteralmente si finge, che i due schieramenti o partiti concorrenti per la gestione dell’esistente, siano effettivamente alternativi. E maggiore è la loro similitudine sull’essenziale, e cioè sull’accettazione della dittatura del mercato, maggiormente si gridano insulti e ci si accapiglia nella dimensione della politica spettacolare. Maggiormente si tenta di vincere le elezioni cercando di deprimere l’elettorato altrui, alimentando la non partecipazione o il voto “antipolitico”, che non è altro che il prodotto più reazionario che conferma l’ineluttabilità della dittatura del mercato. Maggiormente si alimentano speranze e illusioni, con un uso spregiudicato delle allusioni e perfino delle descrizioni suggestive dei problemi sociali reali, salvo poi produrre disillusioni fornendo il fianco alla speculare operazione, condotta dalla opposizione, dello schieramento opposto.

Trovo per un verso ridicolo e per l’altro vomitevole che ci sia chi, a sinistra, parli di alleanze e di governo come se fossimo negli anni 50 o 60. Come se la società e la politica non fossero cambiate, e in peggio. Come se i partiti con cui allearsi fossero propositori di un gradualismo verso il superamento del capitalismo. Come se il governo da conquistare qui ed oggi avesse a disposizione i poteri effettivi per contraddire gli interessi del capitale. Come se la cultura di governo non fosse, come lo è stata per i comunisti all’opposizione per decenni, la capacità di proporre soluzioni e riforme per il paese bensì accettare per un presunto pragmatismo di confinare ogni proposta dentro le compatibilità imposte dalla dittatura del mercato. In uno scivolamento senza fine per cui dire no alla TAV e destinare le risorse per risanare il territorio invece che una proposta tipica di chi ha una seria cultura di governo diventa un estremismo non pragmatico. E gli esempi si possono fare a decine se non a centinaia.

La nostra storia è piena negli ultimi due decenni, in Italia come in altri paesi europei, di partiti o di scissioni che su queste basi hanno portato acqua al mulino del bipolarismo tagliando il ramo su cui erano seduti.

E trovo altrettanto illusorio e pericoloso pensare che le istanze di cambiamento, spesso e per questo ridotte a pura declamazione di slogan, possano crescere crogiolandosi nell’isolamento e nell’impotenza. In un circolo vizioso nel quale l’isolamento sarebbe la prova della genuinità delle proprie istanze di cambiamento e non un maledetto effetto della dittatura del mercato. Ed anche qui la nostra storia è piena di esempi di partitini e di scissioni che alle elezioni misurano, quasi sempre in competizione fra loro, il grado di radicalità parolaia di cui sono capaci.

Insisto nel dire che entrambe queste tendenze lavorano oggettivamente ad una divisione insanabile di qualsiasi forza di classe, proprio perché accettano come ineluttabile la semplificazione della politica separata del bipolarismo che non conosce e non ammette nessuna terza via fra la testimonianza ininfluente nelle decisioni reali o la subordinazione e l’integrazione nel sistema.

Tutto ciò si vede molto meglio proprio oggi.  

Se il bipolarismo contenesse o anche potesse contenere politiche e proposte alternative fra loro ciò si dovrebbe vedere meglio esattamente nel momento della crisi del sistema.

In altre parole se la dittatura del mercato pretende, con metodi sbrigativi e autoritari, perfino con metodi umilianti l’esiguo simulacro di democrazia che rimane, che i governi obbediscano alla casta e ai suoi interessi, si dovrebbero accentuare le differenze fra gli schieramenti. Si dovrebbe vedere la netta differenza fra chi propone di sottomettersi ai diktat sacrificando non solo gli interessi delle classi subalterne ma anche quelli del paese, e chi proprio per difendere gli interessi delle già massacrate classi subalterne propone o almeno tenta di non sottomettersi ai diktat dimostrando che questo è nell’interesse del paese. Si dovrebbe vedere la differenza fra la cultura di governo dell’esistente, e cioè la politica come tecnica di applicazione delle esigenze del mercato alla società, e la cultura di governo come primato della società e degli interessi collettivi su quelli del capitale e del mercato. Almeno nelle minime sfumature, se non in modo conclamato, queste differenze si dovrebbero vedere.

Invece si vede esattamente il contrario. Si vedono i cantori del bipolarismo proporre l’unipolarismo. A dimostrazione che i custodi del sistema per quanto normalmente in competizione fra loro sul posto di primo custode e bidello del sistema, se il sistema vacilla e trema a causa delle proprie stesse colpe, devono obbedire, tacere ed accettare che un membro della casta si assuma la fatica di comandarli per il tempo necessario.

Che il signor Monti appartenga alla casta, quella vera, è dimostrato dal fatto che appartiene non a una ma addirittura a due organizzazioni internazionali (non segrete ma assolutamente impenetrabili alla stampa e all’opinione pubblica) finanziate dalle multinazionali. Parlo della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg. Su entrambe queste organizzazioni c’è un’ampia letteratura che ne descrive l’importanza e l’attività. Nonché gli obiettivi che sono esplicitamente quelli di coordinare capitalisti, tecnocrati, manager e governanti amici, per imporre le politiche neoliberiste a tutto il mondo. Lo dimostra il fatto che è stato un tecnocrate della commissione europea nominato e confermato sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra. Lo dimostra il fatto, ma questa è solo una mia opinione, che nonostante il suo curriculum universitario e le sue pubblicazioni siano modeste o comunque analoghe a quelle di altre decine di professori, è considerato una personalità di primissimo piano. Senza chiamare in causa le sue presunte capacità scientifiche (come tutti i neoliberisti non ha mai previsto nessuna delle crisi ed al contrario ha sempre pronosticato meravigliose crescite e sviluppi mai avvenuti) è evidente che la sua “importanza” è esattamente quella di appartenere ai circoli che “contano” nel mondo della finanza e del sistema. È per questo che è quasi unanimemente considerato “credibile”.

Napolitano, ma purtroppo non c’è nulla che l’obblighi a farlo, dovrebbe spiegare quali sono gli “altissimi meriti nel campo scientifico e sociale” di Monti che avrebbero “illustrato la Patria” che l’hanno indotto a nominarlo all’improvviso senatore a vita.

Basta leggere la sua biografia, le sue cariche universitarie e l’elenco modestissimo delle sue pubblicazioni, per rendersi conto che ci sono decine di altri personaggi che meriterebbero la carica di senatore a vita al posto suo.

Ma oggi mentre tutti sanno la verità, e cioè che Monti è stato nominato senatore a vita e poi Presidente del Consiglio perché diretta emanazione e organicamente componente della casta dittatoriale, tutti si genuflettono riconoscendogli misteriosi grandi meriti, dichiarandogli stima più o meno sconfinata, compresi quelli che gli annunciano la propria opposizione (come Maroni della Lega).

Permettersi di dire che Monti è un uomo della casta dittatoriale che ha creato esattamente i problemi che sarebbe chiamato a risolvere e che non meriterebbe affatto di essere nominato senatore a vita è oggi più o meno come andare a San Giovanni Rotondo e cercare di convincere gli adoratori di Padre Pio che era ne più ne meno che un imbroglione come i santoni indiani che raggirano i turisti occidentali.

A proposito di Padre Pio e di chi ne riconosce i grandi meriti spirituali la cosa più curiosa che abbiamo dovuto vedere in questo frangente di questo povero paese è la posizione espressa dal signor Nichi Vendola.

Dopo aver proposto per mesi le elezioni anticipate ed ovviamente le miracolose primarie come unica via democratica capace di mobilitare e far partecipare i cittadini, oplà, con una piroetta improvvisa si appoggia l’idea di un governo tecnico. Contemporaneamente si critica la tecnocrazia, si dice che deve durare al massimo tre mesi, per fare cose di sinistra (patrimoniale, tassazione delle rendite e tagli netti alle spese militari) e di destra ed antidemocratiche (perché così le ha definite Vendola per moltissimi anni per iscritto su Liberazione e in diversi discorsi pubblici e parlamentari) come ripristinare la legge elettorale “mattarellum” per “salvare le coalizioni”. Si dice pure che se però Monti farà cose di destra morirà all’istante il nuovo ulivo, salvo aggiungere che “non credo che accadrà perché ho visto molta determinazione in Bersani”.

Chiunque può verificare leggendo la sua ultima intervista del 13 novembre all’Unità riprodotta sul suo blog, e quindi non sospetta di essere infedele o parziale.

Questo dire e non dire, anche usando parole suggestive. Questo imbrogliare le carte e navigare a vista sperando di poter recitare ancora la parte in commedia che tanto successo di pubblico e di critica ha riscosso. Questo fingere di non sapere. Questo fingere di non vedere. Questo mettere le mani avanti. Insomma queste furbizie buone per chi pensa che la politica sia esattamente l’arte di fare così, fanno veramente pena. Sono cosa da politicanti, non da persone serie.

Quando si sbaglia l’essenziale e si vende l’illusione che la storia si fa con le primarie, esaltando il bipolarismo e il leaderismo, e si promette l’impossibile il destino è quello di doversi arrampicare sugli specchi e di partecipare alla cronaca politica italiana (che è anche peggio della cronaca nera e rosa più sensazionalista e pettegola) invece che alla storia.

Naturalmente ci si può ravvedere, anche senza rinunciare alle proprie idee, senza dirlo ma almeno riconoscendo con comportamenti un minimo coerenti che certe illusioni erano, appunto illusioni. E sono d’accordo che questo venga chiesto con insistenza. Ma dubito possa avvenire.

Comunque in questo paese nel quale c’è chi festeggia per la caduta di Berlusconi senza aver capito che Monti gli taglierà le pensioni e i salari, gli cancellerà diritti, gli toglierà prestazioni sociali, gli confermerà e continuerà le “riforme” del governo Berlusconi che egli stesso ha pubblicamente molto apprezzato in tempi non sospetti (come la meravigliosa riforma Gelmini e i tagli alla scuola pubblica) c’è anche chi ha capito cosa succede e quindi non festeggia. E per questo dice la verità dei fatti e non racconta favole.

La crisi evidenzia come mai prima la natura di classe del sistema. Si vede chiaramente dai provvedimenti che la casta impone per riprodurre esattamente i meccanismi economici che hanno prodotto la crisi e dalla volontà di rimuovere i diritti e i poteri residui che le classi subalterne avevano conquistato in un passato ormai lontano. E chiarisce come mai prima che la democrazia politica in Europa è ormai un simulacro e una mistificazione. Si vede nei diktat della casta e del marcato e nella incompatibilità conclamata del referendum in Grecia e delle elezioni anticipate in Italia con i diktat stessi. Nei paesi sotto attacco speculativo la casta non può tollerare un qualsiasi pronunciamento popolare e nemmeno la dialettica mistificata dell’alternanza. Perché nonostante tutto anche gli schieramenti dell’alternanza quando si vota devono pur collegarsi in qualche modo alle esigenze della propria base elettorale. Ed ecco i governi guidati direttamente da membri della casta internazionale e appoggiati da centrodestra e centrosinistra in Grecia e Italia.

Questa è una realtà molto dura da ammettere. Ignorarla conduce solo a disastri e a ulteriori durissime sconfitte.

Ma non basta denunciarla. Come non basta dichiararglisi contro. Anche se queste due cose sono indispensabili e necessarie, non sono sufficienti.

Se non si sviluppa un movimento operaio e popolare, unificante tutti i settori che da più parti e su più temi si oppongono alle politiche neoliberiste tese a salvare il sistema facendo pagare il costo a tutta la società, e se i provvedimenti del governo Monti saranno vissuti come naturali e indiscutibili, per quanto dolorosi, dalla maggioranza della società, chi vi si oppone politicamente, e per giunta dal di fuori delle sedi decisionali, non ha nessuna speranza di poter controvertere, anche parzialmente, la situazione. Ed è quindi destinato a testimoniare una posizione che per quanto sia realistica e concreta, giacché nulla delle politiche neoliberista è oggettivo e indiscutibile, apparirà se va bene come una utopia, come qualcosa di giusto ma irrealizzabile. Con l’effetto di alimentare speranze ancor più infondate nel dopo Monti e di restringere ancora di più la differenza fra peggio e meno peggio. Dentro il massacro sociale anche il minimalismo di un qualsiasi meno peggio apparirà come l’unico orizzonte possibile e concreto, al momento delle elezioni.

Anche questa è una realtà difficile da ammettere. Come è sbagliato coltivare illusioni circa la possibilità di controvertere questa situazione con il nuovo centrosinistra dei miracoli alle elezioni, è altrettanto sbagliato illudersi che la testimonianza solitaria possa invertire la tendenza. Le prossime elezioni rimangono e sono ancor di più in questa situazione un terreno avverso e irto di problemi e contraddizioni, qualsiasi scelta si faccia.

Perciò è imperativo lavorare all’opposizione sociale e alla unità dei movimenti di lotta, senza perdere tempo a fare ipotesi e a dividersi inutilmente sulla scelta tattica da fare alle elezioni. E conducendo una battaglia squisitamente politica fra tutti gli uomini e tutte le donne che si riconoscono in qualsiasi modo nella sinistra antagonista sull’assunzione dei contenuti di lotta come bussola indiscutibile per l’azione politica ed anche per costruire unità politica. Ogni rovesciamento di questo paradigma, che adotti la bussola della scelte politico – elettorali di schieramento, unitarie o solitarie che siano, è destinato a indebolire le lotte e a provocare divisioni ancor più gravi.

Ciò è vero perché ancora troppe sono le variabili allo stato imprevedibili che possono intervenire prima delle prossime elezioni. Bisogna vedere quale sarà l’andamento della morsa speculativa, che non è affatto detto diminuisca per la caduta di Berlusconi nella misura prevista. Bisogna vedere se il governo Monti riuscirà nonostante tutto ad ottenere il totale consenso su ognuno dei provvedimenti e se non si produrranno crescenti instabilità politiche ed istituzionali. Bisogna vedere se ed eventualmente quale riforma della legge elettorale verrà fatta. Bisogna vedere cosa succederà nel sindacato. E così’ via.

Ma non sono solo le variabili sconosciute a suggerire di non adottare la bussola degli schieramenti elettorali come base per la linea politica. C’è soprattutto la consapevolezza che le elezioni sono comunque un terreno avverso e minato. E che comunque sono da affrontare con acume tattico. Trattarle come se fossero la cartina di tornasole della strategia è un errore madornale in generale. In questa situazione sarebbe un suicidio e perfino la negazione di tutta l’analisi fin qui compiuta.

Detto questo, anche per evitare i purtroppo soliti fraintendimenti e processi alle intenzioni, che sono comunque un inquinamento di ogni discussione e il prodotto delle semplificazioni della politica spettacolo, posso dire che sulle previsioni a spanne che oggi si possono fare è evidente che la proposta di un fronte democratico per battere le destre è da considerarsi totalmente superata. Io non ho mai temuto ne scartato in linea di principio l’eventualità di doversi presentare da soli alle elezioni, in questo caso auspicabilmente mantenendo in vita la federazione e possibilmente allargandola ulteriormente, giacché sarebbe semplicemente disastroso ed irrazionale che ci fossero più liste avverse al centrosinistra. Ed è possibile se non addirittura oggi probabile che così si debba fare dopo il governo Monti. Ma non con l’illusione che questa scelta elettorale sia il viatico della riscossa. Tanto meno che sia l’unica a identificare la strategia corretta. Non è lo stesso sapere che la scelta che si compie porta con se problemi e contraddizioni, pur essendo il male minore, o illudersi che risolva tutti i problemi. Non è lo stesso conoscere le insidie e i punti forti del bipolarismo e il grado di consenso che hanno nella popolazione e nelle stesse avanguardie di lotta, o pensare che non esistano o spariscano per effetto di una malintesa chiarezza che sarebbe prodotta dalla scelta elettorale.

Ma di tutto questo avremo modo di discutere nei prossimi mesi. Spero approfonditamente e seriamente.

Buona fortuna a tutte/i noi.

Ne abbiamo bisogno.

ramon mantovani

Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (2)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 5 settembre, 2010 by ramon mantovani

Seconda fase parte prima.

La fase neoliberista del capitalismo è stata ed è un enorme processo di ristrutturazione economico-finanziario, una fortissima concentrazione e contemporaneamente un’esponenziale crescita di società multinazionali, una violenta distruzione delle regole e dei vincoli che erano stati imposti nella fase keinesiana, un durissimo attacco al movimento operaio e a qualsiasi SINISTRA reale.

Abbiamo già detto precedentemente come la fase keinesiana avesse minato, in tutto l’occidente, il motore dello sviluppo capitalistico. E avesse posto alcune delle condizioni fondamentali per rendere politica (e non solo teorica) la possibilità del superamento del capitalismo in occidente.

Già alla fine degli anni 60 tutto ciò è più che evidente.

La società è organizzata e funziona intorno alla produzione materiali di beni, merci e servizi. La finanza (che è consustanziale al capitalismo) serve agli investimenti del capitalismo principalmente dedito alla produzione di merci. Il mercato interno di ogni paese è il motore principale dello sviluppo, e con esso il prezzo del lavoro (salario e stipendi) sale per garantire la realizzazione del profitto attraverso la vendita delle merci. I paesi esportatori, essendo il commercio internazionale un sistema a somma zero (se c’è chi vende ci deve essere chi compra e le bilance commerciali alla fine devono pareggiarsi, pena una grave crisi di sovrapproduzione), devono contare su una crescita, anche favorendola direttamente, dei mercati interni ai paesi importatori. Lo fanno con misure monetarie che “peggiorano” la loro capacità competitiva rispetto ai paesi meno sviluppati per favorirne lo sviluppo e la crescita del mercato interno. Viceversa questi ultimi fanno l’esatto opposto, svalutano le proprie monete per ridurre il deficit commerciale e garantire occupazione e mercato interno. Vengono alla luce le gravi contraddizioni del modello fordista di organizzazione e divisione del lavoro, relative alla massificazione delle società, alla alienazione, alla distruzione ambientale e perciò, il movimento operaio e la SINISTRA ne teorizzano il superamento per la creazione di un nuovo modo di produzione.

La caduta del tasso di profitto del capitale investito in produzione di merci; il commercio internazionale “regolato” e vincolato; il dominio degli USA che pagavano parte dello sviluppo garantendo a una cerchia di paesi (sostanzialmente il club dei paesi dell’OCSE) un alto tasso di sviluppo ottenendo in cambio la loro subalternità politico-militare; la esclusione dal “circolo virtuoso” dei paesi fuori dall’OCSE e le loro rivendicazioni ad uscire dall’arretratezza, che avrebbero ulteriormente regolato in senso sempre più solidale il commercio internazionale; il crescente potere di condizionamento del modello di sviluppo da parte del movimento operaio, sono tutte condizioni che a un certo punto diventano insostenibili per la logica intrinseca del capitalismo. Che è sempre la ricerca del massimo profitto. Come sono le condizioni alla base della necessità storica di superare il compromesso keinesiano in senso anticapitalista. Sia sul versante di una direzione pubblica dell’economia volta a mantenere la sviluppo dei mercati interni obbligando gli investimenti ad orientarsi secondo una logica contrapposta alla ricerca del massimo profitto, sia sul versante della ulteriore solidarizzazione del commercio internazionale, anche rimettendo in discussione le asimmetrie prodotte a Bretton Woods in favore del dominio USA.

Che succede, invece?

Prima di descrivere la possente controffensiva del capitale bisogna per forza, perché è una precondizione fondamentale, citare una nuova condizione politica. Una vera novità, che non manca di avere risvolti anche paradossali.

A un certo punto gli USA non furono più in grado di garantire la convertibilità del dollaro in oro (anche a causa del costo della guerra in Viet Nam che fu molto più lunga del previsto e che costo moltissimo). La convertibilità del dollaro in oro era il fondamento di tutto il sistema monetario e commerciale mondiale e soprattutto della sua stabilità. Nonché del potere politico degli USA che veniva esercitato negli interessi propri e del club dei paesi ricchi e sviluppati. Nel 1971 Nixon dichiarò inconvertibile il dollaro in oro. Ma a questa scelta obbligata non corrispose una perdita di potere degli USA, come sarebbe stato logico. Bensì il contrario. Non esistendo nessuna moneta di un paese in grado di pagare il prezzo di esercitare la funzione garantita fino ad allora dagli USA, in virtù di una pura preminenza politico-militare il potere di comando degli USA sull’economia mondiale si accrebbe. La scelta di non inventare, alla firma degli accordi a Bretton Woods, una moneta mondiale garantita da un accordo multilaterale (il Bancor che aveva sognato Keynes) si rivelò per gli USA strategicamente decisiva. Qualche mese dopo la dichiarata inconvertibilità del dollaro in oro vennero cancellati gli accordi di Bretton Woods e la stabilità monetaria mondiale, per quanto asimmetrica fosse stata, finì. Da quel momento in poi il sistema avrebbe funzionato non più con una base materiale, per quanto mediata dal dollaro. Bensì sulla base del semplice complesso dei cambi valutari che fluttuavano liberamente.

Questa fu la svolta storica, determinata da condizioni squisitamente politiche, che mise fine al tentativo condizionare lo sviluppo capitalistico con regole capaci di impedire crisi epocali, come quella del 29, e di garantire un certo grado, asimmetrico e squilibrato, ma comunque ispirato alla cooperazione e perfino alla solidarietà nelle relazioni commerciali internazionali.

Questa svolta, decisa al di fuori di qualsiasi discussione democratica e ignota e misteriosa per la stragrandissima maggioranza della popolazione mondiale, fu il la definitivo per la controffensiva del capitale.

Come per la sinistra non esiste politica rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria, per il capitalismo fu decisiva la teoria economica neoliberista. Da allora in poi i cervelli neoliberisti divennero guru, profeti indiscussi e vennero premiati con diversi premi Nobel.

Seguendo le loro indicazioni i capitalisti dei paesi esportatori e con rapporti di forza politici meno favorevoli per il movimento operaio, come gli USA e la Gran Bretagna, iniziarono ad aumentare i prezzi delle merci per annullare gli aumenti salariali che erano stati contretti ad erogare. La latente sovrapproduzione emerse con forza. Perché sebbene si riduca il costo del lavoro, insieme ad un costante aumento della produttività per ora lavorata, a favore del profitto, si deprime il mercato interno e non si vende tutto quel che si produce. La conseguente inflazione e disoccupazione provocano un ulteriore blocco degli investimenti e della crescita, chiudono il cerchio e si scopre che eliminare il “circolo virtuoso” può produrre un nuovo circolo vizioso non solo per gli operai ma anche per il capitale. E’ la famosa stagflazione. Vera ossessione delle imprese capitalistiche dell’epoca. Se la ricerca del massimo profitto deprime il mercato interno e produce crisi di sovrapproduzione che possono cancellare il massimo profitto la soluzione è semplicissima. Bisogna vendere le merci esportandole. Questa propensione esportatrice scatena una competizione mai vista prima e soprattutto rovescia il pur squilibrato ordine monetario che aveva sorretto la fase precedente. I paesi prevalentemente esportatori necessitano di monete sottovalutate e forti e di tassi bassi di interesse sul denaro, per favorire le esportazioni e gli investimenti. I paesi prevalentemente o addirittura quasi totalmente importatori sono costretti, per far fronte all’indebitamento della bilancia commerciale, a sopravalutare le proprie monete, rendendole così sempre più deboli. Soprattutto devono rendere le loro economie attrattive per i capitali speculativi che cominciano a circolare potentemente. Non hanno altra scelta per poter sostenere la spesa pubblica, per quanto ridotta sia rispetto a quella dei paesi esportatori.

Le monete si svalutano e si rivalutano non più per cercare di mantenere la stabilità ed evitare crisi finanziarie, ma solo per competere meglio nella giungla che è diventato il mercato mondiale. E’ cominciata l’epoca della competizione totale. La “competitività delle imprese” e dei “sistemi paese” è la legge che sovra ordina tutto. Le conseguenze sono enormi, da tutti i punti di vista.

Citiamo solo quelle salienti. Senza pretesa di descrivere ed analizzare completamente un fenomeno così grande e complesso che è conosciuto con il nome di “globalizzazione”.

Innanzitutto c’è il fatto che se il sistema per svilupparsi deve sempre più esportare, svincolandosi dal mercato interno, per competere può e anzi deve ridurre il costo del lavoro, in una spirale crescente. I bassi salari da limite dello sviluppo, come erano nella fase precedente dominata dal mercato interno, diventano condizione per lo sviluppo connesso alle esportazioni nella fase del mercato globale. Questo automaticamente deprime la forza del movimento operaio e dei lavoratori. E’ facile ricattare e far valere il ricatto dicendo una cosa semplicissima, se non competiamo falliamo e se falliamo i posti di lavoro spariscono. Insomma, dovete sacrificarvi se volete salvare il posto di lavoro.

Si innesta un meccanismo per cui i paesi esportatori impongono “nuove regole”, cioè semplicemente deregolamentano, nel commercio internazionale a favore delle proprie imprese, sia nazionali sia multinazionali. Meno regole ci sono, e meno dazi e possibilità di imporre dazi da parte dei paesi importatori, più competizione c’è. E quindi, dicono i neoliberisti, più possibilità di sviluppo per tutti. Peccato che le regole che vengono abrogate sono proprio quelle che permettono ai deboli di non competere “alla pari” con i forti. E cioè di non essere totalmente sopraffatti in poco tempo.

Il capitale, libero da molti vincoli che l’avevano limitato nella ricerca del massimo profitto, non solo si orienta ad investire nella competizione, speculando sempre più, sul mercato globale e sui singoli mercati, ma ottiene, attraverso precise decisioni politiche prese negli organismi fuori da qualsiasi controllo democratico, come il GATT (poi WTO), di estendere il mercato sul quale competere anche a comparti e settori fino ad allora completamente pubblici. Infatti i paesi più deboli sono sempre più costretti, per reggere il deficit commerciale, per non soccombere e per non cancellare totalmente la spesa pubblica che pur riducono sempre più, a svendere il patrimonio naturale come giacimenti di materie prime e biodiversità, sistemi ed imprese pubbliche di trasporti, di comunicazione ecc, e perfino il patrimonio culturale e paesaggistico. Inoltre, ma ne parlo solo da questo punto di vista perché il tema è enorme, alla fine degli anni 80 c’è in poco più di due anni (la Cina aveva già cominciato prima) l’intero Est Europeo che entra nel mercato capitalistico. E l’immensità del processo di privatizzazione e allargamento territoriale del mercato da un respiro grande al processo stesso. Conferendogli l’aura di qualcosa di definitivo e infinito presso le opinioni pubbliche del mondo.

Non c’è, infatti, solo la sconfitta del “circolo virtuoso” e della possibilità di ridurre, contenere e superare il capitalismo in occidente. E’ proprio questa sconfitta, insieme alla stagnazione e ai limiti del modello del socialismo reale (non solo e non soprattutto a causa del divorzio crescente fra il bisogno di liberazione delle popolazioni e i regimi ottusi e autoritari che le governano dall’alto) a produrre la fine del socialismo reale in un battibaleno.

I capitalisti diventano sempre più indifferenti al territorio dal quale provengono. Non nel senso di diventare privi di radici e di rapporti politici con il territorio, separandosi da qualsiasi stato nazione, come vuole una vulgata e una cattiva lettura della critica della globalizzazione. Semplicemente diventano liberi dall’obbligo di contribuire in proprio alla qualità del mercato interno accettando l’aumento del costo del lavoro e contribuendo, con forti tassazioni, alla spesa pubblica in welfare, infrastrutture e gestione politica di settori strategici dell’economia. Mentre prima dovevano venire ad accordi e compromessi con il potere politico, che era intestatario del potere di creare le condizioni per la riproduzione del capitale, ora sono loro a costringere il potere politico a favorirli in tutto e per tutto nella competizione globale e a far fronte alla spesa pubblica vendendo sui mercati le imprese pubbliche, le banche, i servizi pubblici, e a tartassare, ove necessario, la popolazione invece che le imprese. Sono ora i mercati e i capitalisti ad avere in mano completamente le leve per garantire o meno la riproduzione del potere politico. Sono loro cioè a decidere nei fatti della rielezione o meno di un governo. Tutto ciò è così vero che ben si vede nel processo di delocalizzazioni, che cominciò in Italia già negli anni 70. I governi devono “concedere” molto, producendo gravi conseguenze sociali, affinché le imprese rimangano sul territorio e non precipitino il paese nella disoccupazione di massa, ma le imprese se ne fregano delle conseguenze sociali delle loro delocalizzazioni e le fanno lo stesso, e i governi per attrarre nuovi investimenti devono produrre condizioni sempre più vantaggiose per il capitale. Per esempio i bassi salari non bastano più, bisogna precarizzare e svalorizzare sempre più il lavoro umano. E costruire infrastrutture risparmiando sulle spese sociali. E così via all’infinito. Anche se tutto ha un limite, speriamo. Non abbiamo più (USA a parte) governi mediatori di interessi e nemmeno alti “comitati d’affari” delle borghesie nazionali che dovevano farsi carico dei problemi del paese, nel bene e nel male. Abbiamo governi “maggiordomi” o “camerieri” o “servi” con funzione di “guardie”, al totale servizio delle imprese nazionali, delle multinazionali e dei loro interessi più immediati. Governi che devono obbedire velocemente.

Ma il tratto ancor più dirompente della nuova fase neoliberista è la finanziarizzazione. Il capitale impiegato nella produzione di merci, come abbiamo già detto, nella fase del “circolo virtuoso” realizzava tassi di profitto troppo bassi. Molte imprese avevano già in quella fase propri settori finanziari che avevano iniziato a svincolarsi dalla mera attività industriale e a indirizzare il capitale in operazioni più redditizie come la rendita fondiaria moderna, investimenti speculativi in borsa e perfino in titoli di stato. Dopo la fine di Bretton Woods, inizia la deregolamentazione delle transazioni finanziarie, visto che la competizione sui mercati internazionali lo richiede imperativamente. Del resto con la libera fluttuazione dei cambi valutari si creano le condizioni per speculare ogni giorno (ogni ora con le nuove tecnologie veloci e praticamente gratuite) con sempre più ingenti masse di capitale scommettendo sulle variazioni di cambio di qualsiasi moneta. E si cancellano nel tempo, negli USA e poi dovunque, tutti i vincoli introdotti dopo il 29 per il settore bancario, come la rigida separazione delle banche di credito che prestavano soldi alle imprese e ai cittadini dalle finanziarie che operavano con investimenti speculativi in borsa. All’inizio del processo le principali finanziarie speculative del mondo erano statunitensi. Ne nasceranno dovunque. E alle scommesse si aggiungono le scommesse sulle scommesse. E così via. Facendo crescere a dismisura il capitale finanziario totalmente separato dalla produzione. Sembra che si possano fare soldi con i soldi. E che grandi e piccoli investitori (in Italia li hanno sempre chiamati risparmiatori, ma in realtà al momento dell’investimento diventano esattamente l’opposto di risparmiatori) possono arricchirsi in breve tempo. Il destino delle nazioni, e della grande maggioranza degli individui (anche quelli che non investono un bel niente) non dipende più dallo sviluppo produttivo, dalla soddisfazione, attraverso il consumo, di bisogni elementari e maturi di società sempre più complesse. Dipende sempre più dagli andamenti dei cambi valutari, dalla borsa, dalla rendita finanziaria. Si diffonde l’illusione che si possa consumare di più di quello che ci si potrebbe permettere attraverso il lavoro. Facendo, appunto, soldi con i soldi. Siccome una parte del capitale speculativo si dedica anche a comprare e vendere imprese, nel processo di concentrazione derivante dalla competizione globale, e a scommettere in borsa sulla capacità di competizione delle imprese, anche queste ultime vedono spesso i propri destini dipendere dalle scommesse che si fanno o non si fanno su di loro e, nel processo di concentrazione e internazionalizzazione delle imprese, l’acquisizione e la vendita di fabbriche e perfino di interi settori produttivi di grandi multinazionali si fanno più secondo la logica degli appetiti speculativi che secondo quella di piani industriali veri e propri.

Tutto questo è alla base della crisi odierna. Perché far soldi con i soldi nel lungo periodo è impossibile. Si può scommettere sulle scommesse a lungo. E indebitarsi molto al di sopra delle proprie possibilità, creando così una crescita completamente virtuale. Ma alla fine se si fanno soldi, da qualche altra parte nel mondo per quanto lontano esso sia o non si veda, ci deve pur essere qualcuno che crea, con il lavoro, il valore sul quale si fonda quello dei soldi. Il giorno che si scopre che quel valore non è stato creato o, come è successo pochi mesi fa, non è scambiabile trasformando il valore della merce in danaro, perché l’acquirente che si è impegnato a comprarlo non è in grado di pagarlo, tutti i titoli di quelli che hanno scommesso sulle scommesse di quelli che hanno investito su una previsione sbagliata perdono di valore. E il sistema crolla. Si può salvarlo per un periodo, semplicemente immettendo nel circuito, e dandoli proprio ai responsabili del disastro, soldi garantiti e non virtuali, da parte degli stati. Con buona pace dei mille liberisti che lo sollecitano contraddicendo ogni loro principio. Distogliendo quei soldi, invece, proprio dalle altre cose su cui andrebbero impiegati. Si tenta, cioè, di rimettere con i piedi per terra lo stesso identico castello speculativo che è caduto rovinosamente. Sapendo che si potrà reggere in piedi sempre per un minor tempo, però. Perché il libero mercato e la libera finanza se non vengono impediti con regole e vincoli, ed anche con la coercizione, vanno alla bolla speculativa come una falena alla luce di notte. Con una sempre maggior velocità.

In Europa, proprio nella culla del “circolo virtuoso”, questo processo neoliberista si sviluppa in modo contradditorio. Un modello economico e sociale che ha accompagnato la ricostruzione dopo la guerra e che ha garantito sviluppo e crescita generale per tutti (nonostante gli enormi problemi e squilibri) non si cancella dalla sera alla mattina. Cominciano a crescere le tendenze di fondo neoliberiste, a partire dalla Gran Bretagna che non a caso all’inizio degli anni 80 sarà la prima ad applicare durissimamente le dottrine neoliberiste, ma esse convivono con gli istituti del welfare, con una forte presenza della stato in economia, ed anche con politiche monetarie comunitarie ancora parzialmente ispirate dallo spirito di Bretton Woods. Per esempio, mentre nel mondo le monete fluttuavano liberamente in Europa viene creato il Serpente Monetario Europeo, che nel 78 diventerà Sistema Monetario Europeo (SME), dal quale la Gran Bretagna rimarrà fuori. Sostanzialmente, non senza problemi, dentro il Mercato Comune i paesi con alta produttività ed esportatori si assumevano il costo, operando sul mercato valutario, di impedire che la bilancia commerciale si squilibrasse eccessivamente con i paesi a bassa produttività ed importatori. Perché alla lunga avrebbe limitato le esportazioni e la stessa crescita dei paesi più forti. Ma, nel corso, del tempo, come era del resto successo con il sistema di Bretton Woods, gli squilibri permisero alla Germania di dominarlo, utilizzandolo sempre più unilateralmente e, data la sua propensione sempre più esportatrice, iniziò fin da subito ad applicare, soprattutto con la sua Banca Centrale, una politica economica neoliberista. Vale la pena di soffermarsi, anche se brevissimamente e aprendo una parentesi, su un fatto praticamente sconosciuto ai molti che parlano a vanvera della Linke e dell’esperienza tedesca. L’unico tentativo di invertire la rotta neoliberista tracciata dalla Banca Centrale Tedesca fu messo in atto nel 98 dal Ministro delle Finanze Oskar Lafontaine, quando insieme al governo francese tentò di avviare una “dialogo macroeconomico” europeo per cambiare gli assi fondamentali delle politiche economiche e monetarie europee, ormai ultraneoliberiste. La Banca Centrale e la Confidustria tedesca lo sconfissero, con l’attivo contributo di gran parte del suo partito a cominciare dal primo ministro Schroder, e dei Verdi. Perciò si dimise dal governo a dalla Presidenza (che equivale alla carica di segretario generale per i partiti italiani) della SPD.

La traiettoria neoliberista seguita nella costruzione europea nel corso di tre decenni richiederebbe una lunghissima trattazione. Non è possibile farla qui. E comunque è stata oggetto di grandi discussioni in occasione della creazione dell’Euro e del tentato varo del Progetto di Costituzione, bocciato nel referendum francese e reiterato come Trattato di Lisbona. Dovrebbe essere patrimonio di qualsiasi persona di SINISTRA. Dovrebbe.

Mi limito a ricordare che dal tentativo di salvaguardare lo “spirito cooperativo” per la stabilità monetaria, che abbiamo lungamente descritto, e di temperare, correggendoli, gli squilibri che in Europa produceva il mercato e la sua logica spontanea, si passa esattamente al contrario. Sul piano mondiale l’Europa diventa, anche in concorrenza “controllata” con gli USA una delle punte di diamante dell’offensiva neoliberista. Infatti adotta una linea, più per responsabilità della Commissione che dei singoli governi, aggressiva e ultraneoliberista verso i paesi del terzo mondo. Apre i mercati finanziari a qualsiasi speculazione e transazione senza alcun controllo. Sul piano interno adotta politiche ispirate da un puro dogmatismo neoliberista, con trattati (Maastricht) che palesemente implementano unicamente la finanziarizzazione, gli interessi dei paesi e delle regioni forti e, naturalmente delle grandi multinazionali, a scapito dei paesi e delle zone deboli. A queste ultime vengono imposti tagli draconiani alla spesa sociale e provvedimenti che trasformano i loro territori in terra di conquista della speculuzione immobiliare e finanziaria.

L’ultimo tema sul quale vorrei soffermarmi, nella descrizione parziale e sommaria della restaurazione neoliberista è quello della guerra.

Come abbiamo detto esiste un legame fra le politiche neoliberiste che negli anni 70 e 80 si affermano, e il crollo dell’Unione Sovietica, del COMECON e del Patto di Varsavia. E’ un punto che andrebbe approfondito. Non è nelle mie capacità farlo. Ma certamente, nel pieno della restaurazione neoliberista che investe l’occidente e di conseguenza tutto il mondo, la fine del socialismo e di economie e sistemi sociali che, per quanto piene di problemi, erano fuori dal mercato capitalistico e dal sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, pone al sistema geopolitico enormi problemi.

In estrema sintesi, gli USA, che come abbiamo visto, hanno mantenuto la loro egemonia politico-militare nel corso dei tre decenni precedenti, scelgono ed impongono a tutti dopo l’89, prima con Bush padre e poi soprattutto con la presidenza democratica Clinton, una linea che si prefigge obiettivi ben precisi. Impedire che l’ONU (altro attore che Keynes e i paesi socialisti avevano sperato diventasse decisivo) si democratizzi e soprattutto, venuta meno la guerra fredda, diventi protagonista, come del resto vorrebbe il suo Statuto, soggetto promotore di pace e di soluzione politica delle controversie internazionali. Impedire che l’ONU e le sue agenzie, come quella sul commercio e lo sviluppo, sulla sanità ecc. possano agire per disturbare gli interessi del capitalismo finanziarizzato. Lo fanno, ottenendo fortissima collaborazione da parte dell’Europa, sia trasformando gli incontri informali del G7, poi G8, in un vero direttorio che sovrasta lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che indica la strada sulla quale tutti devono marciare dal punto di vista economico, politico e militare. Lo fanno trasformando la NATO, che a stretto rigor di logica non avrebbe più motivo di esistere, nel gendarme del mondo che, come succede per la guerra contro la Repubblica Federale Yugoslava, può intervenire militarmente fuori dei propri confini, sulla base di una decisione propria e senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia discusso di alcunché. Sanno bene i governi degli USA e quelli europei, che gli enormi squilibri che produce e produrrà il modello neoliberista nel mondo non possono che essere “governati” senza democrazia e con la coercizione militare. Del resto i teorici del neoliberismo lo teorizzano apertamente da tempo in sede accademica. Con una minima approssimazione credo si possa dire che tutte le guerre, dalla caduta del muro di Berlino in poi, hanno la caratteristica di produrre instabilità generale e in aree sensibili (balcani e medio oriente per esempio) al fine doppio di giustificare una crescente presenza militare della NATO e dei paesi ricchi e di ristrutturare le relazioni geopolitiche in modo coerente con il dominio del mercato e del sistema capitalistico.

Oggi, nel pieno della crisi, si vede ancor meglio quanto fosse importante strategicamente per gli USA, in gravi difficoltà economiche prodotte dalla incessante tendenza all’indebitamento e dalla forte esposizione alle conseguenze delle bolle speculative connaturata alla concezione dello stato debole in economia, mantenere la propria egemonia politico-militare per se stessi e per il sistema capitalistico mondiale. Le contraddizioni che emergono con forza nella crisi dovrebbero, o potrebbero, produrre la creazione di un ordine mondiale fondato sul multipolarismo (da non confondere con il multilateralismo clintoniano che è solo l’unilateralismo concordato fra i paesi ricchi). Ma lo scontro di civiltà ricercato in ogni modo, e teorizzato due decenni fa da Huntigton come sostitutivo del confronto fra est e ovest e della lotta di classe, e la reiterazione ancor più estremista dei dogmi neoliberisti e della primazia degli organismi come il FMI, dominato politicamente degli USA, unitamente al rilancio della NATO, tendono ad impedire un simile approdo o processo. Tendono, perché in America Latina è aperta la possibilità che si aggreghi un polo geopolitico dotato di un modello economico e sociale non neoliberista e dichiaratamente, in diversi paesi, anticapitalista. E’ la dimostrazione che un altro mondo è possibile. Che dalla crisi irreversibile e strutturale del sistema di può uscire a sinistra. Perciò gli USA e l’attuale governo Obama vogliono eliminare questa possibilità, non esitando ad alimentare la guerra civile in Colombia allo scopo di installare numerose basi militari e a schierare nuovamente (era stata disattivata nel 1950) la IV Flotta al largo delle coste del Venezuela.

Queste 20 pagine riassumono certamente in modo del tutto insufficiente anche i soli tratti salienti dell’enorme processo di ristrutturazione capitalistica nella fase neoliberista. Non avevo, del resto, la presunzione di poterlo fare bene. Ma sono, spero, sufficienti per passare ad analizzare alcuni processi politici e il cambio di significato delle parole che mi sta a cuore chiarire.

Già negli anni 70, all’inizio della restaurazione e della cancellazione progressiva delle esperienze di “circolo virtuoso”, nella SINISTRA italiana avvengono molte cose. Ho già detto della contraddittorietà delle scelte del PCI degli anni 70. Il PSI non ha dubbi e non fa scelte contraddittorie. Decide chiaramente di sposare gli interessi dei settori emergenti del capitalismo finanziario, dedito alla rendita fondiaria moderna. Propugna una modernizzazione del paese, che in realtà non è altro che la riforma complessiva del “sistema italia” affinché possa competere nella giungla-mondo. Lo fa, avendo mantenuto fino ad allora un insediamento e perfino una simbologia operaia, compresi i riti di un partito di SINISTRA. Un lungo saggio del nuovo segretario del PSI, Bettino Craxi uccide Marx e Lenin e rivaluta un incolpevole Proudhon (che si sarà certamente rivoltato nella tomba). Si vedrà bene, nel corso degli anni, quale fosse la vera natura del “socialismo libertario” e contrapposto al vecchiume autoritario comunista. La svolta anticomunista e libertaria del PSI non gli costa nessuna scissione politica. Anzi, una parte dei dirigenti del movimento del 68 (soprattutto di Lotta Continua) ne diventano entusiasti sostenitori. E il PSI sebbene non aumenti molto i propri consensi elettorali riesce a sostituire con nuovi sostenitori l’esodo silenzioso che investe parte della sua base storica. Soprattutto riesce a “pesare” sempre più nella politica italiana. Una vulgata vuole che la tattica di “ALLEARSI” indifferentemente col PCI o con la DC a livello locale e quella di essere partito di GOVERNO e ALLETATO ormai strategico della DC, gli abbia permesso pur con un terzo di voti rispetto al PCI di contare tre volte più di un PCI sempre più isolato ed emarginato sulla scena nazionale. Ma questa è, secondo me, solo una piccola parte della verità. La vera base della forza del PSI, della sua crescente centralità nella vita politica e del suo “peso” risiede, a dispetto della quantità di consensi, nella rappresentanza diretta di interessi emergenti nel capitalismo italiano. Perché leggere i fenomeni politici senza indagarne i nessi con il sistema economico, con la rappresentanza di interessi e con le dinamiche sociali è foriero di gravi abbagli ed errori di valutazione. Il PSI “pesa” sempre più man mano che i settori emergenti del capitalismo crescono, grazie a tutto il processo che abbiamo descritto più sopra. Negli anni 80 siamo già nel pieno del processo di delocalizzazione di grandi fabbriche nei poli industriali. La produzione di merci nella società è stata soppiantata, nella funzione di centro gravitazionale, dalla finanza e dal “terziario avanzato” che è in gran parte legato al mondo della speculazione finanziaria e della rendita fondiaria moderna. Gli operai sono percepiti come una specie in via di estinzione da una opinione pubblica ubriacata dalla novità meravigliosa secondo la quale si possono fare soldi con i soldi. Milioni di persone (ho detto milioni!), anche delle classi meno abbienti, si fermano davanti agli sportelli delle banche ad ammirare i grafici dei listini della borsa sui video, che in tempo reale dicono quanto sta guadagnando il “risparmiatore” che ha investito i suoi soldi (magari l’intera liquidazione) nella speculazione. Il settore delle assicurazioni, delle finanziarie e la trasformazione delle banche in finanziarie dedite alla speculazione, nonché quello della pubblicità, dei mass media televisivi privati e così via, e la cementificazione legata alla rendita fondiaria assorbono buona parte della disoccupazione che ha cominciato a prodursi. La società cambia devvero. Sembra che il nuovo modello modernizzante sia la soluzione di tutti i problemi. Si afferma un “senso comune” secondo il quale la modernizzazione si lascerà alle spalle il vecchio sistema industriale. I suoi difetti come l’inquinamento, i lavori faticosi e ripetitivi, la massificazione della società, la lotta e il conflitto saranno sostituiti da un sistema più moderno, efficiente, si potrà cambiare lavoro cambiando il posto migliorando le proprie condizioni salendo individualmente la gerarchia sociale e non più dovendo lottare per strappare un aumento salariale insieme ad altre migliaia di lavoratori, facilmente si può fondare una piccola impresa commerciale o edilizia giacché il settore tira, nella società si conta non per ciò che si fa bensì per ciò che si consuma sempre più individualisticamente, la solidarietà necessaria fra sfruttati è sostituita sempre più dalla competizione in tutti gli scalini della gerarchia sociale. Ormai ci sono due SINISTRE. Una rappresentata dal PCI che sembra sempre più vecchia e strategicamente perdente (anche agli occhi di una parte del suo gruppo dirigente) perché legata ad una classe che già non ha più la forza contrattuale della fase del “circolo virtuoso” e che diventerà sempre meno importante socialmente e quindi politicamente. E ce ne è un’altra moderna, dinamica, vincente. Che cresce in importanza e che, sebbene le sue dimensioni non dovrebbero permetterglielo, è in grado di contendere alla DC la direzione del sistema politico. Certo, altri piccoli partiti borghesi e parti sempre più grandi della DC si adeguano. Ma gli uni non hanno il vantaggio di coniugare una storia di SINISTRA con le più disinvolte ALLEANZE sul piano degli interessi da rappresentare e gli altri appartengono ad un partito grande, interclassista, cattolico e conservatore e quindi poco coniugabile con i nuovi paradigmi tecnocratici e con “l’edonismo reganiano” sul quale è virato velocemente il progetto ideologicamente “libertario” del PSI. Ancora una volta nella storia è una forza considerata di SINISTRA ad essere la punta di diamante di una restaurazione borghese. E’ proprio un rovesciamento totale del significato delle parole.

Le RIFORME di cui parla il PSI sono in realtà CONTRORIFORME. La SINISTRA incarnata dal PSI è socialmente e anche ideologicamente la DESTRA  del pensiero capitalistico dominante. La LIBERTA’ è solo quella individuale competitiva e quella di impresa, non una LIBERAZIONE della classe o delle masse. L’isolamento del PCI non si da solo nel quadro politico, cioè nelle relazioni fra le forze politiche e nella possibilità di ALLEARSI. E’ un processo molto più complesso che ha le sue cause nella perdita di centralità da parte del sistema produttivo e quindi della classe operaia, nella perdita di ALLEATI da parte della classe a causa del trasmigrazione di parti del mondo del lavoro nel settore legato ai settori emergenti e rapaci del capitalismo finanziario e dedito alla speculazione e alla sua galassia di piccole e micro imprese. Culturalmente il PCI ormai fatica a sviluppare “egemonia” in una società nella quale si affermano valori individualistici, competitivi  e consumistici fino all’ossessione. Anche perché penetrano nella sua stessa base sociale, fra gli operai, nei quartieri popolari e fra i suoi stessi iscritti.

Già all’inizio degli anni 80 il PCI si era trovato davanti ad un bivio. Ormai il fallimento della politica di “unità nazionale” era chiaro. L’offensiva della FIAT evidenzia due cose precise: a) la volontà del padronato di riconvertire i rapporti di forza facendo della famosa vertenza, anch’essa cominciata con licenziamenti politici come l’ultima di Melfi, il simbolo e la prova che ormai è il capitale all’offensiva e che la classe operaia deve difendersi; b) la classe è isolata, ha perso una parte dei suoi ALLEATI. La famigerata marcia dei 40mila colletti bianchi lo dimostra.

Berlinguer e formalmente, ma solo formalmente, il gruppo dirigente del PCI imboccano la strada a sinistra del bivio. Va ai cancelli della FIAT a condividere fino in fondo le sorti della lotta e della classe. Dichiara finita l’esperienza di “unità nazionale”. Propone la prospettiva dell’alternativa, in netta contrapposizione con l’alternanza già allora teorizzata da Craxi (seppur come semplice avvicendamento fra partiti laici e DC alla guida del governo). Denuncia la degenerazione del sistema politico ponendo la famosa “questione morale”. Ci sono ancora le energie per combattere. Forse ci si può difendere contrattaccando. Ma ci sono due freni che lo impediscono chiaramente dentro il PCI. E’ questo uno dei punti più dolenti da analizzare. Negli anni 70 (come ho detto a torto o a ragione) il PCI sceglie quella strada che abbiamo descritto. Ma su quella strada, essendo un corpo vivo, cambia molto di se stesso. Se la “CULTURA DI GOVERNO” è sempre più legata al “senso di responsabilità” da dimostrare per “salvare il paese”… Se la “difesa delle istituzioni democratiche” diventa difesa astratta dello “STATO” quale esso è, comprese le decisioni autoritarie più inaccettabili sul piano repressivo… Se bisogna mantenere ed estendere i governi locali comunque, indipendentemente da ciò che si può fare di buono, date le nuove condizioni che man mano il superamento del “circolo virtuoso” producono (come succede nella prima giunta di sinistra di Milano del 75 quando il PCI cambia due assessori che fanno una politica invisa a Berlusconi e Ligresti per sostituirli con altri due che finiranno nelle inchieste sulla corruzione e del sacco di Milano)… Insomma se succedono tutte queste cose e decine di migliaia di quadri politici immersi nelle istituzioni si immaginano come classe dirigente e in procinto di cimentarsi con la prova di GOVERNO, proprio nel momento in cui comincia la controffensiva capitalistica, non è difficile capire che cresca l’idea POLITICISTA per cui, senza sentirsi di tradire alcunché, molti pensano che tutto dipenda dalla POLITICA UFFICIALE, dai voti elettorali e dalla capacità di fare ALLEANZE per governare nelle istituzioni. Infatti, all’epoca, nella discussione si parla apertamente del “partito degli amministratori” come della vera anima del PCI.

Queste cose sono freni che agiscono dentro la svolta a SINISTRA del PCI dei primi anni 80. Con silenzi significativi, non applicando e sostenendo le decisioni che si votano, dissentendo sempre più apertamente su riviste di corrente (come “il Moderno”, dei miglioristi lombardi). Berlinguer, che nessuno contesta come segretario, ha una maggioranza reale nel gruppo dirigente ben più risicata di quanto appaia. Forse non l’ha nemmeno più.

Il PSI, dal canto suo, incrementa la svolta a destra. Il pentapartito è ormai l’espressione delle forze laiche totalmente identificate con il nuovo corso dell’economia e delle correnti democristiane che le seguono sullo stesso terreno. E’ una curiosa ALLEANZA strategica, molto competitiva all’interno e instabile circa la leadership della stessa, giacché la DC è riluttante a cederla a chicchessia. Ma questa competitività interna al pentapartito e gli scontri che ne derivano, nel nuovo contesto e data la reale aderenza di tutti al neoliberismo, monopolizzano la politica. È l’anticipazione, nel sistema proporzionale, di una dialettica politica anche molto aspra che però avviene sulla base di scontri personalizzati senza che nessun cardine della politica economica e sociale venga messo in discussione. Addirittura, apparendo le politiche neoliberiste come egemoni ed indiscutibili, per molti versi questa dialettica tende a sussumere perfino quella che dovrebbe esserci fra maggioranza ed opposizione. Il gioco politico si consumava ed esauriva li dentro. Craxi ne era cosciente. Molti a SINISTRA pensavano e dicevano: “speriamo che Craxi sconfigga la DC.” “Meglio Craxi che De Mita.” Tutto ciò oscurava la vera natura restauratrice del progetto craxiano. Se invece che analizzare i contenuti della politica praticata si giudicavano le forze secondo concetti e parole ormai dal significato cangiante era facile scambiare il PSI come la SINISTRA DI GOVERNO possibile. Del resto il PSI comincia a teorizzare il superamento della prima repubblica, è sempre più incline al Presidenzialismo, e decide di forzare la situazione con una spallata. La cancellazione dei 4 punti di scala mobile (pochissime migliaia di lire sulla busta paga) sancisce la sconfitta del movimento operaio, ne distrugge la forza contrattuale visto che da quel momento dovrà lottare non più per incrementare il salario bensì per difenderlo, chiarisce che il lavoro è una merce il cui prezzo è legato esclusivamente alla produttività e al profitto e non può in nessun caso essere considerato una “variabile indipendente” da questi fattori. Determina, infine, che nella competizione che comporta svalutazione della lira ed inflazione sul mercato interno a pagare il prezzo più alto dovranno essere i lavoratori. Ovviamente la discussione, da parte dei sostenitori del provvedimento, è inquinata dalla presunta “oggettività” e necessità dello stesso, da un falso minimalismo (ma come! Tutto questo casino per poche migliaia di lire!) e soprattutto dall’accusa al PCI di fare demagogia, di aver abbandonato il “senso di responsabilità” che pure era stato così apprezzato in passato. Sono gli stessi argomenti che sempre più fortemente vengono usati nella discussione interna al PCI. Dov’è finita la politica di UNITA’ DELLA SINISTRA? Dove il “senso di responsabilità”? Dove è sparita la CULTURA DI GOVERNO? Dove ci porterà questo scontro frontale con i socialisti? All’isolamento, senza più capacità di ALLEANZE! In alcune federazioni i gruppi dirigenti locali, invece che organizzare e promuovere i Comitati per il SI al referendum che sarà poi promosso dal PCI, raccoglievano firme di iscritti e personalità dell’area del PCI che dichiaravano il NO.

Basta leggersi il Programma di Licio Gelli per capire come da allora in poi, ogni volta che si parlerà di modernizzazione del paese, del sistema politico e delle istituzioni, ricorreranno le proposte in esso contenute. Fino ai giorni nostri. Ma non si trattava solo e nemmeno prevalentemente di un complotto, per quanto sia intrisa di manovre oscure ed inconfessabili la vicenda della P2. Il sistema italiano, il “circolo virtuoso”, il PCI come forza anticapitalista dotata di un vastissimo consenso, e soprattutto Costituzione, natura parlamentare della Repubblica, dovevano essere per forza rimossi per permettere il dispiegarsi delle politiche neoliberiste. Con qualsiasi mezzo.

Il PCI si tolse di torno da se. Già dopo la morte di Berlinguer e la sconfitta del referendum la maggioranza del gruppo dirigente fa un compromesso fortemente orientato a destra. Lo scontro con i socialisti continua, soprattutto per volontà di questi ultimi che alternano attacchi durissimi a profferte unitarie sulla base della loro egemonia, ma appare sempre più come una sorta di contrapposizione priva di contenuti che non siano la collocazione nel quadro politico. Oramai la separazione del PARTITO dalle sorti dei suoi referenti sociali è evidente nell’ansia di “GOVERNO” che un corpo politico di dirigenti nazionali e locali non nasconde più. I socialisti che per un decennio hanno attaccato, non a caso, Togliatti e chiesto al PCI una svolta ideologica cominciano ad ottenerla. Per quanto Occhetto parli di SINISTRA DIFFUSA, di COSTITUENTE di un NUOVO PARTITO DI SINISTRA, e sembri proporre svolte di SINISTRA come quella che dovrebbe farla finita con il “consociativismo” e quella “ambientalista”, in realtà si prepara solo la rimozione dei simboli e dei cardini sociali ed ideologici che avevano mantenuto sempre il PCI nell’ambito della opzione politica anticapitalista. Ma sulla fine del PCI, come sulla nascita di Rifondazione, non dirò più nulla. Sono temi che mi porterebbero fuori dalla strada che ispira queste riflessioni e comunque meritevoli di ben altri approfondimenti.

Seconda fase, parte seconda.

E’ così che si arriva alla cosiddetta SECONDA REPUBBLICA.

Dopo la caduta del Muro di Berlino il capitale trionfa. Non solo si espande in una parte del territorio del pianeta prima escluso dal mercato e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma si dimostra che non esiste alternativa al sistema. E che quindi la Storia è finita. E’ la fine delle ideologie, perché ha trionfato quella egemone nel mondo. Ci possono essere mille sfumature, ma solo nell’ambito dell’idelogia vincente, che non a caso i resistenti chiamano spregiativamente “pensiero unico”.

Il PDS non è il PCI che ha cambiato nome, separandosi dal vecchiume comunista che per giunta viene accusato di non essere certamente l’erede del meglio della tradizione del PCI, che subisce una rilettura revisionistica, fino alla tesi che in realtà il PCI non è mai stato comunista (sic!), bensì socialdemocratico. Il PDS aderisce all’Internazionale Socialista e al Partito Socialista Europeo proprio nel momento in cui diventano la punta di diamante politica dell’offensiva neoliberista in Europa e nel mondo. Sposa l’idea che è necessario “modernizzare” e rendere efficiente il sistema politico attraverso riforme elettorali maggioritarie. La Lega delle Coorperative ormai è un colosso capitalistico, che applica nelle proprie aziende relazioni sindacali perfino peggiori di quelle confindustriali, i suoi settori finanziari ed assicurativi fanno parte del vorace capitalismo speculativo, i settori edilizi partecipano al banchetto. Il sindacato decide di assumere in tutto e per tutto le compatibilità del sistema neoliberista. Non più solo contrattando difensivamente i “sacrifici necessari a salvare il paese”, che non finiscono mai, ma partecipando, con la concertazione a renderli istituzionali, permanenti e praticamente indiscutibili nella contrattazione aziendale. In dieci anni siamo passati dal taglio di “poche migliaia di lire” all’accordo secondo il quale i sindacati si impegnano a contenere le richieste di aumento salariale nell’ambito dell’inflazione programmata, e cioè molto al di sotto della inflazione reale. Non si può nemmeno più lottare per conservare il potere d’acquisto del salario. In seguito accetteranno la riforma pensionistica e la conseguente istituzione dei fondi pensione, che nel mondo stanno diventando una leva immensa della speculazione finanziaria. La competizione esasperata ha prodotto un maggior disequilibrio fra i diversi paesi europei, e l’ingresso dei nuovi paesi è voluto, si dice per motivi politici, ma “permesso” solo se questi ultimi prima di entrare si ristrutturano trasformandosi in terra di conquista per le multinazionali, ma anche per le piccole imprese italiane, e soprattutto per il capitale finanziario e speculativo. All’interno dei singoli paesi cresce lo squilibrio fra zone che competono e zone che non reggono la competizione. Essendo i mercati liberi la funzione di mediazione e di riequilibrio dello stato si riduce fortissimamente. Per questo, e solo per questo, diventano tutti federalisti. PDS in testa. Tutta la retorica dell’autogoverno locale, dei rappresentanti più vicini ai cittadini, della democrazia moderna ed efficiente, riposa su una idea di riforma dello stato che deve accompagnare e implementare l’uccisione di quel che resta del “circolo virtuoso” per permettere ai “sistemi impresa” locali delle zone ricche di competere con le zone ricche in Europa e nel mondo, e alle zone deboli di competere con le zone deboli, mettendo a disposizione del mercato tutto al fine di attrarre investimenti. Povero Altiero Spinelli!

Ma nel sistema politico italiano il PDS è considerato di SINISTRA. Qualcuno mi vuol dire cosa c’entra quello che il PDS ha teorizzato e fatto negli anni 90 con la SINISTRA, sempre che la SINISTRA sia quella di cui abbiamo parlato nel corso di questo scritto?

Io, come si vede, non parlo nemmeno del fenomeno della destra italiana e della ristrutturazione del sistema politico nel periodo di tangentopoli. Sarebbe necessario, per la completezza del ragionamento, ma la trattazione sarebbe così lunga che non finirei più. E comunque sono abbastanza scontati perché molto discussi e trattati. Mi sta a cuore approfondire alcuni elementi che secondo me sono quasi totalmente sottovalutati o volutamente omessi dalla discussione attuale.

Il PDS compete con la destra? Si, certamente. Ma non per migliorare le condizioni di vita degli operai, degli impiegati, dei pensionati, degli studenti e così via. O meglio, dice di volerlo fare. Come del resto lo dice la destra. O forse che Berlusconi che promette posti di lavoro e la Lega che promette che cacciando gli immigrati ci saranno risorse per gli italiani, non lo fanno? Ma il PDS attacca la destra accusandola di fare demagogia. Dice esplicitamente che è il tempo dei sacrifici, dei tagli di bilancio per ridurre il debito pubblico e per stare negli accordi di Maastricht. Dice che il sindacato deve “concertare” e non configgere. Dice che per competere bisogna rendere “flessibile” il mercato del lavoro. Dice che bisogna privatizzare tutto. Dice che bisogna aumentare la spesa militare e partecipare alle missioni militari (cioè alle guerre) per continuare ad essere un paese “importante”. Dice che bisogna “modernizzare” la Costituzione. La GOVERNABILITA’ diventa il tutto! E dice che senza fare queste cose, ed altre che ometto per brevità, non è possibile ricreare le condizioni affinché dello “sviluppo” tornino ad avere qualche vantaggio anche le masse popolari. E’ la politica dei due tempi. Ma il secondo tempo non viene mai, e non può venire per il semplice motivo che il primo tempo distrugge sempre più i presupposti del secondo.

Torno a chiedere: è di SINISTRA tutto questo? Sfido chiunque a dirmi e dimostrarmi che ho esagerato.

E’ ispirato dal SETTARISMO descrivere così questa realtà, in sede analitica? Io penso di no. Però penso che sia SETTARIA l’idea che basti dire che il PDS non era di SINISTRA, dando vita ad una disputa nominalistica, per fare e possibilmente vincere una battaglia politico-culturale. Tuttavia senza avere chiaro in testa cosa sia veramente di SINISTRA e cosa no è facile fare un errore madornale. Pensare, cioè, che la politica delle ALLEANZE nella sfera della politica unifichi nella società un blocco sociale che accumulando forze diventi in grado di produrre nuove conquiste e di cambiare, anche solo minimamente, la realtà.

E’ il grande equivoco degli anni 90. Noi decidemmo, giustamente, di stare ai contenuti e di non diventare SETTARI, per non cadere nell’illusione che la denuncia delle contraddizioni e l’accusa al PDS di non essere di sinistra potesse risolverci il problema. I nostri referenti sociali erano piegati, sconfitti, le loro condizioni di vita erano peggiorate e continuavano a peggiorare, le loro organizzazioni sociali, come il sindacato, stavano sempre più fra quelli che gli predicavano sacrifici e che giustificavano sconfitte, nel mondo trionfava il capitalismo, il senso comune era ormai degenerato in individualismo, razzismo, xenofobia. Bisognava parlare di contenuti, di lotte. E bisognava farlo sapendo di non essere un partito di massa. Né per la quantità degli iscritti e dei voti né, tanto meno, per i legami diretti con la classe, con la società, sempre più isolata e indebolita l’una e sempre più disarticolata e atomizzata l’altra. Alcuni credevano che bastasse alzare una bandiera, perché pensavano che l’isolamento della classe e l’egemonia della destra nella società fosse soprattutto il prodotto di un fatto politico: la scomparsa del PCI. Mentre, come abbiamo visto, era vero esattamente l’opposto. Era il PCI ad essere stato cancellato per effetto della controffensiva del capitale che gli aveva tagliato le gambe nella società e che aveva messo di fronte ad un secondo bivio il suo gruppo dirigente. O resistiamo e ci scordiamo per un lungo periodo il GOVERNO e la nostra ascesa a “classe dirigente” o ci adeguiamo, separiamo il nostro destino da quello della classe e diventiamo una opzione realisticamente in grado di GOVERNARE il sistema dato, come esso è, circoscrivendo la nostra alternatività alla destra sui metodi di gestione del sistema, sui tempi e anche sullo “stile” di GOVERNO, ma non sulla sostanza. E’ abbastanza difficile pensare che se il gruppo dirigente del PCI avesse, diciamo così, tenuto duro e continuato a sviluppare una politica anticapitalista, avrebbe avuto davanti una strada in discesa. Molto sarebbe cambiato, certo. Ma non l’essenziale. Perché nelle condizioni internazionali e con la fine del socialismo reale, con la ristrutturazione capitalistica e la competizione totale, si sarebbe aperta una fase difensiva. E quando ci si difende, magari per decenni, in condizioni sempre più difficili, si finisce con l’indebolirsi. E alla fine si diventa sempre più isolati e percepiti come inutili al fine di migliorare le condizioni di vita della gente in carne ed ossa. Nella storia bisogna sapere quando si può avanzare e quando si deve resistere. Se si pensa di avanzare senza aver prima resistito, o se si pensa di avanzare invece che resistere quando resistere è imprescindibile, è matematico che ci si trova dall’altra parte della barricata. Parimenti, quando stai in una trincea a difenderti e vedi disertare una buona parte dello stato maggiore e della truppa, per quanto tu gli gridi “traditori” e loro ti rispondano dall’altra trincea “vieni anche tu che così non ha perso nessuno” tu sei più debole e quelli che vuoi difendere dietro di te, per quanto ti dicano “meno male che ci sei” o “almeno tu sei coerente” e pensino che tu sei uno di loro percepiscono che perderai. Con onore, ma perderai. E questo, in politica, è esiziale.

Ciò che devi fare è resistere, si. Combattere, si. Ma devi avere una strategia per uscire dalla resistenza sempre più passiva, per contrattaccare e possibilmente per vincere qualche battaglia. Al fine di tornare ad accumulare forze.

Magari devi passare alla guerra di movimento. Alla guerriglia. Fuor di metafora, se sei un partito di massa, con profonde radici nella classe e legami sociali, e se combatti su un terreno favorevole come il “circolo virtuoso” a tua volta instauri un “circolo virtuoso”. Conquisti parti importanti per un blocco sociale alternativo e sei in grado di fare una ALLEANZA con altri perché l’unità quando si avanza e si vincono battaglie importanti è relativamente facile costruirla. Mentre quando si arretra e perde, si deve resistere per un lungo periodo in condizioni difficili e si fatica a vedere una via d’uscita, è molto difficile. Molto.

Rimandiamo, per il momento, il tema di come si possa resistere e passare alla controffensiva. Perché in realtà la metafora che ho usato è incompleta e può essere perfino fuorviante.

Negli anni 90 oltre alla ristrutturazione del sistema economico e a tutto il processo di modificazione del modello sociale che abbiamo solo parzialmente descritto, in Italia, proprio per l’alto tasso di incompatibilità del sistema politico parlamentare e dei poteri reali del governo con la “necessità” imposta dalle nuove condizioni economiche l’attacco alla democrazia politica è stato furibondo. In Italia, al contrario di altri paesi che hanno già sistemi politici pronti per essere usati alla bisogna nella nuova fase capitalistica, il sistema politico deve essere cambiato radicalmente. Nei paesi retti da bipartitismi già interni alla pura logica della gestione e del governo dell’esistente come gli USA, o in paesi con sistema bipartitico dove uno dei due partiti ha una storia e un insediamento di SINISTRA come la Gran Bretagna, i sistemi politici possono tranquillamente rimanere come sono. Anzi, diventano dei modelli a cui ispirarsi proprio perché, nonostante abbiano sistemi elettorali immutati da quando votavano solo poche centinaia di migliaia di persone perché erano nei fatti la classe dirigente del paese, sono più congeniali a incanalare il consenso unicamente dentro il GOVERNO dell’esistente con la rapidità e il grado di autonomia delle istituzioni dal conflitto sociale necessari a prendere tutte le misure imposte dalla competizione globale delle imprese e della finanza. In Gran Bretagna basta che il Labour Party si trasformi. Non c’è bisogno di cambiare il sistema. Infatti il Labour abbandona, oltre a qualsiasi riferimento alla lotta di classe ecc. anche la sua idea proporzionalista della riforma elettorale. Così è in molti altri paesi, che hanno leggi proporzionali, fortemente proporzionali, o sostanzialmente proporzionali, ma dove la storia ha creato un bipartitismo di fatto. Spagna e Germania, per esempio. Anche qui basta che uno dei due partiti diventi anch’esso neoliberista e il gioco è fatto. In Italia no, non è così. Qui c’è un sistema parlamentare. Le leggi si fanno in parlamento. La rappresentanza è eletta sulla base della scelta da parte dei cittadini, motivata dal complesso di fattori che identificano una proposta politica, sociale, culturale e anche ideologica. La rappresentanza degli interessi, per quanto mediata dai fattori appena detti, è ben visibile e si riflette, almeno per tre decenni e più, direttamente nella linea di condotta dei partiti in parlamento. Soprattutto il gioco politico delle ALLEANZE e degli scontri fra le forze politiche si fanno a valle del voto popolare, proprio nella attività parlamentare. Il che rende deboli i GOVERNI, e cioè esposti a ciò che si muove nella società e si riflette nella rappresentanza istituzionale. Le ALLEANZE sono sempre a geometria variabile perché la realtà sociale che cambia influisce. Come ha fatto l’Italia a diventare la sesta potenza economica del mondo pur cambiando due tre o anche quattro volte il GOVERNO nel corso di una legislatura? Da un punto di vista strettamente strumentale la fase del “circolo virtuoso” si sarebbe bloccata con la legge truffa. Con un parlamento stabilizzato dentro il bipolarismo le lotte non avrebbero avuto la possibilità di incidere, magari determinando la caduta di governi e nuove ALLEANZE fondate sulla base dei nuovi equilibri sociali. E quelle lotte sconfitte avrebbero bloccato il “circolo virtuoso” perché in assenza di aumenti salariali indiretti e garantiti dallo stato (welfare) il mercato interno si sarebbe bloccato. E con esso il sistema. In realtà la stabilità di governo intorno alla DC c’è sempre stata. Il ricambio continuo dei governi, al contrario di tutta la litania cantata per giustificare il maggioritario in Italia (come si fa ad avere un paese che cambia governo due volte all’anno?), è stato proprio uno dei fattori che ha permesso una sostanziale stabilità del sistema, perché la politica e i governi si adattavano e seguivano le mutazioni sociali continuamente. Perché, altrimenti, il popolo italiano avrebbe votato così tanto ad ogni elezione, ben al di sopra della media di tutti gli altri paesi dell’OCSE? Perché con il voto si contava, si sapeva che si influiva sulla realtà economico-sociale del paese e sulla propria condizione di vita. Non si votava per un leader e per le sue promesse demagogiche, tanto meno per orientare il gioco delle ALLEANZE e degli scontri fra partiti nelle istituzioni. Quella dimensione c’era, ovviamente. Ma dipendeva strettamente dal legame della politica e di quella stessa dialettica a tutto ciò che si muoveva nella società. Ed infatti, nonostante tutto, era una dialettica seria, rigorosa, e sebbene molto tecnica e sofisticata, infinitamente più chiara e comprensibile da parte dei cittadini e delle classi sociali rispetto al teatrino spettacolare dei giorni nostri. Le grida e gli insulti, le curve contrapposte, i leader, la demagogia e le “speranze” che sono in grado di suscitare, non hanno reso la POLITICA più chiara e comprensibile, in modo da permettere ai cittadini di scegliere, al momento del voto, sulla base di ragionamenti e di interessi precisi, e sulla base della vicinanza a idee e proposte. Al contrario li hanno fatti diventare sempre più spettatori passivi del “gioco politico” riservando a loro solo il diritto di poter fare il tifo per uno dei due contendenti. Anche per il più tifoso il grado di partecipazione alla formazione delle decisioni e dei veri contenuti delle scelte politiche è stato ridotto quasi a zero. Ma torniamo alla STABILITA’ di GOVERNO. Alla GOVERNABILITA’. Essa diventa il mantra ripetuto ossessivamente per anni e anni. Bisogna, infatti, con una tipica operazione mistificatoria, accompagnare l’indebolimento della funzione di governo, molte delle cui prerogative nella fase del “circolo virtuoso” sono fuggite semplicemente verso le pure dinamiche di mercato, verso organismi internazionali a-democratici e sovrastanti i governi nazionali, verso i privati ai quali si sono vendute le imprese statali, verso la banca centrale europea, verso la finanza (“i cittadini votano ogni tanto ma la borsa vota tutti i giorni” ha detto un noto premier italiano) e così via, al rafforzamento dei poteri del GOVERNO nei confronti del parlamento e in generale della società. In realtà questo rafforzamento del GOVERNO non serve ai “politici” per darsi più importanza. Al contrario di quel che credono molti neofiti adoratori del potere in quanto tale che si mettono la parola GOVERNO e GOVERNABILITA’ in bocca ogni frase che dicono e qualsiasi tema affrontino. Il rafforzamento del GOVERNO è proprio una necessità oggettiva del capitalismo e del modello sociale neoliberista. Esattamente, mi si permetta il paragone, come la guerra lo è per GOVERNARE il mondo trasformato in un grande mercato. Nel sistema del “circolo virtuoso” il compromesso sociale cui era stato costretto il capitalismo, come ho già detto, prevedeva una forte funzione di governo politico e pubblico dell’economia. Ora la funzione è rovesciata. L’economia comanda sulla politica, la orienta la dirige. Quindi c’è bisogno di un esecutore. Di un “amministratore” politico. Non di un luogo di decisione nel quale si media fra interessi anche contrapposti recependo, seppur in forma spesso squilibrata, i rapporti rapporti di forza sociali. Bensì di un luogo dove si amministrano le conseguenze di decisioni “oggettive” ed indiscutibili. I rapporti di forza sociali, le domande, le proteste, le rivendicazioni, sono da tenere fuori dalla porta. Sono incompatibili con la funzione di GOVERNO. E quando le decisioni applicate dal GOVERNO sono talmente stridenti (e cioè capaci di incrinare il consenso elettorale) con la coesione sociale si allargano le braccia e si indicano con l’indice i veri responsabili che impediscono al GOVERNO di ascoltare la società: “l’ha detto il FMI! L’ha detto la Banca centrale europea! L’ha detto la borsa! l’ha detto Marchionne!”. Di più, le rivendicazioni sociali, le lotte, devono diventare impolitiche. Devono cioè, essere impedite di pretendere una qualsiasi cosa che metta in discussione l’economia e le decisioni che il GOVERNO amministra. Per questo gioco il bipolarismo e il sistema elettorale maggioritario sono perfetti. L’alternanza (e non l’alternativa ovviamente) dei governi che condividono le compatibilità del sistema riduce lo spettro delle decisioni cui i cittadini, con le lotte e con il voto, possono partecipare alla mera scelta di chi amministrerà le decisioni del FMI. Dentro questo spettro c’è spazio per scontri epici nei talk show, per contrapposizioni mortali, per colpi bassi di ogni tipo. La realtà sociale deve essa conformarsi a questo spettro, non può pretendere di allargarlo a scelte che possano mettere in discussione il sistema. Se qualcuno tenta di farlo basta dirgli che farebbe cadere il governo in carica favorendo l’altro schieramento. Lo si mette fuori dalla POLITICA in quanto la POLITICA ufficiale ormai è solo la cosa che si occupa di chi amministra l’esistente e delle mille manovre e scontri per sedersi al GOVERNO. Le ALLEANZE non sono sociali fra classi e ceti e settori e categorie che trovano nella ALLEANZA delle rappresentanze e in decisioni proprie del GOVERNO un coronamento politico e la realizzazione di obiettivi concreti. Le ALLEANZE sono coalizioni capaci di conquistare il GOVERNO. Se per caso, come è successo in Italia, per conquistare il GOVERNO è necessario ALLEARSI anche con una forza che propugna il cambiamento e che palesa una CULTURA DI GOVERNO incompatibile con il governo dell’esistente questa viene massacrata. Non dimenticherò mai quando dal 96 al 98 in Europa ci fu un fenomeno per cui tre governi contenevano forze che ponevano una anche solo timida inversione di tendenza rispetto alle politiche neoliberiste. Il governo francese pose problemi al trattato di Maastricht, varò la legge delle 35 ore, solo per dire due cose. Nel governo tedesco il ministro dell’economia che era anche il Presidente della SPD e vice primo ministro tentò di mettere in discussione, in accordo con il sindacato (beato lui), le politiche monetariste della banca centrale tedesca ed europea, e noi chiedemmo al governo che viveva grazie ai nostri voti poche e limitate cose. Nel volgere di pochi mesi Lafontaine fu scaraventato fuori dal governo, noi pure con l’accusa che i libri di testo gratuiti, un piano di salvaguardia ambientale nel sud e le 35 ore (già varate dal governo francese) erano rivendicazioni estremistiche, massimaliste e da “pazzi” (citazione letterale di Prodi), e alla fine il governo francese rimase solo e fu costretto a vivacchiare mentre nel PSF crescerà la destra che alla fine ne sconfesserà l’esperienza.

L’analoga esperienza dell’ultimo governo in Italia è talmente conosciuta e ricordata ancora, che non c’è bisogno di ripercorrerla. E’ un esempio calzante e perfetto. Perfino ciò che c’è scritto nel programma, se un movimento di massa ne richiede l’applicazione, può diventare alla fine di mille trattative e manovre, una richiesta estremistica estranea alla vera politica!

Più chiaro di così si muore!

Perciò, cosa si intende quando si dice che bisogna avere una CULTURA DI GOVERNO? Che i comunisti hanno sempre avuto una CULTURA DI GOVERNO. Cosa vuol dire: dobbiamo porci il problema del GOVERNO? E, alla luce di questo, cosa significa che la politica delle ALLANZE è indispensabile per una forza comunista o di sinistra?

Credo sia evidente, per chi ha avuto la pazienza di leggere questo scritto, che le parole oggi hanno significati diversi da quelli che si tenta di evocare, spesso inconsapevolmente, quando si dice: GOVERNO e ALLEANZE.

Parimenti, se il conflitto è espulso dalla POLITICA, per come essa è intesa nella società e nella funzione reale delle istituzioni, chi vuole rappresentarlo può essere facilmente indotto nell’errore mortale di considerarlo in modo testimoniale. Mica è proibito inneggiare alla rivoluzione. Proporre governi operai. Sognare di aumentare il proprio consenso denunciando il tradimento altrui. E soprattutto non c’è niente di male e non succede nulla se una piccola rappresentanza nelle istituzioni grida slogan e pratica la coerenza nel senso di considerare i voti come puri atti simbolici. Questo si che è SETTARISMO. E’ l’illusione che la predica e l’etichetta data agli altri siano la sostanza della politica. Che basta smascherare il nemico per accumulare forze. Tutto questo è solo l’altra faccia dell’illusione che ci si possa trarre dalle difficoltà con un surplus di politica di ALLEANZE esibendo una cultura di GOVERNO nel senso iperrealista.

Ho a lungo spiegato come il PDS (figuriamoci il PD di cui nemmeno voglio parlare) non sia di SINISTRA. E come ALLEANZE e GOVERNO, con l’accezione che hanno assunto in questa fase neoliberista, per motivi largamente oggettivi e non per il capriccio o limite di questo o quel partito o personaggio, siano termini ormai inservibili e non coniugabili per progettare scelte politiche per cambiare la realtà o anche solo per resistere.

Ma un PARTITO politico comunista o anche solo di SINISTRA, per quanto piccolo e sprovvisto di radicamento sociale, non può abbandonarsi ad illusioni e a confusioni come quelle appena descritte. Sia sul versante delle ALLEANZE e del GOVERNO, sia su quello della testimonianza.

La attuale crisi, come sempre avviene nei momenti veramente cruciali, oltre ai disastri offre anche delle opportunità. Le contraddizioni prodotte dalla fase neoliberista si mostrano chiaramente. Il grado di credibilità degli “amministratori” del sistema decade. Quello degli aspiranti “amministratori” dipende dal grado di coerenza del discorso che fanno con i problemi che sono davanti a tutti. Per quanto mistificatorio sia il discorso deve riconoscere l’esistenza dei problemi, non può ignorarli, ne può promettere per la trecentesima volta in venti anni che con i due tempi verrà quello migliore. Anche qui esiste una oggettività. Una cosa è candidarsi ad amministrare il sistema vigente quando esso è vincente, quando promette e sembra poter mantenere le promesse, quando si lavora in modo precario ma si lavora, in attesa di qualcosa che risolva il problema e così via. Un’altra cosa è farlo nel pieno di una crisi che chiarisce che è il sistema medesimo ad aver creato i problemi e che non può promettere nulla di buono. Ogni lotta incontra immediatamente e chiaramente il nemico. Si poteva promettere con la concertazione che si sarebbe reso competitivo il paese e che, per questo, si sarebbe potuta aprire una seconda fase buona. Oggi non si può più fare con la stessa efficacia. Non è un caso che nel sindacato sorga (o risorga) l’idea della irriducibilità della lotta di classe, come è chiaro nel caso della FIOM. Questo significa, per essere chiaro fino in fondo, che si può sperare in una svolta del PD che lo riconverta ad una lettura di classe della società? Che lo discosti dai settori del capitale che ha scelto come interlocutori privilegiati e di cui difende gli interessi? Penso proprio di no. Tuttavia il combinato disposto dell’estremismo del governo Berlusconi, che è coerente fino in fondo con il progetto di scardinare definitivamente la costituzione e lo stato, per poter gestire le conseguenze della crisi, e la complessità, data anche dalla divisione, dell’opposizione al governo, sia nella società sia nelle istituzioni, segnalano una crisi del sistema politico bipolare. Per questo da parecchio tempo penso, e perciò sono totalmente d’accordo con la proposta conseguente, che senza imbrogliare nessuno, tanto meno se stessi, sul GOVERNO si possa intervenire nella POLITICA UFFICIALE dicendo: “tutti contro Berlusconi ma cambiamo la legge elettorale in senso proporzionale senza che noi entriamo al governo. Il resto che viene dopo si vedrà.” Non “tutti contro Berlusconi, punto!” Non “tutti contro Berlusconi e sul governo vedremo!” Ciò che differenzia queste tre formule non è un dettaglio irrilevante o secondario. E’ sostanza.

Non c’è bisogno che dica perché penso che “andare da soli, tanto è lo stesso chi vince!” o “rifacciamo il centrosinistra che governa con noi dentro” siano proposte completamente sbagliate. Credo che sia chiaro.

Per quanto difficile e stretta sia la via, secondo me è l’unica. Perché ha il vantaggio di coniugare l’opposizione al peggio con il non ingabbiarsi nel meno peggio. Perché apre, per la prima volta da venti anni, una possibilità per dare un colpo alla seconda repubblica e alle conseguenti degenerazioni della politica ufficiale. Perché, banalmente, dal punto di vista strettamente elettorale, è un antidoto al ricatto classico del bipolarismo e ai conseguenti “voti utili” o accordi subalterni contrapposti alla fuga dalla politica.

Nemmeno sul “fenomeno” Vendola ho nulla di nuovo da dire. Ognuno può dedurre da quanto ho scritto il grado di distanza del mio ragionamento da ciò che dice e propone Vendola. Dico solo che la realtà ci dirà chi ha ragione. E spero che la dinamica delle cose chiarisca che la prospettiva del GOVERNO organico del centrosinistra è mortale per qualsiasi SINISTRA, prima che Vendola ed altri si trovino ingabbiati di nuovo in una contraddizione irrisolvibile. E dico solo che con Vendola (mi scuso per la estrema personalizzazione ma nel suo caso le cose stanno così) bisogna trovare ogni unità possibile su obiettivi e posizioni comuni, ma nella massima chiarezza sulla prospettiva. Senza evitare, per ipocriti diplomatismi, di discutere anche in modo polemico, come necessario quando si devono criticare suggestioni con un alto tasso di confusione, invece che proposte chiare e nette.

L’ultimo tema che tratterò in questo interminabile scritto è quello del PARTITO e dell’UNITA’ DELLA SINISTRA.  E solo sul versante dell’immediato. Senza avere la pretesa di risolvere il tema dell’attualità e della riproducibilità o meno del PARTITO DI MASSA.

E’ ovvio che un PARTITO dotato di un minimo insediamento sociale e che contemporaneamente è stato nelle istituzioni nel tempo del successo del neoliberismo e della seconda repubblica nel corso del tempo cambia. E non in meglio. Lasciamo perdere le responsabilità soggettive e le mille polemiche che possono insorgere intorno ad esse. Ho già scritto anche troppo su tutto questo. Atteniamoci a quelle oggettive.

Non è facile mantenersi e conservarsi, figuriamoci crescere e migliorare, quando il “circolo virtuoso” è morto da tempo, la società è stata destrutturata e riorganizzata su un modello che mette i tuoi referenti sociali in un angolo, e il sistema politico (dentro il quale sei comunque) riformato in senso autoritario ed escludente qualsiasi istanza sociale non compatibile col sistema economico, le grandi organizzazioni sociali, a cominciare dal movimento sindacale, sono sempre più collaterali ai governi invece che autonome dal punto di vista di classe. Proprio non è facile. La tua dimensione non è sufficiente ad esercitare una attrazione gravitazionale verso la SINISTRA ed ogni svolta, prodotta da contraddizioni reali, si riflette immediatamente in un scissione. Proprio non è facile.

Sembra quasi che sia impossibile continuare a svolgere una funzione positiva.

Se è vero che la società è stata destrutturata e che l’egemonia della destra si è sviluppata a causa dei fenomeni economici di cui abbiamo parlato, come la perdita di centralità della produzione nel sistema economico, la competitività esasperata, la svalorizzazione e la perdita di dignità del lavoro e tutte le scalate (vere o illusorie) della gerarchia sociale connesse al far soldi con i soldi, proprio ora che la lunga crisi in cui è immerso il paese evidenzia le contraddizioni figlie del modello neoliberista e smentisce le previsioni ottimistiche infondate che per lungo tempo hanno sorretto il consenso del sistema, è il tempo della lotta e della ricostruzione della coscienza di classe fra i lavoratori e nella società.

Questo è il tema del partito sociale.

Con la descrizione del PCI degli anni 50 ho cercato di dimostrare quanto sia falsa, proprio nella migliore tradizione comunista, l’idea che il PARTITO debba essere “sopra” le organizzazioni e i movimenti sociali. Secondo me non lo era un partito con due milioni di iscritti e con sindacato e organizzazioni sociali ben diverse da quelle di oggi. Figuriamoci se lo può essere un partito piccolo con organizzazioni sociali e movimenti in grado di trovare da se nessi, collegamenti e punti di vista generali e che per giunta, per una serie di congiunture, hanno sviluppato nei confronti dei partiti che si presentano alle elezioni una diffidenza tale da scavare con essi un solco molto profondo.

Io penso che la funzione politica, anche di direzione ovviamente, di un partito politico sia insostituibile.

Ma non basta dire: siamo un partito, dunque dirigiamo e tocca a noi fare le proposte politiche (ridotte a quelle elettorali e di relazione fra partiti), e se sono giuste e buone alla fine ci seguiranno. Tanto meno la funzione dirigente si rafforza solo perché si elencano i limiti e le parzialità, che pur ci sono, dei movimenti.

La gran parte dei dirigenti comunisti della CGIL partecipavano, anche dopo l’incompatibilità fra incarichi di direzione sindacali e politici, alla formazione delle decisioni e della linea del PCI. A tutti i livelli, dalla sezione fino alla direzione nazionale. La direzione che il PCI esercitava senza dubbio sul sindacato (per fare l’esempio più chiaro) non veniva dal cielo, per innata capacità del dirigente politico. Era il prodotto di in legame, di una simbiosi, e si alimentava continuamente delle esperienze e del punto di vista che scaturiva dalla pratica sociale diretta. Se non fosse drammatico ci sarebbe da ridere quando si ascolta la ripetizione astratta di formule come “il partito e solo il partito è in grado di avere una visione complessiva e perciò deve lavorare nei movimenti per dirigerli”. O quando si paragona il “partito sociale” alle illusioni del socialismo utopistico o dell’anarchismo. Certamente non mancano semplificazioni, ingenuità ed anche esagerazioni nel descrivere il “partito sociale”. Ma è fuori di dubbio, per me come per moltissimi altri, che senza la faticosa ricostruzione delle lotte, delle esperienze di solidarietà e mutualità, di organizzazione di mille comitati e associazioni è piuttosto difficile pretendere di “dirigere” alcunché. Se non c’è resistenza sociale, e quindi organizzazione sociale, non ci si può opporre con una resistenza politica. Proprio non capisco come si possa dire che la costruzione di un GAP è qualcosa di buono ma che non serve politicamente. Se qualcuno fosse andato a dire, negli anni 50 in una sezione del PCI, che costruire nel paesino una cooperativa di consumo non era lavoro politico, lo avrebbero guardato come un pazzo. Non è lo stesso avere un direttivo di circolo che sa tutto minuto per minuto dei litigi nella giunta e non sa nemmeno quante e quali associazioni ci siano sul territorio, quanti sfratti per morosità ci sono nel quartiere, o un direttivo che è composto di compagne e compagni che hanno una doppia militanza, nel partito e sociale, e che sono in grado di arricchire la discussione e quindi la direzione politica. Non è lo stesso se nelle riunioni partecipano persone il cui unico impegno politico è andare alle riunioni e dire la loro opinione, pretendendo magari di conoscere cosa pensa la gente sulla base di pochi rapporti personali, o se partecipano persone abituate a discutere anche altrove, a fare inchiesta in modo sistematico e ad esprimere opinioni basate sulla pratica sociale. Il partito sociale è quello che è capace, quando c’è la lotta di una fabbrica, di mettere in campo i legami di cui dispone con associazioni culturali, comitati ambientalisti o di scopo, e direttamente con la popolazione per sviluppare una iniziativa in grado di rompere l’isolamento di quella lotta e di farne capire il significato politico a tutti. Perché le lotte operaie sono isolate, ed incomprese, per motivi strutturali e non solo per i difetti del sindacato e della politica. Il partito che si limita a fare delle presenze ai cancelli della fabbrica e che fa una interrogazione nella istituzione del luogo, non è un partito che fa la lotta di classe. È un partito che parla della lotta di classe ma che non può e/o non sa farla. Ed è sempre più sospetto di parlare delle lotte per scopi elettoralistici. Il partito che dedica l’80 % del proprio tempo a discutere della politica separata delle istituzioni e ad esprimere giudizi ed opinioni su ciò che succede, senza partecipare direttamente a ciò che succede, può chiamarsi comunista o di sinistra ma in realtà non è un collettivo capace di fare politica nel senso alto del termine. E non può, come purtroppo succede spessissimo, che avvilupparsi e perdersi in discussioni personalistiche che sfociano quasi sempre in litigi e guerre intestine infinite.

Anche sul tema del PARTITO non pretendo di essere esaustivo. Ho solo insistito, in fondo a tante considerazioni sulle cause economiche e strutturali profonde delle sconfitte sociali e politiche di questi ultimi 30 anni, sul punto che a me pare fondamentale e assolutamente prioritario. Non vado oltre.

Infine, ma anche qui ho poco da aggiungere alle tante cose già dette sul progetto della Federazione della Sinistra, alcune riflessioni sul tema UNITA’ DELLA SINISTRA.

Il giorno che il comitato NO DAL MOLIN, la FIOM, una buona parte delle associazioni di solidarietà sociale, una parte consistente dell’ARCI, i sindacati di base, diverse associazioni culturali e centri sociali antagonisti, il movimento NO TAV, una parte importante dei dirigenti dei movimenti dei diritti civili, femministi e ambientalisti, ed altri ancora discuteranno insieme alle forze politiche della SINISTRA ANTICAPITALISTA, a cominciare da noi, di cosa si deve fare in Italia per almeno qualche anno sia nelle lotte sia nelle istituzioni, potremo dire che abbiamo realizzato l’unità della sinistra. L’unità della sinistra non può essere in nessun modo la somma delle sigle delle forze politiche deboli, sprovviste di radici sociali e dedite solo o prevalentemente alla POLITICA UFFICIALE. Tanto meno può essere il prodotto della suggestione di un “nuovo inizio” magico o addirittura della speranza riposta in un nuovo (ennesimo) leader.

Perciò penso che sia giusta l’idea della FEDERAZIONE DELLA SINISTRA. Individua un campo di forze politiche e sociali sulla base di una discriminante precisa: l’anticapitalismo. Che, sempre se tutto ciò che ho tentato di dire ha anche una minima validità, è imprescindibile per produrre una politica degna di questo nome. Non cancella le differenze ideologiche, culturali e di pratica politica e sociale. Al contrario le alimenta e le valorizza proprio perché le riconosce tutte senza imporre gerarchie e stupidi egemonismi. Assegna all’unità un compito preciso e definito, anche se molto ambizioso. E cioè quello di produrre un programma politico di fase. Un programma, cioè, di lotte e di proposte per il paese che unifichi e dia un indirizzo politico utile per i movimenti e per i settori sociali colpiti dalla crisi. Per questo, e solo per questo, è la dimensione unitaria a dover essere titolare della rappresentanza istituzionale.

La Federazione è già fatta così? Direi proprio di no. Ma il problema è se vuole diventare così o no.

Dire che la Federazione è un passo verso qualcos’altro vuol dire che non si crede sia un progetto strategico. Vuol dire che non si crede possibile unire molto di più senza provocare altre divisioni e disastri.

Io credo che nasce con evidenti limiti ma che ha la possibilità di allargarsi e crescere. Ed è per me ovvio che allargandosi, tanto a livello locale come a livello nazionale, dovrà modificarsi.

Certo molto dipenderà da diversi fattori che al momento non sono prevedibili con qualche certezza. Per esempio una modificazione in senso proporzionale della legge elettorale potrebbe essere decisiva.

E’ chiaro che in quel caso se la SINISTRA sarà libera di dispiegare le proprie politiche al di fuori della gabbia del bipolarismo potrà facilmente trovare e mettere a valore i molti contenuti e proposte comuni. Viceversa, se il bipolarismo dovesse continuare, è chiaro che la collocazione o meno nel centrosinistra di GOVERNO sarà un fattore di divisione insuperabile e finirà per allargare e distanziare sempre più i contenuti che oggi sono ancora comuni.

Ma questo è argomento prossimo a venire.

Fine.

Grazie per l’attenzione.

ramon mantovani

Solo adesso si può invertire la tendenza alla sconfitta.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 aprile, 2010 by ramon mantovani

Le elezioni regionali sono ormai passate.

Hanno chiarito diverse cose anche se, come al solito, sulla stampa e in tv già c’è un tourbillon di interpretazioni, di dichiarazioni, di previsioni sul futuro del centrodestra e del centrosinistra e di personaggi vari, che rende la politica (la politica-spettacolo ufficiale) una cosa realmente estranea agli interessi, ai bisogni ed anche alle immediate necessità della società. Tengo a ribadire, come i lettori del blog ormai sanno bene, che indugiare e lasciarsi trascinare da questo modo di discutere alimenta ed aumenta uno dei principali problemi del paese: la separatezza della politica (e del circo massmediatico ad essa connesso) dalla società e l’impermeabilità delle istituzioni (per questo sempre meno democratiche e/o ormai ademocratiche) a qualsiasi contenuto che metta in questione gli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese.

Qui ci sono le mie modeste riflessioni sui risultati elettorali. Non esaustive, non complete, ma che cercano comunque di affrontare quelle che a me sembrano le cose essenziali senza cedere alla tentazione della faziosità, della superficialità e della sostituzione della realtà con suggestioni.

Lo dico apertamente e chiaramente: chi volesse discutere a suon di slogan, di insulti, di urla, di descrizione unilaterale dei problemi e così via può tranquillamente rivolgersi ad altre decine di siti e divertirsi a litigare, a “sfogarsi” e soprattutto ad illudersi che questo modo di ragionare e discutere sia una forma di partecipazione e non, invece, un contributo alla distruzione della intelligenza critica e della buona politica.

Premetto che non dispongo di studi sui flussi elettorali e che non incentrerò i miei ragionamenti sugli zero virgola in più o in meno di questa o quella lista. Cercherò, sperando di riuscirci, di stare sui punti che a me paiono salienti e che emergono chiaramente da questo risultato elettorale.

Cominciamo.

Primo punto: l’astensione crescente.

Qui sarebbe proprio utile uno studio sui flussi elettorali che chiarisca chi sono i nuovi astensionisti, dove abitano e, anche all’ingrosso, qual è la loro condizione sociale. Avere questi dati sarebbe molto più importante che il sapere quali liste i nuovi astenuti avevano votato in passato. Dico questo per un motivo preciso perché, come vedremo più avanti, il gioco politico bipolare e presidenzialista prevede sempre più, esattamente, che si riesca a vincere non tanto e non solo conquistando consensi facendo cambiare opinioni alle persone in cane ed ossa, agli strati sociali sulla base dei loro interessi e producendo cambiamenti nell’opinione pubblica e nel senso comune. Come si è visto, bene e meglio che in passato, in questa tornata elettorale si contava più sul fatto che l’astensionismo colpisse l’avversario riuscendo a mobilitare il proprio elettorato non su idee e programmi bensì contro il nemico presentato come la sentina di tutti i mali. Credo nessuno possa negare che i mesi che hanno preceduto la campagna elettorale con gli innumerevoli scontri sulle vicende giudiziarie e l’aggiunta della ridicola (e al tempo stesso drammatica dal punto di vista democratico) vicenda delle liste del pdl abbiano consistentemente oscurato quelli che avrebbero dovuto essere i contenuti concreti della contesa elettorale. Tutto questo è in parte un prodotto oggettivo del sistema presidenzialista e bipolare (ricordo che in tutte le regioni vige un sistema contemporaneamente maggioritario e presidenzialista). Questo tipo di sistema elettorale convive strutturalmente con un forte astensionismo. Può capitare, e capita, che nonostante la natura escludente del sistema un leader dotato di forte carisma e capace di suscitare una speranza di cambiamento vinca elezioni proprio mobilitando quella parte della società normalmente silente e disinteressata alla contesa percepita come interna al ceto politico. E’ il caso di diversi paesi latino americani ed è perfino il caso degli USA e della campagna elettorale di Obama. Non approfondisco il tema dell’analisi di queste eccezioni per brevità. Anche se va detto che comunque la crescita dei votanti in condizioni eccezionali in questi sistemi non arriva neanche lontanamente a pareggiare il grado di partecipazione garantito dai sistemi proporzionalisti e parlamentari. Ma, senza alcun dubbio, non è il caso dell’Italia, come vedremo meglio più avanti quando parleremo dell’esito dello scontro fra centrodestra e centrosinistra.

Si può dire, in conclusione su questo primo punto, che l’astensionismo crescente non è un accidente bensì un effetto strutturale del sistema e che la campagna elettorale nazionale dei due schieramenti l’ha incrementato e desiderato fortemente nella speranza che colpisse l’avversario. Ogni discussione (e si vede già come per questo tenda a scomparire) che pretenda di parlare dell’astensionismo senza mettere in questione il sistema presidenzialista-maggioritario è semplicemente un vero e proprio imbroglio.

Secondo punto: chi ha vinto?

La risposta per me è semplicissima. Ha vinto la destra. Il centrosinistra governava in 11 regioni su 13. Normalmente il governo tende a perdere consensi a metà legislatura e non si può certo dire che Berlusconi non abbia dato mille motivi per vedere incrinato il suo rapporto con diversi strati sociali. Eppure, inusitatamente, si è discusso del risultato come se la partita fosse stata giocata su un altro pianeta. Il centrosinistra (ma come vedremo sarebbe meglio dire i centrosinistra) ha perso Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. E non va dimenticato che aveva già perso Abruzzo e Sardegna. Gli apologeti del maggioritario presidenzialista dopo aver sempre sostenuto che il bello del sistema è proprio che i cittadini decidono inequivocabilmente chi vince non hanno esitato a sfoderare argomenti astrusi per dire che si è pareggiato, che la Lega ha vinto e che questo creerà problemi a Berlusconi, che il PD ha perso solo lo zero virgola. Tutte sciocchezze! La verità è che la destra può effettivamente cantare vittoria. Anche perfino perché i soloni del PD e del centrosinistra avevano detto, sondaggi alla mano, che avrebbero perso al massimo due regioni. Come si vede a livello nazionale la partita è stata giocata proprio affinché desse un responso sullo scontro tra centrodestra e centrosinistra allusivo delle elezioni politiche. E così è stato, inequivocabilmente. Con il conseguente oscuramento dei problemi delle regioni e dei contenuti reali che, infatti e proprio per questo, sono stati trattati come vassalli della vera contesa e in diversi casi in modo assolutamente simile fra centrodestra e centrosinistra. Parlo, per fare un solo esempio, del cosiddetto federalismo fiscale. Inoltre esiste un altro aspetto dello scontro che costituisce un punto gravissimo di degenerazione del sistema presidenzialista. La crescente personalizzazione della politica, l’enorme numero di liste molte delle quali espressione diretta dei candidati presidenti, la competizione sulle preferenze (le facce dei candidati con slogan ridicoli e identici fra loro al punto che togliendo il simbolo della lista non era possibile identificarne l’appartenenza politica o uno straccio di proposta programmatica. Il più gettonato, credo, l’ormai immancabile “UNO DI NOI”), la campagna elettorale sempre più costosa e corredata di cene offerte, dell’aperto sostegno dei pescecani della speculazione fondiaria e del settore del privato nella sanità e soprattutto dal crescente clientelismo. Tutto ciò c’entra con la domanda: chi ha vinto? Si! C’entra moltissimo. Perché vince e dilaga una concezione della politica che con la rappresentanza di programmi, di interessi e bisogni sociali non c’entra nulla. Questo processo di mutazione genetica della politica, delle istituzioni, è una sconfitta netta della democrazia e della rappresentanza in favore del tifo acritico, del potere personale di personaggi locali mostruosi, della riduzione dei cittadini a clienti. In questo vincono sia il centrodestra sia il centrosinistra, vince il bipolarismo, e perdono la democrazia, la partecipazione e qualsiasi opzione e proposta di cambiamento reale. Vince quella che gli italiani conoscono ormai come “casta”. Come corpo separato dalla società e che in nome del governo dell’esistente trasforma la politica in una mera tecnica di potere che riduce o al massimo assimila i contenuti in “immagine” e “visibilità”, e cioè nella politica-spettacolo. Non importa quasi nulla se una proposta di cambiamento reale, capace di colpire veramente gli interessi di chi ha prodotto la crisi, la devastazione del territorio e di chi specula sulla disperazione sociale crescente, tenta la strada della convivenza nel e col sistema bipolare o se tenta la strada impervia della solitudine. Il risultato è che il cambiamento appare come impossibile attraverso le elezioni e che perfino buoni risultati come quelli delle liste di Grillo (ma ne riparleremo più avanti) sono letti più per gli effetti indiretti prodotti sulla vera contesa (per esempio: “hanno fatto perdere la Bresso”) che non per la capacità di trasformare contenuti in leggi e azione di governo. Vi è infine, sempre per rispondere alla domanda iniziale, l’indubitabile vittoria della Lega. Non tanto e non solo per i voti raccolti, quanto per l’avanzata politica. La Lega ha scelto scientemente di investire sulla guerra fra poveri e sul “federalismo”. Su questa politica ha egemonizzato l’intero centrodestra. Ma questa non è demagogia e basta. E’ una idea coerente della società e delle istituzioni. Quando Umberto Bossi dice “la sinistra è sparita perché si occupa del proletariato esterno mentre noi vinciamo perché ci occupiamo del proletariato interno” cavalca una doppia terribile verità. La prima è che non c’è più chi difende il proletariato in quanto tale. Ovviamente non parlo di enunciazioni teoriche e di simboli. Parlo della coerenza fra idee, pratica sociale, programmi e proposte istituzionali. Se il centrosinistra è e soprattutto appare d’accordo con la precarietà, con le imprese, e il sindacato è ed appare come complice o al massimo come inefficace nella difesa degli interessi dei lavoratori e, contemporaneamente, il centrosinistra appare come difensore dei diritti degli immigrati dal punto di vista liberale, il gioco è fatto. Nessuno difende il proletariato, ne promuove le lotte nella sfera della politica ufficiale, lo unifica e costruisce la coscienza della propria funzione nella società ed anche nella cultura. Quando succede questo e c’è chi propone gli interessi degli “italiani” contro gli stranieri fregandosene dei principi liberali di cittadinanza, della cultura dell’accoglienza e del razzismo, chi difende i diritti degli immigrati è avvertito come nemico o, se va bene, come stupido “buonista”. Per fare un esempio calzante bisogna guardare al problema della casa. Se il centrosinistra ha privatizzato le case popolari, se dove governa non ne costruisce di nuove, se se la fa con i costruttori edili e con gli speculatori come fa a vincere contro chi fa le stesse cose ma propone che le poche case popolari devono andare agli italiani e non agli stranieri? Predicando che per la legge chi è residente e paga le tasse entra in graduatoria senza distinzione di nazionalità? Il principio liberale è giusto ma quando si separa dalla soluzione dei problemi sociali e c’è chi intraprende sui sentimenti egoistici, sulla disperazione e sulla solitudine sociale è sicuramente destinato ad essere sconfitto e travolto. Se poi, il centrosinistra, invece che smetterla di accettare come leggi naturali le speculazioni edilizie e i bilanci pubblici ridotti, comincia a produrre sindaci sceriffi, personaggi come Penati e De Luca e ad imitare la Lega il risultato è la distruzione definitiva della convivenza sociale e dello stesso stato di diritto liberale. Ammesso che questo modo di concepire la politica funzioni elettoralmente (ma come si vede funziona solo parzialmente) e che alla fine, fra qualche anno, si possa battere la Lega e la destra sul suo terreno, avremmo una moderna società dell’apartheid. E qui viene la seconda terribile verità che la Lega cavalca. Se la tendenza imperante a distruggere i legami sociali, la convivenza, l’unità del proletariato (per dirla con Bossi che come si vede non si vergogna di usare termini “vetero”), è un prodotto diretto del funzionamento del mercato e del sistema capitalistico ci vuole un altro sistema politico-istituzionale sia per “governare” più efficacemente gli effetti spontanei del mercato sia per mettere definitivamente al riparo istituzioni e politica dai contraccolpi che potrebbero nascere nella società. Ed ecco il binomio che avanzerà prepotentemente molto presto: federalismo e presidenzialismo. Federalismo come egoismo sociale connesso all’egoismo fiscale e presidenzialismo come autoritarismo e comando. Non credo di aver esagerato, quindi, nel parlare di inequivocabile vittoria della destra e della Lega e di rafforzamento del bipolarismo che, infatti, forte di questo risultato elettorale si appresta a partorire federalismo e presidenzialismo.

Terzo punto: il centrosinistra.

Secondo il mio modesto parere il centrosinistra è morto con le elezioni regionali sarde l’anno scorso. Figuriamoci con queste! Ma deve essere ben chiaro che io non parlo dei meri voti e soprattutto che parlo del centrosinistra dal punto di vista dei suoi ideatori e protagonisti. Ormai è evidente, per chi vuole guardare in faccia la realtà, che dopo la formula centrosinistra più rifondazione comunista del 96, quella dell’Ulivo del 2001, quella dell’Unione nel 2006, quella del PD più l’IDV del 2008, non c’è più un’unica formula. Nelle 13 regioni abbiamo avuto una miriade di formule diverse e contraddittorie. PD, IDV, Sel, Verdi e Fed. Sinistra (Emilia, Toscana, Veneto, Umbria, Puglia); PD, IDV, Sel e Verdi (Lombardia, Campania); Pd, IDV, Sel, Verdi, UDC e Fed. Sinistra (Liguria); PD, IDV, Sel, Verdi, UDC e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Piemonte); PD, IDV, Sel, Verdi e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Lazio, Basilicata); PD, IDV, Verdi e UDC (Marche); PD, Sel e Fed. Sinistra (Calabria). 13 regioni e ben 7 formule diverse di centrosinistra. Ed ho omesso i socialisti perché sarebbe stato ancor più complicato. Qui non si tratta, come in passato, di una formula o di una coalizione che poi, per esempio, in alcune regioni o elezioni nazionali si allea col PRC o meno. Si tratta, invece, di formule completamente diverse fra loro. Potrei spingermi a dire che il PD non esiste più. Non perché non raccolga voti bensì perché, dal suo stesso punto di vista e alla luce di questo risultato, non ha una idea, nemmeno prevalente, di cosa debba raccogliere intorno a se per vincere le prossime elezioni, che non sia “mettiamo tutto insieme, dall’UDC alla Federazione della Sinistra”. E’ evidente (e sottolineo che parlo del punto di vista del PD) che al di la delle dichiarazioni formali (abbiamo pareggiato) la sensazione è di totale sconfitta. E’ sconfitta da tempo l’idea dell’autosufficienza, ma è parimenti sconfitta l’idea che si possa fare un accordo solido di governo con l’UDC facendo a meno della Federazione della Sinistra o, tanto meno, viceversa. L’esistenza della lista di Grillo fuori da questi confini, i successi dell’IDV e di Sel in Puglia che non potranno non pesare nel profilo della coalizione a scapito del PD, l’ambiguità dell’UDC rispetto alla possibilità di unire tutto il possibile e (mi sia consentito di dire chiaramente) la non disponibilità della Federazione della Sinistra ad accedere ad un accordo di governo, sono tutte cose che depongono a favore della mia tesi: il centrosinistra come formula di governo per vincere contro la destra è morto. Inoltre il PD, ma anche l’IDV e Sel come si vedrà abbastanza presto, non hanno una idea di società, un programma di governo in testa e una leadership unita. Ne fra di loro ne ognuno di loro al proprio interno. I piccoli e grossi potentati locali fatti di personaggi con i loro intrecci di potere pronti a remare contro quando gli conviene e ad appoggiare indifferentemente questo o quel personaggio nazionale solo sulla base di interessi propri (spesso inconfessabili) dilaniano il PD molto più di quanto non appaia. Il PD è un partito che in quanto tale non ha identità politico-culturale, non ha una idea di società (basti pensare che non è un partito laico) e si tiene insieme sulla base dell’unico obiettivo di vincere e di occupare le posizioni di governo, per governare l’esistente e gestire in prima persona i rapporti con i poteri forti. Tutto ciò non depone a favore della sua capacità di funzionare davvero come centro gravitazionale di una ampia coalizione capace di vincere contro la destra italiana. Se la crisi non è evidente come dovrebbe è solo grazie a Berlusconi che funziona paradossalmente da collante per il sistema di alleanze del PD. Ma si comincia a vedere, al punto che riaffiorano manovre, anche avventurose, per conquistare l’egemonia dentro lo schieramento opposto a Berlusconi, che passano inevitabilmente anche all’interno del PD. Ognuno lo può vedere ogni giorno sui giornali e nei talk show. A me, dopo questa, chiamiamola così, concessione ad una analisi fatta dal punto di vista di chi concepisce in questo modo la politica, non interessa approfondire ulteriormente. Se non sul prossimo punto.

Quarto punto: Vendola.

Su questo punto mi sforzerò, e spero di riuscirci, di lasciar da parte i risentimenti, anche personali, e il mio giudizio su Sel e su Vendola per tutto ciò che nei due anni scorsi hanno fatto per distruggere rifondazione comunista. In politica ci sono durezze, e come ci sono sentimenti ci sono risentimenti. Ma non possono e non debbono mai condizionare l’analisi e guidare l’azione. Sempre che si abbia una concezione seria della politica. La prima, e ultima, cosa che dico sul passato è che Vendola ha costruito scientemente una parte importante della propria immagine nazionale, con l’attiva collaborazione dei mass media, sulla base di un cinico imbroglio. Avrebbe promosso, insieme ad altri, l’ennesima scissione di rifondazione comunista perché quest’ultima si sarebbe trasformata in un mostruoso aggregato di stalinisti, illiberali, nostalgici e perfino omofobi, nel quale il nostro non poteva più riconoscersi. Per fare cosa? Per invocare l’unità della sinistra (sic!). Una sinistra tanto generica quanto priva di contenuti. Una sinistra, si badi bene, che essendo priva di contenuti si definisce principalmente attraverso il “cosa non è”. E così dalla sinistra che “non è liberista e moderata” e che “non è di questa società” si è passati, direi banalmente, ad una sinistra che “non è comunista”. Si potrà dire che l’identità comunista è vetero, sorpassata dalla storia, inattuale. Se così fosse allora dovrebbe essere chiaro che, una volta abbandonata la identità comunista, si mantengono fermi certi contenuti e posizioni. A dimostrazione che si può essere molto fermi su certi principi e perfino più radicali nei contenuti senza essere comunisti o addirittura proprio grazie a questo. Ma le cose non stanno così. Perché, per esempio, alle elezioni europee chi si è sempre battuto contro la Costituzione europea giudicata liberista e antidemocratica, contro Maastricht e tutta la politica economica delle tecnocrazie, contro la NATO e le politiche militari e di guerra ancorché “multilaterali”, contro Europol e il Mandato di cattura europeo, (e potrei continuare a lungo) ha preferito unirsi con chi è sempre stato favorevole ad ognuna di queste cose scrivendo un programma allegramente sorvolante su tutto ciò, invece che con chi ha mantenuto la contrarietà? Non ho citato principi astratti o contenuti identitari e simbolici. Ho citato cose sulle quali, se eletti, i candidati di Sel, collocati in ben tre gruppi parlamentari diversi, avrebbero dovuto votare. La sinistra unita, moderna, nuova, non nostalgica, non violenta, non comunista, è in realtà solo la sinistra che ha eretto un muro settario alla propria sinistra e lo ha abbattuto alla propria destra. E’ la sinistra che considera i contenuti variabili dipendenti dalle liste e dalle alleanze e non viceversa (come l’alleanza con il razzista De Luca dimostra). E’ la sinistra che appare ma non è nei fatti. E’ la sinistra delle doppie e triple verità. Che eredita dal passato il peggio e lo presenta come nuovo. Il “sol dell’avvenire” nel nome del quale si poteva fare ogni nefandezza nel presente diventa il “nuovo”, la demagogia e la retorica degli ideali (la poesia, mi dispiace, ma è cosa ben più seria!) e il “realismo” dei mille piccoli poteri da occupare. L’antirazzismo delle parole e l’accordo per governare insieme a chi dice “cacceremo i clandestini a calci nei denti”. Appunto. Ma so bene che nella politica-spettacolo di questi tempi è conveniente, per galleggiare e sperare di tornare in gioco, oscurare contenuti con il fumo della demagogia e apparire. Promuovere scissioni e gridare all’unità. Proclamare principi e disattenderli alla prima occasione. La stampa e i mass media godono per tutto ciò. E sorge, in mezzo a tanto imbroglio, l’immagine salvifica del leader. Se la sinistra è sconfitta nella società perché gli operai, gli studenti e gli insegnanti, i pensionati, i precari, gli omosessuali e i laici sono sconfitti e costretti a difendersi tutti i giorni da mille attacchi, per tornare a vincere basta che separi i propri destini da tutti costoro, che trovi un leader capace di bucare il video e che evochi speranze dall’interno del sistema, che ti liberi del passato di sconfitte per sognare di vincere. Da alternativa di società e di sistema a opzione suggestiva in uno degli scaffali del supermercato della politica spettacolo. All’uscita del quale c’è sempre una cassa dove pagare il conto. Mi dispiace, vorrei che non fosse così, ma questo è quello che penso di Vendola e di Sel.

So bene che la formula del centrosinistra di Vendola in Puglia è apparsa come vincente. E’ l’unica regione data in bilico dove il centrosinistra vince. So bene che la vicenda delle primarie è apparsa come la sconfitta della linea di chiusura a sinistra e apertura a destra di Bersani e D’Alema. So bene che tutto ciò appare come una suggestiva opzione per un futuro centrosinistra capace di battere la destra. So bene che i mass media (soprattutto quelli legati al mondo delle imprese, a cominciare dal Gruppo De Benedetti) descrivono Vendola come il nuovo leader ascendente e che avremo il bene di vederlo in tv ogni giorno. So bene tutte queste cose. Ma ci sono fatti inconfutabili. La crescita dell’astensionismo in Puglia è identica a quella nazionale e la Puglia rimane, con il suo 63,2 %, una delle regioni dove meno si è votato. Dalle elezioni regionali del 2000 a quelle del 2005 ci fu un incremento dello 0,3 % dei votanti. Da quelle del 2005 a queste ultime una perdita secca del 7,3 %. Dov’è la grande mobilitazione del popolo? Si può dire che l’astensionismo abbia colpito soprattutto la destra. Perché, allora, il centrodestra del 2005 prese il 49,55 % ed oggi, seppur diviso in due coalizioni, prende il 50,96 % contro il 49,69 % e il 48,69 del centrosinistra? In queste elezioni regionali, in realtà, il centrosinistra ha vinto solo ed esclusivamente perché l’UDC, che nel 2005 stava con Fitto con il 7,79 %, ha preso il 6,50% in una coalizione con l’ex missina Poli Bortone per un complessivo 8,71 %. La vera novità in queste elezioni regionali pugliesi è il grande successo della lista di Sel (che prende il 9,74) e della lista “la puglia per vendola” assimilabile al presidente (che prende il 5,53).

Intendiamoci, la vittoria elettorale del centrosinistra in Puglia c’è comunque stata. Così come è indiscutibile la vittoria personale di Vendola. Del resto, per quel che vale, è anche merito della lista della Federazione della Sinistra che, a dimostrazione del proprio settarismo, ha partecipato alla coalizione nonostante Vendola abbia fatto ogni cosa, nei due anni passati, per giustificare una nostra presentazione autonoma e nonostante il fatto che non si sia ottenuto dal Presidente uscente (mentre il PD era disponibile) una modifica della legge elettorale antidemocratica per cui una lista con il 5 % prende 5 consiglieri e una con il 3 e mezzo nessuno. Ma si può dire che questa esperienza sia significativa per costruire un modello di centrosinistra capace, anche solo elettoralmente, di vincere contro la destra? Per farlo bisogna per forza dire che il centrosinistra deve andare dalla federazione della Sinistra fino all’UDC e al MPA (che infatti stava con la Poli Bortone). Potrebbe essere guidata una simile coalizione da Vendola? Con quale programma? Con quale progetto di stato laico? Dico queste cose perché la suggestione secondo la quale Vendola avrebbe lanciato un’OPA (ma guarda che metafore usa la stampa!) sul centrosinistra e sullo stesso PD è discussione corrente sui giornali e lo sarà di più nei talk show televisivi. E Vendola, giusto per chiarire, ha già detto che Sel non serve e che bisogna costruire in tutta Italia le “fabbriche di Nichi” (sic!).

Insomma, la realtà e la politica spettacolo si separano sempre più. Il centrosinistra è in crisi ma può vincere se l’OPA di Vendola riesce. La destra ha vinto le elezioni regionali ma può perdere se l’UDC si schiera con un centrosinistra il cui programma scaturisce dalle “fabbriche di Nichi”.

Siamo messi male. Molto male! Non solo noi, irriducibili comunisti. E’ l’Italia che è messa davvero male!

Quinto punto: le liste di Grillo.

Prima di vedere gli effetti della presentazione delle liste di Grillo (si chiamano 5 stelle ma come recita il “non statuto” pubblicato sul blog di Grillo “Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.”) voglio spendere alcune parole sul “fenomeno Grillo”. Io continuo a pensare che sia un fenomeno reazionario. Il fatto che nel suo programma ci sia un buon 70 80 % di cose condivisibili e che i suoi strali riguardino nei fatti cose intrinseche (anche se così non viene detto perché sono sempre presentate come storture rimediabili) al sistema capitalistico, non toglie che si tratti della retorica di un predicatore. Le iperboli polemiche, gli insulti, i vaffanculo, le generalizzazioni facili, le suggestioni, che sono il vero contenuto del movimento, e che i mass media, e a ruota la politica-spettacolo, hanno battezzato come “antipolitica” qualificano, secondo me, il fenomeno come reazionario. Una cosa è un comico che usa paradossi, iperboli e anche il nonsense per parlare del mondo, della politica e del potere. Un’altra è un movimento politico fondato sul verbo del comico (ma è meglio dire del capo, del leader o del profeta). Non un movimento che crea un leader ma, viceversa, un leader che crea un movimento a sua immagine e somiglianza. Non un movimento dotato di contenuti e di una strategia per realizzarli bensì le intuizioni e le idee del capo a fondamento dei contenuti. Non la fatica della democrazia, della partecipazione, ma un capo che raduna folle di plaudenti seguaci che per “non statuto” non possono organizzarsi se non come, quando e perché vuole il capo. Tutto questo assomiglia ad una setta religiosa costruita attraverso la predicazione. E’ un prodotto spurio del sistema politico che essendosi separato dalla realtà sociale e dai contenuti fa apparire il fenomeno come antistemico. Ma il capo, l’uomo della provvidenza, il genio, il predicatore, il profeta, e i suoi seguaci, per quanto sembrino moderni e, per alcuni contenuti, progressisti, sono un modello reazionario di politica. Invito tutti a leggere il programma del movimento 5 stelle. Li si capisce bene che accanto a cose giuste e fattibilissime ce ne sono altre molto suggestive ma velleitarie ed impraticabili, ne mancano alcune come la laicità dello stato o i diritti dei migranti (e non a caso secondo me!), ma soprattutto non c’è una virgola su come realizzarle. O meglio, il problema non si pone. Pena il dover affrontare un giudizio diversificato sul resto del mondo a seconda di obiettivi comuni o meno. Il dover analizzare le cause dei problemi che si dice di voler affrontare. Il dover proporre una organizzazione democratica che si proponga di agire con una intelligenza collettiva. Ma queste cose sono incompatibili con il rapporto predicatore-seguaci. In particolare c’è un punto chiaramente reazionario. Un mafioso non può essere candidato al pari di un operaio condannato per un picchetto o per aver interrotto un pubblico servizio con il blocco, per esempio, di una autostrada. Un corrotto non può essere candidato al pari di un militante condannato per un reato di opinione. E a dettare queste regole è un pregiudicato per omicidio colposo per aver ucciso tre persone con la propria auto. Questo tipo di pregiudicato non si candida però può essere il capo del movimento e dettare le regole agli altri. Suvvia!

Detto questo, è evidente il successo delle liste di Grillo. Che, in ragione dei contenuti ambientalisti e simili o direttamente mutuati dal movimento no-global e della critica del sistema politico, raccolgono molti voti di protesta. Questo successo dimostra la pochezza del bipolarismo e della politica-spettacolo più che la credibilità delle liste di Grillo. Dimostra che esiste ancora un voto che si può esercitare “contro il sistema”. Ci vorrà tempo perché sia chiaro che il sistema tollera benissimo questo tipo di opposizione e che alla prova dei fatti si dovrà giudicare l’operato degli eletti delle liste di Grillo sulla base dei risultati ottenuti e dei loro comportamenti sui punti ignorati dal loro programma. Molto tempo. Troppo tempo. Perché, come vedremo meglio analizzando i voti della Federazione della Sinistra, che il voto di protesta si incanali e cristallizzi in una simile opzione è un bene per il sistema che può così ignorarli o usarli alla bisogna per regolare i conti al proprio interno.

Sesto punto: Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra.

Dico subito che considero negativo il risultato elettorale ottenuto dalla Federazione della Sinistra. Ma aggiungo anche subito che da almeno un anno (e ne sono testimonianza diversi miei scritti pubblicati qui sul blog) ho sostenuto che queste elezioni sarebbero state interne al ciclo delle sconfitte elettorali cominciate con le elezioni politiche del 2008. L’obiettivo non poteva essere che quello di contenere i danni. Se si fa politica seriamente bisogna saper vedere e prevedere anche le sconfitte, sia per non imboccare strade sbagliate ed illusorie sia, soprattutto per non dover ricominciare sempre tutto da capo, dopo ogni elezione. Più avanti parlerò, appunto, della linea politica scelta e delle prospettive. Intanto poche cose sul voto in se. E solo per confutare tesi secondo me sbagliate e letture superficiali. 1) Si perde di meno dove si sta in coalizione e, di conseguenza, si perde di più dove si va da soli. Questa tesi, apparentemente inconfutabile, è invece secondo me discutibile. Seppure sia sempre stata vera a causa dei ben noti effetti del voto utile, al netto di pochissime ed irripetibili eccezioni, oggi lo è di meno. Per due motivi: il primo è che pur stando in coalizione non si intercetta più il voto di protesta. Se è vero, come è vero, che l’esperienza di governo nazionale è stata distruttiva della nostra credibilità come forza alternativa, altrettanto si può dire per i governi regionali. So di fare una forse indebita generalizzazione, perché non sono mancate esperienze positive o parzialmente positive. Ma non si può non vedere, guardando all’astensione, come il sistema politico istituzionale e la personalizzazione prodotta dal presidenzialismo determini una devitalizzazione della nostra funzione. Una cosa è votare il PRC che su certi temi da battaglia, che ha il profilo di un partito capace, anche dentro il governo, di riprodurre il conflitto sociale esistente e perfino di supplire alla debolezza e dispersione del conflitto con un surplus di scontro destabilizzante dentro il governo. Un’altra cosa è votare il PRC (e la Federazione in questo senso è lo stesso) che si presume incapace di portare il conflitto dentro il governo, indebolito da una scissione e ritenuto, non importa se a torto, responsabile delle divisioni a sinistra, dedito a coltivare l’orticello ideologico e ad aggrapparsi agli ultimi scranni istituzionali per sopravvivere. Non è lo stesso! Quando abbiamo parlato della perdita di credibilità e della necessità di molto tempo per recuperarla abbiamo detto una cosa vera e giusta. Chi pensava e pensa che bastasse il recupero della falce e martello sul simbolo o l’abbozzo di un processo unitario comunista per invertire la tendenza si sbagliava e si sbaglia di grosso. Queste cose non bastano per recuperare voto di protesta e astensionismo. Non servono, e se gestite male possono addirittura essere un ostacolo, a recuperare voto di opinione. Il secondo punto è il tema a me caro della degenerazione del sistema politico, al quale siamo ed appariamo interni, che a livello locale, checché se ne dica, è peggiore che a livello nazionale. Non parlo solo del presidenzialismo e del bipolarismo. Parlo della rete di consulenze, incarichi e nomine, del clientelismo diffuso, dei privilegi e della costituzione di cordate e di piccoli potentati locali. Ma non mi dilungo su questo punto che ho trattato molto nei mesi scorsi e che, secondo me, spiega l’astensione in quasi tutte le sue sfaccettature. Se tutto ciò è vero la soluzione non sta e non consiste nel gesto estetico e testimoniale del “presentiamoci da soli”. Anche qui, non è lo stesso presentarsi da soli, scontando una perdita di voti, ma disponendo della credibilità e della massa critica sufficiente per portare nelle istituzioni il conflitto oppure presentarsi da soli senza avere quella credibilità, ridotti a dimensioni quasi insignificanti e con l’immagine di testimoni di un passato che non ternerà. C’è una sola esperienza veramente positiva. E non a caso. Quella delle Marche. Dove si tiene, pur scontando un arretramento elettorale importante, dal punto di vista politico. Per il semplice motivo che c’è ancora la massa critica sufficiente, che la coalizione di sinistra fra noi e Sel non ci qualifica come testimoni ideologici e che le elezioni hanno determinato un elemento di chiarezza politica, date le scelte del PD. Ma non bisogna consolarsi troppo facilmente. Le Marche sono state un’eccezione e comunque il risultato è favorito anche dall’assenza delle liste di Grillo. Ed è l’assenza di queste liste in Liguria, Toscana ed Umbria ad aver permesso una relativa tenuta in queste regioni. Come dimostrano inequivocabilmente i nostri risultati dove c’erano le liste di Grillo. Cosa io pensi del fenomeno Grillo l’ho già detto. Ma sarebbe molto miope non vedere e non sapere che molti nostri potenziali elettori hanno nei fatti oscillato fra l’astensionismo, il voto per le liste di Grillo e il voto per noi. Basta guardare al risultato di Bologna e dell’Emilia per rendersene conto. 2,79 % per noi e 6,00 % per Grillo in Emilia-Romagna. 2,27 % per noi e 7,54 % per Grillo in Provincia di Bologna. 2,05 per noi e 8,10 per Grillo a Bologna città.

Un ultimo dato mi interessa sottolineare. Quello della Calabria. Ma non quello del voto alla lista, della perdita consistente di consensi dalle europee o degli effetti, evidentemente nefasti, della scelta di stare e perpetuare una alleanza totalmente subalterna con Agazio Loiero. Parlo del voto di preferenza. In Calabria il rapporto fra voto di preferenza e voto di lista e dell’81,65 %. Contro il 55,31 % della Puglia, per fare l’esempio più vicino e di una regione a forte tradizione di voto di preferenza. Con punte come quella di Reggio Calabria dell’87 % (16.709 preferenze su 19.220 voti). Credo che questo dato debba suonare come un potente campanello d’allarme. Non c’è bisogno nemmeno che dica il perché.

Dette queste impietose cose sui punti che a me paiono salienti nell’analisi del voto e in attesa di studi più approfonditi dei flussi e di altri dettagli importantissimi come, per esempio, il rapporto fra attività sociali consolidate e voto sul territorio, passiamo alle conclusioni e alle prospettive politiche. Perché, secondo me, le prospettive ci sono e possono invertire la tendenza alla sconfitta elettorale.

Se sono sostanzialmente vere le cose dette finora sull’astensionismo, sul centrosinistra, su Vendola e Sel, sulle liste di Grillo e sul nostro voto bisogna avere le idee molto chiare sul da farsi negli anni che ci separano dalle elezioni politiche. Per quel che vale la mia opinione, che per altro è abbastanza in sintonia con quella esposta dal segretario del partito in direzione, dobbiamo fare tre cose fondamentali. Oltre, ovviamente, alla costruzione di un movimento di opposizione sociale e democratica sia dentro la crisi capitalistica sia contro il governo Berlusconi e oltre alle campagne referendarie su acqua, lavoro e ambiente.

1) dobbiamo implementare il lavoro sociale. Il partito sociale non può e non deve essere il lavoro di una parte del partito. Ri/mettere radici, costruire lotte ed organizzazione dal basso nella società, ristabilire legami sociali contrastando la solitudine e l’egoismo sociale, aprire spazi pubblici aggreganti e fare lotta culturale attiva devono essere il centro del lavoro del partito tutto. Ma non basta dirlo, scriverlo ed approvarlo nei documenti. Bisogna fare di questo il centro di una conferenza nazionale che discuta di una diversa concezione dell’organizzazione del partito a questo scopo. Bisogna su questo promuovere la formazione e valorizzazione di quadri più esperti nella costruzione delle lotte che abili nelle manovre politiche interne ed esterne al partito. Bisogna essere consapevoli della invisibilità nel sistema massmediatico di questo lavoro e costruire un circuito alternativo di informazione che abbia contenuti di lotta e sociali come cardine fondamentale. In altre parole l’avversione al politicismo e la propensione al lavoro sociale devono diventare un tratto identitario del nostro comunismo. Che deve essere difeso e di cui è bene ricostruire una memoria condivisa, senza nulla concedere alla furia iconoclasta o alla introiezione di una sconfitta senza appelli. Ma che deve, proprio per questo, essere riconnesso con le ragioni fondanti, liberandosi della moderazione, della politica dei due tempi (prima il potere, anche nella versione dei banali voti, e poi il cambiamento dall’alto), della asfissiante dimensione nazionale.

2) dobbiamo implementare la costruzione della Federazione. Senza la Federazione della Sinistra il PRC e il PdCI sarebbero letteralmente spariti. E probabilmente avrebbero subito ulteriori divisioni e scissioni. Fino ad oggi, tranne qualche lodevole e isolata esperienza locale, la Federazione è stata solo l’unità del PRC e del PdCI. Le elezioni regionali ultime hanno determinato un blocco del processo, che doveva innescare la Federazione, intorno a liste fatte e discusse praticamente dai due partiti. E’ stato il frutto di una necessità oggettiva ed obbligata. Ma la Federazione deve avere l’ambizione, la consapevolezza e deve, conseguentemente, decidere chiaramente di costruirsi come unità della sinistra anticapitalista. Come polo alternativo al centrosinistra. Si tratta, per dirlo in termini classici, di lanciare una offensiva unitaria per coinvolgere le forze politiche come Sinistra Critica, Pcl e Rete dei Comunisti nel progetto. E’ chiaro a tutti che questo è possibile solo se il profilo di alternatività strategica al centrosinistra è inequivocabile. Con questi soggetti politici bisogna fare un discorso chiaro. Non è più tempo di ambiguità ed incertezze. Non è politicamente sostenibile ed è anche irrazionale che le differenze di cultura e progetto politico debbano confrontarsi in modo concorrenziale elettoralmente, dando l’immagine di una frammentazione totalmente incomprensibile al di fuori di una ristrettissima cerchi di militanti e rendendo sterili e muti tutti i progetti. So bene che esiste il problema delle cosiddette alleanze e il tema del governo. Ma credo, come vedremo più avanti, che la proposta di non fare alleanze di governo con il centrosinistra a livello nazionale e di proporre, invece, un accordo elettorale per superare il bipolarismo possa essere un terreno di discussione serio anche per chi, secondo me sbagliando, considera il tema delle alleanze e quello del governo come cose strategiche ed identitarie. Abbiamo le stesse posizioni sul 90 % delle cose che si dovrebbero fare in una legislatura, partecipiamo alle stesse lotte e movimenti, abbiamo pratiche simili e in diversi casi identiche, siamo tutti d’accordo che il maggioritario va distrutto. Per quale motivo dobbiamo essere divisi alle elezioni? Per quale motivo non dobbiamo creare uno spazio politico comune nel quel il confronto fra culture diverse diventi un confronto costruttivo invece che una guerra fratricida? Chi volesse evitare il confronto dovrebbe esibire risposte chiare a queste domande. Poi ci sono mille comitati di lotta, associazioni, gruppi culturali che sono la spina dorsale dell’opposizione nel paese. E’ tempo che si finisca la divisione fra “politica” e “sociale”. Chi si batte contro un inceneritore, contro il razzismo, per la casa, contro la precarietà, per i diritti degli omosessuali e così via è interessato a costruire unità fra tutte queste esperienze? E’ interessato a scardinare un sistema politico che estromette sempre di più questi contenuti dalle istituzioni? E’ interessato ad evitare di dover scegliere il meno peggio alle elezioni e a non dover diventare il terreno di conquista elettorale di liste che finiscono sempre con l’usare strumentalmente i contenuti delle lotte e dei movimenti? E ci sono decine di migliaia di compagne e compagni che sui contenuti la pensano come noi, che sono e si sentono anticapitalisti, comunisti, di sinistra. Ma che sono isolati, divisi, confusi e soprattutto delusi. Perché dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose? Per quanto difficile ed impervia sia la strada da percorrere senza una Federazione capace di unire tutto ciò siamo destinati ad essere inutili e ad essere tutti riassorbiti chi nel centrosinistra e chi in una logica settaria ed astratta (i diversi ceti politici) o in pratiche sociali resistenziali incapaci di modificare la realtà.

So bene che la Federazione della Sinistra non si può costruire dilatando i tempi in attesa che avvenga un miracolo e che si riesca ad unire tutto. Bisogna stringere e iniziare un vero processo democratico. Ma deve essere chiaro che si tratta di un inizio. E l’inizio, per essere incoraggiante, deve essere chiaro sulle finalità e veramente democratico. Se il primo passo fosse incerto e fatto nella direzione sbagliata le cose si complicherebbero ed invece che unire si finirebbe con il dividere perfino ciò che oggi è unito. Proprio per questo penso sia profondamente sbagliato fare “offensive unitarie” verso Sel ed altri sorvolando sulla questione del centrosinistra e sulla natura anticapitalista dell’unità. Verso chi pensa che il proprio futuro stia nel centrosinistra e contemporaneamente propone contenuti radicali non bisogna avere nessun settarismo. Anzi. Massima unità sui contenuti ma, proprio a partire dai contenuti, massima chiarezza politica. Dire che essere uniti è meglio che essere divisi è una ovvietà. Non si tratta di tornare sulle divisioni del passato per perpetuarle. Ma senza la chiarezza politica sulla prospettiva si finisce col creare illusioni e poi delusioni e soprattutto si usa l’unità in modo strumentale e si finisce col creare nuove e più profonde divisioni.

3) dobbiamo fare capire a tutti la proposta politica per le prossime elezioni nazionali. L’idea di potersi alleare con il centrosinistra senza fare un accordo di governo e ottenendo il ritorno al proporzionale è giusta. Non lo è solo per noi. Lo è innanzitutto per il paese che ha bisogno di liberarsi dall’ipoteca berlusconiana, che ha bisogno di avere istituzioni che siano rappresentative. Lo è anche per il PD e per il centrosinistra (qualsiasi sia la formula vincente al suo interno). Lo è per l’UDC e per altri soggetti centristi che sognano, a torto o a ragione, la ricostruzione della DC. A questa proposta non esistono alternative che non siano distruttive per noi e per il paese. Senza questa proposta, per essere ancora una volta chiari, noi (la Federazione e lo stesso PRC) siamo destinati ad essere nuovamente divisi dall’iniziativa altrui. Anche un bambino capisce che, con l’attuale legge elettorale, non unire l’opposizione a Berlusconi senza per questo impiccarsi tutti ad un impossibile programma di governo porterebbe ad una sicura sconfitta. Se la nostra proposta non si fa strada nella coscienza dell’opposizione e del paese noi e ancor di più i nostri potenziali elettori, alla fine, saremo dilaniati ancora una volta tra il voto utile e la testimonianza, tra il far finta che si possa governare insieme al PD e magari insieme all’UDC e il far finta che basti alzare una bandierina alle elezioni per essere efficaci nella lotta di classe. La nostra proposta non è buona per l’ultimo minuto. Per i mesi che precederanno le elezioni politiche nazionali. Deve vivere oggi. Deve essere chiara a tutti fin da subito. E non deve avere subordinate. Se non si accetta si deve sapere che noi andremo da soli, costi quel che costi. Questa proposta va sostenuta con una lotta politica attiva. In ogni lotta si deve capire la convenienza di cercare di battere la destra e contemporaneamente di rendere di nuovo il sistema istituzionale permeabile al conflitto.

Queste tre cose, oltre alla costruzione del movimento sociale e politico di opposizione alla crisi e al governo, non possono essere scollegate. Devono essere fatte tutte e tre insieme e nello stesso tempo. Partito sociale, federazione e proposta per le prossime elezioni, separatamente o anche senza una delle tre non servirebbero a nulla.

Io penso che se si farà così si potrà invertire la tendenza ad essere irrimediabilmente sconfitti.

ramon mantovani