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Il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 ottobre, 2017 by ramon mantovani

Quel che è successo il 1 ottobre in Catalunya non lascerà nulla uguale a se stesso.

La violenza gratuita e brutale della Policia Nacional e della Guardia Civil contro la popolazione inerme che difendeva i seggi del referendum con la sola resistenza passiva, è l’ultimo atto di un processo sociale, politico ed istituzionale lungo ormai anni. Per quanto grave e ripugnante, questa violenza di stato, non è tanto importante in sé quanto perché vi si condensano numerose e pesanti ingiustizie secolari e più recenti.

Si tratta di qualcosa che insiste su ferite aperte e mai rimarginate, che tocca nel profondo i sentimenti e non solo le ragioni di un intero popolo, che evoca i periodi più bui della storia della Spagna, che non sono pochi.

Solo così si può spiegare il perché decine di migliaia di persone comuni abbiano presidiato per due giorni e due notti i circa 2300 collegi elettorali per impedire che fossero occupati e chiusi dalla polizia prima del voto. Solo così si può capire come mai alle 6 del mattino (due ore prima dell’inizio delle operazioni di voto) del 1 ottobre davanti ai seggi ci fossero moltissimi elettori pronti a frapporre i propri corpi indifesi per impedire l’annunciato arrivo della polizia. Solo così si può intendere la decisione dei portuali catalani di non fornire nessun servizio, nei porti di Barcelona e Tarragona, alle navi noleggiate dal ministero degli interni per collocarvi i circa 10mila agenti della Policia Nacional e della Guardia Civil mandati in Catalunya dal resto della Spagna. Solo così si può comprendere perché il corpo dei pompieri catalani si sia schierato dalla parte della popolazione subendo, in divisa, le cariche e le manganellate. Solo così si spiega il perché la polizia catalana (Mossos d’Esquadra), che pure è titolare dell’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche la funzione di polizia giudiziaria si sia, nei fatti, rifiutata di aggredire la popolazione, con tanto di Mossos spintonati e maltrattati dalla Guardia Civil e di altri in lacrime fraternizzare con quelli che avrebbero dovuto reprimere. Solo così si capisce perché tutti i teatri catalani hanno sospeso le rappresentazioni del 1 ottobre per protesta e perché la squadra di calcio del Barcelona ha chiesto di rinviare la partita del 1 ottobre e dopo aver ricevuto il diniego e la minaccia di essere sanzionata ha deciso di chiudere lo stadio al pubblico e disputarla a porte chiuse per mostrare al mondo la propria protesta.

Ho citato queste cose, e potrei continuare a citarne molte altre, perché osservarle dal punto di vista meramente politico sarebbe riduttivo.

Ma veniamo ai fatti politici.

Sulla storia della Catalunya pesano almeno tre secoli, compreso il quarantennio fascista, lungo i quali in più riprese sono stati cancellati i diritti, le libertà e le istituzioni catalane. Lungo i quali più volte la lingua, la letteratura e la cultura catalane sono state proibite.

Non è questa la sede per trattare queste vicende storiche, ma è bene almeno citare la loro esistenza.

Per trovare una radice più recente anche se ormai decennale, per capire i fatti odierni bisogna parlare della Costituzione post franchista del 1978.

Quella Costituzione, tutt’ora vigente, fu redatta in continuità con lo stato franchista, con la pistola puntata alla tempia da parte delle forze armate che ottennero, oltre alla propria impunità, con un negoziato parallelo (come è ormai assodato pienamente in sede storica) che non si mettesse in discussione la natura monarchica e unitaria dello stato.

Se da una parte i militari spingevano per avere il massimo di continuità con lo stato franchista dall’altra i partiti che uscivano dalla clandestinità e che sedettero nel primo parlamento postfranchista erano invece favorevoli al riconoscimento dell’esistenza di diverse nazioni, dotate del diritto all’autodeterminazione, nel seno dello stato spagnolo. Oltre ai partiti nazionalisti catalani e baschi lo erano fortemente i comunisti e, anche se meno fortemente, i socialisti. Infatti in Catalunya non c’erano né il PCE né il PSOE, bensì partiti fratelli catalani, il PSUC e il PSC.

Lo scontro che si consumò nella redazione della costituzione è ben visibile nell’ambiguità di alcune formulazioni che parlano di “popoli” e “nazionalità” nel preambolo e nell’art. 2.

Li cito senza tradurli perché sono perfettamente comprensibili:

Nel preambolo: “Proteger a todos los españoles y pueblos de España en el ejercicio de los derechos humanos, sus culturas y tradiciones, lenguas e instituciones.”

E nell’art. 2: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”

Non c’è bisogno di essere raffinati giuristi costituzionalisti per vedere che se da una parte si riconosce l’esistenza di POPOLI e NAZIONALITA’, dall’altra non li si nomina e tanto meno si riconosce loro il diritto all’autoderterminazione o il diritto ad avere uno stato proprio nell’abito di una federazione o di una confederazione.

I partiti antifranchisti e nazionalisti catalani e baschi, di destra e di sinistra, accettarono malvolentieri questa e molte altre ambiguità costituzionali. Ma lo fecero perché i rapporti di forza dei tempi e la minaccia di un sanguinoso scontro con l’intatto apparato militare e repressivo franchista non permettevano alternative.

Ho insistito su questo punto perché nei fatti odierni il concetto di “legalità costituzionale” del referendum catalano ricorre continuamente.

È evidente che l’origine, diciamo bastarda, della costituzione del 78 è piuttosto discutibile per essere utilizzata oggi come se fosse un monumento democratico al fine di negare il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. O per sostenere che nulla al di fuori della sua lettera, interpretata restrittivamente, possa essere fatto.

È così vero ciò che sostengo che lo stesso governo del franchista Suarez nel 77, un anno prima della Costituzione, con un semplice decreto governativo restaurò, al di fuori di qualsiasi legalità vigente allora, la Generalitat de Catalunya (la massima istituzione catalana che era stata a sua volta restaurata dalla Repubblica Spagnola e poi sciolta dal fascismo) e permise il ritorno dall’esilio del suo Presidente Josep Tarradellas.

Insomma, la cosiddetta transizione alla democrazia, toccò uno dei suoi punti più ambigui e controversi proprio sulla questione catalana. Oggi si vede bene quanto la transizione, 40 anni dopo, sia incompleta.

Dopo l’approvazione nel 79 del primo Estatut de Autonomia de Catalunya postfranchista, che ovviamente non si auto attribuì il diritto all’autodeterminazione, si può dire sinteticamente che le forze antifranchiste confidarono che con il tempo e le modificazioni che la democrazia parlamentare e le libertà politiche avrebbero portato con se, sarebbero state la base sulla quale fondare equilibri più avanzati e, nella fattispecie, maggiore autonomia di Catalunya e Paese Basco fino all’ottenimento del riconoscimento al diritto all’autodeterminazione.

In Catalunya i comunisti del PSUC continuarono un lavoro sociale e culturale di lunga lena, già cominciato nella clandestinità fra mille difficoltà, di ricostruzione di una identità catalana aperta ed includente. Ne parlo più diffusamente non solo perché credo possa interessare maggiormente i lettori di questo modesto scritto ma soprattutto perché penso sia un esempio notevole di come si possano bene intrecciare questioni nazionali e sociali. Ho detto ricostruzione dell’identità perché, come spiega bene lo storico marxista Josep Fontana nel suo saggio “La formaciò d’una identitat – Una historia de Catalunya”, la natura aperta ed includente della società catalana nei confronti delle ondate migratorie è il frutto di alcuni fattori storici strettamente intrecciati fra loro. Fra questi i più importanti sono: un sistema di proprietà terriera nel medio evo diverso dal grande latifondo castigliano, una grande propensione commerciale e di attività artigianali connessa all’espansione nel mediterraneo del Regno di Aragona, di cui il Principato catalano era il cuore e il motore, e più avanti la rivoluzione industriale. Questa struttura economica produsse ondate migratorie verso la Catalunya dal resto della penisola iberica e la struttura sociale conseguente per secoli è stata meticcia. È la struttura sociale composita alla base del diritto e delle istituzioni catalane, all’epoca fra le più avanzate in Europa, che conservarono la loro vigenza per circa due secoli dopo l’unificazione delle corone nel Regno di Spagna. Fino alla Guerra di Successione, nella quale i catalani si schierarono dalla parte della corona austriaca che riconosceva le costituzioni catalane, e che si concluse l’11 settembre del 1714, con la caduta di Barcelona sotto il dominio assolutistico borbonico. Con la conseguente eliminazione di tutte le istituzioni catalane, chiusura delle università, proibizione della lingua in ambito pubblico e così via. Per questo la festa nazionale catalana rievoca l’11 settembre del 1714, e per questo il PSUC clandestino la rivendicava quando era proibita sotto il fascismo, anche riempiendo con la bandiere catalane “Senyera” (esporre le quali poteva costare il carcere) soprattutto le città operaie strapiene di immigrati dell’Andalucia e dell’Extremadura. Il PSUC clandestino sapeva che la questione nazionale catalana e la lotta di classe dovevano intrecciarsi e non dividere i lavoratori. C’è poi un altro fattore storico che i comunisti comprendono e fanno proprio. La storia della Catalunya, essendo la sua base economica e sociale diversa dal resto della Spagna, è piena di lotte, insurrezioni, rivolte. Non si possono qui elencare e analizzare una per una. Ma originate dalle rivolte contadine o da quelle operaie (egemonizzate dagli anarchici fino alla fine della guerra civile) dalla rivoluzione industriale in poi, sono pienamente integrate nella memoria, nell’identità e nei simboli catalani. Un terzo fattore è la resistenza che offre la società ai reiterati tentativi di cancellazione della lingua, della cultura e delle tradizioni catalane. Tutte cose che vengono difese e conservate nel corso del tempo spontaneamente dalla società organizzata in una miriade di associazioni e collettivi che, anche in clandestinità quando è necessario, le mantengono vive. I comunisti del PSUC, senza essere nazionalisti né indipendentisti, sono strenui difensori e ricostruttori della identità catalana aperta ed includente, di un modello sociale denso di autorganizzazione e che tende a funzionare prevalentemente dal basso in modo assembleare, di un patrimonio culturale e linguistico prezioso, oltre che in sé anche per essere stato difeso dal popolo nella storia e segnatamente sotto i 40 anni di dittatura franchista. Significativo il fatto che già in clandestinità e per tutta la prima fase della cosiddetta transizione sono i comunisti ad organizzare e dirigere le lotte affinché il catalano sia la lingua preminente nell’istruzione scolastica, proprio per salvare la lingua ed impedire che sia fattore di divisione nel seno delle classi subalterne.

Per tutto ciò il PCE e il PSUC, come le due coalizioni che a metà degli anni 80 promuovono rispettivamente, Izquierda Unida e Iniciativa per Catalunya, condividono l’obiettivo di completare la transizione dando vita a una repubblica federale che riconosca ai diversi popoli della Spagna l’autogoverno e il diritto all’autodeterminazione.

Posizione che è tutt’ora immutata, nonostante le divisioni del PSUC e la fuoriuscita di Iniciativa per Catalunya dal rapporto federale con Izquierda Unida e la conseguente nascita di Esquerra Unida i Alternativa. Tutti i soggetti politici figli della storia comunista conservano, non senza differenze e sfumature fra loro ed interne alle singole organizzazioni, le posizioni originarie circa il tema dell’autodeterminazione del popolo catalano.

Il Psoe, repubblicano, federalista e favorevole all’autodeterminazione di baschi e catalani all’inizio della transizione con il tempo diventa monarchico e contrario all’autodeterminazione. Il suo partito fratello in Catalunya, il PSC, segue un percorso analogo ma in tempi diversi e con vistose contraddizioni e spaccature.

La destra catalana (che elettoralmente si presenta unita nella federazione Convergencia i Uniò (CiU) e che raccoglie Convergencia Democratica de Catalunya, di ideologia liberale, e Uniò Democratica de Catalunya, di ideologia democristiana) fino agli anni 2000 è nazionalista ma non indipendentista. Seppur nettamente antifascista e favorevole all’integrazione dei vecchi e nuovi immigrati spagnoli ed extracomunitari, nella pratica di governo della Generalitat segue una deriva fortemente neoliberista, con corollario di corruzione. Il suo modello di relazione con il governo centrale è il negoziato continuo, con l’andare del tempo sempre meno efficace, in cambio di appoggio parlamentare sia ai governi del PSOE sia ai governi del PP.

Gli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) votano il primo Estatut de Autonomia come male minore rispetto al nulla (sotto il franchismo esistevano solo province e la Catalunya non esisteva nemmeno formalmente come regione) e nel corso del tempo, con alti e bassi ottengono discreti risultati elettorali, comunque mai superiori al 15 % dei voti. Si considerano di sinistra moderata, antifascisti, antirazzisti ed ovviamente repubblicani ed indipendentisti.

Il Partido Popular (PP), di cui il PP Català è una pura succursale con scarsi risultati elettorali in Catalunya, che viene fondato nella transizione unificando diverse formazioni e con un personale politico proveniente in buona parte direttamente dalle file franchiste, malsopporta dall’opposizione ai governi del PSOE l’instaurazione di un regime di comunità autonome dotate di parecchi poteri, mantiene sempre posizioni ispirate al nazionalismo spagnolo più retrivo, anche opponendosi alla rimessa in discussione dei crimini franchisti, ed è l’unico partito spagnolo ad avere posizioni nettamente discriminatorie nei confronti degli immigrati extracomunitari. In Italia è descritto dalla stampa, vuoi per ignoranza vuoi per ignavia o malafede, quasi sempre come un partito conservatore e democristiano, simile agli altri partiti del Partito Popolare Europeo. Ma non lo è. E’ un partito nettamente reazionario e sciovinista. Non è un caso che in Spagna le formazioni neofasciste non abbiano mai raggiunto nemmeno l’1 % dei voti. Banalmente perché i nostalgici del franchismo, che dopo 40 anni di regime fascista non possono mancare, votano in massa PP.

Questo di cui sopra è lo scenario politico precedente gli anni 2000.

Nel 2003 le elezioni del parlamento catalano, da sempre dominate da CiU, vedono per la prima volta la formazione di un governo di sinistra. Il governo catalano, formato da PSC, Inciativa per Catalunya – Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA) e Esquerra Republicana de catalunya, e diretto dal socialista Pasqual Maragall, storico sindaco delle giunte di sinistra di Barcelona, avvia i lavori per elaborare un nuovo Estatut de Autonomia.

Si tratta di portare a compimento la transizione facendo ciò che era stato impossibile 15 anni prima. Nel nuovo Estatut, alla cui redazione partecipa in parlamento attivamente anche CiU, la Catalunya è definita come Nazione. Si amplia e si sviluppa l’autonomia, ma senza fuoriuscire dal quadro istituzionale e costituzionale vigente. Nel 2004 il Psoe vince le elezioni ed ottiene una maggioranza assoluta di seggi in parlamento. Il primo ministro Zapatero promette solennemente che rispetterà il testo dell’Estatut elaborato dal parlamento catalano e che nel parlamento spagnolo, che dovrà esaminarlo e che ha la facoltà di modificarlo, si limiterà a ratificarne la lettera senza alcuna modifica.

Ma l’Estatut nel frattempo approvato da 120 deputati su 135 (vota contro solo il PP) arriva alle Cortes e viene pesantemente modificato dalla maggioranza socialista, a cominciare dall’abrogazione dai concetti di Nazione e di Stato Spagnolo Plurinazionale. Si tratta, in pratica, di una riscrittura di tutto il testo. Lo stesso numero due del PSOE, Alfonso Guerra, non esita a vantarsi in dichiarazioni televisive di aver “cepillado” (piallato, in italiano) l’Estatut che porta la prima firma del socialista catalano Pasqual Maragall.

Il testo mutilato provoca una crisi nel governo catalano, dal quale esce ERC, e viene sottoposto ad un referendum vincolante in Catalunya. PSC, ICV-EUiA, CiU, danno indicazione di votare a favore secondo la logica del meno peggio, mentre ERC e PP, per motivi opposti, danno l’indicazione di voto contrario. Vota solo il 50,59 % degli elettori. Il SI ottiene il 73,90 %, il NO il 20,76, il resto vota in bianco. Pasqual Maragall parla di una amara vittoria, annuncia che alle successive elezioni non si candiderà e in seguito abbandona il PSOE. Al governo di sinistra di Maragall succede un altro governo di sinistra, diretto da Josè Montilla nel quale rientra ERC.

Ma la vicenda de l’Estatut non finisce qui perché un ricorso del PP, che promuove una raccolta di firme in tutta la Spagna, al Tribunal Constitucional ottiene che quest’ultimo, nel giungo del 2010, gli dia un’altra “piallata”. E così altri 14 articoli vengono abrogati o pesantemente modificati. Di questi, alcuni identici nel testo sono presenti e tutt’ora vigenti in statuti d’autonomia di altre regioni spagnole, contro i quali nessuno ha fatto ricorso.

Insomma, il tentativo di interpretare estensivamente la Costituzione bastarda del 78 per fuoriuscire definitivamente dal franchismo e per mettere le basi di uno stato plurinazionale e tendenzialmente federalista viene sconfitto prima dal PSOE, ormai monarchico e violentemente contrario al diritto all’autodeterminazione di catalani, baschi e galiziani, e poi, nonostante l’Estatut fosse stato approvato dal popolo in un referendum vincolante,   dal PP e dal Tribunale Costituzionale.

In altre parole la Catalunya si ritrova con uno statuto di fatto peggiore di quello del 79, e con l’umiliazione di vedersi cancellare ciò che il popolo aveva ratificato in un referendum vincolante.

Nel luglio del 2010 una enorme manifestazione di un milione e mezzo di persone dietro uno striscione portato dal Presidente Josè Montilla e dai membri del governo di sinistra catalano che recava la scritta “SOM UNA NACIO’ NOSALTRES DECIDIM” attraversa le strade di Barcelona.

A pagare il prezzo elettorale della vicenda dell’Estatut, al quale si aggiunge la crisi economica e la politica liberista del governo Zapatero, è soprattutto il PSC, che in Catalunya passa dal 31 % del 2003 al 18 % del 2010 nelle elezioni catalane e dal 45 % del 2008 al 26 % del 2011 nelle elezioni politiche spagnole.

Dal 2010 ad oggi nel panorama politico catalano si assiste a un grande rimescolamento delle carte, alla fine di forze politiche storiche e alla nascita di nuove.

Irrompe sulla scena prima il Movimento degli Indignati del 2011. Che in questa sede non ho bisogno di spiegare perché credo sia abbastanza conosciuto dai militanti della sinistra italiana.

In Catalunya, però, si caratterizza soprattutto perché mobilita e integra non già semplicemente un’ondata di proteste di piazza, bensì centinaia e centinaia di associazioni, comitati di lotta, movimenti, già presenti su tutto il territorio catalano e segnatamente nella città di Barcelona.

Mentre a livello spagnolo Podemos appare sulla scena elettorale come partito d’opinione e del leader, con un forte profilo ambiguo (“siamo oltre la destra e la sinistra”) e in concorrenza con Izquierda Unida, in Catalunya il processo che porterà alla nascita di Barcelona en Comù, che conquista il governo di Barcelona, ed in seguito a En Comù Podem che si afferma come primo partito nelle due tornate anticipate delle elezioni spagnole, è caratterizzato dall’unità di tutte le forze della sinistra radicale e soprattutto dal coinvolgimento dal basso di una miriade di realtà di lotta.

Sul versante della questione nazionale la nascita di un forte movimento indipendentista popolare non è ascrivibile ai partiti o alle semplici dinamiche politiche. Nasce la “Asemblea Nacional de Catalunya” e viene affiancata dalla storica e grande associazione “Omnium Cultural” che aveva iniziato la sua difesa della lingua e cultura catalana nella clandestinità sotto il franchismo. Queste due entità, che funzionano dal basso e in modo assembleare, organizzano, dal 2012 ad oggi, manifestazioni l’11 settembre di ogni anno. Non sono manifestazioni normali. Sono partecipate da un milione a due milioni di persone (in Catalunya i residenti sono 7 milioni e mezzo). Alcune sono grandi concentramenti di manifestanti ma altre sono state realizzate nella storia solo in Catalunya. Per esempio nel 2013 una catena umana di 400 chilometri, dalla frontiera francese a quella con la Comunidad Valenciana, nel 2014 una grande V con 11 chilometri delle due più grandi arterie di Barcelona sulle cui grandissime carreggiate circa un milione e 800mila persone si sono disposte formando i colori delle 4 barre rosse su fondo giallo della bandiera catalana.

A queste manifestazioni, sebbene nettamente egemonizzate dall’indipendentismo, partecipano sempre migliaia di organizzazioni sociali, culturali e di lotta, oltre che le forze politiche catalane, indipendentiste o meno.

È quindi sulla base di una spinta popolare sempre più indipendentista che nel panorama politico si consumano divisioni, aggregazioni e nascita di nuove forze.

Il PSC subisce due scissioni. CiU, vira nettamente verso l’indipendentismo, si divide e i democristiani di Uniò rompono la federazione con Convergencia, non senza subire una scissione indipendentista del 40 % circa dei gruppi dirigenti. Uniò sparirà alle elezioni del 2015. Si presenta per la prima volta alle elezioni catalane (nelle tornate precedenti lo aveva fatto solo in alcuni municipi) la Candidatura d’Unitat Popular (CUP). Una forza di estrema sinistra, che funziona rigidamente in modo assembleare e che raggruppa almeno 7 organizzazioni politiche e collettivi indipendentisti. Elegge 3 deputati nel 2012 e, triplicando i voti, ne elegge 10 nel 2015. La formazione Ciutadans (C’s) che nasce a metà degli anni 2000 come antagonista al nazionalismo catalano, di destra liberista e fortemente caratterizzata dalla retorica anticasta passa da 3 a 25 seggi nel giro di 4 tornate elettorali, erodendo voti al PSC e al PP.

Nella sinistra radicale nasce il processo di aggregazione noto con il nome di COMUNS di cui ho già detto qualcosa più sopra. Vi aderiscono collettivi indipendentisti, forze federaliste e confederaliste, e si può dire che anche le forze storiche come Inciativa (ICV) ed Esquerra Unida i Alternativa sono attraversate al loro interno da posizioni indipendenstiste e federaliste. Tutte, comunque, accomunate dal riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

La forza e il ruolo del movimento popolare è indispensabile per capire il percorso degli ultimi anni (noto in Catalunya come PROCES) che ci ha portati ai fatti dell’1 ottobre.

Nel 2010, a causa della debacle socialista la destra di CiU riconquista il governo. È un governo di minoranza che di volta in volta ottiene appoggi esterni, principalmente da parte di ERC man mano che le posizioni indipendentiste crescono dentro CiU. Comincia uno scontro sempre più duro con il governo spagnolo che vara una legge sull’istruzione che attacca il catalano come lingua preminente in Catalunya. Che ricorre contro decine di provvedimenti del governo catalano ottenendone la sospensione automatica in attesa delle decisioni del tribunale costituzionale, e cioè di anni. Fra queste, per fare esempi che hanno indignato i catalani, la legge che proibisce alle compagnie di elettricità, acqua e gas di tagliare il servizio ai clienti morosi in difficoltà economica. Una analoga legge che tenta di impedire gli sfratti alle famiglie alle quali la crisi impedisce di pagare il mutuo o l’affitto. Una legge che ristabilisce in Catalunya il servizio sanitario gratuito e garantito a tutte le persone immigrate indipendentemene dalla regolarità o meno della loro posizione. Anche la chiusura del CIE decisa dal parlamento catalano con il solo voto contrario del PP viene disattesa. E così via.

I governi di CiU accettano e applicano in Catalunya i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni previste dal governo spagnolo a partire dalla riforma costituzionale, varata dal governo Zapatero con l’appoggio del PP, che erige il pareggio di bilancio al di sopra del diritto alla fruizione dei servizi sociali come sanità, istruzione ecc.

Ciò provoca dure contraddizioni nel campo politico dell’indipendentismo.

Ma nel frattempo la spinta indipendentista si alimenta della speranza, o se si vuole dell’illusione, che una repubblica catalana possa avere un carattere sociale più avanzato.

Il Presidente della Generalitat dalle elezioni del 2010, Artur Mas esce dalla situazione difficile appena descritta convocando elezioni anticipate. Ne esce un governo che tempera le posizioni neoliberiste di CiU perché necessita dell’appoggio esterno di ERC, e che si impegna a presentare una legge che attribuisce al parlamento catalano il potere di convocare un referendum consultivo  e non vincolante sulla questione nazionale. La legge viene varata con i voti contrari di PP e Ciutadans, l’astensione dei socialisti (che per questo subiscono una scissione) e con i voti favorevoli degli altri gruppi.

Sulla base della legge approvata (alle Cortes l’unico partito spagnolo che la sostiene è Izquierda Unida), viene convocato il referendum consultivo con due domande: “vuole che la Catalunya abbia uno stato proprio? e nel caso di risposta affermativa: vuole che sia indipendente?”.

L’immediato ed immancabile ricorso del governo del PP ottiene la sospensione immediata della consultazione da parte del Tribunale Costituzionale.

Il governo della Generalitat prima della sospensione ha già provveduto alla convocazione che però, in ottemperanza alla sospensione, si trasforma in una mobilitazione politica senza vincoli istituzionali e viene gestita da volontari nei locali che vengono messi a disposizione dalla Generalitat.

Il governo del PP minimizza, parla di una manifestazione senza alcuna rilevanza, prevede un fallimento, e non intraprende nessuna iniziativa per impedirla.

Il 9 novembre del 2014 2 milioni 300mila elettori si recano a votare. Più dell’80 % rispondono due volte si alle domande. Più del 10 % rispondono si alla prima e no alla seconda. Il resto sono un 5 % circa di no alla prima e schede bianche e nulle.

La consultazione non ha valore legale ma evidentemente ne ha uno politico rilevante. Il governo del PP, che prima aveva minimizzato, comincia azioni legali, incriminazioni e si apparecchiano processi contro il Presidente Mas e altri membri del governo. Processi che si concluderanno con la condanna a la “inhabilitacion” (perdita delle cariche istituzionali e del diritto ad essere candidato) e con l’assoluzione per il reato di malversazione di fondi pubblici che prevedeva pene di carcere. Assoluzione che non impedisce al Tribunal de Cuentas di istruire una causa chiedendo agli accusati di depositare subito una cauzione di 5 milioni di Euro.

Come è evidente il governo del PP imbocca la strada della persecuzione giudiziaria di ogni tentativo di esercitare il diritto all’autodeterminazione e oppone un netto rifiuto a numerose richieste di dialogo, anche formulate istituzionalmente dal governo e dal parlamento catalano. La nazione catalana non esiste e non c’è nessun diritto all’autodeterminazione.

  • Di queste due cose non si può né si deve discutere. Punto! –

Nel settembre del 2015 vengono convocate nuove elezioni anticipate della Generalitat.

Le forze indipendentiste (Convergencia Democratica de Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya e diverse altre organizzazioni provenienti da scissioni di Uniò Democratica e del PSC, e molti indipendenti) dopo lunghe e complicate discussioni decidono di formare la lista unitaria “Junts pel Si” (JxSi). La CUP non accetta di fare una lista unitaria con Convergencia e si presenta in proprio. Le due liste indipendentiste sono unite in un punto programmatico che sostanzialmente attribuisce alle elezioni un valore referendario, giacché è stata impedita la consultazione non vincolante.

La sinistra radicale presenta una lista che comprende ICV, Esquerra Unida i Alternativa e Podem (è il nome in catalano di Podemos). Non partecipa il collettivo del COMUNS di Ada Colau.

La Lista si chiama “Catalunya si que es pot”  Nel suo programma è fortemente presente il tema del diritto all’autodeterminazione ma non si accetta che si dia un valore referendario alle elezioni.   

Gli altri partiti, ovviamente disconoscono il valore referendario delle elezioni essendo comunque contrari all’autodeterminazione.

Le due liste indipendentiste ottengono il 39,59 % e 62 seggi (JxSi) e l’8,21 % e 10 seggi (CUP).

Il 47,8 % non è sufficiente per procedere ad una dichiarazione unilaterale di indipendenza. I primi a dirlo sono gli esponenti della CUP. Ma, a detta di entrambe le liste, la maggioranza assoluta dei seggi giustifica che si proceda verso un progetto costituente, che si dovrebbe completare in 18 mesi con una dichiarazione unilaterale di indipendenza. Il referendum è previsto per ratificare o meno l’esito del processo.

Catalunya si que es pot ottiene un risultato deludente. Dopo la vittoria di Barcelona en Comù nel municipio e con l’entrata in scena di Podem era atteso un risultato ben più sostanzioso del 8,94 % e 11 seggi (di un punto e due seggi inferiore alla lista di ICV-EUiA del 2012). Il motivo, a mio avviso, è la debolezza della proposta sul punto dell’autodeterminazione. L’insistenza sulla necessità di ottenere un referendum accettato dal governo del PP o subordinato all’attesa che si possa cambiare la costituzione spagnola è corretta sul piano astratto ma totalmente impolitica. Serve più a tenere insieme militanti ed elettori della lista che sul punto hanno tre posizioni diverse (indipendentista, federalista e confederalista), pur se accomunate dalla rivendicazione del diritto all’autodeterminazione. Inoltre la campagna elettorale della lista denuncia un’egemonia indipendentista di destra che non è, in realtà così forte. L’accusa alla CUP di predisporsi a votare in parlamento un presidente colpevole di aver fatto tagli alle spese sociali e privatizzazioni non funziona. Al contrario molti elettori potenziali della lista scelgono la CUP proprio perché indipendentista e radicalmente di sinistra nei contenuti sociali. E comunque la CUP otterrà la defenestrazione di Artur Mas, rifiutandosi di votarlo fino all’ultimo giorno utile per formare il governo e costringendolo a farsi da parte in favore del sindaco di Girona, oggi ormai famoso, Carles Puigdemont.

La lista di Ciutadans diventa il secondo partito con 25 seggi contro i 9 delle elezioni precedenti. Il PP ne perde 11 e il PSC 4. Entrambe sono al minimo storico. Si tratta, grossomodo, di un rimescolamento delle carte nel campo cosiddetto unionista.

Le elezioni spagnole del 2015 e del 2016 risentono fortemente di questa situazione. Senza ripetere l’analisi dei risultati che io ho proposto in precedenti articoli, è necessario ricordare che l’alternativa al governo del PP, possibile sia dopo le elezioni del 2015 che dopo le successive anticipate del 2016, è stata impedita dall’intransigenza del Segretario del PSOE, Pedro Sanchez, che si è rifiutato di negoziare un appoggio di Podemos, delle tre liste unitarie catalane, valenziane e galiziane, di Izquierda Unida e tanto meno delle forze nazionaliste catalane e basche che chiedevano l’impegno a permettere il referendum catalano.

Alle elezioni generali spagnole del 2015 e 2016 la CUP non si presenta e Convergencia Democratica e ERC si presentano con liste separate. La somma dei loro voti, ma con una prevalenza di ERC, è circa il 30 % in entrambe le consultazioni. Nel fronte unionista il PSC prende il 16 % in entrambe le votazioni e il PP e Ciutadans prendono rispettivamente l’11 % e il 13% nel 2015 ed esattamente l’inverso nel 2016.

Il primo partito è En Comù Podem. Che prende il 25 % dei voti.

Non deve ingannare la notevole differenza di voti fra elezioni catalane e generali spagnole perché nelle elezioni del parlamento spagnolo prevale il voto utile per la formazione della maggioranza alle Cortes.

Resta il fatto che in Catalunya per la prima volta una lista di sinistra radicale sorpassa, e di gran lunga, il PSC e che nel campo delle forze indipendentiste la destra perde voti a favore della sinistra. L’assenza della lista della CUP rende più difficile valutare esattamente il risultato, ma è fuori di dubbio che abbia avvantaggiato sia En Comù Podem sia ERC.

Non si può non vedere che, anche alle elezioni spagnole, le forze indipendentiste e quelle favorevoli all’autodeterminazione sono vicine al 60 %.

In un paese minimamente democratico il governo, di fronte a una simile situazione, avrebbe dovuto avviare una politica di dialogo con il governo catalano. Almeno per neutralizzare le spinte indipendentiste, per esempio impegnandosi a restaurare quanto amputato nell’Estatut, negoziando un patto fiscale diverso, come ha fatto più volte col Paese Basco, evitando di ricorrere contro le leggi del parlamento catalano più popolari, impegnandosi a contrastare o dismettere i periodici tentativi di discriminazione nei confronti della lingua, tenendo fede agli impegni di investimenti nelle infrastrutture che invece, negli ultimi 20 anni, sono stati ogni anno disattesi. E così via.

Invece nulla di tutto questo. L’unica risposta alla richiesta di autodeterminazione del popolo catalano è stata la via giudiziaria e repressiva, ed una interpretazione sempre più restrittiva dell’autonomia.

Nei mesi che hanno preceduto il referendum del 1 ottobre in Catalunya c’è stata una operazione politica di grandissimo rilievo.

In Italia sconosciuta.

È stato costituito il Pacte Nacional pel Referendum. Composto da circa 4000 entità. Partiti, sindacati (tutti), istituzioni come comuni (il 90 % a cominciare da quello di Barcelona) e province (tutte), associazioni politiche, culturali, sportive, di immigrati, delle più svariate tradizioni catalane, di piccole e medie imprese, ecc ecc. Non sto parlando di una raccolta di firme bensì di una organizzazione che si è data una struttura e l’obiettivo di interloquire con governo e parlamento spagnolo per insistere circa la necessità di aprire un dialogo al fine di poter celebrare un referendum legalmente riconosciuto.

Il risultato è stato praticamente nullo. La delegazione che avrebbe dovuto incontrare tutti i gruppi parlamentari e il governo non è stata ricevuta se non da Unidos Podemos e dagli altri partiti nazionalisti baschi e galiziani. Il governo non ha nemmeno risposto alla richiesta di incontro.

Per tutti questi motivi la strada dell’unilateralità, per altro fortemente proposta dalla CUP e rallentata il più possibile dalla destra catalana, è diventata l’unica strada percorribile e realistica.

La maggioranza indipendentista ha deciso di rompere con la legalità spagnola e convocare un referendum vincolante. Lo ha fatto forzando il regolamento parlamentare e nel modo più veloce possibile affinché la reazione dello stato e del tribunale costituzionale non potesse impedirne la convocazione. Le forze unioniste, dopo aver praticato l’ostruzionismo, hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Il gruppo di Catalunya si que es pot, si è astenuto. Ma come mediazione interna fra le posizioni favorevoli e contrarie.

Sono arrivate le immediate sospensioni delle decisioni del parlamento catalano, l’incriminazione dei membri dell’ufficio di presidenza, fra i quali il segretario dei comunisti e di EUiA Joan Josep Nuet, che avevano votato a favore della messa all’ordine del giorno delle leggi poi sospese, l’incriminazione a più di 700 sindaci per l’annuncio che avrebbero messo a disposizione i locali per celebrare il referendum.

Nei 10 giorni che hanno preceduto il referendum la scalata repressiva ha oltrepassato ogni limite legale. Sono stati arrestati 14 funzionari di nomina politica,  del governo catalano, perquisite diverse sedi del governo, numerose tipografie e aziende alla ricerca di schede elettorali e urne, sedi di giornali. In diversi casi senza mandato di perquisizione. Sono state chiuse numerose pagine web di istituzioni catalane e di privati, a cominciare da quelle governative dedicate al referendum. È stata proibita la messa in onda di spot sul referendum e l’affissione di manifesti sia istituzionali sia di partito o associazione. Conseguentemente sono stati fermati e gli è stato sequestrato ogni materiale decine di attivisti, che ovviamente sono stati denunciati all’autorità giudiziaria.

Le proteste, tutte pacifiche, che si sono immediatamente inscenate, ora sono indagate come atti di sedizione e lo stesso comandante dei Mossos è indagato per sedizione per non aver dato l’ordine di scioglierle.

Potrei continuare. Ma credo sia inutile perché poi le immagini che l’1 ottobre tutti hanno visto sono una sintesi perfetta di tutto quanto è successo.

Non parlerò di cosa prevedo possa succedere nei prossimi giorni. È difficile dirlo e in questa sede è del tutto inutile. Spero solo che queste mie opinioni, corredate il più possibile da informazioni che in Italia sono sconosciute, possano essere utili anche ad interpretare i fatti che verranno, e sui quali magari tornerò a scrivere.

Solo alcune ultime considerazioni.

Molti osservatori insistono su un fatto inconfutabile: la politica del governo Rajoy appare irrazionale. Sordità completa e uso delle leve repressive, giudiziarie e penali, che hanno finito con l’aumentare le file indipendentiste in misura che gli indipendentisti storici non avrebbero nemmeno mai immaginato.  

Questo varrebbe se la Spagna non avesse il problema irrisolto della transizione. Un problema che ha covato sotto la cenere per circa vent’anni dopo la morte di Franco, nei quali gli spagnoli hanno conosciuto una stagione di aumento dei diritti sociali e civili, un buon decentramento di poteri nelle regioni autonome. E i catalani hanno potuto recuperare le loro tradizioni, cultura e lingua senza temere repressione e carcere.

In realtà negli ultimi vent’anni, e soprattutto negli ultimi dieci con il combinato disposto della natura postfranchista, ma non antifranchista, dello stato e gli effetti della crisi il problema è riemerso in tutta la sua evidenza.

Essendo il PP un partito reazionario, sciovinista e difensore strenuo dello stato incentrato sul nazionalismo spagnolo, e conseguentemente negazionista dell’esistenza di altre realtà nazionali, non sa e soprattutto non può fare diversamente da quello che ha fatto e sta facendo.

Il Psoe, che è stato al governo in solitudine, in due riprese, per  più di vent’anni non ha mosso un dito per mettere in discussione la vera natura dello stato spagnolo. Quando l’ha mosso lo ha fatto per tradire l’Estatut redatto dal PSC e dal resto della sinistra catalana.

Il tema dell’autodeterminazione catalana non è un problema solo catalano, e non è nemmeno solo basco e galiziano. È un problema di tutta la Spagna.

La sinistra politica spagnola, che oggi è rappresentata dall’unità fra Podemos e Izquierda Unida, e che è repubblicana, federalista e favorevole al diritto all’autodeterminazione dei diversi popoli spagnoli non può, a mio avviso, che prendere atto del fatto che la prima vera spallata al “regime del 78”, alla monarchia e allo stesso PP è arrivata con la via unilaterale all’autodeterminazione dei catalani.

La Storia non segue linee rette.

Per quanto mi riguarda, non essendo indipendentista, avrei preferito che la transizione si fosse chiusa con l’instaurazione di una repubblica federale. Ma se un popolo, con il massimo clamore e in forme inedite (di solito i processi di autodeterminazione si son fatti con le armi in pugno) e pacifiche, rivendica il diritto a decidere per se stesso e nel contempo mette in difficoltà uno stato non antifranchista e pesantemente autoritario, non gli si può dire che rompere la legalità è un errore, o che deve, dopo 40 anni di delusioni, attenderne non si sa quanti affinché in Spagna si diano le condizioni per un cambiamento reale che gli dia il permesso di esercitare un diritto fondamentale.

Penso che in Spagna sarà la sinistra, se saprà farlo, ad avvantaggiarsi della lotta per l’autodeterminazione del popolo catalano.

Perché, come ho detto all’inizio, dopo il 1 ottobre nulla rimarrà come prima. Né in Catalunya né in Spagna.

Ramon Mantovani

Pubblicato il 4 ottobre 2017 sul sito http://www.rifondazione.it

 

 

 

 

 

Pessimo risultato delle elezioni spagnole.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno, 2016 by ramon mantovani

Le elezioni anticipate (convocate dopo mesi di sterili trattative per formare il governo) si sono risolte con un’avanzata del Partito Popolare (PP), con una tenuta del Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), con un secco arretramento di Unidos Podemos (coalizione composta da Podemos, Izquierda Unida, Equo e da coalizioni più ampie e comprendenti forze locali in Catalunya, Galicia, Pais Valencià e Illes Baleares), e con un più modesto arretramento di Ciudadanos (C’s). Le forze indipendentiste e nazionaliste catalane e basche hanno confermato sostanzialmente gli stessi voti del turno precedente.

 

Vediamo i risultati nel dettaglio per le forze principali.

 

La partecipazione al voto è calata dal 73,20 % al 69,84 % con un milione e duecentomila elettori in meno.

 

Il PP passa da 7.236.265 voti (28,71 %) a 7.906.185 voti (33,03 %) e da 123 a 137 seggi.

 

Il Psoe passa da 5.545.315 voti (22,00 %) a 5.424.709 voti (22,66 %) e da 90 a 85 seggi.

 

Unidos Podemos passa da 6.146.527 voti (24,47 %) a 5.049.734 voti (21,10 %) conservando i 71 seggi della tornata precedente. Nella tornata precedente Podemos e Izquierda Unida si presentarono divise tranne che in Catalunya e Galicia. E nelle Isole Baleari la forza locale MES si presentò da sola.

 

C’s passa da 3.514.528 voti (13,94 %) a 3.123.769 voti (13.05 %) e da 40 seggi a 32.

 

È bene sapere che le incongruenze fra voti e seggi sono dovute al sistema elettorale spagnolo che è diviso in 52 circoscrizioni (50 province e 2 città autonome, Ceuta e Melilla) in ognuna delle quali vengono attribuiti i seggi con il sistema D’Hondt e con uno sbarramento del 3 %. Non esistendo un collegio unico statale per riequilibrare il rapporto voti-seggi i voti che non riescono ad eleggere nelle singole province sono dispersi.

Il segretario di Ciudadanos nel primo commento dopo il voto ha lamentato la ingiustizia del sistema elettorale, come del resto hanno fatto per 40 anni il PCE e Izquierda Unida. Ed ha portato l’esempio della regione Castilla y Leon, dove nelle 9 province che la compongono, Ciudadanos con il 14,15 % dei voti elegge 1 deputato, Unidos Podemos con il 15,50 % ne elegge 3, il Psoe con il 23,17 ne elegge 9, mentre il PP con il 44,33 ne elegge ben 18.

 

Detto questo passiamo ai miei modesti commenti.

 

La destra spagnola è forte.

 

Nessun sondaggio ha previsto l’avanzata del Partido Popular. Né alcun commentatore. Né, tantomeno, nessun altro partito avversario.

Dopo le elezioni precedenti il Presidente del PP Mariano Rajoy propose un governo di coalizione con il Psoe e, forse, con Ciudadanos. Avendo ottenuto risposte negative da entrambi rifiutò l’incarico del RE di tentare di formare il governo, prevedendo di non avere i voti sufficienti per essere investito dal parlamento come Presidente del governo.

Affinché i lettori italiani comprendano meglio è bene che sappiano che il parlamento spagnolo accorda la fiducia (investidura) al solo Presidente del governo, che solo dopo averla ottenuta forma il governo, senza che questi debba ottenere a sua volta la fiducia. In altre parole può essere, come è successo più volte nella storia parlamentare spagnola, che vi siano partiti che, con il voto favorevole o con l’astensione, partecipano all’elezione del capo del governo per poi rimanere all’opposizione. Permettendo in questo modo un governo sorretto da una minoranza parlamentare, che sui singoli provvedimenti si allarga poi a geometria variabile.  

Rajoy, accusato di immobilismo dalla gran parte dei commentatori, si mantenne in questa posizione fino alla fine, ribadendo la sua proposta di governo di grande coalizione con il Psoe. E osservando compiaciuto il fallimento del tentativo, del quale parleremo più avanti, del segretario socialista di ottenere i voti di Ciudadanos e Podemos per essere investito Presidente.

Bisogna sapere che prima ed anche dopo la campagna elettorale del 20 novembre del 2015 il PP è stato travolto da potentissimi scandali per corruzione. Con dirigenti nazionali ed interi gruppi dirigenti locali incarcerati e/o incriminati per reati gravissimi. Pochi giorni prima del voto del 26 giugno, inoltre, il quotidiano digitale di sinistra “el Publico” ha diffuso le registrazioni di conversazioni fra il Ministro degli Interni ed un giudice incaricato di dirigere l’ufficio anticorruzione catalano. Il contenuto delle conversazioni restituisce con evidenza inequivocabile che erano in corso manovre giudiziarie, e diffusione delle stesse, volte a screditare i due maggiori partiti indipendentisti catalani (Esquerra Republicana de Catalunya e Convegencia Democratica de Catalunya) per inesistenti casi di corruzione e il gruppo dirigente di Podemos per presunti, ed ovviamente inesistenti, casi di finanziamento illecito di Podemos ad opera dei governi venezuelano ed iraniano. Ovviamente questa specie di caso “watergate” ha provocato la reazione di tutti i partiti, e perfino dei sindacati di Polizia e Guardia Civil, che unanimemente hanno chiesto le immediate dimissioni del ministro. Il quale però non si è nemmeno sognato di darle ed ha ottenuto, invece, la piena solidarietà del Presidente del Governo per la diffusione di registrazioni illegali delle sue conversazioni con un giudice.

Viene davvero da chiedersi come sia possibile che un partito al governo nel tempo della crisi sociale più grave della storia spagnola, travolto da casi gravissimi di corruzione e preso con le mani nel sacco ad ordire trame illegali, utilizzando a questo fine strutture dello stato, contro i propri avversari politici, possa non solo non crollare elettoralmente (anche se a dire il vero il crollo lo aveva avuto nelle precedenti elezioni passando da quasi 11 milioni di voti (44,63 %) a 7 milioni e 200mila voti (28,72%) e dalla maggioranza assoluta con 186 seggi a 123) ma perfino risalire in voti assoluti e seggi.

Non è facile rispondere a questa domanda. Si tratta di qualcosa di molto profondo e complesso che sarà necessario, per le forze della sinistra spagnola, analizzare molto bene.

Ma possiamo dire che il PP ha utilizzato alla perfezione una strategia elettorale che ha funzionato.

 

Una strategia con tre assi fondamentali.

 

1) vantare successi economici (crescita del PIL e diminuzione della disoccupazione) pur riconoscendo la persistente crisi sociale. Addebitandola però al governo Zapatero e alla pesante eredità che questo governo aveva lasciato. Si tratta di una bufala, perché anche dal punto di vista liberista rimane un grave deficit e debito pubblico e perché in realtà la diminuzione della disoccupazione è solo formale in quanto per effetto delle “riforme” del mercato del lavoro di Zapatero e poi del PP si tratta di un incremento occupazionale dovuto esclusivamente a contratti precari per il 90 % inferiori a una settimana. Ma se ben presentata insieme alla prospettiva di un salto nel buio (l’esempio della Grecia è stato il leit motiv ripetuto) rappresentato da un governo diretto o con la partecipazione di Unidos Podemos (sempre definito estremista, comunista, chavista e soprattutto amico di Syriza), ha evidentemente avuto il successo sperato fra le classi medie impoverite ma terrorizzate da prospettive più buie. Senza contare la conservazione del consenso attraverso le più classiche politiche clientelari sociali e territoriali.

2) elevare alla massima potenza il messaggio nazionalista spagnolo. Mostrando una totale intransigenza contro le aspirazioni nazionali di baschi e catalani, anche rinverdendo contenuti chiaramente franchisti e utilizzando la repressione giudiziaria contro gli indipendentisti. Il fine giustifica qualsiasi mezzo per impedire agli indipendentisti e ai comunisti di distruggere la sacra nazione spagnola. Perciò lo scandalo della trama ordita contro gli indipendentisti catalani e contro Podemos alla fine si è risolta a favore del PP. Allo stesso tempo si è mostrato totalmente e acriticamente europeista (gli argomenti antieuropei in Spagna non hanno nessuna popolarità). Sulla base di tutto questo ha accusato gli avversari di voler minare l’unità della Spagna e di voler aprire una controversia con l’Unione Europea che si sarebbe risolta con un disastro economico, come in Grecia. A questo fine la proposta di governo di grande coalizione è stata sempre accompagnata dagli esempi di grandi coalizioni in altri paesi europei, a cominciare dalla Germania.  

3) minimizzare i casi di corruzione ed utilizzando i casi analoghi, anche se meno gravi, del Psoe e della destra catalana, e quelli falsi ed inesistenti di Podemos, per generalizzare il problema. Insomma, è vero che c’è molta corruzione, ma lo fanno tutti, e comunque le leggi e la giustizia funzionano visto che i casi del PP sono stati perseguiti di più con il PP al governo.

 

Il PP per quanto sia ben lungi dal riprendersi la forza che ebbe nel 2011 esce certamente vincitore da queste elezioni. I problemi sociali, economici, istituzionali e politici del paese restano tutti, e il PP non potrà che aggravarli nei prossimi anni, sia obbedendo alla Troika, sia producendo uno scontro frontale con il governo indipendentista catalano, ma intanto ha superato il momento più difficile della sua storia.

 

Ciudadanos fa parte della destra spagnola a tutti gli effetti, sia per la condivisione sostanziale della politica economica del PP, con accenti anche, se possibile, più liberisti, sia per la vocazione nazionalista spagnola e nemica giurata del diritto all’autodeterminazione di baschi e catalani. Anche a naso è evidente che i voti persi da Ciudadanos sono andati al PP. Certamente a causa della disponibilità di C’s a votare l’investitura del segretario socialista Pedro Sanchez nelle trattative degli scorsi mesi. E probabilmente, ma quasi certamente, perché il profilo “nuovo”, “moderno”, anticasta e anticorruzione esibito contro Rajoy e il PP non ha funzionato in una campagna elettorale estremamente polarizzata. Paradossalmente Ciudadanos ha fatto un enorme autogol partecipando fortemente alla campagna contro Podemos, utilizzando più di altri le false accuse di finanziamento illecito, e descrivendo un governo con Unidos Podemos come un salto nel buio. In questo modo ha semplicemente alimentato la paura che ha spinto elettori reazionari e conservatori a turarsi il naso e votare il vero baluardo anticomunista rappresentato dal PP.

 

 

Il Psoe tiene ma esce indebolito dalle elezioni.

 

La crisi del Psoe non è esplosa, visto che il sorpasso di Unidos Podemos non c’è stato, ma non si è nemmeno arrestata.

Il risultato elettorale del Psoe è infatti il più basso della storia, sia dal punto di vista dei voti che dei seggi.

La campagna elettorale del Psoe è stata incentrata sulla giustizia sociale, ma presentando disoccupazione, precarietà, diseguaglianze e tagli sociali come effetti unicamente delle politiche del PP, e senza mai mettere in discussione né le vere cause della crisi, a cominciare dalle politiche neoliberiste del governo socialista di Zapatero che accellerò la deindustrializzazione del paese e favorì un’enorme bolla speculativa edilizia, né le politiche di austerità imposte dalla UE. Con contorno di difesa dei diritti civili, sui quali il Psoe è indubbiamente progressista.

Insomma, un profilo apparentemente più di sinistra e sociale del Psoe di Zapatero, ma in realtà in totale linea di continuità con l’impianto liberista delle politiche economiche dominanti.

Sulla questione catalana il Psoe ha proposto una riforma costituzionale federale, ma senza mai precisare di che tipo, ed ha comunque negato anche solo l’ipotesi di un referendum consultivo in Catalogna. Proposta difesa fino a due anni fa anche dal Partito dei socialisti catalani, che poi se la sono rimangiata subendo per questo una scissione ed una grave crisi.

Ma, a mio avviso, l’arma vincente che ha permesso a Pedro Sanchez e al Psoe di impedire la crescita di Unidos Podemos e il previsto sorpasso è stata l’accusa, ripetuta ossessivamente da tutti i candidati socialisti in tutti i dibattiti televisivi, a Podemos di non aver voluto sostenere un governo guidato dai socialisti dopo le precedenti elezioni favorendo così il PP, e imputando questa scelta alla presunzione, arroganza e sete di potere di Pablo Iglesias.

Si tratta di una falsità, o meglio di una mezza verità.

Podemos propose per primo un governo di coalizione concordato fra Psoe, Podemos, Izquierda Unida e le tre liste unitarie di Catalunya, Galicia e Pais Valencià (Confluencias), con la ricerca di sostegno (visto che la somma dei deputati delle forze di governo non raggiungeva la maggioranza) fra le forze basche e catalane. Queste ultime già in campagna elettorale avevano dichiarato che avrebbero sostenuto, anche con il voto a favore se necessario, un governo che si impegnasse a permettere referendum di autodeterminazione. Ma Pablo Iglesias commise, a mio avviso, l’errore di presentare questa proposta corredandola della richiesta della vicepresidenza del governo per se stesso (dopo aver detto nei mesi precedenti che mai avrebbe personalmente accettato di far parte di un governo del quale non fosse presidente) e di un lungo elenco di ministeri, fra i quali interni e difesa.

Il Psoe ebbe così modo di rispondere che i socialisti erano interessati a discutere di programma e che erano meravigliati del fatto che Podemos dimostrasse una tale brama di poltrone.

Le richieste programmatiche di Podemos, che pure erano state esposte, sparirono dalla discussione sui mass media e l’immagine di Podemos e di Pablo Iglesias subì un duro colpo.

In seguito il Psoe precisò la propria posizione dicendo che era necessario un governo di cambiamento ed avviando trattative separate con Ciudadanos da un lato e con Podemos, IU e le Confluencias dall’altro. Ma anche dicendo che si rifiutava di ricercare appoggi esterni di partiti indipendentisti catalani e nazionalisti baschi.

Firmò con Ciudadanos un programma di governo e chiese, con un chiaro ricatto, a Podemos, IU e Confluencias di sostenerlo dall’esterno.

Ovviamente questi ultimi rifiutarono ribadendo la proposta del governo progressista e gli stessi partiti baschi e catalani riproposero la propria disponibilità a sostenerlo. Ma fu inutile.

Nel corso dei due dibattiti parlamentari (ritrasmessi dalle tv in diretta) sulla “investidura” di Sanchez, Iglesias alternò discorsi durissimi contro il Psoe con discorsi improntati al clima di “amore” necessario fra se stesso e Sanchez, corredati da volgari ed inascoltabili allusioni a un presunto flirt fra una deputata del PP e un deputato di Podemos (sic).

Come è noto alla fine il tentativo di Sanchez di formare il governo fallì per il voto negativo della maggioranza del parlamento.

Tutto ciò, però, permise a Sanchez di glissare sulle questioni programmatiche, visto che i mass media diedero eco enorme sia agli attacchi di Iglesias al Psoe sia alle curiose note “di colore” provocate dal discorso di Iglesias sull’amore, e di ribadire la critica a Podemos di aver impedito un governo alternativo al PP.

Ripeto, per mesi e in modo ossessivo, in campagna elettorale il Psoe ha insistito sul fatto che Podemos “ha impedito il cambiamento”, “ha fatto un favore al PP” con il quale, se non un accordo tacito, “ha in realtà un interessa comune” che “è impedire al Psoe di governare” anche a costo di provocare nuove elezioni nella speranza di aumentare i propri voti.

Naturalmente questa versione dei fatti di Sanchez è stata enormemente amplificata dal potente dispiegamento dei mass media dei poteri forti vicini al Psoe, a cominciare dal quotidiano “el Pais”.

Va da sé che questa campagna ha ottenuto il doppio risultato di mobilitare, o almeno di contenere la smobilitazione, degli elettori socialisti, e di deprimere una parte degli elettori di Podemos, che sono, non va dimenticato, in grande maggioranza voti di opinione fortemente influenzabili, nel bene ma anche nel male, dall’immagine di Podemos e del leader sui mass media.

 

La sinistra ora è più debole?

 

Se si concepisce la politica come marketing elettorale e si affida tutto all’immagine del leader, e alla suggestione del cambiamento nel quale il conflitto sociale è evocato ma non protagonista, è chiaramente più debole.

Se, al contrario, si è coscienti che per motivi contingenti, e spesso irripetibili, si può “sfondare” elettoralmente, nel periodo della crisi, ma che bisogna unire, consolidare, allargare, e soprattutto motivare il conflitto sociale e culturale con una strategia realistica per conquistare il governo, perdere una battaglia può anche essere salutare.

I dirigenti di Podemos e IU, delle Confluencias, hanno già detto che l’unità raggiunta non è messa in discussione dalla sconfitta elettorale.

Come sempre, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida, quelli restii o contrari all’unità proveranno a metterla in forse, utilizzando argomenti specularmente contrapposti.

Gli uni dicendo che l’unità con IU ha offerto il fianco a chi ha descritto Unidos Podemos come forza estremista, comunista, e incapace per questo di porsi l’obiettivo di conquistare la maggioranza del popolo. E gli altri dicendo che la diluizione di IU in una forza leaderistica, eclettica, e priva di radici reali nel tessuto sociale e nel conflitto è un’avventura che può disperdere un patrimonio storico e di lotta importante.

Si badi bene, io penso che entrambe queste posizioni, che non condivido, contengano però un nucleo di verità.

Era da mettere nel conto che PP, Psoe e Ciudadanos, oltre che alla grancassa massmediatica dei poteri forti, avrebbero giocato la carta dell’accusa di estremismo e di veterocomunismo per appannare l’immagine di una forza nuova, priva di precedenti sconfitte, che per questo per due anni è stata descritta come il “nuovo che avanza” da tutti.

Come è evidente che per militanti ed elettori orgogliosi della propria identità di sinistra e comunista, è di difficile digestione l’unità con un partito che si dichiara un giorno né di destra né di sinistra, un altro giorno populista di sinistra, un altro ancora veramente socialdemocratico, e così via.

Negare o sminuire queste cose è fuggire dalla realtà. Ma assolutizzarle sarebbe una fuga dalla realtà ancora più precipitosa e fallimentare.

Per il semplicissimo motivo che ci sono 5 milioni di persone in carne ed ossa, il 99 % delle quali rimarrebbe irrimediabilmente delusa da divisioni che non comprenderebbe in nessun modo, che sono convinte, magari superficialmente e confusamente, che la crisi è stata prodotta dal capitalismo, che bisogna difendere le conquiste in pericolo, che bisogna democratizzare le istituzioni e rendere la politica non un “affare” appannaggio delle élites privilegiate con il popolo spettatore passivo, bensì uno strumento di trasformazione della propria condizione materiale.

È indispensabile rimanere in sintonia con questi 5 milioni di persone, molti dei quali, per altro, sono direttamente impegnati in lotte durissime.

Ma per farlo non si devono scambiare i propri desideri con la realtà.

Una cosa è avere il vento in poppa con un’opinione pubblica favorevole, con i mass media amici che osannano il leader, con prospettive suggestive di cambiamento facile e subitaneo. Un’altra è avere i mass media che tentano di demolire il leader, e soprattutto affrontare scelte che comportano comunque prezzi elettorali. Come per esempio votare no al Psoe e lasciare il PP a governare. O come votare si al Psoe e rinunciare a molti dei propri contenuti. Non esistendo una terza presentare una delle due scelte come risolutiva e senza controindicazioni è una sciocchezza in termini logici e un crimine da imbroglioni di quarta categoria in termini politici.

Una cosa è resistere, anche eroicamente, e attraversare un deserto fatto di sconfitte e delusioni, senza avere mai la possibilità, per colpa di cause oggettive ed estranee alla propria volontà, ma non per questo meno reali come per esempio sistemi elettorali nemici, di incidere realmente dalle istituzioni nella realtà sociale, senza capire che così si può essere percepiti come parte del problema invece che come parte della soluzione. Ed un’altra è resistere per il tempo necessario, avendo coscienza dei propri limiti, senza mai perdere di vista l’obiettivo di unire tutto il possibile per un cimento che è e deve essere considerato come parziale e mai come totale. Quello elettorale.

La sconfitta di Unidos Podemos non è una disfatta. E ci sono tutte le condizioni per procedere nella costruzione di un’unità strategica, che non imponga a nessuno di rinunciare alla propria identità ed organizzazione e che al tempo stesso costruisca dal basso uno spazio democratico e partecipato. Che tenga conto degli errori fatti e che man mano si liberi di timori e soprattutto di facili illusioni.

Non sta certo a me approfondire questo tema e tanto meno indicare soluzioni politiche ed organizzative.

Come ho già detto in passato, però, penso che il modello della coalizione catalana En Comù Podem, che non per caso ha ribadito il proprio successo, che è profondamente e direttamente legata ai forti movimenti di lotta di cui i dirigenti sono espressione diretta, che agisce in una società densa di partecipazione e funziona collegialmente, e che ha saputo unire tutti i partiti e piccole organizzazioni della sinistra fin dalle scorse elezioni, sia un esempio valido.

Anche per la sinistra degli altri paesi europei.

 

ramon mantovani

 

pubblicato il 28 giugno 2016 sul sito http://www.rifondazione.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catalunya indipendente?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre, 2015 by ramon mantovani

Le forze indipendentiste hanno vinto le elezioni per il parlamento catalano. La lista unitaria di sinistra è andata molto male. Il Partito dei Socialisti Catalani perde. Il Partito Popolare crolla. Ciutadans triplica voti e seggi. La Candidatura d’Unitat Popular triplica voti e seggi.
La tabella ufficiale dei risultati elettorali è questa:
http://resultats.parlament2015.cat/09AU/DAU09999CM_L2.htm
Per i lettori italiani, anche in questi giorni ampiamente disinformati dai media italiani, è necessario fornire una descrizione delle liste e dei partiti che hanno preso parte alle elezioni.
“JUNTS PER EL SI” è la coalizione indipendentista comprendente i partiti “Convergencia Democratica de Catalunya” (destra liberale), “Esquerra Republicana de Catalunya ERC (lo storico partito indipendentista di sinistra moderata), scissionisti del Partito dei Socialisti Catalani e del partito democristiano Uniò Democratica de Catalunya, e numerosi esponenti del movimento civico indipendentista, fra i quali importanti personalità del mondo della cultura e dello sport, come il cantautore Lluis LLach e l’allenatore Pep Guardiola.
“CIUTADANS” è il nuovo partito emergente della destra “moderata”, prima in Catalogna e, dalle recenti elezioni locali, in tutta la Spagna. È un partito liberista, radicalmente nazionalista spagnolo, e dalla forte retorica “anticasta” ed anticorruzione.
“PARTIT DELS SOCIALISTES DE CATALUNYA” è il partito catalano federato al PSOE spagnolo. Recentemente si è allineato alle posizioni del Psoe contrarie al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano subendo una scissione.
“CATALUNYA SI QUE ES POT” è la coalizione della sinistra radicale catalana. Ne fanno parte Iniciativa per Catalunya – Verds, ICV (una quindicina di anni fa ha reciso il legame con Izquierda Unida in favore del Partito Verde Europeo pur continuando a presentarsi con IU alle elezioni), Esquerra Unida i Alternativa, EUiA (è la forza catalana federata con Izquierda Unida), Podem (è il nome catalano di Podemos), Equo (è una piccola formazione verde). La lista è favorevole al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma contraria ad atti unilaterali indipendentisti.
“PARTIT POPULAR” è la struttura catalana del Partido Popular. È la destra storica spagnola, confessionale ed ora anche liberista, oltre che nazionalista spagnola.
“CANDIDATURA D’UNITAT POPULAR” la CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista. Funziona rigidamente in modo assembleare a tutti i livelli.
“UNIO’ DEMOCRATICA DE CATALUNYA” è lo storico partito democristiano catalano. Dal postfranchismo si è sempre presentato alle elezioni insieme ai liberali di Convergencia Democratica de Catalunya nella federazione Convergencia i Uniò (CiU). Recentemente ha, con un referendum interno vinto dalla direzione per pochissimi voti, deciso di rompere la federazione con Convergencia Democratica. Per questo ha subito una scissione indipendentista molto forte. Riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma è contrario ad atti unilaterali non concordati e negoziati con lo stato spagnolo.

Cosa succede in Catalogna? Qual è la vera natura delle forze indipendentiste? Come si posiziona la sinistra radicale catalana e spagnola in questa fase? Come influenzeranno i risultati delle elezioni catalane le elezioni politiche spagnole di dicembre?
Per rispondere a queste domande è indispensabile chiarire alcune cose senza conoscere le quali è impossibile, per il lettore italiano, capire veramente l’esito e le implicazioni del voto catalano.
L’indipendentismo catalano è sempre stato una forza minoritaria, sostanzialmente rappresentato da Esquerra Republicana de Catalunya. I partiti nazionalisti catalani come Convergencia i Uniò non erano, fino a poco tempo fa, indipendentisti bensì autonomisti. Il Partito Comunista di Spagna ha sempre riconosciuto l’esistenza di una nazione catalana, il suo diritto all’autodeterminazione, e fin dai tempi del Comintern ha sempre avuto in Catalunya un partito comunista fratello e federato (PSUC). Lo stesso vale per la coalizione Izquierda Unida. Ma il PSUC e Esquerra Unida i Alternativa non sono mai stati indipendentisti, bensì propositori, insieme a PCE e IU, di una repubblica federale nella quale la nazione catalana potesse autogovernarsi pienamente.
I socialisti, prima repubblicani e federalisti con l’andare del tempo sono diventati monarchici e difensori dello stato unitario spagnolo.

Non è in questa sede che chiariremo i motivi storici per cui si può parlare di una nazione catalana. Tralasceremo anche i trecento anni di storia nel corso dei quali il nazionalismo spagnolo, la dinastia dei borboni e la dittatura fascista hanno tentato, senza mai riuscirci, di cancellare lingua e cultura catalana.
Per la sinistra spagnola e catalana l’esistenza della nazione catalana non è mai stata in discussione. Basti questa affermazione per poterci concentrare sui fattori che hanno fatto crescere l’indipendentismo fino a farlo diventare maggioritario.
Il primo fattore è storico. Attiene alla natura del nazionalismo catalano ed ha a che vedere sia con l’evoluzione della società catalana sia con la repressione che storicamente ha dovuto subire.
L’identità su cui si fonda l’idea stessa di nazione catalana e di popolo non è etnica. Non lo è perché la società catalana ha conosciuto storicamente una potentissima immigrazione. Sia prima della rivoluzione industriale, per la diversa distribuzione della proprietà terriera dal tradizionale latifondo spagnolo, sia dopo e con numerose e diverse ondate. Le classi subalterne, composte da lingue e culture diverse, hanno sviluppato una forte grado di integrazione per far fronte al nemico comune, rappresentato dalla alta borghesia catalana alleata dello stato spagnolo. Durante i 40 anni di fascismo, per esempio, lo stato franchista che proibiva il catalano, le feste catalane e quelle di sinistra come il 1° maggio, che tentava di far sparire perfino le tradizioni folkloristiche, era lo stesso stato che reprimeva ogni sussulto operaio e popolare. Perciò il PSUC clandestino faceva rischiare torture ed anni di carcere ai propri militanti, in gran parte immigrati che non parlavano catalano, per riempire di bandiere catalane città e paesi l’11 settembre e di bandiere rosse il 1° maggio. Perciò sempre il PSUC, appena caduto il franchismo, costruì nei quartieri e nei paesi a forte immigrazione un potente movimento che rivendicava scuole pubbliche nelle quali si riprendesse l’insegnamento del catalano.
Questa concezione del popolo e della nazione, inclusiva, laica, e plurale dal punto di vista linguistico e culturale, è quella prevalente tutt’ora.
Al contrario il nazionalismo spagnolo, che oggi al massimo tollera l’esistenza di una peculiarità catalana come parte dell’identità spagnola, è escludente e considera il nazionalismo catalano come una minaccia per i cittadini spagnoli immigrati in Catalogna e per la Spagna tutta.
La cartina di tornasole, come spesso accade per molte cose, per verificare differenze fra nazionalismo catalano e spagnolo sono gli immigrati extracomunitari. Tutti i partiti catalani, destra compresa, sono antirazzisti, sono contrari ai CIE, sono contrari alla cittadinanza stabilita per sangue, mentre i partiti spagnolisti (PP e Ciutadans) usano stereotipi xenofobi e propongono un’idea di cittadinanza fondata sul sangue e discriminatoria verso gli immigrati extracomunitari.
Una recente diatriba fra il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoi e il presidente catalano Artur Mas lo esemplifica benissimo:
Rajoi: non capisco come si possa voler separare la Catalogna dalla Spagna con tutto il sangue spagnolo che scorre nelle vene dei catalani e tutto il sangue catalano che scorre nelle vene degli spagnoli!
Mas: noi non capiamo queste cose di sangue. Per noi sono catalani tutti quelli che vivono e lavorano in Catalogna!
Insomma, come si vede anche da una descrizione sommaria come questa e al contrario di quanto dice o lascia intendere la stampa italiana, l’indipendentismo e il nazionalismo catalano non hanno nulla a che vedere con altri movimenti separatisti e xenofobi in Italia e in Europa.
Il secondo fattore è politico.
All’inizio degli anni 2000 l’indipendentismo catalano era minoritario. Il primo governo di sinistra (PSC, ICV-EUiA, ERC) della Catalogna redasse nel parlamento catalano insieme a CiU un nuovo statuto d’autonomia. Con molti più poteri per la regione, anche se non tanti come per uno stato federato. Il Psoe e Zapatero, che avevano una maggioranza parlamentare sufficiente per farlo, si impegnarono solennemente a ratificarlo senza modificarlo. Ma lo statuto fu modificato in senso peggiorativo quando fu esaminato dal parlamento spagnolo. Il che portò ERC a votare contro. Il governo catalano convocò in seguito un referendum confermativo. Al referendum la partecipazione fu di circa il 50 % e votò favorevolmente il 74 %. Lo statuto entrò in vigore nel 2006. Ma nel 2010, su ricorso del PP la Corte Costituzionale (sostanzialmente nominata da PP e Psoe) dichiarò incostituzionali gran parte degli articoli dello statuto, ne rimaneggiò altri e in sostanza cancellò tutti gli avanzamenti che avevano resistito alle già gravi amputazioni subite dallo statuto quando fu ratificato dal parlamento spagnolo 5 anni prima.
Sei anni dopo il primo vero tentativo di inquadrare il rapporto della Catalogna con lo stato spagnolo in modo non umiliante e dopo un referendum votato dal popolo si tornò al punto di partenza.
Un’enorme manifestazione di popolo con più di un milione di partecipanti alla quale aderirono tutti i partiti catalani (tranne ovviamente il PP e Ciutadans) si riversò nelle strade di Barcellona per protesta. Lo slogan che convocò la manifestazione era: Siamo una nazione. Decidiamo noi!

È questa, senza dubbio, la ragione politica della “deriva” indipendentista che si afferma fra le forze politiche e soprattutto a livello popolare.
Nelle elezioni catalane del 2010, dopo due legislature di governo delle sinistre, PSC e ERC crollano. Delle tre forze di governo resiste, con un lieve calo, solo la lista ICV-EUiA. CiU torna al governo con l’appoggio esterno del PP. Oltre alle ragioni più sopra esposte cominciano a mordere gli effetti della crisi e a farne le spese sono soprattutto i socialisti, responsabili delle politiche neoliberiste del governo Zapatero. Come si vedrà ancor meglio nelle elezioni politiche generali del 2011 quando il Psoe passerà dal 44 al 28 % dei voti.
Dopo la manifestazione del “Som una naciò. Nosaltres decidim.” due entità civiche (Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural, completamente autonome dai partiti, dirigono un enorme movimento popolare capillare e capace di produrre manifestazioni nel giorno dell’11 settembre di ogni anno(la festa nazionale catalana ricorda la caduta di Barcellona in mano alle truppe borboniche avvenuta nel 1714 dopo una lunghissima resistenza) senza eguali per partecipazione ed organizzazione. Su impulso della ANC e di Omnium si forma la AMI (Associazione dei Municipi per la Indipendenza) che conta oggi 765 municipi su un totale di 948.
La forza del movimento popolare indipendentista, al quale partecipano convintamente anche le sinistre radicali favorevoli al diritto all’autodeterminazione, travolge e supera i partiti. Nel corso della legislatura eletta nel 2010 il Presidente Mas tenta nuovamente un approccio negoziale con il governo spagnolo, il cui tema principale è un patto fiscale (sul modello di quello vigente per il Paese Basco). La risposta è negativa su tutta la linea. Il negoziato non comincia nemmeno. A questo punto viene sciolto il Parlamento catalano e sono convocate nuove elezioni con l’esplicito obiettivo di ottenere un mandato popolare per convocare un referendum sull’autodeterminazione. Le elezioni effettivamente premiano con una schiacciante maggioranza le forze favorevoli al referendum. Nel Parlamento catalano si approvano norme che permettono sostanzialmente la celebrazione di un referendum consultivo, non decisionale, atteso che un referendum decisionale dovrebbe ottenere l’autorizzazione del governo centrale. E il referendum consultivo viene convocato per il 9 novembre del 2014. L’oggetto della consultazione, dopo lunghissime trattative, viene concordato da CiU, ERC, CUP e ICV-EUiA ed è costituito da due domande collegate fra loro: Vuole che la Catalogna sia uno Stato? In caso affermativo, vuole che sia uno Stato indipendente?
Il governo centrale dichiara che la consultazione sarà proibita in quanto anticostituzionale. Il Parlamento catalano formula una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo affinché autorizzi la consultazione. Las Cortes bocciano la richiesta con il voto di PP, Psoe, UDC, Union del Pueblo Navarro, Foro Asturias. A votare a favore sono tutti i partiti nazionalisti di Catalogna, Galizia, Paese Basco, Paese Valenciano e, unica forza spagnola, Izquierda Unida.
Nel settembre la consultazione non vincolante viene “sospesa” dalla Corte Costituzionale sine die e il governo catalano, con l’appoggio della maggioranza del parlamento dichiara che non potendo celebrare una consultazione ufficiale, ancorché non vincolante, ne promuoverà una “informale”, con la partecipazione di volontari non retribuiti e mettendo a disposizione solo i locali scolastici.
La consultazione si svolge il 9 novembre e partecipano 2 milioni e 300 mila persone. Votano si e si l’81%, si e no il 10%, no e no il 5%, e il restante 4% fra bianche e nulle.
A questo punto si apre una lunga discussione, che riportare qui sarebbe troppo lungo, fra le forze indipendentiste nel corso della quale si consumano scissioni sia nel campo indipendentista (Unio Democratica de Catalunya) sia in quello avverso (PSC), e alla fine viene deciso che si convocheranno elezioni anticipate per trasformare le elezioni nel referendum che non si è potuto celebrare con l’obiettivo esplicito di far ottenere alle liste indipendentiste la maggioranza sufficiente ad istruire e compiere atti unilaterali verso l’indipendenza.
Nel frattempo la tornata delle elezioni municipali della primavera 2015 vede crescere fortemente il campo dei partiti indipendentisti (al cui interno crescono ERC e CUP e scende CiU) e delle forze favorevoli all’autodeterminazione (come la lista unitaria di sinistra Barcelona en Comù composta sia da indipendentisti sia da federalisti).
La campagna elettorale si preannuncia fortemente segnata dal carattere “plebiscitario” relativo all’indipendenza. Per questo si forma la lista unitaria indipendentista Junts per el SI (insieme per il si) alla quale non aderisce la CUP che pur garantendo la massima disponibilità e volontà politica circa gli atti unilaterali preferisce evidenziare anche il carattere di rottura programmatica sulle questioni sociali. A sinistra si forma la lista unitaria Catalunya si que es pot esplicitamente contraria a promuovere atti unilaterali.
I mesi che precedono il voto, e soprattutto gli ultimi 15 giorni (che costituiscono in Spagna la campagna elettorale ufficiale) sono densi di manovre e polemiche. Mentre da Madrid ovviamente si nega il carattere “plebiscitario” delle elezioni catalane il governo centrale mobilita la propria diplomazia per ottenere dichiarazioni di altri governi europei e USA, e della stessa Commissione Europea, che contrastino l’indipendenza. Le più importanti banche e alcune imprese multinazionali dichiarano che se ne andrebbero dalla Catalogna in caso di indipendenza. Il Governatore della Banca centrale spagnola dichiara che nel caso di indipendenza si produrrebbe un “corralito” e che i cittadini non potrebbero più disporre dei propri risparmi. Si discute dell’eventualità che nessuno più paghi le pensioni. E così via.
Perfino i segretari spagnoli di Comisiones Obreras e di UGT rilasciano dichiarazioni contro l’indipendenza, ma vengono immediatamente smentiti dai segretari catalani delle rispettive organizzazioni che ricordano di essere a favore dell’autodeterminazione e di annoverare fra i propri iscritti tutte le tendenze, comprese quelle indipendentiste.
Il dibattito si radicalizza più per la volontà degli anti indipendentisti che per quella degli indipendentisti. I partiti nazionalisti spagnoli, e soprattutto Ciutadans impostano tutta la campagna sul tema dell’indipendenza in modo veemente e radicale. Perfino l’ex primo ministro socialista Gonzales paragona gli indipendentisti a un movimento totalitario di stampo nazista, suscitando una imbarazzata reazione critica da parte del PSC.
La lista unitaria di sinistra Catalunya si que es pot, per quanto insista su temi sociali e di lotta sul tema centrale della campagna elettorale ha una proposta debolissima ed imbarazzata, giacché al suo interno e all’interno di ognuna delle forze che la compongono ci sono sia posizioni indipendentiste sia posizioni federaliste.
In sostanza proporre l’autodeterminazione attraverso un referendum concordato con un possibile futuro governo spagnolo disponibile a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano equivale a zero dal punto di vista politico. Criticare Junts per el si per la presenza della destra catalana liberista e tentare di ridurre tutta la vicenda alla manovra di Convergencia Democratica e di Artur Mas di non presentarsi con i propri simboli per evitare il giudizio degli elettori ed attaccare la CUP dicendo che votarla equivale a votare per la destra catalana ha finito per provocare un’esodo dei voti di ICV-EUiA proprio verso la CUP (più di 80mila secondo i primi studi sui flussi) e verso Junts per el SI per recuperarne pochi dai socialisti e, questo si, molti dall’astensionismo e da diverse provenienze motivati dalla presenza di Podemos nella lista.
Per la lista Catalunya si que es pot non si può parlare che di una sconfitta, perché sebbene abbia preso gli stessi voti della lista ICV-EUiA del 2012 e perso solo due seggi su 13 che ne aveva, la presenza di Podemos nella lista e il successo di Barcelona en Comù lasciavano sperare (e così dicevano molti sondaggi) un risultato ben più lusinghiero. Del resto non si può tacere sul fatto che la reiterata presenza dell’istrionico (per usare un eufemismo) Pablo Iglesias in campagna elettorale ha fortemente nuociuto alla lista. Sia per l’arroganza e il settarismo (non ha accettato di fare iniziative unitarie nelle quali comparisse il leader di Izquierda Unida spagnola) sia per l’uso di argomenti tipici del nazionalismo della destra estrema spagnola (salvo poi chiedere scusa) per richiamare il voto dei figli e dei nipoti degli immigrati dell’Andalucia e della Extremadura contro i catalani.
Sui risultati ora in Spagna c’è una discussione prevedibile. I partiti nazionalisti spagnoli, dopo aver sostenuto che si trattava di ordinarie elezioni ammnistrative, ora dicono che l’indipendentismo ha perso perché ha ottenuto il 48 % dei voti e arruolano nel fronte contrario anche Catalunya si que e spot e Uniò Democratica de Catalunya che però sono forze favorevoli all’autodeterminazione. Gli indipendentisti, più correttamente, parlano di vittoria chiara giacchè il fronte del no di PSC, PP e Ciutadans ha ottenuto il 39% contro il loro 48%. La forza più seria, sebbene descritta da più parti come estremista, antisistema ecc, è la CUP che ha parlato di una vittoria netta sul no, ma ha precisato che il 48 % dei voti non autorizza una immediata dichiarazione unilaterale di indipendenza e propone un processo costituente e una progressiva legislazione del parlamento che costruisca gli strumenti della sovranità catalana, e la immediata disobbedienza delle leggi spagnole che probiscono l’applicazione di quelle catalane. Come per esempio quella sulla “povertà energetica” che prevedeva di proibire il taglio di luce, gas e acqua alle famiglie senza reddito.
Mentre scrivo inizia la lunga trattativa per la formazione del governo e soprattutto per la scelta del Presidente. Junts per el si propone Artur Mas e la CUP propone una figura di consenso non segnata dal passato liberista. Difficile dire come andrà a finire.
Ma è certo che nulla è come prima in Catalunya. E che queste elezioni catalane segneranno fortissimamente le prossime elezioni generali spagnole di dicembre.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 1° ottobre 2015