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Chi ha veramente tradito il referendum sull’acqua?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile, 2016 by ramon mantovani

La Camera dei Deputati ha di nuovo tradito il referendum sull’acqua.

Sono seguite roboanti dichiarazioni di protesta di esponenti di Sinistra Italiana e del Movimento 5 Stelle. Numerosi articoli critici con la decisione del PD, del Governo, e della maggioranza della Camera. Tra i quali uno ottimo di Marco Bersani, esponente del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, nel quale si preannunciano mobilitazioni.

In questa sede è del tutto superfluo insistere sul fatto in sé.

È evidente che si tratta di un evento di inaudita gravità. Sia sul piano democratico sia su quello dei contenuti.

Tuttavia c’è qualcosa che non va nelle proteste ed anche nelle descrizioni del “misfatto”.

O meglio, c’è qualcosa che manca.

E senza questo “qualcosa”, come vedremo, la contestazione della privatizzazione dell’acqua, e le conseguenti mobilitazioni, rischiano di essere inefficaci.

Da anni, per non dire ormai da decenni, in tutto il mondo, e in particolare nei paesi dove la gestione del bene comune acqua era o è integralmente pubblica, è in corso il tentativo, già riuscito in molti casi, di affidare la gestione dei sistemi di distribuzione e manutenzione dell’acqua a società private, riconoscendo loro il diritto di estrarre dall’attività un profitto.

Per quanto possa apparire “irrazionale” che un bene indispensabile alla vita stessa possa divenire fonte di guadagno per società private, in realtà non lo è.

È certamente irrazionale dal punto di vista dell’umanità, delle specie viventi e dello stesso nostro pianeta. Ma non lo è per il mercato, per il sistema finanziario e in definitiva per il capitalismo.

La ricerca del massimo profitto non conosce limiti. Né ambientali, né sociali, né politici e né democratici.

I limiti imposti al capitale nello scorso secolo, sia dalle lotte del movimento operaio sia dagli stati nazionali (che hanno applicato le teorie keinesiane in risposta alla crisi del 29), sono risultati incompatibili con lo sviluppo capitalistico, e soprattutto con la finanziarizzazione che ne contraddistingue l’attuale fase.

Non si tratta soprattutto di “cattiveria”, di “cinismo”, di “egoismo” o di “avidità”. Tutte cose rintracciabili in quell’uno per cento dell’umanità che possiede più della metà della ricchezza mondiale. Si tratta invece di una necessità esiziale affinché il sistema capitalistico possa continuare ad esistere. Esso per continuare ad esistere ha bisogno di espandersi e mercificare tendenzialmente tutto. In altre parole si tratta di un meccanismo intrinseco alla natura stessa del sistema capitalistico, e non di un incidente o di un’escrescenza estemporanea propiziata magari da governi corrotti o semplicemente irresponsabili.

Non pretendo certo, in queste brevi note, di dimostrare l’assunto più sopra esposto. Eppure la semplice osservazione dei fatti dovrebbe almeno far riflettere tutti coloro che si sono mobilitati e si mobilitano in difesa dell’acqua bene comune.

È secondo me evidente che coltivare l’illusione di poter difendere i beni comuni individuando come nemico il governo di turno, senza la sufficiente consapevolezza delle reali origini del problema, può portare a gravi ed irrimediabili disillusioni.

Questa considerazione non incide minimamente sugli obiettivi della lotta in difesa dei beni comuni.

Lottare affinché la gestione dell’acqua sia integralmente pubblica, ed ispirata dagli interessi e dalle necessità della popolazione è un obiettivo sacrosanto, giusto, comprensibile ed anche realizzabile.

Ma bisogna, per non vedere rifluire la lotta alla prima battaglia, sapere che si tratta di una guerra mondiale e non di una scaramuccia con un Renzi di turno. Bisogna avere coscienza di quali interessi concreti si combattono. Bisogna, accanto alla lotta per gli obiettivi immediati, costruire un progetto alternativo al sistema che ha bisogno, per riprodursi, della privatizzazione e della mercificazione di ogni cosa. Bisogna condurre una battaglia culturale e ideologica contro l’egemonia del pensiero dominante che fa apparire “naturale” e perciò privo di alternative lo stato di cose esistente.

È fin troppo evidente, da questo punto di vista, l’inadeguatezza e la contradditorietà del Movimento 5 Stelle, che è incapace di capire la vera natura del problema e si limita a denunciarne, anche efficacemente, gli effetti superficiali e le responsabilità secondarie.

Per non essere frainteso concludo questa prima serie di considerazioni chiarendo che il movimento e la mobilitazione in difesa dei beni comuni in nessun caso devono, secondo me, dividersi fra chi possiede, o ritiene di possedere, la coscienza della portata del problema e chi no. O, peggio ancora, tra distinzioni prive di senso, come quella fra anticapitalisti e antiliberisti. Senza per questo evitare, eludere o sottovalutare la necessità di discutere approfonditamente e seriamente in sede di analisi due cose: l’origine dei problemi che si affrontano con la lotta e la fattibilità e realizzabilità degli obiettivi della lotta.

Detto questo, che vale soprattutto per le sorti del movimento per l’acqua bene comune, passiamo ad analizzare un secondo problema, che per quanto intrecciato con il precedente, ha una sua notevole importanza.

Nel 2011 il referendum è stato vinto.

È giusto e necessario rivendicare la portata e la pregnanza di quella vittoria, e conseguentemente denunciare i vari tentativi, fino al più recente, di vanificare il contenuto preciso ed inequivocabile del referendum.

Il popolo italiano ha deciso di abrogare la possibilità di affidare a privati la gestione di servizi pubblici e specificamente per l’acqua, la norma che prevedeva la “remunerazione del capitale investito”. Ogni tentativo di far rientrare dalla porta o dalla finestra ciò che per decisione popolare è stato cancellato è una violazione gravissima della democrazia. Un vero e proprio tradimento della volontà popolare. Punto.

Ma come è possibile che una simile cosa possa accadere? Come siamo arrivati fino a questo punto?

Come mai non c’è una vera e propria sollevazione popolare in risposta ad un simile tradimento? E soprattutto: come è possibile che gran parte di coloro che fecero la campagna referendaria per il Si oggi ne disconoscano gli effetti?

 

In altri paesi europei una simile cosa è impensabile. Le privatizzazioni dei servizi e della gestione dell’acqua sono state decise e promosse indifferentemente da governi di destra e da governi socialisti e socialdemocratici. Non sono mai divenute oggetto di contrasto fra i due schieramenti politici ed elettorali principali.

In Italia, invece, il referendum promosso sui contenuti del movimento contro le privatizzazioni fu usato strumentalmente dal PD per infliggere un duro colpo politico al governo Berlusconi. Accusato, giustamente, di voler rendere obbligatorie le privatizzazioni per gli enti locali.

Chiunque all’epoca abbia assistito ad un dibattito televisivo, sapendo distinguere fra fumo e arrosto, dovrebbe sapere fin da allora che il PD di Bersani fece la campagna esattamente sulla obbligatorietà o meno delle privatizzazioni e non sulle privatizzazioni in sé. Le forze della sinistra alternativa, tutte, e le associazioni interne ai movimenti di lotta, invece centrarono la battaglia coerentemente con il contenuto dei quesiti.

Non ci fu, che io ricordi, un solo talk show e/o un solo giornalista che abbia chiesto a Bersani conto della contraddizione nella quale stava più che comodamente. Contraddizione più che evidente anche perché la norma che introdusse la possibilità di privatizzare la gestione delle acque e il profitto riconosciuto alle società private fu introdotta nel 1993 con il voto favorevole del PDS (e dell’allora deputato Stefano Rodotà). Ed anche dei Verdi.

A votare contro, e non lo dico per apporre una medaglietta al bavero della mia giacca perché votare contro la privatizzazione dell’acqua dovrebbe essere un dovere elementare di qualsiasi forza che si consideri minimamente di sinistra, fummo soltanto noi di Rifondazione Comunista.

Ma c’è di più. Purtroppo.

Nel 2013 ci furono le elezioni politiche, alle quali si presentò una coalizione di centrosinistra composta da PD, SEL e PSI. Il nome della coalizione era “Italia bene comune”.

Nel nome stesso della coalizione è evidente il tentativo di ricollegarsi all’allora recente vittoria referendaria.

E certamente Bersani e Vendola usarono a piene mani in campagna elettorale l’evocazione della vittoria nel referendum.

Ma cosa diceva il programma della coalizione ITALIA BENE COMUNE sul punto che ci interessa?

Riporto qui uno stralcio di un mio articolo dell’epoca.

 

“Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.”

 

Naturalmente in quella campagna elettorale non ci fu un solo giornalista televisivo o della carta stampata che mise in evidenza l’imbroglio (perché di vergognoso imbroglio si tratta!) teso contemporaneamente a rivendicare la vittoria referendaria e a tradire, al tempo stesso, il referendum. Nessuno chiese a Vendola come potesse parlare contro la privatizzazione dell’acqua avendo contribuito a redigere e avendo firmato solennemente, con grande clamore di stampa, il programma di governo. Nessuno che mise in evidenza la differenza sostanziale fra il programma del centrosinistra e quello della coalizione Rivoluzione Civile, che sul punto in questione era inequivocabile.

Se scrivo queste cose non è per riaccendere inutili polemiche, e nemmeno per mettere in dubbio la buonafede dei deputati eletti nelle liste di SEL e del PD con il programma del centrosinistra guidato da Bersani, che oggi gridano scandalizzati al repentino ed improvviso tradimento del referendum da parte del PD di Renzi. Se hanno cambiato opinione dovrebbero dirlo esplicitamente. Se si sono fatti eleggere in buona fede su un preciso programma credendo che fosse contro le privatizzazioni mentre non lo era dovrebbero interrogarsi sulle loro capacità e serietà e rendere pubbliche le risposte. Se invece pensano che la “politica” sia esattamente far finta di essere, apparire, imbrogliare, dire cose ambigue che nascondono le vere intenzioni, allora la malafede è conclamata.

Se ho scritto queste cose è per cercare di far chiarezza.

Il PD di Renzi, sulle privatizzazioni (acqua compresa), è coerente e in linea con il PDS, con i DS, e con il PD e il centrosinistra di Bersani.

Gli imbrogli che si sono consumati intorno al referendum sull’acqua bene comune e col suo tradimento dovrebbero insegnare a tutte le persone di sinistra, ambientaliste, progressiste, o anche semplicemente interessate ad una gestione pubblica dei beni comuni, che il nemico è molto potente e che è necessario unirsi, lottare essendo consapevoli delle difficoltà della lotta.

L’unità di tutti/e coloro che sono contro le privatizzazioni e contro gli effetti delle politiche neoliberiste, per essere efficace necessita di chiarezza. Non può essere rappresentata nelle istituzioni da leader o partiti o coalizioni che alla prova dei fatti dimostrano di considerare i contenuti come variabili dipendenti da formule come il centrosinistra (come dimostra inequivocabilmente il programma del centrosinistra di Bersani e Vendola).

La vicenda dell’acqua dimostra che in Italia è possibile vincere battaglie ed essere maggioranza, a patto che si costruisca l’unità dal basso, sui contenuti antiliberisti e senza discriminazione alcuna.

È possibile a patto che il fronte antiliberista non venga diviso da preclusioni ingiustificate.

Attualmente esistono due proposte per unire la sinistra antiliberista.

Da una parte c’è Sinistra Italiana che chiede a tutti/e di abbandonare e sciogliere le proprie organizzazioni per far parte di un nuovo partito già pensato e predisposto dai parlamentari che si sono costituiti in gruppo. Dirigenti e parlamentari che però sono stati eletti su un programma incoerente con i contenuti proclamati, e che mantengono una pericolosissima ambiguità sul giudizio della natura del PD e conseguentemente del centrosinistra.

Dall’altra c’è la proposta, sostenuta da Rifondazione Comunista ed altri, che chiede di formare una forza politica unitaria alla quale tutti e tutte possano aderire senza per questo rinunciare alla propria ideologia e appartenenza, che venga costruita dal basso e funzioni democraticamente con il principio di una testa un voto, e che si dichiari inequivocabilmente indisponibile per accordi di governo e/o elettorali con il PD.

 

Non si tratta di una querelle fra gruppi dirigenti. Non si tratta di formule organizzative astratte o di scelta di leader.

 

O l’unità sarà dal basso, senza discriminazioni e con coerenza programmatica o avremo di nuovo divisioni inutili e perniciose.

 

Perché continuerà sempre ad esserci qualcuno che non imbroglia, che non fa finta di essere coerente mentre non lo è per nulla, che non è disponibile a tradire i contenuti delle lotte per miseri calcoli elettoralistici.

 

ramon mantovani

Siamo sotto dittatura. Festeggiamo?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre, 2011 by ramon mantovani

Le immagini della folla vociante che festeggiava la caduta del governo Berlusconi, cantando inni religiosi e perfino Bella Ciao, stridono drammaticamente con la realtà del paese e del momento.

Non ce l’ho con le persone che hanno festeggiato come i tifosi di una squadra per la sconfitta dell’odiato avversario. Constato, con pena, che molti e molte, che pure magari si considerano progressisti o addirittura di sinistra, sono ridotti appunto ad essere passivi tifosi, più contro Berlusconi che a favore di qualsiasi cosa.

Il lavoro è svalorizzato e deprivato della sue funzioni sociali e morali, ridotto a pura merce fra le altre, e conseguentemente lavoratrici e lavoratori sono in balia di un mercato che li tratta come cose e che non tollera la loro umanità e tanto meno la stessa possibilità che i loro interessi comuni possano pesare nella società, nei confronti delle loro controparti, nelle istituzioni dove si prendono le decisioni, nel sistema dell’informazione, nel mondo della cultura.

Di converso esiste una casta, questa si davvero una casta, di capitalisti, di banchieri, di finanzieri, di “manager”, di tecnocrati e di burocrati che decidono per tutta l’umanità, i cui interessi, perfino immediati, sono assolutizzati e santificati come gli “unici possibili”, come oggettivi, come indiscutibili.

Ci voleva una crisi terrificante del sistema finanziario e capitalistico per mettere a nudo questa inconfutabile verità?!

Una verità che, anche quando non è negata, viene presentata come una dura realtà da accettare, da digerire e da descrivere “realisticamente” come immodificabile.

La situazione attuale non è figlia di nessuno, non è il risultato del semplice e automatico “sviluppo” del sistema capitalistico o dell’abilità della casta, quella vera, di impossessarsi del potere incontrollato che le permette di “dettare” agende e provvedimenti ai governi e ai parlamenti, più o meno democraticamente eletti, nei suoi esclusivi interessi.

Dopo la crisi del 29 e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sia per la paura che incuteva alle borghesie di tutti i paesi l’Unione Sovietica, sia per la forza che il movimento operaio aveva conquistato con durissime lotte e avendo il potere reale di agire in quello che era il cuore del sistema, la produzione industriale, al sistema vennero messe briglie, regole, esattamente al fine di impedire che i suoi “istinti” intrinseci conducessero a ripetute crisi e alla creazione di problemi irrisolvibili per l’intera umanità.

A questo fine, e per effetto di ricercati compromessi, non sempre avanzati anche se comunque influenzati dagli interessi del movimento operaio, vennero adottati precisi provvedimenti. Fra i tanti vale la pena di ricordare i seguenti:

L’adozione di un sistema di cambi fra le valute con precisi e ristrettissimi vincoli alle possibili oscillazioni di mercato fra le stesse. La fissazione della convertibilità in oro della moneta di scambio nelle transazioni commerciali e finanziarie. La proibizione alla commistione di qualsiasi tipo fra banche creditizie e banche di investimenti. La regolazione del commercio internazionale sulla base di un almeno parziale riconoscimento delle diseguaglianze fra paesi ricchi e poveri. Il controllo politico delle banche centrali e delle politiche monetarie. La nazionalizzazione, in moltissimi paesi, dei settori fondamentali e strategici nel governo dell’economia a cominciare dalle banche, energia e comunicazioni. La programmazione economica statale di medio e lungo periodo come vincolo per le attività imprenditoriali private.

Tutto questo fu sostanzialmente imposto al sistema capitalistico, e produsse una centralità del mercato interno ad ogni paese e della produzione industriale. Centralità che permise alla classe operaia di contare e di trattare da una posizione di relativa forza. Solo così poté avvenire in Italia il “miracolo” della fuoriuscita dalla povertà di milioni di famiglie e la conquista di diritti sociali mai conosciuti prima.

Ma le regole e le briglie al sistema capitalistico non produssero l’armonia e le basi di una convivenza infinita fra interessi contrapposti e configgenti, come prevedavano le parti pure più avanzate dei partiti cattolici e cristiani. E nemmeno il graduale ed indolore superamento del sistema capitalistico in favore di un socialismo democratico e moderato, come prevedevano sostanzialmente i partiti del campo socialdemocratico.

Quelle regole e quelle briglie produssero profitti sempre decrescenti per i capitalisti. Essi non potevano più accettare nessun compromesso per il semplice motivo che alla lunga sarebbe venuta sostanzialmente meno la stessa ragione della loro esistenza: la ricerca del massimo profitto. Mai avrebbero accettato di sparire sottomettendosi alla volontà democratica. E fu questa la molla che li portò a chiedere ed ottenere, e a promuovere in proprio, una vera e propria controrivoluzione. Alla fine della fase Keynesiana poteva esserci solo la rivoluzione o la controrivoluzione. Ogni gradualismo ed illusione armonica coltivata dai socialdemocratici venne travolta. E i comunisti non seppero, anche perché ritennero di non potere, fare la rivoluzione. Non l’Unione Sovietica che pretendeva di competere con il capitalismo imitandone i paradigmi produttivistici e che aveva ormai passivizzato la società e santificato un potere in quasi nulla diverso da quello storico della borghesia. Non i comunisti in occidente troppo divisi ed impegnati a difendersi paese per paese dalla controffensiva capitalistica.

I socialisti e socialdemocratici, con isolatissime eccezioni, invece che prendere atto del fallimento del gradualismo rispetto all’obiettivo del superamento del capitalismo (ancora presente nei loro programmi fondamentali e perfino negli statuti dei loro partiti) lo capovolsero. Separarono i loro destini da quello degli operai e dei lavoratori, che da quel momento perderanno inesorabilmente sempre, e si candidarono a gestire la controffensiva capitalistica più gradualisticamente e moderatamente della destra. Questa è l’essenza della storia politica negli ultimi trenta anni in Europa. Ed infatti tutti i partiti affiliati al Partito Socialista Europeo sono stati protagonisti nello smantellare uno dopo l’altro tutti i vincoli, le regole e le briglie imposte al sistema capitalistico nella fase precedente ed elencate più sopra.

Da quel momento, in ogni paese e con qualsiasi sistema politico elettorale, sparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto molti socialdemocratici presentavano il gradualismo della sconfitta come una realistica ritirata momentanea e pragmatica) l’alternativa fra socialismo e capitalismo e comparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto erano ancora molto diverse le culture di provenienza e gli insediamenti elettorali) l’alternanza fra ceti politici diversi ma interni alla gestione degli interessi capitalistici.

Al contempo la cancellazione dei vincoli e delle regole imposti al sistema capitalistico dal dopoguerra in poi produsse un altro fenomeno ben osservabile per chiunque avesse occhi per vedere. La migrazione verso i mercati e gli organismi sovranazionali incontrollati da qualsiasi influenza politica democratica, di tutti i poteri politici statuali fondamentali in economia ed in qualche modo influenzabili dalla dialettica democratica comunque organizzata.

Col tempo l’alternanza nella gestione del sistema si impoverirà di poteri reali fino a divenire quasi mera esecuzione delle “decisioni” dei mercati e la “qualità” della politica reale più rilevante diventerà mano a mano quella dell’abilità nell’imporre lacrime e sangue alla popolazione presentando tutto come indispensabile sacrificio per non soccombere nella competizione internazionale. Naturalmente promettendo un secondo tempo, capace di reinstaurare un circuito virtuoso di redistribuzione della ricchezza e di diminuzione delle diseguaglianze, che non è mai venuto e che mai verrà per il semplice motivo che il primo ad ogni passo ne cancella qualsiasi possibile premessa.

Dalla capacità di progettare la società, lo sviluppo, la democrazia verso nuovi orizzonti e verso la eliminazione delle ingiustizie di ogni tipo, propria della politica delle sinistre con la prospettiva della alternativa, alla capacità di raccogliere consensi elettorali imbrogliando la propria base elettorale e sociale e legittimandosi presso i circoli e la casta dominante competendo con la destra nello spirito di servizio verso di essa, propria della ormai sedicente sinistra liberale nella prospettiva dell’alternanza.

In tutto questo i comunisti e comunque quella parte della sinistra rimasta cocciutamente anticapitalista, e per questo considerata vecchia e dogmatica dalla sinistra liberale, sono rimasti soli, isolati in Europa ed ognuno nel proprio paese, a difendere con le unghie e con i denti le conquiste dei decenni passati e con la prospettiva di dover resistere per un lungo periodo, prima di potersi proporre una svolta e un qualsiasi sbocco politico forte di rapporti di forza sociali favorevoli.

La durezza di questa crisi ha fatto venire in luce l’essenza antidemocratica del sistema dominante e svela ogni giorno di più l’inganno e la natura del “gradualismo” della “sinistra liberista”. È con questo ossimoro che bisognerebbe definirla scientificamente, senza però aprire infinite dispute nominalistiche che lasciano il tempo che trovano, visto che è difficile coniugare i termini “liberale” e “democratica” con l’accettazione della dittatura del mercato.

Tutto questo dovrebbe aver fatto piazza pulita dell’uso improprio del concetto di “alleanze” e di “governo” o “cultura di governo”.

Le alleanze si fanno per scopi precisi e definiti. E si fanno nella società fra gruppi sociali distinti ma convergenti nella difesa di obiettivi ed interessi. E solo su questa base si fanno anche fra forze politiche diverse. La funzione del governo è uno strumento, un mezzo, per la realizzazione degli obiettivi condivisi fra i contraenti l’alleanza.

Alla disgregazione sociale seguente la messa del mercato e della finanza al centro del sistema e del modello sociale, alla emarginazione della classe operaia (per due decenni il mantra è stato perfino che era sparita o in via di estinzione) e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, alla crescita dell’individualismo sfrenato, della guerra fra poveri, del razzismo e dell’egoismo localista, è cresciuta parimenti una concezione della politica totalmente separata dalla società (tranne che per le allusioni mistificatorie agli effettivi problemi sociali per scopi spudoratamente elettoralistici). Il bipolarismo, la governabilità, la velocità delle decisioni da prendere per inseguire quelle del marcato, il potere del governo rispetto al potere del parlamento, il parlamento dai confini bipolari e maggioritari rispetto al parlamento rappresentativo e proporzionale, i partiti a-classisti rispetto ai partiti interclassisti o di classe, i leader rispetto ai collettivi democratici e così via, non sono accidenti o prodotti del (mancato) intento di semplificazione della politica. Sono la riduzione della politica alla funzione di gestione dell’esistente, con la relativa espulsione di qualsiasi progetto o perfino minima rivendicazione che fuoriesca dai confini stabiliti dagli interessi del capitale e del mercato. Per conservare una almeno apparente dialettica democratica si finge, letteralmente si finge, che i due schieramenti o partiti concorrenti per la gestione dell’esistente, siano effettivamente alternativi. E maggiore è la loro similitudine sull’essenziale, e cioè sull’accettazione della dittatura del mercato, maggiormente si gridano insulti e ci si accapiglia nella dimensione della politica spettacolare. Maggiormente si tenta di vincere le elezioni cercando di deprimere l’elettorato altrui, alimentando la non partecipazione o il voto “antipolitico”, che non è altro che il prodotto più reazionario che conferma l’ineluttabilità della dittatura del mercato. Maggiormente si alimentano speranze e illusioni, con un uso spregiudicato delle allusioni e perfino delle descrizioni suggestive dei problemi sociali reali, salvo poi produrre disillusioni fornendo il fianco alla speculare operazione, condotta dalla opposizione, dello schieramento opposto.

Trovo per un verso ridicolo e per l’altro vomitevole che ci sia chi, a sinistra, parli di alleanze e di governo come se fossimo negli anni 50 o 60. Come se la società e la politica non fossero cambiate, e in peggio. Come se i partiti con cui allearsi fossero propositori di un gradualismo verso il superamento del capitalismo. Come se il governo da conquistare qui ed oggi avesse a disposizione i poteri effettivi per contraddire gli interessi del capitale. Come se la cultura di governo non fosse, come lo è stata per i comunisti all’opposizione per decenni, la capacità di proporre soluzioni e riforme per il paese bensì accettare per un presunto pragmatismo di confinare ogni proposta dentro le compatibilità imposte dalla dittatura del mercato. In uno scivolamento senza fine per cui dire no alla TAV e destinare le risorse per risanare il territorio invece che una proposta tipica di chi ha una seria cultura di governo diventa un estremismo non pragmatico. E gli esempi si possono fare a decine se non a centinaia.

La nostra storia è piena negli ultimi due decenni, in Italia come in altri paesi europei, di partiti o di scissioni che su queste basi hanno portato acqua al mulino del bipolarismo tagliando il ramo su cui erano seduti.

E trovo altrettanto illusorio e pericoloso pensare che le istanze di cambiamento, spesso e per questo ridotte a pura declamazione di slogan, possano crescere crogiolandosi nell’isolamento e nell’impotenza. In un circolo vizioso nel quale l’isolamento sarebbe la prova della genuinità delle proprie istanze di cambiamento e non un maledetto effetto della dittatura del mercato. Ed anche qui la nostra storia è piena di esempi di partitini e di scissioni che alle elezioni misurano, quasi sempre in competizione fra loro, il grado di radicalità parolaia di cui sono capaci.

Insisto nel dire che entrambe queste tendenze lavorano oggettivamente ad una divisione insanabile di qualsiasi forza di classe, proprio perché accettano come ineluttabile la semplificazione della politica separata del bipolarismo che non conosce e non ammette nessuna terza via fra la testimonianza ininfluente nelle decisioni reali o la subordinazione e l’integrazione nel sistema.

Tutto ciò si vede molto meglio proprio oggi.  

Se il bipolarismo contenesse o anche potesse contenere politiche e proposte alternative fra loro ciò si dovrebbe vedere meglio esattamente nel momento della crisi del sistema.

In altre parole se la dittatura del mercato pretende, con metodi sbrigativi e autoritari, perfino con metodi umilianti l’esiguo simulacro di democrazia che rimane, che i governi obbediscano alla casta e ai suoi interessi, si dovrebbero accentuare le differenze fra gli schieramenti. Si dovrebbe vedere la netta differenza fra chi propone di sottomettersi ai diktat sacrificando non solo gli interessi delle classi subalterne ma anche quelli del paese, e chi proprio per difendere gli interessi delle già massacrate classi subalterne propone o almeno tenta di non sottomettersi ai diktat dimostrando che questo è nell’interesse del paese. Si dovrebbe vedere la differenza fra la cultura di governo dell’esistente, e cioè la politica come tecnica di applicazione delle esigenze del mercato alla società, e la cultura di governo come primato della società e degli interessi collettivi su quelli del capitale e del mercato. Almeno nelle minime sfumature, se non in modo conclamato, queste differenze si dovrebbero vedere.

Invece si vede esattamente il contrario. Si vedono i cantori del bipolarismo proporre l’unipolarismo. A dimostrazione che i custodi del sistema per quanto normalmente in competizione fra loro sul posto di primo custode e bidello del sistema, se il sistema vacilla e trema a causa delle proprie stesse colpe, devono obbedire, tacere ed accettare che un membro della casta si assuma la fatica di comandarli per il tempo necessario.

Che il signor Monti appartenga alla casta, quella vera, è dimostrato dal fatto che appartiene non a una ma addirittura a due organizzazioni internazionali (non segrete ma assolutamente impenetrabili alla stampa e all’opinione pubblica) finanziate dalle multinazionali. Parlo della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg. Su entrambe queste organizzazioni c’è un’ampia letteratura che ne descrive l’importanza e l’attività. Nonché gli obiettivi che sono esplicitamente quelli di coordinare capitalisti, tecnocrati, manager e governanti amici, per imporre le politiche neoliberiste a tutto il mondo. Lo dimostra il fatto che è stato un tecnocrate della commissione europea nominato e confermato sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra. Lo dimostra il fatto, ma questa è solo una mia opinione, che nonostante il suo curriculum universitario e le sue pubblicazioni siano modeste o comunque analoghe a quelle di altre decine di professori, è considerato una personalità di primissimo piano. Senza chiamare in causa le sue presunte capacità scientifiche (come tutti i neoliberisti non ha mai previsto nessuna delle crisi ed al contrario ha sempre pronosticato meravigliose crescite e sviluppi mai avvenuti) è evidente che la sua “importanza” è esattamente quella di appartenere ai circoli che “contano” nel mondo della finanza e del sistema. È per questo che è quasi unanimemente considerato “credibile”.

Napolitano, ma purtroppo non c’è nulla che l’obblighi a farlo, dovrebbe spiegare quali sono gli “altissimi meriti nel campo scientifico e sociale” di Monti che avrebbero “illustrato la Patria” che l’hanno indotto a nominarlo all’improvviso senatore a vita.

Basta leggere la sua biografia, le sue cariche universitarie e l’elenco modestissimo delle sue pubblicazioni, per rendersi conto che ci sono decine di altri personaggi che meriterebbero la carica di senatore a vita al posto suo.

Ma oggi mentre tutti sanno la verità, e cioè che Monti è stato nominato senatore a vita e poi Presidente del Consiglio perché diretta emanazione e organicamente componente della casta dittatoriale, tutti si genuflettono riconoscendogli misteriosi grandi meriti, dichiarandogli stima più o meno sconfinata, compresi quelli che gli annunciano la propria opposizione (come Maroni della Lega).

Permettersi di dire che Monti è un uomo della casta dittatoriale che ha creato esattamente i problemi che sarebbe chiamato a risolvere e che non meriterebbe affatto di essere nominato senatore a vita è oggi più o meno come andare a San Giovanni Rotondo e cercare di convincere gli adoratori di Padre Pio che era ne più ne meno che un imbroglione come i santoni indiani che raggirano i turisti occidentali.

A proposito di Padre Pio e di chi ne riconosce i grandi meriti spirituali la cosa più curiosa che abbiamo dovuto vedere in questo frangente di questo povero paese è la posizione espressa dal signor Nichi Vendola.

Dopo aver proposto per mesi le elezioni anticipate ed ovviamente le miracolose primarie come unica via democratica capace di mobilitare e far partecipare i cittadini, oplà, con una piroetta improvvisa si appoggia l’idea di un governo tecnico. Contemporaneamente si critica la tecnocrazia, si dice che deve durare al massimo tre mesi, per fare cose di sinistra (patrimoniale, tassazione delle rendite e tagli netti alle spese militari) e di destra ed antidemocratiche (perché così le ha definite Vendola per moltissimi anni per iscritto su Liberazione e in diversi discorsi pubblici e parlamentari) come ripristinare la legge elettorale “mattarellum” per “salvare le coalizioni”. Si dice pure che se però Monti farà cose di destra morirà all’istante il nuovo ulivo, salvo aggiungere che “non credo che accadrà perché ho visto molta determinazione in Bersani”.

Chiunque può verificare leggendo la sua ultima intervista del 13 novembre all’Unità riprodotta sul suo blog, e quindi non sospetta di essere infedele o parziale.

Questo dire e non dire, anche usando parole suggestive. Questo imbrogliare le carte e navigare a vista sperando di poter recitare ancora la parte in commedia che tanto successo di pubblico e di critica ha riscosso. Questo fingere di non sapere. Questo fingere di non vedere. Questo mettere le mani avanti. Insomma queste furbizie buone per chi pensa che la politica sia esattamente l’arte di fare così, fanno veramente pena. Sono cosa da politicanti, non da persone serie.

Quando si sbaglia l’essenziale e si vende l’illusione che la storia si fa con le primarie, esaltando il bipolarismo e il leaderismo, e si promette l’impossibile il destino è quello di doversi arrampicare sugli specchi e di partecipare alla cronaca politica italiana (che è anche peggio della cronaca nera e rosa più sensazionalista e pettegola) invece che alla storia.

Naturalmente ci si può ravvedere, anche senza rinunciare alle proprie idee, senza dirlo ma almeno riconoscendo con comportamenti un minimo coerenti che certe illusioni erano, appunto illusioni. E sono d’accordo che questo venga chiesto con insistenza. Ma dubito possa avvenire.

Comunque in questo paese nel quale c’è chi festeggia per la caduta di Berlusconi senza aver capito che Monti gli taglierà le pensioni e i salari, gli cancellerà diritti, gli toglierà prestazioni sociali, gli confermerà e continuerà le “riforme” del governo Berlusconi che egli stesso ha pubblicamente molto apprezzato in tempi non sospetti (come la meravigliosa riforma Gelmini e i tagli alla scuola pubblica) c’è anche chi ha capito cosa succede e quindi non festeggia. E per questo dice la verità dei fatti e non racconta favole.

La crisi evidenzia come mai prima la natura di classe del sistema. Si vede chiaramente dai provvedimenti che la casta impone per riprodurre esattamente i meccanismi economici che hanno prodotto la crisi e dalla volontà di rimuovere i diritti e i poteri residui che le classi subalterne avevano conquistato in un passato ormai lontano. E chiarisce come mai prima che la democrazia politica in Europa è ormai un simulacro e una mistificazione. Si vede nei diktat della casta e del marcato e nella incompatibilità conclamata del referendum in Grecia e delle elezioni anticipate in Italia con i diktat stessi. Nei paesi sotto attacco speculativo la casta non può tollerare un qualsiasi pronunciamento popolare e nemmeno la dialettica mistificata dell’alternanza. Perché nonostante tutto anche gli schieramenti dell’alternanza quando si vota devono pur collegarsi in qualche modo alle esigenze della propria base elettorale. Ed ecco i governi guidati direttamente da membri della casta internazionale e appoggiati da centrodestra e centrosinistra in Grecia e Italia.

Questa è una realtà molto dura da ammettere. Ignorarla conduce solo a disastri e a ulteriori durissime sconfitte.

Ma non basta denunciarla. Come non basta dichiararglisi contro. Anche se queste due cose sono indispensabili e necessarie, non sono sufficienti.

Se non si sviluppa un movimento operaio e popolare, unificante tutti i settori che da più parti e su più temi si oppongono alle politiche neoliberiste tese a salvare il sistema facendo pagare il costo a tutta la società, e se i provvedimenti del governo Monti saranno vissuti come naturali e indiscutibili, per quanto dolorosi, dalla maggioranza della società, chi vi si oppone politicamente, e per giunta dal di fuori delle sedi decisionali, non ha nessuna speranza di poter controvertere, anche parzialmente, la situazione. Ed è quindi destinato a testimoniare una posizione che per quanto sia realistica e concreta, giacché nulla delle politiche neoliberista è oggettivo e indiscutibile, apparirà se va bene come una utopia, come qualcosa di giusto ma irrealizzabile. Con l’effetto di alimentare speranze ancor più infondate nel dopo Monti e di restringere ancora di più la differenza fra peggio e meno peggio. Dentro il massacro sociale anche il minimalismo di un qualsiasi meno peggio apparirà come l’unico orizzonte possibile e concreto, al momento delle elezioni.

Anche questa è una realtà difficile da ammettere. Come è sbagliato coltivare illusioni circa la possibilità di controvertere questa situazione con il nuovo centrosinistra dei miracoli alle elezioni, è altrettanto sbagliato illudersi che la testimonianza solitaria possa invertire la tendenza. Le prossime elezioni rimangono e sono ancor di più in questa situazione un terreno avverso e irto di problemi e contraddizioni, qualsiasi scelta si faccia.

Perciò è imperativo lavorare all’opposizione sociale e alla unità dei movimenti di lotta, senza perdere tempo a fare ipotesi e a dividersi inutilmente sulla scelta tattica da fare alle elezioni. E conducendo una battaglia squisitamente politica fra tutti gli uomini e tutte le donne che si riconoscono in qualsiasi modo nella sinistra antagonista sull’assunzione dei contenuti di lotta come bussola indiscutibile per l’azione politica ed anche per costruire unità politica. Ogni rovesciamento di questo paradigma, che adotti la bussola della scelte politico – elettorali di schieramento, unitarie o solitarie che siano, è destinato a indebolire le lotte e a provocare divisioni ancor più gravi.

Ciò è vero perché ancora troppe sono le variabili allo stato imprevedibili che possono intervenire prima delle prossime elezioni. Bisogna vedere quale sarà l’andamento della morsa speculativa, che non è affatto detto diminuisca per la caduta di Berlusconi nella misura prevista. Bisogna vedere se il governo Monti riuscirà nonostante tutto ad ottenere il totale consenso su ognuno dei provvedimenti e se non si produrranno crescenti instabilità politiche ed istituzionali. Bisogna vedere se ed eventualmente quale riforma della legge elettorale verrà fatta. Bisogna vedere cosa succederà nel sindacato. E così’ via.

Ma non sono solo le variabili sconosciute a suggerire di non adottare la bussola degli schieramenti elettorali come base per la linea politica. C’è soprattutto la consapevolezza che le elezioni sono comunque un terreno avverso e minato. E che comunque sono da affrontare con acume tattico. Trattarle come se fossero la cartina di tornasole della strategia è un errore madornale in generale. In questa situazione sarebbe un suicidio e perfino la negazione di tutta l’analisi fin qui compiuta.

Detto questo, anche per evitare i purtroppo soliti fraintendimenti e processi alle intenzioni, che sono comunque un inquinamento di ogni discussione e il prodotto delle semplificazioni della politica spettacolo, posso dire che sulle previsioni a spanne che oggi si possono fare è evidente che la proposta di un fronte democratico per battere le destre è da considerarsi totalmente superata. Io non ho mai temuto ne scartato in linea di principio l’eventualità di doversi presentare da soli alle elezioni, in questo caso auspicabilmente mantenendo in vita la federazione e possibilmente allargandola ulteriormente, giacché sarebbe semplicemente disastroso ed irrazionale che ci fossero più liste avverse al centrosinistra. Ed è possibile se non addirittura oggi probabile che così si debba fare dopo il governo Monti. Ma non con l’illusione che questa scelta elettorale sia il viatico della riscossa. Tanto meno che sia l’unica a identificare la strategia corretta. Non è lo stesso sapere che la scelta che si compie porta con se problemi e contraddizioni, pur essendo il male minore, o illudersi che risolva tutti i problemi. Non è lo stesso conoscere le insidie e i punti forti del bipolarismo e il grado di consenso che hanno nella popolazione e nelle stesse avanguardie di lotta, o pensare che non esistano o spariscano per effetto di una malintesa chiarezza che sarebbe prodotta dalla scelta elettorale.

Ma di tutto questo avremo modo di discutere nei prossimi mesi. Spero approfonditamente e seriamente.

Buona fortuna a tutte/i noi.

Ne abbiamo bisogno.

ramon mantovani

La sola sinistra unibile è quella che ha scelto di stare fuori dal “recinto”

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 22 ottobre, 2011 by ramon mantovani

Bisogna ringraziare Liberazione per il Forum del 9 ottobre con Greco, Landini, Bertinotti e Ferrero. E per aver ospitato il dibattito che ne è scaturito. C’è bisogno di discutere seriamente invece che di “mosse”, slogan e sondaggi. Io penso che la fase attuale si caratterizzi per due aspetti preminenti. Il primo è che c’è una dittatura del mercato e del capitale finanziario, che ha costruito un “recinto” nel campo della politica tale che chi vi si oppone è reso impotente, espulso dalle istituzioni od omologato nei fatti ogni volta che si misura con la funzione di governo. Bertinotti descrive bene il “recinto”. Ma questa situazione non è affatto il prodotto oggettivo della ristrutturazione capitalistica. È il prodotto, invece, di precise scelte politiche attuate da governi, spesso guidati da forze di “sinistra”. Oltre ad esistere due sinistre, una antagonista e un’altra interna al sistema (non una divisa dal “recinto”) esse si distinguono ideologicamente in modo inequivocabile. Una è anticapitalista e l’altra è neoliberista e perfino apologetica del capitalismo. Quest’ultima, qualsiasi siano stati i suoi trascorsi, socialdemocratici o comunisti, è stata protagonista insieme e spesso più della destra delle decisioni “deregolatrici” in favore del capitale finanziario, delle banche, dell’estrema liberalizzazione dei mercati delle merci, delle privatizzazioni, della guerra come funzione permanente di governo del mondo e di una costruzione europea fondata sulla primazia del mercato e del bilancio. Se la politica (ufficiale, istituzionale) negli stati nazionali è recintata dalle compatibilità del sistema è necessaria una potenza capace di rompere il recinto. Solo con l’autonomia culturale ed organizzativa dal sistema egemone è possibile qualificare e produrre una “rivolta” capace di rompere il “recinto”. E non esiste altra sinistra unibile che non sia quella che ha scelto soggettivamente di essere fuori dal recinto. Ma esso non è presidiato solo da contenuti economico-sociali di stampo neoliberistico. Lo è anche da contenuti politici ben precisi. Se il fine della politica recintata è la “governabilità” del sistema e la sua forma è il bipartitismo o il bipolarismo (fa lo stesso) non può esistere nessuna sinistra unibile che non si proponga altri fini e altre forme per la politica. Perché è la crisi della democrazia e della stessa politica ad essere il secondo aspetto preminente della fase. Il movimento degli “indignados” in Spagna grida “no nos representan!” ma, al tempo stesso, pretende una legge elettorale proporzionale pura e la costruzione di nuove forme di democrazia diretta dal basso. Ha capito una cosa che in Italia, anche nel movimento, è totalmente sottovalutata. Le istanze sociali, e le stesse “domande” dei movimenti (di cui ha parlato Burgio) poste alle forze politiche, e capaci di intervenire nelle contraddizioni interne alle stesse e fra queste e la loro base elettorale, per quanto blandite prima delle elezioni sono destinate ad essere misurate secondo le compatibilità del sistema, e quindi derubricate, nel momento della verità. Quello del governo. È questa realtà a generare, nei movimenti sociali e perfino nelle singole persone, una tremenda estraneità nei confronti della politica ufficiale. Estraneità che si traduce in rifiuto, astensionismo o anche nell’accettazione, più o meno consapevole, della logica secondo la quale si vota il meno peggio o addirittura il leader salvifico (Obama per esempio). Così i contenuti diventano variabili dipendenti dai giochi e dagli equilibri del palazzo bipolare, la “cultura di governo” si trasforma in moderazione e pragmatismo fine a se stessi e i contenuti, alla fine, vengono bollati come utopie e/o estremismi. Come se abolire la legge trenta o ritirare le truppe dall’Afghanistan, per fare solo due esempi, non fossero possibili atti di governo, bensì proposte provocatorie destinate a destabilizzare il governo in carica. È un circolo vizioso ben congegnato che bisogna rompere. La scelta tattica di non auto isolarsi accettando di ridurre i contenuti a mere petizioni di principio testimoniali, e di partecipare ad uno schieramento contro la destra, senza entrare nel governo, mi convince pienamente. In altre parole ritengo fondamentale giocare la partita su tutti i terreni possibili, adottando tutte le tattiche necessarie, senza paura di nulla, ma senza abbandonarsi a suggestioni e senza imboccare scorciatoie che portano in vicoli ciechi. Perciò considero la mitica “rivolta” e/o il big bang della sinistra di Bertinotti come pure e pericolose suggestioni. Perciò considero gravemente contraddittorio che Landini, mentre propone giustamente una dura battaglia sulla democrazia, dimentichi che è il bipolarismo ad espellere dalla politica istituzionale e dal governo gli interessi di classe dei lavoratori.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 21 ottobre 2011

L’ONU e le bombe

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo, 2011 by ramon mantovani

Mi riconosco completamente nelle posizioni espresse negli articoli di fondo e di commento pubblicati nelle ultime settimane su Liberazione circa la vicenda libica. Non ripeterò, quindi, i giudizi articolati sui diversi regimi investiti dalle rivolte popolari. Come non ribadirò il senso delle diverse motivazioni che militano contro l’intervento militare guerrafondaio in corso in Libia. Mi interessa, invece, mettere in evidenza un punto controverso (forse il più controverso) della questione pace-guerra oggi. Si tratta della presunta legittimazione che l’ONU avrebbe la facoltà di concedere ad intraprese militari del tutto assimilabili alla guerra, ancorché condotte con i moderni strumenti militari che permettono alle potenze occidentali di condurre la guerra dal cielo senza subire perdite, e trasformando una delle fazioni in lotta nelle proprie truppe di terra.

Non c’è telegiornale o talk show, non c’è pensoso commentatore ed “esperto di politica internazionale” o di “politica militare”, tranne qualche mosca bianca generalmente censurata, che non dica o scriva che le Nazioni Unite hanno autorizzato…, hanno legittimato…, hanno deciso…, e così via. Come qualcuno dovrebbe pur ricordare la guerra contro la Repubblica Federale Yugolslava del 99 non fu nemmeno discussa in sede di Consiglio di Sicurezza ONU e l’allora Segretario Generale lamentò di non essere nemmeno stato informato dell’inizio dei bombardamenti. Fu, invece, il G7 allargato alla Russia a decidere, pur essendo un puro incontro informale non retto da alcun trattato internazionale, la fine del conflitto. Come qualcuno dovrebbe ricordare sul precedente conflitto bosniaco l’ONU esercitò la propria funzione predisponendo una missione militare d’interposizione allo scopo di impedire la continuazione del conflitto armato. Peccato che non disponendo di propri strumenti militari, per altro previsti fin dal 1945 nell’articolo 43 dello Statuto ma mai organizzati a causa della guerra fredda, dovette ricorrere al buon cuore di paesi volontari ed organizzò una forza di circa 5000 unità invece delle 60.000 considerate necessarie. Così i baschi blu dell’ONU nulla poterono contro le diverse pulizie etniche fino all’intervento della NATO, che venne fatto esattamente dai paesi che si erano rifiutati di mettere a disposizione dell’ONU le truppe necessarie affinché la missione di interposizione avesse successo. Senza ricordare questi due precedenti è difficile capire cosa stia succedendo oggi in Libia, giacché si tratta di un caso analogo a quello della Repubblica Federale Yogoslava. Analogo perché si tratta di un paese membro dell’ONU, dilaniato da una guerra civile interna. E l’analogia finisce qui. Anche se distingue inequivocabilmente questa fattispecie di casi da quelli dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Lasciamo perdere i “motivi umanitari” ai quali credono solo gli ipocriti e cinici complici degli obiettivi neocoloniali conclamati delle potenze occidentali. Stiamo sul punto della funzione dell’ONU e sulla sua presunta facoltà di legittimare e autorizzare intraprese militari di parte.

Di fronte alle tragedie umanitarie prodotte da un conflitto armato che sia in grado di minacciare la pace a livello internazionale, senza entrare nello specifico della situazione libica, cosa dovrebbe fare l’ONU?

In più articoli dello Statuto si parla chiarissimo. Non ho qui lo spazio per citare lo Statuto (ne consiglio però una ri-lettura periodica come per la Costituzione Italiana). Ma non temo smentite se affermo che è improntato alla soluzione negoziale e diplomatica di ogni conflitto, all’idea di riduzione drastica degli apparati e delle spese militari ed alla ricerca di soluzioni collettive e concordate dei conflitti. Ovviamente lo Statuto prevede anche interventi militari, ma solo nel caso falliscano tutte le azioni non militari (previste negli articoli 40 e 41).

Chiunque può giudicare se l’ONU abbia o meno esperito tutti i tentativi che il suo statuto prevede per mettere fine ad un conflitto nle caso della Libia. Eppure ci sono state proposte per esercitare una funzione di mediazione, proposte per avviare un negoziato. Tutte volutamente ignorate sia dai ribelli anti-Gheddafi sia dalle potenze occidentali. E fin qui è normale e sembra la copia esatta della vicenda kosovara. Ma sono state ignorate anche dal Segretario Generale dell’ONU! Che però, per questo, è venuto meno ad un suo preciso compito statutario. A nulla vale dire che bombardare una parte in lotta in una guerra civile è una azione in difesa dei civili, come ha fatto Ban Ki-moon. È un grottesco aggiramento e svuotamento dello Statuto dell’ONU.

In altre parole la risoluzione del Consiglio di Sicurezza è illegittimo, ed anche ove la colpevole astensione di Cina e Russia, che solo ora sembrano accorgersi della vera natura guerrafondaia della risoluzione (sic), lo abbia reso apparentemente legittimo, è più che criticabile. E non giustifica in nessun  modo l’atteggiamento di chi, governo od opposizione che sia, vorrebbe venderlo come oro colato indiscutibile.

Ma c’è di più.

Anche questa vicenda dimostra che è assurdo, sempre che i principi e il diritto internazionale abbiano un valore, che dopo ventidue anni dalla fine della guerra fredda l’ONU non disponga di una propria forza militare permanente per esercitare la funzione di polizia internazionale, come previsto dall’articolo 43 del suo Statuto.

Rimanendo nel regime “transitorio” per cui il Consiglio di Sicurezza deve “autorizzare” missioni di paesi “volonterosi”, spiegato se non giustificato dall’equilibrio della guerra fredda, si codifica e cristallizza il monopolio occidentale (leggi soprattutto NATO) dell’uso della forza militare.

Mi si scuserà la sommarietà del paragone, ma è come dire che uno stato emana leggi ma non avendo una polizia ai propri ordini, deve affidarsi alle polizie private dei più potenti cittadini, per farle rispettare. Ci saranno leggi per cui si troverà la polizia ed altre che rimarranno inapplicate per mancanza della forza necessaria. Ed è esattamente ciò che succede nel mondo.

Tutti quelli che si dichiarano difensori dei diritti umani, preoccupati per le crisi umanitarie, desiderosi di promuovere la democrazia in ogni dove, e che fanno finta di non sapere queste cose o, peggio ancora, le ignorano, accettando l’idea che lo Statuto dell’ONU sia una variabile dipendente dagli interessi dei paesi più armati e più potenti non è solo ipocrita. È complice e servo della dittatura “occidentale” che trascina il mondo nella catastrofe e che uccide lentamente le Nazioni Unite riducendole sempre più a “notaio” delle proprie decisioni.

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 23 marzo 2011

Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (2)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 5 settembre, 2010 by ramon mantovani

Seconda fase parte prima.

La fase neoliberista del capitalismo è stata ed è un enorme processo di ristrutturazione economico-finanziario, una fortissima concentrazione e contemporaneamente un’esponenziale crescita di società multinazionali, una violenta distruzione delle regole e dei vincoli che erano stati imposti nella fase keinesiana, un durissimo attacco al movimento operaio e a qualsiasi SINISTRA reale.

Abbiamo già detto precedentemente come la fase keinesiana avesse minato, in tutto l’occidente, il motore dello sviluppo capitalistico. E avesse posto alcune delle condizioni fondamentali per rendere politica (e non solo teorica) la possibilità del superamento del capitalismo in occidente.

Già alla fine degli anni 60 tutto ciò è più che evidente.

La società è organizzata e funziona intorno alla produzione materiali di beni, merci e servizi. La finanza (che è consustanziale al capitalismo) serve agli investimenti del capitalismo principalmente dedito alla produzione di merci. Il mercato interno di ogni paese è il motore principale dello sviluppo, e con esso il prezzo del lavoro (salario e stipendi) sale per garantire la realizzazione del profitto attraverso la vendita delle merci. I paesi esportatori, essendo il commercio internazionale un sistema a somma zero (se c’è chi vende ci deve essere chi compra e le bilance commerciali alla fine devono pareggiarsi, pena una grave crisi di sovrapproduzione), devono contare su una crescita, anche favorendola direttamente, dei mercati interni ai paesi importatori. Lo fanno con misure monetarie che “peggiorano” la loro capacità competitiva rispetto ai paesi meno sviluppati per favorirne lo sviluppo e la crescita del mercato interno. Viceversa questi ultimi fanno l’esatto opposto, svalutano le proprie monete per ridurre il deficit commerciale e garantire occupazione e mercato interno. Vengono alla luce le gravi contraddizioni del modello fordista di organizzazione e divisione del lavoro, relative alla massificazione delle società, alla alienazione, alla distruzione ambientale e perciò, il movimento operaio e la SINISTRA ne teorizzano il superamento per la creazione di un nuovo modo di produzione.

La caduta del tasso di profitto del capitale investito in produzione di merci; il commercio internazionale “regolato” e vincolato; il dominio degli USA che pagavano parte dello sviluppo garantendo a una cerchia di paesi (sostanzialmente il club dei paesi dell’OCSE) un alto tasso di sviluppo ottenendo in cambio la loro subalternità politico-militare; la esclusione dal “circolo virtuoso” dei paesi fuori dall’OCSE e le loro rivendicazioni ad uscire dall’arretratezza, che avrebbero ulteriormente regolato in senso sempre più solidale il commercio internazionale; il crescente potere di condizionamento del modello di sviluppo da parte del movimento operaio, sono tutte condizioni che a un certo punto diventano insostenibili per la logica intrinseca del capitalismo. Che è sempre la ricerca del massimo profitto. Come sono le condizioni alla base della necessità storica di superare il compromesso keinesiano in senso anticapitalista. Sia sul versante di una direzione pubblica dell’economia volta a mantenere la sviluppo dei mercati interni obbligando gli investimenti ad orientarsi secondo una logica contrapposta alla ricerca del massimo profitto, sia sul versante della ulteriore solidarizzazione del commercio internazionale, anche rimettendo in discussione le asimmetrie prodotte a Bretton Woods in favore del dominio USA.

Che succede, invece?

Prima di descrivere la possente controffensiva del capitale bisogna per forza, perché è una precondizione fondamentale, citare una nuova condizione politica. Una vera novità, che non manca di avere risvolti anche paradossali.

A un certo punto gli USA non furono più in grado di garantire la convertibilità del dollaro in oro (anche a causa del costo della guerra in Viet Nam che fu molto più lunga del previsto e che costo moltissimo). La convertibilità del dollaro in oro era il fondamento di tutto il sistema monetario e commerciale mondiale e soprattutto della sua stabilità. Nonché del potere politico degli USA che veniva esercitato negli interessi propri e del club dei paesi ricchi e sviluppati. Nel 1971 Nixon dichiarò inconvertibile il dollaro in oro. Ma a questa scelta obbligata non corrispose una perdita di potere degli USA, come sarebbe stato logico. Bensì il contrario. Non esistendo nessuna moneta di un paese in grado di pagare il prezzo di esercitare la funzione garantita fino ad allora dagli USA, in virtù di una pura preminenza politico-militare il potere di comando degli USA sull’economia mondiale si accrebbe. La scelta di non inventare, alla firma degli accordi a Bretton Woods, una moneta mondiale garantita da un accordo multilaterale (il Bancor che aveva sognato Keynes) si rivelò per gli USA strategicamente decisiva. Qualche mese dopo la dichiarata inconvertibilità del dollaro in oro vennero cancellati gli accordi di Bretton Woods e la stabilità monetaria mondiale, per quanto asimmetrica fosse stata, finì. Da quel momento in poi il sistema avrebbe funzionato non più con una base materiale, per quanto mediata dal dollaro. Bensì sulla base del semplice complesso dei cambi valutari che fluttuavano liberamente.

Questa fu la svolta storica, determinata da condizioni squisitamente politiche, che mise fine al tentativo condizionare lo sviluppo capitalistico con regole capaci di impedire crisi epocali, come quella del 29, e di garantire un certo grado, asimmetrico e squilibrato, ma comunque ispirato alla cooperazione e perfino alla solidarietà nelle relazioni commerciali internazionali.

Questa svolta, decisa al di fuori di qualsiasi discussione democratica e ignota e misteriosa per la stragrandissima maggioranza della popolazione mondiale, fu il la definitivo per la controffensiva del capitale.

Come per la sinistra non esiste politica rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria, per il capitalismo fu decisiva la teoria economica neoliberista. Da allora in poi i cervelli neoliberisti divennero guru, profeti indiscussi e vennero premiati con diversi premi Nobel.

Seguendo le loro indicazioni i capitalisti dei paesi esportatori e con rapporti di forza politici meno favorevoli per il movimento operaio, come gli USA e la Gran Bretagna, iniziarono ad aumentare i prezzi delle merci per annullare gli aumenti salariali che erano stati contretti ad erogare. La latente sovrapproduzione emerse con forza. Perché sebbene si riduca il costo del lavoro, insieme ad un costante aumento della produttività per ora lavorata, a favore del profitto, si deprime il mercato interno e non si vende tutto quel che si produce. La conseguente inflazione e disoccupazione provocano un ulteriore blocco degli investimenti e della crescita, chiudono il cerchio e si scopre che eliminare il “circolo virtuoso” può produrre un nuovo circolo vizioso non solo per gli operai ma anche per il capitale. E’ la famosa stagflazione. Vera ossessione delle imprese capitalistiche dell’epoca. Se la ricerca del massimo profitto deprime il mercato interno e produce crisi di sovrapproduzione che possono cancellare il massimo profitto la soluzione è semplicissima. Bisogna vendere le merci esportandole. Questa propensione esportatrice scatena una competizione mai vista prima e soprattutto rovescia il pur squilibrato ordine monetario che aveva sorretto la fase precedente. I paesi prevalentemente esportatori necessitano di monete sottovalutate e forti e di tassi bassi di interesse sul denaro, per favorire le esportazioni e gli investimenti. I paesi prevalentemente o addirittura quasi totalmente importatori sono costretti, per far fronte all’indebitamento della bilancia commerciale, a sopravalutare le proprie monete, rendendole così sempre più deboli. Soprattutto devono rendere le loro economie attrattive per i capitali speculativi che cominciano a circolare potentemente. Non hanno altra scelta per poter sostenere la spesa pubblica, per quanto ridotta sia rispetto a quella dei paesi esportatori.

Le monete si svalutano e si rivalutano non più per cercare di mantenere la stabilità ed evitare crisi finanziarie, ma solo per competere meglio nella giungla che è diventato il mercato mondiale. E’ cominciata l’epoca della competizione totale. La “competitività delle imprese” e dei “sistemi paese” è la legge che sovra ordina tutto. Le conseguenze sono enormi, da tutti i punti di vista.

Citiamo solo quelle salienti. Senza pretesa di descrivere ed analizzare completamente un fenomeno così grande e complesso che è conosciuto con il nome di “globalizzazione”.

Innanzitutto c’è il fatto che se il sistema per svilupparsi deve sempre più esportare, svincolandosi dal mercato interno, per competere può e anzi deve ridurre il costo del lavoro, in una spirale crescente. I bassi salari da limite dello sviluppo, come erano nella fase precedente dominata dal mercato interno, diventano condizione per lo sviluppo connesso alle esportazioni nella fase del mercato globale. Questo automaticamente deprime la forza del movimento operaio e dei lavoratori. E’ facile ricattare e far valere il ricatto dicendo una cosa semplicissima, se non competiamo falliamo e se falliamo i posti di lavoro spariscono. Insomma, dovete sacrificarvi se volete salvare il posto di lavoro.

Si innesta un meccanismo per cui i paesi esportatori impongono “nuove regole”, cioè semplicemente deregolamentano, nel commercio internazionale a favore delle proprie imprese, sia nazionali sia multinazionali. Meno regole ci sono, e meno dazi e possibilità di imporre dazi da parte dei paesi importatori, più competizione c’è. E quindi, dicono i neoliberisti, più possibilità di sviluppo per tutti. Peccato che le regole che vengono abrogate sono proprio quelle che permettono ai deboli di non competere “alla pari” con i forti. E cioè di non essere totalmente sopraffatti in poco tempo.

Il capitale, libero da molti vincoli che l’avevano limitato nella ricerca del massimo profitto, non solo si orienta ad investire nella competizione, speculando sempre più, sul mercato globale e sui singoli mercati, ma ottiene, attraverso precise decisioni politiche prese negli organismi fuori da qualsiasi controllo democratico, come il GATT (poi WTO), di estendere il mercato sul quale competere anche a comparti e settori fino ad allora completamente pubblici. Infatti i paesi più deboli sono sempre più costretti, per reggere il deficit commerciale, per non soccombere e per non cancellare totalmente la spesa pubblica che pur riducono sempre più, a svendere il patrimonio naturale come giacimenti di materie prime e biodiversità, sistemi ed imprese pubbliche di trasporti, di comunicazione ecc, e perfino il patrimonio culturale e paesaggistico. Inoltre, ma ne parlo solo da questo punto di vista perché il tema è enorme, alla fine degli anni 80 c’è in poco più di due anni (la Cina aveva già cominciato prima) l’intero Est Europeo che entra nel mercato capitalistico. E l’immensità del processo di privatizzazione e allargamento territoriale del mercato da un respiro grande al processo stesso. Conferendogli l’aura di qualcosa di definitivo e infinito presso le opinioni pubbliche del mondo.

Non c’è, infatti, solo la sconfitta del “circolo virtuoso” e della possibilità di ridurre, contenere e superare il capitalismo in occidente. E’ proprio questa sconfitta, insieme alla stagnazione e ai limiti del modello del socialismo reale (non solo e non soprattutto a causa del divorzio crescente fra il bisogno di liberazione delle popolazioni e i regimi ottusi e autoritari che le governano dall’alto) a produrre la fine del socialismo reale in un battibaleno.

I capitalisti diventano sempre più indifferenti al territorio dal quale provengono. Non nel senso di diventare privi di radici e di rapporti politici con il territorio, separandosi da qualsiasi stato nazione, come vuole una vulgata e una cattiva lettura della critica della globalizzazione. Semplicemente diventano liberi dall’obbligo di contribuire in proprio alla qualità del mercato interno accettando l’aumento del costo del lavoro e contribuendo, con forti tassazioni, alla spesa pubblica in welfare, infrastrutture e gestione politica di settori strategici dell’economia. Mentre prima dovevano venire ad accordi e compromessi con il potere politico, che era intestatario del potere di creare le condizioni per la riproduzione del capitale, ora sono loro a costringere il potere politico a favorirli in tutto e per tutto nella competizione globale e a far fronte alla spesa pubblica vendendo sui mercati le imprese pubbliche, le banche, i servizi pubblici, e a tartassare, ove necessario, la popolazione invece che le imprese. Sono ora i mercati e i capitalisti ad avere in mano completamente le leve per garantire o meno la riproduzione del potere politico. Sono loro cioè a decidere nei fatti della rielezione o meno di un governo. Tutto ciò è così vero che ben si vede nel processo di delocalizzazioni, che cominciò in Italia già negli anni 70. I governi devono “concedere” molto, producendo gravi conseguenze sociali, affinché le imprese rimangano sul territorio e non precipitino il paese nella disoccupazione di massa, ma le imprese se ne fregano delle conseguenze sociali delle loro delocalizzazioni e le fanno lo stesso, e i governi per attrarre nuovi investimenti devono produrre condizioni sempre più vantaggiose per il capitale. Per esempio i bassi salari non bastano più, bisogna precarizzare e svalorizzare sempre più il lavoro umano. E costruire infrastrutture risparmiando sulle spese sociali. E così via all’infinito. Anche se tutto ha un limite, speriamo. Non abbiamo più (USA a parte) governi mediatori di interessi e nemmeno alti “comitati d’affari” delle borghesie nazionali che dovevano farsi carico dei problemi del paese, nel bene e nel male. Abbiamo governi “maggiordomi” o “camerieri” o “servi” con funzione di “guardie”, al totale servizio delle imprese nazionali, delle multinazionali e dei loro interessi più immediati. Governi che devono obbedire velocemente.

Ma il tratto ancor più dirompente della nuova fase neoliberista è la finanziarizzazione. Il capitale impiegato nella produzione di merci, come abbiamo già detto, nella fase del “circolo virtuoso” realizzava tassi di profitto troppo bassi. Molte imprese avevano già in quella fase propri settori finanziari che avevano iniziato a svincolarsi dalla mera attività industriale e a indirizzare il capitale in operazioni più redditizie come la rendita fondiaria moderna, investimenti speculativi in borsa e perfino in titoli di stato. Dopo la fine di Bretton Woods, inizia la deregolamentazione delle transazioni finanziarie, visto che la competizione sui mercati internazionali lo richiede imperativamente. Del resto con la libera fluttuazione dei cambi valutari si creano le condizioni per speculare ogni giorno (ogni ora con le nuove tecnologie veloci e praticamente gratuite) con sempre più ingenti masse di capitale scommettendo sulle variazioni di cambio di qualsiasi moneta. E si cancellano nel tempo, negli USA e poi dovunque, tutti i vincoli introdotti dopo il 29 per il settore bancario, come la rigida separazione delle banche di credito che prestavano soldi alle imprese e ai cittadini dalle finanziarie che operavano con investimenti speculativi in borsa. All’inizio del processo le principali finanziarie speculative del mondo erano statunitensi. Ne nasceranno dovunque. E alle scommesse si aggiungono le scommesse sulle scommesse. E così via. Facendo crescere a dismisura il capitale finanziario totalmente separato dalla produzione. Sembra che si possano fare soldi con i soldi. E che grandi e piccoli investitori (in Italia li hanno sempre chiamati risparmiatori, ma in realtà al momento dell’investimento diventano esattamente l’opposto di risparmiatori) possono arricchirsi in breve tempo. Il destino delle nazioni, e della grande maggioranza degli individui (anche quelli che non investono un bel niente) non dipende più dallo sviluppo produttivo, dalla soddisfazione, attraverso il consumo, di bisogni elementari e maturi di società sempre più complesse. Dipende sempre più dagli andamenti dei cambi valutari, dalla borsa, dalla rendita finanziaria. Si diffonde l’illusione che si possa consumare di più di quello che ci si potrebbe permettere attraverso il lavoro. Facendo, appunto, soldi con i soldi. Siccome una parte del capitale speculativo si dedica anche a comprare e vendere imprese, nel processo di concentrazione derivante dalla competizione globale, e a scommettere in borsa sulla capacità di competizione delle imprese, anche queste ultime vedono spesso i propri destini dipendere dalle scommesse che si fanno o non si fanno su di loro e, nel processo di concentrazione e internazionalizzazione delle imprese, l’acquisizione e la vendita di fabbriche e perfino di interi settori produttivi di grandi multinazionali si fanno più secondo la logica degli appetiti speculativi che secondo quella di piani industriali veri e propri.

Tutto questo è alla base della crisi odierna. Perché far soldi con i soldi nel lungo periodo è impossibile. Si può scommettere sulle scommesse a lungo. E indebitarsi molto al di sopra delle proprie possibilità, creando così una crescita completamente virtuale. Ma alla fine se si fanno soldi, da qualche altra parte nel mondo per quanto lontano esso sia o non si veda, ci deve pur essere qualcuno che crea, con il lavoro, il valore sul quale si fonda quello dei soldi. Il giorno che si scopre che quel valore non è stato creato o, come è successo pochi mesi fa, non è scambiabile trasformando il valore della merce in danaro, perché l’acquirente che si è impegnato a comprarlo non è in grado di pagarlo, tutti i titoli di quelli che hanno scommesso sulle scommesse di quelli che hanno investito su una previsione sbagliata perdono di valore. E il sistema crolla. Si può salvarlo per un periodo, semplicemente immettendo nel circuito, e dandoli proprio ai responsabili del disastro, soldi garantiti e non virtuali, da parte degli stati. Con buona pace dei mille liberisti che lo sollecitano contraddicendo ogni loro principio. Distogliendo quei soldi, invece, proprio dalle altre cose su cui andrebbero impiegati. Si tenta, cioè, di rimettere con i piedi per terra lo stesso identico castello speculativo che è caduto rovinosamente. Sapendo che si potrà reggere in piedi sempre per un minor tempo, però. Perché il libero mercato e la libera finanza se non vengono impediti con regole e vincoli, ed anche con la coercizione, vanno alla bolla speculativa come una falena alla luce di notte. Con una sempre maggior velocità.

In Europa, proprio nella culla del “circolo virtuoso”, questo processo neoliberista si sviluppa in modo contradditorio. Un modello economico e sociale che ha accompagnato la ricostruzione dopo la guerra e che ha garantito sviluppo e crescita generale per tutti (nonostante gli enormi problemi e squilibri) non si cancella dalla sera alla mattina. Cominciano a crescere le tendenze di fondo neoliberiste, a partire dalla Gran Bretagna che non a caso all’inizio degli anni 80 sarà la prima ad applicare durissimamente le dottrine neoliberiste, ma esse convivono con gli istituti del welfare, con una forte presenza della stato in economia, ed anche con politiche monetarie comunitarie ancora parzialmente ispirate dallo spirito di Bretton Woods. Per esempio, mentre nel mondo le monete fluttuavano liberamente in Europa viene creato il Serpente Monetario Europeo, che nel 78 diventerà Sistema Monetario Europeo (SME), dal quale la Gran Bretagna rimarrà fuori. Sostanzialmente, non senza problemi, dentro il Mercato Comune i paesi con alta produttività ed esportatori si assumevano il costo, operando sul mercato valutario, di impedire che la bilancia commerciale si squilibrasse eccessivamente con i paesi a bassa produttività ed importatori. Perché alla lunga avrebbe limitato le esportazioni e la stessa crescita dei paesi più forti. Ma, nel corso, del tempo, come era del resto successo con il sistema di Bretton Woods, gli squilibri permisero alla Germania di dominarlo, utilizzandolo sempre più unilateralmente e, data la sua propensione sempre più esportatrice, iniziò fin da subito ad applicare, soprattutto con la sua Banca Centrale, una politica economica neoliberista. Vale la pena di soffermarsi, anche se brevissimamente e aprendo una parentesi, su un fatto praticamente sconosciuto ai molti che parlano a vanvera della Linke e dell’esperienza tedesca. L’unico tentativo di invertire la rotta neoliberista tracciata dalla Banca Centrale Tedesca fu messo in atto nel 98 dal Ministro delle Finanze Oskar Lafontaine, quando insieme al governo francese tentò di avviare una “dialogo macroeconomico” europeo per cambiare gli assi fondamentali delle politiche economiche e monetarie europee, ormai ultraneoliberiste. La Banca Centrale e la Confidustria tedesca lo sconfissero, con l’attivo contributo di gran parte del suo partito a cominciare dal primo ministro Schroder, e dei Verdi. Perciò si dimise dal governo a dalla Presidenza (che equivale alla carica di segretario generale per i partiti italiani) della SPD.

La traiettoria neoliberista seguita nella costruzione europea nel corso di tre decenni richiederebbe una lunghissima trattazione. Non è possibile farla qui. E comunque è stata oggetto di grandi discussioni in occasione della creazione dell’Euro e del tentato varo del Progetto di Costituzione, bocciato nel referendum francese e reiterato come Trattato di Lisbona. Dovrebbe essere patrimonio di qualsiasi persona di SINISTRA. Dovrebbe.

Mi limito a ricordare che dal tentativo di salvaguardare lo “spirito cooperativo” per la stabilità monetaria, che abbiamo lungamente descritto, e di temperare, correggendoli, gli squilibri che in Europa produceva il mercato e la sua logica spontanea, si passa esattamente al contrario. Sul piano mondiale l’Europa diventa, anche in concorrenza “controllata” con gli USA una delle punte di diamante dell’offensiva neoliberista. Infatti adotta una linea, più per responsabilità della Commissione che dei singoli governi, aggressiva e ultraneoliberista verso i paesi del terzo mondo. Apre i mercati finanziari a qualsiasi speculazione e transazione senza alcun controllo. Sul piano interno adotta politiche ispirate da un puro dogmatismo neoliberista, con trattati (Maastricht) che palesemente implementano unicamente la finanziarizzazione, gli interessi dei paesi e delle regioni forti e, naturalmente delle grandi multinazionali, a scapito dei paesi e delle zone deboli. A queste ultime vengono imposti tagli draconiani alla spesa sociale e provvedimenti che trasformano i loro territori in terra di conquista della speculuzione immobiliare e finanziaria.

L’ultimo tema sul quale vorrei soffermarmi, nella descrizione parziale e sommaria della restaurazione neoliberista è quello della guerra.

Come abbiamo detto esiste un legame fra le politiche neoliberiste che negli anni 70 e 80 si affermano, e il crollo dell’Unione Sovietica, del COMECON e del Patto di Varsavia. E’ un punto che andrebbe approfondito. Non è nelle mie capacità farlo. Ma certamente, nel pieno della restaurazione neoliberista che investe l’occidente e di conseguenza tutto il mondo, la fine del socialismo e di economie e sistemi sociali che, per quanto piene di problemi, erano fuori dal mercato capitalistico e dal sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, pone al sistema geopolitico enormi problemi.

In estrema sintesi, gli USA, che come abbiamo visto, hanno mantenuto la loro egemonia politico-militare nel corso dei tre decenni precedenti, scelgono ed impongono a tutti dopo l’89, prima con Bush padre e poi soprattutto con la presidenza democratica Clinton, una linea che si prefigge obiettivi ben precisi. Impedire che l’ONU (altro attore che Keynes e i paesi socialisti avevano sperato diventasse decisivo) si democratizzi e soprattutto, venuta meno la guerra fredda, diventi protagonista, come del resto vorrebbe il suo Statuto, soggetto promotore di pace e di soluzione politica delle controversie internazionali. Impedire che l’ONU e le sue agenzie, come quella sul commercio e lo sviluppo, sulla sanità ecc. possano agire per disturbare gli interessi del capitalismo finanziarizzato. Lo fanno, ottenendo fortissima collaborazione da parte dell’Europa, sia trasformando gli incontri informali del G7, poi G8, in un vero direttorio che sovrasta lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che indica la strada sulla quale tutti devono marciare dal punto di vista economico, politico e militare. Lo fanno trasformando la NATO, che a stretto rigor di logica non avrebbe più motivo di esistere, nel gendarme del mondo che, come succede per la guerra contro la Repubblica Federale Yugoslava, può intervenire militarmente fuori dei propri confini, sulla base di una decisione propria e senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia discusso di alcunché. Sanno bene i governi degli USA e quelli europei, che gli enormi squilibri che produce e produrrà il modello neoliberista nel mondo non possono che essere “governati” senza democrazia e con la coercizione militare. Del resto i teorici del neoliberismo lo teorizzano apertamente da tempo in sede accademica. Con una minima approssimazione credo si possa dire che tutte le guerre, dalla caduta del muro di Berlino in poi, hanno la caratteristica di produrre instabilità generale e in aree sensibili (balcani e medio oriente per esempio) al fine doppio di giustificare una crescente presenza militare della NATO e dei paesi ricchi e di ristrutturare le relazioni geopolitiche in modo coerente con il dominio del mercato e del sistema capitalistico.

Oggi, nel pieno della crisi, si vede ancor meglio quanto fosse importante strategicamente per gli USA, in gravi difficoltà economiche prodotte dalla incessante tendenza all’indebitamento e dalla forte esposizione alle conseguenze delle bolle speculative connaturata alla concezione dello stato debole in economia, mantenere la propria egemonia politico-militare per se stessi e per il sistema capitalistico mondiale. Le contraddizioni che emergono con forza nella crisi dovrebbero, o potrebbero, produrre la creazione di un ordine mondiale fondato sul multipolarismo (da non confondere con il multilateralismo clintoniano che è solo l’unilateralismo concordato fra i paesi ricchi). Ma lo scontro di civiltà ricercato in ogni modo, e teorizzato due decenni fa da Huntigton come sostitutivo del confronto fra est e ovest e della lotta di classe, e la reiterazione ancor più estremista dei dogmi neoliberisti e della primazia degli organismi come il FMI, dominato politicamente degli USA, unitamente al rilancio della NATO, tendono ad impedire un simile approdo o processo. Tendono, perché in America Latina è aperta la possibilità che si aggreghi un polo geopolitico dotato di un modello economico e sociale non neoliberista e dichiaratamente, in diversi paesi, anticapitalista. E’ la dimostrazione che un altro mondo è possibile. Che dalla crisi irreversibile e strutturale del sistema di può uscire a sinistra. Perciò gli USA e l’attuale governo Obama vogliono eliminare questa possibilità, non esitando ad alimentare la guerra civile in Colombia allo scopo di installare numerose basi militari e a schierare nuovamente (era stata disattivata nel 1950) la IV Flotta al largo delle coste del Venezuela.

Queste 20 pagine riassumono certamente in modo del tutto insufficiente anche i soli tratti salienti dell’enorme processo di ristrutturazione capitalistica nella fase neoliberista. Non avevo, del resto, la presunzione di poterlo fare bene. Ma sono, spero, sufficienti per passare ad analizzare alcuni processi politici e il cambio di significato delle parole che mi sta a cuore chiarire.

Già negli anni 70, all’inizio della restaurazione e della cancellazione progressiva delle esperienze di “circolo virtuoso”, nella SINISTRA italiana avvengono molte cose. Ho già detto della contraddittorietà delle scelte del PCI degli anni 70. Il PSI non ha dubbi e non fa scelte contraddittorie. Decide chiaramente di sposare gli interessi dei settori emergenti del capitalismo finanziario, dedito alla rendita fondiaria moderna. Propugna una modernizzazione del paese, che in realtà non è altro che la riforma complessiva del “sistema italia” affinché possa competere nella giungla-mondo. Lo fa, avendo mantenuto fino ad allora un insediamento e perfino una simbologia operaia, compresi i riti di un partito di SINISTRA. Un lungo saggio del nuovo segretario del PSI, Bettino Craxi uccide Marx e Lenin e rivaluta un incolpevole Proudhon (che si sarà certamente rivoltato nella tomba). Si vedrà bene, nel corso degli anni, quale fosse la vera natura del “socialismo libertario” e contrapposto al vecchiume autoritario comunista. La svolta anticomunista e libertaria del PSI non gli costa nessuna scissione politica. Anzi, una parte dei dirigenti del movimento del 68 (soprattutto di Lotta Continua) ne diventano entusiasti sostenitori. E il PSI sebbene non aumenti molto i propri consensi elettorali riesce a sostituire con nuovi sostenitori l’esodo silenzioso che investe parte della sua base storica. Soprattutto riesce a “pesare” sempre più nella politica italiana. Una vulgata vuole che la tattica di “ALLEARSI” indifferentemente col PCI o con la DC a livello locale e quella di essere partito di GOVERNO e ALLETATO ormai strategico della DC, gli abbia permesso pur con un terzo di voti rispetto al PCI di contare tre volte più di un PCI sempre più isolato ed emarginato sulla scena nazionale. Ma questa è, secondo me, solo una piccola parte della verità. La vera base della forza del PSI, della sua crescente centralità nella vita politica e del suo “peso” risiede, a dispetto della quantità di consensi, nella rappresentanza diretta di interessi emergenti nel capitalismo italiano. Perché leggere i fenomeni politici senza indagarne i nessi con il sistema economico, con la rappresentanza di interessi e con le dinamiche sociali è foriero di gravi abbagli ed errori di valutazione. Il PSI “pesa” sempre più man mano che i settori emergenti del capitalismo crescono, grazie a tutto il processo che abbiamo descritto più sopra. Negli anni 80 siamo già nel pieno del processo di delocalizzazione di grandi fabbriche nei poli industriali. La produzione di merci nella società è stata soppiantata, nella funzione di centro gravitazionale, dalla finanza e dal “terziario avanzato” che è in gran parte legato al mondo della speculazione finanziaria e della rendita fondiaria moderna. Gli operai sono percepiti come una specie in via di estinzione da una opinione pubblica ubriacata dalla novità meravigliosa secondo la quale si possono fare soldi con i soldi. Milioni di persone (ho detto milioni!), anche delle classi meno abbienti, si fermano davanti agli sportelli delle banche ad ammirare i grafici dei listini della borsa sui video, che in tempo reale dicono quanto sta guadagnando il “risparmiatore” che ha investito i suoi soldi (magari l’intera liquidazione) nella speculazione. Il settore delle assicurazioni, delle finanziarie e la trasformazione delle banche in finanziarie dedite alla speculazione, nonché quello della pubblicità, dei mass media televisivi privati e così via, e la cementificazione legata alla rendita fondiaria assorbono buona parte della disoccupazione che ha cominciato a prodursi. La società cambia devvero. Sembra che il nuovo modello modernizzante sia la soluzione di tutti i problemi. Si afferma un “senso comune” secondo il quale la modernizzazione si lascerà alle spalle il vecchio sistema industriale. I suoi difetti come l’inquinamento, i lavori faticosi e ripetitivi, la massificazione della società, la lotta e il conflitto saranno sostituiti da un sistema più moderno, efficiente, si potrà cambiare lavoro cambiando il posto migliorando le proprie condizioni salendo individualmente la gerarchia sociale e non più dovendo lottare per strappare un aumento salariale insieme ad altre migliaia di lavoratori, facilmente si può fondare una piccola impresa commerciale o edilizia giacché il settore tira, nella società si conta non per ciò che si fa bensì per ciò che si consuma sempre più individualisticamente, la solidarietà necessaria fra sfruttati è sostituita sempre più dalla competizione in tutti gli scalini della gerarchia sociale. Ormai ci sono due SINISTRE. Una rappresentata dal PCI che sembra sempre più vecchia e strategicamente perdente (anche agli occhi di una parte del suo gruppo dirigente) perché legata ad una classe che già non ha più la forza contrattuale della fase del “circolo virtuoso” e che diventerà sempre meno importante socialmente e quindi politicamente. E ce ne è un’altra moderna, dinamica, vincente. Che cresce in importanza e che, sebbene le sue dimensioni non dovrebbero permetterglielo, è in grado di contendere alla DC la direzione del sistema politico. Certo, altri piccoli partiti borghesi e parti sempre più grandi della DC si adeguano. Ma gli uni non hanno il vantaggio di coniugare una storia di SINISTRA con le più disinvolte ALLEANZE sul piano degli interessi da rappresentare e gli altri appartengono ad un partito grande, interclassista, cattolico e conservatore e quindi poco coniugabile con i nuovi paradigmi tecnocratici e con “l’edonismo reganiano” sul quale è virato velocemente il progetto ideologicamente “libertario” del PSI. Ancora una volta nella storia è una forza considerata di SINISTRA ad essere la punta di diamante di una restaurazione borghese. E’ proprio un rovesciamento totale del significato delle parole.

Le RIFORME di cui parla il PSI sono in realtà CONTRORIFORME. La SINISTRA incarnata dal PSI è socialmente e anche ideologicamente la DESTRA  del pensiero capitalistico dominante. La LIBERTA’ è solo quella individuale competitiva e quella di impresa, non una LIBERAZIONE della classe o delle masse. L’isolamento del PCI non si da solo nel quadro politico, cioè nelle relazioni fra le forze politiche e nella possibilità di ALLEARSI. E’ un processo molto più complesso che ha le sue cause nella perdita di centralità da parte del sistema produttivo e quindi della classe operaia, nella perdita di ALLEATI da parte della classe a causa del trasmigrazione di parti del mondo del lavoro nel settore legato ai settori emergenti e rapaci del capitalismo finanziario e dedito alla speculazione e alla sua galassia di piccole e micro imprese. Culturalmente il PCI ormai fatica a sviluppare “egemonia” in una società nella quale si affermano valori individualistici, competitivi  e consumistici fino all’ossessione. Anche perché penetrano nella sua stessa base sociale, fra gli operai, nei quartieri popolari e fra i suoi stessi iscritti.

Già all’inizio degli anni 80 il PCI si era trovato davanti ad un bivio. Ormai il fallimento della politica di “unità nazionale” era chiaro. L’offensiva della FIAT evidenzia due cose precise: a) la volontà del padronato di riconvertire i rapporti di forza facendo della famosa vertenza, anch’essa cominciata con licenziamenti politici come l’ultima di Melfi, il simbolo e la prova che ormai è il capitale all’offensiva e che la classe operaia deve difendersi; b) la classe è isolata, ha perso una parte dei suoi ALLEATI. La famigerata marcia dei 40mila colletti bianchi lo dimostra.

Berlinguer e formalmente, ma solo formalmente, il gruppo dirigente del PCI imboccano la strada a sinistra del bivio. Va ai cancelli della FIAT a condividere fino in fondo le sorti della lotta e della classe. Dichiara finita l’esperienza di “unità nazionale”. Propone la prospettiva dell’alternativa, in netta contrapposizione con l’alternanza già allora teorizzata da Craxi (seppur come semplice avvicendamento fra partiti laici e DC alla guida del governo). Denuncia la degenerazione del sistema politico ponendo la famosa “questione morale”. Ci sono ancora le energie per combattere. Forse ci si può difendere contrattaccando. Ma ci sono due freni che lo impediscono chiaramente dentro il PCI. E’ questo uno dei punti più dolenti da analizzare. Negli anni 70 (come ho detto a torto o a ragione) il PCI sceglie quella strada che abbiamo descritto. Ma su quella strada, essendo un corpo vivo, cambia molto di se stesso. Se la “CULTURA DI GOVERNO” è sempre più legata al “senso di responsabilità” da dimostrare per “salvare il paese”… Se la “difesa delle istituzioni democratiche” diventa difesa astratta dello “STATO” quale esso è, comprese le decisioni autoritarie più inaccettabili sul piano repressivo… Se bisogna mantenere ed estendere i governi locali comunque, indipendentemente da ciò che si può fare di buono, date le nuove condizioni che man mano il superamento del “circolo virtuoso” producono (come succede nella prima giunta di sinistra di Milano del 75 quando il PCI cambia due assessori che fanno una politica invisa a Berlusconi e Ligresti per sostituirli con altri due che finiranno nelle inchieste sulla corruzione e del sacco di Milano)… Insomma se succedono tutte queste cose e decine di migliaia di quadri politici immersi nelle istituzioni si immaginano come classe dirigente e in procinto di cimentarsi con la prova di GOVERNO, proprio nel momento in cui comincia la controffensiva capitalistica, non è difficile capire che cresca l’idea POLITICISTA per cui, senza sentirsi di tradire alcunché, molti pensano che tutto dipenda dalla POLITICA UFFICIALE, dai voti elettorali e dalla capacità di fare ALLEANZE per governare nelle istituzioni. Infatti, all’epoca, nella discussione si parla apertamente del “partito degli amministratori” come della vera anima del PCI.

Queste cose sono freni che agiscono dentro la svolta a SINISTRA del PCI dei primi anni 80. Con silenzi significativi, non applicando e sostenendo le decisioni che si votano, dissentendo sempre più apertamente su riviste di corrente (come “il Moderno”, dei miglioristi lombardi). Berlinguer, che nessuno contesta come segretario, ha una maggioranza reale nel gruppo dirigente ben più risicata di quanto appaia. Forse non l’ha nemmeno più.

Il PSI, dal canto suo, incrementa la svolta a destra. Il pentapartito è ormai l’espressione delle forze laiche totalmente identificate con il nuovo corso dell’economia e delle correnti democristiane che le seguono sullo stesso terreno. E’ una curiosa ALLEANZA strategica, molto competitiva all’interno e instabile circa la leadership della stessa, giacché la DC è riluttante a cederla a chicchessia. Ma questa competitività interna al pentapartito e gli scontri che ne derivano, nel nuovo contesto e data la reale aderenza di tutti al neoliberismo, monopolizzano la politica. È l’anticipazione, nel sistema proporzionale, di una dialettica politica anche molto aspra che però avviene sulla base di scontri personalizzati senza che nessun cardine della politica economica e sociale venga messo in discussione. Addirittura, apparendo le politiche neoliberiste come egemoni ed indiscutibili, per molti versi questa dialettica tende a sussumere perfino quella che dovrebbe esserci fra maggioranza ed opposizione. Il gioco politico si consumava ed esauriva li dentro. Craxi ne era cosciente. Molti a SINISTRA pensavano e dicevano: “speriamo che Craxi sconfigga la DC.” “Meglio Craxi che De Mita.” Tutto ciò oscurava la vera natura restauratrice del progetto craxiano. Se invece che analizzare i contenuti della politica praticata si giudicavano le forze secondo concetti e parole ormai dal significato cangiante era facile scambiare il PSI come la SINISTRA DI GOVERNO possibile. Del resto il PSI comincia a teorizzare il superamento della prima repubblica, è sempre più incline al Presidenzialismo, e decide di forzare la situazione con una spallata. La cancellazione dei 4 punti di scala mobile (pochissime migliaia di lire sulla busta paga) sancisce la sconfitta del movimento operaio, ne distrugge la forza contrattuale visto che da quel momento dovrà lottare non più per incrementare il salario bensì per difenderlo, chiarisce che il lavoro è una merce il cui prezzo è legato esclusivamente alla produttività e al profitto e non può in nessun caso essere considerato una “variabile indipendente” da questi fattori. Determina, infine, che nella competizione che comporta svalutazione della lira ed inflazione sul mercato interno a pagare il prezzo più alto dovranno essere i lavoratori. Ovviamente la discussione, da parte dei sostenitori del provvedimento, è inquinata dalla presunta “oggettività” e necessità dello stesso, da un falso minimalismo (ma come! Tutto questo casino per poche migliaia di lire!) e soprattutto dall’accusa al PCI di fare demagogia, di aver abbandonato il “senso di responsabilità” che pure era stato così apprezzato in passato. Sono gli stessi argomenti che sempre più fortemente vengono usati nella discussione interna al PCI. Dov’è finita la politica di UNITA’ DELLA SINISTRA? Dove il “senso di responsabilità”? Dove è sparita la CULTURA DI GOVERNO? Dove ci porterà questo scontro frontale con i socialisti? All’isolamento, senza più capacità di ALLEANZE! In alcune federazioni i gruppi dirigenti locali, invece che organizzare e promuovere i Comitati per il SI al referendum che sarà poi promosso dal PCI, raccoglievano firme di iscritti e personalità dell’area del PCI che dichiaravano il NO.

Basta leggersi il Programma di Licio Gelli per capire come da allora in poi, ogni volta che si parlerà di modernizzazione del paese, del sistema politico e delle istituzioni, ricorreranno le proposte in esso contenute. Fino ai giorni nostri. Ma non si trattava solo e nemmeno prevalentemente di un complotto, per quanto sia intrisa di manovre oscure ed inconfessabili la vicenda della P2. Il sistema italiano, il “circolo virtuoso”, il PCI come forza anticapitalista dotata di un vastissimo consenso, e soprattutto Costituzione, natura parlamentare della Repubblica, dovevano essere per forza rimossi per permettere il dispiegarsi delle politiche neoliberiste. Con qualsiasi mezzo.

Il PCI si tolse di torno da se. Già dopo la morte di Berlinguer e la sconfitta del referendum la maggioranza del gruppo dirigente fa un compromesso fortemente orientato a destra. Lo scontro con i socialisti continua, soprattutto per volontà di questi ultimi che alternano attacchi durissimi a profferte unitarie sulla base della loro egemonia, ma appare sempre più come una sorta di contrapposizione priva di contenuti che non siano la collocazione nel quadro politico. Oramai la separazione del PARTITO dalle sorti dei suoi referenti sociali è evidente nell’ansia di “GOVERNO” che un corpo politico di dirigenti nazionali e locali non nasconde più. I socialisti che per un decennio hanno attaccato, non a caso, Togliatti e chiesto al PCI una svolta ideologica cominciano ad ottenerla. Per quanto Occhetto parli di SINISTRA DIFFUSA, di COSTITUENTE di un NUOVO PARTITO DI SINISTRA, e sembri proporre svolte di SINISTRA come quella che dovrebbe farla finita con il “consociativismo” e quella “ambientalista”, in realtà si prepara solo la rimozione dei simboli e dei cardini sociali ed ideologici che avevano mantenuto sempre il PCI nell’ambito della opzione politica anticapitalista. Ma sulla fine del PCI, come sulla nascita di Rifondazione, non dirò più nulla. Sono temi che mi porterebbero fuori dalla strada che ispira queste riflessioni e comunque meritevoli di ben altri approfondimenti.

Seconda fase, parte seconda.

E’ così che si arriva alla cosiddetta SECONDA REPUBBLICA.

Dopo la caduta del Muro di Berlino il capitale trionfa. Non solo si espande in una parte del territorio del pianeta prima escluso dal mercato e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma si dimostra che non esiste alternativa al sistema. E che quindi la Storia è finita. E’ la fine delle ideologie, perché ha trionfato quella egemone nel mondo. Ci possono essere mille sfumature, ma solo nell’ambito dell’idelogia vincente, che non a caso i resistenti chiamano spregiativamente “pensiero unico”.

Il PDS non è il PCI che ha cambiato nome, separandosi dal vecchiume comunista che per giunta viene accusato di non essere certamente l’erede del meglio della tradizione del PCI, che subisce una rilettura revisionistica, fino alla tesi che in realtà il PCI non è mai stato comunista (sic!), bensì socialdemocratico. Il PDS aderisce all’Internazionale Socialista e al Partito Socialista Europeo proprio nel momento in cui diventano la punta di diamante politica dell’offensiva neoliberista in Europa e nel mondo. Sposa l’idea che è necessario “modernizzare” e rendere efficiente il sistema politico attraverso riforme elettorali maggioritarie. La Lega delle Coorperative ormai è un colosso capitalistico, che applica nelle proprie aziende relazioni sindacali perfino peggiori di quelle confindustriali, i suoi settori finanziari ed assicurativi fanno parte del vorace capitalismo speculativo, i settori edilizi partecipano al banchetto. Il sindacato decide di assumere in tutto e per tutto le compatibilità del sistema neoliberista. Non più solo contrattando difensivamente i “sacrifici necessari a salvare il paese”, che non finiscono mai, ma partecipando, con la concertazione a renderli istituzionali, permanenti e praticamente indiscutibili nella contrattazione aziendale. In dieci anni siamo passati dal taglio di “poche migliaia di lire” all’accordo secondo il quale i sindacati si impegnano a contenere le richieste di aumento salariale nell’ambito dell’inflazione programmata, e cioè molto al di sotto della inflazione reale. Non si può nemmeno più lottare per conservare il potere d’acquisto del salario. In seguito accetteranno la riforma pensionistica e la conseguente istituzione dei fondi pensione, che nel mondo stanno diventando una leva immensa della speculazione finanziaria. La competizione esasperata ha prodotto un maggior disequilibrio fra i diversi paesi europei, e l’ingresso dei nuovi paesi è voluto, si dice per motivi politici, ma “permesso” solo se questi ultimi prima di entrare si ristrutturano trasformandosi in terra di conquista per le multinazionali, ma anche per le piccole imprese italiane, e soprattutto per il capitale finanziario e speculativo. All’interno dei singoli paesi cresce lo squilibrio fra zone che competono e zone che non reggono la competizione. Essendo i mercati liberi la funzione di mediazione e di riequilibrio dello stato si riduce fortissimamente. Per questo, e solo per questo, diventano tutti federalisti. PDS in testa. Tutta la retorica dell’autogoverno locale, dei rappresentanti più vicini ai cittadini, della democrazia moderna ed efficiente, riposa su una idea di riforma dello stato che deve accompagnare e implementare l’uccisione di quel che resta del “circolo virtuoso” per permettere ai “sistemi impresa” locali delle zone ricche di competere con le zone ricche in Europa e nel mondo, e alle zone deboli di competere con le zone deboli, mettendo a disposizione del mercato tutto al fine di attrarre investimenti. Povero Altiero Spinelli!

Ma nel sistema politico italiano il PDS è considerato di SINISTRA. Qualcuno mi vuol dire cosa c’entra quello che il PDS ha teorizzato e fatto negli anni 90 con la SINISTRA, sempre che la SINISTRA sia quella di cui abbiamo parlato nel corso di questo scritto?

Io, come si vede, non parlo nemmeno del fenomeno della destra italiana e della ristrutturazione del sistema politico nel periodo di tangentopoli. Sarebbe necessario, per la completezza del ragionamento, ma la trattazione sarebbe così lunga che non finirei più. E comunque sono abbastanza scontati perché molto discussi e trattati. Mi sta a cuore approfondire alcuni elementi che secondo me sono quasi totalmente sottovalutati o volutamente omessi dalla discussione attuale.

Il PDS compete con la destra? Si, certamente. Ma non per migliorare le condizioni di vita degli operai, degli impiegati, dei pensionati, degli studenti e così via. O meglio, dice di volerlo fare. Come del resto lo dice la destra. O forse che Berlusconi che promette posti di lavoro e la Lega che promette che cacciando gli immigrati ci saranno risorse per gli italiani, non lo fanno? Ma il PDS attacca la destra accusandola di fare demagogia. Dice esplicitamente che è il tempo dei sacrifici, dei tagli di bilancio per ridurre il debito pubblico e per stare negli accordi di Maastricht. Dice che il sindacato deve “concertare” e non configgere. Dice che per competere bisogna rendere “flessibile” il mercato del lavoro. Dice che bisogna privatizzare tutto. Dice che bisogna aumentare la spesa militare e partecipare alle missioni militari (cioè alle guerre) per continuare ad essere un paese “importante”. Dice che bisogna “modernizzare” la Costituzione. La GOVERNABILITA’ diventa il tutto! E dice che senza fare queste cose, ed altre che ometto per brevità, non è possibile ricreare le condizioni affinché dello “sviluppo” tornino ad avere qualche vantaggio anche le masse popolari. E’ la politica dei due tempi. Ma il secondo tempo non viene mai, e non può venire per il semplice motivo che il primo tempo distrugge sempre più i presupposti del secondo.

Torno a chiedere: è di SINISTRA tutto questo? Sfido chiunque a dirmi e dimostrarmi che ho esagerato.

E’ ispirato dal SETTARISMO descrivere così questa realtà, in sede analitica? Io penso di no. Però penso che sia SETTARIA l’idea che basti dire che il PDS non era di SINISTRA, dando vita ad una disputa nominalistica, per fare e possibilmente vincere una battaglia politico-culturale. Tuttavia senza avere chiaro in testa cosa sia veramente di SINISTRA e cosa no è facile fare un errore madornale. Pensare, cioè, che la politica delle ALLEANZE nella sfera della politica unifichi nella società un blocco sociale che accumulando forze diventi in grado di produrre nuove conquiste e di cambiare, anche solo minimamente, la realtà.

E’ il grande equivoco degli anni 90. Noi decidemmo, giustamente, di stare ai contenuti e di non diventare SETTARI, per non cadere nell’illusione che la denuncia delle contraddizioni e l’accusa al PDS di non essere di sinistra potesse risolverci il problema. I nostri referenti sociali erano piegati, sconfitti, le loro condizioni di vita erano peggiorate e continuavano a peggiorare, le loro organizzazioni sociali, come il sindacato, stavano sempre più fra quelli che gli predicavano sacrifici e che giustificavano sconfitte, nel mondo trionfava il capitalismo, il senso comune era ormai degenerato in individualismo, razzismo, xenofobia. Bisognava parlare di contenuti, di lotte. E bisognava farlo sapendo di non essere un partito di massa. Né per la quantità degli iscritti e dei voti né, tanto meno, per i legami diretti con la classe, con la società, sempre più isolata e indebolita l’una e sempre più disarticolata e atomizzata l’altra. Alcuni credevano che bastasse alzare una bandiera, perché pensavano che l’isolamento della classe e l’egemonia della destra nella società fosse soprattutto il prodotto di un fatto politico: la scomparsa del PCI. Mentre, come abbiamo visto, era vero esattamente l’opposto. Era il PCI ad essere stato cancellato per effetto della controffensiva del capitale che gli aveva tagliato le gambe nella società e che aveva messo di fronte ad un secondo bivio il suo gruppo dirigente. O resistiamo e ci scordiamo per un lungo periodo il GOVERNO e la nostra ascesa a “classe dirigente” o ci adeguiamo, separiamo il nostro destino da quello della classe e diventiamo una opzione realisticamente in grado di GOVERNARE il sistema dato, come esso è, circoscrivendo la nostra alternatività alla destra sui metodi di gestione del sistema, sui tempi e anche sullo “stile” di GOVERNO, ma non sulla sostanza. E’ abbastanza difficile pensare che se il gruppo dirigente del PCI avesse, diciamo così, tenuto duro e continuato a sviluppare una politica anticapitalista, avrebbe avuto davanti una strada in discesa. Molto sarebbe cambiato, certo. Ma non l’essenziale. Perché nelle condizioni internazionali e con la fine del socialismo reale, con la ristrutturazione capitalistica e la competizione totale, si sarebbe aperta una fase difensiva. E quando ci si difende, magari per decenni, in condizioni sempre più difficili, si finisce con l’indebolirsi. E alla fine si diventa sempre più isolati e percepiti come inutili al fine di migliorare le condizioni di vita della gente in carne ed ossa. Nella storia bisogna sapere quando si può avanzare e quando si deve resistere. Se si pensa di avanzare senza aver prima resistito, o se si pensa di avanzare invece che resistere quando resistere è imprescindibile, è matematico che ci si trova dall’altra parte della barricata. Parimenti, quando stai in una trincea a difenderti e vedi disertare una buona parte dello stato maggiore e della truppa, per quanto tu gli gridi “traditori” e loro ti rispondano dall’altra trincea “vieni anche tu che così non ha perso nessuno” tu sei più debole e quelli che vuoi difendere dietro di te, per quanto ti dicano “meno male che ci sei” o “almeno tu sei coerente” e pensino che tu sei uno di loro percepiscono che perderai. Con onore, ma perderai. E questo, in politica, è esiziale.

Ciò che devi fare è resistere, si. Combattere, si. Ma devi avere una strategia per uscire dalla resistenza sempre più passiva, per contrattaccare e possibilmente per vincere qualche battaglia. Al fine di tornare ad accumulare forze.

Magari devi passare alla guerra di movimento. Alla guerriglia. Fuor di metafora, se sei un partito di massa, con profonde radici nella classe e legami sociali, e se combatti su un terreno favorevole come il “circolo virtuoso” a tua volta instauri un “circolo virtuoso”. Conquisti parti importanti per un blocco sociale alternativo e sei in grado di fare una ALLEANZA con altri perché l’unità quando si avanza e si vincono battaglie importanti è relativamente facile costruirla. Mentre quando si arretra e perde, si deve resistere per un lungo periodo in condizioni difficili e si fatica a vedere una via d’uscita, è molto difficile. Molto.

Rimandiamo, per il momento, il tema di come si possa resistere e passare alla controffensiva. Perché in realtà la metafora che ho usato è incompleta e può essere perfino fuorviante.

Negli anni 90 oltre alla ristrutturazione del sistema economico e a tutto il processo di modificazione del modello sociale che abbiamo solo parzialmente descritto, in Italia, proprio per l’alto tasso di incompatibilità del sistema politico parlamentare e dei poteri reali del governo con la “necessità” imposta dalle nuove condizioni economiche l’attacco alla democrazia politica è stato furibondo. In Italia, al contrario di altri paesi che hanno già sistemi politici pronti per essere usati alla bisogna nella nuova fase capitalistica, il sistema politico deve essere cambiato radicalmente. Nei paesi retti da bipartitismi già interni alla pura logica della gestione e del governo dell’esistente come gli USA, o in paesi con sistema bipartitico dove uno dei due partiti ha una storia e un insediamento di SINISTRA come la Gran Bretagna, i sistemi politici possono tranquillamente rimanere come sono. Anzi, diventano dei modelli a cui ispirarsi proprio perché, nonostante abbiano sistemi elettorali immutati da quando votavano solo poche centinaia di migliaia di persone perché erano nei fatti la classe dirigente del paese, sono più congeniali a incanalare il consenso unicamente dentro il GOVERNO dell’esistente con la rapidità e il grado di autonomia delle istituzioni dal conflitto sociale necessari a prendere tutte le misure imposte dalla competizione globale delle imprese e della finanza. In Gran Bretagna basta che il Labour Party si trasformi. Non c’è bisogno di cambiare il sistema. Infatti il Labour abbandona, oltre a qualsiasi riferimento alla lotta di classe ecc. anche la sua idea proporzionalista della riforma elettorale. Così è in molti altri paesi, che hanno leggi proporzionali, fortemente proporzionali, o sostanzialmente proporzionali, ma dove la storia ha creato un bipartitismo di fatto. Spagna e Germania, per esempio. Anche qui basta che uno dei due partiti diventi anch’esso neoliberista e il gioco è fatto. In Italia no, non è così. Qui c’è un sistema parlamentare. Le leggi si fanno in parlamento. La rappresentanza è eletta sulla base della scelta da parte dei cittadini, motivata dal complesso di fattori che identificano una proposta politica, sociale, culturale e anche ideologica. La rappresentanza degli interessi, per quanto mediata dai fattori appena detti, è ben visibile e si riflette, almeno per tre decenni e più, direttamente nella linea di condotta dei partiti in parlamento. Soprattutto il gioco politico delle ALLEANZE e degli scontri fra le forze politiche si fanno a valle del voto popolare, proprio nella attività parlamentare. Il che rende deboli i GOVERNI, e cioè esposti a ciò che si muove nella società e si riflette nella rappresentanza istituzionale. Le ALLEANZE sono sempre a geometria variabile perché la realtà sociale che cambia influisce. Come ha fatto l’Italia a diventare la sesta potenza economica del mondo pur cambiando due tre o anche quattro volte il GOVERNO nel corso di una legislatura? Da un punto di vista strettamente strumentale la fase del “circolo virtuoso” si sarebbe bloccata con la legge truffa. Con un parlamento stabilizzato dentro il bipolarismo le lotte non avrebbero avuto la possibilità di incidere, magari determinando la caduta di governi e nuove ALLEANZE fondate sulla base dei nuovi equilibri sociali. E quelle lotte sconfitte avrebbero bloccato il “circolo virtuoso” perché in assenza di aumenti salariali indiretti e garantiti dallo stato (welfare) il mercato interno si sarebbe bloccato. E con esso il sistema. In realtà la stabilità di governo intorno alla DC c’è sempre stata. Il ricambio continuo dei governi, al contrario di tutta la litania cantata per giustificare il maggioritario in Italia (come si fa ad avere un paese che cambia governo due volte all’anno?), è stato proprio uno dei fattori che ha permesso una sostanziale stabilità del sistema, perché la politica e i governi si adattavano e seguivano le mutazioni sociali continuamente. Perché, altrimenti, il popolo italiano avrebbe votato così tanto ad ogni elezione, ben al di sopra della media di tutti gli altri paesi dell’OCSE? Perché con il voto si contava, si sapeva che si influiva sulla realtà economico-sociale del paese e sulla propria condizione di vita. Non si votava per un leader e per le sue promesse demagogiche, tanto meno per orientare il gioco delle ALLEANZE e degli scontri fra partiti nelle istituzioni. Quella dimensione c’era, ovviamente. Ma dipendeva strettamente dal legame della politica e di quella stessa dialettica a tutto ciò che si muoveva nella società. Ed infatti, nonostante tutto, era una dialettica seria, rigorosa, e sebbene molto tecnica e sofisticata, infinitamente più chiara e comprensibile da parte dei cittadini e delle classi sociali rispetto al teatrino spettacolare dei giorni nostri. Le grida e gli insulti, le curve contrapposte, i leader, la demagogia e le “speranze” che sono in grado di suscitare, non hanno reso la POLITICA più chiara e comprensibile, in modo da permettere ai cittadini di scegliere, al momento del voto, sulla base di ragionamenti e di interessi precisi, e sulla base della vicinanza a idee e proposte. Al contrario li hanno fatti diventare sempre più spettatori passivi del “gioco politico” riservando a loro solo il diritto di poter fare il tifo per uno dei due contendenti. Anche per il più tifoso il grado di partecipazione alla formazione delle decisioni e dei veri contenuti delle scelte politiche è stato ridotto quasi a zero. Ma torniamo alla STABILITA’ di GOVERNO. Alla GOVERNABILITA’. Essa diventa il mantra ripetuto ossessivamente per anni e anni. Bisogna, infatti, con una tipica operazione mistificatoria, accompagnare l’indebolimento della funzione di governo, molte delle cui prerogative nella fase del “circolo virtuoso” sono fuggite semplicemente verso le pure dinamiche di mercato, verso organismi internazionali a-democratici e sovrastanti i governi nazionali, verso i privati ai quali si sono vendute le imprese statali, verso la banca centrale europea, verso la finanza (“i cittadini votano ogni tanto ma la borsa vota tutti i giorni” ha detto un noto premier italiano) e così via, al rafforzamento dei poteri del GOVERNO nei confronti del parlamento e in generale della società. In realtà questo rafforzamento del GOVERNO non serve ai “politici” per darsi più importanza. Al contrario di quel che credono molti neofiti adoratori del potere in quanto tale che si mettono la parola GOVERNO e GOVERNABILITA’ in bocca ogni frase che dicono e qualsiasi tema affrontino. Il rafforzamento del GOVERNO è proprio una necessità oggettiva del capitalismo e del modello sociale neoliberista. Esattamente, mi si permetta il paragone, come la guerra lo è per GOVERNARE il mondo trasformato in un grande mercato. Nel sistema del “circolo virtuoso” il compromesso sociale cui era stato costretto il capitalismo, come ho già detto, prevedeva una forte funzione di governo politico e pubblico dell’economia. Ora la funzione è rovesciata. L’economia comanda sulla politica, la orienta la dirige. Quindi c’è bisogno di un esecutore. Di un “amministratore” politico. Non di un luogo di decisione nel quale si media fra interessi anche contrapposti recependo, seppur in forma spesso squilibrata, i rapporti rapporti di forza sociali. Bensì di un luogo dove si amministrano le conseguenze di decisioni “oggettive” ed indiscutibili. I rapporti di forza sociali, le domande, le proteste, le rivendicazioni, sono da tenere fuori dalla porta. Sono incompatibili con la funzione di GOVERNO. E quando le decisioni applicate dal GOVERNO sono talmente stridenti (e cioè capaci di incrinare il consenso elettorale) con la coesione sociale si allargano le braccia e si indicano con l’indice i veri responsabili che impediscono al GOVERNO di ascoltare la società: “l’ha detto il FMI! L’ha detto la Banca centrale europea! L’ha detto la borsa! l’ha detto Marchionne!”. Di più, le rivendicazioni sociali, le lotte, devono diventare impolitiche. Devono cioè, essere impedite di pretendere una qualsiasi cosa che metta in discussione l’economia e le decisioni che il GOVERNO amministra. Per questo gioco il bipolarismo e il sistema elettorale maggioritario sono perfetti. L’alternanza (e non l’alternativa ovviamente) dei governi che condividono le compatibilità del sistema riduce lo spettro delle decisioni cui i cittadini, con le lotte e con il voto, possono partecipare alla mera scelta di chi amministrerà le decisioni del FMI. Dentro questo spettro c’è spazio per scontri epici nei talk show, per contrapposizioni mortali, per colpi bassi di ogni tipo. La realtà sociale deve essa conformarsi a questo spettro, non può pretendere di allargarlo a scelte che possano mettere in discussione il sistema. Se qualcuno tenta di farlo basta dirgli che farebbe cadere il governo in carica favorendo l’altro schieramento. Lo si mette fuori dalla POLITICA in quanto la POLITICA ufficiale ormai è solo la cosa che si occupa di chi amministra l’esistente e delle mille manovre e scontri per sedersi al GOVERNO. Le ALLEANZE non sono sociali fra classi e ceti e settori e categorie che trovano nella ALLEANZA delle rappresentanze e in decisioni proprie del GOVERNO un coronamento politico e la realizzazione di obiettivi concreti. Le ALLEANZE sono coalizioni capaci di conquistare il GOVERNO. Se per caso, come è successo in Italia, per conquistare il GOVERNO è necessario ALLEARSI anche con una forza che propugna il cambiamento e che palesa una CULTURA DI GOVERNO incompatibile con il governo dell’esistente questa viene massacrata. Non dimenticherò mai quando dal 96 al 98 in Europa ci fu un fenomeno per cui tre governi contenevano forze che ponevano una anche solo timida inversione di tendenza rispetto alle politiche neoliberiste. Il governo francese pose problemi al trattato di Maastricht, varò la legge delle 35 ore, solo per dire due cose. Nel governo tedesco il ministro dell’economia che era anche il Presidente della SPD e vice primo ministro tentò di mettere in discussione, in accordo con il sindacato (beato lui), le politiche monetariste della banca centrale tedesca ed europea, e noi chiedemmo al governo che viveva grazie ai nostri voti poche e limitate cose. Nel volgere di pochi mesi Lafontaine fu scaraventato fuori dal governo, noi pure con l’accusa che i libri di testo gratuiti, un piano di salvaguardia ambientale nel sud e le 35 ore (già varate dal governo francese) erano rivendicazioni estremistiche, massimaliste e da “pazzi” (citazione letterale di Prodi), e alla fine il governo francese rimase solo e fu costretto a vivacchiare mentre nel PSF crescerà la destra che alla fine ne sconfesserà l’esperienza.

L’analoga esperienza dell’ultimo governo in Italia è talmente conosciuta e ricordata ancora, che non c’è bisogno di ripercorrerla. E’ un esempio calzante e perfetto. Perfino ciò che c’è scritto nel programma, se un movimento di massa ne richiede l’applicazione, può diventare alla fine di mille trattative e manovre, una richiesta estremistica estranea alla vera politica!

Più chiaro di così si muore!

Perciò, cosa si intende quando si dice che bisogna avere una CULTURA DI GOVERNO? Che i comunisti hanno sempre avuto una CULTURA DI GOVERNO. Cosa vuol dire: dobbiamo porci il problema del GOVERNO? E, alla luce di questo, cosa significa che la politica delle ALLANZE è indispensabile per una forza comunista o di sinistra?

Credo sia evidente, per chi ha avuto la pazienza di leggere questo scritto, che le parole oggi hanno significati diversi da quelli che si tenta di evocare, spesso inconsapevolmente, quando si dice: GOVERNO e ALLEANZE.

Parimenti, se il conflitto è espulso dalla POLITICA, per come essa è intesa nella società e nella funzione reale delle istituzioni, chi vuole rappresentarlo può essere facilmente indotto nell’errore mortale di considerarlo in modo testimoniale. Mica è proibito inneggiare alla rivoluzione. Proporre governi operai. Sognare di aumentare il proprio consenso denunciando il tradimento altrui. E soprattutto non c’è niente di male e non succede nulla se una piccola rappresentanza nelle istituzioni grida slogan e pratica la coerenza nel senso di considerare i voti come puri atti simbolici. Questo si che è SETTARISMO. E’ l’illusione che la predica e l’etichetta data agli altri siano la sostanza della politica. Che basta smascherare il nemico per accumulare forze. Tutto questo è solo l’altra faccia dell’illusione che ci si possa trarre dalle difficoltà con un surplus di politica di ALLEANZE esibendo una cultura di GOVERNO nel senso iperrealista.

Ho a lungo spiegato come il PDS (figuriamoci il PD di cui nemmeno voglio parlare) non sia di SINISTRA. E come ALLEANZE e GOVERNO, con l’accezione che hanno assunto in questa fase neoliberista, per motivi largamente oggettivi e non per il capriccio o limite di questo o quel partito o personaggio, siano termini ormai inservibili e non coniugabili per progettare scelte politiche per cambiare la realtà o anche solo per resistere.

Ma un PARTITO politico comunista o anche solo di SINISTRA, per quanto piccolo e sprovvisto di radicamento sociale, non può abbandonarsi ad illusioni e a confusioni come quelle appena descritte. Sia sul versante delle ALLEANZE e del GOVERNO, sia su quello della testimonianza.

La attuale crisi, come sempre avviene nei momenti veramente cruciali, oltre ai disastri offre anche delle opportunità. Le contraddizioni prodotte dalla fase neoliberista si mostrano chiaramente. Il grado di credibilità degli “amministratori” del sistema decade. Quello degli aspiranti “amministratori” dipende dal grado di coerenza del discorso che fanno con i problemi che sono davanti a tutti. Per quanto mistificatorio sia il discorso deve riconoscere l’esistenza dei problemi, non può ignorarli, ne può promettere per la trecentesima volta in venti anni che con i due tempi verrà quello migliore. Anche qui esiste una oggettività. Una cosa è candidarsi ad amministrare il sistema vigente quando esso è vincente, quando promette e sembra poter mantenere le promesse, quando si lavora in modo precario ma si lavora, in attesa di qualcosa che risolva il problema e così via. Un’altra cosa è farlo nel pieno di una crisi che chiarisce che è il sistema medesimo ad aver creato i problemi e che non può promettere nulla di buono. Ogni lotta incontra immediatamente e chiaramente il nemico. Si poteva promettere con la concertazione che si sarebbe reso competitivo il paese e che, per questo, si sarebbe potuta aprire una seconda fase buona. Oggi non si può più fare con la stessa efficacia. Non è un caso che nel sindacato sorga (o risorga) l’idea della irriducibilità della lotta di classe, come è chiaro nel caso della FIOM. Questo significa, per essere chiaro fino in fondo, che si può sperare in una svolta del PD che lo riconverta ad una lettura di classe della società? Che lo discosti dai settori del capitale che ha scelto come interlocutori privilegiati e di cui difende gli interessi? Penso proprio di no. Tuttavia il combinato disposto dell’estremismo del governo Berlusconi, che è coerente fino in fondo con il progetto di scardinare definitivamente la costituzione e lo stato, per poter gestire le conseguenze della crisi, e la complessità, data anche dalla divisione, dell’opposizione al governo, sia nella società sia nelle istituzioni, segnalano una crisi del sistema politico bipolare. Per questo da parecchio tempo penso, e perciò sono totalmente d’accordo con la proposta conseguente, che senza imbrogliare nessuno, tanto meno se stessi, sul GOVERNO si possa intervenire nella POLITICA UFFICIALE dicendo: “tutti contro Berlusconi ma cambiamo la legge elettorale in senso proporzionale senza che noi entriamo al governo. Il resto che viene dopo si vedrà.” Non “tutti contro Berlusconi, punto!” Non “tutti contro Berlusconi e sul governo vedremo!” Ciò che differenzia queste tre formule non è un dettaglio irrilevante o secondario. E’ sostanza.

Non c’è bisogno che dica perché penso che “andare da soli, tanto è lo stesso chi vince!” o “rifacciamo il centrosinistra che governa con noi dentro” siano proposte completamente sbagliate. Credo che sia chiaro.

Per quanto difficile e stretta sia la via, secondo me è l’unica. Perché ha il vantaggio di coniugare l’opposizione al peggio con il non ingabbiarsi nel meno peggio. Perché apre, per la prima volta da venti anni, una possibilità per dare un colpo alla seconda repubblica e alle conseguenti degenerazioni della politica ufficiale. Perché, banalmente, dal punto di vista strettamente elettorale, è un antidoto al ricatto classico del bipolarismo e ai conseguenti “voti utili” o accordi subalterni contrapposti alla fuga dalla politica.

Nemmeno sul “fenomeno” Vendola ho nulla di nuovo da dire. Ognuno può dedurre da quanto ho scritto il grado di distanza del mio ragionamento da ciò che dice e propone Vendola. Dico solo che la realtà ci dirà chi ha ragione. E spero che la dinamica delle cose chiarisca che la prospettiva del GOVERNO organico del centrosinistra è mortale per qualsiasi SINISTRA, prima che Vendola ed altri si trovino ingabbiati di nuovo in una contraddizione irrisolvibile. E dico solo che con Vendola (mi scuso per la estrema personalizzazione ma nel suo caso le cose stanno così) bisogna trovare ogni unità possibile su obiettivi e posizioni comuni, ma nella massima chiarezza sulla prospettiva. Senza evitare, per ipocriti diplomatismi, di discutere anche in modo polemico, come necessario quando si devono criticare suggestioni con un alto tasso di confusione, invece che proposte chiare e nette.

L’ultimo tema che tratterò in questo interminabile scritto è quello del PARTITO e dell’UNITA’ DELLA SINISTRA.  E solo sul versante dell’immediato. Senza avere la pretesa di risolvere il tema dell’attualità e della riproducibilità o meno del PARTITO DI MASSA.

E’ ovvio che un PARTITO dotato di un minimo insediamento sociale e che contemporaneamente è stato nelle istituzioni nel tempo del successo del neoliberismo e della seconda repubblica nel corso del tempo cambia. E non in meglio. Lasciamo perdere le responsabilità soggettive e le mille polemiche che possono insorgere intorno ad esse. Ho già scritto anche troppo su tutto questo. Atteniamoci a quelle oggettive.

Non è facile mantenersi e conservarsi, figuriamoci crescere e migliorare, quando il “circolo virtuoso” è morto da tempo, la società è stata destrutturata e riorganizzata su un modello che mette i tuoi referenti sociali in un angolo, e il sistema politico (dentro il quale sei comunque) riformato in senso autoritario ed escludente qualsiasi istanza sociale non compatibile col sistema economico, le grandi organizzazioni sociali, a cominciare dal movimento sindacale, sono sempre più collaterali ai governi invece che autonome dal punto di vista di classe. Proprio non è facile. La tua dimensione non è sufficiente ad esercitare una attrazione gravitazionale verso la SINISTRA ed ogni svolta, prodotta da contraddizioni reali, si riflette immediatamente in un scissione. Proprio non è facile.

Sembra quasi che sia impossibile continuare a svolgere una funzione positiva.

Se è vero che la società è stata destrutturata e che l’egemonia della destra si è sviluppata a causa dei fenomeni economici di cui abbiamo parlato, come la perdita di centralità della produzione nel sistema economico, la competitività esasperata, la svalorizzazione e la perdita di dignità del lavoro e tutte le scalate (vere o illusorie) della gerarchia sociale connesse al far soldi con i soldi, proprio ora che la lunga crisi in cui è immerso il paese evidenzia le contraddizioni figlie del modello neoliberista e smentisce le previsioni ottimistiche infondate che per lungo tempo hanno sorretto il consenso del sistema, è il tempo della lotta e della ricostruzione della coscienza di classe fra i lavoratori e nella società.

Questo è il tema del partito sociale.

Con la descrizione del PCI degli anni 50 ho cercato di dimostrare quanto sia falsa, proprio nella migliore tradizione comunista, l’idea che il PARTITO debba essere “sopra” le organizzazioni e i movimenti sociali. Secondo me non lo era un partito con due milioni di iscritti e con sindacato e organizzazioni sociali ben diverse da quelle di oggi. Figuriamoci se lo può essere un partito piccolo con organizzazioni sociali e movimenti in grado di trovare da se nessi, collegamenti e punti di vista generali e che per giunta, per una serie di congiunture, hanno sviluppato nei confronti dei partiti che si presentano alle elezioni una diffidenza tale da scavare con essi un solco molto profondo.

Io penso che la funzione politica, anche di direzione ovviamente, di un partito politico sia insostituibile.

Ma non basta dire: siamo un partito, dunque dirigiamo e tocca a noi fare le proposte politiche (ridotte a quelle elettorali e di relazione fra partiti), e se sono giuste e buone alla fine ci seguiranno. Tanto meno la funzione dirigente si rafforza solo perché si elencano i limiti e le parzialità, che pur ci sono, dei movimenti.

La gran parte dei dirigenti comunisti della CGIL partecipavano, anche dopo l’incompatibilità fra incarichi di direzione sindacali e politici, alla formazione delle decisioni e della linea del PCI. A tutti i livelli, dalla sezione fino alla direzione nazionale. La direzione che il PCI esercitava senza dubbio sul sindacato (per fare l’esempio più chiaro) non veniva dal cielo, per innata capacità del dirigente politico. Era il prodotto di in legame, di una simbiosi, e si alimentava continuamente delle esperienze e del punto di vista che scaturiva dalla pratica sociale diretta. Se non fosse drammatico ci sarebbe da ridere quando si ascolta la ripetizione astratta di formule come “il partito e solo il partito è in grado di avere una visione complessiva e perciò deve lavorare nei movimenti per dirigerli”. O quando si paragona il “partito sociale” alle illusioni del socialismo utopistico o dell’anarchismo. Certamente non mancano semplificazioni, ingenuità ed anche esagerazioni nel descrivere il “partito sociale”. Ma è fuori di dubbio, per me come per moltissimi altri, che senza la faticosa ricostruzione delle lotte, delle esperienze di solidarietà e mutualità, di organizzazione di mille comitati e associazioni è piuttosto difficile pretendere di “dirigere” alcunché. Se non c’è resistenza sociale, e quindi organizzazione sociale, non ci si può opporre con una resistenza politica. Proprio non capisco come si possa dire che la costruzione di un GAP è qualcosa di buono ma che non serve politicamente. Se qualcuno fosse andato a dire, negli anni 50 in una sezione del PCI, che costruire nel paesino una cooperativa di consumo non era lavoro politico, lo avrebbero guardato come un pazzo. Non è lo stesso avere un direttivo di circolo che sa tutto minuto per minuto dei litigi nella giunta e non sa nemmeno quante e quali associazioni ci siano sul territorio, quanti sfratti per morosità ci sono nel quartiere, o un direttivo che è composto di compagne e compagni che hanno una doppia militanza, nel partito e sociale, e che sono in grado di arricchire la discussione e quindi la direzione politica. Non è lo stesso se nelle riunioni partecipano persone il cui unico impegno politico è andare alle riunioni e dire la loro opinione, pretendendo magari di conoscere cosa pensa la gente sulla base di pochi rapporti personali, o se partecipano persone abituate a discutere anche altrove, a fare inchiesta in modo sistematico e ad esprimere opinioni basate sulla pratica sociale. Il partito sociale è quello che è capace, quando c’è la lotta di una fabbrica, di mettere in campo i legami di cui dispone con associazioni culturali, comitati ambientalisti o di scopo, e direttamente con la popolazione per sviluppare una iniziativa in grado di rompere l’isolamento di quella lotta e di farne capire il significato politico a tutti. Perché le lotte operaie sono isolate, ed incomprese, per motivi strutturali e non solo per i difetti del sindacato e della politica. Il partito che si limita a fare delle presenze ai cancelli della fabbrica e che fa una interrogazione nella istituzione del luogo, non è un partito che fa la lotta di classe. È un partito che parla della lotta di classe ma che non può e/o non sa farla. Ed è sempre più sospetto di parlare delle lotte per scopi elettoralistici. Il partito che dedica l’80 % del proprio tempo a discutere della politica separata delle istituzioni e ad esprimere giudizi ed opinioni su ciò che succede, senza partecipare direttamente a ciò che succede, può chiamarsi comunista o di sinistra ma in realtà non è un collettivo capace di fare politica nel senso alto del termine. E non può, come purtroppo succede spessissimo, che avvilupparsi e perdersi in discussioni personalistiche che sfociano quasi sempre in litigi e guerre intestine infinite.

Anche sul tema del PARTITO non pretendo di essere esaustivo. Ho solo insistito, in fondo a tante considerazioni sulle cause economiche e strutturali profonde delle sconfitte sociali e politiche di questi ultimi 30 anni, sul punto che a me pare fondamentale e assolutamente prioritario. Non vado oltre.

Infine, ma anche qui ho poco da aggiungere alle tante cose già dette sul progetto della Federazione della Sinistra, alcune riflessioni sul tema UNITA’ DELLA SINISTRA.

Il giorno che il comitato NO DAL MOLIN, la FIOM, una buona parte delle associazioni di solidarietà sociale, una parte consistente dell’ARCI, i sindacati di base, diverse associazioni culturali e centri sociali antagonisti, il movimento NO TAV, una parte importante dei dirigenti dei movimenti dei diritti civili, femministi e ambientalisti, ed altri ancora discuteranno insieme alle forze politiche della SINISTRA ANTICAPITALISTA, a cominciare da noi, di cosa si deve fare in Italia per almeno qualche anno sia nelle lotte sia nelle istituzioni, potremo dire che abbiamo realizzato l’unità della sinistra. L’unità della sinistra non può essere in nessun modo la somma delle sigle delle forze politiche deboli, sprovviste di radici sociali e dedite solo o prevalentemente alla POLITICA UFFICIALE. Tanto meno può essere il prodotto della suggestione di un “nuovo inizio” magico o addirittura della speranza riposta in un nuovo (ennesimo) leader.

Perciò penso che sia giusta l’idea della FEDERAZIONE DELLA SINISTRA. Individua un campo di forze politiche e sociali sulla base di una discriminante precisa: l’anticapitalismo. Che, sempre se tutto ciò che ho tentato di dire ha anche una minima validità, è imprescindibile per produrre una politica degna di questo nome. Non cancella le differenze ideologiche, culturali e di pratica politica e sociale. Al contrario le alimenta e le valorizza proprio perché le riconosce tutte senza imporre gerarchie e stupidi egemonismi. Assegna all’unità un compito preciso e definito, anche se molto ambizioso. E cioè quello di produrre un programma politico di fase. Un programma, cioè, di lotte e di proposte per il paese che unifichi e dia un indirizzo politico utile per i movimenti e per i settori sociali colpiti dalla crisi. Per questo, e solo per questo, è la dimensione unitaria a dover essere titolare della rappresentanza istituzionale.

La Federazione è già fatta così? Direi proprio di no. Ma il problema è se vuole diventare così o no.

Dire che la Federazione è un passo verso qualcos’altro vuol dire che non si crede sia un progetto strategico. Vuol dire che non si crede possibile unire molto di più senza provocare altre divisioni e disastri.

Io credo che nasce con evidenti limiti ma che ha la possibilità di allargarsi e crescere. Ed è per me ovvio che allargandosi, tanto a livello locale come a livello nazionale, dovrà modificarsi.

Certo molto dipenderà da diversi fattori che al momento non sono prevedibili con qualche certezza. Per esempio una modificazione in senso proporzionale della legge elettorale potrebbe essere decisiva.

E’ chiaro che in quel caso se la SINISTRA sarà libera di dispiegare le proprie politiche al di fuori della gabbia del bipolarismo potrà facilmente trovare e mettere a valore i molti contenuti e proposte comuni. Viceversa, se il bipolarismo dovesse continuare, è chiaro che la collocazione o meno nel centrosinistra di GOVERNO sarà un fattore di divisione insuperabile e finirà per allargare e distanziare sempre più i contenuti che oggi sono ancora comuni.

Ma questo è argomento prossimo a venire.

Fine.

Grazie per l’attenzione.

ramon mantovani

Basta con le mistificazioni! Rifondazione merita di essere rispettata!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , on 26 maggio, 2008 by ramon mantovani

Questo è il tempo delle decisioni, non delle recriminazioni o delle mistificazioni. E’ giusto e normale che il dibattito congressuale di un partito si dispieghi in modo che ognuno sostenga le proprie posizioni, cerchi di confutare le altre e cerchi di conquistare voti. Ma non è giusto e normale, o non dovrebbe esserlo, che il dibattito sia inquinato da mistificazioni, da doppie verità, da giravolte di ogni tipo.

Allora, anche a costo di essere ripetitivo e noioso, visto che si tenta di occultare il vero oggetto del contendere, torno a dire cosa è successo, come nasce e come deve svolgersi, secondo me, questo dibattito congressuale.

1) Di fronte al risultato elettorale non si può dire altro che tutto (TUTTO) il gruppo dirigente del partito è responsabile di una sconfitta e di un fallimento senza precedenti. Lo dico io per primo che pure avevo espresso, per tempo, numerose divergenze sia sulla nostra permanenza al governo sia sulla sinistra arcobaleno come assemblaggio di ceto politico con tre partiti dichiaratamente governisti. Ciò che è successo all’indomani delle elezioni nel partito è il frutto del tentativo, annunciato ampiamente, di avviare una costituente su base individuale (stampate e distribuite le tessere della sinistra arcobaleno) e delle dichiarazioni sull’accelerazione e sulla irreversibilità di tale operazione. E’ inutile tentare di occultare questo dato parlando di golpe, di resa dei conti e di personalismi vari. Semplicemente chi non era d’accordo con quella costituente (e io sono stato in prima fila), mai discussa in quei termini da nessuna parte nel partito e discussa invece con Mussi e diverse “personalità” che avrebbero lanciato l’operazione con un appello pubblico a farla subito, ha impedito che si facesse. Lo ha impedito in modo limpido, dichiarandolo esplicitamente, e permettendo così un dibattito ed una decisione democratica. Diversamente avremmo avuto una costituente sulla base del principio una testa un voto, alla quale avrebbero partecipato anche militanti di rifondazione, e il congresso del PRC sarebbe stato luogo di ratifica e valutazione di quanto già fatto. Il PRC si sarebbe diviso fra la costituente della sinistra e quella comunista (lanciata parallelamente dal Pdci) dissolvendosi definitivamente. Qui non ci sono processi alle intenzioni, bensì valutazioni politiche su intendimenti proclamati su tutti gli organi di stampa e su tutte le televisioni da Bertinotti, Giordano, Vendola, Migliore e diversi altri. Non credo di aver avuto le allucinazioni quando ad un TG ho visto Giordano il giorno dopo le elezioni dichiarare che “la Sinistra Arcobaleno è un processo irreversibile” e che “la faremo comunque con chi ci sta”. Capisco bene che il fatto che nel CPN sia stata impedita questa operazione abbia mandato su tutte le furie chi il CPN avrebbe voluto farlo due o tre settimane dopo il voto, a fatti compiuti. Ma non è accettabile, mi spiace, la mistificazione secondo la quale si sarebbero indicati capri espiatori allo scopo di sostituire il segretario con un altro o, peggio ancora, che si sarebbe promossa una resa dei conti. Quindi bisognerebbe smetterla di inquinare il dibattito con le teorie del complotto assumendosi la responsabilità dei propri atti e delle proprie proposte politiche.

2) Non ha senso presentare gli schieramenti usciti da quel CPN come innovatori e conservatori, come eredi delle innovazioni culturali e detrattori delle stesse, come il tradimento della maggioranza del congresso di Venezia. O meglio, ha un senso per chi vuole spostare la discussione dal punto politico del futuro del partito a quello della presunta coerenza con la migliore storia di rifondazione, ben sapendo che l’idea del superamento del partito non è popolare fra gli iscritti e che conviene chiamarli a schierarsi su altro. E’ bene che tutti sappiano che dall’ultimo congresso la mozione di maggioranza si è divisa e milita in ben quattro dei cinque documenti congressuali (tranne falce e martello), che la mozione 2 di Venezia si è divisa e milita in tre documenti (compresa la mozione Vendola), che due delle tre mozioni di Venezia sono uscite dal partito e si sono presentate alle elezioni. Come si fa, dopo un simile terremoto, a proclamare che da una parte ci sarebbero gli innovatori eredi del meglio di Venezia e dall’altra gli identitari, settari, chiusi e via insultando? Anche per questa ragione ho insistito per un congresso con un unico documento a tesi. Avremmo potuto dividerci e votare su diverse tesi alternative sul punto del futuro del partito e su quale unità della sinistra e discutere liberamente del resto, riconoscendo e valorizzando l’unità che pure c’è fra noi su tantissime cose. Non si è voluto solo per dimostrare che siamo divisi sulla cultura politica invece che sul superamento del partito. E siamo arrivati al punto che si accusa, a mezzo comunicato stampa, la mozione Acerbo di aver “copiato” da quella Vendola i temi dell’antimafia, della questione meridionale e non so cos’altro. Come se dovessimo avere posizioni diverse e contrapposte sull’antimafia!

3) Ha senso, invece, la autocandidatura di Nichi Vendola alla segreteria del partito. Ha senso perchè già da mesi si parlava di Vendola come leader del nuovo partito della sinistra. Ha senso perché Vendola aveva ricevuto una semi-investitura, come scritto da tutti i quotidiani imboccati dalla pletora di addetti stampa di Bertinotti e Migliore, all’assemblea degli “stati generali” dove l’applausometro l’aveva messo sul trono. Ha senso per superare i malumori dei tanti dirigenti della mozione Vendola per la candidatura di Bertinotti a premier in campagna elettorale. Ha senso per cavalcare la tigre del leaderismo e per ridurre militanti ed iscritti a tifosi passivi e plaudenti. Ha senso perché la dice lunga sulla natura del partito, o soggetto che dir si voglia, della sinistra che si vuole costituire. Una formazione ultrapoliticista, dominata da “personalità” in accordo e concorrenza fra loro, con un leader dalle mani libere per decidere le mosse da comunicare dalla televisione. Ha senso perché Vendola può raccogliere voti sulla sua persona che non andrebbero mai alla proposta della costituente che prevede il superamento di rifondazione comunista. Ha senso perché perpetua l’idea che il partito deve essere governato da una maggioranza identificata con un leader.

Ma non dovrebbe avere senso perché é una scorrettezza enorme anteporre le persone alle idee. Almeno in un partito antagonista che si prefigge di cambiare le cose e non di imitare il peggio della cultura politica maggioritaria oggi in Italia. Perché Vendola non può contemporaneamente fare il segretario del nostro partito e il presidente di una regione dove governa col Partito Democratico. A meno di non avere un inconfessabile accordo con il PD sul dopo congresso. Perché, per essere eletto segretario, dovrebbe avere il 51% dei voti e rifiutare ogni logica di gestione unitaria del partito.

La verità, secondo me, è che Vendola non pensa nemmeno lontanamente di fare il segretario del partito. Semplicemente ha messo a disposizione la sua popolarità per conquistare più voti per la mozione che propone la costituente di sinistra, e cioè il superamento di rifondazione comunista e la spaccatura della sinistra fra comunisti e neosocialisti.

4) Tutti vogliamo l’unità della sinistra. Ma quale unità? Per fare cosa? Non sono domande superflue. Se nel PRC vincesse la mozione Vendola si procederebbe, come ben scritto, ad una costituente della sinistra, ben sapendo che Verdi e Pdci non ne farebbero parte. In altre parole si realizzerebbe il progetto di Sinistra Democratica e si alimenterebbe l’altro progetto del Pdci. Rifondazione, come gran parte dei soggetti politico-sociali di movimento, sarebbero divisi e dilaniati dai due processi costituenti. Entrambe le costituenti sarebbero subalterne al Partito Democratico sia per vocazione, visto che sia Fava sia il Pdci vogliono un’alleanza strategica con il PD, sia per la debolezza intrinseca prodotta dalla divisione. Ma se Rifondazione continuasse ad esistere entrambe le costituenti sarebbero sterili e non potrebbero realizzarsi, giacché sono unite su un solo punto: che rifondazione debba sparire e che il suo patrimonio politico e non solo, possa essere diviso.

Detto questo, che comunque non è poco, resta da capire come e per cosa vale la pena di costruirla l’unità della sinistra.

Non basta dire che bisogna ricostruirla dal basso. Lo dicono tutti e senza alcune precisazioni può non voler dire niente.

E’ necessario ricostruire conflitto sociale, vertenze, esperienze di mutualità e di solidarietà attiva. E’ necessario coordinare forze politiche e sociali per essere efficaci nell’opposizione al governo Berlusconi. Questa è la strada per unire ciò che di sinistra rimane nel paese. Rifondazione c’è nei quartieri degradati, come ci sono centinaia di associazioni, gruppi, centri sociali, comitati di lotta. Non si tratta di tornare ai territori o di tornare a parlare alla “gente” per strada. Si tratta di dimostrare una coerenza fra ciò che si predica e si dice e ciò che si fa nelle istituzioni, visto che al governo non abbiamo ottenuto nulla. Si tratta di smetterla, in quei quartieri degradati, di fare tavole rotonde sull’unità della sinistra e di promuovere, invece, vertenze e lotte insieme ai gruppi e comitati. Si tratta, cioè, di unire la sinistra reale rispettando le identità di tutti e le culture di tutti. Ma è solo l’impegno sociale e la lotta ad essere il terreno per un confronto fertile ed anche per una effettiva contaminazione reciproca. Le tavole rotonde con chi dice che il comunismo deve sparire, magari per tornare a Riccardo Lombardi coma fa Ginsburg, come i dibattiti “per costruire un nuovo centrosinistra” come fa Fava insieme ad esponenti di Rifondazione, non costruiscono unità, bensì ulteriori divisioni e separatezza del ceto politico dalla società. Promuoviamo per un anno l’unità di chi vuole contestare il G8 del 2009, e facciamolo come facemmo con il Genoa Social Forum, ed avremo l’unità della sinistra in questo paese.

5) Non basta salvare rifondazione. Tutti dicono che non è autosufficiente ma una cosa è riconoscerne i limiti e individuarne i difetti da correggere, e un’altra e considerarla un ferrovecchio di cui liberarsi rapidamente per liberare finalmente le forze della sinistra diffusa. Insisto nel dire che una parte importante del gruppo dirigente di rifondazione è come se avesse detto: abbiamo ambizioni e progettualità così grandi e così alte che rifondazione non basta, ci vuole un partito (o soggetto che dir si voglia) alla nostra altezza. Ieri mi è ricapitato fra le mani il testo di una mia lettera di solidarietà ai compagni di Firenze promotori dell’appello di novembre ai quali un anonimo dirigente della federazione aveva detto sul Corriere della Sera: “non bisogna avere paura di qualche centinaia di contrari, se si ha intenzione di parlare a milioni di possibili elettori”. Quanta boria, quanta presunzione, in queste parole! E’ proprio l’esempio lampante di quanto dicevo più sopra. Chi vuole parlare a milioni di elettori considera tanti compagni del partito, che oggi guarda caso sono in stragrande maggioranza a Firenze, dei poveri deficienti non all’altezza degli splendidi disegni di un gruppo dirigente illuminato. Salvo svegliarsi il 14 aprile senza i milioni di elettori e senza la fiducia e il rispetto dei compagni che il partito l’hanno costruito e fatto vivere per tanti anni.

Ma non basta salvare rifondazione. Perchè é stata snaturata troppo dal leaderismo e dal conformismo conseguente. Dall’istituzionalismo che ha determinato una situazione insostenibile: non sono più i rappresentanti nelle istituzioni a servire ai circoli e al partito per essere più incisivi ed efficaci bensì il contrario. Circoli e gruppi di iscritti al servizio dei consiglieri, degli assessori e dei parlamentari. E sarebbe ancor peggio se si affermasse l’idea che solo un nuovo leader può salvare il partito. Avremmo un partito al servizio di una persona e delle sue decisioni.

Ma non basta salvare rifondazione. Bisogna sapere che il partito deve riformarsi, deve ritrovare il senso di un’appartenenza, di una collegialità e di una democrazia che sono, evidentemente, entrate in crisi. Per fare questo non basterà il congresso, sarà necessario un lungo cammino, paziente e determinato.

Molti lamentano una presunta chiusura del dibattito di rifondazione. E’ ingiusto ed ingeneroso. Perché sottovalutare la necessità di un partito di discutere democraticamente del proprio futuro? Perché, dopo mesi di assurde assemblee e discussioni sulle forme di un contenitore senza contenuti, si vuole che novantamila iscritti a rifondazione non discutano anche di se stessi? Perché un qualsiasi gruppo può riunirsi e decidere quale proposta fare agli altri e se la stessa cosa la fa un partito diventa una perdita di tempo? Forse si preferisce che a decidere siano quattro leader oligarchi? O si pretende che un’associazione di trenta persone, che merita tutto il rispetto del mondo, decida e che gli altri debbano applicare? Non sarà che qualcuno pensa che chi è iscritto ad un partito non abbia il diritto di partecipare e decidere perché per lui c’è un leader che ci pensa? Non sarà che c’è chi pensa che non avere una tessera di partito renda migliori?

Quindi, se si pensa che il dibattito di un partito sia poco interessante non c’è nessun obbligo a seguirlo. Se si pensa che rifondazione non debba decidere di se stessa, per le ripercussioni che questo avrebbe su altri magnifici progetti, ci si chieda che progetti sono visto che non possono realizzarsi se non sulle spoglie di rifondazione. Se si crede che un partito sia obsoleto, inutile, vecchio e tendenzialmente stupido si sappia che non c’è nessun obbligo a farne parte.

Il Partito della Rifondazione Comunista è sempre stato aperto, ha eletto centinaia e centinaia di persone senza tessera pur essendo un partito piccolo, ha sempre tentato di dialogare alla pari con tutti. E’ stato un partito molto generoso ed unitario.

E’ ora che venga ripagato con la stessa moneta.

ramon mantovani

Bertinotti e il partito.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 3 aprile, 2008 by ramon mantovani

Nel forum del 23 marzo su Liberazione

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

Bertinotti ha anche affrontato la questione del partito.

Dopo aver detto che negli ultimi venti anni la sinistra si è fatta prevalentemente centro e che la stessa nozione di sinistra “si è frantumata in mille schegge”, e dopo aver citato Pintor per sostenere che la priorità è rimeritarsi la fiducia della propria gente, Bertinotti parla di “un nuovo inizio”. Ecco la citazione:

“Adesso è un nuovo inizio per la

sinistra e, se non riusciamo a darne conto,

non ce la possiamo fare, perché veniamo,

oltre che dalla sconfitta del ’900,

anche da una sconfitta del nostro tempo.

L’esperienza di Rifondazione è meritevole,

ma è parte di questa sconfitta

anche se è senza colpe. Per questo, io

credo che nel processo unitario a sinistra

ognuno deve dire per sé cosa tiene

e cosa lascia. Cioè: Rifondazione per

Rifondazione, Pdci per il Pdci, i Verdi

per i Verdi, stessa cosa per Sd e la sinistra

diffusa. Bisogna che proviamo a fare

questo esercizio per il nuovo inizio e

il collegamento con la propria gente”.

Sconfitta? Nuovo inizio? Sinistra diffusa?

Lo dico davvero senza intenti polemici, ma questi concetti sono stati alla base della svolta della bolognina.

Hanno la forza suggestiva di dar conto di uno stato d’animo ben presente in molti, se non in tutti.

Che, con il trionfo del capitalismo, siamo stati sconfitti è sotto gli occhi di tutti. Che fare? Una cosa nuova capace, magicamente, di renderci migliori e più forti. Con chi? Ma Con la sinistra diffusa, naturalmente!

Queste cose, però, hanno il grave difetto, a mio parere, di essere tanto generiche quanto incapaci di affrontare i veri problemi che abbiamo di fronte, Anzi, di più, essendo una fuga dai problemi, al di là delle suggestioni fugaci, finiscono con l’aggravarli.

Di che sconfitta parliamo? Anche partendo dal punto di vista di Bertinotti (e della parziale citazione di Pintor), cioè dalla constatazione che si è persa la fiducia della propria gente, bisognerebbe interrogarsi maggiormente sul perché, piuttosto che indicare, in modo assolutamente tautologico, che bisogna riguadagnare la fiducia persa.

Per anni, Bertinotti in testa, abbiamo analizzato le nuove contraddizioni, e le nuove forme delle vecchie contraddizioni, prodotte dalla globalizzazione capitalistica. Partendo dalla constatazione della sconfitta storica del movimento operaio del 900, tanto nella sua versione comunista come in quella socialista e socialdemocratica, abbiamo individuato nel nascente movimento contro la globalizzazione il luogo e la stessa possibilità che l’anticapitalismo tornasse ad essere un’opzione politica e non solo un campo di ricerca culturale o un terreno di pura testimonianza. E’ per questo, e non per una moda, che abbiamo parlato dei limiti del partito politico novecentesco. Limiti di dimensione nazionale e limiti nel rapporto gerarchico con i movimenti sociali, locali o globali, intrinseco all’idea della conquista del potere (o, peggio ancora, del governo). E’ così che abbiamo innovato, e rotto con precisi punti della tradizione comunista e della sinistra. Basti pensare alla caduta del governo Prodi nel 98, alla nostra internità nel movimento mondiale e italiano, a Genova, alla pratica della disobbedienza civile e sociale, all’idea del baricentro sociale della nostra attività, alla critica del potere di ispirazione zapatista e così via.

Io credo che avevamo incominciato a ricostruire un rapporto di fiducia con la nostra gente. Che misuravamo nelle dinamiche di movimento, nella vittoria di tante lotte all’inizio degli anni 2000, nei segni di crisi delle politiche neoliberiste e nella coscienza, sempre più diffusa, fra le popolazioni del carattere mistificatorio delle magnifiche sorti della globalizzazione. Parlo della sovranità alimentare, della questione ambientale globale, della precarietà e dell’emarginazione come elementi costitutivi del nuovo capitalismo, dell’offensiva conservatrice ideologica di un nuovo oscurantismo autoritario e di altro ancora.

Avevamo, tutti, evitato accuratamente di essere fuorviati dalla misurazione elettorale di questo processo. Altrimenti, essendo passati dal 8,3% al 4,3%, avremmo dovuto dar ragione a Cossutta, e non avendo avuto impennate negli anni successivi che pure sono stati densi di conflitti, bensì un recupero lento e faticoso, avremmo dovuto evitare come la peste di imbarcarci in un’esperienza di governo.

Avevamo, cioè, pensato che si era incominciato un cammino. Per molti versi assolutamente nuovo per un partito politico. Ma non era un nuovo inizio, era l’inveramento della rifondazione comunista. Un cammino i cui tempi non dovevano essere scanditi dalla contingenza politica, elettorale o meno, ma dalla ri/costruzione del movimento anticapitalista mondiale. Un cammino dalla grande vocazione strategica e contraddistinto dalla necessità di sperimentare in mare aperto, contaminandosi con altre culture ed esperienze in seno al movimento.

Con ciò non voglio sorvolare sui limiti della forma partito, tema sul quale Bertinotti si è esercitato e sul quale tornerò, ma rimettere le cose in piedi.

Considero, infatti, una svolta politicista, un vero capovolgimento di linea, il discorso di Bertinotti alla prima assemblea di Sinistra Europea.

Ma come? Eravamo così in buona salute, noi e i movimenti, da tentare la strada impervia del governo e dopo un anno, quando si comincia a constatare una crisi, invece di prendere il toro per le corna, visto che la crisi era chiaramente provocata dalla delusione per le politiche del governo, sulla base di un banale cattivo risultato alle amministrative, si parla di rischio vitale per la sinistra, si abbandona nei fatti il progetto strategico di cui sopra, si propone un nuovo inizio, di andare oltre rifondazione e di fare tutto in fretta e furia?

Per parte mia rivendico ciò che scrissi nel giugno 2007, pubblicato anche qui sul blog.

https://ramonmantovani.wordpress.com/2007/06/

Ma vorrei aggiungere oggi, che le cose sono molto più chiare, che non aver affrontato per tempo il tema della permanenza al governo, a causa della cultura governista degli altri della Sinistra Arcobaleno, ha finito con il ridurre anche il progetto unitario, che da moltiplicatore annunciato di consensi (il 15% come minimo si proclamava!) si è trasformato in riduttore di voti e di consensi sociali.

Siccome penso che un partito sia soprattutto un progetto strategico collettivo, e non una semplice forma di organizzazione autoreferenziale, conseguentemente ritengo che solo in ragione di un profondo cambio di strategia si possa ritenere necessario andare oltre il partito stesso. Ed infatti Bertinotti questo ha proposto e propone anche in campagna elettorale.

Si dirà, contro l’evidenza dei fatti, che si vuole perseguire la stessa strategia, che nell’esercizio del “dire per sé cosa si tiene e cosa si lascia” rifondazione investirà il meglio di se stessa nel nuovo partito e vincerà una battaglia egemonica.

Vediamo cosa vuole tenere e cosa lasciare Bertinotti e soprattutto perché:

“Facendo un esercizio drastico, io penso

che vada portato nel processo di costruzione

della Sinistra Arcobaleno il rinnovamento

politico-culturale che è vissuto

dentro Rifondazione Comunista,

dalla rottura di fondo con la cultura

dello stalinismo fino alla nonviolenza,

passando per l’immersione nei movimenti.

Cosa va abbandonato? La cultura

organizzativa in cui abbiamo lasciato

imprigionare questa innovazione. Il

nostro rinnovamento culturale si è prodotto

sul terreno delle culture politiche

e non sul terreno delle forme di organizzazione

della politica. Dobbiamo

sperimentare forme di organizzazione

che consentano una riconnessione sentimentale

con il tuo popolo, sennò non

ce la facciamo e l’organizzazione funziona

come intercapedine e si ferma lì.

Faccio un’autocritica rispetto al periodo

della mia direzione di Rifondazione:

rivendico il coraggio innovativo del

congresso di Venezia, ma, curiosamente,

visto che noi veniamo dalle culture

critiche ed eretiche del movimento operaio

e abbiamo assorbito la lezione del

femminismo e della cultura di genere,

c’è stato anche un errore politico. Parlo

per me: ho pensato che si potesse fare

l’innovazione politico-culturale solo

pagando il prezzo di non toccare il paradigma

organizzativo.”

Argomenti interessanti, che però non condivido per niente.

Io non credo che antistalinismo, nonviolenza e l’ambigua formula “immersione nei movimenti” siano il nocciolo fondamentale dell’esperienza di Rifondazione Comunista da investire in un processo unitario. Non perché non siano effettivamente elementi innovativi. Bensì perché non sono dirimenti e possono essere messi al servizio di progetti strategici ben diversi fra loro. Una cosa è, infatti, avere un’analisi della globalizzazione che parla della necessità di mettere in discussione il concetto di potere (figuriamoci di governo) e di conquista del potere, e con esso la violenza intrinseca ai rapporti sociali e politici, proponendo la nonviolenza come forma più efficace e più alta di antagonismo. Un’altra è predicare la nonviolenza quasi come elemento etico e fondante l’identità politico- culturale, con il quale leggere il potere e il mondo contemporaneo. Dico che è un’altra cosa perché, sebbene non incompatibile con un radicale antagonismo, non lo garantisce affatto. Non è un caso, infatti, che Bertinotti abbia avuto tanti riconoscimenti maliziosi su questo punto da molti che hanno visto nella “svolta nonviolenta” un abbandono dell’estremismo e del massimalismo (leggi dell’antagonismo e della radicalità) di Rifondazione. Non penso che Bertinotti sia colpevole di questo, eppure dovrebbe porsi il problema della lettura prevalente che si fa di questa cosa anche nell’ambito della Sinistra Arcobaleno.

Il concetto di “immersione nei movimenti”, parimenti, è compatibile con qualsiasi linea o progetto politico. Chi volete che dica che bisogna starne fuori? Che bisogna ignorarli? Il problema è se sono essi il centro della politica, se sono dotati di progettualità propria, o se sono il classico sommovimento nel quale stare per indirizzarlo, per dirigerlo e possibilmente per conquistarne il consenso. Ho già detto che Bertinotti, su questo, usa una formula ambigua, ma come non vedere che la maggioranza della Sinistra Arcobaleno, compresi oramai diversi di Rifondazione, ripropongono la formula più classicamente novecentesca del rapporto fra politica e sociale, fra politica e movimenti?

Infine, lo stalinismo e l’antistalinismo.

Atteso che sugli “errori ed orrori” siamo d’accordo tutti, almeno spero, voglio dire alcune cose in modo provocatorio.

Chiedere a una platea, congressuale per esempio, di votare su una proposta generica e volutamente ambigua, riservando ad una ristretta cerchia oligarchica impegnata a darsi coltellate dietro le quinte, sulle liste elettorali per esempio, le vere decisioni, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è un male inevitabile della forma partito?

Il leadersimo, anche se è un prodotto di questi tempi e del sistema massmediologico, quando non è sottoposto a critica e non si tenta nemmeno di superarlo nel tempo, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è anch’esso un male prodotto necessariamente dalla forma partito?

Bertinotti avrebbe ragione ad autocriticarsi, avendo pensato di poter fare “l’innovazione solo pagando il prezzo di non toccare il paradigma organizzativo”. Ma non è vero che le cose sono andate così. E’ vero che il paradigma organizzativo, formalmente, non è stato toccato. Il problema è che è stato svuotato senza che fosse sostituito con uno più democratico o, almeno, migliore e più coerente con il progetto strategico che via via è stato costruito.

A un certo punto Bertinotti ha teorizzato che bisognasse implementare l’informalità nella discussione e nei processi decisionali. Ricorderà che mi sono opposto, senza successo, a questa sua idea. Il risultato è stato un incremento del leaderismo, un clima di conformismo crescente, e la crisi di credibilità e soprattutto di autorevolezza degli organismi preposti, nel paradigma, a prendere decisioni e ad assumersi responsabilità.

Ora, cosa può spingere un segretario di un partito a pensare che si possa cambiare linea, strategia e cultura politica di un partito “solo” senza riformare l’organizzazione? Sarò esagerato, forse, ma l’unica risposta plausibile mi sembra: perché pensa che il partito è irriformabile!

Tutto l’assunto di Bertinotti sul rapporto innovazione politico-culturale e partito è da rovesciare.

La rilevanza dell’innovazione nel campo della libera ricerca è una cosa, ma in politica le analisi, le svolte, e le stesse idee che Bertinotti ha avuto l’indiscutibile merito, anche se non esclusivo, di produrre, fuori del partito organizzato sarebbero rimaste inerti e non avrebbero avuto alcuna rilevanza. Sarebbero rimaste articoli su qualche rivista o forse non sarebbero nemmeno nate. Sarebbero, cioè, rimaste testimoniali. L’organizzazione non è una “intercapedine”, è lo strumento per agire ed anche per decidere. La connessione fra una politica (perfino un leader) e il popolo non è mai impedita o intralciata dall’organizzazione di partito. Casomai è resa tendenzialmente stabile e non esposta ai rovesci che può subire o, peggio, agli errori personali del leader.

Per questo, invece della comoda informalità, sarebbe stato meglio dedicarsi ad un lavoro paziente per mettere mano alle degenerazioni dell’organizzazione, ai personalismi e ai carrierismi, alla sbagliata divisione del lavoro, al carattere monosessuato della stessa organizzazione e così via.

E’ profondamente ingeneroso verso decine di migliaia di militanti pensare che non siano stati capaci di riformare la propria casa a causa dell’errore del capo, che non si era posto il problema e che oggi si autocritica.

Io penso che i problemi evidenti, connessi alla crisi ed alla irripetibilità dei modelli dei partiti di massa o di avanguardia del novecento, stiano tutti di fronte a noi. Rimarranno e si aggraveranno se si darà vita ad una forza politica leaderista ed incerta su questioni come il governo, sia che abbia una forma federata o unificata.

Credo che Rifondazione Comunista, con tutti i suoi limiti e difetti, non debba perdere se stessa perché è il luogo, lo spazio politico, migliore per procedere anche ad una profonda riforma dell’organizzazione politica, da mettere a disposizione in qualsiasi processo unitario che ne rispetti l’identità e l’autonomia.

fine

ramon mantovani