Archivio per zapatismo

La lotta dell’EZLN e la “sinistra”, vent’anni dopo l’insurrezione

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , on 9 gennaio, 2014 by ramon mantovani

Il 1 gennaio del 1994, vent’anni fa, come comparso dal nulla un esercito di straccioni, male armati ma molto convinti ed organizzati, dichiarava guerra al governo messicano ed occupava, dopo sanguinosi combattimenti, le principali città dello stato del Chiapas nel Messico meridionale. Proprio nel momento della “fine della storia” e del trionfo della globalizzazione, nel giorno dell’entrata in vigore dell’accordo commerciale liberista fra Messico e USA, gli ultimi degli ultimi, quegli indigeni da sempre guardati con paternalismo e/o con disprezzo anche dalla sinistra messicana, dimostravano, armi in pugno, che la storia non era affatto finita e soprattutto di poter capire per primi cosa fosse veramente la globalizzazione. Era la prima voce fuori da un coro inneggiante alla globalizzazione come “opportunità”, come “progresso”, come nuova era di “sviluppo”. Coro cui si aggiungevano entusiasticamente i partiti dell’internazionale socialista concludendo il tragitto che li aveva portati definitivamente dall’altra parte della barricata. Le ragioni dell’EZLN, la simpatia che suscitarono in tutto il mondo presso coloro che resistevano e una grande mobilitazione imposero una trattativa di pace, che partorì un primo accordo firmato solennemente dal governo, tutt’ora inapplicato. In quegli ultimi anni 90 l’EZLN disse e fece cose tanto importanti quanto, spesso, incomprese e sottovalutate da una sinistra intellettualmente pigra, che vedeva solo la superficie del fenomeno. Gli zapatisti facevano una critica spietata delle armi e dell’organizzazione militare, pur essendo guerriglieri per necessità, e c’era contemporaneamente chi ci vedeva il mito della violenza come forma suprema di lotta e chi ci vedeva la profezia della non violenza. Gli zapatisti aborrivano la “solidarietà” dei ricchi verso i poveri, dei sapienti verso gli analfabeti, dichiaravano di essere un sintomo e non certo una “guida” e proponevano l’uguaglianza nella costruzione di una lotta comune, e c’era chi, imperterrito, li descriveva come avanguardia da seguire o come lotta periferica e arretrata da aiutare compassionevolmente. Gli zapatisti parlavano con metafore e simboli indigeni vecchi di millenni e c’era chi ci vedeva un “nuovo linguaggio”, l’immancabile “nuovo modo di far politica” arrivando, senza senso del ridicolo, ad imitare quel linguaggio in contesti dove risultava ovviamente incomprensibile. Poi, negli anni 2000, arrivò la grande “marcia” sulla capitale, e uomini e donne dell’EZLN, con il sostegno deciso da tutte le comunità indigene messicane, parlarono con il loro passamontagna nella sala dell’assemblea della Camera dei Deputati. Per sfidare il nuovo Presidente Fox a mantenere la promessa solennemente fatta di applicare l’accordo di pace firmato 5 anni prima. Di nuovo furono traditi dal parlamento che all’unanimità negò quanto stabilito negli accordi da pace. L’EZLN dichiarò di prendere atto dell’impossibilità di ottenere alcunché con il dialogo e mise fine ad ogni tipo di rapporto con la “sinistra” messicana, che si era dimostrata tanto ansiosa di sfruttarne la popolarità quanto pronta a tradire al momento opportuno, e che al governo in diversi stati, Chiapas compreso, non aveva esitato a reprimere ogni lotta indigena nel sangue. Da quel momento l’EZLN, tanto di moda sulla stampa progressista europea, sparì dai mass media, tranne che per essere accusato, in occasione delle successive elezioni di “favorire la destra”, di aver avuto una deriva estremista e di essersi isolato. In realtà la vera svolta dell’EZLN è stata poi sostanzialmente l’applicazione unilaterale, che dura tutt’oggi, degli accordi di pace. Autogoverno delle comunità indigene strutturato in una democrazia diretta e assembleare, con l’EZLN come garante della difesa da militari e paramilitari e non come guida. Occupazione e coltivazione delle terre di proprietà collettiva che la “legge” aveva privatizzato. Autorganizzazione di istruzione e sanità. Relazioni informali, anche se piuttosto complicate, con i governi ufficiali locali (chiamati malgobierno) per i trasporti di cose e persone e commercio dei propri prodotti agricoli e manifatturieri attraverso reti non speculative e solidali. Le condizioni di vita delle persone delle comunità zapatiste sono enormemente migliorate. Le comunità hanno, fra molti errori, imparato ad autogovernarsi senza leader e senza deleghe. Sembra la realizzazione di un’utopia, e in parte lo è. Ma resta l’illegalità nella quale è costretta questa esperienza, resta la continua aggressione dei paramilitari di tutti i partiti ufficiali al potere nel Chiapas, a cominciare da quelli del Partito della Rivoluzione Democratica, resta la spada di Damocle dell’intervanto dell’esercito federale. Perché il petrolio, l’uranio, l’acqua, il legname pregiato, la biodiversità e lo sfruttamento turistico delle rovine Maya e delle bellezze naturali della Selva Lacandona sono tutte cose promesse e in gran parte già vendute alle multinazionali, soprattutto europee.

A quale sinistra interessa questa esperienza? Quali lezioni bisogna trarne? Cosa e soprattutto quale è la sinistra in Messico? Attraverso quale risultato elettorale, sondaggio o popolarità di un leader, si può misurare l’importanza di questa lotta?

Queste domande e le relative risposte possono aiutarci a collocarci tutte e tutti nel luogo giusto indicato dal Sub comandante Marcos: in basso a sinistra.

ramon mantovani

 

pubblicato su ESSEBLOG   l’8 gennaio 2014

Gli zapatisti, la digestione del potere e la sinistra.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 29 ottobre, 2008 by ramon mantovani

 

Parliamo di qualcosa che secondo molti, e fra questi il sottoscritto, ha avuto un’importanza fondamentale nella sinistra mondiale?

Usciamo un po dalle beghe provinciali italiane?

Ma si dai, facciamolo, che forse troviamo anche qualche idea utile a capire dove andare nel futuro.

Il 1 agosto di quest’anno, nel Caracol de La Garrucha il Subcomandante Marcos e il Tenente Colonnello Moises hanno tenuto un discorso per i membri della “Carovana nazionale ed internazionale di osservazione e solidarietà con le comunità zapatiste del Chiapas”.

La versione originale, in castigliano, la trovate qui:

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/comision-sexta/978/#Marcos

La versione in italiano, ma solo del discorso del Subcomandante Marcos, sul sito di Carta (che è l’unico giornale italiano che ha parlato dell’avvenimento con ottimi servizi e resoconti nel n° 31 del 29 agosto 2008) la potete leggere qui:

http://www.carta.org/attachments/pdf/0000/2180/31digestionepotere.pdf

Prima di entrare nel merito di alcune delle questioni affrontate nel discorso del Sup vorrei, riassuntivamente, soffermarmi su aspetti salienti, secondo la mia modesta opinione, dell’esperienza zapatista. Cercando di confutare letture e critiche che considero sbagliate, superficiali ed anche in malafede, circolate in Italia negli ultimi anni.

Delle origini dell’EZLN Marcos parla diffusamente nel discorso del 1 agosto.

Non credo che questa puntualizzazione sia casuale.

E’ diffusa nel mondo, infatti, l’idea pseudoromantica della guerriglia in America Latina, e da molte parti non si è voluto prendere atto delle modificazioni profondissime indotte dall’esperienza indigena nell’originale impostazione fochista del gruppo che diede vita all’EZLN.

La natura indigena dell’EZLN non è un dato sociologico. E’ profondamente legata alla cultura della resistenza che le comunità indigene hanno messo in atto per più di 500 anni, come Marcos spiega assai chiaramente.

La guerra che le comunità decidono di dichiarare al governo messicano è una necessità per due motivi fondamentali. Le comunità sono state private della terra, con una legge appositamente approntata per la firma del trattato di libero commercio con USA e Canada (NAFTA), e le condizioni di vita sono peggiorate al punto che c’è una vera e propria strage di bambini e bambine che muoiono per malattie curabilissime.

Non si tratta, quindi, della classica offensiva militare in ragione delle forze accumulate e con l’obiettivo di rovesciare il governo. La guerra è necessaria, come si vedrà meglio in seguito, per prendere la parola su una realtà che altrimenti sarebbe totalmente ignorata. E soprattutto c’è in modo chiaro la consapevolezza che le comunità indigene sono minacciate nella loro stessa esistenza da nuovi criteri di ristrutturazione e sfruttamento del territorio, prodotti dalla globalizzazione e non solo dai tradizionali poteri messicani.

Ecco un primo punto saliente dell’esperienza zapatista. La prima lotta al mondo (nonostante tutto di lotte anche armate ce n’erano diverse anche allora) che prende coscienza delle nuove contraddizioni prodotte dalla globalizzazione.

Come è noto, dopo l’insurrezione, piuttosto sanguinosa, e l’occupazione delle principali città dello stato del Chiapas da parte dell’EZLN il 1 gennaio del 1994 (lo stesso giorno dell’entrata in vigore del NAFTA), segue un forte movimento di solidarietà mondiale e le autorità di governo sono costrette alla trattativa.

L’EZLN esplicitamente dichiara di non aver fatto l’insurrezione per prendere il potere e rivendica un posto nel Messico per gli indigeni. Più concretamente chiede, nel corso della trattativa, una riforma costituzionale che riconosca il peculiare rapporto con la terra e il valore della cultura e delle forme di autogoverno di tutte le comunità indigene messicane (circa 12 milioni di persone e decine di etnie).

Su entrambe queste questioni (la guerra non per il potere e la riforma costituzionale) sono in molti a storcere il naso. Si sprecano critiche: senza prendere il potere non si può cambiare nulla; senza partire dalla contraddizione capitale lavoro non c’è speranza; la riforma costituzionale è prova di riformismo imbelle; e così via. In Italia si distingue per criticare l’EZLN in tal modo Rossana Rossanda, oltre a diversi altri estremisti e/o ortodossi di vario genere. E anche fra gli estimatori c’è chi loda gli zapatisti esattamente per gli stessi motivi. C’è chi si innamora del modello zapatista come “nuovo modo di far politica”. I cercatori del nuovo per il nuovo e i bisognosi di modelli non mancano mai!

In realtà la questione del potere è fondamentale perché smentisce, e basterebbe osservare l’esperienza storica per rendersene conto, l’idea che prima prendi il potere e poi lo usi per cambiare la realtà sociale. Dagli scritti e dai discorsi dell’EZLN si capisce sempre più che non si tratta di una rinuncia bensì di un rovesciamento della questione. Cambiare la società per cambiare il potere (che non è affatto neutro) è rimettere le cose con i piedi per terra.

La questione della presunta parzialità indigena e della presunta moderazione relativa alla riforma costituzionale sono emblematiche di come si possa non capire una questione fondamentale. Istituzionalizzare il rapporto delle comunità indigene con il territorio e le loro forme di autogoverno è totalmente incompatibile con i “moderni” criteri di sfruttamento delle multinazionali e con la nuova funzione dello stato al servizio del mercato. Significa contemporaneamente salvare l’esistenza delle comunità, altrimenti destinate ad estinguersi, e democratizzare lo stato ristabilendo il primato degli interessi umani sull’economia capitalistica.

E’ la rivendicazione più radicale ed antagonista che si possa fare. Altro che moderatismo e parzialità!!!

Il governo, abbastanza sorprendentemente, firma il primo accordo (accordo di San Andres) che prevede la riforma costituzionale, ma come si vedrà in seguito, prevedibilmente, non l’applicherà mai, tanto che ancora oggi, formalmente, la trattativa con l’EZLN è semplicemente interrotta.

Una prima volta il Presidente Zedillo presenta una legge di applicazione dell’accordo che è semplicemente una truffa, e a seguito della rottura delle trattative da parte dell’EZLN avvia una fase di guerra di bassa intensità.

E’ in questo periodo che l’EZLN sceglie di rifuggire lo scontro armato non accettando le numerose provocazioni.

Anche per questa scelta si guadagna le critiche di quelli che vorrebbero un bellissimo scontro militare per poter inneggiare alla lotta dell’EZLN. Ed altri, specularmente, vedono in questa scelta un positivo abbandono della lotta armata.

Ma le cose, per quel che ho capito io, non stanno così. Semplicemente l’EZLN non tiene affatto ad immolarsi in uno scontro militare sicuramente perdente ed essendo formalmente la trattativa sospesa punta sulla crescita della domanda politica in Messico e nel mondo affinché il primo accordo firmato dal governo sia rispettato per riprendere la trattativa. Non va dimenticato che l’EZLN nel 95, nel bel mezzo dei negoziati con il governo, aveva lanciato una consultazione di massa in tutto il Messico. Circa un milione e duecentomila persone, in un solo giorno, avevano risposto alle 5 domande dell’EZLN registrandosi con la carta d’identità ai banchetti.

Comunque l’EZLN sceglie di continuare la strada della lotta pacifica, senza abbandonare le armi, anche perché la trattativa con il governo è ormai un fatto politico di tutti gli indigeni messicani e di gran parte del popolo messicano, e non più una questione di un gruppo armato e delle comunità indigene chiapaneche.

Nel corso degli anni di guerra di bassa intensità portata avanti dal governo, perché si tratta di anni, l’EZLN si apre al mondo, teorizza esplicitamente una critica alla globalizzazione con diversi scritti, organizza incontri intercontinentali (che chiama con ironia intergalattici), invia propri rappresentanti alla manifestazione contro il razzismo a Venezia, interloquisce con diversi personaggi politici messicani del PRD (Partito della Rivoluzione Democratica) e con innumerevoli intellettuali. In particolare in diversi scritti affronta la questione del rapporto dell’organizzazione guerrigliera con le comunità indigene, criticando esplicitamente ogni deriva militarista e soprattutto la stupidità intrinseca di ogni organizzazione militare.

Che un gruppo armato i cui esponenti parlano in pubblico con il mitra in spalla non indulga nella retorica guerrigliera e dica della superiorità delle comunità rispetto al loro esercito, fino a definire stupida la propria organizzazione militare e gerarchica, è un altro contributo originale. Sia perché mette in campo un nuovo punto di vista per esaminare le esperienze guerrigliere latino-americane del passato ed in corso in quel momento, sia per il futuro.

Ovviamente molti confondono queste scelte con l’omologazione dell’EZLN ai punti di vista più moderati eurocentrici fino a definire l’EZLN come nonviolento. Anche su questo punto con le solite due varianti degli entusiasti e dei critici.

Sono anni, quelli della guerra di bassa intensità, molto duri. Il territorio nel quale gli zapatisti sono maggioritari viene occupato militarmente, ci sono stragi, uccisioni, persecuzioni. Ma l’EZLN, oltre a non cedere alle provocazioni e a manifestare un grande interesse per il mondo che si oppone alla globalizzazione, chiarisce con nettezza che non vuole la solita, classica, solidarietà. La solidarietà dei fortunati verso gli sfigati del mondo, della sinistra dei paesi avanzati verso quella dei paesi arretrati. La solidarietà di cui parlano gli zapatisti è la costruzione di rapporti paritari, nell’ambito della comune lotta contro il neoliberismo. Non si tratta solo di una questione di dignità, che comunque ha grande importanza. C’è l’idea che la globalizzazione produce le stesse contraddizioni in tutto il mondo e che, quindi, l’essenza di una vera solidarietà è il dialogo fra tutte le diverse esperienze che resistono e si oppongono.

Anche su questo punto ci sono scontenti, soprattutto fra quelli abituati a “portare” insieme alla solidarietà le proprie impostazioni sottoforma di “progetti preconfezionati” e “suggerimenti”. Fino ad arrivare ai coyotes della solidarietà di cui parla Marcos nel sopracitato recente discorso.

La fase della guerra di bassa intensità si risolve con una netta vittoria dell’EZLN. Grazie all’apertura dell’EZLN al mondo e alla grande popolarità conquistata dalla causa indigena il governo messicano non può, pena un prezzo politico insopportabile, tentare di liquidare militarmente gli zapatisti.

Così si arriva alle elezioni del 2000. Il candidato del PAN (partito conservatore della destra liberista) Vicente Fox risulta vincente ed è il primo presidente non appartenente al PRI dopo più di 70 anni di dominio incontrastato.

Ci sarebbe molto da dire su come la voglia di cambiamento sia stata raccolta dalla destra e non dal partito della sinistra, o del centrosinistra che dir si voglia. Ma occupiamoci di un punto che ha avuto una grande importanza nella vittoria di Fox: la questione zapatista.

Infatti Fox, durante la campagna elettorale, promette solennemente che se eletto presidente presenterà al parlamento un progetto di legge che raccoglie il testo del primo accordo firmato con l’EZLN. Ripete più volte che il conflitto con gli zapatisti potrà essere risolto “in un quarto d’ora” approvando quel testo di riforma costituzionale. Fox si insedia nel dicembre del 2000 e la primavera successiva gli zapatisti organizzano la famosa “marcia per la dignità indigena”. Una marcia di tutti i comandanti zapatisti attraverso gran parte del Messico e che si conclude a Città del Messico con un’enorme manifestazione di popolo e con un discorso antiretorico che Marcos pronuncia appositamente con le spalle rivolte al palazzo del governo. Gli zapatisti si fermano a Città del Messico per qualche giorno e una delegazione dell’EZLN, composta esclusivamente da indigeni anche di altre posizioni politiche, si reca nell’aula del parlamento dove alcune comandanti prendono solennemente la parola indossando il loro passamontagna.

Nei giorni seguenti Fox presenta il progetto di legge. Si tratta di un disegno di legge del presidente i cui contenuti sono coerenti con gli accordi di San Andres.

Sembra che la lotta sia coronata da un successo, ma in realtà non è così. Infatti, al Senato il testo viene stravolto e viene votata una legge che perpetua l’oppressione di tutti i popoli indigeni del Messico.

E’ necessario soffermarsi su questo punto perché senza capire la portata di quel voto del senato è impossibile capire cosa sarà la traiettoria politica dell’EZLN negli anni seguenti, e soprattutto il motivo della rottura di ogni collaborazione e rapporto di fiducia con le istituzioni e con il PRD.

Bisogna capire che quel progetto di legge era la traduzione di un accordo firmato dal governo messicano con l’EZLN in un ufficiale negoziato di pace. Accordo fatto proprio dal Congresso Nazionale Indigeno (organismo rappresentativo di tutte le etnie e comunità indigene messicane) e da un vastissimo movimento indigeno mondiale. Cambiare il testo del presidente, pur essendo una prerogativa parlamentare, vista la natura del testo stesso significa, però, semplicemente tradire il negoziato e dimostrare la totale inaffidabilità delle autorità messicane. Che il PRI e il PAN avessero decine di parlamentari totalmente ostili ad ogni riconoscimento dei diritti indigeni era chiarissimo fin dall’inizio. Ma che il PRD votasse a favore di quel testo non era così facilmente prevedibile. Il PRD aveva giurato e promesso in ogni modo per anni che avrebbe difeso il testo dell’accordo di San Andres. Si consuma così una rottura insanabile fra l’EZLN e quei personaggi del PRD che negli anni precedenti avevano interloquito con la causa indigena. Ma questa rottura non è un incidente qualsiasi. E’ il prodotto di una concezione nefasta della politica. Non la trasformazione sociale, non le sacrosante rivendicazioni di 12 milioni di indigeni e di un vasto movimento mondiale, non la reale democratizzazione del paese (come può un partito che propugna la democratizzazione del Messico pensare che si possa perseguire questo obiettivo senza includere, anche istituzionalmente, gli indigeni nella vita del paese?), sono le bussole che guidano le scelte del PRD, bensì i rapporti fra le forze nel parlamento, le tattiche politiciste. Tutto secondo la vecchia logica per cui gli indigeni lottano e i partiti rispondono dall’alto della politica ufficiale ciò che nell’ambito istituzionale considerano possibile internamente alle compatibilità del sistema.

Come se non bastasse organizzazioni locali del PRD praticano anch’esse la guerra di bassa intensità contro gli zapatisti. Perché bisogna sapere che quando si tratta di voti e di potere non si guarda per il sottile e capita che latifondisti e caudilli vari possano essere indifferentemente del PRI del PAN o anche del PRD, e che al di la della casacca elettorale che indossano di volta in volta (anche cambiando spesso secondo le convenienze elettorali) difendono i propri privilegi anche perseguitando con gruppi paramilitari gli indigeni che osano, per esempio, rivendicare acqua potabile nelle loro comunità. Il tutto nel silenzio complice dei lontani gruppi dirigenti nazionali del PRD disposti a chiudere entrambi gli occhi sulla natura del loro stesso partito in Chiapas (non sia mai che si perdano voti cacciando paramilitari e latifondisti!).

E’ questa situazione, denunciata a chiare lettere, che spinge l’EZLN a una scelta coraggiosa.

Dal tradimento parlamentare l’EZLN per quasi due anni non parlerà, non scriverà, non dirà nulla.

Nei due anni di silenzio zapatista i giornali messicani si sbizzarriscono a formulare le ipotesi più suggestive: Marcos è morto; l’EZLN in preda a divisioni si è sciolto; Marcos è scappato a Miami; gli indigeni hanno cacciato l’EZLN non avendo ottenuto nulla con loro; e via cantando.

Ma la realtà è un’altra.

L’EZLN ha, diciamolo così, semplicemente applicato la legge come se fosse stata approvata dal parlamento. Ha cioè costruito una realtà di autogoverno delle comunità. Fra mille difficoltà, e lontano dai riflettori di qualsiasi tipo, le comunità sperimentano forme di democrazia diretta (nelle quali tutte e tutti partecipano a rotazione nella gestione amministrativa) affrontando ogni aspetto della vita quotidiana in modo completamente autonomo. Inoltre l’EZLN compie un’altra scelta fondamentale. Proclama di continuare ad esistere come organizzazione guerrigliera, di svolgere una funzione difensiva armata delle comunità, ma rifugge ogni compito di direzione delle comunità e delle istituzioni delle comunità.

Su questa esperienza non mi dilungo. Rimando alla lettura di un mio articolo per CARTA nel 2004 (che anche su questo tema fu l’unico giornale italiano a parlarne) pubblicato anche su questo blog.

https://ramonmantovani.wordpress.com/2004/10/26/lettera-a-pierluigi-sullo-2/

Anni e anni di esperienza di autogoverno si congiungono con la ricerca di relazioni feconde con le lotte che in Messico nascono e si sviluppano fuori delle compatibilità economiche e politiche del sistema, fino all’ultima campagna elettorale presidenziale.

L’EZLN promuove una propria campagna (la Otra Campaña) con l’obiettivo esplicito di riunire in un unico movimento tutte le esperienze di lotta e tutte le organizzazioni politiche anticapitalistiche disperse ed isolate sul territorio messicano.

Inizia un lungo viaggio di Marcos e di una delegazione zapatista con centinaia di incontri in tutto il Messico.

Ed inizia il tormentone elettorale. Il PRD sembra (secondo i sondaggi) poter vincere le elezioni e, ovviamente, l’EZLN diventa l’obiettivo polemico di quanti lo accusano di fare il gioco del PAN visto che si ostina a dichiararsi indifferente alle elezioni.

Anche in Italia, molti che da tempo si sono completamente disinteressati del Messico e soprattutto dell’esperienza zapatista, ivi comprese le aggressioni subite dagli zapatisti ad opera del PRD, alzano la voce per dire che la posizione dell’EZLN è impolitica, infantile, estremista, settaria e così via. Giacché, per loro, tutto il mondo è paese, e la politica in Messico va capita attraverso gli schemini italo-europei, è scandaloso che l’EZLN non aiuti Andres Manuel Lopez Obrador (il candidato alla presidenza del PRD) a vincere le elezioni. Che Lopez Obrador non abbia nulla da dire sulla questione indigena e meno ancora sulle aggressioni che fanno i caudillos del suo partito in Chiapas contro gli zapatisti, che faccia una campagna elettorale ultracentrista, che non si capisca quale sia la differenza fra i tre candidati su questioni fondamentali a tutti costoro non importa nulla. Bisogna schierarsi e basta.

Il PRD vince le elezioni ma con sofisticati e giganteschi brogli la vittoria viene assegnata al PAN. Lopez Obrador non accetta il risultato elettorale e milioni di messicani lo seguono in una mobilitazione che durerà mesi provocando una crisi istituzionale di proporzioni inusitate.

E’ Marcos a pubblicare la denuncia più circostanziata dei brogli, unitamente ad un’analisi del sistema politico messicano difficilmente confutabile. Si tratta di un sistema chiuso ad ogni riforma democratica, come ha dimostrato la legge indigena. Non può esserci un futuro che non venga dal basso della società.

Sembra rendersene conto anche Lopez Obrador che ad una delegazione parlamentare italiana, lo dico per testimonianza diretta, dice che in Messico c’è un potere mafioso (sono parole sue) che non permetterà mai alla sinistra di andare al governo e che bisogna costruire un movimento popolare capace di dare spallate al sistema dal basso. Aggiunge anche che è stufo di sentire gli appelli dei partiti socialisti europei alla calma, alla ragionevolezza e al realismo e che si rifiuterà di incontrarli ancora.

Ma il PRD non sembra seguire Lopez Obrador su questa strada. La contesa nel partito, dopo un congresso drammatico, è tuttora aperta.

Intanto l’EZLN continua la sua Altra Campagna, tra alterni successi, visto che una parte dei gruppi che vi avevano partecipato in un primo momento se ne distaccano per ingrossare le fila del movimento promosso da Lopez Obrador. E promuove diverse iniziative, anche di carattere internazionale, come il primo incontro continentale dei movimenti indigeni.

Il discorso di Marcos di cui ci occupiamo in questo articolo conclude, credo, un percorso tracciando un bilancio e soprattutto mettendo l’accento sul problema più importante: il rapporto della sinistra con il potere.

Un problema irrisolto, vista l’esperienza storica. Ma sul quale vale davvero la pena di considerare l’esperienza zapatista dismettendo una volta per tutte la presunzione eurocentrica secondo la quale gli indigeni sono meritevoli di solidarietà ma non hanno nulla di interessante da dire.

Ovviamente io penso che gli zapatisti non siano un modello, tanto meno che siano l’avanguardia da seguire. Ma insisto nel dire che i temi del potere, dell’autogoverno reale, della democrazia diretta, della critica dell’organizzazione militare, della critica del realismo elettoralista, della necessità di un movimento mondiale, siano temi imprescindibili per la rifondazione comunista e più in generale per ridare un senso alla parola sinistra.

Non credo ci voglia molto a capire come il potere sia stato in grado di digerire la sinistra in europa e di quanta indigestione di potere abbia fatto la sinistra.

Forse, al di la delle ossessioni elettorali (che non sono solo dei partiti ma anche di gran parte delle organizzazioni sociali), è necessario aprire una discussione lunga e approfondita senza la paura di rompere con comodi luoghi comuni del passato e senza illudersi che l’aggettivo nuovo (che non per caso gli zapatisti, pur essendo una realtà assolutamente nuova rispetto alle precedenti esperienze, non usano mai) possa risolvere i nostri problemi.

ramon mantovani

Bertinotti e il partito.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 3 aprile, 2008 by ramon mantovani

Nel forum del 23 marzo su Liberazione

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=23/03/2008

Bertinotti ha anche affrontato la questione del partito.

Dopo aver detto che negli ultimi venti anni la sinistra si è fatta prevalentemente centro e che la stessa nozione di sinistra “si è frantumata in mille schegge”, e dopo aver citato Pintor per sostenere che la priorità è rimeritarsi la fiducia della propria gente, Bertinotti parla di “un nuovo inizio”. Ecco la citazione:

“Adesso è un nuovo inizio per la

sinistra e, se non riusciamo a darne conto,

non ce la possiamo fare, perché veniamo,

oltre che dalla sconfitta del ’900,

anche da una sconfitta del nostro tempo.

L’esperienza di Rifondazione è meritevole,

ma è parte di questa sconfitta

anche se è senza colpe. Per questo, io

credo che nel processo unitario a sinistra

ognuno deve dire per sé cosa tiene

e cosa lascia. Cioè: Rifondazione per

Rifondazione, Pdci per il Pdci, i Verdi

per i Verdi, stessa cosa per Sd e la sinistra

diffusa. Bisogna che proviamo a fare

questo esercizio per il nuovo inizio e

il collegamento con la propria gente”.

Sconfitta? Nuovo inizio? Sinistra diffusa?

Lo dico davvero senza intenti polemici, ma questi concetti sono stati alla base della svolta della bolognina.

Hanno la forza suggestiva di dar conto di uno stato d’animo ben presente in molti, se non in tutti.

Che, con il trionfo del capitalismo, siamo stati sconfitti è sotto gli occhi di tutti. Che fare? Una cosa nuova capace, magicamente, di renderci migliori e più forti. Con chi? Ma Con la sinistra diffusa, naturalmente!

Queste cose, però, hanno il grave difetto, a mio parere, di essere tanto generiche quanto incapaci di affrontare i veri problemi che abbiamo di fronte, Anzi, di più, essendo una fuga dai problemi, al di là delle suggestioni fugaci, finiscono con l’aggravarli.

Di che sconfitta parliamo? Anche partendo dal punto di vista di Bertinotti (e della parziale citazione di Pintor), cioè dalla constatazione che si è persa la fiducia della propria gente, bisognerebbe interrogarsi maggiormente sul perché, piuttosto che indicare, in modo assolutamente tautologico, che bisogna riguadagnare la fiducia persa.

Per anni, Bertinotti in testa, abbiamo analizzato le nuove contraddizioni, e le nuove forme delle vecchie contraddizioni, prodotte dalla globalizzazione capitalistica. Partendo dalla constatazione della sconfitta storica del movimento operaio del 900, tanto nella sua versione comunista come in quella socialista e socialdemocratica, abbiamo individuato nel nascente movimento contro la globalizzazione il luogo e la stessa possibilità che l’anticapitalismo tornasse ad essere un’opzione politica e non solo un campo di ricerca culturale o un terreno di pura testimonianza. E’ per questo, e non per una moda, che abbiamo parlato dei limiti del partito politico novecentesco. Limiti di dimensione nazionale e limiti nel rapporto gerarchico con i movimenti sociali, locali o globali, intrinseco all’idea della conquista del potere (o, peggio ancora, del governo). E’ così che abbiamo innovato, e rotto con precisi punti della tradizione comunista e della sinistra. Basti pensare alla caduta del governo Prodi nel 98, alla nostra internità nel movimento mondiale e italiano, a Genova, alla pratica della disobbedienza civile e sociale, all’idea del baricentro sociale della nostra attività, alla critica del potere di ispirazione zapatista e così via.

Io credo che avevamo incominciato a ricostruire un rapporto di fiducia con la nostra gente. Che misuravamo nelle dinamiche di movimento, nella vittoria di tante lotte all’inizio degli anni 2000, nei segni di crisi delle politiche neoliberiste e nella coscienza, sempre più diffusa, fra le popolazioni del carattere mistificatorio delle magnifiche sorti della globalizzazione. Parlo della sovranità alimentare, della questione ambientale globale, della precarietà e dell’emarginazione come elementi costitutivi del nuovo capitalismo, dell’offensiva conservatrice ideologica di un nuovo oscurantismo autoritario e di altro ancora.

Avevamo, tutti, evitato accuratamente di essere fuorviati dalla misurazione elettorale di questo processo. Altrimenti, essendo passati dal 8,3% al 4,3%, avremmo dovuto dar ragione a Cossutta, e non avendo avuto impennate negli anni successivi che pure sono stati densi di conflitti, bensì un recupero lento e faticoso, avremmo dovuto evitare come la peste di imbarcarci in un’esperienza di governo.

Avevamo, cioè, pensato che si era incominciato un cammino. Per molti versi assolutamente nuovo per un partito politico. Ma non era un nuovo inizio, era l’inveramento della rifondazione comunista. Un cammino i cui tempi non dovevano essere scanditi dalla contingenza politica, elettorale o meno, ma dalla ri/costruzione del movimento anticapitalista mondiale. Un cammino dalla grande vocazione strategica e contraddistinto dalla necessità di sperimentare in mare aperto, contaminandosi con altre culture ed esperienze in seno al movimento.

Con ciò non voglio sorvolare sui limiti della forma partito, tema sul quale Bertinotti si è esercitato e sul quale tornerò, ma rimettere le cose in piedi.

Considero, infatti, una svolta politicista, un vero capovolgimento di linea, il discorso di Bertinotti alla prima assemblea di Sinistra Europea.

Ma come? Eravamo così in buona salute, noi e i movimenti, da tentare la strada impervia del governo e dopo un anno, quando si comincia a constatare una crisi, invece di prendere il toro per le corna, visto che la crisi era chiaramente provocata dalla delusione per le politiche del governo, sulla base di un banale cattivo risultato alle amministrative, si parla di rischio vitale per la sinistra, si abbandona nei fatti il progetto strategico di cui sopra, si propone un nuovo inizio, di andare oltre rifondazione e di fare tutto in fretta e furia?

Per parte mia rivendico ciò che scrissi nel giugno 2007, pubblicato anche qui sul blog.

https://ramonmantovani.wordpress.com/2007/06/

Ma vorrei aggiungere oggi, che le cose sono molto più chiare, che non aver affrontato per tempo il tema della permanenza al governo, a causa della cultura governista degli altri della Sinistra Arcobaleno, ha finito con il ridurre anche il progetto unitario, che da moltiplicatore annunciato di consensi (il 15% come minimo si proclamava!) si è trasformato in riduttore di voti e di consensi sociali.

Siccome penso che un partito sia soprattutto un progetto strategico collettivo, e non una semplice forma di organizzazione autoreferenziale, conseguentemente ritengo che solo in ragione di un profondo cambio di strategia si possa ritenere necessario andare oltre il partito stesso. Ed infatti Bertinotti questo ha proposto e propone anche in campagna elettorale.

Si dirà, contro l’evidenza dei fatti, che si vuole perseguire la stessa strategia, che nell’esercizio del “dire per sé cosa si tiene e cosa si lascia” rifondazione investirà il meglio di se stessa nel nuovo partito e vincerà una battaglia egemonica.

Vediamo cosa vuole tenere e cosa lasciare Bertinotti e soprattutto perché:

“Facendo un esercizio drastico, io penso

che vada portato nel processo di costruzione

della Sinistra Arcobaleno il rinnovamento

politico-culturale che è vissuto

dentro Rifondazione Comunista,

dalla rottura di fondo con la cultura

dello stalinismo fino alla nonviolenza,

passando per l’immersione nei movimenti.

Cosa va abbandonato? La cultura

organizzativa in cui abbiamo lasciato

imprigionare questa innovazione. Il

nostro rinnovamento culturale si è prodotto

sul terreno delle culture politiche

e non sul terreno delle forme di organizzazione

della politica. Dobbiamo

sperimentare forme di organizzazione

che consentano una riconnessione sentimentale

con il tuo popolo, sennò non

ce la facciamo e l’organizzazione funziona

come intercapedine e si ferma lì.

Faccio un’autocritica rispetto al periodo

della mia direzione di Rifondazione:

rivendico il coraggio innovativo del

congresso di Venezia, ma, curiosamente,

visto che noi veniamo dalle culture

critiche ed eretiche del movimento operaio

e abbiamo assorbito la lezione del

femminismo e della cultura di genere,

c’è stato anche un errore politico. Parlo

per me: ho pensato che si potesse fare

l’innovazione politico-culturale solo

pagando il prezzo di non toccare il paradigma

organizzativo.”

Argomenti interessanti, che però non condivido per niente.

Io non credo che antistalinismo, nonviolenza e l’ambigua formula “immersione nei movimenti” siano il nocciolo fondamentale dell’esperienza di Rifondazione Comunista da investire in un processo unitario. Non perché non siano effettivamente elementi innovativi. Bensì perché non sono dirimenti e possono essere messi al servizio di progetti strategici ben diversi fra loro. Una cosa è, infatti, avere un’analisi della globalizzazione che parla della necessità di mettere in discussione il concetto di potere (figuriamoci di governo) e di conquista del potere, e con esso la violenza intrinseca ai rapporti sociali e politici, proponendo la nonviolenza come forma più efficace e più alta di antagonismo. Un’altra è predicare la nonviolenza quasi come elemento etico e fondante l’identità politico- culturale, con il quale leggere il potere e il mondo contemporaneo. Dico che è un’altra cosa perché, sebbene non incompatibile con un radicale antagonismo, non lo garantisce affatto. Non è un caso, infatti, che Bertinotti abbia avuto tanti riconoscimenti maliziosi su questo punto da molti che hanno visto nella “svolta nonviolenta” un abbandono dell’estremismo e del massimalismo (leggi dell’antagonismo e della radicalità) di Rifondazione. Non penso che Bertinotti sia colpevole di questo, eppure dovrebbe porsi il problema della lettura prevalente che si fa di questa cosa anche nell’ambito della Sinistra Arcobaleno.

Il concetto di “immersione nei movimenti”, parimenti, è compatibile con qualsiasi linea o progetto politico. Chi volete che dica che bisogna starne fuori? Che bisogna ignorarli? Il problema è se sono essi il centro della politica, se sono dotati di progettualità propria, o se sono il classico sommovimento nel quale stare per indirizzarlo, per dirigerlo e possibilmente per conquistarne il consenso. Ho già detto che Bertinotti, su questo, usa una formula ambigua, ma come non vedere che la maggioranza della Sinistra Arcobaleno, compresi oramai diversi di Rifondazione, ripropongono la formula più classicamente novecentesca del rapporto fra politica e sociale, fra politica e movimenti?

Infine, lo stalinismo e l’antistalinismo.

Atteso che sugli “errori ed orrori” siamo d’accordo tutti, almeno spero, voglio dire alcune cose in modo provocatorio.

Chiedere a una platea, congressuale per esempio, di votare su una proposta generica e volutamente ambigua, riservando ad una ristretta cerchia oligarchica impegnata a darsi coltellate dietro le quinte, sulle liste elettorali per esempio, le vere decisioni, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è un male inevitabile della forma partito?

Il leadersimo, anche se è un prodotto di questi tempi e del sistema massmediologico, quando non è sottoposto a critica e non si tenta nemmeno di superarlo nel tempo, ha a che vedere con lo stalinismo o no? O è anch’esso un male prodotto necessariamente dalla forma partito?

Bertinotti avrebbe ragione ad autocriticarsi, avendo pensato di poter fare “l’innovazione solo pagando il prezzo di non toccare il paradigma organizzativo”. Ma non è vero che le cose sono andate così. E’ vero che il paradigma organizzativo, formalmente, non è stato toccato. Il problema è che è stato svuotato senza che fosse sostituito con uno più democratico o, almeno, migliore e più coerente con il progetto strategico che via via è stato costruito.

A un certo punto Bertinotti ha teorizzato che bisognasse implementare l’informalità nella discussione e nei processi decisionali. Ricorderà che mi sono opposto, senza successo, a questa sua idea. Il risultato è stato un incremento del leaderismo, un clima di conformismo crescente, e la crisi di credibilità e soprattutto di autorevolezza degli organismi preposti, nel paradigma, a prendere decisioni e ad assumersi responsabilità.

Ora, cosa può spingere un segretario di un partito a pensare che si possa cambiare linea, strategia e cultura politica di un partito “solo” senza riformare l’organizzazione? Sarò esagerato, forse, ma l’unica risposta plausibile mi sembra: perché pensa che il partito è irriformabile!

Tutto l’assunto di Bertinotti sul rapporto innovazione politico-culturale e partito è da rovesciare.

La rilevanza dell’innovazione nel campo della libera ricerca è una cosa, ma in politica le analisi, le svolte, e le stesse idee che Bertinotti ha avuto l’indiscutibile merito, anche se non esclusivo, di produrre, fuori del partito organizzato sarebbero rimaste inerti e non avrebbero avuto alcuna rilevanza. Sarebbero rimaste articoli su qualche rivista o forse non sarebbero nemmeno nate. Sarebbero, cioè, rimaste testimoniali. L’organizzazione non è una “intercapedine”, è lo strumento per agire ed anche per decidere. La connessione fra una politica (perfino un leader) e il popolo non è mai impedita o intralciata dall’organizzazione di partito. Casomai è resa tendenzialmente stabile e non esposta ai rovesci che può subire o, peggio, agli errori personali del leader.

Per questo, invece della comoda informalità, sarebbe stato meglio dedicarsi ad un lavoro paziente per mettere mano alle degenerazioni dell’organizzazione, ai personalismi e ai carrierismi, alla sbagliata divisione del lavoro, al carattere monosessuato della stessa organizzazione e così via.

E’ profondamente ingeneroso verso decine di migliaia di militanti pensare che non siano stati capaci di riformare la propria casa a causa dell’errore del capo, che non si era posto il problema e che oggi si autocritica.

Io penso che i problemi evidenti, connessi alla crisi ed alla irripetibilità dei modelli dei partiti di massa o di avanguardia del novecento, stiano tutti di fronte a noi. Rimarranno e si aggraveranno se si darà vita ad una forza politica leaderista ed incerta su questioni come il governo, sia che abbia una forma federata o unificata.

Credo che Rifondazione Comunista, con tutti i suoi limiti e difetti, non debba perdere se stessa perché è il luogo, lo spazio politico, migliore per procedere anche ad una profonda riforma dell’organizzazione politica, da mettere a disposizione in qualsiasi processo unitario che ne rispetti l’identità e l’autonomia.

fine

ramon mantovani

lettera a pierluigi sullo e a marcos

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 26 ottobre, 2004 by ramon mantovani

Caro Pedro Luis, compagno interista, non credo ti libererai facilmente della zapatizzazione del tuo nome che, in fondo, è una sorta di onorificenza.

Caro Sup, hermano, i dizionari ce li avevi chiesti tu e ci preoccupa che li abbiate usati come spessore per i tavoli del comando zapatista. Non tanto per i dizionari che si potrebbero usare anche per accendere il fuoco o per infiniti altri usi, quanto per il mobilio zapatista visto che i due dizionari sono libri enormi.

Carissimi, grazie per aver dato vita a questo dialogo. Ce n’era bisogno. Hai ragione, Pedro Luis, a dire che le cose non vanno bene. E non vanno bene proprio nel momento in cui potrebbero andare benissimo. A pensarci bene ci sono state tante ottime novità. Per esempio: il movimento no global (o altermundista che dir si voglia) è talmente vivo ed ha espresso una tale forza che molti, e tra questa grandi organizzazioni sindacali e sociali, hanno voluto entrarci accettandone la logica, se non la disciplina, che infatti non c’è; altri hanno dovuto almeno farci i conti e fingere di trovarsi d’accordo con i suoi contenuti; Le lotte di Scanzano e Acerra, dei ferrotranvieri di Milano e della Fiat di Melfi, insieme a tante altre hanno dimostrato che si può non solo resistere ma anche vincere e cambiare le cose dal basso, senza aspettare successi elettorali; il movimento ha sviluppato mille esperienze, pratiche ed idee che, anche se non hanno gli onori delle cronache giornalistiche (tranne che su Carta e pochissimi altri), costituiscono un patrimonio prezioso per il futuro. E non voglio parlare della impopolarità della guerra in Iraq nel mondo e del fallimento di ben tre negoziati del WTO sulla privatizzazione di salute, istruzione e beni pubblici come l’acqua. Quando mai abbiamo accumulato tanti fattori positivi nel recente passato? Eppure le cose vanno male. Intendiamoci, io penso che il movimento sia figlio della globalizzazione capitalistica, che sia un fenomeno strutturale e che la cifra per capirlo stia nella sua natura globale, internazionale. Quindi non temo la “crisi” di cui periodicamente si parla, il riflusso e l’estinzione di un movimento che invece mi sembra in crescita e in espansione. Le cose vanno male perché forse, qui in Italia, ricompare di nuovo la politica dei due tempi, perché “il movimento è grande ma ci vuole lo sbocco politico” oppure “il movimento pone giuste domande e la politica deve dare le risposte”, perché sulle spalle del movimento ci sono tanti vecchi (non saggi) che vorrebbero piegarlo alle loro teorie irrealizzate nel passato e morte oggi, perché anche nel movimento c’è chi è ossessionato dalla “visibilità” (sui mass media) del suo gruppo, e capita perfino che quando vince, e tutti alzano la sua bandiera, invece di rallegrarsi aggrotta le sopracciglia e si preoccupa per la perduta funzione di avanguardia, con relativa visibilità. Perché invece di considerare elezioni e governo solo come una delle tante cose di cui occuparsi, sembra che per molti siano il fine ultimo della storia. In questo modo la cacciata di Berlusconi e delle sue politiche ultraliberiste e di guerra, così come il problema di cosa verrà dopo Berlusconi, invece che un’opportunità per far valere la forza del movimento e delle lotte, stanno diventando un fardello insopportabile da portare sulle spalle, un macigno sulla nostra strada di costruzione del movimento e di democrazia dal basso. Insomma c’è proprio qualcosa che non va. E qui mi interessa riallacciarmi a certe cose che hai scritto, caro Pedro Luis, circa il disinteresse di troppi verso il Movimento del Nuovo Municipio e verso gli ultimi scritti di Marcos. In realtà si ciancia tanto di democrazia dal basso, di nuovo protagonismo sociale, di società civile ma quando vivono esperienze concrete, magari difettose o parziali (chi non è parziale oggi?) ma reali, le si osserva dall’alto come se fossero accessori e non il cuore della politica. E ancora una volta rispunta l’idea di politica come tecnica di potere, necessariamente efficiente e veloce. Colpi di scena, manovre, infinite dichiarazioni sulle agenzie di stampa e nei talk show televisivi possono perfino essere utili accessori se non diventano essi stessi LA POLITICA. Perché a quel punto chi non vi può accedere è costretto alla passività, a fare il tifo per un leader e a sperare che LA POLITICA non si dimentichi di te o non ti sacrifichi per qualche “fine superiore”. Ecco, io ho letto con molta curiosità e ammirazione lo scritto di Marcos di agosto. Scusa Sup se parlo bene di te, ma il fatto è che quella descrizione così “scettica e appassionata” dell’esperienza delle giunte del buon governo vale molto di più di tanti saggi e documenti politici. Non solo perché una spietata descrizione di certi errori dimostra che è possibile non fare solo l’autocritica … degli altri. Non solo perché c’è la bella notizia che una legge rifiutata da governo, partiti e parlamento può essere applicata lo stesso, a dispetto di tutti, anche se fra tante difficoltà. Ma soprattutto, almeno così è parso a me, perché tutto è scandito da un tempo proprio, non imposto dall’alto. E così si può vedere quanto laborioso fosse il silenzio, quanto sia possibile obbedire comandando e quanto realistica e capace di costruire quella ribellione che tanti ancora vedono solo come un romantico fuoco di paglia. Mi ha particolarmente colpito la descrizione degli inconvenienti che derivano dalla rapida rotazione dei membri delle giunte del buon governo come una scelta e non come un errore. Un “errore voluto”. Il potere richiede specializzazione, divisione del lavoro politico per delega ed efficienza. Ma uccide la democrazia, la partecipazione ed impone i propri tempi, la propria velocità alla società. L“errore voluto” mi sembra imporre al potere, anche al più piccolo potere, i tempi della democrazia e della efficacia. E’ forse questa una delle questioni relative alla “velocità del sogno”? Se ci sono inconvenienti pazienza, del resto l’uccisione della democrazia, la passivizzazione delle persone e delle comunità non sono inconvenienti più grandi? Certo, già vedo con la mia fervida immaginazione molti fare spallucce e dire: beh! Che c’entra qui in Italia mica siamo in Messico, tantomeno siamo comunità indigene. Veramente io stesso per storia politica e per collocazione personale potrei essere interessato a fare spallucce e cavarmela dicendo una cosa in cui credo fermamente: gli zapatisti non sono da imitare, da scimmiottare. Ma nonostante sia stato a lungo dirigente di partito e sia parlamentare non sono diventato intellettualmente disonesto fino a questo punto. Il problemino c’è anche per noi qui in Italia. E mi piacerebbe davvero tanto discutere quali “errori voluti” progettare per il futuro.

Ciao Sup, e se hai bisogno di qualche altro spessore per il tavolo del comando non esitare a chiedere. Alfio ed io provvederemo come sempre.

Ciao Pedro Luis, e grazie. La nostra squadra, l’ultima internazionale rimastaci, sostenendo le comunità zapatiste ci ha regalato lo scudetto più bello. O no?

 

ramon mantovani     

 

pubblicato su Carta nell’ottobre 2004

sulla nonviolenza

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 26 gennaio, 2004 by ramon mantovani

Nel corso del dibattito sulla nonviolenza diversi compagni hanno tirato in ballo l’esperienza zapatista per sostenere tesi diverse, e contrapposte fra loro. Intanto è necessario ricordare che l’insurrezione armata zapatista del 1 gennaio 74 (accompagnata da una vera e propria dichiarazione di guerra) fu alquanto sanguinosa. Il negoziato politico fu permesso da una tregua (tuttora formalmente in corso) e non da una dichiarazione di pace con conseguente disarmo dell’EZLN (che è tuttora armato). Come si possa scrivere nel documento che convoca il prossimo convegno di Venezia sulla nonviolenza che “con lo zapatismo si concretizza una dislocazione dell’opzione nonviolenta su un terreno generale e politico” non so proprio. In realtà i guerriglieri dell’EZLN si sono caratterizzati per una spietata critica dell’organizzazione militare, per il rifiuto della mistica rivoluzionaria (tanto cara ai cubani). Da qui viene un loro fondamentale contributo a cancellare l’idea (rivelatasi perniciosa con l’esperienza storica) che la lotta armata fosse la forma più alta e radicale di rivoluzione. Essi, come altri che non hanno avuto tanto acume critico sulla natura dell’organizzazione militare e le cui proposte di negoziato politico sono state travolte dalla guerra e dalla repressione (Colombia e Kurdistan per fare solo due esempi), preferiscono un processo di pace alla guerra, ma sono costretti a contemplare la guerra come una inevitabile eventuale necessità. Dico queste cose, essendo io stesso meravigliato di dover fare queste precisazioni che dovrebbero essere scontate, perché mi pare che il dibattito sulla nonviolenza abbia in molti casi preso una piega “ideologica” che non mi piace, per il semplice motivo che rischia di promuovere un’adesione, o un rifiuto, acritici a “valori” e “principi” astratti più che una necessaria critica dura e spietata dell’idea della violenza e del potere che il movimento operaio, fattosi stato o meno, hanno avuto storicamente. Al contrario di Curzi e Gagliardi, che nel loro articolo del 18 gennaio dicono “c’è stata un’epoca della nostra storia nella quale la violenza delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la risposta più radicale, più in se rivoluzionaria, più efficace… Non si tratta certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente…” io penso che, invece, proprio quella concezione della violenza vada rinnegata alla luce delle “idee maturate oggi”. E non perché è cambiata la fase e siamo nell’epoca della guerra permanente e della spirale che la oppone al terrorismo. Bensì per il semplice motivo che in tutto il nostro passato il necessario, ed ineludibile, uso delle armi è stato accompagnato da quella concezione nefasta della violenza e del potere. Un’idea mutuata dall’avversario che ha finito con il trasformare molte esperienze rivoluzionarie in sistemi oppressivi. A sentire Curzi e Gagliardi avevano ragione allora e ragione oggi. Troppo comodo. Insomma, penso sia assolutamente giusto dichiararsi nonviolenti e proporre un’idea di politica, di democrazia e di relazioni sociali improntate alla nonviolenza rompendo radicalmente con il proprio passato, con la mistica rivoluzionaria e con l’idolatria dello stato. Ma penso sarebbe un madornale errore di presunzione eurocentrica e di idealismo acritico pensare che nel mondo ogni resistenza armata necessaria debba essere annoverata ed ineluttabilmente risucchiata nella spirale guerra terrorismo. Gli zapatisti insegnano. Ma il tema della violenza è intimamente legato al tema del potere. Tema troppo vasto per le mie modeste capacità, anche se qualcosa voglio dire. Anche su questo sono stati tirati in ballo gli zapatisti. Giustamente, visto che hanno solennemente proclamato di non voler prendere il potere in nome del popolo e con le armi, visto che rifiutano categoricamente di voler agire come un’avanguardia. Chi li critica accusandoli di eludere il tema, a mio avviso si sbaglia di grosso. Essi hanno proposto nel negoziato modificazioni costituzionali e legislative che potrebbero profondamente trasformare lo Stato messicano, aprendo le porte ad una democratizzazione integrale della società e delle istituzioni e sollecitando un rivoluzionamento delle relazioni sociali dal basso. Per non parlare della consapevolezza del tema della globalizzazione e della effettiva dislocazione dei poteri reali in ambito sovra nazionale. La scelta di promuovere l’autogoverno delle comunità indigene applicando la legge concordata col governo e tradita dal parlamento come se fosse in vigore, la scelta di mantenere in vita l’Esercito per difendere questa esperienza da eventuali repressioni violente ma assegnandogli un ruolo secondo rispetto agli istituti dell’autogoverno, la scelta di dichiarare chiusa ogni possibilità di dialogo con i partiti e con le istituzioni messicane, sono tentativi di riproporre la lotta nella fase attuale e di innescare un processo più vasto nella società messicana, che porti ad una rivolta e che consolidi i rapporti con tutte le altre esperienze di lotta contro il neoliberismo nel mondo. Penso che anche qui l’EZLN insegni. Non come insegna un modello. Bensì per i problemi che affronta e per la direzione del cammino. Considero caricature coloro che pensano di essere zapatisti in Italia perché capaci di imitarne il linguaggio salvo poi sentirsi ed agire come avanguardie ossessionate dall’idea ultraborghese di “visibilità” sui mass media. Se del 4 ottobre bisogna parlare se ne parli per questo più che per l’uso dei caschi che in diverse altre occasioni si sono rivelati utilissimi per difendere le teste in azioni nonviolente. Ma, per favore, non si metta la sordina alla sacrosanta critica a tanti capi, capetti e leaderini che nel movimento, e nel nostro partito, pensano ed agiscono in funzione della “visibilità” propria personale o di gruppetto o di corrente. Sono altrettanto nocivi per l’unità del movimento e per la sua credibilità di certi scriteriati comportamenti in piazza. E sarebbe bene non trovassero premi, magari in occasione di qualche elezione prossima ventura. Già! Perché non basta proclamare l’erroneità della concezione del potere che il movimento operaio ha avuto per decenni, non basta dirsi antistalinisti, per mettersi al riparo dagli errori tossici che sono sotto gli occhi di tutti quelli che hanno occhi per vederli. Alludo al politicismo che pervade le relazioni del PRC e anche di molti del movimento con il centro sinistra e allo stato interno del nostro partito dove correnti, trasformismi e competizioni personalistiche hanno la meglio sulla democrazia interna. Quanta violenza è insita, anche se non praticata fisicamente, nelle relazioni interne al movimento e nel partito fra gruppi e persone che giocano a “farsi fuori”, a “distruggersi”, ad “eliminarsi”? Quanto stalinismo c’è in chi è sempre immancabilmente d’accordo con il segretario del partito, e che non esita a “fare la guerra” a chi osa avere posizioni personali diverse e critiche mentre scende a qualsiasi compromesso con le correnti organizzate nella pura logica di una piccola spartizione di un piccolo potere? A parte gli opportunismi, i cinismi e i trasformismi personali, che ci sono, è evidente che la concezione del partito e delle relazioni interne ad un soggetto rivoluzionario sono figlie di una storia e di una concezione del potere che ha fatto fallimento. I difetti di ognuno di noi esistono ed esisteranno, parlo di presunzioni, di personalismi, di ambizioni e di istinti prevaricatori. Sarebbe catastrofico affrontarli moralisticamente, e tuttavia bisognerebbe fare in modo che l’organizzazione (vale per il partito come per una qualsiasi associazione o sindacato) non li premi e non li renda efficaci nella conquista di posizioni privilegiate. Io penso, non da ora, che sarebbe necessaria una vera riforma del partito fondata sulla preminenza del collettivo e sulla assoluta delimitazione e fissazione delle responsabilità personali. Ho visto crescere questa esperienza nei Giovani Comunisti dai quali ho imparato moltissimo. Ho visto e vedo nel partito un processo inverso.   

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel gennaio 2004   

il silenzio zapatista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 luglio, 2002 by ramon mantovani

        Mi scusi. Potrebbe darmi qualche contatto utile per poter intervistare il subcomandante Marcos? –

        Guardi, è del tutto inutile, l’EZLN da mesi non parla più con nessuno, né emette comunicato alcuno. –

        Scusi se insisto. Ma lei che lo conosce personalmente non potrebbe metterci una buona parola? –

Disarmante questo mio colloquio con un giornalista di un’importante testata! Disarmante ma illuminante. Lasciamo perdere il vizio del giornalismo italiano di credere che tutto sia fasullo, aggirabile, manipolabile. Illuminante perché il silenzio fa effetto. Sono sicuro che il giornalista in questione pensi tuttora che io gli abbia fatto uno sgarbo, ma in realtà ha dovuto prendere atto del silenzio zapatista. Come tutti noi, del resto. Già, perché il silenzio non è preannunciato, non è spiegato, non è una semplice modalità di comunicazione. Non è quel silenzio che nella musica è tanto importante quanto le note per comporre la melodia. Non è una pausa di riflessione. Non è un rifugiarsi nel proprio mondo. Non è una fuga. Insomma, se devo proprio azzardare un’interpretazione, penso che non si tratti di silenzio. Gli zapatisti hanno parlato con la marcia ed hanno parlato nel parlamento, con tanto di passamontagna. Forse molti hanno rapidamente dimenticato la portata dell’evento. Forse molti hanno pensato che, dopo che Fox ha presentato il progetto di legge che rifletteva gli accordi di San Andres, e che il parlamento lo ha stravolto, gli zapatisti, pur avendolo rifiutato categoricamente, avrebbero avviato una qualche forma di trattativa più o meno sotterranea. Forse qualcuno si aspettava che, dichiarazioni dopo dichiarazioni con le loro brave interpretazioni maliziose, si sarebbe arrivati ad un qualche compromesso. Ma le cose non sono andate così. Il silenzio amplifica potentemente le parole pronunciate nella marcia, nel parlamento e quelle contenute nelle righe del comunicato con il quale l’EZLN ha rigettato la legge approvata da una maggioranza trasversale. Perché dire altro? Perché riprendere la parola per farsela stravolgere? Perché ripetersi sminuendo il significato delle parole già pronunciate? Forse la parola verrà aggiornata quando ci sarà un’effettiva novità. Forse quando la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla suddetta legge, valutando il ricorso opposto da centinaia di comunità indigene e non. Forse. E poi quel silenzio è in realtà un invito a prendere la parola, ad assumere una posizione precisa. Eh si! Perché Marcos ha sempre insistito sulla parzialità dell’esperienza dell’EZLN. L’universalità, e la popolarità, di quell’esperienza è dovuta alla consapevolezza di praticare una lotta contro la globalizzazione, non contro il solo governo messicano. Tocca a tutti prendere parola. Non serve a nulla tacere aspettando il prossimo illuminante discorso o articolo di Marcos. Che non è né vuole essere il leader di un nuovo partito, ma che non per questo rinuncia a porre radicalmente domande che pretendono risposte. Gli indigeni che si ribellano al NAFTA, che chiedono una riforma costituzionale assolutamente incompatibile con gli interessi delle multinazionali, che si aprono cercando un dialogo mondiale invece che resistere chiudendosi in se stessi, che rifiutano la “solidarietà” interessata di chi in realtà vuole semplicemente provare a “dirigerli”, sono un gran contributo nella lotta contro il neoliberismo e contro la globalizzazione capitalistica. Io penso davvero che senza la rivolta del gennaio 94 il movimento dei movimenti non ci sarebbe stato, almeno nelle forme in cui si è reso visibile. Intendiamoci, non perché Marcos lo abbia inventato. Il movimento è il prodotto della globalizzazione, più o meno come il movimento operaio fu il prodotto della rivoluzione industriale. Solo che nel movimento operaio sorsero correnti di pensiero, le più disparate, ma nuove. Anarchici, socialisti utopisti, luddisti, socialisti scientifici ecc. In questo movimento, invece, è come se ci fossero morti che vogliono mangiarsi i vivi. Che vogliono sovrapporre le loro teorie obsolete, i loro schemi e perfino le loro pratiche organizzative ad un movimento che non può rientrarci, pena la morte per noia ed inefficacia. Gli zapatisti non vogliono essere un modello, né vogliono imporre alcunché, ma chiedono a gran voce, anche col silenzio, la rifondazione della sinistra. Questo ci ha detto Marcos l’ultima volta che una delegazione di Rifondazione l’ha incontrato, a Città del Messico qualche giorno dopo la marcia. Se devo essere sincero non credo che parlare di “crisi del movimento”, confondendo le strutture imperfette dei social forum, per giunta italiane, con il movimento mondiale, sia la strada giusta per rispondere a quella domanda. E qui sottoscrivo il punto B dell’articolo di Pierluigi Sullo, in pieno. Non è il movimento ad essere in crisi, casomai lo sono culture, modelli e pratiche incapaci di rifondarsi veramente. Ma forse questa crisi è l’inizio di una risposta alla domanda che gli zapatisti hanno posto al mondo, oltre che a se stessi.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Carta nel luglio del 2002