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A Madrid vince la destra nella sua versione più Trumpista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 Maggio, 2021 by ramon mantovani

Si sono svolte il 4 maggio le elezioni (anticipate) della Comunità Autonoma di Madrid i cui risultati avranno importanti conseguenze per la politica in tutta la Spagna.
Prima di descrivere i risultati è necessario sapere che essendo la regione composta da un’unica provincia il sistema è integralmente proporzionale ma con sbarramento del 5%. E che le elezioni, secondo quanto previsto dalla legge elettorale della regione, valgono solo per completare la legislatura vigente, che terminerà nel maggio del 2023. Il parlamento (Asamblea) la cui composizione numerica varia secondo l’ultimo censimento in questa legislatura è composto da 136 seggi.

I RISULTATI DEL 4 MAGGIO 2021

La partecipazione, nonostante la pandemia, le relative misure di sicurezza e la data feriale, è notevolmente aumentata passando da 3 milioni 251 mila voti pari al 64,27% del 2019 a 3 milioni 644 mila pari al 76,25% del 2021.

Il Partito Popolare passa da 720 mila voti (22,23% e 30 seggi) a 1 milione 620 mila voti (44,73% e 65 seggi)
MAS MADRID da 475 mila voti (14,69% e 20 seggi) a 615 mila voti (16,97% e 24 seggi)
Il PSOE da 884 mila voti (27,31% e 37 seggi) a 610 mila voti (16,85% e 24 seggi)
VOX da 287 mila voti (8,88% e 12 seggi) a 330 mila voti (9,13% e 13 seggi)
Unidas Podemos da 181 mila voti (5,60% e 7 seggi) a 261 mila voti (7,21 e 10 seggi)
CIUTADANOS da 629 mila voti (19,46% e 26 seggi) a 129 mila voti (3,57% e 0 seggi)
Le altre 14 liste hanno ottenuto meno del 0,5% dei voti.

ANALISI DEI DATI

Prima di altro è importante conoscere la storia elettorale recente della regione, al fine di poter valutare correttamente i risultati. Per esempio per capire la vera dimensione del successo del PP, della sconfitta del PSOE e del risultato delle due formazioni della sinistra alternativa MAS PAIS e UP.
Dalle prime elezioni della Comunità Autonoma di Madrid del 1983 si sono succeduti 12 governi. I primi tre (dal 1983 al 1995) monocolori del PSOE, i successivi 8 (dal 1995 al 2019) monocolori del PP e l’ultimo (dal 2019 al 2021) di coalizione.
Segnatamente dal 2015, con la crisi del bipartitismo, il PP che aveva avuto dal 1995 sempre maggioranze assolute di seggi, è diventato dipendente da appoggi di altri partiti per la formazione del governo. Nel 2015 appoggio esterno di CIUDADANOS e nel 2019 con il governo di coalizione PP – CIUDADANOS e appoggio esterno di VOX.
Quindi, in realtà nelle ultime elezioni del 4 maggio il PP, che ha ottenuto 65 seggi su 136, sarà dipendente dai voti di VOX o per formare un governo monocolore di minoranza o per formare un governo di coalizione con VOX. Ed è del tutto chiaro che l’avanzata del PP si è nutrita soprattutto dei voti che nel 2019 erano andati a CIUDADANOS e da voti provenienti dall’astensione. E che i voti di VOX del 2019 si sono confermati e, con un lieve aumento, si sono consolidati.
In altre parole dal 2011 il blocco di destra passa dai 72 seggi del PP (su 129 seggi totali del parlamento) ai 65 su 129 (48 del PP e 17 di CIUDADANOS) del 2015, ai 68 su 132 (30 del PP, 26 di CIUDADANOS e 12 di VOX) del 2019, ai 78 su 136 (65 del PP e 13 di VOX) del 2021. Le percentuali di voto del blocco passano dal 51,73% del 2011 al 46,93% del 2015, al 50,57% del 2019 e al 57,43% del 2021.
Per quanto il successo del PP sia indiscutibile non si tratta né di qualcosa di inaspettato né di uno stravolgimento storico dei rapporti di forza fra destra e sinistra nella comunità di Madrid.
Se si analizza questo successo con i criteri del marketing elettorale e con la descrizione della campagna elettorale che nel corso degli anni è diventata sempre più presidenzialista di fatto (nonostante il sistema sia proporzionale e si voti solo per liste di partito) si rischia di non capire alcune cose a mio avviso fondamentali.
La Comunità Autonoma di Madrid è in realtà la provincia di Madrid, e cioè della capitale spagnola. E i governi del PP hanno implementato una politica ultra neoliberista. Questa comunità ha la spesa in sanità ed istruzione rispetto al PIL più bassa di tutta la Spagna. Basti sapere che il 50% degli ospedali della comunità sono privati e che negli indici europei PISA sulla segregazione scolastica per regioni è la penultima. Ha l’indice di differenza fra il 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero più alto di tutta la Spagna pur avendo il reddito medio per abitante più elevato. Ha fortemente ridotto la già scarsa industria manifatturiera ed incrementato in modo abnorme il numero di imprese finanziarie e dei servizi giacché, con un pesante dumping fiscale, ha attratto migliaia di sedi centrali di imprese che operano in tutte le altre Comunità Autonome.
Tutto questo, ed altro ancora, ha prodotto un modello sociale altamente competitivo ed individualistico, ed una fortissima differenziazione di classe dei quartieri della città e dei paesi dell’hinterland. E insieme a un relativo basso tasso di disoccupazione e ad un alto tasso di lavoro precario ha consolidato una egemonia del modello sociale.
Sulla minaccia (presunta) a questo modello proveniente dal governo PSOE – Unidas Podemos sostenuto dalle sinistre indipendentiste catalane e basche il PP, e in particolare la Presidenta uscente e candidata di fatto alla rielezione Isabel Diaz Ayuso, ha impostato la campagna elettorale. “L’alternativa è fra libertà e comunismo” è stato lo slogan più ripetuto. E nel tempo della pandemia l’egoismo sociale e l’assenza di coscienza collettiva prodotta dall’individualismo dilagante si è tradotto in misure sanitarie ridotte al massimo e in “libertà” di uscire a “bere birre”, anche scontando i massimi di contagio e mortalità. Diaz Ayuso ha convocato elezioni anticipate all’improvviso, nonostante non ci fosse nessuna crisi interna alla coalizione di governo, con la scusa che temeva che CIUDADANOS avrebbe fatto un ribaltone in combutta con il PSOE, visto che aveva tentato di farlo nella regione di Murcia. Ed ha virato a destra erigendosi a opposizione al governo centrale di PSOE-UP. Ha indicato in Madrid il modello da seguire per il resto della Spagna propugnando una sorta di nazionalismo madrileno dentro il nazionalismo spagnolo. “Madrid è la Spagna e la Spagna è Madrid” nel senso che, essendo l’unità della Spagna minacciata dal governo centrale condizionato dai comunisti e alleato con eredi dell’ETA e con separatisti catalani, è necessario unire la destra e cacciarlo. Se VOX ha catturato i voti franchisti, sciovinisti estremi, xenofobi, antifemministi e omofobi che fino ad ora erano stati interni al PP è necessario impedire ulteriori emorragie di voto abbracciando VOX e facendo propri molti dei contenuti di estrema destra di VOX. È cosí che Diaz Ayuso è la prima esponente del PP a dire esplicitamente che “Cuando te llaman fascista sabes que lo estás haciendo bien y que estás en el lado bueno!”. Nemmeno gli ex ministri di Franco diventati dirigenti del PP avevano osato dire qualcosa del genere. Insomma, se c’è una chiave per capire il successo del PP a Madrid sta nel modello sociale liberista imperante, nella risposta reazionaria e sciovinista alla crisi catalana, nella bandiera della “libertà” di stampo Trumpista e nella contiguità con Vox. Tutto ciò è effettivamente un modello di strategia politica per il futuro del PP. Del resto, dalla formazione del governo centrale PSOE-UP il PP, che ha dalla sua parte i vertici della magistratura e degli apparati militari dello stato, ha dichiarato il governo illegittimo, ha bloccato (da più di due anni) il rinnovo dei vertici della magistratura, ha difeso a spada tratta la monarchia investita da continui scandali e così via. Resta da vedere se nel resto della Spagna, anche nelle Comunità autonome governate dal PP, che vedono emigrare verso la capitale le imprese maggiori a causa del dumping fiscale, dove l’economia è in netta recessione e la disoccupazione in crescita, questo modello possa funzionare efficacemente.

VOX
VOX sembra aver interrotto una irresistibile ascesa in consensi. Ma non è così. I suoi cavalli di battaglia contro l’immigrazione, contro il femminismo e i diritti civili, contro baschi e catalani, hanno funzionato perfettamente perché hanno egemonizzato il PP ed anche una parte dell’elettorato delle classi subalterne. Che molti voti si siano concentrati sul voto “utile” (anche se non lo è affatto concretamente in un sistema proporzionale), non significa che VOX sia in declino. Anzi. Infatti i dirigenti di VOX hanno mostrato grande soddisfazione e si sono subito dichiarati disponibili ad appoggiare il governo del PP o a parteciparvi direttamente.

CIUDADANOS
Anche per questa forza politica bastano poche righe giacché la sua crisi è patente e probabilmente irreversibile. Per il partito di “centro”, liberale nel senso di liberista estremo, nazionalista spagnolo, e propenso ad allearsi sia con il PP sia con il PSOE, nella radicalizzazione dello scontro non c’è spazio. Alle ultime politiche è passato da 57 a 10 seggi. E nelle elezioni catalane da 36 a 6. Ha avuto ed ha una emorragia inarrestabile di deputati e dirigenti nazionali e locali verso il PP.

PSOE
Il Presidente del governo centrale Pedro Sanchez, costretto solo dall’aritmetica parlamentare al governo di coalizione con Unidas Podemos e a firmare un programma di governo che contiene la abrogazione delle leggi sulla precarietà del lavoro, la regolamentazione degli affitti, l’apertura di un negoziato politico con il governo catalano, e diverse altre cose praticamente antitetiche con il suo programma, ha tentato continuamente e senza esito di allargare, almeno su provvedimenti parziali, la maggioranza a CIUDADANOS. Ha tentato di far cadere il governo della regione di Murcia (PP e CIUDADANOS con appoggio esterno di VOX) in combutta con la direzione centrale di CIUDADANOS. Ma l’operazione, che avrebbe potuto estendersi ad altre Comunità Autonome creando un nuovo quadro politico generale, è miseramente fallita allorquando i deputati murciani di CIUDADANOS sono usciti dal partito e hanno continuato a governare con il PP. Come se non bastasse per Sanchez e per gli “strateghi” del PSOE questa operazione ha fornito su un piatto d’argento al PP di Madrid l’occasione per sciogliere il governo e convocare le elezioni anticipate. Mentre dal canto suo Unidas Podemos ha alzato la voce e si prepara ad una controffensiva per l’applicazione del programma di governo, con il sostegno dei sindacati (compresa l’UGT di ispirazione socialista) e dei movimenti sociali di lotta interessati dai provvedimenti annunciati nel programma, a cominciare dalla questione della casa.
La campagna elettorale del PSOE di Madrid è stata semplicemente disastrosa. Il capolista, indicato per la Presidenza del governo, è stato capace di dire che non voleva formare un governo con Unidas Podemos, che il suo interlocutore privilegiato era CIUDADANOS mentre CIUDADANOS ripeteva che voleva rifare il governo con il PP, che non avrebbe messo in discussione il sistema fiscale del PP, per poi dire che il suo interlocutore era Unidas Podemos e che bisognava evitare il governo delle destre a tutti i costi. Tutto nel giro di pochi giorni. Ma non si tratta di imperizia, di errori di marketing e di confusione mentale. O non solo. Si tratta di un partito che, come tutti gli altri partiti socialisti e socialdemocratici europei, continua a pensare di poter governare il modello neoliberista vincente temperandolo e accompagnandolo con un profilo progressista sui diritti civili. Come se per le classi subalterne (che in buona parte continuano a votare il PSOE) i problemi sociali e quelli inerenti ai diritti civili possano essere separati. E come se la guerra fra poveri promossa da VOX ed anche dal PP della signora Diaz Ayuso possa essere evitata senza mettere mano alla precarietà e agli elementi strutturali del modello sociale neoliberista. I 24 seggi del PSOE di Madrid sono il minimo storico del partito nella Comunità economicamente e politicamente più importante. L’insuccesso è molto più grave di quel che dicono le nude cifre. Perché allude alla prospettiva politica di lungo periodo del partito. Costretto ad una alleanza di governo con Unidas Podemos con sostegno esterno degli indipendentisti catalani e baschi alla quale non c’è alternativa, avversata esplicitamente dalla vecchia guardia di Felipe Gonzales e da diversi “baroni” regionali, attaccata esplicitamente dagli apparati della magistratura e militari, invisa alla tecnocrazia europea e alla Confindustria spagnola. Inoltre, dulcis in fundo, il PSOE a Madrid è stato superato, anche se di pochissimo, dalla formazione della sinistra alternativa MAS MADRID, i cui voti sommati a quelli di UP sono di 7 punti percentuali e 10 seggi superiori a quelli dei socialisti.

LA SINISTRA ALTERNATIVA
È necessario chiarire, per i lettori italiani di sinistra, alcune cose in parte o del tutto sconosciute.
Nel febbraio del 2017 si tiene il secondo congresso di Podemos. Si confrontano due linee politiche alternative fra loro. Quella neopopulista di sinistra avversa alla unità strategica con Izquierda Unida sostenuta da Iñigo Errejon (fino ad allora considerato il numero due della formazione) e quella di sinistra radicale favorevole ad un accordo strategico con IU sostenuta da Pablo Iglesias. Vince con due terzi dei consensi la linea di Iglesias che viene rieletto segretario anche con i voti di Errejon. Iglesias estromette Errejon e gli altri sostenitori della linea sconfitta dai posti importanti di direzione. La divisione si cristallizza. Non è in questa sede il caso di descrivere approfonditamente la natura leaderistica di Podemos, la sua organizzazione interna e il suo scarso insediamento sociale.
Nel dicembre del 2017 si consuma una rottura nel governo del comune di Madrid, in carica da più di due anni, nella lista lista unitaria AHORA MADRID e presieduto dall’indipendente Manuela Carmena. La Sindaca accetta i diktat del ministro dell’economia del governo centrale del PP relativi a pesanti tagli della spesa sociale. L’Assessore (Consejal) dell’economia del municipio Carlos Sanchez Mato (dirigente nazionale di Izquierda Unida) si rifiuta di accettare l’applicazione dei tagli e viene sostenuto in questa posizione da IU nazionale. La Sindaca Carmena rifiuta che si faccia un referendum fra tutti i militanti della lista Ahora Madrid e toglie gli incarichi di governo agli esponenti di Izquierda Unida. Podemos di Madrid, nel quale la linea di Errejon ha la maggioranza alla fine sostiene la posizione della Sindaca. All’inizio del 2019 si consuma la scissione di Podemos ed Errejon, con il pieno sostengo di Manuela Carmena, fonda il nuovo partito MAS PAIS e alle municipali di Madrid del maggio 2019 si presentano due liste: MAS MADRID (con la sindaca uscente capolista) e Izquierda Unida – Madrid en Piè (composta da IU e forze minori di estrema sinistra). Podemos non partecipa direttamente alle elezioni e solo all’inizio della campagna elettorale da indicazione di voto per la lista di IU. Il risultato è che la lista MAS Madrid praticamente conferma i voti del 2015 di AHORA MADRID (passa dal 31,84% al 30,99%) e la lista di IU ottiene uno scarso 2,63%.
MAS PAIS alle ultime elezioni generali del novembre 2019 ottiene l’1,32% dei voti e 2 seggi, entrambi nella circoscrizione di Madrid dove ottiene il 5,64%. Mentre Unidas Podemos ottiene il 13% e 35 seggi in tutta la Spagna e il 13% e 5 seggi a Madrid.
Questo breve riassunto degli antecedenti al voto del 4 maggio serve per capire la complessità dello stato della sinistra alternativa in Spagna sulla quale bisognerebbe riflettere maggiormente in un altro articolo. Ma è indispensabile per comprendere il risultato delle ultime elezioni madrilene.
Con la convocazione delle elezioni anticipate Pablo Iglesias, con un vero colpo di teatro, annuncia le sue dimissioni dalla Vicepresidenza del governo e dal parlamento nazionale, dichiara che al prossimo congresso di Podemos non si ripresenterà alla carica di Segretario Generale. Tutto per guidare la lista di Unidas Podemos o, se MAS MADRID accetta, per partecipare in secondo piano ad una lista unitaria della sinistra alternativa madrilena. Secondo Iglesias è vitale impedire che la destra di PP e VOX governi la Comunità Autonoma della capitale. Indica la Ministra del Lavoro Yolanda Diaz (comunista) come sua sostituta alla Vicepresidenza del governo e Ione Belarra (Podemos) come sua sostituta al ministero dei diritti sociali.
MAS MADRID rifiuta la lista unitaria contando sulla popolarità della propria capolista Monica Garcia, ex militante di Podemos e anestesista in un ospedale pubblico, che aveva guidato l’opposizione nel parlamento contro il governo del PP e CIUDADANOS.
Sia Podemos che MAS MADRID decidono di non polemizzare fra loro in campagna elettorale, di concentrare tutte le energie contro le destre e di proporre un governo di sinistra al quale il PSOE non potrà sottrarsi. Ma, in questo scontro i temi sociali per quanto evocati rimangono in secondo piano. Anche perché la stampa e le TV concentrano il dibattito sulle inevitabili polemiche provocate dalle affermazioni filofasciste e xenofobe delle destre e sui profili personali dei candidati e candidate alla presidenza. Il bersaglio favorito dei tre quotidiani di destra, e anche del filosocialista (ma ostile al governo con Unidas Podemos) El Pais, è ovviamente Pablo Iglesias.
Come se non bastasse, a metà della campagna lettere anonime contenenti proiettili arrivano al Ministro degli Interni, a Pablo Iglesias, alla nuova direttrice della Guardia Civil nominata da poco dal governo. La campagna si avvelena perché la capolista di VOX mette in dubbio l’autenticità della minaccia. Nei giorni successivi diverse altre lettere con proiettili arrivano ad altri esponenti di sinistra ed anche di destra, compresa Diaz Ayuso. Se i temi sociali erano stati già in secondo piano praticamente spariscono completamente dal dibattito pre elettorale.
Alla fine il risultato elettorale induce Pablo Iglesias a dimettersi immediatamente anche dalla carica di Segretario Generale di Podemos. Sebbene la lista di UP sia aumentata in voti e in seggi Iglesias sostiene che la sua stessa persona è diventata un ingombro in quanto usata come capro espiatorio e come bersaglio dalle destre e soprattutto dalla stragrande maggioranza dei mass media.

Conclusioni

Chi volesse leggere i risultati delle elezioni madrilene come anticipazione inevitabile di quel che succederà alle prossime elezioni generali del 2023 si sbaglia. La partita è ancora aperta. Soprattutto dentro il governo centrale. Come ho già detto più sopra i temi del lavoro, dello stato sociale, della distribuzione dei fondi europei e delle condizioni che porrà la Commissione Europea, della casa, dei diritti civili, del negoziato sulla questione catalana, sono tutti nodi che arriveranno al pettine nei prossimi mesi. Sarà una partita durissima e difficilissima per Unidas Podemos. Ma lo sarà anche per il PSOE che ha perso CIUDADANOS come interlocutore necessario alla sua destra per ridurre il peso e l’influenza di UP e dei movimenti di lotta e sociali che in Spagna sono tutt’altro che sopiti.
Sarà decisivo, anche, il futuro di Unidas Podemos. Lo stesso Pablo Iglesias ha avuto parole autocritiche sul leaderismo, che è stato all’inizio una delle chiavi del successo di Podemos per poi diventare rapidamente il suo limite principale. È altamente probabile che Yolanda Diaz, che ora è Vicepresidente del Governo, possa guidare la coalizione alle prossime elezioni e che Ione Belarra possa diventare la nuova Segretaria Generale di Podemos. Ma la vera questione non è delle persone che guideranno e rappresenteranno la forza politica. Quel che sarà importante sarà lo stato delle lotte e il rapporto fra queste e quel che succederà dentro il governo sui temi che sono incompatibili con la natura e la linea del PSOE. E sul grado e profondità di collegamento strutturato fra i movimenti sociali e UP. E quindi su cosa saranno Podemos, Izquierda Unida, Catalunya en Comù e il Partito Comunista Spagnolo nel futuro. Avremo occasione di ritornarci.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 6 maggio 2021

Dopo le ennesime elezioni in Spagna avremo un governo di sinistra?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre, 2019 by ramon mantovani

In Spagna si è votato 4 volte, negli ultimi 4 anni, per le elezioni politiche generali. 6 volte se contiamo anche le elezioni europee e il turno delle elezioni regionali e comunali.

In questo tempo sono successe molte cose che non possiamo elencare e commentare esaustivamente in questo articolo. Ma possiamo dire che la situazione è di estrema incertezza ed instabilità. Con altre parole possiamo dire che la Spagna è precipitata in una profonda crisi democratica. La crisi del bipartitismo PSOE PP è un dato certo ma il suo sbocco, lungi dall’essere definito e concluso, è e sarà oggetto di una lotta aspra. Alla vigilia di una crisi economica annunciata sono in gioco due cose fondamentali intrecciate fra loro: la politica economica e sociale del paese e la stessa concezione dello stato e del sistema politico.

Questo è il contesto nel quale leggere i risultati del 10 novembre. Leggerli, solamente o prevalentemente, come successi e sconfitte dei singoli partiti o peggio ancora dei loro leader, sarebbe superficiale e fuorviante. Leggerli alla luce delle tattiche e delle tecniche di marketing, ormai imperanti nelle campagne elettorali e nei posizionamenti politici dei partiti, impedirebbe di comprendere i problemi di fondo della crisi.

Fatta questa premessa passiamo ai risultati.

La partecipazione è scesa, dalle precedenti elezioni del 28 aprile 2019, di due milioni di voti. Da 26 milioni 300mila voti a 24 milioni 300mila voti. Dal 75,75% al 69,87%.

PSOE

Ha ottenuto 6 milioni 750mila voti (28,0% e 120 seggi) contro i 7 milioni 500mila voti (28,8% e 123 seggi) delle precedenti.

PP

5 milioni di voti (20,82% e 88 seggi) contro 4 milioni 350mila voti (16,7 e 66 seggi).

VOX

3 milioni 650mila voti (15,09% e 53 seggi) contro 2 milioni 670mila voti (10,26% e 24 seggi).

Unidas Podemos

3 milioni 100mila voti (12,84% e 35 seggi) contro 3 milioni 700mila voti (14,31% e 42 seggi).

Ciudadanos

1 milione 600mila voti (6,79% e 10 seggi) contro

4 milioni 400mila voti (15,86% e 57 seggi).

Vi sono poi altri 11 partiti che si sono presentati solo in una parte delle circoscrizioni e che hanno ottenuto rappresentanza parlamentare. Per brevità citiamo solo i più significativi politicamente.

MAS PAIS

Scissione di Podemos, si è presentato per la prima volta e solo in 18 circoscrizioni su 52. 550mila voti (2,3% e 3 seggi).

I tre partiti indipendentisti catalani (che ovviamente si sono presentati solo nelle 4 circoscrizioni catalane) sommati ottengono 1 milione 630 mila voti (6,81% e 23 seggi) contro 1 milione 630mila voti (6,23 e 22 seggi). Nel dettaglio in Catalunya: ERC (sinistra) 22,56% e 13 seggi; JxCAT (destra) 13,68% e 8 seggi, CUP (estrema sinistra) 6,35% e 2 seggi).

I due partiti baschi: PNV (centro) 380mila voti (1,57% e 7 seggi) contro 390mila voti e (1,51% e 6 seggi); EH BILDU (estrema sinistra) 280mila voti (1,15% e 5 seggi) contro 260mila voti e 4 seggi).

Nel dettaglio del Paese Basco il PNV ha ottenuto il 32,07% e HB BILDU il 18,70% e 4 seggi. HB BILDU si è presentato anche nella Comunità della Navarra ed ha ottenuto il 16,96% e 1 seggio.

Ed ora passiamo all’analisi dei risultati.

Il bipartitismo, prodotto di un sistema elettorale senza collegio unico nazionale e profondamente radicato nell’idea stessa di “politica” della stragrande maggioranza della popolazione, è entrato in crisi ma non è morto. Non lo è perché i due partiti maggiori PSOE e PP, seppur passati dall’80% dei consensi al 50%, grazie al sistema istituzionale che permette governi di minoranza, hanno fino ad oggi governato con esecutivi monocolore. Ed anche perché, come si è visto nelle ultime due tornate elettorali, i due partiti che precedentemente sembravano poterli superare o comunque eguagliare in peso elettorale e politico, sono stati o ridimensionati (Unidas Podemos) o quasi eliminati dalla scena (Ciudadanos). In particolare Podemos e Izquierda Unida, che si presentarono divisi nel 2015 a causa del rifiuto categorico di Podemos di dar vita ad una lista unica, e che ottennero due punti percentuali e 600mila voti più del PSOE, ora hanno il 12,84% (16 punti percentuali e 1milione e 600mila voti in meno del PSOE). E Ciudadanos che solo nell’aprile di quest’anno aveva un punto percentuale e 200mila voti in meno del PP oggi è crollato al 6,69% (14 punti percentuali e 3 milioni e 400mila voti in meno del PP). Di VOX parleremo più avanti perché non si può dire che possa svolgere la stessa funzione di Ciudadanos.

Ma se il bipolarismo non è morto non si può dire che sia in buona salute o che sia uscito dalla crisi. Perché la tornata elettorale di aprile ha dimostrato che governi monocolore non sono più possibili, a meno che uno dei due partiti maggiori, come ha fatto il PSOE nel 2016, non si astenga per permettere il governo in minoranza dell’altro. O a meno che si formi un governo di grande coalizione, la qual cosa segnerebbe comunque la fine del bipolarismo.

La questione del governo è, quindi, più importante del fatto in sé perché potrebbe segnare, in caso di governo di coalizione fra PSOE e UP, una svolta storica nel sistema politico spagnolo.

L’annuncio di un “preaccordo” per un governo di coalizione è un fatto importante ma è ancora lungi dall’essere un fatto scontato. Ne parleremo più avanti in questo articolo.

Ora ci occupiamo delle due grandi questioni che hanno influito nelle elezioni degli ultimi anni e segnatamente in queste del 10 novembre.

Le questioni economiche e sociali.

La Spagna ha conosciuto, più di qualsiasi altro paese europeo analogo per grandezza demografica ed economica, grandi lotte sociali organizzate e permanenti nel tempo. La crisi economica affrontata dai governi prima del PSOE di Zapatero e poi del PP di Rajoy con tagli selvaggi alla spesa pubblica, con due riforme del mercato del lavoro una più precarizzante dell’altra, con indici di disoccupazione e impoverimento della popolazione enormi, ha visto succedersi lotte e movimenti di protesta di grandi dimensioni. Lo stesso movimento degli “indignados” lungi dall’essere stato una fiammata episodica ha sedimentato organizzazioni di lotta che hanno continuato ad agire fino ai giorni nostri. Sono nate le “maree” dei lavoratori della sanità, della scuola e università, dei minatori, dei lavoratori pubblici, dei settori industriali più colpiti, insieme ad una crescita di auto organizzazione della popolazione nel movimento contro gli sfratti (che ne ha impediti più di 100mila), nelle lotte femministe, in quelle ambientali, in quelle del mondo artistico contro la tassazione esorbitante delle produzioni culturali, in quelle delle associazioni di abitanti contro le speculazioni immobiliari e contro la “gentrificazione” delle città turistiche, e potremmo continuare. Da tutto ciò, e non da qualche leader magico o da qualche formula neopopulista, è scaturita la crisi del bipartitismo spagnolo. Ma, come il bipartitismo non è morto nemmeno la crisi è finita. Anzi, alla vigilia di una nuova crisi, la partita contro le politiche neoliberiste resta la partita principale. E questa partita si può vincere solo nella combinazione della continuazione delle lotte sociali e i risultati che si possono ottenere con la rappresentanza politica. Se queste due cose si separano, se appaiono i famosi due tempi, se le lotte si fanno disperate e le rappresentanze politiche si limitano, per colpa di un sistema istituzionale che non permette di incidere realmente, ad essere coerenti a parole ma impotenti nei fatti o, peggio, a subordinare gli obiettivi di lotta alle compatibilità del sistema, la sconfitta è certa. E comincia ad apparire una deriva, questa si veramente populista e di destra estrema, che fomenta la lotta fra poveri e che denigra e attacca la pur difettosa “democrazia” per sostituirla con un sistema violentemente classista ed autoritario.

Se in Italia abbiamo visto dispiegarsi pienamente tutto ciò in Spagna, grazie e solo grazie alle lotte di cui sopra, è ancora agli albori. Ma VOX incombe.

I risultati elettorali di VOX sono preoccupanti, non tanto e non solo per la loro dimensione, quanto per due ulteriori motivi.

Il primo è che in realtà VOX raccoglie un voto reazionario e sciovinista, nostalgico del franchismo, profondamente ostile ad ogni diritto delle donne e delle persone omosessuali, che è sempre esistito, ma dentro il PP, che del resto è stato fondato a suo tempo da altissimi dirigenti della dittatura franchista a cominciare da ministri dei governi di Franco. Questa parte della Spagna, che sembrava dovesse scomparire con il tempo per motivi anagrafici, si è risvegliata, più grande e più giovane di quello che molti pensavano, e pretende di tornare a contare.

Il secondo è che VOX, come è accaduto in molti altri paesi europei e non, con un abile trasformismo non si presenta come fascismo tradizionale e, nel tempo della crisi, con la demagogia più efficace egemonizza tutta la destra politica tradizionale ed anche parte dell’elettorato del PSOE.

Unidas Podemos ha giustamente detto, criticando il PSOE che gridava contro il “pericolo dell’estrema destra” proponendo un cordone sanitario, che l’unico cordone sanitario efficace è costituito da politiche sociali redistributive e dalla difesa degli interessi dei lavoratori.

Insomma, come si vede le questioni economico sociali sono davvero decisive, sia per comprendere i risultati elettorali, sia per le prospettive politiche e sia per combattere la destra estrema.

Ma in Spagna è venuto al pettine un nodo storico irrisolto.

La questione catalana

La concezione dello stato spagnolo, monarchico e fondato sul nazionalismo sciovinista spagnolo, imposta nella cosiddetta transizione dai franchisti che scrissero la costituzione insieme agli antifranchisti tornati dall’esilio, poteva evolvere negli anni, con le dovute riforme e referendum, in una concezione repubblicana e in una federazione di nazioni diverse storicamente, culturalmente e linguisticamente. Così, del resto, volevano tutti i partiti democratici che accettarono un compromesso con i fascisti che controllavano totalmente esercito, giudici e polizia.

Purtroppo, la transizione invece che punto di partenza è stata, per principale responsabilità del PSOE che ha governato molto più a lungo del PP, trasformata in punto di arrivo. E, quando Paese Basco prima e Catalunya poi hanno tentato di andare oltre la concezione borbonica e franchista dello stato spagnolo affinché fossero riconosciute le nazioni basca e catalana, la risposta è stata negativa nel caso del PSOE e involutiva nel caso del PP.

Il movimento indipendentista catalano di massa nasce come risposta a ripetuti attacchi all’autogoverno catalano, che non rievocheremo qui per brevità. Senza questi attacchi da parte del governo spagnolo gli indipendentisti (storicamente solo di sinistra) sarebbero rimasti al massimo al 14% dei voti. Ma l’involuzione centralista e lo sciovinismo nazionalista spagnolo, con tanto di attacchi alla lingua catalana, lo hanno fatto crescere fino al 50%. Ed hanno fatto crescere fino al 70% – 80% il numero di catalani che in tutte le inchieste demoscopiche dicono di considerare la Catalunya come una nazione e che bisogna celebrare un referendum di autodeterminazione.

Negli ultimi 9 anni tutti i numerosi tentativi di ottenere un referendum legale e accordato con il governo centrale hanno trovato un diniego secco e nessuna controproposta che non fosse un minaccioso richiamo al rispetto della costituzione e della legge.

Si può dire quel che si vuole della strada unilaterale imboccata dal governo indipendentista catalano nel 2107. Non ne parleremo qui. Ma è fuor di dubbio che è stata la prima vera spallata al regime, ancora oggi intriso di franchismo, della cosiddetta transizione.  

Per questo negli ultimi anni la questione catalana è stata centrale nella politica spagnola. Ed è importante anche perché i partiti indipendentisti catalani e baschi, nel parlamento scaturito dalle elezioni del 10 novembre, saranno decisivi per la formazione del governo.

A dimostrazione che la Spagna è per davvero uno stato plurinazionale basta vedere i risultati elettorali, che oramai sono inequivocabili.

Per esempio possiamo vedere i risultati di VOX, che ha usato la questione catalana come cavallo di battaglia in campagna elettorale, arrivando a proporre ufficialmente l’immediata incarcerazione dell’attuale governo catalano, lo stato di emergenza nazionale e l’intervento dell’esercito.

Se è vero, come dicono VOX, PP e Ciudadanos, che la metà della popolazione in Catalunya è perseguitata e discriminata, che gli indipendentisti sono totalitari, che nelle scuole si indottrinano i bambini, che è pregiudicata la convivenza civile (questo lo dice anche il PSOE), che c’è il terrorismo e così via delirando, questi partiti dovrebbero avere almeno i voti dei perseguitati in Catalunya.

Analizziamo brevemente i dati comparando le più grandi regioni e città.

Vediamo i voti di VOX: in tutto lo stato ottiene il 15%, in Catalunya prende il 6,3% e nel Paese Basco il 2,43%. Nella regione di Madrid il 18,35%, in Andalucia il 20,39%. Nella città di Barcellona il 5,32%, nella città di Madrid il 16,03%, nella città di Siviglia il 17,47%.

I tre partiti della destra in Catalunya prendono 2 deputati ciascuno. 6 su 48. Nel paese basco zero su 20. Nella regione di Madrid 20 su 37. In Andalucia 30 su 61.

Il PSOE nel paese basco e il PSC in Catalunya ottengono, con una lieve perdita in entrambi i casi, gli stessi voti e seggi del 2011.

Ma se è vero, come dice il PSOE e purtroppo anche esponenti di Unidas Podemos, che il movimento indipendentista catalano è egemonizzato dalla destra come mai i risultati dicono cose diverse?

Consideriamo tutto il periodo nel quale nasce e cresce il movimento indipendentista.

Nel 2011 la destra catalana (allora CiU) era il primo partito con il 29,35% dei voti e 16 seggi su 47. Il PSC il 26,66% e 14 seggi. ERC (partito indipendentista di sinistra spesso alleato di governo del PSC) il 7,07 e 3 seggi. Nel 2019 la destra catalana indipendentista (JxCAT) ha il 13,68% e 8 seggi su 48, ERC il 22,56 e 13 seggi, la CUP (estrema sinistra indipendentista) il 6,35 e 2 seggi.

I dati parlano da soli.

E’ poi abbastanza difficile sostenere la tesi secondo la quale l’indipendentismo catalano sarebbe paragonabile a movimenti xenofobi ed egoisti di altri paesi europei quando tutti i partiti indipendentisti (compresa la destra) difendono lo ius soli, si sono opposti ai CIE, hanno disobbedito al governo centrale garantendo l’assistenza sanitaria catalana agli immigrati irregolari, hanno manifestato in piazza per accogliere rifugiati. Difficile dire che siano egemonizzati dalla destra identitaria quando nelle grandi manifestazioni canti e slogan più eseguiti sono quelli dei cantautori anarchici e comunisti, o quelli antifascisti della guerra civile, o perfino “bella ciao” cantata in italiano.

Insomma, la questione catalana è importante perché attiene alla concezione dello stato, e quindi della democrazia. E credo non sia possibile pensare ad un governo “progressista” che non si proponga di superare il vero nazionalismo escludente ed egemone che è quello spagnolo. Almeno dismettendo la via repressiva ed avviando un dialogo e poi un negoziato con il governo catalano.

L’accordo per il governo fra PSOE e Unidas Podemos

C’è un preaccordo siglato in persona da Pablo Iglesias e da Pedro Sanchez. Prevede un governo di coalizione sulla base di un programma di legislatura di cui sono state fissate le linee generali e che sarà elaborato dettagliatamente prima della seduta del parlamento che eleggerà il Presidente del Governo.

Il primo scritto firmato e diffuso è molto generico e come è d’abitudine aperto a diverse interpretazioni sia sulle questioni economiche e sociali, sia sulla questione catalana.

Per il PSOE non sarà facile scostarsi di troppo dalle posizioni espresse in campagna elettorale, molto influenzate dall’intento, senza successo, di raccogliere voti alla propria destra e da quello più volte esplicitato di rassicurare i poteri forti e la Commissione Europea. Per Unidas Podemos non sarà facile imporre contenuti realmente avanzati e soprattutto ottenere un peso sufficiente nell’esecutivo a garanzia della loro implementazione.

C’è tempo prima che il preaccordo si trasformi in un programma dettagliato e che si componga il governo.

I poteri forti non staranno con le mani in mano e lavoreranno indefessamente o per farlo saltare o per ottenere che non sia loro ostile.

Inoltre PSOE e Unidas Podemos non hanno la maggioranza sufficiente in parlamento e dovranno cercare fra i partiti regionali ed anche fra i partiti indipendentisti i voti favorevoli e le astensioni necessarie.

Ma intanto, almeno per il momento, ciò che era sembrato impossibile ora è perfino probabile.

Vedremo come andrà, anche perché potrebbe essere una inversione di tendenza in Europa.

ramon mantovani

Pubblicato il 13 novembre 2019 sui siti di Transform Italia e Rifondazione Comunista

Pessimo risultato delle elezioni spagnole.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno, 2016 by ramon mantovani

Le elezioni anticipate (convocate dopo mesi di sterili trattative per formare il governo) si sono risolte con un’avanzata del Partito Popolare (PP), con una tenuta del Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), con un secco arretramento di Unidos Podemos (coalizione composta da Podemos, Izquierda Unida, Equo e da coalizioni più ampie e comprendenti forze locali in Catalunya, Galicia, Pais Valencià e Illes Baleares), e con un più modesto arretramento di Ciudadanos (C’s). Le forze indipendentiste e nazionaliste catalane e basche hanno confermato sostanzialmente gli stessi voti del turno precedente.

 

Vediamo i risultati nel dettaglio per le forze principali.

 

La partecipazione al voto è calata dal 73,20 % al 69,84 % con un milione e duecentomila elettori in meno.

 

Il PP passa da 7.236.265 voti (28,71 %) a 7.906.185 voti (33,03 %) e da 123 a 137 seggi.

 

Il Psoe passa da 5.545.315 voti (22,00 %) a 5.424.709 voti (22,66 %) e da 90 a 85 seggi.

 

Unidos Podemos passa da 6.146.527 voti (24,47 %) a 5.049.734 voti (21,10 %) conservando i 71 seggi della tornata precedente. Nella tornata precedente Podemos e Izquierda Unida si presentarono divise tranne che in Catalunya e Galicia. E nelle Isole Baleari la forza locale MES si presentò da sola.

 

C’s passa da 3.514.528 voti (13,94 %) a 3.123.769 voti (13.05 %) e da 40 seggi a 32.

 

È bene sapere che le incongruenze fra voti e seggi sono dovute al sistema elettorale spagnolo che è diviso in 52 circoscrizioni (50 province e 2 città autonome, Ceuta e Melilla) in ognuna delle quali vengono attribuiti i seggi con il sistema D’Hondt e con uno sbarramento del 3 %. Non esistendo un collegio unico statale per riequilibrare il rapporto voti-seggi i voti che non riescono ad eleggere nelle singole province sono dispersi.

Il segretario di Ciudadanos nel primo commento dopo il voto ha lamentato la ingiustizia del sistema elettorale, come del resto hanno fatto per 40 anni il PCE e Izquierda Unida. Ed ha portato l’esempio della regione Castilla y Leon, dove nelle 9 province che la compongono, Ciudadanos con il 14,15 % dei voti elegge 1 deputato, Unidos Podemos con il 15,50 % ne elegge 3, il Psoe con il 23,17 ne elegge 9, mentre il PP con il 44,33 ne elegge ben 18.

 

Detto questo passiamo ai miei modesti commenti.

 

La destra spagnola è forte.

 

Nessun sondaggio ha previsto l’avanzata del Partido Popular. Né alcun commentatore. Né, tantomeno, nessun altro partito avversario.

Dopo le elezioni precedenti il Presidente del PP Mariano Rajoy propose un governo di coalizione con il Psoe e, forse, con Ciudadanos. Avendo ottenuto risposte negative da entrambi rifiutò l’incarico del RE di tentare di formare il governo, prevedendo di non avere i voti sufficienti per essere investito dal parlamento come Presidente del governo.

Affinché i lettori italiani comprendano meglio è bene che sappiano che il parlamento spagnolo accorda la fiducia (investidura) al solo Presidente del governo, che solo dopo averla ottenuta forma il governo, senza che questi debba ottenere a sua volta la fiducia. In altre parole può essere, come è successo più volte nella storia parlamentare spagnola, che vi siano partiti che, con il voto favorevole o con l’astensione, partecipano all’elezione del capo del governo per poi rimanere all’opposizione. Permettendo in questo modo un governo sorretto da una minoranza parlamentare, che sui singoli provvedimenti si allarga poi a geometria variabile.  

Rajoy, accusato di immobilismo dalla gran parte dei commentatori, si mantenne in questa posizione fino alla fine, ribadendo la sua proposta di governo di grande coalizione con il Psoe. E osservando compiaciuto il fallimento del tentativo, del quale parleremo più avanti, del segretario socialista di ottenere i voti di Ciudadanos e Podemos per essere investito Presidente.

Bisogna sapere che prima ed anche dopo la campagna elettorale del 20 novembre del 2015 il PP è stato travolto da potentissimi scandali per corruzione. Con dirigenti nazionali ed interi gruppi dirigenti locali incarcerati e/o incriminati per reati gravissimi. Pochi giorni prima del voto del 26 giugno, inoltre, il quotidiano digitale di sinistra “el Publico” ha diffuso le registrazioni di conversazioni fra il Ministro degli Interni ed un giudice incaricato di dirigere l’ufficio anticorruzione catalano. Il contenuto delle conversazioni restituisce con evidenza inequivocabile che erano in corso manovre giudiziarie, e diffusione delle stesse, volte a screditare i due maggiori partiti indipendentisti catalani (Esquerra Republicana de Catalunya e Convegencia Democratica de Catalunya) per inesistenti casi di corruzione e il gruppo dirigente di Podemos per presunti, ed ovviamente inesistenti, casi di finanziamento illecito di Podemos ad opera dei governi venezuelano ed iraniano. Ovviamente questa specie di caso “watergate” ha provocato la reazione di tutti i partiti, e perfino dei sindacati di Polizia e Guardia Civil, che unanimemente hanno chiesto le immediate dimissioni del ministro. Il quale però non si è nemmeno sognato di darle ed ha ottenuto, invece, la piena solidarietà del Presidente del Governo per la diffusione di registrazioni illegali delle sue conversazioni con un giudice.

Viene davvero da chiedersi come sia possibile che un partito al governo nel tempo della crisi sociale più grave della storia spagnola, travolto da casi gravissimi di corruzione e preso con le mani nel sacco ad ordire trame illegali, utilizzando a questo fine strutture dello stato, contro i propri avversari politici, possa non solo non crollare elettoralmente (anche se a dire il vero il crollo lo aveva avuto nelle precedenti elezioni passando da quasi 11 milioni di voti (44,63 %) a 7 milioni e 200mila voti (28,72%) e dalla maggioranza assoluta con 186 seggi a 123) ma perfino risalire in voti assoluti e seggi.

Non è facile rispondere a questa domanda. Si tratta di qualcosa di molto profondo e complesso che sarà necessario, per le forze della sinistra spagnola, analizzare molto bene.

Ma possiamo dire che il PP ha utilizzato alla perfezione una strategia elettorale che ha funzionato.

 

Una strategia con tre assi fondamentali.

 

1) vantare successi economici (crescita del PIL e diminuzione della disoccupazione) pur riconoscendo la persistente crisi sociale. Addebitandola però al governo Zapatero e alla pesante eredità che questo governo aveva lasciato. Si tratta di una bufala, perché anche dal punto di vista liberista rimane un grave deficit e debito pubblico e perché in realtà la diminuzione della disoccupazione è solo formale in quanto per effetto delle “riforme” del mercato del lavoro di Zapatero e poi del PP si tratta di un incremento occupazionale dovuto esclusivamente a contratti precari per il 90 % inferiori a una settimana. Ma se ben presentata insieme alla prospettiva di un salto nel buio (l’esempio della Grecia è stato il leit motiv ripetuto) rappresentato da un governo diretto o con la partecipazione di Unidos Podemos (sempre definito estremista, comunista, chavista e soprattutto amico di Syriza), ha evidentemente avuto il successo sperato fra le classi medie impoverite ma terrorizzate da prospettive più buie. Senza contare la conservazione del consenso attraverso le più classiche politiche clientelari sociali e territoriali.

2) elevare alla massima potenza il messaggio nazionalista spagnolo. Mostrando una totale intransigenza contro le aspirazioni nazionali di baschi e catalani, anche rinverdendo contenuti chiaramente franchisti e utilizzando la repressione giudiziaria contro gli indipendentisti. Il fine giustifica qualsiasi mezzo per impedire agli indipendentisti e ai comunisti di distruggere la sacra nazione spagnola. Perciò lo scandalo della trama ordita contro gli indipendentisti catalani e contro Podemos alla fine si è risolta a favore del PP. Allo stesso tempo si è mostrato totalmente e acriticamente europeista (gli argomenti antieuropei in Spagna non hanno nessuna popolarità). Sulla base di tutto questo ha accusato gli avversari di voler minare l’unità della Spagna e di voler aprire una controversia con l’Unione Europea che si sarebbe risolta con un disastro economico, come in Grecia. A questo fine la proposta di governo di grande coalizione è stata sempre accompagnata dagli esempi di grandi coalizioni in altri paesi europei, a cominciare dalla Germania.  

3) minimizzare i casi di corruzione ed utilizzando i casi analoghi, anche se meno gravi, del Psoe e della destra catalana, e quelli falsi ed inesistenti di Podemos, per generalizzare il problema. Insomma, è vero che c’è molta corruzione, ma lo fanno tutti, e comunque le leggi e la giustizia funzionano visto che i casi del PP sono stati perseguiti di più con il PP al governo.

 

Il PP per quanto sia ben lungi dal riprendersi la forza che ebbe nel 2011 esce certamente vincitore da queste elezioni. I problemi sociali, economici, istituzionali e politici del paese restano tutti, e il PP non potrà che aggravarli nei prossimi anni, sia obbedendo alla Troika, sia producendo uno scontro frontale con il governo indipendentista catalano, ma intanto ha superato il momento più difficile della sua storia.

 

Ciudadanos fa parte della destra spagnola a tutti gli effetti, sia per la condivisione sostanziale della politica economica del PP, con accenti anche, se possibile, più liberisti, sia per la vocazione nazionalista spagnola e nemica giurata del diritto all’autodeterminazione di baschi e catalani. Anche a naso è evidente che i voti persi da Ciudadanos sono andati al PP. Certamente a causa della disponibilità di C’s a votare l’investitura del segretario socialista Pedro Sanchez nelle trattative degli scorsi mesi. E probabilmente, ma quasi certamente, perché il profilo “nuovo”, “moderno”, anticasta e anticorruzione esibito contro Rajoy e il PP non ha funzionato in una campagna elettorale estremamente polarizzata. Paradossalmente Ciudadanos ha fatto un enorme autogol partecipando fortemente alla campagna contro Podemos, utilizzando più di altri le false accuse di finanziamento illecito, e descrivendo un governo con Unidos Podemos come un salto nel buio. In questo modo ha semplicemente alimentato la paura che ha spinto elettori reazionari e conservatori a turarsi il naso e votare il vero baluardo anticomunista rappresentato dal PP.

 

 

Il Psoe tiene ma esce indebolito dalle elezioni.

 

La crisi del Psoe non è esplosa, visto che il sorpasso di Unidos Podemos non c’è stato, ma non si è nemmeno arrestata.

Il risultato elettorale del Psoe è infatti il più basso della storia, sia dal punto di vista dei voti che dei seggi.

La campagna elettorale del Psoe è stata incentrata sulla giustizia sociale, ma presentando disoccupazione, precarietà, diseguaglianze e tagli sociali come effetti unicamente delle politiche del PP, e senza mai mettere in discussione né le vere cause della crisi, a cominciare dalle politiche neoliberiste del governo socialista di Zapatero che accellerò la deindustrializzazione del paese e favorì un’enorme bolla speculativa edilizia, né le politiche di austerità imposte dalla UE. Con contorno di difesa dei diritti civili, sui quali il Psoe è indubbiamente progressista.

Insomma, un profilo apparentemente più di sinistra e sociale del Psoe di Zapatero, ma in realtà in totale linea di continuità con l’impianto liberista delle politiche economiche dominanti.

Sulla questione catalana il Psoe ha proposto una riforma costituzionale federale, ma senza mai precisare di che tipo, ed ha comunque negato anche solo l’ipotesi di un referendum consultivo in Catalogna. Proposta difesa fino a due anni fa anche dal Partito dei socialisti catalani, che poi se la sono rimangiata subendo per questo una scissione ed una grave crisi.

Ma, a mio avviso, l’arma vincente che ha permesso a Pedro Sanchez e al Psoe di impedire la crescita di Unidos Podemos e il previsto sorpasso è stata l’accusa, ripetuta ossessivamente da tutti i candidati socialisti in tutti i dibattiti televisivi, a Podemos di non aver voluto sostenere un governo guidato dai socialisti dopo le precedenti elezioni favorendo così il PP, e imputando questa scelta alla presunzione, arroganza e sete di potere di Pablo Iglesias.

Si tratta di una falsità, o meglio di una mezza verità.

Podemos propose per primo un governo di coalizione concordato fra Psoe, Podemos, Izquierda Unida e le tre liste unitarie di Catalunya, Galicia e Pais Valencià (Confluencias), con la ricerca di sostegno (visto che la somma dei deputati delle forze di governo non raggiungeva la maggioranza) fra le forze basche e catalane. Queste ultime già in campagna elettorale avevano dichiarato che avrebbero sostenuto, anche con il voto a favore se necessario, un governo che si impegnasse a permettere referendum di autodeterminazione. Ma Pablo Iglesias commise, a mio avviso, l’errore di presentare questa proposta corredandola della richiesta della vicepresidenza del governo per se stesso (dopo aver detto nei mesi precedenti che mai avrebbe personalmente accettato di far parte di un governo del quale non fosse presidente) e di un lungo elenco di ministeri, fra i quali interni e difesa.

Il Psoe ebbe così modo di rispondere che i socialisti erano interessati a discutere di programma e che erano meravigliati del fatto che Podemos dimostrasse una tale brama di poltrone.

Le richieste programmatiche di Podemos, che pure erano state esposte, sparirono dalla discussione sui mass media e l’immagine di Podemos e di Pablo Iglesias subì un duro colpo.

In seguito il Psoe precisò la propria posizione dicendo che era necessario un governo di cambiamento ed avviando trattative separate con Ciudadanos da un lato e con Podemos, IU e le Confluencias dall’altro. Ma anche dicendo che si rifiutava di ricercare appoggi esterni di partiti indipendentisti catalani e nazionalisti baschi.

Firmò con Ciudadanos un programma di governo e chiese, con un chiaro ricatto, a Podemos, IU e Confluencias di sostenerlo dall’esterno.

Ovviamente questi ultimi rifiutarono ribadendo la proposta del governo progressista e gli stessi partiti baschi e catalani riproposero la propria disponibilità a sostenerlo. Ma fu inutile.

Nel corso dei due dibattiti parlamentari (ritrasmessi dalle tv in diretta) sulla “investidura” di Sanchez, Iglesias alternò discorsi durissimi contro il Psoe con discorsi improntati al clima di “amore” necessario fra se stesso e Sanchez, corredati da volgari ed inascoltabili allusioni a un presunto flirt fra una deputata del PP e un deputato di Podemos (sic).

Come è noto alla fine il tentativo di Sanchez di formare il governo fallì per il voto negativo della maggioranza del parlamento.

Tutto ciò, però, permise a Sanchez di glissare sulle questioni programmatiche, visto che i mass media diedero eco enorme sia agli attacchi di Iglesias al Psoe sia alle curiose note “di colore” provocate dal discorso di Iglesias sull’amore, e di ribadire la critica a Podemos di aver impedito un governo alternativo al PP.

Ripeto, per mesi e in modo ossessivo, in campagna elettorale il Psoe ha insistito sul fatto che Podemos “ha impedito il cambiamento”, “ha fatto un favore al PP” con il quale, se non un accordo tacito, “ha in realtà un interessa comune” che “è impedire al Psoe di governare” anche a costo di provocare nuove elezioni nella speranza di aumentare i propri voti.

Naturalmente questa versione dei fatti di Sanchez è stata enormemente amplificata dal potente dispiegamento dei mass media dei poteri forti vicini al Psoe, a cominciare dal quotidiano “el Pais”.

Va da sé che questa campagna ha ottenuto il doppio risultato di mobilitare, o almeno di contenere la smobilitazione, degli elettori socialisti, e di deprimere una parte degli elettori di Podemos, che sono, non va dimenticato, in grande maggioranza voti di opinione fortemente influenzabili, nel bene ma anche nel male, dall’immagine di Podemos e del leader sui mass media.

 

La sinistra ora è più debole?

 

Se si concepisce la politica come marketing elettorale e si affida tutto all’immagine del leader, e alla suggestione del cambiamento nel quale il conflitto sociale è evocato ma non protagonista, è chiaramente più debole.

Se, al contrario, si è coscienti che per motivi contingenti, e spesso irripetibili, si può “sfondare” elettoralmente, nel periodo della crisi, ma che bisogna unire, consolidare, allargare, e soprattutto motivare il conflitto sociale e culturale con una strategia realistica per conquistare il governo, perdere una battaglia può anche essere salutare.

I dirigenti di Podemos e IU, delle Confluencias, hanno già detto che l’unità raggiunta non è messa in discussione dalla sconfitta elettorale.

Come sempre, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida, quelli restii o contrari all’unità proveranno a metterla in forse, utilizzando argomenti specularmente contrapposti.

Gli uni dicendo che l’unità con IU ha offerto il fianco a chi ha descritto Unidos Podemos come forza estremista, comunista, e incapace per questo di porsi l’obiettivo di conquistare la maggioranza del popolo. E gli altri dicendo che la diluizione di IU in una forza leaderistica, eclettica, e priva di radici reali nel tessuto sociale e nel conflitto è un’avventura che può disperdere un patrimonio storico e di lotta importante.

Si badi bene, io penso che entrambe queste posizioni, che non condivido, contengano però un nucleo di verità.

Era da mettere nel conto che PP, Psoe e Ciudadanos, oltre che alla grancassa massmediatica dei poteri forti, avrebbero giocato la carta dell’accusa di estremismo e di veterocomunismo per appannare l’immagine di una forza nuova, priva di precedenti sconfitte, che per questo per due anni è stata descritta come il “nuovo che avanza” da tutti.

Come è evidente che per militanti ed elettori orgogliosi della propria identità di sinistra e comunista, è di difficile digestione l’unità con un partito che si dichiara un giorno né di destra né di sinistra, un altro giorno populista di sinistra, un altro ancora veramente socialdemocratico, e così via.

Negare o sminuire queste cose è fuggire dalla realtà. Ma assolutizzarle sarebbe una fuga dalla realtà ancora più precipitosa e fallimentare.

Per il semplicissimo motivo che ci sono 5 milioni di persone in carne ed ossa, il 99 % delle quali rimarrebbe irrimediabilmente delusa da divisioni che non comprenderebbe in nessun modo, che sono convinte, magari superficialmente e confusamente, che la crisi è stata prodotta dal capitalismo, che bisogna difendere le conquiste in pericolo, che bisogna democratizzare le istituzioni e rendere la politica non un “affare” appannaggio delle élites privilegiate con il popolo spettatore passivo, bensì uno strumento di trasformazione della propria condizione materiale.

È indispensabile rimanere in sintonia con questi 5 milioni di persone, molti dei quali, per altro, sono direttamente impegnati in lotte durissime.

Ma per farlo non si devono scambiare i propri desideri con la realtà.

Una cosa è avere il vento in poppa con un’opinione pubblica favorevole, con i mass media amici che osannano il leader, con prospettive suggestive di cambiamento facile e subitaneo. Un’altra è avere i mass media che tentano di demolire il leader, e soprattutto affrontare scelte che comportano comunque prezzi elettorali. Come per esempio votare no al Psoe e lasciare il PP a governare. O come votare si al Psoe e rinunciare a molti dei propri contenuti. Non esistendo una terza presentare una delle due scelte come risolutiva e senza controindicazioni è una sciocchezza in termini logici e un crimine da imbroglioni di quarta categoria in termini politici.

Una cosa è resistere, anche eroicamente, e attraversare un deserto fatto di sconfitte e delusioni, senza avere mai la possibilità, per colpa di cause oggettive ed estranee alla propria volontà, ma non per questo meno reali come per esempio sistemi elettorali nemici, di incidere realmente dalle istituzioni nella realtà sociale, senza capire che così si può essere percepiti come parte del problema invece che come parte della soluzione. Ed un’altra è resistere per il tempo necessario, avendo coscienza dei propri limiti, senza mai perdere di vista l’obiettivo di unire tutto il possibile per un cimento che è e deve essere considerato come parziale e mai come totale. Quello elettorale.

La sconfitta di Unidos Podemos non è una disfatta. E ci sono tutte le condizioni per procedere nella costruzione di un’unità strategica, che non imponga a nessuno di rinunciare alla propria identità ed organizzazione e che al tempo stesso costruisca dal basso uno spazio democratico e partecipato. Che tenga conto degli errori fatti e che man mano si liberi di timori e soprattutto di facili illusioni.

Non sta certo a me approfondire questo tema e tanto meno indicare soluzioni politiche ed organizzative.

Come ho già detto in passato, però, penso che il modello della coalizione catalana En Comù Podem, che non per caso ha ribadito il proprio successo, che è profondamente e direttamente legata ai forti movimenti di lotta di cui i dirigenti sono espressione diretta, che agisce in una società densa di partecipazione e funziona collegialmente, e che ha saputo unire tutti i partiti e piccole organizzazioni della sinistra fin dalle scorse elezioni, sia un esempio valido.

Anche per la sinistra degli altri paesi europei.

 

ramon mantovani

 

pubblicato il 28 giugno 2016 sul sito http://www.rifondazione.it