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Dopo le ennesime elezioni in Spagna avremo un governo di sinistra?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre, 2019 by ramon mantovani

In Spagna si è votato 4 volte, negli ultimi 4 anni, per le elezioni politiche generali. 6 volte se contiamo anche le elezioni europee e il turno delle elezioni regionali e comunali.

In questo tempo sono successe molte cose che non possiamo elencare e commentare esaustivamente in questo articolo. Ma possiamo dire che la situazione è di estrema incertezza ed instabilità. Con altre parole possiamo dire che la Spagna è precipitata in una profonda crisi democratica. La crisi del bipartitismo PSOE PP è un dato certo ma il suo sbocco, lungi dall’essere definito e concluso, è e sarà oggetto di una lotta aspra. Alla vigilia di una crisi economica annunciata sono in gioco due cose fondamentali intrecciate fra loro: la politica economica e sociale del paese e la stessa concezione dello stato e del sistema politico.

Questo è il contesto nel quale leggere i risultati del 10 novembre. Leggerli, solamente o prevalentemente, come successi e sconfitte dei singoli partiti o peggio ancora dei loro leader, sarebbe superficiale e fuorviante. Leggerli alla luce delle tattiche e delle tecniche di marketing, ormai imperanti nelle campagne elettorali e nei posizionamenti politici dei partiti, impedirebbe di comprendere i problemi di fondo della crisi.

Fatta questa premessa passiamo ai risultati.

La partecipazione è scesa, dalle precedenti elezioni del 28 aprile 2019, di due milioni di voti. Da 26 milioni 300mila voti a 24 milioni 300mila voti. Dal 75,75% al 69,87%.

PSOE

Ha ottenuto 6 milioni 750mila voti (28,0% e 120 seggi) contro i 7 milioni 500mila voti (28,8% e 123 seggi) delle precedenti.

PP

5 milioni di voti (20,82% e 88 seggi) contro 4 milioni 350mila voti (16,7 e 66 seggi).

VOX

3 milioni 650mila voti (15,09% e 53 seggi) contro 2 milioni 670mila voti (10,26% e 24 seggi).

Unidas Podemos

3 milioni 100mila voti (12,84% e 35 seggi) contro 3 milioni 700mila voti (14,31% e 42 seggi).

Ciudadanos

1 milione 600mila voti (6,79% e 10 seggi) contro

4 milioni 400mila voti (15,86% e 57 seggi).

Vi sono poi altri 11 partiti che si sono presentati solo in una parte delle circoscrizioni e che hanno ottenuto rappresentanza parlamentare. Per brevità citiamo solo i più significativi politicamente.

MAS PAIS

Scissione di Podemos, si è presentato per la prima volta e solo in 18 circoscrizioni su 52. 550mila voti (2,3% e 3 seggi).

I tre partiti indipendentisti catalani (che ovviamente si sono presentati solo nelle 4 circoscrizioni catalane) sommati ottengono 1 milione 630 mila voti (6,81% e 23 seggi) contro 1 milione 630mila voti (6,23 e 22 seggi). Nel dettaglio in Catalunya: ERC (sinistra) 22,56% e 13 seggi; JxCAT (destra) 13,68% e 8 seggi, CUP (estrema sinistra) 6,35% e 2 seggi).

I due partiti baschi: PNV (centro) 380mila voti (1,57% e 7 seggi) contro 390mila voti e (1,51% e 6 seggi); EH BILDU (estrema sinistra) 280mila voti (1,15% e 5 seggi) contro 260mila voti e 4 seggi).

Nel dettaglio del Paese Basco il PNV ha ottenuto il 32,07% e HB BILDU il 18,70% e 4 seggi. HB BILDU si è presentato anche nella Comunità della Navarra ed ha ottenuto il 16,96% e 1 seggio.

Ed ora passiamo all’analisi dei risultati.

Il bipartitismo, prodotto di un sistema elettorale senza collegio unico nazionale e profondamente radicato nell’idea stessa di “politica” della stragrande maggioranza della popolazione, è entrato in crisi ma non è morto. Non lo è perché i due partiti maggiori PSOE e PP, seppur passati dall’80% dei consensi al 50%, grazie al sistema istituzionale che permette governi di minoranza, hanno fino ad oggi governato con esecutivi monocolore. Ed anche perché, come si è visto nelle ultime due tornate elettorali, i due partiti che precedentemente sembravano poterli superare o comunque eguagliare in peso elettorale e politico, sono stati o ridimensionati (Unidas Podemos) o quasi eliminati dalla scena (Ciudadanos). In particolare Podemos e Izquierda Unida, che si presentarono divisi nel 2015 a causa del rifiuto categorico di Podemos di dar vita ad una lista unica, e che ottennero due punti percentuali e 600mila voti più del PSOE, ora hanno il 12,84% (16 punti percentuali e 1milione e 600mila voti in meno del PSOE). E Ciudadanos che solo nell’aprile di quest’anno aveva un punto percentuale e 200mila voti in meno del PP oggi è crollato al 6,69% (14 punti percentuali e 3 milioni e 400mila voti in meno del PP). Di VOX parleremo più avanti perché non si può dire che possa svolgere la stessa funzione di Ciudadanos.

Ma se il bipolarismo non è morto non si può dire che sia in buona salute o che sia uscito dalla crisi. Perché la tornata elettorale di aprile ha dimostrato che governi monocolore non sono più possibili, a meno che uno dei due partiti maggiori, come ha fatto il PSOE nel 2016, non si astenga per permettere il governo in minoranza dell’altro. O a meno che si formi un governo di grande coalizione, la qual cosa segnerebbe comunque la fine del bipolarismo.

La questione del governo è, quindi, più importante del fatto in sé perché potrebbe segnare, in caso di governo di coalizione fra PSOE e UP, una svolta storica nel sistema politico spagnolo.

L’annuncio di un “preaccordo” per un governo di coalizione è un fatto importante ma è ancora lungi dall’essere un fatto scontato. Ne parleremo più avanti in questo articolo.

Ora ci occupiamo delle due grandi questioni che hanno influito nelle elezioni degli ultimi anni e segnatamente in queste del 10 novembre.

Le questioni economiche e sociali.

La Spagna ha conosciuto, più di qualsiasi altro paese europeo analogo per grandezza demografica ed economica, grandi lotte sociali organizzate e permanenti nel tempo. La crisi economica affrontata dai governi prima del PSOE di Zapatero e poi del PP di Rajoy con tagli selvaggi alla spesa pubblica, con due riforme del mercato del lavoro una più precarizzante dell’altra, con indici di disoccupazione e impoverimento della popolazione enormi, ha visto succedersi lotte e movimenti di protesta di grandi dimensioni. Lo stesso movimento degli “indignados” lungi dall’essere stato una fiammata episodica ha sedimentato organizzazioni di lotta che hanno continuato ad agire fino ai giorni nostri. Sono nate le “maree” dei lavoratori della sanità, della scuola e università, dei minatori, dei lavoratori pubblici, dei settori industriali più colpiti, insieme ad una crescita di auto organizzazione della popolazione nel movimento contro gli sfratti (che ne ha impediti più di 100mila), nelle lotte femministe, in quelle ambientali, in quelle del mondo artistico contro la tassazione esorbitante delle produzioni culturali, in quelle delle associazioni di abitanti contro le speculazioni immobiliari e contro la “gentrificazione” delle città turistiche, e potremmo continuare. Da tutto ciò, e non da qualche leader magico o da qualche formula neopopulista, è scaturita la crisi del bipartitismo spagnolo. Ma, come il bipartitismo non è morto nemmeno la crisi è finita. Anzi, alla vigilia di una nuova crisi, la partita contro le politiche neoliberiste resta la partita principale. E questa partita si può vincere solo nella combinazione della continuazione delle lotte sociali e i risultati che si possono ottenere con la rappresentanza politica. Se queste due cose si separano, se appaiono i famosi due tempi, se le lotte si fanno disperate e le rappresentanze politiche si limitano, per colpa di un sistema istituzionale che non permette di incidere realmente, ad essere coerenti a parole ma impotenti nei fatti o, peggio, a subordinare gli obiettivi di lotta alle compatibilità del sistema, la sconfitta è certa. E comincia ad apparire una deriva, questa si veramente populista e di destra estrema, che fomenta la lotta fra poveri e che denigra e attacca la pur difettosa “democrazia” per sostituirla con un sistema violentemente classista ed autoritario.

Se in Italia abbiamo visto dispiegarsi pienamente tutto ciò in Spagna, grazie e solo grazie alle lotte di cui sopra, è ancora agli albori. Ma VOX incombe.

I risultati elettorali di VOX sono preoccupanti, non tanto e non solo per la loro dimensione, quanto per due ulteriori motivi.

Il primo è che in realtà VOX raccoglie un voto reazionario e sciovinista, nostalgico del franchismo, profondamente ostile ad ogni diritto delle donne e delle persone omosessuali, che è sempre esistito, ma dentro il PP, che del resto è stato fondato a suo tempo da altissimi dirigenti della dittatura franchista a cominciare da ministri dei governi di Franco. Questa parte della Spagna, che sembrava dovesse scomparire con il tempo per motivi anagrafici, si è risvegliata, più grande e più giovane di quello che molti pensavano, e pretende di tornare a contare.

Il secondo è che VOX, come è accaduto in molti altri paesi europei e non, con un abile trasformismo non si presenta come fascismo tradizionale e, nel tempo della crisi, con la demagogia più efficace egemonizza tutta la destra politica tradizionale ed anche parte dell’elettorato del PSOE.

Unidas Podemos ha giustamente detto, criticando il PSOE che gridava contro il “pericolo dell’estrema destra” proponendo un cordone sanitario, che l’unico cordone sanitario efficace è costituito da politiche sociali redistributive e dalla difesa degli interessi dei lavoratori.

Insomma, come si vede le questioni economico sociali sono davvero decisive, sia per comprendere i risultati elettorali, sia per le prospettive politiche e sia per combattere la destra estrema.

Ma in Spagna è venuto al pettine un nodo storico irrisolto.

La questione catalana

La concezione dello stato spagnolo, monarchico e fondato sul nazionalismo sciovinista spagnolo, imposta nella cosiddetta transizione dai franchisti che scrissero la costituzione insieme agli antifranchisti tornati dall’esilio, poteva evolvere negli anni, con le dovute riforme e referendum, in una concezione repubblicana e in una federazione di nazioni diverse storicamente, culturalmente e linguisticamente. Così, del resto, volevano tutti i partiti democratici che accettarono un compromesso con i fascisti che controllavano totalmente esercito, giudici e polizia.

Purtroppo, la transizione invece che punto di partenza è stata, per principale responsabilità del PSOE che ha governato molto più a lungo del PP, trasformata in punto di arrivo. E, quando Paese Basco prima e Catalunya poi hanno tentato di andare oltre la concezione borbonica e franchista dello stato spagnolo affinché fossero riconosciute le nazioni basca e catalana, la risposta è stata negativa nel caso del PSOE e involutiva nel caso del PP.

Il movimento indipendentista catalano di massa nasce come risposta a ripetuti attacchi all’autogoverno catalano, che non rievocheremo qui per brevità. Senza questi attacchi da parte del governo spagnolo gli indipendentisti (storicamente solo di sinistra) sarebbero rimasti al massimo al 14% dei voti. Ma l’involuzione centralista e lo sciovinismo nazionalista spagnolo, con tanto di attacchi alla lingua catalana, lo hanno fatto crescere fino al 50%. Ed hanno fatto crescere fino al 70% – 80% il numero di catalani che in tutte le inchieste demoscopiche dicono di considerare la Catalunya come una nazione e che bisogna celebrare un referendum di autodeterminazione.

Negli ultimi 9 anni tutti i numerosi tentativi di ottenere un referendum legale e accordato con il governo centrale hanno trovato un diniego secco e nessuna controproposta che non fosse un minaccioso richiamo al rispetto della costituzione e della legge.

Si può dire quel che si vuole della strada unilaterale imboccata dal governo indipendentista catalano nel 2107. Non ne parleremo qui. Ma è fuor di dubbio che è stata la prima vera spallata al regime, ancora oggi intriso di franchismo, della cosiddetta transizione.  

Per questo negli ultimi anni la questione catalana è stata centrale nella politica spagnola. Ed è importante anche perché i partiti indipendentisti catalani e baschi, nel parlamento scaturito dalle elezioni del 10 novembre, saranno decisivi per la formazione del governo.

A dimostrazione che la Spagna è per davvero uno stato plurinazionale basta vedere i risultati elettorali, che oramai sono inequivocabili.

Per esempio possiamo vedere i risultati di VOX, che ha usato la questione catalana come cavallo di battaglia in campagna elettorale, arrivando a proporre ufficialmente l’immediata incarcerazione dell’attuale governo catalano, lo stato di emergenza nazionale e l’intervento dell’esercito.

Se è vero, come dicono VOX, PP e Ciudadanos, che la metà della popolazione in Catalunya è perseguitata e discriminata, che gli indipendentisti sono totalitari, che nelle scuole si indottrinano i bambini, che è pregiudicata la convivenza civile (questo lo dice anche il PSOE), che c’è il terrorismo e così via delirando, questi partiti dovrebbero avere almeno i voti dei perseguitati in Catalunya.

Analizziamo brevemente i dati comparando le più grandi regioni e città.

Vediamo i voti di VOX: in tutto lo stato ottiene il 15%, in Catalunya prende il 6,3% e nel Paese Basco il 2,43%. Nella regione di Madrid il 18,35%, in Andalucia il 20,39%. Nella città di Barcellona il 5,32%, nella città di Madrid il 16,03%, nella città di Siviglia il 17,47%.

I tre partiti della destra in Catalunya prendono 2 deputati ciascuno. 6 su 48. Nel paese basco zero su 20. Nella regione di Madrid 20 su 37. In Andalucia 30 su 61.

Il PSOE nel paese basco e il PSC in Catalunya ottengono, con una lieve perdita in entrambi i casi, gli stessi voti e seggi del 2011.

Ma se è vero, come dice il PSOE e purtroppo anche esponenti di Unidas Podemos, che il movimento indipendentista catalano è egemonizzato dalla destra come mai i risultati dicono cose diverse?

Consideriamo tutto il periodo nel quale nasce e cresce il movimento indipendentista.

Nel 2011 la destra catalana (allora CiU) era il primo partito con il 29,35% dei voti e 16 seggi su 47. Il PSC il 26,66% e 14 seggi. ERC (partito indipendentista di sinistra spesso alleato di governo del PSC) il 7,07 e 3 seggi. Nel 2019 la destra catalana indipendentista (JxCAT) ha il 13,68% e 8 seggi su 48, ERC il 22,56 e 13 seggi, la CUP (estrema sinistra indipendentista) il 6,35 e 2 seggi.

I dati parlano da soli.

E’ poi abbastanza difficile sostenere la tesi secondo la quale l’indipendentismo catalano sarebbe paragonabile a movimenti xenofobi ed egoisti di altri paesi europei quando tutti i partiti indipendentisti (compresa la destra) difendono lo ius soli, si sono opposti ai CIE, hanno disobbedito al governo centrale garantendo l’assistenza sanitaria catalana agli immigrati irregolari, hanno manifestato in piazza per accogliere rifugiati. Difficile dire che siano egemonizzati dalla destra identitaria quando nelle grandi manifestazioni canti e slogan più eseguiti sono quelli dei cantautori anarchici e comunisti, o quelli antifascisti della guerra civile, o perfino “bella ciao” cantata in italiano.

Insomma, la questione catalana è importante perché attiene alla concezione dello stato, e quindi della democrazia. E credo non sia possibile pensare ad un governo “progressista” che non si proponga di superare il vero nazionalismo escludente ed egemone che è quello spagnolo. Almeno dismettendo la via repressiva ed avviando un dialogo e poi un negoziato con il governo catalano.

L’accordo per il governo fra PSOE e Unidas Podemos

C’è un preaccordo siglato in persona da Pablo Iglesias e da Pedro Sanchez. Prevede un governo di coalizione sulla base di un programma di legislatura di cui sono state fissate le linee generali e che sarà elaborato dettagliatamente prima della seduta del parlamento che eleggerà il Presidente del Governo.

Il primo scritto firmato e diffuso è molto generico e come è d’abitudine aperto a diverse interpretazioni sia sulle questioni economiche e sociali, sia sulla questione catalana.

Per il PSOE non sarà facile scostarsi di troppo dalle posizioni espresse in campagna elettorale, molto influenzate dall’intento, senza successo, di raccogliere voti alla propria destra e da quello più volte esplicitato di rassicurare i poteri forti e la Commissione Europea. Per Unidas Podemos non sarà facile imporre contenuti realmente avanzati e soprattutto ottenere un peso sufficiente nell’esecutivo a garanzia della loro implementazione.

C’è tempo prima che il preaccordo si trasformi in un programma dettagliato e che si componga il governo.

I poteri forti non staranno con le mani in mano e lavoreranno indefessamente o per farlo saltare o per ottenere che non sia loro ostile.

Inoltre PSOE e Unidas Podemos non hanno la maggioranza sufficiente in parlamento e dovranno cercare fra i partiti regionali ed anche fra i partiti indipendentisti i voti favorevoli e le astensioni necessarie.

Ma intanto, almeno per il momento, ciò che era sembrato impossibile ora è perfino probabile.

Vedremo come andrà, anche perché potrebbe essere una inversione di tendenza in Europa.

ramon mantovani

Pubblicato il 13 novembre 2019 sui siti di Transform Italia e Rifondazione Comunista

La sentenza del Tribunal Supremo spagnolo contro il movimento indipendentista catalano

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre, 2019 by ramon mantovani

Come era prevedibile, dopo la sentenza di condanna a pene durissime dei membri del governo catalano e dei massimi dirigenti delle due grandi organizzazioni sociali di massa indipendentiste, il conflitto fra Catalunya e Spagna si è ulteriormente aggravato.

Si sono susseguite, dalla sentenza in poi, enormi manifestazioni pacifiche, scioperi e azioni di protesta come blocchi stradali, ferroviari e dell’aeroporto di Barcellona, scontri con la polizia in tutti i capoluoghi di provincia catalani. La previsione è che le proteste continueranno ad oltranza.

Del resto la sentenza è stata denunciata come ingiusta dai partiti indipendentisti o favorevoli al diritto all’autodeterminazione (come Catalunya en Comù e Unidas Podemos), da centinaia e centinaia di associazioni e ONG di tutti i tipi, dai sindacati catalani a cominciare dalle Comissions Obreres de Catalunya (CCOO) e dalla Uniò General de Treballadors de Catalunya (UGT), oltre che da innumerevoli intellettuali, artisti e giuristi.

Questa sentenza, come successe due anni fa con la repressione violenta contro il referendum di autodeterminazione convocato unilateralmente, segnerà un prima e un dopo nel quale nulla rimarrà uguale a se stesso.

Ovviamente non si può spiegare la sentenza e la sua gravità senza fornire, nel modo più sommario possibile, alcune informazioni su due temi: i precedenti politici e le peculiarità del sistema giudiziario spagnolo.

I precedenti politici. Ovvero come si è arrivati ai fatti giudicati dal Tribunal Supremo.

Nella costituzione spagnola non si riconosce, come ai tempi della sua redazione avrebbero voluto tutte le forze democratiche a cominciare dal PSOE e dal PCE, la natura plurinazionale dello stato e tanto meno il diritto all’autodeterminazione per le nazioni basca, catalana e galiziana. I falangisti lo imposero, insieme alla monarchia e alla totale impunità per i crimini del regime fascista, forti del controllo totale delle forze armate, delle polizie e della magistratura.

Quando 30 anni dopo la morte di Franco, il primo governo di sinistra catalano tentò di superare la gabbia costituzionale, segnatamente nella parte imposta dal regime falangista, con un nuovo statuto di autonomia il parlamento spagnolo (a maggioranza socialista) prima e il Tribunal Constitucional poi (addirittura dopo che lo statuto era stato ratificato da un referendum popolare ufficiale) ne abrogarono tutte le parti significative.

È qui che comincia il movimento indipendentista di massa. Dal 2010 si svolgono ogni anno manifestazioni enormi con partecipazione mai vista prima (anche due milioni di persone) e nelle forze politiche ci sono veri e propri terremoti. La destra catalana (liberista ma anche democratica ed antifascista) diventa indipendentista. La sinistra indipendentista storica di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) cresce e nasce un nuovo partito di estrema sinistra indipendentista, la Candidatura de Unitat Popular (CUP). Il Partito dei Socialisti Catalani subisce tre scissioni verso l’indipendentismo. Nasce una nuova formazione (Ciutadans) contro l’uso del catalano come lingua veicolare. Il Partito Popolare in Catalunya crolla nei consensi.

Nel 2014 il parlamento catalano vota una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo per poter tenere un referendum di autodeterminazione. La sostengono i partiti indipendentisti, la coalizione della sinistra alternativa ICV-EUIA e tre deputati socialisti dissidenti.

Il parlamento spagnolo la boccia con una maggioranza schiacciante. La sostengono solo i partiti catalani, baschi, galiziani e Izquierda Unida.

Allora il parlamento catalano elabora una legge per poter svolgere una “consultazione non referendaria” (non vincolante). Questa volta, oltre ai partiti che già avevano votato la volta precedente, a sostenerla (con travaglio interno e dubbi) è anche il PSC.

Conseguentemente il governo catalano convoca una “consultazione non referendaria sul futuro politico della Catalunya” ma immediatamente il governo spagnolo presenta ricorso al Tribunal Constitucional che seduta stante sospende gran parte della legge (la dichiarerà incostituzionale anni dopo).

Il governo catalano decide allora di convocare per il 9 novembre del 2014 un “processo partecipativo” gestito da volontari e sostenuto dal governo usando solo le parti della legge non sospese.

Un altro ricorso del governo spagnolo ottiene una sospensione del “processo partecipativo” 5 giorni prima del 9 novembre. Il governo catalano mantiene la convocazione. Il governo spagnolo dichiara che non ha nessun valore e che sarà un fiasco.

Alla fine si svolge la consultazione su due domande:

1) vuole che la Catalunya sia uno Stato?

E in caso di affermazione positiva:

2) vuole che questo Stato sia indipendente?

Il risultato fu di Si e SI 1 milione 897 mila voti pari al 80,91%. Si e No 235 mila voti pari al 10,02%. No 4,5%. Bianche e nulle le altre.

La consultazione si svolge nella più assoluta calma e senza incidenti di nessun tipo.

Per questa consultazione il Presidente ed altri tre membri del governo catalano verranno poi condannati per il reato di “disobbedienza”, alla pena di 2 anni di “inhabilitacion” (decadenza dalle cariche pubbliche e ineleggibilità) e nonostante assolti dal reato di malversazione di fondi pubblici il Tribunale dei Conti li condannerà al pagamento di 5 milioni di Euro.

È a partire da qui che la maggioranza parlamentare indipendentista imbocca la via unilaterale. O, per meglio dire, annuncia una via unilaterale per costringere il governo spagnolo ad aprire un negoziato politico. Visto che non c’è verso di aprire un negoziato politico né per le vie previste dall’ordinamento costituzionale, né con le manifestazioni di massa, né consultando la popolazione informalmente la via unilaterale sembra essere l’ultima risorsa che possa evidenziare di fronte alla opinione pubblica internazionale il problema e costringere il governo spagnolo, e tutte le forze politiche spagnole, ad inaugurare una nuova fase aprendo un dialogo con il quale discutere del diritto all’autodeterminazione della Catalunya, seguendo gli esempi del Quebec e della Scozia.

Ma né il governo del PP né le altre forze spagnole (tranne Podemos e Izquierda Unida che riconoscono la necessità di convocare un referendum di autodeterminazione ma criticano la via unilaterale) rispondono positivamente. “Non si può discutere di cose non previste dalla legge” è la risposta reiterata e lapidaria del governo di Rajoy.

E la via unilaterale comincia a dispiegarsi. E comincia ad incontrare la repressione.

Le peculiarità del sistema legislativo e giudiziario spagnolo.

Mi limito a elencare sinteticamente solo le cose che interessano il tema di cui ci occupiamo.

1) all’inizio egli anni 2000 il governo basco tentò un processo di autodeterminazione. Il Lehendakari (Presidente) del Pais Vasco, Jaun Josè Ibarretxe, elaborò una proposta e annunciò che avrebbe convocato un referendum consultivo. Il governo del PP ottenne dal Tribunal Constitucional l’annullazione del “Plan Ibarretxe” e con la propria maggioranza parlamentare introdusse ad hoc nel codice penale il reato di convocazione illegale di referendum, con pene di carcere fino a 5 anni. Nel 2005 il governo socialista di Zapatero con il sostegno di tutti i gruppi parlamentari tranne il PP abrogò il reato di convocazione illegale di referendum.

2) nell’autunno del 2015 il governo del PP, con il voto contrario di tutta l’opposizione approva in via express una riforma del Tribunal Constitucional attribuendogli poteri esecutivi al fine di far eseguire le proprie sentenze. Il ricorso presentato dai governi basco e catalano viene in breve tempo esaminato e respinto dallo stesso Tribunal Constitucional. La stragrande maggioranza dei giuristi spagnoli esprime un parere contrario alla riforma sia perché fatta su misura contro il governo catalano, sia perché squilibra la separazione dei poteri dello stato.

In altre parole, e facendo un esempio, una cosa è che il Tribulan Constitucional dichiari nulla una legge di un parlamento ed un’altra è che possa prendere provvedimenti contro chi l’abbia reiterata in altra forma disattendendo la giurisprudenza. A maggior ragione ciò vale per le risoluzioni politiche parlamentari che non hanno forza di legge. In questi giorni la maggioranza indipendendista del parlamento catalano ha annunciato che reitererà la discussione sul tema dell’autodeterminazione nel mese di novembre dopo le elezioni generali spagnole. Va detto che sia il parlamento basco sia quello catalano hanno votato numerose risoluzioni analoghe nel corso degli ultimi decenni, tutte annullate o ignorate giacché prive di conseguenze giuridiche. Oggi però è già vigente un avvertimento del Tribunal Constitucional al governo e al parlamento catalano: non si può discutere del tema dell’autodeterminazione pena incorrere in reati penali. Non bisogna essere raffinati giuristi per capire che se un tribunale avverte preventivamente un parlamento di cosa si può e di cosa non si può discutere la separazione dei poteri è compromessa gravemente. Del resto il PSOE in parlamento tuonò contro questa riforma e promise solennemente che l’avrebbe abrogata se avesse conquistato il governo. Non solo non l’ha fatto ma oggi esorta il parlamento catalano di non disobbedire al Tribunal Constitucional per non commettere delitti penali. Come vedremo più avanti questa questione avrà un peso importante nella sentenza di cui ci occupiamo.

3) i reati di “rebelion” e di “sedicion”. Il reato di rebelion è sostanzialmente stato previsto a suo tempo per punire un colpo di stato. Infatti è stato applicato una sola volta per gli esecutori del colpo di stato del 23 febbraio del 1981. Per intenderci quello del Coronel Tejero che sequestrò per molte ore e con le armi in pugno il parlamento spagnolo. Il reato di sediciòn è previsto per chi si “sollevi pubblicamente e “tumulatuariamente” per impedire, con la forza o fuori delle vie legali, l’applicazione della legge”. Non faremo disquisizioni giuridiche ma si può dire che la genericità della norma è tale da permettere interpretazioni estensive che possono pregiudicare principi e diritti fondamentali che dovrebbero essere tutelati in quanto preminenti. Inoltre il termine “impedire con la forza” secondo numerosi costituzionalisti e giuristi spagnoli dovrebbe identificare l’uso di una violenza necessaria e sufficiente ad ottenere il risultato. Lo vedremo bene quando parleremo del processo e della sentenza.

4)la Audiencia Nacional. Si tratta di un tribunale direttamente ereditato dal franchismo. Istituito nel 1940 con il suggestivo nome di “Tribunal Especial para la Represión de la Masonería y el Comunismo” nel 1964 viene trasformato in “Tribunal de Orden Publico” e infine nel 1977 in Audiencia Nacional. Giudica delitti di terrorismo ed altri gravi di ambito statale. Possiamo definirlo come un “tribunale speciale” analogo a quello fascista italiano. L’Audiencia Nacional ha un lunghissimo elenco di precedenti da far impallidire qualsiasi giurista. L’ultimo dei quali è una recentissima condanna per terrorismo a un gruppo di giovani coinvolti in una rissa in un bar con due agenti della Guardia Civil, durante una festa in un paesino vicino a Pamplona. La lesione più grave è una frattura di una caviglia. Le pene comminate arrivano ai 13 anni e mezzo.  

5) il Tribunal Supremo.  Si tratta di un tribunale superiore a tutti gli ordini inferiori ed equiparato allo stesso livello degli altri due poteri dello stato, quello legislativo e quello esecutivo. Ovviamente le sue sentenze fanno giurisprudenza. Per il tema che ci interessa va detto che i processi celebrati in questo tribunale sono definitivi. Gli imputati non hanno diritto ad un processo di appello ma solo ad un ricorso presso la corte costituzionale che però funziona in questo caso da cassazione intervenendo unicamente sulle procedure e non sulla sostanza del giudizio. Membri del governo, parlamentari dello stato ed alte autorità centrali sono giudicati esclusivamente dal Tribunal Supremo. Le autorità locali da un tribunale superiore locale.

6) il giudice naturale.

Nel caso che ci interessa gli imputati avrebbero dovuto essere processati dal Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna con sede a Barcellona perché tutti i fatti giudicati si sono svolti in luogo. È un tribunale del sistema giudiziario statale spagnolo, non dipendente dalla comunità autonoma. Ma essendo stati imputati per il delitto di “rebelion” le conseguenze dei fatti avrebbero inciso sullo stesso ordine costituzionale e sull’integrità territoriale dello stato. Perciò è stata fissata la competenza del Tribunal Supremo. Se fossero stati accusati di “sedicion” la competenza sarebbe stata del tribunale superiore locale. Ed avrebbero avuto diritto ad un secondo grado di giudizio.

In altre parole, ed oggi si può dire a ragion veduta visto che la “rebeliòn” è stata esclusa categoricamente nella sentenza del Tribunal Supremo, è evidente che l’accusa di “colpo di stato”, giudicata da centinaia di giuristi come assolutamente infondata, è stata utilizzata unicamente allo scopo di trascinare gli imputati di fronte al Tribunal Supremo. Violando il loro diritto al giudice predeterminato per legge e il diritto ad un ricorso in appello.

Dette queste cose necessarie a comprendere meglio ciò che è successo in Catalunya nell’autunno del 2017, passiamo ad esaminare i fatti e come sono stati trattati nel processo.

La convocazione del referendum di autodeterminazione unilaterale.

Visto che il dialogo, innumerevoli volte sollecitato, è rifiutato dal governo centrale il governo catalano imbocca la strada della unilateralità. Ma sempre insistendo sulla disponibilità a sospenderla in caso di apertura del dialogo e poi del negoziato.

Nel febbraio del 2017 la Presidenza del Parlamento catalano vota a maggioranza per ammettere all’ordine del giorno del plenario una risoluzione che impegna il governo a convocare un referendum unilaterale. È composta dalla Presidentessa Carme Forcadell, da altri 3 indipendentisti del gruppo Junts per Catalunya, da un socialista, da un membro di Ciutadans e da un membro, Joan Josep Nuet, del gruppo della sinistra alternativa composta da diversi partiti. Nuet è il coordinatore di Esquerra Unida i Altenativa nonché segretario dei Comunisti Catalani. Nuet pur non essendo indipendentista né d’accordo sulla via unilaterale vota a favore dell’ammissione della risoluzione. Viene aperto un procedimento giudiziario contro i votanti a favore della risoluzione ma inusitatamente la fiscalia (procura) propone di prosciogliere Nuet in quanto “non voleva disobbedire alle avvertenze del Tribunal Constitucional” giacché “la sua traiettoria politica come deputato dimostra che non aveva la volontà di partecipare al progetto politico di rottura istituzionale unilaterale”. Immediatamente Nuet denuncia questa decisione come contraria a qualsiasi parvenza di diritto e come prova che non si perseguono fatti bensì posizioni politiche. Se 5 membri della Presidenza votano a favore di una cosa che viene considerata delitto penale come si può distinguere in un procedimento penale a seconda delle posizioni politiche degli accusati? Alla fine il tribunale incriminerà anche Nuet. Ma la volontà da parte della procura di perseguire l’indipendentismo in quanto tale é dimostrata inequivocabilmente.

Nel settembre del 2017 la maggioranza indipendentista del parlamento catalano, facendo diverse forzature del regolamento della camera, i giorni 6 e 7 in sedute fiume, con l’ostruzionismo delle forze “costituzionaliste”, approva due leggi: la convocazione del referendum di autodeterminazione per il 1 ottobre e una legge di “transitorietà giuridica” che stabilisce, in caso di vittoria dei si all’indipendenza, il passaggio dei poteri e del quadro giuridico dall’autonomia alla piena indipendenza. Tutto viene fatto in modo che la scontata reazione del governo e del Tribuna Constitucional (TC) non possano evitare la immediata pubblicazione delle leggi sul bollettino ufficiale della Generalitat e la promulgazione del decreto del governo catalano che convoca ufficialmente il referendum. Ma, come tutti sapevano sarebbe successo, le leggi rimangono in vigore pochissime ore perché vengono sospese dal TC.

Ovviamente vengono presentate denunce, un giudice istruttore del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna inizia un procedimento e pochi giorni dopo emette un ordine affinché Guardia Civil, Policia Nacional, e Mossos de Esquadra (polizia catalana competente per l’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche funzioni di polizia giudiziaria) operino per impedire il referendum dichiarato illegale. Le forze dell’ordine cercano con perquisizioni presso fabbriche le urne, presso tipografie materiale di propaganda e schede elettorali, sequestrano decine di migliaia di manifesti, svariati milioni di lettere, volantini e schede elettorali, ma non trovano una sola urna. In alcuni casi le perquisizioni suscitano proteste che comunque mai impediscono lo svolgersi delle attività giudiziarie.

La “sedizione” dei giorni che precedono il referendum.

Il 20 settembre, una data fondamentale insieme al 1° ottobre nel processo, comitive giudiziarie protette da Policia Nacional e Guardia Civil, irrompono di prima mattina in decine di palazzi e uffici della Generalitat con mandati di perquisizione e mandati d’arresto per diversi alti funzionari della Generalitat. Immediatamente si concentrano davanti ai palazzi perquisiti manifestanti che protestano. In tarda mattinata in una conferenza stampa rappresentanti dei partiti politici indipendentisti e della sinistra alternativa, di tutti i sindacati indipendentisti e non, e di decine di associazioni di massa denunciano quella che considerano una operazione contro l’autogoverno catalano e invitano ad una manifestazione di massa sotto il palazzo della Conselleria de Economia (la Conselleria equivale a un ministero nell’ordinamento catalano) in pieno centro di Barcellona dove è in corso una delle perquisizioni.

È davanti e nelle zone limitrofe alla Conselleria de Economia (il cui titolare è Oriol Junqueras, Presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente del governo) che si consuma uno dei fatti più importanti del processo.

La comitiva giudiziaria, con agenti della Guardia Civil addetti alle perquisizioni e alla sicurezza della comitiva stessa, entra nel palazzo. Si tratta di una trentina di persone in tutto, che lasciano incustodite di fronte alla porta principale del palazzo due jeep della Guardia Civil. Nel corso della mattinata, e soprattutto dopo la convocazione della manifestazione che abbiamo citato più sopra, si concentrano decine di migliaia di persone. Nel primissimo pomeriggio nell’adiacente incrocio stradale (molto ampio) le due associazioni indipendentiste più grandi (Omnium Cultural e l ANC, Asamblea Naciona Catalana) fanno montare un palco dove fin verso mezzanotte si alterneranno discorso politici e spettacoli musicali. Davanti alla porta principale della Conselleria si alternano, a turni, due agenti della Guardia Civil. Ovviamente davanti a questa porta ci sono slogan, grida, canti dei manifestanti ma mai, nel corso di tutta la giornata, aggressioni o tentativi di invasione. Già in tarda mattinata le due Jeep che erano state lasciate incustodite, sono gravemente danneggiate. Piene di adesivi, finestre rotte e soprattutto decine di persone si alternano sui loro tetti. Ma queste persone sono quasi esclusivamente giornalisti, operatori tv e fotografi.

Dentro la Conselleria la perquisizione si svolge ordinatamente. Senza alcun problema.

In tardo pomeriggio la comitiva giudiziaria annuncia che terminerà il proprio lavoro in serata. C’è il problema dell’uscita della comitiva giacché tutta la zona è circondata da migliaia di manifestanti. Circa 40 mila secondo i vigili urbani di Barcellona.

I Mossos, richiesti di aiuto dalla Guardia Civil, portano nelle vicinanze reparti antisommossa ed inviano gli agenti specializzati in mediazionati identificati da una pettorina) affinché la comitiva possa

ione con i manifestanti dentro la Conselleria. L’ANC organizza su richiesta dei Mossos un corridoio con due cordoni di servizio d’ordine (parliamo prevalentemente di pens

uscire protetta dagli agenti antisommossa dei Mossos. Per organizzare tutto questo i presidenti delle due associazioni, Jordi Cuixart (Omnium) e Jordi Sanchez (ANC) entrano nella Conselleria e dialogano lungamente e tranquillamente con la Guardia Civil. Non esitano nemmano a far proteggere dal servizio d’ordine le due Jeep quando, con loro sorpresa, il responsabile della Guardia Civil dice loro che nelle Jeep ci sono armi lunghe e munizioni. Ma la funzionaria del tribunale, responsabile della comitiva, si rifiuta di uscire e sostiene di essere terrorizzata. Alla fine sono i Mossos che le propongono di uscire da un cortile interno adiacente a un teatro dove è in corso uno spettacolo. Per farlo dovrà superare un muretto alto 1 metro e 20 centimetri. Lei accetta e alla fine se ne va in questo modo. Ormai si è fatto tardi e la manifestazione viene conclusa. Dentro la Conselleria c’è ancora il resto della comitiva perché la Guardia Civil vuole andarsene solo quando potrà recuperare i mezzi danneggiati. È a questo punto che mentre il grosso dei manifestanti se ne vanno ne rimangono una o due migliaia davanti all’ingresso della Conselleria. Allora, su richiesta delle forze dell’ordine, i due presidenti delle associazioni con un megafono (a causa dei canti e degli slogan e della direzione nella quale era disposto il palco non si era nemmeno sentita la sconvocazione della manifestazione) salgono sulle Jeep della Guardia Civil e sconvocano la manifestazione. Qualche centinaio di irriducibili non accettano di andarsene e alla fine gli agenti antisommossa dei Mossos con una breve carica li disperdono. E tutto finisce.

Nel processo l’accusa sostiene che la manifestazione era stata in realtà un “tumulto violento”. Che c’erano stati tentativi di ingresso nella Conselleria al fine di impedire la perquisizione. Che i presidenti delle associazioni avevano orchestrato un assedio violento. Che i Mossos prendevano ordini da loro due e non dalla comitiva giudiziaria. Che erano saliti sui mezzi della Guardia Civil per arringare i manifestanti in segno di rivolta.

Tutto questo è costato ai due Jordi una condanna a 9 anni di carcere, giacché nella sentenza questo episodio è indicato come una delle prove principali della “sedizione”.

Non un ferito, non un arresto o denuncia posteriore a nessun manifestante per atti di violenza di qualche tipo, perquisizione effettuata con notevole sequestro di materiale, responsabile della comitiva uscita indenne e mai venuta a contatto con manifestanti, nessun tentativo di ingresso nella Conselleria da parte dei manifestanti, piena collaborazione delle due associazione per non far degenerare la manifestazione, piena collaborazione del servizio d’ordine della ANC per tenere sgombro l’ingresso della Conselleria. Tutte queste cose vengono dimostrate nel processo inequivocabilmente.

Del resto sarebbe abbastanza stravagante che chi voglia con violenza impedire una operazione di polizia giudiziaria lo comunichi previamente all’autorità. Sarebbe stravagante che nei luoghi dei “tumulti insurrezionali” si monti un palco e si tengano comizi e spettacoli musicali, che non ci siano feriti o arrestati, che bar e negozi (comprese gioiellerie) a pochissimi metri dall’ingresso della Conselleria abbiano funzionato tutto il giorno, compresi i tavolini all’aperto. Che i presunti tentativi di ingresso violento nella Conselleria non abbiano provocato nemmeno una rottura di un vetro e non siano mai stati ripresi da nessuna tv che pure aveva telecamere sulle Jeep davanti alla porta.

La stragrande maggioranza dei mezzi di informazione spagnoli durante i fatti, e durante la celebrazione del processo, hanno raccontato un’altra storia. La responsabile della comitiva giudiziaria sarebbe dovuta fuggire “attraverso i tetti” (letterale). Le immagini dei due Jordi sui tetti delle Jeep con il megafono in mano trasmesse senza audio e descritte come dimostrazione della rivolta. E si potrebbe continuare a lungo.

Dopo il 20 settembre cominciano ad arrivare in Catalunya, per ordine del governo del PP, migliaia di agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional. Sono partiti da diverse città della Spagna salutati da manifestazioni al grido di “a por ellos!” che in italiano si può tradurre in “dategli addosso”. Dai mezzi delle colonne agenti rispondono sventolando bandiere spagnole. Vengono alloggiati soprattutto su due traghetti appositamente noleggiati. I portuali di Barcellona scioperano e si rifiutano di fornire servizi alle due navi.

Il referendum del 1° di ottobre 2017.

Nei giorni precedenti il governo invia un colonnello della Guardia Civil con il compito di coordinare le tre polizie in Catalunya al fine di impedire il referendum illegale, come ordinato dal tribunale. Si tratta di Diego Perez de los Cobos, distaccato presso il ministero degli interni. Un signore del quale subito i mass media catalani ricordano un passato discutibile. Figlio di un noto fascista (candidato nelle liste di Fuerza Nueva) e fratello di un magistrato del Tribunal Constitucional che aveva negli anni deliberato più volte contro decisioni del parlamento catalano, nel 1981, giovane e convinto militante fascista si era presentato alla caserma della Guardia Civil della sua città vestito in uniforme falangista per arruolarsi e partecipare al colpo di stato di Tejero.

I Mossos protestano formalmente per questa nomina che praticamente toglie competenze che la legge assegna a loro, ma si adeguano e partecipano immancabilmente a tutte le riunioni alle quali vengono convocati.

L’ordine della magistratura è di impedire il referendum, di chiudere le sedi di votazione e sequestrare i materiali.

Intanto la macchina preparatoria del referendum va avanti. Il governo catalano, come si dimostrerà nel processo, insiste nel dire che il referendum si terrà, che ci saranno le urne e le schede elettorali, ma contemporaneamente scioglie tutti gli organismi ufficiali dedicati alla votazione le cui funzioni passano ad essere svolte da volontari, non spende un’euro di denaro pubblico e soprattutto ordina ai Mossos di fare il loro lavoro e di eseguire gli ordini della magistratura in ottemperanza del ruolo di polizia giudiziaria.

Il movimento indipendentista si organizza e si prepara per celebrare il referendum analogamente alla precedente consultazione del 9 novembre 2014. Ma questa volta c’è un ordine preciso per impedirlo e per sequestrare i materiali. E da un mese oramai le forze di polizia cercano le urne senza trovarle.

Come si era fatto nel 2014 il governo chiede a direttori scolastici e centri sociali pubblici e privati di mettere a disposizione le aule dove collocare i seggi elettorali assumendosi le responsabilità e sollevando i funzionari pubblici da qualsiasi responsabilità. Nel 90 % circa dei centri di votazione si costituiscono i Comitati di Difesa del Referendum che, insieme ad associazioni di studenti, insegnanti e genitori convocano a partire dal venerdì sera precedente la votazione attività di svariato tipo, praticamente occupando gli edifici. Va detto che le scuole catalane sono normalmente aperte molti fine settimana per attività sociali, ricreative e culturali autogestite dalle entità di paese, quartiere ecc.

Del resto l’ordine giudiziario è di impedire l’apertura dei seggi fin dalle 6 del mattino del 1° ottobre. E le attività che nelle scuole si svolgono sono autorizzate e legali fino alle 6 del mattino.

Il dispositivo per impedire il referendum assegna ai Mossos il compito di mandare una coppia di agenti in tutti i centri. È quanto possono fare dato il numero di effettivi che possono mettere a disposizione (circa 5mila) per chiuderli tutti. E sono 2243. E sono i Mossos, che saranno presenti in tutti i centri di votazione, a poter chiedere l’invio di altri agenti, che dovrebbero agire di rinforzo, nei centri dove fosse necessario.

Inoltre va ricordato che l’ordine giudiziario dice chiaramente che bisogna impedire il referendum, chiudere i collegi elettorali, sequestrare i materiali ma dice anche testualmente “sin afectar la normal convivencia ciudadana” e cioè “senza compromettere la normale convivenza civica”.

Nel processo le difese dimostreranno che era impossibile materialmente impedire il referendum. Per precintare e presidiare tutti i duemila e duecento centri di votazione e/o sgomberarli sarebbero stati necessari circa 90 effettivi delle forze dell’ordine. E in tutto le tre polizie ne avevano a disposizione circa 12mila, da dividere per altro in almeno due turni.

I Mossos in 400 seggi circa alle 6 del mattino non trovano nessuno e li sigillano. In un altro centinaio convincono le persone già presenti ad allontanarsi e li sigillano. In tutti gli altri trovano decine e più spesso centinaia di persone che comunicano loro che faranno resistenza passiva. Pur valutando che per il numero di persone, per il profilo delle stesse (persone di tutte le età in atteggiamento totalmente pacifico) non consentono un uso della forza “senza compromettere la convivenza civica”, in decine di centri di votazione chiedono l’intervento delle altre due polizie. Non c’è un unico centro operativo delle tre polizie, come avevano chiesto i Mossos, perché il coordinatore Perez de los Cobos non l’ha voluto predisporre. Ma i reparti della Guardia Civil e della Policia Nacional non soddisfano le richieste del Mossos. Hanno cominciato ad intervenire con cariche e notevole violenza per conto loro senza nemmeno informare i Mossos. Dal primissimo mattino fino alle due del pomeriggio intervengono in circa un centinaio di centri di votazione nel modo che tutti conoscono perché le immagini e i video delle cariche contro gente indifesa e pacifica hanno fatto il giro del mondo.

Ma il referendum non viene impedito. Le urne e i materiali arrivano in tutti i centri di votazione e la chiusura di circa 500 centri su 2mila e duecento non impedisce la votazione perché è stato predisposto un censo universale e si può votare in qualsiasi centro vicino se il proprio è stato chiuso dalla polizia.

Nonostante le immagini della violenza poliziesca che fin dal primo mattino trasmettono tutte le televisioni (che certamente non sono un incentivo per andare a votare) l’effetto è che votano 2milioni e 300mila persone su 5milioni 300mila aventi diritto. Il 90% vota si all’indipendenza, ma ci sono anche 180 mila voti per il no e 45mila schede bianche. Ed è logico perché oltre ai Comuns capeggiati dalla Sindaca di Barcellona, che hanno al loro interno sia indipendentisti sia federalisti, molti cittadini contrari all’indipendenza vanno a votare per protestare contro lo stato spagnolo che non riconosce il diritto all’autodeterminazione e contro la violenza che hanno visto abbattersi sulla popolazione catalana.

Gli atti del Parlamento e del Governo nei giorni e settimane che seguono il referendum sono fatti in modo che non abbiano conseguenze giuridiche. Il Parlamento non vota la dichiarazione di indipendenza e il governo che la dichiara ne sospende immediatamente gli effetti. Non c’è alcun provvedimento che tenti di prendere il controllo dei luoghi strategici né con la polizia catalana e nemmeno con la popolazione civile. Non viene nemmeno ammainata la bandiera spagnola dai palazzi del governo catalano. Tutto è stato un puro atto politico e simbolico. 

Tutto questo viene trattato nel processo in modo molto discutibile, per usare un eufemismo.

La fiscalia sostiene l’accusa per rebeliòn e dovrebbe nel corso dell’interrogatorio dei testimoni provare che ci sia stato un colpo di stato e la violenza connessa.

I massimi responsabili del governo, il primo ministro Rajoy e il Ministro degli Interni Zoido oltre a decine di “non so” e “non ricordo” non sanno spiegare alla difesa degli imputati e al tribunale come mai, in presenza di un colpo di stato, non abbiano adottato nessuna misura adeguata a reprimerlo. Né lo stato di emergenza nazionale, né la legge di sicurezza nazionale che avrebbe fatto assumere il controllo dei Mossos direttamente al Ministero degli interni ecc. Come mai né il governo centrale né qualsiasi altra autorità dello stato, come per esempio il delegato del governo in Catalunya (diciamo Prefetto in italiano) durante i fatti né nei giorni seguenti abbiano parlato di “rebeliòn” e nemmeno di “sediciòn” per descrivere gli avvenimenti connessi al referendum.

I dirigenti del Ministero degli Interni responsabili dell’ordine pubblico non riescono a dimostrare la “mancata collaborazione dei Mossos”, né una loro “connivenza” con gli obiettivi politici del referendum, né una loro inadempienza agli ordini del tribunale. E soprattutto non possono giustificare l’intervento della Guardia Civil e della Policia Nacional nei centri di votazione al di fuori di quanto previsto dal piano operativo concordato nel coordinamento delle tre polizie.

I circa duecento agenti dei reparti protagonisti delle violenze contro la gente indifesa e pacifica il 1° ottobre sfilano dicendo tutti le stesse cose, perfino usando le stesse frasi e parole. Ma non possono dimostrare nessuna violenza da parte della popolazione. Infatti parlano soprattutto di “sguardi d’odio come non ne avevo mai visti!”, di insulti, di grida minacciose, e di pochissime aggressioni fisiche, in realtà tutte reazioni istintive ai colpi subiti dai cittadini pacifici. Nel processo rimane certificato dagli attestati sanitari ufficiali che i feriti civili sono più di mille. Gli agenti feriti sono qualche decina, nessun ricoverato e nessuno che abbia abbandonato il servizio in conseguenza delle lesioni. Rispondendo alle domande della difesa gli agenti devono ammettere che le “ferite” sono piccoli ematomi, graffi, lussazioni delle dita, evidentemente provocate dalle loro stesse azioni violente. Ma le difese non possono sviluppare la prova processuale confrontando le loro testimonianze con i materiali audiovisivi che pure sono accreditati al processo. Il Presidente del Tribunal Supremo ha disposto che sarebbero stati esaminati solo alla fine del processo. Così, per fare solo un esempio, il comandante del reparto che entra nel cortile di una scuola e abbatte per terra il sindaco del paese che è andato incontro al reparto con le mani alzate, e che ha dichiarato che il sindaco aveva tentato di impedire con la forza l’ingresso del reparto, se ne va dal processo senza essere incriminato per falsa testimonianza.

Analogamente i circa 200 testimoni della difesa che descrivono le vessazioni subite non possono avere il conforto di veder dimostrate le loro affermazioni dalla visione dei materiali allegati.

Nei tribunali catalani (ricordo ancora che si tratta di tribunali del sistema spagnolo) un centinaio di agenti sono oggi imputati per gravi reati contro i cittadini indifesi, e diversi di questi sono comparsi nel processo del Tribunal Supremo come testimoni d’accusa.

Il Tribunal Supremo, nella sentenza, ha escluso di considerare prove valide tutte le testimonianze degli agenti e dei cittadini vittime delle violenze “perché le loro testimonianze erano viziate dall’emotività del loro coinvolgimento nei fatti”.

Potremmo continuare a lungo descrivendo le irregolarità del processo e l’evidente parzialità del tribunale. Ma è impossibile in questa sede.

La sentenza

La sentenza alla fine ha sconfessato totalmente la tesi dell’accusa della fiscalia che aveva chiesto la condanna per “rebeliòn” parlando esplicitamente nella requisitoria finale di colpo di stato. La sentenza dice due cose fondamentali: non c’è stata rebeliòn perché non c’è stata la violenza sufficiente a sovvertire l’ordine costituzionale. In realtà, dice sempre la sentenza, gli imputati non si sono mai proposti di separare realmente la Catalunya dal regno di Spagna. Si proponevano di obbligare il governo a cedere e a concedere un negoziato avente come oggetto un referendum di autodeterminazione.

Se l’Avvocatura dello Stato, dipendente dal governo, non avesse sostenuto l’accusa per sediciòn, il Tribunal Supremo avrebbe dovuto condannare gli imputati per disobbedienza. Un reato che non hanno mai negato di avere commesso e che avevano messo nel conto promuovendo il referendum. E che prevede pene irrisorie e comunque non di carcere. Ma proprio il governo del PSOE aveva dato indicazione all’Avvocatura, che in fase istruttoria aveva sostenuto anch’essa per indicazione del governo del PP l’accusa per rebeliòn, di mutarla in sediciòn. E quella che era apparsa come un decisione moderata si è poi rivelata necessaria per ottenere una condanna esemplare.

Come ho cercato di dimostrare né il 20 settembre né il 1° ottobre c’è stata nessuna insurrezione violenta e tumultuosa tale da giustificare la condanna per sedizione. E nemmeno il Tribunale sostiene che ci sia stata violenza in grado da compromettere seriamente l’ordine pubblico. Quel che fa è trasformare in atti sediziosi tutti i comportamenti dei manifestanti e votanti, tipici della resistenza passiva e della prassi di lotta non violenta.

In altre parole, il Tribunal Supremo sostiene che il governo catalano non ha promosso nessun colpo di stato, non ha usato la polizia catalana come corpo armato per controllare il territorio al fine di separare la Catalunya dal regno di Spagna, ma ha tentato di obbligare il governo centrale a negoziare un referendum di autodeterminazione organizzando, insieme alle due grandi associazioni indipendentiste, atti sediziosi tali da raggiungere il risultato. Gli atti sediziosi sarebbero, come dice la sentenza, le grandi manifestazioni di massa degli ultimi anni e soprattutto quella del 20 settembre per la quale i due presidenti delle associazioni sono condannati a 9 anni di carcere. Altro atto sedizioso è la celebrazione di un referendum unilaterale illegale che non si proponeva realmente di ottenere l’indipendenza, e che seppur depenalizzato e tolto dal codice penale, ha perseguito lo scopo di obbligare il governo ad una trattativa politica. E sono atti di sedizione tutti quelli connessi alla resistenza passiva e alle forme di lotta non violente che si proponevano di impedire che le forze dell’ordine potessero eseguire i mandati giudiziari.

I membri della Presidenza del Parlamento catalano saranno giudicati per disobbedienza in dicembre in Catalunya. Ma la Presidentessa del Parlamento, Carme Forcadell, giudicata nella causa di cui ci siamo occupati, è stata condannata a 11 anni e sei mesi per sedizione, pur avendo fatto esattamente le stesse cose degli altri membri della presidenza, con l’argomento che era in collegamento con gli altri rei data la sua funzione istituzionale e per essere stata dal 2012 al 2015 la Presidentessa dell’Asamblea Nacional Catalana.

Tutti gli altri imputati sono stati condannati a pene che vanno dai 10 anni e mezzo ai tredici anni.

La sentenza, oltre che infondata ed ingiusta, come del resto dicono decine di organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani e di giustizia, ha due conseguenze gravissime. Ipoteca negativamente ed esacerba un conflitto politico che dovrebbe essere invece ricondotto nella dialettica democratica con un negoziato politico. Cristallizza esattamente un ordine costituzionale che è sul tema dell’esistenza o meno di nazioni diverse nello stato spagnolo il frutto dell’imposizione diretta dei costituenti franchisti. Apre la strada, giacché il Tribunal Supremo è il massimo produttore di giurisprudenza, per catalogare come sedizione tutte le forme di lotta pacifiche che si propongano di impedire ingiustizie, come è il caso del potente movimento contro gli sfratti che negli ultimi anni in Spagna e soprattutto in Catalunya ha impedito 100mila esecuzioni di sfratto ordinate dai tribunali.

La reazione popolare alla sentenza è in corso. Le manifestazioni si susseguono ogni giorno e continueranno ad oltranza. Con tutta probabilità ci saranno altre risoluzioni parlamentari che disobbediranno agli ordini del Tribunal Constitucional. Già da settimane sono in corso operazioni di polizia che tentano di sostenere che blocchi stradali e ferroviari sono atti di terrorismo. Come è il caso della piattaforma digitale anonima “Tsunami Democratic” che è riuscita a bloccare, mobilitando in un’ora ventimila persone, l’aeroporto di Barcellona per circa 16 ore. Continueranno le indagini contro 700 sindaci catalani e contro altre centinaia di persone arrestate e rilasciate con denunce o altre decine di persone detenute in carcere in questi giorni. Saranno emessi di nuovo, dopo essere stati ritirati perché rigettati dai paesi europei interessati, ordini di cattura contro gli esponenti politici e di governo che si sono esiliati in Gran Bretagna, in Belgio e Svizzera.

Fra pochi giorni si voterà in Spagna. Oggi si comprende meglio perché il PSOE abbia rifiutato di fare un governo con Unidas Podemos e con il sostegno esterno dei partiti baschi e catalani, e preferito produrre elezioni anticipate. Per Pedro Sanchez, come lui stesso ha dichiarato più volte, era impossibile giacché Unidas Podemos non era affidabile avendo sempre sostenuto il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

Ovviamente la sentenza ha già sulla campagna elettorale in corso e avrà sul voto pesanti conseguenze.

Le destre chiedano mano dura contro i catalani e il governo del PSOE difende a spada tratta la sentenza e si rifiuta perfino di parlare con le autorità catalane. Se i numeri parlamentari lo permetteranno è altamente probabile che ci sarà un accodo di governo fra il PSOE e il PP e/o Ciudadanos.

Non sono e non saranno tempi facili né per la Catalunya né per la Spagna.

ramon mantovani

pubblicato il 30 ottobre 2019 da TRANSFORM ITALIA

 

Pessimo risultato delle elezioni spagnole.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno, 2016 by ramon mantovani

Le elezioni anticipate (convocate dopo mesi di sterili trattative per formare il governo) si sono risolte con un’avanzata del Partito Popolare (PP), con una tenuta del Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), con un secco arretramento di Unidos Podemos (coalizione composta da Podemos, Izquierda Unida, Equo e da coalizioni più ampie e comprendenti forze locali in Catalunya, Galicia, Pais Valencià e Illes Baleares), e con un più modesto arretramento di Ciudadanos (C’s). Le forze indipendentiste e nazionaliste catalane e basche hanno confermato sostanzialmente gli stessi voti del turno precedente.

 

Vediamo i risultati nel dettaglio per le forze principali.

 

La partecipazione al voto è calata dal 73,20 % al 69,84 % con un milione e duecentomila elettori in meno.

 

Il PP passa da 7.236.265 voti (28,71 %) a 7.906.185 voti (33,03 %) e da 123 a 137 seggi.

 

Il Psoe passa da 5.545.315 voti (22,00 %) a 5.424.709 voti (22,66 %) e da 90 a 85 seggi.

 

Unidos Podemos passa da 6.146.527 voti (24,47 %) a 5.049.734 voti (21,10 %) conservando i 71 seggi della tornata precedente. Nella tornata precedente Podemos e Izquierda Unida si presentarono divise tranne che in Catalunya e Galicia. E nelle Isole Baleari la forza locale MES si presentò da sola.

 

C’s passa da 3.514.528 voti (13,94 %) a 3.123.769 voti (13.05 %) e da 40 seggi a 32.

 

È bene sapere che le incongruenze fra voti e seggi sono dovute al sistema elettorale spagnolo che è diviso in 52 circoscrizioni (50 province e 2 città autonome, Ceuta e Melilla) in ognuna delle quali vengono attribuiti i seggi con il sistema D’Hondt e con uno sbarramento del 3 %. Non esistendo un collegio unico statale per riequilibrare il rapporto voti-seggi i voti che non riescono ad eleggere nelle singole province sono dispersi.

Il segretario di Ciudadanos nel primo commento dopo il voto ha lamentato la ingiustizia del sistema elettorale, come del resto hanno fatto per 40 anni il PCE e Izquierda Unida. Ed ha portato l’esempio della regione Castilla y Leon, dove nelle 9 province che la compongono, Ciudadanos con il 14,15 % dei voti elegge 1 deputato, Unidos Podemos con il 15,50 % ne elegge 3, il Psoe con il 23,17 ne elegge 9, mentre il PP con il 44,33 ne elegge ben 18.

 

Detto questo passiamo ai miei modesti commenti.

 

La destra spagnola è forte.

 

Nessun sondaggio ha previsto l’avanzata del Partido Popular. Né alcun commentatore. Né, tantomeno, nessun altro partito avversario.

Dopo le elezioni precedenti il Presidente del PP Mariano Rajoy propose un governo di coalizione con il Psoe e, forse, con Ciudadanos. Avendo ottenuto risposte negative da entrambi rifiutò l’incarico del RE di tentare di formare il governo, prevedendo di non avere i voti sufficienti per essere investito dal parlamento come Presidente del governo.

Affinché i lettori italiani comprendano meglio è bene che sappiano che il parlamento spagnolo accorda la fiducia (investidura) al solo Presidente del governo, che solo dopo averla ottenuta forma il governo, senza che questi debba ottenere a sua volta la fiducia. In altre parole può essere, come è successo più volte nella storia parlamentare spagnola, che vi siano partiti che, con il voto favorevole o con l’astensione, partecipano all’elezione del capo del governo per poi rimanere all’opposizione. Permettendo in questo modo un governo sorretto da una minoranza parlamentare, che sui singoli provvedimenti si allarga poi a geometria variabile.  

Rajoy, accusato di immobilismo dalla gran parte dei commentatori, si mantenne in questa posizione fino alla fine, ribadendo la sua proposta di governo di grande coalizione con il Psoe. E osservando compiaciuto il fallimento del tentativo, del quale parleremo più avanti, del segretario socialista di ottenere i voti di Ciudadanos e Podemos per essere investito Presidente.

Bisogna sapere che prima ed anche dopo la campagna elettorale del 20 novembre del 2015 il PP è stato travolto da potentissimi scandali per corruzione. Con dirigenti nazionali ed interi gruppi dirigenti locali incarcerati e/o incriminati per reati gravissimi. Pochi giorni prima del voto del 26 giugno, inoltre, il quotidiano digitale di sinistra “el Publico” ha diffuso le registrazioni di conversazioni fra il Ministro degli Interni ed un giudice incaricato di dirigere l’ufficio anticorruzione catalano. Il contenuto delle conversazioni restituisce con evidenza inequivocabile che erano in corso manovre giudiziarie, e diffusione delle stesse, volte a screditare i due maggiori partiti indipendentisti catalani (Esquerra Republicana de Catalunya e Convegencia Democratica de Catalunya) per inesistenti casi di corruzione e il gruppo dirigente di Podemos per presunti, ed ovviamente inesistenti, casi di finanziamento illecito di Podemos ad opera dei governi venezuelano ed iraniano. Ovviamente questa specie di caso “watergate” ha provocato la reazione di tutti i partiti, e perfino dei sindacati di Polizia e Guardia Civil, che unanimemente hanno chiesto le immediate dimissioni del ministro. Il quale però non si è nemmeno sognato di darle ed ha ottenuto, invece, la piena solidarietà del Presidente del Governo per la diffusione di registrazioni illegali delle sue conversazioni con un giudice.

Viene davvero da chiedersi come sia possibile che un partito al governo nel tempo della crisi sociale più grave della storia spagnola, travolto da casi gravissimi di corruzione e preso con le mani nel sacco ad ordire trame illegali, utilizzando a questo fine strutture dello stato, contro i propri avversari politici, possa non solo non crollare elettoralmente (anche se a dire il vero il crollo lo aveva avuto nelle precedenti elezioni passando da quasi 11 milioni di voti (44,63 %) a 7 milioni e 200mila voti (28,72%) e dalla maggioranza assoluta con 186 seggi a 123) ma perfino risalire in voti assoluti e seggi.

Non è facile rispondere a questa domanda. Si tratta di qualcosa di molto profondo e complesso che sarà necessario, per le forze della sinistra spagnola, analizzare molto bene.

Ma possiamo dire che il PP ha utilizzato alla perfezione una strategia elettorale che ha funzionato.

 

Una strategia con tre assi fondamentali.

 

1) vantare successi economici (crescita del PIL e diminuzione della disoccupazione) pur riconoscendo la persistente crisi sociale. Addebitandola però al governo Zapatero e alla pesante eredità che questo governo aveva lasciato. Si tratta di una bufala, perché anche dal punto di vista liberista rimane un grave deficit e debito pubblico e perché in realtà la diminuzione della disoccupazione è solo formale in quanto per effetto delle “riforme” del mercato del lavoro di Zapatero e poi del PP si tratta di un incremento occupazionale dovuto esclusivamente a contratti precari per il 90 % inferiori a una settimana. Ma se ben presentata insieme alla prospettiva di un salto nel buio (l’esempio della Grecia è stato il leit motiv ripetuto) rappresentato da un governo diretto o con la partecipazione di Unidos Podemos (sempre definito estremista, comunista, chavista e soprattutto amico di Syriza), ha evidentemente avuto il successo sperato fra le classi medie impoverite ma terrorizzate da prospettive più buie. Senza contare la conservazione del consenso attraverso le più classiche politiche clientelari sociali e territoriali.

2) elevare alla massima potenza il messaggio nazionalista spagnolo. Mostrando una totale intransigenza contro le aspirazioni nazionali di baschi e catalani, anche rinverdendo contenuti chiaramente franchisti e utilizzando la repressione giudiziaria contro gli indipendentisti. Il fine giustifica qualsiasi mezzo per impedire agli indipendentisti e ai comunisti di distruggere la sacra nazione spagnola. Perciò lo scandalo della trama ordita contro gli indipendentisti catalani e contro Podemos alla fine si è risolta a favore del PP. Allo stesso tempo si è mostrato totalmente e acriticamente europeista (gli argomenti antieuropei in Spagna non hanno nessuna popolarità). Sulla base di tutto questo ha accusato gli avversari di voler minare l’unità della Spagna e di voler aprire una controversia con l’Unione Europea che si sarebbe risolta con un disastro economico, come in Grecia. A questo fine la proposta di governo di grande coalizione è stata sempre accompagnata dagli esempi di grandi coalizioni in altri paesi europei, a cominciare dalla Germania.  

3) minimizzare i casi di corruzione ed utilizzando i casi analoghi, anche se meno gravi, del Psoe e della destra catalana, e quelli falsi ed inesistenti di Podemos, per generalizzare il problema. Insomma, è vero che c’è molta corruzione, ma lo fanno tutti, e comunque le leggi e la giustizia funzionano visto che i casi del PP sono stati perseguiti di più con il PP al governo.

 

Il PP per quanto sia ben lungi dal riprendersi la forza che ebbe nel 2011 esce certamente vincitore da queste elezioni. I problemi sociali, economici, istituzionali e politici del paese restano tutti, e il PP non potrà che aggravarli nei prossimi anni, sia obbedendo alla Troika, sia producendo uno scontro frontale con il governo indipendentista catalano, ma intanto ha superato il momento più difficile della sua storia.

 

Ciudadanos fa parte della destra spagnola a tutti gli effetti, sia per la condivisione sostanziale della politica economica del PP, con accenti anche, se possibile, più liberisti, sia per la vocazione nazionalista spagnola e nemica giurata del diritto all’autodeterminazione di baschi e catalani. Anche a naso è evidente che i voti persi da Ciudadanos sono andati al PP. Certamente a causa della disponibilità di C’s a votare l’investitura del segretario socialista Pedro Sanchez nelle trattative degli scorsi mesi. E probabilmente, ma quasi certamente, perché il profilo “nuovo”, “moderno”, anticasta e anticorruzione esibito contro Rajoy e il PP non ha funzionato in una campagna elettorale estremamente polarizzata. Paradossalmente Ciudadanos ha fatto un enorme autogol partecipando fortemente alla campagna contro Podemos, utilizzando più di altri le false accuse di finanziamento illecito, e descrivendo un governo con Unidos Podemos come un salto nel buio. In questo modo ha semplicemente alimentato la paura che ha spinto elettori reazionari e conservatori a turarsi il naso e votare il vero baluardo anticomunista rappresentato dal PP.

 

 

Il Psoe tiene ma esce indebolito dalle elezioni.

 

La crisi del Psoe non è esplosa, visto che il sorpasso di Unidos Podemos non c’è stato, ma non si è nemmeno arrestata.

Il risultato elettorale del Psoe è infatti il più basso della storia, sia dal punto di vista dei voti che dei seggi.

La campagna elettorale del Psoe è stata incentrata sulla giustizia sociale, ma presentando disoccupazione, precarietà, diseguaglianze e tagli sociali come effetti unicamente delle politiche del PP, e senza mai mettere in discussione né le vere cause della crisi, a cominciare dalle politiche neoliberiste del governo socialista di Zapatero che accellerò la deindustrializzazione del paese e favorì un’enorme bolla speculativa edilizia, né le politiche di austerità imposte dalla UE. Con contorno di difesa dei diritti civili, sui quali il Psoe è indubbiamente progressista.

Insomma, un profilo apparentemente più di sinistra e sociale del Psoe di Zapatero, ma in realtà in totale linea di continuità con l’impianto liberista delle politiche economiche dominanti.

Sulla questione catalana il Psoe ha proposto una riforma costituzionale federale, ma senza mai precisare di che tipo, ed ha comunque negato anche solo l’ipotesi di un referendum consultivo in Catalogna. Proposta difesa fino a due anni fa anche dal Partito dei socialisti catalani, che poi se la sono rimangiata subendo per questo una scissione ed una grave crisi.

Ma, a mio avviso, l’arma vincente che ha permesso a Pedro Sanchez e al Psoe di impedire la crescita di Unidos Podemos e il previsto sorpasso è stata l’accusa, ripetuta ossessivamente da tutti i candidati socialisti in tutti i dibattiti televisivi, a Podemos di non aver voluto sostenere un governo guidato dai socialisti dopo le precedenti elezioni favorendo così il PP, e imputando questa scelta alla presunzione, arroganza e sete di potere di Pablo Iglesias.

Si tratta di una falsità, o meglio di una mezza verità.

Podemos propose per primo un governo di coalizione concordato fra Psoe, Podemos, Izquierda Unida e le tre liste unitarie di Catalunya, Galicia e Pais Valencià (Confluencias), con la ricerca di sostegno (visto che la somma dei deputati delle forze di governo non raggiungeva la maggioranza) fra le forze basche e catalane. Queste ultime già in campagna elettorale avevano dichiarato che avrebbero sostenuto, anche con il voto a favore se necessario, un governo che si impegnasse a permettere referendum di autodeterminazione. Ma Pablo Iglesias commise, a mio avviso, l’errore di presentare questa proposta corredandola della richiesta della vicepresidenza del governo per se stesso (dopo aver detto nei mesi precedenti che mai avrebbe personalmente accettato di far parte di un governo del quale non fosse presidente) e di un lungo elenco di ministeri, fra i quali interni e difesa.

Il Psoe ebbe così modo di rispondere che i socialisti erano interessati a discutere di programma e che erano meravigliati del fatto che Podemos dimostrasse una tale brama di poltrone.

Le richieste programmatiche di Podemos, che pure erano state esposte, sparirono dalla discussione sui mass media e l’immagine di Podemos e di Pablo Iglesias subì un duro colpo.

In seguito il Psoe precisò la propria posizione dicendo che era necessario un governo di cambiamento ed avviando trattative separate con Ciudadanos da un lato e con Podemos, IU e le Confluencias dall’altro. Ma anche dicendo che si rifiutava di ricercare appoggi esterni di partiti indipendentisti catalani e nazionalisti baschi.

Firmò con Ciudadanos un programma di governo e chiese, con un chiaro ricatto, a Podemos, IU e Confluencias di sostenerlo dall’esterno.

Ovviamente questi ultimi rifiutarono ribadendo la proposta del governo progressista e gli stessi partiti baschi e catalani riproposero la propria disponibilità a sostenerlo. Ma fu inutile.

Nel corso dei due dibattiti parlamentari (ritrasmessi dalle tv in diretta) sulla “investidura” di Sanchez, Iglesias alternò discorsi durissimi contro il Psoe con discorsi improntati al clima di “amore” necessario fra se stesso e Sanchez, corredati da volgari ed inascoltabili allusioni a un presunto flirt fra una deputata del PP e un deputato di Podemos (sic).

Come è noto alla fine il tentativo di Sanchez di formare il governo fallì per il voto negativo della maggioranza del parlamento.

Tutto ciò, però, permise a Sanchez di glissare sulle questioni programmatiche, visto che i mass media diedero eco enorme sia agli attacchi di Iglesias al Psoe sia alle curiose note “di colore” provocate dal discorso di Iglesias sull’amore, e di ribadire la critica a Podemos di aver impedito un governo alternativo al PP.

Ripeto, per mesi e in modo ossessivo, in campagna elettorale il Psoe ha insistito sul fatto che Podemos “ha impedito il cambiamento”, “ha fatto un favore al PP” con il quale, se non un accordo tacito, “ha in realtà un interessa comune” che “è impedire al Psoe di governare” anche a costo di provocare nuove elezioni nella speranza di aumentare i propri voti.

Naturalmente questa versione dei fatti di Sanchez è stata enormemente amplificata dal potente dispiegamento dei mass media dei poteri forti vicini al Psoe, a cominciare dal quotidiano “el Pais”.

Va da sé che questa campagna ha ottenuto il doppio risultato di mobilitare, o almeno di contenere la smobilitazione, degli elettori socialisti, e di deprimere una parte degli elettori di Podemos, che sono, non va dimenticato, in grande maggioranza voti di opinione fortemente influenzabili, nel bene ma anche nel male, dall’immagine di Podemos e del leader sui mass media.

 

La sinistra ora è più debole?

 

Se si concepisce la politica come marketing elettorale e si affida tutto all’immagine del leader, e alla suggestione del cambiamento nel quale il conflitto sociale è evocato ma non protagonista, è chiaramente più debole.

Se, al contrario, si è coscienti che per motivi contingenti, e spesso irripetibili, si può “sfondare” elettoralmente, nel periodo della crisi, ma che bisogna unire, consolidare, allargare, e soprattutto motivare il conflitto sociale e culturale con una strategia realistica per conquistare il governo, perdere una battaglia può anche essere salutare.

I dirigenti di Podemos e IU, delle Confluencias, hanno già detto che l’unità raggiunta non è messa in discussione dalla sconfitta elettorale.

Come sempre, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida, quelli restii o contrari all’unità proveranno a metterla in forse, utilizzando argomenti specularmente contrapposti.

Gli uni dicendo che l’unità con IU ha offerto il fianco a chi ha descritto Unidos Podemos come forza estremista, comunista, e incapace per questo di porsi l’obiettivo di conquistare la maggioranza del popolo. E gli altri dicendo che la diluizione di IU in una forza leaderistica, eclettica, e priva di radici reali nel tessuto sociale e nel conflitto è un’avventura che può disperdere un patrimonio storico e di lotta importante.

Si badi bene, io penso che entrambe queste posizioni, che non condivido, contengano però un nucleo di verità.

Era da mettere nel conto che PP, Psoe e Ciudadanos, oltre che alla grancassa massmediatica dei poteri forti, avrebbero giocato la carta dell’accusa di estremismo e di veterocomunismo per appannare l’immagine di una forza nuova, priva di precedenti sconfitte, che per questo per due anni è stata descritta come il “nuovo che avanza” da tutti.

Come è evidente che per militanti ed elettori orgogliosi della propria identità di sinistra e comunista, è di difficile digestione l’unità con un partito che si dichiara un giorno né di destra né di sinistra, un altro giorno populista di sinistra, un altro ancora veramente socialdemocratico, e così via.

Negare o sminuire queste cose è fuggire dalla realtà. Ma assolutizzarle sarebbe una fuga dalla realtà ancora più precipitosa e fallimentare.

Per il semplicissimo motivo che ci sono 5 milioni di persone in carne ed ossa, il 99 % delle quali rimarrebbe irrimediabilmente delusa da divisioni che non comprenderebbe in nessun modo, che sono convinte, magari superficialmente e confusamente, che la crisi è stata prodotta dal capitalismo, che bisogna difendere le conquiste in pericolo, che bisogna democratizzare le istituzioni e rendere la politica non un “affare” appannaggio delle élites privilegiate con il popolo spettatore passivo, bensì uno strumento di trasformazione della propria condizione materiale.

È indispensabile rimanere in sintonia con questi 5 milioni di persone, molti dei quali, per altro, sono direttamente impegnati in lotte durissime.

Ma per farlo non si devono scambiare i propri desideri con la realtà.

Una cosa è avere il vento in poppa con un’opinione pubblica favorevole, con i mass media amici che osannano il leader, con prospettive suggestive di cambiamento facile e subitaneo. Un’altra è avere i mass media che tentano di demolire il leader, e soprattutto affrontare scelte che comportano comunque prezzi elettorali. Come per esempio votare no al Psoe e lasciare il PP a governare. O come votare si al Psoe e rinunciare a molti dei propri contenuti. Non esistendo una terza presentare una delle due scelte come risolutiva e senza controindicazioni è una sciocchezza in termini logici e un crimine da imbroglioni di quarta categoria in termini politici.

Una cosa è resistere, anche eroicamente, e attraversare un deserto fatto di sconfitte e delusioni, senza avere mai la possibilità, per colpa di cause oggettive ed estranee alla propria volontà, ma non per questo meno reali come per esempio sistemi elettorali nemici, di incidere realmente dalle istituzioni nella realtà sociale, senza capire che così si può essere percepiti come parte del problema invece che come parte della soluzione. Ed un’altra è resistere per il tempo necessario, avendo coscienza dei propri limiti, senza mai perdere di vista l’obiettivo di unire tutto il possibile per un cimento che è e deve essere considerato come parziale e mai come totale. Quello elettorale.

La sconfitta di Unidos Podemos non è una disfatta. E ci sono tutte le condizioni per procedere nella costruzione di un’unità strategica, che non imponga a nessuno di rinunciare alla propria identità ed organizzazione e che al tempo stesso costruisca dal basso uno spazio democratico e partecipato. Che tenga conto degli errori fatti e che man mano si liberi di timori e soprattutto di facili illusioni.

Non sta certo a me approfondire questo tema e tanto meno indicare soluzioni politiche ed organizzative.

Come ho già detto in passato, però, penso che il modello della coalizione catalana En Comù Podem, che non per caso ha ribadito il proprio successo, che è profondamente e direttamente legata ai forti movimenti di lotta di cui i dirigenti sono espressione diretta, che agisce in una società densa di partecipazione e funziona collegialmente, e che ha saputo unire tutti i partiti e piccole organizzazioni della sinistra fin dalle scorse elezioni, sia un esempio valido.

Anche per la sinistra degli altri paesi europei.

 

ramon mantovani

 

pubblicato il 28 giugno 2016 sul sito http://www.rifondazione.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catalunya indipendente?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre, 2015 by ramon mantovani

Le forze indipendentiste hanno vinto le elezioni per il parlamento catalano. La lista unitaria di sinistra è andata molto male. Il Partito dei Socialisti Catalani perde. Il Partito Popolare crolla. Ciutadans triplica voti e seggi. La Candidatura d’Unitat Popular triplica voti e seggi.
La tabella ufficiale dei risultati elettorali è questa:
http://resultats.parlament2015.cat/09AU/DAU09999CM_L2.htm
Per i lettori italiani, anche in questi giorni ampiamente disinformati dai media italiani, è necessario fornire una descrizione delle liste e dei partiti che hanno preso parte alle elezioni.
“JUNTS PER EL SI” è la coalizione indipendentista comprendente i partiti “Convergencia Democratica de Catalunya” (destra liberale), “Esquerra Republicana de Catalunya ERC (lo storico partito indipendentista di sinistra moderata), scissionisti del Partito dei Socialisti Catalani e del partito democristiano Uniò Democratica de Catalunya, e numerosi esponenti del movimento civico indipendentista, fra i quali importanti personalità del mondo della cultura e dello sport, come il cantautore Lluis LLach e l’allenatore Pep Guardiola.
“CIUTADANS” è il nuovo partito emergente della destra “moderata”, prima in Catalogna e, dalle recenti elezioni locali, in tutta la Spagna. È un partito liberista, radicalmente nazionalista spagnolo, e dalla forte retorica “anticasta” ed anticorruzione.
“PARTIT DELS SOCIALISTES DE CATALUNYA” è il partito catalano federato al PSOE spagnolo. Recentemente si è allineato alle posizioni del Psoe contrarie al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano subendo una scissione.
“CATALUNYA SI QUE ES POT” è la coalizione della sinistra radicale catalana. Ne fanno parte Iniciativa per Catalunya – Verds, ICV (una quindicina di anni fa ha reciso il legame con Izquierda Unida in favore del Partito Verde Europeo pur continuando a presentarsi con IU alle elezioni), Esquerra Unida i Alternativa, EUiA (è la forza catalana federata con Izquierda Unida), Podem (è il nome catalano di Podemos), Equo (è una piccola formazione verde). La lista è favorevole al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma contraria ad atti unilaterali indipendentisti.
“PARTIT POPULAR” è la struttura catalana del Partido Popular. È la destra storica spagnola, confessionale ed ora anche liberista, oltre che nazionalista spagnola.
“CANDIDATURA D’UNITAT POPULAR” la CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista. Funziona rigidamente in modo assembleare a tutti i livelli.
“UNIO’ DEMOCRATICA DE CATALUNYA” è lo storico partito democristiano catalano. Dal postfranchismo si è sempre presentato alle elezioni insieme ai liberali di Convergencia Democratica de Catalunya nella federazione Convergencia i Uniò (CiU). Recentemente ha, con un referendum interno vinto dalla direzione per pochissimi voti, deciso di rompere la federazione con Convergencia Democratica. Per questo ha subito una scissione indipendentista molto forte. Riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma è contrario ad atti unilaterali non concordati e negoziati con lo stato spagnolo.

Cosa succede in Catalogna? Qual è la vera natura delle forze indipendentiste? Come si posiziona la sinistra radicale catalana e spagnola in questa fase? Come influenzeranno i risultati delle elezioni catalane le elezioni politiche spagnole di dicembre?
Per rispondere a queste domande è indispensabile chiarire alcune cose senza conoscere le quali è impossibile, per il lettore italiano, capire veramente l’esito e le implicazioni del voto catalano.
L’indipendentismo catalano è sempre stato una forza minoritaria, sostanzialmente rappresentato da Esquerra Republicana de Catalunya. I partiti nazionalisti catalani come Convergencia i Uniò non erano, fino a poco tempo fa, indipendentisti bensì autonomisti. Il Partito Comunista di Spagna ha sempre riconosciuto l’esistenza di una nazione catalana, il suo diritto all’autodeterminazione, e fin dai tempi del Comintern ha sempre avuto in Catalunya un partito comunista fratello e federato (PSUC). Lo stesso vale per la coalizione Izquierda Unida. Ma il PSUC e Esquerra Unida i Alternativa non sono mai stati indipendentisti, bensì propositori, insieme a PCE e IU, di una repubblica federale nella quale la nazione catalana potesse autogovernarsi pienamente.
I socialisti, prima repubblicani e federalisti con l’andare del tempo sono diventati monarchici e difensori dello stato unitario spagnolo.

Non è in questa sede che chiariremo i motivi storici per cui si può parlare di una nazione catalana. Tralasceremo anche i trecento anni di storia nel corso dei quali il nazionalismo spagnolo, la dinastia dei borboni e la dittatura fascista hanno tentato, senza mai riuscirci, di cancellare lingua e cultura catalana.
Per la sinistra spagnola e catalana l’esistenza della nazione catalana non è mai stata in discussione. Basti questa affermazione per poterci concentrare sui fattori che hanno fatto crescere l’indipendentismo fino a farlo diventare maggioritario.
Il primo fattore è storico. Attiene alla natura del nazionalismo catalano ed ha a che vedere sia con l’evoluzione della società catalana sia con la repressione che storicamente ha dovuto subire.
L’identità su cui si fonda l’idea stessa di nazione catalana e di popolo non è etnica. Non lo è perché la società catalana ha conosciuto storicamente una potentissima immigrazione. Sia prima della rivoluzione industriale, per la diversa distribuzione della proprietà terriera dal tradizionale latifondo spagnolo, sia dopo e con numerose e diverse ondate. Le classi subalterne, composte da lingue e culture diverse, hanno sviluppato una forte grado di integrazione per far fronte al nemico comune, rappresentato dalla alta borghesia catalana alleata dello stato spagnolo. Durante i 40 anni di fascismo, per esempio, lo stato franchista che proibiva il catalano, le feste catalane e quelle di sinistra come il 1° maggio, che tentava di far sparire perfino le tradizioni folkloristiche, era lo stesso stato che reprimeva ogni sussulto operaio e popolare. Perciò il PSUC clandestino faceva rischiare torture ed anni di carcere ai propri militanti, in gran parte immigrati che non parlavano catalano, per riempire di bandiere catalane città e paesi l’11 settembre e di bandiere rosse il 1° maggio. Perciò sempre il PSUC, appena caduto il franchismo, costruì nei quartieri e nei paesi a forte immigrazione un potente movimento che rivendicava scuole pubbliche nelle quali si riprendesse l’insegnamento del catalano.
Questa concezione del popolo e della nazione, inclusiva, laica, e plurale dal punto di vista linguistico e culturale, è quella prevalente tutt’ora.
Al contrario il nazionalismo spagnolo, che oggi al massimo tollera l’esistenza di una peculiarità catalana come parte dell’identità spagnola, è escludente e considera il nazionalismo catalano come una minaccia per i cittadini spagnoli immigrati in Catalogna e per la Spagna tutta.
La cartina di tornasole, come spesso accade per molte cose, per verificare differenze fra nazionalismo catalano e spagnolo sono gli immigrati extracomunitari. Tutti i partiti catalani, destra compresa, sono antirazzisti, sono contrari ai CIE, sono contrari alla cittadinanza stabilita per sangue, mentre i partiti spagnolisti (PP e Ciutadans) usano stereotipi xenofobi e propongono un’idea di cittadinanza fondata sul sangue e discriminatoria verso gli immigrati extracomunitari.
Una recente diatriba fra il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoi e il presidente catalano Artur Mas lo esemplifica benissimo:
Rajoi: non capisco come si possa voler separare la Catalogna dalla Spagna con tutto il sangue spagnolo che scorre nelle vene dei catalani e tutto il sangue catalano che scorre nelle vene degli spagnoli!
Mas: noi non capiamo queste cose di sangue. Per noi sono catalani tutti quelli che vivono e lavorano in Catalogna!
Insomma, come si vede anche da una descrizione sommaria come questa e al contrario di quanto dice o lascia intendere la stampa italiana, l’indipendentismo e il nazionalismo catalano non hanno nulla a che vedere con altri movimenti separatisti e xenofobi in Italia e in Europa.
Il secondo fattore è politico.
All’inizio degli anni 2000 l’indipendentismo catalano era minoritario. Il primo governo di sinistra (PSC, ICV-EUiA, ERC) della Catalogna redasse nel parlamento catalano insieme a CiU un nuovo statuto d’autonomia. Con molti più poteri per la regione, anche se non tanti come per uno stato federato. Il Psoe e Zapatero, che avevano una maggioranza parlamentare sufficiente per farlo, si impegnarono solennemente a ratificarlo senza modificarlo. Ma lo statuto fu modificato in senso peggiorativo quando fu esaminato dal parlamento spagnolo. Il che portò ERC a votare contro. Il governo catalano convocò in seguito un referendum confermativo. Al referendum la partecipazione fu di circa il 50 % e votò favorevolmente il 74 %. Lo statuto entrò in vigore nel 2006. Ma nel 2010, su ricorso del PP la Corte Costituzionale (sostanzialmente nominata da PP e Psoe) dichiarò incostituzionali gran parte degli articoli dello statuto, ne rimaneggiò altri e in sostanza cancellò tutti gli avanzamenti che avevano resistito alle già gravi amputazioni subite dallo statuto quando fu ratificato dal parlamento spagnolo 5 anni prima.
Sei anni dopo il primo vero tentativo di inquadrare il rapporto della Catalogna con lo stato spagnolo in modo non umiliante e dopo un referendum votato dal popolo si tornò al punto di partenza.
Un’enorme manifestazione di popolo con più di un milione di partecipanti alla quale aderirono tutti i partiti catalani (tranne ovviamente il PP e Ciutadans) si riversò nelle strade di Barcellona per protesta. Lo slogan che convocò la manifestazione era: Siamo una nazione. Decidiamo noi!

È questa, senza dubbio, la ragione politica della “deriva” indipendentista che si afferma fra le forze politiche e soprattutto a livello popolare.
Nelle elezioni catalane del 2010, dopo due legislature di governo delle sinistre, PSC e ERC crollano. Delle tre forze di governo resiste, con un lieve calo, solo la lista ICV-EUiA. CiU torna al governo con l’appoggio esterno del PP. Oltre alle ragioni più sopra esposte cominciano a mordere gli effetti della crisi e a farne le spese sono soprattutto i socialisti, responsabili delle politiche neoliberiste del governo Zapatero. Come si vedrà ancor meglio nelle elezioni politiche generali del 2011 quando il Psoe passerà dal 44 al 28 % dei voti.
Dopo la manifestazione del “Som una naciò. Nosaltres decidim.” due entità civiche (Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural, completamente autonome dai partiti, dirigono un enorme movimento popolare capillare e capace di produrre manifestazioni nel giorno dell’11 settembre di ogni anno(la festa nazionale catalana ricorda la caduta di Barcellona in mano alle truppe borboniche avvenuta nel 1714 dopo una lunghissima resistenza) senza eguali per partecipazione ed organizzazione. Su impulso della ANC e di Omnium si forma la AMI (Associazione dei Municipi per la Indipendenza) che conta oggi 765 municipi su un totale di 948.
La forza del movimento popolare indipendentista, al quale partecipano convintamente anche le sinistre radicali favorevoli al diritto all’autodeterminazione, travolge e supera i partiti. Nel corso della legislatura eletta nel 2010 il Presidente Mas tenta nuovamente un approccio negoziale con il governo spagnolo, il cui tema principale è un patto fiscale (sul modello di quello vigente per il Paese Basco). La risposta è negativa su tutta la linea. Il negoziato non comincia nemmeno. A questo punto viene sciolto il Parlamento catalano e sono convocate nuove elezioni con l’esplicito obiettivo di ottenere un mandato popolare per convocare un referendum sull’autodeterminazione. Le elezioni effettivamente premiano con una schiacciante maggioranza le forze favorevoli al referendum. Nel Parlamento catalano si approvano norme che permettono sostanzialmente la celebrazione di un referendum consultivo, non decisionale, atteso che un referendum decisionale dovrebbe ottenere l’autorizzazione del governo centrale. E il referendum consultivo viene convocato per il 9 novembre del 2014. L’oggetto della consultazione, dopo lunghissime trattative, viene concordato da CiU, ERC, CUP e ICV-EUiA ed è costituito da due domande collegate fra loro: Vuole che la Catalogna sia uno Stato? In caso affermativo, vuole che sia uno Stato indipendente?
Il governo centrale dichiara che la consultazione sarà proibita in quanto anticostituzionale. Il Parlamento catalano formula una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo affinché autorizzi la consultazione. Las Cortes bocciano la richiesta con il voto di PP, Psoe, UDC, Union del Pueblo Navarro, Foro Asturias. A votare a favore sono tutti i partiti nazionalisti di Catalogna, Galizia, Paese Basco, Paese Valenciano e, unica forza spagnola, Izquierda Unida.
Nel settembre la consultazione non vincolante viene “sospesa” dalla Corte Costituzionale sine die e il governo catalano, con l’appoggio della maggioranza del parlamento dichiara che non potendo celebrare una consultazione ufficiale, ancorché non vincolante, ne promuoverà una “informale”, con la partecipazione di volontari non retribuiti e mettendo a disposizione solo i locali scolastici.
La consultazione si svolge il 9 novembre e partecipano 2 milioni e 300 mila persone. Votano si e si l’81%, si e no il 10%, no e no il 5%, e il restante 4% fra bianche e nulle.
A questo punto si apre una lunga discussione, che riportare qui sarebbe troppo lungo, fra le forze indipendentiste nel corso della quale si consumano scissioni sia nel campo indipendentista (Unio Democratica de Catalunya) sia in quello avverso (PSC), e alla fine viene deciso che si convocheranno elezioni anticipate per trasformare le elezioni nel referendum che non si è potuto celebrare con l’obiettivo esplicito di far ottenere alle liste indipendentiste la maggioranza sufficiente ad istruire e compiere atti unilaterali verso l’indipendenza.
Nel frattempo la tornata delle elezioni municipali della primavera 2015 vede crescere fortemente il campo dei partiti indipendentisti (al cui interno crescono ERC e CUP e scende CiU) e delle forze favorevoli all’autodeterminazione (come la lista unitaria di sinistra Barcelona en Comù composta sia da indipendentisti sia da federalisti).
La campagna elettorale si preannuncia fortemente segnata dal carattere “plebiscitario” relativo all’indipendenza. Per questo si forma la lista unitaria indipendentista Junts per el SI (insieme per il si) alla quale non aderisce la CUP che pur garantendo la massima disponibilità e volontà politica circa gli atti unilaterali preferisce evidenziare anche il carattere di rottura programmatica sulle questioni sociali. A sinistra si forma la lista unitaria Catalunya si que es pot esplicitamente contraria a promuovere atti unilaterali.
I mesi che precedono il voto, e soprattutto gli ultimi 15 giorni (che costituiscono in Spagna la campagna elettorale ufficiale) sono densi di manovre e polemiche. Mentre da Madrid ovviamente si nega il carattere “plebiscitario” delle elezioni catalane il governo centrale mobilita la propria diplomazia per ottenere dichiarazioni di altri governi europei e USA, e della stessa Commissione Europea, che contrastino l’indipendenza. Le più importanti banche e alcune imprese multinazionali dichiarano che se ne andrebbero dalla Catalogna in caso di indipendenza. Il Governatore della Banca centrale spagnola dichiara che nel caso di indipendenza si produrrebbe un “corralito” e che i cittadini non potrebbero più disporre dei propri risparmi. Si discute dell’eventualità che nessuno più paghi le pensioni. E così via.
Perfino i segretari spagnoli di Comisiones Obreras e di UGT rilasciano dichiarazioni contro l’indipendenza, ma vengono immediatamente smentiti dai segretari catalani delle rispettive organizzazioni che ricordano di essere a favore dell’autodeterminazione e di annoverare fra i propri iscritti tutte le tendenze, comprese quelle indipendentiste.
Il dibattito si radicalizza più per la volontà degli anti indipendentisti che per quella degli indipendentisti. I partiti nazionalisti spagnoli, e soprattutto Ciutadans impostano tutta la campagna sul tema dell’indipendenza in modo veemente e radicale. Perfino l’ex primo ministro socialista Gonzales paragona gli indipendentisti a un movimento totalitario di stampo nazista, suscitando una imbarazzata reazione critica da parte del PSC.
La lista unitaria di sinistra Catalunya si que es pot, per quanto insista su temi sociali e di lotta sul tema centrale della campagna elettorale ha una proposta debolissima ed imbarazzata, giacché al suo interno e all’interno di ognuna delle forze che la compongono ci sono sia posizioni indipendentiste sia posizioni federaliste.
In sostanza proporre l’autodeterminazione attraverso un referendum concordato con un possibile futuro governo spagnolo disponibile a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano equivale a zero dal punto di vista politico. Criticare Junts per el si per la presenza della destra catalana liberista e tentare di ridurre tutta la vicenda alla manovra di Convergencia Democratica e di Artur Mas di non presentarsi con i propri simboli per evitare il giudizio degli elettori ed attaccare la CUP dicendo che votarla equivale a votare per la destra catalana ha finito per provocare un’esodo dei voti di ICV-EUiA proprio verso la CUP (più di 80mila secondo i primi studi sui flussi) e verso Junts per el SI per recuperarne pochi dai socialisti e, questo si, molti dall’astensionismo e da diverse provenienze motivati dalla presenza di Podemos nella lista.
Per la lista Catalunya si que es pot non si può parlare che di una sconfitta, perché sebbene abbia preso gli stessi voti della lista ICV-EUiA del 2012 e perso solo due seggi su 13 che ne aveva, la presenza di Podemos nella lista e il successo di Barcelona en Comù lasciavano sperare (e così dicevano molti sondaggi) un risultato ben più lusinghiero. Del resto non si può tacere sul fatto che la reiterata presenza dell’istrionico (per usare un eufemismo) Pablo Iglesias in campagna elettorale ha fortemente nuociuto alla lista. Sia per l’arroganza e il settarismo (non ha accettato di fare iniziative unitarie nelle quali comparisse il leader di Izquierda Unida spagnola) sia per l’uso di argomenti tipici del nazionalismo della destra estrema spagnola (salvo poi chiedere scusa) per richiamare il voto dei figli e dei nipoti degli immigrati dell’Andalucia e della Extremadura contro i catalani.
Sui risultati ora in Spagna c’è una discussione prevedibile. I partiti nazionalisti spagnoli, dopo aver sostenuto che si trattava di ordinarie elezioni ammnistrative, ora dicono che l’indipendentismo ha perso perché ha ottenuto il 48 % dei voti e arruolano nel fronte contrario anche Catalunya si que e spot e Uniò Democratica de Catalunya che però sono forze favorevoli all’autodeterminazione. Gli indipendentisti, più correttamente, parlano di vittoria chiara giacchè il fronte del no di PSC, PP e Ciutadans ha ottenuto il 39% contro il loro 48%. La forza più seria, sebbene descritta da più parti come estremista, antisistema ecc, è la CUP che ha parlato di una vittoria netta sul no, ma ha precisato che il 48 % dei voti non autorizza una immediata dichiarazione unilaterale di indipendenza e propone un processo costituente e una progressiva legislazione del parlamento che costruisca gli strumenti della sovranità catalana, e la immediata disobbedienza delle leggi spagnole che probiscono l’applicazione di quelle catalane. Come per esempio quella sulla “povertà energetica” che prevedeva di proibire il taglio di luce, gas e acqua alle famiglie senza reddito.
Mentre scrivo inizia la lunga trattativa per la formazione del governo e soprattutto per la scelta del Presidente. Junts per el si propone Artur Mas e la CUP propone una figura di consenso non segnata dal passato liberista. Difficile dire come andrà a finire.
Ma è certo che nulla è come prima in Catalunya. E che queste elezioni catalane segneranno fortissimamente le prossime elezioni generali spagnole di dicembre.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 1° ottobre 2015