Archivio per federazione della sinistra

Un buon congresso

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre, 2010 by ramon mantovani

Senza nasconderne i limiti e i problemi è opportuno sottolineare i passi avanti e i risultati positivi del Congresso della Federazione della Sinistra.

1) la Federazione è stata immaginata, proposta e discussa a lungo per reagire e rispondere a due problemi posti dalla sconfitta del 2008 e all’idea che per unire la sinistra si dovessero cancellare le identità e sciogliere le organizzazioni comuniste. I due problemi sono: la frammentazione e dispersione delle forze politiche della sinistra e la tendenziale subalternità al PD, sia nella versione governista sia in quella testimoniale, entrambe prodotte del bipolarismo. Alla fine è chiaro che la Federazione è un progetto strategico che si propone di unire la sinistra anticapitalista italiana. Non una generica sinistra senza principi e senza confini. Non l’unità comunista con la promozione di una dialettica a sinistra sulla base di discriminanti ideologiche. Per altro non chiare sul versante delle scelte politiche, a cominciare dal rapporto col PD e con la questione del governo. E’ stato molto faticoso in questi due anni superare le spontanee e/o maliziose interpretazioni e proposte di una Federazione come partito unico dei comunisti con l’aggiunta di qualche indipendente, che avrebbero prodotto nuove divisioni e una forza politica tanto capace di esibire una identità astratta e sempre meno attrattiva, quanto incerta e moderata nelle scelte politiche. Il compito della Federazione è chiaro. Costruire, nel vivo delle lotte, un programma di fase per l’uscita a sinistra dalla crisi capitalistica e su questa base partecipare alle elezioni a tutti i livelli. Sono due compiti, collegati intimamente fra loro, che necessitano dell’unità di tutte le donne e gli uomini che pensano che la critica del capitalismo, e del modello sociale conseguente, sia la base indispensabile per rapportarsi con le lotte e per costruire un programma autonomo ed indipendente dal centrosinistra, per sua natura ambiguo o addirittura apologetico nei confronti del mercato e del liberismo. L’unità si deve fare, quindi, sul punto fondamentale di cui necessita la lotta di classe ed ogni movimento di trasformazione, senza che nessuno, collettivamente o individualmente, debba rinunciare ad un grammo della propria cultura politica e soprattutto delle proprie pratiche. Senza egemonismi (che sono sempre stati il contrario dell’egemonia) e senza riduzioni ad uno o semplificazioni che, come insegna l’esperienza, hanno sempre e solo prodotto nuove divisioni. In altre parole la Federazione vuole essere il luogo politico dell’unità dei partiti, delle associazioni e comitati, delle persone che decidono di fare quelle due cose insieme in modo democratico e che continueranno ad avere le proprie differenze culturali, di pratiche politiche e di organizzazione per fare tutto il resto. Ovviamente questo è difficile da capire e digerire per chi pensa che un partito, comunista o meno, debba solo elaborare programmi e liste elettorali e partecipare al “gioco politico” nelle relazioni fra partiti nelle istituzioni. Come è difficile da capire per chi, impegnato in lotte e attività sociali, pensa che la rappresentanza delle stesse possa essere risolta al momento delle elezioni con la scelta di una lista, o peggio ancora di un leader, rifiutando o accettando il ricatto del bipolarismo e del meno peggio con l’astensione o con il voto utile. Ma su questo punto documento e statuto della Federazione sono chiarissimi. Restano nel corpo militante e fra le persone di sinistra molte perplessità ed anche una notevole dose di confusione. Dovute al fatto che i mass media le poche volte che hanno parlato del nostro progetto lo hanno fatto occultando, per ignavia o per malizia fa lo stesso, la vera portata della proposta unitaria per descriverlo, invece, come orticello comunista privo di una proposta politica. Ed anche dovute al fatto, bisogna pur dirlo, che molti militanti sono totalmente disabituati a fare ragionamenti complessi di fronte a problemi complessi. Che non leggono e non studiano nemmeno i documenti politici per poi affidarsi alle semplificazioni dei mass media e/o per discutere sulla base di suggestioni e soprattutto di contrapposizioni astratte e demagogiche. Ma, lo ripeto, essendo chiaro il progetto della Federazione c’è la possibilità, con pazienza e perseveranza, di farlo vivere e crescere. Innanzitutto con il lavoro di allargamento della Federazione, sia a livello locale con collettivi e persone impegnate nelle lotte, sia a livello nazionale ribadendo la necessità di unire davvero tutta la sinistra anticapitalista. La Federazione vuole essere l’unità di tutta la sinistra anticapitalista. Attualmente non lo è affatto, anche se non è poco aver invertito la tendenza alla divisione e unito ciò che fino a ieri sembrava impossibile unire. Sul piano delle forze organizzate permangono profonde divisioni. Sul piano delle persone di sinistra senza partito permangono diffidenze, dubbi e soprattutto contrarietà dovute alle pratiche autoreferenziali, elettoraliste e istituzionaliste dei partiti, Rifondazione compresa. Da una parte alcune formazioni, come Sinistra Critica, PCL ed altri, e dall’altra SEL hanno proposte politiche contrapposte e, lo dico brutalmente, totalmente subalterne al bipolarismo. Da una parte l’idea che la ripetizione ossessiva di slogan radicali e di anatemi ideologici (spesso scagliati contro chi è più vicino) e la fuga dal problema di contribuire o meno alla cacciata di Berlusconi con il sistema elettorale esistente, possa costituire la base per l’accumulazione di forze sufficienti per cambiare qualcosa di concreto. Dall’altra l’idea che cavalcando (con successo) proprio uno degli aspetti più deleteri (e distruttivi di tutte le culture critiche della sinistra) del bipolarismo si possa ottenere una ristrutturazione del centrosinistra che apra le porte ad una svolta di sinistra reale nel paese. Non è necessario ripetere per l’ennesima volta quanto queste idee siano illusorie e quanto siano corrispondenti esattamente al disegno sulla base del quale è fondato il bipolarismo. Ridurre alla testimonianza impolitica le istanze radicali o trasformarle in “speranze”, tanto suggestive in campagna elettorale quanto irrealizzabili in un governo, comunque dominato dai poteri economici e dal vaticano. Non sono differenze sostanziali di contenuto, come la contrarietà alla legge trenta, il ritiro dall’Afghanistan, l’opposizione alle politiche economiche dell’UE ecc a motivare una divisione che persiste. Sono scelte ideologiche e di linea politica che impediscono l’unità. Indulgere all’infinito in discussioni circa il novecento e il nuovismo o fare la gara a chi è più comunista o più radicale è insensato, oltre che inutile. La Federazione deve rispettare i progetti altrui, pretendere il rispetto per il proprio, e soprattutto deve continuare a ribadire, con ostinazione, che permanendo i progetti e le linee diverse, sui contenuti di lotta si può e si deve combattere insieme. E che anche il confronto, su progetti e linee diverse, si può e si deve fare a partire dal riconoscimento della centralità dei contenuti che uniscono. Proprio per misurare l’efficacia dei progetti e delle linee rispetto al rafforzamento delle lotte e al raggiungimento di obiettivi concreti per milioni di italiani. Alla manifestazione del 16 ottobre c’era la sinistra reale di questo paese. I contenuti della piattaforma della FIOM (ben ribaditi nell’intervento di Landini al congresso) per la Federazione possono essere sposati integralmente e possono essere la base per discutere con SEL come con Sinistra Critica e il PCL sul come farli diventare obiettivi concreti, oggi e subito. E’ il modo concreto per rispondere a quella domanda di rappresentanza politica che è salita dalla manifestazione. Mentre citarli strumentalmente per scagliarli contro altri, che pure li condividono, per farli diventare un espediente retorico e demagogico al servizio di proposte politiche che, essendo interne alle logiche bipolari, li riducono a slogan impotenti o a sogni irrealizzabili è il contrario. Per il banale motivo che alla fine, o la piazza e i suoi contenuti saranno in grado di dare una spinta all’unità a livello politico della sinistra o le diverse opzioni della sinistra mortificheranno e divideranno la piazza e il movimento di lotta. E non avrà molta importanza ciò che dicono i sondaggi o diranno gli stessi voti elettorali se la sinistra politica che dice di condividere quei contenuti sarà divisa in tre pezzi in lotta fra di loro. Perciò è giustissimo che la Federazione, ben sapendo le differenze di progetto e di linea che esistono con altri, continui a sfidarli su questo terreno della discussione.

2) sebbene non si possa dire di possedere un programma di fase, complesso e articolato, capace di unificare i fronti di lotta e di accumulare le forze per passare dalla resistenza ad una controffensiva del mondo del lavoro e dei movimenti progressisti, il congresso ha chiarito a definito alcune linee di fondo sulla base delle quali costruire un tale programma. E su queste basi ha approvato e sancito una proposta politica chiara ed inequivocabile. C’è nel documento e c’è stata nel dibattito l’idea che alla finanziarizzazione e al mercato senza regole liberista sia necessario assegnare al mondo del lavoro il ruolo di fulcro dell’unità di tutte le lotte. Come è già stato evidente nella manifestazione della FIOM del 16 ottobre. La Federazione ha chiaramente l’idea della costruzione di tale unità sulla base di una alleanza strategica dei movimenti ambientalisti e dei diritti civili con quello dei lavoratori, degli studenti, dei precari e degli immigrati. La Federazione propone cose precise per l’oggi. Sulla base di scelte di fondo che in politica economica sono totalmente controcorrente rispetto agli indirizzi dell’Unione Europea, a cominciare dalla riproposizione dell’intervento pubblico in economia e dalla subordinazione dei bilanci e delle politiche monetarie rispetto ai diritti sociali. Che in politica estera sono contrapposte a guerre e spese militari sostenute da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, e in Italia del PD. Che sulle politiche sociali e dei diritti sono all’opposto dei “patti sociali” di confindustria e alla subalternità al vaticano. E’ su queste basi, e non su altre, che è stata approvata la proposta di dare vita ad una alleanza democratica in difesa dei principi costituzionali, per battere Berlusconi, senza fare un impossibile accordo di governo. Al di la di sfumature, di suggestioni, di ovvie differenze culturali e perfino di propensioni ben visibili sulla stampa e in diverse dichiarazioni e discorsi, questo è quanto è stato deciso ed approvato. Con il dissenso dei compagni di Falce e Martello sul versante di sinistra e con quello del documento di una parte di Rifondazione (primo firmatario Bonadonna) sul versante di destra. Questa proposta politica è stata accettata e difesa, nei loro discorsi, da Salvi, da Patta, da Diliberto, oltre che da Ferrero. Con toni e sfumature diverse? Ovviamente si. Ma senza che sia stata proposta alcuna alternativa. Per altro, voglio dire esplicitamente che io sono d’accordo con Diliberto quando dice che se si fa un accordo senza entrare al governo questo non comporta che il confronto con il PD e con gli altri partiti di centrosinistra, a cominciare da SEL, debba escludere temi sociali e concreti che riguardano milioni di persone. Non fosse altro che è proprio sulla base di quei temi sociali, e non su anatemi astratti, che si misura la distanza e la stessa impossibilità di fare un governo insieme. Come non esclude che si facciano anche proposte e accordi minimi su temi specifici. Esattamente come bisogna sempre fare in qualsiasi istituzione con qualsiasi governo. Infine è chiara l’idea che l’obiettivo di superare il bipolarismo sia prioritario, come è chiara la contrarietà a qualsiasi uscita dalla crisi del centrodestra sulla base di governi tecnici o simili. Questi indirizzi programmatici di fondo e la proposta politica dell’alleanza democratica senza accordo di governo sono la linea politica della Federazione per navigare nella complessa situazione della crisi economica, della offensiva liberista e padronale e della crisi latente del governo Berlusconi. Questa è la linea politica sulla base della quale confrontarsi a tutto campo con chiunque, con il massimo di apertura e di duttilità tattica.

3) la vita della Federazione è stata contraddistinta, fino a qui, da una inevitabile logica pattizia fra le forze che hanno partecipato alla sua fondazione. È inutile menare scandalo per questo. Senza quella logica pattizia non ci sarebbe nessuna unità con basi solide per resistere a qualsiasi novità sulla scena politica. Non ci sarebbe la forza organizzata minima per sorreggere e sviluppare nessuna linea politica. La permanenza di divisioni (anche elettorali) avrebbe provocato la definitiva e più che giustificata delusione di altre decine di migliaia di militanti e il totale disorientamento dei potenziali elettori. Lo statuto approvato definisce con chiarezza che il futuro della Federazione sta nelle mani degli iscritti e delle iscritte. Il principio di una testa un voto è inequivocabile. Come lo è quello delle maggioranze qualificate al fine di evitare che chiunque possa sopraffare gli altri. Soprattutto al fine di impedire che coalizioni improvvisate di correnti possano snaturare la Federazione e cambiare la linea sulla base di cordate e di manovre di corridoio. Ma qui comincia la vera sfida. E bisogna avere la consapevolezza che la sfida è persa in partenza se si usa la demagogia e il basismo. A nulla vale il principio di una testa un voto se poi dobbiamo fare il prossimo congresso con una decina di documenti politici in guerra fra loro. A nulla vale il principio delle maggioranze qualificate se provoca solo mediazioni al ribasso. A nulla vale la Federazione con compiti ben precisi sui quali cercare permanentemente l’unità se poi si portano nella federazione discussioni su compiti e contenuti propri dei partiti che la compongono ed estranei a quelli della Federazione. Ma queste cose attengono alla maturità e alla qualità dei gruppi dirigenti e dei militanti. Attengono perfino all’onestà intellettuale con la quale si discute e al principio di lealtà verso chi la pensa diversamente. Non c’è norma statutaria e non c’è declamazione di principio che possano magicamente infondere qualità e buon senso in chi non legge, non studia, non ascolta, e pensa che qualsiasi mezzuccio o manovretta di corridoio sia un mezzo lecito, giustificato dal fine di imporre ciò che vuole agli altri. La democrazia funziona non solo se si vota continuamente su tutto. Funziona se quando si vota i votanti sanno cosa votano sulla base di una conoscenza approfondita e non sulla base di opzioni presentate demagogicamente, che contano proprio sulla ignoranza diffusa e sulle suggestioni da quattro soldi. Funziona se dopo aver votato qualcosa chi è in disaccordo non tenta di impedirne la realizzazione o non tenta ad ogni riunione, su qualsiasi tema sia convocata, di riprodurre sempre la stessa discussione. Funziona se dopo una decisione chi si è dichiarato d’accordo votandola non fa subito un bell’articolo che la contraddice. Magari al fine di marcare la differenza necessaria a giustificare l’esistenza della propria corrente o, peggio ancora, al fine di ritagliarsi uno spazio politico personale fittizio da usare per rivendicare un posticino negli organismi e nelle liste. E potrei continuare. Queste cose affliggono tutti a sinistra. Non esistono scorciatoie leaderistiche e basiste che possano risolvere questi problemi. Al contrario sia il leaderismo sia il basismo alimentano passività, ignoranza e superficialità all’ennesima potenza. Solo la fatica di una lotta culturale e ideologica attiva e permanente, con l’obiettivo di curare la malattia e salvare il malato, può sortire degli effetti positivi. Solo valorizzando le pratiche sociali e culturali ricche, alla lunga, si possono superare le discussioni astratte che sono il terreno privilegiato per le cordate e i personalismi di tutti i tipi.

4) sebbene sia chiaro che la Federazione non è l’unità dei comunisti, tanto che al congresso tutti gli emendamenti che insistevano sul tema sono stati giustamente dichiarati inammissibili, il tema esiste ed è bene discuterne. E’ evidente che proprio nel momento nel quale il PRC e il PDCI condividono lo stesso progetto di unità della sinistra anticapitalista e la stessa proposta politica è necessario affrontare seriamente il tema. Non lo era prima sia perché avrebbe sostituito e fagocitato il progetto dell’unità della sinistra anticapitalista e perché avrebbe subordinato la scelta della linea politica ad una immatura unificazione organizzativa dei due partiti. Oggi il tema dell’unità comunista è da affrontare seriamente. Dico oggi ma è evidente che in caso di elezioni anticipate sarebbe idiota metterlo al centro delle nostre attenzioni. Resta da vedere se si vuole affrontare sulla base di una suggestione e come se le differenze culturali, di concezione politica ed organizzativa del partito, fossero all’improvviso sparite. La demagogia dell’unità, per ricevere applausi, scagliata contro altri implicitamente accusati di non volere l’unità, non produce unità. Bensì diffidenze e nuove divisioni. Nessuna persona dotata di buon senso pensa che due, tre, quattro o cinque partiti comunisti siano meglio di uno. Non fosse altro che per il banale motivo che il numero e l’attività complessiva dei militanti si riducono proporzionalmente al proliferare di sigle e di partiti. Fermo restando tutto ciò bisogna sapere che le differenze e le divisioni esistono. E che possono perfino aumentare con la demagogia e con le semplificazioni. Se, per esempio, Rifondazione dicesse una cosa banale e apparentemente di buon senso come “chi è uscito dal partito ritorni, le nostre porte sono aperte e non chiediamo nessuna autocritica” provocherebbe solo un solco più profondo con gli altri e anche nuove divisioni al proprio stesso interno. Se di unità c’è bisogno e se di unità è opportuno parlare bisogna farlo seriamente e con i piedi piantati per terra. L’unità dei comunisti è innanzitutto un tema ideologico, politico e culturale. Non un tema organizzativo per unificare due o più gruppi dirigenti. L’unità dei comunisti non è un tema sostitutivo dell’unità della sinistra anticapitalista. Ci sono due terreni precisi sui quali fondare la discussione sull’unità dei comunisti. Il primo è quello delle pratiche sociali condivise, è lo stare nelle lotte e nel radicamento sociale insieme, senza egemonismi e stupide competizioni, è quello sul quale avviare con i soggetti sociali l’elaborazione di obiettivi di lotta. Il secondo è quello dell’analisi del capitale e della formazione sociale plasmata dal capitalismo di questa fase storica. È quello della difesa della propria storia dal revisionismo imperante e, al tempo stesso, della critica della propria storia. È quello della critica di un modello organizzativo e di una concezione del partito verticistico, intriso di predominio maschile e di istituzionalismo. Senza che questa critica dia luogo a sette o, peggio ancora, a leaderismi e basismi che di democratico non hanno nulla. Insomma, come si vede i problemi sono seri. E a nulla vale ignorarli unificando due o più partiti per poi tornare a dividersi, in modo lacerante, alla prima occasione nella quale i problemi che si credevano superati si ripresentano violentemente. Comunque non è questa la sede per approfondire questo tema. Penso che il prossimo congresso del PRC debba offrire una proposta e una discussione a tutte le comuniste e a tutti i comunisti di questo paese. Una proposta e una discussione capaci di far scoprire a molti e a molte di essere comunisti. E di far scoprire a molte e a molti che si ritengono comunisti di non esserlo sul serio.

Ma questa è un’altra storia…

ramon mantovani

La rifondazione di Izquierda Unida

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , on 5 luglio, 2010 by ramon mantovani

Si è svolta a Madrid sabato 26 giugno l’Assemblea per delegati di Izquierda Unida (I.U.) detta “della rifondazione della sinistra”.

Dopo il Congresso Nazionale di un anno e mezzo fa, che ha messo fine alle divisioni interne e alla fase di subalternità al Psoe di Zapatero, che ha eletto un gruppo dirigente totalmente rinnovato e un nuovo Coordinatore nella persona di Cayo Lara, Izquierda Unida ha lanciato una lunga fase di rifondazione della sinistra.

Lo ha fatto prima organizzando centinaia di forum, sia territoriali sia tematici, aperti a ogni persona si riconoscesse nella prospettiva anticapitalista e poi con l’Assemblea di sabato scorso, che ha visto la partecipazione di 450 delegati eletti fra gli iscritti di I.U., 300 in rappresentanza di più di 50 organizzazioni locali e tematiche non appartenenti a I.U. e 150 invitati.

La Rifondazione della Sinistra che I.U. propone continua sulla base di un Appello alla Sinistra che l’Assemblea ha approvato con una decina di voti contrari e astensioni e si concluderà nel 2012, quando si svolgerà un congresso con il compito di dare vita ad una nuova formazione politica e di inverare l’originario progetto di far diventare I.U. non un partito bensì un “movimento politico-sociale”.

Ovviamente questo processo unitario è facilitato dalla chiarezza determinata dalle scelte economiche del governo di Zapatero, che non hanno nulla da invidiare a quelle del governo Berlusconi, e che per questo hanno messo fine, in I.U. e anche nel Partito Comunista Spagnolo, ad ogni illusione di possibile collaborazione di governo (I.U. aveva anche, negli anni scorsi, scelto l’astensione sulle finanziarie del governo). Ed è sostenuto da una sorta di disincanto di molti elettori del Psoe che i sondaggi prevedono in trasmigrazione verso I.U. e dalla crescita delle lotte. In particolare è molto interessante la dinamica che si è accesa nel sindacato visto che l’ultimo congresso delle Comisiones Obreras (CC.OO.) è stato vinto dalla sinistra interna (molti dirigenti della quale sono interni a I.U.) e che il sindacato tradizionalmente vicino al Psoe (UGT) non esita ad attaccare duramente il governo. Tutte le organizzazioni sindacali spagnole hanno convocato uno sciopero generale per il 29 settembre. E bisogna sapere che, nonostante il basso tasso di sindacalizzazione, gli scioperi generali in Spagna paralizzano totalmente il paese in tutti i settori, anche perché allo scoccare della mezzanotte migliaia di ronde e picchetti per 24 ore impediscono l’apertura di negozi, fabbriche e servizi.

Il clima dell’Assemblea era di grande entusiasmo e di fiducia. Una vera inversione di tendenza rispetto a più di dieci anni di scontri e divisioni che avevano prostrato l’organizzazione ripiegandola su se stessa. Anche perché gli “sconfitti”, dialoganti col Psoe, che la stampa prevedeva in procinto di fare una scissione, in questi ultimi due anni si sono integrati pienamente nel processo di rifondazione e, nei loro interventi, hanno criticato apertamente e duramente il governo Zapatero.

Si può ben dire che gran parte del merito di questo successo si deve anche all’ultimo congresso del Partito Comunista Spagnolo (PCE) che ha contribuito molto a disegnare e promuovere la “rifondazione”, anche ribadendo la propria scelta (che nessuno ha mai messo in discussione apertamente ma che avrebbe potuto esserlo nel caso I.U. avesse continuato con la subalternità al Psoe) di continuare ad essere parte di I.U. pur cedendole la sovranità relativa alle elezioni.

Domenica 27, dopo 12 anni che non lo faceva, Izquierda Unida ha organizzato una manifestazione nazionale. Per le vie del centro di Madrid decine di migliaia di militanti hanno portato cartelli e gridato slogan contro il governo. La storica Plaza Mayor si è riempita di migliaia di bandiere di I.U., di quelle tricolori della Repubblica (quelle della guerra civile) e soprattutto della bandiere rosse con falce e martello del PCE.

Ramon Mantovani

Pubblicato su Liberazione il 3 luglio 2010

Risposta a Luigi Vinci.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio, 2010 by ramon mantovani

Caro Luigi,

il tuo articolo in risposta a quello firmato da me e da Giovanni Russo Spena

http://lettura-giornale.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=26/05/2010

merita molta attenzione.

La stima, sono sicuro reciproca, ci permette di parlar chiaro, senza diplomatismi ma anche senza scadere nella polemica spicciola che va tanto di moda di questi tempi.

L’articolo che ho firmato insieme a Giovanni aveva esattamente l’obiettivo di rimuovere l’ambiguità che contraddistingue non una, ma diverse, iniziative e proposte sulla ormai annosa questione dell’unità della sinistra. L’appello che tu hai firmato e che noi abbiamo criticato è solo l’ultima.

Tanto per essere chiari io non ho alcun dubbio che l’unità della sinistra “non liberista”, come dici tu, sia un obiettivo giusto e che risponde ad una domanda, ingenua o consapevole poco importa, reale e fondata. Mi è altrettanto chiaro che essa non si esaurisce nell’ambito delle forze comuniste e nemmeno in quello definito della Federazione della Sinistra. Sono convinto che il dialogo continuo sia non solo un obbligo ma anche una necessità vitale. Lo stesso dicasi per la “cooperazione”, senza che questa diventi “totale”, come tu dici, perché obbligata ad essere di governo.

Fin qui ci siamo, credo. Almeno in teoria.

Ci sono, però, due questioni non irrilevanti sulle quali bisogna approfondire il discorso.

Io sono tutto meno che un feticista dei deliberati degli organismi dirigenti del partito. E penso, per essere chiaro ancora una volta, che debbano essere confrontati con la realtà e che siano passibili di essere cambiati in qualsiasi momento, a seconda delle circostanze. Ed ovviamente concordo pure con te che mai possano essere considerati “comandamenti in grado di spiegarci tutto quel che succede”.

Tuttavia non posso concordare con te sull’affermazione secondo la quale, dato che la crisi ha prodotto un passaggio da una “guerra di posizione ad una “guerra di movimento”, la “bussola”, che anche tu ritieni indispensabile, diventi quella che tu proponi. Per il semplice motivo che non è una bussola.

Tu hai detto che il quadro è in via di sconvolgimento. E che nella fattispecie, il PD “non sa che pesci pigliare, volendo mantenere i suoi sistemi di relazione sul versante capitalistico e non avendo cultura di ricambio rispetto a quella liberista”. Ed hai anche aggiunto che è pressato affinché si smarchi a sinistra.

Ne trai la conclusione che la “bussola” consiste nel non porre pregiudiziali, nello sforzo di confronto e di cooperazione, portando nostre proposte. E di “farlo con la massima determinazione in direzione delle forze di sinistra, politiche e non, che liberiste non sono” per poi vedere “via via come butta” discutendo e decidendo come proseguire.

Al netto di quel “portando nostre proposte”, che anche tu riconoscerai, intellettualmente onesto come sei, essere troppo generico per indicare il Nord, la bussola non c’è.

C’è solo la consapevolezza, giusta, della complessità della situazione e la naturale vocazione, di una forza non settaria, al confronto e al massimo di unità possibile, sempre e comunque. Ma non c’è una bussola. Non c’è cioè una linea politica chiara, duttile e da “guerra di movimento” capace di reggere il confronto con altre linee e proposte, che invece ci sono. Ed è per questo che a me sembra che così la prospettiva diventi eccessivamente ambigua e confusa.

E’ proprio su quel “portando nostre proposte” che vale la pena di confrontarsi fino in fondo.

Ma prima di entrare nel merito, scusa la franchezza, a me sembra che sia necessario chiarire che cosa voglia dire l’aggettivo “nostre”.

Non credo che quel “nostre” possa prescindere da una discussione collettiva e consapevole, oltre che democratica, nel partito e nella Federazione.

Ovviamente non alludo a posizioni personali o di componenti, aree e correnti, e della loro libera espressione in ogni dove. Io stesso faccio ampio uso di questa libertà, e la considero utile e costruttiva anche quando marca dissensi profondi.

Un’altra cosa, però, sono operazioni politiche condotte trasversalmente alle forze politiche, non discusse collettivamente ed operanti al di la e al di sopra della sola discussione democratica che le può identificare come “nostre”.

Nell’appello in questione, che tratta di un tema sensibile ed importante come quello dell’unità a sinistra, oltre a tante cose assolutamente condivisibili c’è una omissione secondo me decisiva. Non è né ideologico-identitaria, né culturale. E’ squisitamente politica. Non è una pregiudiziale settaria o una qualsiasi idea di arroccamento. E’ la nostra proposta. Nostra perché l’abbiamo discussa, mediata, sintetizzata, condivisa e votata con una larga maggioranza.

Confesso di avere una certa idiosincrasia verso la pratica degli appelli che continuamente, a sinistra, si producono su tutto lo scibile umano. Spesso sono sostitutivi dell’azione e più spesso ancora sono purtroppo allusivi più di una operazione dei firmatari che dell’obiettivo proclamato. Ma non importa, non è questo il punto centrale per me. Anche se è innegabile che quell’appello può essere interpretato in mille modi e favorire così, invece che la chiarezza e l’unità, discussioni pretestuose e foriere di divisioni.

Ma torniamo alla nostra proposta. Si compone, perdonerai che la ripeta (a beneficio dei lettori) e perdonerai la sommarietà della descrizione, di tre obiettivi ben precisi. 1) costruire l’unità di un movimento di lotta contro le politiche delle destre e contro il governo Berlusconi. Sul versante sociale, su quello dei diritti civili e su quello democratico. Per questo abbiamo promosso, aderito e partecipato ad ogni iniziativa, senza misurare il grado di distanza con altri promotori e partecipanti che non fosse l’obiettivo di opporsi al governo. Abbiamo proposto e ci siamo dichiarati disponibili a qualsiasi formula di coordinamento e cooperazione organizzata, stabile ed unitaria, fra tutte le forze politiche e sociali di opposizione al governo. Dobbiamo continuare a farlo perché la crisi, i suoi effetti e le decisioni che ha preso e si accinge a prendere il governo lo impongono. E dobbiamo insistere affinché il movimento di opposizione al governo sia plurale perché solo così può essere unitario. Ogni suggestione che stabilisca che l’unità contro Berlusconi si possa magicamente trasformare in una compiuta proposta alternativa di governo del paese, oltre ad essere infondata, provoca divisioni. 2) costruire l’unità della sinistra anticapitalista, politica e sociale, nella Federazione. Purtroppo le scadenze elettorali, la diffidenza di molti verso una presunta ennesima operazione verticistica, e la difficoltà oggettiva a superare tante divisioni prodotte negli anni passati hanno limitato notevolmente la capacità aggregativa della Federazione. Ma è indispensabile insistere e insistere ancora affinché la Federazione nasca come un processo effettivamente democratico, dal basso, e con la chiarezza politica e culturale sufficiente per aggregare nel tempo tutto ciò che si muove sul terreno della critica radicale al capitalismo contemporaneo e che si propone una alternativa di società. La chiarezza, il tempo e soprattutto la pratica possono vincere diffidenze, dubbi e perfino settarismi. Perciò Giovanni ed io ci siamo permessi di dire che “molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti”. Considerare insuperabili i limiti verticistici e quelli oggettivi del campo ristretto delle forze fino ad ora partecipanti e parlare della Federazione per come essa è oggi al fine di porre poi il problema dell’unità con Sel è un grave errore. E’ come infilarsi, magari inconsapevolmente, in un rapporto nel quale la differenza, che c’è, sulla prospettiva di internità al centrosinistra o meno, viene oscurata, rimandata e sostituita da una falsa dialettica fra vecchio e nuovo, fra nostalgia e innovazione, fra comunisti del secolo scorso e nuova sinistra all’altezza dei tempi, fra sinistra testimoniale e sinistra di governo. Mi spiace dover insistere oggi su questo punto, che consideravo risolto dal congresso del PRC, ma ridurre la Federazione all’unità col Pdci e parlare di unità con Sel senza approfondire la questione del centrosinistra sarebbe un ritorno alla logica che ha ispirato la Sinistra e l’Arcobaleno. Voglio dire con estrema chiarezza che non ho dubbi sulle intenzioni dei firmatari l’appello del PRC. Non credo proprio che qualcuno di essi, tanto meno tu, voglia tornare su questo punto. Ma qui quel che conta, per me, non sono le intenzioni bensì gli effetti pratici di ciò che si propone. Su molti degli altri firmatari, invece, sono sicuro che l’intento sia esattamente quello. E non faccio processi alle intenzioni perché è ciò che dicono ogni giorno apertamente.

Per superare le divisioni non bastano intenti, suggestioni e invenzioni. Bisogna non rimuovere e tentare di superare i problemi che le hanno originate. Ovviamente mi è chiaro che i problemi non si presentano e ripresentano allo stesso modo. Ma la sottovalutazione delle negatività dell’esperienza del governo Prodi, la sopravalutazione dei possibili esiti a sinistra della dialettica interna al PD, le suggestioni leaderistiche prive di contenuti reali e assolutamente interne al bipolarismo, il nuovismo come dogma assoluto e la disinvoltura sui programmi (per cui alle elezioni del parlamento europeo si può presentare una lista con veri e propri “tifosi” del trattato di Lisbona, della NATO e perfino delle più liberiste scelte economiche), permettono che si possa parlare con SEL di unità della sinistra in modo serio? Io mi auguro che SEL si renda conto che una riedizione dell’Unione è impossibile. Che a forza di puntare sugli sviluppi interni al PD rischia di essere usata e perfino assorbita nella sua dialettica interna, magari proprio associandosi a quelle parti interne ed esterne al PD (come il quotidiano Repubblica) interessate a dividere la sinistra fra testimoniali ed addomesticati per i propri scopi. Che a forza di dire “nuovo” prima o poi si debba dimostrare che ciò che si propone sia anche all’altezza dei tempi, sia anche buono e soprattutto sia effettivamente nuovo. Non solo me lo auguro. Vorrei che si facesse di tutto per dialogare, lottare insieme su obiettivi comuni, confrontare culture e proposte, anche strategiche. Vorrei cioè che si discutesse senza anatemi, senza offendere l’interlocutore, senza fare processi alle intenzioni. Al netto degli insulti, delle accuse di stalinismo e perfino di omofobia che, per quanto non abbiano trovato nel gruppo dirigente del PRC nessuna risposta ispirata dalla volontà di rissa, lasciano ferite difficili da curare, io penso che si debba essere coraggiosi a sufficienza per dialogare del futuro senza rinverdire una sola polemica del passato. Senza confondere, però, i problemi che hanno originato la divisione con gli effetti della stessa, per dichiararla superata riscoprendola in un secondo momento più distruttiva di prima. E con la consapevolezza che per discutere del futuro bisogna avere chiaro cosa si prevede e cosa si vorrebbe dal futuro. Ed è il tema del terzo punto della nostra proposta unitaria, ovviamente limitato alla proposta politica.

3) avere una idea di come, contemporaneamente, rispondere alla triplice esigenza di a) fermare l’avanzata delle destre ed approfondire le loro contraddizioni; b) non ricadere nella dialettica distruttiva per cui bisogna per forza essere interni e subalterni al centrosinistra o isolati e testimoniali; c) incidere sul più grave problema democratico del paese che è il bipolarismo. Si tratta della proposta di accordo in difesa della Costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non di governo. Io credo che questa proposta sia chiara, comprensibile, e utile prima che a noi stessi all’obiettivo di battere le destre sommando ciò che il tentativo di un accordo di governo finirebbe invece col dividere sia nella sfera delle forze politiche sia soprattutto nell’elettorato. E’ questa proposta a poter incidere  nella stessa dialettica interna al PD, anche facendo sponda a chi comincia a capire che il bipolarismo è parte del problema della egemonia e della forza delle destre e non la sua soluzione, e a poter fornire un terreno sul quale la sinistra politica e sociale possa ritrovarsi sui propri contenuti. Senza che questi contenuti siano sacrificati sull’altare del governo e soprattutto senza che siano usati dal PD come prova della nostra “irresponsabilità” e “mancanza di realismo” se non come prova della nostra “indifferenza” alla possibile vittoria delle destre.

Non credo proprio che queste “nostre proposte” siano superate. Il fatto che siano difficili da realizzare, come tutto del resto, non significa che siano impossibili. Anzi!

Ovviamente penso siano suscettibili di essere cambiate, anche radicalmente, in presenza di evoluzioni della situazione che giustifichino una ridiscussione così profonda. Ma non credo debbano essere messe in mora, parlo soprattutto della terza, in attesa di possibili evoluzioni. Questo si sarebbe proprio non avere nessuna bussola ed essere in balia dei progetti altrui, sperando che prendano la piega giusta.

Tutto qui, caro Luigi. Non so se è molto o è poco. Ma è tutto qui.

Con grande e sincero affetto.

Ramon Mantovani

Uniti si! Ambigui e confusi no!

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , on 23 maggio, 2010 by ramon mantovani

La crisi capitalistica, oltre ad approfondirsi costringe chi non si propone di metterne in discussione la natura strutturale, a fare proprie le politiche monetariste e liberiste dell’Unione Europea e della Banca Centrale. E’ così che in Italia governo e centrosinistra si accapigliano su tutto tranne che sul punto più importante: i sacrifici. Possono litigare sui tempi e sui modi, su questo o quel dettaglio, ma non sulla necessità di enormi tagli per salvare il sistema economico e per soddisfare gli appetiti del capitale speculativo. Tutto questo è destinato a produrre una macelleria sociale. Con un’opposizione parlamentare incapace di contestare le scelte di fondo capitalistiche, che invece vengono addirittura assunte come base per criticare il governo e per richiamarlo ad una maggiore coerenza con esse, i tagli draconiani sono destinati a produrre malcontento e sofferenze di ogni tipo, ma non una resistenza capace di accumulare forze e di preparare una alternativa. In questo contesto i sentimenti di egoismo sociale, le guerre fra poveri e la distanza dalla politica, comunque declinata nel bipolarismo, sono cose destinate a crescere. Mai come oggi sarebbe necessaria una sinistra politica unita che “torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana” (come recita il titolo di un recente appello di alcuni esponenti del PRC, del Pdci, di SEL e di alcune personalità della sinistra). Ma, a nostro parere, senza chiarezza politica e programmatica su due questioni fondamentali l’unità è destinata ad infrangersi, producendo nuove divisioni. E il “ruolo importante” è destinato ad essere un ruolo comprimario nel centrosinistra. La prima è che la radicalità della critica al sistema capitalistico finanziarizzato, che è la causa della crisi, non può essere un dettaglio sacrificabile sull’altare di una alleanza contro Berlusconi. La seconda è che senza una battaglia durissima contro il bipolarismo la politica ufficiale (tutta senza distinzioni) è destinata a separarsi definitivamente dalla società. Mentre per altre forze questo è perfino utile, giacché il “governo dell’esistente” nel tempo del capitalismo contemporaneo ha bisogno di essere indifferente alle conseguenze sociali delle proprie scelte, per la sinistra è esiziale. A meno che non si voglia essere sinistra liberale. O che si voglia confondere l’interesse di un ceto politico a ricavarsi uno spazio istituzionale nel centrosinistra con gli interessi delle lotte e delle classi subalterne.

Per questo noi insistiamo nel dire, come è scritto nel documento fondativo, che la Federazione della Sinistra deve essere costruita come l’unità della sinistra politica e sociale anticapitalista e che deve essere indipendente dal centrosinistra. Per questo ribadiamo, come ha votato a larghissima maggioranza il CPN del PRC, che col centrosinistra si deve fare un accordo in difesa della costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non un accordo di governo. Per questo diciamo, sommessamente ma con fermezza, che parlare della Federazione come se questa avesse già unito il possibile (mentre molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti) proponendo poi l’unità con SEL e glissando sull’internità o meno al centrosinistra, è un grave errore. Non di manovre trasversali delle correnti dei diversi partiti e non di suggestioni unitarie senza chiarezza abbiamo bisogno. Serve una prospettiva unitaria chiara su progetto e contenuti, a partire dalle cose che già abbiamo insieme deciso. Il corpo militante che in questi anni ha resistito e combattuto contro tutti e tutto per mantenere in vita Rifondazione, e che sarà presto chiamato a decidere nei congressi della Federazione e del partito, merita che il gruppo dirigente sia chiaro e non dilaniato da incomprensibili lotte correntizie.

Ramon Mantovani

Giovanni Russo Spena

Pubblicato su Liberazione il 22 maggio 2010

Settarismo? C’è di peggio!

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , on 6 febbraio, 2010 by ramon mantovani

L’editoriale di Grassi (Liberazione del 3 febbraio 2010) ha il merito si sollevare un problema esistente ma, a mio avviso, sbagliando in parte analisi e bersaglio della polemica. Il settarismo, da sempre, è l’idea che il proprio progetto si alimenti e cresca attraverso la separazione e smascheramento di altri progetti politici. E’ per sua natura debole giacché apparentemente, attraverso proclami e “frasi scarlatte”, predica grandi prospettive e in realtà, invece, teme che qualsiasi rapporto unitario possa far degenerare il proprio progetto e perfino la propria identità. In soldoni, oggi, se si fa un accordo col PD, perfino solo elettorale, c’è chi grida al tradimento e allo snaturamento di Rifondazione. Fin qui, diciamo così, siamo nel classico. Ma questo è solo un aspetto, e non principale, del problema. Il vero centro della questione risiede nella debolezza del progetto e in una concezione della politica totalmente subalterna a quella dominante. Se non si discute seriamente di questo si finisce col dividersi in due partiti contrapposti, che si accusano reciprocamente di settarismo e di opportunismo e che, ed è questa la cosa più grave, sono incapaci di riconoscere le verità interne reciproche. La risposta di Bellotti (Liberazione del 5 febbraio 2010) a Grassi è sintomatica. Entrambe le posizioni assumono le elezioni regionali e gli “accordi e alleanze” come centrali e criticano unilateralmente la posizione avversa assolutizzando la propria. Non è vero, e qui ha ragione Grassi, che il non fare accordi porta più consensi e fa crescere le lotte e il nostro progetto politico. Si tratta di una pura illusione. Ma non è vero, e qui ha ragione Bellotti, che facendo gli accordi ci si rafforza e non si corre il rischio di essere in balìa del progetto del PD. Anche il pensare che le “alleanze” siano in quanto tali più “politiche”, e quindi più efficaci, è una pura illusione. Noi, spero tutti, diciamo che la ricostruzione dei legami sociali, delle lotte, della coscienza di classe, della solidarietà, sono il centro del nostro progetto politico. Il “partito sociale” è l’anima sia del progetto della rifondazione comunista sia dell’unità possibile della sinistra anticapitalista. Non è, o non dovrebbe essere, un accessorio magari propagandistico al servizio della collocazione nel quadro politico e usato strumentalmente per difendere o criticare scelte meramente tattico-elettorali. La forza e la natura del nostro progetto risiede proprio qui e non può derivare dal tipo di rapporto instaurato con altre forze nelle elezioni. Ma ci vorranno anni e anni di duro e silenzioso lavoro sociale per dare corpo e forza alla nostra strategia. E’ qui l’attuale debolezza del nostro progetto. Debolezza di insediamento, di capacità di unificare le lotte e di contrasto culturale dell’egemonia capitalistica sulla società. Ogni illusione “alleantista” o “isolazionista” è una scorciatoia praticata la quale ci fa tornare al punto di partenza, sempre più indeboliti proprio per le divisioni e contrapposizioni che entrambe le illusioni producono. Ma le elezioni, intanto, ci sono e non attendono l’implementazione del nostro progetto. Io dico che vanno vissute con la coscienza che sono un terreno avverso. Sia perché la logica del maggioritario e della personalizzazione della politica ha lavorato a fondo nella concezione che le masse hanno  delle istituzioni. Sia perché qualsiasi scelta si faccia, accordi si accordi no, il livello delle controindicazioni e perfino delle contraddizioni è altissimo. Non si può ignorare, come secondo me fa Grassi, il rischio di essere percepiti “uguali agli altri”. Rischio, secondo me, esistente anche se non si fanno accordi e si è privi di solidi legami sociali. Come non si può ignorare, come secondo me fa Bellotti, l’esistenza del problema della riduzione del danno e della utilità del voto. Non si può, cioè, ragionare come se le istituzioni e la politica corrente fossero fuori dal tempo e dalla storia. Bisogna vivere il problema fino in fondo. Ma un cosa è viverlo come un passaggio tattico necessariamente contradditorio ed un’altra è viverlo facendolo diventare un fatto strategico e addirittura identitario. C’è, infine, una questione che Grassi solleva giustamente, almeno così penso io, ma confondendola con il classico settarismo. Si tratta, ed è molto peggio del settarismo, della subalternità diffusa alla politica dominante che investe anche aree non piccole di militanza. Spesso non si discute correttamente e seriamente, sulla base di accurate analisi dei pro e dei contro, con la consapevolezza delle difficoltà, e si ragiona, invece, in termini di suggestioni superficiali, dividendosi in tifoserie. Come nel caso dei candidati a “governatore”. Ancor più spesso si discute sulla base di illazioni, dietrologie e pettegolezzi dei mass media. Ogni divergenza, magari tattica, diventa un dramma e da luogo a scomuniche e accuse terribili, spesso pubbliche. Ci vuole un gruppo dirigente che non lisci il pelo a questo modo di concepire e praticare la militanza politica e che dia l’esempio.

Ramon Mantovani

Pubblicato su Liberazione il 6 febbraio 2010