Archivio per legge elettorale

Siamo morti?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Lo stato d’animo non è dei migliori. Eppure bisogna cercare di essere lucidi. E di ragionare.

Non partecipo all’orgia dei social network, sui quali si può leggere di tutto, tranne analisi serie e l’individuazione dei veri problemi del paese e della sinistra.

So bene di andare completamente e sempre più controcorrente.

Ma se alle analisi si sostituiscono spiegazioni superficiali e alle proposte gli slogan invece che capirci qualcosa si finisce per non capire più nulla. E invece di cercare la strada giusta si finisce in un labirinto. In questo modo non si sviluppa nessuna discussione utile. Con il battibecco, con gli scontri verbali, con gli insulti e le iperboli di tutti i tipi si distrugge tutto e si partecipa attivamente a fomentare i peggiori istinti che covano nella società.

Detto questo, parliamo delle elezioni. Esaminando i dati della Camera senza voto estero e i 617 seggi attribuiti con il “porcellum”.

I votanti sono calati di 2 milioni 600 mila unità.

Il centrosinistra ha perso 3 milioni e mezzo di voti.

Il centrodestra 7 milioni e duecentomila.

Sono quasi undici milioni di voti in meno ai due schieramenti maggiori.

Il Movimento 5 Stelle ha avuto 8 milioni e 700 mila voti.

Lo schieramento di centro (nel 2008 solo UDC con poco più di 2 milioni di voti) ha avuto 3 milioni e 600 mila voti.   

Ho appositamente omesso le percentuali perché, oltre ad essere conosciute, secondo me oscurano l’enormità degli spostamenti di voto che ci sono stati e falsano la percezione del significato politico del voto.

Ora proviamo a guardare i risultati utilizzando un altro punto di vista.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto circa 22 milioni e mezzo di voti. Circa il 63 % sui votanti. Nel parlamento avevano più del 90 % dei seggi.

Ora vediamo i seggi.

Il centrosinistra con il 29,54 % dei voti prende 340 seggi pari al 54 % dei seggi totali. Il premio di maggioranza è del 24,5 %. Quasi un raddoppio dei seggi.

Il centrodestra con il 29,18 % dei voti prende 124 seggi pari al 20 % dei seggi totali. Lo 0,35 % in meno determina una differenza in seggi di 216 unità.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto 454 seggi (senza SEL e Lega Nord) pari al 73 % dei seggi totali, contro il 63 % dei voti.

SEL con il 3,2 % conquista 37 seggi. La Lega Nord con il 4,08 % conquista 18 seggi. Prende più voti di SEL ma metà deputati rispetto a SEL.

L’UDC con l’1,78 % dei voti prende 8 seggi. Il Centro Democratico con il 0,49 % dei voti prende 6 seggi. Fratelli d’Italia con l’1,95 % dei voti prende 9 seggi. Rivoluzione Civile con il 2,25 % dei voti prende zero seggi.

Un deputato del PD vale 29603 voti. Uno di SEL  29444 voti. Uno del PDL 75594 voti. Uno del Movimento 5 Stelle 80455 voti.

Prima di passare alle considerazioni politiche non si può non valutare il tasso di democraticità della legge elettorale.

Si tratta di una legge altamente deformante la volontà popolare, che quindi partorisce un parlamento non rappresentativo.

Credo basti leggere i dati che ho più sopra citato e che non sia necessario argomentare oltre per dimostrare la giustezza del mio giudizio.

Intanto, però, questa legge è in vigore da molto tempo ed è la terza volta che viene applicata.

Il sistema politico è stato trasformato da questa legge, i partiti si sono modellati su questa legge, gli elettori quando pensano a votare e a scegliere lo fanno sulla base dei meccanismi imposti dalla legge, i mass media ne amplificano tutti gli effetti più deleteri. Quella precedente era anche peggio. Non posso ora, per brevità, argomentare e dimostrare il perché. Come è di gran lunga peggiore quella degli enti locali, che è presidenzialista, ultramaggioritaria e inquinata dalle preferenze.

Vorrei ricordare a tanti che in Italia il maggioritario è stato proposto da Segni, appoggiato dal PDS e dalla Lega (allora forza emergente), come soluzione del problema della corruzione e come “riavvicinamento” del sistema politico ai cittadini. Il risultato e sotto gli occhi di tutti. Più corruzione, partiti ultrapersonali (PD e SEL compresi), distanza abissale fra sistema politico e cittadinanza, talk show dieci volte più importanti del parlamento, e potrei continuare.

Ovviamente non tutto quello che le ultime elezioni ci hanno messo sotto gli occhi è dovuto al sistema elettorale. Nei vent’anni di maggioritario tutti i diritti conquistati in decenni di lotte sono stati messi sotto attacco. Il lavoro è stato svalorizzato, il mercato finanziario è diventato il vero sovrano al quale i governi hanno obbedito, una generazione vive ormai ben peggio dei propri genitori, la guerra è diventata uno strumento ordinario della politica internazionale del paese e dell’occidente, l’istruzione e la sanità, oltre che l’acqua e gli altri servizi pubblici, sono stati potentemente privatizzati. Anche qui potrei continuare a lungo.

Ma tutte queste modificazioni della realtà sociale sono state possibili attraverso le relative leggi, che anche quando hanno suscitato proteste, lotte e resistenze, sono state approvate dal parlamento maggioritario senza battere ciglio. Quando qualcuno si è opposto, tentando di dare voce alle lotte, è stato accusato di voler fare il gioco dell’avversario, ricattato, diviso e ridotto all’impotenza. I contenuti sono diventati un accessorio strumentale nella vera contesa che era l’alternanza fra centrodestra e centrosinistra, uniti dal feticcio della governabilità interna alle compatibilità imposte dal mercato.

L’intreccio fra maggioritario e ristrutturazione sociale sulla base dei puri interessi capitalistici e finanziari è potentissimo.

Oggi il sistema sociale e quello politico non reggono più, di fronte alle conseguenze della crisi. Ma la sinistra reale, al contrario di tutti gli altri paesi europei, si è presentata all’appuntamento logorata da venti anni di divisioni e ormai ridotta nei fatti, persino indipendentemente dalla sua stessa volontà, esattamente alle due varianti previste per essa dalla logica del maggioritario: quella interna al bipolarismo condannata a non influire minimamente sulla sostanza del governo, e quella testimoniale espulsa dalle istituzioni.

Senza tenere conto di questo contesto, cui ho accennato finora, non si può capire la portata della sconfitta, e si finisce con lo scambiare gli effetti per le cause o, peggio ancora, per coltivare illusioni circa soluzioni miracolistiche dell’enorme problema con il quale ci si deve confrontare.

Tenendo conto di questo contesto, invece, si può affrontare meglio anche la discussione circa le responsabilità soggettive delle forze politiche ed anche di quelle sociali, a cominciare da quelle dei sindacati e delle organizzazioni della società civile.

Cosa ci dice il risultato elettorale?

Ci dice tre cose:

1) il bipolarismo è morto. Ci sono 4 poli in parlamento. E nonostante il meccanismo maggioritario nessun governo è possibile senza un accordo post elettorale. Sono centrodestra e centrosinistra gli sconfitti e al loro interno le forze minori, come SEL, risultano irrilevanti. Il centro è cresciuto ma non a sufficienza per colmare l’esodo dei voti contrari alle politiche europee e di massacro sociale.

2) un movimento indefinito sul piano ideologico ed ideale, con un programma vago e in molti punti contraddittorio, identificato con un leader predicatore, ha raccolto tutti i voti di protesta.

3) la sinistra reale è irrilevante nel senso pieno del termine. Non è “apparsa” irrilevante. Lo è. Nel senso che per quanto portatrice di contenuti giusti (in molti casi sovrapponibili e in altri parecchio più avanzati e progressisti rispetto al Movimento 5 Stelle), per quanto propositrice di misure serie contro la crisi e i responsabili della crisi, per quanto espressione e vicina a tutte le esperienze di lotta e sociali, nulla ha potuto né contro il “voto utile” né contro il voto di protesta.

Il bipolarismo è morto. Ma invece che prenderne atto sia il PD, sia il PDL, sia il centro, parlano dell’emergenza dell’ingovernabilità. Non so attraverso quali acrobazie, ma prevedo che il governo temporaneo che nascerà, oltre a tenere fede a tutti i diktat della tecnocrazia europea e della finanza, tenterà di “riformare” legge elettorale e istituzioni per garantire la “governabilità”, e cioè il governo dell’esistente con una possibile alternanza.

Il Movimento 5 Stelle conterà esattamente su questo per gonfiarsi e trasformare la protesta in rappresentazione della volontà di cambiamento. Ma cambiamento in quale direzione? Se i tre poli, al netto di finte divisioni e competizioni, sono d’accordo sulla sostanza della politica economica e sono d’accordo sul principio di “governabilità” (non a caso di nuovo mantra dei mass media come nei primi anni 90), hanno una strada obbligata davanti a se. Del resto soprattutto PD e PDL, essendo partiti modellati sul maggioritario e sull’obiettivo di governo dell’esistente, possono cedere sui “privilegi” e i costi della politica, mentre non possono proporre una svolta democratica. Per esempio una legge elettorale proporzionale. Perfino se il PDL e il centro lo facessero troverebbero la fiera opposizione del PD. Mentre sui contenuti avanzati ogni strada gli sarebbe preclusa, sotto la voce privilegi e costi della politica il Movimento 5 Stelle potrebbe anche votare diversi provvedimenti, prendendosi il merito di aver obbligato la “casta” ad ingoiarli. Ma sarebbero in gran parte la realizzazione del sogno estremista liberale. Per fare un solo esempio, eliminazione del finanziamento pubblico e delle strutture di partito (e così, come negli USA, l’elaborazione dei progetti politici e di legge sarebbero appannaggio delle lobbies dei poteri forti). Mentre sulla legge elettorale il Movimento 5 Stelle non ha alcuna posizione. Tranne quella dell’apologia delle preferenze. Non è dato sapere se sia maggioritario o proporzionalista. Se voglia un sistema presidenzialista o meno. Se pensi che la funzione del parlamento debba essere di mero controllo del governo o di effettivo potere legislativo.

Cosa direbbe e soprattutto cosa farebbe se PD e PDL trovassero un accordo su un sistema elettorale maggioritario a doppio turno e su un sistema istituzionale presidenzialista? Stando al programma ufficiale del Movimento 5 Stelle potrebbero votare tranquillamente a favore, ottenendo che i parlamentari non facciano più di due mandati, che non possano svolgere nessuna altra attività e che non abbiano gli attuali residui privilegi.

È una “previsione” puramente astratta. Ma è plausibile stando al programma ed anche alle numerose esternazioni di Grillo, che mentre ha urlato contro la casta e i partiti ha sempre evitato accuratamente di definirsi su una quisquiglia come la legge elettorale e la forma dello stato.

Comunque non è il momento di esercitarsi a fare previsioni e ad indovinare i contorsionismi della politica spettacolo.

Ripeto che solo in Italia la sinistra che condivide il 95 % dei contenuti si presenta divisa alle elezioni. Li condivide sulla crisi e sulle cause e responsabilità della stessa, sulle proposte per uscirne, sul fiscal compact, sul pareggio di bilancio in costituzione, sul lavoro e sulla piattaforma della FIOM, sulla precarietà, sul reddito di cittadinanza, sui beni comuni da sottrarre ai privati, sulla scuola e sanità pubblica, sui diritti civili, sui diritti degli immigrati e così via. Non credo di esagerare. È così.

Gli elettori di sinistra oggi sono divisi fra SEL, Rivoluzione Civile, e Movimento 5 Stelle. In quest’ultimo sono una parte, purtroppo credo non maggioritaria, perché si può essere contro la casta anche da destra, contro l’euro e contemporaneamente contro gli immigrati, e così via. Ma non c’è alcun dubbio che tantissimi elettori di sinistra abbiano votato il Movimento 5 Stelle, con le più svariate motivazioni, spesso contraddittorie fra loro.

In altri paesi europei a sinistra ci sono partiti comunisti, coalizioni comprendenti partiti comunisti e non, partiti di sinistra, movimenti comprendenti più partiti. Insomma, si possono trovare tutte le formule organizzative unitarie e i modelli di partito. Nella crisi crescono considerevolmente fino ad esprimere, proprio dove la crisi è più acuta, la possibile alternativa di governo. Come in Grecia.

Davvero si può considerare seria una discussione, che già vedo profilarsi come al solito, che mette al centro le formule organizzative unitarie? Come se SEL e Rivoluzione Civile fossero divise dalla concezione organizzativa dell’unità e non, invece, dalla logica bipolarista? Davvero è una questione di efficacia del leader in TV? Davvero se cambiassimo tutti i dirigenti e li sostituissimo con giovani risolveremmo i problemi? Davvero se ogni forza pensasse di distinguersi maggiormente dalle altre, con conseguente proliferare di ancor più liste, una di queste potrebbe aspirare a vincere la battaglia egemonica e ad unificare tutto ingrandendo se stessa?

Cosa ci impedisce di fare come Izquierda Unida? O come il Front de Gauche? O come la Linke? O come Syriza? Trovando anche in Italia la formula organizzativa democratica adatta ad unire e non a dividere? Cosa ce lo impedisce?

Purtroppo la risposta è duplice: ci sono due cose che ci hanno fino ad ora diviso irrimediabilmente.

La prima è il maggioritario e le due tendenze figlie del bipolarismo: dentro il centrosinistra a non contare nulla e apparendo agli occhi di buona parte della nostra gente come opportunisti, oppure fuori senza speranza di incidere su nulla e per giunta con il sospetto della nostra gente che l’unico obiettivo vero siano i posti.

La seconda è l’internità di tutta la sinistra, comunque collocata rispetto al centrosinistra, nel sistema politico separato dalla società.

Con la prima risposta si spiegano gli insuccessi di SEL e Rivoluzione Civile. Con la seconda il voto di gran parte della nostra gente al Movimento 5 Stelle.

Se tutto ciò è anche solo parzialmente vero, e se vogliamo lavorare affinché in Italia ci sia una sinistra che torni a contare nella società e quindi anche elettoralmente, si deve tener conto di entrambe le risposte insieme. Perché altrimenti la soluzione è totalmente sbagliata ed inefficace.

Si può, in presenza della crisi del bipolarismo, unire sui contenuti e sulla democrazia, ed essere alternativi al sistema politico separato, nel tempo nel quale anche l’alternatività del  Movimento 5 Stelle sarà messa alla prova dei fatti.

Il Partito della Rifondazione Comunista, con i suoi difetti e con le ferite subite dalle innumerevoli scissioni, non è morto. Ed ha sempre dato prova di non pensare soprattutto a se stesso ed ai posti nelle istituzioni. È stato indubbiamente il più generoso in tutte le iniziative di lotta ed unitarie. Ha un gruppo dirigente che certamente non è il migliore del mondo, ma che ha saputo e voluto resistere a tutte le lusinghe e tentazioni a separare il proprio destino da quello dei militanti e delle classi subalterne, per trovarsi un posto sicuro nel centrosinistra. Ha militanti, donne ed uomini, il cui valore ed attaccamento ai principi ed ideali comunisti, si vede proprio oggi, nel massimo della difficoltà.

Questo nostro partito ha imparato a resistere. Saprà imparare a ripensare se stesso come una parte indivisibile e incancellabile dentro una più vasta aggregazione di sinistra anticapitalista.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione.it il 28 febbraio 2013

Morte ai partiti? (parte prima)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 1 giugno, 2012 by ramon mantovani

È in atto una potentissima campagna distruttiva della democrazia rappresentativa. L’obiettivo è compiere definitivamente il passaggio ad una “democrazia” autoritaria, priva di qualsiasi riferimento sociale, tecnocratica in quanto esplicitamente priva di alcun potere reale in economia.

La effettiva forza ed ampiezza di tale campagna si deve a due fattori, che tenterò di analizzare spero non superficialmente.

1) la sintonia (e quindi l’apparente oggettività e naturalità) dei progetti autoritari e tecnocratici con l’evoluzione del sistema economico e politico e soprattutto con il modello sociale prodotto, negli ultimi trenta anni, dalla globalizzazione capitalistica.

2) la degenerazione, dei partiti prodotta dal triplice effetto dei mutamenti economico-sociali,  dai referendum contro il proporzionale degli anni 90 con il conseguente passaggio al sistema “bipolare” e, infine, dalla spinta complessiva dei mass media che ha partorito la “politica spettacolo”.

Senza la bussola della ricerca dei nessi fra diversi fattori ed avvenimenti e soprattutto senza un’analisi delle cause profonde dei processi politici si finisce, come capita di vedere a chiunque legga i giornali e assista ai talk show televisivi in questi giorni, con lo scambiare gli effetti per le cause. Arrivando a descrivere una realtà virtuale nella quale ogni fatto è il semplificato prodotto delle azioni di poche persone (i leader) e non il prodotto, appunto, dell’ambiente nel quale nasce, si sviluppa, si compie e delle forze concrete che in esso si muovono.

In questo scritto tenterò anche di confutare alcuni luoghi comuni imperanti circa il finanziamento pubblico ai partiti, le preferenze e il cosiddetto “parlamento dei nominati”, le primarie, la “legalità”, la “democrazia diretta” referendaria e la “vera” informazione politica.

 

Gli antecedenti

 

Le istituzioni politiche, i parlamenti, i sistemi politici ed i partiti non sono mai astratti. Non esiste un loro predominio assoluto sulla società tale da plasmarla secondo la loro volontà. Sono il riflesso complesso dei rapporti sociali, dei poteri economici, della cultura dominante. E a loro volta li influenzano in un costante rapporto dialettico. Possono essere la mera incarnazione del dominio elitario di una classe sociale con il corollario ideologico liberale (nella storia volentieri tradito e contraddetto dalla borghesia se minacciata nei suoi privilegi, fino all’aberrazione del fascismo e del nazismo) o il luogo (mai neutro) della competizione e della mediazione fra interessi di classe diversi e contrapposti, sulla base di un compromesso e di un modello sociale condiviso.

So bene che queste affermazioni sono incomplete ed anche sommarie. Tuttavia sono, secondo me, inconfutabili ed indispensabili.

Mi basta fare un esempio per spiegarmi meglio.

Da ormai molto tempo in Italia la “democrazia americana” è indicata come esempio da seguire, come la democrazia migliore e più chiara. L’ho sentito dire ancora, di recente, dal guru televisivo Michele Santoro. Si parla della elezione “diretta” del Presidente degli USA come di una reale e concreta possibilità di decisione da parte degli elettori. In pensosi articoli sui maggiori quotidiani e in innumerevoli disquisizioni nei talk show (soprattutto quelli considerati antiberlusconiani) si paragona sempre la “confusione” e “instabilità” del sistema italiano composto da “troppi” partiti con la linearità e chiarezza di quello USA. I mass media seguono passo a passo con grande rilevanza le primarie, descritte come immensamente democratiche. Ognuno/a può fare appello alla propria memoria e verificare se ciò che ho appena scritto è falso oppure esagerato.

Orbene, non bisogna essere uno studioso o un accademico per sapere che il sistema istituzionale ed elettorale degli USA è ancora oggi sostanzialmente lo stesso di quando votavano poche centinaia di migliaia di maschi (circa 350mila su 10 milioni di abitanti degli stati che allora componevano gli USA nel 1824), o pochi milioni, sempre di maschi, dopo la fine della guerra civile (circa 5 milioni su 40 milioni nel 1870). Gli elettori non votano affatto direttamente per il Presidente. Votano per eleggere i delegati di ogni stato ad una assemblea che poi voterà effettivamente il Presidente. Ma in ogni stato tutti i delegati vengono assegnati alla lista che prende anche un solo voto in più dell’altra. Può succedere, ed è successo nel 2000, che un candidato prenda 600mila voti in più dell’altro ma che non venga eletto perché l’altro ha conquistato più delegati. Dopo il suffragio universale femminile degli anni 20 solo nel 1965 è stata cancellata la “prova” che gli aspiranti elettori dovevano sostenere per dimostrare di  non essere analfabeti, di parlare inglese e di possedere un minimo di cultura. Ma ancora oggi per votare bisogna andare ad iscriversi alla lista elettorale. Non c’è alcun automatismo fra cittadinanza e diritto di voto. Normalmente i partiti, che dato il sistema non possono essere che due, scelgono i candidati con elezioni primarie. Ma non c’è norma costituzionale o legislativa che regoli le primarie, che infatti possono essere fatte in molti modi diversi. Anche le primarie hanno però generalmente un sistema analogo a quello elettorale presidenziale. Ogni stato vota i delegati alla convenzione del partito secondo il principio piglia tutto del maggioritario (ma non lo stesso giorno) e in corso d’opera i rivali, che magari si sono anche insultati a lungo, si mettono d’accordo per spartirsi presidenza, vicepresidenza e posti nell’eventuale governo, alla faccia dei partecipanti alle primarie degli stati nei quali si era già votato prima dell’accordo. Come è noto le campagne per le primarie e per le presidenziali sono esplicitamente finanziate da banche, multinazionali, assicurazioni, industrie e potentati vari a suon di centinaia di milioni di dollari. Gli elettori delle primarie, come poi delle presidenziali, non possono fare altro che essere tifosi di un candidato. Non hanno alcuno strumento per decidere null’altro che non sia il voto al loro leader.

Così si vota negli USA. La spudoratezza di chi indica questo sistema come “la più grande e migliore democrazia del mondo” è propria degli imbroglioni. Non certo di chi ha a cuore la partecipazione della cittadinanza alle decisioni politiche.

Anche in Italia votava una piccola parte della popolazione (maschile). Nel 1900 circa 1 milione 400mila su 33 milioni e mezzo di abitanti contro i circa 14 milioni su circa 77 milioni di abitanti degli USA. Il paragone è fra votanti e popolazione assoluta giacché è impossibile fare un paragone corretto sugli “aventi diritto”. Basti dire che in Italia gli “aventi diritto” iscritti alle liste elettorali nel 1900 erano solo 2 milioni e mezzo su 33 milioni e mezzo di abitanti. Nel 1948, con il suffragio universale femminile in entrambi i paesi, in Italia votano circa 27 milioni su circa 46 milioni di abitanti e negli USA circa 49 milioni su circa 150 milioni di abitanti.

Chiunque sia minimamente in buona fede e creda (al contrario che il sottoscritto) che la democrazia si misuri sostanzialmente con le elezioni dovrebbe trarre da questi semplici dati alcune banali considerazioni.

È evidentissimo che un sistema politico ed elettorale nato per scegliere il personale di governo con i voti di una elite è organizzato in un certo modo e non in altri. Nella elite dominante negli USA avevano tutti gli stessi interessi e concezione della società. Le differenze erano minime e comunque non c’era antagonismo. Il sistema della scelta dei delegati statali e della convenzione nazionale sia per le primarie sia per le elezioni vere e proprie era coerente con la base elettorale che doveva essere rappresentata. I due partiti sono sempre stati due grandi comitati elettorali e basta. Nulla a che vedere con i partiti previsti nella costituzione italiana. Anche in Italia quando votava solo l’elite il sistema era maggioritario (e si potevano perfino votare, con il sistema delle preferenze, candidati di liste diverse allo stesso tempo). A dimostrazione che quando vota l’elite il sistema è congeniale alla selezione dei rappresentanti dell’elite e basta. Si tratta cioè più di scegliere persone che indirizzi e opzioni alternative fra loro. Nel 1900 il Partito socialista prese il 6,5 % e le due liste principali furono “Ministeriali” (58,27 %) e Opposizione Costituzionale (22,83 %).

Che negli anni 2000 negli USA si voti con un sistema identico a quello che c’era quando votava solo l’elite, che sia ancora necessario andare ad iscriversi alle liste per poter votare, che possa vincere chi prende meno voti assoluti, che i partiti esistano solo per le elezioni ecc non è solo una tradizione curiosa. È l’effetto del modello sociale individualistico e totalmente subalterno al mercato ed al tempo stesso è causa della sua perpetuazione. Se in Italia nel 1948 vota la maggioranza assoluta della popolazione e addirittura il 92,2 % degli aventi diritto è l’effetto della sconfitta del fascismo, dell’affermarsi di un diverso modello sociale e soprattutto di una concezione della democrazia fondata sulla rappresentanza di interessi diversi ed antagonistici fra loro. Al netto della nascente guerra fredda, dei suoi riflessi sulla campagna elettorale e perfino delle scomuniche del Vaticano a chi votava Fronte Popolare, che comunque erano dimostrazioni che alle elezioni si poteva scegliere fra opzioni realmente alternative, la partecipazione fu il dato saliente. I partiti erano di massa, organizzati e radicati sul territorio, funzionavano sulla base di regole democratiche al proprio interno e selezionavano rappresentanti sulla base della loro qualità e del ruolo che avrebbero dovuto svolgere nelle istituzioni. Il Partito comunista e quello socialista eleggevano lavoratori in gran quantità. A dispetto e non grazie alle preferenze, previste nella legge elettorale. Torneremo ancora sulla questione delle preferenze. Ma vale la pena qui di ricordare che quando si discusse la legge elettorale dopo la guerra in Italia ci fu una fortissima divisione fra proporzionalisti e uninominalisti. I proporzionalisti erano comunisti, socialisti e altri progressisti, gli uninominalisti erano i liberali ed altri conservatori. Le abili mediazioni di Nenni, che era il Presidente della commissione incaricata di elaborare la legge elettorale per la Costituente, e i rapporti di forza che vedevano soccombere i liberali portarono ad un compromesso: legge elettorale proporzionale alla Camera con preferenze, uninominale con correzione totalmente proporzionale al Senato. In altre parole le preferenze entrarono nella legge elettorale per la necessità di raggiungere un compromesso con i conservatori e i nostalgici del sistema fondato sulla elezione delle persone invece che dei partiti. Le preferenze sono nate cioè come rimasuglio del sistema elitario antecedente la guerra. Mentre i comunisti e, fino ad un certo punto, i socialisti bloccavano di fatto le proprie liste con le indicazioni delle preferenze date dalle direzioni dei partiti (rispettate da centinaia di migliaia di iscritti) e con il divieto assoluto di svolgere qualsiasi campagna personale per i candidati, è difficile non vedere come negli altri partiti le preferenze portarono velocemente ad una loro degenerazione localistica e correntizia, per non parlare delle clientele e dei voti di scambio con la mafia.

 

Ma sul tema delle preferenze torneremo più avanti.

 

Intanto, a questo punto, dovrebbe essere chiaro che non esiste un sistema politico istituzionale che non contenga dentro di se i segni del modello sociale ed economico che dovrebbe rappresentare e governare.

 

Sull’Italia del dopoguerra, sul sistema economico fondato sulla produzione di beni materiali e non sulla speculazione finanziaria, sul modello sociale fondato sul mercato interno, sulla concezione dinamica del conflitto sociale e di classe come motore della modernizzazione del paese ecc. ho già scritto lungamente nell’articolo diviso in due parti pubblicato qui su questo blog nel settembre del 2010 dal titolo: “perché dovremmo dividerci fra settari e governisti?”.

Posso quindi evitare di ripetermi.

 

Vale la pena di ricordare brevemente che i partiti erano di massa, organizzatissimi e radicati in ogni angolo del paese. Erano catalizzatori della partecipazione popolare al governo della cosa pubblica, promotori di cultura e luogo di discussioni serie ed approfondite su ogni aspetto della vita del paese. Erano democratici al loro interno nel senso che ci mettevano mesi a fare una discussione congressuale capillare che permetteva ad iscritti ed anche simpatizzanti di partecipare effettivamente alla determinazione della linea politica e alla scelta dei dirigenti. Rappresentavano classi e comunque, anche per i partiti interclassisti come la DC, pezzi di società ben definiti. I rapporti fra i partiti erano quindi rapporti di scontro o alleanza fra classi sociali e categorie sociali. La repubblica parlamentare che considerava il governo, per quanto importante fosse, secondario rispetto al parlamento era tale proprio perché in parlamento le alleanze finalizzate alla conquista di obiettivi potevano e dovevano realizzarsi più facilmente. Si potrebbe fare un lunghissimo elenco delle cose che le mobilitazioni popolari e sindacali conquistarono con il varo di leggi votate in parlamento a dispetto del governo in carica o con una divisione esplicita delle forze che sostenevano il governo sul merito della decisione presa. Il sistema proporzionale induceva i cittadini a votare per il partito nel quale si riconoscevano per ideologia, per appartenenza di classe, e del quale condividevano il programma politico. I cosiddetti “costi della politica” erano immensamente inferiori a quelli di oggi. L’informazione della carta stampata, per quanto di parte fosse, non era scandalistica ed era improntata al commento e al dibattito sulle posizioni e atti compiuti dai partiti e non sulle dietrologie e sui capricci dei leader. La televisione pubblica, pur dominata dalla democrazia cristiana, in occasione delle elezioni doveva dare lo stesso spazio a tutti i partiti concorrenti in tribune elettorali dove erano bandite le urla, le invettive, le interruzioni continue e dove i giornalisti facevano il loro mestiere consistente nel fare domande, anche maliziose e cattive, e non nel condurre il gioco facendo fare ai politici la parte in commedia decisa da loro.

Ovviamente non mancavano fenomeni degenerativi, corruzioni, scandali, clientele e così via.

Tuttavia erano, questi fenomeni, contradditori con la natura del sistema politico elettorale. Non esisteva il finanziamento pubblico ai partiti e perfino i dollari e i rubli che arrivavano alla DC, PSDI, PRI, PLI, e al PCI e al PSIUP da USA e URSS, dentro lo scontro determinato dalla guerra fredda, erano una minima parte delle entrate dei partiti, che tesseravano milioni e milioni di persone, organizzavano feste e mille attività di autofinanziamento. La corruzione riguardava solo ed esclusivamente i partiti di governo. Ma non è qui il caso di svolgere un’approfondita analisi del fenomeno della corruzione in quegli anni. Mi limito a dire che era un fenomeno abbastanza diverso da quello che si svilupperà negli anni 80 e 90. Già negli anni 70, quando comincia potente la controffensiva del capitalismo, cresce una borghesia finanziaria e dedita alla speculazione e alla rendita immobiliare piuttosto che alla produzione di beni e merci. Sono le mutazioni del sistema economico e le loro conseguenze sociali (modificazione della cultura dominante, crescita del consumismo, dell’individualismo e così via) a produrre mutazioni genetiche nei partiti. Non il contrario. Il PSI di Craxi sposa scientemente gli interessi della borghesia vincente. E lo fa sia rompendo con il marxismo, sia cancellando i simboli storici, sia promuovendo il leaderismo, sia esaltando il “decisionismo” e l’obiettivo del governo come assoluto e privo di qualsiasi coerenza con i contenuti propri di un partito di sinistra.

Chiunque pensi, e sono in tanti, che i partiti sono degenerati nella “prima repubblica” senza vedere i nessi con la mutazione dei poteri economici reali e della loro dislocazione, alimentando l’idea che la politica istituzionale sia qualcosa di separato dalla società e dai poteri che in essa agiscono o è imbecille o è in malafede. E come sempre chi crede fanaticamente in cose infondate è sempre più pericoloso di chi finge di crederci per tornaconto personale o momentaneo.

Non lo faccio quasi mai. Ma qui voglio mettere un citazione di Enrico Berlinguer. Che era una posizione del partito, contrastata però dalla corrente migliorista capeggiata da Napolitano.

Si tratta di una lunga e famosa intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari su “Repubblica” nel luglio del 1981.

Eccone alcuni stralci. Ma vale davvero la pena di leggerla attentamente tutta.

 

I partiti non fanno più politica“, mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto…

Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.

Oggi non è più così?
Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.”

E ancora:

“Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Mi pare che incuta paura a chi ha degenerato. Ma vi si può obiettare: voi non avete avuto l’occasione di provare la vostra onestà politica, perché al potere non ci siete mai arrivati. Chi ci dice che, in condizioni analoghe a quelle degli altri, non vi comportereste allo stesso modo?
Lei vuol dirmi che l’occasione fa l’uomo ladro. Ma c’è un fatto sul quale l’invito a riflettere: a noi hanno fatto ponti d’oro, la Dc e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no. Se l’occasione fa l’uomo ladro, debbo dirle che le nostre occasioni le abbiamo avute anche noi, ma ladri non siamo diventati. Se avessimo voluto venderci, se avessimo voluto integrarci nel sistema di potere imperniato sulla Dc e al quale partecipano gli altri partiti della pregiudiziale anticomunista, avremmo potuto farlo; ma la nostra risposta è stata no. E ad un certo punto ce ne siamo andati sbattendo la porta, quando abbiamo capito che rimanere, anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui, e concorrere anche noi a far danno al Paese.”

Si può leggere l’intera intervista su questo link:

http://www.enricoberlinguer.it/scritti-discorsi-incontri-1972-1984/i-partiti-sono-diventati-macchine-di-potere/

 

Vorrei far notare, en passant, che allora Berlinguer e il PCI erano, esattamente per queste posizioni, considerati “vecchi”, “nostalgici”, “ideologici”, “presuntuosi”, “moralisti” da una messe di commentatori politici, giornalisti, personaggi e personaggini dello spettacolo, che cominciavano ad imperversare sulle TV berlusconiane ed anche sulle due reti RAI controllate da DC e PSI. Chi ha conservato un minimo di memoria sa che molti degli attuali fustigatori dei partiti, a quei tempi erano fustigatori del PCI ed entusiasti apologeti della “modernità” della politica di stampo leaderistico e personalistico. Consideravano perfino “moderno” che i politici cominciassero ad andare, come negli USA, alla tv a cantare e ballare, a raccontare barzellette, a parlare dei loro passatempi privati, a tifare per le squadre di calcio. “Gli elettori hanno il diritto di sapere chi sono i politici nella loro vita privata” era la giustificazione più gettonata.

Il PSI, ormai partito di Berlusconi, Ligresti, Cabassi, avendo un retroterra di sinistra imbastì una campagna che durò anni, contro il PCI e contro la sua storia. I dirigenti del PSI sapevano bene che presso gran parte del popolo il PCI era effettivamente considerato “diverso”, nel senso di non corrotto, e allora scatenarono uno scontro ideologico contro la stessa memoria di Togliatti, contro il “moralismo” proprio di chi, secondo loro, aveva una concezione totalitaria e autoritaria.

Nel corso degli anni 80 cominciarono le vere sconfitte del movimento operaio. Alla vertenza FIAT seguì l’attacco alla scala mobile. La resistenza di chi doveva difendersi da questi attacchi era considerata “conservatrice” e non capace di capire la necessità dei sacrifici da compiere sull’altare della “modernizzazione” del paese. Il PCI considerò impossibile l’obiettivo del governo, data la situazione sociale e soprattutto dati i possibili interlocutori di un eventuale governo. E allora dall’interno e dall’esterno del PCI giù attacchi forsennati alla prospettiva della “opposizione”. La famosa frase “non vogliamo morire democristiani” è il frutto avvelenato di una campagna ideologica e politica potentissima scatenata contro il PCI.

Se consideri il governo l’obiettivo qualsiasi contenuto va bene pur di raggiungerlo. Se consideri il contenuto dell’azione di governo l’obiettivo tutto puoi fare tranne che allearti e formare un governo con chi propugna contenuti totalmente contrari ai tuoi.

Questa banalità divideva chi, sulla base di una rigorosa analisi dei rapporti di forza sociali e della cultura dominante (chi non ricorda la Milano da bere?), prospettava una battaglia di lungo periodo dall’opposizione da chi voleva “vincere” proprio mentre le classi e i settori sociali di riferimento stavano perdendo, per andare al più presto al governo e per “non morire democristiani”.

Questa fu la divisione che spezzò il PCI e portò alla sua dissoluzione. Del resto, anche con Berlinguer in vita, l’opposizione sorda alla “svolta” compiuta nei primi anni 80 dal PCI crebbe notevolmente. Il “partito degli amministratori” si sentiva pronto per governare il paese e mal tollerava l’idea che ci fosse una analisi che prevedeva una lunga fase di opposizione. Morto Berlinguer il piano inclinato che portò all’abbandono della “diversità” e all’omologazione del PCI al sistema dei partiti, fino all’atto finale dell’abbandono dell’identità comunista, fu senza rimedio.

In quegli anni i partiti di governo, che Berlinguer descrive già in quel modo all’inizio degli anni 80, conobbero una potentissima trasformazione in senso peggiore. Da un lato furono puri rappresentanti degli interessi del capitalismo finanziario e speculativo emergente, con il corollario corruttivo puramente congeniale al sistema economico che si andava affermando, e dall’altro lato, anche in virtù della “convenzio ad escludendum” ebbero un potere di occupazione e di gestione della cosa pubblica praticamente senza limiti. Il PSI, che aveva un terzo dei voti del PCI, contava molto di più di quest’ultimo. Sia per il “peso” derivante dal rappresentare gli interessi dei poteri forti emergenti in economia, sia perché nel sistema elettorale godeva della rendita di posizione derivante dall’essere l’ago della bilancia. Negli anni di governo riuscì ad essere contemporaneamente il migliore alleato della DC (e soprattutto della parte della DC che voleva abbandonare ogni legame sociale in favore della pura rappresentanza degli interessi del capitalismo finanziario) e l’unico e apparente possibile competitore della DC. Praticamente la dialettica fra governo e opposizione si svolgeva all’interno della compagine dei partiti che sulla politica economica e sociale la vedevano allo stesso modo. E così presentavano la situazione i mass media, anch’essi direttamente di proprietà del capitale emergente finanziario.

Esattamente negli anni dalla sconfitta operaia e popolare galoppa la corruzione, la occupazione lottizzatrice di ogni cosa, la degenerazione dei partiti in luoghi di mera gestione del potere, la trasformazione della militanza in “carriera” e così via. Nemmeno il PCI, a livello locale, è esente da questo andazzo. Basti pensare alle organizzazioni locali governate dai miglioristi come quella di Milano.

Proprio lo scioglimento del PCI, per poter avere un partito che si proponesse di andare al governo mentre le classi subalterne del paese venivano sconfitte e massacrate, unitamente alla fine della guerra fredda, spalancarono le porte al processo che porterà alla fine della “prima repubblica”. Da molti anni tutti, ma proprio tutti, sapevano che ormai la gestione della cosa pubblica da parte dei partiti era improntata alla soddisfazione di appetiti delle più disparate lobbies, dei costruttori dediti alla rendita fondiaria, delle agenzie finanziarie speculative, delle grandi multinazionali. Il PSI di Craxi fu all’avanguardia di questo processo. Come abbiamo già ricordato guidava il processo di “modernizzazione”. Sembrava il partito più incline a pensare ad una politica nuova, più chiara, più efficace e soprattutto meno legata a principi e valori considerati obsoleti. I congressi nazionali di questo partito erano vere e proprie sarabande spettacolari. Hostess in minigonna, volti noti dello spettacolo (i famosi nani e ballerine), costruzioni megalomani di palcoscenici disegnati dagli architetti di moda (e spesso commissionari di molti appalti pubblici) e soprattutto apoteosi per il “capo”. Per il segretario che veniva eletto “per acclamazione”. Gli operai erano “in via di estinzione” ed emergevano pubblicitari, disegnatori di moda, faccendieri ed intermediari di ogni tipo. Mentre negli USA imperversava “l’edonismo reganiano” in Italia il PSI ne incarnava l’essenza. Era da “vecchi”, “nostalgici” e “dogamatici” parlare di classi sociali, di operai. Discutere democraticamente dentro e fuori dei partiti era considerato “noioso” e il linguaggio “politichese” doveva essere sostituito da battute fulminanti, da semplificazioni, da iperboli. Il finanziamento pubblico dei partiti, istituito a metà degli anni 70 a seguito di alcuni scandali che in confronto a quelli che verranno erano pure quisquiglie, era palesemente una percentuale insignificante delle spese che i partiti di governo sostenevano per le campagne elettorali, per le sedi ultralussuose, per la gestione di enormi apparati. Ma c’era ancora un ostacolo sulla strada dell’omologazione del sistema politico ed istituzionale alla realtà economica e sociale ormai dominante. Era il sistema elettorale proporzionale e soprattutto la natura parlamentare della repubblica.

Non era “moderno” che potesse cambiare la compagine governativa durante la legislatura. Non era moderno che i partiti in parlamento negoziassero e facessero compromessi o si scontrassero, con le lunghezze dovute alla complessità di tali operazioni. Ci voleva “decisionismo”, velocità e “chiarezza”. Il “consociativismo” con il quale l’opposizione aveva nei decenni passati ottenuto grandi risultati, cambiando in meglio la vita di decine di milioni di lavoratori, non andava più bene. Alla competizione esasperata con cui funzionava sempre più la società doveva corrispondere la competizione fra due opzioni che si alternassero al governo. Non fra opzioni alternative relativamente al modello economico e sociale, bensì fra aggregazioni aventi l’unico scopo di gestire l’esistente accettandone compatibilità e modello.

Tutto ciò era maturo. I cambiamenti economici, sociali e culturali avevano riplasmato la natura dei partiti di governo, e lo stesso PCI non c’era più essendoci al suo posto un vago partito di sinistra, non più comunista proprio perché questo era il presupposto minimo per poter aspirare ad essere “moderno” e a governare l’esistente separando le proprie fortune da quelle delle classi subalterne.

Tangentopoli, e non ha proprio nessuna importanza stabilire quanto fossero consapevoli i giudici dell’uso che si sarebbe fatto delle loro inchieste penali sulla corruzione, fu l’occasione tanto attesa e sperata per sbarazzarsi facilmente del tipo di partiti previsto dalla costituzione, della natura parlamentare della repubblica. Un referendum promosso da Mario Segni, e fortemente sostenuto dagli apprendisti stregoni del PDS, segnò il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario.

Paradossalmente gli effetti di tangentopoli che avevano cominciato a colpire duramente i partiti di governo furono riversati sul proporzionale, come se la corruzione fosse dovuta al sistema elettorale e non al sistema economico. I partiti più corrotti sparirono ma i loro esponenti poterono riciclarsi tranquillamente nel “nuovo” sistema. I corruttori non pagarono alcun dazio ed anzi uno dei loro massimi esponenti, già indagato per una caterva di reati di corruzione, fondò Forza Italia e poco tempo dopo diventò Presidente del Consiglio.

 

Continua…

 

ramon mantovani

Siamo sotto dittatura. Festeggiamo?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre, 2011 by ramon mantovani

Le immagini della folla vociante che festeggiava la caduta del governo Berlusconi, cantando inni religiosi e perfino Bella Ciao, stridono drammaticamente con la realtà del paese e del momento.

Non ce l’ho con le persone che hanno festeggiato come i tifosi di una squadra per la sconfitta dell’odiato avversario. Constato, con pena, che molti e molte, che pure magari si considerano progressisti o addirittura di sinistra, sono ridotti appunto ad essere passivi tifosi, più contro Berlusconi che a favore di qualsiasi cosa.

Il lavoro è svalorizzato e deprivato della sue funzioni sociali e morali, ridotto a pura merce fra le altre, e conseguentemente lavoratrici e lavoratori sono in balia di un mercato che li tratta come cose e che non tollera la loro umanità e tanto meno la stessa possibilità che i loro interessi comuni possano pesare nella società, nei confronti delle loro controparti, nelle istituzioni dove si prendono le decisioni, nel sistema dell’informazione, nel mondo della cultura.

Di converso esiste una casta, questa si davvero una casta, di capitalisti, di banchieri, di finanzieri, di “manager”, di tecnocrati e di burocrati che decidono per tutta l’umanità, i cui interessi, perfino immediati, sono assolutizzati e santificati come gli “unici possibili”, come oggettivi, come indiscutibili.

Ci voleva una crisi terrificante del sistema finanziario e capitalistico per mettere a nudo questa inconfutabile verità?!

Una verità che, anche quando non è negata, viene presentata come una dura realtà da accettare, da digerire e da descrivere “realisticamente” come immodificabile.

La situazione attuale non è figlia di nessuno, non è il risultato del semplice e automatico “sviluppo” del sistema capitalistico o dell’abilità della casta, quella vera, di impossessarsi del potere incontrollato che le permette di “dettare” agende e provvedimenti ai governi e ai parlamenti, più o meno democraticamente eletti, nei suoi esclusivi interessi.

Dopo la crisi del 29 e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sia per la paura che incuteva alle borghesie di tutti i paesi l’Unione Sovietica, sia per la forza che il movimento operaio aveva conquistato con durissime lotte e avendo il potere reale di agire in quello che era il cuore del sistema, la produzione industriale, al sistema vennero messe briglie, regole, esattamente al fine di impedire che i suoi “istinti” intrinseci conducessero a ripetute crisi e alla creazione di problemi irrisolvibili per l’intera umanità.

A questo fine, e per effetto di ricercati compromessi, non sempre avanzati anche se comunque influenzati dagli interessi del movimento operaio, vennero adottati precisi provvedimenti. Fra i tanti vale la pena di ricordare i seguenti:

L’adozione di un sistema di cambi fra le valute con precisi e ristrettissimi vincoli alle possibili oscillazioni di mercato fra le stesse. La fissazione della convertibilità in oro della moneta di scambio nelle transazioni commerciali e finanziarie. La proibizione alla commistione di qualsiasi tipo fra banche creditizie e banche di investimenti. La regolazione del commercio internazionale sulla base di un almeno parziale riconoscimento delle diseguaglianze fra paesi ricchi e poveri. Il controllo politico delle banche centrali e delle politiche monetarie. La nazionalizzazione, in moltissimi paesi, dei settori fondamentali e strategici nel governo dell’economia a cominciare dalle banche, energia e comunicazioni. La programmazione economica statale di medio e lungo periodo come vincolo per le attività imprenditoriali private.

Tutto questo fu sostanzialmente imposto al sistema capitalistico, e produsse una centralità del mercato interno ad ogni paese e della produzione industriale. Centralità che permise alla classe operaia di contare e di trattare da una posizione di relativa forza. Solo così poté avvenire in Italia il “miracolo” della fuoriuscita dalla povertà di milioni di famiglie e la conquista di diritti sociali mai conosciuti prima.

Ma le regole e le briglie al sistema capitalistico non produssero l’armonia e le basi di una convivenza infinita fra interessi contrapposti e configgenti, come prevedavano le parti pure più avanzate dei partiti cattolici e cristiani. E nemmeno il graduale ed indolore superamento del sistema capitalistico in favore di un socialismo democratico e moderato, come prevedevano sostanzialmente i partiti del campo socialdemocratico.

Quelle regole e quelle briglie produssero profitti sempre decrescenti per i capitalisti. Essi non potevano più accettare nessun compromesso per il semplice motivo che alla lunga sarebbe venuta sostanzialmente meno la stessa ragione della loro esistenza: la ricerca del massimo profitto. Mai avrebbero accettato di sparire sottomettendosi alla volontà democratica. E fu questa la molla che li portò a chiedere ed ottenere, e a promuovere in proprio, una vera e propria controrivoluzione. Alla fine della fase Keynesiana poteva esserci solo la rivoluzione o la controrivoluzione. Ogni gradualismo ed illusione armonica coltivata dai socialdemocratici venne travolta. E i comunisti non seppero, anche perché ritennero di non potere, fare la rivoluzione. Non l’Unione Sovietica che pretendeva di competere con il capitalismo imitandone i paradigmi produttivistici e che aveva ormai passivizzato la società e santificato un potere in quasi nulla diverso da quello storico della borghesia. Non i comunisti in occidente troppo divisi ed impegnati a difendersi paese per paese dalla controffensiva capitalistica.

I socialisti e socialdemocratici, con isolatissime eccezioni, invece che prendere atto del fallimento del gradualismo rispetto all’obiettivo del superamento del capitalismo (ancora presente nei loro programmi fondamentali e perfino negli statuti dei loro partiti) lo capovolsero. Separarono i loro destini da quello degli operai e dei lavoratori, che da quel momento perderanno inesorabilmente sempre, e si candidarono a gestire la controffensiva capitalistica più gradualisticamente e moderatamente della destra. Questa è l’essenza della storia politica negli ultimi trenta anni in Europa. Ed infatti tutti i partiti affiliati al Partito Socialista Europeo sono stati protagonisti nello smantellare uno dopo l’altro tutti i vincoli, le regole e le briglie imposte al sistema capitalistico nella fase precedente ed elencate più sopra.

Da quel momento, in ogni paese e con qualsiasi sistema politico elettorale, sparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto molti socialdemocratici presentavano il gradualismo della sconfitta come una realistica ritirata momentanea e pragmatica) l’alternativa fra socialismo e capitalismo e comparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto erano ancora molto diverse le culture di provenienza e gli insediamenti elettorali) l’alternanza fra ceti politici diversi ma interni alla gestione degli interessi capitalistici.

Al contempo la cancellazione dei vincoli e delle regole imposti al sistema capitalistico dal dopoguerra in poi produsse un altro fenomeno ben osservabile per chiunque avesse occhi per vedere. La migrazione verso i mercati e gli organismi sovranazionali incontrollati da qualsiasi influenza politica democratica, di tutti i poteri politici statuali fondamentali in economia ed in qualche modo influenzabili dalla dialettica democratica comunque organizzata.

Col tempo l’alternanza nella gestione del sistema si impoverirà di poteri reali fino a divenire quasi mera esecuzione delle “decisioni” dei mercati e la “qualità” della politica reale più rilevante diventerà mano a mano quella dell’abilità nell’imporre lacrime e sangue alla popolazione presentando tutto come indispensabile sacrificio per non soccombere nella competizione internazionale. Naturalmente promettendo un secondo tempo, capace di reinstaurare un circuito virtuoso di redistribuzione della ricchezza e di diminuzione delle diseguaglianze, che non è mai venuto e che mai verrà per il semplice motivo che il primo ad ogni passo ne cancella qualsiasi possibile premessa.

Dalla capacità di progettare la società, lo sviluppo, la democrazia verso nuovi orizzonti e verso la eliminazione delle ingiustizie di ogni tipo, propria della politica delle sinistre con la prospettiva della alternativa, alla capacità di raccogliere consensi elettorali imbrogliando la propria base elettorale e sociale e legittimandosi presso i circoli e la casta dominante competendo con la destra nello spirito di servizio verso di essa, propria della ormai sedicente sinistra liberale nella prospettiva dell’alternanza.

In tutto questo i comunisti e comunque quella parte della sinistra rimasta cocciutamente anticapitalista, e per questo considerata vecchia e dogmatica dalla sinistra liberale, sono rimasti soli, isolati in Europa ed ognuno nel proprio paese, a difendere con le unghie e con i denti le conquiste dei decenni passati e con la prospettiva di dover resistere per un lungo periodo, prima di potersi proporre una svolta e un qualsiasi sbocco politico forte di rapporti di forza sociali favorevoli.

La durezza di questa crisi ha fatto venire in luce l’essenza antidemocratica del sistema dominante e svela ogni giorno di più l’inganno e la natura del “gradualismo” della “sinistra liberista”. È con questo ossimoro che bisognerebbe definirla scientificamente, senza però aprire infinite dispute nominalistiche che lasciano il tempo che trovano, visto che è difficile coniugare i termini “liberale” e “democratica” con l’accettazione della dittatura del mercato.

Tutto questo dovrebbe aver fatto piazza pulita dell’uso improprio del concetto di “alleanze” e di “governo” o “cultura di governo”.

Le alleanze si fanno per scopi precisi e definiti. E si fanno nella società fra gruppi sociali distinti ma convergenti nella difesa di obiettivi ed interessi. E solo su questa base si fanno anche fra forze politiche diverse. La funzione del governo è uno strumento, un mezzo, per la realizzazione degli obiettivi condivisi fra i contraenti l’alleanza.

Alla disgregazione sociale seguente la messa del mercato e della finanza al centro del sistema e del modello sociale, alla emarginazione della classe operaia (per due decenni il mantra è stato perfino che era sparita o in via di estinzione) e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, alla crescita dell’individualismo sfrenato, della guerra fra poveri, del razzismo e dell’egoismo localista, è cresciuta parimenti una concezione della politica totalmente separata dalla società (tranne che per le allusioni mistificatorie agli effettivi problemi sociali per scopi spudoratamente elettoralistici). Il bipolarismo, la governabilità, la velocità delle decisioni da prendere per inseguire quelle del marcato, il potere del governo rispetto al potere del parlamento, il parlamento dai confini bipolari e maggioritari rispetto al parlamento rappresentativo e proporzionale, i partiti a-classisti rispetto ai partiti interclassisti o di classe, i leader rispetto ai collettivi democratici e così via, non sono accidenti o prodotti del (mancato) intento di semplificazione della politica. Sono la riduzione della politica alla funzione di gestione dell’esistente, con la relativa espulsione di qualsiasi progetto o perfino minima rivendicazione che fuoriesca dai confini stabiliti dagli interessi del capitale e del mercato. Per conservare una almeno apparente dialettica democratica si finge, letteralmente si finge, che i due schieramenti o partiti concorrenti per la gestione dell’esistente, siano effettivamente alternativi. E maggiore è la loro similitudine sull’essenziale, e cioè sull’accettazione della dittatura del mercato, maggiormente si gridano insulti e ci si accapiglia nella dimensione della politica spettacolare. Maggiormente si tenta di vincere le elezioni cercando di deprimere l’elettorato altrui, alimentando la non partecipazione o il voto “antipolitico”, che non è altro che il prodotto più reazionario che conferma l’ineluttabilità della dittatura del mercato. Maggiormente si alimentano speranze e illusioni, con un uso spregiudicato delle allusioni e perfino delle descrizioni suggestive dei problemi sociali reali, salvo poi produrre disillusioni fornendo il fianco alla speculare operazione, condotta dalla opposizione, dello schieramento opposto.

Trovo per un verso ridicolo e per l’altro vomitevole che ci sia chi, a sinistra, parli di alleanze e di governo come se fossimo negli anni 50 o 60. Come se la società e la politica non fossero cambiate, e in peggio. Come se i partiti con cui allearsi fossero propositori di un gradualismo verso il superamento del capitalismo. Come se il governo da conquistare qui ed oggi avesse a disposizione i poteri effettivi per contraddire gli interessi del capitale. Come se la cultura di governo non fosse, come lo è stata per i comunisti all’opposizione per decenni, la capacità di proporre soluzioni e riforme per il paese bensì accettare per un presunto pragmatismo di confinare ogni proposta dentro le compatibilità imposte dalla dittatura del mercato. In uno scivolamento senza fine per cui dire no alla TAV e destinare le risorse per risanare il territorio invece che una proposta tipica di chi ha una seria cultura di governo diventa un estremismo non pragmatico. E gli esempi si possono fare a decine se non a centinaia.

La nostra storia è piena negli ultimi due decenni, in Italia come in altri paesi europei, di partiti o di scissioni che su queste basi hanno portato acqua al mulino del bipolarismo tagliando il ramo su cui erano seduti.

E trovo altrettanto illusorio e pericoloso pensare che le istanze di cambiamento, spesso e per questo ridotte a pura declamazione di slogan, possano crescere crogiolandosi nell’isolamento e nell’impotenza. In un circolo vizioso nel quale l’isolamento sarebbe la prova della genuinità delle proprie istanze di cambiamento e non un maledetto effetto della dittatura del mercato. Ed anche qui la nostra storia è piena di esempi di partitini e di scissioni che alle elezioni misurano, quasi sempre in competizione fra loro, il grado di radicalità parolaia di cui sono capaci.

Insisto nel dire che entrambe queste tendenze lavorano oggettivamente ad una divisione insanabile di qualsiasi forza di classe, proprio perché accettano come ineluttabile la semplificazione della politica separata del bipolarismo che non conosce e non ammette nessuna terza via fra la testimonianza ininfluente nelle decisioni reali o la subordinazione e l’integrazione nel sistema.

Tutto ciò si vede molto meglio proprio oggi.  

Se il bipolarismo contenesse o anche potesse contenere politiche e proposte alternative fra loro ciò si dovrebbe vedere meglio esattamente nel momento della crisi del sistema.

In altre parole se la dittatura del mercato pretende, con metodi sbrigativi e autoritari, perfino con metodi umilianti l’esiguo simulacro di democrazia che rimane, che i governi obbediscano alla casta e ai suoi interessi, si dovrebbero accentuare le differenze fra gli schieramenti. Si dovrebbe vedere la netta differenza fra chi propone di sottomettersi ai diktat sacrificando non solo gli interessi delle classi subalterne ma anche quelli del paese, e chi proprio per difendere gli interessi delle già massacrate classi subalterne propone o almeno tenta di non sottomettersi ai diktat dimostrando che questo è nell’interesse del paese. Si dovrebbe vedere la differenza fra la cultura di governo dell’esistente, e cioè la politica come tecnica di applicazione delle esigenze del mercato alla società, e la cultura di governo come primato della società e degli interessi collettivi su quelli del capitale e del mercato. Almeno nelle minime sfumature, se non in modo conclamato, queste differenze si dovrebbero vedere.

Invece si vede esattamente il contrario. Si vedono i cantori del bipolarismo proporre l’unipolarismo. A dimostrazione che i custodi del sistema per quanto normalmente in competizione fra loro sul posto di primo custode e bidello del sistema, se il sistema vacilla e trema a causa delle proprie stesse colpe, devono obbedire, tacere ed accettare che un membro della casta si assuma la fatica di comandarli per il tempo necessario.

Che il signor Monti appartenga alla casta, quella vera, è dimostrato dal fatto che appartiene non a una ma addirittura a due organizzazioni internazionali (non segrete ma assolutamente impenetrabili alla stampa e all’opinione pubblica) finanziate dalle multinazionali. Parlo della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg. Su entrambe queste organizzazioni c’è un’ampia letteratura che ne descrive l’importanza e l’attività. Nonché gli obiettivi che sono esplicitamente quelli di coordinare capitalisti, tecnocrati, manager e governanti amici, per imporre le politiche neoliberiste a tutto il mondo. Lo dimostra il fatto che è stato un tecnocrate della commissione europea nominato e confermato sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra. Lo dimostra il fatto, ma questa è solo una mia opinione, che nonostante il suo curriculum universitario e le sue pubblicazioni siano modeste o comunque analoghe a quelle di altre decine di professori, è considerato una personalità di primissimo piano. Senza chiamare in causa le sue presunte capacità scientifiche (come tutti i neoliberisti non ha mai previsto nessuna delle crisi ed al contrario ha sempre pronosticato meravigliose crescite e sviluppi mai avvenuti) è evidente che la sua “importanza” è esattamente quella di appartenere ai circoli che “contano” nel mondo della finanza e del sistema. È per questo che è quasi unanimemente considerato “credibile”.

Napolitano, ma purtroppo non c’è nulla che l’obblighi a farlo, dovrebbe spiegare quali sono gli “altissimi meriti nel campo scientifico e sociale” di Monti che avrebbero “illustrato la Patria” che l’hanno indotto a nominarlo all’improvviso senatore a vita.

Basta leggere la sua biografia, le sue cariche universitarie e l’elenco modestissimo delle sue pubblicazioni, per rendersi conto che ci sono decine di altri personaggi che meriterebbero la carica di senatore a vita al posto suo.

Ma oggi mentre tutti sanno la verità, e cioè che Monti è stato nominato senatore a vita e poi Presidente del Consiglio perché diretta emanazione e organicamente componente della casta dittatoriale, tutti si genuflettono riconoscendogli misteriosi grandi meriti, dichiarandogli stima più o meno sconfinata, compresi quelli che gli annunciano la propria opposizione (come Maroni della Lega).

Permettersi di dire che Monti è un uomo della casta dittatoriale che ha creato esattamente i problemi che sarebbe chiamato a risolvere e che non meriterebbe affatto di essere nominato senatore a vita è oggi più o meno come andare a San Giovanni Rotondo e cercare di convincere gli adoratori di Padre Pio che era ne più ne meno che un imbroglione come i santoni indiani che raggirano i turisti occidentali.

A proposito di Padre Pio e di chi ne riconosce i grandi meriti spirituali la cosa più curiosa che abbiamo dovuto vedere in questo frangente di questo povero paese è la posizione espressa dal signor Nichi Vendola.

Dopo aver proposto per mesi le elezioni anticipate ed ovviamente le miracolose primarie come unica via democratica capace di mobilitare e far partecipare i cittadini, oplà, con una piroetta improvvisa si appoggia l’idea di un governo tecnico. Contemporaneamente si critica la tecnocrazia, si dice che deve durare al massimo tre mesi, per fare cose di sinistra (patrimoniale, tassazione delle rendite e tagli netti alle spese militari) e di destra ed antidemocratiche (perché così le ha definite Vendola per moltissimi anni per iscritto su Liberazione e in diversi discorsi pubblici e parlamentari) come ripristinare la legge elettorale “mattarellum” per “salvare le coalizioni”. Si dice pure che se però Monti farà cose di destra morirà all’istante il nuovo ulivo, salvo aggiungere che “non credo che accadrà perché ho visto molta determinazione in Bersani”.

Chiunque può verificare leggendo la sua ultima intervista del 13 novembre all’Unità riprodotta sul suo blog, e quindi non sospetta di essere infedele o parziale.

Questo dire e non dire, anche usando parole suggestive. Questo imbrogliare le carte e navigare a vista sperando di poter recitare ancora la parte in commedia che tanto successo di pubblico e di critica ha riscosso. Questo fingere di non sapere. Questo fingere di non vedere. Questo mettere le mani avanti. Insomma queste furbizie buone per chi pensa che la politica sia esattamente l’arte di fare così, fanno veramente pena. Sono cosa da politicanti, non da persone serie.

Quando si sbaglia l’essenziale e si vende l’illusione che la storia si fa con le primarie, esaltando il bipolarismo e il leaderismo, e si promette l’impossibile il destino è quello di doversi arrampicare sugli specchi e di partecipare alla cronaca politica italiana (che è anche peggio della cronaca nera e rosa più sensazionalista e pettegola) invece che alla storia.

Naturalmente ci si può ravvedere, anche senza rinunciare alle proprie idee, senza dirlo ma almeno riconoscendo con comportamenti un minimo coerenti che certe illusioni erano, appunto illusioni. E sono d’accordo che questo venga chiesto con insistenza. Ma dubito possa avvenire.

Comunque in questo paese nel quale c’è chi festeggia per la caduta di Berlusconi senza aver capito che Monti gli taglierà le pensioni e i salari, gli cancellerà diritti, gli toglierà prestazioni sociali, gli confermerà e continuerà le “riforme” del governo Berlusconi che egli stesso ha pubblicamente molto apprezzato in tempi non sospetti (come la meravigliosa riforma Gelmini e i tagli alla scuola pubblica) c’è anche chi ha capito cosa succede e quindi non festeggia. E per questo dice la verità dei fatti e non racconta favole.

La crisi evidenzia come mai prima la natura di classe del sistema. Si vede chiaramente dai provvedimenti che la casta impone per riprodurre esattamente i meccanismi economici che hanno prodotto la crisi e dalla volontà di rimuovere i diritti e i poteri residui che le classi subalterne avevano conquistato in un passato ormai lontano. E chiarisce come mai prima che la democrazia politica in Europa è ormai un simulacro e una mistificazione. Si vede nei diktat della casta e del marcato e nella incompatibilità conclamata del referendum in Grecia e delle elezioni anticipate in Italia con i diktat stessi. Nei paesi sotto attacco speculativo la casta non può tollerare un qualsiasi pronunciamento popolare e nemmeno la dialettica mistificata dell’alternanza. Perché nonostante tutto anche gli schieramenti dell’alternanza quando si vota devono pur collegarsi in qualche modo alle esigenze della propria base elettorale. Ed ecco i governi guidati direttamente da membri della casta internazionale e appoggiati da centrodestra e centrosinistra in Grecia e Italia.

Questa è una realtà molto dura da ammettere. Ignorarla conduce solo a disastri e a ulteriori durissime sconfitte.

Ma non basta denunciarla. Come non basta dichiararglisi contro. Anche se queste due cose sono indispensabili e necessarie, non sono sufficienti.

Se non si sviluppa un movimento operaio e popolare, unificante tutti i settori che da più parti e su più temi si oppongono alle politiche neoliberiste tese a salvare il sistema facendo pagare il costo a tutta la società, e se i provvedimenti del governo Monti saranno vissuti come naturali e indiscutibili, per quanto dolorosi, dalla maggioranza della società, chi vi si oppone politicamente, e per giunta dal di fuori delle sedi decisionali, non ha nessuna speranza di poter controvertere, anche parzialmente, la situazione. Ed è quindi destinato a testimoniare una posizione che per quanto sia realistica e concreta, giacché nulla delle politiche neoliberista è oggettivo e indiscutibile, apparirà se va bene come una utopia, come qualcosa di giusto ma irrealizzabile. Con l’effetto di alimentare speranze ancor più infondate nel dopo Monti e di restringere ancora di più la differenza fra peggio e meno peggio. Dentro il massacro sociale anche il minimalismo di un qualsiasi meno peggio apparirà come l’unico orizzonte possibile e concreto, al momento delle elezioni.

Anche questa è una realtà difficile da ammettere. Come è sbagliato coltivare illusioni circa la possibilità di controvertere questa situazione con il nuovo centrosinistra dei miracoli alle elezioni, è altrettanto sbagliato illudersi che la testimonianza solitaria possa invertire la tendenza. Le prossime elezioni rimangono e sono ancor di più in questa situazione un terreno avverso e irto di problemi e contraddizioni, qualsiasi scelta si faccia.

Perciò è imperativo lavorare all’opposizione sociale e alla unità dei movimenti di lotta, senza perdere tempo a fare ipotesi e a dividersi inutilmente sulla scelta tattica da fare alle elezioni. E conducendo una battaglia squisitamente politica fra tutti gli uomini e tutte le donne che si riconoscono in qualsiasi modo nella sinistra antagonista sull’assunzione dei contenuti di lotta come bussola indiscutibile per l’azione politica ed anche per costruire unità politica. Ogni rovesciamento di questo paradigma, che adotti la bussola della scelte politico – elettorali di schieramento, unitarie o solitarie che siano, è destinato a indebolire le lotte e a provocare divisioni ancor più gravi.

Ciò è vero perché ancora troppe sono le variabili allo stato imprevedibili che possono intervenire prima delle prossime elezioni. Bisogna vedere quale sarà l’andamento della morsa speculativa, che non è affatto detto diminuisca per la caduta di Berlusconi nella misura prevista. Bisogna vedere se il governo Monti riuscirà nonostante tutto ad ottenere il totale consenso su ognuno dei provvedimenti e se non si produrranno crescenti instabilità politiche ed istituzionali. Bisogna vedere se ed eventualmente quale riforma della legge elettorale verrà fatta. Bisogna vedere cosa succederà nel sindacato. E così’ via.

Ma non sono solo le variabili sconosciute a suggerire di non adottare la bussola degli schieramenti elettorali come base per la linea politica. C’è soprattutto la consapevolezza che le elezioni sono comunque un terreno avverso e minato. E che comunque sono da affrontare con acume tattico. Trattarle come se fossero la cartina di tornasole della strategia è un errore madornale in generale. In questa situazione sarebbe un suicidio e perfino la negazione di tutta l’analisi fin qui compiuta.

Detto questo, anche per evitare i purtroppo soliti fraintendimenti e processi alle intenzioni, che sono comunque un inquinamento di ogni discussione e il prodotto delle semplificazioni della politica spettacolo, posso dire che sulle previsioni a spanne che oggi si possono fare è evidente che la proposta di un fronte democratico per battere le destre è da considerarsi totalmente superata. Io non ho mai temuto ne scartato in linea di principio l’eventualità di doversi presentare da soli alle elezioni, in questo caso auspicabilmente mantenendo in vita la federazione e possibilmente allargandola ulteriormente, giacché sarebbe semplicemente disastroso ed irrazionale che ci fossero più liste avverse al centrosinistra. Ed è possibile se non addirittura oggi probabile che così si debba fare dopo il governo Monti. Ma non con l’illusione che questa scelta elettorale sia il viatico della riscossa. Tanto meno che sia l’unica a identificare la strategia corretta. Non è lo stesso sapere che la scelta che si compie porta con se problemi e contraddizioni, pur essendo il male minore, o illudersi che risolva tutti i problemi. Non è lo stesso conoscere le insidie e i punti forti del bipolarismo e il grado di consenso che hanno nella popolazione e nelle stesse avanguardie di lotta, o pensare che non esistano o spariscano per effetto di una malintesa chiarezza che sarebbe prodotta dalla scelta elettorale.

Ma di tutto questo avremo modo di discutere nei prossimi mesi. Spero approfonditamente e seriamente.

Buona fortuna a tutte/i noi.

Ne abbiamo bisogno.

ramon mantovani

La politica a spanne di Giovanni Floris

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre, 2011 by ramon mantovani

Recentemente mi è capitato di vedere una replica di una puntata de “Le invasioni barbariche” nel corso della quale Irene Bignardi ha intervistato il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris.

Ho avuto uno sbocco di bile.

Non tanto per le opinioni di Floris su diversi temi, secondo me altamente superficiali, quanto per la sua evidente ignoranza circa la legge elettorale in vigore. Ignoranza assolutamente ingiustificabile per un giornalista che conduce una trasmissione che si occupa di politica.

Ma vediamo il testo integrale dell’intervista.

Irene Bignardi: – “Se si andasse a votare, come lo vedi il centrosinistra? Ti sembra pronto per una campagna elettorale?”

Giovanni Floris: – “Nessuno è pronto, neanche il centrodestra. Se tu vedi i sondaggi che noi proiettiamo sempre, di Pagnoncelli, sembrerebbe che alla Camera c’è la possibilità di una grossa maggioranza tra PDL e Lega. Perché il sistema elettorale è fatto in modo che la lista che prende più voti si prende, fai conto, tre quarti del Parlamento. Le opposizioni si dividono il resto. Tre quarti della Camera. Le opposizioni si dividono il quarto che manca. Questo vuol dire che questa volta il centrosinistra alla Camera rischia perché probabilmente si deve dividere quel posto dell’opposizione con Fini più Casini, con Vendola. Rischia… Non è pronto lui, non è pronto il centrodestra. Per questo tirano avanti. Ma questo tirare avanti serve probabilmente solo a chiarirsi le idee. Ma intanto non si fa nulla per il paese.”

Ecco! Così rispondeva il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris, alla domanda di Irene Bignardi, nel corso dell’intervista andata in onda nella puntata de “Le invasioni barbariche” del 17 ottobre 2010.

Il link del video è questo:

http://www.la7.it/invasionibarbariche/pvideo-stream?id=i348336

Il dettaglio dell’intervista in oggetto è visibile dal minuto 23,13 al minuto 24,07.

Come si vede il nostro Floris si avventura a dare giudizi e a fare previsioni (il centrosinistra questa volta rischia di dividersi un quarto dei seggi della camera con Fini Casini e Vendola) Per questo tira a campare (per schiarirsi le idee!?).

Insomma, Floris (che è un giornalista “esperto” di politica e che in TV spiega al popolo italiano come è fatta la legge elettorale) sostiene che il premio di maggioranza per la coalizione (ma lui dice lista!) sarebbe pari a tre quarti dei seggi della Camera.

Quindi, secondo Floris, alla maggioranza spetterebbero 472 seggi. E all’opposizione 158.

Ora, con la legge attualmente in vigore si è votato anche nel 2008. Il centrodestra con il 46,81 % dei voti ha ottenuto 340 seggi. Il centrosinistra con il 37,55 dei voti ha ottenuto 239 seggi. L’UDC con il 5,62 ha ottenuto 36 seggi. Tralasciamo pure i 15 seggi attribuiti agli italiani all’estero (12), alla Valle d’Aosta (1) e al Trentino Alto Adige (2), che rispondono a criteri diversi da quello semplicemente maggioritario della legge elettorale per il resto del paese.

Floris dov’era quando si è votato nel 2008? Non si è accorto che il centrodestra ha ottenuto un premio di maggioranza di 44 seggi invece che dei 176 che gli sarebbero spettati secondo la legge elettorale nella versione Floris? E non si è accorto che l’opposizione invece dei suoi previsti 158 ne ha ottenuti 275?

Come è stato possibile che il governo Berlusconi, avendo secondo Floris tre quarti della Camera, sia entrato in crisi con la scissione di Futuro e Libertà, che poteva contare si e no su una trentina di deputati? Mistero! Eppure Floris di è a lungo occupato di tutto il trambusto conseguente alla fuoriuscita di Futuro e Libertà dalla maggioranza, ivi compresa la compravendita di deputati dell’opposizione, necessari al governo per raggiungere la maggioranza assoluta di 316 seggi.

In realtà la legge, ovviamente, assegna un premio di maggioranza alla coalizione con più voti assoluti pari almeno a 340 seggi. 340 seggi sono il 54 % dei seggi alla Camera. Significa che la coalizione vincente se ottiene meno del 54 % dei seggi si vede assegnare tanti seggi quanti ne servono per arrivare al 54 % sul totale dei seggi della Camera. Esattamente 340. Ovviamente se una coalizione superasse il 54 % dei voti assoluti si vedrebbe assegnare i seggi in ragione proporzionale, non avendo bisogno del premio di maggioranza.

Quindi, o i sondaggi di Floris assegnavano al centrodestra il 75 % dei voti assoluti (ma in questo caso come mai Floris ha detto che il centrodestra non era pronto per le elezioni?) oppure Floris banalmente non conosce la legge elettorale. E non si tratta dell’ignoranza di un dettaglio (per esempio la soglia per una lista coalizzata diversa da quella per una lista non coalizzata), che pure dovrebbe essere ben padroneggiato da un giornalista che ha la responsabilità di condurre una trasmissione (pardon… talk show) di informazione politica. Si tratta di una cosa importantissima. Centrale. Decisiva.

E’ ammissibile che il servizio pubblico televisivo faccia condurre una trasmissione di approfondimento politico (sic) a un signore che non sa nemmeno come funziona la legge elettorale?

E’ ammissibile che tale signore percepisca uno stipendio (secondo le sue parole) di 400 mila euro lordi all’anno?  

Cosa succederebbe se un giornalista sportivo dicesse che tre calci d’angolo valgono un gol?

Cosa succederebbe se un giornalista che si occupa di divulgazione scientifica dicesse che la balena è un pesce?

Cosa succederebbe se un giornalista che si occupa di una trasmissione sulla salute dicesse che il cancro si cura con l’aspirina?

Cosa succederebbe se un giornalista che fa critica musicale dicesse che Verdi è un verista?

Cosa succederebbe se un giornalista che fa critica cinematografica dicesse che Bombolo ha preso l’Oscar?

Forse niente. Perché in Italia nelle tv pubbliche o private può succedere tutto.

Ma che un conduttore, strapagato, di una trasmissione che si occupa di politica non sappia come si elegge la Camera dei Deputati senza che nulla succeda è certo.

ramon mantovani

Rifondazione è sull’orlo del precipizio e Giordano propone di fare un passo avanti.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , on 27 gennaio, 2008 by ramon mantovani

Ieri si è svolta la riunione della direzione di rifondazione (allargata all’esecutivo e ai gruppi parlamentari). Su Liberazione di oggi si possono leggere gli articoli e la relazione di Giordano. www.liberazione.it . All’ordine del giorno la crisi di governo e il mandato per la delegazione che sarà consultata lunedì dal Presidente della Repubblica.

Di questa riunione do un bilancio negativo.

Per i seguenti motivi:

1) nella relazione di Giordano, a parte le scontate e già conosciute posizioni contro Mastella, centristi vari e poteri forti, non c’è stata una seria disanima degli errori che abbiamo fatto noi e che ha fatto il resto della sinistra, sindacato compreso. Continuo a pensare, e continuo a non avere risposte serie su questo punto, che una volta bevuta la finanziaria del 2006, che riproponeva nei fatti la politica dei due tempi (contraddicendo esplicitamente il programma di governo che lo escludeva categoricamente), non si doveva accettare la logica della “riduzione del danno”. Si doveva, e si sarebbe potuto, aprire una grande discussione nel paese scegliendo esplicitamente il terreno delle pensioni e della precarietà come la questione principale, anche se non esclusiva, per decidere se rimanere o no al governo. Non limitandosi a chiamare in piazza il 20 ottobre centinaia di migliaia di compagne e compagni ma coinvolgendoli realmente anche sulla decisione da prendere alla fine del percorso. Così, infatti, avevamo deciso di fare votando un ordine del giorno nel Comitato Politico Nazionale di luglio. Se avessimo fatto in questo modo avremmo discusso nel paese, con i lavoratori, nei movimenti ed anche con quel non meglio definito popolo della sinistra, di problemi reali e avremmo prodotto una reale partecipazione, suggellata da un referendum vincolante. Credo che così Prodi, ma non ne possiamo avere la controprova, avrebbe dovuto confrontarsi, invece che eluderla, con la banale richiesta di applicare il suo programma. Non è detto, cioè, che il governo sarebbe stato automaticamente messo in crisi. E nel caso fosse caduto ognuno avrebbe potuto capire il vero perchè. Invece di fare tutto questo, e lo posso dire a voce alta perchè l’ho proposto per tempo, si è cominciato a parlare di crisi irreversibile della sinistra, di un’unità senza basi che non fossero suggestioni e si è, nei fatti, subordinato il rapporto con il governo rispetto al rapporto unitario con altri tre partiti che hanno il governismo iscritto nel dna. In questo modo non si poteva che arrivare all’appuntamento del protocollo sul welfare deludendo tutti, a cominciare dai manifestanti del 20 ottobre, ricattati da un’eventuale caduta improvvisa del governo e così via.

2) Non condivido la proposta di dar vita ad un governo istituzionale. La considero negativa perchè se è vero che la politica è sempre più separata dalla società, la crisi provocata da Mastella e da Dini e soci è l’apoteosi di questa separatezza. E noi dovremmo far di tutto per non apparire, anzi per non essere interni a giochi e manovre di palazzo totalmente slegati dalla realtà sociale del paese. Intendiamoci, se ci fosse la garanzia di una nuova legge elettorale proporzionale e non maggioritaria e se non montasse la voglia, per altro ben espressa da Montezemolo, di gestire la politica economica con un governo tecnico, se ne potrebbe, per me, anche parlare. Ma le cose non stanno così. Mi si scuserà la pedanteria, ma una discussione di tale importanza non si può fare in modo superficiale. Per esempio, dire che rifondazione mette condizioni sul tipo di legge elettorale da farsi con il governo “di scopo”, è totalmente infondato. Rifondazione può, anche perchè determinante, ottenere che si formi un governo a scadenza, e può ottenere dagli altri partiti che sostengono tale governo un impegno sul modello tedesco. Ma, una volta formato il governo non c’è alcuna garanzia che poi lo stesso, per una contingenza economica o internazionale (crisi finanziarie o Kosovo per esempio) non si doti di un’altra missione anche, magari, con una maggioranza più larga e senza di noi. Sulla legge elettorale, poi, è il parlamento ad avere l’ultima parola e, a governo insediato, nessuno potrebbe impedire che Forza Italia giochi la sua partita, magari riprendendo l’accordo con Veltroni. Potremmo, cioè, essere usati e gettati, ritrovandoci con una legge ben peggiore di quella vigente, che comunque permette la nostra sopravvivenza nelle istituzioni. Insomma, penso che dopo una simile crisi devastante sarebbe stato meglio dire subito e chiaro che avremmo proposto a tutte le altre forze di sinistra di presentarci autonomamente dal PD con una nostra coalizione e con un programma marcatamente di sinistra. Non mi nascondo la difficoltà di una simile scelta, ma non so in quale altro modo si possa sperare di essere “perdonati” per la nostra evidente inutilità al governo e tentare di ricominciare il cammino di costruzione della sinistra alternativa.

3) Non sono d’accordo sulla ennesima accelerazione dell’unità a sinistra, tanto meno senza avere sciolto il tema del rapporto con il centrosinistra. A dimostrare l’inconsistenza della proposta, che non può più nemmeno essere coperta dalla retorica dell’unità fine a se stessa, negli ultimi giorni ci sono state almeno due novità. Il PdCI cerca di lucrare per la propria bottega unendo la difesa dell’identità comunista alla riproposizione del centrosinistra come orizzonte strategico. Mussi, mentre Giordano parlava alla direzione, ha detto chiaro e tondo su un’agenzia stampa che “quando si arriverà al voto bisogna presentarsi con una lista unitaria. Compito di questa formazione è di dire al Partito Democratico che si deve lavorare per un nuovo centrosinistra che governi l’Italia”. Come si possa imperterriti proporre un’accelerazione del processo unitario, la presentazione di una lista unica (anche senza il PdCI, con quali effetti elettorali non è difficile immaginarlo, e probabilmente senza i Verdi) che avrebbe autonomia solo per scelta dal PD e non per vocazione, io non lo so proprio!

In ogni caso questa è la discussione.

Sul modo di condurla, però, vorrei dire alcune cose, spero chiare.

Non si può prendere una simile decisione senza che le iscritte e gli iscritti al PRC, senza che le associazioni e le persone della Sinistra Europea, siano coinvolti in modo partecipato. Non è accettabile che un gruppo dirigente per giunta diviso in correnti (e parlo della maggioranza che governa il partito), possa decidere in modo oligarchico qualcosa che, oltre a cambiare le linee di fondo della stessa identità politica del partito (e non parlo della falce e martello o della fissa identità ideologica), potrebbe mettere in discussione la stessa esistenza di rifondazione comunista e più in generale di una sinistra non subalterna al Partito Democratico.

 

ramon mantovani