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Identità comunista e innovazione.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , on 20 giugno, 2008 by ramon mantovani

Mentre scrivo non so come finirà il congresso di rifondazione comunista. Spero in una netta affermazione della prima mozione, senza la quale, temo, i problemi di cui mi accingo a parlare in questo scritto rimarrebbero insoluti.

Se la costituente della sinistra fosse stata avviata nei tempi previsti dai suoi ideatori, senza una discussione democratica nel PRC, oggi avremmo già assistito ad una dissoluzione rapida del partito, che solo in parte avrebbe preso le forme di una scissione per alimentare l’altra costituente appositamente approntata dal Pdci, quella comunista. Più o meno lo stesso accadrebbe nel caso di una affermazione maggioritaria della mozione di Vendola al prossimo congresso. C’è chi dice che anche nel caso di una vittoria della mozione Acerbo non si potrebbero evitare una o due scissioni, sul versante delle due costituenti. Non credo a quest’ultima eventualità, essendo fondate entrambe le costituenti sul presupposto della morte di Rifondazione e della divisione delle sue spoglie. L’esistenza in vita del PRC sarebbe garanzia per evitare altre scissioni e nuove nascite di formazioni minori.

Il punto del quale voglio parlare, però, non è la auspicata funzione antisciossionistica della mozione Acerbo. Mi interessa, piuttosto, mettere in evidenza un paradosso che forse, nel corso degli anni ed anche oggi, è passato inosservato, o quasi. Si tratta della natura delle scissioni che il PRC ha subito e di quelle che rischia di subire oggi. La logica e l’esperienza storica (così infatti è stato per molti altri partiti comunisti nel mondo) vorrebbero che un partito si possa scindere solo sul tema dell’identità e del progetto strategico, non certo su una scelta tattica, quale è, e rimane in ogni caso, l’appartenenza o meno ad un governo.

Il problema è che Rifondazione Comunista, nel corso della sua breve vita, ha subito 6 (sei!!!) scissioni sul tema del governo. Due verso destra, Movimento dei Comunisti Unitari nel 95 e PdCI nel 98. Quattro verso sinistra, Confederazione dei Comunisti nel 97, Partito di Alternativa Comunista e Partito Comunista del Lavoratori nel 2006, Sinistra Critica nel 2007. Nessuna scissione, invece, c’è stata sull’identità e sul progetto strategico del partito.

Si potrebbe obiettare che, in realtà, le scissioni di cui sopra, sebbene precipitate su scelte attinenti la collocazione di governo, nascondevano o evidenziavano forti divisioni identitarie. In particolare è vero che all’atto delle scissioni si è invocata una coerenza con la migliore tradizione dell’identità comunista e si è sempre accusato il PRC di averla tradita o abbandonata. Si ricorderà l’impareggiabile Cossutta che tuonava: “io dico solo rifondazione perché non sono comunisti”. Come è vero che in alcuni casi c’era un’identità preesistente che nel PRC non si era mai sciolta né politicamente né organizzativamente. Tutto vero.

Ma rimane il fatto che tutte sei le scissioni hanno avuto origine da una rottura con un governo o dalla presenza del PRC in un governo.

Oggi una questione di identità esiste, visto che una parte non marginale del partito ha esplicitamente parlato di obsolescenza dell’identità e della stessa cultura comunista, oltre che di nuovo soggetto dotato di nuova identità. Eppure nessuno parla di scissioni, almeno apertamente, e per il sottoscritto tutto questo sembra davvero un paradosso.

Ovviamente non lo dico né per auspicare né per prevedere l’ineluttabilità di altre scissioni. E’ solo che non mi sembra corretto che passi inosservato un simile paradosso.

Se le cose stanno così bisogna pur chiedersi cosa abbia originato una situazione come questa.

Forse la forza, pregnanza ed importanza politica immediata della questione del governo e la relativa genericità, e quindi debolezza, dell’identità comunista. O forse una tale separatezza del governo dalla società che l’identità non sembra bastare né resistere alla prova del governo stesso. O forse la forma partito, questa forma partito specifica nella quale vive l’identità, e che segna l’identità, è intrinsecamente vocata al governo e al potere più che alla realizzazione di processi rivoluzionari. O forse, probabilmente, un poco di tutte queste cose.

Come si vede non ho le idee chiarissime. Non così tanto confuse, però, da non vedere il problema su cui siamo seduti. Sono certo che non lo risolveremo facilmente e tanto meno velocemente. Non basterà certamente il congresso a sciogliere questo nodo. Tuttavia dobbiamo cominciare a parlarne.

Io credo che il pensiero comunista sia tanto più debole quanto più fisso, monolitico e dogmatico. Diciamo pure che i tre aggettivi dovrebbero essere incompatibili con un pensiero rivoluzionario. Chiunque, però, può constatare come siano esistiti ed esistano partiti che hanno ridotto la teoria a dottrina e sostituito la ricerca con il dogma. Parlo di pensiero comunista perché penso sia fondamentale nella formazione ed evoluzione dell’identità, che è cosa ben più complessa e vasta, dagli innumerevoli risvolti culturali, politici, sociali e perfino psicologici, che non provo nemmeno a descrivere.

Si può dire di rifondazione che abbia avuto un pensiero debole, al punto tale da essere sovrastato dalle scelte politiche immediate, per quanto importanti, come l’ingresso o l’uscita da un governo? Credo proprio di no. In fin dei conti, a parte il primo convulso periodo, rifondazione ha rafforzato la propria identità, innovando profondamente il pensiero comunista. Non c’è stato solo il riconoscimento della pluralità dei diversi filoni del comunismo novecentesco. Ci sono state chiare innovazioni, ora appoggiate ora contrastate da questa o quella tendenza presente nel partito. Forse si può dire che alcune innovazioni sono state più annunciate, spesso dall’alto, che discusse previamente nel gruppo dirigente, perchè fossero in partenza un patrimonio veramente condiviso. Ma lo sono divenute nel corso del tempo quando hanno guidato la pratica e le scelte quotidiane e quando, per questo, sono state discusse dal corpo del partito. Parlo, per esempio, della individuazione dei limiti nazionali del partito nell’epoca della globalizzazione e del superamento della funzione di direzione del partito verso ogni conflitto e movimento. Cioè della messa in discussione della presunta superiorità del politico sul sociale, del partito sugli organismi di massa. Parlo della proclamata appartenenza ed internità, alla pari con gli altri soggetti, nel movimento mondiale contro la globalizzazione. Parlo della teorizzazione delle due sinistre e di altro ancora. Altre innovazioni sono state semplicemente annunciate e sono sembrate chiudere, più che aprire, una discussione che le facesse penetrare nella consapevolezza del corpo del partito. Mi riferisco, per esempio, alla svolta antistalinista e a quella nonviolenta. L’una rapidamente divenuta un’arma nelle mani del gruppo dirigente ristretto per “giudicare” e “sentenziare” sulla natura di questo o quel dissenso, in totale incoerenza con l’ispirazione proclamata. L’altra usata come leva per produrre una distinzione ed una divisione, i cui esiti si sono visti ancor meglio in tempi differiti, nel movimento. Non è un caso che entrambe queste ultime citate innovazioni abbiano incontrato i maliziosi ed interessati favori dei salotti buoni, di diversi editorialisti dei maggiori quotidiani e di esponenti di rilievo dei DS. Io, per quel che vale la mia opinione, condivido sia l’antistalinismo sia la nonviolenza, ma sono fermamente convinto della necessità di discuterli a fondo e soprattutto di coniugarli con l’ispirazione conflittuale e rivoluzionaria del pensiero comunista, evitando di ridurli a perbenismo di maniera, giacché in questa forma procurano danni e funzionano come zeppe. Vi è poi una innovazione che è stata solo annunciata, declamata, salvo essere letteralmente contraddetta dai comportamenti e dalle scelte politiche del gruppo dirigente ristretto: la critica del potere. Credo non ci sia neppure bisogno di elencare incongruenze di scelte politiche e perfino di vita interna di partito per dimostrare come la critica del potere sia rimasta solo sulla carta, anzi nell’etere visto che non è stato organizzato neppure uno straccio di seminario per discuterne seriamente e collettivamente. Io credo sia centrale, in modo riassuntivo anche per tutte le altre innovazioni, ripartire dalla critica del potere per coniugare in senso antagonista e realmente rivoluzionario il pensiero comunista contemporaneo ed ogni innovazione che l’abbia attraversato. Credo, in altre parole, che la nostra identità non sia così debole da poter facilmente essere cancellata o contraddetta da una pratica incoerente, ma nemmeno così forte, senza sciogliere il nodo del potere, da poter funzionare da deterrente verso nuove irrimediabili scissioni. In buona sostanza sostengo che il paradosso di non avere mai avuto scissioni esplicitamente identitarie potrebbe essere risolto in negativo oggi e nel futuro subendo la prima separazione in nome del superamento dell’identità comunista o di un ritorno alla stessa nella versione ortodossa. Ma anche, ed è per questo che bisogna battersi nel congresso e dopo, in positivo. E cioè rimuovendo, con la discussione e non con i colpi di scena, le incrostazioni del politicismo e del primato del lavoro nelle istituzioni dal nostro pensiero e dall’agire collettivo. Il che ci continua a rimandare al nodo del potere.

Il tema del potere è troppo grande per essere affrontato da me ed in questa sede. Ma basta un’osservazione empirica del nostro stato organizzativo per rendersi conto di come la presenza nelle istituzioni sia ridiventato il vero ed unico tema di dibattito politico nel partito a tutti i livelli, con buona pace del “fare società”. Accanto alla promozione nel futuro immediato di un approfondito dibattito, per me irrinviabile, sul tema del potere, bisogna pure sottoporre ad una critica serrata i comportamenti politici figli dell’idea che il potere è tutto, che la società chiede ma che ogni trasformazione necessita del possesso delle leve del potere per realizzarsi. Per non parlare della stessa forma verticistica del partito, disegnata ad immagine e somiglianza delle istituzioni che si vorrebbero democratizzare e che finiscono invece con lo spingere i gruppi dirigenti ad usare il partito per finalità perfino inconfessabili. Se ci saranno queste due cose, un dibattito serio e teorico e l’aggressione delle conseguenze del primato del potere nella nostra vita quotidiana, forse si potranno mettere a valore anche altre innovazioni nella effettiva rifondazione del pensiero e dell’identità comunista. Dandogli la forza per resistere alle intemperie degli andamenti elettorali e delle suggestioni illusorie fondate sul nuovismo. Impedendo nel futuro altre disastrose scissioni.

ramon mantovani

pubblicato sul N° 7 della rivista “ESSERE COMUNISTI” del giugno 2007

Basta con le mistificazioni! Rifondazione merita di essere rispettata!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , on 26 maggio, 2008 by ramon mantovani

Questo è il tempo delle decisioni, non delle recriminazioni o delle mistificazioni. E’ giusto e normale che il dibattito congressuale di un partito si dispieghi in modo che ognuno sostenga le proprie posizioni, cerchi di confutare le altre e cerchi di conquistare voti. Ma non è giusto e normale, o non dovrebbe esserlo, che il dibattito sia inquinato da mistificazioni, da doppie verità, da giravolte di ogni tipo.

Allora, anche a costo di essere ripetitivo e noioso, visto che si tenta di occultare il vero oggetto del contendere, torno a dire cosa è successo, come nasce e come deve svolgersi, secondo me, questo dibattito congressuale.

1) Di fronte al risultato elettorale non si può dire altro che tutto (TUTTO) il gruppo dirigente del partito è responsabile di una sconfitta e di un fallimento senza precedenti. Lo dico io per primo che pure avevo espresso, per tempo, numerose divergenze sia sulla nostra permanenza al governo sia sulla sinistra arcobaleno come assemblaggio di ceto politico con tre partiti dichiaratamente governisti. Ciò che è successo all’indomani delle elezioni nel partito è il frutto del tentativo, annunciato ampiamente, di avviare una costituente su base individuale (stampate e distribuite le tessere della sinistra arcobaleno) e delle dichiarazioni sull’accelerazione e sulla irreversibilità di tale operazione. E’ inutile tentare di occultare questo dato parlando di golpe, di resa dei conti e di personalismi vari. Semplicemente chi non era d’accordo con quella costituente (e io sono stato in prima fila), mai discussa in quei termini da nessuna parte nel partito e discussa invece con Mussi e diverse “personalità” che avrebbero lanciato l’operazione con un appello pubblico a farla subito, ha impedito che si facesse. Lo ha impedito in modo limpido, dichiarandolo esplicitamente, e permettendo così un dibattito ed una decisione democratica. Diversamente avremmo avuto una costituente sulla base del principio una testa un voto, alla quale avrebbero partecipato anche militanti di rifondazione, e il congresso del PRC sarebbe stato luogo di ratifica e valutazione di quanto già fatto. Il PRC si sarebbe diviso fra la costituente della sinistra e quella comunista (lanciata parallelamente dal Pdci) dissolvendosi definitivamente. Qui non ci sono processi alle intenzioni, bensì valutazioni politiche su intendimenti proclamati su tutti gli organi di stampa e su tutte le televisioni da Bertinotti, Giordano, Vendola, Migliore e diversi altri. Non credo di aver avuto le allucinazioni quando ad un TG ho visto Giordano il giorno dopo le elezioni dichiarare che “la Sinistra Arcobaleno è un processo irreversibile” e che “la faremo comunque con chi ci sta”. Capisco bene che il fatto che nel CPN sia stata impedita questa operazione abbia mandato su tutte le furie chi il CPN avrebbe voluto farlo due o tre settimane dopo il voto, a fatti compiuti. Ma non è accettabile, mi spiace, la mistificazione secondo la quale si sarebbero indicati capri espiatori allo scopo di sostituire il segretario con un altro o, peggio ancora, che si sarebbe promossa una resa dei conti. Quindi bisognerebbe smetterla di inquinare il dibattito con le teorie del complotto assumendosi la responsabilità dei propri atti e delle proprie proposte politiche.

2) Non ha senso presentare gli schieramenti usciti da quel CPN come innovatori e conservatori, come eredi delle innovazioni culturali e detrattori delle stesse, come il tradimento della maggioranza del congresso di Venezia. O meglio, ha un senso per chi vuole spostare la discussione dal punto politico del futuro del partito a quello della presunta coerenza con la migliore storia di rifondazione, ben sapendo che l’idea del superamento del partito non è popolare fra gli iscritti e che conviene chiamarli a schierarsi su altro. E’ bene che tutti sappiano che dall’ultimo congresso la mozione di maggioranza si è divisa e milita in ben quattro dei cinque documenti congressuali (tranne falce e martello), che la mozione 2 di Venezia si è divisa e milita in tre documenti (compresa la mozione Vendola), che due delle tre mozioni di Venezia sono uscite dal partito e si sono presentate alle elezioni. Come si fa, dopo un simile terremoto, a proclamare che da una parte ci sarebbero gli innovatori eredi del meglio di Venezia e dall’altra gli identitari, settari, chiusi e via insultando? Anche per questa ragione ho insistito per un congresso con un unico documento a tesi. Avremmo potuto dividerci e votare su diverse tesi alternative sul punto del futuro del partito e su quale unità della sinistra e discutere liberamente del resto, riconoscendo e valorizzando l’unità che pure c’è fra noi su tantissime cose. Non si è voluto solo per dimostrare che siamo divisi sulla cultura politica invece che sul superamento del partito. E siamo arrivati al punto che si accusa, a mezzo comunicato stampa, la mozione Acerbo di aver “copiato” da quella Vendola i temi dell’antimafia, della questione meridionale e non so cos’altro. Come se dovessimo avere posizioni diverse e contrapposte sull’antimafia!

3) Ha senso, invece, la autocandidatura di Nichi Vendola alla segreteria del partito. Ha senso perchè già da mesi si parlava di Vendola come leader del nuovo partito della sinistra. Ha senso perché Vendola aveva ricevuto una semi-investitura, come scritto da tutti i quotidiani imboccati dalla pletora di addetti stampa di Bertinotti e Migliore, all’assemblea degli “stati generali” dove l’applausometro l’aveva messo sul trono. Ha senso per superare i malumori dei tanti dirigenti della mozione Vendola per la candidatura di Bertinotti a premier in campagna elettorale. Ha senso per cavalcare la tigre del leaderismo e per ridurre militanti ed iscritti a tifosi passivi e plaudenti. Ha senso perché la dice lunga sulla natura del partito, o soggetto che dir si voglia, della sinistra che si vuole costituire. Una formazione ultrapoliticista, dominata da “personalità” in accordo e concorrenza fra loro, con un leader dalle mani libere per decidere le mosse da comunicare dalla televisione. Ha senso perché Vendola può raccogliere voti sulla sua persona che non andrebbero mai alla proposta della costituente che prevede il superamento di rifondazione comunista. Ha senso perché perpetua l’idea che il partito deve essere governato da una maggioranza identificata con un leader.

Ma non dovrebbe avere senso perché é una scorrettezza enorme anteporre le persone alle idee. Almeno in un partito antagonista che si prefigge di cambiare le cose e non di imitare il peggio della cultura politica maggioritaria oggi in Italia. Perché Vendola non può contemporaneamente fare il segretario del nostro partito e il presidente di una regione dove governa col Partito Democratico. A meno di non avere un inconfessabile accordo con il PD sul dopo congresso. Perché, per essere eletto segretario, dovrebbe avere il 51% dei voti e rifiutare ogni logica di gestione unitaria del partito.

La verità, secondo me, è che Vendola non pensa nemmeno lontanamente di fare il segretario del partito. Semplicemente ha messo a disposizione la sua popolarità per conquistare più voti per la mozione che propone la costituente di sinistra, e cioè il superamento di rifondazione comunista e la spaccatura della sinistra fra comunisti e neosocialisti.

4) Tutti vogliamo l’unità della sinistra. Ma quale unità? Per fare cosa? Non sono domande superflue. Se nel PRC vincesse la mozione Vendola si procederebbe, come ben scritto, ad una costituente della sinistra, ben sapendo che Verdi e Pdci non ne farebbero parte. In altre parole si realizzerebbe il progetto di Sinistra Democratica e si alimenterebbe l’altro progetto del Pdci. Rifondazione, come gran parte dei soggetti politico-sociali di movimento, sarebbero divisi e dilaniati dai due processi costituenti. Entrambe le costituenti sarebbero subalterne al Partito Democratico sia per vocazione, visto che sia Fava sia il Pdci vogliono un’alleanza strategica con il PD, sia per la debolezza intrinseca prodotta dalla divisione. Ma se Rifondazione continuasse ad esistere entrambe le costituenti sarebbero sterili e non potrebbero realizzarsi, giacché sono unite su un solo punto: che rifondazione debba sparire e che il suo patrimonio politico e non solo, possa essere diviso.

Detto questo, che comunque non è poco, resta da capire come e per cosa vale la pena di costruirla l’unità della sinistra.

Non basta dire che bisogna ricostruirla dal basso. Lo dicono tutti e senza alcune precisazioni può non voler dire niente.

E’ necessario ricostruire conflitto sociale, vertenze, esperienze di mutualità e di solidarietà attiva. E’ necessario coordinare forze politiche e sociali per essere efficaci nell’opposizione al governo Berlusconi. Questa è la strada per unire ciò che di sinistra rimane nel paese. Rifondazione c’è nei quartieri degradati, come ci sono centinaia di associazioni, gruppi, centri sociali, comitati di lotta. Non si tratta di tornare ai territori o di tornare a parlare alla “gente” per strada. Si tratta di dimostrare una coerenza fra ciò che si predica e si dice e ciò che si fa nelle istituzioni, visto che al governo non abbiamo ottenuto nulla. Si tratta di smetterla, in quei quartieri degradati, di fare tavole rotonde sull’unità della sinistra e di promuovere, invece, vertenze e lotte insieme ai gruppi e comitati. Si tratta, cioè, di unire la sinistra reale rispettando le identità di tutti e le culture di tutti. Ma è solo l’impegno sociale e la lotta ad essere il terreno per un confronto fertile ed anche per una effettiva contaminazione reciproca. Le tavole rotonde con chi dice che il comunismo deve sparire, magari per tornare a Riccardo Lombardi coma fa Ginsburg, come i dibattiti “per costruire un nuovo centrosinistra” come fa Fava insieme ad esponenti di Rifondazione, non costruiscono unità, bensì ulteriori divisioni e separatezza del ceto politico dalla società. Promuoviamo per un anno l’unità di chi vuole contestare il G8 del 2009, e facciamolo come facemmo con il Genoa Social Forum, ed avremo l’unità della sinistra in questo paese.

5) Non basta salvare rifondazione. Tutti dicono che non è autosufficiente ma una cosa è riconoscerne i limiti e individuarne i difetti da correggere, e un’altra e considerarla un ferrovecchio di cui liberarsi rapidamente per liberare finalmente le forze della sinistra diffusa. Insisto nel dire che una parte importante del gruppo dirigente di rifondazione è come se avesse detto: abbiamo ambizioni e progettualità così grandi e così alte che rifondazione non basta, ci vuole un partito (o soggetto che dir si voglia) alla nostra altezza. Ieri mi è ricapitato fra le mani il testo di una mia lettera di solidarietà ai compagni di Firenze promotori dell’appello di novembre ai quali un anonimo dirigente della federazione aveva detto sul Corriere della Sera: “non bisogna avere paura di qualche centinaia di contrari, se si ha intenzione di parlare a milioni di possibili elettori”. Quanta boria, quanta presunzione, in queste parole! E’ proprio l’esempio lampante di quanto dicevo più sopra. Chi vuole parlare a milioni di elettori considera tanti compagni del partito, che oggi guarda caso sono in stragrande maggioranza a Firenze, dei poveri deficienti non all’altezza degli splendidi disegni di un gruppo dirigente illuminato. Salvo svegliarsi il 14 aprile senza i milioni di elettori e senza la fiducia e il rispetto dei compagni che il partito l’hanno costruito e fatto vivere per tanti anni.

Ma non basta salvare rifondazione. Perchè é stata snaturata troppo dal leaderismo e dal conformismo conseguente. Dall’istituzionalismo che ha determinato una situazione insostenibile: non sono più i rappresentanti nelle istituzioni a servire ai circoli e al partito per essere più incisivi ed efficaci bensì il contrario. Circoli e gruppi di iscritti al servizio dei consiglieri, degli assessori e dei parlamentari. E sarebbe ancor peggio se si affermasse l’idea che solo un nuovo leader può salvare il partito. Avremmo un partito al servizio di una persona e delle sue decisioni.

Ma non basta salvare rifondazione. Bisogna sapere che il partito deve riformarsi, deve ritrovare il senso di un’appartenenza, di una collegialità e di una democrazia che sono, evidentemente, entrate in crisi. Per fare questo non basterà il congresso, sarà necessario un lungo cammino, paziente e determinato.

Molti lamentano una presunta chiusura del dibattito di rifondazione. E’ ingiusto ed ingeneroso. Perché sottovalutare la necessità di un partito di discutere democraticamente del proprio futuro? Perché, dopo mesi di assurde assemblee e discussioni sulle forme di un contenitore senza contenuti, si vuole che novantamila iscritti a rifondazione non discutano anche di se stessi? Perché un qualsiasi gruppo può riunirsi e decidere quale proposta fare agli altri e se la stessa cosa la fa un partito diventa una perdita di tempo? Forse si preferisce che a decidere siano quattro leader oligarchi? O si pretende che un’associazione di trenta persone, che merita tutto il rispetto del mondo, decida e che gli altri debbano applicare? Non sarà che qualcuno pensa che chi è iscritto ad un partito non abbia il diritto di partecipare e decidere perché per lui c’è un leader che ci pensa? Non sarà che c’è chi pensa che non avere una tessera di partito renda migliori?

Quindi, se si pensa che il dibattito di un partito sia poco interessante non c’è nessun obbligo a seguirlo. Se si pensa che rifondazione non debba decidere di se stessa, per le ripercussioni che questo avrebbe su altri magnifici progetti, ci si chieda che progetti sono visto che non possono realizzarsi se non sulle spoglie di rifondazione. Se si crede che un partito sia obsoleto, inutile, vecchio e tendenzialmente stupido si sappia che non c’è nessun obbligo a farne parte.

Il Partito della Rifondazione Comunista è sempre stato aperto, ha eletto centinaia e centinaia di persone senza tessera pur essendo un partito piccolo, ha sempre tentato di dialogare alla pari con tutti. E’ stato un partito molto generoso ed unitario.

E’ ora che venga ripagato con la stessa moneta.

ramon mantovani

Secondo Giordano sono un golpista, dalla cultura antica e nefasta, e lui è una vittima innocente. Mah!!!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 9 maggio, 2008 by ramon mantovani

I compagni Franco Giordano e Roberto Musacchio hanno risposto alla mia intervista pubblicata su Liberazione del 3 maggio. Potete leggere su Liberazione di domenica 4 maggio a pagina 6.

www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=04/05/2008

A parte il tono vagamente insultante, che comunque mi lascia indifferente, vediamo gli scarsi argomenti usati contro di me.

Giordano dice che non ha mai proposto di sciogliere rifondazione comunista. Ha ragione. Nessuno l’ha proposto. Infatti non mi risulta che qualcuno abbia l’idea di fare ciò che fecero prima il PSIUP e poi Lotta Continua. Cioè sciogliersi e lasciare che ogni militante andasse per la propria strada. Ma avrei dovuto vivere in Australia, non leggere la stampa italiana e non guardare la televisione per non sapere che da un anno è in discussione il “superamento” di Rifondazione Comunista. Ci sono decine, dico decine, di articoli e dichiarazioni, oltre che di interventi pubblici, di Bertinotti e tanti altri dirigenti di Rifondazione, oltre che del direttore di Liberazione, che lo propongono. Che Giordano abbia usato cautela non proponendo mai il partito unico bensì la formula del “soggetto unitario e plurale”, frutto di un compromesso (da me non condiviso) per tenere insieme una maggioranza nella quale c’era chi voleva la federazione e chi il partito unico, è vero. Anche se ogni tanto ha parlato di soggetto unico o si è dichiarato d’accordo con chi ha proposto il partito unico. Ricordo un’intervista di Giovanni Berlinguer che lo proponeva esplicitamente e un commento di Giordano che si dichiarava completamente d’accordo. Non mi risulta che abbia mai nemmeno tentato di confutare ciò che diceva esplicitamente Bertinotti. L’ho sempre visto scagliarsi, secondo me giustamente, verso Diliberto e verso le proposte del Pdci, ma mai verso Mussi e tanti altri esponenti di Sinistra Democratica, che hanno sempre, e lo stanno facendo anche in questi giorni, detto che per loro l’unità della sinistra si fa facendo un partito unico e di ispirazione socialista. Insomma, a sentire Giordano, e Musacchio, che qualcuno volesse “superare” rifondazione è un’invenzione mia e di altri visionari prodotta allo scopo di dividere la maggioranza del partito. Per fortuna non tutti sono in malafede. Ed ecco che nella riunione della commissione politica del congresso di settimana scorsa, il compagno Peppe De Cristofaro ha detto che se ci fosse stato un buon risultato per la Sinistra Arcobaleno lui avrebbe proposto lo scioglimento (ha usato la parola scioglimento) di rifondazione comunista. Del resto era di pubblico dominio che decine di dirigenti e candidati di rifondazione avevano questa proposta da avanzare all’indomani delle elezioni. E milioni di telespettatori ricordano le affermazioni di Bertinotti sul partito unico e sul comunismo “corrente culturale” nel nuovo partito. Per giunta la costituente avrebbe dovuto partire subito, anche organizzativamente, e agli iscritti di rifondazione sarebbe spettato il diritto di decidere se ratificare o meno quanto già fatto. E vorrei ricordare che Giordano il giorno dopo le elezioni, sempre in televisione, quando Diliberto aveva già detto che lanciava la costituente comunista, ha ancora insistito dicendo che la Sinistra Arcobaleno “è un processo irreversibile”.

Tutto questo, e non un torbido complotto, ha prodotto la rottura della maggioranza del partito e gli esiti dell’ultimo Comitato Politico Nazionale. Sarebbe bene, anche per lui, che Giordano se ne facesse una ragione.

Ma io sarei anche colpevole di avere una cultura del sospetto, di tentare di demolire gli avversari con calunnie.

Francamente non saprei cosa rispondere a simili accuse. Tutta la mia vita testimonia il contrario. Mi sembra solo frutto della coda di paglia di Giordano. Dovrei pensare che sia un cretino se non si è accorto, dalla posizione privilegiata di segretario del partito, di cosa è accaduto nell’ultimo anno e durante la campagna elettorale. Ma non lo penso. Penso, invece, che Giordano avrebbe dovuto risparmiarsi nelle conclusioni al CPN le allusioni secondo le quali ci sarebbero stati veti al ritiro della delegazione di governo. Nelle riunioni alle quali ho partecipato non ho sentito nulla del genere e posso, al contrario, testimoniare una cosa. Nella riunione del gruppo alla camera, che fu la prima sede nella quale si discusse del voto di fiducia sul welfare, io proposi il voto contrario e fu Pegolo (della corrente dell’Ernesto) a proporre di votare la fiducia ritirando al contempo la delegazione del PRC dal governo. Giordano sedeva alla presidenza e una ventina di minuti dopo l’intervento di Pegolo fece un discorso conclusivo nel quale si disse contrario alle due proposte. Non so chi telepaticamente abbia potuto porre veti visto che non ricevette né fece telefonate. Mi permetto di avanzare un dubbio. Non credo che rifondazione potesse ritirare la delegazione di governo. Ma non per problemi interni. Bensì per il veto che sarebbe venuto da Mussi Pecoraro Scanio e Diliberto. Ma forse anche questo dubbio mi è stato suggerito dalla cultura del sospetto che si è improvvisamente impadronita della mia mente!

Quanto alle critiche sulla proposta di svolgere un congresso a tesi posso rispondere senza problemi.

Pensavo e penso che la cultura politica innovativa di rifondazione non si possa né si debba usare strumentalmente per metterla al servizio di una proposta politica, qualsiasi essa sia. Non capisco perché chi è d’accordo sulla nonviolenza dovrebbe essere per forza d’accordo sulla costituente di sinistra e viceversa. Del resto fra i più convinti sostenitori del superamento di rifondazione ci sono compagni che al congresso di Venezia votarono la mozione dell’Ernesto e contro la nonviolenza. Cosa farà Giordano al prossimo congresso? Espellerà Valentini dalla mozione, visto che teorizza che ci deve essere coerenza fra cultura politica e proposta? Mah!

In realtà, e mi spiace dirlo, Vendola e Giordano, invece che sugli errori degli ultimi due anni, vorrebbero che il congresso discutesse sulla cultura politica dividendosi fra innovatori e conservatori. Vendola lo ha detto esplicitamente più volte. Perciò, e solo perciò, hanno respinto una proposta di buon senso. E cioè di dividersi su una questione controversa come la costituente di sinistra e di discutere liberamente sull’analisi del voto, sulle modificazioni sociali, sulle lotte da fare e anche sulla cultura politica. Questo si sarebbe potuto fare con tesi emendabili, che inoltre avrebbero dato, ma forse sarebbe meglio dire ridato, la parola agli iscritti.

Invece andremo a un congresso a mozioni contrapposte. Ma in molti ci batteremo affiché siano emendabili.

ramon mantovani

Intervista su Liberazione del 3 maggio 2008

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 5 maggio, 2008 by ramon mantovani

“Due anni fa Rifondazione ha smarrito la strada. Ora deve ripartire da dove si è persa”.

Frida Nacinovich

Sul tuo blog hai scritto: “La scorciatoia politica dell’unità dall’alto non mi convince. Da lettrice del blog di Ramon Mantovani, da elettrice di sinistra, ti chiedo: si poteva evitare questo disastro elettorale?

Certo che sì. Lo penso e lo dico da più di un anno. Unire dall’alto quattro partiti di governo è una scelta completamente sbagliata. Si poteva e si doveva aprire un confronto sul welfare, sulla precarietà, sulle pensioni. Arrivare – se necessario – ad una rottura con il governo Prodi. Tutto questo è stato impedito proprio dall’unità dei quattro partiti.

Quando parli dei quattro partiti di governo ti riferisci a Rifondazione comunista, Verdi, Sinistra democratica e Comunisti italiani, tutti presenti nell’unione prodiana perchè avevano scelto due anni fa di far parte della coalizione che vinse per un pelo le elezioni?

Esattamente. Ma Rifondazione comunista aveva in testa la sinistra europea, guardava a soggetti politici e culturali alternativi, contrari alla globalizzazione. Poi siamo passati all’unione con tre partiti “governisti”, interessante osservare che ognuno di questi ha un diverso partito europeo di riferimento. Un cambiamento di linea politica a trecentosessanta gradi, messo in campo senza alcuna discussione, calato dall’alto.

Criticare ora è fin troppo facile, un po’ come sparare sulla croce rossa. Dal parlamentare di lungo corso Ramon Mantovani vorrei sapere cosa si è perso in questi ultimi due anni. Sicuramente i voti. Ma c’è dell’altro. Cosa?

Avremmo dovuto aprire un circuito virtuoso, partire dalle buone cose fatte dal governo per portare avanti ulteriori richieste, mettere in campo altre mobilitazioni. In caso di fallimento avremmo dovuto essere in grado di tirare le conseguenze e lasciare il governo Prodi. Uscire dal governo perchè qualcosa non aveva funzionato. Nel luglio dello scorso anno la trattativa con i sindacati sul welfare aveva imboccato la strada sbagliata, era diventata un vicolo cieco. Bisognava essere in grado di mettere in campo una grande mobilitazione senza esitazione alcuna. O si rispetta il programma di governo o si esce dal governo.

Se proprio vogliamo parlare di programma, sembra che sia stato rispettato poco o nulla.

Il programma dell’Unione è stato totalmente tradito. Penso che avremmo dovuto essere più determinati su punti centrali come il welfare per poi presentare il conto su tutto.

Sempre sul tuo blog si legge “il patrimonio di Rifondazione non deve essere disperso”. Che cosa difendi? Rifondazione comunista? La falce e il martello? Il sogno di un altro mondo possibile? L’idea di un’alternativa di società?

Difendo il progetto politico di Rifondazione comunista. L’idea di un partito comunista capace di grandi innovazioni. Di mettersi in discussione a partire dal suo ruolo nelle istituzioni e nel governo. E penso che fino a due anni fa Rifondazione abbia camminato sullo stesso percorso scelto dal ’98, poi è andata al governo ed è cambiato tutto. La non rottura con Prodi è stata lo smarrimento di una strada. Io chiedo di tornare a due anni fa. Di ripartire da lì.

Come il polline di primavera, anche qui, nel quartier generale di Rifondazione comunista a viale del Policlinico, c’è qualcosa che gira nell’aria. Su gran parte dei media si parla di resa dei conti, di un congresso incandescente, di mozioni contrapposte. Di leader pronti allo scontro. Come la vedi? Qual è il tuo giudizio su quanto sta accadendo.

Durante la campagna elettorale Giordano, Vendola, Migliore e con loro altri dirigenti hanno proposto il superamento di Rifondazione. Ecco quello che è successo.

Hai detto: il superamento di Rifondazione.

L’hanno proposto esplicitamente e senza aprire alcuna discussione nel partito. E si apprestavano a compiere altri atti irreversibili, così come loro stessi avevano annunciato. Io ho pensato che fosse necessario impedire che si arrivasse alla dissoluzione di Rifondazione comunista. E il voto nel comitato politico nazionale ha voluto proprio cambiare questa traiettoria, permettere di arrivare ad un congresso dove la parola tornasse alle iscritte e agli iscritti.

Un congresso a tesi o a mozioni?

Penso sia giusto fare un congresso a tesi. E per quanto riguarda la vita del partito e l’unità della sinistra sarebbe opportuno esplicitare opzioni diverse così che gli iscritti e le iscritte possano scegliere, non scoprire il loro destino guardando “Porta a porta”. Sul resto credo ci debba essere la massima libertà da parte di circoli e federazioni di emendare queste tesi, di mescolare idee diverse sul partito. Penso anche che Franco Giordano e Nichi Vendola vogliano invece un congresso di scontro, permeato sulla scelta di un futuro leader. Lo considero altamente pericoloso, perchè questo scontro potrebbe rivelarsi distruttivo per il partito.

Scindere un partito ridotto ai minimi termini sarebbe in sintonia con il destino della galassia della sinistra italiana…

Non vedo all’ordine del giorno nessuna scissione. Il congresso dirà se il partito esiste oggi, se esisterà domani. Certamente, se si affermasse la proposta di Giordano sulla costituente della sinistra così come è stata delineata, allora il partito finirebbe con l’essere dilaniato. In campo resterebbe l’ipotesi della costituente comunista di Oliviero Diliberto, molti compagni andrebbero a casa, un altro gruppo darebbe vita a un nuovo partito di sinistra socialista. Sarebbe la fine di Rifondazione comunista.

Torniamo alla Sinistra arcobaleno e a quella parte di sinistra italiana che non è entrata nell’arcobaleno. E’ davvero una missione impossibile quella di unificare, cercare minimi comuni denominatori a questo frastagliato microcosmo?

Quale frastagliato microcosmo?

La Sinistra critica, il Partito comunista dei lavoratori, solo per fare i nomi di due partiti che si sono presentati alle ultime elezioni, entrambi sotto il simbolo della falce e martello.

Penso che sia sbagliato ragionare in termini di sigle. A mio avviso l’importante è costruire una sinistra che affronti problemi concreti, che nasca dal basso. L’unità che mi interessa è quella delle diverse esperienze. Faccio un esempio per essere più chiaro: sarebbe importante mettere insieme tutto quel che si muoverà intorno al G8 della Maddalena. Questa è l’unità che piace a me. Accorpare intellettuali e ceto politico come continuano a proporre è deleterio. Non solo, alla fine del percorso crea nuove divisioni.

Stai ripetendo che il progetto della Sinistra l’Arcobaleno era e resta sbagliato?

Esattamente.

pubblicata su Liberazione il 3 maggio 2008

In risposta all’intervista di Nichi Vendola sul Manifesto.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , on 27 aprile, 2008 by ramon mantovani

L’intervista di Nichi Vendola di venerdì

www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/25-Aprile-2008/art56.html

è l’ennesima operazione mimetica che nasconde i veri problemi per spostare la discussione su un terreno ideologico, in un’auspicata contesa innovatori contro conservatori. Proprio non ci siamo. Insistere nel dire che ci sarebbe stata un resa dei conti, addirittura violenta, che la proposta del congresso a tesi sarebbe una furbizia, non è un bel modo per discutere. Perché intorpidire le acque in questo modo? Chi non era d’accordo con la realizzazione degli annunci di Bertinotti, di Giordano e dello stesso Vendola, mai discussi da nessuna parte nel partito, che avrebbero reso irreversibile il processo di dissoluzione di Rifondazione, lo ha impedito con un voto e con una posizione limpida. Lo abbiamo fatto per restituire, prima che fosse troppo tardi, la parola agli iscritti e a quanti, nella sinistra, sono interessati ad una discussione di prospettiva. Sarebbe interessante discutere della prospettiva piuttosto che di golpe o di contraddizioni tra i golpisti. Come Nichi sa io mi sono opposto, fin dall’anno scorso, alla scorciatoia politicista dell’unità dall’alto. Mi sembrava e mi sembra un fuggire dal problema del governo in compagnia di forze che hanno sempre fatto, della collocazione di governo, il loro orizzonte strategico. Su questo punto Nichi non dice nulla di nulla ed insiste, invece, a proporre di “ricostruire il campo della sinistra” con l’idea, molto curiosa, che si sa dove si comincia e non si deve sapere dove si finisce, anche nella relazione con il PD. Io non sono appassionato alle formulette organizzative. Mi interessa riprendere il cammino del “fare società” e dello stare “nei” movimenti, da dove è stato interrotto a causa dell’esperienza di governo. E su queste basi trovare l’unità possibile ed efficace della sinistra. In altre parole vorrei che l’idea dell’unità alla base della Sinistra Arcobaleno fosse completamente rovesciata. Non il “mettiamoci insieme”, sorvolando su questioni strategiche come il governo, per poi vedere cosa viene fuori, bensì il ripartiamo dalle lotte, dal nostro insediamento sociale, che c’è ancora, da contenuti chiari, e su queste basi costruiamo l’unità. Per questo il patrimonio di Rifondazione non deve essere disperso. In particolare l’innovazione che ci ha contraddistinti in questi anni non va perduta perché é indispensabile per affrontare il nostro tempo. E’ l’averla ridotta a litania ripetuta, ma non praticata, a fiore all’occhiello da esibire per guadagnare l’apprezzamento di alcuni salotti buoni, che l’ha messa a rischio. Il congresso su tesi emendabili dall’alto e dal basso, con la chiarezza del voto su opzioni politiche riguardanti il partito e la sinistra, e con una discussione libera su molte altre cose, comprese le culture politiche che sono un campo di ricerca e non uno strumento al servizio di questa o quella scelta immediata, è una proposta unitaria, non una furbizia. Sostenere che chi è per la non violenza deve per forza essere per la costituente e che chi vuole mantenere in vita il partito lo vuol fare cancellando la nonviolenza, questo sì è una furbizia. Possiamo davvero fare un congresso utile a noi stessi e a tutta la sinistra proprio se, dopo una catastrofe di queste dimensioni, siamo capaci di rimetterci in discussione anche parlando, dolorosamente, degli errori commessi e di che cosa ci divide e di che cosa ci unisce, piuttosto che cercare una finta unità del gruppo dirigente, alla ricerca di un’autoassoluzione. Bisogna bandire le doppie verità, quelle per il gruppo dirigente e quelle per i militanti, quelle per la tv e quelle per i congressi, quelle per gli amici e quelle per i nemici. E bisogna parlare di politica e non di leader. So bene quanto l’idea del leader salvifico, capace di comunicare in TV e di parlare suscitando emozioni, sia penetrata in un corpo politico confuso e reso impotente, proprio perché largamente espropriato del diritto di decidere del proprio destino. Ma una discussione inquinata da questo elemento, personalizzata fino al parossismo, produrrebbe solo divisioni insanabili e un esodo di proporzioni ancor più grandi di quelle che abbiamo conosciuto nella nostra vita politica. Non si tratta di lapidare nessuno, caro Nichi, e comunque sono i mujaheddin del popolo ad essere lapidati ed impiccati dai seguaci dell’ayatollah che incarna l’unità indissolubile della cultura religiosa e della politica di stato.

ramon mantovani

pubblicato su Il Manifesto il 27 aprile 2008


Rilanceremo Rifondazione Comunista, senza paura della realtà, come sempre abbiamo fatto.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 17 aprile, 2008 by ramon mantovani

La catastrofe è di tali proporzioni che mi ha lasciato attonito. Sapevo, e lo avevo detto e scritto, che l’idea della Sinistra e L’arcobaleno era sbagliata anche elettoralmente. Ma non prevedevo certamente un simile risultato. Non è quindi con la stupida presunzione di chi afferma con aria supponente: – “l’avevo detto io!” – che mi accingo a scrivere queste note. Rimane solo l’amarezza di non aver potuto discutere prima, per tempo, a causa di un atteggiamento, questo si presuntuoso, di chi presentava le proprie decisioni come le UNICHE POSSIBILI, di chi derideva le posizioni altrui (come le mie per esempio) come MINORITARIE e TESTIMONIALI (salvo svegliarsi martedì mattina avendo ridotto l’intera sinistra ad una testimonianza extraparlamentare), di chi continua imperterrito a parlare di nuove accelerazioni e di nuove scelte irreversibili.

Comunque, cerchiamo di ragionare.

Prima che compaiano studi approfonditi sui flussi elettorali bisogna affidarsi ad una osservazione superficiale. Credo però sufficiente per formulare almeno ipotesi. Ovviamente da verificare.

Le destre stravincono. Raccolgono tutti i propri voti potenziali (compresi quelli che nel 2006 si erano astenuti) e un cospicuo numero di elettori delusi dal centrosinistra.

La intrapresa politica fondata sulla espressione dei peggiori istinti di una società atomizzata e scossa dalla crisi è pienamente riuscita. Spicca, da questo punto di vista, il voto della Lega.

Al contrario, l’operazione del PD, che tentava di contendere alla destra i voti ispirati dalla paura e dall’insicurezza e quelli dei ceti abbienti benpensanti è completamente fallita. Solo l’idea, perniciosa e perdente, del VOTO UTILE CONTRO BERLUSCONI è stata in parte premiata unicamente con voti di sinistra, occultando parzialmente la totale inefficacia del progetto del PD.

La distanza, in voti assoluti e in percentuali, fra i due principali schieramenti, lo dimostra inequivocabilmente.

La Sinistra e L’Arcobaleno perde in ogni direzione. Quando si perdono quasi tre milioni di voti su quattro si troveranno le tracce dell’esodo in ogni dove. Ma credo si possa dire, non so in quale esatta misura, che la gerarchia sia: astensione, PD (compresa italia dei valori). Molto al di sotto, in diverse altre direzioni, compresa la Lega e perfino l’UDC. Non bisogna dimenticare il voto del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Critica (316mila al senato e 376mila alla camera pari all’uno per cento) che sono tutti voti provenienti da Rifondazione. Che due piccolissime formazioni esordienti alle elezioni prendano più di un terzo di voti rispetto a quattro partiti con 140 parlamentari è qualcosa che dovrebbe far riflettere. E non si tratta solo della falce e martello, che pure ha avuto il suo ruolo, ma anche di un voto militante e giovanile di movimento che, nonostante la dimensione sostanzialmente irrilevante dal punto di vista elettorale, non può essere osservato con sufficienza dal punto di vista politico.

Al di là dei flussi credo sia necessario capire i motivi profondi di una tale perdita di voti.

Ognuno può verificare empiricamente, interrogando i propri conoscenti, che le motivazioni sono state tante, diverse, e in molti casi contradditorie. Delusione per la condotta al governo, sia nella versione del “tanto siete inutili” che in quella più diffusa (credo) del “siete diventati uguali agli altri”. Da questa scaturisce l’astensione ed anche il voto per il PD per la paura di Berlusconi, ed all’Italia dei Valori. Segue quella tanto infondata quanto esistente del “avete disturbato l’azione di governo e siete la vera causa della sua caduta”. Da questa scaturisce il voto al PD. C’è, ed anche forte, il non essersi riconosciuti nel nome, nel simbolo e nel leader della SA. Da questa scaturisce l’astensione e il voto per la falce e martello. Ovviamente le prime due motivazioni sono numericamente molto grandi, ma non bisogna sottovalutare che la terza, sebbene numericamente minore, ha investito i militanti e i più politicizzati che sono sempre il motore della campagna elettorale.

Con un’Italia devastata socialmente, con un governo pessimo del quale facevamo parte, con le lotte e i movimenti presenti ma impossibilitati a vincere e nemmeno a farsi ascoltare, con l’insidia della nascita del PD (che troppi cretini dicevano avrebbe aperto grandi spazi elettorali a sinistra) la sinistra, e Rifondazione in particolare, si è trovata in una tipica e classica situazione di empasse. In un vicolo cieco.

Invece di affrontare con realismo la situazione, di aprire una vera trattativa con Prodi mobilitando tutte le forze disponibili, anche scontando di perdere una parte di consensi, ma conservando gli altri, si è scelto di scappare dai problemi e di avviare la costruzione di un nuovo partito tanto generico quanto moderato. Per giunta mortificando le identità, soprattutto quella comunista, e facendo tutto in modo oligarchico.

Così facendo si sono persi consensi in tutte le direzioni.

Insisto! Nessuno mi toglie dalla testa che la rottura con Prodi sul welfare avrebbe scontato la perdita di molti voti, ma anche la mobilitazione nella lotta di una parte del paese che ci avrebbe capiti benissimo e che non ci avrebbe abbandonati alle elezioni.

Di fronte a tutto questo, oggi, tutto si può fare tranne che continuare, come un pugile suonato, a ripetere che la Sinistra Arcobaleno è il futuro.

Sono rimasto davvero molto colpito dal fatto che Bertinotti, Giordano, Vendola e Migliore abbiano riproposto ossessivamente il superamento di Rifondazione e la costruzione di un nuovo partito anche dopo il risultato elettorale, nonostante il Pdci abbia dichiarato chiusa l’esperienza SA lanciando la costituente comunista, con l’evidente scopo di lucrare sullo scioglimento di rifondazione, nonostante i Verdi vadano al congresso con la discussione che verterà sull’alleanza (forse perfino ingresso) col PD o sul rilancio alle europee del simbolo storico del Sole che Ride, e nonostante moltissimi di Sinistra Democratica siano andati nel PD perfino in campagna elettorale ed altrettanti si apprestino a farlo presto nelle prossime settimane.

Veramente non credo alle mie orecchie!

E’ per questo che non bisogna permettergli di produrre altri fatti irreversibili.

Rifondazione Comunista esiste, ferita, con i suoi difetti e limiti, ma esiste.

Ci sono decine di migliaia di compagne e compagni che non si rassegnano, che non hanno nessuna intenzione di consegnare al PdCI e ad altri i resti militanti ed anche elettorali che deriverebbero dalla morte di Rifondazione. Che hanno saputo coniugare l’identità comunista con l’innovazione politico-culturale, che non hanno una vocazione di potere, che sono immersi in tutte le lotte del paese.

Che sanno che il risultato elettorale non riflette il vero stato delle cose e che c’è rimedio a tutto questo.

Perciò rilanceranno, rilanceremo, Rifondazione Comunista riprendendo il cammino del nostro progetto, mortificato e contraddetto dall’esperienza di governo, e produrremo unità nei movimenti ed anche fra le forze politiche fondandola sui contenuti, sulle cose, e non più sulle illusioni salottiere.

ramon mantovani