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«Invece di fare il totosegretario uniamo la sinistra vera di questo Paese»

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 9 ottobre, 2013 by ramon mantovani

Già parlamentare e membro della direzione nazionale, Ramon Mantovani contesta chi crede che solo un rinnovamento del gruppo dirigente possa portare il partito fuori dalla crisi

Ramon Mantovani è uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista. Membro della direzione nazionale e più volte eletto deputato. Anche a lui abbiamo chiesto di esprimersi sui temi salienti che il congresso dovrà affrontare.

Ramon, cominciamo dalla querelle “dimissioni e congresso subito”. In diversi si erano espressi appunto per un rinnovamento, sia pure provvisorio, del gruppo dirigente, e per la realizzazione di un congresso straordinario da effettuarsi poco dopo la sconfitta elettorale. Come arriviamo a dicembre su questo tema e qual è la tua opinione su un punto che ha diviso il partito?
Se avessimo fatto un congresso subito, con le dimissioni irrevocabili della segreteria, avremmo avuto un congresso di scontro al solo scopo di scegliere un nuovo gruppo dirigente. E questa sarebbe stata la fine del nostro partito. Io mi sono vivacemente opposto all’idea che la situazione grave della sinistra antagonista italiana e di Rifondazione si possa risolvere attraverso il cambio di poche persone. E’ stato invece giusto fare una discussione lunga e affrontarla in termini approfonditi. Io non ho nulla in contrario ad un profondissimo rinnovamento del gruppo dirigente. Chiaro? Ma non si possono fare discussioni che alludono a scelte di linea politica parlando di persone e di gruppi dirigenti. Fare così trasformerebbe il Prc in un partito identico agli altri, basti vedere la vicenda di Renzi e del Pd. Prima si parla della politica e poi si scelgono le persone che la possono portare avanti.

A proposito della politica, leggendo Ferrero e Grassi mi sembra che sui grandi scenari non ci siano grosse differenze. C’è qui da noi una grave crisi della sinistra d’alternativa che non registriamo nel resto d’Europa, dove le cose anzi vanno abbastanza bene. Noi siamo invece in un “cul de sac”, perché da un lato non abbiamo un aiuto dalla sinistra più moderata, come invece è successo in Francia e in Germania, anzi, c’è Sel che si sposta sempre più a destra; dall’altro siamo frammentati e incapaci, almeno per il momento di arrivare a delle conclusioni. Poi ci sono le aspettative riposte in Landini e Rodotà, ma anche qui regna l’incertezza. Qual è la tua analisi a riguardo?
E’ giusto il paragone tra la crisi della sinistra antagonista italiana e, diciamo così, se non i successi il buon stato di salute delle forze omologhe a noi negli altri paesi europei. Come dicevo si tratta di un confronto giusto. Ma se non si paragonano anche i sistemi politici, i sistemi elettorali e quelli istituzionali allora si incorre in un grave errore. E cioè di pensare che sia solo l’inadeguatezza delle persone che dirigono la sinistra in Italia la causa dei suoi insuccessi. E invece le cose non stanno così. Per il banale motivo che in nessun altro paese dove la sinistra d’alternativa ha successo, per esempio Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Germania, c’è il sistema del bipolarismo italiano. Nel quale chiunque si proponga di portare avanti i nostri contenuti, o è condannato all’impotenza fuori dal governo o è condannato all’impotenza dentro il governo. Ed è esattamente questo che ha distrutto la nostra esperienza politica sia quando siamo stati dentro i governi, siamo quando ne siamo stati fuori. Perché sempre ci sono state ad ogni occasione, le scissioni. Esattamente secondo il copione che il bipolarismo italiano prevede. L’Italia si è americanizzata molto più di qualsiasi altro paese europeo. A nessuno viene in mente di dire che è colpa del gruppo dirigente del Partito comunista degli Stati Uniti d’America se non è in Parlamento. Perché c’è un sistema elettorale che non è democratico, e che esclude a priori chiunque proponga certi contenuti. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Negli ultimi anni abbiamo provato in tutti i modi a unire la sinistra di alternativa. Ma bisogna guardare in faccia la realtà e spiegare seriamente i fallimenti e le sconfitte, senza demagogia. Se si pensa che sia colpa del segretario del partito e del gruppo dirigente perché, affetti da settarismo e da chissà quali altri difetti, perché non sono stati capaci di dialogare con Sel e con altri, allora la soluzione è semplice. Basta trovare un nuovo “leader” capace di convincere Sel a rompere con il Pd e a non entrare nel partito socialista europeo. Se, invece, i fallimenti si spiegano politicamente prendendo atto che il PdCI ha spaccato la Federazione della Sinistra per tentare di entrare nel centrosinistra, che Rivoluzione Civile si è dovuta improvvisare in pochi giorni esattamente con quelli che sono stati rifiutati dal centrosinistra e che poi hanno fatto tutta la campagna elettorale lagnandosi di questo e parlando solo di legalità, allora la soluzione non può che essere quella di unire la sinistra sui contenuti, in alternativa al centrosinistra perché su quei contenuti è incompatibile, e con il chiaro riferimento alla Sinistra Europea e al Gue. Ovviamente il Prc non può essere così presuntuoso da pensare che proclamare l’obiettivo sia sufficiente. C’è il problema dei gruppi dirigenti dei partiti e delle stesse associazioni, della loro e nostra inadeguatezza, delle divisioni del passato che pesano. Anche a questo problema non c’è che un rimedio. Si costruisca una nuova forza dal basso, con il principio una testa un voto, senza patti né posti né garanzie per nessuno degli attuali gruppi dirigenti. Ma anche questo si può fare se c’è chiarezza politica ed unità d’intenti reale. Altrimenti qualsiasi unità, della sinistra o comunista, che sia di vertice o dal basso, è destinata a saltare alla prima prova elettorale. La manifestazione del 12 apre un percorso di lotta sulla Costituzione e sul lavoro. Bisogna esserci senza riserva alcuna. I promotori hanno detto con chiarezza che non hanno intenzione di fondare una forza politica o una lista. Bisogna prenderne atto. Ma noi pensiamo che questo percorso possa aprire uno spazio politico pubblico dentro il quale può affermarsi l’idea che anche in Italia ci sia chi rappresenti quei contenuti.

Ramon, come ben sai in Italia c’è un problema grosso di rappresentanza dei lavoratori, ormai non rappresentati appunto più da nessun partito, a parte la piccolissima parte che possiamo fare noi, e anche da nessun sindacato a parte la Fiom, vista la deriva della Cgil. Come risolviamo questo problema? E pensi che le iniziative messe in campo da Landini e Rodotà possano essere un punto di partenza?
Sul sindacato dico solo una cosa: che non si occupa dei lavoratori da quando ha firmato la concertazione nel 1993. Si occupa di parlare dei lavoratori, ma non si occupa come dovrebbe fare un sindacato degli interessi di chi dovrebbe rappresentare. Non mi dilungo perché mi pare evidente il perché. C’è un altro punto però, e anche questo fa differenza con gli altri paesi europei e ha a che vedere con il bipolarismo. In Spagna, per esempio, i sindacati, compreso quello di ispirazione socialista, non hanno mai esitato a scioperare contro il governo nazionale dei socialisti. In Italia abbiamo un sindacato, anche la Cgil, che si è dichiarata contro la riforma delle pensioni di Dini quando era ministro del Tesoro di Berlusconi e favorevole alla stessa riforma sempre di Dini quando l’ha fatta con la maggioranza di centro-sinistra. Insomma la Cgil è schiava del quadro politico. E il combinato disposto della filosofia della concertazione e del sistema politico italiano hanno ridotto il nostro sindacato ad una corporazione. La Fiom, per carità, è l’unica organizzazione sindacale di massa che in qualche modo tenta di rimettere al centro la natura conflittuale del sindacato. Anche se con molte oscillazioni è la prima a denunciare l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro, ma non ne trae tutte le conseguenze. Mesi fa, prima delle elezioni, aveva indicato precisi contenuti. Per noi potevano, e possono ancora essere, il programma elettorale della sinistra d’alternativa. Senza confondere il ruolo del sindacato e di una forza politica io penso che moltissimi dei contenuti di lotta della Fiom siano incompatibili con il Pd ed anche col centrosinistra. Basta rileggersi la Carta d’Intenti firmata anche da Sel per rendersene conto. Mi permetto di dire che o se ne rende conto o è destinata ad essere trascinata nella logica compatibilista e subalterna della Cgil.

Torniamo invece al congresso. Abbiamo di fronte un percorso lungo e faticoso per uscire, se riusciremo, da questa situazione di crisi. Nel frattempo come pensi dobbiamo affrontare le inevitabili scadenze elettorali?
La mia posizione è totalmente in accordo con la bozza di documento licenziata dal Cpn. Io penso che alle elezioni europee sarebbe bene si presentasse una lista che però abbia contenuti precisi e che elegga una rappresentanza nell’ambito della Sinistra Europea e del Gue. Non una lista arlecchino i cui deputati eletti possono andare a finire in tre o quattro gruppi diversi. Della proposta più strategica per unire la sinistra alternativa ho già detto. Vorrei solo che il congresso prendesse coscienza, una volta per tutte, che le elezioni oggi sono per noi un terreno nemico e avverso. Da affrontare con coraggio e serietà, ma senza illusioni a buon mercato. Il bipolarismo bastardo italiano è un enorme ostacolo per veicolare nelle istituzioni gli interessi dei lavoratori e una loro rappresentanza. Non vedere l’ostacolo non aiuta a superarlo. Al contrario spinge a sbatterci contro e a farsi male. Ma la crisi è solo all’inizio e tagli, privatizzazioni e stravolgimenti costituzionali daranno purtroppo ragione alle nostre analisi e previsioni. Se ci dedicheremo a discutere di questo, invece che di totosegretari e di liti fra correnti, potremo farcela sia a rilanciare la funzione di un partito comunista degno di questo nome, sia ad unire la sinistra vera di questo paese, sia ad accumulare le forze capaci di superare qualsiasi sbarramento.

Vittorio Bonanni

 

Pubblicato su Liberazione online il 4 ottobre 2013

 

 

Morte ai partiti? (quinta parte)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 settembre, 2012 by ramon mantovani

Ho tralasciato di parlare dei partiti di sinistra e/o comunque realmente o apparentemente eterodossi rispetto al sistema dominante sia perché sarebbe sbagliato assimilarli semplicemente agli altri sia perché in un qualche modo sono o dovrebbero essere alternativi.

Essi si dividono in tre filoni. Elenchiamoli per poi esaminarli più approfonditamente.

Ci sono quelli eclettici ideologicamente, che hanno posizioni spesso (ma non sempre) critiche con il liberismo e il modello sociale dominante, ma che sono pensati ed organizzati in modo ultralideristico e adatto al sistema maggioritario.

C’è il Movimento 5 Stelle. Che apparentemente non ha identità ideologica, che coniuga slogan e posizioni progressiste ed ecologiste a posizioni reazionarie e liberiste.

Ci sono infine i partiti ideologicamente comunisti ed anticapitalisti divisi fra loro, più che sull’analisi della società e sulla strategia antagonista al sistema, esattamente sulla tattica da seguire alle elezioni e comunque sul rapporto da avere con le altre forze politiche, a cominciare dal PD. Di questi ultimi ci occuperemo nella sesta ed ultima parte.

Iniziamo dall’IDV. Nasce nel 98 e confluisce quasi subito nella formazione “I Democratici dell’Asinello” (sic). Ne esce nel 2000 avendo deciso di votare contro la formazione del governo Amato. Da allora esiste in quanto Italia dei Valori – Lista Di Pietro. Nell’autunno del 2000 entra a far parte dell’ELDR (il partito europeo dei liberali). Lo statuto dell’IDV è un vero capolavoro di eclettismo. Vale la pena di riportarne qui l’art. 3.

“Art. 3 –Finalità del partito:

L’Italia dei Valori e’ un partito politico autonomo ed indipendente in grado di offrirsi come luogo di partecipazione, di proposta, di elaborazione, di confronto democratico, e può concorrere alle competizioni politiche, elettorali e referendarie a qualsiasi livello, anche raggruppandosi con altre forze politiche, sociali e culturali previa specifica ed espressa autorizzazione – e nei limiti anche temporali della delega scritta – che dovrà essere di volta in volta rilasciata dal Presidente nazionale (ovvero da suoi delegati). Il partito si riconosce nell’insieme delle grandi culture riformiste del novecento: la cultura cattolica della solidarietà sociale e familiare, la cultura socialista del lavoro e della giustizia sociale, la cultura liberale dell’economia di mercato, della liberta’ individuale e del buon governo, attraversate dalle grandi tematiche dei diritti civili, della questione morale e dei nuovi diritti di cittadinanza alle quali i grandi movimenti ambientalisti, delle donne e dei giovani hanno dato un contributo essenziale. L’Italia dei Valori vuole integrare i tradizionali valori di libertà, uguaglianza, legalità e giustizia con i valori nuovi del nostro tempo: pari opportunità, sviluppo sostenibile, autogoverno, solidarietà e sussidiarietà, responsabilità, iniziativa, partecipazione ed europeismo, nel quadro di un sempre più avanzato federalismo europeo. Obiettivi primari del partito sono la riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione, un reale federalismo, lo sviluppo di una sana economia di mercato, la realizzazione di uno Stato di diritto, libero dai conflitti di interessi, con una seria e concreta divisione e autonomia tra i poteri. L’Italia dei Valori auspica uno sviluppo sociale basato non solo sulle regole del commercio, ma anche su interventi correttivi per renderle più favorevoli ai soggetti piu’ deboli, specie nei paesi e nelle aree territoriali povere ed arretrate, favorendo un’equa ripartizione delle risorse. Alla globalizzazione dei mercati deve corrispondere una reale libera concorrenza e soprattutto la globalizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.”

 

Come si vede c’è tutto e il contrario di tutto.

 

Pochissimi italiani sanno che quando votano l’IDV alle elezioni europee eleggono deputati che siederanno e voteranno insieme ai liberali tedeschi e del Regno Unito. Si può dire senza tema di smentita che la vera ed unica identità dell’IDV è l’antiberlusconismo in chiave giustizialista. Infatti nell’IDV militano e vengono eletti ad ogni livello ex comunisti, ex democristiani, ex liberali, e una varietà più o meno sconfinata di personaggi locali dalle più diverse tendenze. L’IDV è un partito leaderista. Non c’è solo il nome del leader nel simbolo del partito. I poteri attribuiti al presidente del partito sono enormi. E il congresso è dominato dagli eletti nelle istituzioni di tutti i livelli che infatti lo compongono automaticamente.

L’IDV sul territorio è un partito diversificatissimo. Infatti data la sua collocazione interna al centrosinistra, comunque coniugato, e l’apparente radicalità delle posizioni dovuta più che altro ai toni utilizzati contro Berlusconi, ha avuto negli ultimi anni forti successi elettorali. Essendoci uno spazio considerevole e comunque appetibile molti personaggi locali lo hanno fondato sul proprio territorio. È una reciproca convenienza di Di Pietro e dei personaggi locali. Di Pietro ingrossa il proprio partito e i personaggi locali sfruttano la popolarità di Di Pietro. Si tratta di puro franchising. Vale per le aziende che sono proprietarie di un importante marchio e che appaltano il marchio ad imprenditori locali che hanno l’unico obbligo di esporre il marchio e di rispettare il disciplinare dell’azienda. Basta leggere lo statuto dell’IDV per rendersi conto della vastità più o meno infinita del disciplinare. Non c’è nulla di più esplicito ed esemplificativo per dimostrare che la politica nell’epoca del maggioritario è puro mercato elettorale.

Ovviamente la natura leaderistica ed elettoralistica dell’IDV, che pure è importante, non è tutto. Come sempre in politica esistono identità e profili di fatto prodotti dalla collocazione nel quadro politico e dalle scelte contingenti. Che poi sono sostanzialmente i motivi che attraggono o meno i voti d’opinione. Recentemente l’IDV ha scelto di opporsi frontalmente al governo Monti, anche utilizzando argomenti totalmente antiliberisti e certamente contraddittori con il proprio statuto, con l’appartenenza europea e con la propria stessa storia. Fino a mettere in discussione la propria appartenenza al centrosinistra, inteso classicamente.

Non è in questa sede che si devono fare previsioni su eventuali evoluzioni o involuzioni dell’IDV. Le forze politiche possono cambiare sempre in conseguenza delle dinamiche sociali. È evidente che Di Pietro che per anni è apparso più “di sinistra” del PD e propugnatore di un’opposizione intransigente contro Berlusconi nel tempo della crisi economica e del governo Monti, per conservare il proprio elettorato e per distinguersi dal PD deve radicalizzare le sue posizioni sui temi sociali ed economici. La pura retorica violentemente antiberlusconiana non servirebbe allo scopo. Certamente su questa strada sarebbe necessaria una riforma del partito sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista organizzativo che consolidi le scelte politiche fatte negli ultimi mesi. Ma le piroette e i salti mortali nel sistema maggioritario sono all’ordine del giorno e quindi non si possono fare previsioni certe. Perché proprio la natura verticistica e leaderistica del partito le permettono. In tutte le direzioni.

 

Se lo statuto dell’IDV è un capolavoro di eclettismo quello di Sinistra Ecologia e Libertà è un capolavoro di genericità e confusione.

Ecco l’Art. 1.

 

“Articolo 1.

1. Sinistra Ecologia Libertà è una libera, laica, democratica e aperta organizzazione politica di

donne e uomini fondata sul principio della libertà, solidarietà ed eguaglianza, dell’ecologia e della differenza sessuale.

2. SEL, ispirandosi ai principi della Costituzione, è impegnata a rimuovere ogni ostacolo alla piena partecipazione politica delle donne nei suoi organismi dirigenti ed esecutivi, nella scelta delle candidature nelle assemblee elettive. SEL promuove altresì la piena partecipazione delle giovani generazioni alla politica.

3. SEL rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religione, le disabilità, l’identità e orientamento di genere, l’orientamento sessuale, nazionalità e appartenenza ai popoli riconosciuti dall’Onu.

4. SEL assicura informazione, trasparenza e partecipazione. A tal fine, oltre alle forme di

partecipazione diretta delle iscritte e degli iscritti e dei circoli, si avvarrà del sistema

informazione web (Siw), anche per la sperimentazione di nuove forme di democrazia digitale. SEL rende visibili attraverso gli stessi strumenti tutte le informazioni sulla vita politica interna, sulle riunioni, le deliberazioni politiche, il bilancio.

5. SEL promuove e organizza pratiche di democrazia partecipata. Le forme della democrazia

partecipativa e diretta progressivamente saranno quelle che definiranno anche la democrazia

interna all’organizzazione.

6. SEL promuove momenti di formazione collettiva, quali seminari e momenti di studio, per

l’elaborazione collettiva di proposte e indirizzi politico-programmativi, per la crescita di

competenze specifiche e articolate al fine di assicurare il rinnovamento dei gruppi dirigenti

fondato sulle reali capacità di direzione politica.

7. SEL aderisce al codice di autoregolamentazione per le candidature approvato dalla

Commissione Parlamentare Antimafia.”

 

Chiunque può verificare leggendo tutto lo statuto che in nessuna altra parte c’è alcun cenno a qualsiasi ideologia, ideale od obiettivo in qualche modo legato alla storia della sinistra. Nemmeno nessun riferimento al mondo del lavoro analogo a quelli citati chiaramente nella costituzione repubblicana.

Nel documento congressuale, che è però per sua natura limitato e provvisorio, ci sono molti riferimenti, per quanto generici, alle culture della sinistra. Ma nessuna critica del maggioritario e della degenerazione che esso ha prodotto nella politica e nelle istituzioni. Tutto sembra essere colpa di Berlusconi e delle timidezze ed incertezze del PD. La proposta, che in questo contesto assume valore assolutamente strategico, è il nuovo centrosinistra. E il nuovo centrosinistra si può ottenere con le primarie. Punto. Tutto qui.

Alla litania dei valori (pace, non violenza, solidarietà, giustizia sociale, partecipazione ecc) non corrisponde alcun progetto di paese e di democrazia che non sia il nuovo centrosinistra. Come se la formula, già ambigua di per se, potesse essere qualificata socialmente e democraticamente dall’aggettivo “nuovo”. Del resto la parola “nuovo” ad occhio è la più ricorrente nei testi e nei discorsi di SEL. Una parola magica, che lascia al lettore, ascoltatore e tifoso, la libertà di dargli l’accezione che gli pare. Un espediente tipico dell’elettoralismo più sfrenato e della più volgare e spicciola psicologia delle comunicazioni.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo come è nata SEL. Perché una tale genericità e mania del “nuovo” sono figlie di una precisa storia.

 

Nel corso dell’esperienza dell’ultimo governo Prodi i DS e la Margherita diedero vita al PD. Il PD soffrì una scissione e si formò Sinistra Democratica. La evidente natura centrista del PD diede adito all’idea che ci fosse un enorme spazio politico ed elettorale, un vuoto, che avrebbe potuto essere colmato da un nuovo partito di sinistra. Questa idea fece breccia nel PRC, nei Verdi, nel Partito Socialista, nel PdCI, e in una innumerevole pletora di associazioni. I mass media, ovviamente, si eccitarono fino all’inverosimile. Talk show a raffica, descrizione di scenari e contro scenari e così via. I sondaggi davano il nuovo partito fra il 12 e il 15 %. Vennero convocati gli “stati generali della sinistra”. Nel PRC il gruppo dirigente fece un accordo oligarchico basato su una enorme ipocrisia. Dietro la proposta di far nascere un “nuovo soggetto unitario e plurale” si nascondevano almeno due prospettive alternative fra loro. L’unità della sinistra non era messa in discussione quasi da nessuno ma c’era chi voleva sciogliere il PRC in un nuovo partito e chi, più prudentemente, aveva in testa una lista elettorale o, al massimo, una federazione di diversi partiti e forze.

Apriamo una prima parentesi su questo punto.

Il progetto di fare un nuovo partito, fortemente propugnato da Sinistra Democratica e da una parte del gruppo dirigente del PRC, giusto o sbagliato che fosse, necessitava di una condizione indispensabile: che morisse il PRC. La “tregua” siglata nel gruppo dirigente del PRC era un modo per rimandare il problema, non per risolverlo. Ed espropriava gli iscritti e i militanti del PRC dal diritto di decidere democraticamente sul punto in questione. Gli elettori, gli iscritti e i militanti dei partiti coinvolti nel “nuovo soggetto unitario e plurale” dovevano assistere attoniti agli “annunci”, alle “accelerazioni”, ai “distinguo” e alle “frenate” dei vari personaggi che si alternavano in TV e sui giornali. Ma tutto questo avveniva dentro la vicenda del governo Prodi, non in un laboratorio asettico. E il governo Prodi, impegnato a fare esattamente il contrario di quel che c’era scritto sul suo programma di governo, produceva una delusione e una disillusione enorme nel paese e segnatamente fra gli elettori di sinistra. L’intreccio fra la questione del rapporto col governo e l’ansia di fondare un nuovo partito non poteva reggere il confronto con la realtà. Ammesso che la formula del “nuovo partito” fosse giusta, immediatamente sorgeva la questione delle questioni: si poteva rompere col governo Prodi? Il nuovo partito doveva essere indipendente o interno al centrosinistra?

Gli oligarchi (io li definii così e non ho cambiato opinione), risolsero la questione con una ennesima e falsa suggestione. Agli “stati generali della sinistra” tra il “parto doloroso” di Vendola e l’insofferenza verso i movimenti che contestavano il governo, tra le dichiarazioni di Occhetto sulla primogenitura dell’idea e gli applausi e urla di molti ex – qualcosa (nel gergo trombati) che già si rivedevano rieletti in qualche istituzione, la questione del governo venne risolta dicendo: “siamo quasi 150 parlamentari, se ci uniamo condizioneremo il governo”. Proprio nel momento in cui il governo tradiva sul punto fondamentale riguardante pensioni, precarietà e stato sociale.

Adottando il metodo della storia controfattuale si potrebbe dire che se il “nuovo partito” fosse nato rompendo con il governo, in un fecondo rapporto con i movimenti di lotta nel paese, avrebbe avuto buone probabilità di vincere le resistenze e di dissolvere dubbi e perplessità. Gli stessi oligarchi avrebbero potuto convocare un referendum vincolante, sul modello delle primarie, dimostrando un minimo di coerenza con la retorica ripetizione delle parole “nuovo” e “partecipazione”. Ma non era possibile per il semplice motivo che il 90 % degli oligarchi non avrebbero mai e poi mai messo in discussione il governo, neanche in caso di guerra nucleare. Ed anche per il motivo che nella loro testa essi erano i leader e i proprietari del popolo della sinistra. Popolo che andava “guidato” verso meravigliose sorti ma non fatto partecipare a nessuna scelta fondamentale.

Così la “nuova cosa di sinistra” si rassegnò a stare in un governo balbettando moderate critiche mentre Prodi abbatteva la scure proprio contro i metalmeccanici scesi in piazza. E subì la caduta del governo per opera dell’Udeur e la successiva esclusione dal centrosinistra per scelta unilaterale del PD. Nel corso della campagna elettorale della “sinistra e l’arcobaleno” (sic), a sua volta decisa in modo totalmente oligarchico, vi fu perfino il tentativo di appellarsi agli elettori affinché con il voto dessero un segnale deciso per la nascita di un “grande e nuovo partito di sinistra”. Appelli conditi con tanto di abbandono del comunismo. Come se alle elezioni gli elettori dovessero pronunciarsi su vaghi progetti nemmeno buoni per i militanti e non, come voleva il maggioritario, sulla vittoria o meno di Berlusconi. Il PD di Veltroni fece una dura campagna contro la Sinistra e l’Arcobaleno (sic di nuovo) e per il voto utile. Risultato: vennero persi voti verso il PD, verso l’astensione, verso le due liste con la falce e martello, in proporzioni tali da determinare la più grande debacle elettorale della storia della sinistra, e non solo. Senza contare Sinistra Democratica che nel 2006 era ancora nei DS, e che comunque secondo le previsioni avrebbe dovuto portare molti voti, si passò da 4 milioni di voti del PRC, Verdi e PdCI a 1 milione e centomila. E dal 10,5 % al 3,1 %.

Qualsiasi dirigente politico serio, per giunta dopo aver deciso tutto da se e accusando i critici e dubbiosi di essere incapaci di “capire” e di “vedere” i nuovi orizzonti che si dischiudevano sulle rovine del XX secolo e di essere nostalgici di un comunismo obsoleto, avrebbe deciso di farsi da parte, ammettendo i gravi errori commessi.

Invece il tentativo di sciogliere i partiti esistenti per formarne uno nuovo, questa volta nel centrosinistra visto che la debacle venne attribuita solo alla, pur esistente, logica del voto utile intrinseca al maggioritario, venne reiterato. Con l’eccezione del PdCI che a sua volta propose una costituente comunista, anch’essa interna al centrosinistra.

Il processo politico che porterà alla nascita di SEL è sostanzialmente la storia di scissioni in tutti i partiti della sinistra. Nessuno escluso. Non vale la pena di descriverle una per una, anche perché ci vorrebbero decine di pagine. Lo farò solo, anche se sommariamente, per quella che riguarda il PRC. Basti dire che nel dicembre 2009, quando viene fondata SEL, a dare vita al nuovo partito sono: Sinistra Democratica (che nel frattempo ha subito la scissione guidata da Cesare Salvi), il Movimento per la Sinistra (scissione del PRC), Unire la Sinistra (scissione del PdCI), l’Associazione Ecologisti (scissione dei Verdi). Inoltre manca all’appello il PSI, che pure aveva fatto parte della lista SeL alle elezioni europee.

In nome dell’unità si provocò una vera e propria orgia di divisioni e scissioni!

Nel PRC, subito dopo le elezioni, alcuni (fra cui il sottoscritto) dovettero parecchio insistere affinché fossero convocati gli organismi dirigenti. Altri volevano attendere anche 3 o 4 settimane. Un partito scaraventato fuori dal parlamento dagli elettori, a causa di una linea politica e di un comportamento elettorale capace di disperdere milioni e milioni di voti, aveva visto attonito il proprio segretario dichiarare in TV che il progetto della Sinistra e l’Arcobaleno era “irreversibile”. Si doveva cioè attendere che i soci fondatori della Sinistra e l’Arcobaleno proponessero l’ennesima accelerazione e, per giunta, si dividessero fra i proponenti un nuovo partito di sinistra e la costituente comunista del PdCI. Ovviamente se gli organismi del PRC fossero stati convocati su questa alternativa cucinata dall’oligarchia il PRC si sarebbe spaccato e dissolto. E sarebbero nati due partiti divisi ideologicamente fra “nuovo” e “vecchio” ma entrambi interni al centrosinistra e alla logica del maggioritario. Ma grazie a una nuova maggioranza il Comitato Politico Nazionale del PRC venne convocato e decise di dimissionare la segreteria e di avviare una vera discussione congressuale. Nella quale iscritti e militanti avrebbero potuto effettivamente decidere del destino del partito e soprattutto dei veri motivi della sconfitta elettorale ed enorme vittoria della destra. Ovviamente i mass media, i soliti talk show e i dietrologi chiamati giornalisti fornirono all’opinione pubblica la loro versione di questa vicenda. Un complotto di palazzo ordito da nostalgici, dogmatici, ortodossi, vecchi, novecenteschi, estremisti e chi più ne ha più ne metta, aveva defenestrato il povero segretario del partito e la fino ad allora maggioranza “bertinottiana”. E a questo coro si aggiunse anche il quotidiano del partito Liberazione, che invece di informare correttamente su una discussione democratica, per quanto aspra e dura, si schierò più che apertamente dalla parte della minoranza.

Si sarebbe potuto fare un congresso veramente improntato ad una discussione seria e all’altezza della gravità della situazione. Analizzando sul serio gli errori evidenti che avevano prodotto il disastro, a cominciare dall’esperienza di governo. E affrontare il necessario ed ineludibile nodo della unità della sinistra sulla base di contenuti e proposte chiare ed inequivocabili, anche facendo decidere gli unici e veri proprietari del partito, gli iscritti, se sciogliere il PRC in un nuovo partito, scontando una scissione verso la costituente comunista, quella si ultraidentitaria per compensare l’appartenenza al centrosinistra, o la proposta di federare la sinistra in una aggregazione non solo elettorale, ma indipendente dal PD, proporzionalista ed avversa al maggioritario e quindi tesa a ricostruire una rappresentanza politico istituzionale del mondo del lavoro.

Una simile discussione, onesta e seria, nella quale tutti i dirigenti si sarebbero assunte tutte le loro responsabilità, avrebbe favorito la partecipazione ed anche suscitato un sano interesse all’esterno del partito.

Ma la discussione venne subito inquinata da diversi fattori. Elenchiamoli velocemente.

1) coloro che per mesi avevano apertamente (sui giornali, in tv e anche durante la campagna elettorale, ma mai con un documento scritto e sottoposto al voto negli organismi del partito) annunciato la formazione di un nuovo partito, il “superamento” del PRC, la riduzione del comunismo ad una corrente di pensiero fra le altre nel nuovo partito (esattamente come fecero nel PDS quando venne sciolto il PCI), dissero che attribuirgli questa intenzione era un “processo alle intenzioni” e ci accusarono di essere stalinisti.

2) chi non era per il nuovo partito, sempre secondo loro, non poteva che essere per un partito comunista ortodosso e nostalgico. Nulla o quasi veniva detto sull’esperienza di governo e quando era citata era solo per attribuire a Veltroni e a Mastella la colpa di tutto, tralasciando completamente il tradimento del programma operato dall’esecutivo o attribuendolo esclusivamente alla debolezza del governo dovuta al “pareggio” elettorale. In altre parole il “pareggio” aveva permesso ai centristi dell’UDEUR ed altri di condizionare il governo. Ne scaturiva che sarebbe bastato unire la sinistra e far pesare dentro il centrosinistra i suoi contenuti per costruire un “nuovo” centrosinistra nel futuro. Del resto al “non vogliamo morire democristiani” venne sostituito “non vogliamo morire berlusconiani”, e così si poteva restare vaghi nella proposta vera e politica, puntando alla sconfitta di Veltroni e ad una svolta a sinistra del PD.

3) sull’onda della descrizione di un complotto e di uno scontro personale fra Vendola e Ferrero, che intanto i mass media avevano implementato, venne montata una vera campagna di denigrazione nei confronti di Ferrero, accusato di allearsi con le componenti che furono di minoranza nel precedente congresso, di essere un ex DP e quindi inguaribilmente minoritario e così via. Come se nello schieramento loro non ci fossero esponenti di quelle minoranze ed ex DP.

 

Insomma, questo inquinamento del dibattito non fu un incidente e tanto meno la prova che i comunisti non potevano che essere cannibali e fratricidi in discussioni laceranti. Fu una scelta consapevole di chi sapeva che la vera discussione sui veri punti di dissenso avrebbe chiarito le idee nella testa di molti e determinato un esito certo al congresso.

Il congresso con queste premesse non poteva che essere uno scontro frontale. E lo fu irrimediabilmente.

Al congresso vennero aggiunti altri punti mistificatori per occultare la vera contesa politica e costringere i militanti a schierarsi indipendentemente dalle loro opinioni sull’esperienza di governo e sullo scioglimento del PRC. Con l’autocandidatura di Vendola a segretario si tentò di trasformare il congresso nella pura scelta del leader. Contando sull’aperta simpatia di Repubblica, di altri giornali e conduttori di talk show nei confronti di Vendola. Una banale adesione ad una iniziativa dell’IDV contro la politica di Berlusconi sulla giustizia ci costò pure l’accusa di aver avuto una deriva giustizialista (soprattutto da alcuni che pochi mesi dopo aderiranno all’IDV (sic)). Si sosteneva che la eventuale nuova maggioranza avrebbe determinato l’abbandono da parte del PRC del Partito della Sinistra Europea. E potrei continuare.

Dopo il congresso, nel quale la mozione di Vendola tentò di allearsi proprio con la componente di Essere Comunisti, dopo aver detto che la presenza di quest’ultima nel documento avverso ne dimostrava la deriva identitaria e stalinista, la corrente capeggiata (è il caso di usare questo termine) da Vendola, invece che accettare l’esito democratico continuò una campagna di denigrazione del nuovo gruppo dirigente. In particolare il quotidiano del partito, che nel frattempo aveva accumulato milioni di debiti, si contraddistinse per proporre come linea editoriale la linea della corrente di Vendola e per denigrare, anche con insulti, quella che era passata nel  congresso del partito. La sostituzione del direttore, che venne decisa dopo innumerevoli tentativi di comporre il dissidio semplicemente garantendo che il quotidiano esprimesse la linea del partito e presentasse quella della corrente di Vendola come quella della minoranza, senza ovviamente censurarla, divenne il pretesto per provocare la scissione. Come se non bastasse, data la crisi finanziaria di Liberazione, un editore, per altro vicino alla corrente di Vendola e che pubblicava la rivista di Bertinotti “Alternative per il Socialismo” ed ospitava numerosi articoli di esponenti vendoliani sul settimanale Left, propose al partito di vendergli la testata. Essendo l’editore “seguace” dello psichiatra Massimo Fagioli, a sua volta accusato di avere posizioni omofobe, e nonostante Fagioli nel recente passato avesse manifestato tutta la simpatia possibile per Bertinotti, anche promuovendo affollati dibattiti pubblici con quest’ultimo, la nuova maggioranza che dirigeva il partito venne accusata anche di promuovere una svolta omofoba. Ci sarebbe da ridere sia sull’accusa di stalinismo per la sostituzione del direttore, sia per quella di omofobia. Ma invece tutte le TV e tutti i quotidiani scatenarono una campagna sostenendo queste accuse accreditando presso milioni di persone di sinistra l’idea che ormai il PRC fosse un gruppuscolo guidato da stalinisti settari e perfino omofobi.

 

Io penso che fosse più che legittimo proporre un approdo strategico interno al centrosinistra e al sistema politico del maggioritario, ed anche che fosse legittimo considerare chiusa l’esperienza comunista organizzata in partito. Tutto legittimo. Ovviamente non condivido nulla di tutto ciò, ma capisco che per chi pensa che le elezioni e dintorni (come le primarie) siano la vera sostanza della politica e che il governo sia l’unico vero obiettivo sempre, anche se ha passato dieci o venti anni a dire il contrario, alla fine abbia il diritto di proporlo e di battagliare per far passare questa prospettiva. Penso che negli anni 2000 si possa arrivare alla conclusione che il comunismo sia superato, anche se si sono passati dieci o venti anni (come Vendola) a scrivere le lodi del comunismo eterno. Per me non è così ma sono conscio che le sconfitte provocano esattamente queste conseguenze. Ma penso anche che non si possa accettare in nessun modo che gli iscritti, ed anche la base elettorale che si aspira a rappresentare e dirigere, possano essere trattati come minus sapiens, come una massa di manovra, come tifosi di un leader. Per me c’è un innegabile nesso tra ciò che si fa e ciò che si dice. E vige sempre il principio di responsabilità. C’è sempre una linea di confine che separa i dirigenti politici dai politicanti. Che separa chi si assume le proprie responsabilità da chi le rifugge addossandole sempre ad altri. Che separa chi parla chiaro da chi imbroglia le carte dicendo cose diverse in luoghi diversi. Che separa chi fa proposte chiare e su cui ci si può esprimere da chi fa demagogia e sostituisce alle proposte le suggestioni. Che separa chi gioca pulito rispettando le idee altrui da chi gioca sporco e distorce le idee altrui fino a ridurle a caricatura per poterle combattere senza confrontarsi seriamente nel merito.

Oggi, a quattro anni di distanza, chiunque può verificare diverse cose.

La vera proposta della corrente di Vendola era quella di fondare un nuovo partito abbandonando il comunismo? Si o no?

La linea politica che si proponeva era quella interna comunque al centrosinistra? Si o no?

Il nuovo partito, superati gli orrori del novecento, sarebbe diventato un partito leaderistico? Si o no?

La critica del maggioritario e l’idea della repubblica parlamentare e della legge elettorale proporzionale, da sempre qualificanti la sinistra, sono state mantenute da SEL?

Il PRC è uscito dal Partito della Sinistra Europea? SEL ha mai chiesto di far parte del Partito della Sinistra Europea o discute di quando e come aderire al Partito Socialista Europeo?

Il PRC è diventato omofobo, dogmatico, giustizialista?

Il PRC ha accantonato ogni idea di unità della sinistra per sommare i comunisti in un partito settario?

Anche qui potrei continuare molto a lungo. Ma è inutile. Sia per quelli che pensano che in politica tutto si possa dire e contraddire a seconda della convenienza del momento (convenienza di chi?). Sia per quelli che queste cose le sanno per averle subite, pur sapendo che per la maggioranza degli italiani dalla vicenda di rifondazione comunista, per come è stata descritta in malafede dai mass media, sono scaturiti due partiti. Uno splendido, vincente, guidato da un leader telegenico e popolare, nuovo nel linguaggio e al passo con i tempi. E un altro chiuso, settario, stalinista, omofobo, estremista, e soprattutto tagliato fuori dalla vera ed unica politica che conta: quella del centrosinistra e dei talk show.

 

La scissione promossa da Vendola provocò una ennesima grande delusione fra i simpatizzanti, gli iscritti e gli stessi militanti del PRC. Decine di migliaia di persone abbandonarono ogni impegno o lo riversarono in comitati e associazioni di lotta. Non erano interessate a discutere in quel modo, a dover scegliere fra leader, a sentirsi in colpa per la propria storia ed appartenenza politica comunista, ad assistere a litigi e urla inconcludenti. Ed anche ad appartenere ad una organizzazione data per morta dai mass media e dagli stessi scissionisti. Questo è il triste bilancio che porta con se ogni scissione. Sempre gli scissionisti di un partito comunista si propongono l’obiettivo di distruggerlo, anche contando sulla disillusione che nella base del partito provoca una lacerazione e divisione insanabile del gruppo dirigente.

Più avanti parleremo del PRC, e quindi anche del suo indebolimento e impoverimento. Ma ora occupiamoci e concludiamo il discorso su SEL.

Sinistra e Libertà alle elezioni europee del 2009 era composta dalla scissione del PRC, dal partito dei Verdi, da Sinistra Democratica e dal PSI. Prese 960 mila voti, pari al 3,13 %. Non elesse nessun deputato giacché la soglia del 4 %, introdotta nel febbraio del 2009, non era stata raggiunta. Ma se li avesse eletti non è dato sapere a che gruppo parlamentare europeo avrebbero aderito. La “lista anticapitalista” promossa dal PRC, con il PdCI e Socialismo 2000, prese 1 milione e 40 mila voti, pari al 3,39 %.

Nonostante un anno di campagna di tutti i giornali e talk show a favore di SeL, nonostante l’immagine del PRC deturpata appositamente, l’esito fu questo e dimostrò che così era divisa la sinistra italiana.

Naturalmente per commentatori, politologi, conduttori ignoranti di talk show, e conseguentemente anche per molti militanti decerebrati di sinistra i contenuti delle due liste, a cominciare dall’appartenenza ad un preciso schieramento nel parlamento europeo, non avevano nessuna importanza. Ma proprio nessuna. Ciò che contava era solo l’effetto del voto europeo sulla politica interna italiana. Molti elettori di sinistra votarono IDV e SeL, senza sapere che avrebbero eventualmente eletto deputati in due gruppi, quello socialista e quello liberale, alleati strettamente ai popolari nel governo effettivo dell’Unione Europea. Antiberlusconiani in Italia e alleati di Berlusconi in Europa. Sempre se parliamo delle politiche economiche e monetarie, sociali, commerciali, estere e militari e non del colore delle mutande delle escort di Berlusconi.

Resta il fatto che SeL non sfondò elettoralmente, non superò la lista anticapitalista, e che anche per questo subì, in seguito, l’allontanamento dei Verdi (con scissione per rimanere in quella che diventerà Sinistra Ecologia e Libertà) e del PSI.

Ma poi vennero la famose primarie ed elezioni pugliesi. E Vendola le vinse. Cogliendo l’occasione al volo per dire: facciamo la stessa cosa in Italia.

L’ennesima suggestione imbrogliona.

 

Espressione troppo forte la mia?

 

Vediamo.

 

Si può paragonare l’elezione regionale pugliese alle elezioni politiche nazionali? Ovviamente si, ma distinguendo bene le differenze. Per esempio non si può ignorare che su punti decisivi e fondamentali, come politica economica, estera, difesa ecc, la regione non ha nessuna competenza. Con tutta evidenza una coalizione costruita intorno ad un programma regionale potrebbe non essere valida per le elezioni politiche giacché proprio sui punti salienti appena elencati i partiti regionalmente uniti potrebbero essere molto divisi. O no? Per Vendola certamente no! Per il semplice motivo che basta indicare uno schieramento di centrosinistra, “nuovo” perché diretto da lui, per far sparire come d’incanto la NATO, i trattati europei costituzionali e non, la Banca centrale europea ed italiana, le multinazionali e così via. Naturalmente la logica della politica “bipolare” funziona e i soliti mass media e talk show ragionano come Vendola (e viceversa). In politica ci devono essere due partiti o due schieramenti con due leader. Punto. Il resto conta solo se può determinare la vittoria e sconfitta di uno dei due leader. Punto. Ogni schieramento avrà contenuti compatibili con la estensione dello stesso stabiliti a tavolino dai maggiorenti contraenti l’alleanza. Punto.

È una logica stringente. Ma funziona solo se tutti i partecipanti al gioco hanno una reale condivisione su questioni fondamentali. Altrimenti lo schieramento è destinato ad essere poco credibile e soprattutto incapace di reggere la dura prova delle scelte da fare in caso di vittoria. O no?

Non tornerò sull’esperienza dell’ultimo governo Prodi. Ho già scritto fiumi di parole e credo sia chiaro ciò che penso. Tuttavia ecco un punto su cui quanto ho scritto più sopra evidenzia la sua importanza. Ecco perché sarebbe stato importante discutere approfonditamente, al congresso del PRC del 2008, sul governo Prodi invece che sulla non violenza o sulla obsolescenza o meno del movimento operaio del 900. Come d’incanto Vendola, dopo aver detto il contrario per venti anni (ma ci credeva a quel che diceva e scriveva?), sposa l’ideologia, anzi la quintessenza dell’ideologia, del maggioritario all’italiana.

E poi, ammesso e non concesso che dire “facciamo la stessa cosa in Italia”, sia onesto e credibile politicamente, vogliamo fare i conti almeno con i risultati elettorali reali?

Vediamoli.

Certo. Le elezioni regionali del 2010 le ha vinte il candidato alla Presidenza Vendola. Non c’è dubbio. Ma confrontiamo bene i dati con quelli delle elezioni precedenti, quando il Vendola comunista del PRC vinse primarie ed elezioni.

Nel 2005 il candidato Vendola prese 1.165.536 voti pari al 49,84 % e le liste della coalizione 1.064.410 voti pari al 49,74 %. Il candidato di destra Fitto 1.151.405 voti pari al 49,24 % e le liste della coalizione 1.059.869 voti pari al 49,52. Altre liste 16.048 voti pari allo 0,74 %.

Nel 2010 il candidato Vendola 1.036.638 voti pari al 48,69 % e le liste della coalizione 910.692 voti pari al 46,05 %. Il candidato della destra Palese 899.590 voti pari al 42,25 % e le liste della sua coalizione 874.462 pari al 44,25 %. La candidata Poli Bortone 185.370 voti pari al 8,71 % e le liste della coalizione (UDC, IO SUD – MPA) 186.443 pari al 9,43 %. Altre liste 5.834 voti pari allo 0,30 %.

 

Come si può ben vedere i risultati di Vendola e della sua coalizione nel 2005 e nel 2010 sono analoghi. Ma mentre nel 2005 vinse contro la destra unita, nel 2010 vince solo grazie alla divisione della destra.

Inoltre c’è un dato che fa sempre scalpore per qualche ora nei giorni delle elezioni e che poi viene regolarmente dimenticato. Nel 2005 i votanti furono il 70,5 % degli aventi diritto e le schede bianche e nulle il 5,7 %. Nel 2010 i votanti furono il 62,3 % e le bianche e nulle il 5,2 %.

Un calo cioè di più del 7 % dei votanti. Identico a quello medio di tutte le altre regioni in cui si votò nello stesso turno nel 2005 e nel 2010. Dal 71,5 al 63,6 %.

 

Insomma, dopo cinque anni di meraviglioso governo, se l’UDC e IO SUD – MPA fossero rimasti nella coalizione di centrodestra Vendola avrebbe probabilmente perso le elezioni. Dopo cinque anni di “rivoluzione democratica” improntata alla promozione della partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica calano i votanti in modo considerevole.

Intendiamoci, rimane la vittoria che nel sistema elettorale pugliese assegna un super premio di maggioranza. Al vincente per pochissimo o poco, e mai capace di superare il 50 % dei voti validi (30 35 % degli aventi diritto) vanno nel 2005 41 seggi (pari al 60,3 % dei 68 seggi regionali) e all’opposizione 27 seggi (pari al 29,7 % dei seggi regionali). Nel 2010 48 seggi (pari al 59 % dei 78 seggi regionali) e alle opposizioni 30 seggi (pari al 31 % dei 78 seggi regionali). Significativo il fatto che nel 2010, tanto per fare due esempi, la coalizione UDC, IO SUD-MPA con il 9,43 % dei voti prende 4 seggi, pari al 5,12 %. E la lista della Federazione della Sinistra con il 3,26 % dei voti non prende nessun seggio, pur essendo nella coalizione vincente, mentre la lista “civica” La Puglia per Vendola con il suo 5,53 prende 6 seggi.

Che bella legge! Che bel sistema democratico!

Come mai dal 2005 al 2010 il “governatore” (come ama farsi chiamare Vendola anche se in Italia la carica di governatore non esiste) non l’ha cambiata o almeno corretta?

 

Comunque, ripeto, la vittoria della coalizione guidata da Vendola, per quanto favorita dalla divisione della destra e caratterizzata dalla crescita dell’astensionismo come in tutto il resto del paese, rimane un fatto importante. Senza dubbio.

Ma questo fatto è in se tale da determinare il clamore che ha suscitato all’epoca?

Nella realtà e dal punto di vista politico elettorale no. Ma nella politica spettacolo del maggioritario si, eccome.

È bastato che Vendola dicesse che si sarebbe candidato a guidare il centrosinistra nazionale con le famose primarie e per molti mesi ha calcato tutte le scene dei talk show. Ha goduto delle attenzioni di tutti i giornali, politologi, dietrologi. Avrebbe il nuovo leader potuto vincere le primarie? Cosa sarebbe successo nel PD se le avesse vinte? La destra avrebbe preferito confrontarsi con Vendola o con Bersani nella prossima campagna elettorale? La vittoria eventuale di Vendola avrebbe determinato un ritorno dei centristi nella casa della destra, li avrebbe lasciati dov’erano, ed eventualmente il centrosinistra avrebbe potuto allearsi con i centristi, per battere Berlusconi, con un candidato premier così radicale? Veltroni e i suoi preferivano Vendola o il loro nemico interno Bersani? Se Vendola fosse diventato premier si sarebbe tolto l’orecchino?

Risiko e gossip all’infinito. Contenuti zero.

Ovviamente il candidato alle primarie in pectore ha sguazzato in questo mare di nulla offrendosi come interlocutore credibile presso i cattolici integralisti (parlando del Papa con grande comprensione perfino sul tema della pedofilia nella chiesa), agli imprenditori (“lo stato non deve farsi imprenditore” dichiarato sul Sole 24 Ore) e così via. Distinguendosi per insultare il proprio ex partito con frasi degne di Grillo come “sono un cimitero”.

 

Insomma, in un quadro politico caratterizzato dai prodromi della crisi del governo Berlusconi, con un PD diviso, moderato e ambiguo, la suggestione del “nuovo” centrosinistra a guida vendoliana sembrava, secondo i canoni del bipolarismo, non solo possibile ma anche probabile. A patto che i contenuti, che pure SEL rivendicava, fossero anch’essi suggestioni e non programmi concreti. Del resto c’era anche una teoria semiprofetica secondo la quale in Europa, e dunque anche in Italia, in risposta alle crescenti contraddizioni prodotte dalla fase neoliberista del capitalismo, la sinistra (tutta, compresa quella socialista e socialdemocratica) avrebbe dovuto e potuto rinascere da se stessa con il famoso big bang (sic). Più prosaicamente SEL avrebbe potuto innescare questo processo con il “nuovo centrosinistra” in Italia. Naturalmente spogliandosi per prima della propria storia, concepita come piombo nelle ali.

Intanto nei sondaggi SEL raddoppiava e triplicava i voti ottenuti alle elezioni del Parlamento Europeo del 2009. Nei sondaggi, però. Perché ad ogni tornata amministrativa prendeva la metà o un terzo dei voti previsti dai sondaggi nazionali e locali. Ma miracolosamente i soliti mass media sembravano non accorgersene. Come non si accorgevano che il PRC e la Federazione della Sinistra prendevano quasi sempre il doppio di quel che prevedevano i sondaggi. Poco, certo, ma come SEL o il triplo o quadruplo dell’API di Rutelli. Che però erano sempre in tv come protagonisti della politica italiana. Fino ad arrivare, più recentemente, al paradosso che quando SEL schierandosi col PD a Napoli o a Palermo perdendo le elezioni, Vendola veniva invitato nei talk show a commentare la vittoria di De Magistris o di Orlando, come se fosse un suo patrimonio. O alla coalizione greca Syriza descritta più volte su giornali e Tv come “la SEL greca”. Altri esempi di come il sistema maggioritario non solo escluda categoricamente i contenuti antagonistici al sistema ma sia capace perfino di distorcere la realtà dei fatti per farla entrare nello schema bipolare. Sinceramente non penso, tranne qualche eccezione come Repubblica, che il sistema del mass media e dei talk show fossero e siano solo in malafede. Semplicemente sono spesso ignoranti, superficiali e, per così dire, seguono l’onda. Se sorge un personaggio che sul tavolo del risiko e a suon di suggestioni potrebbe scompaginare il quadro politico, fa notizia. Per il 90 % dei giornalisti e conduttori di spettacoli mascherati da discussioni politiche le analisi della società, i progetti politici, le discussioni democratiche su documenti impegnativi, il radicamento sociale, gli interessi concreti che si difendono, sono tutte cose troppo faticose da leggere, studiare e capire. È molto più semplice parlare dei leader e delle loro “trovate” e “dichiarazioni”. Dei loro litigi, delle indiscrezioni e delle dietrologie.

Con la crisi del governo Berlusconi e con l’instaurazione della “dittatura” del mercato e degli organismi tecnocratici del capitale finanziario, cioè con il governo Monti, la vera natura di SEL e della sua politica sono venute allo scoperto. È superfluo ricordare cosa ha votato la maggioranza che sostiene in governo Monti. È superfluo ricordare i solenni impegni presi sia dal PD che dal PDL circa la continuità da assicurare alle politiche montiane nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni. È superfluo ricordare che, del resto, è stata strapazzata la Costituzione della Repubblica inserendo un principio ultraliberista, sovra ordinatore di qualsiasi politica economica e sociale. È superfluo ricordare che il mondo del lavoro è stato umiliato su pensioni, salari, diritti e precarietà come mai era successo nel passato. Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti.

Tranne che sotto quelli di Vendola. Che si è apprestato ad insistere affinché l’eventuale riforma elettorale salvaguardasse il maggioritario e il bipolarismo e a prospettare comunque la formazione del centrosinistra a la celebrazione delle primarie. Ed a liquidare chi pensa si debba aggregare anche elettoralmente quel che si oppone alla politica di Monti, definendolo “testimoniale”.

Al di la delle acrobazie verbose tipiche di Vendola l’approdo è chiarissimo. E comincia ad esserlo anche per molti che da Vendola si aspettavano, illudendosi, ben altro.

Il bipolarismo non ammette politiche alternative al sistema. Nel centrosinistra sono buone per portare voti ad una coalizione che se governerà dovrà farlo nel rispetto dei vincoli imposti dal mercato, dalle multinazionali, dalle politiche monetarie liberiste delle banche centrali e del capitale finanziario, dall’appartenenza alla NATO e alla compagine “occidentale” a guida statunitense e, dulcis in fundo, dal Vaticano. Sono buone cioè come suggestioni ma se tentano di diventare leggi, fatti, politiche concrete e provvedimenti diventano fattore di instabilità del governo e chi le propone diventa conseguentemente estremista, amico dei terroristi, comunista nostalgico, e soprattutto facente il gioco della destra. Vendola e SEL sanno benissimo che le cose stanno così. Ma pensano che sia meglio tentare di accomodarsi al governo, avendo promesso e giurato che rispetteranno le decisioni della maggioranza della stesso, piuttosto che navigare nel tempestoso mare dell’opposizione. È verissimo che il sistema bipolare tenta di ridurre alla pura testimonianza le posizioni e gli interessi antagonisti. È anche per questo che si vuole mantenere sempre ad ogni costo la logica maggioritaria, che si introducono sbarramenti e così via. Ma non si capisce perché un partito di sinistra, ancorché non comunista, non novecentesco, moderato e pallidamente riformista, debba accettare di ridurre i propri contenuti ad una variabile dipendente delle compatibilità del sistema, e cioè a farli diventare chiacchiere impossibilitate a modificare alcunché. E nemmeno perché un partito di sinistra, ancorché comunista ed antagonista, debba accettare di farli diventare pura testimonianza predicatoria e impotente. I corni di questa contraddizione vanno insieme e, lo ripeto per la milionesima volta, essendo questi l’essenza del sistema bipolare non si può ignorarne nessuno dei due o, peggio ancora, far finta che ne esista solo uno per sedersi sull’altro.

Ma sulla soluzione di questo problema torneremo più avanti.

Intanto possiamo dire che SEL ha scelto di essere, per così dire, la sinistra del sistema. Di un sistema che distrugge ogni diritto conquistato nel novecento (sarà per questo che l’obsolescenza del comunismo abbraccia anche tutti i diritti conquistati dai comunisti nel novecento?) e che costituzionalizza il liberismo. SEL ha scelto di puntare al “big bang” (sul quale perfino l’autore della teoria si è ampiamente ravveduto) e quindi di far parte della famiglia socialista in europa. SEL ha scelto di essere un partito leaderistico, favorevole al maggioritario ed ostile al proporzionale. SEL ha scelto di subordinare perfino i diritti civili alla logica del maggioritario, al contrario di qualsiasi altro partito socialista europeo. Sapendo bene che la maggioranza laica degli italiani (che si espresse più volte nella prima repubblica grazie al parlamento eletto proporzionalmente e diviso chiaramente fra partiti confessionali e partiti laici di destra e di sinistra) diventa minoranza in parlamento giacché entrambi gli schieramenti contengono ed eleggono deputati e senatori totalmente fedeli al vaticano.

Forse proprio su quest’ultimo punto, che rappresenta una vera originalità negativa italiana, si evidenzia l’osceno imbroglio del cosiddetto centrosinistra. Se sull’economia e sulla politica estera si può più facilmente far finta di lavorare ad una alternativa scontando la necessaria dose di “realismo” avendo a che fare con grandi poteri sovranazionali, sui diritti civili degli omosessuali, sul corpo delle donne, sulle minoranze religiose e così via non si può far finta, essendo tutti gli altri paesi importanti europei più avanti esattamente perché divisi fra schieramenti laici e confessionali.

Il recente walzer fra Vendola e Rosy Bindi sul matrimonio degli omosessuali è veramente osceno. Non perché sia osceno prospettare due cose inconciliabili fra loro. Bensì perché si svolge fra due posizioni, appunto, inconciliabili e che mai e poi mai produrranno nessuna sintesi. Vendola sa benissimo che le posizioni di Rosy Bindi e dei moltissimi democristiani del PD sono quelle del Vaticano. Se in passato hanno votato con la destra contro la riduzione da tre anni ad un anno del tempo del divorzio (che vergogna!) e contro la fecondazione assistita perché dovrebbero farlo sul matrimonio omosessuale o sull’eutanasia? Perché?

Per più di 15 anni Vendola è stato contro il maggioritario ed ha denunciato, come me e tutti noi, la vergogna di un parlamento non rappresentativo del popolo nemmeno sulla questione elementare della laicità dello stato. Come può oggi essere per il maggioritario e far finta di voler convincere Bindi e Fioroni e Letta a diventare favorevoli al matrimonio gay? Loro sono coerenti con la loro ideologia e con la loro storia, ed anche per questo meritano più rispetto di chi è “uscito dalla propria storia” e alterna continuamente le esibizioni spettacolari dei propri turbamenti religiosi alla rivendicazione di diritti inconciliabili con il Vaticano.

 

SEL è un partito transeunte, secondo ripetute dichiarazioni di Vendola. È nell’orbita del Partito Socialista Europeo. È nel centrosinistra (che ormai si fatica a definire nuovo).

Al suo interno l’opzione di puntare ad una alleanza di sinistra alternativa ai contenuti montiani e del PD ha ottenuto 8 voti in un organismo nazionale di 160 membri.

Le primarie, se ci saranno, non vedono più Vendola come possibile vincitore. Tutti i sondaggi danno Vendola terzo. Essendo anch’esse fondate sul principio maggioritario per cui il primo prende tutto, il meccanismo che in un primo momento sembrava favorire Vendola oggi gli si rivolge contro. Molti potenziali elettori di Vendola voteranno Bersani per impedire che Renzi possa sopravanzarlo. Nel maggioritario, per la sinistra, la logica del meno peggio non ha fine e confini.

Comunque ai militanti e agli iscritti di SEL non resta che osservare le mosse del leader, fare il tifo per lui alle primarie, e prepararsi a digerire le scelte che il PD imporrà, presentandole come stato di necessità, dopo le elezioni. Del resto, al di la delle schermaglie preelettorali è tutto preannunciato anche sul tema del rapporto con l’UDC. Sul quale Vendola ha detto prima una cosa e poi, data l’impopolarità riscontrata, il contrario. Ben sapendo che il PD imporrà, dopo le elezioni, quel che vorrà.

 

Il Movimento 5 Stelle sembra essere, e per alcuni versi è, la grande novità politica del momento.

Per anni Beppe Grillo si è dedicato, attraverso un blog e comizi – spettacolo, a costruire una rete e ad implementare liste locali. I contenuti sui quali ha puntato sono molto importanti. Ma sono sempre stati coniugati in modo ultrasemplicistico e predicatorio. Ecologia, energia, ruolo delle multinazionali, giustizia, informazione e “politica vecchia e corrotta”.

Un mix di slogan ammiccanti ai movimenti d’opinione, di affermazioni infondate e contraddittorie (come le proposte liberiste in economia e la lotta alla corruzione), di dichiarazioni reazionarie e razziste (come sull’immigrazione e contro la cittadinanza fondata sullo ius soli), di contorte predicazioni sull’inesistenza dell’AIDS, sull’inutilità dei vaccini, sulle cure alternative e miracolistiche del cancro, e così via.

Grillo è un comico. Dal punto di vista televisivo si guadagna la popolarità grazie a Pippo Baudo e partecipando a trasmissioni profondamente serie come “Fantastico”, “Domenica IN” e il Festival di San Remo. Vince numerosi premi di elevato livello culturale come ben 6 “Telegatti”. Diventa l’immagine pubblicitaria di una ben nota multinazionale alimentare. Poi, ritenuto incompatibile con la televisione e avendo subito una dura censura, si dedica a fare spettacoli (per paganti) in teatri, palazzetti dello sport e feste di partito. In questi spettacoli le denunce di problemi seri sono coniugate con il turpiloquio, con le iperboli più spinte, con le esagerazioni più grossolane. Possono piacere o meno. Ma si tratta di satira. Anche se Grillo assomiglia sempre più ad un predicatore che a un comico. Ed è questo un primo punto sul quale riflettere. Una cosa è fare una satira dissacrante e un’altra è spacciare per verità assoluta quel che si dice. Tanto su temi politici come su temi scientifici. Una cosa è sbeffeggiare i poteri ed un’altra è proporsi di sostituirli indicando fantasmagoriche soluzioni a problemi complessi e serissimi.

Poi c’è il sodalizio con la società “Casaleggio e Associati”. Che porta alla fondazione del famoso Blog. L’opinione pubblica pensa tutt’oggi che il Blog sia nato spontaneamente e che il suo successo sia dipeso solo dalla popolarità di Grillo e delle sue prediche. Invece il blog pare essere un prodotto pensato e studiato esattamente per veicolare messaggi politici e sociali con le più sofisticate tecniche del marketing commerciale. È una elite che crea i messaggi, un opinion leader che li diffonde. Il pubblico è passivo nel senso più letterale del termine. Ovviamente con l’illusione di essere attivo e partecipe tifando per l’opinion leader e amplificando i suoi messaggi. L’unica partecipazione, del tutto illusoria, è quella di commentare ed interpretare direttamente sul web il “verbo” dell’opinion leader. O per meglio dire del profeta.

Il fin troppo facile bersaglio del sistema politico italiano diventa l’occasione per fondare un movimento politico vero e proprio. Ma anche questo è il prodotto pensato e studiato a tavolino da una elite. Una elite che controlla tutto e decide tutto. Appalta a liste locali, comunque scelte ed autorizzate ad esistere solo dall’elite, il simbolo per partecipare alle elezioni. Lo statuto (chiamato con un nonsense “non statuto”) è chiarissimo. Non lascia adito a nessun dubbio.

Vale la pena di riportarlo.

 

“ARTICOLO 1 – NATURA E SEDE

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed

un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel

blog http://www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web http://www.beppegrillo.it.

I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica

all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

 

ARTICOLO 2 – DURATA

Il MoVimento 5 Stelle, in quanto “non associazione”, non ha una durata prestabilita.

 

ARTICOLO 3 – CONTRASSEGNO

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di

Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 

ARTICOLO 4 – OGGETTO E FINALITÀ

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione.

 

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso

vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio

di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza

la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli

utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

 

ARTICOLO 5 – ADESIONE AL MOVIMENTO

L’adesione al MoVimento non prevede formalità maggiori rispetto alla registrazione ad

un normale sito Internet. Il MoVimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni che non

facciano parte, all’atto della richiesta di adesione, di partiti politici o di associazioni aventi oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti.

La richiesta di adesione al MoVimento verrà inoltrata tramite Internet; attraverso di essa,

l’aspirante Socio provvederà a certificare di essere in possesso dei requisiti previsti

al paragrafo precedente.

Nella misura in cui ciò sia concesso, sulla scorta delle vigenti disposizioni di legge, sempre

attraverso la Rete verrà portato a compimento l’iter di identificazione del richiedente,

l’eventuale accettazione della sua richiesta e l’effettuazione delle relative comunicazioni.

La partecipazione al MoVimento è individuale e personale e dura fino alla cancellazione

dell’utente che potrà intervenire per volontà dello stesso o per mancanza o perdita dei

requisiti di ammissione.

 

ARTICOLO 6 – FINANZIAMENTO DELLE ATTIVITÀ

SVOLTE SOTTO IL NOME DEL “MOVIMENTO 5 STELLE”

Non è previsto il versamento di alcuna quota di adesione al MoVimento. Nell’ambito del

blog http://www.beppegrillo.it potranno essere aperte sottoscrizioni su base volontaria per la

raccolta di fondi destinati a finanziare singole iniziative o manifestazioni.

 

ARTICOLO 7 – PROCEDURE DI DESIGNAZIONE

DEI CANDIDATI ALLE ELEZIONI

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o

comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il

veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria

partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Tali candidati saranno scelti fra i cittadini italiani, la cui età minima corrisponda a quella

stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque

sia la natura del reato ad essi contestato.

L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito

internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti

e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature.

Le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali

nazionali o locali potranno essere meglio determinate in funzione della tipologia di

consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo.”

 

Non sono un giurista ma penso non sia mai esistito un documento altrettanto autoritario ed antidemocratico. Se si legge bene questo “non statuto” per gli aderenti al “non movimento” non c’è nessun diritto di alcun tipo. Tutto è di esclusiva proprietà di Grillo e solo a lui spettano tutte le decisioni e selezioni di candidati.

Qualsiasi forma di democrazia prevede che ci sia una qualche forma di partecipazione effettiva a decisioni.

Ma qui, da una parte si afferma che “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”. E dall’altra, immediatamente sopra, che “Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione”.

 

Si può leggere e rileggere finché si vuole. Sembra la democrazia diretta e invece tutto dipende esclusivamente e direttamente da Beppe Grillo in persona, dal blog Beppe Grillo (di cui il Movimento 5 Stelle è un ambito) e dalla “rete internet”. Ma il mezzo, cioè la rete, per quanto venga indicato come universo reale rimane un mezzo. Ed è evidente anche al più ingenuo lettore di questo “non statuto” che la consultazione, deliberazione, decisione ed elezione, sono tutte cose strettamente controllate dal Blog di Beppe Grillo, dal Movimento 5 Stelle di cui Beppe Grillo è l’unico proprietario, e cioè da Beppe Grillo in persona. Per statuto non può esistere un qualsiasi organismo direttivo, nemmeno nominato dall’alto. Solo il leader in persona prende le decisioni ed ovviamente può farlo avvalendosi della consulenza e della collaborazione di chi meglio ritiene, se lo ritiene e quando lo ritiene.

C’era bisogno delle rivelazioni del sig. Favia per “scoprire” la natura non democratica di una simile organizzazione. È tutto scritto nero su bianco dalla fondazione del Movimento 5 Stelle!

 

L’elettorato del Movimento 5 Stelle si divide in due parti. Senza timore di dire cose troppo sommarie c’è una parte dell’elettorato che effettivamente si identifica con uno o più contenuti agitati da Grillo e che crede fermamente nel verbo del “profeta”. In questo senso Grillo è molto simile all’Uomo della Provvidenza di fascista memoria. Fastidio per la democrazia e fede nel Capo. Odio per le mediazioni, la rappresentanza, per il confronto di tesi diverse. Amore per le iperboli, per le aggressioni verbali, per le promesse mirabolanti, per le soluzioni miracolistiche. Ideologia scientista e tecnicista a buon mercato. Per quanto condita, come del resto fece il fascismo nella sua fase ascendente, con slogan e contenuti di sinistra, anticapitalisti e rivoluzionari, resta la natura assolutamente autoritaria e reazionaria di un movimento d’opinione che si è aggregato intorno alla persona di Beppe Grillo.

Poi c’è più banalmente una grande parte di elettorato che semplicemente vota Grillo per esprimere il proprio spregio per il sistema dei partito odierno, ed anche per il governo Monti.

Nella politica spettacolo, nella quale Monti viene descritto come il salvatore della Patria, e i partiti come intenti a farsi le scarpe fra loro con mille trucchi, al fine di conservare privilegi e poteri, esercitati per giunta in modo mediocre, nella quale i contenuti della sinistra di classe e le proposte relative di politica economica vengono descritte, se va bene, come testimoniali e irrealizzabili, e se va male come espedienti di un ceto politico per garantirsi un posticino nelle istituzioni, non è difficile capire che una quota consistente di elettori votino ciò che nella rappresentazione teatrale sembra dare più fastidio al sistema.

Ovviamente nella politica spettacolo succede che l’epiteto “fascista” appioppato a Grillo in risposta a ripetute aggressioni verbali, non dissimili per nulla da quelle usate correntemente nell’eterno scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani e perfino a sinistra, rischi di fare ancor più confusione e di confondere maggiormente le acque. Anche facendo passare Grillo per vittima.

Il Movimento 5 Stelle è un sintomo delle profondissima crisi sia del sistema economico che di quello della politica separata. Non si deve sottovalutare la natura del movimento e l’evidente ideologia reazionaria che lo vena profondamente. Ma come era idiota avvolgersi nel tricolore per contrastare il secessionismo della Lega lo è ancor di più difendere un sistema imbroglione e servo dei poteri forti come se fosse democratico per contrastare chi si propone di distruggerlo.

 

Quel che sapranno fare comunisti e sinistra, oltre al necessario conflitto sociale, sarà decisivo.

 

Ed è a questo che sarà dedicata l’ultima parte di questo lunghissimo articolo.

 

Continua…

 

 

ramon mantovani

Un buon congresso

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre, 2010 by ramon mantovani

Senza nasconderne i limiti e i problemi è opportuno sottolineare i passi avanti e i risultati positivi del Congresso della Federazione della Sinistra.

1) la Federazione è stata immaginata, proposta e discussa a lungo per reagire e rispondere a due problemi posti dalla sconfitta del 2008 e all’idea che per unire la sinistra si dovessero cancellare le identità e sciogliere le organizzazioni comuniste. I due problemi sono: la frammentazione e dispersione delle forze politiche della sinistra e la tendenziale subalternità al PD, sia nella versione governista sia in quella testimoniale, entrambe prodotte del bipolarismo. Alla fine è chiaro che la Federazione è un progetto strategico che si propone di unire la sinistra anticapitalista italiana. Non una generica sinistra senza principi e senza confini. Non l’unità comunista con la promozione di una dialettica a sinistra sulla base di discriminanti ideologiche. Per altro non chiare sul versante delle scelte politiche, a cominciare dal rapporto col PD e con la questione del governo. E’ stato molto faticoso in questi due anni superare le spontanee e/o maliziose interpretazioni e proposte di una Federazione come partito unico dei comunisti con l’aggiunta di qualche indipendente, che avrebbero prodotto nuove divisioni e una forza politica tanto capace di esibire una identità astratta e sempre meno attrattiva, quanto incerta e moderata nelle scelte politiche. Il compito della Federazione è chiaro. Costruire, nel vivo delle lotte, un programma di fase per l’uscita a sinistra dalla crisi capitalistica e su questa base partecipare alle elezioni a tutti i livelli. Sono due compiti, collegati intimamente fra loro, che necessitano dell’unità di tutte le donne e gli uomini che pensano che la critica del capitalismo, e del modello sociale conseguente, sia la base indispensabile per rapportarsi con le lotte e per costruire un programma autonomo ed indipendente dal centrosinistra, per sua natura ambiguo o addirittura apologetico nei confronti del mercato e del liberismo. L’unità si deve fare, quindi, sul punto fondamentale di cui necessita la lotta di classe ed ogni movimento di trasformazione, senza che nessuno, collettivamente o individualmente, debba rinunciare ad un grammo della propria cultura politica e soprattutto delle proprie pratiche. Senza egemonismi (che sono sempre stati il contrario dell’egemonia) e senza riduzioni ad uno o semplificazioni che, come insegna l’esperienza, hanno sempre e solo prodotto nuove divisioni. In altre parole la Federazione vuole essere il luogo politico dell’unità dei partiti, delle associazioni e comitati, delle persone che decidono di fare quelle due cose insieme in modo democratico e che continueranno ad avere le proprie differenze culturali, di pratiche politiche e di organizzazione per fare tutto il resto. Ovviamente questo è difficile da capire e digerire per chi pensa che un partito, comunista o meno, debba solo elaborare programmi e liste elettorali e partecipare al “gioco politico” nelle relazioni fra partiti nelle istituzioni. Come è difficile da capire per chi, impegnato in lotte e attività sociali, pensa che la rappresentanza delle stesse possa essere risolta al momento delle elezioni con la scelta di una lista, o peggio ancora di un leader, rifiutando o accettando il ricatto del bipolarismo e del meno peggio con l’astensione o con il voto utile. Ma su questo punto documento e statuto della Federazione sono chiarissimi. Restano nel corpo militante e fra le persone di sinistra molte perplessità ed anche una notevole dose di confusione. Dovute al fatto che i mass media le poche volte che hanno parlato del nostro progetto lo hanno fatto occultando, per ignavia o per malizia fa lo stesso, la vera portata della proposta unitaria per descriverlo, invece, come orticello comunista privo di una proposta politica. Ed anche dovute al fatto, bisogna pur dirlo, che molti militanti sono totalmente disabituati a fare ragionamenti complessi di fronte a problemi complessi. Che non leggono e non studiano nemmeno i documenti politici per poi affidarsi alle semplificazioni dei mass media e/o per discutere sulla base di suggestioni e soprattutto di contrapposizioni astratte e demagogiche. Ma, lo ripeto, essendo chiaro il progetto della Federazione c’è la possibilità, con pazienza e perseveranza, di farlo vivere e crescere. Innanzitutto con il lavoro di allargamento della Federazione, sia a livello locale con collettivi e persone impegnate nelle lotte, sia a livello nazionale ribadendo la necessità di unire davvero tutta la sinistra anticapitalista. La Federazione vuole essere l’unità di tutta la sinistra anticapitalista. Attualmente non lo è affatto, anche se non è poco aver invertito la tendenza alla divisione e unito ciò che fino a ieri sembrava impossibile unire. Sul piano delle forze organizzate permangono profonde divisioni. Sul piano delle persone di sinistra senza partito permangono diffidenze, dubbi e soprattutto contrarietà dovute alle pratiche autoreferenziali, elettoraliste e istituzionaliste dei partiti, Rifondazione compresa. Da una parte alcune formazioni, come Sinistra Critica, PCL ed altri, e dall’altra SEL hanno proposte politiche contrapposte e, lo dico brutalmente, totalmente subalterne al bipolarismo. Da una parte l’idea che la ripetizione ossessiva di slogan radicali e di anatemi ideologici (spesso scagliati contro chi è più vicino) e la fuga dal problema di contribuire o meno alla cacciata di Berlusconi con il sistema elettorale esistente, possa costituire la base per l’accumulazione di forze sufficienti per cambiare qualcosa di concreto. Dall’altra l’idea che cavalcando (con successo) proprio uno degli aspetti più deleteri (e distruttivi di tutte le culture critiche della sinistra) del bipolarismo si possa ottenere una ristrutturazione del centrosinistra che apra le porte ad una svolta di sinistra reale nel paese. Non è necessario ripetere per l’ennesima volta quanto queste idee siano illusorie e quanto siano corrispondenti esattamente al disegno sulla base del quale è fondato il bipolarismo. Ridurre alla testimonianza impolitica le istanze radicali o trasformarle in “speranze”, tanto suggestive in campagna elettorale quanto irrealizzabili in un governo, comunque dominato dai poteri economici e dal vaticano. Non sono differenze sostanziali di contenuto, come la contrarietà alla legge trenta, il ritiro dall’Afghanistan, l’opposizione alle politiche economiche dell’UE ecc a motivare una divisione che persiste. Sono scelte ideologiche e di linea politica che impediscono l’unità. Indulgere all’infinito in discussioni circa il novecento e il nuovismo o fare la gara a chi è più comunista o più radicale è insensato, oltre che inutile. La Federazione deve rispettare i progetti altrui, pretendere il rispetto per il proprio, e soprattutto deve continuare a ribadire, con ostinazione, che permanendo i progetti e le linee diverse, sui contenuti di lotta si può e si deve combattere insieme. E che anche il confronto, su progetti e linee diverse, si può e si deve fare a partire dal riconoscimento della centralità dei contenuti che uniscono. Proprio per misurare l’efficacia dei progetti e delle linee rispetto al rafforzamento delle lotte e al raggiungimento di obiettivi concreti per milioni di italiani. Alla manifestazione del 16 ottobre c’era la sinistra reale di questo paese. I contenuti della piattaforma della FIOM (ben ribaditi nell’intervento di Landini al congresso) per la Federazione possono essere sposati integralmente e possono essere la base per discutere con SEL come con Sinistra Critica e il PCL sul come farli diventare obiettivi concreti, oggi e subito. E’ il modo concreto per rispondere a quella domanda di rappresentanza politica che è salita dalla manifestazione. Mentre citarli strumentalmente per scagliarli contro altri, che pure li condividono, per farli diventare un espediente retorico e demagogico al servizio di proposte politiche che, essendo interne alle logiche bipolari, li riducono a slogan impotenti o a sogni irrealizzabili è il contrario. Per il banale motivo che alla fine, o la piazza e i suoi contenuti saranno in grado di dare una spinta all’unità a livello politico della sinistra o le diverse opzioni della sinistra mortificheranno e divideranno la piazza e il movimento di lotta. E non avrà molta importanza ciò che dicono i sondaggi o diranno gli stessi voti elettorali se la sinistra politica che dice di condividere quei contenuti sarà divisa in tre pezzi in lotta fra di loro. Perciò è giustissimo che la Federazione, ben sapendo le differenze di progetto e di linea che esistono con altri, continui a sfidarli su questo terreno della discussione.

2) sebbene non si possa dire di possedere un programma di fase, complesso e articolato, capace di unificare i fronti di lotta e di accumulare le forze per passare dalla resistenza ad una controffensiva del mondo del lavoro e dei movimenti progressisti, il congresso ha chiarito a definito alcune linee di fondo sulla base delle quali costruire un tale programma. E su queste basi ha approvato e sancito una proposta politica chiara ed inequivocabile. C’è nel documento e c’è stata nel dibattito l’idea che alla finanziarizzazione e al mercato senza regole liberista sia necessario assegnare al mondo del lavoro il ruolo di fulcro dell’unità di tutte le lotte. Come è già stato evidente nella manifestazione della FIOM del 16 ottobre. La Federazione ha chiaramente l’idea della costruzione di tale unità sulla base di una alleanza strategica dei movimenti ambientalisti e dei diritti civili con quello dei lavoratori, degli studenti, dei precari e degli immigrati. La Federazione propone cose precise per l’oggi. Sulla base di scelte di fondo che in politica economica sono totalmente controcorrente rispetto agli indirizzi dell’Unione Europea, a cominciare dalla riproposizione dell’intervento pubblico in economia e dalla subordinazione dei bilanci e delle politiche monetarie rispetto ai diritti sociali. Che in politica estera sono contrapposte a guerre e spese militari sostenute da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, e in Italia del PD. Che sulle politiche sociali e dei diritti sono all’opposto dei “patti sociali” di confindustria e alla subalternità al vaticano. E’ su queste basi, e non su altre, che è stata approvata la proposta di dare vita ad una alleanza democratica in difesa dei principi costituzionali, per battere Berlusconi, senza fare un impossibile accordo di governo. Al di la di sfumature, di suggestioni, di ovvie differenze culturali e perfino di propensioni ben visibili sulla stampa e in diverse dichiarazioni e discorsi, questo è quanto è stato deciso ed approvato. Con il dissenso dei compagni di Falce e Martello sul versante di sinistra e con quello del documento di una parte di Rifondazione (primo firmatario Bonadonna) sul versante di destra. Questa proposta politica è stata accettata e difesa, nei loro discorsi, da Salvi, da Patta, da Diliberto, oltre che da Ferrero. Con toni e sfumature diverse? Ovviamente si. Ma senza che sia stata proposta alcuna alternativa. Per altro, voglio dire esplicitamente che io sono d’accordo con Diliberto quando dice che se si fa un accordo senza entrare al governo questo non comporta che il confronto con il PD e con gli altri partiti di centrosinistra, a cominciare da SEL, debba escludere temi sociali e concreti che riguardano milioni di persone. Non fosse altro che è proprio sulla base di quei temi sociali, e non su anatemi astratti, che si misura la distanza e la stessa impossibilità di fare un governo insieme. Come non esclude che si facciano anche proposte e accordi minimi su temi specifici. Esattamente come bisogna sempre fare in qualsiasi istituzione con qualsiasi governo. Infine è chiara l’idea che l’obiettivo di superare il bipolarismo sia prioritario, come è chiara la contrarietà a qualsiasi uscita dalla crisi del centrodestra sulla base di governi tecnici o simili. Questi indirizzi programmatici di fondo e la proposta politica dell’alleanza democratica senza accordo di governo sono la linea politica della Federazione per navigare nella complessa situazione della crisi economica, della offensiva liberista e padronale e della crisi latente del governo Berlusconi. Questa è la linea politica sulla base della quale confrontarsi a tutto campo con chiunque, con il massimo di apertura e di duttilità tattica.

3) la vita della Federazione è stata contraddistinta, fino a qui, da una inevitabile logica pattizia fra le forze che hanno partecipato alla sua fondazione. È inutile menare scandalo per questo. Senza quella logica pattizia non ci sarebbe nessuna unità con basi solide per resistere a qualsiasi novità sulla scena politica. Non ci sarebbe la forza organizzata minima per sorreggere e sviluppare nessuna linea politica. La permanenza di divisioni (anche elettorali) avrebbe provocato la definitiva e più che giustificata delusione di altre decine di migliaia di militanti e il totale disorientamento dei potenziali elettori. Lo statuto approvato definisce con chiarezza che il futuro della Federazione sta nelle mani degli iscritti e delle iscritte. Il principio di una testa un voto è inequivocabile. Come lo è quello delle maggioranze qualificate al fine di evitare che chiunque possa sopraffare gli altri. Soprattutto al fine di impedire che coalizioni improvvisate di correnti possano snaturare la Federazione e cambiare la linea sulla base di cordate e di manovre di corridoio. Ma qui comincia la vera sfida. E bisogna avere la consapevolezza che la sfida è persa in partenza se si usa la demagogia e il basismo. A nulla vale il principio di una testa un voto se poi dobbiamo fare il prossimo congresso con una decina di documenti politici in guerra fra loro. A nulla vale il principio delle maggioranze qualificate se provoca solo mediazioni al ribasso. A nulla vale la Federazione con compiti ben precisi sui quali cercare permanentemente l’unità se poi si portano nella federazione discussioni su compiti e contenuti propri dei partiti che la compongono ed estranei a quelli della Federazione. Ma queste cose attengono alla maturità e alla qualità dei gruppi dirigenti e dei militanti. Attengono perfino all’onestà intellettuale con la quale si discute e al principio di lealtà verso chi la pensa diversamente. Non c’è norma statutaria e non c’è declamazione di principio che possano magicamente infondere qualità e buon senso in chi non legge, non studia, non ascolta, e pensa che qualsiasi mezzuccio o manovretta di corridoio sia un mezzo lecito, giustificato dal fine di imporre ciò che vuole agli altri. La democrazia funziona non solo se si vota continuamente su tutto. Funziona se quando si vota i votanti sanno cosa votano sulla base di una conoscenza approfondita e non sulla base di opzioni presentate demagogicamente, che contano proprio sulla ignoranza diffusa e sulle suggestioni da quattro soldi. Funziona se dopo aver votato qualcosa chi è in disaccordo non tenta di impedirne la realizzazione o non tenta ad ogni riunione, su qualsiasi tema sia convocata, di riprodurre sempre la stessa discussione. Funziona se dopo una decisione chi si è dichiarato d’accordo votandola non fa subito un bell’articolo che la contraddice. Magari al fine di marcare la differenza necessaria a giustificare l’esistenza della propria corrente o, peggio ancora, al fine di ritagliarsi uno spazio politico personale fittizio da usare per rivendicare un posticino negli organismi e nelle liste. E potrei continuare. Queste cose affliggono tutti a sinistra. Non esistono scorciatoie leaderistiche e basiste che possano risolvere questi problemi. Al contrario sia il leaderismo sia il basismo alimentano passività, ignoranza e superficialità all’ennesima potenza. Solo la fatica di una lotta culturale e ideologica attiva e permanente, con l’obiettivo di curare la malattia e salvare il malato, può sortire degli effetti positivi. Solo valorizzando le pratiche sociali e culturali ricche, alla lunga, si possono superare le discussioni astratte che sono il terreno privilegiato per le cordate e i personalismi di tutti i tipi.

4) sebbene sia chiaro che la Federazione non è l’unità dei comunisti, tanto che al congresso tutti gli emendamenti che insistevano sul tema sono stati giustamente dichiarati inammissibili, il tema esiste ed è bene discuterne. E’ evidente che proprio nel momento nel quale il PRC e il PDCI condividono lo stesso progetto di unità della sinistra anticapitalista e la stessa proposta politica è necessario affrontare seriamente il tema. Non lo era prima sia perché avrebbe sostituito e fagocitato il progetto dell’unità della sinistra anticapitalista e perché avrebbe subordinato la scelta della linea politica ad una immatura unificazione organizzativa dei due partiti. Oggi il tema dell’unità comunista è da affrontare seriamente. Dico oggi ma è evidente che in caso di elezioni anticipate sarebbe idiota metterlo al centro delle nostre attenzioni. Resta da vedere se si vuole affrontare sulla base di una suggestione e come se le differenze culturali, di concezione politica ed organizzativa del partito, fossero all’improvviso sparite. La demagogia dell’unità, per ricevere applausi, scagliata contro altri implicitamente accusati di non volere l’unità, non produce unità. Bensì diffidenze e nuove divisioni. Nessuna persona dotata di buon senso pensa che due, tre, quattro o cinque partiti comunisti siano meglio di uno. Non fosse altro che per il banale motivo che il numero e l’attività complessiva dei militanti si riducono proporzionalmente al proliferare di sigle e di partiti. Fermo restando tutto ciò bisogna sapere che le differenze e le divisioni esistono. E che possono perfino aumentare con la demagogia e con le semplificazioni. Se, per esempio, Rifondazione dicesse una cosa banale e apparentemente di buon senso come “chi è uscito dal partito ritorni, le nostre porte sono aperte e non chiediamo nessuna autocritica” provocherebbe solo un solco più profondo con gli altri e anche nuove divisioni al proprio stesso interno. Se di unità c’è bisogno e se di unità è opportuno parlare bisogna farlo seriamente e con i piedi piantati per terra. L’unità dei comunisti è innanzitutto un tema ideologico, politico e culturale. Non un tema organizzativo per unificare due o più gruppi dirigenti. L’unità dei comunisti non è un tema sostitutivo dell’unità della sinistra anticapitalista. Ci sono due terreni precisi sui quali fondare la discussione sull’unità dei comunisti. Il primo è quello delle pratiche sociali condivise, è lo stare nelle lotte e nel radicamento sociale insieme, senza egemonismi e stupide competizioni, è quello sul quale avviare con i soggetti sociali l’elaborazione di obiettivi di lotta. Il secondo è quello dell’analisi del capitale e della formazione sociale plasmata dal capitalismo di questa fase storica. È quello della difesa della propria storia dal revisionismo imperante e, al tempo stesso, della critica della propria storia. È quello della critica di un modello organizzativo e di una concezione del partito verticistico, intriso di predominio maschile e di istituzionalismo. Senza che questa critica dia luogo a sette o, peggio ancora, a leaderismi e basismi che di democratico non hanno nulla. Insomma, come si vede i problemi sono seri. E a nulla vale ignorarli unificando due o più partiti per poi tornare a dividersi, in modo lacerante, alla prima occasione nella quale i problemi che si credevano superati si ripresentano violentemente. Comunque non è questa la sede per approfondire questo tema. Penso che il prossimo congresso del PRC debba offrire una proposta e una discussione a tutte le comuniste e a tutti i comunisti di questo paese. Una proposta e una discussione capaci di far scoprire a molti e a molte di essere comunisti. E di far scoprire a molte e a molti che si ritengono comunisti di non esserlo sul serio.

Ma questa è un’altra storia…

ramon mantovani

Risposta a Luigi Vinci.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio, 2010 by ramon mantovani

Caro Luigi,

il tuo articolo in risposta a quello firmato da me e da Giovanni Russo Spena

http://lettura-giornale.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=26/05/2010

merita molta attenzione.

La stima, sono sicuro reciproca, ci permette di parlar chiaro, senza diplomatismi ma anche senza scadere nella polemica spicciola che va tanto di moda di questi tempi.

L’articolo che ho firmato insieme a Giovanni aveva esattamente l’obiettivo di rimuovere l’ambiguità che contraddistingue non una, ma diverse, iniziative e proposte sulla ormai annosa questione dell’unità della sinistra. L’appello che tu hai firmato e che noi abbiamo criticato è solo l’ultima.

Tanto per essere chiari io non ho alcun dubbio che l’unità della sinistra “non liberista”, come dici tu, sia un obiettivo giusto e che risponde ad una domanda, ingenua o consapevole poco importa, reale e fondata. Mi è altrettanto chiaro che essa non si esaurisce nell’ambito delle forze comuniste e nemmeno in quello definito della Federazione della Sinistra. Sono convinto che il dialogo continuo sia non solo un obbligo ma anche una necessità vitale. Lo stesso dicasi per la “cooperazione”, senza che questa diventi “totale”, come tu dici, perché obbligata ad essere di governo.

Fin qui ci siamo, credo. Almeno in teoria.

Ci sono, però, due questioni non irrilevanti sulle quali bisogna approfondire il discorso.

Io sono tutto meno che un feticista dei deliberati degli organismi dirigenti del partito. E penso, per essere chiaro ancora una volta, che debbano essere confrontati con la realtà e che siano passibili di essere cambiati in qualsiasi momento, a seconda delle circostanze. Ed ovviamente concordo pure con te che mai possano essere considerati “comandamenti in grado di spiegarci tutto quel che succede”.

Tuttavia non posso concordare con te sull’affermazione secondo la quale, dato che la crisi ha prodotto un passaggio da una “guerra di posizione ad una “guerra di movimento”, la “bussola”, che anche tu ritieni indispensabile, diventi quella che tu proponi. Per il semplice motivo che non è una bussola.

Tu hai detto che il quadro è in via di sconvolgimento. E che nella fattispecie, il PD “non sa che pesci pigliare, volendo mantenere i suoi sistemi di relazione sul versante capitalistico e non avendo cultura di ricambio rispetto a quella liberista”. Ed hai anche aggiunto che è pressato affinché si smarchi a sinistra.

Ne trai la conclusione che la “bussola” consiste nel non porre pregiudiziali, nello sforzo di confronto e di cooperazione, portando nostre proposte. E di “farlo con la massima determinazione in direzione delle forze di sinistra, politiche e non, che liberiste non sono” per poi vedere “via via come butta” discutendo e decidendo come proseguire.

Al netto di quel “portando nostre proposte”, che anche tu riconoscerai, intellettualmente onesto come sei, essere troppo generico per indicare il Nord, la bussola non c’è.

C’è solo la consapevolezza, giusta, della complessità della situazione e la naturale vocazione, di una forza non settaria, al confronto e al massimo di unità possibile, sempre e comunque. Ma non c’è una bussola. Non c’è cioè una linea politica chiara, duttile e da “guerra di movimento” capace di reggere il confronto con altre linee e proposte, che invece ci sono. Ed è per questo che a me sembra che così la prospettiva diventi eccessivamente ambigua e confusa.

E’ proprio su quel “portando nostre proposte” che vale la pena di confrontarsi fino in fondo.

Ma prima di entrare nel merito, scusa la franchezza, a me sembra che sia necessario chiarire che cosa voglia dire l’aggettivo “nostre”.

Non credo che quel “nostre” possa prescindere da una discussione collettiva e consapevole, oltre che democratica, nel partito e nella Federazione.

Ovviamente non alludo a posizioni personali o di componenti, aree e correnti, e della loro libera espressione in ogni dove. Io stesso faccio ampio uso di questa libertà, e la considero utile e costruttiva anche quando marca dissensi profondi.

Un’altra cosa, però, sono operazioni politiche condotte trasversalmente alle forze politiche, non discusse collettivamente ed operanti al di la e al di sopra della sola discussione democratica che le può identificare come “nostre”.

Nell’appello in questione, che tratta di un tema sensibile ed importante come quello dell’unità a sinistra, oltre a tante cose assolutamente condivisibili c’è una omissione secondo me decisiva. Non è né ideologico-identitaria, né culturale. E’ squisitamente politica. Non è una pregiudiziale settaria o una qualsiasi idea di arroccamento. E’ la nostra proposta. Nostra perché l’abbiamo discussa, mediata, sintetizzata, condivisa e votata con una larga maggioranza.

Confesso di avere una certa idiosincrasia verso la pratica degli appelli che continuamente, a sinistra, si producono su tutto lo scibile umano. Spesso sono sostitutivi dell’azione e più spesso ancora sono purtroppo allusivi più di una operazione dei firmatari che dell’obiettivo proclamato. Ma non importa, non è questo il punto centrale per me. Anche se è innegabile che quell’appello può essere interpretato in mille modi e favorire così, invece che la chiarezza e l’unità, discussioni pretestuose e foriere di divisioni.

Ma torniamo alla nostra proposta. Si compone, perdonerai che la ripeta (a beneficio dei lettori) e perdonerai la sommarietà della descrizione, di tre obiettivi ben precisi. 1) costruire l’unità di un movimento di lotta contro le politiche delle destre e contro il governo Berlusconi. Sul versante sociale, su quello dei diritti civili e su quello democratico. Per questo abbiamo promosso, aderito e partecipato ad ogni iniziativa, senza misurare il grado di distanza con altri promotori e partecipanti che non fosse l’obiettivo di opporsi al governo. Abbiamo proposto e ci siamo dichiarati disponibili a qualsiasi formula di coordinamento e cooperazione organizzata, stabile ed unitaria, fra tutte le forze politiche e sociali di opposizione al governo. Dobbiamo continuare a farlo perché la crisi, i suoi effetti e le decisioni che ha preso e si accinge a prendere il governo lo impongono. E dobbiamo insistere affinché il movimento di opposizione al governo sia plurale perché solo così può essere unitario. Ogni suggestione che stabilisca che l’unità contro Berlusconi si possa magicamente trasformare in una compiuta proposta alternativa di governo del paese, oltre ad essere infondata, provoca divisioni. 2) costruire l’unità della sinistra anticapitalista, politica e sociale, nella Federazione. Purtroppo le scadenze elettorali, la diffidenza di molti verso una presunta ennesima operazione verticistica, e la difficoltà oggettiva a superare tante divisioni prodotte negli anni passati hanno limitato notevolmente la capacità aggregativa della Federazione. Ma è indispensabile insistere e insistere ancora affinché la Federazione nasca come un processo effettivamente democratico, dal basso, e con la chiarezza politica e culturale sufficiente per aggregare nel tempo tutto ciò che si muove sul terreno della critica radicale al capitalismo contemporaneo e che si propone una alternativa di società. La chiarezza, il tempo e soprattutto la pratica possono vincere diffidenze, dubbi e perfino settarismi. Perciò Giovanni ed io ci siamo permessi di dire che “molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti”. Considerare insuperabili i limiti verticistici e quelli oggettivi del campo ristretto delle forze fino ad ora partecipanti e parlare della Federazione per come essa è oggi al fine di porre poi il problema dell’unità con Sel è un grave errore. E’ come infilarsi, magari inconsapevolmente, in un rapporto nel quale la differenza, che c’è, sulla prospettiva di internità al centrosinistra o meno, viene oscurata, rimandata e sostituita da una falsa dialettica fra vecchio e nuovo, fra nostalgia e innovazione, fra comunisti del secolo scorso e nuova sinistra all’altezza dei tempi, fra sinistra testimoniale e sinistra di governo. Mi spiace dover insistere oggi su questo punto, che consideravo risolto dal congresso del PRC, ma ridurre la Federazione all’unità col Pdci e parlare di unità con Sel senza approfondire la questione del centrosinistra sarebbe un ritorno alla logica che ha ispirato la Sinistra e l’Arcobaleno. Voglio dire con estrema chiarezza che non ho dubbi sulle intenzioni dei firmatari l’appello del PRC. Non credo proprio che qualcuno di essi, tanto meno tu, voglia tornare su questo punto. Ma qui quel che conta, per me, non sono le intenzioni bensì gli effetti pratici di ciò che si propone. Su molti degli altri firmatari, invece, sono sicuro che l’intento sia esattamente quello. E non faccio processi alle intenzioni perché è ciò che dicono ogni giorno apertamente.

Per superare le divisioni non bastano intenti, suggestioni e invenzioni. Bisogna non rimuovere e tentare di superare i problemi che le hanno originate. Ovviamente mi è chiaro che i problemi non si presentano e ripresentano allo stesso modo. Ma la sottovalutazione delle negatività dell’esperienza del governo Prodi, la sopravalutazione dei possibili esiti a sinistra della dialettica interna al PD, le suggestioni leaderistiche prive di contenuti reali e assolutamente interne al bipolarismo, il nuovismo come dogma assoluto e la disinvoltura sui programmi (per cui alle elezioni del parlamento europeo si può presentare una lista con veri e propri “tifosi” del trattato di Lisbona, della NATO e perfino delle più liberiste scelte economiche), permettono che si possa parlare con SEL di unità della sinistra in modo serio? Io mi auguro che SEL si renda conto che una riedizione dell’Unione è impossibile. Che a forza di puntare sugli sviluppi interni al PD rischia di essere usata e perfino assorbita nella sua dialettica interna, magari proprio associandosi a quelle parti interne ed esterne al PD (come il quotidiano Repubblica) interessate a dividere la sinistra fra testimoniali ed addomesticati per i propri scopi. Che a forza di dire “nuovo” prima o poi si debba dimostrare che ciò che si propone sia anche all’altezza dei tempi, sia anche buono e soprattutto sia effettivamente nuovo. Non solo me lo auguro. Vorrei che si facesse di tutto per dialogare, lottare insieme su obiettivi comuni, confrontare culture e proposte, anche strategiche. Vorrei cioè che si discutesse senza anatemi, senza offendere l’interlocutore, senza fare processi alle intenzioni. Al netto degli insulti, delle accuse di stalinismo e perfino di omofobia che, per quanto non abbiano trovato nel gruppo dirigente del PRC nessuna risposta ispirata dalla volontà di rissa, lasciano ferite difficili da curare, io penso che si debba essere coraggiosi a sufficienza per dialogare del futuro senza rinverdire una sola polemica del passato. Senza confondere, però, i problemi che hanno originato la divisione con gli effetti della stessa, per dichiararla superata riscoprendola in un secondo momento più distruttiva di prima. E con la consapevolezza che per discutere del futuro bisogna avere chiaro cosa si prevede e cosa si vorrebbe dal futuro. Ed è il tema del terzo punto della nostra proposta unitaria, ovviamente limitato alla proposta politica.

3) avere una idea di come, contemporaneamente, rispondere alla triplice esigenza di a) fermare l’avanzata delle destre ed approfondire le loro contraddizioni; b) non ricadere nella dialettica distruttiva per cui bisogna per forza essere interni e subalterni al centrosinistra o isolati e testimoniali; c) incidere sul più grave problema democratico del paese che è il bipolarismo. Si tratta della proposta di accordo in difesa della Costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non di governo. Io credo che questa proposta sia chiara, comprensibile, e utile prima che a noi stessi all’obiettivo di battere le destre sommando ciò che il tentativo di un accordo di governo finirebbe invece col dividere sia nella sfera delle forze politiche sia soprattutto nell’elettorato. E’ questa proposta a poter incidere  nella stessa dialettica interna al PD, anche facendo sponda a chi comincia a capire che il bipolarismo è parte del problema della egemonia e della forza delle destre e non la sua soluzione, e a poter fornire un terreno sul quale la sinistra politica e sociale possa ritrovarsi sui propri contenuti. Senza che questi contenuti siano sacrificati sull’altare del governo e soprattutto senza che siano usati dal PD come prova della nostra “irresponsabilità” e “mancanza di realismo” se non come prova della nostra “indifferenza” alla possibile vittoria delle destre.

Non credo proprio che queste “nostre proposte” siano superate. Il fatto che siano difficili da realizzare, come tutto del resto, non significa che siano impossibili. Anzi!

Ovviamente penso siano suscettibili di essere cambiate, anche radicalmente, in presenza di evoluzioni della situazione che giustifichino una ridiscussione così profonda. Ma non credo debbano essere messe in mora, parlo soprattutto della terza, in attesa di possibili evoluzioni. Questo si sarebbe proprio non avere nessuna bussola ed essere in balia dei progetti altrui, sperando che prendano la piega giusta.

Tutto qui, caro Luigi. Non so se è molto o è poco. Ma è tutto qui.

Con grande e sincero affetto.

Ramon Mantovani

Uniti si! Ambigui e confusi no!

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , on 23 maggio, 2010 by ramon mantovani

La crisi capitalistica, oltre ad approfondirsi costringe chi non si propone di metterne in discussione la natura strutturale, a fare proprie le politiche monetariste e liberiste dell’Unione Europea e della Banca Centrale. E’ così che in Italia governo e centrosinistra si accapigliano su tutto tranne che sul punto più importante: i sacrifici. Possono litigare sui tempi e sui modi, su questo o quel dettaglio, ma non sulla necessità di enormi tagli per salvare il sistema economico e per soddisfare gli appetiti del capitale speculativo. Tutto questo è destinato a produrre una macelleria sociale. Con un’opposizione parlamentare incapace di contestare le scelte di fondo capitalistiche, che invece vengono addirittura assunte come base per criticare il governo e per richiamarlo ad una maggiore coerenza con esse, i tagli draconiani sono destinati a produrre malcontento e sofferenze di ogni tipo, ma non una resistenza capace di accumulare forze e di preparare una alternativa. In questo contesto i sentimenti di egoismo sociale, le guerre fra poveri e la distanza dalla politica, comunque declinata nel bipolarismo, sono cose destinate a crescere. Mai come oggi sarebbe necessaria una sinistra politica unita che “torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana” (come recita il titolo di un recente appello di alcuni esponenti del PRC, del Pdci, di SEL e di alcune personalità della sinistra). Ma, a nostro parere, senza chiarezza politica e programmatica su due questioni fondamentali l’unità è destinata ad infrangersi, producendo nuove divisioni. E il “ruolo importante” è destinato ad essere un ruolo comprimario nel centrosinistra. La prima è che la radicalità della critica al sistema capitalistico finanziarizzato, che è la causa della crisi, non può essere un dettaglio sacrificabile sull’altare di una alleanza contro Berlusconi. La seconda è che senza una battaglia durissima contro il bipolarismo la politica ufficiale (tutta senza distinzioni) è destinata a separarsi definitivamente dalla società. Mentre per altre forze questo è perfino utile, giacché il “governo dell’esistente” nel tempo del capitalismo contemporaneo ha bisogno di essere indifferente alle conseguenze sociali delle proprie scelte, per la sinistra è esiziale. A meno che non si voglia essere sinistra liberale. O che si voglia confondere l’interesse di un ceto politico a ricavarsi uno spazio istituzionale nel centrosinistra con gli interessi delle lotte e delle classi subalterne.

Per questo noi insistiamo nel dire, come è scritto nel documento fondativo, che la Federazione della Sinistra deve essere costruita come l’unità della sinistra politica e sociale anticapitalista e che deve essere indipendente dal centrosinistra. Per questo ribadiamo, come ha votato a larghissima maggioranza il CPN del PRC, che col centrosinistra si deve fare un accordo in difesa della costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non un accordo di governo. Per questo diciamo, sommessamente ma con fermezza, che parlare della Federazione come se questa avesse già unito il possibile (mentre molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti) proponendo poi l’unità con SEL e glissando sull’internità o meno al centrosinistra, è un grave errore. Non di manovre trasversali delle correnti dei diversi partiti e non di suggestioni unitarie senza chiarezza abbiamo bisogno. Serve una prospettiva unitaria chiara su progetto e contenuti, a partire dalle cose che già abbiamo insieme deciso. Il corpo militante che in questi anni ha resistito e combattuto contro tutti e tutto per mantenere in vita Rifondazione, e che sarà presto chiamato a decidere nei congressi della Federazione e del partito, merita che il gruppo dirigente sia chiaro e non dilaniato da incomprensibili lotte correntizie.

Ramon Mantovani

Giovanni Russo Spena

Pubblicato su Liberazione il 22 maggio 2010

Solo adesso si può invertire la tendenza alla sconfitta.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 aprile, 2010 by ramon mantovani

Le elezioni regionali sono ormai passate.

Hanno chiarito diverse cose anche se, come al solito, sulla stampa e in tv già c’è un tourbillon di interpretazioni, di dichiarazioni, di previsioni sul futuro del centrodestra e del centrosinistra e di personaggi vari, che rende la politica (la politica-spettacolo ufficiale) una cosa realmente estranea agli interessi, ai bisogni ed anche alle immediate necessità della società. Tengo a ribadire, come i lettori del blog ormai sanno bene, che indugiare e lasciarsi trascinare da questo modo di discutere alimenta ed aumenta uno dei principali problemi del paese: la separatezza della politica (e del circo massmediatico ad essa connesso) dalla società e l’impermeabilità delle istituzioni (per questo sempre meno democratiche e/o ormai ademocratiche) a qualsiasi contenuto che metta in questione gli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese.

Qui ci sono le mie modeste riflessioni sui risultati elettorali. Non esaustive, non complete, ma che cercano comunque di affrontare quelle che a me sembrano le cose essenziali senza cedere alla tentazione della faziosità, della superficialità e della sostituzione della realtà con suggestioni.

Lo dico apertamente e chiaramente: chi volesse discutere a suon di slogan, di insulti, di urla, di descrizione unilaterale dei problemi e così via può tranquillamente rivolgersi ad altre decine di siti e divertirsi a litigare, a “sfogarsi” e soprattutto ad illudersi che questo modo di ragionare e discutere sia una forma di partecipazione e non, invece, un contributo alla distruzione della intelligenza critica e della buona politica.

Premetto che non dispongo di studi sui flussi elettorali e che non incentrerò i miei ragionamenti sugli zero virgola in più o in meno di questa o quella lista. Cercherò, sperando di riuscirci, di stare sui punti che a me paiono salienti e che emergono chiaramente da questo risultato elettorale.

Cominciamo.

Primo punto: l’astensione crescente.

Qui sarebbe proprio utile uno studio sui flussi elettorali che chiarisca chi sono i nuovi astensionisti, dove abitano e, anche all’ingrosso, qual è la loro condizione sociale. Avere questi dati sarebbe molto più importante che il sapere quali liste i nuovi astenuti avevano votato in passato. Dico questo per un motivo preciso perché, come vedremo più avanti, il gioco politico bipolare e presidenzialista prevede sempre più, esattamente, che si riesca a vincere non tanto e non solo conquistando consensi facendo cambiare opinioni alle persone in cane ed ossa, agli strati sociali sulla base dei loro interessi e producendo cambiamenti nell’opinione pubblica e nel senso comune. Come si è visto, bene e meglio che in passato, in questa tornata elettorale si contava più sul fatto che l’astensionismo colpisse l’avversario riuscendo a mobilitare il proprio elettorato non su idee e programmi bensì contro il nemico presentato come la sentina di tutti i mali. Credo nessuno possa negare che i mesi che hanno preceduto la campagna elettorale con gli innumerevoli scontri sulle vicende giudiziarie e l’aggiunta della ridicola (e al tempo stesso drammatica dal punto di vista democratico) vicenda delle liste del pdl abbiano consistentemente oscurato quelli che avrebbero dovuto essere i contenuti concreti della contesa elettorale. Tutto questo è in parte un prodotto oggettivo del sistema presidenzialista e bipolare (ricordo che in tutte le regioni vige un sistema contemporaneamente maggioritario e presidenzialista). Questo tipo di sistema elettorale convive strutturalmente con un forte astensionismo. Può capitare, e capita, che nonostante la natura escludente del sistema un leader dotato di forte carisma e capace di suscitare una speranza di cambiamento vinca elezioni proprio mobilitando quella parte della società normalmente silente e disinteressata alla contesa percepita come interna al ceto politico. E’ il caso di diversi paesi latino americani ed è perfino il caso degli USA e della campagna elettorale di Obama. Non approfondisco il tema dell’analisi di queste eccezioni per brevità. Anche se va detto che comunque la crescita dei votanti in condizioni eccezionali in questi sistemi non arriva neanche lontanamente a pareggiare il grado di partecipazione garantito dai sistemi proporzionalisti e parlamentari. Ma, senza alcun dubbio, non è il caso dell’Italia, come vedremo meglio più avanti quando parleremo dell’esito dello scontro fra centrodestra e centrosinistra.

Si può dire, in conclusione su questo primo punto, che l’astensionismo crescente non è un accidente bensì un effetto strutturale del sistema e che la campagna elettorale nazionale dei due schieramenti l’ha incrementato e desiderato fortemente nella speranza che colpisse l’avversario. Ogni discussione (e si vede già come per questo tenda a scomparire) che pretenda di parlare dell’astensionismo senza mettere in questione il sistema presidenzialista-maggioritario è semplicemente un vero e proprio imbroglio.

Secondo punto: chi ha vinto?

La risposta per me è semplicissima. Ha vinto la destra. Il centrosinistra governava in 11 regioni su 13. Normalmente il governo tende a perdere consensi a metà legislatura e non si può certo dire che Berlusconi non abbia dato mille motivi per vedere incrinato il suo rapporto con diversi strati sociali. Eppure, inusitatamente, si è discusso del risultato come se la partita fosse stata giocata su un altro pianeta. Il centrosinistra (ma come vedremo sarebbe meglio dire i centrosinistra) ha perso Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. E non va dimenticato che aveva già perso Abruzzo e Sardegna. Gli apologeti del maggioritario presidenzialista dopo aver sempre sostenuto che il bello del sistema è proprio che i cittadini decidono inequivocabilmente chi vince non hanno esitato a sfoderare argomenti astrusi per dire che si è pareggiato, che la Lega ha vinto e che questo creerà problemi a Berlusconi, che il PD ha perso solo lo zero virgola. Tutte sciocchezze! La verità è che la destra può effettivamente cantare vittoria. Anche perfino perché i soloni del PD e del centrosinistra avevano detto, sondaggi alla mano, che avrebbero perso al massimo due regioni. Come si vede a livello nazionale la partita è stata giocata proprio affinché desse un responso sullo scontro tra centrodestra e centrosinistra allusivo delle elezioni politiche. E così è stato, inequivocabilmente. Con il conseguente oscuramento dei problemi delle regioni e dei contenuti reali che, infatti e proprio per questo, sono stati trattati come vassalli della vera contesa e in diversi casi in modo assolutamente simile fra centrodestra e centrosinistra. Parlo, per fare un solo esempio, del cosiddetto federalismo fiscale. Inoltre esiste un altro aspetto dello scontro che costituisce un punto gravissimo di degenerazione del sistema presidenzialista. La crescente personalizzazione della politica, l’enorme numero di liste molte delle quali espressione diretta dei candidati presidenti, la competizione sulle preferenze (le facce dei candidati con slogan ridicoli e identici fra loro al punto che togliendo il simbolo della lista non era possibile identificarne l’appartenenza politica o uno straccio di proposta programmatica. Il più gettonato, credo, l’ormai immancabile “UNO DI NOI”), la campagna elettorale sempre più costosa e corredata di cene offerte, dell’aperto sostegno dei pescecani della speculazione fondiaria e del settore del privato nella sanità e soprattutto dal crescente clientelismo. Tutto ciò c’entra con la domanda: chi ha vinto? Si! C’entra moltissimo. Perché vince e dilaga una concezione della politica che con la rappresentanza di programmi, di interessi e bisogni sociali non c’entra nulla. Questo processo di mutazione genetica della politica, delle istituzioni, è una sconfitta netta della democrazia e della rappresentanza in favore del tifo acritico, del potere personale di personaggi locali mostruosi, della riduzione dei cittadini a clienti. In questo vincono sia il centrodestra sia il centrosinistra, vince il bipolarismo, e perdono la democrazia, la partecipazione e qualsiasi opzione e proposta di cambiamento reale. Vince quella che gli italiani conoscono ormai come “casta”. Come corpo separato dalla società e che in nome del governo dell’esistente trasforma la politica in una mera tecnica di potere che riduce o al massimo assimila i contenuti in “immagine” e “visibilità”, e cioè nella politica-spettacolo. Non importa quasi nulla se una proposta di cambiamento reale, capace di colpire veramente gli interessi di chi ha prodotto la crisi, la devastazione del territorio e di chi specula sulla disperazione sociale crescente, tenta la strada della convivenza nel e col sistema bipolare o se tenta la strada impervia della solitudine. Il risultato è che il cambiamento appare come impossibile attraverso le elezioni e che perfino buoni risultati come quelli delle liste di Grillo (ma ne riparleremo più avanti) sono letti più per gli effetti indiretti prodotti sulla vera contesa (per esempio: “hanno fatto perdere la Bresso”) che non per la capacità di trasformare contenuti in leggi e azione di governo. Vi è infine, sempre per rispondere alla domanda iniziale, l’indubitabile vittoria della Lega. Non tanto e non solo per i voti raccolti, quanto per l’avanzata politica. La Lega ha scelto scientemente di investire sulla guerra fra poveri e sul “federalismo”. Su questa politica ha egemonizzato l’intero centrodestra. Ma questa non è demagogia e basta. E’ una idea coerente della società e delle istituzioni. Quando Umberto Bossi dice “la sinistra è sparita perché si occupa del proletariato esterno mentre noi vinciamo perché ci occupiamo del proletariato interno” cavalca una doppia terribile verità. La prima è che non c’è più chi difende il proletariato in quanto tale. Ovviamente non parlo di enunciazioni teoriche e di simboli. Parlo della coerenza fra idee, pratica sociale, programmi e proposte istituzionali. Se il centrosinistra è e soprattutto appare d’accordo con la precarietà, con le imprese, e il sindacato è ed appare come complice o al massimo come inefficace nella difesa degli interessi dei lavoratori e, contemporaneamente, il centrosinistra appare come difensore dei diritti degli immigrati dal punto di vista liberale, il gioco è fatto. Nessuno difende il proletariato, ne promuove le lotte nella sfera della politica ufficiale, lo unifica e costruisce la coscienza della propria funzione nella società ed anche nella cultura. Quando succede questo e c’è chi propone gli interessi degli “italiani” contro gli stranieri fregandosene dei principi liberali di cittadinanza, della cultura dell’accoglienza e del razzismo, chi difende i diritti degli immigrati è avvertito come nemico o, se va bene, come stupido “buonista”. Per fare un esempio calzante bisogna guardare al problema della casa. Se il centrosinistra ha privatizzato le case popolari, se dove governa non ne costruisce di nuove, se se la fa con i costruttori edili e con gli speculatori come fa a vincere contro chi fa le stesse cose ma propone che le poche case popolari devono andare agli italiani e non agli stranieri? Predicando che per la legge chi è residente e paga le tasse entra in graduatoria senza distinzione di nazionalità? Il principio liberale è giusto ma quando si separa dalla soluzione dei problemi sociali e c’è chi intraprende sui sentimenti egoistici, sulla disperazione e sulla solitudine sociale è sicuramente destinato ad essere sconfitto e travolto. Se poi, il centrosinistra, invece che smetterla di accettare come leggi naturali le speculazioni edilizie e i bilanci pubblici ridotti, comincia a produrre sindaci sceriffi, personaggi come Penati e De Luca e ad imitare la Lega il risultato è la distruzione definitiva della convivenza sociale e dello stesso stato di diritto liberale. Ammesso che questo modo di concepire la politica funzioni elettoralmente (ma come si vede funziona solo parzialmente) e che alla fine, fra qualche anno, si possa battere la Lega e la destra sul suo terreno, avremmo una moderna società dell’apartheid. E qui viene la seconda terribile verità che la Lega cavalca. Se la tendenza imperante a distruggere i legami sociali, la convivenza, l’unità del proletariato (per dirla con Bossi che come si vede non si vergogna di usare termini “vetero”), è un prodotto diretto del funzionamento del mercato e del sistema capitalistico ci vuole un altro sistema politico-istituzionale sia per “governare” più efficacemente gli effetti spontanei del mercato sia per mettere definitivamente al riparo istituzioni e politica dai contraccolpi che potrebbero nascere nella società. Ed ecco il binomio che avanzerà prepotentemente molto presto: federalismo e presidenzialismo. Federalismo come egoismo sociale connesso all’egoismo fiscale e presidenzialismo come autoritarismo e comando. Non credo di aver esagerato, quindi, nel parlare di inequivocabile vittoria della destra e della Lega e di rafforzamento del bipolarismo che, infatti, forte di questo risultato elettorale si appresta a partorire federalismo e presidenzialismo.

Terzo punto: il centrosinistra.

Secondo il mio modesto parere il centrosinistra è morto con le elezioni regionali sarde l’anno scorso. Figuriamoci con queste! Ma deve essere ben chiaro che io non parlo dei meri voti e soprattutto che parlo del centrosinistra dal punto di vista dei suoi ideatori e protagonisti. Ormai è evidente, per chi vuole guardare in faccia la realtà, che dopo la formula centrosinistra più rifondazione comunista del 96, quella dell’Ulivo del 2001, quella dell’Unione nel 2006, quella del PD più l’IDV del 2008, non c’è più un’unica formula. Nelle 13 regioni abbiamo avuto una miriade di formule diverse e contraddittorie. PD, IDV, Sel, Verdi e Fed. Sinistra (Emilia, Toscana, Veneto, Umbria, Puglia); PD, IDV, Sel e Verdi (Lombardia, Campania); Pd, IDV, Sel, Verdi, UDC e Fed. Sinistra (Liguria); PD, IDV, Sel, Verdi, UDC e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Piemonte); PD, IDV, Sel, Verdi e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Lazio, Basilicata); PD, IDV, Verdi e UDC (Marche); PD, Sel e Fed. Sinistra (Calabria). 13 regioni e ben 7 formule diverse di centrosinistra. Ed ho omesso i socialisti perché sarebbe stato ancor più complicato. Qui non si tratta, come in passato, di una formula o di una coalizione che poi, per esempio, in alcune regioni o elezioni nazionali si allea col PRC o meno. Si tratta, invece, di formule completamente diverse fra loro. Potrei spingermi a dire che il PD non esiste più. Non perché non raccolga voti bensì perché, dal suo stesso punto di vista e alla luce di questo risultato, non ha una idea, nemmeno prevalente, di cosa debba raccogliere intorno a se per vincere le prossime elezioni, che non sia “mettiamo tutto insieme, dall’UDC alla Federazione della Sinistra”. E’ evidente (e sottolineo che parlo del punto di vista del PD) che al di la delle dichiarazioni formali (abbiamo pareggiato) la sensazione è di totale sconfitta. E’ sconfitta da tempo l’idea dell’autosufficienza, ma è parimenti sconfitta l’idea che si possa fare un accordo solido di governo con l’UDC facendo a meno della Federazione della Sinistra o, tanto meno, viceversa. L’esistenza della lista di Grillo fuori da questi confini, i successi dell’IDV e di Sel in Puglia che non potranno non pesare nel profilo della coalizione a scapito del PD, l’ambiguità dell’UDC rispetto alla possibilità di unire tutto il possibile e (mi sia consentito di dire chiaramente) la non disponibilità della Federazione della Sinistra ad accedere ad un accordo di governo, sono tutte cose che depongono a favore della mia tesi: il centrosinistra come formula di governo per vincere contro la destra è morto. Inoltre il PD, ma anche l’IDV e Sel come si vedrà abbastanza presto, non hanno una idea di società, un programma di governo in testa e una leadership unita. Ne fra di loro ne ognuno di loro al proprio interno. I piccoli e grossi potentati locali fatti di personaggi con i loro intrecci di potere pronti a remare contro quando gli conviene e ad appoggiare indifferentemente questo o quel personaggio nazionale solo sulla base di interessi propri (spesso inconfessabili) dilaniano il PD molto più di quanto non appaia. Il PD è un partito che in quanto tale non ha identità politico-culturale, non ha una idea di società (basti pensare che non è un partito laico) e si tiene insieme sulla base dell’unico obiettivo di vincere e di occupare le posizioni di governo, per governare l’esistente e gestire in prima persona i rapporti con i poteri forti. Tutto ciò non depone a favore della sua capacità di funzionare davvero come centro gravitazionale di una ampia coalizione capace di vincere contro la destra italiana. Se la crisi non è evidente come dovrebbe è solo grazie a Berlusconi che funziona paradossalmente da collante per il sistema di alleanze del PD. Ma si comincia a vedere, al punto che riaffiorano manovre, anche avventurose, per conquistare l’egemonia dentro lo schieramento opposto a Berlusconi, che passano inevitabilmente anche all’interno del PD. Ognuno lo può vedere ogni giorno sui giornali e nei talk show. A me, dopo questa, chiamiamola così, concessione ad una analisi fatta dal punto di vista di chi concepisce in questo modo la politica, non interessa approfondire ulteriormente. Se non sul prossimo punto.

Quarto punto: Vendola.

Su questo punto mi sforzerò, e spero di riuscirci, di lasciar da parte i risentimenti, anche personali, e il mio giudizio su Sel e su Vendola per tutto ciò che nei due anni scorsi hanno fatto per distruggere rifondazione comunista. In politica ci sono durezze, e come ci sono sentimenti ci sono risentimenti. Ma non possono e non debbono mai condizionare l’analisi e guidare l’azione. Sempre che si abbia una concezione seria della politica. La prima, e ultima, cosa che dico sul passato è che Vendola ha costruito scientemente una parte importante della propria immagine nazionale, con l’attiva collaborazione dei mass media, sulla base di un cinico imbroglio. Avrebbe promosso, insieme ad altri, l’ennesima scissione di rifondazione comunista perché quest’ultima si sarebbe trasformata in un mostruoso aggregato di stalinisti, illiberali, nostalgici e perfino omofobi, nel quale il nostro non poteva più riconoscersi. Per fare cosa? Per invocare l’unità della sinistra (sic!). Una sinistra tanto generica quanto priva di contenuti. Una sinistra, si badi bene, che essendo priva di contenuti si definisce principalmente attraverso il “cosa non è”. E così dalla sinistra che “non è liberista e moderata” e che “non è di questa società” si è passati, direi banalmente, ad una sinistra che “non è comunista”. Si potrà dire che l’identità comunista è vetero, sorpassata dalla storia, inattuale. Se così fosse allora dovrebbe essere chiaro che, una volta abbandonata la identità comunista, si mantengono fermi certi contenuti e posizioni. A dimostrazione che si può essere molto fermi su certi principi e perfino più radicali nei contenuti senza essere comunisti o addirittura proprio grazie a questo. Ma le cose non stanno così. Perché, per esempio, alle elezioni europee chi si è sempre battuto contro la Costituzione europea giudicata liberista e antidemocratica, contro Maastricht e tutta la politica economica delle tecnocrazie, contro la NATO e le politiche militari e di guerra ancorché “multilaterali”, contro Europol e il Mandato di cattura europeo, (e potrei continuare a lungo) ha preferito unirsi con chi è sempre stato favorevole ad ognuna di queste cose scrivendo un programma allegramente sorvolante su tutto ciò, invece che con chi ha mantenuto la contrarietà? Non ho citato principi astratti o contenuti identitari e simbolici. Ho citato cose sulle quali, se eletti, i candidati di Sel, collocati in ben tre gruppi parlamentari diversi, avrebbero dovuto votare. La sinistra unita, moderna, nuova, non nostalgica, non violenta, non comunista, è in realtà solo la sinistra che ha eretto un muro settario alla propria sinistra e lo ha abbattuto alla propria destra. E’ la sinistra che considera i contenuti variabili dipendenti dalle liste e dalle alleanze e non viceversa (come l’alleanza con il razzista De Luca dimostra). E’ la sinistra che appare ma non è nei fatti. E’ la sinistra delle doppie e triple verità. Che eredita dal passato il peggio e lo presenta come nuovo. Il “sol dell’avvenire” nel nome del quale si poteva fare ogni nefandezza nel presente diventa il “nuovo”, la demagogia e la retorica degli ideali (la poesia, mi dispiace, ma è cosa ben più seria!) e il “realismo” dei mille piccoli poteri da occupare. L’antirazzismo delle parole e l’accordo per governare insieme a chi dice “cacceremo i clandestini a calci nei denti”. Appunto. Ma so bene che nella politica-spettacolo di questi tempi è conveniente, per galleggiare e sperare di tornare in gioco, oscurare contenuti con il fumo della demagogia e apparire. Promuovere scissioni e gridare all’unità. Proclamare principi e disattenderli alla prima occasione. La stampa e i mass media godono per tutto ciò. E sorge, in mezzo a tanto imbroglio, l’immagine salvifica del leader. Se la sinistra è sconfitta nella società perché gli operai, gli studenti e gli insegnanti, i pensionati, i precari, gli omosessuali e i laici sono sconfitti e costretti a difendersi tutti i giorni da mille attacchi, per tornare a vincere basta che separi i propri destini da tutti costoro, che trovi un leader capace di bucare il video e che evochi speranze dall’interno del sistema, che ti liberi del passato di sconfitte per sognare di vincere. Da alternativa di società e di sistema a opzione suggestiva in uno degli scaffali del supermercato della politica spettacolo. All’uscita del quale c’è sempre una cassa dove pagare il conto. Mi dispiace, vorrei che non fosse così, ma questo è quello che penso di Vendola e di Sel.

So bene che la formula del centrosinistra di Vendola in Puglia è apparsa come vincente. E’ l’unica regione data in bilico dove il centrosinistra vince. So bene che la vicenda delle primarie è apparsa come la sconfitta della linea di chiusura a sinistra e apertura a destra di Bersani e D’Alema. So bene che tutto ciò appare come una suggestiva opzione per un futuro centrosinistra capace di battere la destra. So bene che i mass media (soprattutto quelli legati al mondo delle imprese, a cominciare dal Gruppo De Benedetti) descrivono Vendola come il nuovo leader ascendente e che avremo il bene di vederlo in tv ogni giorno. So bene tutte queste cose. Ma ci sono fatti inconfutabili. La crescita dell’astensionismo in Puglia è identica a quella nazionale e la Puglia rimane, con il suo 63,2 %, una delle regioni dove meno si è votato. Dalle elezioni regionali del 2000 a quelle del 2005 ci fu un incremento dello 0,3 % dei votanti. Da quelle del 2005 a queste ultime una perdita secca del 7,3 %. Dov’è la grande mobilitazione del popolo? Si può dire che l’astensionismo abbia colpito soprattutto la destra. Perché, allora, il centrodestra del 2005 prese il 49,55 % ed oggi, seppur diviso in due coalizioni, prende il 50,96 % contro il 49,69 % e il 48,69 del centrosinistra? In queste elezioni regionali, in realtà, il centrosinistra ha vinto solo ed esclusivamente perché l’UDC, che nel 2005 stava con Fitto con il 7,79 %, ha preso il 6,50% in una coalizione con l’ex missina Poli Bortone per un complessivo 8,71 %. La vera novità in queste elezioni regionali pugliesi è il grande successo della lista di Sel (che prende il 9,74) e della lista “la puglia per vendola” assimilabile al presidente (che prende il 5,53).

Intendiamoci, la vittoria elettorale del centrosinistra in Puglia c’è comunque stata. Così come è indiscutibile la vittoria personale di Vendola. Del resto, per quel che vale, è anche merito della lista della Federazione della Sinistra che, a dimostrazione del proprio settarismo, ha partecipato alla coalizione nonostante Vendola abbia fatto ogni cosa, nei due anni passati, per giustificare una nostra presentazione autonoma e nonostante il fatto che non si sia ottenuto dal Presidente uscente (mentre il PD era disponibile) una modifica della legge elettorale antidemocratica per cui una lista con il 5 % prende 5 consiglieri e una con il 3 e mezzo nessuno. Ma si può dire che questa esperienza sia significativa per costruire un modello di centrosinistra capace, anche solo elettoralmente, di vincere contro la destra? Per farlo bisogna per forza dire che il centrosinistra deve andare dalla federazione della Sinistra fino all’UDC e al MPA (che infatti stava con la Poli Bortone). Potrebbe essere guidata una simile coalizione da Vendola? Con quale programma? Con quale progetto di stato laico? Dico queste cose perché la suggestione secondo la quale Vendola avrebbe lanciato un’OPA (ma guarda che metafore usa la stampa!) sul centrosinistra e sullo stesso PD è discussione corrente sui giornali e lo sarà di più nei talk show televisivi. E Vendola, giusto per chiarire, ha già detto che Sel non serve e che bisogna costruire in tutta Italia le “fabbriche di Nichi” (sic!).

Insomma, la realtà e la politica spettacolo si separano sempre più. Il centrosinistra è in crisi ma può vincere se l’OPA di Vendola riesce. La destra ha vinto le elezioni regionali ma può perdere se l’UDC si schiera con un centrosinistra il cui programma scaturisce dalle “fabbriche di Nichi”.

Siamo messi male. Molto male! Non solo noi, irriducibili comunisti. E’ l’Italia che è messa davvero male!

Quinto punto: le liste di Grillo.

Prima di vedere gli effetti della presentazione delle liste di Grillo (si chiamano 5 stelle ma come recita il “non statuto” pubblicato sul blog di Grillo “Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.”) voglio spendere alcune parole sul “fenomeno Grillo”. Io continuo a pensare che sia un fenomeno reazionario. Il fatto che nel suo programma ci sia un buon 70 80 % di cose condivisibili e che i suoi strali riguardino nei fatti cose intrinseche (anche se così non viene detto perché sono sempre presentate come storture rimediabili) al sistema capitalistico, non toglie che si tratti della retorica di un predicatore. Le iperboli polemiche, gli insulti, i vaffanculo, le generalizzazioni facili, le suggestioni, che sono il vero contenuto del movimento, e che i mass media, e a ruota la politica-spettacolo, hanno battezzato come “antipolitica” qualificano, secondo me, il fenomeno come reazionario. Una cosa è un comico che usa paradossi, iperboli e anche il nonsense per parlare del mondo, della politica e del potere. Un’altra è un movimento politico fondato sul verbo del comico (ma è meglio dire del capo, del leader o del profeta). Non un movimento che crea un leader ma, viceversa, un leader che crea un movimento a sua immagine e somiglianza. Non un movimento dotato di contenuti e di una strategia per realizzarli bensì le intuizioni e le idee del capo a fondamento dei contenuti. Non la fatica della democrazia, della partecipazione, ma un capo che raduna folle di plaudenti seguaci che per “non statuto” non possono organizzarsi se non come, quando e perché vuole il capo. Tutto questo assomiglia ad una setta religiosa costruita attraverso la predicazione. E’ un prodotto spurio del sistema politico che essendosi separato dalla realtà sociale e dai contenuti fa apparire il fenomeno come antistemico. Ma il capo, l’uomo della provvidenza, il genio, il predicatore, il profeta, e i suoi seguaci, per quanto sembrino moderni e, per alcuni contenuti, progressisti, sono un modello reazionario di politica. Invito tutti a leggere il programma del movimento 5 stelle. Li si capisce bene che accanto a cose giuste e fattibilissime ce ne sono altre molto suggestive ma velleitarie ed impraticabili, ne mancano alcune come la laicità dello stato o i diritti dei migranti (e non a caso secondo me!), ma soprattutto non c’è una virgola su come realizzarle. O meglio, il problema non si pone. Pena il dover affrontare un giudizio diversificato sul resto del mondo a seconda di obiettivi comuni o meno. Il dover analizzare le cause dei problemi che si dice di voler affrontare. Il dover proporre una organizzazione democratica che si proponga di agire con una intelligenza collettiva. Ma queste cose sono incompatibili con il rapporto predicatore-seguaci. In particolare c’è un punto chiaramente reazionario. Un mafioso non può essere candidato al pari di un operaio condannato per un picchetto o per aver interrotto un pubblico servizio con il blocco, per esempio, di una autostrada. Un corrotto non può essere candidato al pari di un militante condannato per un reato di opinione. E a dettare queste regole è un pregiudicato per omicidio colposo per aver ucciso tre persone con la propria auto. Questo tipo di pregiudicato non si candida però può essere il capo del movimento e dettare le regole agli altri. Suvvia!

Detto questo, è evidente il successo delle liste di Grillo. Che, in ragione dei contenuti ambientalisti e simili o direttamente mutuati dal movimento no-global e della critica del sistema politico, raccolgono molti voti di protesta. Questo successo dimostra la pochezza del bipolarismo e della politica-spettacolo più che la credibilità delle liste di Grillo. Dimostra che esiste ancora un voto che si può esercitare “contro il sistema”. Ci vorrà tempo perché sia chiaro che il sistema tollera benissimo questo tipo di opposizione e che alla prova dei fatti si dovrà giudicare l’operato degli eletti delle liste di Grillo sulla base dei risultati ottenuti e dei loro comportamenti sui punti ignorati dal loro programma. Molto tempo. Troppo tempo. Perché, come vedremo meglio analizzando i voti della Federazione della Sinistra, che il voto di protesta si incanali e cristallizzi in una simile opzione è un bene per il sistema che può così ignorarli o usarli alla bisogna per regolare i conti al proprio interno.

Sesto punto: Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra.

Dico subito che considero negativo il risultato elettorale ottenuto dalla Federazione della Sinistra. Ma aggiungo anche subito che da almeno un anno (e ne sono testimonianza diversi miei scritti pubblicati qui sul blog) ho sostenuto che queste elezioni sarebbero state interne al ciclo delle sconfitte elettorali cominciate con le elezioni politiche del 2008. L’obiettivo non poteva essere che quello di contenere i danni. Se si fa politica seriamente bisogna saper vedere e prevedere anche le sconfitte, sia per non imboccare strade sbagliate ed illusorie sia, soprattutto per non dover ricominciare sempre tutto da capo, dopo ogni elezione. Più avanti parlerò, appunto, della linea politica scelta e delle prospettive. Intanto poche cose sul voto in se. E solo per confutare tesi secondo me sbagliate e letture superficiali. 1) Si perde di meno dove si sta in coalizione e, di conseguenza, si perde di più dove si va da soli. Questa tesi, apparentemente inconfutabile, è invece secondo me discutibile. Seppure sia sempre stata vera a causa dei ben noti effetti del voto utile, al netto di pochissime ed irripetibili eccezioni, oggi lo è di meno. Per due motivi: il primo è che pur stando in coalizione non si intercetta più il voto di protesta. Se è vero, come è vero, che l’esperienza di governo nazionale è stata distruttiva della nostra credibilità come forza alternativa, altrettanto si può dire per i governi regionali. So di fare una forse indebita generalizzazione, perché non sono mancate esperienze positive o parzialmente positive. Ma non si può non vedere, guardando all’astensione, come il sistema politico istituzionale e la personalizzazione prodotta dal presidenzialismo determini una devitalizzazione della nostra funzione. Una cosa è votare il PRC che su certi temi da battaglia, che ha il profilo di un partito capace, anche dentro il governo, di riprodurre il conflitto sociale esistente e perfino di supplire alla debolezza e dispersione del conflitto con un surplus di scontro destabilizzante dentro il governo. Un’altra cosa è votare il PRC (e la Federazione in questo senso è lo stesso) che si presume incapace di portare il conflitto dentro il governo, indebolito da una scissione e ritenuto, non importa se a torto, responsabile delle divisioni a sinistra, dedito a coltivare l’orticello ideologico e ad aggrapparsi agli ultimi scranni istituzionali per sopravvivere. Non è lo stesso! Quando abbiamo parlato della perdita di credibilità e della necessità di molto tempo per recuperarla abbiamo detto una cosa vera e giusta. Chi pensava e pensa che bastasse il recupero della falce e martello sul simbolo o l’abbozzo di un processo unitario comunista per invertire la tendenza si sbagliava e si sbaglia di grosso. Queste cose non bastano per recuperare voto di protesta e astensionismo. Non servono, e se gestite male possono addirittura essere un ostacolo, a recuperare voto di opinione. Il secondo punto è il tema a me caro della degenerazione del sistema politico, al quale siamo ed appariamo interni, che a livello locale, checché se ne dica, è peggiore che a livello nazionale. Non parlo solo del presidenzialismo e del bipolarismo. Parlo della rete di consulenze, incarichi e nomine, del clientelismo diffuso, dei privilegi e della costituzione di cordate e di piccoli potentati locali. Ma non mi dilungo su questo punto che ho trattato molto nei mesi scorsi e che, secondo me, spiega l’astensione in quasi tutte le sue sfaccettature. Se tutto ciò è vero la soluzione non sta e non consiste nel gesto estetico e testimoniale del “presentiamoci da soli”. Anche qui, non è lo stesso presentarsi da soli, scontando una perdita di voti, ma disponendo della credibilità e della massa critica sufficiente per portare nelle istituzioni il conflitto oppure presentarsi da soli senza avere quella credibilità, ridotti a dimensioni quasi insignificanti e con l’immagine di testimoni di un passato che non ternerà. C’è una sola esperienza veramente positiva. E non a caso. Quella delle Marche. Dove si tiene, pur scontando un arretramento elettorale importante, dal punto di vista politico. Per il semplice motivo che c’è ancora la massa critica sufficiente, che la coalizione di sinistra fra noi e Sel non ci qualifica come testimoni ideologici e che le elezioni hanno determinato un elemento di chiarezza politica, date le scelte del PD. Ma non bisogna consolarsi troppo facilmente. Le Marche sono state un’eccezione e comunque il risultato è favorito anche dall’assenza delle liste di Grillo. Ed è l’assenza di queste liste in Liguria, Toscana ed Umbria ad aver permesso una relativa tenuta in queste regioni. Come dimostrano inequivocabilmente i nostri risultati dove c’erano le liste di Grillo. Cosa io pensi del fenomeno Grillo l’ho già detto. Ma sarebbe molto miope non vedere e non sapere che molti nostri potenziali elettori hanno nei fatti oscillato fra l’astensionismo, il voto per le liste di Grillo e il voto per noi. Basta guardare al risultato di Bologna e dell’Emilia per rendersene conto. 2,79 % per noi e 6,00 % per Grillo in Emilia-Romagna. 2,27 % per noi e 7,54 % per Grillo in Provincia di Bologna. 2,05 per noi e 8,10 per Grillo a Bologna città.

Un ultimo dato mi interessa sottolineare. Quello della Calabria. Ma non quello del voto alla lista, della perdita consistente di consensi dalle europee o degli effetti, evidentemente nefasti, della scelta di stare e perpetuare una alleanza totalmente subalterna con Agazio Loiero. Parlo del voto di preferenza. In Calabria il rapporto fra voto di preferenza e voto di lista e dell’81,65 %. Contro il 55,31 % della Puglia, per fare l’esempio più vicino e di una regione a forte tradizione di voto di preferenza. Con punte come quella di Reggio Calabria dell’87 % (16.709 preferenze su 19.220 voti). Credo che questo dato debba suonare come un potente campanello d’allarme. Non c’è bisogno nemmeno che dica il perché.

Dette queste impietose cose sui punti che a me paiono salienti nell’analisi del voto e in attesa di studi più approfonditi dei flussi e di altri dettagli importantissimi come, per esempio, il rapporto fra attività sociali consolidate e voto sul territorio, passiamo alle conclusioni e alle prospettive politiche. Perché, secondo me, le prospettive ci sono e possono invertire la tendenza alla sconfitta elettorale.

Se sono sostanzialmente vere le cose dette finora sull’astensionismo, sul centrosinistra, su Vendola e Sel, sulle liste di Grillo e sul nostro voto bisogna avere le idee molto chiare sul da farsi negli anni che ci separano dalle elezioni politiche. Per quel che vale la mia opinione, che per altro è abbastanza in sintonia con quella esposta dal segretario del partito in direzione, dobbiamo fare tre cose fondamentali. Oltre, ovviamente, alla costruzione di un movimento di opposizione sociale e democratica sia dentro la crisi capitalistica sia contro il governo Berlusconi e oltre alle campagne referendarie su acqua, lavoro e ambiente.

1) dobbiamo implementare il lavoro sociale. Il partito sociale non può e non deve essere il lavoro di una parte del partito. Ri/mettere radici, costruire lotte ed organizzazione dal basso nella società, ristabilire legami sociali contrastando la solitudine e l’egoismo sociale, aprire spazi pubblici aggreganti e fare lotta culturale attiva devono essere il centro del lavoro del partito tutto. Ma non basta dirlo, scriverlo ed approvarlo nei documenti. Bisogna fare di questo il centro di una conferenza nazionale che discuta di una diversa concezione dell’organizzazione del partito a questo scopo. Bisogna su questo promuovere la formazione e valorizzazione di quadri più esperti nella costruzione delle lotte che abili nelle manovre politiche interne ed esterne al partito. Bisogna essere consapevoli della invisibilità nel sistema massmediatico di questo lavoro e costruire un circuito alternativo di informazione che abbia contenuti di lotta e sociali come cardine fondamentale. In altre parole l’avversione al politicismo e la propensione al lavoro sociale devono diventare un tratto identitario del nostro comunismo. Che deve essere difeso e di cui è bene ricostruire una memoria condivisa, senza nulla concedere alla furia iconoclasta o alla introiezione di una sconfitta senza appelli. Ma che deve, proprio per questo, essere riconnesso con le ragioni fondanti, liberandosi della moderazione, della politica dei due tempi (prima il potere, anche nella versione dei banali voti, e poi il cambiamento dall’alto), della asfissiante dimensione nazionale.

2) dobbiamo implementare la costruzione della Federazione. Senza la Federazione della Sinistra il PRC e il PdCI sarebbero letteralmente spariti. E probabilmente avrebbero subito ulteriori divisioni e scissioni. Fino ad oggi, tranne qualche lodevole e isolata esperienza locale, la Federazione è stata solo l’unità del PRC e del PdCI. Le elezioni regionali ultime hanno determinato un blocco del processo, che doveva innescare la Federazione, intorno a liste fatte e discusse praticamente dai due partiti. E’ stato il frutto di una necessità oggettiva ed obbligata. Ma la Federazione deve avere l’ambizione, la consapevolezza e deve, conseguentemente, decidere chiaramente di costruirsi come unità della sinistra anticapitalista. Come polo alternativo al centrosinistra. Si tratta, per dirlo in termini classici, di lanciare una offensiva unitaria per coinvolgere le forze politiche come Sinistra Critica, Pcl e Rete dei Comunisti nel progetto. E’ chiaro a tutti che questo è possibile solo se il profilo di alternatività strategica al centrosinistra è inequivocabile. Con questi soggetti politici bisogna fare un discorso chiaro. Non è più tempo di ambiguità ed incertezze. Non è politicamente sostenibile ed è anche irrazionale che le differenze di cultura e progetto politico debbano confrontarsi in modo concorrenziale elettoralmente, dando l’immagine di una frammentazione totalmente incomprensibile al di fuori di una ristrettissima cerchi di militanti e rendendo sterili e muti tutti i progetti. So bene che esiste il problema delle cosiddette alleanze e il tema del governo. Ma credo, come vedremo più avanti, che la proposta di non fare alleanze di governo con il centrosinistra a livello nazionale e di proporre, invece, un accordo elettorale per superare il bipolarismo possa essere un terreno di discussione serio anche per chi, secondo me sbagliando, considera il tema delle alleanze e quello del governo come cose strategiche ed identitarie. Abbiamo le stesse posizioni sul 90 % delle cose che si dovrebbero fare in una legislatura, partecipiamo alle stesse lotte e movimenti, abbiamo pratiche simili e in diversi casi identiche, siamo tutti d’accordo che il maggioritario va distrutto. Per quale motivo dobbiamo essere divisi alle elezioni? Per quale motivo non dobbiamo creare uno spazio politico comune nel quel il confronto fra culture diverse diventi un confronto costruttivo invece che una guerra fratricida? Chi volesse evitare il confronto dovrebbe esibire risposte chiare a queste domande. Poi ci sono mille comitati di lotta, associazioni, gruppi culturali che sono la spina dorsale dell’opposizione nel paese. E’ tempo che si finisca la divisione fra “politica” e “sociale”. Chi si batte contro un inceneritore, contro il razzismo, per la casa, contro la precarietà, per i diritti degli omosessuali e così via è interessato a costruire unità fra tutte queste esperienze? E’ interessato a scardinare un sistema politico che estromette sempre di più questi contenuti dalle istituzioni? E’ interessato ad evitare di dover scegliere il meno peggio alle elezioni e a non dover diventare il terreno di conquista elettorale di liste che finiscono sempre con l’usare strumentalmente i contenuti delle lotte e dei movimenti? E ci sono decine di migliaia di compagne e compagni che sui contenuti la pensano come noi, che sono e si sentono anticapitalisti, comunisti, di sinistra. Ma che sono isolati, divisi, confusi e soprattutto delusi. Perché dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose? Per quanto difficile ed impervia sia la strada da percorrere senza una Federazione capace di unire tutto ciò siamo destinati ad essere inutili e ad essere tutti riassorbiti chi nel centrosinistra e chi in una logica settaria ed astratta (i diversi ceti politici) o in pratiche sociali resistenziali incapaci di modificare la realtà.

So bene che la Federazione della Sinistra non si può costruire dilatando i tempi in attesa che avvenga un miracolo e che si riesca ad unire tutto. Bisogna stringere e iniziare un vero processo democratico. Ma deve essere chiaro che si tratta di un inizio. E l’inizio, per essere incoraggiante, deve essere chiaro sulle finalità e veramente democratico. Se il primo passo fosse incerto e fatto nella direzione sbagliata le cose si complicherebbero ed invece che unire si finirebbe con il dividere perfino ciò che oggi è unito. Proprio per questo penso sia profondamente sbagliato fare “offensive unitarie” verso Sel ed altri sorvolando sulla questione del centrosinistra e sulla natura anticapitalista dell’unità. Verso chi pensa che il proprio futuro stia nel centrosinistra e contemporaneamente propone contenuti radicali non bisogna avere nessun settarismo. Anzi. Massima unità sui contenuti ma, proprio a partire dai contenuti, massima chiarezza politica. Dire che essere uniti è meglio che essere divisi è una ovvietà. Non si tratta di tornare sulle divisioni del passato per perpetuarle. Ma senza la chiarezza politica sulla prospettiva si finisce col creare illusioni e poi delusioni e soprattutto si usa l’unità in modo strumentale e si finisce col creare nuove e più profonde divisioni.

3) dobbiamo fare capire a tutti la proposta politica per le prossime elezioni nazionali. L’idea di potersi alleare con il centrosinistra senza fare un accordo di governo e ottenendo il ritorno al proporzionale è giusta. Non lo è solo per noi. Lo è innanzitutto per il paese che ha bisogno di liberarsi dall’ipoteca berlusconiana, che ha bisogno di avere istituzioni che siano rappresentative. Lo è anche per il PD e per il centrosinistra (qualsiasi sia la formula vincente al suo interno). Lo è per l’UDC e per altri soggetti centristi che sognano, a torto o a ragione, la ricostruzione della DC. A questa proposta non esistono alternative che non siano distruttive per noi e per il paese. Senza questa proposta, per essere ancora una volta chiari, noi (la Federazione e lo stesso PRC) siamo destinati ad essere nuovamente divisi dall’iniziativa altrui. Anche un bambino capisce che, con l’attuale legge elettorale, non unire l’opposizione a Berlusconi senza per questo impiccarsi tutti ad un impossibile programma di governo porterebbe ad una sicura sconfitta. Se la nostra proposta non si fa strada nella coscienza dell’opposizione e del paese noi e ancor di più i nostri potenziali elettori, alla fine, saremo dilaniati ancora una volta tra il voto utile e la testimonianza, tra il far finta che si possa governare insieme al PD e magari insieme all’UDC e il far finta che basti alzare una bandierina alle elezioni per essere efficaci nella lotta di classe. La nostra proposta non è buona per l’ultimo minuto. Per i mesi che precederanno le elezioni politiche nazionali. Deve vivere oggi. Deve essere chiara a tutti fin da subito. E non deve avere subordinate. Se non si accetta si deve sapere che noi andremo da soli, costi quel che costi. Questa proposta va sostenuta con una lotta politica attiva. In ogni lotta si deve capire la convenienza di cercare di battere la destra e contemporaneamente di rendere di nuovo il sistema istituzionale permeabile al conflitto.

Queste tre cose, oltre alla costruzione del movimento sociale e politico di opposizione alla crisi e al governo, non possono essere scollegate. Devono essere fatte tutte e tre insieme e nello stesso tempo. Partito sociale, federazione e proposta per le prossime elezioni, separatamente o anche senza una delle tre non servirebbero a nulla.

Io penso che se si farà così si potrà invertire la tendenza ad essere irrimediabilmente sconfitti.

ramon mantovani

Lettera aperta alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista sul nostro futuro.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 23 ottobre, 2009 by ramon mantovani

Care compagne e cari compagni,

sono tempi duri, bui e difficili.

Questa mia lettera aperta vuole solo essere una riflessione, e se possibile un contributo, sul recente passato e soprattutto sul futuro.

Non ho la pretesa di dire cose definitive né di risolvere tutti i problemi. In particolare quelli che, allo stato, sembrano insolubili.

Mi piacerebbe solo, e non sarebbe poco, fare in modo che il dibattito, che appassiona tante e tanti, sia costruttivo. Penso, infatti, che non ci sia nulla di peggio di una discussione superficiale. La cultura della politica spettacolo, della faziosità al posto della ragione, degli insulti al posto delle critiche, della demagogia al posto degli argomenti, dei leader al posto dei collettivi, degli scontri al posto del dialogo, è profondamente penetrata nelle fila della sinistra e dei comunisti. Per me è e rimane un effetto delle sconfitte sociali e degli errori politici compiuti in questi anni. So bene, perciò, che a nulla servono appelli moralistici o, peggio ancora, richiami ad una correttezza formale e sostanziale, che pure fra compagne e compagni dovrebbe sempre esserci. Tuttavia bisognerebbe avere maggiore coscienza di una così conclamata subalternità alla concezione dominante della politica corrente. I principi, i valori, la cultura di chi vorrebbe cambiare il mondo non si possono coniugare con la dietrologia, con la cultura del sospetto, con il tifo per un leader. Ne escono ridotti a frasi vuote, caricaturali, che finiscono con lo sminuire la loro carica eversiva e feconda.

Ed ora, dopo questa per me imprescindibile premessa, passiamo ai tre temi di cui vorrei parlare.

Cos’è Rifondazione Comunista oggi?

Si, questa domanda è ineludibile. Non si può, infatti, parlare di un partito, di un collettivo, senza tentare di chiarire a cosa ci si riferisce quando lo si nomina.

In questi ultimi anni la Rifondazione che fu capace di rompere con il governo Prodi nel 98, di essere l’anima del movimento no global a Genova e a Firenze, di stare nelle istituzioni portando la carica trasformatrice dei conflitti e di attualizzare e rinnovare il pensiero comunista, è stata travolta, ferita e cambiata.

A cambiarla in peggio, sono state, tra le tante, fondamentalmente due cose:

1) Una linea politica sbagliata. Fondata sul presupposto che il movimento era inefficace e che ha investito tutto sulla possibilità che “lo sbocco politico” di tanto fermento e conflitto fosse capace di piegare il centrosinistra ad una inversione di tendenza rispetto agli anni 90. Non un tradimento in nome delle poltrone (come vuole una vulgata tanto cara a molti), bensì, appunto, un’analisi dei rapporti di forza sbagliata che ha prodotto un’illusione ed ha trasformato la possibilità del governo in una prigione e in uno spartiacque che ha deluso, diviso e depotenziato ogni conflitto e movimento. Potrei, su questo, fare mille esempi. Ma sarebbe inutile perché ognuno può tranquillamente farne più di me. Mi interessa, invece, soffermarmi su un aspetto del problema poco indagato. Io penso che la teorizzazione dell’inefficacia del movimento correlata alla necessità di una “risposta politica”, tanto più se coniugata con il tema del governo, sia stata una rottura e non una continuità con la Rifondazione del quinquennio 98-2003. L’aver teorizzato che la politica ufficiale e istituzionale fossero un aspetto secondario dell’agire politico, che il baricentro del partito dovesse stare nella società e nelle sue contraddizioni, che il ruolo politico di un partito comunista dovesse essere concepito come interno ai movimenti, che il tema del potere dovesse essere indagato criticamente alla luce dell’esperienza storica e che, per questo, ci fosse bisogno di una profonda innovazione nella cultura politica dei comunisti, sono tutte cose, per me, incompatibili con quanto è avvenuto in seguito. In realtà l’idea dello “sbocco politico” sovra ordinatore di tutto il resto è la negazione della esperienza del 98 e della teoria dell’appartenenza ai movimenti. Non la sua continuazione o coronamento. Così come le innovazioni culturali, per essere coniugate con la prospettiva del centrosinistra organico, sono state ridotte a litanie da talk show buone per far dire che Rifondazione “ha messo la testa a posto e non è più quel coacervo di massimalisti ed estremisti del passato”. Chiunque può giudicare se teorizzare la pratica della disobbedienza civile contro leggi ingiuste e contro le tante “zone rosse” sia la stessa cosa che evocare la nonviolenza come spartiacque astratto per dividere il movimento e per giudicare la vicinanza o meno ai conflitti in Italia e nel mondo. Chiunque può vedere come l’antistalinismo si sia trasformato da critica del potere e della concezione borghese del potere, nell’anticamera della proclamazione dell’irriformabilità del comunismo proprio mentre ci si apprestava ad occupare posti di potere nelle istituzioni a tutti i livelli. Chiunque può constatare come il “fare società” e la estraneità al sistema politico-istituzionale, la presenza nel quale era considerata mera tattica, abbiano ceduto il passo alla centralità delle relazioni politiche fino all’ossimoro iperbolico della teorizzazione secondo la quale “la via per l’alternativa passa oggi per l’alternanza”. Qui devo aprire una parentesi. Lo devo fare per onestà intellettuale. Io mi sono opposto a tutto questo, e penso di averlo fatto come ho potuto, anche perché, per dirla tutta, in un modo o nell’altro, e non a caso, mi furono tolti gli incarichi esecutivi (segreteria nazionale e responsabilità del dipartimento esteri). Ma non posso dire di non essermi sbagliato. Sebbene io pensassi allora, come penso oggi, che era profondamente sbagliato opporsi sulla base della conservazione della tradizione, resistendo alle innovazioni, posso dire di aver gravemente sottovalutato la deriva di destra che guidava la politica concreta del partito. Ed ammetto di aver sopravvalutato gli effetti del quinquennio 98-2003 sulla cultura politica e sulla “natura” antagonista del partito. In altre parole ho creduto che i segnali crescenti del politicismo fossero accentuazioni irrilevanti dovute alla contingenza e che il corpo del partito, e soprattutto i giovani, li avrebbero corretti strada facendo. Errore gravissimo. Non giustificabile e che mi ha portato a commetterne altri, come l’aver appoggiato la gestione di maggioranza degli organi esecutivi del partito nel congresso di Venezia. Ovviamente non sono così presuntuoso da pensare che se non li avessi commessi il corso delle cose sarebbe stato un altro. Ma credo che quando un compagno è chiamato a ruoli di direzione politica non possa e non debba sfuggire all’autocritica. Parentesi chiusa. E’ stato così che sono state “bruciate” le più importanti conquiste teoriche e pratiche. Coniugare, infatti, le innovazioni ad una deriva politicista e di destra le ha rese invise a migliaia e migliaia di militanti. In un circolo vizioso e paradossale la diffidenza conservatrice di molti è stata alimentata proprio dall’uso strumentale della cultura politica innovativa messo in atto per rendere “nobile” e “alta” la svolta a destra in atto. Tutto questo ha fatto regredire la discussione fra i militanti ed ha depotenziato la carica rivoluzionaria di un quinquennio fino a confonderlo in un indistinto giudizio sommario sui 15 anni di “bertinottismo”. Non a caso Vendola e soci al congresso hanno fatto carte false affinché la discussione vertesse sull’identità e sulle innovazioni culturali e si tralasciasse il giudizio sul governo Prodi e sulla nefasta idea dell’unità della sinistra senza aggettivi. Oggi Rifondazione Comunista è più povera per il semplice motivo che stenta a riconoscersi in un passato condiviso e a far leva sugli accenti anticapitalisti e antagonisti della propria pratica politica. In parte, ma solo in parte, il disegno della mozione due del congresso ha sortito i suoi effetti. Troppi militanti ed anche dirigenti indulgono nelle semplificazioni secondo le quali tutte le colpe o tutti i meriti sono attribuibili al leader. Ne esce una babele confusa di diverse concezioni dell’identità comunista che fanno premio su qualsiasi scelta politica. Soprattutto ne esce depotenziata l’idea della pratica sociale come punto irrinunciabile della stessa identità comunista in favore di astrattezze di ogni tipo e di torsioni identitarie o anti identitarie indifferenti entrambe al vero punto strategico: l’istituzionalismo. Si scopre così che si può essere ipercomunisti ed istituzionalisti sfrenati o grandi difensori delle innovazioni culturali ed istituzionalisti sfrenati. Penso che non ci sia una bacchetta magica per risolvere questo problema. E’ necessario che alla base come al vertice tutti si cimentino in una discussione seria (combattendo attivamente contro la degenerazione delle discussioni gridate da contendenti che le sparano grosse). Mettendosi in testa che il contrasto contro il capitalismo si fa nella società, fabbrica per fabbrica, scuola per scuola, quartiere per quartiere, e non illudendosi che il comunismo viva e si realizzi nel voto e sulla scheda elettorale.

2) Una immagine sbagliata. Proprio io, che sostengo la non centralità del tema della comunicazione, voglio cimentarmi sull’immagine che il PRC ha, nei fatti, per milioni di italiane ed italiani e per decine di migliaia di attivisti e attiviste dei tanti movimenti di lotta. Non ho cambiato idea circa la importanza della comunicazione, ma penso sarebbe oltremodo sbagliato non sapere e non vedere che l’immagine di Rifondazione è fortemente compromessa. La linea politica sbagliata di cui ho parlato più sopra non giustifica in nessun modo che il PRC possa essere definito “un partito uguale agli altri”. Ma questo è quel che pensano tantissimi fra gli elettori e molti fra gli attivisti. Chi ha vissuto le discussioni dentro il partito, chi non ha mai smesso di lottare, chi si dissangua in termini di tempo, di lavoro ed anche finanziariamente per il partito sa che non è così. E sente come profondamente ingiusto un giudizio largamente presente nel popolo. Tuttavia quel giudizio esiste e, anche se largamente infondato, è difficilissimo da cambiare nella testa delle persone in carne ed ossa. Questo è un frutto amarissimo, e forse il peggiore, degli errori di linea politica. Non basta annunciare e praticare una diversa linea politica per riconquistare la credibilità perduta. Tanto meno ribadire ossessivamente la propria identità comunista. I mass media ci hanno messo e ci mettono del loro, ovviamente. Facciamo degli esempi. Indipendentemente dalla collocazione di governo tu puoi essere un partito dedito soprattutto alle lotte sociali: fabbriche, scuole, casa, ambiente, sono sempre state la parte preponderante del lavoro del partito. Ma se in TV ti invitano soprattutto per discutere di immigrazione, di diritti degli omosessuali, di sicurezza, finisce che poi ti senti dire: si ma voi vi occupate solo di diritti dei gay e non più degli operai, degli immigrati e non più degli italiani che non hanno casa, di carcerati e non più di pensionati. Il combinato disposto della cultura dominante, largamente egemone proprio nelle fasce proletarie della popolazione, e la malizia dei mass media distorcono la tua immagine fino a farla diventare una caricatura. Poi c’è un’altra immagine negativa. Faccio subito un esempio. Sabato 17 mattina mentre chiacchieravo amabilmente con un compagno di Sinistra Critica che distribuiva un volantino presso il mercato di San Lorenzo a Roma, una signora anziana con la borsa della spesa, appena visto il volantino ha esclamato: – siete solo capaci di dividervi! Ma quando la finirete! – e se ne è andata incazzata. Pochissimi minuti dopo è passata una mia amica milanese, che non vedevo da anni, in compagnia di un’altra compagna che non conosco, venute a Roma per la manifestazione. Non avevo nemmeno finito di salutare che è spuntato l’immancabile: – siete solo capaci a litigare! Ora, chiunque può riferire mille episodi identici, e chiunque può testimoniare che a nulla serve dire cose del tipo: – ma noi non abbiamo fatto le scissioni, casomai le abbiamo subite – oppure tentare di argomentare l’inevitabilità di certe divisioni parlando di contenuti o magari del rapporto col PD. Le persone semplici, e spessissimo gli attivisti e le avanguardie delle lotte, constatano che ci sono divisioni, liste contrapposte alle elezioni, e soprattutto vedono che i mass media parlano incessantemente delle nostre divisioni, dei litigi, sia a livello nazionale sia a livello locale. Ne risulta che noi non solo siamo “uguali agli altri” ma siamo pure, per giunta e come se non bastasse, capaci solo a litigare e dividerci. Certo che per chi ha subito una marea di scissioni è difficile da mandar giù. Ma la verità inconfutabile è che la nostra immagine è irrimediabilmente compromessa da questa doppia falsa immagine. Non ho la soluzione per questo problema. O meglio, so che non possiamo modificare la logica dei mass media che per malizia, o semplicemente perché pensano che questo sia l’unico contenuto della politica, continueranno a sottolineare la nostra alterità rispetto ai luoghi comuni di destra più radicati nel popolo e a descrivere dettagliatamente ogni nostra divisione e litigio. Io non riesco a capacitarmi del fatto che ci siano militanti, e anche dirigenti, che pensano sia necessario alimentare le polemiche sui mass media fra noi e Sinistra e Libertà, che ogni volta che hanno una divergenza, magari in un federale, emettono un comunicato stampa per rendere il mondo edotto della loro stoica battaglia dentro il partito, che invocano i litigi sui mass media perché altrimenti a loro pare che non ci sia chiarezza politica. Non sto dicendo che bisogna mettere una sordina alla discussione. Dico che chi pensa che le divergenze a sinistra, o dentro il partito, si regolano sui mass media a suon di litigi e frasi altisonanti è totalmente subalterno alla stessa concezione della politica di Bruno Vespa. Altro che comunismo e chiarezza politica! E dico che è giunto il momento di rivedere radicalmente il nostro rapporto con l’informazione. Non so bene come ma bisogna farlo. So bene, invece, che la pratica sociale è l’unico strumento in grado di smentire la falsa immagine che ci è stata, e ci siamo, cuciti addosso. E che ci vorranno, come ho detto più volte, anni e anni di duro e silenzioso lavoro sociale per ricostruire la nostra credibilità e la nostra immagine.

Come ho tentato di dimostrare Rifondazione non è più la stessa. Non tenerne conto sarebbe un errore tossico. Non si può, infatti, parlare del futuro senza sapere come siamo messi davvero. Non parlo dei risultati elettorali e della quantità di voti, che per me sono una pura conseguenza della scarsità di lavoro sociale, degli errori del passato e della nostra immagine negativa. Parlo dell’azione politica e della sua efficacia. Siamo tutte e tutti chiamati a fare tre cose: ricostruire la nostra “ragione sociale” a cominciare dal lavoro, ricostruire una discussione dentro il partito e fuori dal partito che sia capace di unire e di governare le differenze e divergenze affinché non producano altre divisioni letali, difendere l’identità comunista rilanciando fortissimamente il progetto della rifondazione del pensiero e della pratica comunista. E’ alla luce di queste considerazioni che affronto due temi di grande attualità: la federazione e le elezioni regionali.

La Federazione.

Per affrontare seriamente il tema della Federazione, e cioè di un potenziale processo unitario di tutte le forze comuniste, anticapitaliste, socialiste di sinistra, antagoniste e libertarie, bisogna rimuovere dalla discussione le tante, troppe, interpretazioni negative ed infondate che circolano. Bisogna cioè dire ciò che la Federazione non è. Per chiarezza ed a scanso di equivoci.

Secondo la mia modesta opinione, la Federazione non è la costituente di un partito unico. Né comunista né di sinistra. Tanto meno è un cartello elettorale. La Federazione non è la sinistra del centrosinistra. Non è nemmeno il luogo e l’aggregazione di una sinistra generica nuovista e senza radici. Non è, infine, il tradimento o lo stravolgimento del Congresso di Chianciano del PRC.

Su ognuna di queste “negazioni” ci possono essere e ci sono opinioni diverse. Non è un dramma e nemmeno una cosa negativa. Se c’è stata una lunga fase di divisioni e frammentazioni è logico che, nell’ambito di un processo unitario, ci siano propensioni, vocazioni, idee e proposte diverse. La utilità di ognuna di queste idee, però, non si può misurare in se, magari riproponendo una concorrenza foriera di divisioni. E’ indispensabile confrontarle tutte con l’esigenza di unire e non dividere, sulla base della massima chiarezza politica (sulla base cioè di chiare discriminanti), e soprattutto sulla base del rispetto di tutte le identità politico culturali esistenti. L’accettazione di questo terreno di confronto unitario è indispensabile per produrre un processo che non naufraghi alla prima difficoltà e che abbia un respiro strategico.

Con tutte evidenza, infatti, l’idea di dar vita ad un unico partito, comunista o di sinistra (con o senza aggettivi), produrrebbe spaccature e nuove divisioni. Ignorare che esistono progetti politici distinti e diversi fondati o intrecciati a precise identità ideologiche e tentare di ridurre tutto a uno sarebbe un errore fatale. Per quanto mi riguarda, per esempio, considero vigente e necessario il rilancio della rifondazione comunista e non mi riconoscerei in un partito che mettesse in soffitta o tra parentesi questo obiettivo strategico, anche se si dichiarasse comunista. Figuriamoci se fosse un generico partito di sinistra. Non penso di essere il solo, ed infatti il PRC ha deciso il rilancio della rifondazione comunista come punto fondamentale. Ciò che vale per me, o per noi, vale analogamente per altri. Né i comunisti, di qualsiasi tipo, si scioglierebbero in un partito di sinistra, né altre componenti della sinistra di classe accetterebbero di stare in un partito comunista, che si proponga la rifondazione del pensiero e della pratica comunista o meno.

Lo stesso dicasi per le discriminanti politiche. Parlo sempre per me, anche perché è scorretto parlare solo di altri. Personalmente, ma anche qui non penso di essere il solo, senza le discriminanti dell’anticapitalismo e dell’antibipolarismo, non accetterei mai un processo unitario. Non per settarismo ma perché penso che in politica per unire bisogna aver chiaro cosa si vuole unire e perché. Abbiamo sotto gli occhi l’esperienza dei fuoriusciti da rifondazione, ma vale anche per la scissione del Pdci e per quella alle porte dei Verdi, cha ha prodotto solo divisioni e che pretende di unire sulla base della negazione delle identità politico culturali e della messa in secondo piano dei contenuti. Fino al punto, veramente paradossale per chiunque si consideri di sinistra, di occultare o sorvolare su temi come la guerra, la precarietà, il liberismo, l’appartenenza al GUE o al PSE e ai Verdi. Come si vede i processi unitari senza discriminanti producono mostri inutili e soprattutto moltiplicano le divisioni. Mentre l’unità di soggetti e persone con diverse identità e sulla base di precise discriminanti politiche può funzionare ed essere utile al paese e perfino alle singole forze che vi partecipano.

Sarei però un vero ipocrita se non nominassi i problemi che allo stato sono irrisolti, e che avranno, secondo me, un peso enorme sulle fortune o meno della Federazione. Io ne vedo due, e grossi.

1) La reale composizione della Federazione. Si può proclamare fin che si vuole il carattere “aperto” della Federazione. Si può chiamare all’unità e produrre mille appelli per l’unità. Ma se non si mettono a disposizione per davvero i processi decisionali, e per un periodo di tempo sufficiente affinché l’apertura e la pluralità si dimostrino con i fatti e non solo con le parole, sarà ben difficile che centinaia di collettivi e migliaia e migliaia di persone, oltre che Sinistra Critica, il PCL ed altri, partecipino alla costruzione della Federazione. Al di là delle nostre migliori intenzioni sono moltissime le diffidenze, le cautele, i dubbi e le riserve che esistono. Ignorarle, oltre che sbagliato in se, produrrebbe solo un processo unitario minimo e non all’altezza di giocare un ruolo sia nei movimenti di lotta sia nella politica del paese. Un processo così debole, senza una forza sufficiente, sarebbe esposto al fallimento. Un fallimento che, anche se io penso che nella lotta di classe non esista l’ultima spiaggia, lascerebbe i suoi segni per una fase lunghissima. Perciò io penso non solo che il processo costitutivo della Federazione debba durare almeno un anno, ma soprattutto che le decisioni circa il programma politico e l’organizzazione della Federazione debbano essere appannaggio di tutte e tutti quelli che vi parteciperanno, essendo messi sullo stesso piano e potendo entrare nel processo in qualsiasi momento del suo corso. In altre parole a fine novembre quando ci sarà il manifesto e un regolamento provvisorio, si dovrà, sulla base delle discriminanti contenute nel manifesto, iniziare la costituzione della Federazione e non chiuderla invitando poi altri ad aderire.

2) Il governo e il PD. Lo dico brutalmente: se noi elevassimo il tema del governo e del rapporto col PD a discriminante non solo non faremmo nessuna Federazione ma probabilmente spaccheremmo ognuno dei soggetti che vi partecipano. In fin dei conti il 90% delle divisioni e delle scissioni che sono avvenute negli ultimi 15 anni si sono prodotte sul tema del governo. Ovviamente io non propongo ne penso di mettere da parte questo problema. Fare in questo modo non ci metterebbe al riparo da ulteriori divisioni nel momento in cui l’agenda politica ce lo ripresentasse. E prima o poi ce lo ripresenterà. Io non so declinare questo tema se non nel modo più classico. Le relazioni con altre forze politiche (pd compreso), le elezioni, e la partecipazione o meno a governi non sono ne possono essere obiettivi strategici di una forza politica. Se si considera obiettivo strategico la partecipazione ad un governo si costruirà una organizzazione coerente con questa finalità. Viceversa se si considera strategica e fondante la scelta di non allearsi col PD e si considera discriminante la stessa possibilità di partecipare ad un governo con forze borghesi si costruirà una forza organizzata coerente con questa scelta strategica. Tornerò sulla natura strategica o tattica di questo dilemma. Ma prima, perché non si può non farlo, osserviamo la realtà. La cruda realtà. In Italia c’è una pletora di partiti comunisti. Ognuno dei quali si presenta alle elezioni. Alcuni predicano il principio che col PD non ci si allea e che l’unica opzione di governo è quella di un governo operaio. Il Partito di Alternativa Comunista e il PCL pensano così. Come mai sono due? Ovviamente perché Ferrando si era candidato nelle liste di Rifondazione e questo dimostrerebbe che in realtà non è poi così fermo sui principi. Anche Sinistra Critica pensa che non ci si possa alleare col PD in nessun caso. Ma il PCL, a sua volta, l’accusa di aver fatto parte della maggioranza del governo Prodi anche votando per le missioni militari. Ecco, contro ogni possibile confutazione, secondo me porre la questione del governo in astratto e come questione identitaria produce questo bel risultato. Divisioni incomprensibili, competizioni nelle quali il bersaglio della polemica è sempre chi è più simile a te. Ovviamente ci sono altre differenze fra queste formazioni, identitarie e politiche, ma sfido chiunque a dimostrare che il motivo che li ha fatti uscire da rifondazione e che li tiene divisi fra loro non sia il governo. Poi c’è il Pdci, il cui atto di nascita è la scissione per dar vita ad un partito comunista vero (rifondazione non lo era dal momento che sottovalutava il pericolo di Berlusconi) che considerava l’appartenenza al centrosinistra e l’obiettivo del governo come tratti fondanti la propria strategia. Non lo dico io. E’ scritto nei documenti del Pdci. Perfino nell’ultimo documento congressuale il centrosinistra è fra gli obiettivi fondamentali del Pdci. Infine c’è il PRC. Che ha subito tutte queste scissioni per aver scelto di essere all’opposizione del centrosinistra o al governo con il centrosinistra. E al cui interno non è affatto, benché ridotta, sparita la diatriba “di principio” sul rapporto col PD e sulla partecipazione al governo. Sia nella forma di correnti organizzate sia fra i militanti trasversalmente alle mozioni.

Domanda: è possibile andare avanti così? Io penso che non sia possibile. E non c’è cittadina o cittadino, non c’è nessuna avanguardia di lotta che non appartenga ad una delle fazioni sopradescritte (ed ho preso in esame solo quelle che si sono presentate alle elezioni) che non pensi che tutto ciò è disarmante. Non se ne può più!

Solo concependo le relazioni politiche, le elezioni e le alleanze di governo come mera tattica all’interno di un progetto strategico si può ricostruire un processo unitario e stare in un partito o nella Federazione (fa lo stesso) trovandosi in maggioranza o in minoranza su questa o quella scelta tattica. Tanto sarà forte il progetto strategico tanto sarà secondaria la scelta tattica. Tanto sarà debole il progetto strategico tanto sarà dirompente ogni scelta tattica.

Ma non basta. So che non basta. Perché al di la di queste questioni di principio c’è la realtà del sistema politico-elettorale nel quale si agisce. Perché per quanto si proclami secondaria sia la scelta di allearsi con il PD sia quella di partecipare ad un governo c’è la realtà degli ultimi anni e ci sono i risultati concreti delle esperienze di alleanze e di governo su cui non si può sorvolare. C’è un PD concreto e c’è la prigione del bipolarismo, oltre che la crisi democratica di cui è responsabile non solo la destra. Perché il bipolarismo costringe alla logica del meno peggio il cui risultato finale è sempre la distruzione di ogni istanza di trasformazione, laica e progressista.

Ecco perché penso che l’indipendenza della federazione e l’alterità rispetto al bipolarismo siano fondamentali per discutere del rapporto col PD e del tema del governo non in astratto ma in concreto. In altre parole vuol dire che non si può essere l’ala sinistra del centrosinistra e che non si può fare nessun accordo nazionale che non preveda il superamento del bipolarismo.

Infine, sempre per quel che vale la mia opinione, io penso che alla Federazione si debba cedere la sovranità circa le scelte elettorali. Conseguentemente penso che chi partecipa alla Federazione conservi la sovranità e la propria autonomia organizzativa su tutto il resto, a cominciare dalla pratica sociale, dalla ricerca teorica, dalle relazioni internazionali e così via.

Mi spiego meglio. Io penso proprio che la Federazione, che dopo essersi costituita presenterà le proprie liste alle elezioni, debba su questa cosa funzionare come una forza politica. E cioè avere una vita democratica propria fondata sul principio di “una testa un voto”. Fermo restando una piccola quota percentuale di presenza negli organismi di delegati direttamente dalle forze nazionali o locali e fermo restando il simbolo contenente la falce e martello. Penso che i singoli iscritti alla federazione, siano membri o meno dei partiti e collettivi, debbano partecipare alla costruzione di un programma politico di fase, costruire le liste, discutere delle eventuali alleanze e scegliere i candidati. E debbano avere l’ultima parola, con referendum vincolanti, sulle scelte politiche fondamentali.

Non ci si presenta alle elezioni di qualsiasi livello per dare agli elettori l’opportunità di scegliere fra le 5 o 6 versioni di comunismo. Se si crede veramente che le elezioni siano un aspetto dell’attività politica e non la finalità della stessa bisogna avere il coraggio di dire che tutte le forze e persone che condividono un programma politico perché l’hanno elaborato insieme sulla base di precise discriminanti, decidono loro direttamente se e come presentarsi alle elezioni.

Forse è meglio fare degli esempi.

In un comune il circolo di Rifondazione esiste. Si riunisce per discutere di come organizzare e partecipare alle lotte, di come promuovere iniziative di discussione politica e culturale, di come partecipare alla discussione nazionale del partito. Ma non delle elezioni e del consiglio comunale. Nello stesso comune ci saranno altri partiti, magari un collettivo ambientalista, un centro sociale e una associazione culturale. Anche loro faranno la propria attività. Ovviamente ogni attività si può fare con tutti gli aderenti alla Federazione ma non obbligatoriamente perché non è detto che il collettivo ambientalista debba fare le stesse cose di rifondazione e viceversa. L’importante è che ogni diversa pratica sociale e culturale sia riconosciuta da tutti come un patrimonio condiviso. La Federazione, e cioè tutti gli aderenti, in quel comune, si riunirà periodicamente, funzionando con il principio di una testa un voto, ed eleggerà un coordinamento, discuterà del programma politico sulla base del quale presentarsi alle elezioni, sceglierà i candidati, promuoverà campagne politiche condivise e praticate da tutti gli aderenti (e qui si sentirà il contributo della discussione che ognuno avrà fatto nel proprio ambito di partito o di collettivo) e seguirà la vita del consiglio comunale. Ovviamente questo significa che il partito, che fino ad ora ha discusso soprattutto di elezioni, di candidati e delle relazioni politiche in consiglio comunale, sia capace davvero di occuparsi delle lotte, della ricostruzione dei legami sociali, della discussione teorica e politico-culturale. In teoria avrebbe dovuto essere sempre così. Ma in realtà le lotte erano oggetto soprattutto di comunicati stampa di solidarietà o di interrogazioni in consiglio comunale mentre tutto ruotava intorno alle elezioni, al consiglio e alla giunta. Per me è quindi un bene che al partito sia sottratta la sovranità sulle elezioni. Dico al partito in quanto tale perché tutti gli iscritti al partito parteciperanno anche alla vita della Federazione. Oltre che logico, perché è logico che collettivi che hanno identità diverse e persone impegnate in molteplici attività che conservano le proprie differenze identitarie, culturali e anche di pratica sociale, ma che condividono battaglie e un programma comune producano una proposta e una lista per l’istituzione corrispondente, è anche benefico per il partito che, mi si passi l’espressione, sarà così costretto, se vuole esistere, a concentrarsi su quella che dovrebbe essere la propria funzione fondamentale.

Ovviamente queste sono idee mie. Quali sovranità avrà la Federazione lo deciderà il processo costitutivo della stessa. Ma ho voluto esporle, avendolo già fatto nella direzione del partito, anche se sommariamente, perché è ormai tempo di discuterne liberamente e di entrare nel merito.

So bene che chi pensa che il comunismo viva soprattutto nei voti alle elezioni e che un partito abbia il principale compito di essere nelle istituzioni e di partecipare al gioco della politica ufficiale si troverà in profondissimo disaccordo con me. Ma sono pronto, essendo particolarmente convinto, a confrontarmi fino in fondo.

Le elezioni regionali.

Sarebbe meglio non ci fossero. Ma ci sono. E bisogna farci i conti. Dico che sarebbe meglio non ci fossero perché queste elezioni regionali, con l’attuale governo Berlusconi e la destra che suscita la solita enorme spinta a mettersi insieme contro di lui, e con la nostra ancora scarsa credibilità, saranno un cimento difficilissimo. Una specie di ultimo atto, e qui sono proprio d’accordo con Ferrero, della lunga fase di sconfitte e divisioni. Abbiamo tutti coscienza, spero, del fatto che per risalire la china, anche elettoralmente, ci vorranno anni. Ci vorrà una totale riconversione del partito al lavoro sociale e una vera, e visibile, inversione di tendenza circa le divisioni infinite di cui siamo stati capaci. Queste elezioni regionali ci prendono in mezzo al guado. Se penso che le elezioni siano secondarie in generale a maggior ragione lo penso per questo turno amministrativo. Ma, come ho scritto più sopra, con una strategia debole ogni scelta elettorale contingente rischia di essere dirompente. E la nostra strategia, il nostro programma politico, la nostra capacità di unire un fronte anticapitalista, sono in costruzione. Guai, dico io, a pensare che siccome c’è la scadenza elettorale bisogna improvvisare una strategia, un programma e mettere insieme ciò che passa il convento. E’ un problema grande, perché mentre è impossibile che le elezioni segnino un punto a nostro favore è invece possibilissimo che facciano molto male sia alla nostra credibilità sia alla nostra prospettiva. Anche su questo problema non esistono scorciatoie, colpi di genio improvvisi o mosse tattiche taumaturgiche. La direzione del PRC ne ha discusso e io non sono in disaccordo con il pragmatismo che ha contraddistinto l’impostazione del problema e della discussione. Sostanzialmente relativo al prendere atto di una realtà disarticolata, di esperienze di governo molto negative, come la Calabria e la Campania, e di altre su cui ci sono giudizi molto diversi dentro e fuori Rifondazione. Di realtà nelle quali l’alleanza col PD si circoscrive, di fatto, ad unire l’opposizione al PDL e alla crescente Lega, senza che questa abbia alcuna possibilità di controvertere i risultati previsti, e di realtà in bilico dove non mancano motivi serissimi per rompere col PD. Essendo in dissenso su diverse cose (ed ovviamente ci tornerò) ed anche, spero, poco incline alla demagogia, non voglio sottrarmi alla constatazione della realtà in favore di ragionamenti astratti. Se ho detto che siamo in mezzo al guado l’ho detto perché penso, in generale, che se noi avessimo una forte unificazione dei movimenti di lotta, programmi forti e intimamente legati ai movimenti, e l’unità della sinistra anticapitalista, la discussione con il PD si risolverebbe da se. Perché una rottura col PD, per quanto costosa soprattutto dove potrebbe vincere la destra, sarebbe compresa e condivisa per lo meno da una parte attiva della società. Ma le cose, ahimè, non stanno così. Le lotte, che pur ci sono, sono isolate e non c’è un programma serio che le unifichi e che proponga su questa base un’idea compiutamente alternativa di società sulla base della quale confrontarsi sia con l’egemonia della destra sia con la vocazione liberista del PD. Credo che su questo tutti possano convenire. A meno di non scambiare un programma politico di fase con qualche slogan propagandistico o, peggio ancora, con la pura esibizione dell’identità comunista e antagonista. La dialettica attuale ripropone inesorabilmente quella che secondo me è una falsa discussione, foriera solo di polemiche inutili e divisioni. Da una parte c’è una propensione a ragionare sulla base della riduzione del danno e a considerare ineluttabile la produzione di accordi pieni di “luci ed ombre” col PD, confidando che sulla base delle “luci” si possa essere compresi ed appoggiati da una parte sufficiente dell’elettorato. Dall’altra la propensione a pensare che se non si rompe col PD, perfino preventivamente a qualsiasi confronto programmatico, nei fatti ci si aliena la possibilità di esercitare a livello sociale quella funzione di unificatori del movimento di lotta e di costruttori di un progetto alternativo di società. Io credo che entrambe queste due posizioni, così diffuse, contengano verità interne inconfutabili. La riduzione del danno è sempre utile. Sempre. Non esiste lavoratore, cittadino o lottatore sociale che sia indifferente a cose concrete che incidono sulla sua vita. Ma anche il non accettare compromessi che prevedano la derubricazione di mutamenti sostanziali, anche se parziali, dell’indirizzo di governo è, o sarebbe, assolutamente necessario al fine di non essere riassorbiti definitivamente nella logica della governabilità e del sistema. Temo che i poli contrapposti di questo problema domineranno la discussione di fatto nei prossimi mesi. Inoltre, come se non bastasse, non esistendo la Federazione che certamente non può e non deve essere, prima di essere nata, sacrificata sull’altare di un turno elettorale, bisognerà cercare di riproporre almeno l’unità raggiunta alle europee. E questo, in alcune realtà, come si sa, sarà arduo e forse anche impossibile. A dimostrazione che c’è uno iato tra certe semplificatorie, e secondo me demagogiche, proposte di unità comunista o della sinistra e la dura realtà delle divisioni profondissime che invece esistono sui territori. Sempre (non mi stanco di ripeterlo) secondo la mia modesta opinione, ed è questo il mio principale dissenso rispetto al dibattito in direzione del PRC, c’è un punto assolutamente sottovaluto. Si tratta della natura del sistema politico-elettorale e della sua degenerazione. Non parlo, anche se nel resoconto di Liberazione mi è stato attribuito, della questione morale. O meglio, parlo della strutturale degenerazione del sistema politico e della natura intrinseca a questa degenerazione della questione morale. Noi non siamo più nel tempo nel quale nelle istituzioni c’era la rappresentanza, per quanto indiretta, di interessi sociali, culture e progetti politici. Nelle istituzioni presidenzialiste (e le regioni lo sono più di tutte le altre), bipolari e maggioritarie oramai da più di 15 anni, la rappresentanza, soprattutto quella degli interessi antagonisti al capitale (ma non solo visto che perfino la laicità dello stato non è più ammessa come motivo di rappresentanza), è stata abolita. La gente vota per questo o quel presidente e/o contro il polo avverso e nella melassa della personalizzazione e dello scontro bipolare non si da più la possibilità che il conflitto venga rappresentato politicamente. Perché anche gli elettori eroici che votassero per chi sta fuori dagli schieramenti sanno bene che il loro voto produce solo testimonianza senza possibilità di incidere realmente nelle scelte. La riduzione del danno, che in un regime proporzionale e parlamentare, è perfino possibile meglio dall’opposizione invece che dal governo, nel regime maggioritario confluisce ineluttabilmente nel “voto utile”. Riducendo, appunto, il conflitto ed ogni istanza trasformatrice, alla pura testimonianza. E con la testimonianza, per quante denunce, interrogazioni e comunicati stampa si facciano, non si rendono i conflitti capaci di rompere quegli equilibri politici senza la rottura dei quali è impossibile, per esempio, impedire le privatizzazioni dei beni pubblici, della sanità e così via. Inoltre, quando per anni e anni le istituzioni funzionano così, quando la governabilità è l’unico obiettivo, quando tutto è giocato in uno scontro senza quartiere per battere l’avversario sul suo terreno, quando l’accordo con e l’appoggio dei i poteri forti (compresi quelli illegali che non hanno certo cessato di esistere) è indispensabile, quando le clientele diventano la base del sistema del consenso elettorale, quando i partiti sono grandi comitati elettorali dominati da piccole oligarchie, si può ben dire che la questione morale non è una eccezione ma è la regola. E’ il prodotto naturale del sistema politico-elettorale. Nella nostra discussione nessuno, o quasi, nega questa descrizione della realtà. Ma inspiegabilmente, almeno per me, si sottovaluta pesantissimamente una conseguenza per noi gravissima. Se sei dentro questo sistema, anche nella veste di testimone isolato, senza cercare di distruggerlo, sarai avvertito inesorabilmente come una variante del sistema e cioè come “uguale agli altri”. Io non credo che l’apparire sia la sostanza della politica, anzi. Ma credo che il tuo essere contro questo sistema deve anche apparire. Faccio un esempio per farmi capire. L’Italia dei Valori appare come l’opposizione più efficace a Berlusconi, se non come l’unica, e appare come la forza più critica verso la degenerazione del sistema. Non è ne l’una ne l’altra. Spero che su questo non ci siano dubbi. Il fatto che appaia come tale, però, è la conseguenza paradossale proprio della sua internità al sistema. L’Italia dei Valori non mette in discussione nessuno dei capisaldi di politica economica, militare, sociale e istituzionale del sistema. Esalta l’idea giustizialista frutto dello scontro senza quartiere fra i due poli. Lancia grida contro la corruzione ma si guarda bene di metterne in discussione gli aspetti strutturali. E’, per molti versi, la valvola di sfogo del sistema, giacché gli elettori in questo sistema possono essere tifosi, clienti, o entrambi, ma non protagonisti di un sovvertimento del sistema. Dove, quando e come si vede la nostra alterità al sistema? Secondo me non si vede per niente. Se l’Italia dei Valori “appare” come forza antisistema anche se non lo è noi che siamo, o dovremmo essere, antisistema, appariamo come interni al sistema. E’ un vero disastro. E c’è un modo empirico per verificarlo. E’ la nostra conclamata incapacità di raccogliere voti di protesta e di recuperarne dall’astensione. E non si dica cha “basta la parola”. Non si dica, cioè, che basta dirsi comunisti, rivoluzionari, antagonisti o che so io, per evocare nella testa di milioni di elettori la nostra natura antisistemica. Per questo, al netto del necessario realismo di cui ho parlato più sopra e che condivido, penso che nella discussione sugli eventuali accordi alle regionali, la direzione del partito avrebbe dovuto dare un indirizzo più chiaro e vincolante per tutti i territori. Perché puoi perfino ottenere, per fare un esempio, che non privatizzi, ma se poi la gestione del pubblico è clientelare, non solo si rafforzerà la destra e la parte del centrosinistra che propone la privatizzazione, ma tu finirai nelle maglie del clientelismo. Con buona pace della tua presunta identità comunista.

Ecco, care compagne e compagni che avete avuto la pazienza di leggere queste lunghissime note e che mi onorate della vostra attenzione, come vedete nel mio ragionare pongo più problemi di quanti non ne sappia risolvere, anche se ci provo. Dichiaro, da me stesso, la parzialità delle mie opinioni e spero, nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che sono sul nostro cammino, che sapremo insieme far passare questa nottata e riconquistare più fiducia in noi stessi e nel futuro.

Un abbraccio e grazie.

ramon mantovani