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Un’altra Europa sarebbe necessaria. Se è possibile o meno dipende anche da noi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio, 2014 by ramon mantovani

Dall’inizio del processo politico-diplomatico che ha dato vita all’Unione Europea in ogni paese, e più in generale nel continente, si sono confrontate tre posizioni, tre scuole di pensiero e tre politiche, ognuna delle quali composte e attraversate da approcci e proposte differenti fra loro, ma non per questo non assimilabili.
La prima, quella più forte e tutt’ora egemone, che ha guidato il processo, è ispirata dal neoliberismo in economia, da una concezione tecnocratica e tendenzialmente autoritaria delle istituzioni, dall’ideologia della “superiorità” dell’occidente e del suo “diritto” a “governare” il mondo.
Si potrebbero scrivere interi volumi sulle differenze interne a questo schieramento. Ed indubbiamente ci sono differenze importanti fra i partiti europei, fra quelli nazionali, e all’interno di ognuno di loro, che lo compongono. Ma, nella sostanza, popolari, socialisti e liberali, sono insieme il ceto politico che ha rappresentato gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali e, dal punto di vista geopolitico, della subalternità agli USA.
Senza tema di smentita si può ben dire che i fatti lo dimostrano.
Tutti i trattati sono stati ispirati dall’idea del dominio del mercato ed hanno accolto ed implementato ogni forma di cancellazione (deregulation) dei vincoli e regole che erano stati decisi a livello globale (Bretton Woods e decisioni delle agenzie ONU) e a livello nazionale, per impedire il ripetersi di crisi come quella del 29 e soprattutto le sue conseguenze politiche, a cominciare dalla guerra. Conseguentemente la moneta comune, e comunque anche le relazioni fra e con le monete dei paesi della UE non aderenti all’Euro, è governata da istituzioni (BCE) totalmente prive di qualsiasi controllo democratico, ma altamente dipendenti dalla logica e dagli interessi concreti del capitale finanziario e dalle banche private.
Istituzionalmente la UE è dominata dai governi nazionali (finora sempre saldamente nelle mani dello schieramento dei popolari, socialisti e liberali) che decidono tutto, anche regolando le controversie fra i diversi interessi nazionali, in sede di Consiglio dell’Unione Europea e che nominano, senza alcun processo e/o controllo democratico, un organo tecnocratico (Commissione Europea) con il compito di “rappresentare gli interessi dell’Unione nel suo complesso”. In altre parole il ceto politico totalmente identificato nell’ideologia liberista, che assegna alla politica l’unico ed esclusivo compito di amministrare l’esistente, decide tutto. Dal punto di vista capitalistico si tratta di un vero e proprio paradiso visto che ogni decisione politica è programmaticamente presa solo se conforme e compatibile con l’andamento spontaneo del mercato. Del resto nella crisi si è ben visto come si siano salvate le banche private con i soldi pubblici, senza alcuna contropartita e soprattutto senza reintrodurre alcuna regola capace di impedire il ripetersi del meccanismo generatore della crisi. E come si siano ulteriormente cancellate sovranità politiche relative ai bilanci e ai mercati del lavoro nazionali per adeguare tutto ai diktat del mercato. Come se non bastasse i trattati decisi in sede di Consiglio sono sostanzialmente immodificabili. Per il semplice motivo che è necessaria l’unanimità dei 27 governi dei paesi membri. Per cui se uno o più governi cadessero nelle mani di forze politiche desiderose di rimetterli in discussione avrebbero solo la strada della disobbedienza, e cioè la violazione consapevole o la denuncia unilaterale dei trattati stessi. In entrambi i casi con costi immediati altissimi.
Nel mondo la UE si è contraddistinta come la punta di diamante della liberalizzazione dei mercati e della deregulation nelle transazioni finanziarie e borsistiche. Sia in sede WTO, sia nelle trattative bilaterali fra la Commissione Europea ed altri soggetti (nazionali e regionali), la UE ha assunto un ruolo trainante e d’avanguardia nel rappresentare gli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Se compariamo i trattati commerciali bilaterali degli USA con alcuni paesi con quelli firmati dalla UE con gli stessi paesi troveremo che quelli della UE sono molto più liberisti e più vantaggiosi per le multinazionali. Tutto ciò a detrimento degli interessi europei visto che i sistemi produttivi e commerciali continentali per continuare ad esistere devono potentemente ristrutturarsi nell’ambito di una competizione globale esasperata. Con l’evidente conseguenza dell’introiezione anche dentro la UE di una competizione senza quartiere fra i diversi sottosistemi produttivi nazionali, di una tendenziale gerarchizzazione interna (nord-sud tanto per cambiare), e infine di una ben prevedibile implosione della UE stessa. È in corso di negoziato un trattato di liberalizzazione del commercio (TTIP) fra Unione Europea e USA . Avrà conseguenze certamente enormi e tuttavia, o sarebbe meglio dire esattamente per questo, esso è condotto dalla Commissione con l’amministrazione Obama in grande segreto. Sarà un ulteriore passo avanti dal punto di vista della globalizzazione capitalistica e dell’ideologia neoliberista.
Infine, l’Unione Europea ha sempre scelto, dal punto di vista della politica estera, la strada della subordinazione al comando USA. Se si sceglie di implementare la globalizzazione capitalistica si sa che si va verso un mondo sempre più percorso da conflitti e tendenzialmente ingovernabile. Quindi si sceglie l’alleanza strategica con la potenza militare dominante per governarlo con la forza. È per questo che l’Unione ha scelto di abbinare la propria espansione ad est con l’allargamento della NATO e che ha, insieme agli USA, deciso di mummificare l’ONU, riducendo il Consiglio di Sicurezza a notaio ratificatore di decisioni assunte dalle potenze occidentali e le agenzie ONU ad enti inutili (basti pensare all’UNCTAD di fatto cancellata dal WTO). Con buona pace dei sognatori di un mondo pacificato dalla caduta del muro di Berlino e dei poveri ignoranti, che si sono bevuti i mille pretesti “democratici” ed “umanitari” delle diverse guerre degli ultimi vent’anni, e che non sanno nemmeno distinguere fra unilateralismo, multilateralismo (che sono entrambi interni al dominio occidentale del mondo) e multipolarismo.
La seconda, di cui parleremo sommariamente, è in forte crescita in diversi paesi. Si tratta del neonazionalismo tendenzialmente, e spesso apertamente, xenofobo e neofascista.
Una ventina di anni fa, e nel corso di tutte le battaglie di opposizione ai trattati europei da Maastricht in poi, noi di Rifondazione dicemmo (totalmente inascoltati) che la globalizzazione capitalistica avrebbe prodotto non solo una crescita enorme delle diseguaglianze sociali ma anche una tendenziale destrutturazione degli stati nazionali. Prevedemmo che se lo stato nazionale moderno avesse ceduto sovranità verso l’alto ad organismi tecnocratici e verso il basso a territori omogenei dal punto di vista economico, avrebbe finito con l’entrare in crisi il sistema democratico. Infatti, dicemmo che nella competizione assolutizzata tanto le regioni ricche che quelle più povere, avrebbero cercato una maggiore autonomia, ed anche l’indipendenza, per poter competere meglio con le altre regioni analoghe. Prevedemmo che sarebbero risorti movimenti neofascisti sulla base della logica rivendicazione del recupero di una qualche sovranità nazionale. Cosa sia successo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La UE pullula di partiti neofascisti e xenofobi che individuano, come in Francia per fare un solo esempio, negli immigrati e nella cosmopolita borghesia finanziaria i nemici da abbattere. E diversi stati nazionali conoscono il risorgere di spinte indipendentiste nelle regioni più ricche. La crescita di questi fenomeni ha basi oggettive e materiali che, per quanto si fondi su mistificazioni, non è certamente possibile arrestare con la retorica della difesa della “democrazia” visto che quest’ultima non è tale se non esiste una sovranità politica sul mercato e sull’economia. Tanto meno si può farlo con la retorica dello stato nazionale e della solidarietà interna ad esso, visto che le istituzioni politiche nei fatti si limitano ad amministrare le mere conseguenze dell’andamento del mercato, accettando la disgregazione sociale conseguente come un fenomeno da governare acriticamente.
In una società dominata dal mercato il cocktail fatale di solitudine, individualismo, egoismo ed emarginazione produce inevitabilmente le basi per l’esplodere di guerre fra poveri. Ed ecco il successo delle forze che intraprendono sulla xenofobia. In uno stato privo della sovranità fondamentale per poter implementare un modello sociale anche solo moderatamente solidaristico, e che si limita ad imporre alla società le decisioni dei tecnocrati europei, il ceto politico (non a caso definito sempre più “classe politica”) è avvertito come abusivo, inutile e dedito a difendere unicamente i propri privilegi di casta. Ed ecco il successo delle forze “antipolitiche” e/o neofasciste. Se la “politica” è mera amministrazione dell’esistente chiunque sia scontento dell’esistente è facilmente manipolabile con la mistificazione che individua negli effetti il nemico lasciando intatte le cause.
Ovviamente ogni realtà nazionale e regionale ha sue caratteristiche proprie, perché secoli di storia e culture profonde non si cancellano facilmente. Per esempio ci sono spinte indipendentiste che hanno ragioni storiche secolari. Come è il caso della Catalogna, per fare un esempio di grande attualità. Dove il movimento indipendentista è profondamente democratico (e i neofascisti, gli xenofobi e i neoqualunquisti sono rigidamente per l’unità dello stato spagnolo). Ma è fuor di dubbio che l’indipendentismo catalano, storicamente forte ma minoritario, è diventato maggioritario proprio perché tra i ceti medi colpiti dalla crisi si è fatta strada l’opinione che individua nella “casta” politica spagnola centralista il responsabile del disastro sociale. Analogamente in Francia il neofascista Front National fa leva sullo storicamente radicato nazionalismo e sciovinismo francese per attrarre i ceti medi e popolari colpiti dalla crisi e ai quali il governo socialista impone enormi sacrifici nel nome dell’Europa.
In Italia, tanto per cambiare, la crisi di credibilità dello stato e la disgregazione sociale e culturale della società sono tali che prospera un Movimento 5 Stelle capace di coniugare la più vieta demagogia contro casta ed istituzioni (che per quanto esercitata su problemi esistenti è totalmente incapace di affrontarli e risolverli) con una ideologia iperindividualistica venata di mille ambiguità di egoismo sociale ed autoritarismo. In Italia può esistere, e perfino tornare a rafforzarsi, un movimento secessionista che nel corso della sua storia è stato liberista estremo ed antiliberista, filoeuropeo ed antieuropeo, favorevole a Maastricht e poi contrario, indipendentista e contemporaneamente favorevole al rafforzamento degli organi repressivi dello stato centrale, considerato nemico da altri movimenti indipendentisti (che infatti non lo hanno mai nemmeno voluto incontrare) e alleato da movimenti neofascisti ipercentralisti. Come può esistere un partito democratico guidato da democristiani affiliato al Partito Socialista Europeo. Senza parlare del fenomeno “Berlusconi”.
Purtroppo, però, c’è da temere che il sistema politico italiano non sia, diciamo così, un peculiare ed irripetibile scherzo della storia. Certo è il frutto delle mille contraddizioni della storia del paese e delle potenti subculture che lo percorrono tutt’ora. Tuttavia il fenomeno, essendo figlio esattamente del periodo della globalizzazione, della separazione della “politica” dalla società, del trionfo della spettacolarizzazione della politica, ha tratti che possiamo definire d’avanguardia nel processo reale che investe anche altri grandi paesi.
La terza è quella della sinistra reale, che pensa al conflitto di classe e sociale come motore di qualsiasi cambiamento, che vuole ristabilire la sovranità popolare a livello continentale e nazionale e quella politica sull’economia, che ha un’idea multipolare, pacifista, solidaristica e cooperativa delle relazioni internazionali. Purtroppo, sia detto per inciso, i Verdi europei in quanto tali non sono assimilabili nel loro insieme a questo campo, giacché sulle questioni appena elencate i partiti verdi hanno spesso posizioni completamente contrapposte fra loro.
Anche nel campo della sinistra, però, le differenze fra le forze che lo compongono sono molte e a volte grandi. Vi sono partiti comunisti e di sinistra ex comunista ed ex socialdemocratica. Vi sono partiti contrari alla UE ed altri favorevoli ad una UE federale. Vi sono partiti che nell’ambito nazionale pensano sia possibile una collaborazione di governo con i partiti socialisti e socialdemocratici ed altri che la rifuggono in via di principio e/o sulla base di esperienze concrete fallimentari. Vi sono modelli organizzativi di partiti, movimenti e coalizioni molto differenti. E così via. Bisogna sottolineare il fatto che queste differenze, che come si vede non sono piccole, sono assolutamente trasversali rispetto alle appartenenze ideologiche. Questo fatto oggettivo ed inconfutabile è certamente il prodotto dell’intreccio fra le questioni globali e quelle locali, della storia e cultura politica di ogni singola forza e delle relazioni con le altre nel proprio paese. Tentare di omogeneizzare tutto questo condurrebbe certamente a maggiori ed irreparabili divisioni. Ma considerare le differenze come insuperabili produrrebbe altrettanto certamente l’esplodere di nuove divisioni ad ogni appuntamento importante come l’attuale crisi, che investe tutto il continente e il mondo più in generale. Per questo, nel corso degli anni, le forze maggiori e più lungimiranti hanno sempre lavorato per l’unità senza rinunciare alle proprie idee ma senza alcuno spirito egemonistico. Attualmente il campo di questa sinistra è organizzato nel Partito della Sinistra Europea e nel gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) che raccoglie diversi altri partiti.
Se da un lato le differenze, come abbiamo visto, ci sono e non sono pochissime, possiamo però dire che le cose che uniscono sono molte di più. E soprattutto attengono alle questioni di fondo e principali. Tutte queste forze sono unite nella battaglia contro la globalizzazione capitalistica e sono perché si ristabilisca, come primo passo di qualsiasi altra prospettiva, la sovranità della politica sull’economia e sul mercato. Sono contrarie alla NATO e ad ogni intervento militare di guerra mascherato da missione di pace. Sono per implementare le lotte operaie, ambientali e sociali a livello continentale ed in ogni singolo stato. Sono contrarie a tutti i trattati europei che hanno prodotto la UE come la conosciamo. E si potrebbe continuare.
In molti paesi, e soprattutto in quelli investiti pesantemente dalla crisi (con l’eccezione italiana di cui parleremo fra poco) queste forze conoscono un’impetuosa crescita elettorale. Non è pensabile nessun cambiamento reale dell’UE e nessuna soluzione dei problemi sociali e democratici che affliggono la UE e i singoli stati senza che questo campo di forze crescano e producano un progetto autonomo ed alternativo. Ed oggi, per la, prima volta, è possibile che la catena del comando neoliberista si rompa in un paese grazie alla possibile vittoria di una forza antagonista come Syriza. L’esistenza di un governo determinato a disobbedire ai diktat della UE e a rimettere in discussione i trattati potrebbe creare le condizioni affinché cresca in tutti gli altri paesi la consapevolezza popolare che l’alternativa è possibile e che si può veramente abbandonare l’idea che la dialettica politica sia racchiusa dentro il campo delle forze socialiste, popolari e liberali. Non si possono coltivare illusioni, perché si tratterebbe di uno scontro di portata colossale, e non è affatto detto che la fragilità della sinistra reale e le sue differenze reggano alla prova. Tuttavia per la prima volta sarebbe possibile e questa possibilità agirebbe come uno stimolo e un volano nel processo di unità della sinistra anticapitalistica europea.
L’Italia e la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Come è noto la salute della sinistra antagonista nel nostro paese è pessima. Grandi sconfitte sociali, politiche, elettorali hanno prodotto divisioni e tradimenti di ogni tipo. I conflitti sindacali e sociali sono isolati ed irrilevanti per il sistema politico e mass mediatico, il sindacato confederale è subalterno al quadro politico e preda di gravi convulsioni che attengono alla sua vita democratica, la degenerazione dei partiti di governo e il leaderismo esasperato hanno raggiunto limiti estremi, il sistema elettorale antidemocratico ha prodotto una falsa e mistificata dialettica nella quale la politica come amministrazione dell’esistente, ed esecuzione degli ordini del mercato e della troika, trova come contraltare speculare la cosiddetta “antipolitica”. La logica del maggioritario e i suoi propri errori hanno ridotto la sinistra radicale alla frammentazione e alla irrilevanza politica.
Ma non è il caso di dilungarsi in una descrizione che già è stata fatta copiosamente in questa sede.
In Italia si prefigura, anche più che in altri paesi, un regime nel quale i poteri forti la possono fare da padroni indisturbati. La “politica” intesa come sistema racchiuso in un bipolarismo totalmente acritico con il mercato assicura la “governance” negli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. Il Movimento 5 Stelle assicura una valvola di sfogo alla rabbia e alla protesta. Tanto più forte e vasta quanto più ambigua su tutte le questioni fondamentali e strutturali. Lo scontro “o noi o loro” è anch’esso interno al regime. Sia perché allude esplicitamente alla rimozione di una “casta” senza mettere in discussione minimamente il piccolo dettaglio che la “casta”, e cioè la politica separata dalla società come tecnica di potere, non è la causa dei problemi bensì l’effetto delle mutazioni potenti del sistema economico degli ultimi decenni. Sia perché propone un modello sociale e politico indifferente agli interessi di classe e sociali e in ultima analisi propone l’individualismo dei singoli “cittadini”, in simbiosi con il leaderismo autoritario più sfrenato, come modello “democratico”.
Il fatto, inconfutabile e con il quale fare sempre i conti, che milioni di lavoratori votino PD, PDL, Lega e Movimento 5 Stelle, sulla base di tutte le suggestioni possibili ed immaginabili proprie dell’attuale sistema politico, non qualifica nessuna di queste opzioni come utili ai loro interessi di classe. Come il fatto che uomini e donne certamente dalle idee progressiste e di sinistra votino il Movimento 5 Stelle non produce affatto alcun progetto politico capace di mettere in discussione il sistema economico dominante.
Solo una sinistra dotata di un’analisi scientifica della realtà, che non confonda le cause con gli effetti, che veda la natura di classe del sistema istituzionale ed elettorale, che sappia costruire lotte e conflitto, che non si illuda di poter ritagliare uno spazio per il proprio ceto politico accettando la logica del sistema, può aspirare a risalire la china e a conquistare forza e credibilità sufficienti per tentare di cambiare davvero le cose.
Ma si tratta di un cammino lungo e irto di difficoltà.
Insisto nel dire che senza la consapevolezza che la dimensione politico-istituzionale non è più, come in passato lo era con la repubblica parlamentare e con il sistema proporzionale, un terreno agibile e perfino favorevole ma è diventata un terreno nemico ed ostile, la sinistra reale è destinata inevitabilmente a dividersi ad ogni occasione importante e a finire sempre più nella irrilevanza settaria e parolaia o a diventare comprimaria all’interno del regime.
A queste elezioni europee è stato possibile unire grossomodo tutto ciò che c’è a sinistra. Tutto ciò che critica apertamente la UE così com’è e che prospetta cambiamenti fondamentali nella struttura economica e conseguentemente nelle relazioni sociali. La lista è interna al GUE e indica come candidato presidente quello scelto dal Partito della Sinistra Europea.
È, quindi, la cosa migliore possibile che si potesse realisticamente fare.
Non ha alcun senso esaminare le differenze e perfino le ambiguità che contiene allo scopo di dichiararla negativa.
Solo menti estremisticamente settarie possono non vedere che le differenze e le ambiguità della lista sono esattamente le stesse che contiene lo schieramento di partiti che aderisce al GUE. Sia sull’Euro sia sulla stessa UE, per fare l’esempio fondamentale, nel GUE ci sono le posizioni opposte e tutte le sfumature intermedie. Lo stesso dicasi per il rapporto da avere con i partiti socialisti e socialdemocratici in sede nazionale. Che senso ha, quindi, gridare allo scandalo ed agitare ogni tema controverso come discriminante per la formazione di una lista unitaria? Con questa logica il Front de Gauche francese, Izquierda Unida spagnola e perfino la Linke tedesca dovrebbero spaccarsi e dar vita a più liste in ognuno di questi paesi. E il GUE dovrebbe dividersi in almeno tre gruppi parlamentari.
I temi oggetto delle differenze devono ovviamente essere discussi a fondo. Ed è aperta la contesa per l’egemonia di un processo reale che costruisca una forza europea capace di incidere nella realtà.
Ma una cosa è una discussione astratta che estremizza le posizioni e produce altre divisioni ed un’altra è una discussione concreta che avanza in rapporto alle modificazioni della realtà.
Per fare un solo esempio su un tema molto in voga, sull’Euro si può discutere all’infinito fra coloro che pensano sia superabile immediatamente e coloro che pensano sia possibile riportarlo sotto una sovranità politica. Io penso che entrambe le posizioni abbiano una legittimità teorica e che contengano punti di verità. C’è ormai un’ampia letteratura (parlo di quella seria e non degli slogan apocalittici) che evidenzia controprove e contraddizioni di entrambe le tesi di fondo.
Ma se questa discussione avviene nel campo di forze e persone che sono avverse alla dittatura del mercato, che pensano che una moneta debba essere sottoposta ad un potere politico e democratico, che criticano proprio da questo punto di vista l’Euro, allora non può assolutamente produrre divisioni, tanto meno elettorali. Deve svilupparsi in un contesto unitario e soprattutto confrontarsi con le dinamiche reali che si produrranno. Che sono, allo stato delle cose, imprevedibili.
La battaglia che sta conducendo la lista è impari. Gli elettori italiani sono chiamati dai mass media ad esprimere un voto totalmente nazionale e a scegliere fra Renzi, Berlusconi e Grillo. La disinformazione impera.
C’è perfino il paradosso, per nulla notato alle scorse elezioni europee, della palese illegittimità del quorum da superare.
Ognuno si può ben sentire rappresentato, in una lista così composita, esprimendo una preferenza per i/le candidati/e più affini. Sempre che a determinare il voto sia una logica politica e non simpatie personalistiche od altre amenità.
Per quanto mi riguarda io sono totalmente identificato e d’accordo con la scelta del mio partito. Che indica in ogni circoscrizione una candidata o candidato da sostenere, indipendentemente dall’appartenenza o meno al partito, per le sue posizioni, rappresentatività sociale ed esperienze di lotta.
Sono: Nicoletta Dosio (circoscrizione Nord-Ovest);
Paola Morandin (circoscrizione Nord-Est); Fabio Amato (Centro); Eleonora Forenza (Sud); Antonio Mazzeo (Sicilia); Simona Lobina (Sardegna).

Buon voto!

ramon mantovani

 

Siria, la guerra totale

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 settembre, 2013 by ramon mantovani

È impossibile capire quanto sta avvenendo in Siria e in Medio Oriente senza una chiave di lettura capace di individuare il motore di una immensa destabilizzazione di tutta l’area, che ha agito negli ultimi venti anni, a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ogni altra interpretazione dei sommovimenti, delle guerre civili e delle tensioni fra gli stati dell’area, per quanto parzialmente fondata sulla descrizione di episodi ed avvenimenti, si è rivelata incapace di elaborare previsioni azzeccate e soprattutto di fornire la base per una soluzione politica e negoziata dei conflitti armati e non, che incendiano tutto il Medio Oriente.

Anzi, a dire il vero, appare sempre più chiaro, per lo meno agli occhi di chi ha conservato un minimo di spirito critico, la natura strumentale e propagandistica delle sofisticate campagne di disinformazione di massa perpetrate dai mass media “occidentali”.

Stando alla pubblicistica corrente, per non parlare delle comparsate in TV di “esperti” capaci di dire, anche a distanza di poche settimane, tutto e il contrario di tutto, in Siria sarebbe in corso una “rivolta” popolare contro un regime dittatoriale. I “rivoltosi” o “insorti” che dir si voglia sarebbero una formazione composita ed anche inquinata da settori del fondamentalismo islamico, ma tutto sommato tesa a conquistare libertà e democrazia. Le potenze occidentali, USA e paesi ex colonialisti europei, sarebbero dilaniati dalla contraddizione di voler, da una parte, assolvere al proprio compito “storico” di promuovere ed esportare la democrazia, e dall’altra di rapportarsi agli stati dell’area secondo le norme del diritto internazionale, anche coltivando più o meno inconfessabili rapporti vantaggiosi con i singoli regimi al potere negli stati dell’area.

Se non stessimo parlando di morte, distruzione, esodi di massa, si potrebbe davvero ridere nel sentire gli inventori, storici utilizzatori e venditori delle armi di sterminio di massa, accusare qualcuno di utilizzarle in una guerra civile senza esclusione di colpi, per giustificare interventi militari a favore di una fazione in lotta nella guerra civile. Fazione che si è armata ed incoraggiata a produrre una guerra civile al fine di rovesciare un regime non addomesticato agli interessi imperialistici e neocolonialisti occidentali e che, nel caso, si deve sostenere attivamente dal punto di vista militare fornendo dall’esterno quella superiorità aerea che gli manca per compiere la propria missione, come è già avvenuto in Libia.

È davvero stupefacente osservare come sia possibile che capi di stato, considerati (sic) “progressisti” e di “sinistra” come Obama e Hollande, possano sostenere e proporre di violare ogni norma del diritto internazionale, di annullare l’ONU che rimane l’unica sede di mediazione pacifica della comunità mondiale o di ridurla a notaio di accordi tra le potenze sottoscritti in sedi informali o, peggio ancora, in sede di alleanze di parte, come il G8 o la NATO. Le “notizie” fabbricate dai servizi di intelligenza amplificate acriticamente dal 90 % dei mass media, ed anche in internet, sono buone per manipolare un’opinione pubblica sempre più disinformata. Lo sono meno per ancorare una discussione seria fra gli stati nei luoghi preposti dal diritto internazionale. Ma anche in questo caso servono per presentare, come successe in Bosnia e poi nel Kosovo, una comunità internazionale divisa fra volenterosi amanti dei diritti umani e cinici indifferenti e complici del male assoluto. E per spiegare, quindi, la necessità di agire in proprio nel nome del bene.

Certo, col passare del tempo e le numerose smentite che la cronaca, se non la storia, ha prodotto dei molti pretesti con i quali si sono giustificate intraprese guerresche occidentali, le parole di Obama e di Hollande mostrano sempre più la corda. Tuttavia non bisogna sottovalutare la funzione di traino esercitato in questo momento da USA e Francia, che infatti incassano firme su documenti che sostanzialmente, anche se non immediatamente, giudicano e condannano il governo Assad ed implicitamente chiudono i varchi e gli spiragli di una qualsiasi soluzione negoziata del conflitto. E costringono Russia e Cina ad un ruolo comprimario e refrattario, proprio perché incapace ed impossibilitato a promuovere una soluzione negoziata in sede internazionale ed in sede locale fra le diverse fazioni in lotta.

Per meglio comprendere cosa stia succedendo realmente bisogna fare alcuni passi indietro, perché come ho accennato all’inizio esiste una spiegazione che può illuminare lo scenario, rimuovendo le ombre prodotte dalla disinformazione e dalle spiegazioni episodiche e superficiali interessate.

Proprio in questi giorni si può sentire parlare ripetutamente del “fallimento della guerra in Iraq”. Certamente, rispetto agli obiettivi proclamati, e giustificati con clamorosi falsi, l’avventura della Coalizione dei Volenterosi e della guerra illegale e unilaterale, si potrebbe parlare di pieno fallimento. L’Iraq è tutt’altro che pacificato e in realtà ormai gran parte del Medio Oriente è stato destabilizzato, anche sul piano interno ai singoli paesi. Il conflitto israeliano palestinese si è aggravato ed aggrovigliato maggiormente. E tutto ciò ha prodotto e produce conflitti armati, che per altro sono un buon mercato per i produttori di armamenti, decine di migliaia di morti e milioni di profughi.

Basta considerare questo apparente fallimento come il vero obiettivo, invece di credere ai pretesti e alle veline della CIA, e si può scoprire che tutta la strategia iniziata con la Prima Guerra del Golfo ha avuto pieno successo.

Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia si sarebbe potuto procedere ad una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e all’implementazione dell’articolo dello Statuto dell’ONU che prevede la formazione di una forza militare internazionale utile a svolgere la funzione di polizia internazionale. Si sarebbe cioè potuto evitare che la fine della guerra fredda sboccasse in un governo unilaterale del mondo da parte dei paesi ricchi e promuovere in ogni dove la soluzione negoziata e politica dei conflitti armati.

Invece è successo il contrario. L’ONU è stata fatta apparire agli occhi del mondo come incapace di risolvere i conflitti. Notevole il caso della Bosnia dove USA e diverse altre potenze occidentali si sono rifiutate di fornire i Caschi Blu necessari ad interporsi alle fazioni in lotta per imporre una soluzione negoziata, al fine di lasciar aggravare il conflitto allo scopo di giustificare l’intervento diretto della NATO. O è stata cancellata, scavalcata ed umiliata come nel caso della guerra in Yugoslavia e in Iraq. Sempre è stata ridotta al ruolo di notaio utile solo a ratificare le situazioni di fatto emerse dagli interventi unilaterali o a fornire un avallo pseudo legale a monte degli stessi.

Ne è scaturito un mondo nel quale i paesi ricchi, o occidentali che dir si voglia, hanno rilanciato la NATO come autoproclamato gendarme del mondo. Per questo invece che sciogliersi in assenza del nemico storico si è rafforzata ed allargata notevolmente. E gli USA hanno usato con sapienza l’unilateralismo e il multilateralismo, la ricerca della risoluzione del Consiglio di Sicurezza atto a giustificare le guerre o la più spudorata illegalità extra-ONU, al fine di continuare ad esercitare un ruolo egemonico fondato sulla pura e semplice potenza militare.

Un mondo nel quale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza trovano applicazione solo se sono promosse o sposate da alleanze o potenze militari di parte o nel quale queste ultime possono agire come vogliono anche senza nemmeno una riunione del Consiglio di Sicurezza è un mondo governato da una dittatura, nel senso pieno del termine.

È come, mi si permetta un paragone suggestivo ma non per questo non pertinente, uno stato nel quale governo e parlamento non hanno la polizia a disposizione per fare applicare le leggi. Se la polizia è quella privata della decina di famiglie più ricche quali leggi saranno fatte applicare e quali no? Se le polizie private agiscono fuori dalla legge o contro la legge chi potrà impedirglielo?

La strategia della “guerra permanente”, la confezione delle giustificazioni “umanitarie” per le guerre guerreggiate, l’unilateralismo statunitense o l’unilateralismo occidentale ancorché definito “multilateralismo”, hanno scientemente destabilizzato il Medio Oriente al fine di rilanciare il dominio occidentale. Hanno messo perfettamente nel conto che la destabilizzazione avrebbe prodotto conflitti interreligiosi, interetnici ed avrebbe esasperato le tensioni fra i singoli stati dell’area. Solo sprovveduti in buona fede (che sono sempre i più pericolosi) o bugiardi in mala fede potevano e possono pensare che USA ed alleati possano essere sorpresi dalla non pacificazione dell’Iraq e di tutta l’area. La prova più evidente è che il proclamato nemico giurato, il terrorismo fondamentalista islamico, è stato più volte armato e utilizzato o favorito di fatto con totale cinismo. Ed è quel che sta avvenendo in queste ore in Siria.

I centri studi e le agenzie di intelligenza degli USA e dei paesi della NATO sanno benissimo che i regimi, perché di regimi si tratta, scaturiti nel periodo della decolonizzazione e nel quadro della guerra fredda, al potere in stati multietnici e multi religiosi tendenzialmente ingovernabili se non in modo autoritario non possono essere sostituiti da “democrazie occidentali”. Sanno benissimo che quegli stati possono deflagrare o produrre conflitti e guerre civili di lungo periodo. Sanno benissimo che in tutto questo per sterminate masse aumenta la credibilità del fondamentalismo islamico. Ma è esattamente questo l’obiettivo che permette di perpetuare, con le ovvie produzioni spettacolari di pretesti e di giustificazioni, il rilancio della potenza militare come leva egemonica e di dominio del mondo, proprio quando il sistema economico capitalistico produce contraddizioni e disastri sociali che ne mettono in evidenza la vera natura.

Qualche giorno fa sul Manifesto in un bell’articolo Annamaria Rivera si chiedeva che fine abbia fatto il movimento pacifista, che all’epoca della guerra in Iraq fu definito “la seconda potenza mondiale”.

A mio modestissimo parere, per quanto percorso e positivamente intriso di ripudio etico della guerra e della violenza, non può esistere un movimento pacifista che non sia capace di analizzare le tendenze di fondo economiche e geopolitiche che producono le guerre. Le spiegazioni etiche e semplificate non solo si rivelano incapaci di fermare le guerre, ma risultano inadatte a produrre alternative concrete ed obiettivi realisticamente realizzabili. Non si tratta di cinismo o minimalismo. Si tratta di avere una politica o meno.

Se le considerazioni esposte in questo articolo hanno anche un minimo fondamento bisognerebbe che il movimento pacifista (ed aggiungo: la sinistra degna di questo nome) dovrebbero saper dire:

1) la guerra civile in Siria non può essere risolta se non con un negoziato politico e con la ricerca di un nuovo assetto politico istituzionale che sia rispettoso delle etnie e religioni tutte.

2) nel Consiglio di Sicurezza si dovrebbe discutere di una missione di pace sotto il comando diretto dell’ONU (come quella in Libano) che svolga la funzione di interposizione e di tutela delle popolazioni civili.

3) le coalizioni a geometria variabile e la NATO devono essere superate in favore della piena assunzione da parte dell’ONU della funzione di polizia internazionale.

4) l’Italia deve dichiarare di non partecipare e nessuna missione militare che non sia di Caschi Blu e che non abbia come obiettivo l’arresto dei conflitti armati e la soluzione politica degli stessi. Deve conseguentemente riformare il proprio modello di difesa e rimettere in discussione l’appartenenza alla NATO.

Senza questi obiettivi politici, od altri analoghi e altrettanto realistici sui quali si può proficuamente discutere, i pacifisti sono destinati a dividersi inesorabilmente e ad essere subalterni, nonostante la radicalità delle posizioni etiche, alla imperante politica di guerra. Sono destinati a scendere in piazza contro Bush insieme agli apologeti della guerra umanitaria in Kosovo, a riporre malamente le proprie speranze in Obama o in Hollande. Sono destinati cioè ad essere impotenti contro la guerra.

 

ramon mantovani

 

pubblicato sul sito www.scenariglobali.it il 10 settembre 2013

 

Assassinio a Parigi di tre compagne kurde

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 10 gennaio, 2013 by ramon mantovani

in data odierna ho emesso il seguente comunicato:

L’efferato assassinio delle tre militanti kurde a Parigi è l’ennesimo crimine teso ad impedire la soluzione politica del conflitto nel Kurdistan nello stato della Turchia.

Da diversi giorni era in corso una trattativa riservata del governo turco con il Presidente Abdullah Ocalan e, come in almeno altre tre occasioni negli ultimi dieci anni, una parte dei militari e dei partiti nazionalisti turchi, con la complicità politica e probabilmente materiale di servizi d’intelligenza di paesi della NATO, non hanno esitato ad utilizzare metodi terroristici per impedire qualsiasi negoziato che porti al riconoscimento dei diritti elementari del popolo kurdo, alla fine del conflitto armato e alla liberazione di Ocalan.

Se il governo D’Alema avesse a suo tempo concesso l’asilo politico ad Ocalan e lavorato per una soluzione negoziata del conflitto, invece che obbedire supinamente agli ordini dell’amministrazione Clinton costringendo Ocalan ad abbandonare l’Italia, al popolo kurdo sarebbero stati risparmiati tanti anni di guerra, sofferenze ed ingiustizie, perché al negoziato non c’è alternativa.

Chiunque si consideri democratico e amante della pace non può che solidarizzare con il popolo kurdo, che resiste e chiede solo di avere gli stessi diritti di tutte le minoranze nazionali nei paesi dell’Unione Europea.

ramon mantovani

Morte ai partiti? (parte terza)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 giugno, 2012 by ramon mantovani

Non smetterò mai di insistere sulla necessità di conoscere, analizzare e capire le mutazioni sociali che stanno alla base della degenerazione della politica e dei partiti. Senza farlo si scambiano gli effetti per le cause. E si pensano e sognano rimedi che invece di risolvere i problemi li aggravano e li estremizzano. Senza riprendere una analisi che ho già fatto in più riprese mi limito qui a fare un esempio.

Quando Berlusconi vinse le elezioni nel 1994 la stragrande maggioranza delle persone di sinistra (sia quelle che lo erano perché non avevano smesso di essere contro il capitalismo sia quelle che credevano di esserlo pur condividendo tutte le menzogne ideologiche sulla fine della lotta di classe, sulle meravigliose sorti della globalizzazione, sulle privatizzazioni e così via) credettero che la colpa fosse delle TV di Mediaset. Secondo tutte queste persone milioni e milioni di elettori avevano bevuto le fandonie e le promesse demagogiche di Berlusconi propalate a mani basse dalle tv di proprietà dello stesso. Si illudevano, e molti si illudono ancora oggi, che bastasse riportare il paese alla “normalità” con una legge sul conflitto di interessi e con una controffensiva sulle tv della RAI, affinché il popolo si accorgesse che Berlusconi era solo una escrescenza, un incidente di percorso.

Vediamo se è vero.

Per più di un decennio il sindacato era passato di sconfitta in sconfitta, le condizioni di vita dei lavoratori dipendenti erano peggiorate, chi lottava lo faceva in modo isolato e nella più completa solitudine, era cresciuta enormemente l’incertezza e l’insicurezza sociale, i partiti erano degenerati ed intenti, come aveva già denunciato Berlinguer, ad occupare ogni spazio al solo fine di coltivare interessi privati a scapito di quelli pubblici, lo stesso PCI aveva abdicato alla propria funzione e si era sciolto per dare vita ad un partito identico agli altri. E ancora, c’erano tutte le avvisaglie di una scomposizione del paese fra zone ricche e zone povere, tipico prodotto della competizione assolutizzata dalla globalizzazione. Nelle zone ricche cresceva l’egoismo sociale, l’odio verso gli immigrati, e un patto corporativo fra lavoratori e imprenditori fondato sull’illusione che separandosi dal resto del paese si potesse meglio competere con le altre zone ricche del mondo e dell’Europa. Nelle zone povere cresceva il clientelismo e un blocco sociale includente la criminalità organizzata, oltre all’individualismo più sfrenato legato alla spartizione delle risorse pubbliche attraverso consorterie e cordate di ogni tipo.

Il famoso “pensiero unico” non era un decalogo, un dogma da imparare a memoria. Era niente altro che l’apparente oggettività della situazione. Del resto la caduta del muro di Berlino aveva convinto quasi tutti, tranne una minoranza abbastanza isolata, che il capitalismo era il migliore dei mondi possibili e che se c’erano problemi questi erano dovuti alla mancata “modernizzazione” del paese. E la “modernizzazione” non poteva che essere la rimozione dei “lacci e lacciuoli” che frenavano la capacità competitiva delle imprese e del paese. E non poteva che essere il passaggio dalla democrazia parlamentare della Costituzione, fondata sui partiti, alla democrazia maggioritaria, fondata sulla funzione del governo e sui leader. I partiti, già degenerati fino all’inverosimile e caduti definitivamente in disgrazia con tangentopoli, avevano già snaturato il sistema democratico, gestendo la cosa pubblica negli interessi delle imprese, delle finanziarie, delle società immobiliari e così via. Dovevano essere sostituiti da partiti di tipo nuovo. Leggeri e cioè privi di una ideologia capace di interpretare la realtà e di partorire un progetto complessivo per la società e per il paese. Possibilmente dotati di nomi e simboli “aideologici” e perfino “apolitici” o abbastanza generici da essere buoni per qualsiasi politica. Da quel momento la botanica, la fauna, il tifo calcistico e i nomi dei leader la faranno da padrone. Contenitori di interessi ed egoismi di ogni tipo, spesso in contraddizione fra loro, ma mediati dal miraggio del governo come unico fine e ragion d’essere del partito. Come ho già detto il grande inganno fu presentare i partiti della prima repubblica come i responsabili delle degenerazioni della società e non come le vittime, magari consapevoli e complici, delle degenerazioni del sistema economico e del modello sociale conseguente. Il maggioritario servì esattamente a coronare un progetto latente da sempre nella borghesia italiana. Eliminare le ragioni del conflitto di classe e sociale dalle istituzioni e trasformare la politica in un affare privato delle sue diverse fazioni, riducendo il popolo a spettatore e tifoso di uno dei suoi leader. Come negli USA.

Tutto questo l’aveva costruito Berlusconi abusando della sua posizione di predominio televisivo? Erano le tv che mandavano in onda certe trasmissioni a cambiare la testa della gente? La percezione che i partiti si occupassero degli affari dei loro amici e delle loro infinite competizioni elettorali, invece che dei problemi del paese era infondata?

Direi proprio di no.

Berlusconi approfittò banalmente della situazione che si era creata ed ebbe l’abilità di interpretarla coerentemente con il senso comune diffuso. Ovviamente le sue tv furono decisive, e lo poterono essere grazie ad una effettiva anomalia italiana creata a suon di corruzione con il sistema del duopolio televisivo e con la riduzione del servizio pubblico a competitore del privato sul suo terreno. Ma era una anomalia ben precedente a tangentopoli. Fondata sull’ormai inarrestabile primazia dell’impresa e soprattutto dei settori speculativi del capitale, che a questo scopo avevano corrotto pesantemente i partiti.

Una cosa è proporsi di cambiare il modo di pensare della gente ed un’altra è dire alla gente quel che vuole sentirsi dire.

Senza scomodare Gramsci e la sua analisi sulla formazione dello stato italiano, nel paese dei furbi, dei raccomandati e degli evasori, nel paese della cultura mafiosa, della borghesia eversiva mischiata con l’antistatalismo di stampo cattolico, nel paese dell’ipocrisia fatta legge, la sconfitta della battaglia del movimento operaio, per rifondare lo stato su basi diverse, persa con la controffensiva capitalistica degli anni 70 e seguenti, non poteva avere che esiti disastrosi.

Nell’Italia degli anni 80 e 90, del “facciamo soldi con i soldi” e del “gli operai sono in via di estinzione”, del “privato è sempre meglio del pubblico”, dei “sacrifici” imposti sempre agli stessi con l’applauso degli ex comunisti e dei sindacati, del “padroni a casa nostra”, del “dobbiamo competere sempre di più e meglio” e così via, c’è da meravigliarsi se vinse le elezioni l’imprenditore “fattosi da se”? Il “non politico di professione”? L’uomo che sapeva parlare di “sogni”? E che dirà sempre “fatemi lavorare” e ripeterà fino alla nausea la parola “comunisti” e “sinistra” per identificare ogni nefandezza?

Per quanta importanza si attribuisca alla potenza dei mass media, e io ne attribuisco molta, furono le mutazioni sociali e il senso comune affermatosi dentro di esse a permettere, favorire e amplificare il fenomeno Berlusconi. E a far assumere ai mass media un ruolo centrale nella politica italiana, sempre più spettacolarizzata.

Credere il contrario fu invece molto di moda fra le persone di “sinistra”.

Per quelle che pensavano che bisognasse avere un paese “normale” pensando agli USA, alle privatizzazioni, alle elezioni come mera scelta delle persone, alle guerre come “missioni di pace”, ai sacrifici dei lavoratori come “necessari”, alla precarietà come “flessibilità”, alle banche e finanziarie come motore dell’economia, alle imprese private come essenza dello sviluppo, al mercato come effettivo “regolatore” dell’economia ecc. era normale che fosse così. Berlusconi era solo una anomalia vergognosa e bastava rimuoverlo per far tornare tutto a posto. Tanto più pensavano questo tanto più sentivano di dover tifare contro Berlusconi e per quelli che si candidavano a governare nel nome di tutte quelle cose che credevano insieme a Berlusconi, ma in modo “normale”. Del resto se la globalizzazione era buona, le banche fattore di sviluppo, la produzione di beni materiali tendenzialmente da superare collocandola nei paesi poveri (per garantire anche a loro, poveretti, un po’ di sviluppo!), le guerre erano umanitarie, il privato sempre efficiente, e Berlusconi pensava e diceva esattamente le stesse cose, su cosa si doveva incentrare lo scontro e la polemica? Conflitto di interessi, procedimenti penali, alleanza con un partito razzista e secessionista come la Lega, sdoganamento del MSI, demagogia e dulcis in fundo: impresentabilità. Cioè sempre e solo su cose secondarie e spesso vissute come innovazione effettiva e politica di tipo nuovo da parte della maggioranza degli elettori. È fin troppo evidente che non basta cambiare nome ad un partito o dichiararsi non comunisti per poter competere con chi si dice fieramente anticomunista e ti accusa perfino di continuare ad esserlo senza dirlo. È fin troppo evidente che non si può essere, dopo aver sposato ogni tesi revisionista sulla resistenza, contemporaneamente per il maggioritario e pretendere che il proprio avversario non si allei con i partiti post fascisti e secessionisti di destra. Altrettanto evidente è che si ha un’arma spuntata se si criticano le TV di Berlusconi e poi i propri uomini nella RAI trasformano la tv pubblica in una brutta copia delle tv dell’avversario per inseguire l’audience. Se si fa a gara per ingraziarsi la Confindustria dichiarandosi veramente liberisti e criticando Berlusconi per non esserlo abbastanza. Se si specula sui processi a Berlusconi e contemporaneamente si incensano personaggi come Andreotti, anche sperando che l’avversario sia sconfitto per le vicende processuali e non perché si sono convinti i suoi elettori a cambiare idea.

Esagero? Non credo.

Infatti a suo tempo ci fu la prova provata che quanto dico è difficilmente contestabile.

Il primo governo Berlusconi andò in crisi sulle pensioni. Il ministro del tesoro Dini, già uomo del FMI e della Banca d’Italia, attaccò violentemente il sistema pensionistico. L’opposizione tuonò e i sindacati scesero in lotta duramente. Il blocco sociale ed elettorale di Barlusconi traballò, soprattutto per effetto della Lega, che infatti alla fine tolse la fiducia al governo.

La logica, perfino la perversa logica del maggioritario, avrebbe voluto che l’opposizione chiedesse nuove elezioni, “bastonando il can che annega”. Berlusconi era in forte calo dei consensi, ovviamente. E la Lega non avrebbe rifatto l’alleanza con Forza Italia. Alleanza nazionale non avrebbe facilmente convinto la propria base elettorale a sostenere un governo che voleva farla lavorare più a lungo per avere una pensione inferiore. Dopo quel che l’opposizione tutta aveva detto in parlamento e dopo gli scioperi e le lotte sindacali non era impossibile vincere le elezioni su quelle basi.

Cosa avvenne, al contrario?

Il “massacratore sociale” Dini divenne un ottimo candidato a sostituire Berlusconi, invece delle elezioni che con il maggioritario “finalmente permettevano al popolo di scegliersi il governo” ci fu una maggioranza trasversale dalla Lega al PDS sostenuta perfino dalla scissione del PRC dei “comunisti unitari” (sic), e alla fine Dini varò la stessa controriforma pensionistica (solo appena più allungata nel tempo) con il silenzio complice dei sindacati, che diedero così una grandissima prova della loro autonomia.

Insomma, se era nel modello sociale il problema da risolvere per far tornare alla sinistra un consenso sufficiente a tentare di cambiare il paese tutto si doveva e poteva fare tranne che accettare come necessaria e oggettiva una controriforma delle pensioni che avrebbe ulteriormente mortificato e diviso il mondo del lavoro, posto le premesse per la precarizzazione e santificato il primato dell’economia sulla politica. Se, invece, il problema era la presentabilità di Berlusconi ci si poteva tranquillamente alleare anche con la forza definita razzista nel sostenere un governo presieduto dal ministro contro il quale solo pochi giorni prima si era scioperato.

In altre parole Davos, il FMI, la Banca Centrale Europea, il WTO, le banche e il capitale finanziario, la Confindustria, i guru liberisti indicavano la politica economica e il modello sociale da implementare e la politica si doveva occupare delle trame, delle manovre, dei ribaltoni, della ricerca e promozione dei leader, del “marketing” elettorale, della costruzione di contenitori e di coalizioni, della gestione delle rispettive tifoserie.

Come è noto chi tentò, e parlo del PRC, di immettere nel dibattito politico contenuti di sinistra e di sostenere che il governo del paese dovesse produrre provvedimenti tali da orientare le scelte economiche e cambiare il modello sociale veniva descritto e trattato come “estremista e massimalista” e/o come utile idiota al servizio di Barlusconi. Chiedere al governo Prodi un piano per mettere in sicurezza il territorio nazionale devastato sempre più da terremoti e alluvioni, chiedere i libri di testo gratuiti nella scuola dell’obbligo, chiedere la riduzione dell’orario di lavoro e di non privatizzare ulteriormente e così via era “massimalismo” ed “estremismo”. Insistere su queste cose sostenendo che il centrosinistra non doveva e non poteva fare le stesse cose della destra sui fondamentali era “favorire” Berlusconi.

Non ripercorrerò qui le vicende dell’epoca. Non sono l’oggetto di questo scritto e rischierebbero di farci andare fuori dal seminato. Ho fatto questo accenno al solo scopo di dimostrare che in quegli anni si produce un ulteriore e peggiorativa separazione della politica dai problemi reali del paese e che qualsiasi intento di ricucire quello strappo veniva digerito e risputato dal sistema sottoforma di meccanismo politicista interno al gioco delle parti fra i due poli che si contendevano il governo dell’esistente.

In tutto questo avevano, ed oggi hanno ancora di più, una funzione essenziale i mass media.

Come abbiamo già ricordato nella “prima repubblica” i segretari dei partiti erano segretari. Alcuni erano anche leader ma questo era il prodotto della loro popolarità conquistata in coerenza con l’ideologia e gli obiettivi dei loro partiti. Le principali trasmissioni politiche erano le tribune politiche della RAI. Erano bandite le interruzioni, gli insulti, le grida, e i giornalisti che le conducevano coordinavano le domande dei loro colleghi giornalisti o gli interventi degli esponenti dei diversi partiti. Non mancavano le domande insidiose, maliziose, fortemente critiche. L’oggetto delle trasmissioni erano le proposte, le posizioni e anche le polemiche conseguenti. Nelle campagne elettorali tutti i partiti che si presentavano avevano lo stesso spazio, anche se in tempi diversi tenendo conto della dimensione dei partiti nelle precedenti elezioni. In altre parole la conferenza stampa del segretario nella campagna elettorale cominciava con il partito più piccolo e finiva col più grande. Lo stesso dicasi per l’ultimo appello al voto l’ultimo giorno della campagna.

Già negli anni 80, sebbene le tribune politiche ed elettorali televisive fossero largamente prevalenti per la formazione delle intenzioni di voto, iniziarono le trasmissioni mirate a mostrare il “lato privato” dei politici. I “politici” avevano hobbies, erano tifosi di una squadra di calcio, sapevano raccontare barzellette, cantare, ballare! Certe interviste, magari in maniche di camicia per fare più “americano”, erano palesemente apologetiche del personaggio e delle sue imprese politiche. Certe “campagne”, come quella condotta dal PSI contro il PCI e la sua storia, trovavano alla RAI e Mediaset collaborazione totale con messa in onda di “documentari” e “inchieste” compiacenti. Cominciarono a prodursi su Mediaset i talk show che si occupavano di politica. Dove il conduttore assegnava il ruolo che voleva lui ai politici di turno. Era il conduttore a scegliere chi invitare, e un partito non poteva sostituire l’invitato con un altro esponente, perché il conduttore se l’era scelto come un regista sceglie l’attore al quale far interpretare una parte. Spesso il conduttore provocava, assecondava e comunque permetteva battibecchi, insulti, urla, minacce. Vuoi mettere la noia di un segretario di partito che cerca di spiegare una posizione sulla politica industriale ed energetica del paese o su un fatto di politica estera rispetto a due o tre scamiciati che si insultano, urlano e che si rinfacciano le responsabilità per le peggiori cose che succedono nel paese? L’audience detta legge ed è evidente che le risse la fanno alzare. Inoltre il conduttore in realtà promuove lui gli esponenti dei partiti che più gli piacciono, o per le loro posizioni o banalmente perché fanno più spettacolo. Con il sistema bipolare, poi, succede che ogni discussione nella maggioranza di governo, fisiologica in ampie coalizioni prodotte proprio dal maggioritario, diventi una guerra nucleare massmediatica. I contenuti della discussione si perdono subito per strada perché quel che conta sono le dietrologie, le mosse, le minacce, i ricatti. Giacché ogni contenuto relativo ad una divergenza potrebbe sboccare in una crisi di governo e giacché la media dei conduttori e dei giornalisti che si occupano di politica di quel contenuto non sanno un bel niente, molti di costoro presentano il contenuto come un pretesto che nasconde mire elettoralistiche, invidie e cattive relazioni fra i leader. Che di queste cose loro si che se ne intendono! E via con le indiscrezioni, le ricostruzioni di incontri privati e di riunioni di partito, con le dichiarazioni sulle agenzie di stampa fatte su altre dichiarazioni a loro volta fatte su altre dichiarazioni ancora. In poco tempo del contenuto su cui è nata la discussione non parla più nessuno e lo spettacolo dei politici litigiosi che litigano fra loro invece di preoccuparsi dei problemi del paese (e cioè dei contenuti) è assicurato. Quando i leader parlano, magari ad una riunione facendo un lungo intervento, in tempo reale appaiono loro frasi totalmente decontestualizzate sulle agenzie e si scatenano polemiche infinite. Saranno quelle polemiche ad essere al centro del talk show serale di turno. E spesso i leader annunciano e inventano la mossa direttamente nei talk show. Con buona pace del loro partito che discuterà della mossa a posteriori. Ma lo stesso vale per chi ha invece discusso, magari molto a lungo, e votato in una riunione con centinaia di dirigenti. Il leader espone una posizione davanti a milioni di telespettatori ed è come se quella posizione fosse la sua personale. Come se l’avesse inventata al momento. Gli elettori e spesso gli stessi iscritti del partito di quel leader credono anch’essi che l’annuncio di una mossa o di una posizione sia farina del sacco del leader e ne discutono esattamente come si discute di cosa fa il ct della nazionale o l’allenatore della propria squadra del cuore. C’è un effetto concreto del maggioritario e del sistema massmediatico, che pensa all’audience invece che all’informazione, sulla natura dei partiti e soprattutto sul peso dei loro leader. Perfino per quei partiti che sono organizzati ed hanno una vita democratica. Perché gli elettori e perfino gli iscritti di quel partito sono ormai abituati dall’andazzo a non leggere la propria stampa, i documenti del proprio partito, ad applicare dietrologie a tutto, a fare infinti processi alle intenzioni, a tifare pro o contro il proprio stesso leader. Se la politica è spettacolo i partiti, e all’interno dei partiti i vari personaggi, ogni giorno devono inventarsi qualcosa per essere ripresi dalle agenzie, per essere invitati da un conduttore, per non essere velocemente dimenticati. Così tutto diventa un rumore di fondo nel quale è impossibile distinguere una cosa seria e una vera proposta dal coro cacofonico imperante.

Potrei continuare anche su questo molto a lungo. Ma credo sia sufficiente per dimostrare che oltre a non informare su un bel niente i talk show e i politologi sulla carta stampata hanno moltiplicato e ampliato enormemente la degenerazione dei partiti e soprattutto la separazione della politica dalla società. Ovviamente non si tratta di un caso. Ma nemmeno di un disegno o di un complotto. È l’effetto, certo assecondato e implementato, di quel processo oggettivo di cui abbiamo parlato più sopra. La “politica” non si occupa più di avere progetti economici, sociali e culturali veramente alternativi fra loro. La sinistra che lo fa deve scontare di non essere compresa, di vedere deformate le proprie posizioni secondo la perversa logica maggioritaria, ed ha sempre meno spazio. Come nella società consumistica ed individualistica imperante ciò che conta non è essere, bensì apparire. La politica spettacolo è l’apoteosi di tutto questo.

Ma prima di parlare della passivizzazione della società e specificatamente del ruolo dei talk show (soprattutto quelli ostili a Berlusconi) nella implementazione della stessa, voglio fare un esempio concreto che dimostra che la descrizione che ho fatto testé delle degenerazioni nei partiti e della percezione che la cittadinanza ha dei partiti prodotta dal maggioritario e dai mass media è fedele alla realtà. E se non lo è del tutto lo è per difetto e non per eccesso critico.

Al tempo del primo governo Prodi, che noi del PRC appoggiavamo dall’esterno prima della famosa rottura, arrivò in parlamento la ratifica del trattato internazionale relativo all’allargamento della NATO a Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Va detto che la ratifica del trattato da parte del parlamento era esiziale per il progetto di allargamento della NATO. Si trattava cioè di una decisione cogente, essendo il parlamento totalmente sovrano sul merito della decisione.

Noi eravamo contrari. Tutti gli altri partiti (tranne la Lega) favorevoli. In un parlamento eletto proporzionalmente tutto si sarebbe risolto come una questione di pura routine. Ma la destra denunciò il fatto che la maggioranza non disponeva di una linea di politica estera unitaria e dei voti autosufficienti per implementarla. E minacciò di votare contro per fare cadere il governo. Conseguentemente la nostra posizione divenne vitale per il governo. Noi tenemmo la posizione. Ne discutemmo in segreteria, in direzione del partito, nel comitato politico nazionale e nei gruppi parlamentari. La posizione fu unanime. Non c’erano alternative ne possibili compromessi di nessun genere. Ma sapevamo anche che su quel tema la destra stava facendo un bluff di enormi proporzioni. Avrebbe si fatto cadere il governo, ma al prezzo di far saltare per anni l’allargamento della NATO, dimostrandosi così inaffidabile per il governo USA e per gli altri governi di destra europei. Nelle settimane che precedettero il voto ne successero di tutti i colori. Ed ovviamente i mass media si guardarono bene dal parlare del merito di cosa fosse realmente diventata la NATO, di cosa volesse dire allargarla ad est e quale politica militare ed estera fosse in gioco per l’Italia. Anche perché, tranne qualche eccezione, ad occuparsi per i giornali della vicenda non erano i redattori di politica estera bensì quelli di politica interna, e quasi nessuno di questi ultimi (posso dirlo sulla base delle mie molteplici conversazioni con loro) non sapevano che la NATO funzionava con il metodo del consenso e non a maggioranza, non conoscevano il suo Statuto, credevano che fosse stata istituita in risposta al Patto di Varsavia e non viceversa e così via. Per loro l’unico tema su cui scrivere e intervistare era relativo alla caduta del governo o meno. In quel trambusto a me, che mi occupavo in prima persona della faccenda, capitarono due cose. Che racconto perché altamente esemplificative, derogando alla regola che mi sono autoimposto di parlare il meno possibile delle mie esperienze personali.

La prima. Un altissimo dirigente del PDS mi fece il seguente ragionamento: se la destra pur essendo favorevole all’allargamento della NATO votasse contro per far cadere il governo voi potreste neutralizzare questa manovra, dichiarando di essere contro ed elencando tutti i motivi della vostra contrarietà, ma votando alla fine a favore per salvare il governo. Gli risposi che mi sembrava matto e che mi meravigliavo che considerasse normale anche la sola idea che i favorevoli ad una cosa potessero votare contro e viceversa.

La seconda. In una delle sedute preliminari al voto in commissione esteri, alla presenza del ministro degli esteri Dini, dissi chiaro e tondo che noi avremmo votato contro sia in commissione sia in aula. Che non c’erano mediazioni possibili di nessun tipo. All’uscita della seduta rilasciai dichiarazioni a tutte le agenzie di stampa e interviste a tutti i TG. Quella sera e il giorno seguente sulle Tv e sulla stampa l’annuncio che avevo fatto era nelle aperture con grande rilievo. Due giorni dopo la seduta della commissione sul Manifesto uscì un articolo nel quale si diceva che il PRC “aveva messo la sordina sulla questione della NATO” per non disturbare troppo il governo. Strabuzzai gli occhi leggendolo. Mi sembrava impossibile che il redattore (che per altro stimavo molto per le sue posizioni) non si fosse accorto che era successo esattamente il contrario. Gli telefonai e gentilmente gli chiesi conto di quanto aveva scritto, elencandogli le testate e i TG che avevano scritto e detto che il PRC si apprestava a far cadere il governo sulla NATO. Lui mi ripose, lasciandomi a bocca aperta, che aveva visto tutto ma che siccome ero stato io a parlare e non Bertinotti era sicuro che questo avrebbe portato ad un qualche aggiustamento dell’ultimo minuto gestito da Bertinotti in prima persona. Esternai il mio stupore e disaccordo e gli chiesi almeno di pubblicare un mio articolo sul merito della questione e non in risposta al suo. Mi disse di si. Inviai l’articolo, ma non venne mai pubblicato. Ovviamente noi votammo contro e la destra fece passare l’allargamento della NATO.

Chiunque voglia dilettarsi a leggere (ed è una lettura altamente istruttiva) le dichiarazioni di voto finali sull’allargamento della NATO in oggetto lo può fare seguendo questo link:

http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/framedinam.asp?sedpag=sed377/s000r.htm

la mia dichiarazione è a pagina 43 dello stenografico.

Ecco! Come si vede i contenuti spariscono alla velocità della luce. Centrodestra e centrosinistra si dimostrano pronti a imbrogliare le carte fino al paradosso, perché il maggioritario partorisce in Italia coalizioni eterodosse ma poi pretende per la sua stessa logica che si comportino come partiti ultracompatti. Giornali e Tv non informano sulla natura della decisione da prendere, sull’oggetto della stessa e sui meccanismi democratici che presiedono alla decisione stessa, bensì sugli effetti di un voto trasfigurandolo in una specie di voto di fiducia sul governo. Le decisioni e le posizioni dei partiti, che bisognerebbe perlomeno leggere per poter informare lettori e telespettatori, non esistono, non contano. Qual che conta è la dietrologia, il processo alle intenzioni, la polemica di politica interna. Se una cosa non la dice il leader di Rifondazione, bensì il responsabile esteri del partito, gatta ci cova perfino per Il Manifesto! Figuriamoci per i talk show e per gli altri giornali.

 

Continua…

 

ramon mantovani

Ora la Libia è sul mercato

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto, 2011 by ramon mantovani

La guerra in Libia sta concludendosi? Pare di si. O forse no, perché le guerre civili non si concludono facilmente. Ma il bilancio, provvisorio, di questa guerra sembra abbastanza chiaro. Almeno per chi ha occhi per vedere e non ha mandato il cervello all’ammasso. Nessuna delle menzogne, dei falsi pretesti e delle suggestioni abilmente propalate dal sistema di disinformazione e di manipolazione delle opinioni pubbliche mondiali ha resistito alla prova dei fatti. Nessun principio e nessuna legge del diritto internazionale è stata rispettata. In Libia c’era e c’è senza ombra di dubbio un regime oligarchico, per non dire familiare, oppressivo e per molti aspetti grottesco. Ma si possono citare almeno una decina di altri paesi retti da regimi simili, che hanno recentemente represso nel sangue rivolte popolari, considerati “amici” dell’occidente, alcuni dei quali hanno perfino partecipato alla “protezione dei civili” in Libia. In Libia non c’è stata, come in Tunisia e in Egitto, una rivolta popolare spontanea provocata dalla crisi bensì un’insurrezione a base territoriale (quanto ispirata e fomentata da potenze straniere e da un parte dello stesso regime libico si vedrà presto) guidata dall’ex ministro della giustizia di Gheddafi e da un tale Mahmud Jibril. Quest’ultimo, poco prima della “ribellione” aveva dovuto dimettersi dall’incarico di responsabile della politica economica del governo di Gheddafi, in quanto le sue proposte di liberalizzazioni e privatizzazioni erano state bocciate. Se Gheddafi le avesse accettate ci sarebbe stata la guerra? Oggi Jibril è il capo del governo provvisorio dei “ribelli”. E’ indaffarato, più che a combattere, a girare per il mondo trattando sulle liberalizzazioni e privatizzazioni che il regime libico aveva scartato. Solo un’illegale risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (illegale in quanto l’ONU non può promuovere alcuna azione militare senza aver prima esplorato ogni iniziativa politica e diplomatica) e solo la violazione della stessa risoluzione ONU (violazione perché prevedeva che nessuna arma avrebbe potuto essere fornita sia al governo sia ai “ribelli” ed escludeva ogni azione atta a rimuovere Gheddafi dal potere), insieme all’intervento della NATO come aviazione di una delle parti in causa, hanno prodotto la sconfitta di una parte del regime ad opera di un’altra parte del regime. I morti civili, la distruzione delle infrastrutture del paese e l’esodo di centinaia di migliaia di immigrati in Libia da altri paesi africani, sono stati considerati un prezzo da pagare ben volentieri per mettere le mani sul petrolio libico e per smantellare l’ottimo welfare pubblico che ai libici garantiva lavoro, sanità, istruzione e abitazioni. Senza dimenticare l’obiettivo politico del rilancio ulteriore della NATO come gendarme del mondo e della trasformazione dell’ONU in notaio delle decisioni dei paesi ricchi (con mormorii senza uso del potere di veto di Russia e Cina). Eccolo il bel multilateralismo di Obama! E degli europei, tra i quali gli apologeti più convinti di ogni distruzione del diritto internazionale, delle guerre umanitarie e dello strapotere della NATO sono gli esponenti del Partito Socialista Europeo e in Italia del PD e della corte dei pennivendoli tanto ostili a Berlusconi quanto guerrafondai. Come fu ai bei tempi della guerra del Kosovo, anche quella condotta come aviazione di una parte contro l’altra, presentata come difesa umanitaria dei civili. Multilateralismo per fare la guerra allo scopo di spartirsi il bottino. Costituito da contratti sul petrolio ben più vantaggiosi per le multinazionali di quelli attuali e da usare come antidoto alla politica petrolifera del Venezuela, dell’OPEC e dei paesi dell’ALBA. Costituito da sicuri investimenti (con relative delocalizzazioni in Italia ed Europa) in tutti i settori economici fino ad ora pubblici per l’orda famelica delle imprese europee. Le stesse che a migliaia hanno saccheggiato Tunisia ed Egitto negli ultimi due decenni. Multilateralismo che vacillerà, come del resto era incerto all’inizio di questa pessima storia quando USA, Francia e Germania avevano posizioni diverse, appena il signor Jibril dovrà “decidere” quali compagnie petrolifere dovranno godere di più, a cominciare dall’ENI. Nelle prossime ore, giorni e settimane si riuniranno i vertici politici della NATO e del Gruppo di Contatto. In quelle sedi si misureranno i rapporti di forza interni al multilateralismo, e il peso delle bombe sganciate da ognuno acquisterà un peso politico. Probabilmente la guerra civile libica continuerà in altre forme, e basterà etichettare i seguaci di Gheddafi come terroristi per giustificare ogni tipo di repressione. Poi l’ONU ratificherà e metterà un timbro. Come è dovere dei notai. Infine, va pur detto che fra le vittime di questa guerra c’è il movimento pacifista. Travolto dalle truppe dei manipolatori dell’opinione pubblica e in parte arruolato nei corpi scelti d’elite dei guerrafondai umanitari.

Che riposi in pace!

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 25 agosto 2011

La guerra continua. Lo spettacolo continua.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 9 maggio, 2011 by ramon mantovani

La tempesta nel bicchiere della politica spettacolo italiana sulla partecipazione italiana ai bombardamenti della Libia dimostra due cose inequivocabili. 1) è tutto falso, dalla A alla Z, e fondato su due equivoci cinicamente costruiti ed utilizzati per fingere di essere contro i bombardamenti e la guerra e/o per criticare il governo accusandolo di non essere abbastanza guerrafondaio. 2) il sistema dei mass media è asservito e complice, ed opera per nascondere la verità e per disinformare i cittadini.

Esagero? Vediamo se è vero ciò che sostengo.

I due “equivoci” sono i seguenti.

a) le due risoluzioni ONU, approvate in evidente violazione dello Statuto, definiscono “civili” le truppe armate di una delle due fazioni in lotta nella guerra civile in corso in Libia, conseguentemente trasformano la missione militare aerea nell’aviazione di una parte contro l’altra. La vittoria di una delle due parti, e non la protezione dei civili (basti dire che i civili uccisi dalle bombe alleate e dagli insorti sono considerati effetti collaterali), è il vero ed unico obiettivo della missione. Tutte le mozioni discusse in parlamento nei giorni scorsi (compresa quella dell’Italia dei Valori) invocano l’applicazione delle risoluzioni ONU (soprattutto quella numero 1973 che, al contrario della precedente, autorizza la fornitura di armi ad una delle parti in lotta). Eppure c’è chi ha tuonato contro i bombardamenti (Lega ed IDV) vuoi chiedendone un termine temporale (Lega), vuoi chiedendo che l’Italia non partecipi agli stessi (IdV) pur continuando ad inibire le difese dell’esercito libico (Lega ed IdV). Ma se si è d’accordo con le risoluzioni ONU e con i loro obiettivi è abbastanza arduo sostenere che il tal giorno alla tal ora si smette di proteggere i “civili”. Ma se si è contro i bombardamenti è difficile sostenere che chi tiene fermo l’aggredito (con l’inibizione elettronica delle difese aeree) ha una responsabilità diversa da chi gli spara un colpo in testa. O no?

Inoltre, come se non bastasse, si è tirata in ballo la NATO. La NATO, e questo è il secondo equivoco, “dovrà tener conto di questa decisione del parlamento italiano” ha detto la Lega. Ovviamente il Segretario Generale della NATO a domanda ha risposto che non è possibile prevedere una data per la fine della missione. Banalmente perché la decisione presa all’unanimità da tutti i governi dei paesi membri della NATO non lo prevede. Dov’è l’equivoco su cui si gioca? Si fa finta che la NATO decida a maggioranza o che un governo possa porre un problema e la NATO rispondere. Ma questo sarebbe in aperto contrasto con lo statuto della NATO ed anche con la sua natura di alleanza militare. Perché ogni decisione della NATO deve essere presa all’unanimità. E la “previsione” di Frattini sulla conclusione della guerra in poche settimane è una pura opinione priva di qualsiasi valore istituzionale.

Se le cose stanno così, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, è evidente che la baraonda degli scorsi giorni è solo una triste finta, un imbroglio fatto sulla pelle dei morti prodotti dalla guerra ed anche dei soldati italiani che governo e parlamento mandano a sorvolare i cieli libici. Chi si è dichiarato contro i bombardamenti e la guerra doveva scrivere ben chiaro di non condividere le risoluzioni ONU. Chi ha detto di avere la stessa posizione della Germania doveva scrivere che pur accettando la guerra e i suoi obiettivi, come ha fatto la Germania in sede NATO, le proprie forze armate non partecipavano agli operativi militari. Il resto sono chiacchiere. Che il PD, poi, tenti di criticare il governo accusandolo di essere incerto sulla guerra allo scopo di apparire più affidabile agli occhi del padrone USA, è solo la dimostrazione di dove il cancro bipolarista abbia condotto la politica italiana. Ma è anche un terribile autogol giacché con una simile critica il PD finisce perfino per fare un regalo al governo. Che agli occhi degli italiani dubbiosi e/o contrari alla guerra, appare più sensibile agli umori profondi dell’opinione pubblica senza esserlo affatto giacché la imbroglia deliberatamente.

Come mai nessun grande giornale o telegiornale (figuriamoci i talk show!) ha sentito il bisogno di spiegare, per fare solo un esempio, che la NATO ha uno statuto e che dire “la Nato dovrà tener conto…” è semplicemente paradossale? Come mai l’esercito di dietrologi, esperti e commentatori strapagati non hanno saputo vedere un imbroglio che uno studente di scienze politiche, una volta dato l’esame sul diritto internazionale studiando gli statuti dell’ONU e della NATO, avrebbe visto immediatamente?

Per ignoranza e/o per complicità. Ed anche perché oltre alla politica spettacolo abbiamo l’informazione spettacolo.

Entrambe incompatibili con la democrazia e la libertà.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 7 maggio 2011

L’ONU e le bombe

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo, 2011 by ramon mantovani

Mi riconosco completamente nelle posizioni espresse negli articoli di fondo e di commento pubblicati nelle ultime settimane su Liberazione circa la vicenda libica. Non ripeterò, quindi, i giudizi articolati sui diversi regimi investiti dalle rivolte popolari. Come non ribadirò il senso delle diverse motivazioni che militano contro l’intervento militare guerrafondaio in corso in Libia. Mi interessa, invece, mettere in evidenza un punto controverso (forse il più controverso) della questione pace-guerra oggi. Si tratta della presunta legittimazione che l’ONU avrebbe la facoltà di concedere ad intraprese militari del tutto assimilabili alla guerra, ancorché condotte con i moderni strumenti militari che permettono alle potenze occidentali di condurre la guerra dal cielo senza subire perdite, e trasformando una delle fazioni in lotta nelle proprie truppe di terra.

Non c’è telegiornale o talk show, non c’è pensoso commentatore ed “esperto di politica internazionale” o di “politica militare”, tranne qualche mosca bianca generalmente censurata, che non dica o scriva che le Nazioni Unite hanno autorizzato…, hanno legittimato…, hanno deciso…, e così via. Come qualcuno dovrebbe pur ricordare la guerra contro la Repubblica Federale Yugolslava del 99 non fu nemmeno discussa in sede di Consiglio di Sicurezza ONU e l’allora Segretario Generale lamentò di non essere nemmeno stato informato dell’inizio dei bombardamenti. Fu, invece, il G7 allargato alla Russia a decidere, pur essendo un puro incontro informale non retto da alcun trattato internazionale, la fine del conflitto. Come qualcuno dovrebbe ricordare sul precedente conflitto bosniaco l’ONU esercitò la propria funzione predisponendo una missione militare d’interposizione allo scopo di impedire la continuazione del conflitto armato. Peccato che non disponendo di propri strumenti militari, per altro previsti fin dal 1945 nell’articolo 43 dello Statuto ma mai organizzati a causa della guerra fredda, dovette ricorrere al buon cuore di paesi volontari ed organizzò una forza di circa 5000 unità invece delle 60.000 considerate necessarie. Così i baschi blu dell’ONU nulla poterono contro le diverse pulizie etniche fino all’intervento della NATO, che venne fatto esattamente dai paesi che si erano rifiutati di mettere a disposizione dell’ONU le truppe necessarie affinché la missione di interposizione avesse successo. Senza ricordare questi due precedenti è difficile capire cosa stia succedendo oggi in Libia, giacché si tratta di un caso analogo a quello della Repubblica Federale Yogoslava. Analogo perché si tratta di un paese membro dell’ONU, dilaniato da una guerra civile interna. E l’analogia finisce qui. Anche se distingue inequivocabilmente questa fattispecie di casi da quelli dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Lasciamo perdere i “motivi umanitari” ai quali credono solo gli ipocriti e cinici complici degli obiettivi neocoloniali conclamati delle potenze occidentali. Stiamo sul punto della funzione dell’ONU e sulla sua presunta facoltà di legittimare e autorizzare intraprese militari di parte.

Di fronte alle tragedie umanitarie prodotte da un conflitto armato che sia in grado di minacciare la pace a livello internazionale, senza entrare nello specifico della situazione libica, cosa dovrebbe fare l’ONU?

In più articoli dello Statuto si parla chiarissimo. Non ho qui lo spazio per citare lo Statuto (ne consiglio però una ri-lettura periodica come per la Costituzione Italiana). Ma non temo smentite se affermo che è improntato alla soluzione negoziale e diplomatica di ogni conflitto, all’idea di riduzione drastica degli apparati e delle spese militari ed alla ricerca di soluzioni collettive e concordate dei conflitti. Ovviamente lo Statuto prevede anche interventi militari, ma solo nel caso falliscano tutte le azioni non militari (previste negli articoli 40 e 41).

Chiunque può giudicare se l’ONU abbia o meno esperito tutti i tentativi che il suo statuto prevede per mettere fine ad un conflitto nle caso della Libia. Eppure ci sono state proposte per esercitare una funzione di mediazione, proposte per avviare un negoziato. Tutte volutamente ignorate sia dai ribelli anti-Gheddafi sia dalle potenze occidentali. E fin qui è normale e sembra la copia esatta della vicenda kosovara. Ma sono state ignorate anche dal Segretario Generale dell’ONU! Che però, per questo, è venuto meno ad un suo preciso compito statutario. A nulla vale dire che bombardare una parte in lotta in una guerra civile è una azione in difesa dei civili, come ha fatto Ban Ki-moon. È un grottesco aggiramento e svuotamento dello Statuto dell’ONU.

In altre parole la risoluzione del Consiglio di Sicurezza è illegittimo, ed anche ove la colpevole astensione di Cina e Russia, che solo ora sembrano accorgersi della vera natura guerrafondaia della risoluzione (sic), lo abbia reso apparentemente legittimo, è più che criticabile. E non giustifica in nessun  modo l’atteggiamento di chi, governo od opposizione che sia, vorrebbe venderlo come oro colato indiscutibile.

Ma c’è di più.

Anche questa vicenda dimostra che è assurdo, sempre che i principi e il diritto internazionale abbiano un valore, che dopo ventidue anni dalla fine della guerra fredda l’ONU non disponga di una propria forza militare permanente per esercitare la funzione di polizia internazionale, come previsto dall’articolo 43 del suo Statuto.

Rimanendo nel regime “transitorio” per cui il Consiglio di Sicurezza deve “autorizzare” missioni di paesi “volonterosi”, spiegato se non giustificato dall’equilibrio della guerra fredda, si codifica e cristallizza il monopolio occidentale (leggi soprattutto NATO) dell’uso della forza militare.

Mi si scuserà la sommarietà del paragone, ma è come dire che uno stato emana leggi ma non avendo una polizia ai propri ordini, deve affidarsi alle polizie private dei più potenti cittadini, per farle rispettare. Ci saranno leggi per cui si troverà la polizia ed altre che rimarranno inapplicate per mancanza della forza necessaria. Ed è esattamente ciò che succede nel mondo.

Tutti quelli che si dichiarano difensori dei diritti umani, preoccupati per le crisi umanitarie, desiderosi di promuovere la democrazia in ogni dove, e che fanno finta di non sapere queste cose o, peggio ancora, le ignorano, accettando l’idea che lo Statuto dell’ONU sia una variabile dipendente dagli interessi dei paesi più armati e più potenti non è solo ipocrita. È complice e servo della dittatura “occidentale” che trascina il mondo nella catastrofe e che uccide lentamente le Nazioni Unite riducendole sempre più a “notaio” delle proprie decisioni.

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 23 marzo 2011