Archivio per globalizzazione

il PIL

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , on 26 dicembre, 2004 by ramon mantovani

Il Prodotto Interno Lordo una volta misurava bene la crescita dell’economia nazionale. Oggi rischia di essere un indicatore bugiardo e fuorviante. Un esempio per tutti molto di moda: la Cina. Qualsiasi quotidiano economico esalta la crescita del PIL della Cina. Negli ultimi dieci anni una media del 9%. Se la crescita fosse dovuta ad un autosviluppo tutto ciò, oltre che sorprendente sarebbe enormemente benefico per la società cinese, anche da un punto di vista capitalistico. Ma le cose non stanno così. Bisogna sapere che piú del 65% di questa crescita è realizzata dalle produzioni conseguenti agli investimenti stranieri. Analogamente più del 65% delle esportazioni cinesi sono costituite da merci prodotte da investimenti stranieri. Investimenti che sono stati attratti da salari bassissimi e da defiscalizzazioni totali o consistenti garantite per decenni. Le merci prodotte in Cina sono destinate ad altri mercati che possono raggiungere senza pagare dazi in conseguenza degli accordi WTO. Il risultato è che in Cina restano piccole briciole di quel grande aumento del PIL in nessun modo sufficienti per alimentare una qualsiasi redistribuzione della ricchezza. Per giunta le aziende pubbliche cinesi che si sono trovate a dover competere con imprese straniere anche sul mercato interno, hanno dovuto procedere alla ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro licenziando decine di milioni di lavoratori i quali, sia detto per inciso, con il posto hanno perso anche assistenza sanitaria, casa e istruzione per i figli, visto che queste tutele sono garantite dalle imprese pubbliche e non direttamente dallo stato. D’altro canto è vero che in Cina il 7 o 8 % della popolazione si è arricchita, e non di poco. E il sette o l’otto per cento di ricchi consumatori in Cina vuol dire un centinaio di milioni di acquirenti di beni di lusso durevoli ed effimeri. Un vero boom economico. Peccato che decine di milioni di lavoratori industriali e centinaia di milioni di contadini hanno visto peggiorare enormemente le proprie condizioni di vita. Se tutto ciò è vero, ed è vero, non avremo affatto nel futuro una potenza economica concorrente con USA ed Europa, bensì un grande mercato integrato nella globalizzazione e controllato dal capitale multinazionale. E il governo cinese, che tutto ciò sa benissimo, ha cominciato a rispolverare il nazionalismo come unica risorsa per darsi autorevolezza e per tentare di tenere insieme un paese altrimenti destinato inesorabilmente alla disgregazione sociale ed anche territoriale. Per confutare, nell’economia globalizzata, il PIL come metro per giudicare il benessere economico e sociale avremmo potuto scegliere qualsiasi paese del sud o del nord del mondo. In ogni paese troviamo gli stessi problemi. Le cose sono andate così per molto tempo vanno così ancora oggi. Ma c’è una novità. Come si sa la economia globale da qualche tempio arranca. Le tempeste finanziarie sono fattori di grande instabilità e ci sarebbe stato bisogno di un rilancio di investimenti e di mobilitazione di capitali per uscire dalla crisi latente. Per questo nelle ultime tre sessioni del WTO hanno tentato di allargare il mercato a settori fino ad ora esclusivamente o prevalentemente pubblici nella maggioranza dei paesi del mondo: sanità, istruzione e beni pubblici (acqua in primis). Naturalmente il rilancio dell’economia sarebbe stato seguito da un gravissimo bilancio ecologico e sociale. Ma non ci sono riusciti. A Seattle si è presentato sulla scena un soggetto potentissimo che lo ha letteralmente impedito. Il movimento li ha perseguitati anche a Doha e Cancun. Tre sessioni negoziali completamente fallite. Non tanto per le manifestazioni di piazza quanto perché da Seattle in poi non c’è governo che possa andare al WTO a firmare accordi socialmente negativi senza doversela vedere con sindacati, movimenti e opinione pubblica interna ed internazionale. Qualcuno lamenta che agli accordi multilaterali si possono sostituire gli accordi bilaterali egualmente negativi e magari blatera della necessità di riformare e rendere trasparente il WTO. E’ facile rispondere che non è importante la natura multi o bilaterale degli accordi quanto il contenuto degli stessi. Perché non battersi affinché Italia ed Unione Europea stipulino accordi buoni e reciprocamente vantaggiosi con paesi del terzo mondo? Perché sognare che il WTO diventi trasparente e democratico chiedendogli di rinunciare alla sua essenza quando sarebbe più giusto battersi per distruggerlo restituendo all’UNCTAD le proprie competenze? Questa è una discussione aperta. Intanto battiamoci per impedire che la prossima sessione negoziale del WTO vada in porto con la privatizzazione e liberalizzazione di sanità, istruzione e beni pubblici e contestiamo gli accordi bilaterali negativi. Possiamo farcela. Pochi giorni fa i social forum dei paesi del Mercosur, con in testa i Sem terra brasiliani, hanno impedito un pessimo accordo bilaterale con l’Unione Europea che prevedeva, guarda caso, di inserire nel mercato liberalizzato acqua, sanità e sistemi formativi.

ramon mantovani

pubblicato su Carta nel dicembre 2004

dopo genova

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 settembre, 2002 by ramon mantovani

Ad un anno e più dai fatti di Genova vale la pena di tornare su alcune questioni che, soprattutto sulla stampa internazionale, sono passate inosservate. Oggi vi sono decine di dirigenti ed agenti delle forze dell’ordine indagati dalla magistratura. Non solo per la repressione indiscriminata verso persone disarmate e pacifiche, per le torture inflitte nelle caserme, per l’assoluta mancanza di rispetto del diritto in occasione degli arresti. Vi sono alti dirigenti ed agenti accusati di aver falsificato prove e di aver inventato reati per giustificare l’irruzione nella scuola dove aveva sede il Genoa Social Forum. In particolare l’ingresso degli agenti (centinaia ed armati di tutto punto) nella scuola Diaz fu giustificata come “perquisizione” e in conferenza stampa furono esibite due molotov. Ora vi è un dirigente della Polizia di Stato accusato di aver portato nella scuola le due molotov. L’accusa è corroborata dalla testimonianza di agenti della Polizia. La violenza che produsse 63 feriti gravi (decine di fratture al cranio, alle braccia, gambe, costole, mandibole, oltre che innumerevoli lesioni e contusioni d’ogni tipo) su 93 presenti, fu giustificata con la resistenza che i presenti avrebbero offerto nello stesso momento dell’ingresso della Polizia nei locali della scuola. Un agente, disse la Polizia nella conferenza stampa, fu accoltellato e solo il corpetto antiproiettile lo avrebbe salvato. Ora quell’agente è sottoposto a procedimento giudiziario perché le perizie ordinate dal tribunale hanno inequivocabilmente dimostrato che i tagli sulla divisa e sul corpetto antiproiettile non sono compatibili fra loro. Prosegue, intanto, l’inchiesta giudiziaria sull’omicidio di Carlo Giuliani e l’ardita tesi difensiva del Carabiniere che avrebbe ucciso Carlo (scrivo avrebbe perché comincia ad emergere l’eventualità che siano state due le armi a sparare e non una sola) è che egli avrebbe sparato in aria, il proiettile avrebbe colpito un sasso lanciato da un manifestante e, deviato, avrebbe attinto Carlo. Insomma, ciò che è ormai verità politica per l’opinione pubblica italiana, comincia a diventare anche verità giudiziaria. Ma c’è un punto che ancora sembra confuso e che, secondo il mio modesto parere, può essere pericolosamente fuorviante: chi ha ordinato una simile repressione? La risposta a questa domanda sembra molto semplice: da poco c’era un governo di destra, il vice primo ministro è un ex fascista e, per giunta, durante i fatti aveva svolto una visita nella sala operativa delle forze dell’ordine impegnate nella repressione. Dunque la repressione sarebbe stata una precisa volontà del governo Berlusconi e, soprattutto, dei ministri di Alleanza Nazionale. Capisco che questa tesi sia suggestiva e che appaia molto plausibile. Eppure non sono d’accordo. Io ho un’altra tesi. Innanzitutto tutte le limitazioni alle libertà democratiche erano state decise dal governo precedente, di centro-sinistra. La famigerata zona rossa, comprendente tutto il centro di Genova, protetta da una barriera metallica di sei metri e presidiata da migliaia di agenti, e la zona gialla, comprendente il resto della città tranne qualche periferia, inibita perfino alla distribuzione di giornali e volantini, erano state istituite dal governo di centro-sinistra, il quale si era sempre rifiutato di incontrare il Genoa Social Forum, sebbene quest’ultimo fosse costituito, oltre che da centinaia di organizzazioni sociali anche da due partiti parlamentari, Rifondazione Comunista e Verdi. Gia a Napoli, mesi prima, una manifestazione contro l’OCSE era stata repressa nel sangue dal governo di centro-sinistra. Anche in quell’occasione arresti indiscriminati e torture nelle caserme, tanto che recentemente la magistratura ha spiccato ordini di cattura per numerosi agenti della Polizia di Stato. Insomma, se c’era una volontà repressiva, questa non è stata inventata all’ultimo minuto dal governo Berlusconi. Inoltre va detto che la tecnica repressiva applicata a Genova, in Italia non si era mai vista, nemmeno nei periodi più bui della storia della Repubblica. Non parlo del sangue versato, parlo della mera tecnica. Mai era successo che gruppi di manifestanti violenti fossero lasciati agire nella totale impunità per più di 48 ore. I Black Bloc, dichiaratamente esterni al Genoa Social Forum, hanno potuto per due intere giornate distruggere banche, negozi, automobili utilitarie di privati cittadini e perfino dare l’assalto al carcere di Genova, senza mai, ripeto mai, essere fermati o attaccati dalla Polizia. Non è qui che voglio dare un giudizio su questo movimento, che in ogni caso considero un fenomeno reale e non un gruppo composto di provocatori o agenti infiltrati. Resta il fatto che, quando i Black Bloc sono comparsi in altre occasioni, come Praga o Nizza, hanno subito una pesante repressione immediata, mentre a Genova sono stati il pretesto per gli attacchi a tutto il movimento composto di centinaia di migliaia di persone. Il giorno 20 il governo Berlusconi aveva autorizzato quattro meeting in quattro diverse piazze e un corteo delle tute bianche (centri sociali e giovani di Rifondazione Comunista) ed altri gruppi, nella zona gialla. Tutti attaccati dalla polizia senza preavviso e senza motivo. In particolare il corteo delle tute bianche, che ha opposto resistenza, è stato attaccato per diverse ore con una tecnica tesa ad estendere il più possibile gli scontri e a coinvolgere il maggior numero possibile di manifestanti. Il giorno successivo la manifestazione di trecentomila persone (duecentomila secondo la polizia) è stata attaccata, divisa in due tronconi che a loro volta sono stati caricati per almeno quattro ore. Anche in questo caso le forze dell’ordine hanno fatto di tutto per coinvolgere il maggior numero di manifestanti negli incidenti. La sera del 21, quando tutto era ormai tranquillo, è attaccata la sede del Genoa Social Forum. Nel corso di questi fatti i parlamentari di Rifondazione Comunista, io in modo particolare poiché sono sempre stato nei luoghi degli incidenti, hanno più volte parlato per telefono con ministri e responsabili della forze di polizia. Ebbene, spesso il Ministro degli Interni non sapeva assolutamente nulla o aveva informazioni false dai suoi sottoposti. Con i responsabili della Polizia, al contrario che in numerose altre occasioni, nemmeno ai parlamentari era possibile trattare. Infine va detto che gli incidenti si sono svolti solo ed esclusivamente nel tempo della riunione del G8. Sia prima che dopo la riunione nulla è successo. Il martedì successivo ai fatti di Genova si sono tenute manifestazioni in tutte le città italiane con una presenza, secondo le stime della Polizia, di circa un milione e mezzo di persone. Non è successo nulla nonostante la tensione fosse altissima. Mentre Rifondazione Comunista ha immediatamente chiesto le dimissioni del Ministro degli Interni e del Capo della Polizia, il centro-sinistra ha chiesto solo le dimissioni del ministro ed ha difeso l’opera del Capo della Polizia, anche quando quest’ultimo ha palesemente mentito di fronte al comitato d’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova. Solo qualche funzionario è stato rimosso dal proprio incarico per essere “promosso”. Oggi, mentre il ministro ha dovuto dimettersi per altre vicende, il Capo della Polizia è ancora al suo posto. Potrei continuare a fare esempi e a citare fatti che contrastano con la tesi superficiale secondo la quale tutta la responsabilità sarebbe da attribuire alla natura di destra ed antidemocratica di Berlusconi. In realtà penso che la repressione di Genova sia stata decisa a livello internazionale e precisamente dal Coordinamento dei Servizi di intelligence e delle forze di polizia che presiede alla sicurezza dei vertici del G8. Penso che il Capo della Polizia, che negli anni precedenti è stato impegnato in organismi internazionali ed ha assistito a numerosi corsi d’addestramento negli USA, abbia applicato le decisioni anche all’insaputa del governo ed abbia usato, com’è stato ampiamente dimostrato, i reparti speciali della Polizia istituiti negli anni in cui governava il centro-sinistra. Penso, come lo pensa il segretario della FIOM (il maggiore sindacato metalmeccanico) che è un iscritto al centro-sinistra, che la tecnica repressiva applicata non sia italiana e sia invece molto somigliante a quella nordamericana. Penso che il governo Berlusconi non avesse il minimo interesse a passare per l’opinione pubblica internazionale come un governo antidemocratico, sebbene lo sia, ma che di fronte a tutto ciò abbia dovuto coprire e rivendicare politicamente assumendosi ogni responsabilità. Insomma, la repressione a Genova non è un fatto meramente italiano, come del resto il movimento contro la globalizzazione capitalista è mondiale. Il G8 ha temuto il movimento, prova ne sia il fatto che per la prima volta i governi più potenti, che ambiscono a costituire il governo reale del mondo nel nome degli interessi generali delle grandi società transnazionali, avevano sentito il bisogno di fingere di occuparsi dei problemi posti dal movimento. Non avevano nemmeno esitato a riconoscere che molte delle questioni poste dalla protesta fossero reali. Avevano perfino invitato alcuni leader di paesi poveri a chiedere elemosine prima del vertice. Al tempo stesso hanno programmato la repressione sia per ridurre il movimento e i suoi contenuti a mera questione d’ordine pubblico, sia per tentare di attrarre una parte del movimento nella spirale repressione-violenza-repressione, che lo avrebbe diviso in un’ala estremista e in un’ala moderata e trasformato quest’ultima in una lobby collaborativa e addomesticata. Com’è noto il “movimento dei movimenti”, come amiamo definirlo, ha resistito e si è allargato sia nella sua dimensione mondiale, come si è ben visto a Porto Alegre, sia in Italia, dove è cresciuto mantenendo viva e reale la propria unità, come si vedrà a Firenze, quando ospiterà il Forum Sociale Europeo.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel settembre 2002

la guerra dopo l’11 settembre

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 agosto, 2002 by ramon mantovani

L’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono ha certamente aperto una nuova fase. Ma quale? Siamo alla presenza di un rilancio degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale? Siamo entrati in una fase di scontro di civiltà che obbliga l’Europa, il Giappone e la stessa Russia a subire l’egemonia americana? Siamo alla vigilia di una nuova politica “isolazionista”, tradizionalmente repubblicana, che spiega l’insofferenza verso la stessa NATO, se in gioco ci sono i puri interessi USA? Oppure viviamo una nuova fase della globalizzazione capitalistica? Non è facile rispondere a queste domande, perché ognuna contiene una risposta implicita aderente ad una parte della realtà. Che vi sia un rilancio della superpotenza americana è fuor di dubbio. Dall’attacco subito si traggono le giustificazioni e le ragioni per riproporre la potenza americana come gendarme mondiale. Ma con l’evocazione di uno scontro di civiltà interreligioso il gendarme promuove schieramenti a geometria variabile che, sebbene indubitabilmente guidati dagli USA, restano indispensabili al perseguimento degli obiettivi strategici che mirano all’edificazione di un nuovo ordine mondiale fondato sul comando del G8 e del sistema di alleanze conseguente. E’ pur vero che nell’attuale contingenza recessiva e di crisi finanziaria si riaccendono gli spiriti isolazionisti repubblicani e che negli USA vengono difesi puri interessi imprenditoriali locali, soprattutto in settori maturi, che a loro volta provocano contraddizioni con gli stessi alleati. Così com’è vero che dopo l’attacco subito gli USA tendono a “fare da se” più che a mediare nell’ambito della NATO con gli alleati più recalcitranti. C’è un punto, però, che rimette ognuno di questi aspetti nel suo ruolo preminentemente secondario. Si tratta della chiave con la quale si può interpretare correttamente ogni atto sullo scenario geopolitico: l’instabilità. L’instabilità non è una conseguenza non voluta, è il fine e al tempo stesso il maggior strumento di governo reale del mondo. La globalizzazione finanziaria e produttiva è di per se stessa produttrice di profonda instabilità sul terreno economico-finanziario. Gli assetti geopolitici usciti dalla guerra fredda, il ruolo degli stati, gli equilibri del consiglio di sicurezza dell’ONU, sono tutti oggettivamente punti di resistenza rispetto al pieno dispiegarsi degli interessi delle grandi multinazionali. Costituiscono un quadro da rompere e non da modificare lentamente. Con tutta evidenza nel corso degli anni novanta e in questo primo scorcio di secolo si è lavorato alla destabilizzazione d’alcune aree regionali: balcani, medio oriente, africa nera, america latina, Caucaso. Con l’11 settembre tutto ciò viene accelerato e reso globale e, coerentemente, gli Stati Uniti guidano un processo teso a creare alta tensione sulla base della quale implementare il ruolo politico del G8 a scapito dell’ONU e di qualsiasi altro organismo politico regionale come l’Unione Europea, sempre più ridotta a mercato liberalizzato. L’ingresso a pieno titolo della Russia nel G8 e la sua graduale integrazione nella NATO preludono ad un ulteriore passo nella costruzione del nuovo ordine così come l’ingresso della Cina nel WTO e il prossimo ingresso della Russia preludono ad una nuova, e come già si vede turbolenta, fase della globalizzazione economica. Instabilità e guerra permanente di tipo nuovo (Kossovo ed Afghanistan) sono la cifra del governo politico reale del mondo oggi. Solo così si spiega la voluta destabilizzazione di tutto il medio oriente sia con la cancellazione del processo di pace israelo-palestinese, sia con i ventilati attacchi all’Iraq. Al contrario di quanto pensano molti osservatori gli USA sono interessati a rimettere in discussione il loro rapporto con i cosiddetti paesi arabi moderati. Mentre scrivo non so se ci sarà o meno un attacco in grande stile all’Iraq contro il parere di Egitto, Giordania ed Arabia Saudita, ma intanto il solo annuncio serve a scuotere tutto il medio oriente e tende a costringere ogni paese a cercare una propria nuova collocazione nel mondo globalizzato. Anche qui troppe rendite di posizione dei paesi arabi moderati, che sono costate ai palestinesi non meno delle aggressioni israeliane, costituiscono un ostacolo al pieno dispiegarsi della globalizzazione. Basta volgere uno sguardo anche distratto all’America Latina dove è stato interrotto il processo di pace in Colombia e dove già si parla di un nuovo colpo di stato contro Chavez, dove le turbolenze sociali prodotte dalla crisi finanziaria attuale sono semplicemente represse nel sangue, per capire che l’instabilità è un dato generale e non circoscritto al medio oriente. Insomma, la guerra e la vocazione autoritaria delle organizzazioni che presiedono alla globalizzazione ci accompagneranno per una lunga fase e sono ben più gravi che semplici manovre per il controllo di un oleodotto o di un giacimento energetico. Per questo, e non solo per motivi etici, la discriminante contro la guerra è vitale per il movimento che si oppone alla globalizzazione, così come per qualsiasi discorso sul dialogo fra le sinistre in Italia e in Europa.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione nell’agosto 2002

il silenzio zapatista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 luglio, 2002 by ramon mantovani

        Mi scusi. Potrebbe darmi qualche contatto utile per poter intervistare il subcomandante Marcos? –

        Guardi, è del tutto inutile, l’EZLN da mesi non parla più con nessuno, né emette comunicato alcuno. –

        Scusi se insisto. Ma lei che lo conosce personalmente non potrebbe metterci una buona parola? –

Disarmante questo mio colloquio con un giornalista di un’importante testata! Disarmante ma illuminante. Lasciamo perdere il vizio del giornalismo italiano di credere che tutto sia fasullo, aggirabile, manipolabile. Illuminante perché il silenzio fa effetto. Sono sicuro che il giornalista in questione pensi tuttora che io gli abbia fatto uno sgarbo, ma in realtà ha dovuto prendere atto del silenzio zapatista. Come tutti noi, del resto. Già, perché il silenzio non è preannunciato, non è spiegato, non è una semplice modalità di comunicazione. Non è quel silenzio che nella musica è tanto importante quanto le note per comporre la melodia. Non è una pausa di riflessione. Non è un rifugiarsi nel proprio mondo. Non è una fuga. Insomma, se devo proprio azzardare un’interpretazione, penso che non si tratti di silenzio. Gli zapatisti hanno parlato con la marcia ed hanno parlato nel parlamento, con tanto di passamontagna. Forse molti hanno rapidamente dimenticato la portata dell’evento. Forse molti hanno pensato che, dopo che Fox ha presentato il progetto di legge che rifletteva gli accordi di San Andres, e che il parlamento lo ha stravolto, gli zapatisti, pur avendolo rifiutato categoricamente, avrebbero avviato una qualche forma di trattativa più o meno sotterranea. Forse qualcuno si aspettava che, dichiarazioni dopo dichiarazioni con le loro brave interpretazioni maliziose, si sarebbe arrivati ad un qualche compromesso. Ma le cose non sono andate così. Il silenzio amplifica potentemente le parole pronunciate nella marcia, nel parlamento e quelle contenute nelle righe del comunicato con il quale l’EZLN ha rigettato la legge approvata da una maggioranza trasversale. Perché dire altro? Perché riprendere la parola per farsela stravolgere? Perché ripetersi sminuendo il significato delle parole già pronunciate? Forse la parola verrà aggiornata quando ci sarà un’effettiva novità. Forse quando la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla suddetta legge, valutando il ricorso opposto da centinaia di comunità indigene e non. Forse. E poi quel silenzio è in realtà un invito a prendere la parola, ad assumere una posizione precisa. Eh si! Perché Marcos ha sempre insistito sulla parzialità dell’esperienza dell’EZLN. L’universalità, e la popolarità, di quell’esperienza è dovuta alla consapevolezza di praticare una lotta contro la globalizzazione, non contro il solo governo messicano. Tocca a tutti prendere parola. Non serve a nulla tacere aspettando il prossimo illuminante discorso o articolo di Marcos. Che non è né vuole essere il leader di un nuovo partito, ma che non per questo rinuncia a porre radicalmente domande che pretendono risposte. Gli indigeni che si ribellano al NAFTA, che chiedono una riforma costituzionale assolutamente incompatibile con gli interessi delle multinazionali, che si aprono cercando un dialogo mondiale invece che resistere chiudendosi in se stessi, che rifiutano la “solidarietà” interessata di chi in realtà vuole semplicemente provare a “dirigerli”, sono un gran contributo nella lotta contro il neoliberismo e contro la globalizzazione capitalistica. Io penso davvero che senza la rivolta del gennaio 94 il movimento dei movimenti non ci sarebbe stato, almeno nelle forme in cui si è reso visibile. Intendiamoci, non perché Marcos lo abbia inventato. Il movimento è il prodotto della globalizzazione, più o meno come il movimento operaio fu il prodotto della rivoluzione industriale. Solo che nel movimento operaio sorsero correnti di pensiero, le più disparate, ma nuove. Anarchici, socialisti utopisti, luddisti, socialisti scientifici ecc. In questo movimento, invece, è come se ci fossero morti che vogliono mangiarsi i vivi. Che vogliono sovrapporre le loro teorie obsolete, i loro schemi e perfino le loro pratiche organizzative ad un movimento che non può rientrarci, pena la morte per noia ed inefficacia. Gli zapatisti non vogliono essere un modello, né vogliono imporre alcunché, ma chiedono a gran voce, anche col silenzio, la rifondazione della sinistra. Questo ci ha detto Marcos l’ultima volta che una delegazione di Rifondazione l’ha incontrato, a Città del Messico qualche giorno dopo la marcia. Se devo essere sincero non credo che parlare di “crisi del movimento”, confondendo le strutture imperfette dei social forum, per giunta italiane, con il movimento mondiale, sia la strada giusta per rispondere a quella domanda. E qui sottoscrivo il punto B dell’articolo di Pierluigi Sullo, in pieno. Non è il movimento ad essere in crisi, casomai lo sono culture, modelli e pratiche incapaci di rifondarsi veramente. Ma forse questa crisi è l’inizio di una risposta alla domanda che gli zapatisti hanno posto al mondo, oltre che a se stessi.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Carta nel luglio del 2002

prima di Genova

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , on 26 giugno, 2001 by ramon mantovani

Il G8 è il nucleo del nuovo governo reale del mondo, del nuovo ordine unipolare fondato sul capitalismo delle multinazionali. Prima c’era il G7, composto dai sette paesi con il più alto Prodotto Interno Lordo, che discuteva di economia, poi la Russia è stata invitata pur non essendo l’ottava potenza economica. Abbiamo, dunque, un organismo politico, nel senso più pieno del termine, che non a caso è stato la sede dove si è deciso di por fine ai bombardamenti della Jugoslavia da parte della NATO. Un organismo per nulla democratico, delegato da nessuno a prendere decisioni che riguardano l’intero pianeta, tendenzialmente alternativo e sostitutivo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta, appunto, del tentativo, in parte già riuscito, di costituire una guida politica al “governo di fatto”, composto dai molti altri organismi che accompagnano e promuovono la globalizzazione capitalistica. Protestare contro il G8 significa battersi contro il capitalismo contemporaneo, significa rivendicare per i popoli, per le sedi istituzionali internazionali (ONU, Unione Europea ecc), il diritto a decidere del proprio futuro, singolarmente e collettivamente. Non è, il G8, riformabile o correggibile e qualsiasi proposta, come quella avanzata da Veltroni, di allargarlo a qualche paese del terzo mondo, è in realtà un ulteriore attacco all’ONU, e segnatamente alle agenzie dell’ONU. Nel G8, fra i pesi membri del G8, vi sono molte contraddizioni e competizioni, ma sarebbe totalmente sbagliato illudersi che tali contraddizioni possano produrre, in quella sede, un qualsiasi spiraglio per la lotta anticapitalistica o per gli interessi dei popoli. Il G8 è esattamente la sede nella quale le contraddizioni vengono risolte, o comunque discusse magari senza successo, ma sempre in un ambito nel quale le multinazionali e l’ideologia neoliberista hanno piena egemonia e nel quale gli USA possono far pesare la propria potenza politico-militare. Il principale collante della protesta, e del Genoa Social Forum (l’organismo unitario che raggruppa centinaia di organizzazioni, associazioni e partiti) del quale il PRC è parte integrante fin dalla nascita, è proprio l’antagonismo nei confronti del G8 e della globalizzazione. Si possono trovare, su singole questioni di cui discuterà il G8 a Genova, e sulle stesse forme della protesta, molte sfumature e diversità nel campo del movimento antiglobalizzazione. Ma sulla questione essenziale c’è accordo pieno. I tentativi, del governo e dei mass media, di dividere il movimento in “buoni e cattivi” in “partito e antipartito” sono falliti. Ci sono quindi le condizioni affinché il movimento antiglobalizzazione a Genova faccia un passo avanti. Non si tratta, infatti, di dire: “esistiamo” e di ricercare visibilità. Ciò è stato già ampiamente ottenuto da Seattle in poi. Si tratta di crescere in ampiezza di settori sociali, a cominciare da quelli del mondo del lavoro, e in quantità. A Genova ci dovranno essere le mobilitazioni più ampie e più numerose. E’ possibile. E il PRC farà la sua parte mobilitando decine di migliaia di compagne e compagni.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel giugno 2001

sulla globalizzazione

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 settembre, 1998 by ramon mantovani

La crisi delle “tigri asiatiche”, per anni indicate come modello e come punto di riferimento per la competizione internazionale, si è oggi inequivocabilmente allargata all’America Latina, alla Russia, e comincia ad interessare Wall Street e l’Europa. Si parla apertamente del rischio di una fase recessiva a livello mondiale, che avrebbe esiti semplicemente catastrofici sul terreno economico e sociale. Nel corso di questo periodo sono successe alcune cose nuove ed interessanti. Innanzi tutto gli USA sono corsi in sostegno del Giappone e di altre piazzeforti capitalistiche. Questa è una cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile. In altri tempi il capitalismo statunitense avrebbe gioito della crisi giapponese, avrebbe avuto l’occasione e lo spazio per espandersi ai danni dell’avversario. Oggi, invece, una crisi giapponese investe direttamente il capitalismo americano fino al punto di trascinarlo con se nel baratro. E’ la globalizzazione! E’, in altre parole, un capitalismo che non si può più definire americano o giapponese, bensì mondiale. Di fronte ad una crisi di questa portata il governo reale dell’economia, quello tecnocratico ed autoritario del FMI, della Banca Mondiale, dell’OCSE e del G 8, risponde con la riproposizione della ricetta neoliberista: meno stato e più mercato (privatizzazioni e distruzione dello stato sociale), liberalizzazione dei mercati e flessibilità del lavoro. La vicenda russa di questi giorni è fin troppo esemplificativa di questa realtà. Le società transnazionali (oggi 40000 contro le 600 di 20 anni fa) pretendono il ruolo che loro spetta nel mondo capitalistico. Vogliono cioè comandare liberandosi degli intralci della democrazia e della sovranità dei popoli (come dimostra ampiamente la vicenda dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti). In un mondo fatto in questo modo la NATO è, ogni giorno che passa, sempre di più lo strumento di dominio del capitalismo globale e dei paesi che si fanno interpreti degli interessi dello stesso e che raggruppano la stragrande maggioranza dei consumatori di ricchezze. L’ONU, ed ogni altro luogo che abbia una qualsiasi parvenza di democrazia e di eguaglianza fra i popoli (come il Tribunale Penale Internazionale) sono oggetto di boicottaggio, quando non di attacchi diretti da parte degli USA e di altri paesi ricchi (in prima fila il governo inglese di “centrosinistra”). Insieme a queste tendenze terribilmente negative cominciano ad esserci spiragli positivi. L’Europa resiste meglio di altri alla crisi ed oggi deve decidere se applicare il neoliberismo che ossessivamente propone il FMI o se cercare un diverso modello economico di sviluppo e di relazioni con il terzo e quarto mondo. La stessa discussione in Italia su “svolta o rottura” è esattamente riferita alla strada che tenterà il governo Prodi rispetto al bivio in cui si trova tutta l’Europa. Intanto il governo francese si è opposto all’AMI, bloccandolo, ed oggi dice per bocca di Jospin che: “E’ ben chiaro oggi che l’euro è un fattore di stabilità e un elemento di protezione, ma occorre andare più lontano. Ieri l’Asia, oggi la Russia, domani forse l’America latina: le crisi finanziarie ci ricordano che il capitalismo è una forza che va ma non sa dove va. La missione dei socialisti è di controllarne il corso, regolarlo e trasformarlo perché vi sia più giustizia”. Più o meno l’opposto di quel che dicono Ciampi e Prodi proprio in questi giorni. Per parte sua il Movimento dei non allineati discute della proposta del governo sudafricano di “lanciare un’offensiva globale per sconfiggere la povertà assumendosi la responsabilità per il proprio sviluppo economico” e di “ assumerci l’incarico di definire un nuovo ordine mondiale di prosperità e di sviluppo in cui regni l’uguaglianza tra tutte le nazioni della terra”. Si comincia cioè a discutere di alternativa globale al modello capitalistico vigente e vincente, e non in ristretti circoli intellettuali o d’avanguardia. Cominciano a farlo governi e movimenti di massa, oltre che un crescente numero di forze comuniste e di sinistra. Del resto sarebbe stato impensabile che i comunisti e la sinistra antagonista continuassero imperterriti, anche se qualcuno continua a farlo, a non vedere cosa è e come funziona concretamente il capitalismo contemporaneo, riproponendo impossibili alternative nazionali o addirittura nazionalistiche.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel settembre 1998