Archivio per globalizzazione

il PIL

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , on 26 dicembre, 2004 by ramon mantovani

Il Prodotto Interno Lordo una volta misurava bene la crescita dell’economia nazionale. Oggi rischia di essere un indicatore bugiardo e fuorviante. Un esempio per tutti molto di moda: la Cina. Qualsiasi quotidiano economico esalta la crescita del PIL della Cina. Negli ultimi dieci anni una media del 9%. Se la crescita fosse dovuta ad un autosviluppo tutto ciò, oltre che sorprendente sarebbe enormemente benefico per la società cinese, anche da un punto di vista capitalistico. Ma le cose non stanno così. Bisogna sapere che piú del 65% di questa crescita è realizzata dalle produzioni conseguenti agli investimenti stranieri. Analogamente più del 65% delle esportazioni cinesi sono costituite da merci prodotte da investimenti stranieri. Investimenti che sono stati attratti da salari bassissimi e da defiscalizzazioni totali o consistenti garantite per decenni. Le merci prodotte in Cina sono destinate ad altri mercati che possono raggiungere senza pagare dazi in conseguenza degli accordi WTO. Il risultato è che in Cina restano piccole briciole di quel grande aumento del PIL in nessun modo sufficienti per alimentare una qualsiasi redistribuzione della ricchezza. Per giunta le aziende pubbliche cinesi che si sono trovate a dover competere con imprese straniere anche sul mercato interno, hanno dovuto procedere alla ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro licenziando decine di milioni di lavoratori i quali, sia detto per inciso, con il posto hanno perso anche assistenza sanitaria, casa e istruzione per i figli, visto che queste tutele sono garantite dalle imprese pubbliche e non direttamente dallo stato. D’altro canto è vero che in Cina il 7 o 8 % della popolazione si è arricchita, e non di poco. E il sette o l’otto per cento di ricchi consumatori in Cina vuol dire un centinaio di milioni di acquirenti di beni di lusso durevoli ed effimeri. Un vero boom economico. Peccato che decine di milioni di lavoratori industriali e centinaia di milioni di contadini hanno visto peggiorare enormemente le proprie condizioni di vita. Se tutto ciò è vero, ed è vero, non avremo affatto nel futuro una potenza economica concorrente con USA ed Europa, bensì un grande mercato integrato nella globalizzazione e controllato dal capitale multinazionale. E il governo cinese, che tutto ciò sa benissimo, ha cominciato a rispolverare il nazionalismo come unica risorsa per darsi autorevolezza e per tentare di tenere insieme un paese altrimenti destinato inesorabilmente alla disgregazione sociale ed anche territoriale. Per confutare, nell’economia globalizzata, il PIL come metro per giudicare il benessere economico e sociale avremmo potuto scegliere qualsiasi paese del sud o del nord del mondo. In ogni paese troviamo gli stessi problemi. Le cose sono andate così per molto tempo vanno così ancora oggi. Ma c’è una novità. Come si sa la economia globale da qualche tempio arranca. Le tempeste finanziarie sono fattori di grande instabilità e ci sarebbe stato bisogno di un rilancio di investimenti e di mobilitazione di capitali per uscire dalla crisi latente. Per questo nelle ultime tre sessioni del WTO hanno tentato di allargare il mercato a settori fino ad ora esclusivamente o prevalentemente pubblici nella maggioranza dei paesi del mondo: sanità, istruzione e beni pubblici (acqua in primis). Naturalmente il rilancio dell’economia sarebbe stato seguito da un gravissimo bilancio ecologico e sociale. Ma non ci sono riusciti. A Seattle si è presentato sulla scena un soggetto potentissimo che lo ha letteralmente impedito. Il movimento li ha perseguitati anche a Doha e Cancun. Tre sessioni negoziali completamente fallite. Non tanto per le manifestazioni di piazza quanto perché da Seattle in poi non c’è governo che possa andare al WTO a firmare accordi socialmente negativi senza doversela vedere con sindacati, movimenti e opinione pubblica interna ed internazionale. Qualcuno lamenta che agli accordi multilaterali si possono sostituire gli accordi bilaterali egualmente negativi e magari blatera della necessità di riformare e rendere trasparente il WTO. E’ facile rispondere che non è importante la natura multi o bilaterale degli accordi quanto il contenuto degli stessi. Perché non battersi affinché Italia ed Unione Europea stipulino accordi buoni e reciprocamente vantaggiosi con paesi del terzo mondo? Perché sognare che il WTO diventi trasparente e democratico chiedendogli di rinunciare alla sua essenza quando sarebbe più giusto battersi per distruggerlo restituendo all’UNCTAD le proprie competenze? Questa è una discussione aperta. Intanto battiamoci per impedire che la prossima sessione negoziale del WTO vada in porto con la privatizzazione e liberalizzazione di sanità, istruzione e beni pubblici e contestiamo gli accordi bilaterali negativi. Possiamo farcela. Pochi giorni fa i social forum dei paesi del Mercosur, con in testa i Sem terra brasiliani, hanno impedito un pessimo accordo bilaterale con l’Unione Europea che prevedeva, guarda caso, di inserire nel mercato liberalizzato acqua, sanità e sistemi formativi.

ramon mantovani

pubblicato su Carta nel dicembre 2004

dopo genova

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 settembre, 2002 by ramon mantovani

Ad un anno e più dai fatti di Genova vale la pena di tornare su alcune questioni che, soprattutto sulla stampa internazionale, sono passate inosservate. Oggi vi sono decine di dirigenti ed agenti delle forze dell’ordine indagati dalla magistratura. Non solo per la repressione indiscriminata verso persone disarmate e pacifiche, per le torture inflitte nelle caserme, per l’assoluta mancanza di rispetto del diritto in occasione degli arresti. Vi sono alti dirigenti ed agenti accusati di aver falsificato prove e di aver inventato reati per giustificare l’irruzione nella scuola dove aveva sede il Genoa Social Forum. In particolare l’ingresso degli agenti (centinaia ed armati di tutto punto) nella scuola Diaz fu giustificata come “perquisizione” e in conferenza stampa furono esibite due molotov. Ora vi è un dirigente della Polizia di Stato accusato di aver portato nella scuola le due molotov. L’accusa è corroborata dalla testimonianza di agenti della Polizia. La violenza che produsse 63 feriti gravi (decine di fratture al cranio, alle braccia, gambe, costole, mandibole, oltre che innumerevoli lesioni e contusioni d’ogni tipo) su 93 presenti, fu giustificata con la resistenza che i presenti avrebbero offerto nello stesso momento dell’ingresso della Polizia nei locali della scuola. Un agente, disse la Polizia nella conferenza stampa, fu accoltellato e solo il corpetto antiproiettile lo avrebbe salvato. Ora quell’agente è sottoposto a procedimento giudiziario perché le perizie ordinate dal tribunale hanno inequivocabilmente dimostrato che i tagli sulla divisa e sul corpetto antiproiettile non sono compatibili fra loro. Prosegue, intanto, l’inchiesta giudiziaria sull’omicidio di Carlo Giuliani e l’ardita tesi difensiva del Carabiniere che avrebbe ucciso Carlo (scrivo avrebbe perché comincia ad emergere l’eventualità che siano state due le armi a sparare e non una sola) è che egli avrebbe sparato in aria, il proiettile avrebbe colpito un sasso lanciato da un manifestante e, deviato, avrebbe attinto Carlo. Insomma, ciò che è ormai verità politica per l’opinione pubblica italiana, comincia a diventare anche verità giudiziaria. Ma c’è un punto che ancora sembra confuso e che, secondo il mio modesto parere, può essere pericolosamente fuorviante: chi ha ordinato una simile repressione? La risposta a questa domanda sembra molto semplice: da poco c’era un governo di destra, il vice primo ministro è un ex fascista e, per giunta, durante i fatti aveva svolto una visita nella sala operativa delle forze dell’ordine impegnate nella repressione. Dunque la repressione sarebbe stata una precisa volontà del governo Berlusconi e, soprattutto, dei ministri di Alleanza Nazionale. Capisco che questa tesi sia suggestiva e che appaia molto plausibile. Eppure non sono d’accordo. Io ho un’altra tesi. Innanzitutto tutte le limitazioni alle libertà democratiche erano state decise dal governo precedente, di centro-sinistra. La famigerata zona rossa, comprendente tutto il centro di Genova, protetta da una barriera metallica di sei metri e presidiata da migliaia di agenti, e la zona gialla, comprendente il resto della città tranne qualche periferia, inibita perfino alla distribuzione di giornali e volantini, erano state istituite dal governo di centro-sinistra, il quale si era sempre rifiutato di incontrare il Genoa Social Forum, sebbene quest’ultimo fosse costituito, oltre che da centinaia di organizzazioni sociali anche da due partiti parlamentari, Rifondazione Comunista e Verdi. Gia a Napoli, mesi prima, una manifestazione contro l’OCSE era stata repressa nel sangue dal governo di centro-sinistra. Anche in quell’occasione arresti indiscriminati e torture nelle caserme, tanto che recentemente la magistratura ha spiccato ordini di cattura per numerosi agenti della Polizia di Stato. Insomma, se c’era una volontà repressiva, questa non è stata inventata all’ultimo minuto dal governo Berlusconi. Inoltre va detto che la tecnica repressiva applicata a Genova, in Italia non si era mai vista, nemmeno nei periodi più bui della storia della Repubblica. Non parlo del sangue versato, parlo della mera tecnica. Mai era successo che gruppi di manifestanti violenti fossero lasciati agire nella totale impunità per più di 48 ore. I Black Bloc, dichiaratamente esterni al Genoa Social Forum, hanno potuto per due intere giornate distruggere banche, negozi, automobili utilitarie di privati cittadini e perfino dare l’assalto al carcere di Genova, senza mai, ripeto mai, essere fermati o attaccati dalla Polizia. Non è qui che voglio dare un giudizio su questo movimento, che in ogni caso considero un fenomeno reale e non un gruppo composto di provocatori o agenti infiltrati. Resta il fatto che, quando i Black Bloc sono comparsi in altre occasioni, come Praga o Nizza, hanno subito una pesante repressione immediata, mentre a Genova sono stati il pretesto per gli attacchi a tutto il movimento composto di centinaia di migliaia di persone. Il giorno 20 il governo Berlusconi aveva autorizzato quattro meeting in quattro diverse piazze e un corteo delle tute bianche (centri sociali e giovani di Rifondazione Comunista) ed altri gruppi, nella zona gialla. Tutti attaccati dalla polizia senza preavviso e senza motivo. In particolare il corteo delle tute bianche, che ha opposto resistenza, è stato attaccato per diverse ore con una tecnica tesa ad estendere il più possibile gli scontri e a coinvolgere il maggior numero possibile di manifestanti. Il giorno successivo la manifestazione di trecentomila persone (duecentomila secondo la polizia) è stata attaccata, divisa in due tronconi che a loro volta sono stati caricati per almeno quattro ore. Anche in questo caso le forze dell’ordine hanno fatto di tutto per coinvolgere il maggior numero di manifestanti negli incidenti. La sera del 21, quando tutto era ormai tranquillo, è attaccata la sede del Genoa Social Forum. Nel corso di questi fatti i parlamentari di Rifondazione Comunista, io in modo particolare poiché sono sempre stato nei luoghi degli incidenti, hanno più volte parlato per telefono con ministri e responsabili della forze di polizia. Ebbene, spesso il Ministro degli Interni non sapeva assolutamente nulla o aveva informazioni false dai suoi sottoposti. Con i responsabili della Polizia, al contrario che in numerose altre occasioni, nemmeno ai parlamentari era possibile trattare. Infine va detto che gli incidenti si sono svolti solo ed esclusivamente nel tempo della riunione del G8. Sia prima che dopo la riunione nulla è successo. Il martedì successivo ai fatti di Genova si sono tenute manifestazioni in tutte le città italiane con una presenza, secondo le stime della Polizia, di circa un milione e mezzo di persone. Non è successo nulla nonostante la tensione fosse altissima. Mentre Rifondazione Comunista ha immediatamente chiesto le dimissioni del Ministro degli Interni e del Capo della Polizia, il centro-sinistra ha chiesto solo le dimissioni del ministro ed ha difeso l’opera del Capo della Polizia, anche quando quest’ultimo ha palesemente mentito di fronte al comitato d’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova. Solo qualche funzionario è stato rimosso dal proprio incarico per essere “promosso”. Oggi, mentre il ministro ha dovuto dimettersi per altre vicende, il Capo della Polizia è ancora al suo posto. Potrei continuare a fare esempi e a citare fatti che contrastano con la tesi superficiale secondo la quale tutta la responsabilità sarebbe da attribuire alla natura di destra ed antidemocratica di Berlusconi. In realtà penso che la repressione di Genova sia stata decisa a livello internazionale e precisamente dal Coordinamento dei Servizi di intelligence e delle forze di polizia che presiede alla sicurezza dei vertici del G8. Penso che il Capo della Polizia, che negli anni precedenti è stato impegnato in organismi internazionali ed ha assistito a numerosi corsi d’addestramento negli USA, abbia applicato le decisioni anche all’insaputa del governo ed abbia usato, com’è stato ampiamente dimostrato, i reparti speciali della Polizia istituiti negli anni in cui governava il centro-sinistra. Penso, come lo pensa il segretario della FIOM (il maggiore sindacato metalmeccanico) che è un iscritto al centro-sinistra, che la tecnica repressiva applicata non sia italiana e sia invece molto somigliante a quella nordamericana. Penso che il governo Berlusconi non avesse il minimo interesse a passare per l’opinione pubblica internazionale come un governo antidemocratico, sebbene lo sia, ma che di fronte a tutto ciò abbia dovuto coprire e rivendicare politicamente assumendosi ogni responsabilità. Insomma, la repressione a Genova non è un fatto meramente italiano, come del resto il movimento contro la globalizzazione capitalista è mondiale. Il G8 ha temuto il movimento, prova ne sia il fatto che per la prima volta i governi più potenti, che ambiscono a costituire il governo reale del mondo nel nome degli interessi generali delle grandi società transnazionali, avevano sentito il bisogno di fingere di occuparsi dei problemi posti dal movimento. Non avevano nemmeno esitato a riconoscere che molte delle questioni poste dalla protesta fossero reali. Avevano perfino invitato alcuni leader di paesi poveri a chiedere elemosine prima del vertice. Al tempo stesso hanno programmato la repressione sia per ridurre il movimento e i suoi contenuti a mera questione d’ordine pubblico, sia per tentare di attrarre una parte del movimento nella spirale repressione-violenza-repressione, che lo avrebbe diviso in un’ala estremista e in un’ala moderata e trasformato quest’ultima in una lobby collaborativa e addomesticata. Com’è noto il “movimento dei movimenti”, come amiamo definirlo, ha resistito e si è allargato sia nella sua dimensione mondiale, come si è ben visto a Porto Alegre, sia in Italia, dove è cresciuto mantenendo viva e reale la propria unità, come si vedrà a Firenze, quando ospiterà il Forum Sociale Europeo.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione nel settembre 2002

la guerra dopo l’11 settembre

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 agosto, 2002 by ramon mantovani

L’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono ha certamente aperto una nuova fase. Ma quale? Siamo alla presenza di un rilancio degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale? Siamo entrati in una fase di scontro di civiltà che obbliga l’Europa, il Giappone e la stessa Russia a subire l’egemonia americana? Siamo alla vigilia di una nuova politica “isolazionista”, tradizionalmente repubblicana, che spiega l’insofferenza verso la stessa NATO, se in gioco ci sono i puri interessi USA? Oppure viviamo una nuova fase della globalizzazione capitalistica? Non è facile rispondere a queste domande, perché ognuna contiene una risposta implicita aderente ad una parte della realtà. Che vi sia un rilancio della superpotenza americana è fuor di dubbio. Dall’attacco subito si traggono le giustificazioni e le ragioni per riproporre la potenza americana come gendarme mondiale. Ma con l’evocazione di uno scontro di civiltà interreligioso il gendarme promuove schieramenti a geometria variabile che, sebbene indubitabilmente guidati dagli USA, restano indispensabili al perseguimento degli obiettivi strategici che mirano all’edificazione di un nuovo ordine mondiale fondato sul comando del G8 e del sistema di alleanze conseguente. E’ pur vero che nell’attuale contingenza recessiva e di crisi finanziaria si riaccendono gli spiriti isolazionisti repubblicani e che negli USA vengono difesi puri interessi imprenditoriali locali, soprattutto in settori maturi, che a loro volta provocano contraddizioni con gli stessi alleati. Così com’è vero che dopo l’attacco subito gli USA tendono a “fare da se” più che a mediare nell’ambito della NATO con gli alleati più recalcitranti. C’è un punto, però, che rimette ognuno di questi aspetti nel suo ruolo preminentemente secondario. Si tratta della chiave con la quale si può interpretare correttamente ogni atto sullo scenario geopolitico: l’instabilità. L’instabilità non è una conseguenza non voluta, è il fine e al tempo stesso il maggior strumento di governo reale del mondo. La globalizzazione finanziaria e produttiva è di per se stessa produttrice di profonda instabilità sul terreno economico-finanziario. Gli assetti geopolitici usciti dalla guerra fredda, il ruolo degli stati, gli equilibri del consiglio di sicurezza dell’ONU, sono tutti oggettivamente punti di resistenza rispetto al pieno dispiegarsi degli interessi delle grandi multinazionali. Costituiscono un quadro da rompere e non da modificare lentamente. Con tutta evidenza nel corso degli anni novanta e in questo primo scorcio di secolo si è lavorato alla destabilizzazione d’alcune aree regionali: balcani, medio oriente, africa nera, america latina, Caucaso. Con l’11 settembre tutto ciò viene accelerato e reso globale e, coerentemente, gli Stati Uniti guidano un processo teso a creare alta tensione sulla base della quale implementare il ruolo politico del G8 a scapito dell’ONU e di qualsiasi altro organismo politico regionale come l’Unione Europea, sempre più ridotta a mercato liberalizzato. L’ingresso a pieno titolo della Russia nel G8 e la sua graduale integrazione nella NATO preludono ad un ulteriore passo nella costruzione del nuovo ordine così come l’ingresso della Cina nel WTO e il prossimo ingresso della Russia preludono ad una nuova, e come già si vede turbolenta, fase della globalizzazione economica. Instabilità e guerra permanente di tipo nuovo (Kossovo ed Afghanistan) sono la cifra del governo politico reale del mondo oggi. Solo così si spiega la voluta destabilizzazione di tutto il medio oriente sia con la cancellazione del processo di pace israelo-palestinese, sia con i ventilati attacchi all’Iraq. Al contrario di quanto pensano molti osservatori gli USA sono interessati a rimettere in discussione il loro rapporto con i cosiddetti paesi arabi moderati. Mentre scrivo non so se ci sarà o meno un attacco in grande stile all’Iraq contro il parere di Egitto, Giordania ed Arabia Saudita, ma intanto il solo annuncio serve a scuotere tutto il medio oriente e tende a costringere ogni paese a cercare una propria nuova collocazione nel mondo globalizzato. Anche qui troppe rendite di posizione dei paesi arabi moderati, che sono costate ai palestinesi non meno delle aggressioni israeliane, costituiscono un ostacolo al pieno dispiegarsi della globalizzazione. Basta volgere uno sguardo anche distratto all’America Latina dove è stato interrotto il processo di pace in Colombia e dove già si parla di un nuovo colpo di stato contro Chavez, dove le turbolenze sociali prodotte dalla crisi finanziaria attuale sono semplicemente represse nel sangue, per capire che l’instabilità è un dato generale e non circoscritto al medio oriente. Insomma, la guerra e la vocazione autoritaria delle organizzazioni che presiedono alla globalizzazione ci accompagneranno per una lunga fase e sono ben più gravi che semplici manovre per il controllo di un oleodotto o di un giacimento energetico. Per questo, e non solo per motivi etici, la discriminante contro la guerra è vitale per il movimento che si oppone alla globalizzazione, così come per qualsiasi discorso sul dialogo fra le sinistre in Italia e in Europa.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione nell’agosto 2002