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A Madrid vince la destra nella sua versione più Trumpista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 Maggio, 2021 by ramon mantovani

Si sono svolte il 4 maggio le elezioni (anticipate) della Comunità Autonoma di Madrid i cui risultati avranno importanti conseguenze per la politica in tutta la Spagna.
Prima di descrivere i risultati è necessario sapere che essendo la regione composta da un’unica provincia il sistema è integralmente proporzionale ma con sbarramento del 5%. E che le elezioni, secondo quanto previsto dalla legge elettorale della regione, valgono solo per completare la legislatura vigente, che terminerà nel maggio del 2023. Il parlamento (Asamblea) la cui composizione numerica varia secondo l’ultimo censimento in questa legislatura è composto da 136 seggi.

I RISULTATI DEL 4 MAGGIO 2021

La partecipazione, nonostante la pandemia, le relative misure di sicurezza e la data feriale, è notevolmente aumentata passando da 3 milioni 251 mila voti pari al 64,27% del 2019 a 3 milioni 644 mila pari al 76,25% del 2021.

Il Partito Popolare passa da 720 mila voti (22,23% e 30 seggi) a 1 milione 620 mila voti (44,73% e 65 seggi)
MAS MADRID da 475 mila voti (14,69% e 20 seggi) a 615 mila voti (16,97% e 24 seggi)
Il PSOE da 884 mila voti (27,31% e 37 seggi) a 610 mila voti (16,85% e 24 seggi)
VOX da 287 mila voti (8,88% e 12 seggi) a 330 mila voti (9,13% e 13 seggi)
Unidas Podemos da 181 mila voti (5,60% e 7 seggi) a 261 mila voti (7,21 e 10 seggi)
CIUTADANOS da 629 mila voti (19,46% e 26 seggi) a 129 mila voti (3,57% e 0 seggi)
Le altre 14 liste hanno ottenuto meno del 0,5% dei voti.

ANALISI DEI DATI

Prima di altro è importante conoscere la storia elettorale recente della regione, al fine di poter valutare correttamente i risultati. Per esempio per capire la vera dimensione del successo del PP, della sconfitta del PSOE e del risultato delle due formazioni della sinistra alternativa MAS PAIS e UP.
Dalle prime elezioni della Comunità Autonoma di Madrid del 1983 si sono succeduti 12 governi. I primi tre (dal 1983 al 1995) monocolori del PSOE, i successivi 8 (dal 1995 al 2019) monocolori del PP e l’ultimo (dal 2019 al 2021) di coalizione.
Segnatamente dal 2015, con la crisi del bipartitismo, il PP che aveva avuto dal 1995 sempre maggioranze assolute di seggi, è diventato dipendente da appoggi di altri partiti per la formazione del governo. Nel 2015 appoggio esterno di CIUDADANOS e nel 2019 con il governo di coalizione PP – CIUDADANOS e appoggio esterno di VOX.
Quindi, in realtà nelle ultime elezioni del 4 maggio il PP, che ha ottenuto 65 seggi su 136, sarà dipendente dai voti di VOX o per formare un governo monocolore di minoranza o per formare un governo di coalizione con VOX. Ed è del tutto chiaro che l’avanzata del PP si è nutrita soprattutto dei voti che nel 2019 erano andati a CIUDADANOS e da voti provenienti dall’astensione. E che i voti di VOX del 2019 si sono confermati e, con un lieve aumento, si sono consolidati.
In altre parole dal 2011 il blocco di destra passa dai 72 seggi del PP (su 129 seggi totali del parlamento) ai 65 su 129 (48 del PP e 17 di CIUDADANOS) del 2015, ai 68 su 132 (30 del PP, 26 di CIUDADANOS e 12 di VOX) del 2019, ai 78 su 136 (65 del PP e 13 di VOX) del 2021. Le percentuali di voto del blocco passano dal 51,73% del 2011 al 46,93% del 2015, al 50,57% del 2019 e al 57,43% del 2021.
Per quanto il successo del PP sia indiscutibile non si tratta né di qualcosa di inaspettato né di uno stravolgimento storico dei rapporti di forza fra destra e sinistra nella comunità di Madrid.
Se si analizza questo successo con i criteri del marketing elettorale e con la descrizione della campagna elettorale che nel corso degli anni è diventata sempre più presidenzialista di fatto (nonostante il sistema sia proporzionale e si voti solo per liste di partito) si rischia di non capire alcune cose a mio avviso fondamentali.
La Comunità Autonoma di Madrid è in realtà la provincia di Madrid, e cioè della capitale spagnola. E i governi del PP hanno implementato una politica ultra neoliberista. Questa comunità ha la spesa in sanità ed istruzione rispetto al PIL più bassa di tutta la Spagna. Basti sapere che il 50% degli ospedali della comunità sono privati e che negli indici europei PISA sulla segregazione scolastica per regioni è la penultima. Ha l’indice di differenza fra il 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero più alto di tutta la Spagna pur avendo il reddito medio per abitante più elevato. Ha fortemente ridotto la già scarsa industria manifatturiera ed incrementato in modo abnorme il numero di imprese finanziarie e dei servizi giacché, con un pesante dumping fiscale, ha attratto migliaia di sedi centrali di imprese che operano in tutte le altre Comunità Autonome.
Tutto questo, ed altro ancora, ha prodotto un modello sociale altamente competitivo ed individualistico, ed una fortissima differenziazione di classe dei quartieri della città e dei paesi dell’hinterland. E insieme a un relativo basso tasso di disoccupazione e ad un alto tasso di lavoro precario ha consolidato una egemonia del modello sociale.
Sulla minaccia (presunta) a questo modello proveniente dal governo PSOE – Unidas Podemos sostenuto dalle sinistre indipendentiste catalane e basche il PP, e in particolare la Presidenta uscente e candidata di fatto alla rielezione Isabel Diaz Ayuso, ha impostato la campagna elettorale. “L’alternativa è fra libertà e comunismo” è stato lo slogan più ripetuto. E nel tempo della pandemia l’egoismo sociale e l’assenza di coscienza collettiva prodotta dall’individualismo dilagante si è tradotto in misure sanitarie ridotte al massimo e in “libertà” di uscire a “bere birre”, anche scontando i massimi di contagio e mortalità. Diaz Ayuso ha convocato elezioni anticipate all’improvviso, nonostante non ci fosse nessuna crisi interna alla coalizione di governo, con la scusa che temeva che CIUDADANOS avrebbe fatto un ribaltone in combutta con il PSOE, visto che aveva tentato di farlo nella regione di Murcia. Ed ha virato a destra erigendosi a opposizione al governo centrale di PSOE-UP. Ha indicato in Madrid il modello da seguire per il resto della Spagna propugnando una sorta di nazionalismo madrileno dentro il nazionalismo spagnolo. “Madrid è la Spagna e la Spagna è Madrid” nel senso che, essendo l’unità della Spagna minacciata dal governo centrale condizionato dai comunisti e alleato con eredi dell’ETA e con separatisti catalani, è necessario unire la destra e cacciarlo. Se VOX ha catturato i voti franchisti, sciovinisti estremi, xenofobi, antifemministi e omofobi che fino ad ora erano stati interni al PP è necessario impedire ulteriori emorragie di voto abbracciando VOX e facendo propri molti dei contenuti di estrema destra di VOX. È cosí che Diaz Ayuso è la prima esponente del PP a dire esplicitamente che “Cuando te llaman fascista sabes que lo estás haciendo bien y que estás en el lado bueno!”. Nemmeno gli ex ministri di Franco diventati dirigenti del PP avevano osato dire qualcosa del genere. Insomma, se c’è una chiave per capire il successo del PP a Madrid sta nel modello sociale liberista imperante, nella risposta reazionaria e sciovinista alla crisi catalana, nella bandiera della “libertà” di stampo Trumpista e nella contiguità con Vox. Tutto ciò è effettivamente un modello di strategia politica per il futuro del PP. Del resto, dalla formazione del governo centrale PSOE-UP il PP, che ha dalla sua parte i vertici della magistratura e degli apparati militari dello stato, ha dichiarato il governo illegittimo, ha bloccato (da più di due anni) il rinnovo dei vertici della magistratura, ha difeso a spada tratta la monarchia investita da continui scandali e così via. Resta da vedere se nel resto della Spagna, anche nelle Comunità autonome governate dal PP, che vedono emigrare verso la capitale le imprese maggiori a causa del dumping fiscale, dove l’economia è in netta recessione e la disoccupazione in crescita, questo modello possa funzionare efficacemente.

VOX
VOX sembra aver interrotto una irresistibile ascesa in consensi. Ma non è così. I suoi cavalli di battaglia contro l’immigrazione, contro il femminismo e i diritti civili, contro baschi e catalani, hanno funzionato perfettamente perché hanno egemonizzato il PP ed anche una parte dell’elettorato delle classi subalterne. Che molti voti si siano concentrati sul voto “utile” (anche se non lo è affatto concretamente in un sistema proporzionale), non significa che VOX sia in declino. Anzi. Infatti i dirigenti di VOX hanno mostrato grande soddisfazione e si sono subito dichiarati disponibili ad appoggiare il governo del PP o a parteciparvi direttamente.

CIUDADANOS
Anche per questa forza politica bastano poche righe giacché la sua crisi è patente e probabilmente irreversibile. Per il partito di “centro”, liberale nel senso di liberista estremo, nazionalista spagnolo, e propenso ad allearsi sia con il PP sia con il PSOE, nella radicalizzazione dello scontro non c’è spazio. Alle ultime politiche è passato da 57 a 10 seggi. E nelle elezioni catalane da 36 a 6. Ha avuto ed ha una emorragia inarrestabile di deputati e dirigenti nazionali e locali verso il PP.

PSOE
Il Presidente del governo centrale Pedro Sanchez, costretto solo dall’aritmetica parlamentare al governo di coalizione con Unidas Podemos e a firmare un programma di governo che contiene la abrogazione delle leggi sulla precarietà del lavoro, la regolamentazione degli affitti, l’apertura di un negoziato politico con il governo catalano, e diverse altre cose praticamente antitetiche con il suo programma, ha tentato continuamente e senza esito di allargare, almeno su provvedimenti parziali, la maggioranza a CIUDADANOS. Ha tentato di far cadere il governo della regione di Murcia (PP e CIUDADANOS con appoggio esterno di VOX) in combutta con la direzione centrale di CIUDADANOS. Ma l’operazione, che avrebbe potuto estendersi ad altre Comunità Autonome creando un nuovo quadro politico generale, è miseramente fallita allorquando i deputati murciani di CIUDADANOS sono usciti dal partito e hanno continuato a governare con il PP. Come se non bastasse per Sanchez e per gli “strateghi” del PSOE questa operazione ha fornito su un piatto d’argento al PP di Madrid l’occasione per sciogliere il governo e convocare le elezioni anticipate. Mentre dal canto suo Unidas Podemos ha alzato la voce e si prepara ad una controffensiva per l’applicazione del programma di governo, con il sostegno dei sindacati (compresa l’UGT di ispirazione socialista) e dei movimenti sociali di lotta interessati dai provvedimenti annunciati nel programma, a cominciare dalla questione della casa.
La campagna elettorale del PSOE di Madrid è stata semplicemente disastrosa. Il capolista, indicato per la Presidenza del governo, è stato capace di dire che non voleva formare un governo con Unidas Podemos, che il suo interlocutore privilegiato era CIUDADANOS mentre CIUDADANOS ripeteva che voleva rifare il governo con il PP, che non avrebbe messo in discussione il sistema fiscale del PP, per poi dire che il suo interlocutore era Unidas Podemos e che bisognava evitare il governo delle destre a tutti i costi. Tutto nel giro di pochi giorni. Ma non si tratta di imperizia, di errori di marketing e di confusione mentale. O non solo. Si tratta di un partito che, come tutti gli altri partiti socialisti e socialdemocratici europei, continua a pensare di poter governare il modello neoliberista vincente temperandolo e accompagnandolo con un profilo progressista sui diritti civili. Come se per le classi subalterne (che in buona parte continuano a votare il PSOE) i problemi sociali e quelli inerenti ai diritti civili possano essere separati. E come se la guerra fra poveri promossa da VOX ed anche dal PP della signora Diaz Ayuso possa essere evitata senza mettere mano alla precarietà e agli elementi strutturali del modello sociale neoliberista. I 24 seggi del PSOE di Madrid sono il minimo storico del partito nella Comunità economicamente e politicamente più importante. L’insuccesso è molto più grave di quel che dicono le nude cifre. Perché allude alla prospettiva politica di lungo periodo del partito. Costretto ad una alleanza di governo con Unidas Podemos con sostegno esterno degli indipendentisti catalani e baschi alla quale non c’è alternativa, avversata esplicitamente dalla vecchia guardia di Felipe Gonzales e da diversi “baroni” regionali, attaccata esplicitamente dagli apparati della magistratura e militari, invisa alla tecnocrazia europea e alla Confindustria spagnola. Inoltre, dulcis in fundo, il PSOE a Madrid è stato superato, anche se di pochissimo, dalla formazione della sinistra alternativa MAS MADRID, i cui voti sommati a quelli di UP sono di 7 punti percentuali e 10 seggi superiori a quelli dei socialisti.

LA SINISTRA ALTERNATIVA
È necessario chiarire, per i lettori italiani di sinistra, alcune cose in parte o del tutto sconosciute.
Nel febbraio del 2017 si tiene il secondo congresso di Podemos. Si confrontano due linee politiche alternative fra loro. Quella neopopulista di sinistra avversa alla unità strategica con Izquierda Unida sostenuta da Iñigo Errejon (fino ad allora considerato il numero due della formazione) e quella di sinistra radicale favorevole ad un accordo strategico con IU sostenuta da Pablo Iglesias. Vince con due terzi dei consensi la linea di Iglesias che viene rieletto segretario anche con i voti di Errejon. Iglesias estromette Errejon e gli altri sostenitori della linea sconfitta dai posti importanti di direzione. La divisione si cristallizza. Non è in questa sede il caso di descrivere approfonditamente la natura leaderistica di Podemos, la sua organizzazione interna e il suo scarso insediamento sociale.
Nel dicembre del 2017 si consuma una rottura nel governo del comune di Madrid, in carica da più di due anni, nella lista lista unitaria AHORA MADRID e presieduto dall’indipendente Manuela Carmena. La Sindaca accetta i diktat del ministro dell’economia del governo centrale del PP relativi a pesanti tagli della spesa sociale. L’Assessore (Consejal) dell’economia del municipio Carlos Sanchez Mato (dirigente nazionale di Izquierda Unida) si rifiuta di accettare l’applicazione dei tagli e viene sostenuto in questa posizione da IU nazionale. La Sindaca Carmena rifiuta che si faccia un referendum fra tutti i militanti della lista Ahora Madrid e toglie gli incarichi di governo agli esponenti di Izquierda Unida. Podemos di Madrid, nel quale la linea di Errejon ha la maggioranza alla fine sostiene la posizione della Sindaca. All’inizio del 2019 si consuma la scissione di Podemos ed Errejon, con il pieno sostengo di Manuela Carmena, fonda il nuovo partito MAS PAIS e alle municipali di Madrid del maggio 2019 si presentano due liste: MAS MADRID (con la sindaca uscente capolista) e Izquierda Unida – Madrid en Piè (composta da IU e forze minori di estrema sinistra). Podemos non partecipa direttamente alle elezioni e solo all’inizio della campagna elettorale da indicazione di voto per la lista di IU. Il risultato è che la lista MAS Madrid praticamente conferma i voti del 2015 di AHORA MADRID (passa dal 31,84% al 30,99%) e la lista di IU ottiene uno scarso 2,63%.
MAS PAIS alle ultime elezioni generali del novembre 2019 ottiene l’1,32% dei voti e 2 seggi, entrambi nella circoscrizione di Madrid dove ottiene il 5,64%. Mentre Unidas Podemos ottiene il 13% e 35 seggi in tutta la Spagna e il 13% e 5 seggi a Madrid.
Questo breve riassunto degli antecedenti al voto del 4 maggio serve per capire la complessità dello stato della sinistra alternativa in Spagna sulla quale bisognerebbe riflettere maggiormente in un altro articolo. Ma è indispensabile per comprendere il risultato delle ultime elezioni madrilene.
Con la convocazione delle elezioni anticipate Pablo Iglesias, con un vero colpo di teatro, annuncia le sue dimissioni dalla Vicepresidenza del governo e dal parlamento nazionale, dichiara che al prossimo congresso di Podemos non si ripresenterà alla carica di Segretario Generale. Tutto per guidare la lista di Unidas Podemos o, se MAS MADRID accetta, per partecipare in secondo piano ad una lista unitaria della sinistra alternativa madrilena. Secondo Iglesias è vitale impedire che la destra di PP e VOX governi la Comunità Autonoma della capitale. Indica la Ministra del Lavoro Yolanda Diaz (comunista) come sua sostituta alla Vicepresidenza del governo e Ione Belarra (Podemos) come sua sostituta al ministero dei diritti sociali.
MAS MADRID rifiuta la lista unitaria contando sulla popolarità della propria capolista Monica Garcia, ex militante di Podemos e anestesista in un ospedale pubblico, che aveva guidato l’opposizione nel parlamento contro il governo del PP e CIUDADANOS.
Sia Podemos che MAS MADRID decidono di non polemizzare fra loro in campagna elettorale, di concentrare tutte le energie contro le destre e di proporre un governo di sinistra al quale il PSOE non potrà sottrarsi. Ma, in questo scontro i temi sociali per quanto evocati rimangono in secondo piano. Anche perché la stampa e le TV concentrano il dibattito sulle inevitabili polemiche provocate dalle affermazioni filofasciste e xenofobe delle destre e sui profili personali dei candidati e candidate alla presidenza. Il bersaglio favorito dei tre quotidiani di destra, e anche del filosocialista (ma ostile al governo con Unidas Podemos) El Pais, è ovviamente Pablo Iglesias.
Come se non bastasse, a metà della campagna lettere anonime contenenti proiettili arrivano al Ministro degli Interni, a Pablo Iglesias, alla nuova direttrice della Guardia Civil nominata da poco dal governo. La campagna si avvelena perché la capolista di VOX mette in dubbio l’autenticità della minaccia. Nei giorni successivi diverse altre lettere con proiettili arrivano ad altri esponenti di sinistra ed anche di destra, compresa Diaz Ayuso. Se i temi sociali erano stati già in secondo piano praticamente spariscono completamente dal dibattito pre elettorale.
Alla fine il risultato elettorale induce Pablo Iglesias a dimettersi immediatamente anche dalla carica di Segretario Generale di Podemos. Sebbene la lista di UP sia aumentata in voti e in seggi Iglesias sostiene che la sua stessa persona è diventata un ingombro in quanto usata come capro espiatorio e come bersaglio dalle destre e soprattutto dalla stragrande maggioranza dei mass media.

Conclusioni

Chi volesse leggere i risultati delle elezioni madrilene come anticipazione inevitabile di quel che succederà alle prossime elezioni generali del 2023 si sbaglia. La partita è ancora aperta. Soprattutto dentro il governo centrale. Come ho già detto più sopra i temi del lavoro, dello stato sociale, della distribuzione dei fondi europei e delle condizioni che porrà la Commissione Europea, della casa, dei diritti civili, del negoziato sulla questione catalana, sono tutti nodi che arriveranno al pettine nei prossimi mesi. Sarà una partita durissima e difficilissima per Unidas Podemos. Ma lo sarà anche per il PSOE che ha perso CIUDADANOS come interlocutore necessario alla sua destra per ridurre il peso e l’influenza di UP e dei movimenti di lotta e sociali che in Spagna sono tutt’altro che sopiti.
Sarà decisivo, anche, il futuro di Unidas Podemos. Lo stesso Pablo Iglesias ha avuto parole autocritiche sul leaderismo, che è stato all’inizio una delle chiavi del successo di Podemos per poi diventare rapidamente il suo limite principale. È altamente probabile che Yolanda Diaz, che ora è Vicepresidente del Governo, possa guidare la coalizione alle prossime elezioni e che Ione Belarra possa diventare la nuova Segretaria Generale di Podemos. Ma la vera questione non è delle persone che guideranno e rappresenteranno la forza politica. Quel che sarà importante sarà lo stato delle lotte e il rapporto fra queste e quel che succederà dentro il governo sui temi che sono incompatibili con la natura e la linea del PSOE. E sul grado e profondità di collegamento strutturato fra i movimenti sociali e UP. E quindi su cosa saranno Podemos, Izquierda Unida, Catalunya en Comù e il Partito Comunista Spagnolo nel futuro. Avremo occasione di ritornarci.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 6 maggio 2021

Governo di sinistra in Spagna. Comincia il difficile.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 gennaio, 2020 by ramon mantovani

Il 7 gennaio, dopo tre giorni di movimentato dibattito parlamentare Pedro Sanchez, il segretario generale del PSOE, è stato eletto Presidente del governo. E’ stato possibile grazie ad un voto di maggioranza relativa di 167 voti favorevoli, 165 contrari e 18 astensioni.

Il governo, per la prima volta nella storia recente della Spagna, sarà di coalizione e sarà composto dal PSOE e da Unidas Podemos (120 e 35 voti rispettivamente). Gli altri partiti che hanno votato favorevolmente lo hanno fatto dopo aver raggiunto accordi scritti e firmati ma non faranno parte del governo. Si tratta del Partito Nazionalista Basco (PNV) con 6 voti, di Mas Pais (scissione di Podemos) con 2 voti, e di altre 4 formazioni locali con un voto ciascuna, Compromis (Pais Valencià), Bloque Nacionalista Gallego, Nueva Canarias e Teruel Existe.

I voti contrari sono stati dei tre maggiori partiti di destra, Partido Popular, Vox e Ciudadanos (88, 52 e 10 voti rispettivamente), dell’Union del Pueblo Navarro (2 voti), dei partiti locali con un solo voto, Partido Regionalista de Cantabria, Foro Asturias, e Coalicion Canaria. Hanno votato contro, ovviamente con motivazioni opposte alle destre spagnole, anche le due formazioni indipendentiste catalane Junts per Catalunya (destra) e la Candidatura de Unidad Popular (estrema sinistra) con 8 e 2 voti rispettivamente.

Il voto di astensione, decisivo per la formazione del governo, è stato delle due formazioni indipendentiste catalane e basche Esquerra Republicana de Catalunya (13 voti) e EH Bildu (5 voti).

Come si può facilmente intuire il governo nasce debole dal punto di vista parlamentare. Esposto ad ogni evento che possa far mutare di opinione uno dei partiti che l’ha appoggiato o che ha permesso la sua formazione con il voto di astensione. La prima vera ed importante prova sarà la legge di bilancio, che è regolata dalla costituzione spagnola in modo sensibilmente differente da quella italiana e che non descriveremo qui per motivi di brevità.

Come si è arrivati all’accordo fra PSOE e Unidas Podemos e alla formazione della maggioranza relativa parlamentare.

Il PSOE ha tentato negli ultimi anni in tutti i modi possibili ed immaginabili di governare da solo. Nel mio precedente articolo “l’arroganza del PSOE” (pubblicato su questo stesso sito) li ho descritti e ne ho parlato in modo esaustivo. Non lo rifaccio qui.

L’importante è capire cosa abbia portato (ma sarebbe meglio dire costretto) il PSOE ad una svolta di “sinistra”. Se apparente ed occasionale o seria e strategica lo vedremo prossimamente.

Nell’ultima campagna elettorale il PSOE, sperava di ottenere più voti, di vedere fortemente ridotti i consensi di Unidas Podemos grazie alla scissione di Mas Pais (capitanata dall’ex numero due di Podemos e sostenuta dalla ex sindaca di Madrid), e di non dover contare sull’astensione di forze indipendentiste catalane e basche. Se le cose fossero andate così avrebbe potuto governare da solo, anche se in minoranza, ottenendo l’astensione almeno di Ciudadanos, che negli ultimi giorni di campagna aveva esplicitamente previsto di farlo al fine di evitare l’ingresso di Unidas Podemos al governo, e qualsiasi tipo di accordo con forze indipendentiste catalane e basche. Ed è presumibile che lo stesso Partito Popolare avrebbe seguito Ciudadanos.

Che il PSOE puntava a questo quadro politico è provato dal fatto che Sanchez in campagna ripetutamente aveva promesso che non avrebbe mai fatto entrare Unidas Podemos al governo. Aveva attaccato l’indipendentismo catalano frontalmente sostenendo, come Ciudadanos e il PP, che in Catalogna ci sarebbe una crisi di convivenza civile provocata dagli indipendentisti e non un conflitto politico fra Spagna e Catalogna.

Quindi solo l’esito elettorale, con il crollo di Ciudadanos da 57 a 10 seggi, con l’ascesa di VOX fino a 53 seggi, con la tenuta di Unidas Podemos e il fallimento di Mas Pais (2 seggi), con la crescita degli indipendentisti catalani e baschi, ha obbligato Sanchez a fare una svolta di 180 gradi il giorno successivo alle elezioni.

Ho detto Sanchez perché dentro il PSOE i vecchi dirigenti storici, ormai totalmente integrati nel sistema di potere economico dominante, e gran parte dei “barones territoriales” e cioè di diversi socialisti Presidenti di Comunità Autonome, per non parlare della CEOE (confindustria spagnola), delle più importanti imprese e banche proprietarie di televisioni e giornali, avrebbero volentieri sacrificato la testa di Sanchez per avere un governo monocolore socialista con un altro esponente del PSOE o un indipendente alla testa e l’appoggio esterno del PP.

Per questo, e solo per questo, due giorni dopo le elezioni del 10 novembre è stato annunciato il preaccordo fra PSOE e Unidas Podemos per un governo di coalizione, “progressista e di sinistra”, senza veti sulla persona di Pablo Iglesias e con un immediato cambio di posizioni sulla questione catalana. Quel che non si era potuto fare per mesi nelle breve legislatura precedente si è fatto in poche ore!

Come per magia la crisi di convivenza in Catalogna provocata dagli indipendentisti per il PSOE è diventata un “problema e un conflitto politico” da risolvere con dialogo e negoziato e non con i tribunali, la Spagna è ridiventato uno stato plurinazionale, la destra tutta è diventata “estrema destra”.

Tutto questo la dice lunga sulla natura ed affidabilità politica ed anche democratica del PSOE.

Ovviamente l’esiguità della maggioranza relativa in parlamento e i due grandi problemi del paese, che continuano ad essere irrisolti e che sono l’enorme diseguaglianza sociale e la questione catalana, sono un combinato disposto che peserà sulla vita del governo fin dai suoi primi passi. E che costringerà il PSOE a scelte, in un senso o nell’altro, irreversibili per lungo tempo.

Ma intanto la situazione politica è profondamente cambiata.

Come ha testimoniato lo stesso dibattito parlamentare sulla elezione del Presidente del Governo.

Un dibattito teso, come non mai. Nel quale le tre destre ed alcuni loro alleati locali, con il sostegno aperto di gran parte dei mass media, hanno sostenuto la stessa identica tesi: il governo è illegittimo. Illegittimo perché i voti del PSOE ottenuti con la promessa che mai si sarebbe fatto un governo con Unidas Podemos e che mai si sarebbe scesi a patti con l’indipendentismo, sarebbero stati di fatto ottenuti con un imbroglio. Illegittimo perché sorretto con l’astensione dei “nemici della patria che vogliono distruggere la Spagna e che sono golpisti (ERC) e terroristi dell’ETA (Bildu)”. Un governo contro il quale le destre hanno annunciato che non esiteranno a ricorrere ai tribunali. In contemporanea al dibattito parlamentare non sono mancati alle destre l’appoggio esplicito della conferenza episcopale e della confindustria spagnola. Come non sono mancati, da parte di Vox, appelli alle forze armate affinché intervengano contro i “traditori” per difendere la patria.

Non c’è dimostrazione più chiara che la “transizione” non si è mai conclusa con la effettiva democratizzazione della Spagna. E che la destra spagnola, ora differenziata in tre partiti che per decenni hanno di fatto convissuto dentro il PP, sulle questioni sostanziali, economia, natura dello stato e monarchia erede del franchismo, si batte apertamente per risolvere la crisi politica e sociale della Spagna con una involuzione e un netto ritorno al passato. Del resto nell’ultimo decennio è stato il Partito Popolare a produrre politiche di classe che hanno compromesso pesantemente lo stato sociale attaccando i diritti dei lavoratori e tagliando duramente la spesa sociale. A varare leggi liberticide e ad indirizzare diversi attacchi all’autogoverno catalano, provocando una rottura profonda e irreversibile il cui sintomo più evidente è un movimento indipendentista fortissimo, contro il quale ha scatenato un’ondata repressiva giudiziaria e poliziesca senza precedenti. O per meglio dire, di franchista memoria.

Le destre spagnole si opporranno duramente al governo, come hanno annunciato chiaramente, nelle piazze mobilitando il nazionalismo spagnolo più retrivo, usando il potere di cui dispongono con il controllo del potere giudiziario, che ormai da tempo agisce spudoratamente come un braccio politico in difesa della “sacra unità della patria”, e facendo causa comune con gli attuali e potenti poteri economici oligarchici, formatisi ai tempi della dittatura con l’espropriazione dei beni degli sconfitti della guerra civile e con il lavoro forzato di decine di migliaia di prigionieri politici.

Dal canto suo il governo e la fragile maggioranza relativa parlamentare dovrà reggere gli attacchi che la destra porterà senza sosta.

Se è vero, come è vero, che la transizione del 78 è in crisi non se ne può uscire che completandola superando esattamente le tre cose che i ministri franchisti redattori della costituzione imposero grazie al controllo totale della magistratura, dell’esercito e delle polizie: la monarchia (che rappresenta la continuità del regime fascista giacché fu Franco a reintrodurla come erede propria); la concezione dello stato fondato sul nazionalismo sciovinista spagnolo e sulla negazione dell’esistenza delle nazioni basca, catalana e galiziana; l’impunità per i crimini commessi lungo i 40 anni di durissima dittatura fascista.

E se è vero, come è vero, che la crisi economica è stata interamente pagata dalle classi popolari, che le diseguaglianze sono aumentate fino a livelli insopportabili, che in tutta la Spagna sono vivi e forti grandi movimenti di lotta, è evidente che il governo dovrà scegliere di invertire la tendenza fin da subito con provvedimenti chiari e netti. Se non lo farà, oltre a produrre delusione e a mettere a rischio la sua stessa esistenza, visto che per Unidas Podemos sarebbe inaccettabile, favorirà le destre nell’operazione, che in molti altri paesi europei è risultata efficace, che mira a promuovere la guerra fra poveri e ad acutizzare la crisi catalana per occultare le contraddizioni di classe e sociali con il più classico nazionalismo: “la Spagna deve tornare ad essere Grande!”. “Prima gli spagnoli!”.

Insomma, il superamento del regime del 78 e le questioni sociali sono i due banchi di prova sui quali si vedrà nei prossimi mesi e, speriamo, anni, se questo governo è veramente un governo progressista e di sinistra.

Le destre, forti del loro controllo del potere giudiziario e forti della sintonia con i poteri economici e del conseguente appoggio esplicito della maggioranza schiacciante dei mass media, non daranno tregua. Al di là degli insulti, delle semplificazioni bugiarde, delle falsità, che ormai imperano nella politica spettacolo di mezzo mondo, ciò che è significativo e preoccupante è che, anche se embrionalmente, riemergono due spagne contrapposte ed inconciliabili. Ovviamente oggi non c’è il pericolo di un colpo di stato classico e nemmeno di una guerra civile, ma c’è il pericolo di una svolta autoritaria, di una criminalizzazione del conflitto sociale, di una soluzione puramente repressiva delle questioni nazionali catalana e basca. Le tre destre sono violentemente liberiste e scioviniste. Per batterle ci vogliono politiche sociali antiliberiste, forti movimenti di lotta e il riconoscimento delle nazioni esistenti storicamente nello stato spagnolo. Su queste questioni qualsiasi ambiguità o gerarchia fra di esse finirebbe con l’alimentare il progetto delle destre.

La questione catalana.

Il PSOE e Esquerra Republicana de Catalunya hanno raggiunto un accordo scritto e firmato che impegna il governo spagnolo ad avviare, in pochissime settimane, un tavolo di negoziato con il governo catalano per risolvere politicamente il conflitto. Un negoziato senza limiti nel quale i catalani proporranno in partenza il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione (che è riconosciuto anche da Unidas Podemos) e una amnistia che metta fine alla repressione giudiziaria e politica del movimento indipendentista catalano. E nel quale il governo dovrà presentare proprie proposte per la risoluzione del conflitto. Sarà un negoziato difficilissimo sia per la dimostrata inaffidabilità del PSOE sia, soprattutto, per le pesantissime ingerenze della magistratura che in pochi giorni prima, durante e dopo i voti parlamentari sul governo ha assestato altri pesanti ed arbitrari colpi contro l’indipendentismo catalano, che non descriveremo qui per brevità.

I voti di ERC e di EH Bildu, saranno necessari per approvare la legge di bilancio e, sebbene entrambi abbiano già dichiarato di essere disponibili ad appoggiare tutti i provvedimenti che migliorino le condizioni delle classi popolari, per loro sarà decisivo l’andamento del negoziato sulla questione catalana.   

Il programma e il governo.

Il programma firmato da PSOE e Unidas Podemos è, a mio modesto avviso e considerando il contesto, un buon programma. Contiene parecchi impegni precisi a trasformare in fatti molte delle rivendicazioni dei movimenti di lotta. Da un notevole aumento del salario minimo all’abrogazione della legislazione sul lavoro del PP, da un aumento delle pensioni alla reintroduzione delle spese sociali tagliate durante la crisi, da una regolazione degli affitti a investimenti in abitazioni pubbliche, da notevoli progressi nella parità di genere a riforme del codice penale contro i femminicidi e le violenze sessuali, da una politica sull’immigrazione basata sull’integrazione all’assunzione dei diritti umani di profughi ed immigrati come elemento sovra ordinatore, dall’eutanasia alla categorica proibizione della gestazione in affitto, da una svolta nelle politiche energetiche all’impegno del rispetto dell’agenda contro il cambio climatico e all’abrogazione delle leggi liberticide approvate nell’ultimo decennio. Vi è anche un capitolo sulla memoria storica che, per la prima volta dopo 40 anni, si propone di annullare le sentenze dei tribunali fascisti, di recuperare le decine di migliaia di salme degli antifranchisti sepolte in anonime fosse comuni e di espropriare le proprietà ottenute illegalmente durante la dittatura. Il programma prevede riforme fiscali moderate ma chiaramente redistributive e soprattutto non prevede la classica politica dei due tempi: prima il risanamento di bilancio e poi, eventualmente, riforme progressive.

Ma contiene, come nel caso del governo portoghese precedente l’attuale, l’accettazione delle compatibilità e dei limiti imposti dall’Unione Europea. Il che è una contraddizione palese che verrà risolta dai rapporti di forza in Spagna e nell’Unione Europea.

In altre parole le intenzioni sulla carta sono buone ma tutto dipenderà dalle lotte sociali, femministe ed ambientaliste e dal peso reale che avranno le ministre e i ministri di Unidas Podemos. Che sono 5. Una vicepresidenza con competenze sui diritti sociali e sull’agenda 20-30 (Pablo Iglesias – Podemos), e 4 ministeri: Lavoro (Yolanda Diaz, che rappresenta la coalizione Galicia en Comun e che è militante di Izquierda Unida e del Partito Comunista di Spagna), Università (Manuel Castells che rappresenta la coalizione catalana En Comù Podem), Consumo (Alberto Garzon che è il coordinatore generale di Izquierda Unida e membro del PCE), Uguaglianza di genere (Irene Montero – Podemos).

Dal canto suo Sanchez ha distribuito incarichi a ministri del PSOE fedeli alla scelta di fare il governo di coalizione con Unidas Podemos e ad alcuni “tecnici” indipendenti che possano essere graditi ai tecnocrati dell’Unione Europea. Come le ministre dell’economia e degli esteri.

In Spagna si può aprire una nuova fase, anche per il resto dei paesi del Sud Europa. Ma è una possibilità, non una certezza. E bisogna sapere che ci vorrà tempo ed anche pazienza.

È proprio il caso di guardare a questa nuova fase con l’ottimismo della volontà. E soprattutto con il pessimismo dell’intelligenza.

ramon mantovani

pubblicato sui siti www.rifondazione.it e https://transform-italia.it/ il 15 gennaio 2020

L’arroganza del PSOE

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 30 luglio, 2019 by ramon mantovani

 

La mancata formazione di un governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos merita di essere analizzata perché può essere un punto di svolta (negativo) per la politica spagnola, e non solo.

Per capire bene cosa è successo, senza incorrere nell’errore di paragonare impropriamente la situazione spagnola con quella italiana, bisogna considerare le profonde differenze tra i due sistemi politico istituzionali. Ed anche sapere cosa è successo nelle due precedenti tornate elettorali del 2015 e del 2016.

Innanzitutto bisogna sapere che in Spagna il sistema elettorale è proporzionale nelle circoscrizioni provinciali ma, non essendoci una attribuzione dei seggi restanti (e cioè non eletti con quoziente pieno nelle province) in un collegio unico nazionale, è stato nei fatti maggioritario ed ha prodotto il bipartitismo PSOE-PP.

A fare le spese di questo sistema è sempre stata la sinistra radicale che non ha mai avuto la possibilità (anche con percentuali di voto superiori al 10%) di eleggere deputati nella stragrande maggioranza delle province (45 delle 52 circoscrizioni).

Questo sistema ha prodotto nel tempo ben quattro effetti distorsivi della volontà popolare: 1) gli elettori potenziali della sinistra radicale sono stati indotti a votare PSOE in gran parte delle province per non disperdere il voto e non far vincere il PP. 2) la contesa elettorale nei fatti ha avuto come oggetto il governo e non già la formazione di un parlamento rappresentativo. 3) il partito più votato ha, anche con percentuali del 40%, ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi ed ha formato un governo monocolore. “Vincere le elezioni” per decenni ha voluto dire banalmente essere il primo partito. 4) Pur non essendoci il presidenzialismo, nei fatti il capolista a Madrid del partito più votato è storicamente diventato il capo del governo e progressivamente le campagne elettorali sono state di fatto presidenzialiste e ultrapersonalizzate sulla figura del candidato a presiedere il governo.

Vi è poi un’altra peculiarità che è indispensabile tenere in conto per capire gli ultimi avvenimenti. In Spagna il Re, dopo consultazioni con i gruppi parlamentari, nomina un candidato ad essere eletto Presidente del Governo. Ma quest’ultimo si presenta al Congreso de los Diputados senza dover indicare la lista dei ministri e può essere eletto con maggioranza assoluta dei membri in prima votazione o con maggioranza semplice in seconda. Se eletto forma il governo che gli pare e piace senza dover ricevere la fiducia del parlamento. In altre parole può governare in minoranza perché con le astensioni dei piccoli gruppi, che rimangono poi all’opposizione, può ottenere più voti positivi che negativi. La maggioranza dei governi, dalla Costituzione del 78 in poi, sono stati governi monocolori di minoranza. E va aggiunto che secondo la Costituzione è lo stesso Presidente del Governo a poter sciogliere le camere e convocare nuove elezioni. Con un considerevole potere di ricatto nei confronti del parlamento e degli altri partiti.

Negli ultimi anni il sistema bipartitista è entrato in crisi. Per effetto della crisi economica, degli scandali di corruzione del PP ma anche del PSOE, della questione catalana, dell’entrata in scena potente di tre nuovi soggetti (Podemos, Ciudadanos e Vox) il bipartitismo PSOE-PP è passato (sommando i voti dei due partiti) dall’83,81% del 2008 al 45,38% di quest’anno.

Nelle elezioni del dicembre del 2015 il bipartitismo aveva ancora il 50,7%. Il PP era passato dal 44,63% e 186 seggi su 350 del 2011 al 28,71% e 123 seggi. Il PSOE dal 28,76 e 110 seggi al 22% e 90 seggi. Podemos, le liste catalane, valenciane e galiziane ad esso collegate, che si presentava per la prima volta, aveva ottenuto il 20,66% e 69 seggi. Izquierda Unida (senza presentarsi in Catalunya e Galicia perché presente nelle liste locali collegate a Podemos) era passata dal 6,92% e 11 seggi al 3,68% e 2 seggi. Ciudadanos che si presentava per la prima volta aveva ottenuto il 13,94% e 40 seggi. Da notare che se Podemos non avesse sdegnosamente rifiutato la proposta di lista unica fatta da Izquierda Unida avrebbe superato in voti il PSOE (6 milioni e 100mila voti contro 5 milioni e 500mila voti) e probabilmente in seggi collocandosi come seconda forza nel paese.

Il PP, nel corso delle consultazioni del Re rifiutò di esprimere un candidato alla Presidenza del governo in quanto incapace ad ottenere sul nome di Mariano Rajoy voti favorevoli ed astensioni sufficienti ad eleggerlo. Per la prima volta il partito “vincitore” delle elezioni non riusciva a formare il governo. Il PSOE, invece propose al Re, ed ottenne, di candidare Pedro Sanchez. Con 90 seggi su 350 Sanchez, dopo lunghe consultazioni, aprì due tavoli separati di negoziazione. Uno con Podemos e Izquierda Unida e un altro con Ciudadanos (che per tutta la campagna elettorale aveva definito partito di destra e perfino di estrema destra). Con i primi avrebbe avuto 161 seggi (15 voti in meno della maggioranza assoluta) ma si sarebbe assicurato facilmente i voti favorevoli e/o le astensioni sufficienti dei partiti catalani e baschi per formare il governo. Con Ciudadanos avrebbe avuto 130 seggi e gli sarebbero serviti altri 46 voti, impossibili da conquistare.

Podemos e Izquierda Unida avendo insieme più voti (anche se meno seggi) del PSOE proposero di eleggere Sanchez e di formare un governo di coalizione. E Sanchez li attaccò con l’argomento che pensavano alle poltrone ministeriali prima che al programma. Mentre era in corso il negoziato fra PSOE, Podemos e Izquierda Unida Sanchez annunciò all’improvviso che aveva raggiunto un accordo programmatico (fortemente neoliberista) di governo con Ciudadanos, senza specificare se dopo l’elezione del Presidente del governo si sarebbe formato un governo con la presenza di ministri di Ciudadanos.

Naturalmente il negoziato con Podemos e IU si paralizzò e da quel momento il PSOE iniziò una campagna martellante (sostenuto da tutti i mass media) affinché Podemos e IU votassero, insieme a Ciudadanos a favore di Sanchez Presidente con il programma concordato fra PSOE e Ciudadanos. Ovviamente questi negarono il voto e vennero convocate nuove elezioni.

Questo comportamento del PSOE può apparire perfino irrazionale. Ma non lo è affatto. Per il semplice motivo che, come affermerà Sanchez stesso in una storica lunga intervista televisiva, enormi pressioni dei poteri forti gli avevano fatto rinunciare anche alla sola ipotesi di formare un governo con Podemos e IU. E non lo è nemmeno perché la seguente campagna del PSOE, anche questa sostenuta dai mass media più potenti, che porterà alle elezioni del dicembre del 2016 incentrata contro Podemos e IU, e segnatamente contro Pablo Iglesias che “irresponsabilmente” e per “eccessive ambizioni personali” avevano negato il voto ad un governo socialista facendo il gioco del PP funzionerà benissimo. Come funzionerà benissimo l’appello sia del PSOE che del PP al voto utile.

Infatti nel giugno del 2016 si ripetono le elezioni. Il PP passa dal 28% al 33% e da 123 a 135 seggi e il PSOE, che nei sondaggi era sceso molto, conferma il 22% e passa da 90 a 85 seggi. Unidos Podemos passa dal 24,33% (sommando Podemos e IU) al 21,1% e mantiene i suoi 71 seggi.

Questa volta il PP presenta la candidatura di Rajoy e non essendoci nessuna alternativa possibile, nel PSOE scoppia il finimondo. Nel partito i vecchi più importanti dirigenti, ministri e primi ministri (quasi tutti ben collocati in consigli di amministrazione di banche e imprese multinazionali) insieme alla maggioranza di dirigenti locali del PSOE defenestrano da segretario Sanchez che non ne vuole sapere di far astenere il PSOE per permettere il governo del PP. Ciudadanos appoggia l’elezione di Rajoy senza entrare al governo e il PSOE alla fine si astiene con qualche dissidente. Sanchez il giorno prima del voto si dimette anche da deputato per non astenersi.

In seguito Sanchez da battaglia nel partito e con un profilo nettamente di sinistra vince le primarie contro la candidata sostenuta dalla direzione del partito, Susana Diaz, che da Presidentessa del Governo andaluso aveva poco tempo prima rotto il governo con Izquierda Unida per formarne uno con Ciudadanos.

Il PSOE, con un segretario fuori dal parlamento che mantiene a parole un profilo di sinistra, tenta in tutti i modi di resuscitare una dialettica propria del bipartitismo. Lo fa anche accusando il PP di aver provocato la crisi catalana, dicendo che la Spagna è un paese plurinazionale e che i problemi politici non si risolvono attraverso la via repressiva e giudiziaria. Il giorno dopo del referendum di autodeterminazione autoconvocato unilateralmente dal parlamento catalano, e sul quale si abbatte, come è noto, una violentissima repressione, il PSOE annuncia la presentazione di una mozione di censura, che non verrà mai presentata, contro la Vice Presidentessa del governo di Rajoy, responsabile della gestione del problema catalano. Inoltre il PSOE parla apertamente di abrogazione della legislazione sul lavoro promulgata dal PP. Insomma, pare che il PSOE di Sanchez abbia fatto davvero una svolta a sinistra mentre il PP e Ciudadanos si radicalizzano a destra. Ma poi il PSOE appoggia il PP nell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che scioglie il parlamento catalano, destituisce il governo indipendentista e commissaria tutte le istituzioni catalane. Su tutto questo Unidos Podemos si oppone. Pur criticando l’unilateralismo degli indipendentisti catalani giudica abusiva l’applicazione dell’articolo 155 e la repressione che ne segue. Considera i detenuti del governo catalano e i profughi inseguiti da mandati di cattura come perseguitati politici e ribadisce la storica posizione della sinistra spagnola favorevole ad uno stato federale e al diritto all’autodeterminazione dei catalani. Nel giugno del 2018, dopo un tentativo fallito di Unidos Podemos, il PSOE presenta una mozione di censura contro il governo di Rajoy a seguito di una sentenza giudiziaria che condanna il PP come partito per numerosi casi di corruzione. Nell’ordinamento spagnolo questa mozione di censura equivale a una mozione di sfiducia costruttiva. Se approvata provoca la caduta del governo ed automaticamente entra in carica un nuovo governo con presidente del consiglio indicato nella mozione stessa. Agli 85 deputati del PSOE si aggiungono, senza negoziare nessuna condizione, quelli di Unidos Podemos e quelli di tutti i partiti catalani e baschi. E’ così che per la prima volta in Spagna si forma un governo di minoranza con soli 85 seggi di supporto e con un Presidente che non è deputato. Sanchez annuncia tre cose che sembrano lasciare ben sperare circa le intenzioni del governo: 1) rimozione entro l’estate della salma del dittatore Francisco Franco dal mausoleo del Valle de los Caidos e rivitalizzazione della legge sulla memoria storica; 2) una serie di provvedimenti sociali per combattere la precarietà e per redistribuire il reddito; 3) avvio di un negoziato politico con il nuovo governo catalano indipendentista scaturito dalle elezioni catalane convocate d’autorità dal governo del PP nel dicembre del 2017.

Unidos Podemos propone ed ottiene dal PSOE la elaborazione negoziata di una serie di misure sociali nettamente di sinistra, sia da promulgare per decreto sia da raccogliere nella prossima legge di bilancio.

Ma le cose si complicano. Franco resta dov’è. Quel che doveva essere fatto in poche settimane a due anni di distanza è ancora in forse. Si verifica così quanto sia intriso di franchismo l’apparato giudiziario e statale. Nell’ultima sentenza del Tribunale Supremo che sospende, su ricorso degli eredi, la rimozione del cadavere del dittatore, si definisce Franco come capo dello stato spagnolo dall’ottobre del 1936. E cioè dall’inizio del colpo di stato contro la legittima Repubblica.

Dei provvedimenti concordati fra PSOE e Unidos Podemos per iscritto vede la luce unicamente l’aumento del salario minimo. Gli altri o rimangono nel cassetto o vengono promulgati come decreti in forma riduttiva. È il caso, per esempio, della regolazione degli affitti. Si prolungano i contratti da 3 a 5 anni ma non si mette nessun limite agli aumenti.

Sulla questione catalana effettivamente il governo di Sanchez avvia conversazioni con il governo catalano. Ma si tratta di un dialogo fra sordi nel quale il governo non fa nessuna proposta concreta per superare in positivo la situazione.

In occasione della discussione della legge di bilancio, che necessita dei voti dei partiti indipendentisti catalani e dei partiti baschi sia moderati come il Partito Nazionalista Basco sia di estrema sinistra indipendentista come EH Bildu, Sanchez si impegna ad avviare un vero negoziato con il governo catalano ed accetta che sia accompagnato da una sorta di mediatore. Ma quando i tre partiti di destra PP, Ciudadanos e Vox convocano una manifestazione nazionale a Madrid, il PSOE torna sui suoi passi e annulla il negoziato con il governo catalano prima ancora che sia cominciato.

A questo punto la legge di bilancio viene bocciata perché i partiti catalani votano contro e Sanchez, che ne ha l’autorità, scioglie il parlamento e convoca le elezioni anticipate.

Come si può ben vedere il PSOE di Sanchez tende a presentarsi come partito rinnovato e con posizioni di sinistra, aperto alla collaborazione con Unidos Podemos e al dialogo con i partiti catalani e baschi, ma nei fatti non realizza gli impegni presi e ad ogni passaggio decisivo pretende il sostegno gratuito e senza condizioni al suo governo di minoranza. Se Unidos Podemos o i partiti indipendentisti si permettono di pretendere l’applicazione degli accordi solennemente firmati vengono attaccati come irresponsabili e complici del gioco delle destre. Non si tratta, a mio modesto parere, solo di arroganza, che pure c’è, da parte di Sanchez e del PSOE. Si tratta dei condizionamenti potenti sia dei poteri forti economici contrari alla collaborazione del PSOE con Unidos Podemos, sia degli apparati dello stato, a cominciare dalla monarchia, contrari a qualsiasi ipotesi di soluzione negoziata con il governo catalano.

Non è un caso che siano venuti alla luce recentemente le trame di quelle che in Spagna sono chiamate “le fogne dello stato” e che potremmo definire come apparati deviati, dediti a fabbricare prove false contro Podemos per finanziamenti iraniani e a diversi esponenti dell’indipendentismo catalano per corruzioni e conti esteri inesistenti.

È così che si arriva alle ultime elezioni. I risultati sono noti. Il PSOE cresce fino al 28,68% e 123 seggi. Il PP cala fino al 16,70 e 66 seggi. Ciudadanos sale al 15,86 e 57 seggi. Unidas Podemos cala al 14,31 e 42 seggi. VOX entra in parlamento con il 10,26 e 24 seggi. I due partiti indipendentisti catalani passano da 17 a 22 seggi e quelli baschi da 7 a 10 seggi.

Il risultato del PSOE è un buon risultato, soprattutto se comparato con il precedente, ma non è certo un risultato che gli permette di poter governare da solo. Del resto lo stesso Sanchez in campagna elettorale aveva più volte detto che era apertissimo a formare un governo insieme a Unidas Podemos e aveva nuovamente promesso il dialogo con la Catalunya.

Ciò nonostante, dopo aver ricevuto l’incarico dal Re, Sanchez si comporta nei confronti di Unidas Podemos in modo a dir poco inqualificabile. Rifiuta di aprire un negoziato sul programma e sulla composizione del governo. Secondo Sanchez si deve discutere solo del programma perché poi il governo deve essere coeso e monocolore. Poi propone un governo di “collaborazione”, e cioè un governo nel quale Unidas Podemos può indicare qualche personalità indipendente e gradita ovviamente anche al PSOE. Per giustificare il veto a ministri di UP Sanchez sostiene che su questioni economiche e soprattutto sulla questione catalana UP non è affidabile e potrebbe creare troppo gravi difficoltà al governo. Come a dire che sulle questioni dove le differenze fra PSOE e UP sono consistenti non si può mediare e bisogna applicare la linea del PSOE. Poi, quando accetta di comporre il governo con UP, pone il veto a Iglesias. Poi quando Iglesias annuncia di rinunciare alla personale presenza nel governo il PSOE offre a UP ministeri senza deleghe e senza capacità di spesa consistenti. Quando UP insiste per avere ministeri più importanti Sanchez dice che i ministeri “di stato” (difesa, economia, interni, esteri e giustizia) e altri come lavoro e fisco, non sono negoziabili con UP. Alla insistenza di UP per il ministero del lavoro Sanchez risponde che sarebbe sgradito alla CEO (Confindustria).

Contemporaneamente Sanchez, chiede al PP e a Ciudadanos che si astengano e permettano la formazione di un governo monocolore di minoranza del PSOE. Chiede cioè che facciano ciò che aveva fatto due anni prima il PSOE, e al quale lui si era opposto arrivando a dimettersi da deputato.

La sessione parlamentare di “investidura”, e cioè di elezione del Presidente del governo, viene convocata a negoziati aperti e alla fine si svolge senza alcun accordo previo. Alla prima seduta e votazione, che richiede la maggioranza assoluta, Sanchez insiste con UP affinché vengano accettate condizioni capestro e soprattutto insiste più volte con Ciudadanos e PP, nonostante questi lo accusino di voler formare un governo con populisti, comunisti, golpisti e filoterroristi per distruggere la nazione spagnola, per ottenere il loro appoggio in forma di astensione al fine di evitare elezioni anticipate.

La prima votazione si conclude con 124 voti a favore di Sanchez (uno in più di quelli del PSOE, del Partito Regionalista Cantabrico), 170 voti contro delle destre, indipendentisti catalani ed altri minori, e 52 astenuti di UP e dei due partiti baschi.

I due giorni che separano la prima dalla seconda votazione scorrono con intensi negoziati fra PSOE e UP. Ma si va al voto senza accordo. L’ultimo tentativo di UP in extremis, per ottenere almeno la competenza parziale sulle questioni del lavoro, viene sdegnosamente rifiutato.

UP decide di votare astenuto dopo aver preso in considerazione anche il voto contrario e Esquerra Republicana de Catalunya passa dal voto contrario al voto di astensione. Entrambe le forze lo fanno per evitare (inutilmente) di essere accusati di votare insieme alle destre e soprattutto per segnalare la necessità di continuare la trattativa in vista di una successiva sessione di “investidura” che secondo l’ordinamento si deve svolgere entro due mesi dalla prima votazione, trascorsi i quali il parlamento sarà sciolto automaticamente.

Non dovrebbe essere difficile capire quanto sbagliato sia descrivere questa situazione secondo i canoni italiani, come ha fatto certa stampa italiana, e segnatamente addossando tutta la responsabilità di eventuali elezioni anticipate all’”estremismo” di Unidas Podemos.

Il PSOE e il suo segretario Pedro Sanchez hanno dimostrato ancora una volta di far parte del problema e non della sua soluzione.

Pretendere di governare in minoranza con 128 seggi su 350 contando sull’appoggio esterno di UP e sull’astensione dei partiti baschi e catalani, dopo aver dichiarato inaffidabile UP (che pure ha la metà dei voti del PSOE) per le sue legittime posizioni sulla politica economica e sociale e per la questione catalana senza offrire su questa nessuna soluzione politica,  e/o contare anche sull’astensione di PP e Ciudadanos può significare solo due cose: tentare di ottenere in settembre un governo monocolore di minoranza o puntare nei fatti ad elezioni anticipate.

Sicuramente Unidas Podemos insisterà per un governo di coalizione con un programma di sinistra. Le dichiarazioni di questi giorni del PSOE sembrano escluderlo categoricamente. Ma ci sono due fattori che potrebbero portare il PSOE a mutare di avviso. Tutti i sondaggi successivi alle elezioni hanno dato il PSOE in forte ascesa ma al contempo dicono anche che gli elettori del PSOE vorrebbero un governo di sinistra con UP. Bisognerà vedere cosa dicono i sondaggi che si faranno nei prossimi giorni dopo i due voti falliti in parlamento. Ed in ogni caso bisognerà attendere gli esiti delle pressioni dei poteri forti sul PP e sul recalcitrante Ciudadanos affinché favoriscano un governo di minoranza del PSOE.

Anche in UP Podemos si apre una discussione complicata. Se il PSOE non scende a più miti consigli è meglio permettere un governo di minoranza del PSOE, incalzandolo con la mobilitazione popolare, o è meglio votare contro insieme alle destre, provocando elezioni anticipate nelle quali non si sa cosa potrebbe succedere? Non va dimenticato che le tre destre hanno insieme oggi gli stessi voti di PSOE e UP.

Si tratta del solito dilemma per la sinistra radicale. Qualsiasi cosa si faccia si sbaglia. Nel senso che comunque si paga un prezzo alto. E non esistono scorciatoie né invenzioni miracolose per evitare questo problema. Che è intrinseco a sistemi istituzionali ed elettorali che penalizzano le forze che vogliono mettere in discussione il sistema e non semplicemente amministrarlo accettandone le regole di mercato e i condizionamenti dei poteri forti.

Ovviamente si può discutere degli errori commessi da UP e da Iglesias nel corso del negoziato. Si può farlo all’infinito e si possono avere posizioni contrapposte in merito. Ma discuterne con l’idea che si sarebbe potuto ottenere un buon accordo con questo PSOE o che la rinuncia ad entrare al governo avrebbe salvaguardato la buona immagine di UP come partito disinteressato alle poltrone sarebbe una discussione per fuggire dalla realtà. Né in un caso né nell’altro UP avrebbe conquistato leggi e provvedimenti per le classi subalterne. L’intenzione del PSOE di non mettere in discussione la politica economica dominante, né la monarchia erede della dittatura, né la forma dello stato fondata sul nazionalismo spagnolo escludente verso le altre nazioni che abitano la Spagna è un dato di fatto. Che non si può rovesciare con qualche mossa tattica, o fingendo di aver ottenuto una svolta inesistente, o cercando semplicemente di salvare la propria immagine.

Inoltre in settembre è attesa la sentenza del Tribunal Supremo nel processo ai membri incarcerati del governo catalano, che l’accusa vorrebbe condannati come se avessero organizzato un colpo di stato e un’insurrezione armata.

La sentenza provocherà un terremoto. Il PSOE lo sa. E se la sentenza precederà la nuova sessione parlamentare di investidura dai partiti catalani e da almeno uno dei due baschi, EH Bildu, il PSOE non potrà più aspettarsi nessun voto di astensione.

Allo stato, quindi, la cosa più probabile sono le elezioni anticipate. Con un PSOE che accuserà tutti gli altri di esserne i responsabili, che lancerà continui appelli al voto utile e che proporrà nel programma una riforma costituzionale che garantisca al partito più votato di poter governare comunque in minoranza, come ha già anticipato Sanchez nel recente dibattito parlamentare.

Non è una bella prospettiva né per la sinistra spagnola né per la sinistra europea che ha sperato, con un evidente eccesso di ottimismo, che in Spagna si potesse finalmente aprire una nuova strada per cominciare a rimontare la china.

ramon mantovani

pubblicato su www.rifondazione.it e su www.transform-italia.it il 29 luglio 2019