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Pessimo risultato delle elezioni spagnole.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno, 2016 by ramon mantovani

Le elezioni anticipate (convocate dopo mesi di sterili trattative per formare il governo) si sono risolte con un’avanzata del Partito Popolare (PP), con una tenuta del Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), con un secco arretramento di Unidos Podemos (coalizione composta da Podemos, Izquierda Unida, Equo e da coalizioni più ampie e comprendenti forze locali in Catalunya, Galicia, Pais Valencià e Illes Baleares), e con un più modesto arretramento di Ciudadanos (C’s). Le forze indipendentiste e nazionaliste catalane e basche hanno confermato sostanzialmente gli stessi voti del turno precedente.

 

Vediamo i risultati nel dettaglio per le forze principali.

 

La partecipazione al voto è calata dal 73,20 % al 69,84 % con un milione e duecentomila elettori in meno.

 

Il PP passa da 7.236.265 voti (28,71 %) a 7.906.185 voti (33,03 %) e da 123 a 137 seggi.

 

Il Psoe passa da 5.545.315 voti (22,00 %) a 5.424.709 voti (22,66 %) e da 90 a 85 seggi.

 

Unidos Podemos passa da 6.146.527 voti (24,47 %) a 5.049.734 voti (21,10 %) conservando i 71 seggi della tornata precedente. Nella tornata precedente Podemos e Izquierda Unida si presentarono divise tranne che in Catalunya e Galicia. E nelle Isole Baleari la forza locale MES si presentò da sola.

 

C’s passa da 3.514.528 voti (13,94 %) a 3.123.769 voti (13.05 %) e da 40 seggi a 32.

 

È bene sapere che le incongruenze fra voti e seggi sono dovute al sistema elettorale spagnolo che è diviso in 52 circoscrizioni (50 province e 2 città autonome, Ceuta e Melilla) in ognuna delle quali vengono attribuiti i seggi con il sistema D’Hondt e con uno sbarramento del 3 %. Non esistendo un collegio unico statale per riequilibrare il rapporto voti-seggi i voti che non riescono ad eleggere nelle singole province sono dispersi.

Il segretario di Ciudadanos nel primo commento dopo il voto ha lamentato la ingiustizia del sistema elettorale, come del resto hanno fatto per 40 anni il PCE e Izquierda Unida. Ed ha portato l’esempio della regione Castilla y Leon, dove nelle 9 province che la compongono, Ciudadanos con il 14,15 % dei voti elegge 1 deputato, Unidos Podemos con il 15,50 % ne elegge 3, il Psoe con il 23,17 ne elegge 9, mentre il PP con il 44,33 ne elegge ben 18.

 

Detto questo passiamo ai miei modesti commenti.

 

La destra spagnola è forte.

 

Nessun sondaggio ha previsto l’avanzata del Partido Popular. Né alcun commentatore. Né, tantomeno, nessun altro partito avversario.

Dopo le elezioni precedenti il Presidente del PP Mariano Rajoy propose un governo di coalizione con il Psoe e, forse, con Ciudadanos. Avendo ottenuto risposte negative da entrambi rifiutò l’incarico del RE di tentare di formare il governo, prevedendo di non avere i voti sufficienti per essere investito dal parlamento come Presidente del governo.

Affinché i lettori italiani comprendano meglio è bene che sappiano che il parlamento spagnolo accorda la fiducia (investidura) al solo Presidente del governo, che solo dopo averla ottenuta forma il governo, senza che questi debba ottenere a sua volta la fiducia. In altre parole può essere, come è successo più volte nella storia parlamentare spagnola, che vi siano partiti che, con il voto favorevole o con l’astensione, partecipano all’elezione del capo del governo per poi rimanere all’opposizione. Permettendo in questo modo un governo sorretto da una minoranza parlamentare, che sui singoli provvedimenti si allarga poi a geometria variabile.  

Rajoy, accusato di immobilismo dalla gran parte dei commentatori, si mantenne in questa posizione fino alla fine, ribadendo la sua proposta di governo di grande coalizione con il Psoe. E osservando compiaciuto il fallimento del tentativo, del quale parleremo più avanti, del segretario socialista di ottenere i voti di Ciudadanos e Podemos per essere investito Presidente.

Bisogna sapere che prima ed anche dopo la campagna elettorale del 20 novembre del 2015 il PP è stato travolto da potentissimi scandali per corruzione. Con dirigenti nazionali ed interi gruppi dirigenti locali incarcerati e/o incriminati per reati gravissimi. Pochi giorni prima del voto del 26 giugno, inoltre, il quotidiano digitale di sinistra “el Publico” ha diffuso le registrazioni di conversazioni fra il Ministro degli Interni ed un giudice incaricato di dirigere l’ufficio anticorruzione catalano. Il contenuto delle conversazioni restituisce con evidenza inequivocabile che erano in corso manovre giudiziarie, e diffusione delle stesse, volte a screditare i due maggiori partiti indipendentisti catalani (Esquerra Republicana de Catalunya e Convegencia Democratica de Catalunya) per inesistenti casi di corruzione e il gruppo dirigente di Podemos per presunti, ed ovviamente inesistenti, casi di finanziamento illecito di Podemos ad opera dei governi venezuelano ed iraniano. Ovviamente questa specie di caso “watergate” ha provocato la reazione di tutti i partiti, e perfino dei sindacati di Polizia e Guardia Civil, che unanimemente hanno chiesto le immediate dimissioni del ministro. Il quale però non si è nemmeno sognato di darle ed ha ottenuto, invece, la piena solidarietà del Presidente del Governo per la diffusione di registrazioni illegali delle sue conversazioni con un giudice.

Viene davvero da chiedersi come sia possibile che un partito al governo nel tempo della crisi sociale più grave della storia spagnola, travolto da casi gravissimi di corruzione e preso con le mani nel sacco ad ordire trame illegali, utilizzando a questo fine strutture dello stato, contro i propri avversari politici, possa non solo non crollare elettoralmente (anche se a dire il vero il crollo lo aveva avuto nelle precedenti elezioni passando da quasi 11 milioni di voti (44,63 %) a 7 milioni e 200mila voti (28,72%) e dalla maggioranza assoluta con 186 seggi a 123) ma perfino risalire in voti assoluti e seggi.

Non è facile rispondere a questa domanda. Si tratta di qualcosa di molto profondo e complesso che sarà necessario, per le forze della sinistra spagnola, analizzare molto bene.

Ma possiamo dire che il PP ha utilizzato alla perfezione una strategia elettorale che ha funzionato.

 

Una strategia con tre assi fondamentali.

 

1) vantare successi economici (crescita del PIL e diminuzione della disoccupazione) pur riconoscendo la persistente crisi sociale. Addebitandola però al governo Zapatero e alla pesante eredità che questo governo aveva lasciato. Si tratta di una bufala, perché anche dal punto di vista liberista rimane un grave deficit e debito pubblico e perché in realtà la diminuzione della disoccupazione è solo formale in quanto per effetto delle “riforme” del mercato del lavoro di Zapatero e poi del PP si tratta di un incremento occupazionale dovuto esclusivamente a contratti precari per il 90 % inferiori a una settimana. Ma se ben presentata insieme alla prospettiva di un salto nel buio (l’esempio della Grecia è stato il leit motiv ripetuto) rappresentato da un governo diretto o con la partecipazione di Unidos Podemos (sempre definito estremista, comunista, chavista e soprattutto amico di Syriza), ha evidentemente avuto il successo sperato fra le classi medie impoverite ma terrorizzate da prospettive più buie. Senza contare la conservazione del consenso attraverso le più classiche politiche clientelari sociali e territoriali.

2) elevare alla massima potenza il messaggio nazionalista spagnolo. Mostrando una totale intransigenza contro le aspirazioni nazionali di baschi e catalani, anche rinverdendo contenuti chiaramente franchisti e utilizzando la repressione giudiziaria contro gli indipendentisti. Il fine giustifica qualsiasi mezzo per impedire agli indipendentisti e ai comunisti di distruggere la sacra nazione spagnola. Perciò lo scandalo della trama ordita contro gli indipendentisti catalani e contro Podemos alla fine si è risolta a favore del PP. Allo stesso tempo si è mostrato totalmente e acriticamente europeista (gli argomenti antieuropei in Spagna non hanno nessuna popolarità). Sulla base di tutto questo ha accusato gli avversari di voler minare l’unità della Spagna e di voler aprire una controversia con l’Unione Europea che si sarebbe risolta con un disastro economico, come in Grecia. A questo fine la proposta di governo di grande coalizione è stata sempre accompagnata dagli esempi di grandi coalizioni in altri paesi europei, a cominciare dalla Germania.  

3) minimizzare i casi di corruzione ed utilizzando i casi analoghi, anche se meno gravi, del Psoe e della destra catalana, e quelli falsi ed inesistenti di Podemos, per generalizzare il problema. Insomma, è vero che c’è molta corruzione, ma lo fanno tutti, e comunque le leggi e la giustizia funzionano visto che i casi del PP sono stati perseguiti di più con il PP al governo.

 

Il PP per quanto sia ben lungi dal riprendersi la forza che ebbe nel 2011 esce certamente vincitore da queste elezioni. I problemi sociali, economici, istituzionali e politici del paese restano tutti, e il PP non potrà che aggravarli nei prossimi anni, sia obbedendo alla Troika, sia producendo uno scontro frontale con il governo indipendentista catalano, ma intanto ha superato il momento più difficile della sua storia.

 

Ciudadanos fa parte della destra spagnola a tutti gli effetti, sia per la condivisione sostanziale della politica economica del PP, con accenti anche, se possibile, più liberisti, sia per la vocazione nazionalista spagnola e nemica giurata del diritto all’autodeterminazione di baschi e catalani. Anche a naso è evidente che i voti persi da Ciudadanos sono andati al PP. Certamente a causa della disponibilità di C’s a votare l’investitura del segretario socialista Pedro Sanchez nelle trattative degli scorsi mesi. E probabilmente, ma quasi certamente, perché il profilo “nuovo”, “moderno”, anticasta e anticorruzione esibito contro Rajoy e il PP non ha funzionato in una campagna elettorale estremamente polarizzata. Paradossalmente Ciudadanos ha fatto un enorme autogol partecipando fortemente alla campagna contro Podemos, utilizzando più di altri le false accuse di finanziamento illecito, e descrivendo un governo con Unidos Podemos come un salto nel buio. In questo modo ha semplicemente alimentato la paura che ha spinto elettori reazionari e conservatori a turarsi il naso e votare il vero baluardo anticomunista rappresentato dal PP.

 

 

Il Psoe tiene ma esce indebolito dalle elezioni.

 

La crisi del Psoe non è esplosa, visto che il sorpasso di Unidos Podemos non c’è stato, ma non si è nemmeno arrestata.

Il risultato elettorale del Psoe è infatti il più basso della storia, sia dal punto di vista dei voti che dei seggi.

La campagna elettorale del Psoe è stata incentrata sulla giustizia sociale, ma presentando disoccupazione, precarietà, diseguaglianze e tagli sociali come effetti unicamente delle politiche del PP, e senza mai mettere in discussione né le vere cause della crisi, a cominciare dalle politiche neoliberiste del governo socialista di Zapatero che accellerò la deindustrializzazione del paese e favorì un’enorme bolla speculativa edilizia, né le politiche di austerità imposte dalla UE. Con contorno di difesa dei diritti civili, sui quali il Psoe è indubbiamente progressista.

Insomma, un profilo apparentemente più di sinistra e sociale del Psoe di Zapatero, ma in realtà in totale linea di continuità con l’impianto liberista delle politiche economiche dominanti.

Sulla questione catalana il Psoe ha proposto una riforma costituzionale federale, ma senza mai precisare di che tipo, ed ha comunque negato anche solo l’ipotesi di un referendum consultivo in Catalogna. Proposta difesa fino a due anni fa anche dal Partito dei socialisti catalani, che poi se la sono rimangiata subendo per questo una scissione ed una grave crisi.

Ma, a mio avviso, l’arma vincente che ha permesso a Pedro Sanchez e al Psoe di impedire la crescita di Unidos Podemos e il previsto sorpasso è stata l’accusa, ripetuta ossessivamente da tutti i candidati socialisti in tutti i dibattiti televisivi, a Podemos di non aver voluto sostenere un governo guidato dai socialisti dopo le precedenti elezioni favorendo così il PP, e imputando questa scelta alla presunzione, arroganza e sete di potere di Pablo Iglesias.

Si tratta di una falsità, o meglio di una mezza verità.

Podemos propose per primo un governo di coalizione concordato fra Psoe, Podemos, Izquierda Unida e le tre liste unitarie di Catalunya, Galicia e Pais Valencià (Confluencias), con la ricerca di sostegno (visto che la somma dei deputati delle forze di governo non raggiungeva la maggioranza) fra le forze basche e catalane. Queste ultime già in campagna elettorale avevano dichiarato che avrebbero sostenuto, anche con il voto a favore se necessario, un governo che si impegnasse a permettere referendum di autodeterminazione. Ma Pablo Iglesias commise, a mio avviso, l’errore di presentare questa proposta corredandola della richiesta della vicepresidenza del governo per se stesso (dopo aver detto nei mesi precedenti che mai avrebbe personalmente accettato di far parte di un governo del quale non fosse presidente) e di un lungo elenco di ministeri, fra i quali interni e difesa.

Il Psoe ebbe così modo di rispondere che i socialisti erano interessati a discutere di programma e che erano meravigliati del fatto che Podemos dimostrasse una tale brama di poltrone.

Le richieste programmatiche di Podemos, che pure erano state esposte, sparirono dalla discussione sui mass media e l’immagine di Podemos e di Pablo Iglesias subì un duro colpo.

In seguito il Psoe precisò la propria posizione dicendo che era necessario un governo di cambiamento ed avviando trattative separate con Ciudadanos da un lato e con Podemos, IU e le Confluencias dall’altro. Ma anche dicendo che si rifiutava di ricercare appoggi esterni di partiti indipendentisti catalani e nazionalisti baschi.

Firmò con Ciudadanos un programma di governo e chiese, con un chiaro ricatto, a Podemos, IU e Confluencias di sostenerlo dall’esterno.

Ovviamente questi ultimi rifiutarono ribadendo la proposta del governo progressista e gli stessi partiti baschi e catalani riproposero la propria disponibilità a sostenerlo. Ma fu inutile.

Nel corso dei due dibattiti parlamentari (ritrasmessi dalle tv in diretta) sulla “investidura” di Sanchez, Iglesias alternò discorsi durissimi contro il Psoe con discorsi improntati al clima di “amore” necessario fra se stesso e Sanchez, corredati da volgari ed inascoltabili allusioni a un presunto flirt fra una deputata del PP e un deputato di Podemos (sic).

Come è noto alla fine il tentativo di Sanchez di formare il governo fallì per il voto negativo della maggioranza del parlamento.

Tutto ciò, però, permise a Sanchez di glissare sulle questioni programmatiche, visto che i mass media diedero eco enorme sia agli attacchi di Iglesias al Psoe sia alle curiose note “di colore” provocate dal discorso di Iglesias sull’amore, e di ribadire la critica a Podemos di aver impedito un governo alternativo al PP.

Ripeto, per mesi e in modo ossessivo, in campagna elettorale il Psoe ha insistito sul fatto che Podemos “ha impedito il cambiamento”, “ha fatto un favore al PP” con il quale, se non un accordo tacito, “ha in realtà un interessa comune” che “è impedire al Psoe di governare” anche a costo di provocare nuove elezioni nella speranza di aumentare i propri voti.

Naturalmente questa versione dei fatti di Sanchez è stata enormemente amplificata dal potente dispiegamento dei mass media dei poteri forti vicini al Psoe, a cominciare dal quotidiano “el Pais”.

Va da sé che questa campagna ha ottenuto il doppio risultato di mobilitare, o almeno di contenere la smobilitazione, degli elettori socialisti, e di deprimere una parte degli elettori di Podemos, che sono, non va dimenticato, in grande maggioranza voti di opinione fortemente influenzabili, nel bene ma anche nel male, dall’immagine di Podemos e del leader sui mass media.

 

La sinistra ora è più debole?

 

Se si concepisce la politica come marketing elettorale e si affida tutto all’immagine del leader, e alla suggestione del cambiamento nel quale il conflitto sociale è evocato ma non protagonista, è chiaramente più debole.

Se, al contrario, si è coscienti che per motivi contingenti, e spesso irripetibili, si può “sfondare” elettoralmente, nel periodo della crisi, ma che bisogna unire, consolidare, allargare, e soprattutto motivare il conflitto sociale e culturale con una strategia realistica per conquistare il governo, perdere una battaglia può anche essere salutare.

I dirigenti di Podemos e IU, delle Confluencias, hanno già detto che l’unità raggiunta non è messa in discussione dalla sconfitta elettorale.

Come sempre, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida, quelli restii o contrari all’unità proveranno a metterla in forse, utilizzando argomenti specularmente contrapposti.

Gli uni dicendo che l’unità con IU ha offerto il fianco a chi ha descritto Unidos Podemos come forza estremista, comunista, e incapace per questo di porsi l’obiettivo di conquistare la maggioranza del popolo. E gli altri dicendo che la diluizione di IU in una forza leaderistica, eclettica, e priva di radici reali nel tessuto sociale e nel conflitto è un’avventura che può disperdere un patrimonio storico e di lotta importante.

Si badi bene, io penso che entrambe queste posizioni, che non condivido, contengano però un nucleo di verità.

Era da mettere nel conto che PP, Psoe e Ciudadanos, oltre che alla grancassa massmediatica dei poteri forti, avrebbero giocato la carta dell’accusa di estremismo e di veterocomunismo per appannare l’immagine di una forza nuova, priva di precedenti sconfitte, che per questo per due anni è stata descritta come il “nuovo che avanza” da tutti.

Come è evidente che per militanti ed elettori orgogliosi della propria identità di sinistra e comunista, è di difficile digestione l’unità con un partito che si dichiara un giorno né di destra né di sinistra, un altro giorno populista di sinistra, un altro ancora veramente socialdemocratico, e così via.

Negare o sminuire queste cose è fuggire dalla realtà. Ma assolutizzarle sarebbe una fuga dalla realtà ancora più precipitosa e fallimentare.

Per il semplicissimo motivo che ci sono 5 milioni di persone in carne ed ossa, il 99 % delle quali rimarrebbe irrimediabilmente delusa da divisioni che non comprenderebbe in nessun modo, che sono convinte, magari superficialmente e confusamente, che la crisi è stata prodotta dal capitalismo, che bisogna difendere le conquiste in pericolo, che bisogna democratizzare le istituzioni e rendere la politica non un “affare” appannaggio delle élites privilegiate con il popolo spettatore passivo, bensì uno strumento di trasformazione della propria condizione materiale.

È indispensabile rimanere in sintonia con questi 5 milioni di persone, molti dei quali, per altro, sono direttamente impegnati in lotte durissime.

Ma per farlo non si devono scambiare i propri desideri con la realtà.

Una cosa è avere il vento in poppa con un’opinione pubblica favorevole, con i mass media amici che osannano il leader, con prospettive suggestive di cambiamento facile e subitaneo. Un’altra è avere i mass media che tentano di demolire il leader, e soprattutto affrontare scelte che comportano comunque prezzi elettorali. Come per esempio votare no al Psoe e lasciare il PP a governare. O come votare si al Psoe e rinunciare a molti dei propri contenuti. Non esistendo una terza presentare una delle due scelte come risolutiva e senza controindicazioni è una sciocchezza in termini logici e un crimine da imbroglioni di quarta categoria in termini politici.

Una cosa è resistere, anche eroicamente, e attraversare un deserto fatto di sconfitte e delusioni, senza avere mai la possibilità, per colpa di cause oggettive ed estranee alla propria volontà, ma non per questo meno reali come per esempio sistemi elettorali nemici, di incidere realmente dalle istituzioni nella realtà sociale, senza capire che così si può essere percepiti come parte del problema invece che come parte della soluzione. Ed un’altra è resistere per il tempo necessario, avendo coscienza dei propri limiti, senza mai perdere di vista l’obiettivo di unire tutto il possibile per un cimento che è e deve essere considerato come parziale e mai come totale. Quello elettorale.

La sconfitta di Unidos Podemos non è una disfatta. E ci sono tutte le condizioni per procedere nella costruzione di un’unità strategica, che non imponga a nessuno di rinunciare alla propria identità ed organizzazione e che al tempo stesso costruisca dal basso uno spazio democratico e partecipato. Che tenga conto degli errori fatti e che man mano si liberi di timori e soprattutto di facili illusioni.

Non sta certo a me approfondire questo tema e tanto meno indicare soluzioni politiche ed organizzative.

Come ho già detto in passato, però, penso che il modello della coalizione catalana En Comù Podem, che non per caso ha ribadito il proprio successo, che è profondamente e direttamente legata ai forti movimenti di lotta di cui i dirigenti sono espressione diretta, che agisce in una società densa di partecipazione e funziona collegialmente, e che ha saputo unire tutti i partiti e piccole organizzazioni della sinistra fin dalle scorse elezioni, sia un esempio valido.

Anche per la sinistra degli altri paesi europei.

 

ramon mantovani

 

pubblicato il 28 giugno 2016 sul sito http://www.rifondazione.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi ha veramente tradito il referendum sull’acqua?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile, 2016 by ramon mantovani

La Camera dei Deputati ha di nuovo tradito il referendum sull’acqua.

Sono seguite roboanti dichiarazioni di protesta di esponenti di Sinistra Italiana e del Movimento 5 Stelle. Numerosi articoli critici con la decisione del PD, del Governo, e della maggioranza della Camera. Tra i quali uno ottimo di Marco Bersani, esponente del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, nel quale si preannunciano mobilitazioni.

In questa sede è del tutto superfluo insistere sul fatto in sé.

È evidente che si tratta di un evento di inaudita gravità. Sia sul piano democratico sia su quello dei contenuti.

Tuttavia c’è qualcosa che non va nelle proteste ed anche nelle descrizioni del “misfatto”.

O meglio, c’è qualcosa che manca.

E senza questo “qualcosa”, come vedremo, la contestazione della privatizzazione dell’acqua, e le conseguenti mobilitazioni, rischiano di essere inefficaci.

Da anni, per non dire ormai da decenni, in tutto il mondo, e in particolare nei paesi dove la gestione del bene comune acqua era o è integralmente pubblica, è in corso il tentativo, già riuscito in molti casi, di affidare la gestione dei sistemi di distribuzione e manutenzione dell’acqua a società private, riconoscendo loro il diritto di estrarre dall’attività un profitto.

Per quanto possa apparire “irrazionale” che un bene indispensabile alla vita stessa possa divenire fonte di guadagno per società private, in realtà non lo è.

È certamente irrazionale dal punto di vista dell’umanità, delle specie viventi e dello stesso nostro pianeta. Ma non lo è per il mercato, per il sistema finanziario e in definitiva per il capitalismo.

La ricerca del massimo profitto non conosce limiti. Né ambientali, né sociali, né politici e né democratici.

I limiti imposti al capitale nello scorso secolo, sia dalle lotte del movimento operaio sia dagli stati nazionali (che hanno applicato le teorie keinesiane in risposta alla crisi del 29), sono risultati incompatibili con lo sviluppo capitalistico, e soprattutto con la finanziarizzazione che ne contraddistingue l’attuale fase.

Non si tratta soprattutto di “cattiveria”, di “cinismo”, di “egoismo” o di “avidità”. Tutte cose rintracciabili in quell’uno per cento dell’umanità che possiede più della metà della ricchezza mondiale. Si tratta invece di una necessità esiziale affinché il sistema capitalistico possa continuare ad esistere. Esso per continuare ad esistere ha bisogno di espandersi e mercificare tendenzialmente tutto. In altre parole si tratta di un meccanismo intrinseco alla natura stessa del sistema capitalistico, e non di un incidente o di un’escrescenza estemporanea propiziata magari da governi corrotti o semplicemente irresponsabili.

Non pretendo certo, in queste brevi note, di dimostrare l’assunto più sopra esposto. Eppure la semplice osservazione dei fatti dovrebbe almeno far riflettere tutti coloro che si sono mobilitati e si mobilitano in difesa dell’acqua bene comune.

È secondo me evidente che coltivare l’illusione di poter difendere i beni comuni individuando come nemico il governo di turno, senza la sufficiente consapevolezza delle reali origini del problema, può portare a gravi ed irrimediabili disillusioni.

Questa considerazione non incide minimamente sugli obiettivi della lotta in difesa dei beni comuni.

Lottare affinché la gestione dell’acqua sia integralmente pubblica, ed ispirata dagli interessi e dalle necessità della popolazione è un obiettivo sacrosanto, giusto, comprensibile ed anche realizzabile.

Ma bisogna, per non vedere rifluire la lotta alla prima battaglia, sapere che si tratta di una guerra mondiale e non di una scaramuccia con un Renzi di turno. Bisogna avere coscienza di quali interessi concreti si combattono. Bisogna, accanto alla lotta per gli obiettivi immediati, costruire un progetto alternativo al sistema che ha bisogno, per riprodursi, della privatizzazione e della mercificazione di ogni cosa. Bisogna condurre una battaglia culturale e ideologica contro l’egemonia del pensiero dominante che fa apparire “naturale” e perciò privo di alternative lo stato di cose esistente.

È fin troppo evidente, da questo punto di vista, l’inadeguatezza e la contradditorietà del Movimento 5 Stelle, che è incapace di capire la vera natura del problema e si limita a denunciarne, anche efficacemente, gli effetti superficiali e le responsabilità secondarie.

Per non essere frainteso concludo questa prima serie di considerazioni chiarendo che il movimento e la mobilitazione in difesa dei beni comuni in nessun caso devono, secondo me, dividersi fra chi possiede, o ritiene di possedere, la coscienza della portata del problema e chi no. O, peggio ancora, tra distinzioni prive di senso, come quella fra anticapitalisti e antiliberisti. Senza per questo evitare, eludere o sottovalutare la necessità di discutere approfonditamente e seriamente in sede di analisi due cose: l’origine dei problemi che si affrontano con la lotta e la fattibilità e realizzabilità degli obiettivi della lotta.

Detto questo, che vale soprattutto per le sorti del movimento per l’acqua bene comune, passiamo ad analizzare un secondo problema, che per quanto intrecciato con il precedente, ha una sua notevole importanza.

Nel 2011 il referendum è stato vinto.

È giusto e necessario rivendicare la portata e la pregnanza di quella vittoria, e conseguentemente denunciare i vari tentativi, fino al più recente, di vanificare il contenuto preciso ed inequivocabile del referendum.

Il popolo italiano ha deciso di abrogare la possibilità di affidare a privati la gestione di servizi pubblici e specificamente per l’acqua, la norma che prevedeva la “remunerazione del capitale investito”. Ogni tentativo di far rientrare dalla porta o dalla finestra ciò che per decisione popolare è stato cancellato è una violazione gravissima della democrazia. Un vero e proprio tradimento della volontà popolare. Punto.

Ma come è possibile che una simile cosa possa accadere? Come siamo arrivati fino a questo punto?

Come mai non c’è una vera e propria sollevazione popolare in risposta ad un simile tradimento? E soprattutto: come è possibile che gran parte di coloro che fecero la campagna referendaria per il Si oggi ne disconoscano gli effetti?

 

In altri paesi europei una simile cosa è impensabile. Le privatizzazioni dei servizi e della gestione dell’acqua sono state decise e promosse indifferentemente da governi di destra e da governi socialisti e socialdemocratici. Non sono mai divenute oggetto di contrasto fra i due schieramenti politici ed elettorali principali.

In Italia, invece, il referendum promosso sui contenuti del movimento contro le privatizzazioni fu usato strumentalmente dal PD per infliggere un duro colpo politico al governo Berlusconi. Accusato, giustamente, di voler rendere obbligatorie le privatizzazioni per gli enti locali.

Chiunque all’epoca abbia assistito ad un dibattito televisivo, sapendo distinguere fra fumo e arrosto, dovrebbe sapere fin da allora che il PD di Bersani fece la campagna esattamente sulla obbligatorietà o meno delle privatizzazioni e non sulle privatizzazioni in sé. Le forze della sinistra alternativa, tutte, e le associazioni interne ai movimenti di lotta, invece centrarono la battaglia coerentemente con il contenuto dei quesiti.

Non ci fu, che io ricordi, un solo talk show e/o un solo giornalista che abbia chiesto a Bersani conto della contraddizione nella quale stava più che comodamente. Contraddizione più che evidente anche perché la norma che introdusse la possibilità di privatizzare la gestione delle acque e il profitto riconosciuto alle società private fu introdotta nel 1993 con il voto favorevole del PDS (e dell’allora deputato Stefano Rodotà). Ed anche dei Verdi.

A votare contro, e non lo dico per apporre una medaglietta al bavero della mia giacca perché votare contro la privatizzazione dell’acqua dovrebbe essere un dovere elementare di qualsiasi forza che si consideri minimamente di sinistra, fummo soltanto noi di Rifondazione Comunista.

Ma c’è di più. Purtroppo.

Nel 2013 ci furono le elezioni politiche, alle quali si presentò una coalizione di centrosinistra composta da PD, SEL e PSI. Il nome della coalizione era “Italia bene comune”.

Nel nome stesso della coalizione è evidente il tentativo di ricollegarsi all’allora recente vittoria referendaria.

E certamente Bersani e Vendola usarono a piene mani in campagna elettorale l’evocazione della vittoria nel referendum.

Ma cosa diceva il programma della coalizione ITALIA BENE COMUNE sul punto che ci interessa?

Riporto qui uno stralcio di un mio articolo dell’epoca.

 

“Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.”

 

Naturalmente in quella campagna elettorale non ci fu un solo giornalista televisivo o della carta stampata che mise in evidenza l’imbroglio (perché di vergognoso imbroglio si tratta!) teso contemporaneamente a rivendicare la vittoria referendaria e a tradire, al tempo stesso, il referendum. Nessuno chiese a Vendola come potesse parlare contro la privatizzazione dell’acqua avendo contribuito a redigere e avendo firmato solennemente, con grande clamore di stampa, il programma di governo. Nessuno che mise in evidenza la differenza sostanziale fra il programma del centrosinistra e quello della coalizione Rivoluzione Civile, che sul punto in questione era inequivocabile.

Se scrivo queste cose non è per riaccendere inutili polemiche, e nemmeno per mettere in dubbio la buonafede dei deputati eletti nelle liste di SEL e del PD con il programma del centrosinistra guidato da Bersani, che oggi gridano scandalizzati al repentino ed improvviso tradimento del referendum da parte del PD di Renzi. Se hanno cambiato opinione dovrebbero dirlo esplicitamente. Se si sono fatti eleggere in buona fede su un preciso programma credendo che fosse contro le privatizzazioni mentre non lo era dovrebbero interrogarsi sulle loro capacità e serietà e rendere pubbliche le risposte. Se invece pensano che la “politica” sia esattamente far finta di essere, apparire, imbrogliare, dire cose ambigue che nascondono le vere intenzioni, allora la malafede è conclamata.

Se ho scritto queste cose è per cercare di far chiarezza.

Il PD di Renzi, sulle privatizzazioni (acqua compresa), è coerente e in linea con il PDS, con i DS, e con il PD e il centrosinistra di Bersani.

Gli imbrogli che si sono consumati intorno al referendum sull’acqua bene comune e col suo tradimento dovrebbero insegnare a tutte le persone di sinistra, ambientaliste, progressiste, o anche semplicemente interessate ad una gestione pubblica dei beni comuni, che il nemico è molto potente e che è necessario unirsi, lottare essendo consapevoli delle difficoltà della lotta.

L’unità di tutti/e coloro che sono contro le privatizzazioni e contro gli effetti delle politiche neoliberiste, per essere efficace necessita di chiarezza. Non può essere rappresentata nelle istituzioni da leader o partiti o coalizioni che alla prova dei fatti dimostrano di considerare i contenuti come variabili dipendenti da formule come il centrosinistra (come dimostra inequivocabilmente il programma del centrosinistra di Bersani e Vendola).

La vicenda dell’acqua dimostra che in Italia è possibile vincere battaglie ed essere maggioranza, a patto che si costruisca l’unità dal basso, sui contenuti antiliberisti e senza discriminazione alcuna.

È possibile a patto che il fronte antiliberista non venga diviso da preclusioni ingiustificate.

Attualmente esistono due proposte per unire la sinistra antiliberista.

Da una parte c’è Sinistra Italiana che chiede a tutti/e di abbandonare e sciogliere le proprie organizzazioni per far parte di un nuovo partito già pensato e predisposto dai parlamentari che si sono costituiti in gruppo. Dirigenti e parlamentari che però sono stati eletti su un programma incoerente con i contenuti proclamati, e che mantengono una pericolosissima ambiguità sul giudizio della natura del PD e conseguentemente del centrosinistra.

Dall’altra c’è la proposta, sostenuta da Rifondazione Comunista ed altri, che chiede di formare una forza politica unitaria alla quale tutti e tutte possano aderire senza per questo rinunciare alla propria ideologia e appartenenza, che venga costruita dal basso e funzioni democraticamente con il principio di una testa un voto, e che si dichiari inequivocabilmente indisponibile per accordi di governo e/o elettorali con il PD.

 

Non si tratta di una querelle fra gruppi dirigenti. Non si tratta di formule organizzative astratte o di scelta di leader.

 

O l’unità sarà dal basso, senza discriminazioni e con coerenza programmatica o avremo di nuovo divisioni inutili e perniciose.

 

Perché continuerà sempre ad esserci qualcuno che non imbroglia, che non fa finta di essere coerente mentre non lo è per nulla, che non è disponibile a tradire i contenuti delle lotte per miseri calcoli elettoralistici.

 

ramon mantovani

Le elezioni spagnole del 20 dicembre

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 dicembre, 2015 by ramon mantovani

Per capire i risultati delle elezioni spagnole del 20 dicembre è necessario conoscere, almeno sommariamente, il sistema elettorale. Altrimenti si può incorrere in gravi fraintendimenti ed errori interpretativi.
Il territorio dello stato spagnolo è diviso in 52 circoscrizioni elettorali provinciali.
Non esiste un collegio unico nazionale (come esisteva in Italia ai tempi del proporzionale) per attribuire ai partiti anche i seggi corrispondenti ai voti che non hanno concorso ad eleggere direttamente nelle circoscrizioni.
Essendo le circoscrizioni disomogenee dal punto di vista della popolazione e del rapporto seggi elettori sono sempre stati avvantaggiati i due grandi partiti (PP e PSOE) e i partiti nazionalisti catalani, baschi e galiziani. E svantaggiati i partiti presenti su tutto il territorio ma non abbastanza grandi per eleggere direttamente nella stragrande maggioranza delle circoscrizioni.
In altre parole, che gli esempi concreti parlano da soli, nelle elezioni del 20 dicembre i seggi dei partiti presenti su tutto il territorio hanno un rapporto con il numero di elettori molto diverso. Un seggio del PP rappresenta 58mila voti. Del PSOE 61mila. Di PODEMOS 75mila. Di CIUDADANOS 87mila. Di IZQUIERDA UNIDA 460mila (!!!).
Quanto alla differenza fra i partiti presenti solo in poche circoscrizioni rispetto a quelli presenti in tutte basti l’esempio che segue.
Il PARTITO NAZIONALISTA BASCO con 300mila voti elegge 6 deputati e IZQUIERDA UNIDA con 900mila voti ne elegge due. Il PNV con un terzo dei voti di IU elegge il triplo di deputati. Un deputato di IU rappresenta 460mila elettori e uno del PNV 50mila.

Questo sistema, come è evidente, ha sempre prodotto un effetto preciso: il bipartitismo e con esso il voto “utile”.

Nella stragrande maggioranza delle circoscrizioni gli elettori di IZQUIERDA UNIDA sapevano, legislatura dopo legislatura, che il loro voto sarebbe andato disperso, e quindi molti di loro hanno optato per votare per il PSOE contro il PP.
Questo effetto è stato moltiplicato in queste elezioni dalla presenza di PODEMOS accreditato nei sondaggi della possibilità di competere per vincere le elezioni.

Fino a qui la descrizione oggettiva del sistema elettorale e delle storture che produce nella rappresentanza.

Ora passiamo alle questioni politiche.

Prima dell’analisi del voto vero e proprio è necessario esaminare, sommariamente anche in questo caso e con particolare attenzione per la sinistra, le questioni politiche in ballo in questa tornata elettorale.

I temi centrali della campagna elettorale sono stati tre: le questioni economico sociali, la crisi del bipartitismo insieme al tema della corruzione e del “nuovo contro il vecchio”, la questione indipendentista catalana ed insieme le riforme costituzionali, federali o meno.

Il PP ha affrontato la campagna vantando la crescita economica del 3 % e la creazione di un milione di posti di lavoro negli ultimi due anni, attribuendoli all’efficacia della propria riforma del mercato del lavoro. Ha tentato di apparire come scevro da corruzione per aver espulso gli innumerevoli suoi dirigenti (anche di primissimo piano) accusati e condannati. Si è eretto come difensore strenuo della costituzione negando ogni possibilità di procedere a riforme in senso federale e tantomeno di riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

Il PSOE ha contestato i dati economici vantati dal PP e si è perfino lievemente autocriticato per aver promosso con l’ultimo governo Zapatero, ottenendo il voto del PP, la riforma costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione. Ha correttamente ricordato che i posti di lavoro sono tutti precari (il 50 % dei contratti sono di durata inferiore alla settimana) dimenticando che la maggior precarizzazione del mercato del lavoro fu operata dal governo Zapatero. Ha proposto di introdurre in costituzione i diritti sociali, ma senza rimuovere il pareggio di bilancio. Ha attaccato il PP sulla corruzione, salvo sentirsi elencare gli analoghi ed innumerevoli casi di corruzione del PSOE. Ha proposto una riforma federale della costituzione, senza toccare la monarchia, e negando il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

CIUDADANOS è un partito nuovo per la Spagna. Nato in Catalogna una decina di anni fa come piattaforma civica contro l’insegnamento prevalente della lingua catalana nelle scuole, e presente fino ad ora solo nel parlamento catalano. Quando la crisi del sistema bipartitico è stata evidente e PODEMOS era accreditato di poter vincere le elezioni, alcuni potentati economici e i loro mezzi di informazione hanno esplicitamente e dichiaratamente sponsorizzato un “necessario” PODEMOS di destra.
La sua campagna elettorale è stata incentrata su proposte ancor più liberiste di quelle del PP circa economia e lavoro, sulla retorica anticasta ed anticorruzione come uniche e vere responsabili della crisi, sul “nuovo contro il vecchio” e contro ogni aspirazione indipendentista e comunque all’autodeterminazione del popolo catalano.

Passiamo ora alle complicate vicende della sinistra.

Dentro la crisi e fino alle elezioni europee del 2014 IZQUIERDA UNIDA era, nei sondaggi, accreditata di crescite spettacolari. Era accreditata di raccogliere gran parte dei voti del movimento degli “indignados” essendo il suo programma coincidente con le rivendicazioni del movimento. Ristrutturazione del debito e non pagamento degli interessi sullo stesso. Disobbedienza ai trattati neoliberisti europei. Rottura con l’assetto costituzionale post franchista e processo costituente di una repubblica federale. Cancellazione della “riforma” costituzionale del pareggio di bilancio. Cancellazione delle riforme del mercato del lavoro dei governi di PP e PSOE. Contrarietà alla NATO e alle missioni militari spagnole in Afghanistan e seguenti. Riforma del sistema elettorale in senso strettamente proporzionale. Pieno riconoscimento della natura plurinazionale dello stato e diritto all’autodeterminazione per ognuna delle nazionalità. Sono questi punti programmatici sostanzialmente gli stessi con i quali IZQUIERDA UNIDA si è presentata alle elezioni del 20 dicembre.
Ma alle elezioni europee dell’anno scorso si presentò PODEMOS.
Un gruppo di professori (prevalentemente politologi e diversi esponenti di una formazione politica (IZQUIERDA ANTICAPITALISTA) fuoriuscita da IU proposero una lista elettorale richiamandosi esplicitamente al movimento degli indignados.
Il nome “podemos” (in italiano possiamo) deriva dallo slogan del movimento “si se puede” a sua volta copiato dallo slogan “yes we can” di Obama, ed usato soprattutto durante gli impedimenti degli sfratti dal forte movimento contro gli sfratti (PAH).
Questa nuova lista aveva lo stesso programma di IZQUIERDA UNIDA. Quasi identico.
Ma ebbe molto successo massmediatico (IZQUIERDA ANTICAPITALISTA aveva tentato già in proprio una presentazione elettorale ottenendo nel 2011 nelle circoscrizioni dove si era riuscita a presentare sempre meno del 0,5 % dei voti) solo ed esclusivamente per il capolista Pablo Iglesias. Fondatore di una TV digitale collegata ad un quotidiano e da tre anni presente in tutti i dibattiti televisivi come opinionista. Personaggio dalla forte retorica anticasta ed antisistema. Non privo di stravaganze, come una difesa apologetica del diritto democratico (sic) dei cittadini statunitensi a comprare e portare armi.
La lista di PODEMOS ottenne un ottimo 8 % dei voti, contro il 10 % di IZQUIERDA UNIDA e 5 deputati europei contro i 6 di IU.
Da quel momento Iglesias moltiplicò ancor di più le sue presenze televisive.
In pochi mesi fu fondato il partito. La struttura del quale è ultraverticistica. Segretario generale con enormi poteri. Segreteria omogenea scelta dal leader. Decisioni importanti prese sottoponendo a referendum fra gli iscritti (in internet senza pagamento di nessuna quota) le proposte del leader ed eventuali altre alternative. Nei diversi referendum fatti non hanno mai votato più del 20 % degli “iscritti” con successo plebiscitario delle proposte di Iglesias.
Il partito venne fondato in una kermesse (sei settemila partecipanti) con una forte retorica anticasta, con la ostentazione della volontà di conquistare la “centralità” della scena politica e di non confinarsi nella logica destra-sinistra.
PODEMOS sui territori verrà costituito in seguito con una attenta selezione dei gruppi dirigenti operata dalla squadra centrale di Iglesias.

IZQUIERDA UNIDA, sempre più ignorata dai mass media, reagisce a tutto ciò proponendo unità. Dichiarandosi disposta a rinunciare alla propria stessa presenza elettorale in favore di una lista unitaria costruita dal basso, capace di agglutinare tutto ciò che fosse antiliberista e concorde con i programmi di IU e di PODEMOS, ancora sostanzialmente uguali. E indica come responsabile della costruzione dell’unità e come proprio eventuale candidato (da sottoporre a primarie) a capeggiare tale lista Alberto Garzon, il 29enne deputato eletto da IU alle politiche del 2011 come espressione diretta del movimento degli indignados, di cui era esponente di primo piano.
Ma ormai i sondaggi cominciano a dire che PODEMOS è il primo partito, e che Iglesias sarà il nuovo capo del governo.
Intanto sorgono, sull’esempio da Barcellona dove la PAH locale lo propone prima della fondazione di PODEMOS, in diverse città della Spagna esperienze unitarie che raccolgono movimenti sociali e partiti della sinistra radicale. Esperienze alle quali PODEMOS si accoderà buon ultimo, non foss’altro che perché costituitosi dopo che erano già ampiamente avviate.
Queste liste vincono le elezioni in molte città. IZQUIERDA UNIDA partecipa a quasi tutte. E dove le sue organizzazioni locali non lo fanno, come a Madrid, vengono sconfessate dalla direzione nazionale già in campagna elettorale, e poi espulse da IU.
Ma i mass media, nonostante i risultati delle contemporanee elezioni regionali deludenti rispetto alle aspettative (PODEMOS è sempre terzo o quarto o quinto partito e sempre dietro al PSOE), attribuiscono il successo delle liste unitarie cittadine unicamente a PODEMOS.

Da quel momento però, PODEMOS, comincia a calare nei sondaggi. Forse a causa di polemiche interne che ovviamente trovano ampio eco sui mass media. Forse a causa del sostegno che PODEMOS da, ancorchè dall’esterno, a diversi governi locali del PSOE. Forse a causa delle accuse di estremismo che gli vengono rivolte da più parti per la natura antisistemica del suo programma. Ma certamente a causa del primo successo di CIUDADANOS alle regionali. E dalla competizione di CIUDADANOS su un terreno che fino a quel momento era stato esclusivo di PODEMOS: la retorica anticasta e anticorruzione.

IZQUIERDA UNIDA insiste nella costruzione di una lista unitaria sul modello di Barcelona en Comù in tutta la Spagna. A sostegno di questa proposta si schiera un appello per una lista di unità popolare firmata da centinaia di intellettuali, artisti, dirigenti sindacali ed anche da molti esponenti locali di PODEMOS.

Ma PODEMOS inizia un processo di scivolamento verso posizioni moderate.

Alle richieste unitarie di IU risponde che non vuole somme di sigle. Nonostante IU non le proponga affatto è Iglesias in TV a rappresentare così la proposta unitaria di IU.

Poi vengono le elezioni catalane. La lista unitaria CATALUNYA SI QUE ES POT ha un pessimo risultato. Principalmente dovuto all’inconsistenza della proposta politica federalista in elezioni polarizzate sul tema dell’indipendenza, al grande successo della lista indipendentista di estrema sinistra CUP, ma anche al settarismo di Iglesias che si rifiuta di comparire in pubblico con Garzon, nonostante PODEMOS e IU nazionali sostengano la stessa lista, e a gravi errori dello stesso Iglesias che non trova di meglio da fare che insultare la CUP e appellarsi al voto degli immigrati spagnoli in Catalogna contro i catalani.
Tutte cose che provocano le dimissioni della segretaria di PODEMOS in Catalogna.
Nei mesi successivi PODEMOS continua a calare nei sondaggi.
La proposta di IU sembra prendere quota. In Catalunya, Pais Valencià e Galicia, si discute di liste unitarie con le forze locali, compresi PODEMOS e IZQUIERDA UNIDA. Liste che saranno collegate ad una sola lista in tutto lo stato in caso di accordo fra IU e PODEMOS. O che saranno indipendenti da entrambi nel caso in tutto il resto della Spagna ci siano le due liste di PODEMOS e IU. E che quindi in parlamento formeranno gruppi autonomi. La legge lo permette visto che non esiste un collegio unico nazionale.
Nella discussione fra la segreteria di PODEMOS e IU, mantenuta rigorosamente riservata, IU accetta che non si faccia un accordo generale e pubblico e che la lista unitaria sorga come accordo in ognuna delle province.
Ma neppure questo basta perché inusitatamente PODEMOS, con un improvviso comunicato stampa dichiara chiuso ogni dialogo con IU. Ed accusa Alberto Garzon di aver rifiutato di far parte delle liste di PODEMOS. Come se per IU fosse possibile accettare di avere un solo candidato indipendente nelle liste di PODEMOS senza nemmeno poter discutere del programma.
Da quel momento la deriva moderata di PODEMOS pare inarrestabile.
La discussione programmatica di PODEMOS approda a non parlare più delle cause strutturali della crisi a cominciare dal debito. Niente più ristrutturazione del debito e tanto meno non pagamento degli interessi. Niente più disobbedienza ai trattati europei e alla troika. Niente più No alla NATO e per giunta Iglesias annuncia la candidatura dell’ex capo di stato maggiore del governo Zapatero (campione della guerra in Afghanistan), niente più rottura con la monarchia e la costituzione postfranchista bensì “nuova transizione”. Ormai il profilo programmatico di PODEMOS è sempre più vicino a quello del PSOE che a quello di IU. Ed infatti il leit motiv della campagna di PODEMOS è stato l’appello agli elettori socialisti delusi dalla corruzione, il nuovo contro il vecchio (con grandi riconoscimenti a CIUDADANOS in questo senso), e i temi della casta.
Perfino sul tema catalano la prima versione presentata all’opinione pubblica non parla di “referendum di autodeterminazione” come concordato dalla lista catalana in cui PODEMOS è presente insieme a Esquerra Unida i Alternativa e alle forze locali. PODEMOS è costretto ad aggiungere il referendum e a scusarsi per la “dimenticanza”.
A tutto ciò va aggiunto il profilo sempre più da marketing elettorale di Iglesias.
I sondaggi dicono che il nuovo re è popolare presso gli strati meno acculturati della società? Ecco che Iglesias partecipa ad incontri e ricevimenti (sempre disertati dalle forze della sinistra) omaggiandolo di regali (raccolte di serie televisive) in modo da comparire sui rotocalchi rosa come simpatico amico del re. O dice che gli piacerebbe vedere il re candidarsi a presidente della repubblica e che è sicuro che vincerebbe (presidenzialismo monarchico?). Il rivale Albert Rivera (CIUDADANOS) spopola nelle trasmissioni di intrattenimento? E allora si va a cantare e a suonare la chitarra nelle stesse trasmissioni. E a raccontare episodi gustosi della propria vita privata. Per la prima volta in Spagna i candidati principali dei partiti partecipano a questo tipo di trasmissioni, chi ballando, chi cantando, chi giocando a ping pong con un cantante, chi esibendosi in paracadute, chi portando i figli piccoli alle trasmissioni, e così via… (italia docet!). L’unico a non farlo è Alberto Garzon. Che ovviamente per questo risulta molto meno visibile e conosciuto degli altri.

Insomma, a sinistra alla fine il quadro politico alla vigilia delle elezioni era questo.
Non si può dire, ovviamente, come sarebbero andate le cose in caso di lista unica. Ma certamente non ci sarebbe stata la deriva moderata di PODEMOS.
Perché si possono conquistare voti d’opinione sulla base dell’immagine rassicurante e sorridente, omettendo di dire cose troppo “radicali” e puntando ad incrementare la credenza che la crisi si risolva tagliando gli stipendi alla casta e mettendo in galera i corrotti. Utilizzando le categorie del nuovo e del giovane contro il vecchio. Ma è difficile sostenere che si possa fondare su questo una alternativa di governo.
Mi spiace, ma è più o meno il contrario dello spirito del movimento degli indignados.
Ed è, senza ombra di dubbio, vergognoso che la stampa italiana, compresa quella sedicente di sinistra, presenti PODEMOS come se fosse la SYRIZA spagnola, o ignori (consapevolmente o meno) la complessità del risultato elettorale, come vedremo tra pochissimo.

A questo link si può trovare la tabella dei risultati ufficiali.

http://resultadosgenerales2015.interior.es/congreso/#/ES201512-CON-ES/ES

Come si può osservare PODEMOS ha ottenuto 3 milioni 181mila voti. Pari al 12,67 % dei voti e a 42 seggi.
Per il semplice motivo che le liste EN COMU’ PODEM (Catalogna), EN MAREA (Galizia) e COMPROMIS-PODEMOS-ES EL MOMENT (Comunidad Valenciana) sono liste unitarie comprendenti forze locali (ben superiori a PODEMOS locale) e IU (Catalogna e Galizia). E che queste liste avranno diritto a gruppi parlamentari propri, avendo superato gli sbarramenti dei 5 deputati e il 15 % dei voti nella propria regione. Queste tre liste sono andate molto bene, tutte e tre sul 25 % dei voti nei propri territori, e sono tutte o primo (Catalogna) o secondo partito, comunque davanti al PSOE.
Ancora una volta IU è stata penalizzata dai mass media che hanno attribuito sic et simpliciter a PODEMOS tutti i voti e i seggi di queste tre liste. Compresi i voti e gli eletti di IU in Catalogna e Galizia. Quelli di Barcelona en comù e Iniciativa per Catalunya in Catalogna e quelli di IU e dei nazionalisti galiziani di sinistra in Galizia.
In questo modo IU appare come quasi sparita nonostante i 920mila voti a cui si dovrebbero sommare almeno una parte, difficile se non impossibile da quantificare ma non certo irrilevante, del milione e 400mila voti ottenuti dalle liste unitarie in Catalogna e Galizia.

Del resto uno studio fatto dal quotidiano digitale “El Diario” dice che sommando i voti di PODEMOS, delle tre liste unitarie regionali, e di IU una lista unica avrebbe superato il PSOE di più di 500mila voti ed ottenuto 14 deputati in più.
È pur vero che è arbitrario fare questa somma. Però se le liste unitarie nei territori dove si sono fatte sono andate molto bene, e comunque molto meglio delle liste di PODEMOS nel resto della Spagna, bisognerebbe tenerne conto. Soprattutto per il futuro.

Forse non è detto che la sinistra reale o radicale che dir si voglia debba, per conquistare voti nella speranza di governare, diventare sempre più moderata fino a confondersi con i socialisti liberisti. E diventare sempre più spregiudicata conducendo campagne elettorali americane. E puntare sulla demagogia e sulla retorica anticasta non in aggiunta bensì in sostituzione della critica alle vere cause della crisi. E costruire partiti dalla incerta ideologia (il neopopulismo di Lacau) e con un leader proprietario che decide tutto con il consenso plaudente di miriadi di individui soli davanti al computer.

Forse.

La sconfitta dei due partiti maggiori è tale che sembra impossibile che si possa formare un governo. CIUDADANOS ha già detto che favorirà la stabilità permettendo con i suoi voti di astensione l’investitura del presidente del governo del PP, ma che rimarrà all’opposizione (in Spagna è possibile eleggere il presidente del governo con una maggioranza semplice in seconda votazione e poi governare in minoranza). Però anche con l’astensione di CIUDADANOS il PP non avrebbe la maggioranza semplice. Quindi il PP tenterà di ottenere altri voti di astensione. Ma ogni strada sembra preclusa. A parte pochissimi deputati di formazioni locali di centro o di destra delle Canarie e di altre Comunità Autonome, sembra impossibile che il PSOE possa disporsi a permetterlo. E lo stesso dicasi per i partiti nazionalisti catalani e baschi, con cui ormai il PP è ai ferri corti sulla questione dell’autodeterminazione.
I socialisti hanno già annunciato il voto contrario all’investitura di Mariano Rajoi, e sono alla ricerca di eventuali alleati per tentare di formare governo nel caso Rajoi non venga investito. Ma PODEMOS ha posto la condizione impossibile da accettare per il PSOE per cui il governo dovrebbe impegnarsi a permettere referendum di autodeterminazione nelle Comunità dove esistono nazioni (Catalogna, Paese Basco, Galizia). È vincolato a questa posizione dalle liste unitarie catalane e galiziane nelle quali è presente al pari di IU. CIUDADANOS potrebbe astenersi anche sulla investitura di Pedro Sanchez del PSOE, ma ha avvertito che non lo farà insieme a PODEMOS.
Insomma, la situazione sembra bloccata.
Vedremo come evolverà nelle prossime settimane e forse mesi. Lo scioglimento del parlamento per impossibilità di formare un governo ed elezioni anticipate non sono una prospettiva improbabile.
Le forze indipendentiste catalane hanno dichiarato di voler procedere con il processo unilaterale di costruzione di una Repubblica Catalana e si appellano alla lista EN COMU’ PODEM affinché constati che nel parlamento di Madrid non esiste nessuna maggioranza che possa permettere un referendum vincolante in Catalogna, e si aggiunga quindi nel processo di “disconessione” progressiva della Catalogna dallo stato spagnolo. Dopo tre mesi di trattative il 27 dicembre l’assemblea delle CUP (Candidature d’Unità Popolare, formazione indipendentista di estrema sinistra che non si presenta per scelta alle elezioni spagnole e i cui voti sono probabilmente andati in buona parte a EN COMU’ PODEM) dovrà decidere se i suoi dieci deputati catalani permetteranno la formazione di un governo di stretta osservanza indipendentista e con un programma fortemente segnato da misure progressiste di stampo sociale, ma guidato da un esponente della destra liberale catalana, Artur Mas.
Infine, IZQUIERDA UNIDA insiste sulla necessità di “ripensare” tutta la sinistra sul modello delle liste unitarie che hanno dimostrato che l’unità di tutte le forze di sinistra, politiche e sociali, su programmi radicali è in grado di sfondare e di proporsi seriamente per un’alternativa alle politiche liberiste.
C’è da sperare che PODEMOS capisca che l’alternativa, soprattutto in tempi di buia crisi sociale, è possibile con l’unità su un programma coerente e non a colpi di marketing elettorale e moderazione programmatica.
Per il momento, purtroppo, si tratta solo di una speranza.

Ramon Mantovani

Pubblicato sui siti http://www.controlacrisi.org e http://www.rifondazione.it il 22 dicembre 2015

Unire la sinistra senza sciogliere il PRC

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , on 7 giugno, 2014 by ramon mantovani

L’ottimo sito di controinformazione “newscontrolacrisi.org” ha promosso un sondaggio fra i lettori sul tema della “costruzione della Syriza italiana”.
Temo che le domande formulate, e conseguentemente le risposte, siano pericolosamente fuorvianti e foriere di confusione.
Mi spiego.
Proporre come alternative 1) lo scioglimento dei partiti esistenti per dar vita ad una organizzazione funzionante sul principio “una testa un voto”, 2) una federazione dei partiti esistenti o 3) lasciare le cose come stanno, conduce inevitabilmente a scelte destinate a dividere ciò che esiste invece che ad unirlo.
Nell’attuale sistema politico italiano, sul quale non approfondisco il discorso per brevità, è necessario che tutta la sinistra (reale, alternativa, radicale ecc che dir si voglia) si aggreghi su un programma minimo di fase. E questa sinistra oggi, nei fatti, alberga in partiti, associazioni e movimenti, ed è composta in grandissima parte da persone non organizzate in nessun modo.
Quindi, in estrema sintesi, è evidente che la prima ipotesi proposta troverebbe l’opposizione, per esempio la mia, di chi pensa sia vigente e necessaria la presenza di un partito comunista come è il PRC, perché se da una parte è giusto che alle elezioni si presenti una lista, o una forza, ampia e che unisce più culture, punti di vista ideologici e pratiche sociali e politiche, dall’altra è giusto che chi critica il capitalismo dal punto di vista marxista e si propone strategicamente il suo superamento non debba sparire e sciogliersi in un soggetto che per sua natura non può avere una simile identità e strategia.
La seconda ipotesi ridurrebbe tutto ad accordi di vertice fra partiti (per altro profondamente divisi sulle prospettive) ed escluderebbe nei fatti da tutti i processi decisionali tutte le persone, che sono la stragrande maggioranza, militanti di comitati di lotta e associazioni e senza tessera.
La terza potrebbe produrre al massimo liste elettorali occasionali molto composite e tendenzialmente divise al proprio interno.
Esiste, invece, una reale possibilità di unire tutto, senza che nessuno debba sciogliersi ed omologarsi al minimo comun denominatore, e con il massimo della democrazia, e cioè del funzionamento sulla base del principio “una testa un voto”.
Senza avere modelli da imitare pedissequamente e meccanicamente, è però utile attingere ad esperienze che già esistono in altri paesi. Ve ne sono diverse.
Credo che per similitudine di storia e di collocazione geografica sia molto utile analizzare l’esperienza di Izquierda Unida spagnola.
Senza farla troppo lunga, ma ovviamente si può approfondire il discorso anche nei dettagli, Izquierda Unida funziona sulla base di “una testa un voto” e allo stesso tempo ne fanno parte partiti e collettivi di vario genere che non si sono mai sciolti, come il Partito Comunista di Spagna, il quale ha scritto nel proprio statuto che considerando Izquierda Unida una forza politica unitaria della sinistra cede la sovranità su due punti delle proprie competenze ad Izquierda Unida: la partecipazione alle elezioni e la rappresentanza istituzionale.
Per chi fosse interessato può leggere sul sito del PCE l’articolo 113 dello statuto.
Detto in altri termini significa che Izquierda Unida, che si autodefinisce “movimento politico sociale” funziona analogamente ad un partito. Le forze come il PCE che aderiscono ad Izquierda Unida lo fanno attraverso l’adesione personale dei propri militanti, che sono invitati a farlo senza che ci sia automatismo fra il possesso della tessera del PCE e quella di Izquierda Unida. Il PCE e le altre forze non hanno quote nè alcuna rappresentanza diretta negli organismi dirigenti di Izquierda Unida. Gli iscritti ad Izquierda Unida, abbiano o meno tessere di partiti o associazioni aderenti, sono gli unici titolati a decidere la linea politica e i gruppi dirigenti di Izquierda Unida. Sulla base, appunto, del principio “una testa un voto”.
Come si vede da questa esperienza, che dura da trenta anni in Spagna, non è affatto necessario sciogliere il partito comunista per unire la sinistra ampia e nemmeno escludere in un rapporto federativo fra partiti, tutte le altre esperienze collettive ed individuali.
Insomma, se l’attuale lista “un’altra europa con tsipras” raggiunge l’unità sulla prospettiva politica e su principi politici unitari e chiaramente antiliberisti e alternativi al PD il PRC può serenamente partecipare, come il PCE, alla nuova forza senza dover rinunciare a nulla della propria ideologia ed organizzazione.
Certo il PRC dovrebbe dedicarsi comunque a tutti i compiti propri di un partito comunista.
Perché sarebbe anche ora che si dismetta l’idea distorta che l’attività principale di un partito comunista consista nel partecipare alle elezioni. Non è mai stato corretto storicamente ed oggi, non fosse altro che per il sistema elettorale vigente, oltre che sbagliato sarebbe decisamente assurdo.
La nuova forza, proprio perché ampia e plurale, mentre può assolvere benissimo al compito di produrre un programma di lotta ed elettorale per l’immediato e per una fase, non può fare diverse cose che sono proprie, invece, di un partito comunista. Sarebbe sbagliato, per esempio, che il PRC rinunciasse ad una battaglia culturale sulla rifondazione e sulla vigenza del comunismo o che tentasse di imporlo alla nuova forza. Che rinunciasse alla sua rete di relazioni internazionali o che pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse ad elaborare analisi e a promuovere discussione teoriche e a formare quadri secondo la propria impostazione o pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse alle proprie e dirette pratiche sociali e metodi di lotta o pretendesse di imporle alla nuova forza. Ed anche che rinunciasse, nelle proprie riunioni, di discutere apertamente della prospettiva della nuova forza, senza per questo imporre nulla a nessuno.
Spero di essermi spiegato.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.controlacrisi.org il 6 giugno 2014

 

Un’altra Europa sarebbe necessaria. Se è possibile o meno dipende anche da noi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio, 2014 by ramon mantovani

Dall’inizio del processo politico-diplomatico che ha dato vita all’Unione Europea in ogni paese, e più in generale nel continente, si sono confrontate tre posizioni, tre scuole di pensiero e tre politiche, ognuna delle quali composte e attraversate da approcci e proposte differenti fra loro, ma non per questo non assimilabili.
La prima, quella più forte e tutt’ora egemone, che ha guidato il processo, è ispirata dal neoliberismo in economia, da una concezione tecnocratica e tendenzialmente autoritaria delle istituzioni, dall’ideologia della “superiorità” dell’occidente e del suo “diritto” a “governare” il mondo.
Si potrebbero scrivere interi volumi sulle differenze interne a questo schieramento. Ed indubbiamente ci sono differenze importanti fra i partiti europei, fra quelli nazionali, e all’interno di ognuno di loro, che lo compongono. Ma, nella sostanza, popolari, socialisti e liberali, sono insieme il ceto politico che ha rappresentato gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali e, dal punto di vista geopolitico, della subalternità agli USA.
Senza tema di smentita si può ben dire che i fatti lo dimostrano.
Tutti i trattati sono stati ispirati dall’idea del dominio del mercato ed hanno accolto ed implementato ogni forma di cancellazione (deregulation) dei vincoli e regole che erano stati decisi a livello globale (Bretton Woods e decisioni delle agenzie ONU) e a livello nazionale, per impedire il ripetersi di crisi come quella del 29 e soprattutto le sue conseguenze politiche, a cominciare dalla guerra. Conseguentemente la moneta comune, e comunque anche le relazioni fra e con le monete dei paesi della UE non aderenti all’Euro, è governata da istituzioni (BCE) totalmente prive di qualsiasi controllo democratico, ma altamente dipendenti dalla logica e dagli interessi concreti del capitale finanziario e dalle banche private.
Istituzionalmente la UE è dominata dai governi nazionali (finora sempre saldamente nelle mani dello schieramento dei popolari, socialisti e liberali) che decidono tutto, anche regolando le controversie fra i diversi interessi nazionali, in sede di Consiglio dell’Unione Europea e che nominano, senza alcun processo e/o controllo democratico, un organo tecnocratico (Commissione Europea) con il compito di “rappresentare gli interessi dell’Unione nel suo complesso”. In altre parole il ceto politico totalmente identificato nell’ideologia liberista, che assegna alla politica l’unico ed esclusivo compito di amministrare l’esistente, decide tutto. Dal punto di vista capitalistico si tratta di un vero e proprio paradiso visto che ogni decisione politica è programmaticamente presa solo se conforme e compatibile con l’andamento spontaneo del mercato. Del resto nella crisi si è ben visto come si siano salvate le banche private con i soldi pubblici, senza alcuna contropartita e soprattutto senza reintrodurre alcuna regola capace di impedire il ripetersi del meccanismo generatore della crisi. E come si siano ulteriormente cancellate sovranità politiche relative ai bilanci e ai mercati del lavoro nazionali per adeguare tutto ai diktat del mercato. Come se non bastasse i trattati decisi in sede di Consiglio sono sostanzialmente immodificabili. Per il semplice motivo che è necessaria l’unanimità dei 27 governi dei paesi membri. Per cui se uno o più governi cadessero nelle mani di forze politiche desiderose di rimetterli in discussione avrebbero solo la strada della disobbedienza, e cioè la violazione consapevole o la denuncia unilaterale dei trattati stessi. In entrambi i casi con costi immediati altissimi.
Nel mondo la UE si è contraddistinta come la punta di diamante della liberalizzazione dei mercati e della deregulation nelle transazioni finanziarie e borsistiche. Sia in sede WTO, sia nelle trattative bilaterali fra la Commissione Europea ed altri soggetti (nazionali e regionali), la UE ha assunto un ruolo trainante e d’avanguardia nel rappresentare gli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Se compariamo i trattati commerciali bilaterali degli USA con alcuni paesi con quelli firmati dalla UE con gli stessi paesi troveremo che quelli della UE sono molto più liberisti e più vantaggiosi per le multinazionali. Tutto ciò a detrimento degli interessi europei visto che i sistemi produttivi e commerciali continentali per continuare ad esistere devono potentemente ristrutturarsi nell’ambito di una competizione globale esasperata. Con l’evidente conseguenza dell’introiezione anche dentro la UE di una competizione senza quartiere fra i diversi sottosistemi produttivi nazionali, di una tendenziale gerarchizzazione interna (nord-sud tanto per cambiare), e infine di una ben prevedibile implosione della UE stessa. È in corso di negoziato un trattato di liberalizzazione del commercio (TTIP) fra Unione Europea e USA . Avrà conseguenze certamente enormi e tuttavia, o sarebbe meglio dire esattamente per questo, esso è condotto dalla Commissione con l’amministrazione Obama in grande segreto. Sarà un ulteriore passo avanti dal punto di vista della globalizzazione capitalistica e dell’ideologia neoliberista.
Infine, l’Unione Europea ha sempre scelto, dal punto di vista della politica estera, la strada della subordinazione al comando USA. Se si sceglie di implementare la globalizzazione capitalistica si sa che si va verso un mondo sempre più percorso da conflitti e tendenzialmente ingovernabile. Quindi si sceglie l’alleanza strategica con la potenza militare dominante per governarlo con la forza. È per questo che l’Unione ha scelto di abbinare la propria espansione ad est con l’allargamento della NATO e che ha, insieme agli USA, deciso di mummificare l’ONU, riducendo il Consiglio di Sicurezza a notaio ratificatore di decisioni assunte dalle potenze occidentali e le agenzie ONU ad enti inutili (basti pensare all’UNCTAD di fatto cancellata dal WTO). Con buona pace dei sognatori di un mondo pacificato dalla caduta del muro di Berlino e dei poveri ignoranti, che si sono bevuti i mille pretesti “democratici” ed “umanitari” delle diverse guerre degli ultimi vent’anni, e che non sanno nemmeno distinguere fra unilateralismo, multilateralismo (che sono entrambi interni al dominio occidentale del mondo) e multipolarismo.
La seconda, di cui parleremo sommariamente, è in forte crescita in diversi paesi. Si tratta del neonazionalismo tendenzialmente, e spesso apertamente, xenofobo e neofascista.
Una ventina di anni fa, e nel corso di tutte le battaglie di opposizione ai trattati europei da Maastricht in poi, noi di Rifondazione dicemmo (totalmente inascoltati) che la globalizzazione capitalistica avrebbe prodotto non solo una crescita enorme delle diseguaglianze sociali ma anche una tendenziale destrutturazione degli stati nazionali. Prevedemmo che se lo stato nazionale moderno avesse ceduto sovranità verso l’alto ad organismi tecnocratici e verso il basso a territori omogenei dal punto di vista economico, avrebbe finito con l’entrare in crisi il sistema democratico. Infatti, dicemmo che nella competizione assolutizzata tanto le regioni ricche che quelle più povere, avrebbero cercato una maggiore autonomia, ed anche l’indipendenza, per poter competere meglio con le altre regioni analoghe. Prevedemmo che sarebbero risorti movimenti neofascisti sulla base della logica rivendicazione del recupero di una qualche sovranità nazionale. Cosa sia successo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La UE pullula di partiti neofascisti e xenofobi che individuano, come in Francia per fare un solo esempio, negli immigrati e nella cosmopolita borghesia finanziaria i nemici da abbattere. E diversi stati nazionali conoscono il risorgere di spinte indipendentiste nelle regioni più ricche. La crescita di questi fenomeni ha basi oggettive e materiali che, per quanto si fondi su mistificazioni, non è certamente possibile arrestare con la retorica della difesa della “democrazia” visto che quest’ultima non è tale se non esiste una sovranità politica sul mercato e sull’economia. Tanto meno si può farlo con la retorica dello stato nazionale e della solidarietà interna ad esso, visto che le istituzioni politiche nei fatti si limitano ad amministrare le mere conseguenze dell’andamento del mercato, accettando la disgregazione sociale conseguente come un fenomeno da governare acriticamente.
In una società dominata dal mercato il cocktail fatale di solitudine, individualismo, egoismo ed emarginazione produce inevitabilmente le basi per l’esplodere di guerre fra poveri. Ed ecco il successo delle forze che intraprendono sulla xenofobia. In uno stato privo della sovranità fondamentale per poter implementare un modello sociale anche solo moderatamente solidaristico, e che si limita ad imporre alla società le decisioni dei tecnocrati europei, il ceto politico (non a caso definito sempre più “classe politica”) è avvertito come abusivo, inutile e dedito a difendere unicamente i propri privilegi di casta. Ed ecco il successo delle forze “antipolitiche” e/o neofasciste. Se la “politica” è mera amministrazione dell’esistente chiunque sia scontento dell’esistente è facilmente manipolabile con la mistificazione che individua negli effetti il nemico lasciando intatte le cause.
Ovviamente ogni realtà nazionale e regionale ha sue caratteristiche proprie, perché secoli di storia e culture profonde non si cancellano facilmente. Per esempio ci sono spinte indipendentiste che hanno ragioni storiche secolari. Come è il caso della Catalogna, per fare un esempio di grande attualità. Dove il movimento indipendentista è profondamente democratico (e i neofascisti, gli xenofobi e i neoqualunquisti sono rigidamente per l’unità dello stato spagnolo). Ma è fuor di dubbio che l’indipendentismo catalano, storicamente forte ma minoritario, è diventato maggioritario proprio perché tra i ceti medi colpiti dalla crisi si è fatta strada l’opinione che individua nella “casta” politica spagnola centralista il responsabile del disastro sociale. Analogamente in Francia il neofascista Front National fa leva sullo storicamente radicato nazionalismo e sciovinismo francese per attrarre i ceti medi e popolari colpiti dalla crisi e ai quali il governo socialista impone enormi sacrifici nel nome dell’Europa.
In Italia, tanto per cambiare, la crisi di credibilità dello stato e la disgregazione sociale e culturale della società sono tali che prospera un Movimento 5 Stelle capace di coniugare la più vieta demagogia contro casta ed istituzioni (che per quanto esercitata su problemi esistenti è totalmente incapace di affrontarli e risolverli) con una ideologia iperindividualistica venata di mille ambiguità di egoismo sociale ed autoritarismo. In Italia può esistere, e perfino tornare a rafforzarsi, un movimento secessionista che nel corso della sua storia è stato liberista estremo ed antiliberista, filoeuropeo ed antieuropeo, favorevole a Maastricht e poi contrario, indipendentista e contemporaneamente favorevole al rafforzamento degli organi repressivi dello stato centrale, considerato nemico da altri movimenti indipendentisti (che infatti non lo hanno mai nemmeno voluto incontrare) e alleato da movimenti neofascisti ipercentralisti. Come può esistere un partito democratico guidato da democristiani affiliato al Partito Socialista Europeo. Senza parlare del fenomeno “Berlusconi”.
Purtroppo, però, c’è da temere che il sistema politico italiano non sia, diciamo così, un peculiare ed irripetibile scherzo della storia. Certo è il frutto delle mille contraddizioni della storia del paese e delle potenti subculture che lo percorrono tutt’ora. Tuttavia il fenomeno, essendo figlio esattamente del periodo della globalizzazione, della separazione della “politica” dalla società, del trionfo della spettacolarizzazione della politica, ha tratti che possiamo definire d’avanguardia nel processo reale che investe anche altri grandi paesi.
La terza è quella della sinistra reale, che pensa al conflitto di classe e sociale come motore di qualsiasi cambiamento, che vuole ristabilire la sovranità popolare a livello continentale e nazionale e quella politica sull’economia, che ha un’idea multipolare, pacifista, solidaristica e cooperativa delle relazioni internazionali. Purtroppo, sia detto per inciso, i Verdi europei in quanto tali non sono assimilabili nel loro insieme a questo campo, giacché sulle questioni appena elencate i partiti verdi hanno spesso posizioni completamente contrapposte fra loro.
Anche nel campo della sinistra, però, le differenze fra le forze che lo compongono sono molte e a volte grandi. Vi sono partiti comunisti e di sinistra ex comunista ed ex socialdemocratica. Vi sono partiti contrari alla UE ed altri favorevoli ad una UE federale. Vi sono partiti che nell’ambito nazionale pensano sia possibile una collaborazione di governo con i partiti socialisti e socialdemocratici ed altri che la rifuggono in via di principio e/o sulla base di esperienze concrete fallimentari. Vi sono modelli organizzativi di partiti, movimenti e coalizioni molto differenti. E così via. Bisogna sottolineare il fatto che queste differenze, che come si vede non sono piccole, sono assolutamente trasversali rispetto alle appartenenze ideologiche. Questo fatto oggettivo ed inconfutabile è certamente il prodotto dell’intreccio fra le questioni globali e quelle locali, della storia e cultura politica di ogni singola forza e delle relazioni con le altre nel proprio paese. Tentare di omogeneizzare tutto questo condurrebbe certamente a maggiori ed irreparabili divisioni. Ma considerare le differenze come insuperabili produrrebbe altrettanto certamente l’esplodere di nuove divisioni ad ogni appuntamento importante come l’attuale crisi, che investe tutto il continente e il mondo più in generale. Per questo, nel corso degli anni, le forze maggiori e più lungimiranti hanno sempre lavorato per l’unità senza rinunciare alle proprie idee ma senza alcuno spirito egemonistico. Attualmente il campo di questa sinistra è organizzato nel Partito della Sinistra Europea e nel gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) che raccoglie diversi altri partiti.
Se da un lato le differenze, come abbiamo visto, ci sono e non sono pochissime, possiamo però dire che le cose che uniscono sono molte di più. E soprattutto attengono alle questioni di fondo e principali. Tutte queste forze sono unite nella battaglia contro la globalizzazione capitalistica e sono perché si ristabilisca, come primo passo di qualsiasi altra prospettiva, la sovranità della politica sull’economia e sul mercato. Sono contrarie alla NATO e ad ogni intervento militare di guerra mascherato da missione di pace. Sono per implementare le lotte operaie, ambientali e sociali a livello continentale ed in ogni singolo stato. Sono contrarie a tutti i trattati europei che hanno prodotto la UE come la conosciamo. E si potrebbe continuare.
In molti paesi, e soprattutto in quelli investiti pesantemente dalla crisi (con l’eccezione italiana di cui parleremo fra poco) queste forze conoscono un’impetuosa crescita elettorale. Non è pensabile nessun cambiamento reale dell’UE e nessuna soluzione dei problemi sociali e democratici che affliggono la UE e i singoli stati senza che questo campo di forze crescano e producano un progetto autonomo ed alternativo. Ed oggi, per la, prima volta, è possibile che la catena del comando neoliberista si rompa in un paese grazie alla possibile vittoria di una forza antagonista come Syriza. L’esistenza di un governo determinato a disobbedire ai diktat della UE e a rimettere in discussione i trattati potrebbe creare le condizioni affinché cresca in tutti gli altri paesi la consapevolezza popolare che l’alternativa è possibile e che si può veramente abbandonare l’idea che la dialettica politica sia racchiusa dentro il campo delle forze socialiste, popolari e liberali. Non si possono coltivare illusioni, perché si tratterebbe di uno scontro di portata colossale, e non è affatto detto che la fragilità della sinistra reale e le sue differenze reggano alla prova. Tuttavia per la prima volta sarebbe possibile e questa possibilità agirebbe come uno stimolo e un volano nel processo di unità della sinistra anticapitalistica europea.
L’Italia e la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Come è noto la salute della sinistra antagonista nel nostro paese è pessima. Grandi sconfitte sociali, politiche, elettorali hanno prodotto divisioni e tradimenti di ogni tipo. I conflitti sindacali e sociali sono isolati ed irrilevanti per il sistema politico e mass mediatico, il sindacato confederale è subalterno al quadro politico e preda di gravi convulsioni che attengono alla sua vita democratica, la degenerazione dei partiti di governo e il leaderismo esasperato hanno raggiunto limiti estremi, il sistema elettorale antidemocratico ha prodotto una falsa e mistificata dialettica nella quale la politica come amministrazione dell’esistente, ed esecuzione degli ordini del mercato e della troika, trova come contraltare speculare la cosiddetta “antipolitica”. La logica del maggioritario e i suoi propri errori hanno ridotto la sinistra radicale alla frammentazione e alla irrilevanza politica.
Ma non è il caso di dilungarsi in una descrizione che già è stata fatta copiosamente in questa sede.
In Italia si prefigura, anche più che in altri paesi, un regime nel quale i poteri forti la possono fare da padroni indisturbati. La “politica” intesa come sistema racchiuso in un bipolarismo totalmente acritico con il mercato assicura la “governance” negli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. Il Movimento 5 Stelle assicura una valvola di sfogo alla rabbia e alla protesta. Tanto più forte e vasta quanto più ambigua su tutte le questioni fondamentali e strutturali. Lo scontro “o noi o loro” è anch’esso interno al regime. Sia perché allude esplicitamente alla rimozione di una “casta” senza mettere in discussione minimamente il piccolo dettaglio che la “casta”, e cioè la politica separata dalla società come tecnica di potere, non è la causa dei problemi bensì l’effetto delle mutazioni potenti del sistema economico degli ultimi decenni. Sia perché propone un modello sociale e politico indifferente agli interessi di classe e sociali e in ultima analisi propone l’individualismo dei singoli “cittadini”, in simbiosi con il leaderismo autoritario più sfrenato, come modello “democratico”.
Il fatto, inconfutabile e con il quale fare sempre i conti, che milioni di lavoratori votino PD, PDL, Lega e Movimento 5 Stelle, sulla base di tutte le suggestioni possibili ed immaginabili proprie dell’attuale sistema politico, non qualifica nessuna di queste opzioni come utili ai loro interessi di classe. Come il fatto che uomini e donne certamente dalle idee progressiste e di sinistra votino il Movimento 5 Stelle non produce affatto alcun progetto politico capace di mettere in discussione il sistema economico dominante.
Solo una sinistra dotata di un’analisi scientifica della realtà, che non confonda le cause con gli effetti, che veda la natura di classe del sistema istituzionale ed elettorale, che sappia costruire lotte e conflitto, che non si illuda di poter ritagliare uno spazio per il proprio ceto politico accettando la logica del sistema, può aspirare a risalire la china e a conquistare forza e credibilità sufficienti per tentare di cambiare davvero le cose.
Ma si tratta di un cammino lungo e irto di difficoltà.
Insisto nel dire che senza la consapevolezza che la dimensione politico-istituzionale non è più, come in passato lo era con la repubblica parlamentare e con il sistema proporzionale, un terreno agibile e perfino favorevole ma è diventata un terreno nemico ed ostile, la sinistra reale è destinata inevitabilmente a dividersi ad ogni occasione importante e a finire sempre più nella irrilevanza settaria e parolaia o a diventare comprimaria all’interno del regime.
A queste elezioni europee è stato possibile unire grossomodo tutto ciò che c’è a sinistra. Tutto ciò che critica apertamente la UE così com’è e che prospetta cambiamenti fondamentali nella struttura economica e conseguentemente nelle relazioni sociali. La lista è interna al GUE e indica come candidato presidente quello scelto dal Partito della Sinistra Europea.
È, quindi, la cosa migliore possibile che si potesse realisticamente fare.
Non ha alcun senso esaminare le differenze e perfino le ambiguità che contiene allo scopo di dichiararla negativa.
Solo menti estremisticamente settarie possono non vedere che le differenze e le ambiguità della lista sono esattamente le stesse che contiene lo schieramento di partiti che aderisce al GUE. Sia sull’Euro sia sulla stessa UE, per fare l’esempio fondamentale, nel GUE ci sono le posizioni opposte e tutte le sfumature intermedie. Lo stesso dicasi per il rapporto da avere con i partiti socialisti e socialdemocratici in sede nazionale. Che senso ha, quindi, gridare allo scandalo ed agitare ogni tema controverso come discriminante per la formazione di una lista unitaria? Con questa logica il Front de Gauche francese, Izquierda Unida spagnola e perfino la Linke tedesca dovrebbero spaccarsi e dar vita a più liste in ognuno di questi paesi. E il GUE dovrebbe dividersi in almeno tre gruppi parlamentari.
I temi oggetto delle differenze devono ovviamente essere discussi a fondo. Ed è aperta la contesa per l’egemonia di un processo reale che costruisca una forza europea capace di incidere nella realtà.
Ma una cosa è una discussione astratta che estremizza le posizioni e produce altre divisioni ed un’altra è una discussione concreta che avanza in rapporto alle modificazioni della realtà.
Per fare un solo esempio su un tema molto in voga, sull’Euro si può discutere all’infinito fra coloro che pensano sia superabile immediatamente e coloro che pensano sia possibile riportarlo sotto una sovranità politica. Io penso che entrambe le posizioni abbiano una legittimità teorica e che contengano punti di verità. C’è ormai un’ampia letteratura (parlo di quella seria e non degli slogan apocalittici) che evidenzia controprove e contraddizioni di entrambe le tesi di fondo.
Ma se questa discussione avviene nel campo di forze e persone che sono avverse alla dittatura del mercato, che pensano che una moneta debba essere sottoposta ad un potere politico e democratico, che criticano proprio da questo punto di vista l’Euro, allora non può assolutamente produrre divisioni, tanto meno elettorali. Deve svilupparsi in un contesto unitario e soprattutto confrontarsi con le dinamiche reali che si produrranno. Che sono, allo stato delle cose, imprevedibili.
La battaglia che sta conducendo la lista è impari. Gli elettori italiani sono chiamati dai mass media ad esprimere un voto totalmente nazionale e a scegliere fra Renzi, Berlusconi e Grillo. La disinformazione impera.
C’è perfino il paradosso, per nulla notato alle scorse elezioni europee, della palese illegittimità del quorum da superare.
Ognuno si può ben sentire rappresentato, in una lista così composita, esprimendo una preferenza per i/le candidati/e più affini. Sempre che a determinare il voto sia una logica politica e non simpatie personalistiche od altre amenità.
Per quanto mi riguarda io sono totalmente identificato e d’accordo con la scelta del mio partito. Che indica in ogni circoscrizione una candidata o candidato da sostenere, indipendentemente dall’appartenenza o meno al partito, per le sue posizioni, rappresentatività sociale ed esperienze di lotta.
Sono: Nicoletta Dosio (circoscrizione Nord-Ovest);
Paola Morandin (circoscrizione Nord-Est); Fabio Amato (Centro); Eleonora Forenza (Sud); Antonio Mazzeo (Sicilia); Simona Lobina (Sardegna).

Buon voto!

ramon mantovani

 

“Al congresso troppe semplificazioni. Si riparta dalla lotta di classe invece”. Intervista a Ramon Mantovani

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 24 dicembre, 2013 by ramon mantovani

Al di là della disputa sul segretario e il gruppo dirigente “che ha sbagliato” hai sentito e visto un congresso Prc che ha ragionato sulle sconfitte per trovare un modo per andare avanti o no? Se sì, cosa ti sembra sia emerso con maggior forza?

Come credo sia noto io non penso affatto che il gruppo dirigente abbia sbagliato. La “disputa” sul segretario e sul gruppo dirigente, al contrario, ha rischiato di mettere in ombra e di sottovalutare le vere difficoltà che il PRC ha incontrato negli ultimi anni. Cerco di spiegarmi nel modo più chiaro possibile. In diversi interventi del 3° Documento e della corrente di Essere Comunisti è affiorata la semplificazione, per me completamente inaccettabile per dei marxisti ed invece molto in voga nella politica spettacolo, secondo la quale i cattivi risultati elettorali sarebbero da attribuirsi al minoritarismo e settarismo del gruppo dirigente e in particolare di Ferrero (Essere Comunisti) o all’ambiguità della linea circa il rapporto da avere col centrosinistra (3° documento). Due posizioni opposte ed inconciliabili che però hanno avanzato un’unica e suggestiva soluzione magica: il cambio del gruppo dirigente. Queste due posizioni (per brevità tralascio quella della Mozione 2 che considero estremista ed astratta ma che non ha usato la demagogia strumentale sul gruppo dirigente) non sanno fare i conti con la natura specifica del sistema elettorale ed istituzionale della cosiddetta Seconda Repubblica. Anzi, a loro modo ne sono un prodotto diretto. Infatti propongono di fatto due linee che appaiono tanto più chiare ed efficaci in quanto totalmente interne alla stessa logica del bipolarismo. Da una parte il dialogo e l’unità con SEL e il Pdci tralasciando il piccolo dettaglio del rapporto con il centrosinistra e con il PD. Dall’altra l’idea illusoria che la “chiarezza” della totale separazione con il centrosinistra, dal più piccolo comune al parlamento, possa produrre una vera connessione con le lotte e garantire maggiori consensi elettorali in futuro. Insomma, tutte le esperienze del PRC di entrambi i segni (con le relative 7 scissioni!) degli ultimi venti anni non sembrano aver insegnato nulla.

Sì è parlato di errori ma non si è approfondita la natura di una fase che ha imposto, diciamo così, scelte obbligate…

Il punto importante, per me, non è la qualità del gruppo dirigente, che ovviamente ha una sua specificità, bensì il dover avere a che fare, al contrario che in altri paesi europei, con un sistema politico e massmediatico ultra americanizzato ed ostile a qualsiasi forza di classe che tenti di veicolare nelle istituzioni contenuti di lotta e un programma di trasformazione del paese. Senza questa consapevolezza si finisce per attribuire al gruppo dirigente colpe che non ha e, conseguentemente, per propugnare un “rinnovamento” come soluzione magica del problema. Inoltre c’è la nefasta tendenza a far finta, in sede di bilancio delle scelte fatte, che agli “errori” ci fossero valide alternative. È giusto dire che, per esempio, Rivoluzione Civile era stata improvvisata, composta in modo verticistico ed era ambigua sul centrosinistra? Si! È giusto! E sarebbe giusto dire che il gruppo dirigente che l’avesse presentata come la soluzione ideale andrebbe fucilato. Ma le cose non stanno così. Il CPN che decise di partecipare a Rivoluzione Civile (con una scarsissima opposizione) discusse ben sapendo che PdCI e IDV erano orfani del centrosinistra e che l’unico modo di comporre le liste era un metodo ultraverticistico. Dato l’insuccesso è facilissimo parlare di “errore” e certamente lo è stato. Ma le alternative quali erano? Senza rispondere a questa domanda, e cioè senza fare i conti con la realtà, parlare di “errore” soggettivo del gruppo dirigente può essere suggestivo ma è e rimane una fuga dalla realtà. Nei fatti c’erano solo due alternative. Il Prc poteva dar vita ad una lista con Cambiare si Può, contrapposta a quella di Ingroia e nella quale avrebbe dovuto essere invisibile giacché questa era la condizione posta dagli animatori di Cambiare si Può. Insomma due liste in concorrenza tra loro fuori dal centrosinistra e senza alcuna visibilità del PRC. Oppure il PRC avrebbe potuto presentarsi da solo, certamente in alternativa alla lista capitanata da Ingroia e forse anche ad una lista di Cambiare si Può. Senza contare il Partito Comunista dei Lavoratori. Insomma, due o tre liste fuori dal centrosinistra. Se il gruppo dirigente del PRC avesse fatto una di queste due scelte di quali “errori” staremmo parlando oggi? O qualcuno pensa davvero che una di queste due scelte avrebbero pagato dal punto di vista elettorale e messo il PRC al riparo da accuse di settarismo, autosufficienza ed elettoralismo sfrenato? Nella politica, come nella vita, a volte è necessario fare scelte obbligate. Basta farle ad occhi aperti e soprattutto fare tesoro delle esperienze che hanno poi prodotto. Far finta che non siano state scelte obbligate e immaginare che basti cambiare le persone che sono state costrette a farle è, lo ripeto, un fuga dalla realtà.

Il primo documento li fa i conti con la realtà?

Proprio per questo penso che il 1° Documento e le stesse proposte fatte da Ferrero nei suoi interventi abbiano invece fatto davvero i conti con la realtà. Ora non mi dilungo, ma la chiarezza sui rapporti col centrosinistra e l’idea di costruire una forza dal basso, come Izquierda Unida spagnola, senza più fare accordi di vertice fra forze ambigue politicamente è una linea politica che tiene conto sul serio delle sconfitte. Un partito che decide di essere pronto a non presentarsi più alle elezioni, ma solo se si riesce a costruire l’unita vera di tutti quelli che condividono un programma unificante le lotte anticapitaliste e sociali e che propone per se stesso e per questa nuova forza che lo scoglio delle scelte elettorali sia deciso dalla base militante con referendum vincolanti, costituisce una novità o no? Io penso di si. E penso che ora il CPN debba scegliere un progetto di funzionamento del partito e un gruppo dirigente capace di portare avanti queste scelte.

Il bipolarismo sembra morire per consunzione da una parte ma riaffermarsi di fatto per mancanza di unità delle forze di opposizione. Quali sono le tue riflessioni in proposito?

Il bipolarismo è stato presentato come portatore di chiarezza e come possibilità degli elettori di poter scegliere fra opzioni contrapposte di governo. Ma non è mai stato così. L’alternanza fra simili o addirittura identici nelle politiche economiche non può essere l’alternativa fra progetti di società effettivamente alternativi. E riduce ogni interesse e proposta antagonista all’impotenza dentro il governo o fuori di esso. La crisi si è incaricata di svelare questa cosa, che noi denunciammo inascoltati ed incompresi, fin dai primi anni 90. È sotto gli occhi di tutti l’esperienza del governo Monti e di quello Letta. Ed è sotto gli occhi di tutti la definitiva ristrutturazione del PD e di tutto il centrosinistra a cominciare da SEL in senso “americano” con l’avvento di Renzi. Il Movimento 5 Stelle è solo apparentemente una spina nel fianco del sistema perché sta insieme e raccoglie consensi sulla individuazione di un epifenomeno come la cosiddetta “casta” e delle sue convulsioni spettacolari come responsabili della crisi. Temo che tutto ciò possa produrre solo una estremizzazione del peggio del bipolarismo. Del resto basta osservare che nessuno, tanto meno nel circo massmediatico si sogna nemmeno di proporre il superamento del bipolarismo e una legge elettorale proporzionale e che si marcia a tappe forzate verso un bipolarismo presidenzialista e tendenzialmente autoritario.

Un quadro di sostanziale frammentazione delle forze di opposizione

Più che della mancanza di unità delle forze di opposizione io parlerei della mancanza della lotta di classe, giacché il sindacato è sostanzialmente interno al sistema della compatibilità neoliberiste perfino nel tempo in cui queste producono un massacro sociale, e della necessaria consapevolezza nelle lotte dei lavoratori, territoriali e sociali, che pur ci sono anche se in forma dispersa ed isolata, circa la necessità di distruggere il bipolarismo per poter far contare davvero i propri interessi di classe ed obiettivi di lotta. La politica intesa come lotta fra interessi sociali contrapposti, e non come competizione fra leader e tecnica di governo dell’esistente, necessita di una propria idea di stato e di democrazia, altrimenti le lotte finiscono in vicoli ciechi o preda di rivolte plebee ed intrise di ogni tipo di ambiguità, come quella dei cosiddetti Forconi.

Non è più rinviabile una “lunga marcia” nella costruzione di un blocco sociale capace di riunificare l’antagonismo attraverso una piattaforma chiara. Da dove si deve cominciare questo lavoro e seguendo quale strada?

Hai perfettamente ragione. E mi piace molto il riferimento alla Lunga Marcia di maoista memoria. Perché bisogna avere consapevolezza vera dei rapporti di forza totalmente sfavorevoli e, di contro, averne anche circa la giustezza delle proprie ragioni ed analisi. Il che vuol dire non coltivare illusioni, tipiche della sotto e pseudo politica da talk show, circa “mosse” e “invenzioni” capaci di evitare le dure difficoltà dei rapporti di forza reali. E vuol dire sapere che la lotta di classe ed il conflitto sono l’unico motore capace di cambiare la storia.

Un conflitto che deve sporcarsi le mani, insomma…

Ovviamente penso che non si possa peccare di presunzione pensando che tutto dipenda da noi. Ma per essere parte della storia, anche aspirando ad esserne protagonisti, invece che sperare di tornare a far parte della cronaca nera-rosa della politica spettacolo, bisogna riappropriarsi fino in fondo dell’idea che la lotta di classe ed il conflitto sono il 99 % dell’attività, del pensiero, dello studio e del lavoro politico di un partito comunista degno di questo nome. Non si può partecipare all’unificazione dei conflitti se non si sta dentro di essi fino in fondo, se non li si costruisce direttamente in ogni angolo del paese. Non si può illudersi di contribuire allo sviluppo delle lotte senza un’analisi continua ed approfonditissima del capitale e della formazione sociale che esso produce. Non si può immaginare di indicare obiettivi di lotta generali ed unificanti senza queste due cose o, peggio ancora, illudersi che siano le scadenze elettorali il terreno idoneo per produrre un blocco sociale capace di candidarsi veramente a cambiare le cose. Le esperienze latinoamericane insegnano esattamente questo. Se nei prossimi anni sapremo dare il nostro contributo a questo processo i nostri sacrifici e le stesse nostre frustrazioni di oggi saranno ripagati nel migliore dei modi. Perché solo un blocco sociale unito e determinato può superare qualsiasi ostacolo elettorale. Altrimenti finiremo come certi scissionisti del PRC che hanno dato vita a delle vere sette tanto parolaie quanto impotenti o ad altri che si accomodano nel Partito Socialista Europeo e nel centrosinistra usando cinicamente la “narrazione” delle povertà sociali mentre calcolano la loro meschina carrieruncola nel sistema della politica bipolare.

Intervista realizzata da Fabio Sebastiani e pubblicata sul quotidiano online CONTROLACRISI il 22 dicembre 2013

«Invece di fare il totosegretario uniamo la sinistra vera di questo Paese»

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 9 ottobre, 2013 by ramon mantovani

Già parlamentare e membro della direzione nazionale, Ramon Mantovani contesta chi crede che solo un rinnovamento del gruppo dirigente possa portare il partito fuori dalla crisi

Ramon Mantovani è uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista. Membro della direzione nazionale e più volte eletto deputato. Anche a lui abbiamo chiesto di esprimersi sui temi salienti che il congresso dovrà affrontare.

Ramon, cominciamo dalla querelle “dimissioni e congresso subito”. In diversi si erano espressi appunto per un rinnovamento, sia pure provvisorio, del gruppo dirigente, e per la realizzazione di un congresso straordinario da effettuarsi poco dopo la sconfitta elettorale. Come arriviamo a dicembre su questo tema e qual è la tua opinione su un punto che ha diviso il partito?
Se avessimo fatto un congresso subito, con le dimissioni irrevocabili della segreteria, avremmo avuto un congresso di scontro al solo scopo di scegliere un nuovo gruppo dirigente. E questa sarebbe stata la fine del nostro partito. Io mi sono vivacemente opposto all’idea che la situazione grave della sinistra antagonista italiana e di Rifondazione si possa risolvere attraverso il cambio di poche persone. E’ stato invece giusto fare una discussione lunga e affrontarla in termini approfonditi. Io non ho nulla in contrario ad un profondissimo rinnovamento del gruppo dirigente. Chiaro? Ma non si possono fare discussioni che alludono a scelte di linea politica parlando di persone e di gruppi dirigenti. Fare così trasformerebbe il Prc in un partito identico agli altri, basti vedere la vicenda di Renzi e del Pd. Prima si parla della politica e poi si scelgono le persone che la possono portare avanti.

A proposito della politica, leggendo Ferrero e Grassi mi sembra che sui grandi scenari non ci siano grosse differenze. C’è qui da noi una grave crisi della sinistra d’alternativa che non registriamo nel resto d’Europa, dove le cose anzi vanno abbastanza bene. Noi siamo invece in un “cul de sac”, perché da un lato non abbiamo un aiuto dalla sinistra più moderata, come invece è successo in Francia e in Germania, anzi, c’è Sel che si sposta sempre più a destra; dall’altro siamo frammentati e incapaci, almeno per il momento di arrivare a delle conclusioni. Poi ci sono le aspettative riposte in Landini e Rodotà, ma anche qui regna l’incertezza. Qual è la tua analisi a riguardo?
E’ giusto il paragone tra la crisi della sinistra antagonista italiana e, diciamo così, se non i successi il buon stato di salute delle forze omologhe a noi negli altri paesi europei. Come dicevo si tratta di un confronto giusto. Ma se non si paragonano anche i sistemi politici, i sistemi elettorali e quelli istituzionali allora si incorre in un grave errore. E cioè di pensare che sia solo l’inadeguatezza delle persone che dirigono la sinistra in Italia la causa dei suoi insuccessi. E invece le cose non stanno così. Per il banale motivo che in nessun altro paese dove la sinistra d’alternativa ha successo, per esempio Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Germania, c’è il sistema del bipolarismo italiano. Nel quale chiunque si proponga di portare avanti i nostri contenuti, o è condannato all’impotenza fuori dal governo o è condannato all’impotenza dentro il governo. Ed è esattamente questo che ha distrutto la nostra esperienza politica sia quando siamo stati dentro i governi, siamo quando ne siamo stati fuori. Perché sempre ci sono state ad ogni occasione, le scissioni. Esattamente secondo il copione che il bipolarismo italiano prevede. L’Italia si è americanizzata molto più di qualsiasi altro paese europeo. A nessuno viene in mente di dire che è colpa del gruppo dirigente del Partito comunista degli Stati Uniti d’America se non è in Parlamento. Perché c’è un sistema elettorale che non è democratico, e che esclude a priori chiunque proponga certi contenuti. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Negli ultimi anni abbiamo provato in tutti i modi a unire la sinistra di alternativa. Ma bisogna guardare in faccia la realtà e spiegare seriamente i fallimenti e le sconfitte, senza demagogia. Se si pensa che sia colpa del segretario del partito e del gruppo dirigente perché, affetti da settarismo e da chissà quali altri difetti, perché non sono stati capaci di dialogare con Sel e con altri, allora la soluzione è semplice. Basta trovare un nuovo “leader” capace di convincere Sel a rompere con il Pd e a non entrare nel partito socialista europeo. Se, invece, i fallimenti si spiegano politicamente prendendo atto che il PdCI ha spaccato la Federazione della Sinistra per tentare di entrare nel centrosinistra, che Rivoluzione Civile si è dovuta improvvisare in pochi giorni esattamente con quelli che sono stati rifiutati dal centrosinistra e che poi hanno fatto tutta la campagna elettorale lagnandosi di questo e parlando solo di legalità, allora la soluzione non può che essere quella di unire la sinistra sui contenuti, in alternativa al centrosinistra perché su quei contenuti è incompatibile, e con il chiaro riferimento alla Sinistra Europea e al Gue. Ovviamente il Prc non può essere così presuntuoso da pensare che proclamare l’obiettivo sia sufficiente. C’è il problema dei gruppi dirigenti dei partiti e delle stesse associazioni, della loro e nostra inadeguatezza, delle divisioni del passato che pesano. Anche a questo problema non c’è che un rimedio. Si costruisca una nuova forza dal basso, con il principio una testa un voto, senza patti né posti né garanzie per nessuno degli attuali gruppi dirigenti. Ma anche questo si può fare se c’è chiarezza politica ed unità d’intenti reale. Altrimenti qualsiasi unità, della sinistra o comunista, che sia di vertice o dal basso, è destinata a saltare alla prima prova elettorale. La manifestazione del 12 apre un percorso di lotta sulla Costituzione e sul lavoro. Bisogna esserci senza riserva alcuna. I promotori hanno detto con chiarezza che non hanno intenzione di fondare una forza politica o una lista. Bisogna prenderne atto. Ma noi pensiamo che questo percorso possa aprire uno spazio politico pubblico dentro il quale può affermarsi l’idea che anche in Italia ci sia chi rappresenti quei contenuti.

Ramon, come ben sai in Italia c’è un problema grosso di rappresentanza dei lavoratori, ormai non rappresentati appunto più da nessun partito, a parte la piccolissima parte che possiamo fare noi, e anche da nessun sindacato a parte la Fiom, vista la deriva della Cgil. Come risolviamo questo problema? E pensi che le iniziative messe in campo da Landini e Rodotà possano essere un punto di partenza?
Sul sindacato dico solo una cosa: che non si occupa dei lavoratori da quando ha firmato la concertazione nel 1993. Si occupa di parlare dei lavoratori, ma non si occupa come dovrebbe fare un sindacato degli interessi di chi dovrebbe rappresentare. Non mi dilungo perché mi pare evidente il perché. C’è un altro punto però, e anche questo fa differenza con gli altri paesi europei e ha a che vedere con il bipolarismo. In Spagna, per esempio, i sindacati, compreso quello di ispirazione socialista, non hanno mai esitato a scioperare contro il governo nazionale dei socialisti. In Italia abbiamo un sindacato, anche la Cgil, che si è dichiarata contro la riforma delle pensioni di Dini quando era ministro del Tesoro di Berlusconi e favorevole alla stessa riforma sempre di Dini quando l’ha fatta con la maggioranza di centro-sinistra. Insomma la Cgil è schiava del quadro politico. E il combinato disposto della filosofia della concertazione e del sistema politico italiano hanno ridotto il nostro sindacato ad una corporazione. La Fiom, per carità, è l’unica organizzazione sindacale di massa che in qualche modo tenta di rimettere al centro la natura conflittuale del sindacato. Anche se con molte oscillazioni è la prima a denunciare l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro, ma non ne trae tutte le conseguenze. Mesi fa, prima delle elezioni, aveva indicato precisi contenuti. Per noi potevano, e possono ancora essere, il programma elettorale della sinistra d’alternativa. Senza confondere il ruolo del sindacato e di una forza politica io penso che moltissimi dei contenuti di lotta della Fiom siano incompatibili con il Pd ed anche col centrosinistra. Basta rileggersi la Carta d’Intenti firmata anche da Sel per rendersene conto. Mi permetto di dire che o se ne rende conto o è destinata ad essere trascinata nella logica compatibilista e subalterna della Cgil.

Torniamo invece al congresso. Abbiamo di fronte un percorso lungo e faticoso per uscire, se riusciremo, da questa situazione di crisi. Nel frattempo come pensi dobbiamo affrontare le inevitabili scadenze elettorali?
La mia posizione è totalmente in accordo con la bozza di documento licenziata dal Cpn. Io penso che alle elezioni europee sarebbe bene si presentasse una lista che però abbia contenuti precisi e che elegga una rappresentanza nell’ambito della Sinistra Europea e del Gue. Non una lista arlecchino i cui deputati eletti possono andare a finire in tre o quattro gruppi diversi. Della proposta più strategica per unire la sinistra alternativa ho già detto. Vorrei solo che il congresso prendesse coscienza, una volta per tutte, che le elezioni oggi sono per noi un terreno nemico e avverso. Da affrontare con coraggio e serietà, ma senza illusioni a buon mercato. Il bipolarismo bastardo italiano è un enorme ostacolo per veicolare nelle istituzioni gli interessi dei lavoratori e una loro rappresentanza. Non vedere l’ostacolo non aiuta a superarlo. Al contrario spinge a sbatterci contro e a farsi male. Ma la crisi è solo all’inizio e tagli, privatizzazioni e stravolgimenti costituzionali daranno purtroppo ragione alle nostre analisi e previsioni. Se ci dedicheremo a discutere di questo, invece che di totosegretari e di liti fra correnti, potremo farcela sia a rilanciare la funzione di un partito comunista degno di questo nome, sia ad unire la sinistra vera di questo paese, sia ad accumulare le forze capaci di superare qualsiasi sbarramento.

Vittorio Bonanni

 

Pubblicato su Liberazione online il 4 ottobre 2013