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Catalunya indipendente?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre, 2015 by ramon mantovani

Le forze indipendentiste hanno vinto le elezioni per il parlamento catalano. La lista unitaria di sinistra è andata molto male. Il Partito dei Socialisti Catalani perde. Il Partito Popolare crolla. Ciutadans triplica voti e seggi. La Candidatura d’Unitat Popular triplica voti e seggi.
La tabella ufficiale dei risultati elettorali è questa:
http://resultats.parlament2015.cat/09AU/DAU09999CM_L2.htm
Per i lettori italiani, anche in questi giorni ampiamente disinformati dai media italiani, è necessario fornire una descrizione delle liste e dei partiti che hanno preso parte alle elezioni.
“JUNTS PER EL SI” è la coalizione indipendentista comprendente i partiti “Convergencia Democratica de Catalunya” (destra liberale), “Esquerra Republicana de Catalunya ERC (lo storico partito indipendentista di sinistra moderata), scissionisti del Partito dei Socialisti Catalani e del partito democristiano Uniò Democratica de Catalunya, e numerosi esponenti del movimento civico indipendentista, fra i quali importanti personalità del mondo della cultura e dello sport, come il cantautore Lluis LLach e l’allenatore Pep Guardiola.
“CIUTADANS” è il nuovo partito emergente della destra “moderata”, prima in Catalogna e, dalle recenti elezioni locali, in tutta la Spagna. È un partito liberista, radicalmente nazionalista spagnolo, e dalla forte retorica “anticasta” ed anticorruzione.
“PARTIT DELS SOCIALISTES DE CATALUNYA” è il partito catalano federato al PSOE spagnolo. Recentemente si è allineato alle posizioni del Psoe contrarie al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano subendo una scissione.
“CATALUNYA SI QUE ES POT” è la coalizione della sinistra radicale catalana. Ne fanno parte Iniciativa per Catalunya – Verds, ICV (una quindicina di anni fa ha reciso il legame con Izquierda Unida in favore del Partito Verde Europeo pur continuando a presentarsi con IU alle elezioni), Esquerra Unida i Alternativa, EUiA (è la forza catalana federata con Izquierda Unida), Podem (è il nome catalano di Podemos), Equo (è una piccola formazione verde). La lista è favorevole al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma contraria ad atti unilaterali indipendentisti.
“PARTIT POPULAR” è la struttura catalana del Partido Popular. È la destra storica spagnola, confessionale ed ora anche liberista, oltre che nazionalista spagnola.
“CANDIDATURA D’UNITAT POPULAR” la CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista. Funziona rigidamente in modo assembleare a tutti i livelli.
“UNIO’ DEMOCRATICA DE CATALUNYA” è lo storico partito democristiano catalano. Dal postfranchismo si è sempre presentato alle elezioni insieme ai liberali di Convergencia Democratica de Catalunya nella federazione Convergencia i Uniò (CiU). Recentemente ha, con un referendum interno vinto dalla direzione per pochissimi voti, deciso di rompere la federazione con Convergencia Democratica. Per questo ha subito una scissione indipendentista molto forte. Riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma è contrario ad atti unilaterali non concordati e negoziati con lo stato spagnolo.

Cosa succede in Catalogna? Qual è la vera natura delle forze indipendentiste? Come si posiziona la sinistra radicale catalana e spagnola in questa fase? Come influenzeranno i risultati delle elezioni catalane le elezioni politiche spagnole di dicembre?
Per rispondere a queste domande è indispensabile chiarire alcune cose senza conoscere le quali è impossibile, per il lettore italiano, capire veramente l’esito e le implicazioni del voto catalano.
L’indipendentismo catalano è sempre stato una forza minoritaria, sostanzialmente rappresentato da Esquerra Republicana de Catalunya. I partiti nazionalisti catalani come Convergencia i Uniò non erano, fino a poco tempo fa, indipendentisti bensì autonomisti. Il Partito Comunista di Spagna ha sempre riconosciuto l’esistenza di una nazione catalana, il suo diritto all’autodeterminazione, e fin dai tempi del Comintern ha sempre avuto in Catalunya un partito comunista fratello e federato (PSUC). Lo stesso vale per la coalizione Izquierda Unida. Ma il PSUC e Esquerra Unida i Alternativa non sono mai stati indipendentisti, bensì propositori, insieme a PCE e IU, di una repubblica federale nella quale la nazione catalana potesse autogovernarsi pienamente.
I socialisti, prima repubblicani e federalisti con l’andare del tempo sono diventati monarchici e difensori dello stato unitario spagnolo.

Non è in questa sede che chiariremo i motivi storici per cui si può parlare di una nazione catalana. Tralasceremo anche i trecento anni di storia nel corso dei quali il nazionalismo spagnolo, la dinastia dei borboni e la dittatura fascista hanno tentato, senza mai riuscirci, di cancellare lingua e cultura catalana.
Per la sinistra spagnola e catalana l’esistenza della nazione catalana non è mai stata in discussione. Basti questa affermazione per poterci concentrare sui fattori che hanno fatto crescere l’indipendentismo fino a farlo diventare maggioritario.
Il primo fattore è storico. Attiene alla natura del nazionalismo catalano ed ha a che vedere sia con l’evoluzione della società catalana sia con la repressione che storicamente ha dovuto subire.
L’identità su cui si fonda l’idea stessa di nazione catalana e di popolo non è etnica. Non lo è perché la società catalana ha conosciuto storicamente una potentissima immigrazione. Sia prima della rivoluzione industriale, per la diversa distribuzione della proprietà terriera dal tradizionale latifondo spagnolo, sia dopo e con numerose e diverse ondate. Le classi subalterne, composte da lingue e culture diverse, hanno sviluppato una forte grado di integrazione per far fronte al nemico comune, rappresentato dalla alta borghesia catalana alleata dello stato spagnolo. Durante i 40 anni di fascismo, per esempio, lo stato franchista che proibiva il catalano, le feste catalane e quelle di sinistra come il 1° maggio, che tentava di far sparire perfino le tradizioni folkloristiche, era lo stesso stato che reprimeva ogni sussulto operaio e popolare. Perciò il PSUC clandestino faceva rischiare torture ed anni di carcere ai propri militanti, in gran parte immigrati che non parlavano catalano, per riempire di bandiere catalane città e paesi l’11 settembre e di bandiere rosse il 1° maggio. Perciò sempre il PSUC, appena caduto il franchismo, costruì nei quartieri e nei paesi a forte immigrazione un potente movimento che rivendicava scuole pubbliche nelle quali si riprendesse l’insegnamento del catalano.
Questa concezione del popolo e della nazione, inclusiva, laica, e plurale dal punto di vista linguistico e culturale, è quella prevalente tutt’ora.
Al contrario il nazionalismo spagnolo, che oggi al massimo tollera l’esistenza di una peculiarità catalana come parte dell’identità spagnola, è escludente e considera il nazionalismo catalano come una minaccia per i cittadini spagnoli immigrati in Catalogna e per la Spagna tutta.
La cartina di tornasole, come spesso accade per molte cose, per verificare differenze fra nazionalismo catalano e spagnolo sono gli immigrati extracomunitari. Tutti i partiti catalani, destra compresa, sono antirazzisti, sono contrari ai CIE, sono contrari alla cittadinanza stabilita per sangue, mentre i partiti spagnolisti (PP e Ciutadans) usano stereotipi xenofobi e propongono un’idea di cittadinanza fondata sul sangue e discriminatoria verso gli immigrati extracomunitari.
Una recente diatriba fra il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoi e il presidente catalano Artur Mas lo esemplifica benissimo:
Rajoi: non capisco come si possa voler separare la Catalogna dalla Spagna con tutto il sangue spagnolo che scorre nelle vene dei catalani e tutto il sangue catalano che scorre nelle vene degli spagnoli!
Mas: noi non capiamo queste cose di sangue. Per noi sono catalani tutti quelli che vivono e lavorano in Catalogna!
Insomma, come si vede anche da una descrizione sommaria come questa e al contrario di quanto dice o lascia intendere la stampa italiana, l’indipendentismo e il nazionalismo catalano non hanno nulla a che vedere con altri movimenti separatisti e xenofobi in Italia e in Europa.
Il secondo fattore è politico.
All’inizio degli anni 2000 l’indipendentismo catalano era minoritario. Il primo governo di sinistra (PSC, ICV-EUiA, ERC) della Catalogna redasse nel parlamento catalano insieme a CiU un nuovo statuto d’autonomia. Con molti più poteri per la regione, anche se non tanti come per uno stato federato. Il Psoe e Zapatero, che avevano una maggioranza parlamentare sufficiente per farlo, si impegnarono solennemente a ratificarlo senza modificarlo. Ma lo statuto fu modificato in senso peggiorativo quando fu esaminato dal parlamento spagnolo. Il che portò ERC a votare contro. Il governo catalano convocò in seguito un referendum confermativo. Al referendum la partecipazione fu di circa il 50 % e votò favorevolmente il 74 %. Lo statuto entrò in vigore nel 2006. Ma nel 2010, su ricorso del PP la Corte Costituzionale (sostanzialmente nominata da PP e Psoe) dichiarò incostituzionali gran parte degli articoli dello statuto, ne rimaneggiò altri e in sostanza cancellò tutti gli avanzamenti che avevano resistito alle già gravi amputazioni subite dallo statuto quando fu ratificato dal parlamento spagnolo 5 anni prima.
Sei anni dopo il primo vero tentativo di inquadrare il rapporto della Catalogna con lo stato spagnolo in modo non umiliante e dopo un referendum votato dal popolo si tornò al punto di partenza.
Un’enorme manifestazione di popolo con più di un milione di partecipanti alla quale aderirono tutti i partiti catalani (tranne ovviamente il PP e Ciutadans) si riversò nelle strade di Barcellona per protesta. Lo slogan che convocò la manifestazione era: Siamo una nazione. Decidiamo noi!

È questa, senza dubbio, la ragione politica della “deriva” indipendentista che si afferma fra le forze politiche e soprattutto a livello popolare.
Nelle elezioni catalane del 2010, dopo due legislature di governo delle sinistre, PSC e ERC crollano. Delle tre forze di governo resiste, con un lieve calo, solo la lista ICV-EUiA. CiU torna al governo con l’appoggio esterno del PP. Oltre alle ragioni più sopra esposte cominciano a mordere gli effetti della crisi e a farne le spese sono soprattutto i socialisti, responsabili delle politiche neoliberiste del governo Zapatero. Come si vedrà ancor meglio nelle elezioni politiche generali del 2011 quando il Psoe passerà dal 44 al 28 % dei voti.
Dopo la manifestazione del “Som una naciò. Nosaltres decidim.” due entità civiche (Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural, completamente autonome dai partiti, dirigono un enorme movimento popolare capillare e capace di produrre manifestazioni nel giorno dell’11 settembre di ogni anno(la festa nazionale catalana ricorda la caduta di Barcellona in mano alle truppe borboniche avvenuta nel 1714 dopo una lunghissima resistenza) senza eguali per partecipazione ed organizzazione. Su impulso della ANC e di Omnium si forma la AMI (Associazione dei Municipi per la Indipendenza) che conta oggi 765 municipi su un totale di 948.
La forza del movimento popolare indipendentista, al quale partecipano convintamente anche le sinistre radicali favorevoli al diritto all’autodeterminazione, travolge e supera i partiti. Nel corso della legislatura eletta nel 2010 il Presidente Mas tenta nuovamente un approccio negoziale con il governo spagnolo, il cui tema principale è un patto fiscale (sul modello di quello vigente per il Paese Basco). La risposta è negativa su tutta la linea. Il negoziato non comincia nemmeno. A questo punto viene sciolto il Parlamento catalano e sono convocate nuove elezioni con l’esplicito obiettivo di ottenere un mandato popolare per convocare un referendum sull’autodeterminazione. Le elezioni effettivamente premiano con una schiacciante maggioranza le forze favorevoli al referendum. Nel Parlamento catalano si approvano norme che permettono sostanzialmente la celebrazione di un referendum consultivo, non decisionale, atteso che un referendum decisionale dovrebbe ottenere l’autorizzazione del governo centrale. E il referendum consultivo viene convocato per il 9 novembre del 2014. L’oggetto della consultazione, dopo lunghissime trattative, viene concordato da CiU, ERC, CUP e ICV-EUiA ed è costituito da due domande collegate fra loro: Vuole che la Catalogna sia uno Stato? In caso affermativo, vuole che sia uno Stato indipendente?
Il governo centrale dichiara che la consultazione sarà proibita in quanto anticostituzionale. Il Parlamento catalano formula una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo affinché autorizzi la consultazione. Las Cortes bocciano la richiesta con il voto di PP, Psoe, UDC, Union del Pueblo Navarro, Foro Asturias. A votare a favore sono tutti i partiti nazionalisti di Catalogna, Galizia, Paese Basco, Paese Valenciano e, unica forza spagnola, Izquierda Unida.
Nel settembre la consultazione non vincolante viene “sospesa” dalla Corte Costituzionale sine die e il governo catalano, con l’appoggio della maggioranza del parlamento dichiara che non potendo celebrare una consultazione ufficiale, ancorché non vincolante, ne promuoverà una “informale”, con la partecipazione di volontari non retribuiti e mettendo a disposizione solo i locali scolastici.
La consultazione si svolge il 9 novembre e partecipano 2 milioni e 300 mila persone. Votano si e si l’81%, si e no il 10%, no e no il 5%, e il restante 4% fra bianche e nulle.
A questo punto si apre una lunga discussione, che riportare qui sarebbe troppo lungo, fra le forze indipendentiste nel corso della quale si consumano scissioni sia nel campo indipendentista (Unio Democratica de Catalunya) sia in quello avverso (PSC), e alla fine viene deciso che si convocheranno elezioni anticipate per trasformare le elezioni nel referendum che non si è potuto celebrare con l’obiettivo esplicito di far ottenere alle liste indipendentiste la maggioranza sufficiente ad istruire e compiere atti unilaterali verso l’indipendenza.
Nel frattempo la tornata delle elezioni municipali della primavera 2015 vede crescere fortemente il campo dei partiti indipendentisti (al cui interno crescono ERC e CUP e scende CiU) e delle forze favorevoli all’autodeterminazione (come la lista unitaria di sinistra Barcelona en Comù composta sia da indipendentisti sia da federalisti).
La campagna elettorale si preannuncia fortemente segnata dal carattere “plebiscitario” relativo all’indipendenza. Per questo si forma la lista unitaria indipendentista Junts per el SI (insieme per il si) alla quale non aderisce la CUP che pur garantendo la massima disponibilità e volontà politica circa gli atti unilaterali preferisce evidenziare anche il carattere di rottura programmatica sulle questioni sociali. A sinistra si forma la lista unitaria Catalunya si que es pot esplicitamente contraria a promuovere atti unilaterali.
I mesi che precedono il voto, e soprattutto gli ultimi 15 giorni (che costituiscono in Spagna la campagna elettorale ufficiale) sono densi di manovre e polemiche. Mentre da Madrid ovviamente si nega il carattere “plebiscitario” delle elezioni catalane il governo centrale mobilita la propria diplomazia per ottenere dichiarazioni di altri governi europei e USA, e della stessa Commissione Europea, che contrastino l’indipendenza. Le più importanti banche e alcune imprese multinazionali dichiarano che se ne andrebbero dalla Catalogna in caso di indipendenza. Il Governatore della Banca centrale spagnola dichiara che nel caso di indipendenza si produrrebbe un “corralito” e che i cittadini non potrebbero più disporre dei propri risparmi. Si discute dell’eventualità che nessuno più paghi le pensioni. E così via.
Perfino i segretari spagnoli di Comisiones Obreras e di UGT rilasciano dichiarazioni contro l’indipendenza, ma vengono immediatamente smentiti dai segretari catalani delle rispettive organizzazioni che ricordano di essere a favore dell’autodeterminazione e di annoverare fra i propri iscritti tutte le tendenze, comprese quelle indipendentiste.
Il dibattito si radicalizza più per la volontà degli anti indipendentisti che per quella degli indipendentisti. I partiti nazionalisti spagnoli, e soprattutto Ciutadans impostano tutta la campagna sul tema dell’indipendenza in modo veemente e radicale. Perfino l’ex primo ministro socialista Gonzales paragona gli indipendentisti a un movimento totalitario di stampo nazista, suscitando una imbarazzata reazione critica da parte del PSC.
La lista unitaria di sinistra Catalunya si que es pot, per quanto insista su temi sociali e di lotta sul tema centrale della campagna elettorale ha una proposta debolissima ed imbarazzata, giacché al suo interno e all’interno di ognuna delle forze che la compongono ci sono sia posizioni indipendentiste sia posizioni federaliste.
In sostanza proporre l’autodeterminazione attraverso un referendum concordato con un possibile futuro governo spagnolo disponibile a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano equivale a zero dal punto di vista politico. Criticare Junts per el si per la presenza della destra catalana liberista e tentare di ridurre tutta la vicenda alla manovra di Convergencia Democratica e di Artur Mas di non presentarsi con i propri simboli per evitare il giudizio degli elettori ed attaccare la CUP dicendo che votarla equivale a votare per la destra catalana ha finito per provocare un’esodo dei voti di ICV-EUiA proprio verso la CUP (più di 80mila secondo i primi studi sui flussi) e verso Junts per el SI per recuperarne pochi dai socialisti e, questo si, molti dall’astensionismo e da diverse provenienze motivati dalla presenza di Podemos nella lista.
Per la lista Catalunya si que es pot non si può parlare che di una sconfitta, perché sebbene abbia preso gli stessi voti della lista ICV-EUiA del 2012 e perso solo due seggi su 13 che ne aveva, la presenza di Podemos nella lista e il successo di Barcelona en Comù lasciavano sperare (e così dicevano molti sondaggi) un risultato ben più lusinghiero. Del resto non si può tacere sul fatto che la reiterata presenza dell’istrionico (per usare un eufemismo) Pablo Iglesias in campagna elettorale ha fortemente nuociuto alla lista. Sia per l’arroganza e il settarismo (non ha accettato di fare iniziative unitarie nelle quali comparisse il leader di Izquierda Unida spagnola) sia per l’uso di argomenti tipici del nazionalismo della destra estrema spagnola (salvo poi chiedere scusa) per richiamare il voto dei figli e dei nipoti degli immigrati dell’Andalucia e della Extremadura contro i catalani.
Sui risultati ora in Spagna c’è una discussione prevedibile. I partiti nazionalisti spagnoli, dopo aver sostenuto che si trattava di ordinarie elezioni ammnistrative, ora dicono che l’indipendentismo ha perso perché ha ottenuto il 48 % dei voti e arruolano nel fronte contrario anche Catalunya si que e spot e Uniò Democratica de Catalunya che però sono forze favorevoli all’autodeterminazione. Gli indipendentisti, più correttamente, parlano di vittoria chiara giacchè il fronte del no di PSC, PP e Ciutadans ha ottenuto il 39% contro il loro 48%. La forza più seria, sebbene descritta da più parti come estremista, antisistema ecc, è la CUP che ha parlato di una vittoria netta sul no, ma ha precisato che il 48 % dei voti non autorizza una immediata dichiarazione unilaterale di indipendenza e propone un processo costituente e una progressiva legislazione del parlamento che costruisca gli strumenti della sovranità catalana, e la immediata disobbedienza delle leggi spagnole che probiscono l’applicazione di quelle catalane. Come per esempio quella sulla “povertà energetica” che prevedeva di proibire il taglio di luce, gas e acqua alle famiglie senza reddito.
Mentre scrivo inizia la lunga trattativa per la formazione del governo e soprattutto per la scelta del Presidente. Junts per el si propone Artur Mas e la CUP propone una figura di consenso non segnata dal passato liberista. Difficile dire come andrà a finire.
Ma è certo che nulla è come prima in Catalunya. E che queste elezioni catalane segneranno fortissimamente le prossime elezioni generali spagnole di dicembre.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 1° ottobre 2015

Davvero “Podemos”?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio, 2015 by ramon mantovani

L’informazione della stampa italiana (tutta) circa il turno elettorale amministrativo del 25 maggio in Spagna è, tanto per cambiare, completamente falsata da semplificazioni (passi! data la conclamata ignoranza di molti giornalisti circa la politica estera) e soprattutto da distorsioni ispirate dal maldestro tentativo di usare ciò che avviene all’estero per un uso domestico.
È impossibile confutare una per una tutte le false notizie (le mezze verità sono più false delle menzogne spudorate) e le interpretazioni fondate sul nulla invece che sui fatti (almeno i dati elettorali dovrebbero valere qualcosa!). Per non parlare delle conseguenti previsioni! Ci vorrebbero diversi tomi.
Cercherò in questo articolo di fornire informazioni e dati che i lettori italiani purtroppo non conoscono. Le mie interpretazioni e previsioni valgono quel che valgono. Molto poco. Ma i fatti che citerò restano ed ognuno può verificarli e, se vuole, confrontarli con quelli piuttosto fantasiosi cha ha attinto dal sistema informativo italiano.
All’inizio del mese di maggio del 2014, prima delle elezioni europee, Ada Colau, fino ad allora portavoce del potente movimento contro gli sfratti a Barcellona (delle innumerevoli famiglie che non possono pagare il mutuo e che rimangono comunque debitrici verso le banche) insieme ad altre persone impegnate in diverse esperienze di lotta promuove una piattaforma di nome Guanyem Barcelona, con l’obiettivo esplicito di costruire una lista con tutti i partiti di sinistra (non il Partito dei Socialisti Catalani) e con movimenti ed associazioni provenienti dal Movimento degli indignati del 2011. Non una somma di sigle fra forze politiche con un programma e candidati scelti dalle segreterie dei partiti, bensì una lista costruita dal basso con metodo democratico alla quale i partiti, senza ovviamente sciogliersi, avrebbero aderito e partecipato al pari di tutti.
Bisogna sapere che il movimento degli indignati a Barcelona scelse, dopo le grandi manifestazioni del 2011, di produrre decine e decine di lotte in tutti i quartieri integrandosi nel tessuto storicamente già molto ricco di partecipazione organizzata dal basso dei cittadini.
La proposta di Guanyem Barcelona era in sostanza fondata sull’immersione del movimento degli indignati in una pratica sociale permanente di 4 anni e sulla potenziale condivisione delle forze politiche organizzate della sinistra radicale ed alternativa dei contenuti di lotta e programmatici emersi dalla lotta e dall’opposizione al primo governo della destra catalana della città dopo la caduta del franchismo.
Tutto il contrario di leader che si propongono come candidati a sindaco e raccolgono consensi intorno al “loro” programma, o di una coalizione di partiti che scelgono un sindaco con le primarie.
Nei comuni spagnoli si vota con la proporzionale senza preferenze, non esistono coalizioni previe al voto e si può anche governare in minoranza ottenendo voti ed astensioni su ogni singolo provvedimento.
Perciò, come è facile intuire, ogni parallelo sottinteso o esplicito con le dinamiche elettorali italiane è completamente infondato e fuorviante.
Quando nasce Guanyem Barcelona non ci sono ancora state le elezioni europee, Podemos non è ancora sulla ribalta e, nei fatti, è solo una lista elettorale decisa da poche decine di persone.
Subito dopo la nascita ufficiale di Guanyem Barcelona in molte altre città spagnole nascono proposte simili e con gli stessi obiettivi. Tanto che nel luglio del 2014 Guanyem Barcelona propone la costruzione di una rete sulla base di principi e punti programmatici comuni. Tra i quali c’è, nero su bianco, quello che le liste devono essere costruite dal basso e non devono essere monopolizzate o dirette dai partiti che ne fanno parte.
Podemos nascerà come partito nell’autunno del 2014 e a Barcellona solo nel novembre, quando i colloqui fra Guanyem Barcelona e i partiti della sinistra radicale che si erano dichiarati disponibili sono già avviati da tempo. Solo la decisione di Podemos di non presentarsi alle elezioni municipali per evitare, essendo appena nato, di essere fagocitato localmente da ogni tipo di cordate, permette a Podem Barcelona, buon ultimo, di entrare nel processo che porterà alla formazione della lista Barcelona en Comù con Ada Colau capolista (e per questo candidata a sindaco).
In Italia, e più precisamente su La Repubblica, abbiamo dovuto leggere che “…la lista Barcelona in Comu formata attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima…” (triplo sic: per il contenuto, per la sintassi e per aver sbagliato pure il nome della lista in catalano).
Posso sommessamente dire che presentare le vittorie delle liste unitarie in diverse città importanti come vittorie di Podemos è fuorviante?
Intendiamoci, non è mia intenzione sminuire in alcun modo il contributo decisivo che certamente Podemos ha apportato ai risultati elettorali delle liste unitarie. Tuttavia non informare circa la vera novità di liste che riescono ad agglutinare dal basso partiti, realtà sociali e migliaia di militanti senza tessera (senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità ed organizzazione) e che vincono le elezioni è, a parer mio, omettere proprio la cosa che invece dovrebbe costituire un’esperienza interessante anche per la realtà politica italiana.
E, purtroppo, parlare della grande vittoria di Podemos in tutta la tornata elettorale, è infondato.
Perché? E’ presto detto.
Domenica scorsa si è votato anche in 13 delle 17 comunità autonome (regioni) spagnole.
Ebbene. In 9 il primo partito è il PP. In 2 il Psoe. In due il primo posto è dei rispettivi partiti regionali (Navarra e Canarie).
In tutte e 13 Podemos è o il terzo partito (9), o il quarto (3), o il quinto (1).
Sebbene la perdita di voti di PP e Psoe sia di grandi dimensioni a me sembra difficile dire che Podemos, che da mesi è quotato nei sondaggi per le elezioni politiche come primo o secondo partito, in un testa a testa con il PP e con il Psoe notevolmente distanziato, e che ha fondato su questo la propria strategia politica, abbia vinto, essendo arrivato alla prima vera prova elettorale politica sempre dietro PP e Psoe in tutte le regioni.
Se stessimo ai risultati in sé per un partito che si presenta la prima volta dovremmo parlare di uno straordinario risultato. Ma se stiamo alle aspettative che Podemos stesso ha incoraggiato a più non posso si tratta di un inciampo notevole per un partito che vive prevalentemente di immagine sui mass media.
La confusione, sulla stampa italiana, di dati e commenti sulle comunali e sulle regionali di domenica scorsa ha omesso di verificare veramente la salute di Podemos e soprattutto della sua strategia.
Per esempio, nel comune di Madrid lo stesso giorno, e con gli stessi elettori, la lista unitaria Ahora Madrid alla quale ha aderito Podemos ha preso il 31,85 % dei voti e la lista di Podemos alle regionali il 17,73 % dei voti.
Podemos da mesi, e più precisamente dalla sua fondazione ufficiale, ha deciso di rifiutare sdegnosamente la proposta avanzata da Izquierda Unida di preparare una lista unitaria di “unità popolare” per tentare di vincere davvero le prossime elezioni politiche. Sostenendo che non bisogna formare coalizioni di sinistra, con partiti troppo radicali o comunisti, per poter attrarre il voto degli scontenti “moderati” o anche di “destra”.
Ovviamente fino alle elezioni di domenica commentatori e dietrologi di ogni segno hanno scritto che Podemos aveva ragione e che Izquierda Unida era solo in difficoltà dato l’evidente travaso di suoi voti verso Podemos.
Ma ora come la mettiamo se si dimostra che le liste unitarie, con dentro partiti radicali e comunisti, vincono nelle città e sbaragliano PP e Psoe, mentre Podemos, nelle regionali e da solo, nelle stesse città prende meno voti ed è lontanissimo dalla possibilità di contendere a uno dei due partiti maggiori una sola vittoria in ben 13 regioni?
Inoltre ci sono altri due macigni sulla strada di Podemos.
Il primo è che ad erodere potentemente i voti moderati del PP, ed anche della ormai morta formazione di centro UPyD, è comparso sulla scena, super pompato dai mass media, un nuovo (per la Spagna in quanto già presente in Catalunya) partito (Ciudadanos) di stampo centrista e liberista, ma che tuona contro la casta e contro la corruzione come Podemos. Con buona pace del progetto né di destra né di sinistra capace, secondo Pablo Iglesias, di raccogliere i voti di tutti gli scontenti.
Ormai molti commentatori in Spagna osservano maliziosamente che il bipartitismo si sta sdoppiando in 4 partiti. Due dei quali vengono definiti “marcas blancas” degli originali. Come per i farmaci generici che non hanno la marca della casa che li ha inventati bensì un nome diverso e generico. Podemos e Ciudadanos potrebbero raccogliere rispettivamente i voti degli scontenti del Psoe e del PP, ma non ambire a vincere. Ed essere usati alla bisogna per permettere ad uno dei due di governare. Altro duro colpo per la immagine suggestiva di un Podemos spacca tutto.
Infatti il secondo macigno è costituito dal fatto che in ben 6 delle regioni dove Podemos si è presentato, ed è risultato dietro ai socialisti, c’è la possibilità di formare un governo alternativo al PP. E Podemos dovrà decidere se fare un accordo con il Psoe o meno.
Se lo farà inevitabilmente una parte del suo elettorato sarà delusa. E se non lo farà, provocando o un governo del PP o magari un governo PP Psoe, una parte del suo elettorato rimarrà delusa.
Una cosa è chiedere al Psoe sconfitto di appoggiare un governo municipale guidato dal programma e dal sindaco di una lista di sinistra radicale, come si farà in diverse città, ed un’altra è suscitare l’aspettativa di vincere contro entrambi i partiti maggiori e alla fine dover acconciarsi ad appoggiare un governo del Psoe o a sentirsi accusati di aver favorito il PP.
Insomma, mi spiace dover trarre la conclusione che la strada per la costruzione, in Spagna, di una esperienza analoga a quella di Syriza è molto più irta di ostacoli e di difficoltà di quanto non si possa dedurre dalla lettura dei giornali italiani.
Spero davvero di cambiare opinione e di riconoscere di essermi sbagliato. Ma fare progetti e farsi illusioni sulla base di scarsa conoscenza della realtà e di facili suggestioni è molto pericoloso nella vita. In politica è esiziale.
Spero soprattutto che Podemos dismetta la boria di partito autosufficiente e dia retta alla proposta del Partito Comunista di Spagna e di Izquierda Unida che in sostanza dice: facciamo come a Barcellona!

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.controlacrisi.org il 26 maggio 2015