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Un’altra Europa sarebbe necessaria. Se è possibile o meno dipende anche da noi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio, 2014 by ramon mantovani

Dall’inizio del processo politico-diplomatico che ha dato vita all’Unione Europea in ogni paese, e più in generale nel continente, si sono confrontate tre posizioni, tre scuole di pensiero e tre politiche, ognuna delle quali composte e attraversate da approcci e proposte differenti fra loro, ma non per questo non assimilabili.
La prima, quella più forte e tutt’ora egemone, che ha guidato il processo, è ispirata dal neoliberismo in economia, da una concezione tecnocratica e tendenzialmente autoritaria delle istituzioni, dall’ideologia della “superiorità” dell’occidente e del suo “diritto” a “governare” il mondo.
Si potrebbero scrivere interi volumi sulle differenze interne a questo schieramento. Ed indubbiamente ci sono differenze importanti fra i partiti europei, fra quelli nazionali, e all’interno di ognuno di loro, che lo compongono. Ma, nella sostanza, popolari, socialisti e liberali, sono insieme il ceto politico che ha rappresentato gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali e, dal punto di vista geopolitico, della subalternità agli USA.
Senza tema di smentita si può ben dire che i fatti lo dimostrano.
Tutti i trattati sono stati ispirati dall’idea del dominio del mercato ed hanno accolto ed implementato ogni forma di cancellazione (deregulation) dei vincoli e regole che erano stati decisi a livello globale (Bretton Woods e decisioni delle agenzie ONU) e a livello nazionale, per impedire il ripetersi di crisi come quella del 29 e soprattutto le sue conseguenze politiche, a cominciare dalla guerra. Conseguentemente la moneta comune, e comunque anche le relazioni fra e con le monete dei paesi della UE non aderenti all’Euro, è governata da istituzioni (BCE) totalmente prive di qualsiasi controllo democratico, ma altamente dipendenti dalla logica e dagli interessi concreti del capitale finanziario e dalle banche private.
Istituzionalmente la UE è dominata dai governi nazionali (finora sempre saldamente nelle mani dello schieramento dei popolari, socialisti e liberali) che decidono tutto, anche regolando le controversie fra i diversi interessi nazionali, in sede di Consiglio dell’Unione Europea e che nominano, senza alcun processo e/o controllo democratico, un organo tecnocratico (Commissione Europea) con il compito di “rappresentare gli interessi dell’Unione nel suo complesso”. In altre parole il ceto politico totalmente identificato nell’ideologia liberista, che assegna alla politica l’unico ed esclusivo compito di amministrare l’esistente, decide tutto. Dal punto di vista capitalistico si tratta di un vero e proprio paradiso visto che ogni decisione politica è programmaticamente presa solo se conforme e compatibile con l’andamento spontaneo del mercato. Del resto nella crisi si è ben visto come si siano salvate le banche private con i soldi pubblici, senza alcuna contropartita e soprattutto senza reintrodurre alcuna regola capace di impedire il ripetersi del meccanismo generatore della crisi. E come si siano ulteriormente cancellate sovranità politiche relative ai bilanci e ai mercati del lavoro nazionali per adeguare tutto ai diktat del mercato. Come se non bastasse i trattati decisi in sede di Consiglio sono sostanzialmente immodificabili. Per il semplice motivo che è necessaria l’unanimità dei 27 governi dei paesi membri. Per cui se uno o più governi cadessero nelle mani di forze politiche desiderose di rimetterli in discussione avrebbero solo la strada della disobbedienza, e cioè la violazione consapevole o la denuncia unilaterale dei trattati stessi. In entrambi i casi con costi immediati altissimi.
Nel mondo la UE si è contraddistinta come la punta di diamante della liberalizzazione dei mercati e della deregulation nelle transazioni finanziarie e borsistiche. Sia in sede WTO, sia nelle trattative bilaterali fra la Commissione Europea ed altri soggetti (nazionali e regionali), la UE ha assunto un ruolo trainante e d’avanguardia nel rappresentare gli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Se compariamo i trattati commerciali bilaterali degli USA con alcuni paesi con quelli firmati dalla UE con gli stessi paesi troveremo che quelli della UE sono molto più liberisti e più vantaggiosi per le multinazionali. Tutto ciò a detrimento degli interessi europei visto che i sistemi produttivi e commerciali continentali per continuare ad esistere devono potentemente ristrutturarsi nell’ambito di una competizione globale esasperata. Con l’evidente conseguenza dell’introiezione anche dentro la UE di una competizione senza quartiere fra i diversi sottosistemi produttivi nazionali, di una tendenziale gerarchizzazione interna (nord-sud tanto per cambiare), e infine di una ben prevedibile implosione della UE stessa. È in corso di negoziato un trattato di liberalizzazione del commercio (TTIP) fra Unione Europea e USA . Avrà conseguenze certamente enormi e tuttavia, o sarebbe meglio dire esattamente per questo, esso è condotto dalla Commissione con l’amministrazione Obama in grande segreto. Sarà un ulteriore passo avanti dal punto di vista della globalizzazione capitalistica e dell’ideologia neoliberista.
Infine, l’Unione Europea ha sempre scelto, dal punto di vista della politica estera, la strada della subordinazione al comando USA. Se si sceglie di implementare la globalizzazione capitalistica si sa che si va verso un mondo sempre più percorso da conflitti e tendenzialmente ingovernabile. Quindi si sceglie l’alleanza strategica con la potenza militare dominante per governarlo con la forza. È per questo che l’Unione ha scelto di abbinare la propria espansione ad est con l’allargamento della NATO e che ha, insieme agli USA, deciso di mummificare l’ONU, riducendo il Consiglio di Sicurezza a notaio ratificatore di decisioni assunte dalle potenze occidentali e le agenzie ONU ad enti inutili (basti pensare all’UNCTAD di fatto cancellata dal WTO). Con buona pace dei sognatori di un mondo pacificato dalla caduta del muro di Berlino e dei poveri ignoranti, che si sono bevuti i mille pretesti “democratici” ed “umanitari” delle diverse guerre degli ultimi vent’anni, e che non sanno nemmeno distinguere fra unilateralismo, multilateralismo (che sono entrambi interni al dominio occidentale del mondo) e multipolarismo.
La seconda, di cui parleremo sommariamente, è in forte crescita in diversi paesi. Si tratta del neonazionalismo tendenzialmente, e spesso apertamente, xenofobo e neofascista.
Una ventina di anni fa, e nel corso di tutte le battaglie di opposizione ai trattati europei da Maastricht in poi, noi di Rifondazione dicemmo (totalmente inascoltati) che la globalizzazione capitalistica avrebbe prodotto non solo una crescita enorme delle diseguaglianze sociali ma anche una tendenziale destrutturazione degli stati nazionali. Prevedemmo che se lo stato nazionale moderno avesse ceduto sovranità verso l’alto ad organismi tecnocratici e verso il basso a territori omogenei dal punto di vista economico, avrebbe finito con l’entrare in crisi il sistema democratico. Infatti, dicemmo che nella competizione assolutizzata tanto le regioni ricche che quelle più povere, avrebbero cercato una maggiore autonomia, ed anche l’indipendenza, per poter competere meglio con le altre regioni analoghe. Prevedemmo che sarebbero risorti movimenti neofascisti sulla base della logica rivendicazione del recupero di una qualche sovranità nazionale. Cosa sia successo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La UE pullula di partiti neofascisti e xenofobi che individuano, come in Francia per fare un solo esempio, negli immigrati e nella cosmopolita borghesia finanziaria i nemici da abbattere. E diversi stati nazionali conoscono il risorgere di spinte indipendentiste nelle regioni più ricche. La crescita di questi fenomeni ha basi oggettive e materiali che, per quanto si fondi su mistificazioni, non è certamente possibile arrestare con la retorica della difesa della “democrazia” visto che quest’ultima non è tale se non esiste una sovranità politica sul mercato e sull’economia. Tanto meno si può farlo con la retorica dello stato nazionale e della solidarietà interna ad esso, visto che le istituzioni politiche nei fatti si limitano ad amministrare le mere conseguenze dell’andamento del mercato, accettando la disgregazione sociale conseguente come un fenomeno da governare acriticamente.
In una società dominata dal mercato il cocktail fatale di solitudine, individualismo, egoismo ed emarginazione produce inevitabilmente le basi per l’esplodere di guerre fra poveri. Ed ecco il successo delle forze che intraprendono sulla xenofobia. In uno stato privo della sovranità fondamentale per poter implementare un modello sociale anche solo moderatamente solidaristico, e che si limita ad imporre alla società le decisioni dei tecnocrati europei, il ceto politico (non a caso definito sempre più “classe politica”) è avvertito come abusivo, inutile e dedito a difendere unicamente i propri privilegi di casta. Ed ecco il successo delle forze “antipolitiche” e/o neofasciste. Se la “politica” è mera amministrazione dell’esistente chiunque sia scontento dell’esistente è facilmente manipolabile con la mistificazione che individua negli effetti il nemico lasciando intatte le cause.
Ovviamente ogni realtà nazionale e regionale ha sue caratteristiche proprie, perché secoli di storia e culture profonde non si cancellano facilmente. Per esempio ci sono spinte indipendentiste che hanno ragioni storiche secolari. Come è il caso della Catalogna, per fare un esempio di grande attualità. Dove il movimento indipendentista è profondamente democratico (e i neofascisti, gli xenofobi e i neoqualunquisti sono rigidamente per l’unità dello stato spagnolo). Ma è fuor di dubbio che l’indipendentismo catalano, storicamente forte ma minoritario, è diventato maggioritario proprio perché tra i ceti medi colpiti dalla crisi si è fatta strada l’opinione che individua nella “casta” politica spagnola centralista il responsabile del disastro sociale. Analogamente in Francia il neofascista Front National fa leva sullo storicamente radicato nazionalismo e sciovinismo francese per attrarre i ceti medi e popolari colpiti dalla crisi e ai quali il governo socialista impone enormi sacrifici nel nome dell’Europa.
In Italia, tanto per cambiare, la crisi di credibilità dello stato e la disgregazione sociale e culturale della società sono tali che prospera un Movimento 5 Stelle capace di coniugare la più vieta demagogia contro casta ed istituzioni (che per quanto esercitata su problemi esistenti è totalmente incapace di affrontarli e risolverli) con una ideologia iperindividualistica venata di mille ambiguità di egoismo sociale ed autoritarismo. In Italia può esistere, e perfino tornare a rafforzarsi, un movimento secessionista che nel corso della sua storia è stato liberista estremo ed antiliberista, filoeuropeo ed antieuropeo, favorevole a Maastricht e poi contrario, indipendentista e contemporaneamente favorevole al rafforzamento degli organi repressivi dello stato centrale, considerato nemico da altri movimenti indipendentisti (che infatti non lo hanno mai nemmeno voluto incontrare) e alleato da movimenti neofascisti ipercentralisti. Come può esistere un partito democratico guidato da democristiani affiliato al Partito Socialista Europeo. Senza parlare del fenomeno “Berlusconi”.
Purtroppo, però, c’è da temere che il sistema politico italiano non sia, diciamo così, un peculiare ed irripetibile scherzo della storia. Certo è il frutto delle mille contraddizioni della storia del paese e delle potenti subculture che lo percorrono tutt’ora. Tuttavia il fenomeno, essendo figlio esattamente del periodo della globalizzazione, della separazione della “politica” dalla società, del trionfo della spettacolarizzazione della politica, ha tratti che possiamo definire d’avanguardia nel processo reale che investe anche altri grandi paesi.
La terza è quella della sinistra reale, che pensa al conflitto di classe e sociale come motore di qualsiasi cambiamento, che vuole ristabilire la sovranità popolare a livello continentale e nazionale e quella politica sull’economia, che ha un’idea multipolare, pacifista, solidaristica e cooperativa delle relazioni internazionali. Purtroppo, sia detto per inciso, i Verdi europei in quanto tali non sono assimilabili nel loro insieme a questo campo, giacché sulle questioni appena elencate i partiti verdi hanno spesso posizioni completamente contrapposte fra loro.
Anche nel campo della sinistra, però, le differenze fra le forze che lo compongono sono molte e a volte grandi. Vi sono partiti comunisti e di sinistra ex comunista ed ex socialdemocratica. Vi sono partiti contrari alla UE ed altri favorevoli ad una UE federale. Vi sono partiti che nell’ambito nazionale pensano sia possibile una collaborazione di governo con i partiti socialisti e socialdemocratici ed altri che la rifuggono in via di principio e/o sulla base di esperienze concrete fallimentari. Vi sono modelli organizzativi di partiti, movimenti e coalizioni molto differenti. E così via. Bisogna sottolineare il fatto che queste differenze, che come si vede non sono piccole, sono assolutamente trasversali rispetto alle appartenenze ideologiche. Questo fatto oggettivo ed inconfutabile è certamente il prodotto dell’intreccio fra le questioni globali e quelle locali, della storia e cultura politica di ogni singola forza e delle relazioni con le altre nel proprio paese. Tentare di omogeneizzare tutto questo condurrebbe certamente a maggiori ed irreparabili divisioni. Ma considerare le differenze come insuperabili produrrebbe altrettanto certamente l’esplodere di nuove divisioni ad ogni appuntamento importante come l’attuale crisi, che investe tutto il continente e il mondo più in generale. Per questo, nel corso degli anni, le forze maggiori e più lungimiranti hanno sempre lavorato per l’unità senza rinunciare alle proprie idee ma senza alcuno spirito egemonistico. Attualmente il campo di questa sinistra è organizzato nel Partito della Sinistra Europea e nel gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) che raccoglie diversi altri partiti.
Se da un lato le differenze, come abbiamo visto, ci sono e non sono pochissime, possiamo però dire che le cose che uniscono sono molte di più. E soprattutto attengono alle questioni di fondo e principali. Tutte queste forze sono unite nella battaglia contro la globalizzazione capitalistica e sono perché si ristabilisca, come primo passo di qualsiasi altra prospettiva, la sovranità della politica sull’economia e sul mercato. Sono contrarie alla NATO e ad ogni intervento militare di guerra mascherato da missione di pace. Sono per implementare le lotte operaie, ambientali e sociali a livello continentale ed in ogni singolo stato. Sono contrarie a tutti i trattati europei che hanno prodotto la UE come la conosciamo. E si potrebbe continuare.
In molti paesi, e soprattutto in quelli investiti pesantemente dalla crisi (con l’eccezione italiana di cui parleremo fra poco) queste forze conoscono un’impetuosa crescita elettorale. Non è pensabile nessun cambiamento reale dell’UE e nessuna soluzione dei problemi sociali e democratici che affliggono la UE e i singoli stati senza che questo campo di forze crescano e producano un progetto autonomo ed alternativo. Ed oggi, per la, prima volta, è possibile che la catena del comando neoliberista si rompa in un paese grazie alla possibile vittoria di una forza antagonista come Syriza. L’esistenza di un governo determinato a disobbedire ai diktat della UE e a rimettere in discussione i trattati potrebbe creare le condizioni affinché cresca in tutti gli altri paesi la consapevolezza popolare che l’alternativa è possibile e che si può veramente abbandonare l’idea che la dialettica politica sia racchiusa dentro il campo delle forze socialiste, popolari e liberali. Non si possono coltivare illusioni, perché si tratterebbe di uno scontro di portata colossale, e non è affatto detto che la fragilità della sinistra reale e le sue differenze reggano alla prova. Tuttavia per la prima volta sarebbe possibile e questa possibilità agirebbe come uno stimolo e un volano nel processo di unità della sinistra anticapitalistica europea.
L’Italia e la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Come è noto la salute della sinistra antagonista nel nostro paese è pessima. Grandi sconfitte sociali, politiche, elettorali hanno prodotto divisioni e tradimenti di ogni tipo. I conflitti sindacali e sociali sono isolati ed irrilevanti per il sistema politico e mass mediatico, il sindacato confederale è subalterno al quadro politico e preda di gravi convulsioni che attengono alla sua vita democratica, la degenerazione dei partiti di governo e il leaderismo esasperato hanno raggiunto limiti estremi, il sistema elettorale antidemocratico ha prodotto una falsa e mistificata dialettica nella quale la politica come amministrazione dell’esistente, ed esecuzione degli ordini del mercato e della troika, trova come contraltare speculare la cosiddetta “antipolitica”. La logica del maggioritario e i suoi propri errori hanno ridotto la sinistra radicale alla frammentazione e alla irrilevanza politica.
Ma non è il caso di dilungarsi in una descrizione che già è stata fatta copiosamente in questa sede.
In Italia si prefigura, anche più che in altri paesi, un regime nel quale i poteri forti la possono fare da padroni indisturbati. La “politica” intesa come sistema racchiuso in un bipolarismo totalmente acritico con il mercato assicura la “governance” negli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. Il Movimento 5 Stelle assicura una valvola di sfogo alla rabbia e alla protesta. Tanto più forte e vasta quanto più ambigua su tutte le questioni fondamentali e strutturali. Lo scontro “o noi o loro” è anch’esso interno al regime. Sia perché allude esplicitamente alla rimozione di una “casta” senza mettere in discussione minimamente il piccolo dettaglio che la “casta”, e cioè la politica separata dalla società come tecnica di potere, non è la causa dei problemi bensì l’effetto delle mutazioni potenti del sistema economico degli ultimi decenni. Sia perché propone un modello sociale e politico indifferente agli interessi di classe e sociali e in ultima analisi propone l’individualismo dei singoli “cittadini”, in simbiosi con il leaderismo autoritario più sfrenato, come modello “democratico”.
Il fatto, inconfutabile e con il quale fare sempre i conti, che milioni di lavoratori votino PD, PDL, Lega e Movimento 5 Stelle, sulla base di tutte le suggestioni possibili ed immaginabili proprie dell’attuale sistema politico, non qualifica nessuna di queste opzioni come utili ai loro interessi di classe. Come il fatto che uomini e donne certamente dalle idee progressiste e di sinistra votino il Movimento 5 Stelle non produce affatto alcun progetto politico capace di mettere in discussione il sistema economico dominante.
Solo una sinistra dotata di un’analisi scientifica della realtà, che non confonda le cause con gli effetti, che veda la natura di classe del sistema istituzionale ed elettorale, che sappia costruire lotte e conflitto, che non si illuda di poter ritagliare uno spazio per il proprio ceto politico accettando la logica del sistema, può aspirare a risalire la china e a conquistare forza e credibilità sufficienti per tentare di cambiare davvero le cose.
Ma si tratta di un cammino lungo e irto di difficoltà.
Insisto nel dire che senza la consapevolezza che la dimensione politico-istituzionale non è più, come in passato lo era con la repubblica parlamentare e con il sistema proporzionale, un terreno agibile e perfino favorevole ma è diventata un terreno nemico ed ostile, la sinistra reale è destinata inevitabilmente a dividersi ad ogni occasione importante e a finire sempre più nella irrilevanza settaria e parolaia o a diventare comprimaria all’interno del regime.
A queste elezioni europee è stato possibile unire grossomodo tutto ciò che c’è a sinistra. Tutto ciò che critica apertamente la UE così com’è e che prospetta cambiamenti fondamentali nella struttura economica e conseguentemente nelle relazioni sociali. La lista è interna al GUE e indica come candidato presidente quello scelto dal Partito della Sinistra Europea.
È, quindi, la cosa migliore possibile che si potesse realisticamente fare.
Non ha alcun senso esaminare le differenze e perfino le ambiguità che contiene allo scopo di dichiararla negativa.
Solo menti estremisticamente settarie possono non vedere che le differenze e le ambiguità della lista sono esattamente le stesse che contiene lo schieramento di partiti che aderisce al GUE. Sia sull’Euro sia sulla stessa UE, per fare l’esempio fondamentale, nel GUE ci sono le posizioni opposte e tutte le sfumature intermedie. Lo stesso dicasi per il rapporto da avere con i partiti socialisti e socialdemocratici in sede nazionale. Che senso ha, quindi, gridare allo scandalo ed agitare ogni tema controverso come discriminante per la formazione di una lista unitaria? Con questa logica il Front de Gauche francese, Izquierda Unida spagnola e perfino la Linke tedesca dovrebbero spaccarsi e dar vita a più liste in ognuno di questi paesi. E il GUE dovrebbe dividersi in almeno tre gruppi parlamentari.
I temi oggetto delle differenze devono ovviamente essere discussi a fondo. Ed è aperta la contesa per l’egemonia di un processo reale che costruisca una forza europea capace di incidere nella realtà.
Ma una cosa è una discussione astratta che estremizza le posizioni e produce altre divisioni ed un’altra è una discussione concreta che avanza in rapporto alle modificazioni della realtà.
Per fare un solo esempio su un tema molto in voga, sull’Euro si può discutere all’infinito fra coloro che pensano sia superabile immediatamente e coloro che pensano sia possibile riportarlo sotto una sovranità politica. Io penso che entrambe le posizioni abbiano una legittimità teorica e che contengano punti di verità. C’è ormai un’ampia letteratura (parlo di quella seria e non degli slogan apocalittici) che evidenzia controprove e contraddizioni di entrambe le tesi di fondo.
Ma se questa discussione avviene nel campo di forze e persone che sono avverse alla dittatura del mercato, che pensano che una moneta debba essere sottoposta ad un potere politico e democratico, che criticano proprio da questo punto di vista l’Euro, allora non può assolutamente produrre divisioni, tanto meno elettorali. Deve svilupparsi in un contesto unitario e soprattutto confrontarsi con le dinamiche reali che si produrranno. Che sono, allo stato delle cose, imprevedibili.
La battaglia che sta conducendo la lista è impari. Gli elettori italiani sono chiamati dai mass media ad esprimere un voto totalmente nazionale e a scegliere fra Renzi, Berlusconi e Grillo. La disinformazione impera.
C’è perfino il paradosso, per nulla notato alle scorse elezioni europee, della palese illegittimità del quorum da superare.
Ognuno si può ben sentire rappresentato, in una lista così composita, esprimendo una preferenza per i/le candidati/e più affini. Sempre che a determinare il voto sia una logica politica e non simpatie personalistiche od altre amenità.
Per quanto mi riguarda io sono totalmente identificato e d’accordo con la scelta del mio partito. Che indica in ogni circoscrizione una candidata o candidato da sostenere, indipendentemente dall’appartenenza o meno al partito, per le sue posizioni, rappresentatività sociale ed esperienze di lotta.
Sono: Nicoletta Dosio (circoscrizione Nord-Ovest);
Paola Morandin (circoscrizione Nord-Est); Fabio Amato (Centro); Eleonora Forenza (Sud); Antonio Mazzeo (Sicilia); Simona Lobina (Sardegna).

Buon voto!

ramon mantovani

 

Siamo morti?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Lo stato d’animo non è dei migliori. Eppure bisogna cercare di essere lucidi. E di ragionare.

Non partecipo all’orgia dei social network, sui quali si può leggere di tutto, tranne analisi serie e l’individuazione dei veri problemi del paese e della sinistra.

So bene di andare completamente e sempre più controcorrente.

Ma se alle analisi si sostituiscono spiegazioni superficiali e alle proposte gli slogan invece che capirci qualcosa si finisce per non capire più nulla. E invece di cercare la strada giusta si finisce in un labirinto. In questo modo non si sviluppa nessuna discussione utile. Con il battibecco, con gli scontri verbali, con gli insulti e le iperboli di tutti i tipi si distrugge tutto e si partecipa attivamente a fomentare i peggiori istinti che covano nella società.

Detto questo, parliamo delle elezioni. Esaminando i dati della Camera senza voto estero e i 617 seggi attribuiti con il “porcellum”.

I votanti sono calati di 2 milioni 600 mila unità.

Il centrosinistra ha perso 3 milioni e mezzo di voti.

Il centrodestra 7 milioni e duecentomila.

Sono quasi undici milioni di voti in meno ai due schieramenti maggiori.

Il Movimento 5 Stelle ha avuto 8 milioni e 700 mila voti.

Lo schieramento di centro (nel 2008 solo UDC con poco più di 2 milioni di voti) ha avuto 3 milioni e 600 mila voti.   

Ho appositamente omesso le percentuali perché, oltre ad essere conosciute, secondo me oscurano l’enormità degli spostamenti di voto che ci sono stati e falsano la percezione del significato politico del voto.

Ora proviamo a guardare i risultati utilizzando un altro punto di vista.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto circa 22 milioni e mezzo di voti. Circa il 63 % sui votanti. Nel parlamento avevano più del 90 % dei seggi.

Ora vediamo i seggi.

Il centrosinistra con il 29,54 % dei voti prende 340 seggi pari al 54 % dei seggi totali. Il premio di maggioranza è del 24,5 %. Quasi un raddoppio dei seggi.

Il centrodestra con il 29,18 % dei voti prende 124 seggi pari al 20 % dei seggi totali. Lo 0,35 % in meno determina una differenza in seggi di 216 unità.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto 454 seggi (senza SEL e Lega Nord) pari al 73 % dei seggi totali, contro il 63 % dei voti.

SEL con il 3,2 % conquista 37 seggi. La Lega Nord con il 4,08 % conquista 18 seggi. Prende più voti di SEL ma metà deputati rispetto a SEL.

L’UDC con l’1,78 % dei voti prende 8 seggi. Il Centro Democratico con il 0,49 % dei voti prende 6 seggi. Fratelli d’Italia con l’1,95 % dei voti prende 9 seggi. Rivoluzione Civile con il 2,25 % dei voti prende zero seggi.

Un deputato del PD vale 29603 voti. Uno di SEL  29444 voti. Uno del PDL 75594 voti. Uno del Movimento 5 Stelle 80455 voti.

Prima di passare alle considerazioni politiche non si può non valutare il tasso di democraticità della legge elettorale.

Si tratta di una legge altamente deformante la volontà popolare, che quindi partorisce un parlamento non rappresentativo.

Credo basti leggere i dati che ho più sopra citato e che non sia necessario argomentare oltre per dimostrare la giustezza del mio giudizio.

Intanto, però, questa legge è in vigore da molto tempo ed è la terza volta che viene applicata.

Il sistema politico è stato trasformato da questa legge, i partiti si sono modellati su questa legge, gli elettori quando pensano a votare e a scegliere lo fanno sulla base dei meccanismi imposti dalla legge, i mass media ne amplificano tutti gli effetti più deleteri. Quella precedente era anche peggio. Non posso ora, per brevità, argomentare e dimostrare il perché. Come è di gran lunga peggiore quella degli enti locali, che è presidenzialista, ultramaggioritaria e inquinata dalle preferenze.

Vorrei ricordare a tanti che in Italia il maggioritario è stato proposto da Segni, appoggiato dal PDS e dalla Lega (allora forza emergente), come soluzione del problema della corruzione e come “riavvicinamento” del sistema politico ai cittadini. Il risultato e sotto gli occhi di tutti. Più corruzione, partiti ultrapersonali (PD e SEL compresi), distanza abissale fra sistema politico e cittadinanza, talk show dieci volte più importanti del parlamento, e potrei continuare.

Ovviamente non tutto quello che le ultime elezioni ci hanno messo sotto gli occhi è dovuto al sistema elettorale. Nei vent’anni di maggioritario tutti i diritti conquistati in decenni di lotte sono stati messi sotto attacco. Il lavoro è stato svalorizzato, il mercato finanziario è diventato il vero sovrano al quale i governi hanno obbedito, una generazione vive ormai ben peggio dei propri genitori, la guerra è diventata uno strumento ordinario della politica internazionale del paese e dell’occidente, l’istruzione e la sanità, oltre che l’acqua e gli altri servizi pubblici, sono stati potentemente privatizzati. Anche qui potrei continuare a lungo.

Ma tutte queste modificazioni della realtà sociale sono state possibili attraverso le relative leggi, che anche quando hanno suscitato proteste, lotte e resistenze, sono state approvate dal parlamento maggioritario senza battere ciglio. Quando qualcuno si è opposto, tentando di dare voce alle lotte, è stato accusato di voler fare il gioco dell’avversario, ricattato, diviso e ridotto all’impotenza. I contenuti sono diventati un accessorio strumentale nella vera contesa che era l’alternanza fra centrodestra e centrosinistra, uniti dal feticcio della governabilità interna alle compatibilità imposte dal mercato.

L’intreccio fra maggioritario e ristrutturazione sociale sulla base dei puri interessi capitalistici e finanziari è potentissimo.

Oggi il sistema sociale e quello politico non reggono più, di fronte alle conseguenze della crisi. Ma la sinistra reale, al contrario di tutti gli altri paesi europei, si è presentata all’appuntamento logorata da venti anni di divisioni e ormai ridotta nei fatti, persino indipendentemente dalla sua stessa volontà, esattamente alle due varianti previste per essa dalla logica del maggioritario: quella interna al bipolarismo condannata a non influire minimamente sulla sostanza del governo, e quella testimoniale espulsa dalle istituzioni.

Senza tenere conto di questo contesto, cui ho accennato finora, non si può capire la portata della sconfitta, e si finisce con lo scambiare gli effetti per le cause o, peggio ancora, per coltivare illusioni circa soluzioni miracolistiche dell’enorme problema con il quale ci si deve confrontare.

Tenendo conto di questo contesto, invece, si può affrontare meglio anche la discussione circa le responsabilità soggettive delle forze politiche ed anche di quelle sociali, a cominciare da quelle dei sindacati e delle organizzazioni della società civile.

Cosa ci dice il risultato elettorale?

Ci dice tre cose:

1) il bipolarismo è morto. Ci sono 4 poli in parlamento. E nonostante il meccanismo maggioritario nessun governo è possibile senza un accordo post elettorale. Sono centrodestra e centrosinistra gli sconfitti e al loro interno le forze minori, come SEL, risultano irrilevanti. Il centro è cresciuto ma non a sufficienza per colmare l’esodo dei voti contrari alle politiche europee e di massacro sociale.

2) un movimento indefinito sul piano ideologico ed ideale, con un programma vago e in molti punti contraddittorio, identificato con un leader predicatore, ha raccolto tutti i voti di protesta.

3) la sinistra reale è irrilevante nel senso pieno del termine. Non è “apparsa” irrilevante. Lo è. Nel senso che per quanto portatrice di contenuti giusti (in molti casi sovrapponibili e in altri parecchio più avanzati e progressisti rispetto al Movimento 5 Stelle), per quanto propositrice di misure serie contro la crisi e i responsabili della crisi, per quanto espressione e vicina a tutte le esperienze di lotta e sociali, nulla ha potuto né contro il “voto utile” né contro il voto di protesta.

Il bipolarismo è morto. Ma invece che prenderne atto sia il PD, sia il PDL, sia il centro, parlano dell’emergenza dell’ingovernabilità. Non so attraverso quali acrobazie, ma prevedo che il governo temporaneo che nascerà, oltre a tenere fede a tutti i diktat della tecnocrazia europea e della finanza, tenterà di “riformare” legge elettorale e istituzioni per garantire la “governabilità”, e cioè il governo dell’esistente con una possibile alternanza.

Il Movimento 5 Stelle conterà esattamente su questo per gonfiarsi e trasformare la protesta in rappresentazione della volontà di cambiamento. Ma cambiamento in quale direzione? Se i tre poli, al netto di finte divisioni e competizioni, sono d’accordo sulla sostanza della politica economica e sono d’accordo sul principio di “governabilità” (non a caso di nuovo mantra dei mass media come nei primi anni 90), hanno una strada obbligata davanti a se. Del resto soprattutto PD e PDL, essendo partiti modellati sul maggioritario e sull’obiettivo di governo dell’esistente, possono cedere sui “privilegi” e i costi della politica, mentre non possono proporre una svolta democratica. Per esempio una legge elettorale proporzionale. Perfino se il PDL e il centro lo facessero troverebbero la fiera opposizione del PD. Mentre sui contenuti avanzati ogni strada gli sarebbe preclusa, sotto la voce privilegi e costi della politica il Movimento 5 Stelle potrebbe anche votare diversi provvedimenti, prendendosi il merito di aver obbligato la “casta” ad ingoiarli. Ma sarebbero in gran parte la realizzazione del sogno estremista liberale. Per fare un solo esempio, eliminazione del finanziamento pubblico e delle strutture di partito (e così, come negli USA, l’elaborazione dei progetti politici e di legge sarebbero appannaggio delle lobbies dei poteri forti). Mentre sulla legge elettorale il Movimento 5 Stelle non ha alcuna posizione. Tranne quella dell’apologia delle preferenze. Non è dato sapere se sia maggioritario o proporzionalista. Se voglia un sistema presidenzialista o meno. Se pensi che la funzione del parlamento debba essere di mero controllo del governo o di effettivo potere legislativo.

Cosa direbbe e soprattutto cosa farebbe se PD e PDL trovassero un accordo su un sistema elettorale maggioritario a doppio turno e su un sistema istituzionale presidenzialista? Stando al programma ufficiale del Movimento 5 Stelle potrebbero votare tranquillamente a favore, ottenendo che i parlamentari non facciano più di due mandati, che non possano svolgere nessuna altra attività e che non abbiano gli attuali residui privilegi.

È una “previsione” puramente astratta. Ma è plausibile stando al programma ed anche alle numerose esternazioni di Grillo, che mentre ha urlato contro la casta e i partiti ha sempre evitato accuratamente di definirsi su una quisquiglia come la legge elettorale e la forma dello stato.

Comunque non è il momento di esercitarsi a fare previsioni e ad indovinare i contorsionismi della politica spettacolo.

Ripeto che solo in Italia la sinistra che condivide il 95 % dei contenuti si presenta divisa alle elezioni. Li condivide sulla crisi e sulle cause e responsabilità della stessa, sulle proposte per uscirne, sul fiscal compact, sul pareggio di bilancio in costituzione, sul lavoro e sulla piattaforma della FIOM, sulla precarietà, sul reddito di cittadinanza, sui beni comuni da sottrarre ai privati, sulla scuola e sanità pubblica, sui diritti civili, sui diritti degli immigrati e così via. Non credo di esagerare. È così.

Gli elettori di sinistra oggi sono divisi fra SEL, Rivoluzione Civile, e Movimento 5 Stelle. In quest’ultimo sono una parte, purtroppo credo non maggioritaria, perché si può essere contro la casta anche da destra, contro l’euro e contemporaneamente contro gli immigrati, e così via. Ma non c’è alcun dubbio che tantissimi elettori di sinistra abbiano votato il Movimento 5 Stelle, con le più svariate motivazioni, spesso contraddittorie fra loro.

In altri paesi europei a sinistra ci sono partiti comunisti, coalizioni comprendenti partiti comunisti e non, partiti di sinistra, movimenti comprendenti più partiti. Insomma, si possono trovare tutte le formule organizzative unitarie e i modelli di partito. Nella crisi crescono considerevolmente fino ad esprimere, proprio dove la crisi è più acuta, la possibile alternativa di governo. Come in Grecia.

Davvero si può considerare seria una discussione, che già vedo profilarsi come al solito, che mette al centro le formule organizzative unitarie? Come se SEL e Rivoluzione Civile fossero divise dalla concezione organizzativa dell’unità e non, invece, dalla logica bipolarista? Davvero è una questione di efficacia del leader in TV? Davvero se cambiassimo tutti i dirigenti e li sostituissimo con giovani risolveremmo i problemi? Davvero se ogni forza pensasse di distinguersi maggiormente dalle altre, con conseguente proliferare di ancor più liste, una di queste potrebbe aspirare a vincere la battaglia egemonica e ad unificare tutto ingrandendo se stessa?

Cosa ci impedisce di fare come Izquierda Unida? O come il Front de Gauche? O come la Linke? O come Syriza? Trovando anche in Italia la formula organizzativa democratica adatta ad unire e non a dividere? Cosa ce lo impedisce?

Purtroppo la risposta è duplice: ci sono due cose che ci hanno fino ad ora diviso irrimediabilmente.

La prima è il maggioritario e le due tendenze figlie del bipolarismo: dentro il centrosinistra a non contare nulla e apparendo agli occhi di buona parte della nostra gente come opportunisti, oppure fuori senza speranza di incidere su nulla e per giunta con il sospetto della nostra gente che l’unico obiettivo vero siano i posti.

La seconda è l’internità di tutta la sinistra, comunque collocata rispetto al centrosinistra, nel sistema politico separato dalla società.

Con la prima risposta si spiegano gli insuccessi di SEL e Rivoluzione Civile. Con la seconda il voto di gran parte della nostra gente al Movimento 5 Stelle.

Se tutto ciò è anche solo parzialmente vero, e se vogliamo lavorare affinché in Italia ci sia una sinistra che torni a contare nella società e quindi anche elettoralmente, si deve tener conto di entrambe le risposte insieme. Perché altrimenti la soluzione è totalmente sbagliata ed inefficace.

Si può, in presenza della crisi del bipolarismo, unire sui contenuti e sulla democrazia, ed essere alternativi al sistema politico separato, nel tempo nel quale anche l’alternatività del  Movimento 5 Stelle sarà messa alla prova dei fatti.

Il Partito della Rifondazione Comunista, con i suoi difetti e con le ferite subite dalle innumerevoli scissioni, non è morto. Ed ha sempre dato prova di non pensare soprattutto a se stesso ed ai posti nelle istituzioni. È stato indubbiamente il più generoso in tutte le iniziative di lotta ed unitarie. Ha un gruppo dirigente che certamente non è il migliore del mondo, ma che ha saputo e voluto resistere a tutte le lusinghe e tentazioni a separare il proprio destino da quello dei militanti e delle classi subalterne, per trovarsi un posto sicuro nel centrosinistra. Ha militanti, donne ed uomini, il cui valore ed attaccamento ai principi ed ideali comunisti, si vede proprio oggi, nel massimo della difficoltà.

Questo nostro partito ha imparato a resistere. Saprà imparare a ripensare se stesso come una parte indivisibile e incancellabile dentro una più vasta aggregazione di sinistra anticapitalista.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione.it il 28 febbraio 2013

Come finiranno le elezioni?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Si potrebbe rispondere con una sola parola: MALE! O con due: MOLTO MALE!

Insomma, comunque vadano finiranno MALE.

Perché? È presto detto.

Queste elezioni sono truccate. Gli espedienti con i quali si falsa la volontà popolare sono questi:

1) per chi non lo sapesse la legge elettorale (non a caso definita unanimemente porcellum) è ultra maggioritaria. La legge truffa del 1953 (così definita da tutta la sinistra di allora ed anche da forze minori liberali), prevedeva che la coalizione che avesse raggiunto il 50 % più un voto avrebbe goduto di un premio di maggioranza parlamentare del 15 % dei seggi. Venne abrogata dal parlamento eletto perché la coalizione costruita dalla DC ottenne il 49,8 % dei voti, e non poté accedere al premio di maggioranza. È vero che sono passati 60 anni da allora. Ma come sarebbero passati se la DC e la sua coalizione avessero avuto simili premi di maggioranza nei parlamenti successivi?

Facciamo solo un esempio, fra i tanti possibili, per capire bene cosa significa una legge che assegna un premio di maggioranza alla coalizione vincente:

la legge sul divorzio viene approvata definitivamente il 1 dicembre del 1970. In carica c’è il governo Colombo (tasse denunce e piombo si gridava nei cortei). Lo compongono la DC, il PSI, PSDI e PRI (oggi sarebbe definito di centrosinistra). A votare a favore della legge sono il PCI, il PSI, il PSDI, il PRI, il PSIUP e il PLI. Tre partiti della maggioranza di governo, PSI, PRI e PSDI, e tre di opposizione, PCI, PSIUP e PLI possono approvare una legge perché essendo il parlamento eletto con la legge proporzionale la maggioranza laica del popolo italiano è ben rappresentata e può, come del resto vuole la costituzione che ha istituito una repubblica parlamentare, approvare una legge indipendentemente dal governo in carica. Se il parlamento del 1970 fosse stato eletto con la legge maggioritaria del 53 la DC da sola avrebbe avuto certamente più del 50 % dei seggi e con il MSI (non coalizzato ma contrario al divorzio come la DC) avrebbe sfiorato il 60 % dei seggi. Con buona pace dei partiti laici “di governo” che anche se in parte o tutti coalizzati con la DC non avrebbero nemmeno, godendo anch’essi del premio di maggioranza, compensato i seggi persi dal PCI e dal PSIUP. Per non parlare del fatto che una coalizione di governo sarebbe certamente entrata in crisi su una simile divisione. In altre parole la legge non sarebbe probabilmente mai stata approvata anche se la DC e il MSI non avessero avuto la maggioranza dei seggi perché gli alleati laici della DC fra “governabilità” e voto sul divorzio avrebbero scelto la prima in nome della coesione della coalizione di governo.

So che si tratta di un esempio puramente astratto, eppure tutti dovrebbero riflettere sulla rappresentatività di un parlamento eletto con una legge maggioritaria. Rappresentatività significa rappresentanza della volontà popolare, non la mera quantità di seggi attribuita ai partiti. Il parlamento che si forma in conseguenza del voto alla coalizione di governo, per garantire la “governabilità” attraverso il premio di maggioranza sacrifica sempre la rappresentanza della volontà popolare. Sempre!

Ma veniamo al secondo trucco.

2) in Italia, oggi, le coalizioni sono tre. Centrosinistra, centro e centrodestra. Stiamo grossomodo e generosamente ai sondaggi: alla Camera il centrosinistra potrebbe prendere il 35 % dei voti ed otterrebbe il 54 % dei seggi. Un premio di maggioranza del 19 %. Il centro potrebbe prendere il 17 % dei voti. Invece dei circa 107 seggi proporzionali prenderebbe alcuni seggi in meno che perderebbe per effetto del premio di maggioranza assegnato al centrosinistra. Il centrodestra ne perderebbe molti per lo stesso motivo. Tutti sanno, ma ci tornerò, che dopo le elezioni ci sarà il governo Bersani Monti. Vorrei far notare che se il centrosinistra e il centro avessero formato un’unica coalizione, anche scontando la fuoriuscita di SEL dalla medesima, avrebbero preso un premio di maggioranza esiguo. Diciamo del 5 o 6 %. Mentre divisi il PD lo prende del 15 % circa. Si tratta di 60-80 seggi. Perfino scontando la perdita di voti di un’unica coalizione Bersani Monti verso SEL e RC (magari in coalizione o con un’unica lista), visto che proclamare la coalizione prima del voto avrebbe certamente liberato voti a sinistra e verso il Movimento 5 stelle, il premio di maggioranza sarebbe stato comunque significativamente più basso di quello ottenuto con le due coalizioni.

Insomma, in ogni caso il meccanismo maggioritario dell’attuale legge puzza di enorme imbroglio.

Se il centrosinistra farà un governo da solo, con Monti all’opposizione, con il 35 % dei voti avrà un premio di maggioranza spropositato di circa il 20 %. Se dopo le elezioni farà il governo con Monti avrà una maggioranza parlamentare di circa il 65 % dei seggi. Il PD, in ogni caso vero dominus della scena, potrà mediare sia con Monti sia con SEL con una grande forza contrattuale.

Sarà per questo che il PD non è “riuscito” a cambiare la legge elettorale?

Certo. C’è incognita del Senato. Sulla quale non mi dilungo. Ma bisogna ricordare che nel 2006 la coalizione di centrodestra ebbe circa 200mila voti in più dell’Unione al Senato. Eppure il computo dei seggi portò ad un sostanziale pareggio. Con un lievissimo vantaggio dell’Unione. Insomma, per il credo conosciuto meccanismo del premio di maggioranza assegnato nelle singole regioni invece che a livello nazionale, in quel caso fu favorita l’Unione. Non il centrodestra. Pur essendoci una notevole dose di casualità nella formazione della maggioranza di governo al Senato non si può dire oggi che la legge porcellum è stata fatta da Berlusconi per impedire la governabilità al Senato. Tanto meno si può, avendo previsto di fare il governo con Monti solo dopo le elezioni pur continuando a fare l’apologia del bipolarismo e gridando al pericolo della destra, invocare il voto utile. Perché non si è fatto l’accordo con Monti prima delle elezioni per assicurarsi la vittoria al Senato? Ancora una volta, perché non si è cambiata la legge elettorale almeno istituendo il collegio unico nazionale per determinare il premio di maggioranza?

Il voto utile sarebbe quello di elettori di sinistra (utili idioti) a permettere al centrosinistra di prendere due piccioni con una fava? Avere comunque la maggioranza al Senato per poi procedere a fare il governo con Monti e allo stesso tempo assicurarsi che a sinistra non ci sia nessuno a rompere le scatole?

Ma in che direzione si svilupperà la trattativa post voto?

Vediamo il terzo imbroglio.

3) sulla Carta d’intenti firmata da Vendola prima delle primarie del centrosinistra ci sono scritte cose ben precise. Tutti i temi e contenuti più controversi sono scritti con l’ambiguità necessaria a lasciare aperta la porta all’accordo di governo con Monti. Esagero?

Vediamo. E mi limito ad alcuni esempi.

Europa.

Oltre alla solita riproposizione della retorica sull’Europa politica e democratica che non c’è (chissà come mai!), per realizzarla si parla esplicitamente di un “patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee”. Visto che esse sono senza dubbio socialisti, popolari e liberali, e cioè le forze che hanno partorito i trattati e soprattutto il trattato costituzionale neo liberista, in sostanza si dice che il governo reale dell’Europa fondato sulla collaborazione delle tre forze, tutte neoliberiste, va bene com’è.

Poi, immediatamente dopo, si prosegue:

“Anche per l’Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.
Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa costruire un progetto alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva.”

Per favore, attenzione alle parole e al loro significato preciso.

Qui c’è scritto che l’intreccio fra governo nazionale ed europa si realizza IN ITALIA con un accordo (progetto di governo italiano) con il CENTRO LIBERALE contro il populismo ecc.

Più chiaro di così si muore, per chi sa leggere un documento di questo tipo. Ma più ambiguo di così si muore per il lettore non smaliziato. Perché la retorica sul deficit democratico (che non manca mai) prevede che si faccia un accordo costituente con i partiti europei che sono esattamente i responsabili del deficit democratico (sic). E, attraverso intricate circonlocuzioni dove sembra non essere chiaro se si parla di Europa o di Italia si dice che bisogna fare un accordo di legislatura con il centro liberale, che in Italia si legge Monti, contro populismi ecc, che in Italia si legge Berlusconi. È evidente che non si parla di Europa se si dice “anche per  l’Europa” parlando dell’intreccio fra legislatura costituente nazionale ed europea e poi si specifica che si vuole la collaborazione di governo con il CENTRO LIBERALE. Tutto si tiene. In Europa bisogna continuare il governo unitario di socialisti, democristiani e liberali, ma in Italia bisogna fare il governo con Monti contro Berlusconi.

In campagna elettorale si è sentito dire più volte da esponenti di SEL: ma nella Carta c’è scritto di una normalissima collaborazione sulle riforme costituzionali, non di un governo con Monti. Mentre, come è noto, Bersani ha insistito sul fatto che la “apertura al centro” è ben chiara nella Carta.

O mi sbaglio?

Ma proseguiamo:

Democrazia

Oltre a diverse generiche affermazioni c’è un punto preciso:

“Daremo vita a un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura.”

La prossima legislatura avrà una funzione costituente? Con questa legge maggioritaria il paese è rappresentato affiche la funzione costituente del parlamento sia democratica?

Questa frasetta buttata lì è il massimo tradimento della costituzione italiana, che non per caso venne redatta da un parlamento eletto con la proporzionale. Ma forse Vendola non ricorda di essersi opposto fieramente alla bicamerale presieduta da D’Alema in ragione esattamente della sua non rappresentatività democratica. E forse non ricorda che quando lui era deputato del PRC quest’ultimo proponeva casomai di eleggerlo si un parlamento costituente, anche parallelo a quello eletto col maggioritario, ma con la proporzionale.

Ma si sa, queste sono cosette da niente. Come il pareggio di bilancio in costituzione che è una iperbole liberista. Basta dire che la costituzione italiana è bella due o tre volte, salvo poi assegnare ad un parlamento ultramaggioritario il compito di stravolgerla.

Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.

 

Diritti civili.

“Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. E’ inoltre urgente una legge contro l’omofobia. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione.”

Questo testo è ben al di sotto di quanto previsto dal programma dell’Unione del 2006. Che recitava:

“L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale”

Nella Carta c’è il diritto per la coppia omosessuale a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. Nel testo del 2006 c’è l’equiparazione della coppia non sposata eterosessuale a quella omosessuale e la promessa di attribuire loro gli stessi diritti.

Non è lo stesso. E comunque siamo ben lontani da qualsiasi legislazione di paesi europei che riconoscono il matrimonio e il diritto ad adottare. O mi sbaglio?

Del resto è impossibile che il PD sposi le tesi del PSOE, del PSF, della SPD e così via, visto che è composto almeno per un terzo di ferventi cattolici obbedienti alle direttive del vaticano. Si è visto in diversi precedenti, come quando votarono contro la riduzione del divorzio da tre anni ad un anno e sulla fecondazione assistita insieme al centrodestra e lega.

Vendola si vuol sposare. Lottiamo tutti per questo suo diritto. Ma avendo contratto un matrimonio politico con Rosy Bindi ed Enrico Letta ha dovuto firmare un testo nel quale al massimo è previsto che gli omosessuali conviventi acquisiscano qualche diritto, forse nemmeno equiparato a quelli delle coppie eterosessuali non sposate.

Anche qui sfido a dimostrare il contrario.

E… dulcis in fundo

La Carta d’Intenti prevede le RESPONSABILITA’.

Il testo è qui chiarissimo.

Leggere per credere:

“L’Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l’imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell’affidabilità e della responsabilità . Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti.

Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:

• sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
• affidare a chi avrà l’onere e l’onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale;

• vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; 
• assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi;
• appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.”

 

C’è scritto che il premier si deve sostenere qualsiasi cosa faccia. Per esempio non si deve criticarlo se, come Prodi, decide in totale solitudine di dire si alla base statunitense di Vicenza.

C’è scritto che è il premier a decidere i ministri. Punto.

C’è scritto che se insorgono divergenze fra SEL e PD, a dirimere è il voto dei parlamentari della coalizione in seduta congiunta. Con maggioranza qualificata. Non c’è scritto se la maggioranza qualificata deve essere del 60 70 80 90 %. Siccome è difficile anche per chi fa uso di forti stupefacenti prevedere che SEL abbia più di un quinto  dei parlamentari del PD e che la maggioranza qualificata sia dell’80 %, questa clausola significa che il PD decide e SEL obbedisce. O mi sbaglio?

C’è scritto che tutti i trattati internazionali non si toccano. Salvo rinegoziarli, ma in accordo con gli altri governi. Per i trattati dell’Unione Europea significa che bisogna avere l’unanimità di tutti i governi. Perché si può sempre negoziare e rinegoziare. Ma se non si prevede che si possa rompere e/o denunciare un trattato unilateralmente significa che non di trattativa si tratta bensì di richiesta di unanimità sulla eventuale modifica di un trattato. Cioè zero. Impossibile.

C’è scritto, per maggior chiarezza, che bisogna appoggiare i tagli che il governo dovrà fare per “difendere la moneta unica”, e cioè per rispettare i diktat della Banca Centrale Europea, del FMI e della Commissione.

Insomma, non solo si dovrà fare un accordo con il CENTRO LIBERALE, e cioè con Monti. Non solo in questo testo non c’è traccia di Legge 30, articolo 18, art. 8, missioni militari e così via.

Ma è già questo testo, ed anche un governo del centrosinistra senza Monti, puramente iscritto nel neoliberismo nemmeno temperato analogo a quello di tutti i partiti che furono socialisti e socialdemocratici e che oggi sono tutto meno che di sinistra. Con l’aggiunta che questo testo, e non solo il PD, non da risposte laiche e rispettose dei diritti degli omosessuali.

Ma perché SEL partecipa ad un simile imbroglio?

Per scoprirlo vediamo un altro aspetto quasi sconosciuto della legge elettorale vigente.

 

4) la legge prevede uno sbarramento del 4 % ad una lista non coalizzata. Ma per una lista coalizzata in una coalizione, sia quest’ultima vincente o perdente, questo sbarramento non c’è. C’è uno sbarramento del 2 %. Ma per la prima lista coalizzata che non raggiungesse il 2 % non vale nemmeno questo sbarramento. In altre parole SEL entrerà comunque in parlamento e godrà comunque del premio di maggioranza.

Mettiamo che la lista Rivoluzione Civile abbia il 3,8 % dei voti e che SEL abbia anch’essa il 3,8 %.

A quale persona sana di mente può sembrare giusto che SEL entri in parlamento ed abbia anche il premio di maggioranza mentre Rivoluzione Civile resta fuori?

Gli elettori indubbiamente di sinistra che votano per SEL e che contemporaneamente votano per il programma della Carta d’Intenti, in che modo possono essere rappresentati da SEL nei loro contenuti? Essi credono di votare per chi è d’accordo ad eliminare la riforma Fornero dell’articolo 18 e delle pensioni. Per il matrimonio gay. Contro il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione. E così via. O mi sbaglio? Ma queste cose sono impossibili già nell’accordo col PD, figuriamoci con il governo mediato con Monti.

Esiste una possibilità nemmeno tanto remota, che SEL una volta che il PD proponga ufficialmente, dopo il voto, di formare il governo con il CENTRO LIBERALE di Monti, rompa col PD e passi all’opposizione.

Questa cosa è possibile. Basterebbe far finta che col nuovo governo con Monti, anche se è ben previsto nella Carta, quest’ultima non valga più. Sempre che SEL al Senato non sia determinante. Perché altrimenti anche questo gioco diventerebbe impossibile, pena il “favorire” Berlusconi.

Ma se anche le cose andassero così si tratterebbe di un imbroglio bello e buono. Verso gli elettori del PD. O no?

Insomma, comunque vada, SEL è in una botte di ferro ed entrerà in parlamento. Come unica forza di “sinistra” grazie al “voto utile” o con più seggi di Rivoluzione Civile anche se quest’ultima prendesse più voti di SEL.

Sarà per questo che SEL ha deliberatamente scelto di soprassedere sull’appoggio del PD a Monti e a tutte le sue leggi di massacro sociale e dei diritti? Sarà per questo che non ha voluto nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di fare una lista comune sui contenuti di sinistra e/o una coalizione con altre liste di sinistra? Sarà per questo che è inusitatamente diventata una forza sostenitrice del bipolarismo? Sarà per questo che dopo aver “sognato” di vincere le primarie del centrosinistra per due anni si è acconciata a svolgere un ruolo comprimario nel centrosinistra?

Resta il fatto che in Italia, al contrario che Grecia, Spagna, Francia, Germania e via elencando, chi è contrario alle politiche neoliberiste si presenta diviso alle elezioni rischiando di non contare nulla sia dentro il governo sia fuori da esso.

Questo fatto gravissimo è dovuto unicamente al settarismo di SEL, al fatto che i suoi dirigenti hanno deliberatamente scelto di imbrogliare gli elettori, con l’unico obiettivo di salvaguardare se stessi.

Mi spiace ma questa è la verità. Triste ma inconfutabile, purtroppo.

Sono sicuro che qualcuno, a questo punto, potrebbe esclamare, nonostante tutto quello che ho scritto: ma bisogna battere Berlusconi! 

Ed eccoci al quinto imbroglio.

5) a meno di un evento miracolistico anche i sassi sanno che Berlusconi non vincerà le elezioni. La sua irresistibile ascesa nel corso degli ultimi due mesi, però, è di totale responsabilità del centrosinistra. Vediamo perché.

Bersani dice sempre: Mica abbiamo vinto, la destra c’è ed è forte!

Come dargli torto.

Però, delle due l’una.

O la destra di Berlusconi è populista e ad essa bisogna contrapporre una coalizione liberale e antipopulista, unica capace oggi di vincere nel meccanismo del maggioritario bastardo del porcellum. O la dialettica è fra destra e sinistra e allora i contenuti devono essere chiari e, anche a dispetto del meccanismo maggioritario, si può conquistare il consenso dei ceti popolari colpiti dalle politiche di destra del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi.

In entrambi i casi si parla chiaro e non si imbrogliano gli elettori.

Certo la seconda ipotesi necessita dell’accettazione del rischio della sconfitta. Ma nella crisi forse per la prima volta si potrebbe vincere con un chiaro programma di sinistra. Che certamente sarebbe definito a sua volta, da Monti e perfino da Berlusconi, populista. Mentre la prima, in pura continuità con l’ormai consolidata tradizione dei partiti socialisti europei, garantisce contemporaneamente la vittoria elettorale e la sconfitta sociale delle classi subalterne.

Perché non c’è dubbio che senza denunciare certi trattati internazionali, cancellare controriforme, eliminare privatizzazioni ecc. si possono vincere le elezioni riservando alle classi subalterne anni e decenni di lacrime e sangue.

Perché si lascia che Berlusconi si appropri di obiettivi e proposte di sinistra e lo si accusa di populismo?

Forse che l’IMU sulla prima casa “è un provvedimento doloroso ma inevitabile”?

Forse che dire “bisogna ristabilire la sovranità del popolo sulla moneta” è un concetto eversivo e antidemocratico?

Davvero si pensa di battere Berlusconi con i comici in tv e i talk show alla Santoro, che non fanno altro che alimentarne la popolarità?

Davvero si è sicuri che, se costretto a scegliere fra chi spiega la necessita dei suoi sacrifici per salvare le banche e chi promette la restituzione dell’IMU, un operaio afflitto dal mutuo e da un salario indecente, che dovrà lavorare diversi anni in più per prendere una pensione di merda, quest’ultimo sceglierà di sacrificarsi sull’altare della presentabilità del premier eletto presso i salotti dei rapaci mercati finanziari?

Evidentemente si. Perché da tempo ormai immemore il PD pensa che si debba “governare” l’esistente, rassicurare i poteri forti esibendo la propria “qualità” più appetibile per essi, e cioè garantire sacrifici con la pace sociale.

Come si può gridare al pericolo della destra indicando come dramma la propensione di Berlusconi a mettersi le dita nel naso in pubblico mentre la società viene devastata dalla cancellazione di diritti e giustizia sociale?

Si può, cercando di evitare che cresca una rivolta e una sinistra non addomesticata.

Attenzione, non parlo di un complotto, bensì di uno spontaneo movimento verso una dialettica politica nella quale tutto si confonde. Nella quale non c’è destra e sinistra, bensì gente perbene ed impresentabili, populismo e realismo, normalità ed eccezionalità, vecchio e nuovo e così via. Una dialettica dove impera l’imbroglio. Dove ci si contrappone alla demagogia berlusconiana con la demagogia che nasconde contenuti inconfessabili (in campagna elettorale) della Carta d’Intenti.

Se questo è anche solo parzialmente il quadro della situazione italiana manca solo un ultimo imbroglio. Il Movimento 5 stelle.

6) almeno un terzo, se non la metà o più, dei moltissimi voti che andranno a Grillo, sono di elettori che oltre ad essere, con diverse ragioni, schifati della politica ufficiale, hanno senza dubbio in testa contenuti di sinistra o di estrema sinistra. È inutile che io ricordi qui elencandoli gli slogan di grillo sulle banche, le multinazionali, la globalizzazione, l’euro, l’ambiente, i diritti civili e così via che sono pari pari la riproposizione di contenuti ed obiettivi di sinistra da anni e perfino decenni.

Certo, poi ci sono ambiguità ed anche contenuti liberisti e perfino razzisti.

Con il fenomeno della predicazione, ben divulgata dai talk show e dai mass media a “insaputa” di Grillo, e della manipolazione dell’opinione pubblica in internet della Casaleggio e associati, oltre che con l’avvitamento su se stessa di una politica vacua e moralmente degenerata oltre ogni limite, una buona parte degli elettori italiani di sinistra voteranno una lista dai contorni indefiniti, destinata a mostrare la sua vera anima, o le sue vere cento anime, al primo voto su un qualsiasi contenuto controverso. Una lista che però intanto dà una spallata forse definitiva alla democrazia rappresentativa per favorire il passaggio ad una democrazia autoritaria e tecnocratica. Senza istituzioni intermedie, senza partiti intesi come collettivi dotati di categorie interpretative della realtà, senza la fatica della democrazia vera, dal basso possono salire solo protesta e rancore. Cose facili da manipolare al fine di sterilizzare i contenuti veramente portatori di cambiamento e al fine di uccidere i partiti come veicolo di partecipazione in favore di leader e tecnocrazie varie.

Spero di avere torto, ma credo sia proprio così.

Infine l’ultimo imbroglio, sul quale bastano pochissime parole:

7) chi pensa che su televisioni e giornali la campagna elettorale sia stata corretta ed utile ad informare gli elettori alzi la mano. Chi pensa che Ingroia e Rivoluzione Civile abbiano avuto adeguati spazi ed attenzione, e che le domande e i servizi siano stati corretti e non maliziosamente parziali, come la ripetuta tiritera sul voto utile, alzi la mano.

Alzi la mano e verrò di persona a tagliargliela con un machete affilato.

 

In conclusione.

 

Ogni elettrice ed elettore che sceglierà di votare per la lista Rivoluzione Civile avrà dovuto superare gli scogli rappresentati da tutti questi imbrogli. Il nostro voto moralmente e politicamente vale doppio, triplo.

Rivoluzione Civile non è altro che portare in parlamento i contenuti di sinistra, come in tutti gli altri paesi europei.

Superare il quorum ingiusto è necessario affinché il parlamento che proseguirà nella politica neoliberista e nel massacro sociale veda presente l’opposizione di sinistra capace di costruire una alternativa. E gli anni prossimi saranno più duri degli ultimi. I paesi del sud dell’Europa saranno massacrati e si imporrà una svolta epocale.

Rivoluzione Civile in parlamento può essere il primo passo della riunificazione della sinistra reale. Su un programma condiviso, senza discriminazioni, senza che nessuno debba rinunciare a nulla di se stesso, su basi democratiche funzionando col principio di una testa un voto.

Ogni voto a Rivoluzione Civile è utile a tutta la sinistra europea ed inviso a socialisti, popolari e liberali. È utile a ridare senso alla parola politica ed è inviso ai politicanti imbroglioni, soprattutto a quelli sedicenti progressisti e di sinistra, che sguazzano nell’ambiguità e mortificano i propri stessi elettori. È utile a rafforzare tutte le lotte.

È utile alla resistenza oggi e all’alternativa domani, contro questo sistema infame.

È utile a conservare e difendere la propria dignità.

 

ramon mantovani

A Sanremo inflitta un’altra ferita alla rantolante democrazia italiana

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Io non faccio il critico televisivo, né mi intendo di canzonette e di spettacolo. Tanto meno appartengo alla categoria dei politici che, in tv, sui giornali e soprattutto in internet, sproloquiano su tutto lo scibile umano con la presunzione di avere sempre e comunque cose interessanti da dire.

Però di politica penso di intendermene. Almeno abbastanza per esprimere le seguenti opinioni.

A Sanremo, davanti a 15 milioni di persone, si è consumato l’ennesimo episodio di spettacolarizzazione della politica. Si è avverata la tanto attesa polemica, il tanto atteso scandalo, basati sulla perversa commistione tra festival delle canzonette e campagna elettorale. Fra spettacolo e campagna elettorale.

Non è la prima volta che accade. E temo non sia nemmeno l’ultima. Perché alle ragioni, ai programmi, alle scelte, ormai da anni si sono sostituiti gli insulti, le parodie e le derisioni delle posizioni avverse, le accuse roboanti e, soprattutto, l’uso strumentale degli spazi pubblici massmediatici da parte di una casta strapagata che per far parlare di se, aumentando così il proprio prezzo sul mercato, non esita a produrre polemiche vacue, che però si intrecciano e alimentano la “politica” indecente, a sua volta prodotta ed implementata dal bipolarismo.

Intendiamoci, io non ce l’ho con comici, attori, autori di testi, registi e compagnia cantando.

Essi fanno il loro mestiere. Bene o male non sta a me dirlo. Non sono all’altezza per esprimere una critica artistica delle loro esibizioni. Anzi, amo la satira e la dissacrazione. Penso solo che per essere tali dovrebbe rivolgersi contro il potere. E mi è più che chiaro che non è questionabile l’ispirazione culturale di parte che muove questo o quell’altro artista. E sono ovviamente per la libertà di espressione, totale ed incondizionata.

Detto questo, però, non ho le fette di salame davanti agli occhi.

Nessuno impedisce né può impedire che comici, attori, autori, scrittori, cantanti, musicisti, vignettisti e cosi via partecipino alla campagna elettorale direttamente, salendo sul palco di un comizio di partito, o indirettamente, esprimendo le proprie opinioni nei loro spettacoli e nei loro scritti.

Magari si può opinare sulla qualità delle opere di costoro.

A me, per esempio, proprio non fanno ridere le derisioni di difetti fisici e l’utilizzo di allusioni a pregiudizi di vario genere. Ma ritengo che la satira, compresa quella che io considero volgare e di infima qualità, sia incensurabile.

Un’altra cosa, però, è che tali personaggi siano utilizzati in spazi pubblici di tutti all’unico scopo di produrre eventi che sconfinano in una partigiana intromissione nella campagna elettorale. In questo caso ogni ispirazione culturale di parte diventa un arbitrio destinato inevitabilmente (ma in realtà appositamente) a diventare fatto politico.

Dopo l’esibizione del signor Crozza al Festival di Sanremo di cosa si parla il giorno dopo sui giornali e in tutti i bar? Delle canzoni? Dei cantanti? O si parla, invece, del contenuto politico dell’esibizione di Crozza?

Già era successo con Celentano, un signore che vinse il Festival nel 1970 con l’emblematica canzone “chi non lavora non fa l’amore” (un vero inno al crumiraggio) e che poi nel corso del tempo, e questo la dice lunga su come sia trascorso il tempo, è diventato una specie di profeta e predicatore. Anche lui verrà invitato a Sanremo per produrre l’evento. Nientepopodimeno che una polemica col Vaticano. Ma che c’entra la visione della religione e della funzione dei vescovi di Celentano con il concorso canoro?

Insomma, che cos’è il festival di Sanremo? A parte il riflesso del paese reale o dei luoghi comuni e delle culture egemoni che si può sempre rintracciare nel bene e nel male e nonostante gli imperanti giochi di interessi dei discografici, in musica e testi delle canzoni, perché devono essere creati eventi politici secondo la discrezione degli strapagati conduttori ed autori? E’ proprio innocente la scelta di invitare un comico a fare satira sui politici (ma non su tutti), in piena campagna elettorale? È asettico ed equilibrato deridere Berlusconi come un malfattore, Bersani come uno sfigato incapace di vincere, Ingroia come un pigro assonnato e Montezemolo come un elitario? È la stessa cosa malfattore o sfigato? Su Grillo niente? Su Monti niente?

Ovviamente la satira non può essere asettica. Per sua natura non può esserlo. Ma nel contesto dato le mie domande, appena più sopra formulate, sono più che legittime.

La vulgata di destra vuole che i conduttori schierati politicamente abbiano invitato Crozza per deridere e colpire principalmente il loro nemico di sempre, usando strumentalmente uno spazio pubblico. La vulgata di “centrosinistra” gode della derisione del nemico e vuole che la destra sia illiberale e non tolleri nemmeno la satira. E così si alimenta il bipolarismo da curva di stadio e da tifosi, che è tanto più spettacolare e capace di produrre audience.

Dov’è la satira rivolta verso il potere? Sempre ammesso che il festival delle canzonette sia il luogo adatto per ospitarla.  

Proprio gli iperbolici apologeti delle “regole” sembrano pensare che durante una campagna elettorale non ci debbano essere regole di nessun tipo. Un apparente paradosso. Perché in realtà la politica bipolare all’americana si alimenta soprattutto di colpi bassi, scorrettezze, pugnalate alla schiena. E le regole, si sa, in Italia sono sempre importanti finché interessano gli altri e non se stessi. Con l’aggravante aggiuntiva che qui, oltre alle scorrettezze infinite che ogni giorno si consumano fra i due principali schieramenti, e dei due principali schieramenti ai danni degli altri, abbiamo anche le scorrettezze prodotte da autori e conduttori di un festival ai danni della politica seria e a proprio vantaggio personale. Per loro l’audience è al di sopra di regole e democrazia.

Magari credono di essere progressisti, ma in realtà sono giullari del regime bipolare e della politica spettacolo.

Ho ancora negli occhi Enzo Biagi che il venerdì, ultimo giorno della campagna elettorale del 2001, nella “sua” rubrica che precedeva il TG1 delle 20, invitò Benigni per deridere Berlusconi. Che era all’opposizione da 5 anni. lo vidi in un bar poco prima di parlare ad un comizio e pensai che in quel modo Berlusconi avrebbe avuto molti voti in più. Perché mi convinsi che elettori potenziali di Berlusconi che magari non sarebbero andati a votare avrebbero reagito alla palese scorrettezza.

Già, perché c’è anche da dire che dai salotti televisivi o meno nei quali vivono questi signori non si vede il paese devastato dall’individualismo e dalla conseguente solitudine assoluta, dalla legge della giungla della competitività e della precarietà, dalle mille subculture celebrate come nuovi pensieri. Un paese nel quale le lotte operaie e popolari per credere di esistere devono aspirare a fare da comparse nei talk show. Un paese nel quale le disdicevoli malefatte di Berlusconi se vengono perpetuate ed amplificate da Monti smettono di essere malefatte perché lo stile di quest’ultimo non è disdicevole. E quando lo vedono per sbaglio si affannano ad alimentare le false contrapposizioni fra “vecchia” e “nuova” politica. Fra “società civile” e “partitocrazia”. Fra Grillo e il resto del mondo. Perché qualsiasi persona sana di mente e dotata di un minimo spirito critico non può non vedere che il regime bipolare ciò che non riesce più ad assorbire nella sua falsa dialettica, per esempio con la retorica del voto utile, lo spinge nelle braccia del voto contro tutti che non da fastidio a nessuno o verso l’astensione.

Tutto ciò non può succedere in altri paesi europei, visto che si ostinano ad avere perfino delle regole in campagna elettorale. In Italia si.

 

ramon mantovani

 

Morte ai partiti? (quarta parte)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 27 luglio, 2012 by ramon mantovani

In questo testo abbiamo sommariamente considerato le mutazioni del contesto sociale e istituzionale nel quale agiscono i partiti, nonché alcune mutazioni della stessa nozione di “politica” prodotte dal maggioritario, dall’elezione diretta di sindaci ecc, dai mass media e dalla spettacolarizzazione della politica stessa.

Se è vero, come è vero, che le istituzioni nelle quali i partiti dovrebbero rappresentare la cittadinanza hanno perso gran parte dei poteri reali sull’indirizzo dell’economia, delle politiche industriali, della politica estera, e i partiti si sono rassegnati e/o adeguati a competere (ed allearsi fra loro) al solo ed unico scopo di conquistare il governo per esercitare la funzione della gestione  dell’esistente rispettando tutte le compatibilità imposte dal sistema economico, dal mercato, ed eseguendo le direttive degli organismi tecnocratici, allora è evidente che c’è un abisso fra la “prima e la seconda repubblica”. Le istanze di cambiamento radicale (radicale nel senso di relativo alla radice e/o alla profondità) per quanto assolutamente coerenti e possibili secondo il dettato costituzionale, sono oggi, con la politica corrente, relegate al ruolo di impotente testimonianza o al ruolo comprimario e parolaio nell’ambito di coalizioni dominate dal mero obiettivo di gestione. Sono cioè tendenzialmente espulse dal dibattito politico ed impossibilitate ad esercitare il ruolo previsto dalla costituzione per i partiti. L’articolo 49 della costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” E l’articolo 48 dice che “il voto è personale ed uguale, libero e segreto”.

Al di la della lettera e del valore giuridico del testo, che come tutti i testi simili si può interpretare in molti modi, è evidente che lo spirito della costituzione parla del diritto dei cittadini a determinare la politica nazionale sia con la formazione di partiti sia con il voto “uguale”. La costituzione, infatti, non pone limiti e garantisce l’eguaglianza dei voti e dei partiti. Non è un caso. È l’incarnazione di una precisa concezione della democrazia, fondata sul riconoscimento delle diversità e delle diseguaglianze e sul diritto delle classi a competere e/o ad accordarsi per formare la politica nazionale. È ben altro dalla classica concezione liberale che abbiamo ben visto parlando dei sistemi politico elettorali degli USA e dell’Italia del primo novecento. Basta dare uno sguardo, per esempio, ad altri due articoli, il 2 e il 3, inseriti nella categoria dei PRINCIPI FONDAMENTALI della nostra misconosciuta (quanto impropriamente citata) costituzione. Art 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Art 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Vorrei far notare che nell’ultimo capoverso si dice che vanno rimossi gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione dei lavoratori (non si usa qui il termine cittadini) all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.

È “uguale” il voto dei cittadini nel maggioritario? Dove finisce il principio dell’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese, se non esistono partiti che rappresentano gli interessi dei lavoratori e se il popolo è concepito come un insieme di individui o, peggio ancora, di “cittadini consumatori”?

Abbiamo già visto come la crisi dei partiti della prima repubblica sia stata provocata dalla mutazione dei rapporti di forza sociali che si è concretizzata direttamente nella società con la controffensiva capitalistica degli anni 70 e seguenti. Abbiamo visto come Berlinguer già all’inizio degli anni 80 denunciava la degenerazione della funzione dei partiti. Abbiamo già detto come il PSI prima e il PCI poi sceglieranno di separare il proprio destino da quello dei lavoratori. Perché, e non mi stancherò mai di ripeterlo, non può esistere che una qualsiasi sinistra vinca se i lavoratori perdono nella società. Tantomeno che governi e nel tempo del suo governo i lavoratori peggiorino le proprie condizioni di vita e di lavoro.

In tutta Europa i partiti socialdemocratici e socialisti dismettono l’idea della lotta di classe, della rappresentanza diretta degli interessi dei lavoratori, e governano o stanno all’opposizione accettando come dogmi le compatibilità imposte dal mercato liberalizzato, dal capitale finanziario e così via. Ma almeno mantengono una differenza sostanziale rispetto ai partiti conservatori e democristiani. I diritti civili e la laicità dello stato rimangono obiettivi e principi solidi. La dialettica è ridotta alle differenze fra forze conservatrici e “liberal”. Esattamente come negli Stati Uniti, anche se nell’ambito di sistemi elettorali ed istituzionali diversi. Ma per quante siano le differenze esse non si manifestano sull’accettazione della logica del mercato liberalizzato. Qui non stiamo parlando di un mercato qualsiasi. Stiamo parlando del mercato incontrollato ed incontrollabile politicamente e democraticamente. Come non si manifestano sulla centralità della finanza speculativa. E tanto meno sulla assolutizzazione degli interessi dell’impresa privata. Nel corso degli ultimi due decenni il Labour Party, l’SPD, il PSOE, il PASOK ed anche il Partito Socialista Francese dopo il governo Jospin, solo per citarne alcuni, hanno esplicitamente sposato totalmente l’ideologia neoliberista e promosso dal governo in prima persona privatizzazioni, derubricazioni dei diritti sociali da valori assoluti a variabile dipendente dalle compatibilità di bilancio a loro volta determinate dalle speculazioni finanziarie. Lo hanno perfino fatto inserendo questo principio preciso nei documenti europei e nei trattati di “valore costituzionale”. E quando tali documenti sono stati bocciati nei referendum confermativi li hanno banalmente reiterati con altra veste. A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quale concezione della democrazia siano portatori. In particolare, ma non è cosa assolutamente secondaria, sono soprattutto i partiti socialisti e socialdemocratici in Europa ad elaborare e/o sposare acriticamente la dottrina del “diritto di ingerenza umanitaria” in politica estera. Il paravento ideologico, di cui la destra non ha mai sentito tanto il bisogno, per giustificare diverse guerre. Guerre distruttive e destabilizzanti di diverse aree geopolitiche e soprattutto della stessa possibilità che l’ONU, dopo la fine della guerra fredda, potesse conoscere una riforma tale da farle assumere la funzione, prevista dal suo statuto, di polizia internazionale. E sono principalmente i partiti socialisti e socialdemocratici a sostenere con forza la “nuova missione” della NATO. E sempre loro ad insistere per trattati commerciali ultraliberisti fra l’Unione Europea e paesi di quello che una volta era chiamato terzo mondo.

Non analizzerò qui la mutazione della natura di questi partiti, della loro composizione reale dal punto di vista organizzativo ed elettorale. Ma sfido chiunque a confutare quanto detto più sopra. E conseguentemente sfido chiunque continui ad usare le parole sinistra, socialista e socialdemocratico per identificare partiti e proposte politiche di questi partiti, in pura continuità con il passato, a dimostrare parlando di contenuti e fatti invece che di suggestioni e parole vuote e cangianti di significato, che questi partiti sono ancora di sinistra e coerenti con i loro nomi e simboli. Ma, come ho già detto, non c’è dubbio che sui diritti civili, sulla laicità dello stato e così via essi sono effettivamente diversi e a volte fortemente alternativi ai partiti conservatori e democristiani.

Vediamo cosa è invece successo in Italia.

Il PDS raccolse le firme per il referendum contro il proporzionale (e fu decisivo il suo contributo). Proprio nel momento di massima crisi della DC, del PSI e degli altri partiti che avevano governato il paese e che nell’ultima fase avevano gestito la cosa pubblica per gli interessi immediati di varie consorterie finanziarie, invece che proporre una politica chiara di alternativa, tutto venne spostato sul terreno della legge elettorale. Non mancavano militanti e anche dirigenti del PDS che credevano fermamente che il maggioritario avrebbe finalmente prodotto una alleanza progressista, e tendenzialmente un grande partito socialdemocratico, capace di governare il paese. Peccato che il paese era in crisi, che i lavoratori erano sconfitti e che, come se non bastasse, il sindacato schiavo del quadro politico aveva accettato la politica della concertazione e la sua filosofia. Ad ogni crisi del sistema dovevano corrispondere i sacrifici dei lavoratori. Peccato che il senso comune era scivolato a destra pesantemente, per effetto del modello sociale affermatosi negli anni 80. Peccato che il paese era sempre più diviso in due tra nord e sud e che gli egoismi e le paure che il modello sociale aveva implementato nel nord erano interpretati perfettamente dal nuovo partito della Lega. Peccato che l’abbandono della tradizione comunista aveva reso il PDS un partito come gli altri e che la destra aveva buon gioco con il suo violento anticomunismo.

Insomma l’assenza di una sera analisi del paese e delle sue contraddizioni, la sottovalutazione degli effetti del modello sociale che era stato trionfante per un quindicennio, la concezione della politica come un tecnica elettorale, produssero una sonora sconfitta della alleanza dei progressisti che si presentò alle elezioni maggioritarie del 94.

Se si accettano come oggettivi gli interessi dell’impresa, se si partecipa al coro del “privato è bello e il pubblico è corrotto ed inefficiente”, se si propongono riforme di portata costituzionale per passare alla democrazia liberale indicando apertamente il modello statunitense come il massimo della democrazia, si partecipa (consapevolmente o inconsapevolmente non fa alcuna differenza) al trionfo della destra. Una destra nuova, libera degli impacci più o meno democratici propri dei partiti della prima repubblica, apparentemente meno in continuità con il recente passato nonostante la presenza di riciclati di ogni tipo, direttamente in sintonia con l’egemonia dell’impresa e del privato fino al punto di essere diretta e agglutinata da un grande imprenditore “non politico”, capace di sfruttare fino in fondo la logica del maggioritario con lo sdoganamento dei fascisti e con la costruzione della duplice alleanza con due forze allora nettamente incompatibili, il MSI e la Lega.

I dirigenti del PDS non si capacitavano che il “partito di plastica” dal ridicolo nome di “forza italia” del volgare e demagogo Berlusconi potesse riuscire a vincere alleato con due partiti che si odiavano, l’uno ipernazionalsta e centralista e l’altro secessionista. Dopo aver essi stessi proclamato la morte del comunismo ed essersi cosparsi il capo di cenere si meravigliavano che la propaganda anticomunista tipo anni 50 potesse funzionare. Paradossalmente loro che non avevano mai governato erano chiamati a rispondere del malgoverno democristiano. Loro che erano appena stati sfiorati da tangentopoli erano accusati di essere gli unici eredi del sistema di tangentopoli proprio da uno dei maggiori protagonisti di tangentopoli, implicato come corruttore in numerosi casi, soprattutto nel nord.

Insomma, i cambiamenti strutturali e culturali del ventennio di rivincita capitalistica incontrarono un ceto politico proveniente da sinistra che si illuse di poter contemporaneamente fare tre cose assolutamente inconciliabili tra loro.

1) sposare le tesi liberali in politica istituzionale e liberiste in economia per poter accedere finalmente al tanto agognato governo.

2) conservare i consensi operai e popolari in virtù di una presunta eredità e allargarli ad una parte della classe dominante.

3) sconfiggere la destra immaginando che essa si sarebbe organizzata secondo uno schema astratto ed immaginato a tavolino, sottovalutandone completamente l’egemonia.

La sconfitta era dunque inevitabile, e per molti versi proprio il prodotto del nuovismo e delle “invenzioni” simboliche e politiche del PDS.

Era necessario dire queste cose per collocare nel giusto contesto le mutazioni organizzative e del rapporto fra partiti ed elettori che si instaurò con l’elezione diretta dei sindaci e con il superamento della repubblica democratica e parlamentare.

Il PDS è, infatti, l’unico partito della prima repubblica a conservare qualche continuità organizzativa con il passato. La Lega Nord, che è un partito a tutti gli effetti nato nel sistema proporzionale, pur conservando un impianto organizzativo tipico dei partiti di massa, conosce il suo sviluppo soprattutto dopo l’avvento del maggioritario, risentendone fortemente. Analogamente il MSI, anche se al momento della sua trasformazione in Alleanza Nazionale la rottura con la concezione del partito di massa è in realtà più marcata. Tutti gli altri, a cominciare da Forza Italia, sono nuovi di zecca, sia nei nomi e simboli sia nella concezione del partito. Per il PRC faremo ovviamente un discorso a parte.

Il PDS resta un partito di massa, con un forte insediamento territoriale, una fitta struttura orizzontale e verticale, centinaia di migliaia di iscritti e decine di migliaia di militanti. Ma non è più il PCI. Nemmeno nella concezione organizzativa del partito. La convivenza del passato con il nuovo danno origine ad un amalgama nel quale il “vecchio” è costituito dalla parte del partito, progressivamente sempre meno rappresentata al vertice, che, per dirla semplicisticamente, è il PCI che ha solo cambiato nome. E il “nuovo” è costituito dai nascenti leader locali e nazionali, dalle loro carriere vere e proprie, dai loro legami esterni con organismi come la Lega delle Cooperative, le banche, le imprese e i media. Il nuovo partito non è portatore di un progetto, di un’idea di società alternativa al modello individualistico e liberista che si è affermato. Non si propone affatto di portare i lavoratori e il loro punto di vista al governo del paese. Esso ha un unico obiettivo: il governo. A qualsiasi condizione, per fare qualsiasi cosa e alleandosi con chiunque sia utile per andare al governo. La provenienza e la storia del PCI sono utili per incassare una rendita di posizione e per lasciare intendere agli elettori che comunque il PDS ha nelle corde i “valori” della sinistra. Ogni scelta contraddittoria con quei “valori” (che appunto sono valori proprio perché sono generici e aleatori e non impegnativi politicamente) è presentata come “necessaria”. Come prova di “realismo”. Ma la storia e gli stessi valori sono anche piombo nelle ali del PDS. Che è così esposto agli strali anticomunisti e che risulta certo meno affidabile per la casta finanziaria e per i soggetti economici italiani e globali che suonano la musica con la quale tutti devono ballare. Così il PDS tenta un’operazione mimetica inglobando una serie di micro partiti e di personaggi al fine di apparire sempre più lontano dalle proprie origini e sempre più affidabile per le classi dominanti e, non va dimenticato, per il Vaticano. A questo fine smette di chiamarsi partito. È però evidente che non basta. E allora la coalizione dell’Ulivo viene indicata come la base della formazione di un vero e grande partito democratico. Esplicitamente il modello è quello statunitense. Qui sta la prima e grande peculiarità italiana. Perché, al contrario dei partiti membri dell’internazionale socialista in tutta europa, nell’ulivo prima e nel PD poi ci saranno tanto progressisti (ma solo sui diritti civili perché oramai il termine riformista indica il liberismo più sfrenato) quanto conservatori democristiani. È di questi giorni la polemica sorta nel PD sui matrimoni fra persone dello stesso sesso. Ma è tragicamente ridicola. Del resto con i governi dell’Ulivo non si è nemmeno riusciti ad accorciare il tempo del divorzio da tre anni ad un anno. Per il semplice motivo che, come sulla fecondazione assistita, i cattolici dell’Ulivo e poi del PD restano fedeli alle indicazioni del Vaticano e votano immancabilmente con la destra.

Questa è la dimostrazione patente che il partito che si propone il governo come fine e non come mezzo per realizzare un progetto è un mostro nel quale si cerca di conciliare cose inconciliabili.

E così il paese laico che, con la legge proporzionale, partoriva maggioranze parlamentari laiche già alla fine degli anni 60, e che produceva divorzio e aborto e verificava nei referendum indetti dalla DC quale fosse la volontà del popolo italiano, da ormai venti anni non ha più una maggioranza laica in parlamento.

Insisto, questa è una peculiarità unicamente italiana, perché in Europa non c’è partito socialista o socialdemocratico che pur essendo passato al liberismo in economia abbia abbandonato anche l’idea dei diritti civili come metro di civiltà.

Intanto con questo processo, con l’elezione diretta dei sindaci e l’orgia delle preferenze, con i necessari rapporti con gli imprenditori – speculatori, con la politica spettacolo, alla base del PDS – PD si sviluppa una mutazione antropologica. Nascono e crescono personaggi e personaggini locali e nazionali che dominano il partito, che si alleano fra di loro, che cambiano corrente alla velocità della luce secondo le convenienze del momento. Per la stessa base militante c’è una involuzione propriamente ideologica per cui i contenuti non contano assolutamente nulla e qualsiasi cosa è buona per vincere e andare al governo. Più ancora che i vertici del partito è la base militante ad odiare (letteralmente) qualsiasi cosa si muova a sinistra. Perché insidia la falsa coscienza secondo la quale ciò che fa il partito è realisticamente la cosa più progressista in assoluto (cioè possibile, non in astratto bensì nel contesto del maggioritario e della politica spettacolo). Il PD, prima ancora che per una posizione ultraliberale favorevole al maggioritario e possibilmente al bipartitismo, è contrario al proporzionale per un motivo di semplice sopravvivenza. Con il proporzionale, infatti, non avrebbe senso un partito che tiene insieme gay e cattolici integralisti, sindacalisti e imprenditori reazionari, garantisti e forcaioli, persone che si considerano di sinistra e persone che si considerano democristiane o di centro o liberali. La qualità richiesta ai dirigenti del PD è fare manovre e manovrette, accordicchi di potere. E’ produrre posizioni abbastanza generiche da poter essere vendute sul mercato elettorale come allusive di cose buone e progressiste e contemporaneamente “moderate” e “realistiche”. I capi e capetti locali devono avere le proprie clientele, le proprie relazioni con poteri forti, e su questa base possono competere fra loro per diventare sindaci, assessori, presidenti di qualcosa. Spesso nelle grandi città i candidati alle primarie assumono i “consulenti d’immagine” che gli dicono come vestirsi, come pettinarsi, come sorridere davanti alla telecamera, come parlare senza dire nulla di impegnativo, come bisticciare con l’avversario di turno e così via. E gli iscritti possono fare il tifo per uno o l’altro, ma non intervenire nella stesura di un programma o nelle scelte politico amministrative più importanti. Si intende che per votare le allusioni ad un tipo di programma o ad un altro bisogna sostenere e votare una persona. Poi questa persona, il leader, farà ciò che vuole presentandolo come ciò che è “possibile”, ciò che è “realistico”. I funzionari di partito, che saranno circa un decimo di quanti ne aveva il PCI, non sono più lo scheletro organizzativo del partito, non sono abilitati a produrre studi, analisi, proposte di lotta e di governo, non svolgono più una funzione pedagogica implementando una discussione seria e democratica nel partito. Sono persone in carriera. Scelte per la fedeltà ad uno o all’altro leader locale o nazionale. Appartengono a cordate e saranno premiati o esclusi in conseguenza delle fortune del loro leader. Non rivoluzionari di professione bensì politicanti, portaborse, faccendieri. In perenne attesa di una candidatura o di una nomina a consulente o in un consiglio di amministrazione.

I partiti della destra, oggi unificati nel PDL, non hanno apparentemente nessun passato che non sia quello vissuto negli ultimi 16 anni. Forza Italia non ha mai fatto un congresso degno di questo nome. Le kermesse berlusconiane non c’entrano nulla con la democrazia. Nemmeno con quella distorta della competizione fra leader e correnti e cordate. Forza Italia (ed anche il PDL anche se leggermente più complesso) è un partito aziendale e monarchico. Nessuno può mettere in discussione il proprietario, il leader, il capo. Chi osa farlo, è il caso di Fini, è immediatamente scaraventato fuori. Le strutture locali sono nominate dall’alto e se insorgono divergenze queste vengono risolte con le scelte del capo o di un suo fiduciario inviato sul posto. Il personale politico del partito, inizialmente costituito direttamente da manager e funzionari del gruppo Mediaset, si è evoluto inglobando, tranne qualche eccezione, ex socialisti, radicali e democristiani che nella prima repubblica erano portaborse e piccoli faccendieri da quattro soldi. Assomiglia più ad una corte dei miracoli che a una struttura politica. Sul territorio il PDL è interamente in mano a personaggi che fanno i comodi loro e che però, alla bisogna, danno prova di fedeltà al leader. Non c’è nessuna dialettica politica. Al massimo ci sono trame e complotti di palazzo. Scontri feroci risolti da una scelta definitiva ed inappellabile del capo.

Il modello di partito di Forza Italia, del PDL (ed è in corso di preparazione la terza versione) è senza dubbio il prodotto più genuino del maggioritario nell’epoca del modello sociale liberista. Poche idee ma chiarissimamente autoritarie e ultraliberiste. Rapporto diretto leader – popolo sulla base della sintonia con i peggiori istinti sociali egoistici, localistici, maschilisti e corporativi prodotti dall’implementazione del modello sociale dominante. Unica caratteristica ideologica: individualismo e competizione assoluta contro comunismo, sinistra e solidarietà di qualsiasi tipo.

La Lega Nord è il partito che più assomiglia ad un partito di massa della prima repubblica. Assomiglia perché ha una base fortemente identificata in una appartenenza territoriale e nelle rivendicazioni estremizzate legate alla pretesa superiorità del nord. È questo che ha permesso alla Lega di organizzarsi territorialmente in modo capillare. Di avere numerose organizzazioni collaterali e pratiche pseudo comunitarie capaci di consolidare il senso di appartenenza. Ad una inesistente “nazione” sono stati fatti corrispondere miti identitari totalmente inventati. Basti pensare alle liturgie delle ampolle del Po, degli scimmiottamenti dei riti celtici, ai raduni in divisa, e così via. L’egoismo delle zone più ricche del paese e l’insicurezza sociale dei lavoratori e della cittadinanza delle classi subalterne consolidata nella xenofobia estrema sono l’unico vero progetto politico semplificato del partito. Infatti la Lega è stata dal punto di vista ideologico il partito più eclettico e cangiante di tutti. Ultraliberista prima e antiliberista poi. Contro i meridionali prima e contro gli extracomunitari poi (è indimenticabile il Bossi che tuonava contro i terroni e che diceva che i marocchini e i “negri” erano migliori lavoratori di loro). A favore del maggioritario, poi contro, poi di nuovo a favore. Secessionista, poi federalista, poi di nuovo secessionista, poi di nuovo federalista e adesso di nuovo secessionista. Capace di essere secessionista e di votare a favore del rafforzamento delle forze armate italiane. In polemica con il Vaticano e poi capace di difendere i “valori cristiani” nella versione più reazionaria in totale sintonia col Vaticano. E così via. Molti di questi salti mortali sono banalmente il prodotto della collocazione nel quadro politico. Al governo o all’opposizione. Ed esplicitamente il corpo militante ed elettorale della Lega ha sempre vissuto ognuno di questi cambiamenti repentini come la semplice adattazione dei principi e dei veri obiettivi al principio di realismo necessario. Intanto, però, anche la Lega ha conosciuto la crescita dei soliti personaggi e personaggini locali. La dialettica interna non è mai esistita ed ogni divergenza è sempre stata risolta dall’alto dal leader. Tanta è stata la natura monarchica del partito che il leader ha designato un suo figlio a successore e che il vero gruppo dirigente era identificato in un “cerchio magico” di fedelissimi. C’è voluto uno scandalo e una congiura di palazzo per rimettere in discussione il potere assoluto del monarca. Ma l’obiettivo strategico della secessione e l’identità territoriale hanno permesso che con la fine del leader storico non ci fosse una crisi verticale e definitiva del partito.

Il cosiddetto “centro” ha subito infinite peripezie. Le sigle si sono succedute a ritmo tale che bisogna fare enormi sforzi di memoria per ricordarle in sequenza. E in realtà non ha quasi nessuna importanza farlo. Esistono oggi tre formazioni totalmente identificate con il proprio leader. L’UDC di Casini. Il FLI di Fini. E l’API di Rutelli. Sono partiti composti di personaggi locali con le loro clientele e nazionalmente fatti su misura per occupare uno spazio elettorale ex democristiano e di destra conservatrice antiberlusconiana. Non hanno programma che non sia il sostegno acritico a quanto “deciso” dai mercati, dal FMI e dagli altri organismi tecnocratici e dal Vaticano. Con l’eccezione del FLI che ha assunto posizioni più liberali che conservatrici, anche se molto moderatamente. Perennemente presenti sui mass media sembrano essere spesso l’ago della bilancia nel sistema maggioritario. Hanno sfruttato disinvoltamente questa rendita di posizione. Ed oggi propongono una prospettiva di tipo consociativo intorno alla continuità con l’opera del governo Monti.

Potremmo parlare di diverse altre forze minori. Di destra estrema o di incertissima collocazione come il Partito Radicale. Ma per non farla troppo lunga ometteremo di perderci in disamine che in fin dei conti non cambierebbero di una virgola il discorso che stiamo facendo.

Intanto possiamo riassumere che quanto esaminato fino a qui costituisce la gran parte di ciò che i cittadini considerano i partiti e la politica ufficiale. Senza tema di smentita possiamo dire che il PD, il PDL, i centristi ed anche la Lega, per quanto attualmente collocata all’opposizione, sono d’accordo su tutti i fondamentali in economia e in politica estera. Sui diritti civili ci sono differenze ma interne alle compatibilità imposte dal Vaticano. Le differenze sono spesso solo propagandistiche e quando ci sono attengono a sfumature e cose irrilevanti.

Ovviamente se consideriamo le manovre, le dichiarazioni dei leader, le allusioni ai problemi del paese, le prevedibili alleanze elettorali, i sondaggi e soprattutto il ruolo dei leader, il quadro è molto complesso. Perfino pirotecnico. Possono scatenarsi discussioni infinite sul mass media e nei talk show sulla leadership della Lega e sulla probabilità di un suo nuovo accordo con il PDL. O sugli effetti delle dichiarazioni di Casini nel PD. O sull’ingiallimento o meno della foto di Vasto. Sul futuro del FLI nel caso Berlusconi torni a guidare il PDL. Su cosa farà Rutelli e l’API visto che nonostante i sondaggi la diano allo zero virgola continua ad essere trattato come un grande protagonista della politica italiana. E a suo modo lo è, visto che è stato in venti anni radicale, verde, centrista in diverse sigle, del PD ed ora di nuovo centrista.

Resta il fatto che questa “politica” e questi partiti sono un mondo separato. Che parla dei problemi del paese per allusioni e sempre e solo per rinfacciarsi colpe e responsabilità, come se i problemi dell’Italia fossero il frutto dell’ultimo o del penultimo governo. Che si occupa prevalentemente di come guadagnare il voto dei cittadini per accomodarsi al governo locale o nazionale, e che pensa che la tecnica della politica, e cioè mediazioni, scontri, polemiche, manovre, mosse, sia in realtà il fine della politica o, se si preferisce, sia la politica stessa.

Ci si può meravigliare se la popolazione pensa che i partiti siano tutti uguali? O che quando pensa che non siano uguali lo pensa per il carisma del leader, per valori generici, per il tasso di contrapposizione nei confronti dell’avversario ecc piuttosto che per la capacità di proporre progetti veramente alternativi fra loro? Ci si può meravigliare se i cittadini considerano la “classe politica” (definizione questa già di per se significativa per identificare la separazione della politica dalla società!) una casta dedita alle proprie liturgie e abusivamente occupante il governo della cosa pubblica? Se i partiti invece che essere rappresentanti di interessi di classe, di orientamenti ideologici ed ideali chiaramente distinti, invece che stare nelle istituzioni per difendere coerentemente i propri elettori ci stanno navigando a vista nell’interesse esclusivo del partito o addirittura dell’apparato di partito e del leader locale o nazionale, perché dovrebbero essere finanziati con i soldi pubblici? Perché si dovrebbe tollerare che parlamentari, consiglieri regionali e giù a scendere, abbiano stipendi esagerati e prebende di ogni tipo? Se i partiti sono diventati luoghi di carriera, territorio di conquista di furbi ed opportunisti di ogni tipo, contenitori di tutto e il contrario di tutto, perché le cittadine e i cittadini dovrebbero iscriversi e partecipare alla loro vita interna?

Già c’è un fatto oggettivo. I partiti non sono quelli di cui parla la costituzione. Sono un’altra cosa. Sono il regno dei politicanti in carriera. Dei demagoghi. Degli imbroglioni che promettono cose che sanno in partenza essere false.

Il sistema economico e sociale affermatosi con la controffensiva capitalistica degli ultimi trenta anni e il conseguente sistema politico istituzionale maggioritario, bipolare e tendenzialmente bipartitico (che io chiamo scherzosamente ma non troppo: bifascista) hanno modellato i partiti come li ho descritti. Posso aver esagerato nella descrizione. Ma non credo affatto si possa confutare la sostanza di quel che ho scritto.

Oggi è in corso un’offensiva mass mediatica e ideologica senza pari contro i partiti. Ovviamente si sfrutta l’impopolarità dei partiti attuali e lo si fa poggiando la vera e propria campagna fatta di mistificazioni e imbrogli, su una base reale. Su una effettiva separazione dei partiti dalla società. Ma per proporre cosa? Un ritorno ad una democrazia parlamentare nella quale i partiti tornino ad avere la funzione che assegna loro la costituzione della repubblica? Una riforma della politica e della rappresentanza che ridia ai cittadini il potere che gli è stato scippato dal voto diseguale del maggioritario, che rimetta al centro della discussione i contenuti invece che le tecniche di potere? Che consideri le persone, e cioè i leader, come secondarie rispetto a principi, idee, organizzazione collettiva e partecipata?

Macché. Basta dare uno sguardo anche distratto a ciò che scrivono i giornali maggiori, a cosa si discute nei talk show, a cosa circola prepotentemente in “rete”, per rendersi conto che semplicemente si vogliono distruggere i partiti in favore di aggregazioni sempre più leaderistiche, il parlamento in favore del governo, i consigli ad ogni livello in favore dei sindaci e presidenti podestà.

Insomma qualsiasi retaggio della costituzione uscita dalla resistenza deve essere cancellato definitivamente.

Ovviamente la retorica della costituzione e dei partiti come se fossero gli stessi degli anni 50 o 60 è totalmente spuntata. Che democrazia è quella organizzata in partiti che non si sa nemmeno se sono laici o cattolici? Quella nella quale i laeder fanno il bello e il cattivo tempo come e quando vogliono? Quella nella quale l’interesse di una classe o anche della popolazione viene sacrificato in favore dell’interesse a breve termine della cordata affiliata al personaggio nazionale o locale?

Viene perfino da ridere sentir parlare di “antipolitica” da parte di chi nella testa ha un solo scopo: quello di governare l’esistente ritagliandosi spazi e poteri da usare per premiare la propria consorteria di interessi inconfessabili. Ed è penoso sentire intellettuali (che furono o credettero di essere prestigiosi) tuonare contro i critici dei partiti e sentenziare che la critica ai partiti corrisponde alla critica della democrazia. Come se i termini e i concetti fossero immutabili nel tempo. Ed è ancor più miserabile il mimetismo con il quale molti si affrettano a dire che “noi siamo un movimento non un partito”. 

Vedremo più avanti gli effetti che tutto ciò ha avuto sulla sinistra (e dintorni). Perché solo da una precisa individuazione del problema del rapporto della società con lo stato e con la politica, e da una spietata critica della stessa politica attuale, può scaturire forse una soluzione del problema.

Intanto non possiamo che constatare che la potentissima campagna contro i partiti ha una natura regressiva per il semplice motivo che i mali prodotti dal modello sociale ultracompetitivo ed individualistico sono attribuiti alla responsabilità dei partiti, e non viceversa. E che dunque l’uccisione dei partiti non può aprire una fase di maggiore democrazia bensì una fase di ulteriore separazione della politica e degenerazione dei partiti in consorterie autoritarie, sempre più coerenti con la dittatura del mercato e con il modello sociale dominante.

Sulla potenza suggestiva della campagna in corso faccio solo due esempi.

Il finanziamento pubblico dei partiti fu introdotto a metà degli anni 70. All’indomani di scandali e ancora nel pieno del finanziamento da parte dell’URSS del PCI e degli USA dei partiti di governo. Come si è visto, e come era prevedibile, non è servito affatto a scoraggiare la corruzione, che nel tempo della finanziarizzazione dell’economia e della rendita fondiaria moderna non poteva che aumentare vertiginosamente. È servito, invece, a “istituzionalizzare” i partiti e a renderli tendenzialmente apparati semipubblici invece che strutture auto organizzate socialmente.

Questa è la mia opinione.

Tuttavia sarebbe un errore madornale fare di tutta un’erba un fascio e sostenere che tutti, ai tempi, utilizzarono il finanziamento nello stesso modo. Il PCI e la nuova sinistra lo utilizzarono correttamente. I partiti di governo, e soprattutto il PSI, no. Ma una dissertazione intorno a questo tema ci porterebbe troppo lontano ed anche fuori tema.

Comunque rimborsi elettorali e finanziamento ai partiti, diversamente concepiti, ci sono in tutti i paesi europei.

Sono i radicali, nel 1978 prima e nel 1993 poi, a raccogliere le firme per abrogare la legge che prevede il finanziamento ai partiti. Nel 1978 il si raggiunge il 46 % e il referendum fallisce. Nel 1993, nel pieno di tangentopoli, ottiene il 90 % dei consensi e viene abrogata la legge. Questo referendum fa il paio con quello indetto da Segni (e celebrato solo grazie alle firme raccolte dal PDS) che uccide il proporzionale.

I radicali si prefiggono esplicitamente l’obiettivo di uccidere la democrazia parlamentare e di passare al sistema “americano”. Con due soli partiti. In realtà con due soli grandi comitati elettorali per leader finanziati esplicitamente da tutte le lobbies possibili ed immaginabili. Il furore ideologico del signor Pannella e della signora Bonino vengono premiati e l’opinione pubblica sostanzialmente vota per protesta contro tangentopoli. La gente è furibonda perché i partiti gestiscono il potere in favore di se stessi e delle cordate finanziarie ed industriali loro amiche e sostanzialmente vota implicitamente per un progetto che prevede che i leader possano gestire il potere come vogliono e che le cordate del malaffare consustanziale al sistema economico vincente possano dominare i partiti. Se prima dovevano avere “amici” nel sistema politico per riprodurre i propri affari e conseguentemente dovevano pagare tangenti ora dovranno essere i partiti ad avere “amici” nel sistema finanziario per sperare di esercitare la funzione di governo. È la coronazione del sogno liberale e liberista (liberale e liberista è lo slogan dei radicali dell’epoca) che vuole santificare il dominio del mercato, delle lobbies, sulla politica e che pretende partiti leggeri e solo elettorali a loro volta dominati da leader – padroni.

Ma il parlamento, utilizzando l’esistente e non abrogata legge che prevedeva il rimborso delle spese elettorali, sostanzialmente aggira l’esito referendario e dilatandola salva il finanziamento pubblico ai partiti.

Qui c’è una prima riflessione da fare.

I radicali, che sono contro la pena di morte, per i diritti civili e per uno stato totalmente laico, come tutti i veri liberali, fanno finta di non sapere che negli USA, il loro modello, mai può succedere che un candidato alla presidenza che si proponga di abolire la pena di morte o di abrogare le leggi paradossali integraliste vigenti in moltissimi stati (ce ne sono pure dove per legge è proibito il coito orale fra coniugi) vinca le elezioni. Come succede oggi nel PD per i diritti degli omosessuali, guarda caso, nel PD statunitense ci sono minoranze contrarie alla pena di morte che riescono a malapena ad eleggere qualche deputato o senatore, sapendo benissimo di poter solo testimoniare una posizione senza cambiare nulla della legislazione vigente.

La funzione dei partiti prevista nella costituzione italiana e il sistema parlamentare sono capaci di raccogliere le istanze maturate nella società, di trasformarle in leggi e di spingere in avanti in senso progressista il paese. Non sarebbe stato possibile votare il divorzio in parlamento senza la spinta delle donne che da anni erano riuscite a cambiare il senso comune della società, con lotte individuali e collettive di grandissima portata. Ma, una volta votata quella legge che aveva basi solide nella società, ogni tentativo reazionario di tornare indietro non poteva che fallire. E sono seguiti solo altri importanti avanzamenti nel codice penale e con l’aborto. Perché il parlamento era comunque un passo avanti della società nel suo complesso. Una società complessa ed articolata, ricca di spinte e conflitti sociali, ed un parlamento rappresentativo producono passi avanti. Una società atomizzata, individualizzata, fondata sulla competizione assolutizzata e un parlamento maggioritario producono passi indietro. E non esiste una repubblica parlamentare che non sia fondata sui partiti. Mentre una repubblica presidenziale e/o bipolare e maggioritaria non solo può, ma per molti versi deve, sbarazzarsi dei partiti “pesanti” in favore di partiti del laeder, leggeri ed eclettici dal punto di vista culturale e ideologico.

Al di la della propaganda e perfino delle intenzioni dei radiali e soprattutto degli elettori l’attacco al finanziamento ai partiti, per quanto contenuto negli anni 90 dal parlamento e ritornato in voga oggi in modo prepotente, ha un segno preciso. L’uccisione della democrazia rappresentativa è l’obiettivo.

Oggi l’attacco è furibondo e si avvale di un dato oggettivo. Come abbiamo più sopra detto i partiti sono cambiati. C’è ancora formalmente una repubblica parlamentare. Ma i partiti sono fatti su misura di una repubblica presidenziale, perché il bipolarismo, la preminenza del governo sul parlamento, e le leggi elettorali maggioritarie, in quella direzione spingono. Oggi sono i partiti ad avere bisogno di relazioni “intime” con i poteri forti economici, che infatti, come capita spessissimo negli USA, tendono ad autorappresentarsi politicamente. In un momento di pesanti sacrifici imposti dalla dittatura del mercato ma votati dai maggiori partiti è evidente che la popolazione senta odio per i partiti. Ma il sistema è in grado di trasformare quel giusto sentimento, per quanto primitivo e confuso, della cittadinanza in un punto a suo favore. I cittadini non sono costituzionalisti raffinati, giuristi illuminati, militanti generosi. Sono individui soli, incerti ed insicuri, e sono facilmente manipolabili. La sovranità popolare non è la stessa in una società fondata sul lavoro e sull’organizzazione sociale o in una società atomizzata. Nella prima un referendum suggestivo, magari sulla pena di morte dopo un terribile fatto di cronaca, non riesce a vincere. Nella seconda passa alla grande.

Ed è per questo che oggi, nel pieno della crisi capitalistica e delle sue abnormi conseguenze il furore popolare delle plebi urlanti, magari via internet, ma totalmente subalterne alla cultura dominante si può indirizzare verso facili bersagli riuscendo ad ottenere il passaggio ad una “terza repubblica” totalmente e più coerentemente americanizzata.

Così gli abusi evidenti, valga il famigerato caso Lusi, che dovrebbero dimostrare la degenerazione dei partiti in cordate gestite privatamente diventano l’occasione per attaccare la funzione dei partiti e per mettere ciò che ne rimane in balia dei potentati economici. Unici a poter decidere della sorte elettorale dei partiti nel caso venga abrogato qualsiasi finanziamento pubblico.

È fin troppo evidente che è una stortura un finanziamento dei partiti mascherato da rimborsi elettorali. Tuttavia su questa stortura non si dovrebbe fondare una serie infinita di mistificazioni.

Quando c’era il finanziamento dei partiti era previsto anche un relativamente modesto rimborso per le spese elettorali. Quello era il semplice rimborso, per giunta parziale, delle mere spese della campagna elettorale. Una volta abrogato il primo e dilatato il secondo il “rimborso” ha assunto la funzione di effettivo finanziamento pubblico ai partiti.

Come ho già detto io penso sia stato un errore fin dall’inizio accettare anche la sola idea di finanziamento pubblico. Ma una volta accettata bisogna parlarne seriamente e non superficialmente.

La funzione dei partiti prevista dalla costituzione prevede che essi producano progetti, programmi, che abbiano una rete di collegamenti con gli organismi sociali, che producano cultura ed abbiano un’intensa vita democratica. Tutte queste cose concorrono a partecipare alle elezioni essendo il veicolo della rappresentanza di pezzi grandi della società. E tutte queste cose necessitano di apparati e di soldi per essere realizzate.

Un partito della prima repubblica, per fare un solo esempio, deve occuparsi del sistema dei trasporti nel paese. Per farlo non può improvvisare quattro slogan da mettere nel volantino in campagna elettorale. Deve avere una commissione che se ne occupa. Che produce materiali e tiene collegamenti con il sindacato, con le imprese pubbliche e private del settore, con le facoltà universitarie coinvolte, con le proprie organizzazioni territoriali maggiormente coinvolte (basti pensare alle città sedi di grandi cantieri navali o di snodi ferroviari). Ogni tanto deve organizzare un convegno nazionale sul tema. E partecipare a convegni di altri in Italia e all’estero. I parlamentari saranno i terminali di un grande lavoro collettivo e sapranno battersi e mediare a ragion veduta, prendendo decisioni e votando. In parlamento nella commissione trasporti e in aula quando si discuterà un provvedimento la discussione sarà alta, approfondita, seria. Le divergenze saranno chiare e i voti pure. E ciò sarà conosciuto dai lavoratori del settore, dalle imprese e dall’opinione pubblica interessata.

Un partito del leader nella “seconda repubblica” se va bene appalta a qualcuno di fiducia la propria posizione sui trasporti. Magari direttamente all’organizzazione settoriale della confindustria. O anche a un sindacato. Non avendo una ideologia e un progetto serio per il paese per questo partito sui trasporti si può andare a spanne. Avere posizioni dettate non dalla propria analisi ed elaborazione, bensì dalla convenienza politica (nel senso del quadro politico) del momento. Slogan generici e aleatori in un parlamento maggioritario, al momento delle decisioni, diventano l’alibi per fare qualsiasi cosa e giustificare qualsiasi scelta. Il dibattito sarà generico e potranno passare gli emendamenti e le posizioni lobbistiche molto più facilmente.

Per un parlamento fatto così non c’è bisogno di partiti pesanti, organizzati, con apparati e conoscenze, e quindi dagli alti costi. Basta un leader, i suoi amici ai quali appaltare la produzione delle posizioni necessarie, e un parlamentare qualsiasi per ripeterle come un pappagallo, nel caso non sia direttamente il lobbista a diventare parlamentare.

Tornando al famoso caso Lusi, è evidente che un partito come la Margherita (sic) essendo del tipo della seconda repubblica usava il finanziamento pubblico per gli scopi che alla fine abbiamo visto. Il PRC, per esempio, li ha sempre e solamente usati come un partito della prima repubblica. Con l’aggiunta, sempre ignorata dai mass media, dei contributi dei parlamentari che versavano circa il 60 % di tutti gli emolumenti (non della sola indennità) che ricevevano. 

Apro un piccolissima parentesi. Pochi mesi fa ho ascoltato con le mie orecchie il signor Calderoli, al quale il partito pagava un lussuoso appartamento, dire: “ma io verso 2000 euro al partito ogni mese!” Ebbene, i parlamentari del PRC versavano circa 8000 euro ed ovviamente a nessuno veniva pagata la casa a Roma. Chiusa parentesi.

I mass media hanno trattato la vicenda Lusi come se tutti i partiti fossero uguali e soprattutto, ed è questo veramente tanto efficace quanto mistificatorio, come se le spese elettorali fossero la mera produzione di manifesti e iniziative in campagna elettorale. Come se l’attività politica si riducesse alle elezioni e alla stampa dei manifesti con la faccia del leader. In particolare vorrei segnalare la potente mistificazione ulteriore consumata proprio sul caso Lusi. Un vero ed inarrestabile coro si è levato per dire: ma come è possibile che un partito morto continui a incassare il finanziamento pubblico? Sembra la segnalazione di una cosa inconfutabile. Ma non è così. Né politicamente né giuridicamente.

Ho già detto la mia opinione sull’abuso che evidenzia di quale natura fosse il partito della Margherita. Spero di non venir interpretato maliziosamente. Ma la mistificazione è una mistificazione e non si dovrebbe tacere.

Se il “rimborso elettorale” è riconosciuto in quanto tale dalla legge ed erogato ratealmente anno per anno dopo le elezioni, perché un partito confluito con un altro in un partito più grande dovrebbe perdere le rate successive alla confluenza? Se il rimborso fosse stato erogato in una unica soluzione si potrebbe pretenderne la restituzione nel caso il partito in oggetto si unisca con un altro? Anche un bambino capisce che la rateazione e il concetto di rimborso adottati sono in realtà un finanziamento analogo a quello della prima repubblica. E ancora. Si può, come i soliti geni dei talk show hanno detto mille volte in questi mesi, dire che il rimborso avrebbe dovuto essere erogato solo contro fatture? Un partito i cui militanti affiggono i manifesti gratuitamente che fattura presenta? Un partito che negli anni precedenti alle elezioni ha fatto tre convegni nazionali sull’immigrazione o su qualsiasi altro tema, per preparare la propria proposta e per presentarla agli elettori, che fattura presenta?

Queste mistificazioni sono servite, eccome se sono servite!, a considerare il caso Lusi come la punta di un iceberg, mettendo non solo tutti i partiti ma lo stesso sistema parlamentare fondato sui partiti previsti dalla costituzione sotto processo. Non è un caso che sorgano numerosi tentativi di legiferare per imbrigliare i partiti in norme che codifichino e santifichino il modello di partito leggero e dominato da un leader.

Ovviamente tutto ciò  non cancella di una virgola quanto ho scritto sulla degenerazione dei partiti e sull’odio che hanno suscitato nella popolazione. Ma pensare che sia salutare uccidere i partiti in favore di aggregazioni ultrautoritarie e dominate da consorterie più o meno oscure, come è il caso del Movimento 5 stelle (sic) che è l’attuale campione della lotta per uccidere i partiti, è fare un pessimo servizio alla democrazia, comunque aggettivata.

Ma, per essere efficace, questa campagna deve nutrirsi anche della delegittimazione del parlamento.

Ho già cercato di dimostrare che gli strali contro il parlamento dei nominati, pur avendo una base oggettiva relativa alla natura monarchica e liederistica dei partiti, nascondono l’obiettivo di trasformare definitivamente i partiti nel regno dei personaggi dotati di clientele e appoggi dei poteri forti. Curiosamente, ma non troppo, si parla continuamente dei costi esorbitanti della politica e si omette il dettaglio che le campagne individualizzate per le preferenze decuplicano i costi.

Un parlamento bombardato di decreti legge del governo e di voti di fiducia, nel quale i regolamenti sono stati cambiati per impedire l’ostruzionismo e per ridurre l’attività del parlamentare al voto obbediente, nel quale il trasformismo e la migrazione da un gruppo all’altro e dall’opposizione alla maggioranza sono esaltati esattamente dalla natura bipolare del sistema elettorale, non può che apparire delegittimato di fronte agli elettori. Stipendi e privilegi risultano inaccettabili agli occhi di un’opinione pubblica manipolata. La crisi sarebbe così il prodotto dell’inadeguatezza del parlamento e della politica. Non il prodotto della finanziarizzazione dell’economia e della dominanza di precisi interessi capitalistici. Perché mercato e finanza sono oggettivi, sono come le leggi della natura, e se le cose non vanno la colpa è di chi non ha accontentato il mercato e soddisfatto le pretese ideologiche e concrete del sistema capitalistico.

Certo nel momento della crisi qualcuno apre gli occhi. Viene il dubbio che forse ci sia qualcosa di irrazionale nel “salvare” le banche private con o soldi pubblici facendo pagare il conto a chi ha da decenni subisce le conseguenze di una politica economica delinquenziale.

E allora ecco il potenziamento della campagna contro il parlamento.

L’ultimo capitolo di una lunga serie che va avanti da quando c’è il bipolarismo, è la bufala secondo la quale capita che per discutere di cose importantissime ci sia un’aula praticamente vuota.

È capitato di nuovo recentissimamente in occasione dell’iscrizione in aula della famosa riforma del finanziamento pubblico dei partiti.

Tutte le TV, tutti i giornali, centinaia di siti internet, e chi più ne ha più ne metta hanno “informato” gli italiani che l’aula di Montecitorio quando si doveva discutere della cosa oggetto della massima attenzione da parte del popolo italiano, era desolatamente vuota. C’erano si e no una ventina di deputati. E giù giudizi, immagini panoramiche dell’aula vuota, gran spreco di aggettivi. In molti hanno perfino detto che l’aula deserta ha turbato le scolaresche che in quel momento visitavano Montecitorio. Diversi accigliati commentatori hanno parlato di autogol della politica e di enorme favore all’antipolitica di Grillo. E basta dare una scorsa ai commenti sul sito di Grillo per vedere che effettivamente si è andati all’incasso.

Ci può essere una dimostrazione più eloquente del livello infimo raggiunto da parlamento e parlamentari?

Peccato che è tutto falso. Totalmente falso.

I giornalisti parlamentari della carta stampata o delle TV, e moltissimi di quelli che hanno commentato, sanno benissimo che qualsiasi legge venga discussa dall’aula ha diverse fasi di discussione. La prima delle quali è collocata sempre in giornate nelle quali non sono previste votazioni. E sanno benissimo che la discussione generale (questo è il termine esatto) si svolge esclusivamente per dare l’opportunità ai gruppi, anche con diversi interventi per ognuno, di mettere a verbale le proprie posizioni. Poi seguiranno le convocazioni dell’aula per esaminare gli emendamenti e votarli e infine per esprimere il voto finale sulla legge con relative dichiarazioni di voto finali. In discussione generale non essendo previste votazioni non esiste il numero legale. In tutte le altre fasi si, e naturalmente l’aula sarà piena.

Inoltre, capita quasi sempre che durante una discussione generale di una legge le commissioni parlamentari siano riunite, tranne quella che ha istruito la legge in oggetto. Capita cioè che i parlamentari siano presenti e stiano lavorando nelle loro commissioni e discutendo di altre leggi. Del resto ciò che viene detto dagli unici presenti e iscritti a parlare può essere ascoltato in diretta radiofonica, televisiva, e comunque letto mezz’ora dopo in internet o sui resoconti stenografici sulla carta il giorno dopo.

Insomma, perché un parlamentare che non è iscritto a parlare e che nemmeno volendo potrebbe parlare, giacché i tempi sono contingentati, dovrebbe recarsi a Roma un giorno prima o disertare il lavoro della sua commissione, per fare numero in aula?

Ora, i giornalisti parlamentari italiani, spesso pagati più dei parlamentari stessi, in moltissimi casi sono ignoranti. Non sanno che differenza c’è fra un ordine del giorno e una mozione. Non conoscono i regolamenti parlamentari. Loro si non ascoltano le discussioni generali per capire bene le posizioni dei gruppi e per poter apprezzare le vere differenze. Di solito bivaccano in transatlantico cercando di carpire pettegolezzi o conversazioni riservate per poter fare gli “scoop” in concorrenza fra loro. Danno vita a curiose formazioni in forma di grappoli umani al seguito del “leader” di turno che attraversa il transatlantico. Ma, per la miseria!, non possono non sapere che in una discussione generale in aula ci sono solo gli iscritti a parlare.

Eppure regolarmente da almeno venti anni, in alcuni momenti topici, ritirano fuori lo scoop dell’aula vuota. Mentono sapendo di mentire.

E siccome l’opinione pubblica non è certo tenuta a sapere nel dettaglio i regolamenti e le consuetudini dei lavori parlamentari, la manipolano a loro piacimento dando false notizie tese semplicemente a screditare tutto il parlamento.

Anche il parlamento è effettivamente degenerato. Ridotto a curve (con tanto di slogan gridati e cartelli) contrapposte. Teatro di sceneggiate assolutamente finte. Reso impotente dall’abuso dei poteri del governo. Ma lo è per effetto del maggioritario, del bipolarismo.

Con la campagna contro il parlamento, che non esita ad avvalersi di falsi e demagogie di ogni tipo, si spiana sola la strada ad un’ulteriore spettacolarizzazione e separazione della politica e soprattutto a un tendenziale e inarrestabile autoritarismo.

Abbiamo tralasciato di parlare delle formazioni “alla sinistra” del PD. Meritano una analisi più approfondita. Lo faremo nell’ultima parte insieme alle conclusioni.

Continua…

 

ramon mantovani

 

Solo adesso si può invertire la tendenza alla sconfitta.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 aprile, 2010 by ramon mantovani

Le elezioni regionali sono ormai passate.

Hanno chiarito diverse cose anche se, come al solito, sulla stampa e in tv già c’è un tourbillon di interpretazioni, di dichiarazioni, di previsioni sul futuro del centrodestra e del centrosinistra e di personaggi vari, che rende la politica (la politica-spettacolo ufficiale) una cosa realmente estranea agli interessi, ai bisogni ed anche alle immediate necessità della società. Tengo a ribadire, come i lettori del blog ormai sanno bene, che indugiare e lasciarsi trascinare da questo modo di discutere alimenta ed aumenta uno dei principali problemi del paese: la separatezza della politica (e del circo massmediatico ad essa connesso) dalla società e l’impermeabilità delle istituzioni (per questo sempre meno democratiche e/o ormai ademocratiche) a qualsiasi contenuto che metta in questione gli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese.

Qui ci sono le mie modeste riflessioni sui risultati elettorali. Non esaustive, non complete, ma che cercano comunque di affrontare quelle che a me sembrano le cose essenziali senza cedere alla tentazione della faziosità, della superficialità e della sostituzione della realtà con suggestioni.

Lo dico apertamente e chiaramente: chi volesse discutere a suon di slogan, di insulti, di urla, di descrizione unilaterale dei problemi e così via può tranquillamente rivolgersi ad altre decine di siti e divertirsi a litigare, a “sfogarsi” e soprattutto ad illudersi che questo modo di ragionare e discutere sia una forma di partecipazione e non, invece, un contributo alla distruzione della intelligenza critica e della buona politica.

Premetto che non dispongo di studi sui flussi elettorali e che non incentrerò i miei ragionamenti sugli zero virgola in più o in meno di questa o quella lista. Cercherò, sperando di riuscirci, di stare sui punti che a me paiono salienti e che emergono chiaramente da questo risultato elettorale.

Cominciamo.

Primo punto: l’astensione crescente.

Qui sarebbe proprio utile uno studio sui flussi elettorali che chiarisca chi sono i nuovi astensionisti, dove abitano e, anche all’ingrosso, qual è la loro condizione sociale. Avere questi dati sarebbe molto più importante che il sapere quali liste i nuovi astenuti avevano votato in passato. Dico questo per un motivo preciso perché, come vedremo più avanti, il gioco politico bipolare e presidenzialista prevede sempre più, esattamente, che si riesca a vincere non tanto e non solo conquistando consensi facendo cambiare opinioni alle persone in cane ed ossa, agli strati sociali sulla base dei loro interessi e producendo cambiamenti nell’opinione pubblica e nel senso comune. Come si è visto, bene e meglio che in passato, in questa tornata elettorale si contava più sul fatto che l’astensionismo colpisse l’avversario riuscendo a mobilitare il proprio elettorato non su idee e programmi bensì contro il nemico presentato come la sentina di tutti i mali. Credo nessuno possa negare che i mesi che hanno preceduto la campagna elettorale con gli innumerevoli scontri sulle vicende giudiziarie e l’aggiunta della ridicola (e al tempo stesso drammatica dal punto di vista democratico) vicenda delle liste del pdl abbiano consistentemente oscurato quelli che avrebbero dovuto essere i contenuti concreti della contesa elettorale. Tutto questo è in parte un prodotto oggettivo del sistema presidenzialista e bipolare (ricordo che in tutte le regioni vige un sistema contemporaneamente maggioritario e presidenzialista). Questo tipo di sistema elettorale convive strutturalmente con un forte astensionismo. Può capitare, e capita, che nonostante la natura escludente del sistema un leader dotato di forte carisma e capace di suscitare una speranza di cambiamento vinca elezioni proprio mobilitando quella parte della società normalmente silente e disinteressata alla contesa percepita come interna al ceto politico. E’ il caso di diversi paesi latino americani ed è perfino il caso degli USA e della campagna elettorale di Obama. Non approfondisco il tema dell’analisi di queste eccezioni per brevità. Anche se va detto che comunque la crescita dei votanti in condizioni eccezionali in questi sistemi non arriva neanche lontanamente a pareggiare il grado di partecipazione garantito dai sistemi proporzionalisti e parlamentari. Ma, senza alcun dubbio, non è il caso dell’Italia, come vedremo meglio più avanti quando parleremo dell’esito dello scontro fra centrodestra e centrosinistra.

Si può dire, in conclusione su questo primo punto, che l’astensionismo crescente non è un accidente bensì un effetto strutturale del sistema e che la campagna elettorale nazionale dei due schieramenti l’ha incrementato e desiderato fortemente nella speranza che colpisse l’avversario. Ogni discussione (e si vede già come per questo tenda a scomparire) che pretenda di parlare dell’astensionismo senza mettere in questione il sistema presidenzialista-maggioritario è semplicemente un vero e proprio imbroglio.

Secondo punto: chi ha vinto?

La risposta per me è semplicissima. Ha vinto la destra. Il centrosinistra governava in 11 regioni su 13. Normalmente il governo tende a perdere consensi a metà legislatura e non si può certo dire che Berlusconi non abbia dato mille motivi per vedere incrinato il suo rapporto con diversi strati sociali. Eppure, inusitatamente, si è discusso del risultato come se la partita fosse stata giocata su un altro pianeta. Il centrosinistra (ma come vedremo sarebbe meglio dire i centrosinistra) ha perso Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. E non va dimenticato che aveva già perso Abruzzo e Sardegna. Gli apologeti del maggioritario presidenzialista dopo aver sempre sostenuto che il bello del sistema è proprio che i cittadini decidono inequivocabilmente chi vince non hanno esitato a sfoderare argomenti astrusi per dire che si è pareggiato, che la Lega ha vinto e che questo creerà problemi a Berlusconi, che il PD ha perso solo lo zero virgola. Tutte sciocchezze! La verità è che la destra può effettivamente cantare vittoria. Anche perfino perché i soloni del PD e del centrosinistra avevano detto, sondaggi alla mano, che avrebbero perso al massimo due regioni. Come si vede a livello nazionale la partita è stata giocata proprio affinché desse un responso sullo scontro tra centrodestra e centrosinistra allusivo delle elezioni politiche. E così è stato, inequivocabilmente. Con il conseguente oscuramento dei problemi delle regioni e dei contenuti reali che, infatti e proprio per questo, sono stati trattati come vassalli della vera contesa e in diversi casi in modo assolutamente simile fra centrodestra e centrosinistra. Parlo, per fare un solo esempio, del cosiddetto federalismo fiscale. Inoltre esiste un altro aspetto dello scontro che costituisce un punto gravissimo di degenerazione del sistema presidenzialista. La crescente personalizzazione della politica, l’enorme numero di liste molte delle quali espressione diretta dei candidati presidenti, la competizione sulle preferenze (le facce dei candidati con slogan ridicoli e identici fra loro al punto che togliendo il simbolo della lista non era possibile identificarne l’appartenenza politica o uno straccio di proposta programmatica. Il più gettonato, credo, l’ormai immancabile “UNO DI NOI”), la campagna elettorale sempre più costosa e corredata di cene offerte, dell’aperto sostegno dei pescecani della speculazione fondiaria e del settore del privato nella sanità e soprattutto dal crescente clientelismo. Tutto ciò c’entra con la domanda: chi ha vinto? Si! C’entra moltissimo. Perché vince e dilaga una concezione della politica che con la rappresentanza di programmi, di interessi e bisogni sociali non c’entra nulla. Questo processo di mutazione genetica della politica, delle istituzioni, è una sconfitta netta della democrazia e della rappresentanza in favore del tifo acritico, del potere personale di personaggi locali mostruosi, della riduzione dei cittadini a clienti. In questo vincono sia il centrodestra sia il centrosinistra, vince il bipolarismo, e perdono la democrazia, la partecipazione e qualsiasi opzione e proposta di cambiamento reale. Vince quella che gli italiani conoscono ormai come “casta”. Come corpo separato dalla società e che in nome del governo dell’esistente trasforma la politica in una mera tecnica di potere che riduce o al massimo assimila i contenuti in “immagine” e “visibilità”, e cioè nella politica-spettacolo. Non importa quasi nulla se una proposta di cambiamento reale, capace di colpire veramente gli interessi di chi ha prodotto la crisi, la devastazione del territorio e di chi specula sulla disperazione sociale crescente, tenta la strada della convivenza nel e col sistema bipolare o se tenta la strada impervia della solitudine. Il risultato è che il cambiamento appare come impossibile attraverso le elezioni e che perfino buoni risultati come quelli delle liste di Grillo (ma ne riparleremo più avanti) sono letti più per gli effetti indiretti prodotti sulla vera contesa (per esempio: “hanno fatto perdere la Bresso”) che non per la capacità di trasformare contenuti in leggi e azione di governo. Vi è infine, sempre per rispondere alla domanda iniziale, l’indubitabile vittoria della Lega. Non tanto e non solo per i voti raccolti, quanto per l’avanzata politica. La Lega ha scelto scientemente di investire sulla guerra fra poveri e sul “federalismo”. Su questa politica ha egemonizzato l’intero centrodestra. Ma questa non è demagogia e basta. E’ una idea coerente della società e delle istituzioni. Quando Umberto Bossi dice “la sinistra è sparita perché si occupa del proletariato esterno mentre noi vinciamo perché ci occupiamo del proletariato interno” cavalca una doppia terribile verità. La prima è che non c’è più chi difende il proletariato in quanto tale. Ovviamente non parlo di enunciazioni teoriche e di simboli. Parlo della coerenza fra idee, pratica sociale, programmi e proposte istituzionali. Se il centrosinistra è e soprattutto appare d’accordo con la precarietà, con le imprese, e il sindacato è ed appare come complice o al massimo come inefficace nella difesa degli interessi dei lavoratori e, contemporaneamente, il centrosinistra appare come difensore dei diritti degli immigrati dal punto di vista liberale, il gioco è fatto. Nessuno difende il proletariato, ne promuove le lotte nella sfera della politica ufficiale, lo unifica e costruisce la coscienza della propria funzione nella società ed anche nella cultura. Quando succede questo e c’è chi propone gli interessi degli “italiani” contro gli stranieri fregandosene dei principi liberali di cittadinanza, della cultura dell’accoglienza e del razzismo, chi difende i diritti degli immigrati è avvertito come nemico o, se va bene, come stupido “buonista”. Per fare un esempio calzante bisogna guardare al problema della casa. Se il centrosinistra ha privatizzato le case popolari, se dove governa non ne costruisce di nuove, se se la fa con i costruttori edili e con gli speculatori come fa a vincere contro chi fa le stesse cose ma propone che le poche case popolari devono andare agli italiani e non agli stranieri? Predicando che per la legge chi è residente e paga le tasse entra in graduatoria senza distinzione di nazionalità? Il principio liberale è giusto ma quando si separa dalla soluzione dei problemi sociali e c’è chi intraprende sui sentimenti egoistici, sulla disperazione e sulla solitudine sociale è sicuramente destinato ad essere sconfitto e travolto. Se poi, il centrosinistra, invece che smetterla di accettare come leggi naturali le speculazioni edilizie e i bilanci pubblici ridotti, comincia a produrre sindaci sceriffi, personaggi come Penati e De Luca e ad imitare la Lega il risultato è la distruzione definitiva della convivenza sociale e dello stesso stato di diritto liberale. Ammesso che questo modo di concepire la politica funzioni elettoralmente (ma come si vede funziona solo parzialmente) e che alla fine, fra qualche anno, si possa battere la Lega e la destra sul suo terreno, avremmo una moderna società dell’apartheid. E qui viene la seconda terribile verità che la Lega cavalca. Se la tendenza imperante a distruggere i legami sociali, la convivenza, l’unità del proletariato (per dirla con Bossi che come si vede non si vergogna di usare termini “vetero”), è un prodotto diretto del funzionamento del mercato e del sistema capitalistico ci vuole un altro sistema politico-istituzionale sia per “governare” più efficacemente gli effetti spontanei del mercato sia per mettere definitivamente al riparo istituzioni e politica dai contraccolpi che potrebbero nascere nella società. Ed ecco il binomio che avanzerà prepotentemente molto presto: federalismo e presidenzialismo. Federalismo come egoismo sociale connesso all’egoismo fiscale e presidenzialismo come autoritarismo e comando. Non credo di aver esagerato, quindi, nel parlare di inequivocabile vittoria della destra e della Lega e di rafforzamento del bipolarismo che, infatti, forte di questo risultato elettorale si appresta a partorire federalismo e presidenzialismo.

Terzo punto: il centrosinistra.

Secondo il mio modesto parere il centrosinistra è morto con le elezioni regionali sarde l’anno scorso. Figuriamoci con queste! Ma deve essere ben chiaro che io non parlo dei meri voti e soprattutto che parlo del centrosinistra dal punto di vista dei suoi ideatori e protagonisti. Ormai è evidente, per chi vuole guardare in faccia la realtà, che dopo la formula centrosinistra più rifondazione comunista del 96, quella dell’Ulivo del 2001, quella dell’Unione nel 2006, quella del PD più l’IDV del 2008, non c’è più un’unica formula. Nelle 13 regioni abbiamo avuto una miriade di formule diverse e contraddittorie. PD, IDV, Sel, Verdi e Fed. Sinistra (Emilia, Toscana, Veneto, Umbria, Puglia); PD, IDV, Sel e Verdi (Lombardia, Campania); Pd, IDV, Sel, Verdi, UDC e Fed. Sinistra (Liguria); PD, IDV, Sel, Verdi, UDC e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Piemonte); PD, IDV, Sel, Verdi e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Lazio, Basilicata); PD, IDV, Verdi e UDC (Marche); PD, Sel e Fed. Sinistra (Calabria). 13 regioni e ben 7 formule diverse di centrosinistra. Ed ho omesso i socialisti perché sarebbe stato ancor più complicato. Qui non si tratta, come in passato, di una formula o di una coalizione che poi, per esempio, in alcune regioni o elezioni nazionali si allea col PRC o meno. Si tratta, invece, di formule completamente diverse fra loro. Potrei spingermi a dire che il PD non esiste più. Non perché non raccolga voti bensì perché, dal suo stesso punto di vista e alla luce di questo risultato, non ha una idea, nemmeno prevalente, di cosa debba raccogliere intorno a se per vincere le prossime elezioni, che non sia “mettiamo tutto insieme, dall’UDC alla Federazione della Sinistra”. E’ evidente (e sottolineo che parlo del punto di vista del PD) che al di la delle dichiarazioni formali (abbiamo pareggiato) la sensazione è di totale sconfitta. E’ sconfitta da tempo l’idea dell’autosufficienza, ma è parimenti sconfitta l’idea che si possa fare un accordo solido di governo con l’UDC facendo a meno della Federazione della Sinistra o, tanto meno, viceversa. L’esistenza della lista di Grillo fuori da questi confini, i successi dell’IDV e di Sel in Puglia che non potranno non pesare nel profilo della coalizione a scapito del PD, l’ambiguità dell’UDC rispetto alla possibilità di unire tutto il possibile e (mi sia consentito di dire chiaramente) la non disponibilità della Federazione della Sinistra ad accedere ad un accordo di governo, sono tutte cose che depongono a favore della mia tesi: il centrosinistra come formula di governo per vincere contro la destra è morto. Inoltre il PD, ma anche l’IDV e Sel come si vedrà abbastanza presto, non hanno una idea di società, un programma di governo in testa e una leadership unita. Ne fra di loro ne ognuno di loro al proprio interno. I piccoli e grossi potentati locali fatti di personaggi con i loro intrecci di potere pronti a remare contro quando gli conviene e ad appoggiare indifferentemente questo o quel personaggio nazionale solo sulla base di interessi propri (spesso inconfessabili) dilaniano il PD molto più di quanto non appaia. Il PD è un partito che in quanto tale non ha identità politico-culturale, non ha una idea di società (basti pensare che non è un partito laico) e si tiene insieme sulla base dell’unico obiettivo di vincere e di occupare le posizioni di governo, per governare l’esistente e gestire in prima persona i rapporti con i poteri forti. Tutto ciò non depone a favore della sua capacità di funzionare davvero come centro gravitazionale di una ampia coalizione capace di vincere contro la destra italiana. Se la crisi non è evidente come dovrebbe è solo grazie a Berlusconi che funziona paradossalmente da collante per il sistema di alleanze del PD. Ma si comincia a vedere, al punto che riaffiorano manovre, anche avventurose, per conquistare l’egemonia dentro lo schieramento opposto a Berlusconi, che passano inevitabilmente anche all’interno del PD. Ognuno lo può vedere ogni giorno sui giornali e nei talk show. A me, dopo questa, chiamiamola così, concessione ad una analisi fatta dal punto di vista di chi concepisce in questo modo la politica, non interessa approfondire ulteriormente. Se non sul prossimo punto.

Quarto punto: Vendola.

Su questo punto mi sforzerò, e spero di riuscirci, di lasciar da parte i risentimenti, anche personali, e il mio giudizio su Sel e su Vendola per tutto ciò che nei due anni scorsi hanno fatto per distruggere rifondazione comunista. In politica ci sono durezze, e come ci sono sentimenti ci sono risentimenti. Ma non possono e non debbono mai condizionare l’analisi e guidare l’azione. Sempre che si abbia una concezione seria della politica. La prima, e ultima, cosa che dico sul passato è che Vendola ha costruito scientemente una parte importante della propria immagine nazionale, con l’attiva collaborazione dei mass media, sulla base di un cinico imbroglio. Avrebbe promosso, insieme ad altri, l’ennesima scissione di rifondazione comunista perché quest’ultima si sarebbe trasformata in un mostruoso aggregato di stalinisti, illiberali, nostalgici e perfino omofobi, nel quale il nostro non poteva più riconoscersi. Per fare cosa? Per invocare l’unità della sinistra (sic!). Una sinistra tanto generica quanto priva di contenuti. Una sinistra, si badi bene, che essendo priva di contenuti si definisce principalmente attraverso il “cosa non è”. E così dalla sinistra che “non è liberista e moderata” e che “non è di questa società” si è passati, direi banalmente, ad una sinistra che “non è comunista”. Si potrà dire che l’identità comunista è vetero, sorpassata dalla storia, inattuale. Se così fosse allora dovrebbe essere chiaro che, una volta abbandonata la identità comunista, si mantengono fermi certi contenuti e posizioni. A dimostrazione che si può essere molto fermi su certi principi e perfino più radicali nei contenuti senza essere comunisti o addirittura proprio grazie a questo. Ma le cose non stanno così. Perché, per esempio, alle elezioni europee chi si è sempre battuto contro la Costituzione europea giudicata liberista e antidemocratica, contro Maastricht e tutta la politica economica delle tecnocrazie, contro la NATO e le politiche militari e di guerra ancorché “multilaterali”, contro Europol e il Mandato di cattura europeo, (e potrei continuare a lungo) ha preferito unirsi con chi è sempre stato favorevole ad ognuna di queste cose scrivendo un programma allegramente sorvolante su tutto ciò, invece che con chi ha mantenuto la contrarietà? Non ho citato principi astratti o contenuti identitari e simbolici. Ho citato cose sulle quali, se eletti, i candidati di Sel, collocati in ben tre gruppi parlamentari diversi, avrebbero dovuto votare. La sinistra unita, moderna, nuova, non nostalgica, non violenta, non comunista, è in realtà solo la sinistra che ha eretto un muro settario alla propria sinistra e lo ha abbattuto alla propria destra. E’ la sinistra che considera i contenuti variabili dipendenti dalle liste e dalle alleanze e non viceversa (come l’alleanza con il razzista De Luca dimostra). E’ la sinistra che appare ma non è nei fatti. E’ la sinistra delle doppie e triple verità. Che eredita dal passato il peggio e lo presenta come nuovo. Il “sol dell’avvenire” nel nome del quale si poteva fare ogni nefandezza nel presente diventa il “nuovo”, la demagogia e la retorica degli ideali (la poesia, mi dispiace, ma è cosa ben più seria!) e il “realismo” dei mille piccoli poteri da occupare. L’antirazzismo delle parole e l’accordo per governare insieme a chi dice “cacceremo i clandestini a calci nei denti”. Appunto. Ma so bene che nella politica-spettacolo di questi tempi è conveniente, per galleggiare e sperare di tornare in gioco, oscurare contenuti con il fumo della demagogia e apparire. Promuovere scissioni e gridare all’unità. Proclamare principi e disattenderli alla prima occasione. La stampa e i mass media godono per tutto ciò. E sorge, in mezzo a tanto imbroglio, l’immagine salvifica del leader. Se la sinistra è sconfitta nella società perché gli operai, gli studenti e gli insegnanti, i pensionati, i precari, gli omosessuali e i laici sono sconfitti e costretti a difendersi tutti i giorni da mille attacchi, per tornare a vincere basta che separi i propri destini da tutti costoro, che trovi un leader capace di bucare il video e che evochi speranze dall’interno del sistema, che ti liberi del passato di sconfitte per sognare di vincere. Da alternativa di società e di sistema a opzione suggestiva in uno degli scaffali del supermercato della politica spettacolo. All’uscita del quale c’è sempre una cassa dove pagare il conto. Mi dispiace, vorrei che non fosse così, ma questo è quello che penso di Vendola e di Sel.

So bene che la formula del centrosinistra di Vendola in Puglia è apparsa come vincente. E’ l’unica regione data in bilico dove il centrosinistra vince. So bene che la vicenda delle primarie è apparsa come la sconfitta della linea di chiusura a sinistra e apertura a destra di Bersani e D’Alema. So bene che tutto ciò appare come una suggestiva opzione per un futuro centrosinistra capace di battere la destra. So bene che i mass media (soprattutto quelli legati al mondo delle imprese, a cominciare dal Gruppo De Benedetti) descrivono Vendola come il nuovo leader ascendente e che avremo il bene di vederlo in tv ogni giorno. So bene tutte queste cose. Ma ci sono fatti inconfutabili. La crescita dell’astensionismo in Puglia è identica a quella nazionale e la Puglia rimane, con il suo 63,2 %, una delle regioni dove meno si è votato. Dalle elezioni regionali del 2000 a quelle del 2005 ci fu un incremento dello 0,3 % dei votanti. Da quelle del 2005 a queste ultime una perdita secca del 7,3 %. Dov’è la grande mobilitazione del popolo? Si può dire che l’astensionismo abbia colpito soprattutto la destra. Perché, allora, il centrodestra del 2005 prese il 49,55 % ed oggi, seppur diviso in due coalizioni, prende il 50,96 % contro il 49,69 % e il 48,69 del centrosinistra? In queste elezioni regionali, in realtà, il centrosinistra ha vinto solo ed esclusivamente perché l’UDC, che nel 2005 stava con Fitto con il 7,79 %, ha preso il 6,50% in una coalizione con l’ex missina Poli Bortone per un complessivo 8,71 %. La vera novità in queste elezioni regionali pugliesi è il grande successo della lista di Sel (che prende il 9,74) e della lista “la puglia per vendola” assimilabile al presidente (che prende il 5,53).

Intendiamoci, la vittoria elettorale del centrosinistra in Puglia c’è comunque stata. Così come è indiscutibile la vittoria personale di Vendola. Del resto, per quel che vale, è anche merito della lista della Federazione della Sinistra che, a dimostrazione del proprio settarismo, ha partecipato alla coalizione nonostante Vendola abbia fatto ogni cosa, nei due anni passati, per giustificare una nostra presentazione autonoma e nonostante il fatto che non si sia ottenuto dal Presidente uscente (mentre il PD era disponibile) una modifica della legge elettorale antidemocratica per cui una lista con il 5 % prende 5 consiglieri e una con il 3 e mezzo nessuno. Ma si può dire che questa esperienza sia significativa per costruire un modello di centrosinistra capace, anche solo elettoralmente, di vincere contro la destra? Per farlo bisogna per forza dire che il centrosinistra deve andare dalla federazione della Sinistra fino all’UDC e al MPA (che infatti stava con la Poli Bortone). Potrebbe essere guidata una simile coalizione da Vendola? Con quale programma? Con quale progetto di stato laico? Dico queste cose perché la suggestione secondo la quale Vendola avrebbe lanciato un’OPA (ma guarda che metafore usa la stampa!) sul centrosinistra e sullo stesso PD è discussione corrente sui giornali e lo sarà di più nei talk show televisivi. E Vendola, giusto per chiarire, ha già detto che Sel non serve e che bisogna costruire in tutta Italia le “fabbriche di Nichi” (sic!).

Insomma, la realtà e la politica spettacolo si separano sempre più. Il centrosinistra è in crisi ma può vincere se l’OPA di Vendola riesce. La destra ha vinto le elezioni regionali ma può perdere se l’UDC si schiera con un centrosinistra il cui programma scaturisce dalle “fabbriche di Nichi”.

Siamo messi male. Molto male! Non solo noi, irriducibili comunisti. E’ l’Italia che è messa davvero male!

Quinto punto: le liste di Grillo.

Prima di vedere gli effetti della presentazione delle liste di Grillo (si chiamano 5 stelle ma come recita il “non statuto” pubblicato sul blog di Grillo “Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.”) voglio spendere alcune parole sul “fenomeno Grillo”. Io continuo a pensare che sia un fenomeno reazionario. Il fatto che nel suo programma ci sia un buon 70 80 % di cose condivisibili e che i suoi strali riguardino nei fatti cose intrinseche (anche se così non viene detto perché sono sempre presentate come storture rimediabili) al sistema capitalistico, non toglie che si tratti della retorica di un predicatore. Le iperboli polemiche, gli insulti, i vaffanculo, le generalizzazioni facili, le suggestioni, che sono il vero contenuto del movimento, e che i mass media, e a ruota la politica-spettacolo, hanno battezzato come “antipolitica” qualificano, secondo me, il fenomeno come reazionario. Una cosa è un comico che usa paradossi, iperboli e anche il nonsense per parlare del mondo, della politica e del potere. Un’altra è un movimento politico fondato sul verbo del comico (ma è meglio dire del capo, del leader o del profeta). Non un movimento che crea un leader ma, viceversa, un leader che crea un movimento a sua immagine e somiglianza. Non un movimento dotato di contenuti e di una strategia per realizzarli bensì le intuizioni e le idee del capo a fondamento dei contenuti. Non la fatica della democrazia, della partecipazione, ma un capo che raduna folle di plaudenti seguaci che per “non statuto” non possono organizzarsi se non come, quando e perché vuole il capo. Tutto questo assomiglia ad una setta religiosa costruita attraverso la predicazione. E’ un prodotto spurio del sistema politico che essendosi separato dalla realtà sociale e dai contenuti fa apparire il fenomeno come antistemico. Ma il capo, l’uomo della provvidenza, il genio, il predicatore, il profeta, e i suoi seguaci, per quanto sembrino moderni e, per alcuni contenuti, progressisti, sono un modello reazionario di politica. Invito tutti a leggere il programma del movimento 5 stelle. Li si capisce bene che accanto a cose giuste e fattibilissime ce ne sono altre molto suggestive ma velleitarie ed impraticabili, ne mancano alcune come la laicità dello stato o i diritti dei migranti (e non a caso secondo me!), ma soprattutto non c’è una virgola su come realizzarle. O meglio, il problema non si pone. Pena il dover affrontare un giudizio diversificato sul resto del mondo a seconda di obiettivi comuni o meno. Il dover analizzare le cause dei problemi che si dice di voler affrontare. Il dover proporre una organizzazione democratica che si proponga di agire con una intelligenza collettiva. Ma queste cose sono incompatibili con il rapporto predicatore-seguaci. In particolare c’è un punto chiaramente reazionario. Un mafioso non può essere candidato al pari di un operaio condannato per un picchetto o per aver interrotto un pubblico servizio con il blocco, per esempio, di una autostrada. Un corrotto non può essere candidato al pari di un militante condannato per un reato di opinione. E a dettare queste regole è un pregiudicato per omicidio colposo per aver ucciso tre persone con la propria auto. Questo tipo di pregiudicato non si candida però può essere il capo del movimento e dettare le regole agli altri. Suvvia!

Detto questo, è evidente il successo delle liste di Grillo. Che, in ragione dei contenuti ambientalisti e simili o direttamente mutuati dal movimento no-global e della critica del sistema politico, raccolgono molti voti di protesta. Questo successo dimostra la pochezza del bipolarismo e della politica-spettacolo più che la credibilità delle liste di Grillo. Dimostra che esiste ancora un voto che si può esercitare “contro il sistema”. Ci vorrà tempo perché sia chiaro che il sistema tollera benissimo questo tipo di opposizione e che alla prova dei fatti si dovrà giudicare l’operato degli eletti delle liste di Grillo sulla base dei risultati ottenuti e dei loro comportamenti sui punti ignorati dal loro programma. Molto tempo. Troppo tempo. Perché, come vedremo meglio analizzando i voti della Federazione della Sinistra, che il voto di protesta si incanali e cristallizzi in una simile opzione è un bene per il sistema che può così ignorarli o usarli alla bisogna per regolare i conti al proprio interno.

Sesto punto: Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra.

Dico subito che considero negativo il risultato elettorale ottenuto dalla Federazione della Sinistra. Ma aggiungo anche subito che da almeno un anno (e ne sono testimonianza diversi miei scritti pubblicati qui sul blog) ho sostenuto che queste elezioni sarebbero state interne al ciclo delle sconfitte elettorali cominciate con le elezioni politiche del 2008. L’obiettivo non poteva essere che quello di contenere i danni. Se si fa politica seriamente bisogna saper vedere e prevedere anche le sconfitte, sia per non imboccare strade sbagliate ed illusorie sia, soprattutto per non dover ricominciare sempre tutto da capo, dopo ogni elezione. Più avanti parlerò, appunto, della linea politica scelta e delle prospettive. Intanto poche cose sul voto in se. E solo per confutare tesi secondo me sbagliate e letture superficiali. 1) Si perde di meno dove si sta in coalizione e, di conseguenza, si perde di più dove si va da soli. Questa tesi, apparentemente inconfutabile, è invece secondo me discutibile. Seppure sia sempre stata vera a causa dei ben noti effetti del voto utile, al netto di pochissime ed irripetibili eccezioni, oggi lo è di meno. Per due motivi: il primo è che pur stando in coalizione non si intercetta più il voto di protesta. Se è vero, come è vero, che l’esperienza di governo nazionale è stata distruttiva della nostra credibilità come forza alternativa, altrettanto si può dire per i governi regionali. So di fare una forse indebita generalizzazione, perché non sono mancate esperienze positive o parzialmente positive. Ma non si può non vedere, guardando all’astensione, come il sistema politico istituzionale e la personalizzazione prodotta dal presidenzialismo determini una devitalizzazione della nostra funzione. Una cosa è votare il PRC che su certi temi da battaglia, che ha il profilo di un partito capace, anche dentro il governo, di riprodurre il conflitto sociale esistente e perfino di supplire alla debolezza e dispersione del conflitto con un surplus di scontro destabilizzante dentro il governo. Un’altra cosa è votare il PRC (e la Federazione in questo senso è lo stesso) che si presume incapace di portare il conflitto dentro il governo, indebolito da una scissione e ritenuto, non importa se a torto, responsabile delle divisioni a sinistra, dedito a coltivare l’orticello ideologico e ad aggrapparsi agli ultimi scranni istituzionali per sopravvivere. Non è lo stesso! Quando abbiamo parlato della perdita di credibilità e della necessità di molto tempo per recuperarla abbiamo detto una cosa vera e giusta. Chi pensava e pensa che bastasse il recupero della falce e martello sul simbolo o l’abbozzo di un processo unitario comunista per invertire la tendenza si sbagliava e si sbaglia di grosso. Queste cose non bastano per recuperare voto di protesta e astensionismo. Non servono, e se gestite male possono addirittura essere un ostacolo, a recuperare voto di opinione. Il secondo punto è il tema a me caro della degenerazione del sistema politico, al quale siamo ed appariamo interni, che a livello locale, checché se ne dica, è peggiore che a livello nazionale. Non parlo solo del presidenzialismo e del bipolarismo. Parlo della rete di consulenze, incarichi e nomine, del clientelismo diffuso, dei privilegi e della costituzione di cordate e di piccoli potentati locali. Ma non mi dilungo su questo punto che ho trattato molto nei mesi scorsi e che, secondo me, spiega l’astensione in quasi tutte le sue sfaccettature. Se tutto ciò è vero la soluzione non sta e non consiste nel gesto estetico e testimoniale del “presentiamoci da soli”. Anche qui, non è lo stesso presentarsi da soli, scontando una perdita di voti, ma disponendo della credibilità e della massa critica sufficiente per portare nelle istituzioni il conflitto oppure presentarsi da soli senza avere quella credibilità, ridotti a dimensioni quasi insignificanti e con l’immagine di testimoni di un passato che non ternerà. C’è una sola esperienza veramente positiva. E non a caso. Quella delle Marche. Dove si tiene, pur scontando un arretramento elettorale importante, dal punto di vista politico. Per il semplice motivo che c’è ancora la massa critica sufficiente, che la coalizione di sinistra fra noi e Sel non ci qualifica come testimoni ideologici e che le elezioni hanno determinato un elemento di chiarezza politica, date le scelte del PD. Ma non bisogna consolarsi troppo facilmente. Le Marche sono state un’eccezione e comunque il risultato è favorito anche dall’assenza delle liste di Grillo. Ed è l’assenza di queste liste in Liguria, Toscana ed Umbria ad aver permesso una relativa tenuta in queste regioni. Come dimostrano inequivocabilmente i nostri risultati dove c’erano le liste di Grillo. Cosa io pensi del fenomeno Grillo l’ho già detto. Ma sarebbe molto miope non vedere e non sapere che molti nostri potenziali elettori hanno nei fatti oscillato fra l’astensionismo, il voto per le liste di Grillo e il voto per noi. Basta guardare al risultato di Bologna e dell’Emilia per rendersene conto. 2,79 % per noi e 6,00 % per Grillo in Emilia-Romagna. 2,27 % per noi e 7,54 % per Grillo in Provincia di Bologna. 2,05 per noi e 8,10 per Grillo a Bologna città.

Un ultimo dato mi interessa sottolineare. Quello della Calabria. Ma non quello del voto alla lista, della perdita consistente di consensi dalle europee o degli effetti, evidentemente nefasti, della scelta di stare e perpetuare una alleanza totalmente subalterna con Agazio Loiero. Parlo del voto di preferenza. In Calabria il rapporto fra voto di preferenza e voto di lista e dell’81,65 %. Contro il 55,31 % della Puglia, per fare l’esempio più vicino e di una regione a forte tradizione di voto di preferenza. Con punte come quella di Reggio Calabria dell’87 % (16.709 preferenze su 19.220 voti). Credo che questo dato debba suonare come un potente campanello d’allarme. Non c’è bisogno nemmeno che dica il perché.

Dette queste impietose cose sui punti che a me paiono salienti nell’analisi del voto e in attesa di studi più approfonditi dei flussi e di altri dettagli importantissimi come, per esempio, il rapporto fra attività sociali consolidate e voto sul territorio, passiamo alle conclusioni e alle prospettive politiche. Perché, secondo me, le prospettive ci sono e possono invertire la tendenza alla sconfitta elettorale.

Se sono sostanzialmente vere le cose dette finora sull’astensionismo, sul centrosinistra, su Vendola e Sel, sulle liste di Grillo e sul nostro voto bisogna avere le idee molto chiare sul da farsi negli anni che ci separano dalle elezioni politiche. Per quel che vale la mia opinione, che per altro è abbastanza in sintonia con quella esposta dal segretario del partito in direzione, dobbiamo fare tre cose fondamentali. Oltre, ovviamente, alla costruzione di un movimento di opposizione sociale e democratica sia dentro la crisi capitalistica sia contro il governo Berlusconi e oltre alle campagne referendarie su acqua, lavoro e ambiente.

1) dobbiamo implementare il lavoro sociale. Il partito sociale non può e non deve essere il lavoro di una parte del partito. Ri/mettere radici, costruire lotte ed organizzazione dal basso nella società, ristabilire legami sociali contrastando la solitudine e l’egoismo sociale, aprire spazi pubblici aggreganti e fare lotta culturale attiva devono essere il centro del lavoro del partito tutto. Ma non basta dirlo, scriverlo ed approvarlo nei documenti. Bisogna fare di questo il centro di una conferenza nazionale che discuta di una diversa concezione dell’organizzazione del partito a questo scopo. Bisogna su questo promuovere la formazione e valorizzazione di quadri più esperti nella costruzione delle lotte che abili nelle manovre politiche interne ed esterne al partito. Bisogna essere consapevoli della invisibilità nel sistema massmediatico di questo lavoro e costruire un circuito alternativo di informazione che abbia contenuti di lotta e sociali come cardine fondamentale. In altre parole l’avversione al politicismo e la propensione al lavoro sociale devono diventare un tratto identitario del nostro comunismo. Che deve essere difeso e di cui è bene ricostruire una memoria condivisa, senza nulla concedere alla furia iconoclasta o alla introiezione di una sconfitta senza appelli. Ma che deve, proprio per questo, essere riconnesso con le ragioni fondanti, liberandosi della moderazione, della politica dei due tempi (prima il potere, anche nella versione dei banali voti, e poi il cambiamento dall’alto), della asfissiante dimensione nazionale.

2) dobbiamo implementare la costruzione della Federazione. Senza la Federazione della Sinistra il PRC e il PdCI sarebbero letteralmente spariti. E probabilmente avrebbero subito ulteriori divisioni e scissioni. Fino ad oggi, tranne qualche lodevole e isolata esperienza locale, la Federazione è stata solo l’unità del PRC e del PdCI. Le elezioni regionali ultime hanno determinato un blocco del processo, che doveva innescare la Federazione, intorno a liste fatte e discusse praticamente dai due partiti. E’ stato il frutto di una necessità oggettiva ed obbligata. Ma la Federazione deve avere l’ambizione, la consapevolezza e deve, conseguentemente, decidere chiaramente di costruirsi come unità della sinistra anticapitalista. Come polo alternativo al centrosinistra. Si tratta, per dirlo in termini classici, di lanciare una offensiva unitaria per coinvolgere le forze politiche come Sinistra Critica, Pcl e Rete dei Comunisti nel progetto. E’ chiaro a tutti che questo è possibile solo se il profilo di alternatività strategica al centrosinistra è inequivocabile. Con questi soggetti politici bisogna fare un discorso chiaro. Non è più tempo di ambiguità ed incertezze. Non è politicamente sostenibile ed è anche irrazionale che le differenze di cultura e progetto politico debbano confrontarsi in modo concorrenziale elettoralmente, dando l’immagine di una frammentazione totalmente incomprensibile al di fuori di una ristrettissima cerchi di militanti e rendendo sterili e muti tutti i progetti. So bene che esiste il problema delle cosiddette alleanze e il tema del governo. Ma credo, come vedremo più avanti, che la proposta di non fare alleanze di governo con il centrosinistra a livello nazionale e di proporre, invece, un accordo elettorale per superare il bipolarismo possa essere un terreno di discussione serio anche per chi, secondo me sbagliando, considera il tema delle alleanze e quello del governo come cose strategiche ed identitarie. Abbiamo le stesse posizioni sul 90 % delle cose che si dovrebbero fare in una legislatura, partecipiamo alle stesse lotte e movimenti, abbiamo pratiche simili e in diversi casi identiche, siamo tutti d’accordo che il maggioritario va distrutto. Per quale motivo dobbiamo essere divisi alle elezioni? Per quale motivo non dobbiamo creare uno spazio politico comune nel quel il confronto fra culture diverse diventi un confronto costruttivo invece che una guerra fratricida? Chi volesse evitare il confronto dovrebbe esibire risposte chiare a queste domande. Poi ci sono mille comitati di lotta, associazioni, gruppi culturali che sono la spina dorsale dell’opposizione nel paese. E’ tempo che si finisca la divisione fra “politica” e “sociale”. Chi si batte contro un inceneritore, contro il razzismo, per la casa, contro la precarietà, per i diritti degli omosessuali e così via è interessato a costruire unità fra tutte queste esperienze? E’ interessato a scardinare un sistema politico che estromette sempre di più questi contenuti dalle istituzioni? E’ interessato ad evitare di dover scegliere il meno peggio alle elezioni e a non dover diventare il terreno di conquista elettorale di liste che finiscono sempre con l’usare strumentalmente i contenuti delle lotte e dei movimenti? E ci sono decine di migliaia di compagne e compagni che sui contenuti la pensano come noi, che sono e si sentono anticapitalisti, comunisti, di sinistra. Ma che sono isolati, divisi, confusi e soprattutto delusi. Perché dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose? Per quanto difficile ed impervia sia la strada da percorrere senza una Federazione capace di unire tutto ciò siamo destinati ad essere inutili e ad essere tutti riassorbiti chi nel centrosinistra e chi in una logica settaria ed astratta (i diversi ceti politici) o in pratiche sociali resistenziali incapaci di modificare la realtà.

So bene che la Federazione della Sinistra non si può costruire dilatando i tempi in attesa che avvenga un miracolo e che si riesca ad unire tutto. Bisogna stringere e iniziare un vero processo democratico. Ma deve essere chiaro che si tratta di un inizio. E l’inizio, per essere incoraggiante, deve essere chiaro sulle finalità e veramente democratico. Se il primo passo fosse incerto e fatto nella direzione sbagliata le cose si complicherebbero ed invece che unire si finirebbe con il dividere perfino ciò che oggi è unito. Proprio per questo penso sia profondamente sbagliato fare “offensive unitarie” verso Sel ed altri sorvolando sulla questione del centrosinistra e sulla natura anticapitalista dell’unità. Verso chi pensa che il proprio futuro stia nel centrosinistra e contemporaneamente propone contenuti radicali non bisogna avere nessun settarismo. Anzi. Massima unità sui contenuti ma, proprio a partire dai contenuti, massima chiarezza politica. Dire che essere uniti è meglio che essere divisi è una ovvietà. Non si tratta di tornare sulle divisioni del passato per perpetuarle. Ma senza la chiarezza politica sulla prospettiva si finisce col creare illusioni e poi delusioni e soprattutto si usa l’unità in modo strumentale e si finisce col creare nuove e più profonde divisioni.

3) dobbiamo fare capire a tutti la proposta politica per le prossime elezioni nazionali. L’idea di potersi alleare con il centrosinistra senza fare un accordo di governo e ottenendo il ritorno al proporzionale è giusta. Non lo è solo per noi. Lo è innanzitutto per il paese che ha bisogno di liberarsi dall’ipoteca berlusconiana, che ha bisogno di avere istituzioni che siano rappresentative. Lo è anche per il PD e per il centrosinistra (qualsiasi sia la formula vincente al suo interno). Lo è per l’UDC e per altri soggetti centristi che sognano, a torto o a ragione, la ricostruzione della DC. A questa proposta non esistono alternative che non siano distruttive per noi e per il paese. Senza questa proposta, per essere ancora una volta chiari, noi (la Federazione e lo stesso PRC) siamo destinati ad essere nuovamente divisi dall’iniziativa altrui. Anche un bambino capisce che, con l’attuale legge elettorale, non unire l’opposizione a Berlusconi senza per questo impiccarsi tutti ad un impossibile programma di governo porterebbe ad una sicura sconfitta. Se la nostra proposta non si fa strada nella coscienza dell’opposizione e del paese noi e ancor di più i nostri potenziali elettori, alla fine, saremo dilaniati ancora una volta tra il voto utile e la testimonianza, tra il far finta che si possa governare insieme al PD e magari insieme all’UDC e il far finta che basti alzare una bandierina alle elezioni per essere efficaci nella lotta di classe. La nostra proposta non è buona per l’ultimo minuto. Per i mesi che precederanno le elezioni politiche nazionali. Deve vivere oggi. Deve essere chiara a tutti fin da subito. E non deve avere subordinate. Se non si accetta si deve sapere che noi andremo da soli, costi quel che costi. Questa proposta va sostenuta con una lotta politica attiva. In ogni lotta si deve capire la convenienza di cercare di battere la destra e contemporaneamente di rendere di nuovo il sistema istituzionale permeabile al conflitto.

Queste tre cose, oltre alla costruzione del movimento sociale e politico di opposizione alla crisi e al governo, non possono essere scollegate. Devono essere fatte tutte e tre insieme e nello stesso tempo. Partito sociale, federazione e proposta per le prossime elezioni, separatamente o anche senza una delle tre non servirebbero a nulla.

Io penso che se si farà così si potrà invertire la tendenza ad essere irrimediabilmente sconfitti.

ramon mantovani