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Come finiranno le elezioni?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Si potrebbe rispondere con una sola parola: MALE! O con due: MOLTO MALE!

Insomma, comunque vadano finiranno MALE.

Perché? È presto detto.

Queste elezioni sono truccate. Gli espedienti con i quali si falsa la volontà popolare sono questi:

1) per chi non lo sapesse la legge elettorale (non a caso definita unanimemente porcellum) è ultra maggioritaria. La legge truffa del 1953 (così definita da tutta la sinistra di allora ed anche da forze minori liberali), prevedeva che la coalizione che avesse raggiunto il 50 % più un voto avrebbe goduto di un premio di maggioranza parlamentare del 15 % dei seggi. Venne abrogata dal parlamento eletto perché la coalizione costruita dalla DC ottenne il 49,8 % dei voti, e non poté accedere al premio di maggioranza. È vero che sono passati 60 anni da allora. Ma come sarebbero passati se la DC e la sua coalizione avessero avuto simili premi di maggioranza nei parlamenti successivi?

Facciamo solo un esempio, fra i tanti possibili, per capire bene cosa significa una legge che assegna un premio di maggioranza alla coalizione vincente:

la legge sul divorzio viene approvata definitivamente il 1 dicembre del 1970. In carica c’è il governo Colombo (tasse denunce e piombo si gridava nei cortei). Lo compongono la DC, il PSI, PSDI e PRI (oggi sarebbe definito di centrosinistra). A votare a favore della legge sono il PCI, il PSI, il PSDI, il PRI, il PSIUP e il PLI. Tre partiti della maggioranza di governo, PSI, PRI e PSDI, e tre di opposizione, PCI, PSIUP e PLI possono approvare una legge perché essendo il parlamento eletto con la legge proporzionale la maggioranza laica del popolo italiano è ben rappresentata e può, come del resto vuole la costituzione che ha istituito una repubblica parlamentare, approvare una legge indipendentemente dal governo in carica. Se il parlamento del 1970 fosse stato eletto con la legge maggioritaria del 53 la DC da sola avrebbe avuto certamente più del 50 % dei seggi e con il MSI (non coalizzato ma contrario al divorzio come la DC) avrebbe sfiorato il 60 % dei seggi. Con buona pace dei partiti laici “di governo” che anche se in parte o tutti coalizzati con la DC non avrebbero nemmeno, godendo anch’essi del premio di maggioranza, compensato i seggi persi dal PCI e dal PSIUP. Per non parlare del fatto che una coalizione di governo sarebbe certamente entrata in crisi su una simile divisione. In altre parole la legge non sarebbe probabilmente mai stata approvata anche se la DC e il MSI non avessero avuto la maggioranza dei seggi perché gli alleati laici della DC fra “governabilità” e voto sul divorzio avrebbero scelto la prima in nome della coesione della coalizione di governo.

So che si tratta di un esempio puramente astratto, eppure tutti dovrebbero riflettere sulla rappresentatività di un parlamento eletto con una legge maggioritaria. Rappresentatività significa rappresentanza della volontà popolare, non la mera quantità di seggi attribuita ai partiti. Il parlamento che si forma in conseguenza del voto alla coalizione di governo, per garantire la “governabilità” attraverso il premio di maggioranza sacrifica sempre la rappresentanza della volontà popolare. Sempre!

Ma veniamo al secondo trucco.

2) in Italia, oggi, le coalizioni sono tre. Centrosinistra, centro e centrodestra. Stiamo grossomodo e generosamente ai sondaggi: alla Camera il centrosinistra potrebbe prendere il 35 % dei voti ed otterrebbe il 54 % dei seggi. Un premio di maggioranza del 19 %. Il centro potrebbe prendere il 17 % dei voti. Invece dei circa 107 seggi proporzionali prenderebbe alcuni seggi in meno che perderebbe per effetto del premio di maggioranza assegnato al centrosinistra. Il centrodestra ne perderebbe molti per lo stesso motivo. Tutti sanno, ma ci tornerò, che dopo le elezioni ci sarà il governo Bersani Monti. Vorrei far notare che se il centrosinistra e il centro avessero formato un’unica coalizione, anche scontando la fuoriuscita di SEL dalla medesima, avrebbero preso un premio di maggioranza esiguo. Diciamo del 5 o 6 %. Mentre divisi il PD lo prende del 15 % circa. Si tratta di 60-80 seggi. Perfino scontando la perdita di voti di un’unica coalizione Bersani Monti verso SEL e RC (magari in coalizione o con un’unica lista), visto che proclamare la coalizione prima del voto avrebbe certamente liberato voti a sinistra e verso il Movimento 5 stelle, il premio di maggioranza sarebbe stato comunque significativamente più basso di quello ottenuto con le due coalizioni.

Insomma, in ogni caso il meccanismo maggioritario dell’attuale legge puzza di enorme imbroglio.

Se il centrosinistra farà un governo da solo, con Monti all’opposizione, con il 35 % dei voti avrà un premio di maggioranza spropositato di circa il 20 %. Se dopo le elezioni farà il governo con Monti avrà una maggioranza parlamentare di circa il 65 % dei seggi. Il PD, in ogni caso vero dominus della scena, potrà mediare sia con Monti sia con SEL con una grande forza contrattuale.

Sarà per questo che il PD non è “riuscito” a cambiare la legge elettorale?

Certo. C’è incognita del Senato. Sulla quale non mi dilungo. Ma bisogna ricordare che nel 2006 la coalizione di centrodestra ebbe circa 200mila voti in più dell’Unione al Senato. Eppure il computo dei seggi portò ad un sostanziale pareggio. Con un lievissimo vantaggio dell’Unione. Insomma, per il credo conosciuto meccanismo del premio di maggioranza assegnato nelle singole regioni invece che a livello nazionale, in quel caso fu favorita l’Unione. Non il centrodestra. Pur essendoci una notevole dose di casualità nella formazione della maggioranza di governo al Senato non si può dire oggi che la legge porcellum è stata fatta da Berlusconi per impedire la governabilità al Senato. Tanto meno si può, avendo previsto di fare il governo con Monti solo dopo le elezioni pur continuando a fare l’apologia del bipolarismo e gridando al pericolo della destra, invocare il voto utile. Perché non si è fatto l’accordo con Monti prima delle elezioni per assicurarsi la vittoria al Senato? Ancora una volta, perché non si è cambiata la legge elettorale almeno istituendo il collegio unico nazionale per determinare il premio di maggioranza?

Il voto utile sarebbe quello di elettori di sinistra (utili idioti) a permettere al centrosinistra di prendere due piccioni con una fava? Avere comunque la maggioranza al Senato per poi procedere a fare il governo con Monti e allo stesso tempo assicurarsi che a sinistra non ci sia nessuno a rompere le scatole?

Ma in che direzione si svilupperà la trattativa post voto?

Vediamo il terzo imbroglio.

3) sulla Carta d’intenti firmata da Vendola prima delle primarie del centrosinistra ci sono scritte cose ben precise. Tutti i temi e contenuti più controversi sono scritti con l’ambiguità necessaria a lasciare aperta la porta all’accordo di governo con Monti. Esagero?

Vediamo. E mi limito ad alcuni esempi.

Europa.

Oltre alla solita riproposizione della retorica sull’Europa politica e democratica che non c’è (chissà come mai!), per realizzarla si parla esplicitamente di un “patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee”. Visto che esse sono senza dubbio socialisti, popolari e liberali, e cioè le forze che hanno partorito i trattati e soprattutto il trattato costituzionale neo liberista, in sostanza si dice che il governo reale dell’Europa fondato sulla collaborazione delle tre forze, tutte neoliberiste, va bene com’è.

Poi, immediatamente dopo, si prosegue:

“Anche per l’Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.
Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa costruire un progetto alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva.”

Per favore, attenzione alle parole e al loro significato preciso.

Qui c’è scritto che l’intreccio fra governo nazionale ed europa si realizza IN ITALIA con un accordo (progetto di governo italiano) con il CENTRO LIBERALE contro il populismo ecc.

Più chiaro di così si muore, per chi sa leggere un documento di questo tipo. Ma più ambiguo di così si muore per il lettore non smaliziato. Perché la retorica sul deficit democratico (che non manca mai) prevede che si faccia un accordo costituente con i partiti europei che sono esattamente i responsabili del deficit democratico (sic). E, attraverso intricate circonlocuzioni dove sembra non essere chiaro se si parla di Europa o di Italia si dice che bisogna fare un accordo di legislatura con il centro liberale, che in Italia si legge Monti, contro populismi ecc, che in Italia si legge Berlusconi. È evidente che non si parla di Europa se si dice “anche per  l’Europa” parlando dell’intreccio fra legislatura costituente nazionale ed europea e poi si specifica che si vuole la collaborazione di governo con il CENTRO LIBERALE. Tutto si tiene. In Europa bisogna continuare il governo unitario di socialisti, democristiani e liberali, ma in Italia bisogna fare il governo con Monti contro Berlusconi.

In campagna elettorale si è sentito dire più volte da esponenti di SEL: ma nella Carta c’è scritto di una normalissima collaborazione sulle riforme costituzionali, non di un governo con Monti. Mentre, come è noto, Bersani ha insistito sul fatto che la “apertura al centro” è ben chiara nella Carta.

O mi sbaglio?

Ma proseguiamo:

Democrazia

Oltre a diverse generiche affermazioni c’è un punto preciso:

“Daremo vita a un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura.”

La prossima legislatura avrà una funzione costituente? Con questa legge maggioritaria il paese è rappresentato affiche la funzione costituente del parlamento sia democratica?

Questa frasetta buttata lì è il massimo tradimento della costituzione italiana, che non per caso venne redatta da un parlamento eletto con la proporzionale. Ma forse Vendola non ricorda di essersi opposto fieramente alla bicamerale presieduta da D’Alema in ragione esattamente della sua non rappresentatività democratica. E forse non ricorda che quando lui era deputato del PRC quest’ultimo proponeva casomai di eleggerlo si un parlamento costituente, anche parallelo a quello eletto col maggioritario, ma con la proporzionale.

Ma si sa, queste sono cosette da niente. Come il pareggio di bilancio in costituzione che è una iperbole liberista. Basta dire che la costituzione italiana è bella due o tre volte, salvo poi assegnare ad un parlamento ultramaggioritario il compito di stravolgerla.

Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.

 

Diritti civili.

“Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. E’ inoltre urgente una legge contro l’omofobia. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione.”

Questo testo è ben al di sotto di quanto previsto dal programma dell’Unione del 2006. Che recitava:

“L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale”

Nella Carta c’è il diritto per la coppia omosessuale a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. Nel testo del 2006 c’è l’equiparazione della coppia non sposata eterosessuale a quella omosessuale e la promessa di attribuire loro gli stessi diritti.

Non è lo stesso. E comunque siamo ben lontani da qualsiasi legislazione di paesi europei che riconoscono il matrimonio e il diritto ad adottare. O mi sbaglio?

Del resto è impossibile che il PD sposi le tesi del PSOE, del PSF, della SPD e così via, visto che è composto almeno per un terzo di ferventi cattolici obbedienti alle direttive del vaticano. Si è visto in diversi precedenti, come quando votarono contro la riduzione del divorzio da tre anni ad un anno e sulla fecondazione assistita insieme al centrodestra e lega.

Vendola si vuol sposare. Lottiamo tutti per questo suo diritto. Ma avendo contratto un matrimonio politico con Rosy Bindi ed Enrico Letta ha dovuto firmare un testo nel quale al massimo è previsto che gli omosessuali conviventi acquisiscano qualche diritto, forse nemmeno equiparato a quelli delle coppie eterosessuali non sposate.

Anche qui sfido a dimostrare il contrario.

E… dulcis in fundo

La Carta d’Intenti prevede le RESPONSABILITA’.

Il testo è qui chiarissimo.

Leggere per credere:

“L’Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l’imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell’affidabilità e della responsabilità . Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti.

Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:

• sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
• affidare a chi avrà l’onere e l’onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale;

• vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; 
• assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi;
• appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.”

 

C’è scritto che il premier si deve sostenere qualsiasi cosa faccia. Per esempio non si deve criticarlo se, come Prodi, decide in totale solitudine di dire si alla base statunitense di Vicenza.

C’è scritto che è il premier a decidere i ministri. Punto.

C’è scritto che se insorgono divergenze fra SEL e PD, a dirimere è il voto dei parlamentari della coalizione in seduta congiunta. Con maggioranza qualificata. Non c’è scritto se la maggioranza qualificata deve essere del 60 70 80 90 %. Siccome è difficile anche per chi fa uso di forti stupefacenti prevedere che SEL abbia più di un quinto  dei parlamentari del PD e che la maggioranza qualificata sia dell’80 %, questa clausola significa che il PD decide e SEL obbedisce. O mi sbaglio?

C’è scritto che tutti i trattati internazionali non si toccano. Salvo rinegoziarli, ma in accordo con gli altri governi. Per i trattati dell’Unione Europea significa che bisogna avere l’unanimità di tutti i governi. Perché si può sempre negoziare e rinegoziare. Ma se non si prevede che si possa rompere e/o denunciare un trattato unilateralmente significa che non di trattativa si tratta bensì di richiesta di unanimità sulla eventuale modifica di un trattato. Cioè zero. Impossibile.

C’è scritto, per maggior chiarezza, che bisogna appoggiare i tagli che il governo dovrà fare per “difendere la moneta unica”, e cioè per rispettare i diktat della Banca Centrale Europea, del FMI e della Commissione.

Insomma, non solo si dovrà fare un accordo con il CENTRO LIBERALE, e cioè con Monti. Non solo in questo testo non c’è traccia di Legge 30, articolo 18, art. 8, missioni militari e così via.

Ma è già questo testo, ed anche un governo del centrosinistra senza Monti, puramente iscritto nel neoliberismo nemmeno temperato analogo a quello di tutti i partiti che furono socialisti e socialdemocratici e che oggi sono tutto meno che di sinistra. Con l’aggiunta che questo testo, e non solo il PD, non da risposte laiche e rispettose dei diritti degli omosessuali.

Ma perché SEL partecipa ad un simile imbroglio?

Per scoprirlo vediamo un altro aspetto quasi sconosciuto della legge elettorale vigente.

 

4) la legge prevede uno sbarramento del 4 % ad una lista non coalizzata. Ma per una lista coalizzata in una coalizione, sia quest’ultima vincente o perdente, questo sbarramento non c’è. C’è uno sbarramento del 2 %. Ma per la prima lista coalizzata che non raggiungesse il 2 % non vale nemmeno questo sbarramento. In altre parole SEL entrerà comunque in parlamento e godrà comunque del premio di maggioranza.

Mettiamo che la lista Rivoluzione Civile abbia il 3,8 % dei voti e che SEL abbia anch’essa il 3,8 %.

A quale persona sana di mente può sembrare giusto che SEL entri in parlamento ed abbia anche il premio di maggioranza mentre Rivoluzione Civile resta fuori?

Gli elettori indubbiamente di sinistra che votano per SEL e che contemporaneamente votano per il programma della Carta d’Intenti, in che modo possono essere rappresentati da SEL nei loro contenuti? Essi credono di votare per chi è d’accordo ad eliminare la riforma Fornero dell’articolo 18 e delle pensioni. Per il matrimonio gay. Contro il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione. E così via. O mi sbaglio? Ma queste cose sono impossibili già nell’accordo col PD, figuriamoci con il governo mediato con Monti.

Esiste una possibilità nemmeno tanto remota, che SEL una volta che il PD proponga ufficialmente, dopo il voto, di formare il governo con il CENTRO LIBERALE di Monti, rompa col PD e passi all’opposizione.

Questa cosa è possibile. Basterebbe far finta che col nuovo governo con Monti, anche se è ben previsto nella Carta, quest’ultima non valga più. Sempre che SEL al Senato non sia determinante. Perché altrimenti anche questo gioco diventerebbe impossibile, pena il “favorire” Berlusconi.

Ma se anche le cose andassero così si tratterebbe di un imbroglio bello e buono. Verso gli elettori del PD. O no?

Insomma, comunque vada, SEL è in una botte di ferro ed entrerà in parlamento. Come unica forza di “sinistra” grazie al “voto utile” o con più seggi di Rivoluzione Civile anche se quest’ultima prendesse più voti di SEL.

Sarà per questo che SEL ha deliberatamente scelto di soprassedere sull’appoggio del PD a Monti e a tutte le sue leggi di massacro sociale e dei diritti? Sarà per questo che non ha voluto nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di fare una lista comune sui contenuti di sinistra e/o una coalizione con altre liste di sinistra? Sarà per questo che è inusitatamente diventata una forza sostenitrice del bipolarismo? Sarà per questo che dopo aver “sognato” di vincere le primarie del centrosinistra per due anni si è acconciata a svolgere un ruolo comprimario nel centrosinistra?

Resta il fatto che in Italia, al contrario che Grecia, Spagna, Francia, Germania e via elencando, chi è contrario alle politiche neoliberiste si presenta diviso alle elezioni rischiando di non contare nulla sia dentro il governo sia fuori da esso.

Questo fatto gravissimo è dovuto unicamente al settarismo di SEL, al fatto che i suoi dirigenti hanno deliberatamente scelto di imbrogliare gli elettori, con l’unico obiettivo di salvaguardare se stessi.

Mi spiace ma questa è la verità. Triste ma inconfutabile, purtroppo.

Sono sicuro che qualcuno, a questo punto, potrebbe esclamare, nonostante tutto quello che ho scritto: ma bisogna battere Berlusconi! 

Ed eccoci al quinto imbroglio.

5) a meno di un evento miracolistico anche i sassi sanno che Berlusconi non vincerà le elezioni. La sua irresistibile ascesa nel corso degli ultimi due mesi, però, è di totale responsabilità del centrosinistra. Vediamo perché.

Bersani dice sempre: Mica abbiamo vinto, la destra c’è ed è forte!

Come dargli torto.

Però, delle due l’una.

O la destra di Berlusconi è populista e ad essa bisogna contrapporre una coalizione liberale e antipopulista, unica capace oggi di vincere nel meccanismo del maggioritario bastardo del porcellum. O la dialettica è fra destra e sinistra e allora i contenuti devono essere chiari e, anche a dispetto del meccanismo maggioritario, si può conquistare il consenso dei ceti popolari colpiti dalle politiche di destra del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi.

In entrambi i casi si parla chiaro e non si imbrogliano gli elettori.

Certo la seconda ipotesi necessita dell’accettazione del rischio della sconfitta. Ma nella crisi forse per la prima volta si potrebbe vincere con un chiaro programma di sinistra. Che certamente sarebbe definito a sua volta, da Monti e perfino da Berlusconi, populista. Mentre la prima, in pura continuità con l’ormai consolidata tradizione dei partiti socialisti europei, garantisce contemporaneamente la vittoria elettorale e la sconfitta sociale delle classi subalterne.

Perché non c’è dubbio che senza denunciare certi trattati internazionali, cancellare controriforme, eliminare privatizzazioni ecc. si possono vincere le elezioni riservando alle classi subalterne anni e decenni di lacrime e sangue.

Perché si lascia che Berlusconi si appropri di obiettivi e proposte di sinistra e lo si accusa di populismo?

Forse che l’IMU sulla prima casa “è un provvedimento doloroso ma inevitabile”?

Forse che dire “bisogna ristabilire la sovranità del popolo sulla moneta” è un concetto eversivo e antidemocratico?

Davvero si pensa di battere Berlusconi con i comici in tv e i talk show alla Santoro, che non fanno altro che alimentarne la popolarità?

Davvero si è sicuri che, se costretto a scegliere fra chi spiega la necessita dei suoi sacrifici per salvare le banche e chi promette la restituzione dell’IMU, un operaio afflitto dal mutuo e da un salario indecente, che dovrà lavorare diversi anni in più per prendere una pensione di merda, quest’ultimo sceglierà di sacrificarsi sull’altare della presentabilità del premier eletto presso i salotti dei rapaci mercati finanziari?

Evidentemente si. Perché da tempo ormai immemore il PD pensa che si debba “governare” l’esistente, rassicurare i poteri forti esibendo la propria “qualità” più appetibile per essi, e cioè garantire sacrifici con la pace sociale.

Come si può gridare al pericolo della destra indicando come dramma la propensione di Berlusconi a mettersi le dita nel naso in pubblico mentre la società viene devastata dalla cancellazione di diritti e giustizia sociale?

Si può, cercando di evitare che cresca una rivolta e una sinistra non addomesticata.

Attenzione, non parlo di un complotto, bensì di uno spontaneo movimento verso una dialettica politica nella quale tutto si confonde. Nella quale non c’è destra e sinistra, bensì gente perbene ed impresentabili, populismo e realismo, normalità ed eccezionalità, vecchio e nuovo e così via. Una dialettica dove impera l’imbroglio. Dove ci si contrappone alla demagogia berlusconiana con la demagogia che nasconde contenuti inconfessabili (in campagna elettorale) della Carta d’Intenti.

Se questo è anche solo parzialmente il quadro della situazione italiana manca solo un ultimo imbroglio. Il Movimento 5 stelle.

6) almeno un terzo, se non la metà o più, dei moltissimi voti che andranno a Grillo, sono di elettori che oltre ad essere, con diverse ragioni, schifati della politica ufficiale, hanno senza dubbio in testa contenuti di sinistra o di estrema sinistra. È inutile che io ricordi qui elencandoli gli slogan di grillo sulle banche, le multinazionali, la globalizzazione, l’euro, l’ambiente, i diritti civili e così via che sono pari pari la riproposizione di contenuti ed obiettivi di sinistra da anni e perfino decenni.

Certo, poi ci sono ambiguità ed anche contenuti liberisti e perfino razzisti.

Con il fenomeno della predicazione, ben divulgata dai talk show e dai mass media a “insaputa” di Grillo, e della manipolazione dell’opinione pubblica in internet della Casaleggio e associati, oltre che con l’avvitamento su se stessa di una politica vacua e moralmente degenerata oltre ogni limite, una buona parte degli elettori italiani di sinistra voteranno una lista dai contorni indefiniti, destinata a mostrare la sua vera anima, o le sue vere cento anime, al primo voto su un qualsiasi contenuto controverso. Una lista che però intanto dà una spallata forse definitiva alla democrazia rappresentativa per favorire il passaggio ad una democrazia autoritaria e tecnocratica. Senza istituzioni intermedie, senza partiti intesi come collettivi dotati di categorie interpretative della realtà, senza la fatica della democrazia vera, dal basso possono salire solo protesta e rancore. Cose facili da manipolare al fine di sterilizzare i contenuti veramente portatori di cambiamento e al fine di uccidere i partiti come veicolo di partecipazione in favore di leader e tecnocrazie varie.

Spero di avere torto, ma credo sia proprio così.

Infine l’ultimo imbroglio, sul quale bastano pochissime parole:

7) chi pensa che su televisioni e giornali la campagna elettorale sia stata corretta ed utile ad informare gli elettori alzi la mano. Chi pensa che Ingroia e Rivoluzione Civile abbiano avuto adeguati spazi ed attenzione, e che le domande e i servizi siano stati corretti e non maliziosamente parziali, come la ripetuta tiritera sul voto utile, alzi la mano.

Alzi la mano e verrò di persona a tagliargliela con un machete affilato.

 

In conclusione.

 

Ogni elettrice ed elettore che sceglierà di votare per la lista Rivoluzione Civile avrà dovuto superare gli scogli rappresentati da tutti questi imbrogli. Il nostro voto moralmente e politicamente vale doppio, triplo.

Rivoluzione Civile non è altro che portare in parlamento i contenuti di sinistra, come in tutti gli altri paesi europei.

Superare il quorum ingiusto è necessario affinché il parlamento che proseguirà nella politica neoliberista e nel massacro sociale veda presente l’opposizione di sinistra capace di costruire una alternativa. E gli anni prossimi saranno più duri degli ultimi. I paesi del sud dell’Europa saranno massacrati e si imporrà una svolta epocale.

Rivoluzione Civile in parlamento può essere il primo passo della riunificazione della sinistra reale. Su un programma condiviso, senza discriminazioni, senza che nessuno debba rinunciare a nulla di se stesso, su basi democratiche funzionando col principio di una testa un voto.

Ogni voto a Rivoluzione Civile è utile a tutta la sinistra europea ed inviso a socialisti, popolari e liberali. È utile a ridare senso alla parola politica ed è inviso ai politicanti imbroglioni, soprattutto a quelli sedicenti progressisti e di sinistra, che sguazzano nell’ambiguità e mortificano i propri stessi elettori. È utile a rafforzare tutte le lotte.

È utile alla resistenza oggi e all’alternativa domani, contro questo sistema infame.

È utile a conservare e difendere la propria dignità.

 

ramon mantovani

Un buon congresso

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre, 2010 by ramon mantovani

Senza nasconderne i limiti e i problemi è opportuno sottolineare i passi avanti e i risultati positivi del Congresso della Federazione della Sinistra.

1) la Federazione è stata immaginata, proposta e discussa a lungo per reagire e rispondere a due problemi posti dalla sconfitta del 2008 e all’idea che per unire la sinistra si dovessero cancellare le identità e sciogliere le organizzazioni comuniste. I due problemi sono: la frammentazione e dispersione delle forze politiche della sinistra e la tendenziale subalternità al PD, sia nella versione governista sia in quella testimoniale, entrambe prodotte del bipolarismo. Alla fine è chiaro che la Federazione è un progetto strategico che si propone di unire la sinistra anticapitalista italiana. Non una generica sinistra senza principi e senza confini. Non l’unità comunista con la promozione di una dialettica a sinistra sulla base di discriminanti ideologiche. Per altro non chiare sul versante delle scelte politiche, a cominciare dal rapporto col PD e con la questione del governo. E’ stato molto faticoso in questi due anni superare le spontanee e/o maliziose interpretazioni e proposte di una Federazione come partito unico dei comunisti con l’aggiunta di qualche indipendente, che avrebbero prodotto nuove divisioni e una forza politica tanto capace di esibire una identità astratta e sempre meno attrattiva, quanto incerta e moderata nelle scelte politiche. Il compito della Federazione è chiaro. Costruire, nel vivo delle lotte, un programma di fase per l’uscita a sinistra dalla crisi capitalistica e su questa base partecipare alle elezioni a tutti i livelli. Sono due compiti, collegati intimamente fra loro, che necessitano dell’unità di tutte le donne e gli uomini che pensano che la critica del capitalismo, e del modello sociale conseguente, sia la base indispensabile per rapportarsi con le lotte e per costruire un programma autonomo ed indipendente dal centrosinistra, per sua natura ambiguo o addirittura apologetico nei confronti del mercato e del liberismo. L’unità si deve fare, quindi, sul punto fondamentale di cui necessita la lotta di classe ed ogni movimento di trasformazione, senza che nessuno, collettivamente o individualmente, debba rinunciare ad un grammo della propria cultura politica e soprattutto delle proprie pratiche. Senza egemonismi (che sono sempre stati il contrario dell’egemonia) e senza riduzioni ad uno o semplificazioni che, come insegna l’esperienza, hanno sempre e solo prodotto nuove divisioni. In altre parole la Federazione vuole essere il luogo politico dell’unità dei partiti, delle associazioni e comitati, delle persone che decidono di fare quelle due cose insieme in modo democratico e che continueranno ad avere le proprie differenze culturali, di pratiche politiche e di organizzazione per fare tutto il resto. Ovviamente questo è difficile da capire e digerire per chi pensa che un partito, comunista o meno, debba solo elaborare programmi e liste elettorali e partecipare al “gioco politico” nelle relazioni fra partiti nelle istituzioni. Come è difficile da capire per chi, impegnato in lotte e attività sociali, pensa che la rappresentanza delle stesse possa essere risolta al momento delle elezioni con la scelta di una lista, o peggio ancora di un leader, rifiutando o accettando il ricatto del bipolarismo e del meno peggio con l’astensione o con il voto utile. Ma su questo punto documento e statuto della Federazione sono chiarissimi. Restano nel corpo militante e fra le persone di sinistra molte perplessità ed anche una notevole dose di confusione. Dovute al fatto che i mass media le poche volte che hanno parlato del nostro progetto lo hanno fatto occultando, per ignavia o per malizia fa lo stesso, la vera portata della proposta unitaria per descriverlo, invece, come orticello comunista privo di una proposta politica. Ed anche dovute al fatto, bisogna pur dirlo, che molti militanti sono totalmente disabituati a fare ragionamenti complessi di fronte a problemi complessi. Che non leggono e non studiano nemmeno i documenti politici per poi affidarsi alle semplificazioni dei mass media e/o per discutere sulla base di suggestioni e soprattutto di contrapposizioni astratte e demagogiche. Ma, lo ripeto, essendo chiaro il progetto della Federazione c’è la possibilità, con pazienza e perseveranza, di farlo vivere e crescere. Innanzitutto con il lavoro di allargamento della Federazione, sia a livello locale con collettivi e persone impegnate nelle lotte, sia a livello nazionale ribadendo la necessità di unire davvero tutta la sinistra anticapitalista. La Federazione vuole essere l’unità di tutta la sinistra anticapitalista. Attualmente non lo è affatto, anche se non è poco aver invertito la tendenza alla divisione e unito ciò che fino a ieri sembrava impossibile unire. Sul piano delle forze organizzate permangono profonde divisioni. Sul piano delle persone di sinistra senza partito permangono diffidenze, dubbi e soprattutto contrarietà dovute alle pratiche autoreferenziali, elettoraliste e istituzionaliste dei partiti, Rifondazione compresa. Da una parte alcune formazioni, come Sinistra Critica, PCL ed altri, e dall’altra SEL hanno proposte politiche contrapposte e, lo dico brutalmente, totalmente subalterne al bipolarismo. Da una parte l’idea che la ripetizione ossessiva di slogan radicali e di anatemi ideologici (spesso scagliati contro chi è più vicino) e la fuga dal problema di contribuire o meno alla cacciata di Berlusconi con il sistema elettorale esistente, possa costituire la base per l’accumulazione di forze sufficienti per cambiare qualcosa di concreto. Dall’altra l’idea che cavalcando (con successo) proprio uno degli aspetti più deleteri (e distruttivi di tutte le culture critiche della sinistra) del bipolarismo si possa ottenere una ristrutturazione del centrosinistra che apra le porte ad una svolta di sinistra reale nel paese. Non è necessario ripetere per l’ennesima volta quanto queste idee siano illusorie e quanto siano corrispondenti esattamente al disegno sulla base del quale è fondato il bipolarismo. Ridurre alla testimonianza impolitica le istanze radicali o trasformarle in “speranze”, tanto suggestive in campagna elettorale quanto irrealizzabili in un governo, comunque dominato dai poteri economici e dal vaticano. Non sono differenze sostanziali di contenuto, come la contrarietà alla legge trenta, il ritiro dall’Afghanistan, l’opposizione alle politiche economiche dell’UE ecc a motivare una divisione che persiste. Sono scelte ideologiche e di linea politica che impediscono l’unità. Indulgere all’infinito in discussioni circa il novecento e il nuovismo o fare la gara a chi è più comunista o più radicale è insensato, oltre che inutile. La Federazione deve rispettare i progetti altrui, pretendere il rispetto per il proprio, e soprattutto deve continuare a ribadire, con ostinazione, che permanendo i progetti e le linee diverse, sui contenuti di lotta si può e si deve combattere insieme. E che anche il confronto, su progetti e linee diverse, si può e si deve fare a partire dal riconoscimento della centralità dei contenuti che uniscono. Proprio per misurare l’efficacia dei progetti e delle linee rispetto al rafforzamento delle lotte e al raggiungimento di obiettivi concreti per milioni di italiani. Alla manifestazione del 16 ottobre c’era la sinistra reale di questo paese. I contenuti della piattaforma della FIOM (ben ribaditi nell’intervento di Landini al congresso) per la Federazione possono essere sposati integralmente e possono essere la base per discutere con SEL come con Sinistra Critica e il PCL sul come farli diventare obiettivi concreti, oggi e subito. E’ il modo concreto per rispondere a quella domanda di rappresentanza politica che è salita dalla manifestazione. Mentre citarli strumentalmente per scagliarli contro altri, che pure li condividono, per farli diventare un espediente retorico e demagogico al servizio di proposte politiche che, essendo interne alle logiche bipolari, li riducono a slogan impotenti o a sogni irrealizzabili è il contrario. Per il banale motivo che alla fine, o la piazza e i suoi contenuti saranno in grado di dare una spinta all’unità a livello politico della sinistra o le diverse opzioni della sinistra mortificheranno e divideranno la piazza e il movimento di lotta. E non avrà molta importanza ciò che dicono i sondaggi o diranno gli stessi voti elettorali se la sinistra politica che dice di condividere quei contenuti sarà divisa in tre pezzi in lotta fra di loro. Perciò è giustissimo che la Federazione, ben sapendo le differenze di progetto e di linea che esistono con altri, continui a sfidarli su questo terreno della discussione.

2) sebbene non si possa dire di possedere un programma di fase, complesso e articolato, capace di unificare i fronti di lotta e di accumulare le forze per passare dalla resistenza ad una controffensiva del mondo del lavoro e dei movimenti progressisti, il congresso ha chiarito a definito alcune linee di fondo sulla base delle quali costruire un tale programma. E su queste basi ha approvato e sancito una proposta politica chiara ed inequivocabile. C’è nel documento e c’è stata nel dibattito l’idea che alla finanziarizzazione e al mercato senza regole liberista sia necessario assegnare al mondo del lavoro il ruolo di fulcro dell’unità di tutte le lotte. Come è già stato evidente nella manifestazione della FIOM del 16 ottobre. La Federazione ha chiaramente l’idea della costruzione di tale unità sulla base di una alleanza strategica dei movimenti ambientalisti e dei diritti civili con quello dei lavoratori, degli studenti, dei precari e degli immigrati. La Federazione propone cose precise per l’oggi. Sulla base di scelte di fondo che in politica economica sono totalmente controcorrente rispetto agli indirizzi dell’Unione Europea, a cominciare dalla riproposizione dell’intervento pubblico in economia e dalla subordinazione dei bilanci e delle politiche monetarie rispetto ai diritti sociali. Che in politica estera sono contrapposte a guerre e spese militari sostenute da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, e in Italia del PD. Che sulle politiche sociali e dei diritti sono all’opposto dei “patti sociali” di confindustria e alla subalternità al vaticano. E’ su queste basi, e non su altre, che è stata approvata la proposta di dare vita ad una alleanza democratica in difesa dei principi costituzionali, per battere Berlusconi, senza fare un impossibile accordo di governo. Al di la di sfumature, di suggestioni, di ovvie differenze culturali e perfino di propensioni ben visibili sulla stampa e in diverse dichiarazioni e discorsi, questo è quanto è stato deciso ed approvato. Con il dissenso dei compagni di Falce e Martello sul versante di sinistra e con quello del documento di una parte di Rifondazione (primo firmatario Bonadonna) sul versante di destra. Questa proposta politica è stata accettata e difesa, nei loro discorsi, da Salvi, da Patta, da Diliberto, oltre che da Ferrero. Con toni e sfumature diverse? Ovviamente si. Ma senza che sia stata proposta alcuna alternativa. Per altro, voglio dire esplicitamente che io sono d’accordo con Diliberto quando dice che se si fa un accordo senza entrare al governo questo non comporta che il confronto con il PD e con gli altri partiti di centrosinistra, a cominciare da SEL, debba escludere temi sociali e concreti che riguardano milioni di persone. Non fosse altro che è proprio sulla base di quei temi sociali, e non su anatemi astratti, che si misura la distanza e la stessa impossibilità di fare un governo insieme. Come non esclude che si facciano anche proposte e accordi minimi su temi specifici. Esattamente come bisogna sempre fare in qualsiasi istituzione con qualsiasi governo. Infine è chiara l’idea che l’obiettivo di superare il bipolarismo sia prioritario, come è chiara la contrarietà a qualsiasi uscita dalla crisi del centrodestra sulla base di governi tecnici o simili. Questi indirizzi programmatici di fondo e la proposta politica dell’alleanza democratica senza accordo di governo sono la linea politica della Federazione per navigare nella complessa situazione della crisi economica, della offensiva liberista e padronale e della crisi latente del governo Berlusconi. Questa è la linea politica sulla base della quale confrontarsi a tutto campo con chiunque, con il massimo di apertura e di duttilità tattica.

3) la vita della Federazione è stata contraddistinta, fino a qui, da una inevitabile logica pattizia fra le forze che hanno partecipato alla sua fondazione. È inutile menare scandalo per questo. Senza quella logica pattizia non ci sarebbe nessuna unità con basi solide per resistere a qualsiasi novità sulla scena politica. Non ci sarebbe la forza organizzata minima per sorreggere e sviluppare nessuna linea politica. La permanenza di divisioni (anche elettorali) avrebbe provocato la definitiva e più che giustificata delusione di altre decine di migliaia di militanti e il totale disorientamento dei potenziali elettori. Lo statuto approvato definisce con chiarezza che il futuro della Federazione sta nelle mani degli iscritti e delle iscritte. Il principio di una testa un voto è inequivocabile. Come lo è quello delle maggioranze qualificate al fine di evitare che chiunque possa sopraffare gli altri. Soprattutto al fine di impedire che coalizioni improvvisate di correnti possano snaturare la Federazione e cambiare la linea sulla base di cordate e di manovre di corridoio. Ma qui comincia la vera sfida. E bisogna avere la consapevolezza che la sfida è persa in partenza se si usa la demagogia e il basismo. A nulla vale il principio di una testa un voto se poi dobbiamo fare il prossimo congresso con una decina di documenti politici in guerra fra loro. A nulla vale il principio delle maggioranze qualificate se provoca solo mediazioni al ribasso. A nulla vale la Federazione con compiti ben precisi sui quali cercare permanentemente l’unità se poi si portano nella federazione discussioni su compiti e contenuti propri dei partiti che la compongono ed estranei a quelli della Federazione. Ma queste cose attengono alla maturità e alla qualità dei gruppi dirigenti e dei militanti. Attengono perfino all’onestà intellettuale con la quale si discute e al principio di lealtà verso chi la pensa diversamente. Non c’è norma statutaria e non c’è declamazione di principio che possano magicamente infondere qualità e buon senso in chi non legge, non studia, non ascolta, e pensa che qualsiasi mezzuccio o manovretta di corridoio sia un mezzo lecito, giustificato dal fine di imporre ciò che vuole agli altri. La democrazia funziona non solo se si vota continuamente su tutto. Funziona se quando si vota i votanti sanno cosa votano sulla base di una conoscenza approfondita e non sulla base di opzioni presentate demagogicamente, che contano proprio sulla ignoranza diffusa e sulle suggestioni da quattro soldi. Funziona se dopo aver votato qualcosa chi è in disaccordo non tenta di impedirne la realizzazione o non tenta ad ogni riunione, su qualsiasi tema sia convocata, di riprodurre sempre la stessa discussione. Funziona se dopo una decisione chi si è dichiarato d’accordo votandola non fa subito un bell’articolo che la contraddice. Magari al fine di marcare la differenza necessaria a giustificare l’esistenza della propria corrente o, peggio ancora, al fine di ritagliarsi uno spazio politico personale fittizio da usare per rivendicare un posticino negli organismi e nelle liste. E potrei continuare. Queste cose affliggono tutti a sinistra. Non esistono scorciatoie leaderistiche e basiste che possano risolvere questi problemi. Al contrario sia il leaderismo sia il basismo alimentano passività, ignoranza e superficialità all’ennesima potenza. Solo la fatica di una lotta culturale e ideologica attiva e permanente, con l’obiettivo di curare la malattia e salvare il malato, può sortire degli effetti positivi. Solo valorizzando le pratiche sociali e culturali ricche, alla lunga, si possono superare le discussioni astratte che sono il terreno privilegiato per le cordate e i personalismi di tutti i tipi.

4) sebbene sia chiaro che la Federazione non è l’unità dei comunisti, tanto che al congresso tutti gli emendamenti che insistevano sul tema sono stati giustamente dichiarati inammissibili, il tema esiste ed è bene discuterne. E’ evidente che proprio nel momento nel quale il PRC e il PDCI condividono lo stesso progetto di unità della sinistra anticapitalista e la stessa proposta politica è necessario affrontare seriamente il tema. Non lo era prima sia perché avrebbe sostituito e fagocitato il progetto dell’unità della sinistra anticapitalista e perché avrebbe subordinato la scelta della linea politica ad una immatura unificazione organizzativa dei due partiti. Oggi il tema dell’unità comunista è da affrontare seriamente. Dico oggi ma è evidente che in caso di elezioni anticipate sarebbe idiota metterlo al centro delle nostre attenzioni. Resta da vedere se si vuole affrontare sulla base di una suggestione e come se le differenze culturali, di concezione politica ed organizzativa del partito, fossero all’improvviso sparite. La demagogia dell’unità, per ricevere applausi, scagliata contro altri implicitamente accusati di non volere l’unità, non produce unità. Bensì diffidenze e nuove divisioni. Nessuna persona dotata di buon senso pensa che due, tre, quattro o cinque partiti comunisti siano meglio di uno. Non fosse altro che per il banale motivo che il numero e l’attività complessiva dei militanti si riducono proporzionalmente al proliferare di sigle e di partiti. Fermo restando tutto ciò bisogna sapere che le differenze e le divisioni esistono. E che possono perfino aumentare con la demagogia e con le semplificazioni. Se, per esempio, Rifondazione dicesse una cosa banale e apparentemente di buon senso come “chi è uscito dal partito ritorni, le nostre porte sono aperte e non chiediamo nessuna autocritica” provocherebbe solo un solco più profondo con gli altri e anche nuove divisioni al proprio stesso interno. Se di unità c’è bisogno e se di unità è opportuno parlare bisogna farlo seriamente e con i piedi piantati per terra. L’unità dei comunisti è innanzitutto un tema ideologico, politico e culturale. Non un tema organizzativo per unificare due o più gruppi dirigenti. L’unità dei comunisti non è un tema sostitutivo dell’unità della sinistra anticapitalista. Ci sono due terreni precisi sui quali fondare la discussione sull’unità dei comunisti. Il primo è quello delle pratiche sociali condivise, è lo stare nelle lotte e nel radicamento sociale insieme, senza egemonismi e stupide competizioni, è quello sul quale avviare con i soggetti sociali l’elaborazione di obiettivi di lotta. Il secondo è quello dell’analisi del capitale e della formazione sociale plasmata dal capitalismo di questa fase storica. È quello della difesa della propria storia dal revisionismo imperante e, al tempo stesso, della critica della propria storia. È quello della critica di un modello organizzativo e di una concezione del partito verticistico, intriso di predominio maschile e di istituzionalismo. Senza che questa critica dia luogo a sette o, peggio ancora, a leaderismi e basismi che di democratico non hanno nulla. Insomma, come si vede i problemi sono seri. E a nulla vale ignorarli unificando due o più partiti per poi tornare a dividersi, in modo lacerante, alla prima occasione nella quale i problemi che si credevano superati si ripresentano violentemente. Comunque non è questa la sede per approfondire questo tema. Penso che il prossimo congresso del PRC debba offrire una proposta e una discussione a tutte le comuniste e a tutti i comunisti di questo paese. Una proposta e una discussione capaci di far scoprire a molti e a molte di essere comunisti. E di far scoprire a molte e a molti che si ritengono comunisti di non esserlo sul serio.

Ma questa è un’altra storia…

ramon mantovani

Risposta a Luigi Vinci.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio, 2010 by ramon mantovani

Caro Luigi,

il tuo articolo in risposta a quello firmato da me e da Giovanni Russo Spena

http://lettura-giornale.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=26/05/2010

merita molta attenzione.

La stima, sono sicuro reciproca, ci permette di parlar chiaro, senza diplomatismi ma anche senza scadere nella polemica spicciola che va tanto di moda di questi tempi.

L’articolo che ho firmato insieme a Giovanni aveva esattamente l’obiettivo di rimuovere l’ambiguità che contraddistingue non una, ma diverse, iniziative e proposte sulla ormai annosa questione dell’unità della sinistra. L’appello che tu hai firmato e che noi abbiamo criticato è solo l’ultima.

Tanto per essere chiari io non ho alcun dubbio che l’unità della sinistra “non liberista”, come dici tu, sia un obiettivo giusto e che risponde ad una domanda, ingenua o consapevole poco importa, reale e fondata. Mi è altrettanto chiaro che essa non si esaurisce nell’ambito delle forze comuniste e nemmeno in quello definito della Federazione della Sinistra. Sono convinto che il dialogo continuo sia non solo un obbligo ma anche una necessità vitale. Lo stesso dicasi per la “cooperazione”, senza che questa diventi “totale”, come tu dici, perché obbligata ad essere di governo.

Fin qui ci siamo, credo. Almeno in teoria.

Ci sono, però, due questioni non irrilevanti sulle quali bisogna approfondire il discorso.

Io sono tutto meno che un feticista dei deliberati degli organismi dirigenti del partito. E penso, per essere chiaro ancora una volta, che debbano essere confrontati con la realtà e che siano passibili di essere cambiati in qualsiasi momento, a seconda delle circostanze. Ed ovviamente concordo pure con te che mai possano essere considerati “comandamenti in grado di spiegarci tutto quel che succede”.

Tuttavia non posso concordare con te sull’affermazione secondo la quale, dato che la crisi ha prodotto un passaggio da una “guerra di posizione ad una “guerra di movimento”, la “bussola”, che anche tu ritieni indispensabile, diventi quella che tu proponi. Per il semplice motivo che non è una bussola.

Tu hai detto che il quadro è in via di sconvolgimento. E che nella fattispecie, il PD “non sa che pesci pigliare, volendo mantenere i suoi sistemi di relazione sul versante capitalistico e non avendo cultura di ricambio rispetto a quella liberista”. Ed hai anche aggiunto che è pressato affinché si smarchi a sinistra.

Ne trai la conclusione che la “bussola” consiste nel non porre pregiudiziali, nello sforzo di confronto e di cooperazione, portando nostre proposte. E di “farlo con la massima determinazione in direzione delle forze di sinistra, politiche e non, che liberiste non sono” per poi vedere “via via come butta” discutendo e decidendo come proseguire.

Al netto di quel “portando nostre proposte”, che anche tu riconoscerai, intellettualmente onesto come sei, essere troppo generico per indicare il Nord, la bussola non c’è.

C’è solo la consapevolezza, giusta, della complessità della situazione e la naturale vocazione, di una forza non settaria, al confronto e al massimo di unità possibile, sempre e comunque. Ma non c’è una bussola. Non c’è cioè una linea politica chiara, duttile e da “guerra di movimento” capace di reggere il confronto con altre linee e proposte, che invece ci sono. Ed è per questo che a me sembra che così la prospettiva diventi eccessivamente ambigua e confusa.

E’ proprio su quel “portando nostre proposte” che vale la pena di confrontarsi fino in fondo.

Ma prima di entrare nel merito, scusa la franchezza, a me sembra che sia necessario chiarire che cosa voglia dire l’aggettivo “nostre”.

Non credo che quel “nostre” possa prescindere da una discussione collettiva e consapevole, oltre che democratica, nel partito e nella Federazione.

Ovviamente non alludo a posizioni personali o di componenti, aree e correnti, e della loro libera espressione in ogni dove. Io stesso faccio ampio uso di questa libertà, e la considero utile e costruttiva anche quando marca dissensi profondi.

Un’altra cosa, però, sono operazioni politiche condotte trasversalmente alle forze politiche, non discusse collettivamente ed operanti al di la e al di sopra della sola discussione democratica che le può identificare come “nostre”.

Nell’appello in questione, che tratta di un tema sensibile ed importante come quello dell’unità a sinistra, oltre a tante cose assolutamente condivisibili c’è una omissione secondo me decisiva. Non è né ideologico-identitaria, né culturale. E’ squisitamente politica. Non è una pregiudiziale settaria o una qualsiasi idea di arroccamento. E’ la nostra proposta. Nostra perché l’abbiamo discussa, mediata, sintetizzata, condivisa e votata con una larga maggioranza.

Confesso di avere una certa idiosincrasia verso la pratica degli appelli che continuamente, a sinistra, si producono su tutto lo scibile umano. Spesso sono sostitutivi dell’azione e più spesso ancora sono purtroppo allusivi più di una operazione dei firmatari che dell’obiettivo proclamato. Ma non importa, non è questo il punto centrale per me. Anche se è innegabile che quell’appello può essere interpretato in mille modi e favorire così, invece che la chiarezza e l’unità, discussioni pretestuose e foriere di divisioni.

Ma torniamo alla nostra proposta. Si compone, perdonerai che la ripeta (a beneficio dei lettori) e perdonerai la sommarietà della descrizione, di tre obiettivi ben precisi. 1) costruire l’unità di un movimento di lotta contro le politiche delle destre e contro il governo Berlusconi. Sul versante sociale, su quello dei diritti civili e su quello democratico. Per questo abbiamo promosso, aderito e partecipato ad ogni iniziativa, senza misurare il grado di distanza con altri promotori e partecipanti che non fosse l’obiettivo di opporsi al governo. Abbiamo proposto e ci siamo dichiarati disponibili a qualsiasi formula di coordinamento e cooperazione organizzata, stabile ed unitaria, fra tutte le forze politiche e sociali di opposizione al governo. Dobbiamo continuare a farlo perché la crisi, i suoi effetti e le decisioni che ha preso e si accinge a prendere il governo lo impongono. E dobbiamo insistere affinché il movimento di opposizione al governo sia plurale perché solo così può essere unitario. Ogni suggestione che stabilisca che l’unità contro Berlusconi si possa magicamente trasformare in una compiuta proposta alternativa di governo del paese, oltre ad essere infondata, provoca divisioni. 2) costruire l’unità della sinistra anticapitalista, politica e sociale, nella Federazione. Purtroppo le scadenze elettorali, la diffidenza di molti verso una presunta ennesima operazione verticistica, e la difficoltà oggettiva a superare tante divisioni prodotte negli anni passati hanno limitato notevolmente la capacità aggregativa della Federazione. Ma è indispensabile insistere e insistere ancora affinché la Federazione nasca come un processo effettivamente democratico, dal basso, e con la chiarezza politica e culturale sufficiente per aggregare nel tempo tutto ciò che si muove sul terreno della critica radicale al capitalismo contemporaneo e che si propone una alternativa di società. La chiarezza, il tempo e soprattutto la pratica possono vincere diffidenze, dubbi e perfino settarismi. Perciò Giovanni ed io ci siamo permessi di dire che “molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti”. Considerare insuperabili i limiti verticistici e quelli oggettivi del campo ristretto delle forze fino ad ora partecipanti e parlare della Federazione per come essa è oggi al fine di porre poi il problema dell’unità con Sel è un grave errore. E’ come infilarsi, magari inconsapevolmente, in un rapporto nel quale la differenza, che c’è, sulla prospettiva di internità al centrosinistra o meno, viene oscurata, rimandata e sostituita da una falsa dialettica fra vecchio e nuovo, fra nostalgia e innovazione, fra comunisti del secolo scorso e nuova sinistra all’altezza dei tempi, fra sinistra testimoniale e sinistra di governo. Mi spiace dover insistere oggi su questo punto, che consideravo risolto dal congresso del PRC, ma ridurre la Federazione all’unità col Pdci e parlare di unità con Sel senza approfondire la questione del centrosinistra sarebbe un ritorno alla logica che ha ispirato la Sinistra e l’Arcobaleno. Voglio dire con estrema chiarezza che non ho dubbi sulle intenzioni dei firmatari l’appello del PRC. Non credo proprio che qualcuno di essi, tanto meno tu, voglia tornare su questo punto. Ma qui quel che conta, per me, non sono le intenzioni bensì gli effetti pratici di ciò che si propone. Su molti degli altri firmatari, invece, sono sicuro che l’intento sia esattamente quello. E non faccio processi alle intenzioni perché è ciò che dicono ogni giorno apertamente.

Per superare le divisioni non bastano intenti, suggestioni e invenzioni. Bisogna non rimuovere e tentare di superare i problemi che le hanno originate. Ovviamente mi è chiaro che i problemi non si presentano e ripresentano allo stesso modo. Ma la sottovalutazione delle negatività dell’esperienza del governo Prodi, la sopravalutazione dei possibili esiti a sinistra della dialettica interna al PD, le suggestioni leaderistiche prive di contenuti reali e assolutamente interne al bipolarismo, il nuovismo come dogma assoluto e la disinvoltura sui programmi (per cui alle elezioni del parlamento europeo si può presentare una lista con veri e propri “tifosi” del trattato di Lisbona, della NATO e perfino delle più liberiste scelte economiche), permettono che si possa parlare con SEL di unità della sinistra in modo serio? Io mi auguro che SEL si renda conto che una riedizione dell’Unione è impossibile. Che a forza di puntare sugli sviluppi interni al PD rischia di essere usata e perfino assorbita nella sua dialettica interna, magari proprio associandosi a quelle parti interne ed esterne al PD (come il quotidiano Repubblica) interessate a dividere la sinistra fra testimoniali ed addomesticati per i propri scopi. Che a forza di dire “nuovo” prima o poi si debba dimostrare che ciò che si propone sia anche all’altezza dei tempi, sia anche buono e soprattutto sia effettivamente nuovo. Non solo me lo auguro. Vorrei che si facesse di tutto per dialogare, lottare insieme su obiettivi comuni, confrontare culture e proposte, anche strategiche. Vorrei cioè che si discutesse senza anatemi, senza offendere l’interlocutore, senza fare processi alle intenzioni. Al netto degli insulti, delle accuse di stalinismo e perfino di omofobia che, per quanto non abbiano trovato nel gruppo dirigente del PRC nessuna risposta ispirata dalla volontà di rissa, lasciano ferite difficili da curare, io penso che si debba essere coraggiosi a sufficienza per dialogare del futuro senza rinverdire una sola polemica del passato. Senza confondere, però, i problemi che hanno originato la divisione con gli effetti della stessa, per dichiararla superata riscoprendola in un secondo momento più distruttiva di prima. E con la consapevolezza che per discutere del futuro bisogna avere chiaro cosa si prevede e cosa si vorrebbe dal futuro. Ed è il tema del terzo punto della nostra proposta unitaria, ovviamente limitato alla proposta politica.

3) avere una idea di come, contemporaneamente, rispondere alla triplice esigenza di a) fermare l’avanzata delle destre ed approfondire le loro contraddizioni; b) non ricadere nella dialettica distruttiva per cui bisogna per forza essere interni e subalterni al centrosinistra o isolati e testimoniali; c) incidere sul più grave problema democratico del paese che è il bipolarismo. Si tratta della proposta di accordo in difesa della Costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non di governo. Io credo che questa proposta sia chiara, comprensibile, e utile prima che a noi stessi all’obiettivo di battere le destre sommando ciò che il tentativo di un accordo di governo finirebbe invece col dividere sia nella sfera delle forze politiche sia soprattutto nell’elettorato. E’ questa proposta a poter incidere  nella stessa dialettica interna al PD, anche facendo sponda a chi comincia a capire che il bipolarismo è parte del problema della egemonia e della forza delle destre e non la sua soluzione, e a poter fornire un terreno sul quale la sinistra politica e sociale possa ritrovarsi sui propri contenuti. Senza che questi contenuti siano sacrificati sull’altare del governo e soprattutto senza che siano usati dal PD come prova della nostra “irresponsabilità” e “mancanza di realismo” se non come prova della nostra “indifferenza” alla possibile vittoria delle destre.

Non credo proprio che queste “nostre proposte” siano superate. Il fatto che siano difficili da realizzare, come tutto del resto, non significa che siano impossibili. Anzi!

Ovviamente penso siano suscettibili di essere cambiate, anche radicalmente, in presenza di evoluzioni della situazione che giustifichino una ridiscussione così profonda. Ma non credo debbano essere messe in mora, parlo soprattutto della terza, in attesa di possibili evoluzioni. Questo si sarebbe proprio non avere nessuna bussola ed essere in balia dei progetti altrui, sperando che prendano la piega giusta.

Tutto qui, caro Luigi. Non so se è molto o è poco. Ma è tutto qui.

Con grande e sincero affetto.

Ramon Mantovani

Uniti si! Ambigui e confusi no!

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , on 23 maggio, 2010 by ramon mantovani

La crisi capitalistica, oltre ad approfondirsi costringe chi non si propone di metterne in discussione la natura strutturale, a fare proprie le politiche monetariste e liberiste dell’Unione Europea e della Banca Centrale. E’ così che in Italia governo e centrosinistra si accapigliano su tutto tranne che sul punto più importante: i sacrifici. Possono litigare sui tempi e sui modi, su questo o quel dettaglio, ma non sulla necessità di enormi tagli per salvare il sistema economico e per soddisfare gli appetiti del capitale speculativo. Tutto questo è destinato a produrre una macelleria sociale. Con un’opposizione parlamentare incapace di contestare le scelte di fondo capitalistiche, che invece vengono addirittura assunte come base per criticare il governo e per richiamarlo ad una maggiore coerenza con esse, i tagli draconiani sono destinati a produrre malcontento e sofferenze di ogni tipo, ma non una resistenza capace di accumulare forze e di preparare una alternativa. In questo contesto i sentimenti di egoismo sociale, le guerre fra poveri e la distanza dalla politica, comunque declinata nel bipolarismo, sono cose destinate a crescere. Mai come oggi sarebbe necessaria una sinistra politica unita che “torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana” (come recita il titolo di un recente appello di alcuni esponenti del PRC, del Pdci, di SEL e di alcune personalità della sinistra). Ma, a nostro parere, senza chiarezza politica e programmatica su due questioni fondamentali l’unità è destinata ad infrangersi, producendo nuove divisioni. E il “ruolo importante” è destinato ad essere un ruolo comprimario nel centrosinistra. La prima è che la radicalità della critica al sistema capitalistico finanziarizzato, che è la causa della crisi, non può essere un dettaglio sacrificabile sull’altare di una alleanza contro Berlusconi. La seconda è che senza una battaglia durissima contro il bipolarismo la politica ufficiale (tutta senza distinzioni) è destinata a separarsi definitivamente dalla società. Mentre per altre forze questo è perfino utile, giacché il “governo dell’esistente” nel tempo del capitalismo contemporaneo ha bisogno di essere indifferente alle conseguenze sociali delle proprie scelte, per la sinistra è esiziale. A meno che non si voglia essere sinistra liberale. O che si voglia confondere l’interesse di un ceto politico a ricavarsi uno spazio istituzionale nel centrosinistra con gli interessi delle lotte e delle classi subalterne.

Per questo noi insistiamo nel dire, come è scritto nel documento fondativo, che la Federazione della Sinistra deve essere costruita come l’unità della sinistra politica e sociale anticapitalista e che deve essere indipendente dal centrosinistra. Per questo ribadiamo, come ha votato a larghissima maggioranza il CPN del PRC, che col centrosinistra si deve fare un accordo in difesa della costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non un accordo di governo. Per questo diciamo, sommessamente ma con fermezza, che parlare della Federazione come se questa avesse già unito il possibile (mentre molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti) proponendo poi l’unità con SEL e glissando sull’internità o meno al centrosinistra, è un grave errore. Non di manovre trasversali delle correnti dei diversi partiti e non di suggestioni unitarie senza chiarezza abbiamo bisogno. Serve una prospettiva unitaria chiara su progetto e contenuti, a partire dalle cose che già abbiamo insieme deciso. Il corpo militante che in questi anni ha resistito e combattuto contro tutti e tutto per mantenere in vita Rifondazione, e che sarà presto chiamato a decidere nei congressi della Federazione e del partito, merita che il gruppo dirigente sia chiaro e non dilaniato da incomprensibili lotte correntizie.

Ramon Mantovani

Giovanni Russo Spena

Pubblicato su Liberazione il 22 maggio 2010

La crisi e la sinistra, la crisi della sinistra.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , on 24 gennaio, 2008 by ramon mantovani

Eccoci alla crisi.

Scrivo, e lo faccio apposta, a poche ore dal voto di fiducia del senato, quando ancora non si sa se Prodi lo affronterà veramente, uscendone vincente o sconfitto, o se si dimetterà un minuto prima per aprire la strada ad un Prodi bis o a un altro governo, istituzionale, tecnico o che so io.

Mi interessa, in questo momento, dire delle opinioni, e soprattutto porre domande, su questa esperienza di governo e su come si è arrivati a questo punto. Perché un bilancio e un giudizio su quanto è successo è importante per capire cosa fare ora.

Avevamo pensato, e non a torto, che una stagione di lotte connesse al movimento contro la globalizzazione e all’opposizione contro Berlusconi avevano creato le condizioni per tentare (ripeto: tentare) di invertire la tendenza. Si poteva instaurare un circolo virtuoso per cui provvedimenti in risposta alle domande dei movimenti sociali e sui diritti civili avrebbero sollecitato nuove domande più avanzate. In questo modo si sarebbe anche ridotta la separatezza fra politica e società.

Evidentemente le cose non sono andate così. Ma perchè?

Si può dire, come fanno molti a sinistra, che era un’illusione, che non c’era e non c’è alternativa ad una collocazione di opposizione. Che solo la denuncia dei problemi, la presenza nelle lotte, i voti coerenti in parlamento possono, nel lungo periodo, far accumulare le forze per cambiare le cose. Un giorno lontano, forse. Oppure si può dire che è colpa della legge elettorale, di Mastella e dei centristi, del Partito Democratico, della divisione della sinistra, della cedevolezza del governo nei confronti dei poteri forti e del Vaticano. E così via.

Io non concordo con nessuna di queste due tesi. Entrambe sono, per dirla con un termine gergale ma efficace, politiciste, anche se contengono molti elementi di verità. Entrambe, cioè, pensano che la chiave di volta di ogni situazione sia interna alla politica ufficiale, tanto se ti opponi in modo intransigente e declamatorio come se tenti di cambiare le cose dall’interno del governo. Entrambe finiscono inevitabilmente per essere subalterne al governo e ai poteri che lo sorreggono, così come finiscono per misurare i famosi “rapporti di forza” in termini elettoralistici. Entrambe, infine, osservano i movimenti dall’alto, come se i movimenti non nascessero per cambiare le cose subito bensì per smascherare il capitalismo o per delegare qualcuno a “fare il possibile” nelle istituzioni. Io invece credo che il “tentativo” sia diventato ben presto un “non possiamo fare altrimenti”, che gli obiettivi di cambiamento siano inesorabilmente divenuti “riduzione del danno” e che “l’internità” ai movimenti sia stata sostituita dal classico “dialogo”. Ovviamente le cose sono molto complesse ma io penso che si poteva, in autunno, fare un bilancio sincero sul “tentativo”, dire chiaramente a tutti che non si poteva più andare avanti così, vincolarsi ad una consultazione di massa sulla permanenza o meno al governo e andare fino in fondo. Almeno si sarebbe dimostrato che i contenuti sono più importanti della collocazione politica, che esiste una forza che prova davvero a cambiare le cose ma che se non ci riesce non cambia discorso, non racconta balle, non prende decisioni “interpretando” il volere e i sentimenti della propria gente ed è capace di avere il coraggio di rimettere la decisione più importante ad un referendum. Così facendo si sarebbe aperta una vera e grande discussione sia sui contenuti della politica del governo sia sullo stesso tema del rapporto della sinistra con il governo e con il potere. E sono convinto che sarebbe stata una discussione dall’esito non scontato. Forse c’era ancora la possibilità di cambiare la rotta del governo. Per saperlo, però, bisognava provarci davvero mettendo nel conto anche una possibile rottura.

Mi sbaglierò, ma se tutto questo non è stato fatto è perchè si è pensato ad una unità della sinistra salvifica e senza basi reali, che ha funzionato da freno invece che da motore per i movimenti e le lotte.

E così siamo travolti da una crisi nata con gli arresti domiciliari della moglie di Mastella, dalle più oscene manovre di palazzo, per cui se Prodi si salvasse saremmo ancora più subalterni e se ci fosse un governo istituzionale ci lacereremmo ancora di più fra di noi. Per non parlare, poi, di eventuali elezioni anticipate che ci precipiterebbero in una discussione sulla lista unica, sul simbolo e soprattutto sull’alleanza o meno con il Partito Democratico.

Ma questa è un’altra discussione. Intanto vediamo che succede…

ramon mantovani