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L’arroganza del PSOE

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 30 luglio, 2019 by ramon mantovani

 

La mancata formazione di un governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos merita di essere analizzata perché può essere un punto di svolta (negativo) per la politica spagnola, e non solo.

Per capire bene cosa è successo, senza incorrere nell’errore di paragonare impropriamente la situazione spagnola con quella italiana, bisogna considerare le profonde differenze tra i due sistemi politico istituzionali. Ed anche sapere cosa è successo nelle due precedenti tornate elettorali del 2015 e del 2016.

Innanzitutto bisogna sapere che in Spagna il sistema elettorale è proporzionale nelle circoscrizioni provinciali ma, non essendoci una attribuzione dei seggi restanti (e cioè non eletti con quoziente pieno nelle province) in un collegio unico nazionale, è stato nei fatti maggioritario ed ha prodotto il bipartitismo PSOE-PP.

A fare le spese di questo sistema è sempre stata la sinistra radicale che non ha mai avuto la possibilità (anche con percentuali di voto superiori al 10%) di eleggere deputati nella stragrande maggioranza delle province (45 delle 52 circoscrizioni).

Questo sistema ha prodotto nel tempo ben quattro effetti distorsivi della volontà popolare: 1) gli elettori potenziali della sinistra radicale sono stati indotti a votare PSOE in gran parte delle province per non disperdere il voto e non far vincere il PP. 2) la contesa elettorale nei fatti ha avuto come oggetto il governo e non già la formazione di un parlamento rappresentativo. 3) il partito più votato ha, anche con percentuali del 40%, ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi ed ha formato un governo monocolore. “Vincere le elezioni” per decenni ha voluto dire banalmente essere il primo partito. 4) Pur non essendoci il presidenzialismo, nei fatti il capolista a Madrid del partito più votato è storicamente diventato il capo del governo e progressivamente le campagne elettorali sono state di fatto presidenzialiste e ultrapersonalizzate sulla figura del candidato a presiedere il governo.

Vi è poi un’altra peculiarità che è indispensabile tenere in conto per capire gli ultimi avvenimenti. In Spagna il Re, dopo consultazioni con i gruppi parlamentari, nomina un candidato ad essere eletto Presidente del Governo. Ma quest’ultimo si presenta al Congreso de los Diputados senza dover indicare la lista dei ministri e può essere eletto con maggioranza assoluta dei membri in prima votazione o con maggioranza semplice in seconda. Se eletto forma il governo che gli pare e piace senza dover ricevere la fiducia del parlamento. In altre parole può governare in minoranza perché con le astensioni dei piccoli gruppi, che rimangono poi all’opposizione, può ottenere più voti positivi che negativi. La maggioranza dei governi, dalla Costituzione del 78 in poi, sono stati governi monocolori di minoranza. E va aggiunto che secondo la Costituzione è lo stesso Presidente del Governo a poter sciogliere le camere e convocare nuove elezioni. Con un considerevole potere di ricatto nei confronti del parlamento e degli altri partiti.

Negli ultimi anni il sistema bipartitista è entrato in crisi. Per effetto della crisi economica, degli scandali di corruzione del PP ma anche del PSOE, della questione catalana, dell’entrata in scena potente di tre nuovi soggetti (Podemos, Ciudadanos e Vox) il bipartitismo PSOE-PP è passato (sommando i voti dei due partiti) dall’83,81% del 2008 al 45,38% di quest’anno.

Nelle elezioni del dicembre del 2015 il bipartitismo aveva ancora il 50,7%. Il PP era passato dal 44,63% e 186 seggi su 350 del 2011 al 28,71% e 123 seggi. Il PSOE dal 28,76 e 110 seggi al 22% e 90 seggi. Podemos, le liste catalane, valenciane e galiziane ad esso collegate, che si presentava per la prima volta, aveva ottenuto il 20,66% e 69 seggi. Izquierda Unida (senza presentarsi in Catalunya e Galicia perché presente nelle liste locali collegate a Podemos) era passata dal 6,92% e 11 seggi al 3,68% e 2 seggi. Ciudadanos che si presentava per la prima volta aveva ottenuto il 13,94% e 40 seggi. Da notare che se Podemos non avesse sdegnosamente rifiutato la proposta di lista unica fatta da Izquierda Unida avrebbe superato in voti il PSOE (6 milioni e 100mila voti contro 5 milioni e 500mila voti) e probabilmente in seggi collocandosi come seconda forza nel paese.

Il PP, nel corso delle consultazioni del Re rifiutò di esprimere un candidato alla Presidenza del governo in quanto incapace ad ottenere sul nome di Mariano Rajoy voti favorevoli ed astensioni sufficienti ad eleggerlo. Per la prima volta il partito “vincitore” delle elezioni non riusciva a formare il governo. Il PSOE, invece propose al Re, ed ottenne, di candidare Pedro Sanchez. Con 90 seggi su 350 Sanchez, dopo lunghe consultazioni, aprì due tavoli separati di negoziazione. Uno con Podemos e Izquierda Unida e un altro con Ciudadanos (che per tutta la campagna elettorale aveva definito partito di destra e perfino di estrema destra). Con i primi avrebbe avuto 161 seggi (15 voti in meno della maggioranza assoluta) ma si sarebbe assicurato facilmente i voti favorevoli e/o le astensioni sufficienti dei partiti catalani e baschi per formare il governo. Con Ciudadanos avrebbe avuto 130 seggi e gli sarebbero serviti altri 46 voti, impossibili da conquistare.

Podemos e Izquierda Unida avendo insieme più voti (anche se meno seggi) del PSOE proposero di eleggere Sanchez e di formare un governo di coalizione. E Sanchez li attaccò con l’argomento che pensavano alle poltrone ministeriali prima che al programma. Mentre era in corso il negoziato fra PSOE, Podemos e Izquierda Unida Sanchez annunciò all’improvviso che aveva raggiunto un accordo programmatico (fortemente neoliberista) di governo con Ciudadanos, senza specificare se dopo l’elezione del Presidente del governo si sarebbe formato un governo con la presenza di ministri di Ciudadanos.

Naturalmente il negoziato con Podemos e IU si paralizzò e da quel momento il PSOE iniziò una campagna martellante (sostenuto da tutti i mass media) affinché Podemos e IU votassero, insieme a Ciudadanos a favore di Sanchez Presidente con il programma concordato fra PSOE e Ciudadanos. Ovviamente questi negarono il voto e vennero convocate nuove elezioni.

Questo comportamento del PSOE può apparire perfino irrazionale. Ma non lo è affatto. Per il semplice motivo che, come affermerà Sanchez stesso in una storica lunga intervista televisiva, enormi pressioni dei poteri forti gli avevano fatto rinunciare anche alla sola ipotesi di formare un governo con Podemos e IU. E non lo è nemmeno perché la seguente campagna del PSOE, anche questa sostenuta dai mass media più potenti, che porterà alle elezioni del dicembre del 2016 incentrata contro Podemos e IU, e segnatamente contro Pablo Iglesias che “irresponsabilmente” e per “eccessive ambizioni personali” avevano negato il voto ad un governo socialista facendo il gioco del PP funzionerà benissimo. Come funzionerà benissimo l’appello sia del PSOE che del PP al voto utile.

Infatti nel giugno del 2016 si ripetono le elezioni. Il PP passa dal 28% al 33% e da 123 a 135 seggi e il PSOE, che nei sondaggi era sceso molto, conferma il 22% e passa da 90 a 85 seggi. Unidos Podemos passa dal 24,33% (sommando Podemos e IU) al 21,1% e mantiene i suoi 71 seggi.

Questa volta il PP presenta la candidatura di Rajoy e non essendoci nessuna alternativa possibile, nel PSOE scoppia il finimondo. Nel partito i vecchi più importanti dirigenti, ministri e primi ministri (quasi tutti ben collocati in consigli di amministrazione di banche e imprese multinazionali) insieme alla maggioranza di dirigenti locali del PSOE defenestrano da segretario Sanchez che non ne vuole sapere di far astenere il PSOE per permettere il governo del PP. Ciudadanos appoggia l’elezione di Rajoy senza entrare al governo e il PSOE alla fine si astiene con qualche dissidente. Sanchez il giorno prima del voto si dimette anche da deputato per non astenersi.

In seguito Sanchez da battaglia nel partito e con un profilo nettamente di sinistra vince le primarie contro la candidata sostenuta dalla direzione del partito, Susana Diaz, che da Presidentessa del Governo andaluso aveva poco tempo prima rotto il governo con Izquierda Unida per formarne uno con Ciudadanos.

Il PSOE, con un segretario fuori dal parlamento che mantiene a parole un profilo di sinistra, tenta in tutti i modi di resuscitare una dialettica propria del bipartitismo. Lo fa anche accusando il PP di aver provocato la crisi catalana, dicendo che la Spagna è un paese plurinazionale e che i problemi politici non si risolvono attraverso la via repressiva e giudiziaria. Il giorno dopo del referendum di autodeterminazione autoconvocato unilateralmente dal parlamento catalano, e sul quale si abbatte, come è noto, una violentissima repressione, il PSOE annuncia la presentazione di una mozione di censura, che non verrà mai presentata, contro la Vice Presidentessa del governo di Rajoy, responsabile della gestione del problema catalano. Inoltre il PSOE parla apertamente di abrogazione della legislazione sul lavoro promulgata dal PP. Insomma, pare che il PSOE di Sanchez abbia fatto davvero una svolta a sinistra mentre il PP e Ciudadanos si radicalizzano a destra. Ma poi il PSOE appoggia il PP nell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che scioglie il parlamento catalano, destituisce il governo indipendentista e commissaria tutte le istituzioni catalane. Su tutto questo Unidos Podemos si oppone. Pur criticando l’unilateralismo degli indipendentisti catalani giudica abusiva l’applicazione dell’articolo 155 e la repressione che ne segue. Considera i detenuti del governo catalano e i profughi inseguiti da mandati di cattura come perseguitati politici e ribadisce la storica posizione della sinistra spagnola favorevole ad uno stato federale e al diritto all’autodeterminazione dei catalani. Nel giugno del 2018, dopo un tentativo fallito di Unidos Podemos, il PSOE presenta una mozione di censura contro il governo di Rajoy a seguito di una sentenza giudiziaria che condanna il PP come partito per numerosi casi di corruzione. Nell’ordinamento spagnolo questa mozione di censura equivale a una mozione di sfiducia costruttiva. Se approvata provoca la caduta del governo ed automaticamente entra in carica un nuovo governo con presidente del consiglio indicato nella mozione stessa. Agli 85 deputati del PSOE si aggiungono, senza negoziare nessuna condizione, quelli di Unidos Podemos e quelli di tutti i partiti catalani e baschi. E’ così che per la prima volta in Spagna si forma un governo di minoranza con soli 85 seggi di supporto e con un Presidente che non è deputato. Sanchez annuncia tre cose che sembrano lasciare ben sperare circa le intenzioni del governo: 1) rimozione entro l’estate della salma del dittatore Francisco Franco dal mausoleo del Valle de los Caidos e rivitalizzazione della legge sulla memoria storica; 2) una serie di provvedimenti sociali per combattere la precarietà e per redistribuire il reddito; 3) avvio di un negoziato politico con il nuovo governo catalano indipendentista scaturito dalle elezioni catalane convocate d’autorità dal governo del PP nel dicembre del 2017.

Unidos Podemos propone ed ottiene dal PSOE la elaborazione negoziata di una serie di misure sociali nettamente di sinistra, sia da promulgare per decreto sia da raccogliere nella prossima legge di bilancio.

Ma le cose si complicano. Franco resta dov’è. Quel che doveva essere fatto in poche settimane a due anni di distanza è ancora in forse. Si verifica così quanto sia intriso di franchismo l’apparato giudiziario e statale. Nell’ultima sentenza del Tribunale Supremo che sospende, su ricorso degli eredi, la rimozione del cadavere del dittatore, si definisce Franco come capo dello stato spagnolo dall’ottobre del 1936. E cioè dall’inizio del colpo di stato contro la legittima Repubblica.

Dei provvedimenti concordati fra PSOE e Unidos Podemos per iscritto vede la luce unicamente l’aumento del salario minimo. Gli altri o rimangono nel cassetto o vengono promulgati come decreti in forma riduttiva. È il caso, per esempio, della regolazione degli affitti. Si prolungano i contratti da 3 a 5 anni ma non si mette nessun limite agli aumenti.

Sulla questione catalana effettivamente il governo di Sanchez avvia conversazioni con il governo catalano. Ma si tratta di un dialogo fra sordi nel quale il governo non fa nessuna proposta concreta per superare in positivo la situazione.

In occasione della discussione della legge di bilancio, che necessita dei voti dei partiti indipendentisti catalani e dei partiti baschi sia moderati come il Partito Nazionalista Basco sia di estrema sinistra indipendentista come EH Bildu, Sanchez si impegna ad avviare un vero negoziato con il governo catalano ed accetta che sia accompagnato da una sorta di mediatore. Ma quando i tre partiti di destra PP, Ciudadanos e Vox convocano una manifestazione nazionale a Madrid, il PSOE torna sui suoi passi e annulla il negoziato con il governo catalano prima ancora che sia cominciato.

A questo punto la legge di bilancio viene bocciata perché i partiti catalani votano contro e Sanchez, che ne ha l’autorità, scioglie il parlamento e convoca le elezioni anticipate.

Come si può ben vedere il PSOE di Sanchez tende a presentarsi come partito rinnovato e con posizioni di sinistra, aperto alla collaborazione con Unidos Podemos e al dialogo con i partiti catalani e baschi, ma nei fatti non realizza gli impegni presi e ad ogni passaggio decisivo pretende il sostegno gratuito e senza condizioni al suo governo di minoranza. Se Unidos Podemos o i partiti indipendentisti si permettono di pretendere l’applicazione degli accordi solennemente firmati vengono attaccati come irresponsabili e complici del gioco delle destre. Non si tratta, a mio modesto parere, solo di arroganza, che pure c’è, da parte di Sanchez e del PSOE. Si tratta dei condizionamenti potenti sia dei poteri forti economici contrari alla collaborazione del PSOE con Unidos Podemos, sia degli apparati dello stato, a cominciare dalla monarchia, contrari a qualsiasi ipotesi di soluzione negoziata con il governo catalano.

Non è un caso che siano venuti alla luce recentemente le trame di quelle che in Spagna sono chiamate “le fogne dello stato” e che potremmo definire come apparati deviati, dediti a fabbricare prove false contro Podemos per finanziamenti iraniani e a diversi esponenti dell’indipendentismo catalano per corruzioni e conti esteri inesistenti.

È così che si arriva alle ultime elezioni. I risultati sono noti. Il PSOE cresce fino al 28,68% e 123 seggi. Il PP cala fino al 16,70 e 66 seggi. Ciudadanos sale al 15,86 e 57 seggi. Unidas Podemos cala al 14,31 e 42 seggi. VOX entra in parlamento con il 10,26 e 24 seggi. I due partiti indipendentisti catalani passano da 17 a 22 seggi e quelli baschi da 7 a 10 seggi.

Il risultato del PSOE è un buon risultato, soprattutto se comparato con il precedente, ma non è certo un risultato che gli permette di poter governare da solo. Del resto lo stesso Sanchez in campagna elettorale aveva più volte detto che era apertissimo a formare un governo insieme a Unidas Podemos e aveva nuovamente promesso il dialogo con la Catalunya.

Ciò nonostante, dopo aver ricevuto l’incarico dal Re, Sanchez si comporta nei confronti di Unidas Podemos in modo a dir poco inqualificabile. Rifiuta di aprire un negoziato sul programma e sulla composizione del governo. Secondo Sanchez si deve discutere solo del programma perché poi il governo deve essere coeso e monocolore. Poi propone un governo di “collaborazione”, e cioè un governo nel quale Unidas Podemos può indicare qualche personalità indipendente e gradita ovviamente anche al PSOE. Per giustificare il veto a ministri di UP Sanchez sostiene che su questioni economiche e soprattutto sulla questione catalana UP non è affidabile e potrebbe creare troppo gravi difficoltà al governo. Come a dire che sulle questioni dove le differenze fra PSOE e UP sono consistenti non si può mediare e bisogna applicare la linea del PSOE. Poi, quando accetta di comporre il governo con UP, pone il veto a Iglesias. Poi quando Iglesias annuncia di rinunciare alla personale presenza nel governo il PSOE offre a UP ministeri senza deleghe e senza capacità di spesa consistenti. Quando UP insiste per avere ministeri più importanti Sanchez dice che i ministeri “di stato” (difesa, economia, interni, esteri e giustizia) e altri come lavoro e fisco, non sono negoziabili con UP. Alla insistenza di UP per il ministero del lavoro Sanchez risponde che sarebbe sgradito alla CEO (Confindustria).

Contemporaneamente Sanchez, chiede al PP e a Ciudadanos che si astengano e permettano la formazione di un governo monocolore di minoranza del PSOE. Chiede cioè che facciano ciò che aveva fatto due anni prima il PSOE, e al quale lui si era opposto arrivando a dimettersi da deputato.

La sessione parlamentare di “investidura”, e cioè di elezione del Presidente del governo, viene convocata a negoziati aperti e alla fine si svolge senza alcun accordo previo. Alla prima seduta e votazione, che richiede la maggioranza assoluta, Sanchez insiste con UP affinché vengano accettate condizioni capestro e soprattutto insiste più volte con Ciudadanos e PP, nonostante questi lo accusino di voler formare un governo con populisti, comunisti, golpisti e filoterroristi per distruggere la nazione spagnola, per ottenere il loro appoggio in forma di astensione al fine di evitare elezioni anticipate.

La prima votazione si conclude con 124 voti a favore di Sanchez (uno in più di quelli del PSOE, del Partito Regionalista Cantabrico), 170 voti contro delle destre, indipendentisti catalani ed altri minori, e 52 astenuti di UP e dei due partiti baschi.

I due giorni che separano la prima dalla seconda votazione scorrono con intensi negoziati fra PSOE e UP. Ma si va al voto senza accordo. L’ultimo tentativo di UP in extremis, per ottenere almeno la competenza parziale sulle questioni del lavoro, viene sdegnosamente rifiutato.

UP decide di votare astenuto dopo aver preso in considerazione anche il voto contrario e Esquerra Republicana de Catalunya passa dal voto contrario al voto di astensione. Entrambe le forze lo fanno per evitare (inutilmente) di essere accusati di votare insieme alle destre e soprattutto per segnalare la necessità di continuare la trattativa in vista di una successiva sessione di “investidura” che secondo l’ordinamento si deve svolgere entro due mesi dalla prima votazione, trascorsi i quali il parlamento sarà sciolto automaticamente.

Non dovrebbe essere difficile capire quanto sbagliato sia descrivere questa situazione secondo i canoni italiani, come ha fatto certa stampa italiana, e segnatamente addossando tutta la responsabilità di eventuali elezioni anticipate all’”estremismo” di Unidas Podemos.

Il PSOE e il suo segretario Pedro Sanchez hanno dimostrato ancora una volta di far parte del problema e non della sua soluzione.

Pretendere di governare in minoranza con 128 seggi su 350 contando sull’appoggio esterno di UP e sull’astensione dei partiti baschi e catalani, dopo aver dichiarato inaffidabile UP (che pure ha la metà dei voti del PSOE) per le sue legittime posizioni sulla politica economica e sociale e per la questione catalana senza offrire su questa nessuna soluzione politica,  e/o contare anche sull’astensione di PP e Ciudadanos può significare solo due cose: tentare di ottenere in settembre un governo monocolore di minoranza o puntare nei fatti ad elezioni anticipate.

Sicuramente Unidas Podemos insisterà per un governo di coalizione con un programma di sinistra. Le dichiarazioni di questi giorni del PSOE sembrano escluderlo categoricamente. Ma ci sono due fattori che potrebbero portare il PSOE a mutare di avviso. Tutti i sondaggi successivi alle elezioni hanno dato il PSOE in forte ascesa ma al contempo dicono anche che gli elettori del PSOE vorrebbero un governo di sinistra con UP. Bisognerà vedere cosa dicono i sondaggi che si faranno nei prossimi giorni dopo i due voti falliti in parlamento. Ed in ogni caso bisognerà attendere gli esiti delle pressioni dei poteri forti sul PP e sul recalcitrante Ciudadanos affinché favoriscano un governo di minoranza del PSOE.

Anche in UP Podemos si apre una discussione complicata. Se il PSOE non scende a più miti consigli è meglio permettere un governo di minoranza del PSOE, incalzandolo con la mobilitazione popolare, o è meglio votare contro insieme alle destre, provocando elezioni anticipate nelle quali non si sa cosa potrebbe succedere? Non va dimenticato che le tre destre hanno insieme oggi gli stessi voti di PSOE e UP.

Si tratta del solito dilemma per la sinistra radicale. Qualsiasi cosa si faccia si sbaglia. Nel senso che comunque si paga un prezzo alto. E non esistono scorciatoie né invenzioni miracolose per evitare questo problema. Che è intrinseco a sistemi istituzionali ed elettorali che penalizzano le forze che vogliono mettere in discussione il sistema e non semplicemente amministrarlo accettandone le regole di mercato e i condizionamenti dei poteri forti.

Ovviamente si può discutere degli errori commessi da UP e da Iglesias nel corso del negoziato. Si può farlo all’infinito e si possono avere posizioni contrapposte in merito. Ma discuterne con l’idea che si sarebbe potuto ottenere un buon accordo con questo PSOE o che la rinuncia ad entrare al governo avrebbe salvaguardato la buona immagine di UP come partito disinteressato alle poltrone sarebbe una discussione per fuggire dalla realtà. Né in un caso né nell’altro UP avrebbe conquistato leggi e provvedimenti per le classi subalterne. L’intenzione del PSOE di non mettere in discussione la politica economica dominante, né la monarchia erede della dittatura, né la forma dello stato fondata sul nazionalismo spagnolo escludente verso le altre nazioni che abitano la Spagna è un dato di fatto. Che non si può rovesciare con qualche mossa tattica, o fingendo di aver ottenuto una svolta inesistente, o cercando semplicemente di salvare la propria immagine.

Inoltre in settembre è attesa la sentenza del Tribunal Supremo nel processo ai membri incarcerati del governo catalano, che l’accusa vorrebbe condannati come se avessero organizzato un colpo di stato e un’insurrezione armata.

La sentenza provocherà un terremoto. Il PSOE lo sa. E se la sentenza precederà la nuova sessione parlamentare di investidura dai partiti catalani e da almeno uno dei due baschi, EH Bildu, il PSOE non potrà più aspettarsi nessun voto di astensione.

Allo stato, quindi, la cosa più probabile sono le elezioni anticipate. Con un PSOE che accuserà tutti gli altri di esserne i responsabili, che lancerà continui appelli al voto utile e che proporrà nel programma una riforma costituzionale che garantisca al partito più votato di poter governare comunque in minoranza, come ha già anticipato Sanchez nel recente dibattito parlamentare.

Non è una bella prospettiva né per la sinistra spagnola né per la sinistra europea che ha sperato, con un evidente eccesso di ottimismo, che in Spagna si potesse finalmente aprire una nuova strada per cominciare a rimontare la china.

ramon mantovani

pubblicato su www.rifondazione.it e su www.transform-italia.it il 29 luglio 2019

Serve a qualcosa votare Potere al Popolo?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 26 febbraio, 2018 by ramon mantovani

È utile il voto il 4 marzo?

Nel sistema politico istituzionale italiano verrebbe da dire di no.

Il motivo principale per dire di no è (e non è un paradosso) il sistema elettorale fondato proprio sul cosiddetto “voto utile”.

In questo sistema è effettivamente utile votare se si considera, si crede o si spera, che il voto serva a scegliere il governo fra opzioni apparentemente diverse ma sostanzialmente identiche su alcune questioni fondamentali: il primato del mercato su tutto, un’idea della società fondata sull’individualismo e sulla competizione, la politica estera e, infine, una concezione della politica ultrapersonalizzata, spettacolare e litigiosa.

Ogni problema sociale reale è evocato nella continua rissa consumata nei media, nei talk show televisivi come sui social network, in modo strumentale e demagogico senza mai proporre realisticamente programmi e alleanze sociali e politiche per rimuoverne le vere cause e per trasformare la realtà.

Ai cittadini, ridotti a consumatori passivi, non resta che essere tifosi di questo o quel leader. Che il leader scelto vinca o perda non cambierà una virgola la loro condizione sociale, di lavoro e di vita.

Persino i più informati, ma sarebbe più giusto dire i più disinformati, che non esprimono il voto per mero tifo bensì sulla base di calcoli e previsioni dedotte da sondaggi e da continue illazioni sulle reali intenzioni dei leader, sono indotti a scegliere il meno peggio, a votare per far perdere un leader piuttosto che farne vincere uno proprio che non hanno, o a “sperare” irrazionalmente che qualche promessa elettorale abbia un seguito.

Dall’Italia della Repubblica Parlamentare, con il sistema elettorale proporzionale, con il quale votava il 90 % degli elettori e con 7 o 8 partiti in parlamento, nella quale una rivendicazione sociale o civile poteva essere conquistata da partiti collocati all’opposizione a dispetto del partito egemone nel governo, siamo passati all’Italia del primato del governo sul parlamento, con decine di partiti e partitini dediti al trasformismo più osceno, con una partecipazione al voto costantemente in calo e che in regionali e amministrative ormai è di poco più della metà degli aventi diritto al voto.

La combinazione delle leggi elettorali degli ultimi 25 anni e la trasformazione del dibattito pubblico ed elettorale in uno spettacolo osceno, confuso, rissoso e soprattutto demagogico e superficiale, ha pressoché cancellato la possibilità di votare sulla base di interessi di classe e sociali rappresentanze dotate del potere effettivo di trasferire nelle istituzioni il conflitto in modo efficace ed anche vincente.

Tutto ciò è avvenuto sulla base di una sconfitta sociale, politica e culturale, delle classi subalterne che si è prodotta negli ultimi 35 anni e che ha ridisegnato istituzioni e poteri sulla base degli interessi dei vincitori.

Oggi è impossibile sperare di controvertere questa situazione con il voto in una tornata elettorale.

Quindi, per chi si proponga di conquistare obiettivi di lotta trasformatori della realtà, interrogarsi sulla reale utilità del voto è legittimo.

Ma, per quanto legittima, questa domanda necessita di una risposta articolata e complessa. Non di una ulteriore semplificazione.

Il non voto banalmente non risolve nessuno dei problemi. E non funziona nemmeno come protesta giacché il sistema attuale cerca esattamente la non partecipazione al voto proprio dei settori sociali e politicamente coscienti della vera natura dei problemi che affliggono il paese.

In molti paesi indebitamente considerati democratici, come gli Stati Uniti d’America, tutto questo è più che evidente.

Che fare, dunque?

Secondo il mio modestissimo parere bisogna, per prima cosa, avere coscienza della realtà e dismettere illusioni, suggestioni e speranze infondate.

Senza questa coscienza è inevitabile essere risucchiati dalla logica del sistema, deludendo le aspettative infondate e ignorando le pur possibili cose positive che si possono fare realisticamente.

In altre parole più esplicite, se si pensa che quel che conta è avere una lista che dice di essere di sinistra, come Liberi e Uguali, che possa aspirare a un risultato utile a battere la “deriva” di Renzi e a condizionare effettivamente un eventuale governo di centrosinistra la delusione che ne deriverà sarà totale. Ovviamente delusione per gli elettori sinceramente di sinistra e non per gli aspiranti a un seggio. Del resto il PD di Bersani e la SEL di Vendola alle scorse elezioni presentarono una “Carta degli intenti” che tradiva lo stesso referendum sulla pubblicità della gestione dell’acqua, che santificava ogni trattato europeo, che prevedeva un’alleanza con Monti e così via. Carta degli intenti scritta con linguaggio ermetico ed imbroglione proprio per ingannare consapevolmente gli elettori.

Da dieci anni il Partito della Rifondazione Comunista insiste, in gran parte inascoltato, sulla necessità di mettere al centro le lotte, le esperienze di mutualismo e di resistenza, le analisi crude sullo stato dei rapporti di forza reali in Italia e in Europa, per produrre l’unità sufficiente a portare contenuti antiliberisti dentro le istituzioni senza coltivare l’illusione di poterli realizzare in alleanza col centrosinistra. E con la consapevolezza che solo ed esclusivamente il conflitto sociale, l’unità dei movimenti di lotta e una battaglia culturale seria e approfondita possono rendere utile una rappresentanza parlamentare nel lavoro di costruzione di un fronte sociale e politico, che in tempi medio lunghi possa proporsi obiettivi più avanzati.

I tentativi fatti fino ad ora in questa direzione sono sostanzialmente falliti. Io credo, e ne sono convinto profondamente, soprattutto per la mancanza della consapevolezza della natura del sistema oggettivamente impermeabile al conflitto sociale e per la perniciosa illusione, di alcune forze come SEL ma anche di moltissimi militanti dei movimenti di lotta, che esista una scorciatoia elettorale in grado di controvertere i rapporti di forza sociali e l’egemonia del pensiero unico liberista.

Il fallimento del Brancaccio è solo l’ultimo episodio.

Ma si può dire sinceramente e senza tema di smentita che la lista “Potere al Popolo” non è la semplice risulta ristretta dei fallimenti precedenti.

Si è condensata sufficientemente in questa lista la consapevolezza necessaria ad affrontare la battaglia senza illusioni e senza vendere fumo ai potenziali elettori.

Raccoglie programmaticamente i contenuti dei movimenti di lotta sindacali, sociali, civili e culturali più avanzati. È un primo passo significativo per costruire una unità dei tanti conflitti e movimenti che attualmente sono dispersi, isolati e a volte condannati all’autoreferenzialità proprio dalla mancanza di una mera rappresentanza politica.

Funziona democraticamente e può trasformarsi in una forza politica stabile, plurale per composizione politica e sociale, che dia protagonismo ai tanti e tante militanti di sinistra dispersi e delusi come a quelli organizzati sulla base del principio una testa un voto, e con misure utili ad impedire la formazione di ceti politici separati.

Il superamento dello sbarramento è un obiettivo arduo e molto difficile. Ma la mobilitazione e la coesione dimostrata nella raccolta delle firme oltre alla chiarezza politica, senza stupidi estremismi parolai e iperboli politiciste, dell’immagine costruita in campagna elettorale (anche grazie all’ottimo lavoro svolto dalla portavoce Viola Carofalo) la rendono non impossibile.

In ogni caso, qualsiasi sia il risultato elettorale, sono state poste le basi per una possibile inversione di tendenza. Per una prospettiva di lungo periodo.

Il voto a Potere al Popolo è un voto antisistema nel senso pieno del termine.

È un voto di coerenza e fedeltà a contenuti e movimenti di lotta che esistono e possono aspirare ad essere egemoni.

È un voto che esprime un moto liberatorio che dice basta!

La sua è un’utilità limitata.

Ma è un’utilità vera.

ramon mantovani

Il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 ottobre, 2017 by ramon mantovani

Quel che è successo il 1 ottobre in Catalunya non lascerà nulla uguale a se stesso.

La violenza gratuita e brutale della Policia Nacional e della Guardia Civil contro la popolazione inerme che difendeva i seggi del referendum con la sola resistenza passiva, è l’ultimo atto di un processo sociale, politico ed istituzionale lungo ormai anni. Per quanto grave e ripugnante, questa violenza di stato, non è tanto importante in sé quanto perché vi si condensano numerose e pesanti ingiustizie secolari e più recenti.

Si tratta di qualcosa che insiste su ferite aperte e mai rimarginate, che tocca nel profondo i sentimenti e non solo le ragioni di un intero popolo, che evoca i periodi più bui della storia della Spagna, che non sono pochi.

Solo così si può spiegare il perché decine di migliaia di persone comuni abbiano presidiato per due giorni e due notti i circa 2300 collegi elettorali per impedire che fossero occupati e chiusi dalla polizia prima del voto. Solo così si può capire come mai alle 6 del mattino (due ore prima dell’inizio delle operazioni di voto) del 1 ottobre davanti ai seggi ci fossero moltissimi elettori pronti a frapporre i propri corpi indifesi per impedire l’annunciato arrivo della polizia. Solo così si può intendere la decisione dei portuali catalani di non fornire nessun servizio, nei porti di Barcelona e Tarragona, alle navi noleggiate dal ministero degli interni per collocarvi i circa 10mila agenti della Policia Nacional e della Guardia Civil mandati in Catalunya dal resto della Spagna. Solo così si può comprendere perché il corpo dei pompieri catalani si sia schierato dalla parte della popolazione subendo, in divisa, le cariche e le manganellate. Solo così si spiega il perché la polizia catalana (Mossos d’Esquadra), che pure è titolare dell’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche la funzione di polizia giudiziaria si sia, nei fatti, rifiutata di aggredire la popolazione, con tanto di Mossos spintonati e maltrattati dalla Guardia Civil e di altri in lacrime fraternizzare con quelli che avrebbero dovuto reprimere. Solo così si capisce perché tutti i teatri catalani hanno sospeso le rappresentazioni del 1 ottobre per protesta e perché la squadra di calcio del Barcelona ha chiesto di rinviare la partita del 1 ottobre e dopo aver ricevuto il diniego e la minaccia di essere sanzionata ha deciso di chiudere lo stadio al pubblico e disputarla a porte chiuse per mostrare al mondo la propria protesta.

Ho citato queste cose, e potrei continuare a citarne molte altre, perché osservarle dal punto di vista meramente politico sarebbe riduttivo.

Ma veniamo ai fatti politici.

Sulla storia della Catalunya pesano almeno tre secoli, compreso il quarantennio fascista, lungo i quali in più riprese sono stati cancellati i diritti, le libertà e le istituzioni catalane. Lungo i quali più volte la lingua, la letteratura e la cultura catalane sono state proibite.

Non è questa la sede per trattare queste vicende storiche, ma è bene almeno citare la loro esistenza.

Per trovare una radice più recente anche se ormai decennale, per capire i fatti odierni bisogna parlare della Costituzione post franchista del 1978.

Quella Costituzione, tutt’ora vigente, fu redatta in continuità con lo stato franchista, con la pistola puntata alla tempia da parte delle forze armate che ottennero, oltre alla propria impunità, con un negoziato parallelo (come è ormai assodato pienamente in sede storica) che non si mettesse in discussione la natura monarchica e unitaria dello stato.

Se da una parte i militari spingevano per avere il massimo di continuità con lo stato franchista dall’altra i partiti che uscivano dalla clandestinità e che sedettero nel primo parlamento postfranchista erano invece favorevoli al riconoscimento dell’esistenza di diverse nazioni, dotate del diritto all’autodeterminazione, nel seno dello stato spagnolo. Oltre ai partiti nazionalisti catalani e baschi lo erano fortemente i comunisti e, anche se meno fortemente, i socialisti. Infatti in Catalunya non c’erano né il PCE né il PSOE, bensì partiti fratelli catalani, il PSUC e il PSC.

Lo scontro che si consumò nella redazione della costituzione è ben visibile nell’ambiguità di alcune formulazioni che parlano di “popoli” e “nazionalità” nel preambolo e nell’art. 2.

Li cito senza tradurli perché sono perfettamente comprensibili:

Nel preambolo: “Proteger a todos los españoles y pueblos de España en el ejercicio de los derechos humanos, sus culturas y tradiciones, lenguas e instituciones.”

E nell’art. 2: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”

Non c’è bisogno di essere raffinati giuristi costituzionalisti per vedere che se da una parte si riconosce l’esistenza di POPOLI e NAZIONALITA’, dall’altra non li si nomina e tanto meno si riconosce loro il diritto all’autoderterminazione o il diritto ad avere uno stato proprio nell’abito di una federazione o di una confederazione.

I partiti antifranchisti e nazionalisti catalani e baschi, di destra e di sinistra, accettarono malvolentieri questa e molte altre ambiguità costituzionali. Ma lo fecero perché i rapporti di forza dei tempi e la minaccia di un sanguinoso scontro con l’intatto apparato militare e repressivo franchista non permettevano alternative.

Ho insistito su questo punto perché nei fatti odierni il concetto di “legalità costituzionale” del referendum catalano ricorre continuamente.

È evidente che l’origine, diciamo bastarda, della costituzione del 78 è piuttosto discutibile per essere utilizzata oggi come se fosse un monumento democratico al fine di negare il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. O per sostenere che nulla al di fuori della sua lettera, interpretata restrittivamente, possa essere fatto.

È così vero ciò che sostengo che lo stesso governo del franchista Suarez nel 77, un anno prima della Costituzione, con un semplice decreto governativo restaurò, al di fuori di qualsiasi legalità vigente allora, la Generalitat de Catalunya (la massima istituzione catalana che era stata a sua volta restaurata dalla Repubblica Spagnola e poi sciolta dal fascismo) e permise il ritorno dall’esilio del suo Presidente Josep Tarradellas.

Insomma, la cosiddetta transizione alla democrazia, toccò uno dei suoi punti più ambigui e controversi proprio sulla questione catalana. Oggi si vede bene quanto la transizione, 40 anni dopo, sia incompleta.

Dopo l’approvazione nel 79 del primo Estatut de Autonomia de Catalunya postfranchista, che ovviamente non si auto attribuì il diritto all’autodeterminazione, si può dire sinteticamente che le forze antifranchiste confidarono che con il tempo e le modificazioni che la democrazia parlamentare e le libertà politiche avrebbero portato con se, sarebbero state la base sulla quale fondare equilibri più avanzati e, nella fattispecie, maggiore autonomia di Catalunya e Paese Basco fino all’ottenimento del riconoscimento al diritto all’autodeterminazione.

In Catalunya i comunisti del PSUC continuarono un lavoro sociale e culturale di lunga lena, già cominciato nella clandestinità fra mille difficoltà, di ricostruzione di una identità catalana aperta ed includente. Ne parlo più diffusamente non solo perché credo possa interessare maggiormente i lettori di questo modesto scritto ma soprattutto perché penso sia un esempio notevole di come si possano bene intrecciare questioni nazionali e sociali. Ho detto ricostruzione dell’identità perché, come spiega bene lo storico marxista Josep Fontana nel suo saggio “La formaciò d’una identitat – Una historia de Catalunya”, la natura aperta ed includente della società catalana nei confronti delle ondate migratorie è il frutto di alcuni fattori storici strettamente intrecciati fra loro. Fra questi i più importanti sono: un sistema di proprietà terriera nel medio evo diverso dal grande latifondo castigliano, una grande propensione commerciale e di attività artigianali connessa all’espansione nel mediterraneo del Regno di Aragona, di cui il Principato catalano era il cuore e il motore, e più avanti la rivoluzione industriale. Questa struttura economica produsse ondate migratorie verso la Catalunya dal resto della penisola iberica e la struttura sociale conseguente per secoli è stata meticcia. È la struttura sociale composita alla base del diritto e delle istituzioni catalane, all’epoca fra le più avanzate in Europa, che conservarono la loro vigenza per circa due secoli dopo l’unificazione delle corone nel Regno di Spagna. Fino alla Guerra di Successione, nella quale i catalani si schierarono dalla parte della corona austriaca che riconosceva le costituzioni catalane, e che si concluse l’11 settembre del 1714, con la caduta di Barcelona sotto il dominio assolutistico borbonico. Con la conseguente eliminazione di tutte le istituzioni catalane, chiusura delle università, proibizione della lingua in ambito pubblico e così via. Per questo la festa nazionale catalana rievoca l’11 settembre del 1714, e per questo il PSUC clandestino la rivendicava quando era proibita sotto il fascismo, anche riempiendo con la bandiere catalane “Senyera” (esporre le quali poteva costare il carcere) soprattutto le città operaie strapiene di immigrati dell’Andalucia e dell’Extremadura. Il PSUC clandestino sapeva che la questione nazionale catalana e la lotta di classe dovevano intrecciarsi e non dividere i lavoratori. C’è poi un altro fattore storico che i comunisti comprendono e fanno proprio. La storia della Catalunya, essendo la sua base economica e sociale diversa dal resto della Spagna, è piena di lotte, insurrezioni, rivolte. Non si possono qui elencare e analizzare una per una. Ma originate dalle rivolte contadine o da quelle operaie (egemonizzate dagli anarchici fino alla fine della guerra civile) dalla rivoluzione industriale in poi, sono pienamente integrate nella memoria, nell’identità e nei simboli catalani. Un terzo fattore è la resistenza che offre la società ai reiterati tentativi di cancellazione della lingua, della cultura e delle tradizioni catalane. Tutte cose che vengono difese e conservate nel corso del tempo spontaneamente dalla società organizzata in una miriade di associazioni e collettivi che, anche in clandestinità quando è necessario, le mantengono vive. I comunisti del PSUC, senza essere nazionalisti né indipendentisti, sono strenui difensori e ricostruttori della identità catalana aperta ed includente, di un modello sociale denso di autorganizzazione e che tende a funzionare prevalentemente dal basso in modo assembleare, di un patrimonio culturale e linguistico prezioso, oltre che in sé anche per essere stato difeso dal popolo nella storia e segnatamente sotto i 40 anni di dittatura franchista. Significativo il fatto che già in clandestinità e per tutta la prima fase della cosiddetta transizione sono i comunisti ad organizzare e dirigere le lotte affinché il catalano sia la lingua preminente nell’istruzione scolastica, proprio per salvare la lingua ed impedire che sia fattore di divisione nel seno delle classi subalterne.

Per tutto ciò il PCE e il PSUC, come le due coalizioni che a metà degli anni 80 promuovono rispettivamente, Izquierda Unida e Iniciativa per Catalunya, condividono l’obiettivo di completare la transizione dando vita a una repubblica federale che riconosca ai diversi popoli della Spagna l’autogoverno e il diritto all’autodeterminazione.

Posizione che è tutt’ora immutata, nonostante le divisioni del PSUC e la fuoriuscita di Iniciativa per Catalunya dal rapporto federale con Izquierda Unida e la conseguente nascita di Esquerra Unida i Alternativa. Tutti i soggetti politici figli della storia comunista conservano, non senza differenze e sfumature fra loro ed interne alle singole organizzazioni, le posizioni originarie circa il tema dell’autodeterminazione del popolo catalano.

Il Psoe, repubblicano, federalista e favorevole all’autodeterminazione di baschi e catalani all’inizio della transizione con il tempo diventa monarchico e contrario all’autodeterminazione. Il suo partito fratello in Catalunya, il PSC, segue un percorso analogo ma in tempi diversi e con vistose contraddizioni e spaccature.

La destra catalana (che elettoralmente si presenta unita nella federazione Convergencia i Uniò (CiU) e che raccoglie Convergencia Democratica de Catalunya, di ideologia liberale, e Uniò Democratica de Catalunya, di ideologia democristiana) fino agli anni 2000 è nazionalista ma non indipendentista. Seppur nettamente antifascista e favorevole all’integrazione dei vecchi e nuovi immigrati spagnoli ed extracomunitari, nella pratica di governo della Generalitat segue una deriva fortemente neoliberista, con corollario di corruzione. Il suo modello di relazione con il governo centrale è il negoziato continuo, con l’andare del tempo sempre meno efficace, in cambio di appoggio parlamentare sia ai governi del PSOE sia ai governi del PP.

Gli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) votano il primo Estatut de Autonomia come male minore rispetto al nulla (sotto il franchismo esistevano solo province e la Catalunya non esisteva nemmeno formalmente come regione) e nel corso del tempo, con alti e bassi ottengono discreti risultati elettorali, comunque mai superiori al 15 % dei voti. Si considerano di sinistra moderata, antifascisti, antirazzisti ed ovviamente repubblicani ed indipendentisti.

Il Partido Popular (PP), di cui il PP Català è una pura succursale con scarsi risultati elettorali in Catalunya, che viene fondato nella transizione unificando diverse formazioni e con un personale politico proveniente in buona parte direttamente dalle file franchiste, malsopporta dall’opposizione ai governi del PSOE l’instaurazione di un regime di comunità autonome dotate di parecchi poteri, mantiene sempre posizioni ispirate al nazionalismo spagnolo più retrivo, anche opponendosi alla rimessa in discussione dei crimini franchisti, ed è l’unico partito spagnolo ad avere posizioni nettamente discriminatorie nei confronti degli immigrati extracomunitari. In Italia è descritto dalla stampa, vuoi per ignoranza vuoi per ignavia o malafede, quasi sempre come un partito conservatore e democristiano, simile agli altri partiti del Partito Popolare Europeo. Ma non lo è. E’ un partito nettamente reazionario e sciovinista. Non è un caso che in Spagna le formazioni neofasciste non abbiano mai raggiunto nemmeno l’1 % dei voti. Banalmente perché i nostalgici del franchismo, che dopo 40 anni di regime fascista non possono mancare, votano in massa PP.

Questo di cui sopra è lo scenario politico precedente gli anni 2000.

Nel 2003 le elezioni del parlamento catalano, da sempre dominate da CiU, vedono per la prima volta la formazione di un governo di sinistra. Il governo catalano, formato da PSC, Inciativa per Catalunya – Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA) e Esquerra Republicana de catalunya, e diretto dal socialista Pasqual Maragall, storico sindaco delle giunte di sinistra di Barcelona, avvia i lavori per elaborare un nuovo Estatut de Autonomia.

Si tratta di portare a compimento la transizione facendo ciò che era stato impossibile 15 anni prima. Nel nuovo Estatut, alla cui redazione partecipa in parlamento attivamente anche CiU, la Catalunya è definita come Nazione. Si amplia e si sviluppa l’autonomia, ma senza fuoriuscire dal quadro istituzionale e costituzionale vigente. Nel 2004 il Psoe vince le elezioni ed ottiene una maggioranza assoluta di seggi in parlamento. Il primo ministro Zapatero promette solennemente che rispetterà il testo dell’Estatut elaborato dal parlamento catalano e che nel parlamento spagnolo, che dovrà esaminarlo e che ha la facoltà di modificarlo, si limiterà a ratificarne la lettera senza alcuna modifica.

Ma l’Estatut nel frattempo approvato da 120 deputati su 135 (vota contro solo il PP) arriva alle Cortes e viene pesantemente modificato dalla maggioranza socialista, a cominciare dall’abrogazione dai concetti di Nazione e di Stato Spagnolo Plurinazionale. Si tratta, in pratica, di una riscrittura di tutto il testo. Lo stesso numero due del PSOE, Alfonso Guerra, non esita a vantarsi in dichiarazioni televisive di aver “cepillado” (piallato, in italiano) l’Estatut che porta la prima firma del socialista catalano Pasqual Maragall.

Il testo mutilato provoca una crisi nel governo catalano, dal quale esce ERC, e viene sottoposto ad un referendum vincolante in Catalunya. PSC, ICV-EUiA, CiU, danno indicazione di votare a favore secondo la logica del meno peggio, mentre ERC e PP, per motivi opposti, danno l’indicazione di voto contrario. Vota solo il 50,59 % degli elettori. Il SI ottiene il 73,90 %, il NO il 20,76, il resto vota in bianco. Pasqual Maragall parla di una amara vittoria, annuncia che alle successive elezioni non si candiderà e in seguito abbandona il PSOE. Al governo di sinistra di Maragall succede un altro governo di sinistra, diretto da Josè Montilla nel quale rientra ERC.

Ma la vicenda de l’Estatut non finisce qui perché un ricorso del PP, che promuove una raccolta di firme in tutta la Spagna, al Tribunal Constitucional ottiene che quest’ultimo, nel giungo del 2010, gli dia un’altra “piallata”. E così altri 14 articoli vengono abrogati o pesantemente modificati. Di questi, alcuni identici nel testo sono presenti e tutt’ora vigenti in statuti d’autonomia di altre regioni spagnole, contro i quali nessuno ha fatto ricorso.

Insomma, il tentativo di interpretare estensivamente la Costituzione bastarda del 78 per fuoriuscire definitivamente dal franchismo e per mettere le basi di uno stato plurinazionale e tendenzialmente federalista viene sconfitto prima dal PSOE, ormai monarchico e violentemente contrario al diritto all’autodeterminazione di catalani, baschi e galiziani, e poi, nonostante l’Estatut fosse stato approvato dal popolo in un referendum vincolante,   dal PP e dal Tribunale Costituzionale.

In altre parole la Catalunya si ritrova con uno statuto di fatto peggiore di quello del 79, e con l’umiliazione di vedersi cancellare ciò che il popolo aveva ratificato in un referendum vincolante.

Nel luglio del 2010 una enorme manifestazione di un milione e mezzo di persone dietro uno striscione portato dal Presidente Josè Montilla e dai membri del governo di sinistra catalano che recava la scritta “SOM UNA NACIO’ NOSALTRES DECIDIM” attraversa le strade di Barcelona.

A pagare il prezzo elettorale della vicenda dell’Estatut, al quale si aggiunge la crisi economica e la politica liberista del governo Zapatero, è soprattutto il PSC, che in Catalunya passa dal 31 % del 2003 al 18 % del 2010 nelle elezioni catalane e dal 45 % del 2008 al 26 % del 2011 nelle elezioni politiche spagnole.

Dal 2010 ad oggi nel panorama politico catalano si assiste a un grande rimescolamento delle carte, alla fine di forze politiche storiche e alla nascita di nuove.

Irrompe sulla scena prima il Movimento degli Indignati del 2011. Che in questa sede non ho bisogno di spiegare perché credo sia abbastanza conosciuto dai militanti della sinistra italiana.

In Catalunya, però, si caratterizza soprattutto perché mobilita e integra non già semplicemente un’ondata di proteste di piazza, bensì centinaia e centinaia di associazioni, comitati di lotta, movimenti, già presenti su tutto il territorio catalano e segnatamente nella città di Barcelona.

Mentre a livello spagnolo Podemos appare sulla scena elettorale come partito d’opinione e del leader, con un forte profilo ambiguo (“siamo oltre la destra e la sinistra”) e in concorrenza con Izquierda Unida, in Catalunya il processo che porterà alla nascita di Barcelona en Comù, che conquista il governo di Barcelona, ed in seguito a En Comù Podem che si afferma come primo partito nelle due tornate anticipate delle elezioni spagnole, è caratterizzato dall’unità di tutte le forze della sinistra radicale e soprattutto dal coinvolgimento dal basso di una miriade di realtà di lotta.

Sul versante della questione nazionale la nascita di un forte movimento indipendentista popolare non è ascrivibile ai partiti o alle semplici dinamiche politiche. Nasce la “Asemblea Nacional de Catalunya” e viene affiancata dalla storica e grande associazione “Omnium Cultural” che aveva iniziato la sua difesa della lingua e cultura catalana nella clandestinità sotto il franchismo. Queste due entità, che funzionano dal basso e in modo assembleare, organizzano, dal 2012 ad oggi, manifestazioni l’11 settembre di ogni anno. Non sono manifestazioni normali. Sono partecipate da un milione a due milioni di persone (in Catalunya i residenti sono 7 milioni e mezzo). Alcune sono grandi concentramenti di manifestanti ma altre sono state realizzate nella storia solo in Catalunya. Per esempio nel 2013 una catena umana di 400 chilometri, dalla frontiera francese a quella con la Comunidad Valenciana, nel 2014 una grande V con 11 chilometri delle due più grandi arterie di Barcelona sulle cui grandissime carreggiate circa un milione e 800mila persone si sono disposte formando i colori delle 4 barre rosse su fondo giallo della bandiera catalana.

A queste manifestazioni, sebbene nettamente egemonizzate dall’indipendentismo, partecipano sempre migliaia di organizzazioni sociali, culturali e di lotta, oltre che le forze politiche catalane, indipendentiste o meno.

È quindi sulla base di una spinta popolare sempre più indipendentista che nel panorama politico si consumano divisioni, aggregazioni e nascita di nuove forze.

Il PSC subisce due scissioni. CiU, vira nettamente verso l’indipendentismo, si divide e i democristiani di Uniò rompono la federazione con Convergencia, non senza subire una scissione indipendentista del 40 % circa dei gruppi dirigenti. Uniò sparirà alle elezioni del 2015. Si presenta per la prima volta alle elezioni catalane (nelle tornate precedenti lo aveva fatto solo in alcuni municipi) la Candidatura d’Unitat Popular (CUP). Una forza di estrema sinistra, che funziona rigidamente in modo assembleare e che raggruppa almeno 7 organizzazioni politiche e collettivi indipendentisti. Elegge 3 deputati nel 2012 e, triplicando i voti, ne elegge 10 nel 2015. La formazione Ciutadans (C’s) che nasce a metà degli anni 2000 come antagonista al nazionalismo catalano, di destra liberista e fortemente caratterizzata dalla retorica anticasta passa da 3 a 25 seggi nel giro di 4 tornate elettorali, erodendo voti al PSC e al PP.

Nella sinistra radicale nasce il processo di aggregazione noto con il nome di COMUNS di cui ho già detto qualcosa più sopra. Vi aderiscono collettivi indipendentisti, forze federaliste e confederaliste, e si può dire che anche le forze storiche come Inciativa (ICV) ed Esquerra Unida i Alternativa sono attraversate al loro interno da posizioni indipendenstiste e federaliste. Tutte, comunque, accomunate dal riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

La forza e il ruolo del movimento popolare è indispensabile per capire il percorso degli ultimi anni (noto in Catalunya come PROCES) che ci ha portati ai fatti dell’1 ottobre.

Nel 2010, a causa della debacle socialista la destra di CiU riconquista il governo. È un governo di minoranza che di volta in volta ottiene appoggi esterni, principalmente da parte di ERC man mano che le posizioni indipendentiste crescono dentro CiU. Comincia uno scontro sempre più duro con il governo spagnolo che vara una legge sull’istruzione che attacca il catalano come lingua preminente in Catalunya. Che ricorre contro decine di provvedimenti del governo catalano ottenendone la sospensione automatica in attesa delle decisioni del tribunale costituzionale, e cioè di anni. Fra queste, per fare esempi che hanno indignato i catalani, la legge che proibisce alle compagnie di elettricità, acqua e gas di tagliare il servizio ai clienti morosi in difficoltà economica. Una analoga legge che tenta di impedire gli sfratti alle famiglie alle quali la crisi impedisce di pagare il mutuo o l’affitto. Una legge che ristabilisce in Catalunya il servizio sanitario gratuito e garantito a tutte le persone immigrate indipendentemene dalla regolarità o meno della loro posizione. Anche la chiusura del CIE decisa dal parlamento catalano con il solo voto contrario del PP viene disattesa. E così via.

I governi di CiU accettano e applicano in Catalunya i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni previste dal governo spagnolo a partire dalla riforma costituzionale, varata dal governo Zapatero con l’appoggio del PP, che erige il pareggio di bilancio al di sopra del diritto alla fruizione dei servizi sociali come sanità, istruzione ecc.

Ciò provoca dure contraddizioni nel campo politico dell’indipendentismo.

Ma nel frattempo la spinta indipendentista si alimenta della speranza, o se si vuole dell’illusione, che una repubblica catalana possa avere un carattere sociale più avanzato.

Il Presidente della Generalitat dalle elezioni del 2010, Artur Mas esce dalla situazione difficile appena descritta convocando elezioni anticipate. Ne esce un governo che tempera le posizioni neoliberiste di CiU perché necessita dell’appoggio esterno di ERC, e che si impegna a presentare una legge che attribuisce al parlamento catalano il potere di convocare un referendum consultivo  e non vincolante sulla questione nazionale. La legge viene varata con i voti contrari di PP e Ciutadans, l’astensione dei socialisti (che per questo subiscono una scissione) e con i voti favorevoli degli altri gruppi.

Sulla base della legge approvata (alle Cortes l’unico partito spagnolo che la sostiene è Izquierda Unida), viene convocato il referendum consultivo con due domande: “vuole che la Catalunya abbia uno stato proprio? e nel caso di risposta affermativa: vuole che sia indipendente?”.

L’immediato ed immancabile ricorso del governo del PP ottiene la sospensione immediata della consultazione da parte del Tribunale Costituzionale.

Il governo della Generalitat prima della sospensione ha già provveduto alla convocazione che però, in ottemperanza alla sospensione, si trasforma in una mobilitazione politica senza vincoli istituzionali e viene gestita da volontari nei locali che vengono messi a disposizione dalla Generalitat.

Il governo del PP minimizza, parla di una manifestazione senza alcuna rilevanza, prevede un fallimento, e non intraprende nessuna iniziativa per impedirla.

Il 9 novembre del 2014 2 milioni 300mila elettori si recano a votare. Più dell’80 % rispondono due volte si alle domande. Più del 10 % rispondono si alla prima e no alla seconda. Il resto sono un 5 % circa di no alla prima e schede bianche e nulle.

La consultazione non ha valore legale ma evidentemente ne ha uno politico rilevante. Il governo del PP, che prima aveva minimizzato, comincia azioni legali, incriminazioni e si apparecchiano processi contro il Presidente Mas e altri membri del governo. Processi che si concluderanno con la condanna a la “inhabilitacion” (perdita delle cariche istituzionali e del diritto ad essere candidato) e con l’assoluzione per il reato di malversazione di fondi pubblici che prevedeva pene di carcere. Assoluzione che non impedisce al Tribunal de Cuentas di istruire una causa chiedendo agli accusati di depositare subito una cauzione di 5 milioni di Euro.

Come è evidente il governo del PP imbocca la strada della persecuzione giudiziaria di ogni tentativo di esercitare il diritto all’autodeterminazione e oppone un netto rifiuto a numerose richieste di dialogo, anche formulate istituzionalmente dal governo e dal parlamento catalano. La nazione catalana non esiste e non c’è nessun diritto all’autodeterminazione.

  • Di queste due cose non si può né si deve discutere. Punto! –

Nel settembre del 2015 vengono convocate nuove elezioni anticipate della Generalitat.

Le forze indipendentiste (Convergencia Democratica de Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya e diverse altre organizzazioni provenienti da scissioni di Uniò Democratica e del PSC, e molti indipendenti) dopo lunghe e complicate discussioni decidono di formare la lista unitaria “Junts pel Si” (JxSi). La CUP non accetta di fare una lista unitaria con Convergencia e si presenta in proprio. Le due liste indipendentiste sono unite in un punto programmatico che sostanzialmente attribuisce alle elezioni un valore referendario, giacché è stata impedita la consultazione non vincolante.

La sinistra radicale presenta una lista che comprende ICV, Esquerra Unida i Alternativa e Podem (è il nome in catalano di Podemos). Non partecipa il collettivo del COMUNS di Ada Colau.

La Lista si chiama “Catalunya si que es pot”  Nel suo programma è fortemente presente il tema del diritto all’autodeterminazione ma non si accetta che si dia un valore referendario alle elezioni.   

Gli altri partiti, ovviamente disconoscono il valore referendario delle elezioni essendo comunque contrari all’autodeterminazione.

Le due liste indipendentiste ottengono il 39,59 % e 62 seggi (JxSi) e l’8,21 % e 10 seggi (CUP).

Il 47,8 % non è sufficiente per procedere ad una dichiarazione unilaterale di indipendenza. I primi a dirlo sono gli esponenti della CUP. Ma, a detta di entrambe le liste, la maggioranza assoluta dei seggi giustifica che si proceda verso un progetto costituente, che si dovrebbe completare in 18 mesi con una dichiarazione unilaterale di indipendenza. Il referendum è previsto per ratificare o meno l’esito del processo.

Catalunya si que es pot ottiene un risultato deludente. Dopo la vittoria di Barcelona en Comù nel municipio e con l’entrata in scena di Podem era atteso un risultato ben più sostanzioso del 8,94 % e 11 seggi (di un punto e due seggi inferiore alla lista di ICV-EUiA del 2012). Il motivo, a mio avviso, è la debolezza della proposta sul punto dell’autodeterminazione. L’insistenza sulla necessità di ottenere un referendum accettato dal governo del PP o subordinato all’attesa che si possa cambiare la costituzione spagnola è corretta sul piano astratto ma totalmente impolitica. Serve più a tenere insieme militanti ed elettori della lista che sul punto hanno tre posizioni diverse (indipendentista, federalista e confederalista), pur se accomunate dalla rivendicazione del diritto all’autodeterminazione. Inoltre la campagna elettorale della lista denuncia un’egemonia indipendentista di destra che non è, in realtà così forte. L’accusa alla CUP di predisporsi a votare in parlamento un presidente colpevole di aver fatto tagli alle spese sociali e privatizzazioni non funziona. Al contrario molti elettori potenziali della lista scelgono la CUP proprio perché indipendentista e radicalmente di sinistra nei contenuti sociali. E comunque la CUP otterrà la defenestrazione di Artur Mas, rifiutandosi di votarlo fino all’ultimo giorno utile per formare il governo e costringendolo a farsi da parte in favore del sindaco di Girona, oggi ormai famoso, Carles Puigdemont.

La lista di Ciutadans diventa il secondo partito con 25 seggi contro i 9 delle elezioni precedenti. Il PP ne perde 11 e il PSC 4. Entrambe sono al minimo storico. Si tratta, grossomodo, di un rimescolamento delle carte nel campo cosiddetto unionista.

Le elezioni spagnole del 2015 e del 2016 risentono fortemente di questa situazione. Senza ripetere l’analisi dei risultati che io ho proposto in precedenti articoli, è necessario ricordare che l’alternativa al governo del PP, possibile sia dopo le elezioni del 2015 che dopo le successive anticipate del 2016, è stata impedita dall’intransigenza del Segretario del PSOE, Pedro Sanchez, che si è rifiutato di negoziare un appoggio di Podemos, delle tre liste unitarie catalane, valenziane e galiziane, di Izquierda Unida e tanto meno delle forze nazionaliste catalane e basche che chiedevano l’impegno a permettere il referendum catalano.

Alle elezioni generali spagnole del 2015 e 2016 la CUP non si presenta e Convergencia Democratica e ERC si presentano con liste separate. La somma dei loro voti, ma con una prevalenza di ERC, è circa il 30 % in entrambe le consultazioni. Nel fronte unionista il PSC prende il 16 % in entrambe le votazioni e il PP e Ciutadans prendono rispettivamente l’11 % e il 13% nel 2015 ed esattamente l’inverso nel 2016.

Il primo partito è En Comù Podem. Che prende il 25 % dei voti.

Non deve ingannare la notevole differenza di voti fra elezioni catalane e generali spagnole perché nelle elezioni del parlamento spagnolo prevale il voto utile per la formazione della maggioranza alle Cortes.

Resta il fatto che in Catalunya per la prima volta una lista di sinistra radicale sorpassa, e di gran lunga, il PSC e che nel campo delle forze indipendentiste la destra perde voti a favore della sinistra. L’assenza della lista della CUP rende più difficile valutare esattamente il risultato, ma è fuori di dubbio che abbia avvantaggiato sia En Comù Podem sia ERC.

Non si può non vedere che, anche alle elezioni spagnole, le forze indipendentiste e quelle favorevoli all’autodeterminazione sono vicine al 60 %.

In un paese minimamente democratico il governo, di fronte a una simile situazione, avrebbe dovuto avviare una politica di dialogo con il governo catalano. Almeno per neutralizzare le spinte indipendentiste, per esempio impegnandosi a restaurare quanto amputato nell’Estatut, negoziando un patto fiscale diverso, come ha fatto più volte col Paese Basco, evitando di ricorrere contro le leggi del parlamento catalano più popolari, impegnandosi a contrastare o dismettere i periodici tentativi di discriminazione nei confronti della lingua, tenendo fede agli impegni di investimenti nelle infrastrutture che invece, negli ultimi 20 anni, sono stati ogni anno disattesi. E così via.

Invece nulla di tutto questo. L’unica risposta alla richiesta di autodeterminazione del popolo catalano è stata la via giudiziaria e repressiva, ed una interpretazione sempre più restrittiva dell’autonomia.

Nei mesi che hanno preceduto il referendum del 1 ottobre in Catalunya c’è stata una operazione politica di grandissimo rilievo.

In Italia sconosciuta.

È stato costituito il Pacte Nacional pel Referendum. Composto da circa 4000 entità. Partiti, sindacati (tutti), istituzioni come comuni (il 90 % a cominciare da quello di Barcelona) e province (tutte), associazioni politiche, culturali, sportive, di immigrati, delle più svariate tradizioni catalane, di piccole e medie imprese, ecc ecc. Non sto parlando di una raccolta di firme bensì di una organizzazione che si è data una struttura e l’obiettivo di interloquire con governo e parlamento spagnolo per insistere circa la necessità di aprire un dialogo al fine di poter celebrare un referendum legalmente riconosciuto.

Il risultato è stato praticamente nullo. La delegazione che avrebbe dovuto incontrare tutti i gruppi parlamentari e il governo non è stata ricevuta se non da Unidos Podemos e dagli altri partiti nazionalisti baschi e galiziani. Il governo non ha nemmeno risposto alla richiesta di incontro.

Per tutti questi motivi la strada dell’unilateralità, per altro fortemente proposta dalla CUP e rallentata il più possibile dalla destra catalana, è diventata l’unica strada percorribile e realistica.

La maggioranza indipendentista ha deciso di rompere con la legalità spagnola e convocare un referendum vincolante. Lo ha fatto forzando il regolamento parlamentare e nel modo più veloce possibile affinché la reazione dello stato e del tribunale costituzionale non potesse impedirne la convocazione. Le forze unioniste, dopo aver praticato l’ostruzionismo, hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Il gruppo di Catalunya si que es pot, si è astenuto. Ma come mediazione interna fra le posizioni favorevoli e contrarie.

Sono arrivate le immediate sospensioni delle decisioni del parlamento catalano, l’incriminazione dei membri dell’ufficio di presidenza, fra i quali il segretario dei comunisti e di EUiA Joan Josep Nuet, che avevano votato a favore della messa all’ordine del giorno delle leggi poi sospese, l’incriminazione a più di 700 sindaci per l’annuncio che avrebbero messo a disposizione i locali per celebrare il referendum.

Nei 10 giorni che hanno preceduto il referendum la scalata repressiva ha oltrepassato ogni limite legale. Sono stati arrestati 14 funzionari di nomina politica,  del governo catalano, perquisite diverse sedi del governo, numerose tipografie e aziende alla ricerca di schede elettorali e urne, sedi di giornali. In diversi casi senza mandato di perquisizione. Sono state chiuse numerose pagine web di istituzioni catalane e di privati, a cominciare da quelle governative dedicate al referendum. È stata proibita la messa in onda di spot sul referendum e l’affissione di manifesti sia istituzionali sia di partito o associazione. Conseguentemente sono stati fermati e gli è stato sequestrato ogni materiale decine di attivisti, che ovviamente sono stati denunciati all’autorità giudiziaria.

Le proteste, tutte pacifiche, che si sono immediatamente inscenate, ora sono indagate come atti di sedizione e lo stesso comandante dei Mossos è indagato per sedizione per non aver dato l’ordine di scioglierle.

Potrei continuare. Ma credo sia inutile perché poi le immagini che l’1 ottobre tutti hanno visto sono una sintesi perfetta di tutto quanto è successo.

Non parlerò di cosa prevedo possa succedere nei prossimi giorni. È difficile dirlo e in questa sede è del tutto inutile. Spero solo che queste mie opinioni, corredate il più possibile da informazioni che in Italia sono sconosciute, possano essere utili anche ad interpretare i fatti che verranno, e sui quali magari tornerò a scrivere.

Solo alcune ultime considerazioni.

Molti osservatori insistono su un fatto inconfutabile: la politica del governo Rajoy appare irrazionale. Sordità completa e uso delle leve repressive, giudiziarie e penali, che hanno finito con l’aumentare le file indipendentiste in misura che gli indipendentisti storici non avrebbero nemmeno mai immaginato.  

Questo varrebbe se la Spagna non avesse il problema irrisolto della transizione. Un problema che ha covato sotto la cenere per circa vent’anni dopo la morte di Franco, nei quali gli spagnoli hanno conosciuto una stagione di aumento dei diritti sociali e civili, un buon decentramento di poteri nelle regioni autonome. E i catalani hanno potuto recuperare le loro tradizioni, cultura e lingua senza temere repressione e carcere.

In realtà negli ultimi vent’anni, e soprattutto negli ultimi dieci con il combinato disposto della natura postfranchista, ma non antifranchista, dello stato e gli effetti della crisi il problema è riemerso in tutta la sua evidenza.

Essendo il PP un partito reazionario, sciovinista e difensore strenuo dello stato incentrato sul nazionalismo spagnolo, e conseguentemente negazionista dell’esistenza di altre realtà nazionali, non sa e soprattutto non può fare diversamente da quello che ha fatto e sta facendo.

Il Psoe, che è stato al governo in solitudine, in due riprese, per  più di vent’anni non ha mosso un dito per mettere in discussione la vera natura dello stato spagnolo. Quando l’ha mosso lo ha fatto per tradire l’Estatut redatto dal PSC e dal resto della sinistra catalana.

Il tema dell’autodeterminazione catalana non è un problema solo catalano, e non è nemmeno solo basco e galiziano. È un problema di tutta la Spagna.

La sinistra politica spagnola, che oggi è rappresentata dall’unità fra Podemos e Izquierda Unida, e che è repubblicana, federalista e favorevole al diritto all’autodeterminazione dei diversi popoli spagnoli non può, a mio avviso, che prendere atto del fatto che la prima vera spallata al “regime del 78”, alla monarchia e allo stesso PP è arrivata con la via unilaterale all’autodeterminazione dei catalani.

La Storia non segue linee rette.

Per quanto mi riguarda, non essendo indipendentista, avrei preferito che la transizione si fosse chiusa con l’instaurazione di una repubblica federale. Ma se un popolo, con il massimo clamore e in forme inedite (di solito i processi di autodeterminazione si son fatti con le armi in pugno) e pacifiche, rivendica il diritto a decidere per se stesso e nel contempo mette in difficoltà uno stato non antifranchista e pesantemente autoritario, non gli si può dire che rompere la legalità è un errore, o che deve, dopo 40 anni di delusioni, attenderne non si sa quanti affinché in Spagna si diano le condizioni per un cambiamento reale che gli dia il permesso di esercitare un diritto fondamentale.

Penso che in Spagna sarà la sinistra, se saprà farlo, ad avvantaggiarsi della lotta per l’autodeterminazione del popolo catalano.

Perché, come ho detto all’inizio, dopo il 1 ottobre nulla rimarrà come prima. Né in Catalunya né in Spagna.

Ramon Mantovani

Pubblicato il 4 ottobre 2017 sul sito http://www.rifondazione.it