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Chi ha veramente tradito il referendum sull’acqua?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile, 2016 by ramon mantovani

La Camera dei Deputati ha di nuovo tradito il referendum sull’acqua.

Sono seguite roboanti dichiarazioni di protesta di esponenti di Sinistra Italiana e del Movimento 5 Stelle. Numerosi articoli critici con la decisione del PD, del Governo, e della maggioranza della Camera. Tra i quali uno ottimo di Marco Bersani, esponente del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, nel quale si preannunciano mobilitazioni.

In questa sede è del tutto superfluo insistere sul fatto in sé.

È evidente che si tratta di un evento di inaudita gravità. Sia sul piano democratico sia su quello dei contenuti.

Tuttavia c’è qualcosa che non va nelle proteste ed anche nelle descrizioni del “misfatto”.

O meglio, c’è qualcosa che manca.

E senza questo “qualcosa”, come vedremo, la contestazione della privatizzazione dell’acqua, e le conseguenti mobilitazioni, rischiano di essere inefficaci.

Da anni, per non dire ormai da decenni, in tutto il mondo, e in particolare nei paesi dove la gestione del bene comune acqua era o è integralmente pubblica, è in corso il tentativo, già riuscito in molti casi, di affidare la gestione dei sistemi di distribuzione e manutenzione dell’acqua a società private, riconoscendo loro il diritto di estrarre dall’attività un profitto.

Per quanto possa apparire “irrazionale” che un bene indispensabile alla vita stessa possa divenire fonte di guadagno per società private, in realtà non lo è.

È certamente irrazionale dal punto di vista dell’umanità, delle specie viventi e dello stesso nostro pianeta. Ma non lo è per il mercato, per il sistema finanziario e in definitiva per il capitalismo.

La ricerca del massimo profitto non conosce limiti. Né ambientali, né sociali, né politici e né democratici.

I limiti imposti al capitale nello scorso secolo, sia dalle lotte del movimento operaio sia dagli stati nazionali (che hanno applicato le teorie keinesiane in risposta alla crisi del 29), sono risultati incompatibili con lo sviluppo capitalistico, e soprattutto con la finanziarizzazione che ne contraddistingue l’attuale fase.

Non si tratta soprattutto di “cattiveria”, di “cinismo”, di “egoismo” o di “avidità”. Tutte cose rintracciabili in quell’uno per cento dell’umanità che possiede più della metà della ricchezza mondiale. Si tratta invece di una necessità esiziale affinché il sistema capitalistico possa continuare ad esistere. Esso per continuare ad esistere ha bisogno di espandersi e mercificare tendenzialmente tutto. In altre parole si tratta di un meccanismo intrinseco alla natura stessa del sistema capitalistico, e non di un incidente o di un’escrescenza estemporanea propiziata magari da governi corrotti o semplicemente irresponsabili.

Non pretendo certo, in queste brevi note, di dimostrare l’assunto più sopra esposto. Eppure la semplice osservazione dei fatti dovrebbe almeno far riflettere tutti coloro che si sono mobilitati e si mobilitano in difesa dell’acqua bene comune.

È secondo me evidente che coltivare l’illusione di poter difendere i beni comuni individuando come nemico il governo di turno, senza la sufficiente consapevolezza delle reali origini del problema, può portare a gravi ed irrimediabili disillusioni.

Questa considerazione non incide minimamente sugli obiettivi della lotta in difesa dei beni comuni.

Lottare affinché la gestione dell’acqua sia integralmente pubblica, ed ispirata dagli interessi e dalle necessità della popolazione è un obiettivo sacrosanto, giusto, comprensibile ed anche realizzabile.

Ma bisogna, per non vedere rifluire la lotta alla prima battaglia, sapere che si tratta di una guerra mondiale e non di una scaramuccia con un Renzi di turno. Bisogna avere coscienza di quali interessi concreti si combattono. Bisogna, accanto alla lotta per gli obiettivi immediati, costruire un progetto alternativo al sistema che ha bisogno, per riprodursi, della privatizzazione e della mercificazione di ogni cosa. Bisogna condurre una battaglia culturale e ideologica contro l’egemonia del pensiero dominante che fa apparire “naturale” e perciò privo di alternative lo stato di cose esistente.

È fin troppo evidente, da questo punto di vista, l’inadeguatezza e la contradditorietà del Movimento 5 Stelle, che è incapace di capire la vera natura del problema e si limita a denunciarne, anche efficacemente, gli effetti superficiali e le responsabilità secondarie.

Per non essere frainteso concludo questa prima serie di considerazioni chiarendo che il movimento e la mobilitazione in difesa dei beni comuni in nessun caso devono, secondo me, dividersi fra chi possiede, o ritiene di possedere, la coscienza della portata del problema e chi no. O, peggio ancora, tra distinzioni prive di senso, come quella fra anticapitalisti e antiliberisti. Senza per questo evitare, eludere o sottovalutare la necessità di discutere approfonditamente e seriamente in sede di analisi due cose: l’origine dei problemi che si affrontano con la lotta e la fattibilità e realizzabilità degli obiettivi della lotta.

Detto questo, che vale soprattutto per le sorti del movimento per l’acqua bene comune, passiamo ad analizzare un secondo problema, che per quanto intrecciato con il precedente, ha una sua notevole importanza.

Nel 2011 il referendum è stato vinto.

È giusto e necessario rivendicare la portata e la pregnanza di quella vittoria, e conseguentemente denunciare i vari tentativi, fino al più recente, di vanificare il contenuto preciso ed inequivocabile del referendum.

Il popolo italiano ha deciso di abrogare la possibilità di affidare a privati la gestione di servizi pubblici e specificamente per l’acqua, la norma che prevedeva la “remunerazione del capitale investito”. Ogni tentativo di far rientrare dalla porta o dalla finestra ciò che per decisione popolare è stato cancellato è una violazione gravissima della democrazia. Un vero e proprio tradimento della volontà popolare. Punto.

Ma come è possibile che una simile cosa possa accadere? Come siamo arrivati fino a questo punto?

Come mai non c’è una vera e propria sollevazione popolare in risposta ad un simile tradimento? E soprattutto: come è possibile che gran parte di coloro che fecero la campagna referendaria per il Si oggi ne disconoscano gli effetti?

 

In altri paesi europei una simile cosa è impensabile. Le privatizzazioni dei servizi e della gestione dell’acqua sono state decise e promosse indifferentemente da governi di destra e da governi socialisti e socialdemocratici. Non sono mai divenute oggetto di contrasto fra i due schieramenti politici ed elettorali principali.

In Italia, invece, il referendum promosso sui contenuti del movimento contro le privatizzazioni fu usato strumentalmente dal PD per infliggere un duro colpo politico al governo Berlusconi. Accusato, giustamente, di voler rendere obbligatorie le privatizzazioni per gli enti locali.

Chiunque all’epoca abbia assistito ad un dibattito televisivo, sapendo distinguere fra fumo e arrosto, dovrebbe sapere fin da allora che il PD di Bersani fece la campagna esattamente sulla obbligatorietà o meno delle privatizzazioni e non sulle privatizzazioni in sé. Le forze della sinistra alternativa, tutte, e le associazioni interne ai movimenti di lotta, invece centrarono la battaglia coerentemente con il contenuto dei quesiti.

Non ci fu, che io ricordi, un solo talk show e/o un solo giornalista che abbia chiesto a Bersani conto della contraddizione nella quale stava più che comodamente. Contraddizione più che evidente anche perché la norma che introdusse la possibilità di privatizzare la gestione delle acque e il profitto riconosciuto alle società private fu introdotta nel 1993 con il voto favorevole del PDS (e dell’allora deputato Stefano Rodotà). Ed anche dei Verdi.

A votare contro, e non lo dico per apporre una medaglietta al bavero della mia giacca perché votare contro la privatizzazione dell’acqua dovrebbe essere un dovere elementare di qualsiasi forza che si consideri minimamente di sinistra, fummo soltanto noi di Rifondazione Comunista.

Ma c’è di più. Purtroppo.

Nel 2013 ci furono le elezioni politiche, alle quali si presentò una coalizione di centrosinistra composta da PD, SEL e PSI. Il nome della coalizione era “Italia bene comune”.

Nel nome stesso della coalizione è evidente il tentativo di ricollegarsi all’allora recente vittoria referendaria.

E certamente Bersani e Vendola usarono a piene mani in campagna elettorale l’evocazione della vittoria nel referendum.

Ma cosa diceva il programma della coalizione ITALIA BENE COMUNE sul punto che ci interessa?

Riporto qui uno stralcio di un mio articolo dell’epoca.

 

“Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.”

 

Naturalmente in quella campagna elettorale non ci fu un solo giornalista televisivo o della carta stampata che mise in evidenza l’imbroglio (perché di vergognoso imbroglio si tratta!) teso contemporaneamente a rivendicare la vittoria referendaria e a tradire, al tempo stesso, il referendum. Nessuno chiese a Vendola come potesse parlare contro la privatizzazione dell’acqua avendo contribuito a redigere e avendo firmato solennemente, con grande clamore di stampa, il programma di governo. Nessuno che mise in evidenza la differenza sostanziale fra il programma del centrosinistra e quello della coalizione Rivoluzione Civile, che sul punto in questione era inequivocabile.

Se scrivo queste cose non è per riaccendere inutili polemiche, e nemmeno per mettere in dubbio la buonafede dei deputati eletti nelle liste di SEL e del PD con il programma del centrosinistra guidato da Bersani, che oggi gridano scandalizzati al repentino ed improvviso tradimento del referendum da parte del PD di Renzi. Se hanno cambiato opinione dovrebbero dirlo esplicitamente. Se si sono fatti eleggere in buona fede su un preciso programma credendo che fosse contro le privatizzazioni mentre non lo era dovrebbero interrogarsi sulle loro capacità e serietà e rendere pubbliche le risposte. Se invece pensano che la “politica” sia esattamente far finta di essere, apparire, imbrogliare, dire cose ambigue che nascondono le vere intenzioni, allora la malafede è conclamata.

Se ho scritto queste cose è per cercare di far chiarezza.

Il PD di Renzi, sulle privatizzazioni (acqua compresa), è coerente e in linea con il PDS, con i DS, e con il PD e il centrosinistra di Bersani.

Gli imbrogli che si sono consumati intorno al referendum sull’acqua bene comune e col suo tradimento dovrebbero insegnare a tutte le persone di sinistra, ambientaliste, progressiste, o anche semplicemente interessate ad una gestione pubblica dei beni comuni, che il nemico è molto potente e che è necessario unirsi, lottare essendo consapevoli delle difficoltà della lotta.

L’unità di tutti/e coloro che sono contro le privatizzazioni e contro gli effetti delle politiche neoliberiste, per essere efficace necessita di chiarezza. Non può essere rappresentata nelle istituzioni da leader o partiti o coalizioni che alla prova dei fatti dimostrano di considerare i contenuti come variabili dipendenti da formule come il centrosinistra (come dimostra inequivocabilmente il programma del centrosinistra di Bersani e Vendola).

La vicenda dell’acqua dimostra che in Italia è possibile vincere battaglie ed essere maggioranza, a patto che si costruisca l’unità dal basso, sui contenuti antiliberisti e senza discriminazione alcuna.

È possibile a patto che il fronte antiliberista non venga diviso da preclusioni ingiustificate.

Attualmente esistono due proposte per unire la sinistra antiliberista.

Da una parte c’è Sinistra Italiana che chiede a tutti/e di abbandonare e sciogliere le proprie organizzazioni per far parte di un nuovo partito già pensato e predisposto dai parlamentari che si sono costituiti in gruppo. Dirigenti e parlamentari che però sono stati eletti su un programma incoerente con i contenuti proclamati, e che mantengono una pericolosissima ambiguità sul giudizio della natura del PD e conseguentemente del centrosinistra.

Dall’altra c’è la proposta, sostenuta da Rifondazione Comunista ed altri, che chiede di formare una forza politica unitaria alla quale tutti e tutte possano aderire senza per questo rinunciare alla propria ideologia e appartenenza, che venga costruita dal basso e funzioni democraticamente con il principio di una testa un voto, e che si dichiari inequivocabilmente indisponibile per accordi di governo e/o elettorali con il PD.

 

Non si tratta di una querelle fra gruppi dirigenti. Non si tratta di formule organizzative astratte o di scelta di leader.

 

O l’unità sarà dal basso, senza discriminazioni e con coerenza programmatica o avremo di nuovo divisioni inutili e perniciose.

 

Perché continuerà sempre ad esserci qualcuno che non imbroglia, che non fa finta di essere coerente mentre non lo è per nulla, che non è disponibile a tradire i contenuti delle lotte per miseri calcoli elettoralistici.

 

ramon mantovani

Un’altra Europa sarebbe necessaria. Se è possibile o meno dipende anche da noi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio, 2014 by ramon mantovani

Dall’inizio del processo politico-diplomatico che ha dato vita all’Unione Europea in ogni paese, e più in generale nel continente, si sono confrontate tre posizioni, tre scuole di pensiero e tre politiche, ognuna delle quali composte e attraversate da approcci e proposte differenti fra loro, ma non per questo non assimilabili.
La prima, quella più forte e tutt’ora egemone, che ha guidato il processo, è ispirata dal neoliberismo in economia, da una concezione tecnocratica e tendenzialmente autoritaria delle istituzioni, dall’ideologia della “superiorità” dell’occidente e del suo “diritto” a “governare” il mondo.
Si potrebbero scrivere interi volumi sulle differenze interne a questo schieramento. Ed indubbiamente ci sono differenze importanti fra i partiti europei, fra quelli nazionali, e all’interno di ognuno di loro, che lo compongono. Ma, nella sostanza, popolari, socialisti e liberali, sono insieme il ceto politico che ha rappresentato gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali e, dal punto di vista geopolitico, della subalternità agli USA.
Senza tema di smentita si può ben dire che i fatti lo dimostrano.
Tutti i trattati sono stati ispirati dall’idea del dominio del mercato ed hanno accolto ed implementato ogni forma di cancellazione (deregulation) dei vincoli e regole che erano stati decisi a livello globale (Bretton Woods e decisioni delle agenzie ONU) e a livello nazionale, per impedire il ripetersi di crisi come quella del 29 e soprattutto le sue conseguenze politiche, a cominciare dalla guerra. Conseguentemente la moneta comune, e comunque anche le relazioni fra e con le monete dei paesi della UE non aderenti all’Euro, è governata da istituzioni (BCE) totalmente prive di qualsiasi controllo democratico, ma altamente dipendenti dalla logica e dagli interessi concreti del capitale finanziario e dalle banche private.
Istituzionalmente la UE è dominata dai governi nazionali (finora sempre saldamente nelle mani dello schieramento dei popolari, socialisti e liberali) che decidono tutto, anche regolando le controversie fra i diversi interessi nazionali, in sede di Consiglio dell’Unione Europea e che nominano, senza alcun processo e/o controllo democratico, un organo tecnocratico (Commissione Europea) con il compito di “rappresentare gli interessi dell’Unione nel suo complesso”. In altre parole il ceto politico totalmente identificato nell’ideologia liberista, che assegna alla politica l’unico ed esclusivo compito di amministrare l’esistente, decide tutto. Dal punto di vista capitalistico si tratta di un vero e proprio paradiso visto che ogni decisione politica è programmaticamente presa solo se conforme e compatibile con l’andamento spontaneo del mercato. Del resto nella crisi si è ben visto come si siano salvate le banche private con i soldi pubblici, senza alcuna contropartita e soprattutto senza reintrodurre alcuna regola capace di impedire il ripetersi del meccanismo generatore della crisi. E come si siano ulteriormente cancellate sovranità politiche relative ai bilanci e ai mercati del lavoro nazionali per adeguare tutto ai diktat del mercato. Come se non bastasse i trattati decisi in sede di Consiglio sono sostanzialmente immodificabili. Per il semplice motivo che è necessaria l’unanimità dei 27 governi dei paesi membri. Per cui se uno o più governi cadessero nelle mani di forze politiche desiderose di rimetterli in discussione avrebbero solo la strada della disobbedienza, e cioè la violazione consapevole o la denuncia unilaterale dei trattati stessi. In entrambi i casi con costi immediati altissimi.
Nel mondo la UE si è contraddistinta come la punta di diamante della liberalizzazione dei mercati e della deregulation nelle transazioni finanziarie e borsistiche. Sia in sede WTO, sia nelle trattative bilaterali fra la Commissione Europea ed altri soggetti (nazionali e regionali), la UE ha assunto un ruolo trainante e d’avanguardia nel rappresentare gli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Se compariamo i trattati commerciali bilaterali degli USA con alcuni paesi con quelli firmati dalla UE con gli stessi paesi troveremo che quelli della UE sono molto più liberisti e più vantaggiosi per le multinazionali. Tutto ciò a detrimento degli interessi europei visto che i sistemi produttivi e commerciali continentali per continuare ad esistere devono potentemente ristrutturarsi nell’ambito di una competizione globale esasperata. Con l’evidente conseguenza dell’introiezione anche dentro la UE di una competizione senza quartiere fra i diversi sottosistemi produttivi nazionali, di una tendenziale gerarchizzazione interna (nord-sud tanto per cambiare), e infine di una ben prevedibile implosione della UE stessa. È in corso di negoziato un trattato di liberalizzazione del commercio (TTIP) fra Unione Europea e USA . Avrà conseguenze certamente enormi e tuttavia, o sarebbe meglio dire esattamente per questo, esso è condotto dalla Commissione con l’amministrazione Obama in grande segreto. Sarà un ulteriore passo avanti dal punto di vista della globalizzazione capitalistica e dell’ideologia neoliberista.
Infine, l’Unione Europea ha sempre scelto, dal punto di vista della politica estera, la strada della subordinazione al comando USA. Se si sceglie di implementare la globalizzazione capitalistica si sa che si va verso un mondo sempre più percorso da conflitti e tendenzialmente ingovernabile. Quindi si sceglie l’alleanza strategica con la potenza militare dominante per governarlo con la forza. È per questo che l’Unione ha scelto di abbinare la propria espansione ad est con l’allargamento della NATO e che ha, insieme agli USA, deciso di mummificare l’ONU, riducendo il Consiglio di Sicurezza a notaio ratificatore di decisioni assunte dalle potenze occidentali e le agenzie ONU ad enti inutili (basti pensare all’UNCTAD di fatto cancellata dal WTO). Con buona pace dei sognatori di un mondo pacificato dalla caduta del muro di Berlino e dei poveri ignoranti, che si sono bevuti i mille pretesti “democratici” ed “umanitari” delle diverse guerre degli ultimi vent’anni, e che non sanno nemmeno distinguere fra unilateralismo, multilateralismo (che sono entrambi interni al dominio occidentale del mondo) e multipolarismo.
La seconda, di cui parleremo sommariamente, è in forte crescita in diversi paesi. Si tratta del neonazionalismo tendenzialmente, e spesso apertamente, xenofobo e neofascista.
Una ventina di anni fa, e nel corso di tutte le battaglie di opposizione ai trattati europei da Maastricht in poi, noi di Rifondazione dicemmo (totalmente inascoltati) che la globalizzazione capitalistica avrebbe prodotto non solo una crescita enorme delle diseguaglianze sociali ma anche una tendenziale destrutturazione degli stati nazionali. Prevedemmo che se lo stato nazionale moderno avesse ceduto sovranità verso l’alto ad organismi tecnocratici e verso il basso a territori omogenei dal punto di vista economico, avrebbe finito con l’entrare in crisi il sistema democratico. Infatti, dicemmo che nella competizione assolutizzata tanto le regioni ricche che quelle più povere, avrebbero cercato una maggiore autonomia, ed anche l’indipendenza, per poter competere meglio con le altre regioni analoghe. Prevedemmo che sarebbero risorti movimenti neofascisti sulla base della logica rivendicazione del recupero di una qualche sovranità nazionale. Cosa sia successo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La UE pullula di partiti neofascisti e xenofobi che individuano, come in Francia per fare un solo esempio, negli immigrati e nella cosmopolita borghesia finanziaria i nemici da abbattere. E diversi stati nazionali conoscono il risorgere di spinte indipendentiste nelle regioni più ricche. La crescita di questi fenomeni ha basi oggettive e materiali che, per quanto si fondi su mistificazioni, non è certamente possibile arrestare con la retorica della difesa della “democrazia” visto che quest’ultima non è tale se non esiste una sovranità politica sul mercato e sull’economia. Tanto meno si può farlo con la retorica dello stato nazionale e della solidarietà interna ad esso, visto che le istituzioni politiche nei fatti si limitano ad amministrare le mere conseguenze dell’andamento del mercato, accettando la disgregazione sociale conseguente come un fenomeno da governare acriticamente.
In una società dominata dal mercato il cocktail fatale di solitudine, individualismo, egoismo ed emarginazione produce inevitabilmente le basi per l’esplodere di guerre fra poveri. Ed ecco il successo delle forze che intraprendono sulla xenofobia. In uno stato privo della sovranità fondamentale per poter implementare un modello sociale anche solo moderatamente solidaristico, e che si limita ad imporre alla società le decisioni dei tecnocrati europei, il ceto politico (non a caso definito sempre più “classe politica”) è avvertito come abusivo, inutile e dedito a difendere unicamente i propri privilegi di casta. Ed ecco il successo delle forze “antipolitiche” e/o neofasciste. Se la “politica” è mera amministrazione dell’esistente chiunque sia scontento dell’esistente è facilmente manipolabile con la mistificazione che individua negli effetti il nemico lasciando intatte le cause.
Ovviamente ogni realtà nazionale e regionale ha sue caratteristiche proprie, perché secoli di storia e culture profonde non si cancellano facilmente. Per esempio ci sono spinte indipendentiste che hanno ragioni storiche secolari. Come è il caso della Catalogna, per fare un esempio di grande attualità. Dove il movimento indipendentista è profondamente democratico (e i neofascisti, gli xenofobi e i neoqualunquisti sono rigidamente per l’unità dello stato spagnolo). Ma è fuor di dubbio che l’indipendentismo catalano, storicamente forte ma minoritario, è diventato maggioritario proprio perché tra i ceti medi colpiti dalla crisi si è fatta strada l’opinione che individua nella “casta” politica spagnola centralista il responsabile del disastro sociale. Analogamente in Francia il neofascista Front National fa leva sullo storicamente radicato nazionalismo e sciovinismo francese per attrarre i ceti medi e popolari colpiti dalla crisi e ai quali il governo socialista impone enormi sacrifici nel nome dell’Europa.
In Italia, tanto per cambiare, la crisi di credibilità dello stato e la disgregazione sociale e culturale della società sono tali che prospera un Movimento 5 Stelle capace di coniugare la più vieta demagogia contro casta ed istituzioni (che per quanto esercitata su problemi esistenti è totalmente incapace di affrontarli e risolverli) con una ideologia iperindividualistica venata di mille ambiguità di egoismo sociale ed autoritarismo. In Italia può esistere, e perfino tornare a rafforzarsi, un movimento secessionista che nel corso della sua storia è stato liberista estremo ed antiliberista, filoeuropeo ed antieuropeo, favorevole a Maastricht e poi contrario, indipendentista e contemporaneamente favorevole al rafforzamento degli organi repressivi dello stato centrale, considerato nemico da altri movimenti indipendentisti (che infatti non lo hanno mai nemmeno voluto incontrare) e alleato da movimenti neofascisti ipercentralisti. Come può esistere un partito democratico guidato da democristiani affiliato al Partito Socialista Europeo. Senza parlare del fenomeno “Berlusconi”.
Purtroppo, però, c’è da temere che il sistema politico italiano non sia, diciamo così, un peculiare ed irripetibile scherzo della storia. Certo è il frutto delle mille contraddizioni della storia del paese e delle potenti subculture che lo percorrono tutt’ora. Tuttavia il fenomeno, essendo figlio esattamente del periodo della globalizzazione, della separazione della “politica” dalla società, del trionfo della spettacolarizzazione della politica, ha tratti che possiamo definire d’avanguardia nel processo reale che investe anche altri grandi paesi.
La terza è quella della sinistra reale, che pensa al conflitto di classe e sociale come motore di qualsiasi cambiamento, che vuole ristabilire la sovranità popolare a livello continentale e nazionale e quella politica sull’economia, che ha un’idea multipolare, pacifista, solidaristica e cooperativa delle relazioni internazionali. Purtroppo, sia detto per inciso, i Verdi europei in quanto tali non sono assimilabili nel loro insieme a questo campo, giacché sulle questioni appena elencate i partiti verdi hanno spesso posizioni completamente contrapposte fra loro.
Anche nel campo della sinistra, però, le differenze fra le forze che lo compongono sono molte e a volte grandi. Vi sono partiti comunisti e di sinistra ex comunista ed ex socialdemocratica. Vi sono partiti contrari alla UE ed altri favorevoli ad una UE federale. Vi sono partiti che nell’ambito nazionale pensano sia possibile una collaborazione di governo con i partiti socialisti e socialdemocratici ed altri che la rifuggono in via di principio e/o sulla base di esperienze concrete fallimentari. Vi sono modelli organizzativi di partiti, movimenti e coalizioni molto differenti. E così via. Bisogna sottolineare il fatto che queste differenze, che come si vede non sono piccole, sono assolutamente trasversali rispetto alle appartenenze ideologiche. Questo fatto oggettivo ed inconfutabile è certamente il prodotto dell’intreccio fra le questioni globali e quelle locali, della storia e cultura politica di ogni singola forza e delle relazioni con le altre nel proprio paese. Tentare di omogeneizzare tutto questo condurrebbe certamente a maggiori ed irreparabili divisioni. Ma considerare le differenze come insuperabili produrrebbe altrettanto certamente l’esplodere di nuove divisioni ad ogni appuntamento importante come l’attuale crisi, che investe tutto il continente e il mondo più in generale. Per questo, nel corso degli anni, le forze maggiori e più lungimiranti hanno sempre lavorato per l’unità senza rinunciare alle proprie idee ma senza alcuno spirito egemonistico. Attualmente il campo di questa sinistra è organizzato nel Partito della Sinistra Europea e nel gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) che raccoglie diversi altri partiti.
Se da un lato le differenze, come abbiamo visto, ci sono e non sono pochissime, possiamo però dire che le cose che uniscono sono molte di più. E soprattutto attengono alle questioni di fondo e principali. Tutte queste forze sono unite nella battaglia contro la globalizzazione capitalistica e sono perché si ristabilisca, come primo passo di qualsiasi altra prospettiva, la sovranità della politica sull’economia e sul mercato. Sono contrarie alla NATO e ad ogni intervento militare di guerra mascherato da missione di pace. Sono per implementare le lotte operaie, ambientali e sociali a livello continentale ed in ogni singolo stato. Sono contrarie a tutti i trattati europei che hanno prodotto la UE come la conosciamo. E si potrebbe continuare.
In molti paesi, e soprattutto in quelli investiti pesantemente dalla crisi (con l’eccezione italiana di cui parleremo fra poco) queste forze conoscono un’impetuosa crescita elettorale. Non è pensabile nessun cambiamento reale dell’UE e nessuna soluzione dei problemi sociali e democratici che affliggono la UE e i singoli stati senza che questo campo di forze crescano e producano un progetto autonomo ed alternativo. Ed oggi, per la, prima volta, è possibile che la catena del comando neoliberista si rompa in un paese grazie alla possibile vittoria di una forza antagonista come Syriza. L’esistenza di un governo determinato a disobbedire ai diktat della UE e a rimettere in discussione i trattati potrebbe creare le condizioni affinché cresca in tutti gli altri paesi la consapevolezza popolare che l’alternativa è possibile e che si può veramente abbandonare l’idea che la dialettica politica sia racchiusa dentro il campo delle forze socialiste, popolari e liberali. Non si possono coltivare illusioni, perché si tratterebbe di uno scontro di portata colossale, e non è affatto detto che la fragilità della sinistra reale e le sue differenze reggano alla prova. Tuttavia per la prima volta sarebbe possibile e questa possibilità agirebbe come uno stimolo e un volano nel processo di unità della sinistra anticapitalistica europea.
L’Italia e la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Come è noto la salute della sinistra antagonista nel nostro paese è pessima. Grandi sconfitte sociali, politiche, elettorali hanno prodotto divisioni e tradimenti di ogni tipo. I conflitti sindacali e sociali sono isolati ed irrilevanti per il sistema politico e mass mediatico, il sindacato confederale è subalterno al quadro politico e preda di gravi convulsioni che attengono alla sua vita democratica, la degenerazione dei partiti di governo e il leaderismo esasperato hanno raggiunto limiti estremi, il sistema elettorale antidemocratico ha prodotto una falsa e mistificata dialettica nella quale la politica come amministrazione dell’esistente, ed esecuzione degli ordini del mercato e della troika, trova come contraltare speculare la cosiddetta “antipolitica”. La logica del maggioritario e i suoi propri errori hanno ridotto la sinistra radicale alla frammentazione e alla irrilevanza politica.
Ma non è il caso di dilungarsi in una descrizione che già è stata fatta copiosamente in questa sede.
In Italia si prefigura, anche più che in altri paesi, un regime nel quale i poteri forti la possono fare da padroni indisturbati. La “politica” intesa come sistema racchiuso in un bipolarismo totalmente acritico con il mercato assicura la “governance” negli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. Il Movimento 5 Stelle assicura una valvola di sfogo alla rabbia e alla protesta. Tanto più forte e vasta quanto più ambigua su tutte le questioni fondamentali e strutturali. Lo scontro “o noi o loro” è anch’esso interno al regime. Sia perché allude esplicitamente alla rimozione di una “casta” senza mettere in discussione minimamente il piccolo dettaglio che la “casta”, e cioè la politica separata dalla società come tecnica di potere, non è la causa dei problemi bensì l’effetto delle mutazioni potenti del sistema economico degli ultimi decenni. Sia perché propone un modello sociale e politico indifferente agli interessi di classe e sociali e in ultima analisi propone l’individualismo dei singoli “cittadini”, in simbiosi con il leaderismo autoritario più sfrenato, come modello “democratico”.
Il fatto, inconfutabile e con il quale fare sempre i conti, che milioni di lavoratori votino PD, PDL, Lega e Movimento 5 Stelle, sulla base di tutte le suggestioni possibili ed immaginabili proprie dell’attuale sistema politico, non qualifica nessuna di queste opzioni come utili ai loro interessi di classe. Come il fatto che uomini e donne certamente dalle idee progressiste e di sinistra votino il Movimento 5 Stelle non produce affatto alcun progetto politico capace di mettere in discussione il sistema economico dominante.
Solo una sinistra dotata di un’analisi scientifica della realtà, che non confonda le cause con gli effetti, che veda la natura di classe del sistema istituzionale ed elettorale, che sappia costruire lotte e conflitto, che non si illuda di poter ritagliare uno spazio per il proprio ceto politico accettando la logica del sistema, può aspirare a risalire la china e a conquistare forza e credibilità sufficienti per tentare di cambiare davvero le cose.
Ma si tratta di un cammino lungo e irto di difficoltà.
Insisto nel dire che senza la consapevolezza che la dimensione politico-istituzionale non è più, come in passato lo era con la repubblica parlamentare e con il sistema proporzionale, un terreno agibile e perfino favorevole ma è diventata un terreno nemico ed ostile, la sinistra reale è destinata inevitabilmente a dividersi ad ogni occasione importante e a finire sempre più nella irrilevanza settaria e parolaia o a diventare comprimaria all’interno del regime.
A queste elezioni europee è stato possibile unire grossomodo tutto ciò che c’è a sinistra. Tutto ciò che critica apertamente la UE così com’è e che prospetta cambiamenti fondamentali nella struttura economica e conseguentemente nelle relazioni sociali. La lista è interna al GUE e indica come candidato presidente quello scelto dal Partito della Sinistra Europea.
È, quindi, la cosa migliore possibile che si potesse realisticamente fare.
Non ha alcun senso esaminare le differenze e perfino le ambiguità che contiene allo scopo di dichiararla negativa.
Solo menti estremisticamente settarie possono non vedere che le differenze e le ambiguità della lista sono esattamente le stesse che contiene lo schieramento di partiti che aderisce al GUE. Sia sull’Euro sia sulla stessa UE, per fare l’esempio fondamentale, nel GUE ci sono le posizioni opposte e tutte le sfumature intermedie. Lo stesso dicasi per il rapporto da avere con i partiti socialisti e socialdemocratici in sede nazionale. Che senso ha, quindi, gridare allo scandalo ed agitare ogni tema controverso come discriminante per la formazione di una lista unitaria? Con questa logica il Front de Gauche francese, Izquierda Unida spagnola e perfino la Linke tedesca dovrebbero spaccarsi e dar vita a più liste in ognuno di questi paesi. E il GUE dovrebbe dividersi in almeno tre gruppi parlamentari.
I temi oggetto delle differenze devono ovviamente essere discussi a fondo. Ed è aperta la contesa per l’egemonia di un processo reale che costruisca una forza europea capace di incidere nella realtà.
Ma una cosa è una discussione astratta che estremizza le posizioni e produce altre divisioni ed un’altra è una discussione concreta che avanza in rapporto alle modificazioni della realtà.
Per fare un solo esempio su un tema molto in voga, sull’Euro si può discutere all’infinito fra coloro che pensano sia superabile immediatamente e coloro che pensano sia possibile riportarlo sotto una sovranità politica. Io penso che entrambe le posizioni abbiano una legittimità teorica e che contengano punti di verità. C’è ormai un’ampia letteratura (parlo di quella seria e non degli slogan apocalittici) che evidenzia controprove e contraddizioni di entrambe le tesi di fondo.
Ma se questa discussione avviene nel campo di forze e persone che sono avverse alla dittatura del mercato, che pensano che una moneta debba essere sottoposta ad un potere politico e democratico, che criticano proprio da questo punto di vista l’Euro, allora non può assolutamente produrre divisioni, tanto meno elettorali. Deve svilupparsi in un contesto unitario e soprattutto confrontarsi con le dinamiche reali che si produrranno. Che sono, allo stato delle cose, imprevedibili.
La battaglia che sta conducendo la lista è impari. Gli elettori italiani sono chiamati dai mass media ad esprimere un voto totalmente nazionale e a scegliere fra Renzi, Berlusconi e Grillo. La disinformazione impera.
C’è perfino il paradosso, per nulla notato alle scorse elezioni europee, della palese illegittimità del quorum da superare.
Ognuno si può ben sentire rappresentato, in una lista così composita, esprimendo una preferenza per i/le candidati/e più affini. Sempre che a determinare il voto sia una logica politica e non simpatie personalistiche od altre amenità.
Per quanto mi riguarda io sono totalmente identificato e d’accordo con la scelta del mio partito. Che indica in ogni circoscrizione una candidata o candidato da sostenere, indipendentemente dall’appartenenza o meno al partito, per le sue posizioni, rappresentatività sociale ed esperienze di lotta.
Sono: Nicoletta Dosio (circoscrizione Nord-Ovest);
Paola Morandin (circoscrizione Nord-Est); Fabio Amato (Centro); Eleonora Forenza (Sud); Antonio Mazzeo (Sicilia); Simona Lobina (Sardegna).

Buon voto!

ramon mantovani

 

Come finiranno le elezioni?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Si potrebbe rispondere con una sola parola: MALE! O con due: MOLTO MALE!

Insomma, comunque vadano finiranno MALE.

Perché? È presto detto.

Queste elezioni sono truccate. Gli espedienti con i quali si falsa la volontà popolare sono questi:

1) per chi non lo sapesse la legge elettorale (non a caso definita unanimemente porcellum) è ultra maggioritaria. La legge truffa del 1953 (così definita da tutta la sinistra di allora ed anche da forze minori liberali), prevedeva che la coalizione che avesse raggiunto il 50 % più un voto avrebbe goduto di un premio di maggioranza parlamentare del 15 % dei seggi. Venne abrogata dal parlamento eletto perché la coalizione costruita dalla DC ottenne il 49,8 % dei voti, e non poté accedere al premio di maggioranza. È vero che sono passati 60 anni da allora. Ma come sarebbero passati se la DC e la sua coalizione avessero avuto simili premi di maggioranza nei parlamenti successivi?

Facciamo solo un esempio, fra i tanti possibili, per capire bene cosa significa una legge che assegna un premio di maggioranza alla coalizione vincente:

la legge sul divorzio viene approvata definitivamente il 1 dicembre del 1970. In carica c’è il governo Colombo (tasse denunce e piombo si gridava nei cortei). Lo compongono la DC, il PSI, PSDI e PRI (oggi sarebbe definito di centrosinistra). A votare a favore della legge sono il PCI, il PSI, il PSDI, il PRI, il PSIUP e il PLI. Tre partiti della maggioranza di governo, PSI, PRI e PSDI, e tre di opposizione, PCI, PSIUP e PLI possono approvare una legge perché essendo il parlamento eletto con la legge proporzionale la maggioranza laica del popolo italiano è ben rappresentata e può, come del resto vuole la costituzione che ha istituito una repubblica parlamentare, approvare una legge indipendentemente dal governo in carica. Se il parlamento del 1970 fosse stato eletto con la legge maggioritaria del 53 la DC da sola avrebbe avuto certamente più del 50 % dei seggi e con il MSI (non coalizzato ma contrario al divorzio come la DC) avrebbe sfiorato il 60 % dei seggi. Con buona pace dei partiti laici “di governo” che anche se in parte o tutti coalizzati con la DC non avrebbero nemmeno, godendo anch’essi del premio di maggioranza, compensato i seggi persi dal PCI e dal PSIUP. Per non parlare del fatto che una coalizione di governo sarebbe certamente entrata in crisi su una simile divisione. In altre parole la legge non sarebbe probabilmente mai stata approvata anche se la DC e il MSI non avessero avuto la maggioranza dei seggi perché gli alleati laici della DC fra “governabilità” e voto sul divorzio avrebbero scelto la prima in nome della coesione della coalizione di governo.

So che si tratta di un esempio puramente astratto, eppure tutti dovrebbero riflettere sulla rappresentatività di un parlamento eletto con una legge maggioritaria. Rappresentatività significa rappresentanza della volontà popolare, non la mera quantità di seggi attribuita ai partiti. Il parlamento che si forma in conseguenza del voto alla coalizione di governo, per garantire la “governabilità” attraverso il premio di maggioranza sacrifica sempre la rappresentanza della volontà popolare. Sempre!

Ma veniamo al secondo trucco.

2) in Italia, oggi, le coalizioni sono tre. Centrosinistra, centro e centrodestra. Stiamo grossomodo e generosamente ai sondaggi: alla Camera il centrosinistra potrebbe prendere il 35 % dei voti ed otterrebbe il 54 % dei seggi. Un premio di maggioranza del 19 %. Il centro potrebbe prendere il 17 % dei voti. Invece dei circa 107 seggi proporzionali prenderebbe alcuni seggi in meno che perderebbe per effetto del premio di maggioranza assegnato al centrosinistra. Il centrodestra ne perderebbe molti per lo stesso motivo. Tutti sanno, ma ci tornerò, che dopo le elezioni ci sarà il governo Bersani Monti. Vorrei far notare che se il centrosinistra e il centro avessero formato un’unica coalizione, anche scontando la fuoriuscita di SEL dalla medesima, avrebbero preso un premio di maggioranza esiguo. Diciamo del 5 o 6 %. Mentre divisi il PD lo prende del 15 % circa. Si tratta di 60-80 seggi. Perfino scontando la perdita di voti di un’unica coalizione Bersani Monti verso SEL e RC (magari in coalizione o con un’unica lista), visto che proclamare la coalizione prima del voto avrebbe certamente liberato voti a sinistra e verso il Movimento 5 stelle, il premio di maggioranza sarebbe stato comunque significativamente più basso di quello ottenuto con le due coalizioni.

Insomma, in ogni caso il meccanismo maggioritario dell’attuale legge puzza di enorme imbroglio.

Se il centrosinistra farà un governo da solo, con Monti all’opposizione, con il 35 % dei voti avrà un premio di maggioranza spropositato di circa il 20 %. Se dopo le elezioni farà il governo con Monti avrà una maggioranza parlamentare di circa il 65 % dei seggi. Il PD, in ogni caso vero dominus della scena, potrà mediare sia con Monti sia con SEL con una grande forza contrattuale.

Sarà per questo che il PD non è “riuscito” a cambiare la legge elettorale?

Certo. C’è incognita del Senato. Sulla quale non mi dilungo. Ma bisogna ricordare che nel 2006 la coalizione di centrodestra ebbe circa 200mila voti in più dell’Unione al Senato. Eppure il computo dei seggi portò ad un sostanziale pareggio. Con un lievissimo vantaggio dell’Unione. Insomma, per il credo conosciuto meccanismo del premio di maggioranza assegnato nelle singole regioni invece che a livello nazionale, in quel caso fu favorita l’Unione. Non il centrodestra. Pur essendoci una notevole dose di casualità nella formazione della maggioranza di governo al Senato non si può dire oggi che la legge porcellum è stata fatta da Berlusconi per impedire la governabilità al Senato. Tanto meno si può, avendo previsto di fare il governo con Monti solo dopo le elezioni pur continuando a fare l’apologia del bipolarismo e gridando al pericolo della destra, invocare il voto utile. Perché non si è fatto l’accordo con Monti prima delle elezioni per assicurarsi la vittoria al Senato? Ancora una volta, perché non si è cambiata la legge elettorale almeno istituendo il collegio unico nazionale per determinare il premio di maggioranza?

Il voto utile sarebbe quello di elettori di sinistra (utili idioti) a permettere al centrosinistra di prendere due piccioni con una fava? Avere comunque la maggioranza al Senato per poi procedere a fare il governo con Monti e allo stesso tempo assicurarsi che a sinistra non ci sia nessuno a rompere le scatole?

Ma in che direzione si svilupperà la trattativa post voto?

Vediamo il terzo imbroglio.

3) sulla Carta d’intenti firmata da Vendola prima delle primarie del centrosinistra ci sono scritte cose ben precise. Tutti i temi e contenuti più controversi sono scritti con l’ambiguità necessaria a lasciare aperta la porta all’accordo di governo con Monti. Esagero?

Vediamo. E mi limito ad alcuni esempi.

Europa.

Oltre alla solita riproposizione della retorica sull’Europa politica e democratica che non c’è (chissà come mai!), per realizzarla si parla esplicitamente di un “patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee”. Visto che esse sono senza dubbio socialisti, popolari e liberali, e cioè le forze che hanno partorito i trattati e soprattutto il trattato costituzionale neo liberista, in sostanza si dice che il governo reale dell’Europa fondato sulla collaborazione delle tre forze, tutte neoliberiste, va bene com’è.

Poi, immediatamente dopo, si prosegue:

“Anche per l’Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.
Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa costruire un progetto alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva.”

Per favore, attenzione alle parole e al loro significato preciso.

Qui c’è scritto che l’intreccio fra governo nazionale ed europa si realizza IN ITALIA con un accordo (progetto di governo italiano) con il CENTRO LIBERALE contro il populismo ecc.

Più chiaro di così si muore, per chi sa leggere un documento di questo tipo. Ma più ambiguo di così si muore per il lettore non smaliziato. Perché la retorica sul deficit democratico (che non manca mai) prevede che si faccia un accordo costituente con i partiti europei che sono esattamente i responsabili del deficit democratico (sic). E, attraverso intricate circonlocuzioni dove sembra non essere chiaro se si parla di Europa o di Italia si dice che bisogna fare un accordo di legislatura con il centro liberale, che in Italia si legge Monti, contro populismi ecc, che in Italia si legge Berlusconi. È evidente che non si parla di Europa se si dice “anche per  l’Europa” parlando dell’intreccio fra legislatura costituente nazionale ed europea e poi si specifica che si vuole la collaborazione di governo con il CENTRO LIBERALE. Tutto si tiene. In Europa bisogna continuare il governo unitario di socialisti, democristiani e liberali, ma in Italia bisogna fare il governo con Monti contro Berlusconi.

In campagna elettorale si è sentito dire più volte da esponenti di SEL: ma nella Carta c’è scritto di una normalissima collaborazione sulle riforme costituzionali, non di un governo con Monti. Mentre, come è noto, Bersani ha insistito sul fatto che la “apertura al centro” è ben chiara nella Carta.

O mi sbaglio?

Ma proseguiamo:

Democrazia

Oltre a diverse generiche affermazioni c’è un punto preciso:

“Daremo vita a un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura.”

La prossima legislatura avrà una funzione costituente? Con questa legge maggioritaria il paese è rappresentato affiche la funzione costituente del parlamento sia democratica?

Questa frasetta buttata lì è il massimo tradimento della costituzione italiana, che non per caso venne redatta da un parlamento eletto con la proporzionale. Ma forse Vendola non ricorda di essersi opposto fieramente alla bicamerale presieduta da D’Alema in ragione esattamente della sua non rappresentatività democratica. E forse non ricorda che quando lui era deputato del PRC quest’ultimo proponeva casomai di eleggerlo si un parlamento costituente, anche parallelo a quello eletto col maggioritario, ma con la proporzionale.

Ma si sa, queste sono cosette da niente. Come il pareggio di bilancio in costituzione che è una iperbole liberista. Basta dire che la costituzione italiana è bella due o tre volte, salvo poi assegnare ad un parlamento ultramaggioritario il compito di stravolgerla.

Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.

 

Diritti civili.

“Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. E’ inoltre urgente una legge contro l’omofobia. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione.”

Questo testo è ben al di sotto di quanto previsto dal programma dell’Unione del 2006. Che recitava:

“L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale”

Nella Carta c’è il diritto per la coppia omosessuale a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. Nel testo del 2006 c’è l’equiparazione della coppia non sposata eterosessuale a quella omosessuale e la promessa di attribuire loro gli stessi diritti.

Non è lo stesso. E comunque siamo ben lontani da qualsiasi legislazione di paesi europei che riconoscono il matrimonio e il diritto ad adottare. O mi sbaglio?

Del resto è impossibile che il PD sposi le tesi del PSOE, del PSF, della SPD e così via, visto che è composto almeno per un terzo di ferventi cattolici obbedienti alle direttive del vaticano. Si è visto in diversi precedenti, come quando votarono contro la riduzione del divorzio da tre anni ad un anno e sulla fecondazione assistita insieme al centrodestra e lega.

Vendola si vuol sposare. Lottiamo tutti per questo suo diritto. Ma avendo contratto un matrimonio politico con Rosy Bindi ed Enrico Letta ha dovuto firmare un testo nel quale al massimo è previsto che gli omosessuali conviventi acquisiscano qualche diritto, forse nemmeno equiparato a quelli delle coppie eterosessuali non sposate.

Anche qui sfido a dimostrare il contrario.

E… dulcis in fundo

La Carta d’Intenti prevede le RESPONSABILITA’.

Il testo è qui chiarissimo.

Leggere per credere:

“L’Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l’imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell’affidabilità e della responsabilità . Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti.

Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:

• sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
• affidare a chi avrà l’onere e l’onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale;

• vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; 
• assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi;
• appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.”

 

C’è scritto che il premier si deve sostenere qualsiasi cosa faccia. Per esempio non si deve criticarlo se, come Prodi, decide in totale solitudine di dire si alla base statunitense di Vicenza.

C’è scritto che è il premier a decidere i ministri. Punto.

C’è scritto che se insorgono divergenze fra SEL e PD, a dirimere è il voto dei parlamentari della coalizione in seduta congiunta. Con maggioranza qualificata. Non c’è scritto se la maggioranza qualificata deve essere del 60 70 80 90 %. Siccome è difficile anche per chi fa uso di forti stupefacenti prevedere che SEL abbia più di un quinto  dei parlamentari del PD e che la maggioranza qualificata sia dell’80 %, questa clausola significa che il PD decide e SEL obbedisce. O mi sbaglio?

C’è scritto che tutti i trattati internazionali non si toccano. Salvo rinegoziarli, ma in accordo con gli altri governi. Per i trattati dell’Unione Europea significa che bisogna avere l’unanimità di tutti i governi. Perché si può sempre negoziare e rinegoziare. Ma se non si prevede che si possa rompere e/o denunciare un trattato unilateralmente significa che non di trattativa si tratta bensì di richiesta di unanimità sulla eventuale modifica di un trattato. Cioè zero. Impossibile.

C’è scritto, per maggior chiarezza, che bisogna appoggiare i tagli che il governo dovrà fare per “difendere la moneta unica”, e cioè per rispettare i diktat della Banca Centrale Europea, del FMI e della Commissione.

Insomma, non solo si dovrà fare un accordo con il CENTRO LIBERALE, e cioè con Monti. Non solo in questo testo non c’è traccia di Legge 30, articolo 18, art. 8, missioni militari e così via.

Ma è già questo testo, ed anche un governo del centrosinistra senza Monti, puramente iscritto nel neoliberismo nemmeno temperato analogo a quello di tutti i partiti che furono socialisti e socialdemocratici e che oggi sono tutto meno che di sinistra. Con l’aggiunta che questo testo, e non solo il PD, non da risposte laiche e rispettose dei diritti degli omosessuali.

Ma perché SEL partecipa ad un simile imbroglio?

Per scoprirlo vediamo un altro aspetto quasi sconosciuto della legge elettorale vigente.

 

4) la legge prevede uno sbarramento del 4 % ad una lista non coalizzata. Ma per una lista coalizzata in una coalizione, sia quest’ultima vincente o perdente, questo sbarramento non c’è. C’è uno sbarramento del 2 %. Ma per la prima lista coalizzata che non raggiungesse il 2 % non vale nemmeno questo sbarramento. In altre parole SEL entrerà comunque in parlamento e godrà comunque del premio di maggioranza.

Mettiamo che la lista Rivoluzione Civile abbia il 3,8 % dei voti e che SEL abbia anch’essa il 3,8 %.

A quale persona sana di mente può sembrare giusto che SEL entri in parlamento ed abbia anche il premio di maggioranza mentre Rivoluzione Civile resta fuori?

Gli elettori indubbiamente di sinistra che votano per SEL e che contemporaneamente votano per il programma della Carta d’Intenti, in che modo possono essere rappresentati da SEL nei loro contenuti? Essi credono di votare per chi è d’accordo ad eliminare la riforma Fornero dell’articolo 18 e delle pensioni. Per il matrimonio gay. Contro il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione. E così via. O mi sbaglio? Ma queste cose sono impossibili già nell’accordo col PD, figuriamoci con il governo mediato con Monti.

Esiste una possibilità nemmeno tanto remota, che SEL una volta che il PD proponga ufficialmente, dopo il voto, di formare il governo con il CENTRO LIBERALE di Monti, rompa col PD e passi all’opposizione.

Questa cosa è possibile. Basterebbe far finta che col nuovo governo con Monti, anche se è ben previsto nella Carta, quest’ultima non valga più. Sempre che SEL al Senato non sia determinante. Perché altrimenti anche questo gioco diventerebbe impossibile, pena il “favorire” Berlusconi.

Ma se anche le cose andassero così si tratterebbe di un imbroglio bello e buono. Verso gli elettori del PD. O no?

Insomma, comunque vada, SEL è in una botte di ferro ed entrerà in parlamento. Come unica forza di “sinistra” grazie al “voto utile” o con più seggi di Rivoluzione Civile anche se quest’ultima prendesse più voti di SEL.

Sarà per questo che SEL ha deliberatamente scelto di soprassedere sull’appoggio del PD a Monti e a tutte le sue leggi di massacro sociale e dei diritti? Sarà per questo che non ha voluto nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di fare una lista comune sui contenuti di sinistra e/o una coalizione con altre liste di sinistra? Sarà per questo che è inusitatamente diventata una forza sostenitrice del bipolarismo? Sarà per questo che dopo aver “sognato” di vincere le primarie del centrosinistra per due anni si è acconciata a svolgere un ruolo comprimario nel centrosinistra?

Resta il fatto che in Italia, al contrario che Grecia, Spagna, Francia, Germania e via elencando, chi è contrario alle politiche neoliberiste si presenta diviso alle elezioni rischiando di non contare nulla sia dentro il governo sia fuori da esso.

Questo fatto gravissimo è dovuto unicamente al settarismo di SEL, al fatto che i suoi dirigenti hanno deliberatamente scelto di imbrogliare gli elettori, con l’unico obiettivo di salvaguardare se stessi.

Mi spiace ma questa è la verità. Triste ma inconfutabile, purtroppo.

Sono sicuro che qualcuno, a questo punto, potrebbe esclamare, nonostante tutto quello che ho scritto: ma bisogna battere Berlusconi! 

Ed eccoci al quinto imbroglio.

5) a meno di un evento miracolistico anche i sassi sanno che Berlusconi non vincerà le elezioni. La sua irresistibile ascesa nel corso degli ultimi due mesi, però, è di totale responsabilità del centrosinistra. Vediamo perché.

Bersani dice sempre: Mica abbiamo vinto, la destra c’è ed è forte!

Come dargli torto.

Però, delle due l’una.

O la destra di Berlusconi è populista e ad essa bisogna contrapporre una coalizione liberale e antipopulista, unica capace oggi di vincere nel meccanismo del maggioritario bastardo del porcellum. O la dialettica è fra destra e sinistra e allora i contenuti devono essere chiari e, anche a dispetto del meccanismo maggioritario, si può conquistare il consenso dei ceti popolari colpiti dalle politiche di destra del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi.

In entrambi i casi si parla chiaro e non si imbrogliano gli elettori.

Certo la seconda ipotesi necessita dell’accettazione del rischio della sconfitta. Ma nella crisi forse per la prima volta si potrebbe vincere con un chiaro programma di sinistra. Che certamente sarebbe definito a sua volta, da Monti e perfino da Berlusconi, populista. Mentre la prima, in pura continuità con l’ormai consolidata tradizione dei partiti socialisti europei, garantisce contemporaneamente la vittoria elettorale e la sconfitta sociale delle classi subalterne.

Perché non c’è dubbio che senza denunciare certi trattati internazionali, cancellare controriforme, eliminare privatizzazioni ecc. si possono vincere le elezioni riservando alle classi subalterne anni e decenni di lacrime e sangue.

Perché si lascia che Berlusconi si appropri di obiettivi e proposte di sinistra e lo si accusa di populismo?

Forse che l’IMU sulla prima casa “è un provvedimento doloroso ma inevitabile”?

Forse che dire “bisogna ristabilire la sovranità del popolo sulla moneta” è un concetto eversivo e antidemocratico?

Davvero si pensa di battere Berlusconi con i comici in tv e i talk show alla Santoro, che non fanno altro che alimentarne la popolarità?

Davvero si è sicuri che, se costretto a scegliere fra chi spiega la necessita dei suoi sacrifici per salvare le banche e chi promette la restituzione dell’IMU, un operaio afflitto dal mutuo e da un salario indecente, che dovrà lavorare diversi anni in più per prendere una pensione di merda, quest’ultimo sceglierà di sacrificarsi sull’altare della presentabilità del premier eletto presso i salotti dei rapaci mercati finanziari?

Evidentemente si. Perché da tempo ormai immemore il PD pensa che si debba “governare” l’esistente, rassicurare i poteri forti esibendo la propria “qualità” più appetibile per essi, e cioè garantire sacrifici con la pace sociale.

Come si può gridare al pericolo della destra indicando come dramma la propensione di Berlusconi a mettersi le dita nel naso in pubblico mentre la società viene devastata dalla cancellazione di diritti e giustizia sociale?

Si può, cercando di evitare che cresca una rivolta e una sinistra non addomesticata.

Attenzione, non parlo di un complotto, bensì di uno spontaneo movimento verso una dialettica politica nella quale tutto si confonde. Nella quale non c’è destra e sinistra, bensì gente perbene ed impresentabili, populismo e realismo, normalità ed eccezionalità, vecchio e nuovo e così via. Una dialettica dove impera l’imbroglio. Dove ci si contrappone alla demagogia berlusconiana con la demagogia che nasconde contenuti inconfessabili (in campagna elettorale) della Carta d’Intenti.

Se questo è anche solo parzialmente il quadro della situazione italiana manca solo un ultimo imbroglio. Il Movimento 5 stelle.

6) almeno un terzo, se non la metà o più, dei moltissimi voti che andranno a Grillo, sono di elettori che oltre ad essere, con diverse ragioni, schifati della politica ufficiale, hanno senza dubbio in testa contenuti di sinistra o di estrema sinistra. È inutile che io ricordi qui elencandoli gli slogan di grillo sulle banche, le multinazionali, la globalizzazione, l’euro, l’ambiente, i diritti civili e così via che sono pari pari la riproposizione di contenuti ed obiettivi di sinistra da anni e perfino decenni.

Certo, poi ci sono ambiguità ed anche contenuti liberisti e perfino razzisti.

Con il fenomeno della predicazione, ben divulgata dai talk show e dai mass media a “insaputa” di Grillo, e della manipolazione dell’opinione pubblica in internet della Casaleggio e associati, oltre che con l’avvitamento su se stessa di una politica vacua e moralmente degenerata oltre ogni limite, una buona parte degli elettori italiani di sinistra voteranno una lista dai contorni indefiniti, destinata a mostrare la sua vera anima, o le sue vere cento anime, al primo voto su un qualsiasi contenuto controverso. Una lista che però intanto dà una spallata forse definitiva alla democrazia rappresentativa per favorire il passaggio ad una democrazia autoritaria e tecnocratica. Senza istituzioni intermedie, senza partiti intesi come collettivi dotati di categorie interpretative della realtà, senza la fatica della democrazia vera, dal basso possono salire solo protesta e rancore. Cose facili da manipolare al fine di sterilizzare i contenuti veramente portatori di cambiamento e al fine di uccidere i partiti come veicolo di partecipazione in favore di leader e tecnocrazie varie.

Spero di avere torto, ma credo sia proprio così.

Infine l’ultimo imbroglio, sul quale bastano pochissime parole:

7) chi pensa che su televisioni e giornali la campagna elettorale sia stata corretta ed utile ad informare gli elettori alzi la mano. Chi pensa che Ingroia e Rivoluzione Civile abbiano avuto adeguati spazi ed attenzione, e che le domande e i servizi siano stati corretti e non maliziosamente parziali, come la ripetuta tiritera sul voto utile, alzi la mano.

Alzi la mano e verrò di persona a tagliargliela con un machete affilato.

 

In conclusione.

 

Ogni elettrice ed elettore che sceglierà di votare per la lista Rivoluzione Civile avrà dovuto superare gli scogli rappresentati da tutti questi imbrogli. Il nostro voto moralmente e politicamente vale doppio, triplo.

Rivoluzione Civile non è altro che portare in parlamento i contenuti di sinistra, come in tutti gli altri paesi europei.

Superare il quorum ingiusto è necessario affinché il parlamento che proseguirà nella politica neoliberista e nel massacro sociale veda presente l’opposizione di sinistra capace di costruire una alternativa. E gli anni prossimi saranno più duri degli ultimi. I paesi del sud dell’Europa saranno massacrati e si imporrà una svolta epocale.

Rivoluzione Civile in parlamento può essere il primo passo della riunificazione della sinistra reale. Su un programma condiviso, senza discriminazioni, senza che nessuno debba rinunciare a nulla di se stesso, su basi democratiche funzionando col principio di una testa un voto.

Ogni voto a Rivoluzione Civile è utile a tutta la sinistra europea ed inviso a socialisti, popolari e liberali. È utile a ridare senso alla parola politica ed è inviso ai politicanti imbroglioni, soprattutto a quelli sedicenti progressisti e di sinistra, che sguazzano nell’ambiguità e mortificano i propri stessi elettori. È utile a rafforzare tutte le lotte.

È utile alla resistenza oggi e all’alternativa domani, contro questo sistema infame.

È utile a conservare e difendere la propria dignità.

 

ramon mantovani

A Sanremo inflitta un’altra ferita alla rantolante democrazia italiana

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Io non faccio il critico televisivo, né mi intendo di canzonette e di spettacolo. Tanto meno appartengo alla categoria dei politici che, in tv, sui giornali e soprattutto in internet, sproloquiano su tutto lo scibile umano con la presunzione di avere sempre e comunque cose interessanti da dire.

Però di politica penso di intendermene. Almeno abbastanza per esprimere le seguenti opinioni.

A Sanremo, davanti a 15 milioni di persone, si è consumato l’ennesimo episodio di spettacolarizzazione della politica. Si è avverata la tanto attesa polemica, il tanto atteso scandalo, basati sulla perversa commistione tra festival delle canzonette e campagna elettorale. Fra spettacolo e campagna elettorale.

Non è la prima volta che accade. E temo non sia nemmeno l’ultima. Perché alle ragioni, ai programmi, alle scelte, ormai da anni si sono sostituiti gli insulti, le parodie e le derisioni delle posizioni avverse, le accuse roboanti e, soprattutto, l’uso strumentale degli spazi pubblici massmediatici da parte di una casta strapagata che per far parlare di se, aumentando così il proprio prezzo sul mercato, non esita a produrre polemiche vacue, che però si intrecciano e alimentano la “politica” indecente, a sua volta prodotta ed implementata dal bipolarismo.

Intendiamoci, io non ce l’ho con comici, attori, autori di testi, registi e compagnia cantando.

Essi fanno il loro mestiere. Bene o male non sta a me dirlo. Non sono all’altezza per esprimere una critica artistica delle loro esibizioni. Anzi, amo la satira e la dissacrazione. Penso solo che per essere tali dovrebbe rivolgersi contro il potere. E mi è più che chiaro che non è questionabile l’ispirazione culturale di parte che muove questo o quell’altro artista. E sono ovviamente per la libertà di espressione, totale ed incondizionata.

Detto questo, però, non ho le fette di salame davanti agli occhi.

Nessuno impedisce né può impedire che comici, attori, autori, scrittori, cantanti, musicisti, vignettisti e cosi via partecipino alla campagna elettorale direttamente, salendo sul palco di un comizio di partito, o indirettamente, esprimendo le proprie opinioni nei loro spettacoli e nei loro scritti.

Magari si può opinare sulla qualità delle opere di costoro.

A me, per esempio, proprio non fanno ridere le derisioni di difetti fisici e l’utilizzo di allusioni a pregiudizi di vario genere. Ma ritengo che la satira, compresa quella che io considero volgare e di infima qualità, sia incensurabile.

Un’altra cosa, però, è che tali personaggi siano utilizzati in spazi pubblici di tutti all’unico scopo di produrre eventi che sconfinano in una partigiana intromissione nella campagna elettorale. In questo caso ogni ispirazione culturale di parte diventa un arbitrio destinato inevitabilmente (ma in realtà appositamente) a diventare fatto politico.

Dopo l’esibizione del signor Crozza al Festival di Sanremo di cosa si parla il giorno dopo sui giornali e in tutti i bar? Delle canzoni? Dei cantanti? O si parla, invece, del contenuto politico dell’esibizione di Crozza?

Già era successo con Celentano, un signore che vinse il Festival nel 1970 con l’emblematica canzone “chi non lavora non fa l’amore” (un vero inno al crumiraggio) e che poi nel corso del tempo, e questo la dice lunga su come sia trascorso il tempo, è diventato una specie di profeta e predicatore. Anche lui verrà invitato a Sanremo per produrre l’evento. Nientepopodimeno che una polemica col Vaticano. Ma che c’entra la visione della religione e della funzione dei vescovi di Celentano con il concorso canoro?

Insomma, che cos’è il festival di Sanremo? A parte il riflesso del paese reale o dei luoghi comuni e delle culture egemoni che si può sempre rintracciare nel bene e nel male e nonostante gli imperanti giochi di interessi dei discografici, in musica e testi delle canzoni, perché devono essere creati eventi politici secondo la discrezione degli strapagati conduttori ed autori? E’ proprio innocente la scelta di invitare un comico a fare satira sui politici (ma non su tutti), in piena campagna elettorale? È asettico ed equilibrato deridere Berlusconi come un malfattore, Bersani come uno sfigato incapace di vincere, Ingroia come un pigro assonnato e Montezemolo come un elitario? È la stessa cosa malfattore o sfigato? Su Grillo niente? Su Monti niente?

Ovviamente la satira non può essere asettica. Per sua natura non può esserlo. Ma nel contesto dato le mie domande, appena più sopra formulate, sono più che legittime.

La vulgata di destra vuole che i conduttori schierati politicamente abbiano invitato Crozza per deridere e colpire principalmente il loro nemico di sempre, usando strumentalmente uno spazio pubblico. La vulgata di “centrosinistra” gode della derisione del nemico e vuole che la destra sia illiberale e non tolleri nemmeno la satira. E così si alimenta il bipolarismo da curva di stadio e da tifosi, che è tanto più spettacolare e capace di produrre audience.

Dov’è la satira rivolta verso il potere? Sempre ammesso che il festival delle canzonette sia il luogo adatto per ospitarla.  

Proprio gli iperbolici apologeti delle “regole” sembrano pensare che durante una campagna elettorale non ci debbano essere regole di nessun tipo. Un apparente paradosso. Perché in realtà la politica bipolare all’americana si alimenta soprattutto di colpi bassi, scorrettezze, pugnalate alla schiena. E le regole, si sa, in Italia sono sempre importanti finché interessano gli altri e non se stessi. Con l’aggravante aggiuntiva che qui, oltre alle scorrettezze infinite che ogni giorno si consumano fra i due principali schieramenti, e dei due principali schieramenti ai danni degli altri, abbiamo anche le scorrettezze prodotte da autori e conduttori di un festival ai danni della politica seria e a proprio vantaggio personale. Per loro l’audience è al di sopra di regole e democrazia.

Magari credono di essere progressisti, ma in realtà sono giullari del regime bipolare e della politica spettacolo.

Ho ancora negli occhi Enzo Biagi che il venerdì, ultimo giorno della campagna elettorale del 2001, nella “sua” rubrica che precedeva il TG1 delle 20, invitò Benigni per deridere Berlusconi. Che era all’opposizione da 5 anni. lo vidi in un bar poco prima di parlare ad un comizio e pensai che in quel modo Berlusconi avrebbe avuto molti voti in più. Perché mi convinsi che elettori potenziali di Berlusconi che magari non sarebbero andati a votare avrebbero reagito alla palese scorrettezza.

Già, perché c’è anche da dire che dai salotti televisivi o meno nei quali vivono questi signori non si vede il paese devastato dall’individualismo e dalla conseguente solitudine assoluta, dalla legge della giungla della competitività e della precarietà, dalle mille subculture celebrate come nuovi pensieri. Un paese nel quale le lotte operaie e popolari per credere di esistere devono aspirare a fare da comparse nei talk show. Un paese nel quale le disdicevoli malefatte di Berlusconi se vengono perpetuate ed amplificate da Monti smettono di essere malefatte perché lo stile di quest’ultimo non è disdicevole. E quando lo vedono per sbaglio si affannano ad alimentare le false contrapposizioni fra “vecchia” e “nuova” politica. Fra “società civile” e “partitocrazia”. Fra Grillo e il resto del mondo. Perché qualsiasi persona sana di mente e dotata di un minimo spirito critico non può non vedere che il regime bipolare ciò che non riesce più ad assorbire nella sua falsa dialettica, per esempio con la retorica del voto utile, lo spinge nelle braccia del voto contro tutti che non da fastidio a nessuno o verso l’astensione.

Tutto ciò non può succedere in altri paesi europei, visto che si ostinano ad avere perfino delle regole in campagna elettorale. In Italia si.

 

ramon mantovani

 

Assassinio a Parigi di tre compagne kurde

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 10 gennaio, 2013 by ramon mantovani

in data odierna ho emesso il seguente comunicato:

L’efferato assassinio delle tre militanti kurde a Parigi è l’ennesimo crimine teso ad impedire la soluzione politica del conflitto nel Kurdistan nello stato della Turchia.

Da diversi giorni era in corso una trattativa riservata del governo turco con il Presidente Abdullah Ocalan e, come in almeno altre tre occasioni negli ultimi dieci anni, una parte dei militari e dei partiti nazionalisti turchi, con la complicità politica e probabilmente materiale di servizi d’intelligenza di paesi della NATO, non hanno esitato ad utilizzare metodi terroristici per impedire qualsiasi negoziato che porti al riconoscimento dei diritti elementari del popolo kurdo, alla fine del conflitto armato e alla liberazione di Ocalan.

Se il governo D’Alema avesse a suo tempo concesso l’asilo politico ad Ocalan e lavorato per una soluzione negoziata del conflitto, invece che obbedire supinamente agli ordini dell’amministrazione Clinton costringendo Ocalan ad abbandonare l’Italia, al popolo kurdo sarebbero stati risparmiati tanti anni di guerra, sofferenze ed ingiustizie, perché al negoziato non c’è alternativa.

Chiunque si consideri democratico e amante della pace non può che solidarizzare con il popolo kurdo, che resiste e chiede solo di avere gli stessi diritti di tutte le minoranze nazionali nei paesi dell’Unione Europea.

ramon mantovani

Morte ai partiti? (quinta parte)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 settembre, 2012 by ramon mantovani

Ho tralasciato di parlare dei partiti di sinistra e/o comunque realmente o apparentemente eterodossi rispetto al sistema dominante sia perché sarebbe sbagliato assimilarli semplicemente agli altri sia perché in un qualche modo sono o dovrebbero essere alternativi.

Essi si dividono in tre filoni. Elenchiamoli per poi esaminarli più approfonditamente.

Ci sono quelli eclettici ideologicamente, che hanno posizioni spesso (ma non sempre) critiche con il liberismo e il modello sociale dominante, ma che sono pensati ed organizzati in modo ultralideristico e adatto al sistema maggioritario.

C’è il Movimento 5 Stelle. Che apparentemente non ha identità ideologica, che coniuga slogan e posizioni progressiste ed ecologiste a posizioni reazionarie e liberiste.

Ci sono infine i partiti ideologicamente comunisti ed anticapitalisti divisi fra loro, più che sull’analisi della società e sulla strategia antagonista al sistema, esattamente sulla tattica da seguire alle elezioni e comunque sul rapporto da avere con le altre forze politiche, a cominciare dal PD. Di questi ultimi ci occuperemo nella sesta ed ultima parte.

Iniziamo dall’IDV. Nasce nel 98 e confluisce quasi subito nella formazione “I Democratici dell’Asinello” (sic). Ne esce nel 2000 avendo deciso di votare contro la formazione del governo Amato. Da allora esiste in quanto Italia dei Valori – Lista Di Pietro. Nell’autunno del 2000 entra a far parte dell’ELDR (il partito europeo dei liberali). Lo statuto dell’IDV è un vero capolavoro di eclettismo. Vale la pena di riportarne qui l’art. 3.

“Art. 3 –Finalità del partito:

L’Italia dei Valori e’ un partito politico autonomo ed indipendente in grado di offrirsi come luogo di partecipazione, di proposta, di elaborazione, di confronto democratico, e può concorrere alle competizioni politiche, elettorali e referendarie a qualsiasi livello, anche raggruppandosi con altre forze politiche, sociali e culturali previa specifica ed espressa autorizzazione – e nei limiti anche temporali della delega scritta – che dovrà essere di volta in volta rilasciata dal Presidente nazionale (ovvero da suoi delegati). Il partito si riconosce nell’insieme delle grandi culture riformiste del novecento: la cultura cattolica della solidarietà sociale e familiare, la cultura socialista del lavoro e della giustizia sociale, la cultura liberale dell’economia di mercato, della liberta’ individuale e del buon governo, attraversate dalle grandi tematiche dei diritti civili, della questione morale e dei nuovi diritti di cittadinanza alle quali i grandi movimenti ambientalisti, delle donne e dei giovani hanno dato un contributo essenziale. L’Italia dei Valori vuole integrare i tradizionali valori di libertà, uguaglianza, legalità e giustizia con i valori nuovi del nostro tempo: pari opportunità, sviluppo sostenibile, autogoverno, solidarietà e sussidiarietà, responsabilità, iniziativa, partecipazione ed europeismo, nel quadro di un sempre più avanzato federalismo europeo. Obiettivi primari del partito sono la riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione, un reale federalismo, lo sviluppo di una sana economia di mercato, la realizzazione di uno Stato di diritto, libero dai conflitti di interessi, con una seria e concreta divisione e autonomia tra i poteri. L’Italia dei Valori auspica uno sviluppo sociale basato non solo sulle regole del commercio, ma anche su interventi correttivi per renderle più favorevoli ai soggetti piu’ deboli, specie nei paesi e nelle aree territoriali povere ed arretrate, favorendo un’equa ripartizione delle risorse. Alla globalizzazione dei mercati deve corrispondere una reale libera concorrenza e soprattutto la globalizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.”

 

Come si vede c’è tutto e il contrario di tutto.

 

Pochissimi italiani sanno che quando votano l’IDV alle elezioni europee eleggono deputati che siederanno e voteranno insieme ai liberali tedeschi e del Regno Unito. Si può dire senza tema di smentita che la vera ed unica identità dell’IDV è l’antiberlusconismo in chiave giustizialista. Infatti nell’IDV militano e vengono eletti ad ogni livello ex comunisti, ex democristiani, ex liberali, e una varietà più o meno sconfinata di personaggi locali dalle più diverse tendenze. L’IDV è un partito leaderista. Non c’è solo il nome del leader nel simbolo del partito. I poteri attribuiti al presidente del partito sono enormi. E il congresso è dominato dagli eletti nelle istituzioni di tutti i livelli che infatti lo compongono automaticamente.

L’IDV sul territorio è un partito diversificatissimo. Infatti data la sua collocazione interna al centrosinistra, comunque coniugato, e l’apparente radicalità delle posizioni dovuta più che altro ai toni utilizzati contro Berlusconi, ha avuto negli ultimi anni forti successi elettorali. Essendoci uno spazio considerevole e comunque appetibile molti personaggi locali lo hanno fondato sul proprio territorio. È una reciproca convenienza di Di Pietro e dei personaggi locali. Di Pietro ingrossa il proprio partito e i personaggi locali sfruttano la popolarità di Di Pietro. Si tratta di puro franchising. Vale per le aziende che sono proprietarie di un importante marchio e che appaltano il marchio ad imprenditori locali che hanno l’unico obbligo di esporre il marchio e di rispettare il disciplinare dell’azienda. Basta leggere lo statuto dell’IDV per rendersi conto della vastità più o meno infinita del disciplinare. Non c’è nulla di più esplicito ed esemplificativo per dimostrare che la politica nell’epoca del maggioritario è puro mercato elettorale.

Ovviamente la natura leaderistica ed elettoralistica dell’IDV, che pure è importante, non è tutto. Come sempre in politica esistono identità e profili di fatto prodotti dalla collocazione nel quadro politico e dalle scelte contingenti. Che poi sono sostanzialmente i motivi che attraggono o meno i voti d’opinione. Recentemente l’IDV ha scelto di opporsi frontalmente al governo Monti, anche utilizzando argomenti totalmente antiliberisti e certamente contraddittori con il proprio statuto, con l’appartenenza europea e con la propria stessa storia. Fino a mettere in discussione la propria appartenenza al centrosinistra, inteso classicamente.

Non è in questa sede che si devono fare previsioni su eventuali evoluzioni o involuzioni dell’IDV. Le forze politiche possono cambiare sempre in conseguenza delle dinamiche sociali. È evidente che Di Pietro che per anni è apparso più “di sinistra” del PD e propugnatore di un’opposizione intransigente contro Berlusconi nel tempo della crisi economica e del governo Monti, per conservare il proprio elettorato e per distinguersi dal PD deve radicalizzare le sue posizioni sui temi sociali ed economici. La pura retorica violentemente antiberlusconiana non servirebbe allo scopo. Certamente su questa strada sarebbe necessaria una riforma del partito sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista organizzativo che consolidi le scelte politiche fatte negli ultimi mesi. Ma le piroette e i salti mortali nel sistema maggioritario sono all’ordine del giorno e quindi non si possono fare previsioni certe. Perché proprio la natura verticistica e leaderistica del partito le permettono. In tutte le direzioni.

 

Se lo statuto dell’IDV è un capolavoro di eclettismo quello di Sinistra Ecologia e Libertà è un capolavoro di genericità e confusione.

Ecco l’Art. 1.

 

“Articolo 1.

1. Sinistra Ecologia Libertà è una libera, laica, democratica e aperta organizzazione politica di

donne e uomini fondata sul principio della libertà, solidarietà ed eguaglianza, dell’ecologia e della differenza sessuale.

2. SEL, ispirandosi ai principi della Costituzione, è impegnata a rimuovere ogni ostacolo alla piena partecipazione politica delle donne nei suoi organismi dirigenti ed esecutivi, nella scelta delle candidature nelle assemblee elettive. SEL promuove altresì la piena partecipazione delle giovani generazioni alla politica.

3. SEL rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religione, le disabilità, l’identità e orientamento di genere, l’orientamento sessuale, nazionalità e appartenenza ai popoli riconosciuti dall’Onu.

4. SEL assicura informazione, trasparenza e partecipazione. A tal fine, oltre alle forme di

partecipazione diretta delle iscritte e degli iscritti e dei circoli, si avvarrà del sistema

informazione web (Siw), anche per la sperimentazione di nuove forme di democrazia digitale. SEL rende visibili attraverso gli stessi strumenti tutte le informazioni sulla vita politica interna, sulle riunioni, le deliberazioni politiche, il bilancio.

5. SEL promuove e organizza pratiche di democrazia partecipata. Le forme della democrazia

partecipativa e diretta progressivamente saranno quelle che definiranno anche la democrazia

interna all’organizzazione.

6. SEL promuove momenti di formazione collettiva, quali seminari e momenti di studio, per

l’elaborazione collettiva di proposte e indirizzi politico-programmativi, per la crescita di

competenze specifiche e articolate al fine di assicurare il rinnovamento dei gruppi dirigenti

fondato sulle reali capacità di direzione politica.

7. SEL aderisce al codice di autoregolamentazione per le candidature approvato dalla

Commissione Parlamentare Antimafia.”

 

Chiunque può verificare leggendo tutto lo statuto che in nessuna altra parte c’è alcun cenno a qualsiasi ideologia, ideale od obiettivo in qualche modo legato alla storia della sinistra. Nemmeno nessun riferimento al mondo del lavoro analogo a quelli citati chiaramente nella costituzione repubblicana.

Nel documento congressuale, che è però per sua natura limitato e provvisorio, ci sono molti riferimenti, per quanto generici, alle culture della sinistra. Ma nessuna critica del maggioritario e della degenerazione che esso ha prodotto nella politica e nelle istituzioni. Tutto sembra essere colpa di Berlusconi e delle timidezze ed incertezze del PD. La proposta, che in questo contesto assume valore assolutamente strategico, è il nuovo centrosinistra. E il nuovo centrosinistra si può ottenere con le primarie. Punto. Tutto qui.

Alla litania dei valori (pace, non violenza, solidarietà, giustizia sociale, partecipazione ecc) non corrisponde alcun progetto di paese e di democrazia che non sia il nuovo centrosinistra. Come se la formula, già ambigua di per se, potesse essere qualificata socialmente e democraticamente dall’aggettivo “nuovo”. Del resto la parola “nuovo” ad occhio è la più ricorrente nei testi e nei discorsi di SEL. Una parola magica, che lascia al lettore, ascoltatore e tifoso, la libertà di dargli l’accezione che gli pare. Un espediente tipico dell’elettoralismo più sfrenato e della più volgare e spicciola psicologia delle comunicazioni.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo come è nata SEL. Perché una tale genericità e mania del “nuovo” sono figlie di una precisa storia.

 

Nel corso dell’esperienza dell’ultimo governo Prodi i DS e la Margherita diedero vita al PD. Il PD soffrì una scissione e si formò Sinistra Democratica. La evidente natura centrista del PD diede adito all’idea che ci fosse un enorme spazio politico ed elettorale, un vuoto, che avrebbe potuto essere colmato da un nuovo partito di sinistra. Questa idea fece breccia nel PRC, nei Verdi, nel Partito Socialista, nel PdCI, e in una innumerevole pletora di associazioni. I mass media, ovviamente, si eccitarono fino all’inverosimile. Talk show a raffica, descrizione di scenari e contro scenari e così via. I sondaggi davano il nuovo partito fra il 12 e il 15 %. Vennero convocati gli “stati generali della sinistra”. Nel PRC il gruppo dirigente fece un accordo oligarchico basato su una enorme ipocrisia. Dietro la proposta di far nascere un “nuovo soggetto unitario e plurale” si nascondevano almeno due prospettive alternative fra loro. L’unità della sinistra non era messa in discussione quasi da nessuno ma c’era chi voleva sciogliere il PRC in un nuovo partito e chi, più prudentemente, aveva in testa una lista elettorale o, al massimo, una federazione di diversi partiti e forze.

Apriamo una prima parentesi su questo punto.

Il progetto di fare un nuovo partito, fortemente propugnato da Sinistra Democratica e da una parte del gruppo dirigente del PRC, giusto o sbagliato che fosse, necessitava di una condizione indispensabile: che morisse il PRC. La “tregua” siglata nel gruppo dirigente del PRC era un modo per rimandare il problema, non per risolverlo. Ed espropriava gli iscritti e i militanti del PRC dal diritto di decidere democraticamente sul punto in questione. Gli elettori, gli iscritti e i militanti dei partiti coinvolti nel “nuovo soggetto unitario e plurale” dovevano assistere attoniti agli “annunci”, alle “accelerazioni”, ai “distinguo” e alle “frenate” dei vari personaggi che si alternavano in TV e sui giornali. Ma tutto questo avveniva dentro la vicenda del governo Prodi, non in un laboratorio asettico. E il governo Prodi, impegnato a fare esattamente il contrario di quel che c’era scritto sul suo programma di governo, produceva una delusione e una disillusione enorme nel paese e segnatamente fra gli elettori di sinistra. L’intreccio fra la questione del rapporto col governo e l’ansia di fondare un nuovo partito non poteva reggere il confronto con la realtà. Ammesso che la formula del “nuovo partito” fosse giusta, immediatamente sorgeva la questione delle questioni: si poteva rompere col governo Prodi? Il nuovo partito doveva essere indipendente o interno al centrosinistra?

Gli oligarchi (io li definii così e non ho cambiato opinione), risolsero la questione con una ennesima e falsa suggestione. Agli “stati generali della sinistra” tra il “parto doloroso” di Vendola e l’insofferenza verso i movimenti che contestavano il governo, tra le dichiarazioni di Occhetto sulla primogenitura dell’idea e gli applausi e urla di molti ex – qualcosa (nel gergo trombati) che già si rivedevano rieletti in qualche istituzione, la questione del governo venne risolta dicendo: “siamo quasi 150 parlamentari, se ci uniamo condizioneremo il governo”. Proprio nel momento in cui il governo tradiva sul punto fondamentale riguardante pensioni, precarietà e stato sociale.

Adottando il metodo della storia controfattuale si potrebbe dire che se il “nuovo partito” fosse nato rompendo con il governo, in un fecondo rapporto con i movimenti di lotta nel paese, avrebbe avuto buone probabilità di vincere le resistenze e di dissolvere dubbi e perplessità. Gli stessi oligarchi avrebbero potuto convocare un referendum vincolante, sul modello delle primarie, dimostrando un minimo di coerenza con la retorica ripetizione delle parole “nuovo” e “partecipazione”. Ma non era possibile per il semplice motivo che il 90 % degli oligarchi non avrebbero mai e poi mai messo in discussione il governo, neanche in caso di guerra nucleare. Ed anche per il motivo che nella loro testa essi erano i leader e i proprietari del popolo della sinistra. Popolo che andava “guidato” verso meravigliose sorti ma non fatto partecipare a nessuna scelta fondamentale.

Così la “nuova cosa di sinistra” si rassegnò a stare in un governo balbettando moderate critiche mentre Prodi abbatteva la scure proprio contro i metalmeccanici scesi in piazza. E subì la caduta del governo per opera dell’Udeur e la successiva esclusione dal centrosinistra per scelta unilaterale del PD. Nel corso della campagna elettorale della “sinistra e l’arcobaleno” (sic), a sua volta decisa in modo totalmente oligarchico, vi fu perfino il tentativo di appellarsi agli elettori affinché con il voto dessero un segnale deciso per la nascita di un “grande e nuovo partito di sinistra”. Appelli conditi con tanto di abbandono del comunismo. Come se alle elezioni gli elettori dovessero pronunciarsi su vaghi progetti nemmeno buoni per i militanti e non, come voleva il maggioritario, sulla vittoria o meno di Berlusconi. Il PD di Veltroni fece una dura campagna contro la Sinistra e l’Arcobaleno (sic di nuovo) e per il voto utile. Risultato: vennero persi voti verso il PD, verso l’astensione, verso le due liste con la falce e martello, in proporzioni tali da determinare la più grande debacle elettorale della storia della sinistra, e non solo. Senza contare Sinistra Democratica che nel 2006 era ancora nei DS, e che comunque secondo le previsioni avrebbe dovuto portare molti voti, si passò da 4 milioni di voti del PRC, Verdi e PdCI a 1 milione e centomila. E dal 10,5 % al 3,1 %.

Qualsiasi dirigente politico serio, per giunta dopo aver deciso tutto da se e accusando i critici e dubbiosi di essere incapaci di “capire” e di “vedere” i nuovi orizzonti che si dischiudevano sulle rovine del XX secolo e di essere nostalgici di un comunismo obsoleto, avrebbe deciso di farsi da parte, ammettendo i gravi errori commessi.

Invece il tentativo di sciogliere i partiti esistenti per formarne uno nuovo, questa volta nel centrosinistra visto che la debacle venne attribuita solo alla, pur esistente, logica del voto utile intrinseca al maggioritario, venne reiterato. Con l’eccezione del PdCI che a sua volta propose una costituente comunista, anch’essa interna al centrosinistra.

Il processo politico che porterà alla nascita di SEL è sostanzialmente la storia di scissioni in tutti i partiti della sinistra. Nessuno escluso. Non vale la pena di descriverle una per una, anche perché ci vorrebbero decine di pagine. Lo farò solo, anche se sommariamente, per quella che riguarda il PRC. Basti dire che nel dicembre 2009, quando viene fondata SEL, a dare vita al nuovo partito sono: Sinistra Democratica (che nel frattempo ha subito la scissione guidata da Cesare Salvi), il Movimento per la Sinistra (scissione del PRC), Unire la Sinistra (scissione del PdCI), l’Associazione Ecologisti (scissione dei Verdi). Inoltre manca all’appello il PSI, che pure aveva fatto parte della lista SeL alle elezioni europee.

In nome dell’unità si provocò una vera e propria orgia di divisioni e scissioni!

Nel PRC, subito dopo le elezioni, alcuni (fra cui il sottoscritto) dovettero parecchio insistere affinché fossero convocati gli organismi dirigenti. Altri volevano attendere anche 3 o 4 settimane. Un partito scaraventato fuori dal parlamento dagli elettori, a causa di una linea politica e di un comportamento elettorale capace di disperdere milioni e milioni di voti, aveva visto attonito il proprio segretario dichiarare in TV che il progetto della Sinistra e l’Arcobaleno era “irreversibile”. Si doveva cioè attendere che i soci fondatori della Sinistra e l’Arcobaleno proponessero l’ennesima accelerazione e, per giunta, si dividessero fra i proponenti un nuovo partito di sinistra e la costituente comunista del PdCI. Ovviamente se gli organismi del PRC fossero stati convocati su questa alternativa cucinata dall’oligarchia il PRC si sarebbe spaccato e dissolto. E sarebbero nati due partiti divisi ideologicamente fra “nuovo” e “vecchio” ma entrambi interni al centrosinistra e alla logica del maggioritario. Ma grazie a una nuova maggioranza il Comitato Politico Nazionale del PRC venne convocato e decise di dimissionare la segreteria e di avviare una vera discussione congressuale. Nella quale iscritti e militanti avrebbero potuto effettivamente decidere del destino del partito e soprattutto dei veri motivi della sconfitta elettorale ed enorme vittoria della destra. Ovviamente i mass media, i soliti talk show e i dietrologi chiamati giornalisti fornirono all’opinione pubblica la loro versione di questa vicenda. Un complotto di palazzo ordito da nostalgici, dogmatici, ortodossi, vecchi, novecenteschi, estremisti e chi più ne ha più ne metta, aveva defenestrato il povero segretario del partito e la fino ad allora maggioranza “bertinottiana”. E a questo coro si aggiunse anche il quotidiano del partito Liberazione, che invece di informare correttamente su una discussione democratica, per quanto aspra e dura, si schierò più che apertamente dalla parte della minoranza.

Si sarebbe potuto fare un congresso veramente improntato ad una discussione seria e all’altezza della gravità della situazione. Analizzando sul serio gli errori evidenti che avevano prodotto il disastro, a cominciare dall’esperienza di governo. E affrontare il necessario ed ineludibile nodo della unità della sinistra sulla base di contenuti e proposte chiare ed inequivocabili, anche facendo decidere gli unici e veri proprietari del partito, gli iscritti, se sciogliere il PRC in un nuovo partito, scontando una scissione verso la costituente comunista, quella si ultraidentitaria per compensare l’appartenenza al centrosinistra, o la proposta di federare la sinistra in una aggregazione non solo elettorale, ma indipendente dal PD, proporzionalista ed avversa al maggioritario e quindi tesa a ricostruire una rappresentanza politico istituzionale del mondo del lavoro.

Una simile discussione, onesta e seria, nella quale tutti i dirigenti si sarebbero assunte tutte le loro responsabilità, avrebbe favorito la partecipazione ed anche suscitato un sano interesse all’esterno del partito.

Ma la discussione venne subito inquinata da diversi fattori. Elenchiamoli velocemente.

1) coloro che per mesi avevano apertamente (sui giornali, in tv e anche durante la campagna elettorale, ma mai con un documento scritto e sottoposto al voto negli organismi del partito) annunciato la formazione di un nuovo partito, il “superamento” del PRC, la riduzione del comunismo ad una corrente di pensiero fra le altre nel nuovo partito (esattamente come fecero nel PDS quando venne sciolto il PCI), dissero che attribuirgli questa intenzione era un “processo alle intenzioni” e ci accusarono di essere stalinisti.

2) chi non era per il nuovo partito, sempre secondo loro, non poteva che essere per un partito comunista ortodosso e nostalgico. Nulla o quasi veniva detto sull’esperienza di governo e quando era citata era solo per attribuire a Veltroni e a Mastella la colpa di tutto, tralasciando completamente il tradimento del programma operato dall’esecutivo o attribuendolo esclusivamente alla debolezza del governo dovuta al “pareggio” elettorale. In altre parole il “pareggio” aveva permesso ai centristi dell’UDEUR ed altri di condizionare il governo. Ne scaturiva che sarebbe bastato unire la sinistra e far pesare dentro il centrosinistra i suoi contenuti per costruire un “nuovo” centrosinistra nel futuro. Del resto al “non vogliamo morire democristiani” venne sostituito “non vogliamo morire berlusconiani”, e così si poteva restare vaghi nella proposta vera e politica, puntando alla sconfitta di Veltroni e ad una svolta a sinistra del PD.

3) sull’onda della descrizione di un complotto e di uno scontro personale fra Vendola e Ferrero, che intanto i mass media avevano implementato, venne montata una vera campagna di denigrazione nei confronti di Ferrero, accusato di allearsi con le componenti che furono di minoranza nel precedente congresso, di essere un ex DP e quindi inguaribilmente minoritario e così via. Come se nello schieramento loro non ci fossero esponenti di quelle minoranze ed ex DP.

 

Insomma, questo inquinamento del dibattito non fu un incidente e tanto meno la prova che i comunisti non potevano che essere cannibali e fratricidi in discussioni laceranti. Fu una scelta consapevole di chi sapeva che la vera discussione sui veri punti di dissenso avrebbe chiarito le idee nella testa di molti e determinato un esito certo al congresso.

Il congresso con queste premesse non poteva che essere uno scontro frontale. E lo fu irrimediabilmente.

Al congresso vennero aggiunti altri punti mistificatori per occultare la vera contesa politica e costringere i militanti a schierarsi indipendentemente dalle loro opinioni sull’esperienza di governo e sullo scioglimento del PRC. Con l’autocandidatura di Vendola a segretario si tentò di trasformare il congresso nella pura scelta del leader. Contando sull’aperta simpatia di Repubblica, di altri giornali e conduttori di talk show nei confronti di Vendola. Una banale adesione ad una iniziativa dell’IDV contro la politica di Berlusconi sulla giustizia ci costò pure l’accusa di aver avuto una deriva giustizialista (soprattutto da alcuni che pochi mesi dopo aderiranno all’IDV (sic)). Si sosteneva che la eventuale nuova maggioranza avrebbe determinato l’abbandono da parte del PRC del Partito della Sinistra Europea. E potrei continuare.

Dopo il congresso, nel quale la mozione di Vendola tentò di allearsi proprio con la componente di Essere Comunisti, dopo aver detto che la presenza di quest’ultima nel documento avverso ne dimostrava la deriva identitaria e stalinista, la corrente capeggiata (è il caso di usare questo termine) da Vendola, invece che accettare l’esito democratico continuò una campagna di denigrazione del nuovo gruppo dirigente. In particolare il quotidiano del partito, che nel frattempo aveva accumulato milioni di debiti, si contraddistinse per proporre come linea editoriale la linea della corrente di Vendola e per denigrare, anche con insulti, quella che era passata nel  congresso del partito. La sostituzione del direttore, che venne decisa dopo innumerevoli tentativi di comporre il dissidio semplicemente garantendo che il quotidiano esprimesse la linea del partito e presentasse quella della corrente di Vendola come quella della minoranza, senza ovviamente censurarla, divenne il pretesto per provocare la scissione. Come se non bastasse, data la crisi finanziaria di Liberazione, un editore, per altro vicino alla corrente di Vendola e che pubblicava la rivista di Bertinotti “Alternative per il Socialismo” ed ospitava numerosi articoli di esponenti vendoliani sul settimanale Left, propose al partito di vendergli la testata. Essendo l’editore “seguace” dello psichiatra Massimo Fagioli, a sua volta accusato di avere posizioni omofobe, e nonostante Fagioli nel recente passato avesse manifestato tutta la simpatia possibile per Bertinotti, anche promuovendo affollati dibattiti pubblici con quest’ultimo, la nuova maggioranza che dirigeva il partito venne accusata anche di promuovere una svolta omofoba. Ci sarebbe da ridere sia sull’accusa di stalinismo per la sostituzione del direttore, sia per quella di omofobia. Ma invece tutte le TV e tutti i quotidiani scatenarono una campagna sostenendo queste accuse accreditando presso milioni di persone di sinistra l’idea che ormai il PRC fosse un gruppuscolo guidato da stalinisti settari e perfino omofobi.

 

Io penso che fosse più che legittimo proporre un approdo strategico interno al centrosinistra e al sistema politico del maggioritario, ed anche che fosse legittimo considerare chiusa l’esperienza comunista organizzata in partito. Tutto legittimo. Ovviamente non condivido nulla di tutto ciò, ma capisco che per chi pensa che le elezioni e dintorni (come le primarie) siano la vera sostanza della politica e che il governo sia l’unico vero obiettivo sempre, anche se ha passato dieci o venti anni a dire il contrario, alla fine abbia il diritto di proporlo e di battagliare per far passare questa prospettiva. Penso che negli anni 2000 si possa arrivare alla conclusione che il comunismo sia superato, anche se si sono passati dieci o venti anni (come Vendola) a scrivere le lodi del comunismo eterno. Per me non è così ma sono conscio che le sconfitte provocano esattamente queste conseguenze. Ma penso anche che non si possa accettare in nessun modo che gli iscritti, ed anche la base elettorale che si aspira a rappresentare e dirigere, possano essere trattati come minus sapiens, come una massa di manovra, come tifosi di un leader. Per me c’è un innegabile nesso tra ciò che si fa e ciò che si dice. E vige sempre il principio di responsabilità. C’è sempre una linea di confine che separa i dirigenti politici dai politicanti. Che separa chi si assume le proprie responsabilità da chi le rifugge addossandole sempre ad altri. Che separa chi parla chiaro da chi imbroglia le carte dicendo cose diverse in luoghi diversi. Che separa chi fa proposte chiare e su cui ci si può esprimere da chi fa demagogia e sostituisce alle proposte le suggestioni. Che separa chi gioca pulito rispettando le idee altrui da chi gioca sporco e distorce le idee altrui fino a ridurle a caricatura per poterle combattere senza confrontarsi seriamente nel merito.

Oggi, a quattro anni di distanza, chiunque può verificare diverse cose.

La vera proposta della corrente di Vendola era quella di fondare un nuovo partito abbandonando il comunismo? Si o no?

La linea politica che si proponeva era quella interna comunque al centrosinistra? Si o no?

Il nuovo partito, superati gli orrori del novecento, sarebbe diventato un partito leaderistico? Si o no?

La critica del maggioritario e l’idea della repubblica parlamentare e della legge elettorale proporzionale, da sempre qualificanti la sinistra, sono state mantenute da SEL?

Il PRC è uscito dal Partito della Sinistra Europea? SEL ha mai chiesto di far parte del Partito della Sinistra Europea o discute di quando e come aderire al Partito Socialista Europeo?

Il PRC è diventato omofobo, dogmatico, giustizialista?

Il PRC ha accantonato ogni idea di unità della sinistra per sommare i comunisti in un partito settario?

Anche qui potrei continuare molto a lungo. Ma è inutile. Sia per quelli che pensano che in politica tutto si possa dire e contraddire a seconda della convenienza del momento (convenienza di chi?). Sia per quelli che queste cose le sanno per averle subite, pur sapendo che per la maggioranza degli italiani dalla vicenda di rifondazione comunista, per come è stata descritta in malafede dai mass media, sono scaturiti due partiti. Uno splendido, vincente, guidato da un leader telegenico e popolare, nuovo nel linguaggio e al passo con i tempi. E un altro chiuso, settario, stalinista, omofobo, estremista, e soprattutto tagliato fuori dalla vera ed unica politica che conta: quella del centrosinistra e dei talk show.

 

La scissione promossa da Vendola provocò una ennesima grande delusione fra i simpatizzanti, gli iscritti e gli stessi militanti del PRC. Decine di migliaia di persone abbandonarono ogni impegno o lo riversarono in comitati e associazioni di lotta. Non erano interessate a discutere in quel modo, a dover scegliere fra leader, a sentirsi in colpa per la propria storia ed appartenenza politica comunista, ad assistere a litigi e urla inconcludenti. Ed anche ad appartenere ad una organizzazione data per morta dai mass media e dagli stessi scissionisti. Questo è il triste bilancio che porta con se ogni scissione. Sempre gli scissionisti di un partito comunista si propongono l’obiettivo di distruggerlo, anche contando sulla disillusione che nella base del partito provoca una lacerazione e divisione insanabile del gruppo dirigente.

Più avanti parleremo del PRC, e quindi anche del suo indebolimento e impoverimento. Ma ora occupiamoci e concludiamo il discorso su SEL.

Sinistra e Libertà alle elezioni europee del 2009 era composta dalla scissione del PRC, dal partito dei Verdi, da Sinistra Democratica e dal PSI. Prese 960 mila voti, pari al 3,13 %. Non elesse nessun deputato giacché la soglia del 4 %, introdotta nel febbraio del 2009, non era stata raggiunta. Ma se li avesse eletti non è dato sapere a che gruppo parlamentare europeo avrebbero aderito. La “lista anticapitalista” promossa dal PRC, con il PdCI e Socialismo 2000, prese 1 milione e 40 mila voti, pari al 3,39 %.

Nonostante un anno di campagna di tutti i giornali e talk show a favore di SeL, nonostante l’immagine del PRC deturpata appositamente, l’esito fu questo e dimostrò che così era divisa la sinistra italiana.

Naturalmente per commentatori, politologi, conduttori ignoranti di talk show, e conseguentemente anche per molti militanti decerebrati di sinistra i contenuti delle due liste, a cominciare dall’appartenenza ad un preciso schieramento nel parlamento europeo, non avevano nessuna importanza. Ma proprio nessuna. Ciò che contava era solo l’effetto del voto europeo sulla politica interna italiana. Molti elettori di sinistra votarono IDV e SeL, senza sapere che avrebbero eventualmente eletto deputati in due gruppi, quello socialista e quello liberale, alleati strettamente ai popolari nel governo effettivo dell’Unione Europea. Antiberlusconiani in Italia e alleati di Berlusconi in Europa. Sempre se parliamo delle politiche economiche e monetarie, sociali, commerciali, estere e militari e non del colore delle mutande delle escort di Berlusconi.

Resta il fatto che SeL non sfondò elettoralmente, non superò la lista anticapitalista, e che anche per questo subì, in seguito, l’allontanamento dei Verdi (con scissione per rimanere in quella che diventerà Sinistra Ecologia e Libertà) e del PSI.

Ma poi vennero la famose primarie ed elezioni pugliesi. E Vendola le vinse. Cogliendo l’occasione al volo per dire: facciamo la stessa cosa in Italia.

L’ennesima suggestione imbrogliona.

 

Espressione troppo forte la mia?

 

Vediamo.

 

Si può paragonare l’elezione regionale pugliese alle elezioni politiche nazionali? Ovviamente si, ma distinguendo bene le differenze. Per esempio non si può ignorare che su punti decisivi e fondamentali, come politica economica, estera, difesa ecc, la regione non ha nessuna competenza. Con tutta evidenza una coalizione costruita intorno ad un programma regionale potrebbe non essere valida per le elezioni politiche giacché proprio sui punti salienti appena elencati i partiti regionalmente uniti potrebbero essere molto divisi. O no? Per Vendola certamente no! Per il semplice motivo che basta indicare uno schieramento di centrosinistra, “nuovo” perché diretto da lui, per far sparire come d’incanto la NATO, i trattati europei costituzionali e non, la Banca centrale europea ed italiana, le multinazionali e così via. Naturalmente la logica della politica “bipolare” funziona e i soliti mass media e talk show ragionano come Vendola (e viceversa). In politica ci devono essere due partiti o due schieramenti con due leader. Punto. Il resto conta solo se può determinare la vittoria e sconfitta di uno dei due leader. Punto. Ogni schieramento avrà contenuti compatibili con la estensione dello stesso stabiliti a tavolino dai maggiorenti contraenti l’alleanza. Punto.

È una logica stringente. Ma funziona solo se tutti i partecipanti al gioco hanno una reale condivisione su questioni fondamentali. Altrimenti lo schieramento è destinato ad essere poco credibile e soprattutto incapace di reggere la dura prova delle scelte da fare in caso di vittoria. O no?

Non tornerò sull’esperienza dell’ultimo governo Prodi. Ho già scritto fiumi di parole e credo sia chiaro ciò che penso. Tuttavia ecco un punto su cui quanto ho scritto più sopra evidenzia la sua importanza. Ecco perché sarebbe stato importante discutere approfonditamente, al congresso del PRC del 2008, sul governo Prodi invece che sulla non violenza o sulla obsolescenza o meno del movimento operaio del 900. Come d’incanto Vendola, dopo aver detto il contrario per venti anni (ma ci credeva a quel che diceva e scriveva?), sposa l’ideologia, anzi la quintessenza dell’ideologia, del maggioritario all’italiana.

E poi, ammesso e non concesso che dire “facciamo la stessa cosa in Italia”, sia onesto e credibile politicamente, vogliamo fare i conti almeno con i risultati elettorali reali?

Vediamoli.

Certo. Le elezioni regionali del 2010 le ha vinte il candidato alla Presidenza Vendola. Non c’è dubbio. Ma confrontiamo bene i dati con quelli delle elezioni precedenti, quando il Vendola comunista del PRC vinse primarie ed elezioni.

Nel 2005 il candidato Vendola prese 1.165.536 voti pari al 49,84 % e le liste della coalizione 1.064.410 voti pari al 49,74 %. Il candidato di destra Fitto 1.151.405 voti pari al 49,24 % e le liste della coalizione 1.059.869 voti pari al 49,52. Altre liste 16.048 voti pari allo 0,74 %.

Nel 2010 il candidato Vendola 1.036.638 voti pari al 48,69 % e le liste della coalizione 910.692 voti pari al 46,05 %. Il candidato della destra Palese 899.590 voti pari al 42,25 % e le liste della sua coalizione 874.462 pari al 44,25 %. La candidata Poli Bortone 185.370 voti pari al 8,71 % e le liste della coalizione (UDC, IO SUD – MPA) 186.443 pari al 9,43 %. Altre liste 5.834 voti pari allo 0,30 %.

 

Come si può ben vedere i risultati di Vendola e della sua coalizione nel 2005 e nel 2010 sono analoghi. Ma mentre nel 2005 vinse contro la destra unita, nel 2010 vince solo grazie alla divisione della destra.

Inoltre c’è un dato che fa sempre scalpore per qualche ora nei giorni delle elezioni e che poi viene regolarmente dimenticato. Nel 2005 i votanti furono il 70,5 % degli aventi diritto e le schede bianche e nulle il 5,7 %. Nel 2010 i votanti furono il 62,3 % e le bianche e nulle il 5,2 %.

Un calo cioè di più del 7 % dei votanti. Identico a quello medio di tutte le altre regioni in cui si votò nello stesso turno nel 2005 e nel 2010. Dal 71,5 al 63,6 %.

 

Insomma, dopo cinque anni di meraviglioso governo, se l’UDC e IO SUD – MPA fossero rimasti nella coalizione di centrodestra Vendola avrebbe probabilmente perso le elezioni. Dopo cinque anni di “rivoluzione democratica” improntata alla promozione della partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica calano i votanti in modo considerevole.

Intendiamoci, rimane la vittoria che nel sistema elettorale pugliese assegna un super premio di maggioranza. Al vincente per pochissimo o poco, e mai capace di superare il 50 % dei voti validi (30 35 % degli aventi diritto) vanno nel 2005 41 seggi (pari al 60,3 % dei 68 seggi regionali) e all’opposizione 27 seggi (pari al 29,7 % dei seggi regionali). Nel 2010 48 seggi (pari al 59 % dei 78 seggi regionali) e alle opposizioni 30 seggi (pari al 31 % dei 78 seggi regionali). Significativo il fatto che nel 2010, tanto per fare due esempi, la coalizione UDC, IO SUD-MPA con il 9,43 % dei voti prende 4 seggi, pari al 5,12 %. E la lista della Federazione della Sinistra con il 3,26 % dei voti non prende nessun seggio, pur essendo nella coalizione vincente, mentre la lista “civica” La Puglia per Vendola con il suo 5,53 prende 6 seggi.

Che bella legge! Che bel sistema democratico!

Come mai dal 2005 al 2010 il “governatore” (come ama farsi chiamare Vendola anche se in Italia la carica di governatore non esiste) non l’ha cambiata o almeno corretta?

 

Comunque, ripeto, la vittoria della coalizione guidata da Vendola, per quanto favorita dalla divisione della destra e caratterizzata dalla crescita dell’astensionismo come in tutto il resto del paese, rimane un fatto importante. Senza dubbio.

Ma questo fatto è in se tale da determinare il clamore che ha suscitato all’epoca?

Nella realtà e dal punto di vista politico elettorale no. Ma nella politica spettacolo del maggioritario si, eccome.

È bastato che Vendola dicesse che si sarebbe candidato a guidare il centrosinistra nazionale con le famose primarie e per molti mesi ha calcato tutte le scene dei talk show. Ha goduto delle attenzioni di tutti i giornali, politologi, dietrologi. Avrebbe il nuovo leader potuto vincere le primarie? Cosa sarebbe successo nel PD se le avesse vinte? La destra avrebbe preferito confrontarsi con Vendola o con Bersani nella prossima campagna elettorale? La vittoria eventuale di Vendola avrebbe determinato un ritorno dei centristi nella casa della destra, li avrebbe lasciati dov’erano, ed eventualmente il centrosinistra avrebbe potuto allearsi con i centristi, per battere Berlusconi, con un candidato premier così radicale? Veltroni e i suoi preferivano Vendola o il loro nemico interno Bersani? Se Vendola fosse diventato premier si sarebbe tolto l’orecchino?

Risiko e gossip all’infinito. Contenuti zero.

Ovviamente il candidato alle primarie in pectore ha sguazzato in questo mare di nulla offrendosi come interlocutore credibile presso i cattolici integralisti (parlando del Papa con grande comprensione perfino sul tema della pedofilia nella chiesa), agli imprenditori (“lo stato non deve farsi imprenditore” dichiarato sul Sole 24 Ore) e così via. Distinguendosi per insultare il proprio ex partito con frasi degne di Grillo come “sono un cimitero”.

 

Insomma, in un quadro politico caratterizzato dai prodromi della crisi del governo Berlusconi, con un PD diviso, moderato e ambiguo, la suggestione del “nuovo” centrosinistra a guida vendoliana sembrava, secondo i canoni del bipolarismo, non solo possibile ma anche probabile. A patto che i contenuti, che pure SEL rivendicava, fossero anch’essi suggestioni e non programmi concreti. Del resto c’era anche una teoria semiprofetica secondo la quale in Europa, e dunque anche in Italia, in risposta alle crescenti contraddizioni prodotte dalla fase neoliberista del capitalismo, la sinistra (tutta, compresa quella socialista e socialdemocratica) avrebbe dovuto e potuto rinascere da se stessa con il famoso big bang (sic). Più prosaicamente SEL avrebbe potuto innescare questo processo con il “nuovo centrosinistra” in Italia. Naturalmente spogliandosi per prima della propria storia, concepita come piombo nelle ali.

Intanto nei sondaggi SEL raddoppiava e triplicava i voti ottenuti alle elezioni del Parlamento Europeo del 2009. Nei sondaggi, però. Perché ad ogni tornata amministrativa prendeva la metà o un terzo dei voti previsti dai sondaggi nazionali e locali. Ma miracolosamente i soliti mass media sembravano non accorgersene. Come non si accorgevano che il PRC e la Federazione della Sinistra prendevano quasi sempre il doppio di quel che prevedevano i sondaggi. Poco, certo, ma come SEL o il triplo o quadruplo dell’API di Rutelli. Che però erano sempre in tv come protagonisti della politica italiana. Fino ad arrivare, più recentemente, al paradosso che quando SEL schierandosi col PD a Napoli o a Palermo perdendo le elezioni, Vendola veniva invitato nei talk show a commentare la vittoria di De Magistris o di Orlando, come se fosse un suo patrimonio. O alla coalizione greca Syriza descritta più volte su giornali e Tv come “la SEL greca”. Altri esempi di come il sistema maggioritario non solo escluda categoricamente i contenuti antagonistici al sistema ma sia capace perfino di distorcere la realtà dei fatti per farla entrare nello schema bipolare. Sinceramente non penso, tranne qualche eccezione come Repubblica, che il sistema del mass media e dei talk show fossero e siano solo in malafede. Semplicemente sono spesso ignoranti, superficiali e, per così dire, seguono l’onda. Se sorge un personaggio che sul tavolo del risiko e a suon di suggestioni potrebbe scompaginare il quadro politico, fa notizia. Per il 90 % dei giornalisti e conduttori di spettacoli mascherati da discussioni politiche le analisi della società, i progetti politici, le discussioni democratiche su documenti impegnativi, il radicamento sociale, gli interessi concreti che si difendono, sono tutte cose troppo faticose da leggere, studiare e capire. È molto più semplice parlare dei leader e delle loro “trovate” e “dichiarazioni”. Dei loro litigi, delle indiscrezioni e delle dietrologie.

Con la crisi del governo Berlusconi e con l’instaurazione della “dittatura” del mercato e degli organismi tecnocratici del capitale finanziario, cioè con il governo Monti, la vera natura di SEL e della sua politica sono venute allo scoperto. È superfluo ricordare cosa ha votato la maggioranza che sostiene in governo Monti. È superfluo ricordare i solenni impegni presi sia dal PD che dal PDL circa la continuità da assicurare alle politiche montiane nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni. È superfluo ricordare che, del resto, è stata strapazzata la Costituzione della Repubblica inserendo un principio ultraliberista, sovra ordinatore di qualsiasi politica economica e sociale. È superfluo ricordare che il mondo del lavoro è stato umiliato su pensioni, salari, diritti e precarietà come mai era successo nel passato. Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti.

Tranne che sotto quelli di Vendola. Che si è apprestato ad insistere affinché l’eventuale riforma elettorale salvaguardasse il maggioritario e il bipolarismo e a prospettare comunque la formazione del centrosinistra a la celebrazione delle primarie. Ed a liquidare chi pensa si debba aggregare anche elettoralmente quel che si oppone alla politica di Monti, definendolo “testimoniale”.

Al di la delle acrobazie verbose tipiche di Vendola l’approdo è chiarissimo. E comincia ad esserlo anche per molti che da Vendola si aspettavano, illudendosi, ben altro.

Il bipolarismo non ammette politiche alternative al sistema. Nel centrosinistra sono buone per portare voti ad una coalizione che se governerà dovrà farlo nel rispetto dei vincoli imposti dal mercato, dalle multinazionali, dalle politiche monetarie liberiste delle banche centrali e del capitale finanziario, dall’appartenenza alla NATO e alla compagine “occidentale” a guida statunitense e, dulcis in fundo, dal Vaticano. Sono buone cioè come suggestioni ma se tentano di diventare leggi, fatti, politiche concrete e provvedimenti diventano fattore di instabilità del governo e chi le propone diventa conseguentemente estremista, amico dei terroristi, comunista nostalgico, e soprattutto facente il gioco della destra. Vendola e SEL sanno benissimo che le cose stanno così. Ma pensano che sia meglio tentare di accomodarsi al governo, avendo promesso e giurato che rispetteranno le decisioni della maggioranza della stesso, piuttosto che navigare nel tempestoso mare dell’opposizione. È verissimo che il sistema bipolare tenta di ridurre alla pura testimonianza le posizioni e gli interessi antagonisti. È anche per questo che si vuole mantenere sempre ad ogni costo la logica maggioritaria, che si introducono sbarramenti e così via. Ma non si capisce perché un partito di sinistra, ancorché non comunista, non novecentesco, moderato e pallidamente riformista, debba accettare di ridurre i propri contenuti ad una variabile dipendente delle compatibilità del sistema, e cioè a farli diventare chiacchiere impossibilitate a modificare alcunché. E nemmeno perché un partito di sinistra, ancorché comunista ed antagonista, debba accettare di farli diventare pura testimonianza predicatoria e impotente. I corni di questa contraddizione vanno insieme e, lo ripeto per la milionesima volta, essendo questi l’essenza del sistema bipolare non si può ignorarne nessuno dei due o, peggio ancora, far finta che ne esista solo uno per sedersi sull’altro.

Ma sulla soluzione di questo problema torneremo più avanti.

Intanto possiamo dire che SEL ha scelto di essere, per così dire, la sinistra del sistema. Di un sistema che distrugge ogni diritto conquistato nel novecento (sarà per questo che l’obsolescenza del comunismo abbraccia anche tutti i diritti conquistati dai comunisti nel novecento?) e che costituzionalizza il liberismo. SEL ha scelto di puntare al “big bang” (sul quale perfino l’autore della teoria si è ampiamente ravveduto) e quindi di far parte della famiglia socialista in europa. SEL ha scelto di essere un partito leaderistico, favorevole al maggioritario ed ostile al proporzionale. SEL ha scelto di subordinare perfino i diritti civili alla logica del maggioritario, al contrario di qualsiasi altro partito socialista europeo. Sapendo bene che la maggioranza laica degli italiani (che si espresse più volte nella prima repubblica grazie al parlamento eletto proporzionalmente e diviso chiaramente fra partiti confessionali e partiti laici di destra e di sinistra) diventa minoranza in parlamento giacché entrambi gli schieramenti contengono ed eleggono deputati e senatori totalmente fedeli al vaticano.

Forse proprio su quest’ultimo punto, che rappresenta una vera originalità negativa italiana, si evidenzia l’osceno imbroglio del cosiddetto centrosinistra. Se sull’economia e sulla politica estera si può più facilmente far finta di lavorare ad una alternativa scontando la necessaria dose di “realismo” avendo a che fare con grandi poteri sovranazionali, sui diritti civili degli omosessuali, sul corpo delle donne, sulle minoranze religiose e così via non si può far finta, essendo tutti gli altri paesi importanti europei più avanti esattamente perché divisi fra schieramenti laici e confessionali.

Il recente walzer fra Vendola e Rosy Bindi sul matrimonio degli omosessuali è veramente osceno. Non perché sia osceno prospettare due cose inconciliabili fra loro. Bensì perché si svolge fra due posizioni, appunto, inconciliabili e che mai e poi mai produrranno nessuna sintesi. Vendola sa benissimo che le posizioni di Rosy Bindi e dei moltissimi democristiani del PD sono quelle del Vaticano. Se in passato hanno votato con la destra contro la riduzione da tre anni ad un anno del tempo del divorzio (che vergogna!) e contro la fecondazione assistita perché dovrebbero farlo sul matrimonio omosessuale o sull’eutanasia? Perché?

Per più di 15 anni Vendola è stato contro il maggioritario ed ha denunciato, come me e tutti noi, la vergogna di un parlamento non rappresentativo del popolo nemmeno sulla questione elementare della laicità dello stato. Come può oggi essere per il maggioritario e far finta di voler convincere Bindi e Fioroni e Letta a diventare favorevoli al matrimonio gay? Loro sono coerenti con la loro ideologia e con la loro storia, ed anche per questo meritano più rispetto di chi è “uscito dalla propria storia” e alterna continuamente le esibizioni spettacolari dei propri turbamenti religiosi alla rivendicazione di diritti inconciliabili con il Vaticano.

 

SEL è un partito transeunte, secondo ripetute dichiarazioni di Vendola. È nell’orbita del Partito Socialista Europeo. È nel centrosinistra (che ormai si fatica a definire nuovo).

Al suo interno l’opzione di puntare ad una alleanza di sinistra alternativa ai contenuti montiani e del PD ha ottenuto 8 voti in un organismo nazionale di 160 membri.

Le primarie, se ci saranno, non vedono più Vendola come possibile vincitore. Tutti i sondaggi danno Vendola terzo. Essendo anch’esse fondate sul principio maggioritario per cui il primo prende tutto, il meccanismo che in un primo momento sembrava favorire Vendola oggi gli si rivolge contro. Molti potenziali elettori di Vendola voteranno Bersani per impedire che Renzi possa sopravanzarlo. Nel maggioritario, per la sinistra, la logica del meno peggio non ha fine e confini.

Comunque ai militanti e agli iscritti di SEL non resta che osservare le mosse del leader, fare il tifo per lui alle primarie, e prepararsi a digerire le scelte che il PD imporrà, presentandole come stato di necessità, dopo le elezioni. Del resto, al di la delle schermaglie preelettorali è tutto preannunciato anche sul tema del rapporto con l’UDC. Sul quale Vendola ha detto prima una cosa e poi, data l’impopolarità riscontrata, il contrario. Ben sapendo che il PD imporrà, dopo le elezioni, quel che vorrà.

 

Il Movimento 5 Stelle sembra essere, e per alcuni versi è, la grande novità politica del momento.

Per anni Beppe Grillo si è dedicato, attraverso un blog e comizi – spettacolo, a costruire una rete e ad implementare liste locali. I contenuti sui quali ha puntato sono molto importanti. Ma sono sempre stati coniugati in modo ultrasemplicistico e predicatorio. Ecologia, energia, ruolo delle multinazionali, giustizia, informazione e “politica vecchia e corrotta”.

Un mix di slogan ammiccanti ai movimenti d’opinione, di affermazioni infondate e contraddittorie (come le proposte liberiste in economia e la lotta alla corruzione), di dichiarazioni reazionarie e razziste (come sull’immigrazione e contro la cittadinanza fondata sullo ius soli), di contorte predicazioni sull’inesistenza dell’AIDS, sull’inutilità dei vaccini, sulle cure alternative e miracolistiche del cancro, e così via.

Grillo è un comico. Dal punto di vista televisivo si guadagna la popolarità grazie a Pippo Baudo e partecipando a trasmissioni profondamente serie come “Fantastico”, “Domenica IN” e il Festival di San Remo. Vince numerosi premi di elevato livello culturale come ben 6 “Telegatti”. Diventa l’immagine pubblicitaria di una ben nota multinazionale alimentare. Poi, ritenuto incompatibile con la televisione e avendo subito una dura censura, si dedica a fare spettacoli (per paganti) in teatri, palazzetti dello sport e feste di partito. In questi spettacoli le denunce di problemi seri sono coniugate con il turpiloquio, con le iperboli più spinte, con le esagerazioni più grossolane. Possono piacere o meno. Ma si tratta di satira. Anche se Grillo assomiglia sempre più ad un predicatore che a un comico. Ed è questo un primo punto sul quale riflettere. Una cosa è fare una satira dissacrante e un’altra è spacciare per verità assoluta quel che si dice. Tanto su temi politici come su temi scientifici. Una cosa è sbeffeggiare i poteri ed un’altra è proporsi di sostituirli indicando fantasmagoriche soluzioni a problemi complessi e serissimi.

Poi c’è il sodalizio con la società “Casaleggio e Associati”. Che porta alla fondazione del famoso Blog. L’opinione pubblica pensa tutt’oggi che il Blog sia nato spontaneamente e che il suo successo sia dipeso solo dalla popolarità di Grillo e delle sue prediche. Invece il blog pare essere un prodotto pensato e studiato esattamente per veicolare messaggi politici e sociali con le più sofisticate tecniche del marketing commerciale. È una elite che crea i messaggi, un opinion leader che li diffonde. Il pubblico è passivo nel senso più letterale del termine. Ovviamente con l’illusione di essere attivo e partecipe tifando per l’opinion leader e amplificando i suoi messaggi. L’unica partecipazione, del tutto illusoria, è quella di commentare ed interpretare direttamente sul web il “verbo” dell’opinion leader. O per meglio dire del profeta.

Il fin troppo facile bersaglio del sistema politico italiano diventa l’occasione per fondare un movimento politico vero e proprio. Ma anche questo è il prodotto pensato e studiato a tavolino da una elite. Una elite che controlla tutto e decide tutto. Appalta a liste locali, comunque scelte ed autorizzate ad esistere solo dall’elite, il simbolo per partecipare alle elezioni. Lo statuto (chiamato con un nonsense “non statuto”) è chiarissimo. Non lascia adito a nessun dubbio.

Vale la pena di riportarlo.

 

“ARTICOLO 1 – NATURA E SEDE

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed

un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel

blog http://www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web http://www.beppegrillo.it.

I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica

all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

 

ARTICOLO 2 – DURATA

Il MoVimento 5 Stelle, in quanto “non associazione”, non ha una durata prestabilita.

 

ARTICOLO 3 – CONTRASSEGNO

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di

Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 

ARTICOLO 4 – OGGETTO E FINALITÀ

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog

http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione.

 

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso

vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio

di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza

la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli

utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

 

ARTICOLO 5 – ADESIONE AL MOVIMENTO

L’adesione al MoVimento non prevede formalità maggiori rispetto alla registrazione ad

un normale sito Internet. Il MoVimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni che non

facciano parte, all’atto della richiesta di adesione, di partiti politici o di associazioni aventi oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti.

La richiesta di adesione al MoVimento verrà inoltrata tramite Internet; attraverso di essa,

l’aspirante Socio provvederà a certificare di essere in possesso dei requisiti previsti

al paragrafo precedente.

Nella misura in cui ciò sia concesso, sulla scorta delle vigenti disposizioni di legge, sempre

attraverso la Rete verrà portato a compimento l’iter di identificazione del richiedente,

l’eventuale accettazione della sua richiesta e l’effettuazione delle relative comunicazioni.

La partecipazione al MoVimento è individuale e personale e dura fino alla cancellazione

dell’utente che potrà intervenire per volontà dello stesso o per mancanza o perdita dei

requisiti di ammissione.

 

ARTICOLO 6 – FINANZIAMENTO DELLE ATTIVITÀ

SVOLTE SOTTO IL NOME DEL “MOVIMENTO 5 STELLE”

Non è previsto il versamento di alcuna quota di adesione al MoVimento. Nell’ambito del

blog http://www.beppegrillo.it potranno essere aperte sottoscrizioni su base volontaria per la

raccolta di fondi destinati a finanziare singole iniziative o manifestazioni.

 

ARTICOLO 7 – PROCEDURE DI DESIGNAZIONE

DEI CANDIDATI ALLE ELEZIONI

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o

comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il

veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria

partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Tali candidati saranno scelti fra i cittadini italiani, la cui età minima corrisponda a quella

stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque

sia la natura del reato ad essi contestato.

L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito

internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti

e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature.

Le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali

nazionali o locali potranno essere meglio determinate in funzione della tipologia di

consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo.”

 

Non sono un giurista ma penso non sia mai esistito un documento altrettanto autoritario ed antidemocratico. Se si legge bene questo “non statuto” per gli aderenti al “non movimento” non c’è nessun diritto di alcun tipo. Tutto è di esclusiva proprietà di Grillo e solo a lui spettano tutte le decisioni e selezioni di candidati.

Qualsiasi forma di democrazia prevede che ci sia una qualche forma di partecipazione effettiva a decisioni.

Ma qui, da una parte si afferma che “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”. E dall’altra, immediatamente sopra, che “Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato

della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi

attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione

al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione”.

 

Si può leggere e rileggere finché si vuole. Sembra la democrazia diretta e invece tutto dipende esclusivamente e direttamente da Beppe Grillo in persona, dal blog Beppe Grillo (di cui il Movimento 5 Stelle è un ambito) e dalla “rete internet”. Ma il mezzo, cioè la rete, per quanto venga indicato come universo reale rimane un mezzo. Ed è evidente anche al più ingenuo lettore di questo “non statuto” che la consultazione, deliberazione, decisione ed elezione, sono tutte cose strettamente controllate dal Blog di Beppe Grillo, dal Movimento 5 Stelle di cui Beppe Grillo è l’unico proprietario, e cioè da Beppe Grillo in persona. Per statuto non può esistere un qualsiasi organismo direttivo, nemmeno nominato dall’alto. Solo il leader in persona prende le decisioni ed ovviamente può farlo avvalendosi della consulenza e della collaborazione di chi meglio ritiene, se lo ritiene e quando lo ritiene.

C’era bisogno delle rivelazioni del sig. Favia per “scoprire” la natura non democratica di una simile organizzazione. È tutto scritto nero su bianco dalla fondazione del Movimento 5 Stelle!

 

L’elettorato del Movimento 5 Stelle si divide in due parti. Senza timore di dire cose troppo sommarie c’è una parte dell’elettorato che effettivamente si identifica con uno o più contenuti agitati da Grillo e che crede fermamente nel verbo del “profeta”. In questo senso Grillo è molto simile all’Uomo della Provvidenza di fascista memoria. Fastidio per la democrazia e fede nel Capo. Odio per le mediazioni, la rappresentanza, per il confronto di tesi diverse. Amore per le iperboli, per le aggressioni verbali, per le promesse mirabolanti, per le soluzioni miracolistiche. Ideologia scientista e tecnicista a buon mercato. Per quanto condita, come del resto fece il fascismo nella sua fase ascendente, con slogan e contenuti di sinistra, anticapitalisti e rivoluzionari, resta la natura assolutamente autoritaria e reazionaria di un movimento d’opinione che si è aggregato intorno alla persona di Beppe Grillo.

Poi c’è più banalmente una grande parte di elettorato che semplicemente vota Grillo per esprimere il proprio spregio per il sistema dei partito odierno, ed anche per il governo Monti.

Nella politica spettacolo, nella quale Monti viene descritto come il salvatore della Patria, e i partiti come intenti a farsi le scarpe fra loro con mille trucchi, al fine di conservare privilegi e poteri, esercitati per giunta in modo mediocre, nella quale i contenuti della sinistra di classe e le proposte relative di politica economica vengono descritte, se va bene, come testimoniali e irrealizzabili, e se va male come espedienti di un ceto politico per garantirsi un posticino nelle istituzioni, non è difficile capire che una quota consistente di elettori votino ciò che nella rappresentazione teatrale sembra dare più fastidio al sistema.

Ovviamente nella politica spettacolo succede che l’epiteto “fascista” appioppato a Grillo in risposta a ripetute aggressioni verbali, non dissimili per nulla da quelle usate correntemente nell’eterno scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani e perfino a sinistra, rischi di fare ancor più confusione e di confondere maggiormente le acque. Anche facendo passare Grillo per vittima.

Il Movimento 5 Stelle è un sintomo delle profondissima crisi sia del sistema economico che di quello della politica separata. Non si deve sottovalutare la natura del movimento e l’evidente ideologia reazionaria che lo vena profondamente. Ma come era idiota avvolgersi nel tricolore per contrastare il secessionismo della Lega lo è ancor di più difendere un sistema imbroglione e servo dei poteri forti come se fosse democratico per contrastare chi si propone di distruggerlo.

 

Quel che sapranno fare comunisti e sinistra, oltre al necessario conflitto sociale, sarà decisivo.

 

Ed è a questo che sarà dedicata l’ultima parte di questo lunghissimo articolo.

 

Continua…

 

 

ramon mantovani

Morte ai partiti? (quarta parte)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 27 luglio, 2012 by ramon mantovani

In questo testo abbiamo sommariamente considerato le mutazioni del contesto sociale e istituzionale nel quale agiscono i partiti, nonché alcune mutazioni della stessa nozione di “politica” prodotte dal maggioritario, dall’elezione diretta di sindaci ecc, dai mass media e dalla spettacolarizzazione della politica stessa.

Se è vero, come è vero, che le istituzioni nelle quali i partiti dovrebbero rappresentare la cittadinanza hanno perso gran parte dei poteri reali sull’indirizzo dell’economia, delle politiche industriali, della politica estera, e i partiti si sono rassegnati e/o adeguati a competere (ed allearsi fra loro) al solo ed unico scopo di conquistare il governo per esercitare la funzione della gestione  dell’esistente rispettando tutte le compatibilità imposte dal sistema economico, dal mercato, ed eseguendo le direttive degli organismi tecnocratici, allora è evidente che c’è un abisso fra la “prima e la seconda repubblica”. Le istanze di cambiamento radicale (radicale nel senso di relativo alla radice e/o alla profondità) per quanto assolutamente coerenti e possibili secondo il dettato costituzionale, sono oggi, con la politica corrente, relegate al ruolo di impotente testimonianza o al ruolo comprimario e parolaio nell’ambito di coalizioni dominate dal mero obiettivo di gestione. Sono cioè tendenzialmente espulse dal dibattito politico ed impossibilitate ad esercitare il ruolo previsto dalla costituzione per i partiti. L’articolo 49 della costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” E l’articolo 48 dice che “il voto è personale ed uguale, libero e segreto”.

Al di la della lettera e del valore giuridico del testo, che come tutti i testi simili si può interpretare in molti modi, è evidente che lo spirito della costituzione parla del diritto dei cittadini a determinare la politica nazionale sia con la formazione di partiti sia con il voto “uguale”. La costituzione, infatti, non pone limiti e garantisce l’eguaglianza dei voti e dei partiti. Non è un caso. È l’incarnazione di una precisa concezione della democrazia, fondata sul riconoscimento delle diversità e delle diseguaglianze e sul diritto delle classi a competere e/o ad accordarsi per formare la politica nazionale. È ben altro dalla classica concezione liberale che abbiamo ben visto parlando dei sistemi politico elettorali degli USA e dell’Italia del primo novecento. Basta dare uno sguardo, per esempio, ad altri due articoli, il 2 e il 3, inseriti nella categoria dei PRINCIPI FONDAMENTALI della nostra misconosciuta (quanto impropriamente citata) costituzione. Art 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Art 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Vorrei far notare che nell’ultimo capoverso si dice che vanno rimossi gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione dei lavoratori (non si usa qui il termine cittadini) all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.

È “uguale” il voto dei cittadini nel maggioritario? Dove finisce il principio dell’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese, se non esistono partiti che rappresentano gli interessi dei lavoratori e se il popolo è concepito come un insieme di individui o, peggio ancora, di “cittadini consumatori”?

Abbiamo già visto come la crisi dei partiti della prima repubblica sia stata provocata dalla mutazione dei rapporti di forza sociali che si è concretizzata direttamente nella società con la controffensiva capitalistica degli anni 70 e seguenti. Abbiamo visto come Berlinguer già all’inizio degli anni 80 denunciava la degenerazione della funzione dei partiti. Abbiamo già detto come il PSI prima e il PCI poi sceglieranno di separare il proprio destino da quello dei lavoratori. Perché, e non mi stancherò mai di ripeterlo, non può esistere che una qualsiasi sinistra vinca se i lavoratori perdono nella società. Tantomeno che governi e nel tempo del suo governo i lavoratori peggiorino le proprie condizioni di vita e di lavoro.

In tutta Europa i partiti socialdemocratici e socialisti dismettono l’idea della lotta di classe, della rappresentanza diretta degli interessi dei lavoratori, e governano o stanno all’opposizione accettando come dogmi le compatibilità imposte dal mercato liberalizzato, dal capitale finanziario e così via. Ma almeno mantengono una differenza sostanziale rispetto ai partiti conservatori e democristiani. I diritti civili e la laicità dello stato rimangono obiettivi e principi solidi. La dialettica è ridotta alle differenze fra forze conservatrici e “liberal”. Esattamente come negli Stati Uniti, anche se nell’ambito di sistemi elettorali ed istituzionali diversi. Ma per quante siano le differenze esse non si manifestano sull’accettazione della logica del mercato liberalizzato. Qui non stiamo parlando di un mercato qualsiasi. Stiamo parlando del mercato incontrollato ed incontrollabile politicamente e democraticamente. Come non si manifestano sulla centralità della finanza speculativa. E tanto meno sulla assolutizzazione degli interessi dell’impresa privata. Nel corso degli ultimi due decenni il Labour Party, l’SPD, il PSOE, il PASOK ed anche il Partito Socialista Francese dopo il governo Jospin, solo per citarne alcuni, hanno esplicitamente sposato totalmente l’ideologia neoliberista e promosso dal governo in prima persona privatizzazioni, derubricazioni dei diritti sociali da valori assoluti a variabile dipendente dalle compatibilità di bilancio a loro volta determinate dalle speculazioni finanziarie. Lo hanno perfino fatto inserendo questo principio preciso nei documenti europei e nei trattati di “valore costituzionale”. E quando tali documenti sono stati bocciati nei referendum confermativi li hanno banalmente reiterati con altra veste. A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quale concezione della democrazia siano portatori. In particolare, ma non è cosa assolutamente secondaria, sono soprattutto i partiti socialisti e socialdemocratici in Europa ad elaborare e/o sposare acriticamente la dottrina del “diritto di ingerenza umanitaria” in politica estera. Il paravento ideologico, di cui la destra non ha mai sentito tanto il bisogno, per giustificare diverse guerre. Guerre distruttive e destabilizzanti di diverse aree geopolitiche e soprattutto della stessa possibilità che l’ONU, dopo la fine della guerra fredda, potesse conoscere una riforma tale da farle assumere la funzione, prevista dal suo statuto, di polizia internazionale. E sono principalmente i partiti socialisti e socialdemocratici a sostenere con forza la “nuova missione” della NATO. E sempre loro ad insistere per trattati commerciali ultraliberisti fra l’Unione Europea e paesi di quello che una volta era chiamato terzo mondo.

Non analizzerò qui la mutazione della natura di questi partiti, della loro composizione reale dal punto di vista organizzativo ed elettorale. Ma sfido chiunque a confutare quanto detto più sopra. E conseguentemente sfido chiunque continui ad usare le parole sinistra, socialista e socialdemocratico per identificare partiti e proposte politiche di questi partiti, in pura continuità con il passato, a dimostrare parlando di contenuti e fatti invece che di suggestioni e parole vuote e cangianti di significato, che questi partiti sono ancora di sinistra e coerenti con i loro nomi e simboli. Ma, come ho già detto, non c’è dubbio che sui diritti civili, sulla laicità dello stato e così via essi sono effettivamente diversi e a volte fortemente alternativi ai partiti conservatori e democristiani.

Vediamo cosa è invece successo in Italia.

Il PDS raccolse le firme per il referendum contro il proporzionale (e fu decisivo il suo contributo). Proprio nel momento di massima crisi della DC, del PSI e degli altri partiti che avevano governato il paese e che nell’ultima fase avevano gestito la cosa pubblica per gli interessi immediati di varie consorterie finanziarie, invece che proporre una politica chiara di alternativa, tutto venne spostato sul terreno della legge elettorale. Non mancavano militanti e anche dirigenti del PDS che credevano fermamente che il maggioritario avrebbe finalmente prodotto una alleanza progressista, e tendenzialmente un grande partito socialdemocratico, capace di governare il paese. Peccato che il paese era in crisi, che i lavoratori erano sconfitti e che, come se non bastasse, il sindacato schiavo del quadro politico aveva accettato la politica della concertazione e la sua filosofia. Ad ogni crisi del sistema dovevano corrispondere i sacrifici dei lavoratori. Peccato che il senso comune era scivolato a destra pesantemente, per effetto del modello sociale affermatosi negli anni 80. Peccato che il paese era sempre più diviso in due tra nord e sud e che gli egoismi e le paure che il modello sociale aveva implementato nel nord erano interpretati perfettamente dal nuovo partito della Lega. Peccato che l’abbandono della tradizione comunista aveva reso il PDS un partito come gli altri e che la destra aveva buon gioco con il suo violento anticomunismo.

Insomma l’assenza di una sera analisi del paese e delle sue contraddizioni, la sottovalutazione degli effetti del modello sociale che era stato trionfante per un quindicennio, la concezione della politica come un tecnica elettorale, produssero una sonora sconfitta della alleanza dei progressisti che si presentò alle elezioni maggioritarie del 94.

Se si accettano come oggettivi gli interessi dell’impresa, se si partecipa al coro del “privato è bello e il pubblico è corrotto ed inefficiente”, se si propongono riforme di portata costituzionale per passare alla democrazia liberale indicando apertamente il modello statunitense come il massimo della democrazia, si partecipa (consapevolmente o inconsapevolmente non fa alcuna differenza) al trionfo della destra. Una destra nuova, libera degli impacci più o meno democratici propri dei partiti della prima repubblica, apparentemente meno in continuità con il recente passato nonostante la presenza di riciclati di ogni tipo, direttamente in sintonia con l’egemonia dell’impresa e del privato fino al punto di essere diretta e agglutinata da un grande imprenditore “non politico”, capace di sfruttare fino in fondo la logica del maggioritario con lo sdoganamento dei fascisti e con la costruzione della duplice alleanza con due forze allora nettamente incompatibili, il MSI e la Lega.

I dirigenti del PDS non si capacitavano che il “partito di plastica” dal ridicolo nome di “forza italia” del volgare e demagogo Berlusconi potesse riuscire a vincere alleato con due partiti che si odiavano, l’uno ipernazionalsta e centralista e l’altro secessionista. Dopo aver essi stessi proclamato la morte del comunismo ed essersi cosparsi il capo di cenere si meravigliavano che la propaganda anticomunista tipo anni 50 potesse funzionare. Paradossalmente loro che non avevano mai governato erano chiamati a rispondere del malgoverno democristiano. Loro che erano appena stati sfiorati da tangentopoli erano accusati di essere gli unici eredi del sistema di tangentopoli proprio da uno dei maggiori protagonisti di tangentopoli, implicato come corruttore in numerosi casi, soprattutto nel nord.

Insomma, i cambiamenti strutturali e culturali del ventennio di rivincita capitalistica incontrarono un ceto politico proveniente da sinistra che si illuse di poter contemporaneamente fare tre cose assolutamente inconciliabili tra loro.

1) sposare le tesi liberali in politica istituzionale e liberiste in economia per poter accedere finalmente al tanto agognato governo.

2) conservare i consensi operai e popolari in virtù di una presunta eredità e allargarli ad una parte della classe dominante.

3) sconfiggere la destra immaginando che essa si sarebbe organizzata secondo uno schema astratto ed immaginato a tavolino, sottovalutandone completamente l’egemonia.

La sconfitta era dunque inevitabile, e per molti versi proprio il prodotto del nuovismo e delle “invenzioni” simboliche e politiche del PDS.

Era necessario dire queste cose per collocare nel giusto contesto le mutazioni organizzative e del rapporto fra partiti ed elettori che si instaurò con l’elezione diretta dei sindaci e con il superamento della repubblica democratica e parlamentare.

Il PDS è, infatti, l’unico partito della prima repubblica a conservare qualche continuità organizzativa con il passato. La Lega Nord, che è un partito a tutti gli effetti nato nel sistema proporzionale, pur conservando un impianto organizzativo tipico dei partiti di massa, conosce il suo sviluppo soprattutto dopo l’avvento del maggioritario, risentendone fortemente. Analogamente il MSI, anche se al momento della sua trasformazione in Alleanza Nazionale la rottura con la concezione del partito di massa è in realtà più marcata. Tutti gli altri, a cominciare da Forza Italia, sono nuovi di zecca, sia nei nomi e simboli sia nella concezione del partito. Per il PRC faremo ovviamente un discorso a parte.

Il PDS resta un partito di massa, con un forte insediamento territoriale, una fitta struttura orizzontale e verticale, centinaia di migliaia di iscritti e decine di migliaia di militanti. Ma non è più il PCI. Nemmeno nella concezione organizzativa del partito. La convivenza del passato con il nuovo danno origine ad un amalgama nel quale il “vecchio” è costituito dalla parte del partito, progressivamente sempre meno rappresentata al vertice, che, per dirla semplicisticamente, è il PCI che ha solo cambiato nome. E il “nuovo” è costituito dai nascenti leader locali e nazionali, dalle loro carriere vere e proprie, dai loro legami esterni con organismi come la Lega delle Cooperative, le banche, le imprese e i media. Il nuovo partito non è portatore di un progetto, di un’idea di società alternativa al modello individualistico e liberista che si è affermato. Non si propone affatto di portare i lavoratori e il loro punto di vista al governo del paese. Esso ha un unico obiettivo: il governo. A qualsiasi condizione, per fare qualsiasi cosa e alleandosi con chiunque sia utile per andare al governo. La provenienza e la storia del PCI sono utili per incassare una rendita di posizione e per lasciare intendere agli elettori che comunque il PDS ha nelle corde i “valori” della sinistra. Ogni scelta contraddittoria con quei “valori” (che appunto sono valori proprio perché sono generici e aleatori e non impegnativi politicamente) è presentata come “necessaria”. Come prova di “realismo”. Ma la storia e gli stessi valori sono anche piombo nelle ali del PDS. Che è così esposto agli strali anticomunisti e che risulta certo meno affidabile per la casta finanziaria e per i soggetti economici italiani e globali che suonano la musica con la quale tutti devono ballare. Così il PDS tenta un’operazione mimetica inglobando una serie di micro partiti e di personaggi al fine di apparire sempre più lontano dalle proprie origini e sempre più affidabile per le classi dominanti e, non va dimenticato, per il Vaticano. A questo fine smette di chiamarsi partito. È però evidente che non basta. E allora la coalizione dell’Ulivo viene indicata come la base della formazione di un vero e grande partito democratico. Esplicitamente il modello è quello statunitense. Qui sta la prima e grande peculiarità italiana. Perché, al contrario dei partiti membri dell’internazionale socialista in tutta europa, nell’ulivo prima e nel PD poi ci saranno tanto progressisti (ma solo sui diritti civili perché oramai il termine riformista indica il liberismo più sfrenato) quanto conservatori democristiani. È di questi giorni la polemica sorta nel PD sui matrimoni fra persone dello stesso sesso. Ma è tragicamente ridicola. Del resto con i governi dell’Ulivo non si è nemmeno riusciti ad accorciare il tempo del divorzio da tre anni ad un anno. Per il semplice motivo che, come sulla fecondazione assistita, i cattolici dell’Ulivo e poi del PD restano fedeli alle indicazioni del Vaticano e votano immancabilmente con la destra.

Questa è la dimostrazione patente che il partito che si propone il governo come fine e non come mezzo per realizzare un progetto è un mostro nel quale si cerca di conciliare cose inconciliabili.

E così il paese laico che, con la legge proporzionale, partoriva maggioranze parlamentari laiche già alla fine degli anni 60, e che produceva divorzio e aborto e verificava nei referendum indetti dalla DC quale fosse la volontà del popolo italiano, da ormai venti anni non ha più una maggioranza laica in parlamento.

Insisto, questa è una peculiarità unicamente italiana, perché in Europa non c’è partito socialista o socialdemocratico che pur essendo passato al liberismo in economia abbia abbandonato anche l’idea dei diritti civili come metro di civiltà.

Intanto con questo processo, con l’elezione diretta dei sindaci e l’orgia delle preferenze, con i necessari rapporti con gli imprenditori – speculatori, con la politica spettacolo, alla base del PDS – PD si sviluppa una mutazione antropologica. Nascono e crescono personaggi e personaggini locali e nazionali che dominano il partito, che si alleano fra di loro, che cambiano corrente alla velocità della luce secondo le convenienze del momento. Per la stessa base militante c’è una involuzione propriamente ideologica per cui i contenuti non contano assolutamente nulla e qualsiasi cosa è buona per vincere e andare al governo. Più ancora che i vertici del partito è la base militante ad odiare (letteralmente) qualsiasi cosa si muova a sinistra. Perché insidia la falsa coscienza secondo la quale ciò che fa il partito è realisticamente la cosa più progressista in assoluto (cioè possibile, non in astratto bensì nel contesto del maggioritario e della politica spettacolo). Il PD, prima ancora che per una posizione ultraliberale favorevole al maggioritario e possibilmente al bipartitismo, è contrario al proporzionale per un motivo di semplice sopravvivenza. Con il proporzionale, infatti, non avrebbe senso un partito che tiene insieme gay e cattolici integralisti, sindacalisti e imprenditori reazionari, garantisti e forcaioli, persone che si considerano di sinistra e persone che si considerano democristiane o di centro o liberali. La qualità richiesta ai dirigenti del PD è fare manovre e manovrette, accordicchi di potere. E’ produrre posizioni abbastanza generiche da poter essere vendute sul mercato elettorale come allusive di cose buone e progressiste e contemporaneamente “moderate” e “realistiche”. I capi e capetti locali devono avere le proprie clientele, le proprie relazioni con poteri forti, e su questa base possono competere fra loro per diventare sindaci, assessori, presidenti di qualcosa. Spesso nelle grandi città i candidati alle primarie assumono i “consulenti d’immagine” che gli dicono come vestirsi, come pettinarsi, come sorridere davanti alla telecamera, come parlare senza dire nulla di impegnativo, come bisticciare con l’avversario di turno e così via. E gli iscritti possono fare il tifo per uno o l’altro, ma non intervenire nella stesura di un programma o nelle scelte politico amministrative più importanti. Si intende che per votare le allusioni ad un tipo di programma o ad un altro bisogna sostenere e votare una persona. Poi questa persona, il leader, farà ciò che vuole presentandolo come ciò che è “possibile”, ciò che è “realistico”. I funzionari di partito, che saranno circa un decimo di quanti ne aveva il PCI, non sono più lo scheletro organizzativo del partito, non sono abilitati a produrre studi, analisi, proposte di lotta e di governo, non svolgono più una funzione pedagogica implementando una discussione seria e democratica nel partito. Sono persone in carriera. Scelte per la fedeltà ad uno o all’altro leader locale o nazionale. Appartengono a cordate e saranno premiati o esclusi in conseguenza delle fortune del loro leader. Non rivoluzionari di professione bensì politicanti, portaborse, faccendieri. In perenne attesa di una candidatura o di una nomina a consulente o in un consiglio di amministrazione.

I partiti della destra, oggi unificati nel PDL, non hanno apparentemente nessun passato che non sia quello vissuto negli ultimi 16 anni. Forza Italia non ha mai fatto un congresso degno di questo nome. Le kermesse berlusconiane non c’entrano nulla con la democrazia. Nemmeno con quella distorta della competizione fra leader e correnti e cordate. Forza Italia (ed anche il PDL anche se leggermente più complesso) è un partito aziendale e monarchico. Nessuno può mettere in discussione il proprietario, il leader, il capo. Chi osa farlo, è il caso di Fini, è immediatamente scaraventato fuori. Le strutture locali sono nominate dall’alto e se insorgono divergenze queste vengono risolte con le scelte del capo o di un suo fiduciario inviato sul posto. Il personale politico del partito, inizialmente costituito direttamente da manager e funzionari del gruppo Mediaset, si è evoluto inglobando, tranne qualche eccezione, ex socialisti, radicali e democristiani che nella prima repubblica erano portaborse e piccoli faccendieri da quattro soldi. Assomiglia più ad una corte dei miracoli che a una struttura politica. Sul territorio il PDL è interamente in mano a personaggi che fanno i comodi loro e che però, alla bisogna, danno prova di fedeltà al leader. Non c’è nessuna dialettica politica. Al massimo ci sono trame e complotti di palazzo. Scontri feroci risolti da una scelta definitiva ed inappellabile del capo.

Il modello di partito di Forza Italia, del PDL (ed è in corso di preparazione la terza versione) è senza dubbio il prodotto più genuino del maggioritario nell’epoca del modello sociale liberista. Poche idee ma chiarissimamente autoritarie e ultraliberiste. Rapporto diretto leader – popolo sulla base della sintonia con i peggiori istinti sociali egoistici, localistici, maschilisti e corporativi prodotti dall’implementazione del modello sociale dominante. Unica caratteristica ideologica: individualismo e competizione assoluta contro comunismo, sinistra e solidarietà di qualsiasi tipo.

La Lega Nord è il partito che più assomiglia ad un partito di massa della prima repubblica. Assomiglia perché ha una base fortemente identificata in una appartenenza territoriale e nelle rivendicazioni estremizzate legate alla pretesa superiorità del nord. È questo che ha permesso alla Lega di organizzarsi territorialmente in modo capillare. Di avere numerose organizzazioni collaterali e pratiche pseudo comunitarie capaci di consolidare il senso di appartenenza. Ad una inesistente “nazione” sono stati fatti corrispondere miti identitari totalmente inventati. Basti pensare alle liturgie delle ampolle del Po, degli scimmiottamenti dei riti celtici, ai raduni in divisa, e così via. L’egoismo delle zone più ricche del paese e l’insicurezza sociale dei lavoratori e della cittadinanza delle classi subalterne consolidata nella xenofobia estrema sono l’unico vero progetto politico semplificato del partito. Infatti la Lega è stata dal punto di vista ideologico il partito più eclettico e cangiante di tutti. Ultraliberista prima e antiliberista poi. Contro i meridionali prima e contro gli extracomunitari poi (è indimenticabile il Bossi che tuonava contro i terroni e che diceva che i marocchini e i “negri” erano migliori lavoratori di loro). A favore del maggioritario, poi contro, poi di nuovo a favore. Secessionista, poi federalista, poi di nuovo secessionista, poi di nuovo federalista e adesso di nuovo secessionista. Capace di essere secessionista e di votare a favore del rafforzamento delle forze armate italiane. In polemica con il Vaticano e poi capace di difendere i “valori cristiani” nella versione più reazionaria in totale sintonia col Vaticano. E così via. Molti di questi salti mortali sono banalmente il prodotto della collocazione nel quadro politico. Al governo o all’opposizione. Ed esplicitamente il corpo militante ed elettorale della Lega ha sempre vissuto ognuno di questi cambiamenti repentini come la semplice adattazione dei principi e dei veri obiettivi al principio di realismo necessario. Intanto, però, anche la Lega ha conosciuto la crescita dei soliti personaggi e personaggini locali. La dialettica interna non è mai esistita ed ogni divergenza è sempre stata risolta dall’alto dal leader. Tanta è stata la natura monarchica del partito che il leader ha designato un suo figlio a successore e che il vero gruppo dirigente era identificato in un “cerchio magico” di fedelissimi. C’è voluto uno scandalo e una congiura di palazzo per rimettere in discussione il potere assoluto del monarca. Ma l’obiettivo strategico della secessione e l’identità territoriale hanno permesso che con la fine del leader storico non ci fosse una crisi verticale e definitiva del partito.

Il cosiddetto “centro” ha subito infinite peripezie. Le sigle si sono succedute a ritmo tale che bisogna fare enormi sforzi di memoria per ricordarle in sequenza. E in realtà non ha quasi nessuna importanza farlo. Esistono oggi tre formazioni totalmente identificate con il proprio leader. L’UDC di Casini. Il FLI di Fini. E l’API di Rutelli. Sono partiti composti di personaggi locali con le loro clientele e nazionalmente fatti su misura per occupare uno spazio elettorale ex democristiano e di destra conservatrice antiberlusconiana. Non hanno programma che non sia il sostegno acritico a quanto “deciso” dai mercati, dal FMI e dagli altri organismi tecnocratici e dal Vaticano. Con l’eccezione del FLI che ha assunto posizioni più liberali che conservatrici, anche se molto moderatamente. Perennemente presenti sui mass media sembrano essere spesso l’ago della bilancia nel sistema maggioritario. Hanno sfruttato disinvoltamente questa rendita di posizione. Ed oggi propongono una prospettiva di tipo consociativo intorno alla continuità con l’opera del governo Monti.

Potremmo parlare di diverse altre forze minori. Di destra estrema o di incertissima collocazione come il Partito Radicale. Ma per non farla troppo lunga ometteremo di perderci in disamine che in fin dei conti non cambierebbero di una virgola il discorso che stiamo facendo.

Intanto possiamo riassumere che quanto esaminato fino a qui costituisce la gran parte di ciò che i cittadini considerano i partiti e la politica ufficiale. Senza tema di smentita possiamo dire che il PD, il PDL, i centristi ed anche la Lega, per quanto attualmente collocata all’opposizione, sono d’accordo su tutti i fondamentali in economia e in politica estera. Sui diritti civili ci sono differenze ma interne alle compatibilità imposte dal Vaticano. Le differenze sono spesso solo propagandistiche e quando ci sono attengono a sfumature e cose irrilevanti.

Ovviamente se consideriamo le manovre, le dichiarazioni dei leader, le allusioni ai problemi del paese, le prevedibili alleanze elettorali, i sondaggi e soprattutto il ruolo dei leader, il quadro è molto complesso. Perfino pirotecnico. Possono scatenarsi discussioni infinite sul mass media e nei talk show sulla leadership della Lega e sulla probabilità di un suo nuovo accordo con il PDL. O sugli effetti delle dichiarazioni di Casini nel PD. O sull’ingiallimento o meno della foto di Vasto. Sul futuro del FLI nel caso Berlusconi torni a guidare il PDL. Su cosa farà Rutelli e l’API visto che nonostante i sondaggi la diano allo zero virgola continua ad essere trattato come un grande protagonista della politica italiana. E a suo modo lo è, visto che è stato in venti anni radicale, verde, centrista in diverse sigle, del PD ed ora di nuovo centrista.

Resta il fatto che questa “politica” e questi partiti sono un mondo separato. Che parla dei problemi del paese per allusioni e sempre e solo per rinfacciarsi colpe e responsabilità, come se i problemi dell’Italia fossero il frutto dell’ultimo o del penultimo governo. Che si occupa prevalentemente di come guadagnare il voto dei cittadini per accomodarsi al governo locale o nazionale, e che pensa che la tecnica della politica, e cioè mediazioni, scontri, polemiche, manovre, mosse, sia in realtà il fine della politica o, se si preferisce, sia la politica stessa.

Ci si può meravigliare se la popolazione pensa che i partiti siano tutti uguali? O che quando pensa che non siano uguali lo pensa per il carisma del leader, per valori generici, per il tasso di contrapposizione nei confronti dell’avversario ecc piuttosto che per la capacità di proporre progetti veramente alternativi fra loro? Ci si può meravigliare se i cittadini considerano la “classe politica” (definizione questa già di per se significativa per identificare la separazione della politica dalla società!) una casta dedita alle proprie liturgie e abusivamente occupante il governo della cosa pubblica? Se i partiti invece che essere rappresentanti di interessi di classe, di orientamenti ideologici ed ideali chiaramente distinti, invece che stare nelle istituzioni per difendere coerentemente i propri elettori ci stanno navigando a vista nell’interesse esclusivo del partito o addirittura dell’apparato di partito e del leader locale o nazionale, perché dovrebbero essere finanziati con i soldi pubblici? Perché si dovrebbe tollerare che parlamentari, consiglieri regionali e giù a scendere, abbiano stipendi esagerati e prebende di ogni tipo? Se i partiti sono diventati luoghi di carriera, territorio di conquista di furbi ed opportunisti di ogni tipo, contenitori di tutto e il contrario di tutto, perché le cittadine e i cittadini dovrebbero iscriversi e partecipare alla loro vita interna?

Già c’è un fatto oggettivo. I partiti non sono quelli di cui parla la costituzione. Sono un’altra cosa. Sono il regno dei politicanti in carriera. Dei demagoghi. Degli imbroglioni che promettono cose che sanno in partenza essere false.

Il sistema economico e sociale affermatosi con la controffensiva capitalistica degli ultimi trenta anni e il conseguente sistema politico istituzionale maggioritario, bipolare e tendenzialmente bipartitico (che io chiamo scherzosamente ma non troppo: bifascista) hanno modellato i partiti come li ho descritti. Posso aver esagerato nella descrizione. Ma non credo affatto si possa confutare la sostanza di quel che ho scritto.

Oggi è in corso un’offensiva mass mediatica e ideologica senza pari contro i partiti. Ovviamente si sfrutta l’impopolarità dei partiti attuali e lo si fa poggiando la vera e propria campagna fatta di mistificazioni e imbrogli, su una base reale. Su una effettiva separazione dei partiti dalla società. Ma per proporre cosa? Un ritorno ad una democrazia parlamentare nella quale i partiti tornino ad avere la funzione che assegna loro la costituzione della repubblica? Una riforma della politica e della rappresentanza che ridia ai cittadini il potere che gli è stato scippato dal voto diseguale del maggioritario, che rimetta al centro della discussione i contenuti invece che le tecniche di potere? Che consideri le persone, e cioè i leader, come secondarie rispetto a principi, idee, organizzazione collettiva e partecipata?

Macché. Basta dare uno sguardo anche distratto a ciò che scrivono i giornali maggiori, a cosa si discute nei talk show, a cosa circola prepotentemente in “rete”, per rendersi conto che semplicemente si vogliono distruggere i partiti in favore di aggregazioni sempre più leaderistiche, il parlamento in favore del governo, i consigli ad ogni livello in favore dei sindaci e presidenti podestà.

Insomma qualsiasi retaggio della costituzione uscita dalla resistenza deve essere cancellato definitivamente.

Ovviamente la retorica della costituzione e dei partiti come se fossero gli stessi degli anni 50 o 60 è totalmente spuntata. Che democrazia è quella organizzata in partiti che non si sa nemmeno se sono laici o cattolici? Quella nella quale i laeder fanno il bello e il cattivo tempo come e quando vogliono? Quella nella quale l’interesse di una classe o anche della popolazione viene sacrificato in favore dell’interesse a breve termine della cordata affiliata al personaggio nazionale o locale?

Viene perfino da ridere sentir parlare di “antipolitica” da parte di chi nella testa ha un solo scopo: quello di governare l’esistente ritagliandosi spazi e poteri da usare per premiare la propria consorteria di interessi inconfessabili. Ed è penoso sentire intellettuali (che furono o credettero di essere prestigiosi) tuonare contro i critici dei partiti e sentenziare che la critica ai partiti corrisponde alla critica della democrazia. Come se i termini e i concetti fossero immutabili nel tempo. Ed è ancor più miserabile il mimetismo con il quale molti si affrettano a dire che “noi siamo un movimento non un partito”. 

Vedremo più avanti gli effetti che tutto ciò ha avuto sulla sinistra (e dintorni). Perché solo da una precisa individuazione del problema del rapporto della società con lo stato e con la politica, e da una spietata critica della stessa politica attuale, può scaturire forse una soluzione del problema.

Intanto non possiamo che constatare che la potentissima campagna contro i partiti ha una natura regressiva per il semplice motivo che i mali prodotti dal modello sociale ultracompetitivo ed individualistico sono attribuiti alla responsabilità dei partiti, e non viceversa. E che dunque l’uccisione dei partiti non può aprire una fase di maggiore democrazia bensì una fase di ulteriore separazione della politica e degenerazione dei partiti in consorterie autoritarie, sempre più coerenti con la dittatura del mercato e con il modello sociale dominante.

Sulla potenza suggestiva della campagna in corso faccio solo due esempi.

Il finanziamento pubblico dei partiti fu introdotto a metà degli anni 70. All’indomani di scandali e ancora nel pieno del finanziamento da parte dell’URSS del PCI e degli USA dei partiti di governo. Come si è visto, e come era prevedibile, non è servito affatto a scoraggiare la corruzione, che nel tempo della finanziarizzazione dell’economia e della rendita fondiaria moderna non poteva che aumentare vertiginosamente. È servito, invece, a “istituzionalizzare” i partiti e a renderli tendenzialmente apparati semipubblici invece che strutture auto organizzate socialmente.

Questa è la mia opinione.

Tuttavia sarebbe un errore madornale fare di tutta un’erba un fascio e sostenere che tutti, ai tempi, utilizzarono il finanziamento nello stesso modo. Il PCI e la nuova sinistra lo utilizzarono correttamente. I partiti di governo, e soprattutto il PSI, no. Ma una dissertazione intorno a questo tema ci porterebbe troppo lontano ed anche fuori tema.

Comunque rimborsi elettorali e finanziamento ai partiti, diversamente concepiti, ci sono in tutti i paesi europei.

Sono i radicali, nel 1978 prima e nel 1993 poi, a raccogliere le firme per abrogare la legge che prevede il finanziamento ai partiti. Nel 1978 il si raggiunge il 46 % e il referendum fallisce. Nel 1993, nel pieno di tangentopoli, ottiene il 90 % dei consensi e viene abrogata la legge. Questo referendum fa il paio con quello indetto da Segni (e celebrato solo grazie alle firme raccolte dal PDS) che uccide il proporzionale.

I radicali si prefiggono esplicitamente l’obiettivo di uccidere la democrazia parlamentare e di passare al sistema “americano”. Con due soli partiti. In realtà con due soli grandi comitati elettorali per leader finanziati esplicitamente da tutte le lobbies possibili ed immaginabili. Il furore ideologico del signor Pannella e della signora Bonino vengono premiati e l’opinione pubblica sostanzialmente vota per protesta contro tangentopoli. La gente è furibonda perché i partiti gestiscono il potere in favore di se stessi e delle cordate finanziarie ed industriali loro amiche e sostanzialmente vota implicitamente per un progetto che prevede che i leader possano gestire il potere come vogliono e che le cordate del malaffare consustanziale al sistema economico vincente possano dominare i partiti. Se prima dovevano avere “amici” nel sistema politico per riprodurre i propri affari e conseguentemente dovevano pagare tangenti ora dovranno essere i partiti ad avere “amici” nel sistema finanziario per sperare di esercitare la funzione di governo. È la coronazione del sogno liberale e liberista (liberale e liberista è lo slogan dei radicali dell’epoca) che vuole santificare il dominio del mercato, delle lobbies, sulla politica e che pretende partiti leggeri e solo elettorali a loro volta dominati da leader – padroni.

Ma il parlamento, utilizzando l’esistente e non abrogata legge che prevedeva il rimborso delle spese elettorali, sostanzialmente aggira l’esito referendario e dilatandola salva il finanziamento pubblico ai partiti.

Qui c’è una prima riflessione da fare.

I radicali, che sono contro la pena di morte, per i diritti civili e per uno stato totalmente laico, come tutti i veri liberali, fanno finta di non sapere che negli USA, il loro modello, mai può succedere che un candidato alla presidenza che si proponga di abolire la pena di morte o di abrogare le leggi paradossali integraliste vigenti in moltissimi stati (ce ne sono pure dove per legge è proibito il coito orale fra coniugi) vinca le elezioni. Come succede oggi nel PD per i diritti degli omosessuali, guarda caso, nel PD statunitense ci sono minoranze contrarie alla pena di morte che riescono a malapena ad eleggere qualche deputato o senatore, sapendo benissimo di poter solo testimoniare una posizione senza cambiare nulla della legislazione vigente.

La funzione dei partiti prevista nella costituzione italiana e il sistema parlamentare sono capaci di raccogliere le istanze maturate nella società, di trasformarle in leggi e di spingere in avanti in senso progressista il paese. Non sarebbe stato possibile votare il divorzio in parlamento senza la spinta delle donne che da anni erano riuscite a cambiare il senso comune della società, con lotte individuali e collettive di grandissima portata. Ma, una volta votata quella legge che aveva basi solide nella società, ogni tentativo reazionario di tornare indietro non poteva che fallire. E sono seguiti solo altri importanti avanzamenti nel codice penale e con l’aborto. Perché il parlamento era comunque un passo avanti della società nel suo complesso. Una società complessa ed articolata, ricca di spinte e conflitti sociali, ed un parlamento rappresentativo producono passi avanti. Una società atomizzata, individualizzata, fondata sulla competizione assolutizzata e un parlamento maggioritario producono passi indietro. E non esiste una repubblica parlamentare che non sia fondata sui partiti. Mentre una repubblica presidenziale e/o bipolare e maggioritaria non solo può, ma per molti versi deve, sbarazzarsi dei partiti “pesanti” in favore di partiti del laeder, leggeri ed eclettici dal punto di vista culturale e ideologico.

Al di la della propaganda e perfino delle intenzioni dei radiali e soprattutto degli elettori l’attacco al finanziamento ai partiti, per quanto contenuto negli anni 90 dal parlamento e ritornato in voga oggi in modo prepotente, ha un segno preciso. L’uccisione della democrazia rappresentativa è l’obiettivo.

Oggi l’attacco è furibondo e si avvale di un dato oggettivo. Come abbiamo più sopra detto i partiti sono cambiati. C’è ancora formalmente una repubblica parlamentare. Ma i partiti sono fatti su misura di una repubblica presidenziale, perché il bipolarismo, la preminenza del governo sul parlamento, e le leggi elettorali maggioritarie, in quella direzione spingono. Oggi sono i partiti ad avere bisogno di relazioni “intime” con i poteri forti economici, che infatti, come capita spessissimo negli USA, tendono ad autorappresentarsi politicamente. In un momento di pesanti sacrifici imposti dalla dittatura del mercato ma votati dai maggiori partiti è evidente che la popolazione senta odio per i partiti. Ma il sistema è in grado di trasformare quel giusto sentimento, per quanto primitivo e confuso, della cittadinanza in un punto a suo favore. I cittadini non sono costituzionalisti raffinati, giuristi illuminati, militanti generosi. Sono individui soli, incerti ed insicuri, e sono facilmente manipolabili. La sovranità popolare non è la stessa in una società fondata sul lavoro e sull’organizzazione sociale o in una società atomizzata. Nella prima un referendum suggestivo, magari sulla pena di morte dopo un terribile fatto di cronaca, non riesce a vincere. Nella seconda passa alla grande.

Ed è per questo che oggi, nel pieno della crisi capitalistica e delle sue abnormi conseguenze il furore popolare delle plebi urlanti, magari via internet, ma totalmente subalterne alla cultura dominante si può indirizzare verso facili bersagli riuscendo ad ottenere il passaggio ad una “terza repubblica” totalmente e più coerentemente americanizzata.

Così gli abusi evidenti, valga il famigerato caso Lusi, che dovrebbero dimostrare la degenerazione dei partiti in cordate gestite privatamente diventano l’occasione per attaccare la funzione dei partiti e per mettere ciò che ne rimane in balia dei potentati economici. Unici a poter decidere della sorte elettorale dei partiti nel caso venga abrogato qualsiasi finanziamento pubblico.

È fin troppo evidente che è una stortura un finanziamento dei partiti mascherato da rimborsi elettorali. Tuttavia su questa stortura non si dovrebbe fondare una serie infinita di mistificazioni.

Quando c’era il finanziamento dei partiti era previsto anche un relativamente modesto rimborso per le spese elettorali. Quello era il semplice rimborso, per giunta parziale, delle mere spese della campagna elettorale. Una volta abrogato il primo e dilatato il secondo il “rimborso” ha assunto la funzione di effettivo finanziamento pubblico ai partiti.

Come ho già detto io penso sia stato un errore fin dall’inizio accettare anche la sola idea di finanziamento pubblico. Ma una volta accettata bisogna parlarne seriamente e non superficialmente.

La funzione dei partiti prevista dalla costituzione prevede che essi producano progetti, programmi, che abbiano una rete di collegamenti con gli organismi sociali, che producano cultura ed abbiano un’intensa vita democratica. Tutte queste cose concorrono a partecipare alle elezioni essendo il veicolo della rappresentanza di pezzi grandi della società. E tutte queste cose necessitano di apparati e di soldi per essere realizzate.

Un partito della prima repubblica, per fare un solo esempio, deve occuparsi del sistema dei trasporti nel paese. Per farlo non può improvvisare quattro slogan da mettere nel volantino in campagna elettorale. Deve avere una commissione che se ne occupa. Che produce materiali e tiene collegamenti con il sindacato, con le imprese pubbliche e private del settore, con le facoltà universitarie coinvolte, con le proprie organizzazioni territoriali maggiormente coinvolte (basti pensare alle città sedi di grandi cantieri navali o di snodi ferroviari). Ogni tanto deve organizzare un convegno nazionale sul tema. E partecipare a convegni di altri in Italia e all’estero. I parlamentari saranno i terminali di un grande lavoro collettivo e sapranno battersi e mediare a ragion veduta, prendendo decisioni e votando. In parlamento nella commissione trasporti e in aula quando si discuterà un provvedimento la discussione sarà alta, approfondita, seria. Le divergenze saranno chiare e i voti pure. E ciò sarà conosciuto dai lavoratori del settore, dalle imprese e dall’opinione pubblica interessata.

Un partito del leader nella “seconda repubblica” se va bene appalta a qualcuno di fiducia la propria posizione sui trasporti. Magari direttamente all’organizzazione settoriale della confindustria. O anche a un sindacato. Non avendo una ideologia e un progetto serio per il paese per questo partito sui trasporti si può andare a spanne. Avere posizioni dettate non dalla propria analisi ed elaborazione, bensì dalla convenienza politica (nel senso del quadro politico) del momento. Slogan generici e aleatori in un parlamento maggioritario, al momento delle decisioni, diventano l’alibi per fare qualsiasi cosa e giustificare qualsiasi scelta. Il dibattito sarà generico e potranno passare gli emendamenti e le posizioni lobbistiche molto più facilmente.

Per un parlamento fatto così non c’è bisogno di partiti pesanti, organizzati, con apparati e conoscenze, e quindi dagli alti costi. Basta un leader, i suoi amici ai quali appaltare la produzione delle posizioni necessarie, e un parlamentare qualsiasi per ripeterle come un pappagallo, nel caso non sia direttamente il lobbista a diventare parlamentare.

Tornando al famoso caso Lusi, è evidente che un partito come la Margherita (sic) essendo del tipo della seconda repubblica usava il finanziamento pubblico per gli scopi che alla fine abbiamo visto. Il PRC, per esempio, li ha sempre e solamente usati come un partito della prima repubblica. Con l’aggiunta, sempre ignorata dai mass media, dei contributi dei parlamentari che versavano circa il 60 % di tutti gli emolumenti (non della sola indennità) che ricevevano. 

Apro un piccolissima parentesi. Pochi mesi fa ho ascoltato con le mie orecchie il signor Calderoli, al quale il partito pagava un lussuoso appartamento, dire: “ma io verso 2000 euro al partito ogni mese!” Ebbene, i parlamentari del PRC versavano circa 8000 euro ed ovviamente a nessuno veniva pagata la casa a Roma. Chiusa parentesi.

I mass media hanno trattato la vicenda Lusi come se tutti i partiti fossero uguali e soprattutto, ed è questo veramente tanto efficace quanto mistificatorio, come se le spese elettorali fossero la mera produzione di manifesti e iniziative in campagna elettorale. Come se l’attività politica si riducesse alle elezioni e alla stampa dei manifesti con la faccia del leader. In particolare vorrei segnalare la potente mistificazione ulteriore consumata proprio sul caso Lusi. Un vero ed inarrestabile coro si è levato per dire: ma come è possibile che un partito morto continui a incassare il finanziamento pubblico? Sembra la segnalazione di una cosa inconfutabile. Ma non è così. Né politicamente né giuridicamente.

Ho già detto la mia opinione sull’abuso che evidenzia di quale natura fosse il partito della Margherita. Spero di non venir interpretato maliziosamente. Ma la mistificazione è una mistificazione e non si dovrebbe tacere.

Se il “rimborso elettorale” è riconosciuto in quanto tale dalla legge ed erogato ratealmente anno per anno dopo le elezioni, perché un partito confluito con un altro in un partito più grande dovrebbe perdere le rate successive alla confluenza? Se il rimborso fosse stato erogato in una unica soluzione si potrebbe pretenderne la restituzione nel caso il partito in oggetto si unisca con un altro? Anche un bambino capisce che la rateazione e il concetto di rimborso adottati sono in realtà un finanziamento analogo a quello della prima repubblica. E ancora. Si può, come i soliti geni dei talk show hanno detto mille volte in questi mesi, dire che il rimborso avrebbe dovuto essere erogato solo contro fatture? Un partito i cui militanti affiggono i manifesti gratuitamente che fattura presenta? Un partito che negli anni precedenti alle elezioni ha fatto tre convegni nazionali sull’immigrazione o su qualsiasi altro tema, per preparare la propria proposta e per presentarla agli elettori, che fattura presenta?

Queste mistificazioni sono servite, eccome se sono servite!, a considerare il caso Lusi come la punta di un iceberg, mettendo non solo tutti i partiti ma lo stesso sistema parlamentare fondato sui partiti previsti dalla costituzione sotto processo. Non è un caso che sorgano numerosi tentativi di legiferare per imbrigliare i partiti in norme che codifichino e santifichino il modello di partito leggero e dominato da un leader.

Ovviamente tutto ciò  non cancella di una virgola quanto ho scritto sulla degenerazione dei partiti e sull’odio che hanno suscitato nella popolazione. Ma pensare che sia salutare uccidere i partiti in favore di aggregazioni ultrautoritarie e dominate da consorterie più o meno oscure, come è il caso del Movimento 5 stelle (sic) che è l’attuale campione della lotta per uccidere i partiti, è fare un pessimo servizio alla democrazia, comunque aggettivata.

Ma, per essere efficace, questa campagna deve nutrirsi anche della delegittimazione del parlamento.

Ho già cercato di dimostrare che gli strali contro il parlamento dei nominati, pur avendo una base oggettiva relativa alla natura monarchica e liederistica dei partiti, nascondono l’obiettivo di trasformare definitivamente i partiti nel regno dei personaggi dotati di clientele e appoggi dei poteri forti. Curiosamente, ma non troppo, si parla continuamente dei costi esorbitanti della politica e si omette il dettaglio che le campagne individualizzate per le preferenze decuplicano i costi.

Un parlamento bombardato di decreti legge del governo e di voti di fiducia, nel quale i regolamenti sono stati cambiati per impedire l’ostruzionismo e per ridurre l’attività del parlamentare al voto obbediente, nel quale il trasformismo e la migrazione da un gruppo all’altro e dall’opposizione alla maggioranza sono esaltati esattamente dalla natura bipolare del sistema elettorale, non può che apparire delegittimato di fronte agli elettori. Stipendi e privilegi risultano inaccettabili agli occhi di un’opinione pubblica manipolata. La crisi sarebbe così il prodotto dell’inadeguatezza del parlamento e della politica. Non il prodotto della finanziarizzazione dell’economia e della dominanza di precisi interessi capitalistici. Perché mercato e finanza sono oggettivi, sono come le leggi della natura, e se le cose non vanno la colpa è di chi non ha accontentato il mercato e soddisfatto le pretese ideologiche e concrete del sistema capitalistico.

Certo nel momento della crisi qualcuno apre gli occhi. Viene il dubbio che forse ci sia qualcosa di irrazionale nel “salvare” le banche private con o soldi pubblici facendo pagare il conto a chi ha da decenni subisce le conseguenze di una politica economica delinquenziale.

E allora ecco il potenziamento della campagna contro il parlamento.

L’ultimo capitolo di una lunga serie che va avanti da quando c’è il bipolarismo, è la bufala secondo la quale capita che per discutere di cose importantissime ci sia un’aula praticamente vuota.

È capitato di nuovo recentissimamente in occasione dell’iscrizione in aula della famosa riforma del finanziamento pubblico dei partiti.

Tutte le TV, tutti i giornali, centinaia di siti internet, e chi più ne ha più ne metta hanno “informato” gli italiani che l’aula di Montecitorio quando si doveva discutere della cosa oggetto della massima attenzione da parte del popolo italiano, era desolatamente vuota. C’erano si e no una ventina di deputati. E giù giudizi, immagini panoramiche dell’aula vuota, gran spreco di aggettivi. In molti hanno perfino detto che l’aula deserta ha turbato le scolaresche che in quel momento visitavano Montecitorio. Diversi accigliati commentatori hanno parlato di autogol della politica e di enorme favore all’antipolitica di Grillo. E basta dare una scorsa ai commenti sul sito di Grillo per vedere che effettivamente si è andati all’incasso.

Ci può essere una dimostrazione più eloquente del livello infimo raggiunto da parlamento e parlamentari?

Peccato che è tutto falso. Totalmente falso.

I giornalisti parlamentari della carta stampata o delle TV, e moltissimi di quelli che hanno commentato, sanno benissimo che qualsiasi legge venga discussa dall’aula ha diverse fasi di discussione. La prima delle quali è collocata sempre in giornate nelle quali non sono previste votazioni. E sanno benissimo che la discussione generale (questo è il termine esatto) si svolge esclusivamente per dare l’opportunità ai gruppi, anche con diversi interventi per ognuno, di mettere a verbale le proprie posizioni. Poi seguiranno le convocazioni dell’aula per esaminare gli emendamenti e votarli e infine per esprimere il voto finale sulla legge con relative dichiarazioni di voto finali. In discussione generale non essendo previste votazioni non esiste il numero legale. In tutte le altre fasi si, e naturalmente l’aula sarà piena.

Inoltre, capita quasi sempre che durante una discussione generale di una legge le commissioni parlamentari siano riunite, tranne quella che ha istruito la legge in oggetto. Capita cioè che i parlamentari siano presenti e stiano lavorando nelle loro commissioni e discutendo di altre leggi. Del resto ciò che viene detto dagli unici presenti e iscritti a parlare può essere ascoltato in diretta radiofonica, televisiva, e comunque letto mezz’ora dopo in internet o sui resoconti stenografici sulla carta il giorno dopo.

Insomma, perché un parlamentare che non è iscritto a parlare e che nemmeno volendo potrebbe parlare, giacché i tempi sono contingentati, dovrebbe recarsi a Roma un giorno prima o disertare il lavoro della sua commissione, per fare numero in aula?

Ora, i giornalisti parlamentari italiani, spesso pagati più dei parlamentari stessi, in moltissimi casi sono ignoranti. Non sanno che differenza c’è fra un ordine del giorno e una mozione. Non conoscono i regolamenti parlamentari. Loro si non ascoltano le discussioni generali per capire bene le posizioni dei gruppi e per poter apprezzare le vere differenze. Di solito bivaccano in transatlantico cercando di carpire pettegolezzi o conversazioni riservate per poter fare gli “scoop” in concorrenza fra loro. Danno vita a curiose formazioni in forma di grappoli umani al seguito del “leader” di turno che attraversa il transatlantico. Ma, per la miseria!, non possono non sapere che in una discussione generale in aula ci sono solo gli iscritti a parlare.

Eppure regolarmente da almeno venti anni, in alcuni momenti topici, ritirano fuori lo scoop dell’aula vuota. Mentono sapendo di mentire.

E siccome l’opinione pubblica non è certo tenuta a sapere nel dettaglio i regolamenti e le consuetudini dei lavori parlamentari, la manipolano a loro piacimento dando false notizie tese semplicemente a screditare tutto il parlamento.

Anche il parlamento è effettivamente degenerato. Ridotto a curve (con tanto di slogan gridati e cartelli) contrapposte. Teatro di sceneggiate assolutamente finte. Reso impotente dall’abuso dei poteri del governo. Ma lo è per effetto del maggioritario, del bipolarismo.

Con la campagna contro il parlamento, che non esita ad avvalersi di falsi e demagogie di ogni tipo, si spiana sola la strada ad un’ulteriore spettacolarizzazione e separazione della politica e soprattutto a un tendenziale e inarrestabile autoritarismo.

Abbiamo tralasciato di parlare delle formazioni “alla sinistra” del PD. Meritano una analisi più approfondita. Lo faremo nell’ultima parte insieme alle conclusioni.

Continua…

 

ramon mantovani