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Le FARC, la Colombia, le veline dei servizi e il giornalismo provinciale italiano.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 1 settembre, 2008 by ramon mantovani

Ci risiamo! Per l’ennesima volta la piccola politica provinciale del piccolo giornalismo italiano si scatena in una piccola operazione di disiniformazione.

Non è questa la sede per proporre una lunga e articolata analisi della situazione colombiana e di quella della regione, visto che USA e Uribe tengono, con ogni evidenza, aperta la guerra in Colombia per destabilizzare l’aera geopolitica nella quale sono cresciute le esperienze dei governi ostili alla globalizzazione e agli USA.

Mi limito a chiarire alcune cose e a formulare considerazioni su come questa vicenda è stata trattata in Italia.

Che il PRC abbia da moltissimo tempo rapporti politici con le FARC lo sanno anche i sassi. Non ci torno.

Che noi fossimo, come siamo anche oggi, fermamente convinti che in Colombia sia necessario un processo di pace lo sanno anche i sassi.

Che noi siamo stati, e siamo, contrari alla immissione delle FARC (e del PKK, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e dei Mujahedin del popolo iraniani) nella lista delle organizzazioni terroristiche lo sanno anche i sassi, visto che abbiamo presentato numerosi atti parlamentari e che l’abbiamo detto in innumerevoli articoli, interviste e trasmissioni televisive.

Che noi, dopo la chiusura del processo di pace e dopo l’immissione delle FARC sulla lista dei terroristi dell’Unione Europea, abbiamo mantenuto contatti con loro lo sapevano i sottosegretari agli esteri del governo Berlusconi e del governo Prodi oltre che i Presidenti della Camera dei Deputati, come Pierferdinando Casini ha recentemente e correttamente testimoniato.

Che noi consideriamo disumana la pratica dei sequestri e che la inquadriamo, però, in una guerra altrettanto disumana alla quale bisognerebbe mettere fine con una trattativa di pace invece che con un’acutizzazione del conflitto lo sanno anche i sassi.

Eppure basta un “dossier del governo colombiano” pubblicato su Repubblica in due puntate per scatenare la solita tempesta nel bicchier d’acqua: “scandalo! esponenti di rifondazione hanno mantenuto contatti con le FARC”. E via con richieste di interviste e dichiarazioni(tutte concesse tranne quella mai richiesta e che, secondo Omero Ciai, avrei rifiutato). E avanti con dichiarazioni di questo o quell’altro esponente della maggioranza di governo. E avanti con considerazioni pensose di commentatori politici televisivi o della carta stampata.

Ma di quale dossier stiamo parlando? E’ un dossier governativo? Governativo in che senso?

A leggere la stampa italiana sembra si tratti di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Io non so di cosa si tratta di preciso, visto che non l’ho letto, che non l’ho mai visto e che nessuno l’ha pubblicato.

Credo, però, di poter dire che si tratta banalmente di una velina dei servizi colombiani e degli organismi governativi che gestiscono i contenuti dei computer di Raul Reyes.

C’è un atto ufficiale del governo colombiano? Non so, non credo. Lo dico perchè all’inizio di agosto, alla prima puntata di questa ridicola vicenda, dopo aver “svelato” in una conferenza stampa che i due supporter italiani delle FARC che agivano con i fantasiosi nomi di battaglia di Ramon e Consolo eravamo io e Marco Consolo, fummo, Marco ed io, intervistati in diretta telefonica da una TV colombiana. E nel corso dell’intervista, a seguito della mia dichiarazione che in Colombia molti esponenti istituzionali e di governo, a cominciare dall’attuale ministro degli interni colombiano, sapevano dei nostri rapporti con le FARC, il conduttore chiamò in diretta Valencia Cossio (il ministro degli interni e di giustizia del governo Uribe) il quale mi salutò cordialmente, confermò tutti i nostri incontri all’epoca del processo di pace, quando lui era Presidente del Senato e membro della delegazione governativa al tavolo del negoziato con le FARC e all’epoca, successiva alla fine del processo di pace, quando lui era Ambasciatore colombiano in Italia. Il conduttore della trasmissione gli chiese allora come mai non avesse detto nulla a proposito del famoso dossier governativo e lui rispose che non aveva visto e non sapeva nulla di questo dossier.

Ma guarda! Il Ministro degli interni del governo Uribe non sa nulla del dossier e conferma di conoscerci benissimo, ma questa notizia in Italia non la pubblica nessuno.

Così ho pensato che tutto si era risolto in una bolla di sapone, nella solita bolla di sapone.

E invece no! Ecco che nel giorno dell’arrivo in Italia di Ingrid Betancourt escono, sempre a firma di Omero Ciai, anticipazioni dal famoso dossier.

Vista la brutta figura delle prime anticipazioni l’articolo di Ciai sembra una risposta alla nostra precisa e puntuale confutazione della prima puntata. In questo seconda puntata si dice che Marco e io a un certo punto, dopo l’immissione nella lista dei terroristi delle FARC, avremmo cominciato ad usare i nomi di “Max” e “il poeta”. Questa circostanza oltre ad essere totalmente falsa è anche chiaramente illogica visto che quel Ramon e quel Consolo erano usati da Raul Reyes molto tempo dopo la lista dei terroristi dell’Unione Europea.

Poi, visto che i nostri rapporti politici con le FARC si sono dimostrati pubblici e conosciuti dalle autorità italiane, ecco che saltano fuori “prove” di una collaborazione che andava ben al di là dei rapporti politici. Avremmo aiutato il “rappresentante delle FARC in Europa” e raccolto fondi per finanziare le FARC (1400 euro).

Chiunque abbia seguito la vicenda del conflitto colombiano sa benissimo che le FARC, che avevano rappresentanze all’estero fino alla fine del processo di pace, da quel momento richiamarono alla lotta armata tutti i loro rappresentanti e chiarirono che con le FARC si poteva parlare solo in Colombia e che non c’era più nessun loro rappresentante in altri paesi.

E’ vero che noi abbiamo aiutato, pagando le cure mediche per una grave malattia, un compagno da noi ben conosciuto come rifugiato politico colombiano. Vorrei far notare che nel mondo ci sono centinaia se non migliaia di rifugiati politici colombiani visto che nella “Colombia democratica” i sindacalisti e gli oppositori di sinistra (non gerriglieri), parlamentari compresi, sono stati decimati negli ultimi venti anni. Parliamo di più di diecimila morti ammazzati o fatti sparire nel nulla.

Inoltre avremmo finanziato con 1400 euro un’organizzazione che ha fra i 15000 e i 20000 combattenti bene armati e che, secondo gli USA e Uribe, con il narcotraffico e i sequestri estorsivi incamera ogni anno centinaia di milioni di dollari.

Posso dire con cognizione di causa che il PRC non ha mai raccolto fondi per le FARC e che i famosi 1400 euro non esistono.

Ma vorrei anche dire che se le FARC avessero indicato un interlocutore in un qualsiasi paese del mondo e avessero chiesto aiuti vari avremmo accolto queste richieste come parte indispensabile del mantenimento di un rapporto politico.

Tutte queste cose dovrebbero essere state trattate da giornalisti che capiscono qualcosa di Colombia o che abbiano la serietà professionale di documentarsi, di informarsi. Invece, tranne qualche lodevole eccezione come quella di Guido Piccoli sul Manifesto, giornali e telegiornali trattano una vicenda come questa affidandola, guarda caso, a giornalisti di politica interna che a stento sanno dove si trova la Colombia o che immaginano che la Colombia sia un paese normale, un paese democratico dove opera un gruppo di terroristi narcotrafficanti del tutto estraneo a quella realtà. Non sanno che il conflitto colombiano dura da più di 40 anni. Non sanno che ci sono stati diversi processi di pace che dopo la firma si sono risolti con l’uccisione sistematica di tutti quelli che avevano deposto le armi. Non sanno che gli oppositori politici e i sindacalisti sono stati sterminati e continuano ad essere sterminati. Non sanno che Uribe è stato il sindaco di Medellin al tempo del cartello di Escobar e che in seguito ha continuato la sua brillante carriera come responsabile dell’aviazione civile e che in tale veste ha autorizzato ufficialmente decine di piste di atterraggio in tutti i territori dove si produceva la foglia di coca. Non sanno che attualmente ci sono decine di parlamentari o arrestati o incriminati per le loro connessioni con il narcotraffico. Non sanno che Uribe ha solo qualche giorno fa inusitatamente dichiarato che sarà molto difficile che riescano a trascinarlo davanti al tribunale internazionale dell’Aja. Non sanno che il Presidente Pastrana aveva dichiarato ufficialmente le FARC formazione politico militare e le AUC (i paramilitari) narcotrafficanti e criminali. Che con le FARC aveva intavolato una trattativa di pace e che con le AUC si era rifiutato di farlo. Non sanno che Uribe ha fatto semplicemente l’esatto contrario. Sapranno tutto delle beghe interne di questo o quel partito italiano o delle ultimissime dichiarazioni di questo o quel politico italiano ma di cosa siano le FARC o la Colombia non sanno nulla di nulla. E ciò nonostante tentano, purtroppo riuscendoci quasi sempre, di far entrare la Colombia o altre vicende come questa nel frullatore della politichetta provinciale italiana facendola passare dall’imbuto della visione ristretta del mondo dei loro direttori.

Pazienza.

Noi continueremo, come sempre abbiamo fatto, ad essere attivi per i processi di pace e a non usare due pesi e due misure quando si tratta di diritti umani. E soprattutto cercheremo di continuare ad essere persone serie e a non diventare mai come loro.

ramon mantovani

Lettera aperta in risposta a Gian Antonio Stella

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 19 marzo, 2008 by ramon mantovani

Egregio Dottor Stella,

mi sono guadagnato un suo commento sul Corriere Della Sera a proposito del mio articolo pubblicato su Liberazione in memoria di Raul Reyes.

http://archiviostorico.corriere.it/2008/marzo/12/elegia_smemorata_del_compagno_Ramon_co_9_080312096.shtml

La ringrazio per l’attenzione.

Il suo articolo, però, suona piuttosto ironico (forse) ed indignato.

Lei mi addebita la colpa di non aver citato Ingrid Betancourt nel mio pezzo. E’ una critica che capisco, ma che, con il suo permesso, non condivido.

Non posso tralasciare il tono del suo articolo che esprime pregiudizi: letture di fumetti, “n’ zacco rivoluzzionaria”, l’immancabile citazione del caso Ocalan e la presunta vena romantica che mi avrebbe ispirato.

Vede, Dott. Stella, io non pretendo che lei conosca le mie posizioni molto critiche nei confronti di chi, a sinistra, coltiva un’idea romantica delle guerriglie latinoamericane, né che abbia capito che aiutare Ocalan a raggiungere l’Italia (su sua richiesta e non su mia iniziativa) fosse un tentativo per aprire un processo di pace. Solo mi sarei aspettato, da lei che considero un giornalista serio, maggior rispetto. Ma non fa niente.

Mi limito a dire che il suo articolo è esemplare per superficialità. Del resto la stampa italiana è ben nota nel mondo per osservare la politica internazionale attraverso il buco della serratura della politichetta italiana.

Il suo giornale, Dott. Stella, si occupa molto, e giustamente, di Ingrid Betancourt, ma non molto delle decine di sindacalisti che ogni anno vengono uccisi in Colombia, delle decine di suoi colleghi giornalisti massacrati o fatti sparire dai paramilitari e dagli apparati dello Stato colombiano, delle decine di parlamentari colombiani che sono espressione diretta dei narcotrafficanti, e così via.

Con ciò non voglio dire che, per questo, si debba essere acritici con le FARC. Ma, se permette, scrivere dell’uccisione di un amico e, per me, compagno, non necessariamente deve essere corredato da prese di posizione per rassicurare coloro che della Colombia conoscono solo la vicenda Betancourt.

Se vuole sapere la mia opinione su Ingrid Betancourt io penso che sia inaccettabile il suo sequestro, e che si debba fare ogni sforzo affinché riacquisti la libertà e si riapra un processo di pace in Colombia.

Io, nel mio piccolo, l’ho fatto. Può, se vuole verificare ciò che ho fatto senza clamori di stampa, chiedere ai sottosegretari agli esteri con delega all’America Latina dei governi Berlusconi e Prodi. Può chiedere alla Comunità di Sant’Egidio. A Pierferdinando Casini (in qualità di Presidente della Camera e dell’Unione Interparlamentare Mondiale). Può chiedere a diversi Ambasciatori italiani in Colombia e nei paesi limitrofi.

In tanti anni di tentativi, per riaccendere un processo di pace e per ottenere la liberazione di Ingrid Betancourt, chiunque ci abbia provato può testimoniare dell’opera di Alvaro Uribe per impedirli e boicottarli. Anche l’uccisione di Raul Reyes, come ha osservato la famiglia di Ingrid Betancourt, è arrivata puntuale per boicottare ogni trattativa.

Ovviamente lei è libero di pensare che Uribe sia uno statista democratico, ma le consiglio di leggere quanto ha scritto su Newsweek il suo collega statunitense Joseph Contreras. Ovviamente può pensare che Marulanda sia un terrorista e narcotrafficante, ma le consiglio di leggere quanto ha scritto Ettore Mo sul Corriere Della Sera dopo averlo incontrato, anche grazie alla richiesta che io feci a Raul Reyes, visto che Marulanda per stile e per motivi di sicurezza è sempre stato restio a concedere interviste.

Io continuo a pensare che in Colombia ci sia un conflitto armato di natura politica. Che Uribe sia diretta espressione degli ambienti paramilitari e narcos. Che mettere le FARC sulla lista delle organizzazioni terroristiche sia un atto che perpetua il conflitto. Che i sequestri siano speculari alle sparizioni e uccisioni e siano ingiustificabili e disumani. Ma penso anche che un processo di pace sia l’unica soluzione per mettere fine a tanta barbarie. Ed ho testimoniato che Raul Reyes a questo lavorava.

La storia, purtroppo, è ricca di esempi di conflitti nei quali sono stati usati metodi disumani da tutte le parti in lotta. Nelson Mandela, Ben Gurion, Arafat, Ben Bella ed altri sono stati accusati di terrorismo per i metodi di lotta che usavano. Le FARC sequestrano, è vero, ma non hanno mai messo bombe in luoghi frequentati da civili come hanno fatto le organizzazioni dei signori sopra citati. Le ripeto che i sequestri sono inaccettabili, ma non le sembra che sia meglio lavorare per un processo di pace piuttosto che ripetere stancamente e strumentalmente che i sequestri sono disumani tacendo sui misfatti dello stato colombiano?

Mi scusi per il ritardo con il quale le rispondo, ma ero in Spagna e non tutti i giorni ho potuto leggere il Corriere Della Sera. In compenso ho letto El Pais, che ogni giorno, anche quello successivo alle elezioni politiche, dopo la prima dedica almeno dieci pagine alla politica internazionale. Con articoli informati ed interessanti, anche se spesso da me non condivisi. Giornale sul quale la notizia dei dieci sindacalisti assassinati in Colombia dall’inizio dell’anno è comparsa. E sul quale non dedicano paginate e servizi sulle storie di letto di questo o quel capo di stato estero.

Cordiali saluti.

ramon mantovani

Addio a Raul Reyes, il diplomatico che lottava con le armi e con l’ironia

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , on 6 marzo, 2008 by ramon mantovani

Il compagno, il comandante, Raul Reyes è morto. Il governo colombiano del mafioso Uribe ha così consumato la propria rappresaglia per la recente liberazione unilaterale da parte delle FARC di quattro prigionieri di guerra. Ed ha così confermato di essere un grave fattore di instabilità in America Latina, per conto del governo statunitense, come dimostra l’attuale crisi diplomatica fra Colombia Ecuador e Venezuela. Ma non sta a me sviluppare altre considerazioni politiche.

In questo momento, per me, di profonda tristezza e di rabbia, nel quale affiorano, nella memoria, tante cose politiche e personali, voglio solo ricordare Raul raccontando alcuni episodi. Dico Raul e non altri nomi, perchè non ci sono prove che la compagna Olga Marin sia davvero caduta con il gruppo che Raul comandava. Spero sia viva e di poterla incontrare ancora, un giorno, per parlare con lei di politica e di vita, per ore e ore, come abbiamo fatto tantissime volte in diversi paesi dell’America Latina, in Europa e in Italia. Come abbiamo fatto nei congressi e alle feste di Rifondazione ai quali, quando ha potuto, non è mai mancata.

Con Raul noi di Rifondazione, Marco Consolo ed io in particolare, abbiamo avuto un rapporto molto intenso. A parte le lunghe discussioni sulla globalizzazione e sulla sinistra in America Latina e nel mondo, il motivo della nostra stretta collaborazione è sempre stato l’obiettivo di un vero processo di pace in Colombia.

Nel 97 Raul e Olga vennero in Italia, ospiti di Rifondazione, e noi facemmo in modo che venissero ricevuti alla Farnesina. Era utile che il governo italiano conoscesse le intenzioni delle FARC circa un eventuale processo di pace. Venne deciso che FARC e governo italiano avrebbero intrattenuto una relazione stabile presso l’ambasciata italiana in un paese terzo. Questo contatto fu determinante per la liberazione, su richiesta del governo e nostra, di un prigioniero di guerra nelle mani delle FARC, e soprattutto per l’invito ufficiale, del governo italiano e di una delegazione di Rifondazione, alla cerimonia di inaugurazione del processo di pace, nell’estate del 98.

In quei giorni del 97 passammo molte ore insieme, sia nelle sede di via del Policlinico sia in giro per Roma. Marco Consolo ed io conoscevamo molto bene Olga, per averla frequentata nelle riunioni del Foro di Sao Paolo e nei congressi di altri partiti, ma non così bene Raul. Sapevamo che era uno dei massimi comandanti delle FARC, che si occupava delle relazioni internazionali. Scoprimmo una persona dotata di una grande modestia e soprattutto la sua curiosità per le nostre analisi e proposte politiche. Nessun racconto di epiche azioni militari. La guerra veniva descritta con distacco, come una dura necessità. Una sera, alla Rive Gauche a San Lorenzo, bevemmo insieme un aperitivo, un Negroni, che Raul non conosceva. Quella volta, forse complice l’alcool, ci divertimmo parecchio. Ricordo che rideva molto sentendomi parlare del mio tifo per l’Inter e dell’esistenza di un Inter Club denominato “interisti leninisti”. Ci confermò la veridicità dell’episodio leggendario dei guerriglieri e dell’esercito impegnati in combattimento, che mentre si sparavano, esultavano insieme per i gol della nazionale colombiana. Due anni dopo gli portai una t-shirt degli interisti-leninisti. Fu quando, in un campo delle FARC nella selva colombiana, Raul volle fortemente che Marco Consolo ed io incontrassimo Marulanda e diversi altri comandanti dello Stato Maggiore. Dopo la prima conversazione politica Raul ci disse: “ricordo la vostra ospitalità a Roma e le cose buone che mi avete fatto bere, non posso ricambiarla come si deve qui nella selva, ma ho una bottiglia di whisky Buchanan 18 anni nella mia tenda. La tenevo per un’occasione speciale. Andiamo a berla.” La scolammo tutta chiacchierando nella tenda di Raul fino alle due di notte, e la sveglia nel campo era alle cinque, prima dell’alba.

Nel 98, poco prima dell’inaugurazione ufficiale del processo di pace, durante una delle primissime uscite pubbliche di Raul come portavoce delle FARC, un giornalista italiano, credo inviato del Corriere della Sera, notò che, sulla mimetica, Raul aveva una spilla con il simbolo di Rifondazione, e lo scrisse nel suo pezzo. Effettivamente ci voleva molto bene e volle condividere con noi molto del processo di pace, del quale ci teneva informati e per il quale chiese diverse consulenze ed aiuti. Diversi altri compagni di Rifondazione viaggiarono in Colombia durante i negoziati e lo conobbero.

Quando il tavolo del negoziato di pace fra le FARC e il governo colombiano di Andres Pastrana fecero un giro in Europa mi chiamò al cellulare da Stoccolma. Mi disse che non era giunto nessun invito dall’Italia e che sia lui sia il capo negoziatore del governo chiedevano un nostro intervento affinché l’Italia non rimanesse esclusa. Pochi giorni dopo sbarcarono a Roma e furono ufficialmente ricevuti dalla Commissione Esteri della camera dei Deputati e da altre istituzioni, compresa la Segreteria di Stato del Vaticano. Durante la loro permanenza in Italia invitai a cena i sei comandanti negoziatori, Raul Reyes, Joaquin Gomez, Fabian Ramirez, Ivan Rios, Simon Trinidad, Felipe Rincon e Olga Marin che li accompagnava come esponente della Commissione Internazionale delle FARC. Marco ed io andammo a prenderli ma Raul ci disse che, per la prima volta dall’inizio del negoziato, la parte governativa li aveva invitati a cena e che non potevano rifiutare. Ci disse, però, che sia lui sia il capo delegazione del governo, che ben ci conosceva, invitavano anche noi due. Così, in un ristorante di trastevere Consolo ed io assistemmo ad una delle cene più stravaganti e curiose della nostra vita. Il clima era molto più che conviviale. Sei fra i più “pericolosi” guerriglieri e sei rappresentanti dell’oligarchia colombiana, compreso il presidente della Confindustria, più due ambasciatori colombiani, presso il Vaticano e presso la Repubblica Italiana, cantavano, raccontavano barzellette, litigavano di calcio, si prendevano in giro. Ad un certo punto nel ristorante entrarono due posteggiatori con la chitarra. Raul mi chiese di affittare le chitarre e mi sussurrò all’orecchio: “adesso vedrai il perchè ti chiedo questo.” Pagai i due suonatori e le chitarre le usarono il comandante Ivan Rios e il Presidente della Confindustria, Luis Carlos Villegas, per sfidarsi in un esilarante “negoziato”, improvvisato su ritornelli in rima baciata, che durò forse più di mezzora. Con Raul eravamo d’accordo che dopo la cena noi compagni avremmo continuato la serata per conto nostro bevendo qualcosa. Ma quando i governativi salivano sul pulmino per tornare in albergo, Raul mi chiese di portare con noi Victor G. Ricardo, il capo negoziatore del governo. Mi disse sottovoce che, sebbene fosse la sua controparte, si stava comportando correttamente. Che per questo rischiava la vita. E mi chiese di fare un brindisi e di ringraziarlo per il suo coraggio dicendo le parole che lui, come portavoce delle FARC, non poteva pronunciare. Lo feci volentieri pensando che forse il negoziato avrebbe davvero dato i suoi frutti. Invece Victor G. Ricardo venne poi rimosso dall’incarico e sostituito da un signore che preparerà la rottura definitiva delle trattative di pace.

Da quell’indimenticabile cena ho rivisto Raul altre volte, a Madrid e in Colombia, fino alla rottura unilaterale del negoziato da parte del governo.

Poi Marco ed io abbiamo continuato a comunicare con lui in altro modo. Soprattutto per creare le condizioni, con prese di posizione di istituzioni in Italia ed in Europa, per il rilascio di alcuni ostaggi e per la ripresa del processo di pace. Tentativi falliti, per le puntuali contromosse del governo Uribe.

L’ultimo suo messaggio, di semplici saluti, risale a poche settimane fa.

Potrei parlare molto più a lungo dell’amicizia politica ed umana che mi ha legato a Raul. Ma non so farlo. Non voglio diventare retorico e, in fin dei conti, Raul era un combattente e ho sempre saputo che potava morire così da un momento all’altro.

Dico solo che Raul era un compagno, come noi.

Non ho mai sopportato il vizio eurocentrico e provinciale di storcere il naso per le durezze della guerra in Colombia, per la sua indiscutibile disumanità.

Raul prese la via della guerriglia, come tanti altri compagni, in un periodo nel quale, in pochi anni, 4500 comunisti, senatori, deputati, dirigenti e militanti del partito, sindaci, consiglieri comunali, sindacalisti, intellettuali vennero massacrati o fatti sparire dallo Stato colombiano. Altri scelsero la via dell’esilio ed altri ancora la legalità continuando a morire come mosche.

Dopo l’11 settembre le FARC sono state messe sulla lista delle organizzazioni terroriste dell’Unione Europea. Sull’attentato alle torri gemelle Raul aveva scritto: “Ciò che deve essere chiaro per tutti è che i fatti avvenuti negli Stati Uniti contro il loro Stato e il loro Governo non hanno nulla a che vedere con le lotte politiche, economiche e sociali che i popoli portano avanti per conseguire la loro emancipazione duratura e definitiva; questo è il caso dei movimenti contro la globalizzazione, la fame, la politica neoliberista, la xenofobia, e per l’uguaglianza di genere, il miglioramento della situazione di esclusione dei migranti nel mondo e negli stessi Stati Uniti.
In Colombia il movimento guerrigliero è popolo in armi, di donne e uomini con l’impegno di lottare per la conquista e la difesa dei diritti e delle libertà, fino al conseguimento di condizioni dignitose di vita e di lavoro per il popolo. Non ci sarà pace senza riforma agraria, libertà politiche e sociali, fino a quando il terrorismo di Stato continuerà ad assassinare il popolo per il fatto di reclamare i propri diritti. L’obiettivo finale è la pace senza fame, con educazione e salute gratuite ed efficienti.”

Non sono le parole di un terrorista o di un narcotrafficante. Il governo che l’ha ucciso è entrambe queste cose.

La lotta di Raul è una lotta che continua.

Hasta Siempre Raul.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione il 6 marzo 2008

 

 

colombia

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , on 26 marzo, 2000 by ramon mantovani

“La selva colombiana non è il Kosovo, se venissero troverebbero un bel benvenuto. Per i gringos sarebbe un nuovo Vietnam.” E’ il leggendario Manuel Marulanda, il comandante supremo delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC), che mi parla in un accampamento guerrigliero nel fitto della foresta amazzonica, durante la mia ultima visita in Colombia. Tirofijo, questo il suo soprannome che in spagnolo significa “mira precisa”, ha passato quaranta dei suoi settant’anni a fare il guerrigliero. Lo hanno dato per morto decine di volte, ma in realtà non sono mai riusciti nemmeno a sfiorarlo, visto che, insieme ai suoi ventimila guerriglieri e guerrigliere (le donne sono il quaranta per cento della forza combattente), non sta mai nello stesso posto più di qualche ora. Con l’indice disegna un cerchio sul tavolaccio di legno intorno al quale siamo stati, per più di cinque ore, a parlare di globalizzazione e del processo di pace: “Possono anche venire con i paracadutisti per tentare di circondarci, ma non staremo più dove ci hanno visto con il satellite. Saremo noi a colpirli – ed ecco che il dito traccia immaginarie frecce convergenti a raggiera sul cerchio – dove meno se l’aspettano. Non facciamo guerra di posizione, siamo una guerriglia mobile noi.” Le FARC sono pronte, insomma, a sostenere uno scontro di lunga durata con la ventilata forza multinazionale d’intervento, guidata dagli USA, che tentasse, con la scusa della lotta al narcotraffico, di liquidare la guerriglia comunista che combatte da quaranta anni e che oggi siede al tavolo delle trattative di pace con il governo colombiano di Andres Pastrana. Una trattativa difficile, non c’è che dire, visto che le FARC non accettano nessuna soluzione che non preveda profondissimi cambiamenti istituzionali ed economico sociali. “Loro non si accontenteranno certo di qualche riforma di facciata o di posti nelle istituzioni e nel governo. Abbiamo ben chiaro che qui i cambiamenti devono essere profondi. Del resto, ormai, una parte importante del mondo imprenditoriale, quella che vuole la pace, sa di dover pagare un prezzo alto in tema di riforme economiche, sa che la pace non sarà gratis per nessuno” – mi dice Victor G. Ricardo, l’Alto Commissario per la Pace, nominato dal Presidente Pastrana, nel suo ufficio super blindato situato dentro il Palazzo Presidenziale a Bogotà. Questa reciproca disponibilità e comprensione dovrebbero essere un buon viatico per un’effettiva e rapida soluzione del conflitto, eppure le cose non sono così semplici, purtroppo. Molti lavorano contro il processo di pace. Il governo degli USA, appena insediato il tavolo delle trattative, ha ufficialmente dichiarato di considerare indispensabile la sconfitta militare della “narcoguerriglia” ed ha varato un’impressionante piano di aiuti militari all’esercito colombiano. Allo stesso tempo, ufficiosamente, ha ventilato addirittura l’ipotesi di un intervento militare multinazionale esterno, sul quale si è discusso per mesi su tutta la stampa latino americana. Da una parte, quindi, Pastrana incontra Marulanda, gli assegna il controllo di un territorio grande come la Svizzera, dichiara che le FARC sono un soggetto politico e non narcotrafficanti, inizia una trattativa di pace, mentre dall’altra parte, gli USA ripropongono la via militare come unica soluzione al conflitto. L’obiettivo nel mirino degli USA non è certo il narcotraffico, bensì una Colombia che, magari insieme al Venezuela di Chavez, al turbolento Ecuador e a Panama (dove gli Stati Uniti hanno definitivamente perso il controllo del canale), si sottraesse alla loro egemonia politica e cercasse un modello economico sociale alternativo al neoliberismo. Non per caso la stampa vicina all’amministrazione Clinton ha ripetutamente parlato di un complotto ordito insieme da Castro, Chavez e Marulanda. La minaccia di intervento esterno è servita, per il momento, a saggiare il terreno e a provocare ulteriori tensioni fra il governo colombiano e quello peruviano di Fujimori, che si è subito dimostrato alquanto disponibile all’avventura militare. Senza dubbio la lotta al narcotraffico sarebbe un argomento spettacolare da usare come paravento per la soluzione militare. Potrebbe essere la seconda puntata dell’ingerenza senza mandato dell’ONU, dopo la guerra NATO del Kosovo. Un altro tassello della costruzione di un nuovo ordine unipolare del mondo a guida nordamericana. A ben vedere, però, ci vorrebbe un notevole sforzo di fantasia per manipolare i mass media fino al punto di presentare una vera e propria guerra come la soluzione del problema del narcotraffico. La politica della repressione militare, infatti, in tutti questi anni, condotta con enorme dispendio di mezzi e risorse finanziarie, non ha dato esito alcuno, ed anzi ha visto coinvolti nel narcotraffico proprio quelli che dicevano di combatterlo. Il Presidente Samper ha finito la sua carriera da ricercato nel territorio USA in quanto narcotrafficante. Alte gerarchie militari colombiane sono state colte con le mani nel sacco mentre trasportavano a Miami, a bordo di aerei militari, ingenti quantitativi di cocaina. Perfino membri della legazione diplomatica statunitense a Bogotà e consiglieri militari USA sono stati smascherati dall’FBI come organizzatori del traffico di stupefacenti. Certo, la guerriglia ha sempre ammesso di tassare l’attività connessa alle coltivazioni illecite, al pari di tutte le altre attività economiche, nei territori che controlla. Ma è cosa ben diversa dall’organizzazione del narcotraffico su vasta scala. In ogni caso si è dichiarata pronta a sostenere, e a produrre in prima persona, piani per la sostituzione delle coltivazioni di coca e di oppio purché siano finanziati garantendo ai contadini la commercializzazione dei prodotti alternativi. Avvelenare i campi rendendoli sterili per anni, se non per decenni, come si è fatto per molto tempo e si continua a fare, oltre a rappresentare un enorme danno ecologico, riduce gli incolpevoli contadini alla fame e spinge i produttori di coca a deforestare ulteriormente la selva, per continuare a coltivare l’unico prodotto che ha un mercato e permette la sopravvivenza. E’ proprio su questo versante, quello della lotta effettiva al narcotraffico, che l’Europa e le stesse Nazioni Unite potrebbero giocare un ruolo decisivo. Questa è la richiesta ufficiale delle due parti, ma le cose si stanno complicando. Le FARC chiedono che gli aiuti finanziari siano destinati al tavolo delle trattative in modo che entrambe le parti possano discutere e decidere del loro utilizzo. Il governo Pastrana, invece, che ha recentemente presentato agli USA e all’Unione Europea il “Plan Colombia”, una richiesta di sostegno finanziario dotata di un progetto di utilizzo articolato anche a livello militare, li vuole gestire da solo. E’ evidente che la destinazione dei fondi al tavolo di pace rafforzerebbe la trattativa, mentre un utilizzo degli stessi per riarmare l’esercito finirebbe con l’incentivare la prosecuzione delle ostilità. La guerra, infatti, continua, nonostante l’installazione del tavolo di trattative. La guerriglia, che pure ha proclamato recentemente un limitato cessate il fuoco unilaterale nel periodo natalizio, non si fida, sia perché teme l’intervento esterno sia perché il governo non si è dimostrato ancora in grado di controllare effettivamente l’esercito e quella parte della borghesia colombiana che, avendo tutto da perdere con una pace definitiva, continuano a foraggiare e coprire i paramilitari. Questi ultimi, da quando è cominciata la trattativa di pace, hanno notevolmente intensificato le loro attività, compiendo stragi di contadini inermi, uccidendo personalità del mondo della cultura che sostenevano la soluzione politica del conflitto, minacciando gli uomini di Pastrana impegnati nella trattativa con le FARC e l’ELN. Per i guerriglieri, e per tutta la sinistra colombiana, brucia ancora troppo il precedente processo di pace. Sarebbe dovuto culminare nella democratizzazione del paese e, invece, si concluse con lo sterminio di quattromila esponenti politici e sindacali, parlamentari compresi. Nonostante tutte le difficoltà, però, sia la guerriglia sia i negoziatori del governo sembrano intenzionati ad andare avanti. Tutti sanno che Pastrana ha fretta, giacché il suo mandato durerà ancora solo un anno e mezzo, mentre le FARC sono in condizione di far valere, sul tavolo delle trattative, la loro capacità di resistere più a lungo di quanto non abbiano potuto altri movimenti guerriglieri latino americani. Tutti sanno che il governo dovrà presto concedere anche all’ELN una parte del territorio per coinvolgerlo definitivamente nel processo di pace. Ma oramai si sussurra, più o meno apertamente, che il posto di Pastrana potrebbe essere conquistato, alle prossime elezioni, da uno dei negoziatori più in vista, il Senatore conservatore Valencia Cossio. La qual cosa costituirebbe una garanzia per la continuazione del negoziato. Anche l’ELN sarebbe prossimo ad ottenere il riconoscimento che merita nel processo di pace, con la smilitarizzazione unilaterale da parte del governo di un’ampia zona nel nord del paese. Insomma, fra mille difficoltà interne ed esterne, con tutte le complicazioni che abbiamo descritto, questo processo di pace sembra davvero reale. Per il definitivo successo manca ancora una condizione che, per il momento, ancora non si vede all’orizzonte: un aiuto da parte dell’Europa. I negoziatori del governo da tempo sostengono il bisogno di un coinvolgimento dell’Unione Europea con l’obiettivo esplicito di controbilanciare il ruolo degli Stati Uniti d’America. La stessa cosa dicono le FARC e l’ELN. Recentemente l’intero tavolo del negoziato tra FARC e governo, compresi i rappresentanti della Confindustria colombiana e gli esperti economico sociali della guerriglia, ha visitato numerosi paesi europei, tra cui l’Italia, per studiarne i sistemi istituzionali e sociali, al fine dichiarato di utilizzare l’esperienza europea, in materia di democrazia e di diritti sociali, come base per elaborare soluzioni originali per la nuova Colombia che dovrebbe nascere con la pace. Diversi parlamenti di paesi UE hanno preso posizione a favore della trattativa. La Commissione esteri della Camera dei deputati italiana ha votato, all’unanimità, una risoluzione che impegna il governo italiano sia a contrastare un’eventuale internazionalizzazione del conflitto colombiano, sia a partecipare direttamente nella trattativa di pace, nei modi e nelle forme gradite alle parti in causa. Quello che manca è una politica e un piano di aiuti finanziari dell’Unione Europea. Del resto il diplomatico spagnolo rappresentante dell’UE a Bogotà si è più volte dichiarato impossibilitato a sviluppare iniziative che non siano microprogetti di cooperazione. Tutte buone azioni, ma che non hanno nessuna influenza sul corso delle cose in Colombia. Gli mancano perfino istruzioni politiche da parte di Javier Solana, il responsabile della politica estera comune europea, relativamente al processo di pace. Eppure la Colombia dovrebbe essere un paese estremamente interessante per l’Europa. Evidentemente c’è, anche in questo caso, una timidezza dovuta alla solita mancanza di coesione europea quando si tratta di intraprendere iniziative non gradite agli Stati Uniti. Per giunta l’Unione Europea, fino ad oggi, ha condiviso pienamente la politica nordamericana in materia di lotta al narcotraffico e potrebbe, nel caso diventasse operativo il progetto di intervento militare esterno guidato dagli USA, perfino appoggiarlo politicamente. Questa vicenda, come altre, non riguarda solo la Colombia e l’America Latina. E’ davvero uno dei banchi di prova per verificare cosa sarà l’Europa nel futuro.  

 

ramon mantovani

 

pubblicato su LIMES nel marzo del 2000