Archivio per elezioni europee

Tre domande e tre risposte.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 11 giugno, 2009 by ramon mantovani

Ci sono momenti nei quali bisogna avere il coraggio di porsi domande difficili ed anche dolorose. Senza le risposte a queste domande si rischia di fuggire dalla realtà e di precipitare nello sconforto o, peggio ancora, nella coltivazione di illusioni infondate.

Prima di formulare le domande e di tentare risposte desidero svolgere alcune brevi considerazioni sul voto. Più descrittive che analitiche anche perché le analisi, che devono essere sempre guidate da ipotesi politiche e teoriche, devono partire però da fatti reali.

La destra liberista e la destra razzista avanzano in tutta Europa e in particolare in Italia. Questo è un dato inconfutabile. I partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti crollano. Questo è un altro dato inconfutabile. La sinistra anticapitalista e comunista resiste ma solo grazie alla controtendenza in alcuni paesi, soprattutto del sud europa. Tiene in altri e arretra gravemente in altri ancora. Anche questo è un dato inconfutabile.

Al di la dei particolari nazionali dovuti a questioni interne, come le dialettiche governo – opposizione in molti paesi e la tenuta, in Italia, del PDL e l’avanzata irresistibile della Lega, cosa c’è alla base di un simile sommovimento? Perché è innegabile che il sommovimento ci sia. E se si vede bene nei dati elettorali si dovrebbe vedere ancor meglio nella crescita enorme dell’astensionismo. Cosa c’è? Formule e formulette politico-istituzionali? Capacità di leader? Divisioni o unità dei partiti e delle coalizioni? Nessuna di queste risposte è in grado di afferrare la realtà. Nemmeno quella che ci riguarda più da vicino e che in Italia va per la maggiore può interpretare seriamente la realtà. Per esempio, e sia detto per inciso, se è l’unità mancata della sinistra il motivo della sconfitta, perché in Grecia, in Portogallo e in Francia la sinistra divisa ottiene rispettivamente il 14 %, il 21 % e il 13 %?
Io credo che, alla base del vento di destra che spira sul nostro continente, ci sia la mutazione sociale prodotta dalla ristrutturazione capitalistica ed esaltata dalla crisi che ha prodotto, almeno negli ultimi 20 anni, solitudine sociale, individualismo e competizione sfrenata, guerra fra poveri. La destra cavalca con successo gli effetti devastanti della globalizzazione e i partiti socialisti li subiscono maggiormente perché sono più liberisti della destra. A questo si aggiunge, ma si aggiunge come effetto e non ne è la causa, la separazione della sfera politica e delle istituzioni “democratiche” europee dalla società e la totale impermeabilità delle stesse ai conflitti sociali, che pur ci sono stati in tutto il continente.
Forse è per questo, grosso modo, che sinistra unita o meno, partiti comunisti identitari o meno, in Grecia, Portogallo e Francia c’è stato e c’è un forte movimento di opinione contrario all’Unione Europea reale e che le forze che sono cresciute elettoralmente ne hanno fatto, pur divise, parte.
Ho fatto solo questo esempio non per sfuggire al tema dell’unità, sul quale ovviamente tornerò, ma per sostenere che non è la questione più importante.

Fatte queste premesse, parziali ed anche generiche, passiamo alle domande dure che dobbiamo rivolgere a noi stessi.

Prima domanda. Come mai non abbiamo raggiunto il quorum?

Ho sostenuto per iscritto e in tutta la campagna elettorale che lo avremmo raggiunto. Ci credevo. E ci credevo, nonostante tutto, perché pensavo che il combinato disposto della natura realmente unitaria della lista, della chiarezza delle proposte e dell’uso corretto della simbologia non mimetica, avrebbe garantito il 4 %. Mi sono sbagliato. E’ inutile negarlo o mascherarlo. Ma continuo a pensare, e a chiedermi, se si potesse fare diversamente. La risposta è no! Cosa sarebbe successo se avessimo riprodotto, nei fatti, la lista dell’arcobaleno. La risposta è sempre la stessa anche se indimostrata: avremmo perso ugualmente ma al contrario di oggi avremmo solo un cumulo di macerie. Poi si può discutere dei dettagli, anche importanti, ma che non bisogna mai scambiare per il centro dei problemi. Parlo del fatto che il corpo militante ha fatto più la campagna per le amministrative che per le europee. Che le liste avrebbero potuto essere migliori. E così via.
So bene che il leitmotiv imperante è: sommando si son presi due milioni di voti e la colpa della mancata unità è dei ceti politici chiusi in se stessi.
Ma non so che farci. Forse essendo certamente parte di un ceto politico non so vedere la realtà delle mie responsabilità. Può darsi. Me lo sono chiesto mille volte. Rimane il fatto che penso, e non posso dire cose diverse da quelle che penso, che la mancanza dei voti per raggiungere il quorum non è dovuta alla mancanza di unità. Ma allo scarso radicamento sociale, a volte inesistente, e all’incapacità (forse impossibilità dato il sistema massmediatico) di mettere a valore la chiarezza della proposta sull’Europa.

Seconda domanda. Questa sconfitta è la fine? Io penso di no. Mi sbaglierò ma penso davvero di no. Però è verissimo che la battaglia per la sopravvivenza in Italia di una formazione politica comunista ed anticapitalista non è vinta. Anzi.
Io credo che siamo in mezzo al guado.
Spero che la retorica secondo la quale l’unità dei comunisti e la falce e martello ci avrebbero garantito la ripresa sia finita. Credo che ci abbia portato solo danni in campagna elettorale. Ripeterla in versione minimalista tipo: “facciamo subito l’unità comunista” sarebbe catastrofico. Come spero che non si debba dar retta a chi usa la retorica dell’unità della sinistra come soluzione taumaturgica.
Se rimaniamo in mezzo al guado moriremo certamente annegati dalla piena che ancora deve arrivare con i milioni di posti di lavoro che si perderanno nei prossimi mesi quando finiranno le riserve in migliaia di imprese, quando finirà la cassa integrazione e quando man mano scadranno i contratti a termine. Attualmente non c’è una seria e praticabile proposta organica di lotta in grado di mobilitare e di contrastare il principale effetto della piena: la guerra fra poveri con il conseguente radicamento ulteriore della destra xenofoba e populista. E non c’è nemmeno un sindacato degno di questo nome che si proponga di costruirla.
Negare o sottovalutare questa realtà e dedicarsi alle formule sui contenitori comunisti o di sinistra (fa lo stesso) è un vizio politicista molto radicato. Ma è rimanere in mezzo al guado.
Se siamo in mezzo al fiume e arriva la piena dobbiamo deciderci. O torniamo indietro o passiamo dall’altra parte. In mezzo non si può più stare.
E’ il sistema capitalistico ad aver prodotto le mutazioni sociali e culturali. E’ contro di esso che bisogna resistere e costruire un’alternativa sociale, politica e culturale. Non si da comunismo o sinistra che non si pongano radicalmente questo problema.
In altre parole bisogna unire la sinistra e i comunisti. Le due cose non sono in contraddizione, anzi. Ma su basi chiare che chiedano a tutti di attraversare il guado.
Farlo significa prendere coscienza una volta per tutte che non c’è alternativa alla ricostruzione di rapporti di forza sociali favorevoli. E’ il tema del partito sociale.

Terza domanda. Il Partito della Rifondazione Comunista ha ancora motivo di esistere?

Per rispondere a questa domanda in modo corretto bisogna prima riconoscerne la legittimità. Io penso che sia legittima. E rispondo di si.
Ma per esistere ed avere vita bisogna respirare aria, bere acqua e cibarsi.
Lo voglio dire con la massima chiarezza. Non è nelle istituzioni, nei rapporti con le altre forze politiche e nella visibilità sui mass media che si possono trarre gli elementi vitali.
L’idea che se si è nelle istituzioni si è vivi va rovesciata totalmente. Se ci si alimenta nella società e nel conflitto si può andare nelle istituzioni e sopravvivere in un luogo avverso alla nostra stessa natura.
Come ho già detto tante volte il sistema politico elettorale italiano è da tempo totalmente impermeabile al conflitto. Le riforme, federalismo e sistema elettorale bipolare spinto, hanno coronato istituzionalmente l’americanizzazione della società. Nelle istituzioni separate dalla società, che riducono il conflitto a lobby mendicante alla ricerca di un amico nelle istituzioni, che riducono la politica a manovra di palazzo non c’è nutrimento che ci possa tenere in vita. La degenerazione dei comuni, delle province e delle regioni, oltre che quella del parlamento, ha fatto degenerare anche noi. L’illusione che solo nelle istituzioni e soprattutto solo nel governo si possano fare cose utili dovrebbe essere confutata dalla innegabile realtà. Ed invece è estesa nel PRC, egemone nel PdCI e presente nell’elettoralismo spinto di Sinistra Critica e PCL. Su questo voglio diffondermi maggiormente.
Se le istituzioni sono i luoghi della “governance” dell’esistente e se il sistema della rappresentanza è piegato alla scelta fra due simili proposte di “governance” un progetto di trasformazione sociale alternativo al sistema capitalistico è espunto dalla rappresentanza. Per il semplice motivo che, come ormai abbiamo ben visto, con il bipolarismo le alleanze forzate alla fine portano acqua al mulino di un governo che tradisce e nega ogni istanza di trasformazione alimentando fortemente il fronte opposto, in una spirale senza fine. In altre parole il centrosinistra è morto per il semplice motivo che non serve nemmeno più per battere elettoralmente la destra. Il bipolarismo uccide il conflitto, lo emargina e, quando va bene, lo usa strumentalmente nella contesa con l’avversario. Oggi proporsi di trasformare la realtà è essere antagonisti al sistema politico-elettorale. Per altro, sia detto per inciso, l’affermazione della lista IDV è parte dell’apparente, ma solo apparente, avversità della stessa al sistema politico-istituzionale. Ed è criminale, per i comunisti e per la sinistra, non cogliere la ribellione morale di una parte sana del paese contro le clientele, il malaffare, la separazione del potere politico dalla società.
E aggiungo che dire che il problema è dichiararsi contro il PD e proporre come soluzione taumaturgica la collocazione di opposizione dentro le istituzioni è, senza insediamento sociale, tanto declamatorio quanto subalterno alla politica ufficiale. Parlo di Sinistra Critica e del PCL.
Insomma, il Prc ha motivo di esistere come collettivo se sarà capace di riconvertirsi da partito di opinione che “parla” del conflitto a strumento per la produzione, l’organizzazione e l’unificazione dei conflitti. L’unità comunista ha motivo di essere fatta se serve a questo e non se serva ad un ceto politico per accomodarsi nel centrosinistra o per avere visibilità elettoralistica. L’unità della sinistra ha motivo di essere perseguita a tutto campo se ha come base l’anticapitalismo e l’idea che si può ricostruire la propria forza nella società. Se si pone così la questione credo che il resto venga da se. Si chiarirà la natura truffaldina dell’unità che altri vogliono costruire. Si farà un passo sulla strada della rifondazione comunista. Si potrà tornare all’attacco anche con i voti e nelle istituzioni.
Tutto difficile e controcorrente.
Ma c’è un’altra strada?

Ramon Mantovani

Il nostro accordo unitario e le nostre liste.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , on 29 aprile, 2009 by ramon mantovani

 

Vale la pena, prima di entrare nel vivo della campagna elettorale, chiarire alcuni aspetti dell’accordo politico che ha dato vita alla lista anticapitalista e comunista e sviluppare alcune riflessioni circa le liste e la conduzione della campagna elettorale. Ed è bene parlare chiaro senza fare demagogia ed imbrogliare gli elettori.

1) L’accordo, ben testimoniato dal documento programmatico che invito tutte e tutti e leggere attentamente su www.unaltraeuropa.it , è una proposta politica per l’Europa. Non è un cartello elettorale. Non è, cioè, fondato sulla necessità di sommare i voti di forze diverse con idee e programmi diversi e perfino contrapposti al solo scopo di superare il quorum. Su Maastricht, sulla NATO, sui progetti di costituzione europea, sulla critica delle politiche finanziarie e monetarie dell’UE, sulle proposte anticapitaliste per un’uscita a sinistra dalla crisi e sull’appartenenza allo stesso campo di partiti del gruppo della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica il documento è nettissimo. Lo è perché l’accordo è reale. Posso testimoniare che non abbiamo dovuto trovare nessuna formula ambigua per conciliare posizioni diverse su questi temi.

Davvero non vorrei si sottovalutasse questo dato o dandolo per scontato, perché scontato non era, o considerandolo un dettaglio secondario. Al Parlamento Europeo le elette e gli eletti della nostra lista dovranno votare e confrontarsi su questi temi e non su altri. La coesione politica raggiunta è un motore importante per l’unità ed è un vero contributo sia al GUE/NGL sia al Partito della Sinistra Europea.

La lista, però, non è una unità organica fra le forze che vi partecipano. Non è un’unificazione. Sulla politica interna, sulla concezione del comunismo e della sinistra, sulla stessa idea di cosa debba essere una forza politica comunista oggi, permangono significative differenze fra le forze e all’interno delle stesse. Negarlo, oltre che inefficace sarebbe un grave errore politico. La questione del rapporto col centrosinistra sia a livello nazionale sia a livello locale, quella del rapporto con le istituzioni e con i movimenti e così via, sono questioni aperte. Proclamare l’unificazione per scoprire divisioni pochi mesi dopo le elezioni non sarebbe un buon servizio alla causa dell’unità, bensì il contrario. Che piaccia o non piaccia questa è la realtà e con la realtà bisogna sempre fare i conti.

Il preambolo del documento, però, dice “Le forze che danno vita alla lista si impegnano a continuare il coordinamento della loro iniziativa politica anche dopo le elezioni europee”.

E’ l’impegno a considerare la lista come un primo passo unitario e a coordinarsi nell’iniziativa politica in Italia anche dopo le elezioni. Farlo è necessario perché nessuno pensa che le differenze e le divisioni debbano esserci in eterno. Ma farlo senza improvvisazioni ed inutili competizioni egemonistiche è imprescindibile per farlo davvero bene. Con pazienza, calma e soprattutto sulla base di esperienze di lotta unitarie e di discussioni serie ed approfondite.

Per altro con Sinistra Critica e con il Partito Comunista dei Lavoratori, come con tante compagne e compagni esterni alla lista, sarà necessario ri-costruire un rapporto politico che, nel rispetto delle posizioni di tutti, inverta la tendenza alla frammentazione. Ma questo è un lavoro del dopo elezioni.

La campagna elettorale deve essere condotta sui problemi sociali prodotti dalla crisi, in sintonia con le lotte. Deve mettere al centro le proposte marcatamente anticapitaliste e la nostra idea dell’Europa. E deve, infine, chiarire le reali e forti differenze con il Partito Democratico e con Sinistra e Libertà e tutte le altre liste.

Sarebbe catastrofico che la campagna elettorale si incentrasse sui diversi progetti politici del prc o del pdci o su altri ancora. Queste cose interessano, forse, qualche migliaio di militanti ed attivisti ma non milioni di elettori.

2) Le liste sono ora note ed ognuno le può giudicare. Non sono liste di ceto politico e non ci sono specchietti per le allodole. Le persone che le compongono, iscritte ai partiti o meno, non rappresentano solo se stesse. Sono espressioni reali di realtà di lotta, di movimenti e di impegno in battaglie culturali coerenti con la natura dell’accordo e con le proposte politiche formulate nel documento.

Non è un mistero per nessuno che Rifondazione avrebbe preferito liste più contrassegnate dalle esperienze di lotta e senza i segretari di partito e che il pdci, invece, avrebbe preferito l’indicazione di un primo passo verso l’unificazione dei comunisti e, conseguentemente, la presenza dei segretari anche in tutte le teste di lista. E’ stato uno scoglio difficile da superare rispettando le reciproche posizioni. Ma credo sia stato superato sulla base di una mediazione che tutti possono capire leggendo le teste di lista e le liste.

Vorrei testimoniare che al tavolo delle trattative non ci sono stati veri momenti di tensione e spaccatura e che tutti hanno cercato di farsi carico dei problemi posti dagli altri.

Alcuni problemi sono stati assunti da tutti unitariamente. Per esempio il 50 % dei non iscritti ai partiti e la rappresentanza di genere, oltre all’offerta di candidature di partito legate ad esperienze di lotta e capaci di raccogliere consensi.

Ovviamente si sarebbe potuto fare meglio. Questo vale sempre. Ma posso testimoniare che diverse persone di alto valore simbolico ed espressione di lotte pur non avendo accettato, per svariati motivi, di candidarsi non hanno manifestato dissenso verso la lista ed i suoi obiettivi e, al contrario, la voteranno e sosterranno in campagna elettorale. Qualche problema, invece, c’è stato con alcune, pochissime, persone che avevano posto rigide condizioni circa un’impossibile garanzia di elezione e circa una precisa postazione nella lista. Problemi fisiologici, direi, dati i tempi che corrono e l’esasperata personalizzazione della politica. Ma si tratta davvero di casi isolatissimi.

3) C’è, infine, la questione delle preferenze. Personalmente penso da sempre che il sistema delle preferenze sia quanto di peggio possa esistere. Per molti motivi. Producono campagne personalizzate fino all’inverosimile e competizione all’interno della lista più che con gli avversari. Sono una falsa scelta perché normalmente premiano chi ha più soldi ed è più conosciuto a scapito della qualità e competenza degli eletti. Producono un controllo dei voti capillare da parte di cosche mafiose e clientelari fino a rendere il voto non più segreto. E potrei continuare.

Ma ci sono. E bisogna farci i conti.

E’ evidente che la nostra lista eleggerà, superando il 4 %, 3 4 o, bene che vada, 5 parlamentari. I candidati sono 72.

Chiunque capisce, sempre che sia dotato del minimo buon senso, che è non solo legittimo ma anche giusto e sacrosanto che il PRC, ma vale anche per il pdci e socialismo 2000, aspiri ad avere eletti.

Per questo, in modo del tutto trasparente perché è visibile nella lista, è stato raggiunto un accordo su pochissime doppie candidature, e la direzione del PRC ha votato un’indicazione su alcune candidature sulle quali concentrare le preferenze.

Sono indicazioni, null’altro che indicazioni. La libertà degli elettori è fuori discussione. E nessuno si straccerà le vesti se qualcuno di non indicato avrà le preferenze per essere eletto.

Sarebbe, invece, sbagliato lasciare le cose al caso e scoprire il giorno delle elezioni che, solo per fare un esempio astratto, il prc o il pdci non hanno nessun eletto perché hanno diviso equamente le preferenze fra tutti i propri candidati.

Spero che la competizione, perché con le preferenze la competizione è inevitabile, non prenda il sopravvento a scapito dell’unità raggiunta e dell’incisività della lista nella vera competizione con gli altri partiti e liste.

La battaglia che facciamo è per la sopravvivenza in Europa e in Italia di una rappresentanza parlamentare anticapitalista e comunista. E soprattutto per far vivere nel futuro i nostri ideali e la nostra idea di un altro mondo.

Non dimentichiamolo.

Buona campagna elettorale a tutte e tutti.

 

ramon mantovani

Elezioni europee: una proposta per unire, per raccogliere consensi, ma senza imbrogliare.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , on 13 febbraio, 2009 by ramon mantovani

La direzione del Partito della Rifondazione Comunista ha licenziato un documento importante, frutto di una lunga ed elaborata discussione, sulle prossime elezioni europee.

Prima di ogni altra cosa mi preme sottolineare che si tratta di una proposta articolata, chiara, che è stata discussa dentro la direzione del partito senza essere anticipata sui mass media. Questo metodo, che ovviamente vale per proposte importanti come questa e non per le semplici ed ordinarie prese di posizione in linea con scelte già compiute, ha il vantaggio di permettere ad ogni compagna e compagno di partecipare alla formazione delle decisioni senza essere costretto/a, nei fatti, ad appoggiare o respingere quanto annunciato dal segretario in televisione. Bisogna sapere che ha anche lo svantaggio di essere poco visibile sui mass media che amano solo le “anticipazioni” e le semplificazioni. Ma è un prezzo che bisogna pagare per rispettare la democrazia e soprattutto per avere decisioni realmente condivise.

Il documento politico (visibile sia su Liberazione del 12 febbraio sia sul sito del PRC) è esplicito, non aggira problemi, ed è fortissimamente unitario.

Ovviamente c’è da attendersi che i mass media, nelle prossime settimane, tentino di ridurre di nuovo la discussione a beghe e manovre fra leader e sigle varie. Come c’è da attendersi che ne vengano fornite più o meno malevole diverse interpretazioni. Non bisogna spaventarsi e lasciarsi sviare nella discussione.

Mi interessa, in questa sede, dire la mia opinione su alcuni punti salienti del documento e della discussione sulla scadenza elettorale europea del prossimo giugno.

1) la proposta di una lista unitaria è congegnale al superamento dello sbarramento? E’ l’adunata, la sommatoria, il cartello di sigle sulla base del terrore di non riuscire a superare lo sbarramento? La mia risposta è no! Non solo perché c’è l’ambizione a superare agevolmente lo sbarramento. Soprattutto perché è una proposta che tenta di unire sulla base di una politica e di precise discriminanti. Sia nell’analisi della situazione e dei prevedibili sviluppi della crisi capitalistica sia nei confini indicati è offerta alla discussione delle forze politiche, delle realtà di movimento e dei singoli militanti la ricerca di una reale convergenza politica e programmatica. Senza un confronto serio su questo ordine di problemi ci sarebbe solo la discussione sul contenitore e si farebbe una campagna elettorale confusa e contraddittoria. Per avere la capacità di raccogliere tanti voti bisogna che la lista abbia un’anima, che trasmetta la sensazione che chi vi partecipa lo fa per una battaglia condivisa veramente, che ci sia il massimo di chiarezza. Quindi, anche se in tempi rapidi, è necessario che alcuni punti, fino ad ora controversi, siano sviscerati ed affrontati con spirito unitario ma senza nasconderli o, peggio ancora, trattarli superficialmente. Perché elettori e militanti non sopporterebbero l’ennesimo imbroglio. Non tollererebbero che all’indomani delle elezioni la esibita unità si rivelasse falsa alla prima votazione problematica nel parlamento europeo. Ed anche perché superare realmente importanti divergenze può essere alla base di un processo unitario di più lungo respiro mentre far finta che le divergenze non esistono sarebbe certamente un ostacolo insormontabile, il giorno dopo il voto, per una unità strategica.

Vorrei far notare che tutto ciò è esattamente il contrario della ventilata lista di sinistra di cui discutono Sinistra Democratica, Movimento per la Sinistra e Verdi. Che in alcune versioni sarebbe anche composta da Radicali e Partito socialista. E che, comunque, avrebbe come confine una scelta ideologica precisa: quella anticomunista. Oltre a dividersi, nel caso di elezione di parlamentari, in tre, o forse quattro, diversi gruppi parlamentari.

L’aver parlato chiaro e proposto il proprio punto di vista non è intento egemonico. E’ bene che altri punti di vista e proposte siano avanzate nella chiarezza, senza diplomatismi ed infingimenti. Se ne discuta fraternamente sulla base della pari dignità. Ci sono tutte le condizioni per costruire, come ho già detto, una reale convergenza. Non bisogna avere paura di questa sfida.

2) Rifondazione Comunista ha un progetto politico. Oserei dire che il binomio rifondazione comunista è un progetto politico. Un progetto che si alimenta di un’analisi del capitalismo contemporaneo, della scelta di una precisa collocazione nel movimento mondiale contro la globalizzazione e del profilo politico di un partito che si è autocriticato pesantemente per l’esperienza dell’ultimo governo Prodi e che ha scelto di rimettere il baricentro della stessa attività di partito nella ricostruzione dei legami sociali, della solidarietà degli oppressi, per uscire dalla crisi dal basso e a sinistra.

Questo progetto non può e non deve in nessun modo essere pregiudicato da scelte elettorali confuse o, peggio ancora, volte a realizzare altri progetti.

Il campo delle forze a cui noi rivolgiamo questa proposta è chiaramente indicato. Si tratta di forze politiche come il Pdci, Sinistra Critica, il PCL e di realtà organizzate in associazioni interne ai percorsi del movimento no global e di persone legate alle lotte e ai movimenti locali e globali di tutti questi anni. L’invito è a discutere insieme. Non c’è l’idea che i partiti trovano la loro quadra e poi inseriscono qualche personaggio non iscritto affinché svolga la classica ed inutile funzione di fiore all’occhiello.

Non si deve ignorare che ci sono altri progetti politici nel campo delle forze sopraindicato. Bisogna solo verificare quanto siano diversi e se la loro convivenza e reciproco rispetto in una lista comune sia effettivamente possibile.

In altre parole, per fare un esempio chiaro, esiste anche il progetto dell’unità comunista avanzato dal PdCI o quello della costituente di un nuovo partito anticapitalista avanzato da Sinistra Critica.

Io penso che siano progetti rispettabili e che abbiano una logica.

Credo che possano tranquillamente convivere nella lista che proponiamo e credo che la costruzione di un programma comune alle elezioni europee favorisca un confronto fecondo tra i diversi progetti.

Penso, invece, che dire che la lista si fa per costruire un unico partito comunista o che si fa escludendo la partecipazione a tutti i governi locali sia il modo migliore per arrivare a nuove e definitive divisioni. Detto per inciso sarebbe anche un regalo per la costituente lista della sinistra light.

Per essere chiaro fino in fondo io non solo non escludo ma auspico che non ci sia più una pletora di partiti che si richiamano al comunismo. Così come mi pare che, per essere esplicito anche sul versante di Rifondazione, ci siano giunte dalle quali bisognerebbe essere già usciti, come quelle della Campania e della Calabria, ed altre nelle quali non bisognerebbe entrare, come quella di Bologna prossima ventura.

Ma non è sul terreno delle elezioni europee che si può avanzare su queste questioni.

Le divergenze ci sono e sono dovute a progetti strategici e perfino a concezioni di partito antitetiche fra loro. Dire, come ripete sempre Diliberto, che il governo Prodi è caduto a causa della nascita del PD, che la sconfitta elettorale è colpa dell’autosufficienza di Veltroni e che se si sostituisse quest’ultimo con un altro leader si potrebbe rifare subito il centrosinistra è coerente con il progetto del PdCI ma è lontanissimo dal nostro e da quello di Sinistra Critica.

Proclamare ai quattro venti l’unità comunista e scoprire la divisione sul rapporto col PD dopo pochi mesi sarebbe catastrofico.

Non si può chiedere al PdCI, a Sinistra Critica o ad altri di rinunciare al proprio progetto ma non si può e non si deve chiedere a Rifondazione Comunista di rinunciare al suo.

Il PdCI pensa che ci voglia un unico partito comunista? Bene. Sinistra Critica pensa che si debba uscire da tutte le giunte e che vada costruito un nuovo partito anticapitalista con certe caratteristiche? Bene. Ma intanto si faccia la lista unitaria giacché ci sono tutte le condizioni programmatiche per farlo, si stia insieme nelle lotte, si conducano campagne insieme, ci si coordini. Ma, nel contempo, si discuta delle divergenze politiche e di quelle culturali. Con calma, con pazienza, seriamente ed approfonditamente.

Perché precipitare tutto alle elezioni? Perché la lista unitaria dovrebbe essere preclusiva dei progetti del PRC, del PdCI e di Sinistra Critica se tutti gli eletti andranno nello stesso gruppo parlamentare e se saranno vincolati su un programma ampiamente condiviso? E soprattutto perché alienarsi l’adesione ad una lista di tante associazioni, centri sociali, sindacalisti e così via collegando alla lista un progetto politico escludente?

3) Il simbolo. E’ l’ultima delle cose. Noi chiediamo che si parta, e non che si arrivi, nella discussione dal simbolo di Rifondazione Comunista. Sia perché è stato comune a molti sia perché è sempre stato il più votato e conosciuto. Perfino da un punto di vista strettamente elettorale sarebbe un grave errore inventare un simbolo nuovo che, anche contenendo la falce e martello, risulterebbe estraneo nella percezione di milioni di elettori. Quando si dice “a partire” si dice che si può integrare, modificare e rendere riconoscibile per tutti. Non basta? Discutiamone, ma non se ne faccia una questione di vita o di morte. Non lo capirebbe nessuno.

ramon mantovani

La vita di Rifondazione Comunista è in pericolo.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 21 dicembre, 2008 by ramon mantovani

Ci sono diversi fattori che potrebbero mettere in crisi definitivamente il progetto politico della rifondazione comunista e, conseguentemente, la presenza in Italia di un’originale partito comunista.

Elenchiamoli.

Innanzitutto due diversi, e contrapposti fra loro, progetti politici. La costituente della sinistra e l’unità dei comunisti.

Dall’esterno e dall’interno del PRC si vorrebbe, contro l’esito democratico del congresso del nostro partito, che si realizzassero nei fatti i due progetti che hanno come comune presupposto la dissoluzione di Rifondazione Comunista come prospettiva strategica ed anche come forza politica organizzata.

Ovviamente, al di la di assemblee e convegni, di primarie di programma e di articoli di stampa, il vero terreno sul quale uccidere il PRC è, guarda caso, quello elettorale.

Per i mass media, per la corrente “Rifondazione per la Sinistra” e forse, come si vedrà meglio in futuro, anche per il PdCI, noi dovremmo nei prossimi sei mesi discutere di come ci presenteremo alle europee e nelle centinaia di province e comuni. Perché, al di la di analisi sulla crisi del capitalismo e sui suoi effetti sociali, al di la della crisi della politica e della sua separatezza dalla società e subalternità ai poteri forti (per tanti tutta roba buona per fare demagogia ma non per fondare progetti politici), quello che conta sono le elezioni e i leader più o meno nuovi che emergeranno.

Sulle elezioni si misura il grado di spregiudicatezza che contraddistingue i progetti “unitari” che sono in realtà solo forieri di divisioni insanabili nella sinistra allo scopo di eliminare l’anomalia di rifondazione comunista e per realizzare il nuovo partito di sinistra e l’unificazione di quel che resterebbe del comunismo italiano in un partito tradizionale.

Una prova l’abbiamo già avuta nell’ultimo Comitato Politico Nazionale del PRC quando le due anime visibili (ma forse sono tre o quattro) della corrente della mozione 2, quella dialogante e quella intransigente, hanno proposto, nascondendosi dietro il concetto di autonomia dei circoli e delle federazioni, che alle prossime elezioni amministrative non abbia nessuna rilevanza la decisione, presa dal CPN, di presentare le liste del PRC in tutti i comuni sopra i 15mila abitanti. Se passasse una simile impostazione il risultato sarebbe il pullulare di liste di sinistra e di liste comuniste (a seconda di chi ha vinto il congresso sul territorio). E questa sarebbe poi la base per produrre e giustificare, giacché è nelle prossime settimane che si discuterà sui territori delle elezioni amministrative, un’offensiva per le europee capace di spaccare rifondazione comunista in favore delle due opposte liste, quella di sinistra e quella comunista, che nascerebbero inevitabilmente da un simile processo.

Bisogna sapere che non sarà facile contrastare queste operazioni, sia perché saranno sostenute dai mass media, per i quali la politica si riduce a manovre elettorali e di leader, sia perché fanno leva sul riflesso condizionato di molti militanti che non hanno capito che non sono le elezioni il terreno sul quale si gioca la presenza e l’efficacia di una forza comunista e anticapitalista nel futuro.

Ma credo, e spero di non sbagliarmi, che nonostante tutto il PRC resisterà ai progetti che vogliono dividerlo.

A patto, ed ecco il vero problema, che cresca la consapevolezza della difficoltà del momento e della necessità di ridislocare l’azione e la discussione dal terreno istituzionale e della politica ufficiale a quello della società e della lotta.

Penso che, per quanto insidiose, non siano le eventuali scissioni o le infinite discussioni sulle elezioni europee, a costituire il pericolo principale per la sopravvivenza del progetto strategico della rifondazione comunista.

Secondo la mia modesta opinione il problema risiede nella realizzazione o meno del Partito Sociale.

Se il centro della discussione nei circoli continuerà ad essere l’istituzione di riferimento, se la svolta a sinistra e di pratica sociale sarà solo evocata a parole ma non praticata nei fatti, se si percorrerà la scorciatoia delle elezioni nella speranza, assolutamente illusoria, che sia la strada per risalire la china, allora andremo incontro ad un fallimento.

Mi sono convinto che ci vorranno anni ed anni di durissimo e silenziosissimo lavoro di ricostruzione di legami sociali, di spazi pubblici, di lotte concrete e di seria discussione teorica e strategica, per risalire la china.

Se c’è qualcosa di immensamente vecchio e conservatore nel partito e nella sinistra è l’idea che le elezioni siano il vero ed unico metro per giudicare la bontà e soprattutto l’utilità di un progetto politico. Come se la ristrutturazione capitalistica, le riforme elettorali ed istituzionali, le privatizzazioni dei beni e servizi pubblici, i vincoli economici dei bilanci pubblici, non avessero cambiato nulla. Come se il bipolarismo, il presidenzialismo dei sindaci e dei “governatori”, i partiti ridotti a comitati elettorali, il leaderismo e i mass media pettegoli e superficiali, non avessero agito sul senso comune relativo alla politica di decine di milioni di persone.

Il sistema politico è separato e contrapposto alla società. La società è disgregata, gli individui e perfino i soggetti sociali dotati di una qualche coesione interna vivono solitudine ed isolamento, ogni lotta vive “la politica”, anche quando sente la necessità di interloquire con essa, come altro da se e come una sfera della quale diffidare. La cultura dominante, nonostante la sua evidente crisi, non ha alternative che non siano declamatorie e testimoniali per il semplice motivo che non hanno radici ed organizzazione sociale solida sulle quali poggiare.

Questa è la realtà. Una durissima realtà.

La “grande sinistra”, i “cartelli elettorali”, l’unità dei comunisti in un partito elettoralista ed istituzionalista, sono solo fughe dalla realtà. Sono l’anticamera di sconfitte, anche elettorali, ancora più gravi di quelle subite.

Sempre che si voglia far vivere un progetto ed una forza politica capace di trasformare la realtà.

Sempre che si sia comunisti sul serio.

Sempre che si sia moralmente diversi.

Sempre che….

ramon mantovani