Archivio per centrosinistra

Serve a qualcosa votare Potere al Popolo?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 26 febbraio, 2018 by ramon mantovani

È utile il voto il 4 marzo?

Nel sistema politico istituzionale italiano verrebbe da dire di no.

Il motivo principale per dire di no è (e non è un paradosso) il sistema elettorale fondato proprio sul cosiddetto “voto utile”.

In questo sistema è effettivamente utile votare se si considera, si crede o si spera, che il voto serva a scegliere il governo fra opzioni apparentemente diverse ma sostanzialmente identiche su alcune questioni fondamentali: il primato del mercato su tutto, un’idea della società fondata sull’individualismo e sulla competizione, la politica estera e, infine, una concezione della politica ultrapersonalizzata, spettacolare e litigiosa.

Ogni problema sociale reale è evocato nella continua rissa consumata nei media, nei talk show televisivi come sui social network, in modo strumentale e demagogico senza mai proporre realisticamente programmi e alleanze sociali e politiche per rimuoverne le vere cause e per trasformare la realtà.

Ai cittadini, ridotti a consumatori passivi, non resta che essere tifosi di questo o quel leader. Che il leader scelto vinca o perda non cambierà una virgola la loro condizione sociale, di lavoro e di vita.

Persino i più informati, ma sarebbe più giusto dire i più disinformati, che non esprimono il voto per mero tifo bensì sulla base di calcoli e previsioni dedotte da sondaggi e da continue illazioni sulle reali intenzioni dei leader, sono indotti a scegliere il meno peggio, a votare per far perdere un leader piuttosto che farne vincere uno proprio che non hanno, o a “sperare” irrazionalmente che qualche promessa elettorale abbia un seguito.

Dall’Italia della Repubblica Parlamentare, con il sistema elettorale proporzionale, con il quale votava il 90 % degli elettori e con 7 o 8 partiti in parlamento, nella quale una rivendicazione sociale o civile poteva essere conquistata da partiti collocati all’opposizione a dispetto del partito egemone nel governo, siamo passati all’Italia del primato del governo sul parlamento, con decine di partiti e partitini dediti al trasformismo più osceno, con una partecipazione al voto costantemente in calo e che in regionali e amministrative ormai è di poco più della metà degli aventi diritto al voto.

La combinazione delle leggi elettorali degli ultimi 25 anni e la trasformazione del dibattito pubblico ed elettorale in uno spettacolo osceno, confuso, rissoso e soprattutto demagogico e superficiale, ha pressoché cancellato la possibilità di votare sulla base di interessi di classe e sociali rappresentanze dotate del potere effettivo di trasferire nelle istituzioni il conflitto in modo efficace ed anche vincente.

Tutto ciò è avvenuto sulla base di una sconfitta sociale, politica e culturale, delle classi subalterne che si è prodotta negli ultimi 35 anni e che ha ridisegnato istituzioni e poteri sulla base degli interessi dei vincitori.

Oggi è impossibile sperare di controvertere questa situazione con il voto in una tornata elettorale.

Quindi, per chi si proponga di conquistare obiettivi di lotta trasformatori della realtà, interrogarsi sulla reale utilità del voto è legittimo.

Ma, per quanto legittima, questa domanda necessita di una risposta articolata e complessa. Non di una ulteriore semplificazione.

Il non voto banalmente non risolve nessuno dei problemi. E non funziona nemmeno come protesta giacché il sistema attuale cerca esattamente la non partecipazione al voto proprio dei settori sociali e politicamente coscienti della vera natura dei problemi che affliggono il paese.

In molti paesi indebitamente considerati democratici, come gli Stati Uniti d’America, tutto questo è più che evidente.

Che fare, dunque?

Secondo il mio modestissimo parere bisogna, per prima cosa, avere coscienza della realtà e dismettere illusioni, suggestioni e speranze infondate.

Senza questa coscienza è inevitabile essere risucchiati dalla logica del sistema, deludendo le aspettative infondate e ignorando le pur possibili cose positive che si possono fare realisticamente.

In altre parole più esplicite, se si pensa che quel che conta è avere una lista che dice di essere di sinistra, come Liberi e Uguali, che possa aspirare a un risultato utile a battere la “deriva” di Renzi e a condizionare effettivamente un eventuale governo di centrosinistra la delusione che ne deriverà sarà totale. Ovviamente delusione per gli elettori sinceramente di sinistra e non per gli aspiranti a un seggio. Del resto il PD di Bersani e la SEL di Vendola alle scorse elezioni presentarono una “Carta degli intenti” che tradiva lo stesso referendum sulla pubblicità della gestione dell’acqua, che santificava ogni trattato europeo, che prevedeva un’alleanza con Monti e così via. Carta degli intenti scritta con linguaggio ermetico ed imbroglione proprio per ingannare consapevolmente gli elettori.

Da dieci anni il Partito della Rifondazione Comunista insiste, in gran parte inascoltato, sulla necessità di mettere al centro le lotte, le esperienze di mutualismo e di resistenza, le analisi crude sullo stato dei rapporti di forza reali in Italia e in Europa, per produrre l’unità sufficiente a portare contenuti antiliberisti dentro le istituzioni senza coltivare l’illusione di poterli realizzare in alleanza col centrosinistra. E con la consapevolezza che solo ed esclusivamente il conflitto sociale, l’unità dei movimenti di lotta e una battaglia culturale seria e approfondita possono rendere utile una rappresentanza parlamentare nel lavoro di costruzione di un fronte sociale e politico, che in tempi medio lunghi possa proporsi obiettivi più avanzati.

I tentativi fatti fino ad ora in questa direzione sono sostanzialmente falliti. Io credo, e ne sono convinto profondamente, soprattutto per la mancanza della consapevolezza della natura del sistema oggettivamente impermeabile al conflitto sociale e per la perniciosa illusione, di alcune forze come SEL ma anche di moltissimi militanti dei movimenti di lotta, che esista una scorciatoia elettorale in grado di controvertere i rapporti di forza sociali e l’egemonia del pensiero unico liberista.

Il fallimento del Brancaccio è solo l’ultimo episodio.

Ma si può dire sinceramente e senza tema di smentita che la lista “Potere al Popolo” non è la semplice risulta ristretta dei fallimenti precedenti.

Si è condensata sufficientemente in questa lista la consapevolezza necessaria ad affrontare la battaglia senza illusioni e senza vendere fumo ai potenziali elettori.

Raccoglie programmaticamente i contenuti dei movimenti di lotta sindacali, sociali, civili e culturali più avanzati. È un primo passo significativo per costruire una unità dei tanti conflitti e movimenti che attualmente sono dispersi, isolati e a volte condannati all’autoreferenzialità proprio dalla mancanza di una mera rappresentanza politica.

Funziona democraticamente e può trasformarsi in una forza politica stabile, plurale per composizione politica e sociale, che dia protagonismo ai tanti e tante militanti di sinistra dispersi e delusi come a quelli organizzati sulla base del principio una testa un voto, e con misure utili ad impedire la formazione di ceti politici separati.

Il superamento dello sbarramento è un obiettivo arduo e molto difficile. Ma la mobilitazione e la coesione dimostrata nella raccolta delle firme oltre alla chiarezza politica, senza stupidi estremismi parolai e iperboli politiciste, dell’immagine costruita in campagna elettorale (anche grazie all’ottimo lavoro svolto dalla portavoce Viola Carofalo) la rendono non impossibile.

In ogni caso, qualsiasi sia il risultato elettorale, sono state poste le basi per una possibile inversione di tendenza. Per una prospettiva di lungo periodo.

Il voto a Potere al Popolo è un voto antisistema nel senso pieno del termine.

È un voto di coerenza e fedeltà a contenuti e movimenti di lotta che esistono e possono aspirare ad essere egemoni.

È un voto che esprime un moto liberatorio che dice basta!

La sua è un’utilità limitata.

Ma è un’utilità vera.

ramon mantovani

«Invece di fare il totosegretario uniamo la sinistra vera di questo Paese»

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 9 ottobre, 2013 by ramon mantovani

Già parlamentare e membro della direzione nazionale, Ramon Mantovani contesta chi crede che solo un rinnovamento del gruppo dirigente possa portare il partito fuori dalla crisi

Ramon Mantovani è uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista. Membro della direzione nazionale e più volte eletto deputato. Anche a lui abbiamo chiesto di esprimersi sui temi salienti che il congresso dovrà affrontare.

Ramon, cominciamo dalla querelle “dimissioni e congresso subito”. In diversi si erano espressi appunto per un rinnovamento, sia pure provvisorio, del gruppo dirigente, e per la realizzazione di un congresso straordinario da effettuarsi poco dopo la sconfitta elettorale. Come arriviamo a dicembre su questo tema e qual è la tua opinione su un punto che ha diviso il partito?
Se avessimo fatto un congresso subito, con le dimissioni irrevocabili della segreteria, avremmo avuto un congresso di scontro al solo scopo di scegliere un nuovo gruppo dirigente. E questa sarebbe stata la fine del nostro partito. Io mi sono vivacemente opposto all’idea che la situazione grave della sinistra antagonista italiana e di Rifondazione si possa risolvere attraverso il cambio di poche persone. E’ stato invece giusto fare una discussione lunga e affrontarla in termini approfonditi. Io non ho nulla in contrario ad un profondissimo rinnovamento del gruppo dirigente. Chiaro? Ma non si possono fare discussioni che alludono a scelte di linea politica parlando di persone e di gruppi dirigenti. Fare così trasformerebbe il Prc in un partito identico agli altri, basti vedere la vicenda di Renzi e del Pd. Prima si parla della politica e poi si scelgono le persone che la possono portare avanti.

A proposito della politica, leggendo Ferrero e Grassi mi sembra che sui grandi scenari non ci siano grosse differenze. C’è qui da noi una grave crisi della sinistra d’alternativa che non registriamo nel resto d’Europa, dove le cose anzi vanno abbastanza bene. Noi siamo invece in un “cul de sac”, perché da un lato non abbiamo un aiuto dalla sinistra più moderata, come invece è successo in Francia e in Germania, anzi, c’è Sel che si sposta sempre più a destra; dall’altro siamo frammentati e incapaci, almeno per il momento di arrivare a delle conclusioni. Poi ci sono le aspettative riposte in Landini e Rodotà, ma anche qui regna l’incertezza. Qual è la tua analisi a riguardo?
E’ giusto il paragone tra la crisi della sinistra antagonista italiana e, diciamo così, se non i successi il buon stato di salute delle forze omologhe a noi negli altri paesi europei. Come dicevo si tratta di un confronto giusto. Ma se non si paragonano anche i sistemi politici, i sistemi elettorali e quelli istituzionali allora si incorre in un grave errore. E cioè di pensare che sia solo l’inadeguatezza delle persone che dirigono la sinistra in Italia la causa dei suoi insuccessi. E invece le cose non stanno così. Per il banale motivo che in nessun altro paese dove la sinistra d’alternativa ha successo, per esempio Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Germania, c’è il sistema del bipolarismo italiano. Nel quale chiunque si proponga di portare avanti i nostri contenuti, o è condannato all’impotenza fuori dal governo o è condannato all’impotenza dentro il governo. Ed è esattamente questo che ha distrutto la nostra esperienza politica sia quando siamo stati dentro i governi, siamo quando ne siamo stati fuori. Perché sempre ci sono state ad ogni occasione, le scissioni. Esattamente secondo il copione che il bipolarismo italiano prevede. L’Italia si è americanizzata molto più di qualsiasi altro paese europeo. A nessuno viene in mente di dire che è colpa del gruppo dirigente del Partito comunista degli Stati Uniti d’America se non è in Parlamento. Perché c’è un sistema elettorale che non è democratico, e che esclude a priori chiunque proponga certi contenuti. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Negli ultimi anni abbiamo provato in tutti i modi a unire la sinistra di alternativa. Ma bisogna guardare in faccia la realtà e spiegare seriamente i fallimenti e le sconfitte, senza demagogia. Se si pensa che sia colpa del segretario del partito e del gruppo dirigente perché, affetti da settarismo e da chissà quali altri difetti, perché non sono stati capaci di dialogare con Sel e con altri, allora la soluzione è semplice. Basta trovare un nuovo “leader” capace di convincere Sel a rompere con il Pd e a non entrare nel partito socialista europeo. Se, invece, i fallimenti si spiegano politicamente prendendo atto che il PdCI ha spaccato la Federazione della Sinistra per tentare di entrare nel centrosinistra, che Rivoluzione Civile si è dovuta improvvisare in pochi giorni esattamente con quelli che sono stati rifiutati dal centrosinistra e che poi hanno fatto tutta la campagna elettorale lagnandosi di questo e parlando solo di legalità, allora la soluzione non può che essere quella di unire la sinistra sui contenuti, in alternativa al centrosinistra perché su quei contenuti è incompatibile, e con il chiaro riferimento alla Sinistra Europea e al Gue. Ovviamente il Prc non può essere così presuntuoso da pensare che proclamare l’obiettivo sia sufficiente. C’è il problema dei gruppi dirigenti dei partiti e delle stesse associazioni, della loro e nostra inadeguatezza, delle divisioni del passato che pesano. Anche a questo problema non c’è che un rimedio. Si costruisca una nuova forza dal basso, con il principio una testa un voto, senza patti né posti né garanzie per nessuno degli attuali gruppi dirigenti. Ma anche questo si può fare se c’è chiarezza politica ed unità d’intenti reale. Altrimenti qualsiasi unità, della sinistra o comunista, che sia di vertice o dal basso, è destinata a saltare alla prima prova elettorale. La manifestazione del 12 apre un percorso di lotta sulla Costituzione e sul lavoro. Bisogna esserci senza riserva alcuna. I promotori hanno detto con chiarezza che non hanno intenzione di fondare una forza politica o una lista. Bisogna prenderne atto. Ma noi pensiamo che questo percorso possa aprire uno spazio politico pubblico dentro il quale può affermarsi l’idea che anche in Italia ci sia chi rappresenti quei contenuti.

Ramon, come ben sai in Italia c’è un problema grosso di rappresentanza dei lavoratori, ormai non rappresentati appunto più da nessun partito, a parte la piccolissima parte che possiamo fare noi, e anche da nessun sindacato a parte la Fiom, vista la deriva della Cgil. Come risolviamo questo problema? E pensi che le iniziative messe in campo da Landini e Rodotà possano essere un punto di partenza?
Sul sindacato dico solo una cosa: che non si occupa dei lavoratori da quando ha firmato la concertazione nel 1993. Si occupa di parlare dei lavoratori, ma non si occupa come dovrebbe fare un sindacato degli interessi di chi dovrebbe rappresentare. Non mi dilungo perché mi pare evidente il perché. C’è un altro punto però, e anche questo fa differenza con gli altri paesi europei e ha a che vedere con il bipolarismo. In Spagna, per esempio, i sindacati, compreso quello di ispirazione socialista, non hanno mai esitato a scioperare contro il governo nazionale dei socialisti. In Italia abbiamo un sindacato, anche la Cgil, che si è dichiarata contro la riforma delle pensioni di Dini quando era ministro del Tesoro di Berlusconi e favorevole alla stessa riforma sempre di Dini quando l’ha fatta con la maggioranza di centro-sinistra. Insomma la Cgil è schiava del quadro politico. E il combinato disposto della filosofia della concertazione e del sistema politico italiano hanno ridotto il nostro sindacato ad una corporazione. La Fiom, per carità, è l’unica organizzazione sindacale di massa che in qualche modo tenta di rimettere al centro la natura conflittuale del sindacato. Anche se con molte oscillazioni è la prima a denunciare l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro, ma non ne trae tutte le conseguenze. Mesi fa, prima delle elezioni, aveva indicato precisi contenuti. Per noi potevano, e possono ancora essere, il programma elettorale della sinistra d’alternativa. Senza confondere il ruolo del sindacato e di una forza politica io penso che moltissimi dei contenuti di lotta della Fiom siano incompatibili con il Pd ed anche col centrosinistra. Basta rileggersi la Carta d’Intenti firmata anche da Sel per rendersene conto. Mi permetto di dire che o se ne rende conto o è destinata ad essere trascinata nella logica compatibilista e subalterna della Cgil.

Torniamo invece al congresso. Abbiamo di fronte un percorso lungo e faticoso per uscire, se riusciremo, da questa situazione di crisi. Nel frattempo come pensi dobbiamo affrontare le inevitabili scadenze elettorali?
La mia posizione è totalmente in accordo con la bozza di documento licenziata dal Cpn. Io penso che alle elezioni europee sarebbe bene si presentasse una lista che però abbia contenuti precisi e che elegga una rappresentanza nell’ambito della Sinistra Europea e del Gue. Non una lista arlecchino i cui deputati eletti possono andare a finire in tre o quattro gruppi diversi. Della proposta più strategica per unire la sinistra alternativa ho già detto. Vorrei solo che il congresso prendesse coscienza, una volta per tutte, che le elezioni oggi sono per noi un terreno nemico e avverso. Da affrontare con coraggio e serietà, ma senza illusioni a buon mercato. Il bipolarismo bastardo italiano è un enorme ostacolo per veicolare nelle istituzioni gli interessi dei lavoratori e una loro rappresentanza. Non vedere l’ostacolo non aiuta a superarlo. Al contrario spinge a sbatterci contro e a farsi male. Ma la crisi è solo all’inizio e tagli, privatizzazioni e stravolgimenti costituzionali daranno purtroppo ragione alle nostre analisi e previsioni. Se ci dedicheremo a discutere di questo, invece che di totosegretari e di liti fra correnti, potremo farcela sia a rilanciare la funzione di un partito comunista degno di questo nome, sia ad unire la sinistra vera di questo paese, sia ad accumulare le forze capaci di superare qualsiasi sbarramento.

Vittorio Bonanni

 

Pubblicato su Liberazione online il 4 ottobre 2013

 

 

Morte ai partiti? (parte terza)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 giugno, 2012 by ramon mantovani

Non smetterò mai di insistere sulla necessità di conoscere, analizzare e capire le mutazioni sociali che stanno alla base della degenerazione della politica e dei partiti. Senza farlo si scambiano gli effetti per le cause. E si pensano e sognano rimedi che invece di risolvere i problemi li aggravano e li estremizzano. Senza riprendere una analisi che ho già fatto in più riprese mi limito qui a fare un esempio.

Quando Berlusconi vinse le elezioni nel 1994 la stragrande maggioranza delle persone di sinistra (sia quelle che lo erano perché non avevano smesso di essere contro il capitalismo sia quelle che credevano di esserlo pur condividendo tutte le menzogne ideologiche sulla fine della lotta di classe, sulle meravigliose sorti della globalizzazione, sulle privatizzazioni e così via) credettero che la colpa fosse delle TV di Mediaset. Secondo tutte queste persone milioni e milioni di elettori avevano bevuto le fandonie e le promesse demagogiche di Berlusconi propalate a mani basse dalle tv di proprietà dello stesso. Si illudevano, e molti si illudono ancora oggi, che bastasse riportare il paese alla “normalità” con una legge sul conflitto di interessi e con una controffensiva sulle tv della RAI, affinché il popolo si accorgesse che Berlusconi era solo una escrescenza, un incidente di percorso.

Vediamo se è vero.

Per più di un decennio il sindacato era passato di sconfitta in sconfitta, le condizioni di vita dei lavoratori dipendenti erano peggiorate, chi lottava lo faceva in modo isolato e nella più completa solitudine, era cresciuta enormemente l’incertezza e l’insicurezza sociale, i partiti erano degenerati ed intenti, come aveva già denunciato Berlinguer, ad occupare ogni spazio al solo fine di coltivare interessi privati a scapito di quelli pubblici, lo stesso PCI aveva abdicato alla propria funzione e si era sciolto per dare vita ad un partito identico agli altri. E ancora, c’erano tutte le avvisaglie di una scomposizione del paese fra zone ricche e zone povere, tipico prodotto della competizione assolutizzata dalla globalizzazione. Nelle zone ricche cresceva l’egoismo sociale, l’odio verso gli immigrati, e un patto corporativo fra lavoratori e imprenditori fondato sull’illusione che separandosi dal resto del paese si potesse meglio competere con le altre zone ricche del mondo e dell’Europa. Nelle zone povere cresceva il clientelismo e un blocco sociale includente la criminalità organizzata, oltre all’individualismo più sfrenato legato alla spartizione delle risorse pubbliche attraverso consorterie e cordate di ogni tipo.

Il famoso “pensiero unico” non era un decalogo, un dogma da imparare a memoria. Era niente altro che l’apparente oggettività della situazione. Del resto la caduta del muro di Berlino aveva convinto quasi tutti, tranne una minoranza abbastanza isolata, che il capitalismo era il migliore dei mondi possibili e che se c’erano problemi questi erano dovuti alla mancata “modernizzazione” del paese. E la “modernizzazione” non poteva che essere la rimozione dei “lacci e lacciuoli” che frenavano la capacità competitiva delle imprese e del paese. E non poteva che essere il passaggio dalla democrazia parlamentare della Costituzione, fondata sui partiti, alla democrazia maggioritaria, fondata sulla funzione del governo e sui leader. I partiti, già degenerati fino all’inverosimile e caduti definitivamente in disgrazia con tangentopoli, avevano già snaturato il sistema democratico, gestendo la cosa pubblica negli interessi delle imprese, delle finanziarie, delle società immobiliari e così via. Dovevano essere sostituiti da partiti di tipo nuovo. Leggeri e cioè privi di una ideologia capace di interpretare la realtà e di partorire un progetto complessivo per la società e per il paese. Possibilmente dotati di nomi e simboli “aideologici” e perfino “apolitici” o abbastanza generici da essere buoni per qualsiasi politica. Da quel momento la botanica, la fauna, il tifo calcistico e i nomi dei leader la faranno da padrone. Contenitori di interessi ed egoismi di ogni tipo, spesso in contraddizione fra loro, ma mediati dal miraggio del governo come unico fine e ragion d’essere del partito. Come ho già detto il grande inganno fu presentare i partiti della prima repubblica come i responsabili delle degenerazioni della società e non come le vittime, magari consapevoli e complici, delle degenerazioni del sistema economico e del modello sociale conseguente. Il maggioritario servì esattamente a coronare un progetto latente da sempre nella borghesia italiana. Eliminare le ragioni del conflitto di classe e sociale dalle istituzioni e trasformare la politica in un affare privato delle sue diverse fazioni, riducendo il popolo a spettatore e tifoso di uno dei suoi leader. Come negli USA.

Tutto questo l’aveva costruito Berlusconi abusando della sua posizione di predominio televisivo? Erano le tv che mandavano in onda certe trasmissioni a cambiare la testa della gente? La percezione che i partiti si occupassero degli affari dei loro amici e delle loro infinite competizioni elettorali, invece che dei problemi del paese era infondata?

Direi proprio di no.

Berlusconi approfittò banalmente della situazione che si era creata ed ebbe l’abilità di interpretarla coerentemente con il senso comune diffuso. Ovviamente le sue tv furono decisive, e lo poterono essere grazie ad una effettiva anomalia italiana creata a suon di corruzione con il sistema del duopolio televisivo e con la riduzione del servizio pubblico a competitore del privato sul suo terreno. Ma era una anomalia ben precedente a tangentopoli. Fondata sull’ormai inarrestabile primazia dell’impresa e soprattutto dei settori speculativi del capitale, che a questo scopo avevano corrotto pesantemente i partiti.

Una cosa è proporsi di cambiare il modo di pensare della gente ed un’altra è dire alla gente quel che vuole sentirsi dire.

Senza scomodare Gramsci e la sua analisi sulla formazione dello stato italiano, nel paese dei furbi, dei raccomandati e degli evasori, nel paese della cultura mafiosa, della borghesia eversiva mischiata con l’antistatalismo di stampo cattolico, nel paese dell’ipocrisia fatta legge, la sconfitta della battaglia del movimento operaio, per rifondare lo stato su basi diverse, persa con la controffensiva capitalistica degli anni 70 e seguenti, non poteva avere che esiti disastrosi.

Nell’Italia degli anni 80 e 90, del “facciamo soldi con i soldi” e del “gli operai sono in via di estinzione”, del “privato è sempre meglio del pubblico”, dei “sacrifici” imposti sempre agli stessi con l’applauso degli ex comunisti e dei sindacati, del “padroni a casa nostra”, del “dobbiamo competere sempre di più e meglio” e così via, c’è da meravigliarsi se vinse le elezioni l’imprenditore “fattosi da se”? Il “non politico di professione”? L’uomo che sapeva parlare di “sogni”? E che dirà sempre “fatemi lavorare” e ripeterà fino alla nausea la parola “comunisti” e “sinistra” per identificare ogni nefandezza?

Per quanta importanza si attribuisca alla potenza dei mass media, e io ne attribuisco molta, furono le mutazioni sociali e il senso comune affermatosi dentro di esse a permettere, favorire e amplificare il fenomeno Berlusconi. E a far assumere ai mass media un ruolo centrale nella politica italiana, sempre più spettacolarizzata.

Credere il contrario fu invece molto di moda fra le persone di “sinistra”.

Per quelle che pensavano che bisognasse avere un paese “normale” pensando agli USA, alle privatizzazioni, alle elezioni come mera scelta delle persone, alle guerre come “missioni di pace”, ai sacrifici dei lavoratori come “necessari”, alla precarietà come “flessibilità”, alle banche e finanziarie come motore dell’economia, alle imprese private come essenza dello sviluppo, al mercato come effettivo “regolatore” dell’economia ecc. era normale che fosse così. Berlusconi era solo una anomalia vergognosa e bastava rimuoverlo per far tornare tutto a posto. Tanto più pensavano questo tanto più sentivano di dover tifare contro Berlusconi e per quelli che si candidavano a governare nel nome di tutte quelle cose che credevano insieme a Berlusconi, ma in modo “normale”. Del resto se la globalizzazione era buona, le banche fattore di sviluppo, la produzione di beni materiali tendenzialmente da superare collocandola nei paesi poveri (per garantire anche a loro, poveretti, un po’ di sviluppo!), le guerre erano umanitarie, il privato sempre efficiente, e Berlusconi pensava e diceva esattamente le stesse cose, su cosa si doveva incentrare lo scontro e la polemica? Conflitto di interessi, procedimenti penali, alleanza con un partito razzista e secessionista come la Lega, sdoganamento del MSI, demagogia e dulcis in fundo: impresentabilità. Cioè sempre e solo su cose secondarie e spesso vissute come innovazione effettiva e politica di tipo nuovo da parte della maggioranza degli elettori. È fin troppo evidente che non basta cambiare nome ad un partito o dichiararsi non comunisti per poter competere con chi si dice fieramente anticomunista e ti accusa perfino di continuare ad esserlo senza dirlo. È fin troppo evidente che non si può essere, dopo aver sposato ogni tesi revisionista sulla resistenza, contemporaneamente per il maggioritario e pretendere che il proprio avversario non si allei con i partiti post fascisti e secessionisti di destra. Altrettanto evidente è che si ha un’arma spuntata se si criticano le TV di Berlusconi e poi i propri uomini nella RAI trasformano la tv pubblica in una brutta copia delle tv dell’avversario per inseguire l’audience. Se si fa a gara per ingraziarsi la Confindustria dichiarandosi veramente liberisti e criticando Berlusconi per non esserlo abbastanza. Se si specula sui processi a Berlusconi e contemporaneamente si incensano personaggi come Andreotti, anche sperando che l’avversario sia sconfitto per le vicende processuali e non perché si sono convinti i suoi elettori a cambiare idea.

Esagero? Non credo.

Infatti a suo tempo ci fu la prova provata che quanto dico è difficilmente contestabile.

Il primo governo Berlusconi andò in crisi sulle pensioni. Il ministro del tesoro Dini, già uomo del FMI e della Banca d’Italia, attaccò violentemente il sistema pensionistico. L’opposizione tuonò e i sindacati scesero in lotta duramente. Il blocco sociale ed elettorale di Barlusconi traballò, soprattutto per effetto della Lega, che infatti alla fine tolse la fiducia al governo.

La logica, perfino la perversa logica del maggioritario, avrebbe voluto che l’opposizione chiedesse nuove elezioni, “bastonando il can che annega”. Berlusconi era in forte calo dei consensi, ovviamente. E la Lega non avrebbe rifatto l’alleanza con Forza Italia. Alleanza nazionale non avrebbe facilmente convinto la propria base elettorale a sostenere un governo che voleva farla lavorare più a lungo per avere una pensione inferiore. Dopo quel che l’opposizione tutta aveva detto in parlamento e dopo gli scioperi e le lotte sindacali non era impossibile vincere le elezioni su quelle basi.

Cosa avvenne, al contrario?

Il “massacratore sociale” Dini divenne un ottimo candidato a sostituire Berlusconi, invece delle elezioni che con il maggioritario “finalmente permettevano al popolo di scegliersi il governo” ci fu una maggioranza trasversale dalla Lega al PDS sostenuta perfino dalla scissione del PRC dei “comunisti unitari” (sic), e alla fine Dini varò la stessa controriforma pensionistica (solo appena più allungata nel tempo) con il silenzio complice dei sindacati, che diedero così una grandissima prova della loro autonomia.

Insomma, se era nel modello sociale il problema da risolvere per far tornare alla sinistra un consenso sufficiente a tentare di cambiare il paese tutto si doveva e poteva fare tranne che accettare come necessaria e oggettiva una controriforma delle pensioni che avrebbe ulteriormente mortificato e diviso il mondo del lavoro, posto le premesse per la precarizzazione e santificato il primato dell’economia sulla politica. Se, invece, il problema era la presentabilità di Berlusconi ci si poteva tranquillamente alleare anche con la forza definita razzista nel sostenere un governo presieduto dal ministro contro il quale solo pochi giorni prima si era scioperato.

In altre parole Davos, il FMI, la Banca Centrale Europea, il WTO, le banche e il capitale finanziario, la Confindustria, i guru liberisti indicavano la politica economica e il modello sociale da implementare e la politica si doveva occupare delle trame, delle manovre, dei ribaltoni, della ricerca e promozione dei leader, del “marketing” elettorale, della costruzione di contenitori e di coalizioni, della gestione delle rispettive tifoserie.

Come è noto chi tentò, e parlo del PRC, di immettere nel dibattito politico contenuti di sinistra e di sostenere che il governo del paese dovesse produrre provvedimenti tali da orientare le scelte economiche e cambiare il modello sociale veniva descritto e trattato come “estremista e massimalista” e/o come utile idiota al servizio di Barlusconi. Chiedere al governo Prodi un piano per mettere in sicurezza il territorio nazionale devastato sempre più da terremoti e alluvioni, chiedere i libri di testo gratuiti nella scuola dell’obbligo, chiedere la riduzione dell’orario di lavoro e di non privatizzare ulteriormente e così via era “massimalismo” ed “estremismo”. Insistere su queste cose sostenendo che il centrosinistra non doveva e non poteva fare le stesse cose della destra sui fondamentali era “favorire” Berlusconi.

Non ripercorrerò qui le vicende dell’epoca. Non sono l’oggetto di questo scritto e rischierebbero di farci andare fuori dal seminato. Ho fatto questo accenno al solo scopo di dimostrare che in quegli anni si produce un ulteriore e peggiorativa separazione della politica dai problemi reali del paese e che qualsiasi intento di ricucire quello strappo veniva digerito e risputato dal sistema sottoforma di meccanismo politicista interno al gioco delle parti fra i due poli che si contendevano il governo dell’esistente.

In tutto questo avevano, ed oggi hanno ancora di più, una funzione essenziale i mass media.

Come abbiamo già ricordato nella “prima repubblica” i segretari dei partiti erano segretari. Alcuni erano anche leader ma questo era il prodotto della loro popolarità conquistata in coerenza con l’ideologia e gli obiettivi dei loro partiti. Le principali trasmissioni politiche erano le tribune politiche della RAI. Erano bandite le interruzioni, gli insulti, le grida, e i giornalisti che le conducevano coordinavano le domande dei loro colleghi giornalisti o gli interventi degli esponenti dei diversi partiti. Non mancavano le domande insidiose, maliziose, fortemente critiche. L’oggetto delle trasmissioni erano le proposte, le posizioni e anche le polemiche conseguenti. Nelle campagne elettorali tutti i partiti che si presentavano avevano lo stesso spazio, anche se in tempi diversi tenendo conto della dimensione dei partiti nelle precedenti elezioni. In altre parole la conferenza stampa del segretario nella campagna elettorale cominciava con il partito più piccolo e finiva col più grande. Lo stesso dicasi per l’ultimo appello al voto l’ultimo giorno della campagna.

Già negli anni 80, sebbene le tribune politiche ed elettorali televisive fossero largamente prevalenti per la formazione delle intenzioni di voto, iniziarono le trasmissioni mirate a mostrare il “lato privato” dei politici. I “politici” avevano hobbies, erano tifosi di una squadra di calcio, sapevano raccontare barzellette, cantare, ballare! Certe interviste, magari in maniche di camicia per fare più “americano”, erano palesemente apologetiche del personaggio e delle sue imprese politiche. Certe “campagne”, come quella condotta dal PSI contro il PCI e la sua storia, trovavano alla RAI e Mediaset collaborazione totale con messa in onda di “documentari” e “inchieste” compiacenti. Cominciarono a prodursi su Mediaset i talk show che si occupavano di politica. Dove il conduttore assegnava il ruolo che voleva lui ai politici di turno. Era il conduttore a scegliere chi invitare, e un partito non poteva sostituire l’invitato con un altro esponente, perché il conduttore se l’era scelto come un regista sceglie l’attore al quale far interpretare una parte. Spesso il conduttore provocava, assecondava e comunque permetteva battibecchi, insulti, urla, minacce. Vuoi mettere la noia di un segretario di partito che cerca di spiegare una posizione sulla politica industriale ed energetica del paese o su un fatto di politica estera rispetto a due o tre scamiciati che si insultano, urlano e che si rinfacciano le responsabilità per le peggiori cose che succedono nel paese? L’audience detta legge ed è evidente che le risse la fanno alzare. Inoltre il conduttore in realtà promuove lui gli esponenti dei partiti che più gli piacciono, o per le loro posizioni o banalmente perché fanno più spettacolo. Con il sistema bipolare, poi, succede che ogni discussione nella maggioranza di governo, fisiologica in ampie coalizioni prodotte proprio dal maggioritario, diventi una guerra nucleare massmediatica. I contenuti della discussione si perdono subito per strada perché quel che conta sono le dietrologie, le mosse, le minacce, i ricatti. Giacché ogni contenuto relativo ad una divergenza potrebbe sboccare in una crisi di governo e giacché la media dei conduttori e dei giornalisti che si occupano di politica di quel contenuto non sanno un bel niente, molti di costoro presentano il contenuto come un pretesto che nasconde mire elettoralistiche, invidie e cattive relazioni fra i leader. Che di queste cose loro si che se ne intendono! E via con le indiscrezioni, le ricostruzioni di incontri privati e di riunioni di partito, con le dichiarazioni sulle agenzie di stampa fatte su altre dichiarazioni a loro volta fatte su altre dichiarazioni ancora. In poco tempo del contenuto su cui è nata la discussione non parla più nessuno e lo spettacolo dei politici litigiosi che litigano fra loro invece di preoccuparsi dei problemi del paese (e cioè dei contenuti) è assicurato. Quando i leader parlano, magari ad una riunione facendo un lungo intervento, in tempo reale appaiono loro frasi totalmente decontestualizzate sulle agenzie e si scatenano polemiche infinite. Saranno quelle polemiche ad essere al centro del talk show serale di turno. E spesso i leader annunciano e inventano la mossa direttamente nei talk show. Con buona pace del loro partito che discuterà della mossa a posteriori. Ma lo stesso vale per chi ha invece discusso, magari molto a lungo, e votato in una riunione con centinaia di dirigenti. Il leader espone una posizione davanti a milioni di telespettatori ed è come se quella posizione fosse la sua personale. Come se l’avesse inventata al momento. Gli elettori e spesso gli stessi iscritti del partito di quel leader credono anch’essi che l’annuncio di una mossa o di una posizione sia farina del sacco del leader e ne discutono esattamente come si discute di cosa fa il ct della nazionale o l’allenatore della propria squadra del cuore. C’è un effetto concreto del maggioritario e del sistema massmediatico, che pensa all’audience invece che all’informazione, sulla natura dei partiti e soprattutto sul peso dei loro leader. Perfino per quei partiti che sono organizzati ed hanno una vita democratica. Perché gli elettori e perfino gli iscritti di quel partito sono ormai abituati dall’andazzo a non leggere la propria stampa, i documenti del proprio partito, ad applicare dietrologie a tutto, a fare infinti processi alle intenzioni, a tifare pro o contro il proprio stesso leader. Se la politica è spettacolo i partiti, e all’interno dei partiti i vari personaggi, ogni giorno devono inventarsi qualcosa per essere ripresi dalle agenzie, per essere invitati da un conduttore, per non essere velocemente dimenticati. Così tutto diventa un rumore di fondo nel quale è impossibile distinguere una cosa seria e una vera proposta dal coro cacofonico imperante.

Potrei continuare anche su questo molto a lungo. Ma credo sia sufficiente per dimostrare che oltre a non informare su un bel niente i talk show e i politologi sulla carta stampata hanno moltiplicato e ampliato enormemente la degenerazione dei partiti e soprattutto la separazione della politica dalla società. Ovviamente non si tratta di un caso. Ma nemmeno di un disegno o di un complotto. È l’effetto, certo assecondato e implementato, di quel processo oggettivo di cui abbiamo parlato più sopra. La “politica” non si occupa più di avere progetti economici, sociali e culturali veramente alternativi fra loro. La sinistra che lo fa deve scontare di non essere compresa, di vedere deformate le proprie posizioni secondo la perversa logica maggioritaria, ed ha sempre meno spazio. Come nella società consumistica ed individualistica imperante ciò che conta non è essere, bensì apparire. La politica spettacolo è l’apoteosi di tutto questo.

Ma prima di parlare della passivizzazione della società e specificatamente del ruolo dei talk show (soprattutto quelli ostili a Berlusconi) nella implementazione della stessa, voglio fare un esempio concreto che dimostra che la descrizione che ho fatto testé delle degenerazioni nei partiti e della percezione che la cittadinanza ha dei partiti prodotta dal maggioritario e dai mass media è fedele alla realtà. E se non lo è del tutto lo è per difetto e non per eccesso critico.

Al tempo del primo governo Prodi, che noi del PRC appoggiavamo dall’esterno prima della famosa rottura, arrivò in parlamento la ratifica del trattato internazionale relativo all’allargamento della NATO a Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Va detto che la ratifica del trattato da parte del parlamento era esiziale per il progetto di allargamento della NATO. Si trattava cioè di una decisione cogente, essendo il parlamento totalmente sovrano sul merito della decisione.

Noi eravamo contrari. Tutti gli altri partiti (tranne la Lega) favorevoli. In un parlamento eletto proporzionalmente tutto si sarebbe risolto come una questione di pura routine. Ma la destra denunciò il fatto che la maggioranza non disponeva di una linea di politica estera unitaria e dei voti autosufficienti per implementarla. E minacciò di votare contro per fare cadere il governo. Conseguentemente la nostra posizione divenne vitale per il governo. Noi tenemmo la posizione. Ne discutemmo in segreteria, in direzione del partito, nel comitato politico nazionale e nei gruppi parlamentari. La posizione fu unanime. Non c’erano alternative ne possibili compromessi di nessun genere. Ma sapevamo anche che su quel tema la destra stava facendo un bluff di enormi proporzioni. Avrebbe si fatto cadere il governo, ma al prezzo di far saltare per anni l’allargamento della NATO, dimostrandosi così inaffidabile per il governo USA e per gli altri governi di destra europei. Nelle settimane che precedettero il voto ne successero di tutti i colori. Ed ovviamente i mass media si guardarono bene dal parlare del merito di cosa fosse realmente diventata la NATO, di cosa volesse dire allargarla ad est e quale politica militare ed estera fosse in gioco per l’Italia. Anche perché, tranne qualche eccezione, ad occuparsi per i giornali della vicenda non erano i redattori di politica estera bensì quelli di politica interna, e quasi nessuno di questi ultimi (posso dirlo sulla base delle mie molteplici conversazioni con loro) non sapevano che la NATO funzionava con il metodo del consenso e non a maggioranza, non conoscevano il suo Statuto, credevano che fosse stata istituita in risposta al Patto di Varsavia e non viceversa e così via. Per loro l’unico tema su cui scrivere e intervistare era relativo alla caduta del governo o meno. In quel trambusto a me, che mi occupavo in prima persona della faccenda, capitarono due cose. Che racconto perché altamente esemplificative, derogando alla regola che mi sono autoimposto di parlare il meno possibile delle mie esperienze personali.

La prima. Un altissimo dirigente del PDS mi fece il seguente ragionamento: se la destra pur essendo favorevole all’allargamento della NATO votasse contro per far cadere il governo voi potreste neutralizzare questa manovra, dichiarando di essere contro ed elencando tutti i motivi della vostra contrarietà, ma votando alla fine a favore per salvare il governo. Gli risposi che mi sembrava matto e che mi meravigliavo che considerasse normale anche la sola idea che i favorevoli ad una cosa potessero votare contro e viceversa.

La seconda. In una delle sedute preliminari al voto in commissione esteri, alla presenza del ministro degli esteri Dini, dissi chiaro e tondo che noi avremmo votato contro sia in commissione sia in aula. Che non c’erano mediazioni possibili di nessun tipo. All’uscita della seduta rilasciai dichiarazioni a tutte le agenzie di stampa e interviste a tutti i TG. Quella sera e il giorno seguente sulle Tv e sulla stampa l’annuncio che avevo fatto era nelle aperture con grande rilievo. Due giorni dopo la seduta della commissione sul Manifesto uscì un articolo nel quale si diceva che il PRC “aveva messo la sordina sulla questione della NATO” per non disturbare troppo il governo. Strabuzzai gli occhi leggendolo. Mi sembrava impossibile che il redattore (che per altro stimavo molto per le sue posizioni) non si fosse accorto che era successo esattamente il contrario. Gli telefonai e gentilmente gli chiesi conto di quanto aveva scritto, elencandogli le testate e i TG che avevano scritto e detto che il PRC si apprestava a far cadere il governo sulla NATO. Lui mi ripose, lasciandomi a bocca aperta, che aveva visto tutto ma che siccome ero stato io a parlare e non Bertinotti era sicuro che questo avrebbe portato ad un qualche aggiustamento dell’ultimo minuto gestito da Bertinotti in prima persona. Esternai il mio stupore e disaccordo e gli chiesi almeno di pubblicare un mio articolo sul merito della questione e non in risposta al suo. Mi disse di si. Inviai l’articolo, ma non venne mai pubblicato. Ovviamente noi votammo contro e la destra fece passare l’allargamento della NATO.

Chiunque voglia dilettarsi a leggere (ed è una lettura altamente istruttiva) le dichiarazioni di voto finali sull’allargamento della NATO in oggetto lo può fare seguendo questo link:

http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/framedinam.asp?sedpag=sed377/s000r.htm

la mia dichiarazione è a pagina 43 dello stenografico.

Ecco! Come si vede i contenuti spariscono alla velocità della luce. Centrodestra e centrosinistra si dimostrano pronti a imbrogliare le carte fino al paradosso, perché il maggioritario partorisce in Italia coalizioni eterodosse ma poi pretende per la sua stessa logica che si comportino come partiti ultracompatti. Giornali e Tv non informano sulla natura della decisione da prendere, sull’oggetto della stessa e sui meccanismi democratici che presiedono alla decisione stessa, bensì sugli effetti di un voto trasfigurandolo in una specie di voto di fiducia sul governo. Le decisioni e le posizioni dei partiti, che bisognerebbe perlomeno leggere per poter informare lettori e telespettatori, non esistono, non contano. Qual che conta è la dietrologia, il processo alle intenzioni, la polemica di politica interna. Se una cosa non la dice il leader di Rifondazione, bensì il responsabile esteri del partito, gatta ci cova perfino per Il Manifesto! Figuriamoci per i talk show e per gli altri giornali.

 

Continua…

 

ramon mantovani