Archivio per d’alema

Lo storico annuncio di Abdullah Ocalan.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 25 marzo, 2013 by ramon mantovani

Forse è la volta buona.

Durante i festeggiamenti del Newroz (il capodanno kurdo che coincide con l’equinozio primaverile) davanti a centinaia di migliaia di persone e ad un tripudio di bandiere kurde, del PKK e raffiguranti il volto di Abdullah Ocalan, parlamentari del Partito della Pace e della Democrazia (BDP) hanno reso pubblico un messaggio di Ocalan di storica importanza.

È stato proclamato l’ennesimo cessate il fuoco da parte del PKK in modo che le trattative riservate condotte dal governo turco diretto da Erdogan con Ocalan, detenuto in isolamento dal 1999 nel carcere di Imrali, possano proseguire e concludersi.

Allo stato pare che le migliaia di guerriglieri del PKK presenti sul territorio turco possano abbandonare indisturbati la Turchia entro il 2013 e che il governo si sia impegnato a produrre le riforme costituzionali e politiche affinché il popolo kurdo possa godere dei diritti e dell’autonomia analoga a quella prevista in tutti i paesi europei per le minoranze nazionali. In seguito saranno affrontati i problemi relativi ad un eventuale deposizione definitiva delle armi, ad un rientro dei guerriglieri in Turchia e al loro reinserimento pieno. È altamente presumibile che anche per Ocalan possa finire la carcerazione, forse con la condizione che debba esiliarsi all’estero.

Dopo mesi di trattative segrete l’annuncio di Ocalan, fatto per bocca di parlamentari del BDP, che negli ultimi tempi lo avevano potuto incontrare in carcere, prova e chiarisce definitivamente la volontà del PKK di risolvere il conflitto armato trentennale per via pacifica. E mette il governo Turco di Erdogan di fronte a tutte le sue responsabilità.

Bisogna sapere che nel corso degli ultimi dieci anni il governo di Erdogan aveva più volte tentato la via del negoziato e che ogni tentativo era stato fatto fallire dai militari, completamente ostili alla trattativa e soprattutto a qualsiasi riconoscimento dei diritti del popolo kurdo. I militari non hanno mai esitato a scatenare offensive contro la guerriglia, con ripetuti sconfinamenti in territorio iracheno, a perseguitare il partito kurdo legale decretandone più volte lo scioglimento per “terrorismo”, a incarcerare deputati e decine di sindaci regolarmente eletti, proprio nei momenti più delicati delle trattative di pace.

Anche nel corso di quest’ultima trattativa gli apparati dello stato turco contrari al negoziato, sicuramente assistiti dai compiacenti servizi occidentali della Nato, non hanno esitato a boicottare i colloqui di pace assassinando a Parigi tre donne kurde nella sede dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Francia.

La situazione politica interna della Turchia non è stabile. Basti pensare al fatto che recentemente Erdogan ha epurato i vertici militari, che ancora oggi nell’attuale assetto istituzionale del paese godono di uno status dominante sul parlamento e sullo stesso governo, accusandoli di aver tentato un colpo di stato.

Gli USA e i loro alleati europei, purtroppo senza distinzioni, non hanno mai nascosto la diffidenza verso i governi diretti dai musulmani moderati e la loro decennale fiducia verso i militari fedeli alla NATO ed eredi degli assetti istituzionali figli del colpo di stato fascista del primi anni 80. Lo prova il fatto che il PKK è stato inserito inusitatamente dall’Unione Europea nella lista delle organizzazione terroristiche, che gli USA e i loro uomini fedeli delle istituzioni italiane hanno a suo tempo esercitato ogni tipo di pressione sul governo D’Alema, ottenendo obbedienza, affinché non venisse concesso l’asilo politico ad Ocalan, che i kurdi esuli nei paesi europei sono stati più volte perseguitati dalle polizie nazionali e da magistrati su indicazione dei servizi statunitensi e turchi. Tutto allo scopo di impedire ad ogni costo qualsiasi soluzione negoziata e pacifica del conflitto armato che insanguina il Kurdistan da trenta anni.

È probabile che non smettano di seguire questa linea. Per questo è indispensabile che l’opinione pubblica italiana ed europea sia informata e possa quindi vigilare sulla continuazione e sul buon esito del negoziato di pace.

Se oggi è stato compiuto un passo decisivo verso la pace questo si deve esclusivamente alla resistenza della guerriglia kurda, che ha dimostrato di essere ineliminabile e imbattibile per via militare, a quella dei tanti parlamentari e sindaci kurdi messi fuorilegge, incarcerati e perseguitati, a quella del popolo kurdo che non ha mai smesso di lottare e di difendere la propria dignità e il proprio leader.

Per anni in Italia la stampa ha disinformato continuando a chiamare terrorista e separatista il PKK, ignorando tutte le violazioni dei diritti umani e politici in Turchia e diffondendo come notizie vere le vergognose veline della CIA e dei militari turchi.

Quanto noi del PRC facemmo 15 anni fa per aiutare Ocalan a raggiungere un paese democratico come l’Italia, dal quale poter avviare il negoziato che solo oggi sembra poter riuscire, lo rivendichiamo con orgoglio. Anche i nostri sforzi per la pace, modesti e piccoli se paragonati alla resistenza del popolo kurdo e alla dignità sempre dimostrata da Ocalan, sono oggi ripagati da questa possibilità di soluzione politica del conflitto.

Il negoziato che si fa oggi era possibile anche 15 anni fa.

Quanti in Italia lavorarono per impedire che fosse concesso l’asilo politico ad Ocalan, a descrivere il PKK come terrorista, a leggere il nostro impegno solidale con i kurdi attraverso gli occhiali vergognosi della più provinciale politica interna, quanti obbedirono alle pressioni statunitensi, porteranno per sempre il peso politico e morale di non aver impedito la continuazione della guerra, di migliaia di morti e delle violazioni dei diritti umani che si sono consumate in questi 15 anni.

ramon mantovani

articolo pubblicato su Liberazione.it il 23 marzo 2013

Assassinio a Parigi di tre compagne kurde

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 10 gennaio, 2013 by ramon mantovani

in data odierna ho emesso il seguente comunicato:

L’efferato assassinio delle tre militanti kurde a Parigi è l’ennesimo crimine teso ad impedire la soluzione politica del conflitto nel Kurdistan nello stato della Turchia.

Da diversi giorni era in corso una trattativa riservata del governo turco con il Presidente Abdullah Ocalan e, come in almeno altre tre occasioni negli ultimi dieci anni, una parte dei militari e dei partiti nazionalisti turchi, con la complicità politica e probabilmente materiale di servizi d’intelligenza di paesi della NATO, non hanno esitato ad utilizzare metodi terroristici per impedire qualsiasi negoziato che porti al riconoscimento dei diritti elementari del popolo kurdo, alla fine del conflitto armato e alla liberazione di Ocalan.

Se il governo D’Alema avesse a suo tempo concesso l’asilo politico ad Ocalan e lavorato per una soluzione negoziata del conflitto, invece che obbedire supinamente agli ordini dell’amministrazione Clinton costringendo Ocalan ad abbandonare l’Italia, al popolo kurdo sarebbero stati risparmiati tanti anni di guerra, sofferenze ed ingiustizie, perché al negoziato non c’è alternativa.

Chiunque si consideri democratico e amante della pace non può che solidarizzare con il popolo kurdo, che resiste e chiede solo di avere gli stessi diritti di tutte le minoranze nazionali nei paesi dell’Unione Europea.

ramon mantovani

Kosovo, le certezze di D’Alema.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , on 25 marzo, 2009 by ramon mantovani

L’ex presidente del consiglio Massimo D’Alema ha rievocato, con una lunga intervista su “il Riformista” la “guerra che rifarei”.

Nel decennale della guerra del Kosovo ci saremmo aspettati qualche riflessione critica (pretendere un’autocritica da D’Alema è utopistico) da parte di coloro che prepararono e sostennero l’intervento militare della NATO. Invece registriamo l’ennesima rivendicazione di una linea, quella del rilancio della NATO e della dottrina multilaterale, e la spudorata riproposizione del grande imbroglio sulla natura umanitaria della guerra.

La guerra fu preparata trasformando l’UCK, nel breve volgere di alcuni giorni, da organizzazione terroristica (così era definita ufficialmente dagli USA e da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) in organizzazione patriota. Gli attacchi dell’UCK, nel frattempo bene armata dagli USA e rafforzata perfino dagli uomini di Al Queda, ai villaggi in maggioranza serba alimentarono la risposta delle milizie di estrema destra serbe e soprattutto il consenso intorno ad un governo di unità nazionale che salvò Milosevic dal disastro dopo la rovinosa sconfitta elettorale nelle amministrative.

La guerra fu preparata alzando la tensione diplomatica e con una mastodontica operazione di disinformazione sulla crisi umanitaria. Tanto sfacciata quanto efficace visto che in realtà la vera crisi umanitaria cominciò esattamente un minuto dopo l’inizio dei bombardamenti e coinvolse sia i serbi sia gli albanesi kosovari.

La guerra fu preparata con una finta trattativa a Rambouillet nella quale si pose al governo juguslavo una condizione inaccettabile per poter dichiarare esaurita ogni trattativa: la presenza di truppe NATO su tutto il territorio jugoslavo per un periodo indefinito.

La guerra fu preparata con un atto segreto, l’Act order, in sede NATO firmato dai capi di governo, a insaputa dei rispettivi parlamenti, che decise l’ineluttabilità dell’intervento militare delegando ai vertici militari l’esecuzione tecnica e temporale dell’ordine politico impartito.

La guerra fu fatta senza che nemmeno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne avesse discusso e, per quanto riguarda l’Italia, senza che il parlamento avesse votato alcun mandato in proposito. Tutto in violazione del diritto internazionale e della costituzione italiana.

Mentre i bombardieri USA e italiani scaricavano le migliaia di tonnellate di bombe su ponti, fabbriche, scuole, ospedali, ferrovie e perfino televisioni ed ambasciate di paesi terzi, a Waschington la NATO celebrò un summit nel quale modificò il proprio statuto per poter intervenire fuori dai propri confini, senza nessuna copertura ONU. Portando così a compimento la mutazione genetica da alleanza “difensiva” ad autoproclamato gendarme del mondo.

Mentre i bombardieri italiani centravano obiettivi civili e militari, compreso il sistema di telecomunicazione jugoslavo di proprietà italiana da pochi mesi, D’Alema disquisiva dell’ottima “esperienza umana e professionale” che avrebbero compiuto i nostri piloti. E mentre il movimento pacifista scendeva in piazza in Italia e in tutto il mondo Cossutta si esercitava in finte operazioni diplomatiche e la CGIL di Cofferati scendeva anch’essa in piazza, ma per appoggiare la guerra umanitaria definendola una “contingente necessità”.

La guerra fu conclusa in una riunione del G8, che così fece un altro passo per diventare il vero direttorio del mondo. Con un accordo che non prevedeva la famosa clausola di Rambouillet, a dimostrazione della sua strumentalità, per essere poi ratificato dal Consiglio di Sicurezza, sempre più notaio dei paesi ricchi e potenti e sempre meno titolare della sicurezza mondiale.

La guerra, negli anni successivi, continuò a bassa intensità, sotto il vigile controllo delle truppe NATO di occupazione, e produsse 250 mila profughi serbi, fino ad arrivare all’autoproclamata indipendenza kosovara, gravissimo precedente per l’Europa e in aperto contrasto con lo stesso accordo che mise fine ai bombardamenti. E l’ultimo governo Prodi riconobbe il Kosovo indipendente in violazione del proprio programma e dei deliberati parlamentari.

Che D’Alema sorvoli su molte di queste cose non è casuale ma non è nemmeno frutto di imbarazzo. E’ solo logico per chi cinicamente pensa che la propria missione sia governare l’esistente badando bene a correre in soccorso… dei vincitori.

Il mondo cambia, il capitalismo è in crisi, e le guerre aggravano i problemi, ma per D’Alema tutto è come dieci anni fa.

Possiamo solo dire che se lui dichiara “rifarei quella guerra” la nostra opposizione di allora fu sacrosanta e lungimirante.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 25 marzo 2009

sassata n° 4

Posted in sassate with tags , , , , , , , , , , , on 28 giugno, 2008 by ramon mantovani

oggi la lettura dei giornali provoca stati di agitazione.

Ho letto (fonte Liberazione) che si sono riuniti, chiamati dal crs, un folto numero di esponenti della sinistra. Ecco un elenco parziale: Alfonso Gianni, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Elettra Deiana, Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Goffredo Bettini, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Gianni Cuperlo, Fabio Mussi, Pietro Folena, Famiano Crucianelli, Carla Ravaioli, Sandro Curzi, Miriam Mafai, Beppe Vacca, Alfredo Reichlin, Aldo Bonomi, Mauro Calise.

Insomma il nuovo che avanza!

Il relatore Mario Tronti ha detto: “la sinistra deve tornare ad essere una forza che conti” (questo il titolo dell’articolo di Anubi D’Avossa Lussurgiu). E dopo aver sostenuto che bisogna “chiudere il dopo 89, superare la diaspora che ha diviso la sinistra a partire da quella data e ricomporla unitariamente, in grande, in avanti” ha concluso che il dubbio è se “fare un grande partito della sinistra o un partito della grande sinistra”.

C’è bisogno di commentare?

Claudio Fava (nuovo LEADER di Sinistra Democratica secondo la didascalia della foto pubblicata da Liberazione) lancia la Costituente della Sinistra e critica il PD per l’idea di autosufficienza.

Che vorrà dire?

Veltroni ascoltava in prima fila, seduto fra Vendola e Occhetto.

L’articolo non specificava chi era seduto alla sinistra di chi.

Ma Veltroni era al centro.

Sul Corriere della Sera ed altri quotidiani pagine e pagine sulla svolta (?) a destra di Barack Obama.

Dopo aver minacciato la guerra contro l’Iran ed aver proposto Gerusalemme capitale d’Israele adesso insiste per la pena di morte.

Su Liberazione neanche una riga.

Siamo ancora fermi al tifo che faceva Sansonetti per Obama?

ramon mantovani

Intervista sulla mozione parlamentare dell’Unione sulle missioni militari.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , on 15 luglio, 2006 by ramon mantovani

Intervista al deputato di Rifondazione che ha condotto le trattative con l’Unione.

Ramon Mantovani: «Una mozione

che cambia la politica internazionale».

di Stefano Bocconetti

Il Transatlantico della Camera

sembra piazza del Popolo

a ferragosto. Una manciata di

giornalisti, cinque deputati.

Fra questi, Ramon Mantovani.

Ha condotto per Rifondazione

la trattativa sulla mozione che

accompagnerà il disegno di

legge sulle missioni militari.

Quattro, cinque pagine. Che

gira e si rigira fra le mani, che cita

continuamente. Sembra

soddisfatto, insomma.

Prima di sapere come è andata,

una premessa. Ma serve

davvero una mozione? Non è

un po’ come quei bei documenti

delle commissioni bicamerali

di demitiana memoria?

Quando una maggioranza

non riusciva a mettersi

d’accordo e rinviava tutto a

qualche pamphlet, pieno di

buone intenzioni. Non è così?

No, non credo proprio che

sia così.

Perché?

Perché una mozione è uno degli atti fondamentali di indirizzo

dell’attività di governo.

Chiunque però potrebbe

citare decine di mozioni poi

disattese dai governi.

E anche questo non è esattissimo.

Perché una mozione si

divide in due parti. C’è una premessa,

una sorta di analisi, dove

ci sono valutazioni politiche.

E c’è poi il dispositivo. Che

è vincolante per l’attività di un

esecutivo. E’ vero che spesso

altre mozioni sono state disattese.

Ma nel testo c’era l’escamotage:

c’era scritto che il governo

si “impegnava a valutare

l’opportunità” di fare una certa

cosa. Stavolta non è così. Ci sono

impegni. Che vanno mantenuti.

E siamo alla mozione.

Com’è?

In due parole: su tutta la vicenda,

è evidente che si sia arrivati

ad un compromesso. Sicuramente

c’è un compromesso,

però la mozione è molto

più chiara di quanto non lo

possa essere il disegno di legge

sulle missioni militari.

In che senso?

Perché il disegno di legge dice

solo quanti soldi servono per

far tornare i militari dall’Iraq e

quanti ne servono per quelli in

Afghanistan. Non c’è altro.

In quelle pagine che stringi

in mano invece che c’è di più?

C’è molto, c’è tanto di più.

La prima cosa, la più importante?

Ce ne sono tante di importanti.

Però se vuoi credo che

molto rilevante sia l’affermazione

che il governo si impegna

a proporre nelle sedi internazionali

una riflessione sui risultati

della missione in Afghanistan.

Di più: si impegna a

proporre una discussione sulla

possibilità di “superare” – questo

è proprio il verbo scelto: superare

– l’Enduring Freedom.

E non è poco, ti assicuro che

non è poco.

Quindi,un testo che ti piace?

Ti ripeto: il disegno di legge

sul ritiro dall’Iraq e sulla missione

in Afghanistan è sicuramente

un compromesso.

Sufficiente ma che non ci

soddisfa appieno. La mozione

invece ha parti davvero

molto avanzate. E, attenzione,

la mozione riguarda l’intera

politica internazionale

del nostro paese sulle missioni

militari.

Cambia come?

Ti faccio un esempio, così

ci intendiamo meglio.

Sai che dal gennaio 2007, l’Italia

farà parte del consiglio di sicurezza

dell’Onu. Bene, grazie a

questa mozione, il governo italiano

chiederà che l’organizzazione

delle Nazioni Unite si doti

di una propria forza militare,

sotto il comando del segreteriato

generale. Ed è una richiesta

assolutamente dirompente.

L’Onu aveva previsto fin dal

suo atto costitutivo la possibilità

di dotarsi di propri uomini

e mezzi da usare come forza di

polizia internazionale. C’era

nella sua costituzione ma non

si è mai realizzata. Utilizzando

una norma transitoria, l’Onu

di volta in volta, quando è impegnata

in missioni di pace,

deve chiedere ai vari paesi di

fornire le truppe. Una

situazione che va benissimo

all’America, alla Nato. Perché

appunto sono i potenti del

mondo a decidere dove impegnarsi.

Per questo, ti ripeto, è

una novità straordinaria. Avversata

nel mondo dagli Stati

Uniti, ma avversata con forza

anche in Italia.

Avversata dalla destra?

No, non solo. E non penso di

svelare chissà quale segreto se

ti racconto che proprio su questo

punto della mozione, da

parte del nostro governo – diciamo

dalle forze che sono prevalenti

nella maggioranza – c’è

stata molta ostilità. E’ stata una

trattativa dura, ma nel testo c’è

questo passaggio, ed è importante

che ci sia.

“Caschi blu”, allora. E’ questa

la nuova politica internazionale?

Non solo. Un paragrafo dopo è

disegnata quella che dovrà essere

la filosofia del governo dell’Unione.

Dove si dice che il nostro

esecutivo darà la priorità alla

prevenzione, si impegna ad accompagnare

i processi di pace,

si farà protagonista, insomma,

sulla scena internazionale perché

non si ricorra mai più alle

armi.

In questo caso, però, si può

dire che si tratta di parole?

Parole? A me pare che dall’inizio

degli anni ’90, tutti i paesi occidentali

abbiano fatto ricorso

alle missioni militari come unico

strumento di intervento nella

politica internazionale. L’hanno

fatto tutti, Italia compresa. Mi

pare che si possa tranquillamente

parlare di ribaltamento

della vecchia logica.

Per capire, non ci potrà essere

un altro Kosovo?

Questa mozione lo esclude.

Anche se – bisogna dire pure

questo – un altro Kosovo, un’altra

guerra assolutamente illegittima,

fatta al di fuori da qualsiasi

copertura delle Nazioni Unite,

viene esclusa anche dal programma

dell’Unione. Quello

sottoscritto da tutti i partiti della

coalizione.

Insomma, si ritorna all’articolo

11 della costituzione. Non

è così?

Sì, il rispetto dell’articolo 11

pervade tutta la mozione.

E sulla vicenda di codici di

guerra?

Ho visto che sui giornali s’è

fatta un po’ di confusione. Come

sai il governo Berlusconi ha

imposto, per i soldati italiani in

Iraq e in Afghanistan, l’obbligo

di sottostare al codice militare

di guerra. Che per esempio, impone

molti vincoli ai giornalisti.

Qualcuno dovrà spiegare

prima o poi come sia possibile

che spedizioni spacciate per

missioni di pace debbano sottostare

a leggi di guerra, ma ormai

è una domanda che riguarda

il passato. Naturalmente,

esattamente come avevamo

chiesto nella passata legislatura,

si ripristinerà subito il codice

di pace. I capigruppo della

maggioranza nelle commissioni

Esteri e Difesa, tutti i capigruppo,

firmeranno un emendamento

che sarà accolto dal

governo, ed entrerà nel disegno

di legge.

Prima parlavi di difficoltà incontrate

a scrivere questo documento.

Vedi, più che difficoltà resistenze

sui singoli punti, che non

credo interessino più di tanto….

Forse però vanno raccontate.

Se ti interessa posso dirti che

la mozione dice esplicitamente

che l’invasione dell’Iraq è avvenuta

al di fuori della legalità internazionale.

La Rosa nel Pugno

voleva che fosse aggiunta una

frase per cui si diceva che dopo

l’illegalità internazionale era arrivata

la copertura del’Onu. Ma

questa frase non è stata accettata,

perché non è vera.

Prima parlavi di difficoltà generali.

Te la faccio breve. Un mese fa,

qualcuno, qualche partito, si è

opposto al varo della mozione.

Ora, invece, a lavoro concluso,

sappiamo che fa fare un passo

avanti importante alla discussione.

Perché anche il giudizio

sulle missioni diventa un’altra

cosa, se lo metti “dentro” questi

impegni. Impegni, te le ripeto

per l’ennesima volta, vincolanti

per D’Alema. Il disegno di legge

si può valutare meglio se lo metti

dentro questo disegno, questo

nuovo disegno della politica

estera italiana.

Dunque tu voterai sì in tutta

tranquillità?

Ti rispondo molto sinceramente:

sì. Da deputato di Rifondazione,

da militante del movimento

pacifista. Il compromesso

sull’Afghanistan è così e così,

ma da sei. Sufficiente, insomma.

La mozione, per tanta parte, è

buona, in qualche punto addirittura

avanzatissima. Sì, voterò convinto.

Pubblicato su Liberazione il 15 luglio 2006

Intervista sulle missioni militari.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno, 2006 by ramon mantovani

Ramon Mantovani, in una intervista a Liberazione, spiega la posizione di Rifondazione e mette dei paletti per D’Alema
e Prodi. Vanno ridiscusse tutte le missioni italiane all’estero, nel governo e coi movimenti, senza decisioni precostituite.

Afghanistan, il Prc avverte Prodi: si decide solo col consenso di tutti.


di Anubi D’Avossa Lussurgiu


Le Commissioni Esteri di
Camera e Senato, riunite,
hanno ascoltato ieri il
ministro Massimo D’Alema. Al
cuore della dibattito che s’è sviluppato
in quella sede parlamentare
è risaltato il tema della
missione più onerosa e più contestata
fra quelle militari italiane
all’estero, dopo l’avvio del ritiro
dall’Iraq: la presenza nel
contingente multinazionale in
Afghanistan. A interloquire per
Rifondazione comunista-Sinistra
europea con D’Alema è stato
il deputato Ramon Mantovani.
E a lui abbiamo chiesto di approfondire
il confronto di posizioni,
diverse, emerso ieri.

Il ministro degli Esteri ha sostenuto,
in sostanza, che l’impegno
militare italiano nella
missione afghana è indispensabile,
e poi che ne vanno comunque
discusse le «difficoltà». Cioè?

D’Alema ha detto, precisamente,
che la missione militare
italiana non è in discussione e
che la comunità internazionale
la ritiene indispensabile. Io ho,
su questo, dichiarato il nostro
disaccordo ed ho sostenuto che
noi non la riteniamo affatto indispensabile;
e ho al contempo espresso
apprezzamento per il
fatto che il ministro ha contestualmente
parlato di «punto di
crisi» della missione militare e
della necessità di rispondere
con la politica alle «ragioni di
difficoltà» prodotte dall’intervento
militare in Afghanistan.
Proprio per questo è necessario
ridiscutere della missione.

Ma è una discussione da
cui, secondo D’Alema, resta
fuori l’impegno alla presenza
militare…

Infatti la mia risposta è stata
ed è che noi reiteriamo la proposta
che la missione si ridiscuta,
nel governo.


Una discussione prioritaria
sull’Afghanistan, o il confronto
generale accettato nel vertice
parlamentare dell’Unione sulla
politica estera e le missioni?

Il dispositivo è quello che
abbiamo già indicato e che è
stato condiviso, appunto, tra i
gruppi parlamentari dell’Unione.
Noi abbiamo chiesto
precisamente una ridiscussione
di tutte le missioni all’estero:
sia quelle rispetto alle quali,
nelle passate legislature, abbiamo
espresso voto contrario,
sia quelle per le quali abbiamo
votato a favore. Tutte.

Che rapporto c’è, concretamente,
fra questa ridiscussione generale e la votazione sul
rifinanziamento delle missioni,
in scadenza il 30 giugno?

Bisogna che il governo, prima
di promulgare i decreti di proroga
delle missioni, discuta al suo
interno su questo punto. Del resto,
come ho ricordato a D’Alema,
la coalizione di governo è
multilaterale: e può quindi funzionare
solo con la ricerca del
consenso. Ciò significa che laddove
ci sono posizioni differenti
bisogna ricercare una mediazione
e un accordo. A meno che non si voglia la
reiterazione,
in sede parlamentare,
delle
differenti posizioni
di partenza.
In altre
parole, non esistono opzioni indiscutibili.


Che sbocco deve avere,questa
discussione?

Abbiamo proposto, nella riunione
dei capigruppo della
maggioranza, che ci sia una
mozione parlamentare: una
mozione che interverrà su tutto
il complesso e su ognuna delle
missioni. Questa proposta è
stata accettata all’unanimità da
tutte le forze dell’Unione.

Però c’è il Pdci che isola la
questione afghana, ne fa un
discrimine e parla della mozione
come di un «pannicello
caldo»…

Nelle riunioni si dichiarano
d’accordo e alla stampa parlano
di pannicello caldo. Comunque
considero sbagliata e minimalista
la posizione espressa dal Pdci,
particolarmente nel dibattito
con D’Alema. Cossutta ha dichiarato
in questa sede «perplessità» sulla missione in Afghanistan e ha poi pronunciato
la seguente frase: «Ma non faremo
mancare il voto di fiducia al
governo». Noi abbiamo chiesto che si discuta
delle missioni militari alla luce del programma di governo e dell’ispirazione multilaterale e multipolare che vi è presente. Noi pensiamo
che l’Unione debba funzionare con il consenso e dunque con accordi condivisi da tutti.
La posizione del Pdci invece è: lasciateci dire che voteremo contro, lasciateci fare la nostra
propaganda, tanto poi voteremo la fiducia. Non esiste posizione più subalterna alle posizioni
più di destra nell’Ulivo.


Tornando a D’Alema: ai giornalisti
ha detto, a margine del
dibattito nelle commissioni,
che l’impegno militare italiano
in Afghanistan «potrà avere un
certo incremento». Ti risulta?

E’ strano che il ministro
D’Alema davanti alle commissioni
riunite non abbia detto
alcuna di queste parole. Voglio
sottolineare che si tratta di
qualcosa cui noi siamo contrari,
drasticamente.

Intanto, il presidente Prodi
ha a sua volta ribadito,da Berlino,
la formula per cui la missione
«non è in discussione».

Commento così: mi meraviglierei
molto che un decreto su
questo argomento, emanato
dal governo, non prevedesse
una discussione collegiale nel
governo stesso.

Ecco: ma che vuol dire «discussione
nel governo»? Investe
o no la coalizione e la maggioranza?


Noi chiediamo una discussione
collegiale articolata in
questi tre ambiti: Consiglio dei
ministri prima delle promulgazione
dei decreti di proroga,
partiti dell’Unione, maggioranza
del Parlamento. E’ nell’intreccio
fra queste tre istanze
che bisogna cercare il consenso.
Per dirla in altri termini,
tutti sanno che noi siamo stati
contrari a diverse missioni militari
e abbiamo chiesto quindi
una ridiscussione su tutte e su
ognuna: questa ridiscussione,
ora, dev’essere fatta con il metodo
della ricerca del consenso.
Dunque non può esistere
una concezione per cui ci sono
decisioni alle quali poi la maggioranza
sia chiamata ad obbedire.

Fuori dall’ambito governativo
e parlamentare,c’è anche
la voce di quella gran parte di
popolazione che ha espresso
posizioni chiare contro le politiche
di guerra. E l’ultimo appello
politico unitario dei soggetti
e delle reti del movimento
per la pace – primi firmatari
Ciotti, Dell’Olio, Strada e Zanotelli
– è stato per il ritiro dall’Iraq
ma anche dall’Afghanistan.
Che rapporto può avere
la discussione invocata dal Prc
con queste istanze?

Per noi quello che dicono
questi soggetti è fondamentale
e importantissimo. Per noi, in
generale, l’Unione deve stabilire
con loro un rapporto coinvolgendo
nelle decisioni tutte
le istanze di movimento e sindacali,
su ogni argomento. Voglio
aggiungere che questi soggetti
devono far sentire la propria
voce direttamente al presidente
del Consiglio come a tutte
e ad ognuna tra le forze politiche
di maggioranza: non delegando
né a Rifondazione comunista
né a nessun altro il
compito di rappresentarli nella
dialettica interna all’Unione.

Pubblicato su Liberazione il 15 giugno 2006