Elezioni catalane del 14 febbraio 2021

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 febbraio, 2021 by ramon mantovani

Il 14 febbraio si sono svolte, in condizioni eccezionali, le elezioni del parlamento catalano.

Prima di elencare i risultati, di proporre una sommaria analisi degli stessi e della nuova situazione politica, è necessaria una premessa.

Un dato spicca su tutti. Ha votato il 53% degli aventi diritto. Alle ultime elezioni del 21 dicembre 2017, convocate d’autorità dal governo del Partido Popular allorquando, dopo le ben note vicende del referendum unilaterale d’autodeterminazione, sciolse il Parlament e commissariò la Generalitat, votò il 79% degli aventi diritto.

L’aumento dell’astensione dal 21 al 46 per cento è un dato enorme ed ha ovviamente spiegazioni non univoche. Ma quella collegata alla pandemia è di gran lunga prevalente e non è meramente oggettiva. Anch’essa è intimamente collegata al conflitto politico tra la Generalitat catalana e lo stato spagnolo. Per questo merita di essere descritta e non ignorata come se fosse un fatto fisiologico.

A queste elezioni catalane si è arrivati in seguito alla ben nota destituzione del Presidente della Generalitat dell’autunno scorso, e la data è stata fissata il 14 febbraio 2021 lasciando trascorrere i tempi di legge nel corso dei quali il Parlament non ha eletto un nuovo presidente e formato un nuovo governo.

Quando a tutti è parso evidente che la nuova ondata dell’epidemia avrebbe posto seri problemi alla celebrazione delle elezioni, dopo discussioni e inevitabili polemiche, alla fine una riunione di tutti i gruppi parlamentari all’unanimità ha dato mandato al governo, in carica per l’ordinaria amministrazione, di spostare la data delle elezioni alla fine di maggio. Ma, sulla base di un ricorso presentato da un cittadino e da alcune forze politiche, che per altro non si erano nemmeno presentate alle elezioni, il tribunale investito della questione ha stabilito, il 29 gennaio (15 giorni prima del voto), che il governo privo di Presidente non era abilitato a spostare la data delle elezioni ed ha mantenuto d’autorità la data del 14 febbraio.

Detto con altre parole, utilizzando cavilli un tribunale spagnolo è passato sopra la volontà unanime del Parlament di posticipare la data elettorale a causa della pandemia ed ha obbligato l’elettorato ad andare alle urne in una data che tutti i partiti catalani avevano indicata come non sicura dal punto di vista sanitario.

Checché se ne dica questo è un fatto politico, che ha inciso fortemente sulla partecipazione al voto e che ha ingarbugliato ancora di più la già pessima relazione della Catalunya con lo stato spagnolo.

Una così bassa partecipazione inficia qualsiasi lettura dei risultati da tutti i punti di vista. Qualsiasi maggioranza si formi nel Parlament potrà essere considerata per lo meno “discutibile”, cosi come l’autorevolezza dello stesso parlamento, a causa dell’astensione non fisiologica.

Detto questo passiamo ai risultati. Che elencherò in percentuali e seggi, tralasciando i voti assoluti che non sono seriamente paragonabili a quelli delle elezioni precedenti. Infatti, nel 2017 votarono 4 milioni 392 mila elettori e il 14 febbraio di quest’anno hanno votato 2 milioni 874 mila elettori.

I risultati

Il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) è passato dal 13,86% al 23,04% e da 17 a 33 seggi.

Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) dal 21,38% al 21,30% e da 32 a 33 seggi.

Junts per Catalunya (JxCAT) dal 21,66% al 20,04% e da 34 a 32 seggi.

VOX che si è presentato per la prima volta ha ottenuto il 7,69% e 11 seggi.

La Candidatura d’Unitat Popular (CUP) dal 4,46% al 6,67% e da 4 a 9 seggi.

En Comù Podem (ECP) dal 7,46% al 6,87% ed ha mantenuto gli 8 seggi.

Ciutadans dal 25,35% al 5,57% e da 36 a 6 seggi.

Il Partido Popular dal 4,24% al 3,85% e da 4 a 3 seggi.

Il Partit Democrata Europeu Català (PEDeCAT) nelle precedenti con JxCAT ha ottenuto il 2,72% e nessun seggio.

Altre 14 liste hanno ottenuto tutte meno dello 0,50%.

Per interpretare politicamente i risultati li analizzeremo da tre punti di vista: indipendentisti, anti indipendentisti e sinistra.

Il movimento indipendentista

La somma dei partiti indipendentisti (ERC, JxCat, CUP e PEDeCAT) è 50,73%. I seggi sono 74 è cioè 6 in più della maggioranza assoluta di 68.

È il massimo storico sia in percentuale di voto sia in seggi. Per la prima volta è superata la soglia fatidica del 50% (con altre tre liste piccole il voto indipendentista è del 51,28). Ma non è questo il dato saliente giacché i voti assoluti sono stati circa 600mila in meno sia rispetto alle precedenti elezioni sia rispetto ai SI all’indipendenza nel referendum unilaterale del 1 ottobre 2017.

Le cose veramente significative sono: 1) ERC è diventato il primo partito indipendentista e può ambire ad esprimere il Presidente ed a dirigere il governo. 2) la CUP ha 9 seggi ed è indispensabile per formare la maggioranza di un governo indipendentista. 3) la destra indipendentista si è divisa in 4 liste e JxCAT oltre ad aver perso la guida di un eventuale governo è diventata una formazione troppo eterogenea al suo interno per poterne avere comunque l’egemonia.

In realtà il movimento popolare indipendentista negli ultimi tre anni ha subito una dura e ingiusta repressione e si è diviso. Da una parte ERC che ha prospettato la necessità di allargare la base sociale e le alleanze dell’indipendentismo, che ha permesso nel parlamento spagnolo (insieme ai partiti di estrema sinistra indipendentisti del Paese Basco e della Galicia) la formazione del governo PSOE-Unidas Podemos, che ha puntato sulla necessità di avviare un negoziato bilaterale per ottenere un referendum riconosciuto dallo stato spagnolo e che ha accentuato la propria identità di sinistra. Dall’altra JxCAT e la CUP, che sebbene agli antipodi sui temi sociali ed economici, hanno prospettato l’accentuazione dello scontro frontale con lo stato spagnolo e considerato il nuovo governo PSOE-Unidas Podemos come nemico.

JxCAT nel governo che presiedeva, ha dovuto accettare di promulgare leggi e provvedimenti di sinistra (sfratti e regolamentazione degli affitti, tasse sui ricchi e sulle eredità, sulle scuole private ecc. votati da ERC, dalla CUP e anche da En Comù Podem) che ne hanno minato l’unità interna e provocato la scissione del PEDeCAT. Mentre JxCAT ha dichiarato rotti i legami con la destra storica catalana e virato (a parole) a sinistra dichiarandosi di centro ma anche “socialdemocratico”, il PEDeCAT li ha rivendicati pienamente ed ha accusato JxCAT di essere egemonizzato dalla sinistra e di aver imboccato un vicolo cieco con la ricerca continua dello scontro frontale con lo stato spagnolo. JxCAT è dunque una formazione eterogenea composta da esponenti della destra storica catalana, alcuni dei quali manifestano sempre più una concezione identitaria ed escludente, da esponenti della sinistra moderata (ex socialisti ma non solo) convinti che non sia possibile nessun dialogo con lo stato spagnolo, e da indipendentisti intransigenti.

La CUP, pur mantenendo l’idea dello scontro frontale con lo stato spagnolo e la prospettiva di una rottura fondata esclusivamente sulla mobilitazione di piazza, per la prima volta ha deciso di non escludere a priori un proprio ingresso nel governo.

Va anche ricordato, perché è un fatto significativo, che la formazione indipendentista ma anche xenofoba e di estrema destra, Front Nacional de Catalunya, ha ottenuto lo 0,18% dei voti. A dimostrazione che nessun paragone del movimento indipendentista può essere fatto con la Lega italiana o con altre formazioni di estrema destra europee. Se pur esistono esponenti indipendentisti (in JxCAT e nella società civile) che mostrano concezioni identitarie va sempre ricordato che tutta la destra catalana ha sempre ufficialmente difeso un’idea includente di nazione e si è sempre scontrata con la destra spagnola sulla questione dell’immigrazione votando contro i CIE, disobbedendo alla legge spagnola che impediva di assistere sanitariamente gli immigrati irregolari, dichiarando più volte la disponibilità ad accogliere rifugiati e così via.

Gli anti indipendentisti, o unionisti, o costituzionalisti che dir si voglia.

Il PSC da anni ormai è un partito contrario al diritto all’autodeterminazione ed è monarchico. Se nel 2012 votava ancora nel Parlament la richiesta ufficiale al Congreso de los Diputados affinché si potesse svolgere un referendum in Catalunya oggi è totalmente contrario. Se prima era un partito che aveva come prospettiva una repubblica federale oggi non vuol mettere in discussione la monarchia e considera definitivo l’assetto delle comunità autonome.

Tutto ciò gli è costato parecchio. Almeno tre scissioni e la perdita di molti consensi elettorali. Come il PSOE, nei confronti del quale nel corso degli anni ha perso l’autonomia storica, propone un “dialogo” fra Spagna e Catalunya ma non un negoziato che abbia come oggetto l’autodeterminazione, giacché sostiene che il “dialogo” si può svolgere solo dentro il quadro costituzionale, segnatamente in osservanza delle parti della costituzione che furono imposte dai ministri di Franco e dagli intatti apparati militari e giudiziari fascisti durante la redazione della costituzione nel 1978.

Per questi motivi, sebbene non si possa certo considerarlo un partito della destra nazionalista spagnola storica, va annoverato fra i partiti unionisti.

Ed infatti è fra questi che ci sono stati evidenti e consistenti travasi di voto.

Basta esaminare i voti di Ciutadans. Partito ultraliberista nato in contrapposizione al governo di sinistra degli anni 2000 che aveva promosso un nuovo statuto di autonomia della Catalunya, la cui manomissione da parte del Tribunal Constitucional ha inaugurato poi l’ascesa irresistibile del movimento indipendentista.

Dal 2012 al 2015 fino al 2017, nelle tre elezioni catalane Ciutadans cresce fortemente alimentandosi di un voto anti indipendentista e sottraendo consensi al PP ed al PSC. Fino ad ottenere 36 deputati e a diventare il primo partito del parlamento.

Nelle ultime elezioni, atteso che gli indipendentisti sono aumentati e che la sinistra radicale di En Comù Podem ha confermato i suoi 8 seggi, si può ben dire che 27 dei 30 seggi persi da Ciutadans sono andati al PSC (16), a VOX (11). E che il voto di opinione di Ciutadans ha ingrossato le fila dell’astensione più di altri.

Certo ci saranno flussi più complessi, di travasi di voto più indiretti, ma il grosso è spiegabile facilmente. Del resto il PSC ha fatto una campagna esplicitamente e duramente anti indipendentista, erigendosi a garante di un eventuale governo senza indipendentisti e VOX oltre ai tradizionali argomenti xenofobi ha rivendicato la repressione ed ha proposto direttamente la liquidazione di ogni autonomia della Catalunya.

Vedremo alla fine dell’articolo le maggioranze di governo possibili sulla carta. Ma intanto per quanto attiene ai partiti contrari al diritto all’autodeterminazione la loro somma è del 40,15% dei voti e di 53 seggi (15 in meno della maggioranza assoluta).

La sinistra.

ERC è una formazione che possiamo definire di sinistra moderata. Moderata nel senso che è keynesiana programmaticamente ma disponibile ad accordi e compromessi sia con forze alla sua sinistra sia con forze liberiste. L’essere il primo partito alla pari (in seggi ma, anche se di poco, inferiore in voti) con il PSC non è una posizione comoda. Ma ha vinto la battaglia per poter guidare il movimento indipendentista, e un eventuale governo, nei confronti di JxCAT. Inoltre è diventato interlocutore necessario (con gli indipendentisti baschi di Bildu con i quali ha stretto un patto di ferro) per la stabilità del governo del PSOE-Unidas Podemos.

En Comù Podem sulle questioni economico sociali ha posizioni nettamente di sinistra, e per questo ha partecipato attivamente, pur essendo all’opposizione, alla redazione ed approvazione di diversi provvedimenti, ed anche della ultima legge di bilancio del governo catalano di JxCAT e ERC. Sulla questione nazionale catalana difende il diritto all’autodeterminazione ma critica la via unilaterale seguita negli ultimi anni dal movimento indipendentista. Ovviamente è repubblicana e al suo interno convivono prevalenti posizioni che propugnano una repubblica federale spagnola con posizioni minoritarie indipendentiste. È chiaramente schierata contro la repressione, chiede la liberazione dei detenuti politici e il ritorno degli esiliati come premessa necessaria per la realizzazione di un negoziato politico. Negli ultimi tre anni ha vissuto divisioni ed ha perso importanti dirigenti e una parte della storica formazione Esquerra Unida i Alternativa. Anche per questo considera un successo aver mantenuto i suoi 8 seggi, al contrario di quanto previsto da quasi tutti i sondaggi pre elettorali.

La CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista che ha condizionato fortemente i governi catalani dall’opposizione e che ha per la prima volta annunciato, non senza qualche polemica interna, di essere disponibile a discutere di un proprio ingresso al governo, ovviamente condizionato dalla discussione programmatica. Sostiene la via della mobilitazione popolare e della disobbedienza civile come l’unica via possibile per ottenere il diritto all’autodeterminazione. Il passaggio da 4 a 9 seggi ne ha aumentato il peso ed ha spostato nettamente a sinistra il baricentro del movimento indipendentista.

Le maggioranze, possibili e impossibili.

Mentre scrivo sono già cominciate le manovre per la formazione della maggioranza di governo.

È necessario ricordare che sia in Catalunya sia in Spagna si può governare in minoranza. Basta ottenere un voto di maggioranza sul Presidente del governo, che una volta eletto può formare un governo di minoranza che cerca sui singoli provvedimenti, compresi quelli più importanti, il sostegno trasversale dei gruppi parlamentari.

Tralasciamo pure quanto proposto circa le alleanze di governo in campagna elettorale da tutti i partiti. Nessuna delle proposte è realizzabile dati i veti incrociati e dati i risultati elettorali.

Le proposte in campo sono le seguenti:

il PSC cha ha già annunciato di avviare le consultazioni per formare la maggioranza, in realtà non potrà guidare nessun governo. Nessun partito indipendentista lo sosterrà con voto favorevole o astensione.

ERC propone un governo di coalizione su due discriminanti: diritto all’autodeterminazione e amnistia. E cioè un governo con JxCAT, CUP e En Comù Podem. Avrebbe una maggioranza solida di 82 seggi. Ma né JxCAT né la CUP vogliono far entrare al governo En Comù Podem, giacché pensano che l’indipendentismo e la via unilaterale siano discriminanti, e dal canto suo En Comù Podem non accetta di stare al governo con la destra di JxCAT.

En Comù Podem propone un governo di sinistra con PSC ed ERC. Avrebbe 74 seggi di maggioranza ma i veti incrociati di PSC ed ERC non sembrano e non sono superabili.

JxCAT propone un governo indipendentista con ERC e CUP. Anche questa maggioranza avrebbe 74 seggi. Ma non è di così facile realizzazione. Lo scontro fra ERC e JxCAT dentro il governo e nel parlamento nell’ultima legislatura è stato durissimo e le relazioni sono pessime. Inoltre JxCAT avrebbe seri problemi di coesione interna con un programma fortemente condizionato dalla CUP, ed ERC anche presiedendo il governo avrebbe problemi ad imporre a JxCAT e alla CUP la via del negoziato con la Spagna, soprattutto in presenza della continuazione della repressione. Questa formula di governo resta comunque la più probabile visto che, per quanto litigiosi e diversi siano i partiti indipendentisti, un fallimento porterebbe a nuove elezioni e sarebbe per tutti e tre i partiti un suicidio politico.

La Catalunya e la Spagna.

Le ultime elezioni catalane hanno e avranno importanti ripercussioni sulla vita politica spagnola e segnatamente sul governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos.

Il movimento indipendentista e gli avvenimenti degli ultimi anni hanno messo a nudo una crisi profonda dello stato spagnolo. La mancata conclusione della transizione con una repubblica federale, ratificata da referendum di autodeterminazione dei popoli di Catalunya, Euskal Herria, e Galicia, come volevano tutti i democratici al momento della redazione della costituzione, a cominciare dal PSOE e dal PCE, ha prodotto un’involuzione dello stato e dei suoi apparati giudiziari e di polizia, che di fatto hanno assunto un ruolo nettamente politico e reazionario. Con la crisi economica del decennio passato il paese è stato attraversato da enormi conflitti sociali e il sistema bipartitista PSOE e PP è andato in crisi. Il movimento indipendentista delle tre nazioni non riconosciute è divenuto potente e si è consolidato come un dato permanente. La monarchia è totalmente screditata sia per enormi scandali di corruzione sia per aver perso ogni parvenza di neutralità quando il Re ha sostenuto e in sostanza rivendicato una repressione poliziesca e giudiziaria al di fuori di qualsiasi principio dello stato di diritto. È comparso con forza un partito di estrema destra che egemonizza, con la sua visione sciovinista della Spagna, sia il PP che Ciudadanos.

A tutto ciò non può sottrarsi, per quanti equilibrismi faccia, il PSOE. Del resto i poteri economici e i loro mass media attaccano continuamente il governo. I vertici giudiziari, scaduti da più di due anni, restano in carica con la complicità del PP che si rifiuta di nominare i nuovi con la maggioranza qualificata, e continuano a nominare (per molte responsabilità a vita) giudici reazionari e ad avallare veri e propri attacchi al governo.

Unidas Podemos si è schierato con estrema chiarezza, non senza diverse esitazioni, per un vero negoziato con la Catalunya e per la liberazione dei detenuti politici e la fine della repressione, ed ha cominciato ad affrontare i nodi gordiani del programma di governo che il PSOE non vuole applicare: pensioni, mercato del lavoro, regolamentazione degli affitti e così via.

In ultima analisi la questione catalana sarà decisiva anche per la vita del governo spagnolo, che nel suo insieme dovrà scegliere se incamminarsi sulla via di una democrazia progressiva o morire dalla parte sbagliata della barricata.

ramon mantovani

pubblicato sul sito www.rifondazione.it il 16 febbraio 2021

 

 

 

 

Destituito il Presidente catalano

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 5 ottobre, 2020 by ramon mantovani

 

Il Presidente della Generalitat catalana, Quim Torra, è stato destituito e condannato a 18 mesi di interdizione a cariche o funzioni pubbliche, compreso il diritto all’elettorato passivo.

Questo significa che il governo catalano rimane in carica per l’ordinaria amministrazione (per esempio non potrà presentare la legge di bilancio) finché non verrà eletto un nuovo presidente o, esauriti i termini temporali per l’elezione che sono di due mesi, finché non ci saranno nuove elezioni del parlamento, e cioè altri due mesi.

Quale grave reato ha commesso il Presidente della Generalitat?

Per surreale o perfino ridicolo possa apparire il reato è la disobbedienza, per poche ore, verso un’ordinanza della Giunta Elettorale Centrale in occasione delle elezioni generali spagnole dell’aprile del 2019, che gli imponeva di ritirare uno striscione dalla facciata del palazzo della Generalitat che recava la scritta: “libertà per i detenuti politici ed esiliati” e il nastro giallo simbolo della protesta contro la repressione.

Senza addentrarci in una discussione giuridica infinita è necessario spiegare alcune cose:

1) in Spagna non sono, come in Italia, le Corti d’Appello circoscrizionali e la Corte Suprema di Cassazione a gestire le elezioni. Viene nominata una Giunta Elettorale Centrale composta da 8 giudici del Tribunal Supremo nominati dal vertice del potere giudiziario e da 5 giuristi nominati dal parlamento, e cioè di fatto dai partiti maggiori. La Junta Electoral Central (JEC) è un organo amministrativo e non giudiziario.

2) circa un mese prima delle elezioni dell’aprile 2019 la JEC riceve una denuncia del partito di destra Ciudadanos secondo la quale il nastro giallo è un simbolo usato da partiti concorrenti nelle elezioni generali, e ne ordina il ritiro.

3) inizia un contenzioso legale e giuridico. Il Presidente ricorre sostenendo che a) la Jec è un organo amministrativo e non può dare ordini al governo catalano; b) il nastro giallo non è un simbolo di partito e non è strettamente indipendentista (lo espone anche il comune di Barcellona il cui governo non è indipendentista); c) nella Jec siedono diversi magistrati implicati nei diversi processi contro gli indipendentisti; d) nella Jec ha partecipato alla decisione un giurista nominato dal parlamento su proposta di Ciudadanos che ha partecipato alla redazione della denuncia che ha poi accolto come membro della Giunta.

4) la Jec, prima e dopo l’episodio in questione, ha preso anche altre decisioni a dir poco molto controverse, a dimostrazione che non è certo un organismo neutrale.

È il caso delle elezioni europee nelle quali aveva deciso di escludere dalle liste gli indipendentisti in esilio, nonostante questi godessero di tutti i diritti politici, per poi essere smentita dal Tribunal Constitucional.

Ha proibito alla televisione pubblica catalana di usare le espressioni “detenuti politici” e “esiliati” in violazione del diritto fondamentale di libertà di espressione.

Ha sostenuto che gli indipendentisti eletti al parlamento europeo non potevano prendere possesso del seggio in quanto non si erano recati a Madrid a giurare sulla Costituzione spagnola (cosa che non avrebbero potuto fare perché sarebbero stati immediatamente arrestati e che comunque è totalmente impropria per deputati europei), per poi essere smentita da organi giurisdizionali europei e dal parlamento europeo.

Dopo la prima sentenza non definitiva contro il Presidente della Generalitat la JEC ha deciso (7 voti a favore e 6 contrari) che Quim Torra doveva decadere dalla carica di deputato del parlamento catalano e sul ricorso del governo catalano nel gennaio di quest’anno il Tribunal Supremo ha confermato la decisione della JEC. Alla fine dopo molte controversie Torra ha perso condizione di deputato ma non quella di Presidente della Generalitat.

E si potrebbe continuare a lungo.

In realtà questo ultimo non è altro che l’ennesimo episodio di una causa giudiziaria generale contro l’indipendentismo catalano promossa e condotta dagli apparati giudiziari centrali spagnoli, sostenuta dai partiti di destra, e spesso anche dal PSOE, e dal 90% della stampa e televisioni spagnole.

Per la vicenda del referendum e fatti connessi sono in carcere 7 esponenti del governo catalano del 2007, i due presidenti delle associazioni di massa indipendentiste, e numerosi altri sono in esilio giacché i tribunali di Belgio, Germania, Gran Bretagna e Svizzera non hanno concesso mai l’estradizione. Il vertice della polizia catalana attende una sentenza. Circa 2500 fra parlamentari catalani, sindaci, consiglieri comunali e semplici cittadini sono tutt’ora inquisiti, o già imputati, processati e condannati.

Tutto per un referendum dichiarato illegale, ma che nella legislazione spagnola non è reato penale, e per un ciclo decennale di manifestazioni e mobilitazioni totalmente pacifiche, che nei processi sono state catalogate come parti del reato di “rebelion” o “sedicion” e cioè, per tradurlo nel linguaggio giuridico di altri paesi europei, di colpo di stato o insurrezione armata.

È ormai provato, e prima o poi (forse) ci saranno processi e sentenze, che sotto i governi del Partido Popular hanno operato apparati deviati della Guardia Civil e della Policia Nacional per spiare, per costruire false accuse di corruzione contro indipendentisti e contro Podemos, per sottrarre prove e ostacolare indagini nei processi del PP per corruzione e finanziamento illegale.

La monarchia spagnola è in crisi. Sono venuti alla luce gravi casi di corruzione del re emerito che hanno costretto il re in carica a prenderne le distanze. Ma è impossibile che l’istituzione monarchica possa riguadagnare credibilità, sia perché i crimini del re emerito non possono essere giudicati giacché il potere giudiziario lo considera (purtroppo con qualche ragione di ordine costituzionale) totalmente inviolabile, almeno per tutti i reati commessi quando era in carica, sia perché il re in carica compare come titolare, con suo padre, di almeno due fondazioni finanziarie di decine e decine di milioni di euro collocate in paradisi fiscali, sia perché la fuga del re emerito negli Emirati Arabi e la “rinuncia” del re in carica alla eredità patrimoniale (che è una semplice dichiarazione verbale senza alcun effetto giuridico) non possono convincere nessuna persona di buon senso sulla natura democratica e super partes della monarchia spagnola. Se il PP, VOX e Ciudadanos, con i vertici del potere giudiziario, la difendono è solo perché incarna e garantisce “l’unità della patria”, come voluto esplicitamente dal dittatore Franco.

Il governo di coalizione PSOE UP su tutto questo è diviso. E lo è anche il PSOE al suo interno. Dovrà prima o poi decidere se aprire una nova fase della storia della Spagna riconoscendo l’esistenza delle nazioni finora negate e dovrà decidere se completare la transizione, ancorché con un enorme ritardo.

Gli indipendentisti catalani ovviamente vogliono usare le contraddizioni dello stato spagnolo ma sono divisi al proprio interno fra una linea dura di scontro frontale con lo stato e una linea morbida di negoziato e dialogo sostenuto dalla mobilitazione popolare. Tutti uniti però nella richiesta di amnistia per le migliaia di vittime della repressione e per il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione come unica via possibile per risolvere il conflitto.

Il primo vero appuntamento saranno le elezioni catalane fra circa 4 mesi. I tre partiti indipendentisti tenteranno di superare la fatidica soglia del 50% dei voti. Se ci riusciranno si aprirà veramente la via del negoziato o lo scontro si farà più complesso e duro.

È presumibile, quindi, che i prossimi mesi saranno tutto meno che tranquilli.

ramon mantovani

pubblicato il 2 ottobre 2020 sul sito http://www.rifondazione.it

Governo di sinistra in Spagna. Comincia il difficile.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 gennaio, 2020 by ramon mantovani

Il 7 gennaio, dopo tre giorni di movimentato dibattito parlamentare Pedro Sanchez, il segretario generale del PSOE, è stato eletto Presidente del governo. E’ stato possibile grazie ad un voto di maggioranza relativa di 167 voti favorevoli, 165 contrari e 18 astensioni.

Il governo, per la prima volta nella storia recente della Spagna, sarà di coalizione e sarà composto dal PSOE e da Unidas Podemos (120 e 35 voti rispettivamente). Gli altri partiti che hanno votato favorevolmente lo hanno fatto dopo aver raggiunto accordi scritti e firmati ma non faranno parte del governo. Si tratta del Partito Nazionalista Basco (PNV) con 6 voti, di Mas Pais (scissione di Podemos) con 2 voti, e di altre 4 formazioni locali con un voto ciascuna, Compromis (Pais Valencià), Bloque Nacionalista Gallego, Nueva Canarias e Teruel Existe.

I voti contrari sono stati dei tre maggiori partiti di destra, Partido Popular, Vox e Ciudadanos (88, 52 e 10 voti rispettivamente), dell’Union del Pueblo Navarro (2 voti), dei partiti locali con un solo voto, Partido Regionalista de Cantabria, Foro Asturias, e Coalicion Canaria. Hanno votato contro, ovviamente con motivazioni opposte alle destre spagnole, anche le due formazioni indipendentiste catalane Junts per Catalunya (destra) e la Candidatura de Unidad Popular (estrema sinistra) con 8 e 2 voti rispettivamente.

Il voto di astensione, decisivo per la formazione del governo, è stato delle due formazioni indipendentiste catalane e basche Esquerra Republicana de Catalunya (13 voti) e EH Bildu (5 voti).

Come si può facilmente intuire il governo nasce debole dal punto di vista parlamentare. Esposto ad ogni evento che possa far mutare di opinione uno dei partiti che l’ha appoggiato o che ha permesso la sua formazione con il voto di astensione. La prima vera ed importante prova sarà la legge di bilancio, che è regolata dalla costituzione spagnola in modo sensibilmente differente da quella italiana e che non descriveremo qui per motivi di brevità.

Come si è arrivati all’accordo fra PSOE e Unidas Podemos e alla formazione della maggioranza relativa parlamentare.

Il PSOE ha tentato negli ultimi anni in tutti i modi possibili ed immaginabili di governare da solo. Nel mio precedente articolo “l’arroganza del PSOE” (pubblicato su questo stesso sito) li ho descritti e ne ho parlato in modo esaustivo. Non lo rifaccio qui.

L’importante è capire cosa abbia portato (ma sarebbe meglio dire costretto) il PSOE ad una svolta di “sinistra”. Se apparente ed occasionale o seria e strategica lo vedremo prossimamente.

Nell’ultima campagna elettorale il PSOE, sperava di ottenere più voti, di vedere fortemente ridotti i consensi di Unidas Podemos grazie alla scissione di Mas Pais (capitanata dall’ex numero due di Podemos e sostenuta dalla ex sindaca di Madrid), e di non dover contare sull’astensione di forze indipendentiste catalane e basche. Se le cose fossero andate così avrebbe potuto governare da solo, anche se in minoranza, ottenendo l’astensione almeno di Ciudadanos, che negli ultimi giorni di campagna aveva esplicitamente previsto di farlo al fine di evitare l’ingresso di Unidas Podemos al governo, e qualsiasi tipo di accordo con forze indipendentiste catalane e basche. Ed è presumibile che lo stesso Partito Popolare avrebbe seguito Ciudadanos.

Che il PSOE puntava a questo quadro politico è provato dal fatto che Sanchez in campagna ripetutamente aveva promesso che non avrebbe mai fatto entrare Unidas Podemos al governo. Aveva attaccato l’indipendentismo catalano frontalmente sostenendo, come Ciudadanos e il PP, che in Catalogna ci sarebbe una crisi di convivenza civile provocata dagli indipendentisti e non un conflitto politico fra Spagna e Catalogna.

Quindi solo l’esito elettorale, con il crollo di Ciudadanos da 57 a 10 seggi, con l’ascesa di VOX fino a 53 seggi, con la tenuta di Unidas Podemos e il fallimento di Mas Pais (2 seggi), con la crescita degli indipendentisti catalani e baschi, ha obbligato Sanchez a fare una svolta di 180 gradi il giorno successivo alle elezioni.

Ho detto Sanchez perché dentro il PSOE i vecchi dirigenti storici, ormai totalmente integrati nel sistema di potere economico dominante, e gran parte dei “barones territoriales” e cioè di diversi socialisti Presidenti di Comunità Autonome, per non parlare della CEOE (confindustria spagnola), delle più importanti imprese e banche proprietarie di televisioni e giornali, avrebbero volentieri sacrificato la testa di Sanchez per avere un governo monocolore socialista con un altro esponente del PSOE o un indipendente alla testa e l’appoggio esterno del PP.

Per questo, e solo per questo, due giorni dopo le elezioni del 10 novembre è stato annunciato il preaccordo fra PSOE e Unidas Podemos per un governo di coalizione, “progressista e di sinistra”, senza veti sulla persona di Pablo Iglesias e con un immediato cambio di posizioni sulla questione catalana. Quel che non si era potuto fare per mesi nelle breve legislatura precedente si è fatto in poche ore!

Come per magia la crisi di convivenza in Catalogna provocata dagli indipendentisti per il PSOE è diventata un “problema e un conflitto politico” da risolvere con dialogo e negoziato e non con i tribunali, la Spagna è ridiventato uno stato plurinazionale, la destra tutta è diventata “estrema destra”.

Tutto questo la dice lunga sulla natura ed affidabilità politica ed anche democratica del PSOE.

Ovviamente l’esiguità della maggioranza relativa in parlamento e i due grandi problemi del paese, che continuano ad essere irrisolti e che sono l’enorme diseguaglianza sociale e la questione catalana, sono un combinato disposto che peserà sulla vita del governo fin dai suoi primi passi. E che costringerà il PSOE a scelte, in un senso o nell’altro, irreversibili per lungo tempo.

Ma intanto la situazione politica è profondamente cambiata.

Come ha testimoniato lo stesso dibattito parlamentare sulla elezione del Presidente del Governo.

Un dibattito teso, come non mai. Nel quale le tre destre ed alcuni loro alleati locali, con il sostegno aperto di gran parte dei mass media, hanno sostenuto la stessa identica tesi: il governo è illegittimo. Illegittimo perché i voti del PSOE ottenuti con la promessa che mai si sarebbe fatto un governo con Unidas Podemos e che mai si sarebbe scesi a patti con l’indipendentismo, sarebbero stati di fatto ottenuti con un imbroglio. Illegittimo perché sorretto con l’astensione dei “nemici della patria che vogliono distruggere la Spagna e che sono golpisti (ERC) e terroristi dell’ETA (Bildu)”. Un governo contro il quale le destre hanno annunciato che non esiteranno a ricorrere ai tribunali. In contemporanea al dibattito parlamentare non sono mancati alle destre l’appoggio esplicito della conferenza episcopale e della confindustria spagnola. Come non sono mancati, da parte di Vox, appelli alle forze armate affinché intervengano contro i “traditori” per difendere la patria.

Non c’è dimostrazione più chiara che la “transizione” non si è mai conclusa con la effettiva democratizzazione della Spagna. E che la destra spagnola, ora differenziata in tre partiti che per decenni hanno di fatto convissuto dentro il PP, sulle questioni sostanziali, economia, natura dello stato e monarchia erede del franchismo, si batte apertamente per risolvere la crisi politica e sociale della Spagna con una involuzione e un netto ritorno al passato. Del resto nell’ultimo decennio è stato il Partito Popolare a produrre politiche di classe che hanno compromesso pesantemente lo stato sociale attaccando i diritti dei lavoratori e tagliando duramente la spesa sociale. A varare leggi liberticide e ad indirizzare diversi attacchi all’autogoverno catalano, provocando una rottura profonda e irreversibile il cui sintomo più evidente è un movimento indipendentista fortissimo, contro il quale ha scatenato un’ondata repressiva giudiziaria e poliziesca senza precedenti. O per meglio dire, di franchista memoria.

Le destre spagnole si opporranno duramente al governo, come hanno annunciato chiaramente, nelle piazze mobilitando il nazionalismo spagnolo più retrivo, usando il potere di cui dispongono con il controllo del potere giudiziario, che ormai da tempo agisce spudoratamente come un braccio politico in difesa della “sacra unità della patria”, e facendo causa comune con gli attuali e potenti poteri economici oligarchici, formatisi ai tempi della dittatura con l’espropriazione dei beni degli sconfitti della guerra civile e con il lavoro forzato di decine di migliaia di prigionieri politici.

Dal canto suo il governo e la fragile maggioranza relativa parlamentare dovrà reggere gli attacchi che la destra porterà senza sosta.

Se è vero, come è vero, che la transizione del 78 è in crisi non se ne può uscire che completandola superando esattamente le tre cose che i ministri franchisti redattori della costituzione imposero grazie al controllo totale della magistratura, dell’esercito e delle polizie: la monarchia (che rappresenta la continuità del regime fascista giacché fu Franco a reintrodurla come erede propria); la concezione dello stato fondato sul nazionalismo sciovinista spagnolo e sulla negazione dell’esistenza delle nazioni basca, catalana e galiziana; l’impunità per i crimini commessi lungo i 40 anni di durissima dittatura fascista.

E se è vero, come è vero, che la crisi economica è stata interamente pagata dalle classi popolari, che le diseguaglianze sono aumentate fino a livelli insopportabili, che in tutta la Spagna sono vivi e forti grandi movimenti di lotta, è evidente che il governo dovrà scegliere di invertire la tendenza fin da subito con provvedimenti chiari e netti. Se non lo farà, oltre a produrre delusione e a mettere a rischio la sua stessa esistenza, visto che per Unidas Podemos sarebbe inaccettabile, favorirà le destre nell’operazione, che in molti altri paesi europei è risultata efficace, che mira a promuovere la guerra fra poveri e ad acutizzare la crisi catalana per occultare le contraddizioni di classe e sociali con il più classico nazionalismo: “la Spagna deve tornare ad essere Grande!”. “Prima gli spagnoli!”.

Insomma, il superamento del regime del 78 e le questioni sociali sono i due banchi di prova sui quali si vedrà nei prossimi mesi e, speriamo, anni, se questo governo è veramente un governo progressista e di sinistra.

Le destre, forti del loro controllo del potere giudiziario e forti della sintonia con i poteri economici e del conseguente appoggio esplicito della maggioranza schiacciante dei mass media, non daranno tregua. Al di là degli insulti, delle semplificazioni bugiarde, delle falsità, che ormai imperano nella politica spettacolo di mezzo mondo, ciò che è significativo e preoccupante è che, anche se embrionalmente, riemergono due spagne contrapposte ed inconciliabili. Ovviamente oggi non c’è il pericolo di un colpo di stato classico e nemmeno di una guerra civile, ma c’è il pericolo di una svolta autoritaria, di una criminalizzazione del conflitto sociale, di una soluzione puramente repressiva delle questioni nazionali catalana e basca. Le tre destre sono violentemente liberiste e scioviniste. Per batterle ci vogliono politiche sociali antiliberiste, forti movimenti di lotta e il riconoscimento delle nazioni esistenti storicamente nello stato spagnolo. Su queste questioni qualsiasi ambiguità o gerarchia fra di esse finirebbe con l’alimentare il progetto delle destre.

La questione catalana.

Il PSOE e Esquerra Republicana de Catalunya hanno raggiunto un accordo scritto e firmato che impegna il governo spagnolo ad avviare, in pochissime settimane, un tavolo di negoziato con il governo catalano per risolvere politicamente il conflitto. Un negoziato senza limiti nel quale i catalani proporranno in partenza il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione (che è riconosciuto anche da Unidas Podemos) e una amnistia che metta fine alla repressione giudiziaria e politica del movimento indipendentista catalano. E nel quale il governo dovrà presentare proprie proposte per la risoluzione del conflitto. Sarà un negoziato difficilissimo sia per la dimostrata inaffidabilità del PSOE sia, soprattutto, per le pesantissime ingerenze della magistratura che in pochi giorni prima, durante e dopo i voti parlamentari sul governo ha assestato altri pesanti ed arbitrari colpi contro l’indipendentismo catalano, che non descriveremo qui per brevità.

I voti di ERC e di EH Bildu, saranno necessari per approvare la legge di bilancio e, sebbene entrambi abbiano già dichiarato di essere disponibili ad appoggiare tutti i provvedimenti che migliorino le condizioni delle classi popolari, per loro sarà decisivo l’andamento del negoziato sulla questione catalana.   

Il programma e il governo.

Il programma firmato da PSOE e Unidas Podemos è, a mio modesto avviso e considerando il contesto, un buon programma. Contiene parecchi impegni precisi a trasformare in fatti molte delle rivendicazioni dei movimenti di lotta. Da un notevole aumento del salario minimo all’abrogazione della legislazione sul lavoro del PP, da un aumento delle pensioni alla reintroduzione delle spese sociali tagliate durante la crisi, da una regolazione degli affitti a investimenti in abitazioni pubbliche, da notevoli progressi nella parità di genere a riforme del codice penale contro i femminicidi e le violenze sessuali, da una politica sull’immigrazione basata sull’integrazione all’assunzione dei diritti umani di profughi ed immigrati come elemento sovra ordinatore, dall’eutanasia alla categorica proibizione della gestazione in affitto, da una svolta nelle politiche energetiche all’impegno del rispetto dell’agenda contro il cambio climatico e all’abrogazione delle leggi liberticide approvate nell’ultimo decennio. Vi è anche un capitolo sulla memoria storica che, per la prima volta dopo 40 anni, si propone di annullare le sentenze dei tribunali fascisti, di recuperare le decine di migliaia di salme degli antifranchisti sepolte in anonime fosse comuni e di espropriare le proprietà ottenute illegalmente durante la dittatura. Il programma prevede riforme fiscali moderate ma chiaramente redistributive e soprattutto non prevede la classica politica dei due tempi: prima il risanamento di bilancio e poi, eventualmente, riforme progressive.

Ma contiene, come nel caso del governo portoghese precedente l’attuale, l’accettazione delle compatibilità e dei limiti imposti dall’Unione Europea. Il che è una contraddizione palese che verrà risolta dai rapporti di forza in Spagna e nell’Unione Europea.

In altre parole le intenzioni sulla carta sono buone ma tutto dipenderà dalle lotte sociali, femministe ed ambientaliste e dal peso reale che avranno le ministre e i ministri di Unidas Podemos. Che sono 5. Una vicepresidenza con competenze sui diritti sociali e sull’agenda 20-30 (Pablo Iglesias – Podemos), e 4 ministeri: Lavoro (Yolanda Diaz, che rappresenta la coalizione Galicia en Comun e che è militante di Izquierda Unida e del Partito Comunista di Spagna), Università (Manuel Castells che rappresenta la coalizione catalana En Comù Podem), Consumo (Alberto Garzon che è il coordinatore generale di Izquierda Unida e membro del PCE), Uguaglianza di genere (Irene Montero – Podemos).

Dal canto suo Sanchez ha distribuito incarichi a ministri del PSOE fedeli alla scelta di fare il governo di coalizione con Unidas Podemos e ad alcuni “tecnici” indipendenti che possano essere graditi ai tecnocrati dell’Unione Europea. Come le ministre dell’economia e degli esteri.

In Spagna si può aprire una nuova fase, anche per il resto dei paesi del Sud Europa. Ma è una possibilità, non una certezza. E bisogna sapere che ci vorrà tempo ed anche pazienza.

È proprio il caso di guardare a questa nuova fase con l’ottimismo della volontà. E soprattutto con il pessimismo dell’intelligenza.

ramon mantovani

pubblicato sui siti www.rifondazione.it e https://transform-italia.it/ il 15 gennaio 2020