Pessimo risultato delle elezioni spagnole.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno, 2016 by ramon mantovani

Le elezioni anticipate (convocate dopo mesi di sterili trattative per formare il governo) si sono risolte con un’avanzata del Partito Popolare (PP), con una tenuta del Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), con un secco arretramento di Unidos Podemos (coalizione composta da Podemos, Izquierda Unida, Equo e da coalizioni più ampie e comprendenti forze locali in Catalunya, Galicia, Pais Valencià e Illes Baleares), e con un più modesto arretramento di Ciudadanos (C’s). Le forze indipendentiste e nazionaliste catalane e basche hanno confermato sostanzialmente gli stessi voti del turno precedente.

 

Vediamo i risultati nel dettaglio per le forze principali.

 

La partecipazione al voto è calata dal 73,20 % al 69,84 % con un milione e duecentomila elettori in meno.

 

Il PP passa da 7.236.265 voti (28,71 %) a 7.906.185 voti (33,03 %) e da 123 a 137 seggi.

 

Il Psoe passa da 5.545.315 voti (22,00 %) a 5.424.709 voti (22,66 %) e da 90 a 85 seggi.

 

Unidos Podemos passa da 6.146.527 voti (24,47 %) a 5.049.734 voti (21,10 %) conservando i 71 seggi della tornata precedente. Nella tornata precedente Podemos e Izquierda Unida si presentarono divise tranne che in Catalunya e Galicia. E nelle Isole Baleari la forza locale MES si presentò da sola.

 

C’s passa da 3.514.528 voti (13,94 %) a 3.123.769 voti (13.05 %) e da 40 seggi a 32.

 

È bene sapere che le incongruenze fra voti e seggi sono dovute al sistema elettorale spagnolo che è diviso in 52 circoscrizioni (50 province e 2 città autonome, Ceuta e Melilla) in ognuna delle quali vengono attribuiti i seggi con il sistema D’Hondt e con uno sbarramento del 3 %. Non esistendo un collegio unico statale per riequilibrare il rapporto voti-seggi i voti che non riescono ad eleggere nelle singole province sono dispersi.

Il segretario di Ciudadanos nel primo commento dopo il voto ha lamentato la ingiustizia del sistema elettorale, come del resto hanno fatto per 40 anni il PCE e Izquierda Unida. Ed ha portato l’esempio della regione Castilla y Leon, dove nelle 9 province che la compongono, Ciudadanos con il 14,15 % dei voti elegge 1 deputato, Unidos Podemos con il 15,50 % ne elegge 3, il Psoe con il 23,17 ne elegge 9, mentre il PP con il 44,33 ne elegge ben 18.

 

Detto questo passiamo ai miei modesti commenti.

 

La destra spagnola è forte.

 

Nessun sondaggio ha previsto l’avanzata del Partido Popular. Né alcun commentatore. Né, tantomeno, nessun altro partito avversario.

Dopo le elezioni precedenti il Presidente del PP Mariano Rajoy propose un governo di coalizione con il Psoe e, forse, con Ciudadanos. Avendo ottenuto risposte negative da entrambi rifiutò l’incarico del RE di tentare di formare il governo, prevedendo di non avere i voti sufficienti per essere investito dal parlamento come Presidente del governo.

Affinché i lettori italiani comprendano meglio è bene che sappiano che il parlamento spagnolo accorda la fiducia (investidura) al solo Presidente del governo, che solo dopo averla ottenuta forma il governo, senza che questi debba ottenere a sua volta la fiducia. In altre parole può essere, come è successo più volte nella storia parlamentare spagnola, che vi siano partiti che, con il voto favorevole o con l’astensione, partecipano all’elezione del capo del governo per poi rimanere all’opposizione. Permettendo in questo modo un governo sorretto da una minoranza parlamentare, che sui singoli provvedimenti si allarga poi a geometria variabile.  

Rajoy, accusato di immobilismo dalla gran parte dei commentatori, si mantenne in questa posizione fino alla fine, ribadendo la sua proposta di governo di grande coalizione con il Psoe. E osservando compiaciuto il fallimento del tentativo, del quale parleremo più avanti, del segretario socialista di ottenere i voti di Ciudadanos e Podemos per essere investito Presidente.

Bisogna sapere che prima ed anche dopo la campagna elettorale del 20 novembre del 2015 il PP è stato travolto da potentissimi scandali per corruzione. Con dirigenti nazionali ed interi gruppi dirigenti locali incarcerati e/o incriminati per reati gravissimi. Pochi giorni prima del voto del 26 giugno, inoltre, il quotidiano digitale di sinistra “el Publico” ha diffuso le registrazioni di conversazioni fra il Ministro degli Interni ed un giudice incaricato di dirigere l’ufficio anticorruzione catalano. Il contenuto delle conversazioni restituisce con evidenza inequivocabile che erano in corso manovre giudiziarie, e diffusione delle stesse, volte a screditare i due maggiori partiti indipendentisti catalani (Esquerra Republicana de Catalunya e Convegencia Democratica de Catalunya) per inesistenti casi di corruzione e il gruppo dirigente di Podemos per presunti, ed ovviamente inesistenti, casi di finanziamento illecito di Podemos ad opera dei governi venezuelano ed iraniano. Ovviamente questa specie di caso “watergate” ha provocato la reazione di tutti i partiti, e perfino dei sindacati di Polizia e Guardia Civil, che unanimemente hanno chiesto le immediate dimissioni del ministro. Il quale però non si è nemmeno sognato di darle ed ha ottenuto, invece, la piena solidarietà del Presidente del Governo per la diffusione di registrazioni illegali delle sue conversazioni con un giudice.

Viene davvero da chiedersi come sia possibile che un partito al governo nel tempo della crisi sociale più grave della storia spagnola, travolto da casi gravissimi di corruzione e preso con le mani nel sacco ad ordire trame illegali, utilizzando a questo fine strutture dello stato, contro i propri avversari politici, possa non solo non crollare elettoralmente (anche se a dire il vero il crollo lo aveva avuto nelle precedenti elezioni passando da quasi 11 milioni di voti (44,63 %) a 7 milioni e 200mila voti (28,72%) e dalla maggioranza assoluta con 186 seggi a 123) ma perfino risalire in voti assoluti e seggi.

Non è facile rispondere a questa domanda. Si tratta di qualcosa di molto profondo e complesso che sarà necessario, per le forze della sinistra spagnola, analizzare molto bene.

Ma possiamo dire che il PP ha utilizzato alla perfezione una strategia elettorale che ha funzionato.

 

Una strategia con tre assi fondamentali.

 

1) vantare successi economici (crescita del PIL e diminuzione della disoccupazione) pur riconoscendo la persistente crisi sociale. Addebitandola però al governo Zapatero e alla pesante eredità che questo governo aveva lasciato. Si tratta di una bufala, perché anche dal punto di vista liberista rimane un grave deficit e debito pubblico e perché in realtà la diminuzione della disoccupazione è solo formale in quanto per effetto delle “riforme” del mercato del lavoro di Zapatero e poi del PP si tratta di un incremento occupazionale dovuto esclusivamente a contratti precari per il 90 % inferiori a una settimana. Ma se ben presentata insieme alla prospettiva di un salto nel buio (l’esempio della Grecia è stato il leit motiv ripetuto) rappresentato da un governo diretto o con la partecipazione di Unidos Podemos (sempre definito estremista, comunista, chavista e soprattutto amico di Syriza), ha evidentemente avuto il successo sperato fra le classi medie impoverite ma terrorizzate da prospettive più buie. Senza contare la conservazione del consenso attraverso le più classiche politiche clientelari sociali e territoriali.

2) elevare alla massima potenza il messaggio nazionalista spagnolo. Mostrando una totale intransigenza contro le aspirazioni nazionali di baschi e catalani, anche rinverdendo contenuti chiaramente franchisti e utilizzando la repressione giudiziaria contro gli indipendentisti. Il fine giustifica qualsiasi mezzo per impedire agli indipendentisti e ai comunisti di distruggere la sacra nazione spagnola. Perciò lo scandalo della trama ordita contro gli indipendentisti catalani e contro Podemos alla fine si è risolta a favore del PP. Allo stesso tempo si è mostrato totalmente e acriticamente europeista (gli argomenti antieuropei in Spagna non hanno nessuna popolarità). Sulla base di tutto questo ha accusato gli avversari di voler minare l’unità della Spagna e di voler aprire una controversia con l’Unione Europea che si sarebbe risolta con un disastro economico, come in Grecia. A questo fine la proposta di governo di grande coalizione è stata sempre accompagnata dagli esempi di grandi coalizioni in altri paesi europei, a cominciare dalla Germania.  

3) minimizzare i casi di corruzione ed utilizzando i casi analoghi, anche se meno gravi, del Psoe e della destra catalana, e quelli falsi ed inesistenti di Podemos, per generalizzare il problema. Insomma, è vero che c’è molta corruzione, ma lo fanno tutti, e comunque le leggi e la giustizia funzionano visto che i casi del PP sono stati perseguiti di più con il PP al governo.

 

Il PP per quanto sia ben lungi dal riprendersi la forza che ebbe nel 2011 esce certamente vincitore da queste elezioni. I problemi sociali, economici, istituzionali e politici del paese restano tutti, e il PP non potrà che aggravarli nei prossimi anni, sia obbedendo alla Troika, sia producendo uno scontro frontale con il governo indipendentista catalano, ma intanto ha superato il momento più difficile della sua storia.

 

Ciudadanos fa parte della destra spagnola a tutti gli effetti, sia per la condivisione sostanziale della politica economica del PP, con accenti anche, se possibile, più liberisti, sia per la vocazione nazionalista spagnola e nemica giurata del diritto all’autodeterminazione di baschi e catalani. Anche a naso è evidente che i voti persi da Ciudadanos sono andati al PP. Certamente a causa della disponibilità di C’s a votare l’investitura del segretario socialista Pedro Sanchez nelle trattative degli scorsi mesi. E probabilmente, ma quasi certamente, perché il profilo “nuovo”, “moderno”, anticasta e anticorruzione esibito contro Rajoy e il PP non ha funzionato in una campagna elettorale estremamente polarizzata. Paradossalmente Ciudadanos ha fatto un enorme autogol partecipando fortemente alla campagna contro Podemos, utilizzando più di altri le false accuse di finanziamento illecito, e descrivendo un governo con Unidos Podemos come un salto nel buio. In questo modo ha semplicemente alimentato la paura che ha spinto elettori reazionari e conservatori a turarsi il naso e votare il vero baluardo anticomunista rappresentato dal PP.

 

 

Il Psoe tiene ma esce indebolito dalle elezioni.

 

La crisi del Psoe non è esplosa, visto che il sorpasso di Unidos Podemos non c’è stato, ma non si è nemmeno arrestata.

Il risultato elettorale del Psoe è infatti il più basso della storia, sia dal punto di vista dei voti che dei seggi.

La campagna elettorale del Psoe è stata incentrata sulla giustizia sociale, ma presentando disoccupazione, precarietà, diseguaglianze e tagli sociali come effetti unicamente delle politiche del PP, e senza mai mettere in discussione né le vere cause della crisi, a cominciare dalle politiche neoliberiste del governo socialista di Zapatero che accellerò la deindustrializzazione del paese e favorì un’enorme bolla speculativa edilizia, né le politiche di austerità imposte dalla UE. Con contorno di difesa dei diritti civili, sui quali il Psoe è indubbiamente progressista.

Insomma, un profilo apparentemente più di sinistra e sociale del Psoe di Zapatero, ma in realtà in totale linea di continuità con l’impianto liberista delle politiche economiche dominanti.

Sulla questione catalana il Psoe ha proposto una riforma costituzionale federale, ma senza mai precisare di che tipo, ed ha comunque negato anche solo l’ipotesi di un referendum consultivo in Catalogna. Proposta difesa fino a due anni fa anche dal Partito dei socialisti catalani, che poi se la sono rimangiata subendo per questo una scissione ed una grave crisi.

Ma, a mio avviso, l’arma vincente che ha permesso a Pedro Sanchez e al Psoe di impedire la crescita di Unidos Podemos e il previsto sorpasso è stata l’accusa, ripetuta ossessivamente da tutti i candidati socialisti in tutti i dibattiti televisivi, a Podemos di non aver voluto sostenere un governo guidato dai socialisti dopo le precedenti elezioni favorendo così il PP, e imputando questa scelta alla presunzione, arroganza e sete di potere di Pablo Iglesias.

Si tratta di una falsità, o meglio di una mezza verità.

Podemos propose per primo un governo di coalizione concordato fra Psoe, Podemos, Izquierda Unida e le tre liste unitarie di Catalunya, Galicia e Pais Valencià (Confluencias), con la ricerca di sostegno (visto che la somma dei deputati delle forze di governo non raggiungeva la maggioranza) fra le forze basche e catalane. Queste ultime già in campagna elettorale avevano dichiarato che avrebbero sostenuto, anche con il voto a favore se necessario, un governo che si impegnasse a permettere referendum di autodeterminazione. Ma Pablo Iglesias commise, a mio avviso, l’errore di presentare questa proposta corredandola della richiesta della vicepresidenza del governo per se stesso (dopo aver detto nei mesi precedenti che mai avrebbe personalmente accettato di far parte di un governo del quale non fosse presidente) e di un lungo elenco di ministeri, fra i quali interni e difesa.

Il Psoe ebbe così modo di rispondere che i socialisti erano interessati a discutere di programma e che erano meravigliati del fatto che Podemos dimostrasse una tale brama di poltrone.

Le richieste programmatiche di Podemos, che pure erano state esposte, sparirono dalla discussione sui mass media e l’immagine di Podemos e di Pablo Iglesias subì un duro colpo.

In seguito il Psoe precisò la propria posizione dicendo che era necessario un governo di cambiamento ed avviando trattative separate con Ciudadanos da un lato e con Podemos, IU e le Confluencias dall’altro. Ma anche dicendo che si rifiutava di ricercare appoggi esterni di partiti indipendentisti catalani e nazionalisti baschi.

Firmò con Ciudadanos un programma di governo e chiese, con un chiaro ricatto, a Podemos, IU e Confluencias di sostenerlo dall’esterno.

Ovviamente questi ultimi rifiutarono ribadendo la proposta del governo progressista e gli stessi partiti baschi e catalani riproposero la propria disponibilità a sostenerlo. Ma fu inutile.

Nel corso dei due dibattiti parlamentari (ritrasmessi dalle tv in diretta) sulla “investidura” di Sanchez, Iglesias alternò discorsi durissimi contro il Psoe con discorsi improntati al clima di “amore” necessario fra se stesso e Sanchez, corredati da volgari ed inascoltabili allusioni a un presunto flirt fra una deputata del PP e un deputato di Podemos (sic).

Come è noto alla fine il tentativo di Sanchez di formare il governo fallì per il voto negativo della maggioranza del parlamento.

Tutto ciò, però, permise a Sanchez di glissare sulle questioni programmatiche, visto che i mass media diedero eco enorme sia agli attacchi di Iglesias al Psoe sia alle curiose note “di colore” provocate dal discorso di Iglesias sull’amore, e di ribadire la critica a Podemos di aver impedito un governo alternativo al PP.

Ripeto, per mesi e in modo ossessivo, in campagna elettorale il Psoe ha insistito sul fatto che Podemos “ha impedito il cambiamento”, “ha fatto un favore al PP” con il quale, se non un accordo tacito, “ha in realtà un interessa comune” che “è impedire al Psoe di governare” anche a costo di provocare nuove elezioni nella speranza di aumentare i propri voti.

Naturalmente questa versione dei fatti di Sanchez è stata enormemente amplificata dal potente dispiegamento dei mass media dei poteri forti vicini al Psoe, a cominciare dal quotidiano “el Pais”.

Va da sé che questa campagna ha ottenuto il doppio risultato di mobilitare, o almeno di contenere la smobilitazione, degli elettori socialisti, e di deprimere una parte degli elettori di Podemos, che sono, non va dimenticato, in grande maggioranza voti di opinione fortemente influenzabili, nel bene ma anche nel male, dall’immagine di Podemos e del leader sui mass media.

 

La sinistra ora è più debole?

 

Se si concepisce la politica come marketing elettorale e si affida tutto all’immagine del leader, e alla suggestione del cambiamento nel quale il conflitto sociale è evocato ma non protagonista, è chiaramente più debole.

Se, al contrario, si è coscienti che per motivi contingenti, e spesso irripetibili, si può “sfondare” elettoralmente, nel periodo della crisi, ma che bisogna unire, consolidare, allargare, e soprattutto motivare il conflitto sociale e culturale con una strategia realistica per conquistare il governo, perdere una battaglia può anche essere salutare.

I dirigenti di Podemos e IU, delle Confluencias, hanno già detto che l’unità raggiunta non è messa in discussione dalla sconfitta elettorale.

Come sempre, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida, quelli restii o contrari all’unità proveranno a metterla in forse, utilizzando argomenti specularmente contrapposti.

Gli uni dicendo che l’unità con IU ha offerto il fianco a chi ha descritto Unidos Podemos come forza estremista, comunista, e incapace per questo di porsi l’obiettivo di conquistare la maggioranza del popolo. E gli altri dicendo che la diluizione di IU in una forza leaderistica, eclettica, e priva di radici reali nel tessuto sociale e nel conflitto è un’avventura che può disperdere un patrimonio storico e di lotta importante.

Si badi bene, io penso che entrambe queste posizioni, che non condivido, contengano però un nucleo di verità.

Era da mettere nel conto che PP, Psoe e Ciudadanos, oltre che alla grancassa massmediatica dei poteri forti, avrebbero giocato la carta dell’accusa di estremismo e di veterocomunismo per appannare l’immagine di una forza nuova, priva di precedenti sconfitte, che per questo per due anni è stata descritta come il “nuovo che avanza” da tutti.

Come è evidente che per militanti ed elettori orgogliosi della propria identità di sinistra e comunista, è di difficile digestione l’unità con un partito che si dichiara un giorno né di destra né di sinistra, un altro giorno populista di sinistra, un altro ancora veramente socialdemocratico, e così via.

Negare o sminuire queste cose è fuggire dalla realtà. Ma assolutizzarle sarebbe una fuga dalla realtà ancora più precipitosa e fallimentare.

Per il semplicissimo motivo che ci sono 5 milioni di persone in carne ed ossa, il 99 % delle quali rimarrebbe irrimediabilmente delusa da divisioni che non comprenderebbe in nessun modo, che sono convinte, magari superficialmente e confusamente, che la crisi è stata prodotta dal capitalismo, che bisogna difendere le conquiste in pericolo, che bisogna democratizzare le istituzioni e rendere la politica non un “affare” appannaggio delle élites privilegiate con il popolo spettatore passivo, bensì uno strumento di trasformazione della propria condizione materiale.

È indispensabile rimanere in sintonia con questi 5 milioni di persone, molti dei quali, per altro, sono direttamente impegnati in lotte durissime.

Ma per farlo non si devono scambiare i propri desideri con la realtà.

Una cosa è avere il vento in poppa con un’opinione pubblica favorevole, con i mass media amici che osannano il leader, con prospettive suggestive di cambiamento facile e subitaneo. Un’altra è avere i mass media che tentano di demolire il leader, e soprattutto affrontare scelte che comportano comunque prezzi elettorali. Come per esempio votare no al Psoe e lasciare il PP a governare. O come votare si al Psoe e rinunciare a molti dei propri contenuti. Non esistendo una terza presentare una delle due scelte come risolutiva e senza controindicazioni è una sciocchezza in termini logici e un crimine da imbroglioni di quarta categoria in termini politici.

Una cosa è resistere, anche eroicamente, e attraversare un deserto fatto di sconfitte e delusioni, senza avere mai la possibilità, per colpa di cause oggettive ed estranee alla propria volontà, ma non per questo meno reali come per esempio sistemi elettorali nemici, di incidere realmente dalle istituzioni nella realtà sociale, senza capire che così si può essere percepiti come parte del problema invece che come parte della soluzione. Ed un’altra è resistere per il tempo necessario, avendo coscienza dei propri limiti, senza mai perdere di vista l’obiettivo di unire tutto il possibile per un cimento che è e deve essere considerato come parziale e mai come totale. Quello elettorale.

La sconfitta di Unidos Podemos non è una disfatta. E ci sono tutte le condizioni per procedere nella costruzione di un’unità strategica, che non imponga a nessuno di rinunciare alla propria identità ed organizzazione e che al tempo stesso costruisca dal basso uno spazio democratico e partecipato. Che tenga conto degli errori fatti e che man mano si liberi di timori e soprattutto di facili illusioni.

Non sta certo a me approfondire questo tema e tanto meno indicare soluzioni politiche ed organizzative.

Come ho già detto in passato, però, penso che il modello della coalizione catalana En Comù Podem, che non per caso ha ribadito il proprio successo, che è profondamente e direttamente legata ai forti movimenti di lotta di cui i dirigenti sono espressione diretta, che agisce in una società densa di partecipazione e funziona collegialmente, e che ha saputo unire tutti i partiti e piccole organizzazioni della sinistra fin dalle scorse elezioni, sia un esempio valido.

Anche per la sinistra degli altri paesi europei.

 

ramon mantovani

 

pubblicato il 28 giugno 2016 sul sito http://www.rifondazione.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nuove elezioni in Spagna. La sinistra si unisce.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio, 2016 by ramon mantovani

Podemos, Izquierda Unida e la formazione ecologista Equo hanno raggiunto un accordo per presentarsi uniti alle elezioni anticipate del 26 giugno.

L’accordo è stato sottoposto ad un referendum fra gli iscritti delle tre organizzazioni. Approvato con il 87,8 % dei voti in IU, con il 98 % in Podemos e con il 92 % in Equo.

Tutte le forze parteciperanno alla campagna elettorale con i propri rispettivi programmi già presentati alle elezioni di 5 mesi fa. Ma è stato elaborato un programma minimo comune che comprende tutti i punti già simili o identici fra quelli delle singole forze, e che prospetta le linee guida di un eventuale governo. Sia Podemos, che IU, che Equo, che le tre liste unitarie locali autonome di Catalunya, Galicia e Pais Valencià, avranno ampia autonomia e visibilità in parlamento. La formazione di gruppi parlamentari distinti è auspicata ma dipenderà dall’ufficio di presidenza del parlamento.

Izquierda Unida avrà un sesto degli eletti, senza contare le tre liste regionali.

Nella scheda elettorale (in Spagna non c’è un’unica scheda con i simboli di tutti partiti bensì una scheda per ogni partito o coalizione che l’elettore chiude in una busta e depone nell’urna) saranno visibili i simboli di tutte le forze coalizzate nella circoscrizione.

Il nome della coalizione non è ancora stato deciso.

Per comprendere l’importanza e la portata dell’accordo è necessario ricordare gli antefatti.

Alle elezioni del 20 dicembre del 2015, 5 mesi fa, l’accordo non fu possibile.

Nei mesi precedenti Izquierda Unida propose, reiteratamente e apertamente, di fare un accordo elettorale e programmatico di tutte le forze della sinistra alternativa, con l’ambizione di ottenere una vittoria elettorale sufficiente a produrre una svolta nel paese e un governo capace di rovesciare le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea, e di avviare un processo costituente per superare la costituzione del 1978, fortemente intrisa di continuità col regime franchista. Indicò nell’esperienza della lista vittoriosa alle elezioni municipali di Barcellona, Barcelona en Comù, l’esempio da seguire come modello di unità.

Podemos rifiutò la proposta sostenendo che non avrebbe proceduto a fare accordi generali con IU per non collocarsi all’estrema sinistra nello schieramento politico, avendo scelto di essere forza legata alla dialettica alto-basso e non alla tradizionale destra-sinistra, e si dichiarò disponibile a produrre liste unitarie solo in alcuni territori dove, oltre alle organizzazioni di Izquierda Unida o federate a IU, insistevano altre consistenti forze di sinistra locali e delle nazionalità catalane e galiziane. Compromis nel Pais Valencià. En Marea in Galicia, comprendente già da anni sia Anova (nazionalisti di sinistra) sia Esquerda Unida. Barcelona en Comù, Iniciativa per Catalunya e Esquerra Unida i Alternativa in Catalogna.

Un appello con centinaia di personalità del mondo della cultura, dell’arte, dei movimenti sociali, e con esponenti locali di Podemos e Izquierda Unida, invocò la necessità dell’”Unidad Popular”. Ma la segreteria di Podemos rispose, anche sprezzantemente, di no. Ed anzi si adoperò con successo affinché Izquierda Unida del Pais Valencià fosse esclusa dalla lista unitaria locale. E mise in pericolo tutte e tre le liste unitarie locali insistendo, senza però riuscirci, affinché nel nome e nella composizione fossero appendici di Podemos e non progetti politici unitari.

Così alle elezioni si presentarono 5 liste. Cosa possibile data la legge elettorale che non prevede un collegio unico statale.

Podemos in tutto lo stato tranne che nel Pais Valencià, Galicia e Catalunya. 3.182.082 voti (12,67% a livello statale comprese le tre regioni dove si è presentato in coalizione) 42 seggi.

Izquierda Unida – Unidad Popular in tutto lo stato tranne che in Galicia e Catalunya. 923.133 voti (3,67% comprese le due regioni dove si è presentato in coalizione) 2 seggi.    

Compromis – Podemos – Es el Moment nel Pais Valencià. 671.071 voti (2,67% a livello statale e 25,09% nel Pais Valencià) 9 seggi di cui 4 di Podemos.

En Marea in Galicia. 408.370 voti (1,63% a livello statale e 25,04% in Galicia) 6 seggi di cui 2 di Podemos e 1 di Izquierda Unida.

En Comù Podem in Catalunya. 927.940 voti (3,69% a livello statale e 24,74% in Catalunya) 12 seggi di cui 1 di Podemos e 2 di Esquerra Unida i Alternativa.

Anche per un osservatore superficiale appare chiaro che il non aver fatto una lista unitaria in tutto lo stato spagnolo è stato un grave errore.

Per diversi motivi.

1) La strategia elettorale di Podemos secondo la quale l’unità con Izquierda Unida avrebbe appannato l’immagine trasversale della formazione non ha funzionato. Al contrario le liste locali unitarie con IU e con forze esplicitamente di sinistra alternativa hanno raccolto percentuali più alte.

2) La somma dei voti di Podemos, di Izquierda Unida e delle tre liste unitarie locali avrebbe collocato una lista unitaria come seconda forza politica del paese, con circa 500mila voti in più del Psoe. Avrebbe incrementato i seggi di una quindicina collocandola come terza forza parlamentare a pochissimi seggi di distanza dal Psoe.

3) la campagna elettorale competitiva, con ovvi accenni polemici e progressivi distanziamenti politici fra Podemos e IU, ha senza dubbio deluso una parte dell’elettorato di entrambe le formazioni ed impedito l’effetto trascinamento che avrebbe avuto una lista unitaria. Come le tre liste locali dimostrano ampiamente.

Queste considerazioni appaiono oggi sostanzialmente inconfutabili agli occhi della stragrande maggioranza degli elettori e dei militanti di sinistra in Spagna.

Ma nei quattro mesi di trattative infruttuose fra le forze politiche per formare il governo fino all’inusitato scioglimento delle camere e alla conseguente convocazione di nuove elezioni sono successe altre cose che hanno determinato l’accordo fra Podemos e IU.

Vediamole, anche in questo caso sommariamente.

Appena insediata la legislatura PP, Psoe e Ciudadanos hanno siglato un accordo per eleggere la presidenza della camera precostituendo una maggioranza nell’ufficio di presidenza (uso i termini italiani per essere meglio compreso) allo scopo di impedire che le tre liste locali non collegate ufficialmente né a Podemos né a Izquierda Unida potessero avere gruppi propri. Senza entrare nel complesso regolamento delle Cortes basti dire che c’erano precedenti che lo avrebbero consentito. Come quando fu autorizzato il gruppo del PSC (Partit dels socialistes de catalunya) che pure era parte del PSOE. Podemos, del resto, in tutte e tre le liste aveva accettato che queste in parlamento si sarebbero costituite in gruppi autonomi. Lo stesso ufficio di presidenza ha impedito che IU formasse un gruppo proprio o in condivisione tecnica con altri. Anche in questo caso c’erano precedenti che lo avrebbero permesso.

Le conseguenze sono state molteplici.

La lista del Pais Valencià si è rotta e i 4 deputati di Compromis sono passati al gruppo misto. Le altre due hanno deciso di collocarsi nel gruppo di Podemos dato il suo peso e le prerogative che questo comporta, ottenendo una divisione dei tempi di parola e di iniziativa parlamentare, ma provocando però problemi ai deputati di Izquierda Unida di Galicia e Catalunya. In ogni caso è apparsa molto chiara all’opinione pubblica la natura complessa e plurale del gruppo parlamentare di Podemos.

Ma veniamo alle cose più imporanti.

Senza riferire le lunghe ed estenuanti trattative e i vari colpi di scena che si sono susseguiti, la sostanza era che c’erano in realtà solo due alternative realistiche dal punto di vista dei numeri parlamentari.

Governo di grande coalizione. Proposto dal PP e da Ciudadanos. Ma non accettato dal PSOE. Avrebbe avuto di gran lunga una maggioranza di seggi.

Governo di sinistra. Proposto da Podemos, Izquierda Unida e dalle tre liste locali (da ora le chiameremo Confluencias come fa la stampa spagnola). 161 voti su 176 necessari per la maggioranza assoluta. Si sarebbe dovuto aprire un dialogo con le forze indipendentiste catalane e nazionaliste basche per ottenere la maggioranza o assoluta o almeno semplice. Queste ultime si erano dichiarate disponibili. Il Psoe ha rifiutato.

Ma, ad un certo punto, con un colpo di scena Pedro Sanchez del PSOE accetta il mandato del Re per tentare di essere “investito” dal parlamento. Avvia un dialogo separato con la sinistra e con Ciudadanos e in tempi brevissimi stringe un accordo programmatico di governo con Ciudadanos. E chiede alle forze di sinistra di sostenerlo per impedire che il PP possa continuare a governare. Si sottopone al voto e viene bocciato in entrambe le votazioni.

(In Spagna la fiducia viene accordata dal parlamento al primo ministro e non al governo. Nella prima votazione è necessaria la maggioranza assoluta e nella seconda la maggioranza semplice. Se il primo ministro non viene eletto nelle due votazioni si torna al punto di partenza con nuove consultazioni del Re).

Seguono negoziati ma ormai diventa chiaro che il Psoe preferisce insistere sul suo accordo con una forza di destra (nel corso della campagna elettorale definita da Sanchez “di estrema destra”), ricattando la sinistra che a suo dire avrebbe dovuto sostenerlo nel voto di investitura con l’argomento ben conosciuto in Italia: “altrimenti fate un favore al PP”.

Nel terzo giro di consultazioni il Re verifica che non esistono possibilità per nessun candidato e si va dritti alle elezioni anticipate.

Ora, per quanto irrazionale possa apparire il comportamento del Psoe, ci sono due fattori che hanno fortemente condizionato il tentativo di Sanchez di agglutinare una maggioranza di governo e che nei fatti glielo hanno impedito.

Il primo è che sulla politica economica e sociale, sebbene retoricamente il Psoe abbia dipinto le proprie posizioni come una “svolta” di sinistra rispetto al precedente governo socialista di Zapatero e come antagoniste al programma del PP, in realtà non voleva né poteva (senza spaccarsi verticalmente) mettere in discussione nessun caposaldo delle politiche di austerità e dei tagli sociali.

Il secondo è che sia Izquierda Unida, sia Podemos (anche se con qualche colpevole esitazione) e tanto più le Confluencias ponevano come condizione prioritaria, oltre ad una vera svolta sul terreno economico sociale, anche l’autorizzazione di un referendum di autodeterminazione in Catalogna. E su questo punto il Psoe, che in passato era repubblicano e federalista, negli ultimi anni ha subito un’involuzione che lo ha portato su posizioni monarchiche e nazionaliste spagnole.

Dati questi condizionamenti il Psoe non poteva che fare come ha fatto.

La convocazione di nuove elezioni ha aperto, in tutta la sinistra spagnola e nei movimenti sociali significativi, un dibattito incalzante sulla necessità di costruire l’unità in un fronte comune, per conquistare i consensi necessari a determinare un’alternativa di governo.

La necessità, ed anche la razionalità politica, è una cosa. Ma come è ovvio la possibilità reale e la realizzabilità di un simile progetto è un’altra.

C’erano diversi scogli da superare.

Ora che l’accordo è fatto sarebbe sbagliato sorvolare sulle difficoltà superate. Sia per comprendere bene la natura dell’accordo, sia per capirne i limiti. E, sia detto per inciso, per poterne trarre lezioni utili a processi unitari in altri paesi europei, e segnatamente in Italia.

La prima difficoltà risiede nella diversità ideologica e programmatica delle forze politiche che hanno dato vita all’accordo. E nelle dinamiche interne ad ognuna di esse.

Dalla sua fondazione Podemos si è dichiarata forza “trasversale” e nel corso del tempo ha abbandonato via via gli obiettivi più radicali del suo programma. Mentre, per esempio, i programmi di Izquierda Unida e di Podemos alle elezioni europee del 2013 erano sostanzialmente identici, quelli delle elezioni del 20 dicembre 2015 sono stati molto diversi su questioni fondamentali. Podemos ha abbandonato l’idea di una rottura con la transizione del 1978 e la conseguente prospettiva di un processo costituente per la Repubblica. Ha abbandonato l’idea della disobbedienza ai trattati europei e della ristrutturazione del debito. Ha abbandonato la contrarietà alla NATO. E così via. Tutto ciò, ovviamente, per occupare uno spazio “centrale” nel mercato elettorale evitando di farsi schiacciare all’estrema sinistra.

Inoltre, le teorie neopopuliste di sinistra che ispirano il suo gruppo dirigente sono state alla base del tentativo, forte della popolarità televisiva del leader e di un assetto organizzativo interno ultraverticistico, di rivendicare la rappresentatività di tutti i movimenti sociali e di assorbire tutti gli interlocutori politici, sia a livello statale sia a livello territoriale.

La moderazione dei contenuti programmatici non ha prodotto gli effetti desiderati giacché secondo tutti gli studi e analisi Podemos è per gli spagnoli una forza inequivocabilmente della sinistra radicale. Nuova nel linguaggio e nello stile si, ma collocata alla sinistra del Psoe. Del resto nel corso delle trattative e dei dibattiti parlamentari la proposta di Podemos per formare un governo di coalizione con il Psoe, con Izquierda Unida e con le Confluencias, per quanto definita “di cambiamento”, “di progresso” ecc da Pablo Iglesias era definita “di sinistra” da tutti gli altri interlocutori politici e da tutta la stampa.

Analogamente il tentativo di assorbire Izquierda Unida è fallito. Nell’autunno 2015 Podemos ruppe all’improvviso le trattative per un accordo elettorale con IU Iglesias disse ai quattro venti che aveva molta stima di diversi dirigenti di IU, a cominciare da Alberto Garzon, e che li avrebbe candidati ed eletti volentieri se questi avessero accettato di entrare nelle liste a titolo individuale e non sulla base di un accordo politico con IU. Naturalmente ottenne un netto rifiuto. La presenza di IU nelle Confluencias di Galicia e Catalunya, oltre al milione di voti conquistati in condizioni difficilissime da IU in competizione con Podemos, hanno dimostrato banalmente che con IU bisogna fare i conti, rispettandone l’identità, la storia e il radicamento sociale. Anche il profilo politico di En Comù Podem, di En Marea e di Compromis, tutt’altro che identico o subalterno a Podemos, ha dimostrato che la omogeneizzazione di tutte le organizzazioni ed esperienze politiche in un Podemos “trasversale” è semplicemente impossibile. E che insistere su questa strada avrebbe condotto ad una implosione dello stesso Podemos.

Nel corso degli ultimi mesi all’interno di Podemos, ancorché in modo sotterraneo e poco trasparente, questi nodi sono venuti al pettine.

In numerose organizzazioni locali di Podemos, sia regionali che cittadine, anche importantissime come Madrid, sono esplosi conflitti interni di vario tipo e natura. Quando Iglesias ha destituito d’imperio (è facoltà del segretario generale di Podemos) il responsabile organizzazione del partito, nel gruppo dirigente centrale di Podemos è emersa una divergenza ben più consistente di quanto potesse apparire. La stampa ha parlato esplicitamente, in diversi casi esagerando volutamente ma senza per questo inventarsi nulla di sana pianta, di una divergenza fra Iglesias e Íñigo Errejón (responsabile della Politica, della Strategia e delle Campagne elettorali del partito ed universalmente considerato il numero 2 di Podemos) sulla natura stessa del partito e perfino sulla scelta o meno di permettere, con un voto favorevole, la nascita del governo Psoe Ciudadanos. I protagonisti della vicenda hanno ovviamente minimizzato profondendosi in attestati di stima reciproca, ma non hanno smentito di avere divergenze.

Insomma, è certo che senza questo bagno di realtà e senza un regolamento di conti interno al gruppo dirigente di Podemos sarebbe oggi difficile parlare dell’accordo unitario.

Anche in Izquierda Unida le cose non sono state facili.

Già ai tempi delle ultime elezioni quando Alberto Garzon, nominato capolista e quindi responsabile politico della campagna elettorale, insisteva per un accordo con Podemos, emersero forti divergenze nel gruppo dirigente di IU.

Vi erano due posizioni che potremmo definire di “diffidenza” e di “contrarietà” ad un processo unitario con Podemos.

La prima era ben spiegabile ed anche comprensibile, data la linea di Podemos esplicitamente vocata all’annessione di IU e alla liquidazione della sua trentennale esperienza, impersonata dallo stesso Coordinatore Federale di IU, Cayo Lara, e da diversi dirigenti nazionali e locali.

La seconda, di netta contrarietà, è quella della destra interna di Izquierda Unida, impersonata dall’ex Coordinatore Federale Gaspar Llamazares e dal partito Izquierda Abierta, di cui lo stesso Llamazares è portavoce.

Nel corso delle ultime settimane la posizione di Cayo Lara è stata di consenso sul tentativo di raggiungere un accordo con Podemos, ma con condizioni di reciprocità e programmatiche precise, mentre Gaspar Llamazares ha espresso più volta la contrarietà.

È evidente che se da una parte il modello di partito di Podemos, la sua natura ultraleaderistica, la sua spregiudicatezza nell’uso dei mass media ecc, per una forza politica anticapitalista e radicata come Izquierda Unida non può che suscitare diffidenza, dall’altra è altrettanto evidente che la crisi del sistema politico spagnolo bipartitico ha messo in questione anche il ruolo e la natura di IU.

Ed è esattamente su questo punto che si annidano le vere divergenze.

Nel sistema bipartitico spagnolo, a causa della legge elettorale senza collegio unico nazionale Izquierda Unida è sempre stata sottodimensionata nei voti rispetto alla sua presenza nelle lotte e sul territorio. Ha sempre pagato il prezzo di essere un “satellite” del Psoe in molti governi locali e nel parlamento quando si è astenuta permettendo al Psoe di governare in solitario, o di essere accusata di favorire il PP quando ha votato contro il Psoe.

Nel corso del tempo si sono sedimentati due modi di essere di IU. Forza interna al sistema dei partiti partecipe di numerosi governi locali, ed in alcuni casi anche alle pratiche di sottogoverno, egemonizzati dal Psoe. Forza orgogliosamente antagonista ed eticamente inattaccabile, ma impossibilitata a influire realmente ed a conquistare obiettivi per le classi subalterne.

La crisi sociale, la crisi politica, la nascita di Podemos e i suoi successi, la spinta all’unità per conquistare il governo nata con le esperienze municipali di Barcellona e Madrid, non potevano non mettere in crisi anche entrambe le propensioni poco sopra descritte. Una sostanziale appartenenza al sistema dei partiti in crisi e una subalternità al Psoe avrebbero condotto Izquierda Unida a una crisi irreversibile. Parimenti l’illusione di poter, con le proprie sole forze, guidare un’alternativa di governo, sul modello di Syriza, avrebbe separato IU da tutti i processi unitari e soprattutto da milioni di persone che vedono oggi per la prima volta la possibilità di tentare di cambiare le cose per davvero. 

Perciò è emersa una posizione politica, ed anche nuovi dirigenti a cominciare da Alberto Garzon, capaci di guidare IU nella mutante realtà politica spagnola. Capaci di mettere a valore l’esperienza e le proprie migliori tradizioni in processi unitari, senza rinunciare alla propria organizzazione e identità. Capaci di cacciare da IU la federazione di Madrid perché aveva deciso di non partecipare alla lista unitaria. Capaci di rinunciare alle lusinghe, in termini di seggi e di certezze, dell’assorbimento in Podemos e di rischiare tutto presentandosi soli alle elezioni, nella completa invisibilità massmediatica senza scadere mai, al contrario di Podemos, nella pratica degli insulti e denigrazioni dei possibili mancati alleati. Va detto che il Partito Comunista di Spagna, i cui militanti sono iscritti individualmente ad IU, nelle prese di posizione del suo gruppo dirigente ha fortemente aiutato e sostenuto la linea che alla fine è prevalsa in IU.

Ora vedremo lo svilupparsi della campagna elettorale e soprattutto i risultati, che con questa operazione unitaria della sinistra radicale potrebbero essere molto diversi dalla tornata precedente.

Se la lista diventasse la prima o la seconda forza politica del paese il Psoe dovrà decidere se appoggiare un governo di sinistra o fare la grande coalizione con PP e Ciudadanos.

Sarebbe scontato l’appoggio delle forze indipendentiste catalane e nazionaliste basche giacché nel programma minimo comune è previsto il diritto all’autodeterminazione per le nazioni interne allo stato spagnolo e un immediato referendum in Catalunya.

In ogni caso, anche se la differenza sarebbe enorme, o dal governo o dall’opposizione questa unità dovrà darsi una prospettiva di più lungo respiro.

Ancora una volta l’esperienza catalana di En Comù Podem, dove già si discute di far funzionare tutto sulla base della partecipazione dal basso con il principio una testa un voto, senza che nessuna delle forze politiche debba rinunciare alla propria organizzazione e identità, può essere un esempio per tutta la Spagna.

A mio parere dovrebbe e potrebbe esserlo anche per l’Italia.

ramon mantovani

Pubblicato il 12 maggio 2016 sul sito http://www.rifondazione.it

 

Chi ha veramente tradito il referendum sull’acqua?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile, 2016 by ramon mantovani

La Camera dei Deputati ha di nuovo tradito il referendum sull’acqua.

Sono seguite roboanti dichiarazioni di protesta di esponenti di Sinistra Italiana e del Movimento 5 Stelle. Numerosi articoli critici con la decisione del PD, del Governo, e della maggioranza della Camera. Tra i quali uno ottimo di Marco Bersani, esponente del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, nel quale si preannunciano mobilitazioni.

In questa sede è del tutto superfluo insistere sul fatto in sé.

È evidente che si tratta di un evento di inaudita gravità. Sia sul piano democratico sia su quello dei contenuti.

Tuttavia c’è qualcosa che non va nelle proteste ed anche nelle descrizioni del “misfatto”.

O meglio, c’è qualcosa che manca.

E senza questo “qualcosa”, come vedremo, la contestazione della privatizzazione dell’acqua, e le conseguenti mobilitazioni, rischiano di essere inefficaci.

Da anni, per non dire ormai da decenni, in tutto il mondo, e in particolare nei paesi dove la gestione del bene comune acqua era o è integralmente pubblica, è in corso il tentativo, già riuscito in molti casi, di affidare la gestione dei sistemi di distribuzione e manutenzione dell’acqua a società private, riconoscendo loro il diritto di estrarre dall’attività un profitto.

Per quanto possa apparire “irrazionale” che un bene indispensabile alla vita stessa possa divenire fonte di guadagno per società private, in realtà non lo è.

È certamente irrazionale dal punto di vista dell’umanità, delle specie viventi e dello stesso nostro pianeta. Ma non lo è per il mercato, per il sistema finanziario e in definitiva per il capitalismo.

La ricerca del massimo profitto non conosce limiti. Né ambientali, né sociali, né politici e né democratici.

I limiti imposti al capitale nello scorso secolo, sia dalle lotte del movimento operaio sia dagli stati nazionali (che hanno applicato le teorie keinesiane in risposta alla crisi del 29), sono risultati incompatibili con lo sviluppo capitalistico, e soprattutto con la finanziarizzazione che ne contraddistingue l’attuale fase.

Non si tratta soprattutto di “cattiveria”, di “cinismo”, di “egoismo” o di “avidità”. Tutte cose rintracciabili in quell’uno per cento dell’umanità che possiede più della metà della ricchezza mondiale. Si tratta invece di una necessità esiziale affinché il sistema capitalistico possa continuare ad esistere. Esso per continuare ad esistere ha bisogno di espandersi e mercificare tendenzialmente tutto. In altre parole si tratta di un meccanismo intrinseco alla natura stessa del sistema capitalistico, e non di un incidente o di un’escrescenza estemporanea propiziata magari da governi corrotti o semplicemente irresponsabili.

Non pretendo certo, in queste brevi note, di dimostrare l’assunto più sopra esposto. Eppure la semplice osservazione dei fatti dovrebbe almeno far riflettere tutti coloro che si sono mobilitati e si mobilitano in difesa dell’acqua bene comune.

È secondo me evidente che coltivare l’illusione di poter difendere i beni comuni individuando come nemico il governo di turno, senza la sufficiente consapevolezza delle reali origini del problema, può portare a gravi ed irrimediabili disillusioni.

Questa considerazione non incide minimamente sugli obiettivi della lotta in difesa dei beni comuni.

Lottare affinché la gestione dell’acqua sia integralmente pubblica, ed ispirata dagli interessi e dalle necessità della popolazione è un obiettivo sacrosanto, giusto, comprensibile ed anche realizzabile.

Ma bisogna, per non vedere rifluire la lotta alla prima battaglia, sapere che si tratta di una guerra mondiale e non di una scaramuccia con un Renzi di turno. Bisogna avere coscienza di quali interessi concreti si combattono. Bisogna, accanto alla lotta per gli obiettivi immediati, costruire un progetto alternativo al sistema che ha bisogno, per riprodursi, della privatizzazione e della mercificazione di ogni cosa. Bisogna condurre una battaglia culturale e ideologica contro l’egemonia del pensiero dominante che fa apparire “naturale” e perciò privo di alternative lo stato di cose esistente.

È fin troppo evidente, da questo punto di vista, l’inadeguatezza e la contradditorietà del Movimento 5 Stelle, che è incapace di capire la vera natura del problema e si limita a denunciarne, anche efficacemente, gli effetti superficiali e le responsabilità secondarie.

Per non essere frainteso concludo questa prima serie di considerazioni chiarendo che il movimento e la mobilitazione in difesa dei beni comuni in nessun caso devono, secondo me, dividersi fra chi possiede, o ritiene di possedere, la coscienza della portata del problema e chi no. O, peggio ancora, tra distinzioni prive di senso, come quella fra anticapitalisti e antiliberisti. Senza per questo evitare, eludere o sottovalutare la necessità di discutere approfonditamente e seriamente in sede di analisi due cose: l’origine dei problemi che si affrontano con la lotta e la fattibilità e realizzabilità degli obiettivi della lotta.

Detto questo, che vale soprattutto per le sorti del movimento per l’acqua bene comune, passiamo ad analizzare un secondo problema, che per quanto intrecciato con il precedente, ha una sua notevole importanza.

Nel 2011 il referendum è stato vinto.

È giusto e necessario rivendicare la portata e la pregnanza di quella vittoria, e conseguentemente denunciare i vari tentativi, fino al più recente, di vanificare il contenuto preciso ed inequivocabile del referendum.

Il popolo italiano ha deciso di abrogare la possibilità di affidare a privati la gestione di servizi pubblici e specificamente per l’acqua, la norma che prevedeva la “remunerazione del capitale investito”. Ogni tentativo di far rientrare dalla porta o dalla finestra ciò che per decisione popolare è stato cancellato è una violazione gravissima della democrazia. Un vero e proprio tradimento della volontà popolare. Punto.

Ma come è possibile che una simile cosa possa accadere? Come siamo arrivati fino a questo punto?

Come mai non c’è una vera e propria sollevazione popolare in risposta ad un simile tradimento? E soprattutto: come è possibile che gran parte di coloro che fecero la campagna referendaria per il Si oggi ne disconoscano gli effetti?

 

In altri paesi europei una simile cosa è impensabile. Le privatizzazioni dei servizi e della gestione dell’acqua sono state decise e promosse indifferentemente da governi di destra e da governi socialisti e socialdemocratici. Non sono mai divenute oggetto di contrasto fra i due schieramenti politici ed elettorali principali.

In Italia, invece, il referendum promosso sui contenuti del movimento contro le privatizzazioni fu usato strumentalmente dal PD per infliggere un duro colpo politico al governo Berlusconi. Accusato, giustamente, di voler rendere obbligatorie le privatizzazioni per gli enti locali.

Chiunque all’epoca abbia assistito ad un dibattito televisivo, sapendo distinguere fra fumo e arrosto, dovrebbe sapere fin da allora che il PD di Bersani fece la campagna esattamente sulla obbligatorietà o meno delle privatizzazioni e non sulle privatizzazioni in sé. Le forze della sinistra alternativa, tutte, e le associazioni interne ai movimenti di lotta, invece centrarono la battaglia coerentemente con il contenuto dei quesiti.

Non ci fu, che io ricordi, un solo talk show e/o un solo giornalista che abbia chiesto a Bersani conto della contraddizione nella quale stava più che comodamente. Contraddizione più che evidente anche perché la norma che introdusse la possibilità di privatizzare la gestione delle acque e il profitto riconosciuto alle società private fu introdotta nel 1993 con il voto favorevole del PDS (e dell’allora deputato Stefano Rodotà). Ed anche dei Verdi.

A votare contro, e non lo dico per apporre una medaglietta al bavero della mia giacca perché votare contro la privatizzazione dell’acqua dovrebbe essere un dovere elementare di qualsiasi forza che si consideri minimamente di sinistra, fummo soltanto noi di Rifondazione Comunista.

Ma c’è di più. Purtroppo.

Nel 2013 ci furono le elezioni politiche, alle quali si presentò una coalizione di centrosinistra composta da PD, SEL e PSI. Il nome della coalizione era “Italia bene comune”.

Nel nome stesso della coalizione è evidente il tentativo di ricollegarsi all’allora recente vittoria referendaria.

E certamente Bersani e Vendola usarono a piene mani in campagna elettorale l’evocazione della vittoria nel referendum.

Ma cosa diceva il programma della coalizione ITALIA BENE COMUNE sul punto che ci interessa?

Riporto qui uno stralcio di un mio articolo dell’epoca.

 

“Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.”

 

Naturalmente in quella campagna elettorale non ci fu un solo giornalista televisivo o della carta stampata che mise in evidenza l’imbroglio (perché di vergognoso imbroglio si tratta!) teso contemporaneamente a rivendicare la vittoria referendaria e a tradire, al tempo stesso, il referendum. Nessuno chiese a Vendola come potesse parlare contro la privatizzazione dell’acqua avendo contribuito a redigere e avendo firmato solennemente, con grande clamore di stampa, il programma di governo. Nessuno che mise in evidenza la differenza sostanziale fra il programma del centrosinistra e quello della coalizione Rivoluzione Civile, che sul punto in questione era inequivocabile.

Se scrivo queste cose non è per riaccendere inutili polemiche, e nemmeno per mettere in dubbio la buonafede dei deputati eletti nelle liste di SEL e del PD con il programma del centrosinistra guidato da Bersani, che oggi gridano scandalizzati al repentino ed improvviso tradimento del referendum da parte del PD di Renzi. Se hanno cambiato opinione dovrebbero dirlo esplicitamente. Se si sono fatti eleggere in buona fede su un preciso programma credendo che fosse contro le privatizzazioni mentre non lo era dovrebbero interrogarsi sulle loro capacità e serietà e rendere pubbliche le risposte. Se invece pensano che la “politica” sia esattamente far finta di essere, apparire, imbrogliare, dire cose ambigue che nascondono le vere intenzioni, allora la malafede è conclamata.

Se ho scritto queste cose è per cercare di far chiarezza.

Il PD di Renzi, sulle privatizzazioni (acqua compresa), è coerente e in linea con il PDS, con i DS, e con il PD e il centrosinistra di Bersani.

Gli imbrogli che si sono consumati intorno al referendum sull’acqua bene comune e col suo tradimento dovrebbero insegnare a tutte le persone di sinistra, ambientaliste, progressiste, o anche semplicemente interessate ad una gestione pubblica dei beni comuni, che il nemico è molto potente e che è necessario unirsi, lottare essendo consapevoli delle difficoltà della lotta.

L’unità di tutti/e coloro che sono contro le privatizzazioni e contro gli effetti delle politiche neoliberiste, per essere efficace necessita di chiarezza. Non può essere rappresentata nelle istituzioni da leader o partiti o coalizioni che alla prova dei fatti dimostrano di considerare i contenuti come variabili dipendenti da formule come il centrosinistra (come dimostra inequivocabilmente il programma del centrosinistra di Bersani e Vendola).

La vicenda dell’acqua dimostra che in Italia è possibile vincere battaglie ed essere maggioranza, a patto che si costruisca l’unità dal basso, sui contenuti antiliberisti e senza discriminazione alcuna.

È possibile a patto che il fronte antiliberista non venga diviso da preclusioni ingiustificate.

Attualmente esistono due proposte per unire la sinistra antiliberista.

Da una parte c’è Sinistra Italiana che chiede a tutti/e di abbandonare e sciogliere le proprie organizzazioni per far parte di un nuovo partito già pensato e predisposto dai parlamentari che si sono costituiti in gruppo. Dirigenti e parlamentari che però sono stati eletti su un programma incoerente con i contenuti proclamati, e che mantengono una pericolosissima ambiguità sul giudizio della natura del PD e conseguentemente del centrosinistra.

Dall’altra c’è la proposta, sostenuta da Rifondazione Comunista ed altri, che chiede di formare una forza politica unitaria alla quale tutti e tutte possano aderire senza per questo rinunciare alla propria ideologia e appartenenza, che venga costruita dal basso e funzioni democraticamente con il principio di una testa un voto, e che si dichiari inequivocabilmente indisponibile per accordi di governo e/o elettorali con il PD.

 

Non si tratta di una querelle fra gruppi dirigenti. Non si tratta di formule organizzative astratte o di scelta di leader.

 

O l’unità sarà dal basso, senza discriminazioni e con coerenza programmatica o avremo di nuovo divisioni inutili e perniciose.

 

Perché continuerà sempre ad esserci qualcuno che non imbroglia, che non fa finta di essere coerente mentre non lo è per nulla, che non è disponibile a tradire i contenuti delle lotte per miseri calcoli elettoralistici.

 

ramon mantovani

Le elezioni spagnole del 20 dicembre

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 dicembre, 2015 by ramon mantovani

Per capire i risultati delle elezioni spagnole del 20 dicembre è necessario conoscere, almeno sommariamente, il sistema elettorale. Altrimenti si può incorrere in gravi fraintendimenti ed errori interpretativi.
Il territorio dello stato spagnolo è diviso in 52 circoscrizioni elettorali provinciali.
Non esiste un collegio unico nazionale (come esisteva in Italia ai tempi del proporzionale) per attribuire ai partiti anche i seggi corrispondenti ai voti che non hanno concorso ad eleggere direttamente nelle circoscrizioni.
Essendo le circoscrizioni disomogenee dal punto di vista della popolazione e del rapporto seggi elettori sono sempre stati avvantaggiati i due grandi partiti (PP e PSOE) e i partiti nazionalisti catalani, baschi e galiziani. E svantaggiati i partiti presenti su tutto il territorio ma non abbastanza grandi per eleggere direttamente nella stragrande maggioranza delle circoscrizioni.
In altre parole, che gli esempi concreti parlano da soli, nelle elezioni del 20 dicembre i seggi dei partiti presenti su tutto il territorio hanno un rapporto con il numero di elettori molto diverso. Un seggio del PP rappresenta 58mila voti. Del PSOE 61mila. Di PODEMOS 75mila. Di CIUDADANOS 87mila. Di IZQUIERDA UNIDA 460mila (!!!).
Quanto alla differenza fra i partiti presenti solo in poche circoscrizioni rispetto a quelli presenti in tutte basti l’esempio che segue.
Il PARTITO NAZIONALISTA BASCO con 300mila voti elegge 6 deputati e IZQUIERDA UNIDA con 900mila voti ne elegge due. Il PNV con un terzo dei voti di IU elegge il triplo di deputati. Un deputato di IU rappresenta 460mila elettori e uno del PNV 50mila.

Questo sistema, come è evidente, ha sempre prodotto un effetto preciso: il bipartitismo e con esso il voto “utile”.

Nella stragrande maggioranza delle circoscrizioni gli elettori di IZQUIERDA UNIDA sapevano, legislatura dopo legislatura, che il loro voto sarebbe andato disperso, e quindi molti di loro hanno optato per votare per il PSOE contro il PP.
Questo effetto è stato moltiplicato in queste elezioni dalla presenza di PODEMOS accreditato nei sondaggi della possibilità di competere per vincere le elezioni.

Fino a qui la descrizione oggettiva del sistema elettorale e delle storture che produce nella rappresentanza.

Ora passiamo alle questioni politiche.

Prima dell’analisi del voto vero e proprio è necessario esaminare, sommariamente anche in questo caso e con particolare attenzione per la sinistra, le questioni politiche in ballo in questa tornata elettorale.

I temi centrali della campagna elettorale sono stati tre: le questioni economico sociali, la crisi del bipartitismo insieme al tema della corruzione e del “nuovo contro il vecchio”, la questione indipendentista catalana ed insieme le riforme costituzionali, federali o meno.

Il PP ha affrontato la campagna vantando la crescita economica del 3 % e la creazione di un milione di posti di lavoro negli ultimi due anni, attribuendoli all’efficacia della propria riforma del mercato del lavoro. Ha tentato di apparire come scevro da corruzione per aver espulso gli innumerevoli suoi dirigenti (anche di primissimo piano) accusati e condannati. Si è eretto come difensore strenuo della costituzione negando ogni possibilità di procedere a riforme in senso federale e tantomeno di riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

Il PSOE ha contestato i dati economici vantati dal PP e si è perfino lievemente autocriticato per aver promosso con l’ultimo governo Zapatero, ottenendo il voto del PP, la riforma costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione. Ha correttamente ricordato che i posti di lavoro sono tutti precari (il 50 % dei contratti sono di durata inferiore alla settimana) dimenticando che la maggior precarizzazione del mercato del lavoro fu operata dal governo Zapatero. Ha proposto di introdurre in costituzione i diritti sociali, ma senza rimuovere il pareggio di bilancio. Ha attaccato il PP sulla corruzione, salvo sentirsi elencare gli analoghi ed innumerevoli casi di corruzione del PSOE. Ha proposto una riforma federale della costituzione, senza toccare la monarchia, e negando il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

CIUDADANOS è un partito nuovo per la Spagna. Nato in Catalogna una decina di anni fa come piattaforma civica contro l’insegnamento prevalente della lingua catalana nelle scuole, e presente fino ad ora solo nel parlamento catalano. Quando la crisi del sistema bipartitico è stata evidente e PODEMOS era accreditato di poter vincere le elezioni, alcuni potentati economici e i loro mezzi di informazione hanno esplicitamente e dichiaratamente sponsorizzato un “necessario” PODEMOS di destra.
La sua campagna elettorale è stata incentrata su proposte ancor più liberiste di quelle del PP circa economia e lavoro, sulla retorica anticasta ed anticorruzione come uniche e vere responsabili della crisi, sul “nuovo contro il vecchio” e contro ogni aspirazione indipendentista e comunque all’autodeterminazione del popolo catalano.

Passiamo ora alle complicate vicende della sinistra.

Dentro la crisi e fino alle elezioni europee del 2014 IZQUIERDA UNIDA era, nei sondaggi, accreditata di crescite spettacolari. Era accreditata di raccogliere gran parte dei voti del movimento degli “indignados” essendo il suo programma coincidente con le rivendicazioni del movimento. Ristrutturazione del debito e non pagamento degli interessi sullo stesso. Disobbedienza ai trattati neoliberisti europei. Rottura con l’assetto costituzionale post franchista e processo costituente di una repubblica federale. Cancellazione della “riforma” costituzionale del pareggio di bilancio. Cancellazione delle riforme del mercato del lavoro dei governi di PP e PSOE. Contrarietà alla NATO e alle missioni militari spagnole in Afghanistan e seguenti. Riforma del sistema elettorale in senso strettamente proporzionale. Pieno riconoscimento della natura plurinazionale dello stato e diritto all’autodeterminazione per ognuna delle nazionalità. Sono questi punti programmatici sostanzialmente gli stessi con i quali IZQUIERDA UNIDA si è presentata alle elezioni del 20 dicembre.
Ma alle elezioni europee dell’anno scorso si presentò PODEMOS.
Un gruppo di professori (prevalentemente politologi e diversi esponenti di una formazione politica (IZQUIERDA ANTICAPITALISTA) fuoriuscita da IU proposero una lista elettorale richiamandosi esplicitamente al movimento degli indignados.
Il nome “podemos” (in italiano possiamo) deriva dallo slogan del movimento “si se puede” a sua volta copiato dallo slogan “yes we can” di Obama, ed usato soprattutto durante gli impedimenti degli sfratti dal forte movimento contro gli sfratti (PAH).
Questa nuova lista aveva lo stesso programma di IZQUIERDA UNIDA. Quasi identico.
Ma ebbe molto successo massmediatico (IZQUIERDA ANTICAPITALISTA aveva tentato già in proprio una presentazione elettorale ottenendo nel 2011 nelle circoscrizioni dove si era riuscita a presentare sempre meno del 0,5 % dei voti) solo ed esclusivamente per il capolista Pablo Iglesias. Fondatore di una TV digitale collegata ad un quotidiano e da tre anni presente in tutti i dibattiti televisivi come opinionista. Personaggio dalla forte retorica anticasta ed antisistema. Non privo di stravaganze, come una difesa apologetica del diritto democratico (sic) dei cittadini statunitensi a comprare e portare armi.
La lista di PODEMOS ottenne un ottimo 8 % dei voti, contro il 10 % di IZQUIERDA UNIDA e 5 deputati europei contro i 6 di IU.
Da quel momento Iglesias moltiplicò ancor di più le sue presenze televisive.
In pochi mesi fu fondato il partito. La struttura del quale è ultraverticistica. Segretario generale con enormi poteri. Segreteria omogenea scelta dal leader. Decisioni importanti prese sottoponendo a referendum fra gli iscritti (in internet senza pagamento di nessuna quota) le proposte del leader ed eventuali altre alternative. Nei diversi referendum fatti non hanno mai votato più del 20 % degli “iscritti” con successo plebiscitario delle proposte di Iglesias.
Il partito venne fondato in una kermesse (sei settemila partecipanti) con una forte retorica anticasta, con la ostentazione della volontà di conquistare la “centralità” della scena politica e di non confinarsi nella logica destra-sinistra.
PODEMOS sui territori verrà costituito in seguito con una attenta selezione dei gruppi dirigenti operata dalla squadra centrale di Iglesias.

IZQUIERDA UNIDA, sempre più ignorata dai mass media, reagisce a tutto ciò proponendo unità. Dichiarandosi disposta a rinunciare alla propria stessa presenza elettorale in favore di una lista unitaria costruita dal basso, capace di agglutinare tutto ciò che fosse antiliberista e concorde con i programmi di IU e di PODEMOS, ancora sostanzialmente uguali. E indica come responsabile della costruzione dell’unità e come proprio eventuale candidato (da sottoporre a primarie) a capeggiare tale lista Alberto Garzon, il 29enne deputato eletto da IU alle politiche del 2011 come espressione diretta del movimento degli indignados, di cui era esponente di primo piano.
Ma ormai i sondaggi cominciano a dire che PODEMOS è il primo partito, e che Iglesias sarà il nuovo capo del governo.
Intanto sorgono, sull’esempio da Barcellona dove la PAH locale lo propone prima della fondazione di PODEMOS, in diverse città della Spagna esperienze unitarie che raccolgono movimenti sociali e partiti della sinistra radicale. Esperienze alle quali PODEMOS si accoderà buon ultimo, non foss’altro che perché costituitosi dopo che erano già ampiamente avviate.
Queste liste vincono le elezioni in molte città. IZQUIERDA UNIDA partecipa a quasi tutte. E dove le sue organizzazioni locali non lo fanno, come a Madrid, vengono sconfessate dalla direzione nazionale già in campagna elettorale, e poi espulse da IU.
Ma i mass media, nonostante i risultati delle contemporanee elezioni regionali deludenti rispetto alle aspettative (PODEMOS è sempre terzo o quarto o quinto partito e sempre dietro al PSOE), attribuiscono il successo delle liste unitarie cittadine unicamente a PODEMOS.

Da quel momento però, PODEMOS, comincia a calare nei sondaggi. Forse a causa di polemiche interne che ovviamente trovano ampio eco sui mass media. Forse a causa del sostegno che PODEMOS da, ancorchè dall’esterno, a diversi governi locali del PSOE. Forse a causa delle accuse di estremismo che gli vengono rivolte da più parti per la natura antisistemica del suo programma. Ma certamente a causa del primo successo di CIUDADANOS alle regionali. E dalla competizione di CIUDADANOS su un terreno che fino a quel momento era stato esclusivo di PODEMOS: la retorica anticasta e anticorruzione.

IZQUIERDA UNIDA insiste nella costruzione di una lista unitaria sul modello di Barcelona en Comù in tutta la Spagna. A sostegno di questa proposta si schiera un appello per una lista di unità popolare firmata da centinaia di intellettuali, artisti, dirigenti sindacali ed anche da molti esponenti locali di PODEMOS.

Ma PODEMOS inizia un processo di scivolamento verso posizioni moderate.

Alle richieste unitarie di IU risponde che non vuole somme di sigle. Nonostante IU non le proponga affatto è Iglesias in TV a rappresentare così la proposta unitaria di IU.

Poi vengono le elezioni catalane. La lista unitaria CATALUNYA SI QUE ES POT ha un pessimo risultato. Principalmente dovuto all’inconsistenza della proposta politica federalista in elezioni polarizzate sul tema dell’indipendenza, al grande successo della lista indipendentista di estrema sinistra CUP, ma anche al settarismo di Iglesias che si rifiuta di comparire in pubblico con Garzon, nonostante PODEMOS e IU nazionali sostengano la stessa lista, e a gravi errori dello stesso Iglesias che non trova di meglio da fare che insultare la CUP e appellarsi al voto degli immigrati spagnoli in Catalogna contro i catalani.
Tutte cose che provocano le dimissioni della segretaria di PODEMOS in Catalogna.
Nei mesi successivi PODEMOS continua a calare nei sondaggi.
La proposta di IU sembra prendere quota. In Catalunya, Pais Valencià e Galicia, si discute di liste unitarie con le forze locali, compresi PODEMOS e IZQUIERDA UNIDA. Liste che saranno collegate ad una sola lista in tutto lo stato in caso di accordo fra IU e PODEMOS. O che saranno indipendenti da entrambi nel caso in tutto il resto della Spagna ci siano le due liste di PODEMOS e IU. E che quindi in parlamento formeranno gruppi autonomi. La legge lo permette visto che non esiste un collegio unico nazionale.
Nella discussione fra la segreteria di PODEMOS e IU, mantenuta rigorosamente riservata, IU accetta che non si faccia un accordo generale e pubblico e che la lista unitaria sorga come accordo in ognuna delle province.
Ma neppure questo basta perché inusitatamente PODEMOS, con un improvviso comunicato stampa dichiara chiuso ogni dialogo con IU. Ed accusa Alberto Garzon di aver rifiutato di far parte delle liste di PODEMOS. Come se per IU fosse possibile accettare di avere un solo candidato indipendente nelle liste di PODEMOS senza nemmeno poter discutere del programma.
Da quel momento la deriva moderata di PODEMOS pare inarrestabile.
La discussione programmatica di PODEMOS approda a non parlare più delle cause strutturali della crisi a cominciare dal debito. Niente più ristrutturazione del debito e tanto meno non pagamento degli interessi. Niente più disobbedienza ai trattati europei e alla troika. Niente più No alla NATO e per giunta Iglesias annuncia la candidatura dell’ex capo di stato maggiore del governo Zapatero (campione della guerra in Afghanistan), niente più rottura con la monarchia e la costituzione postfranchista bensì “nuova transizione”. Ormai il profilo programmatico di PODEMOS è sempre più vicino a quello del PSOE che a quello di IU. Ed infatti il leit motiv della campagna di PODEMOS è stato l’appello agli elettori socialisti delusi dalla corruzione, il nuovo contro il vecchio (con grandi riconoscimenti a CIUDADANOS in questo senso), e i temi della casta.
Perfino sul tema catalano la prima versione presentata all’opinione pubblica non parla di “referendum di autodeterminazione” come concordato dalla lista catalana in cui PODEMOS è presente insieme a Esquerra Unida i Alternativa e alle forze locali. PODEMOS è costretto ad aggiungere il referendum e a scusarsi per la “dimenticanza”.
A tutto ciò va aggiunto il profilo sempre più da marketing elettorale di Iglesias.
I sondaggi dicono che il nuovo re è popolare presso gli strati meno acculturati della società? Ecco che Iglesias partecipa ad incontri e ricevimenti (sempre disertati dalle forze della sinistra) omaggiandolo di regali (raccolte di serie televisive) in modo da comparire sui rotocalchi rosa come simpatico amico del re. O dice che gli piacerebbe vedere il re candidarsi a presidente della repubblica e che è sicuro che vincerebbe (presidenzialismo monarchico?). Il rivale Albert Rivera (CIUDADANOS) spopola nelle trasmissioni di intrattenimento? E allora si va a cantare e a suonare la chitarra nelle stesse trasmissioni. E a raccontare episodi gustosi della propria vita privata. Per la prima volta in Spagna i candidati principali dei partiti partecipano a questo tipo di trasmissioni, chi ballando, chi cantando, chi giocando a ping pong con un cantante, chi esibendosi in paracadute, chi portando i figli piccoli alle trasmissioni, e così via… (italia docet!). L’unico a non farlo è Alberto Garzon. Che ovviamente per questo risulta molto meno visibile e conosciuto degli altri.

Insomma, a sinistra alla fine il quadro politico alla vigilia delle elezioni era questo.
Non si può dire, ovviamente, come sarebbero andate le cose in caso di lista unica. Ma certamente non ci sarebbe stata la deriva moderata di PODEMOS.
Perché si possono conquistare voti d’opinione sulla base dell’immagine rassicurante e sorridente, omettendo di dire cose troppo “radicali” e puntando ad incrementare la credenza che la crisi si risolva tagliando gli stipendi alla casta e mettendo in galera i corrotti. Utilizzando le categorie del nuovo e del giovane contro il vecchio. Ma è difficile sostenere che si possa fondare su questo una alternativa di governo.
Mi spiace, ma è più o meno il contrario dello spirito del movimento degli indignados.
Ed è, senza ombra di dubbio, vergognoso che la stampa italiana, compresa quella sedicente di sinistra, presenti PODEMOS come se fosse la SYRIZA spagnola, o ignori (consapevolmente o meno) la complessità del risultato elettorale, come vedremo tra pochissimo.

A questo link si può trovare la tabella dei risultati ufficiali.

http://resultadosgenerales2015.interior.es/congreso/#/ES201512-CON-ES/ES

Come si può osservare PODEMOS ha ottenuto 3 milioni 181mila voti. Pari al 12,67 % dei voti e a 42 seggi.
Per il semplice motivo che le liste EN COMU’ PODEM (Catalogna), EN MAREA (Galizia) e COMPROMIS-PODEMOS-ES EL MOMENT (Comunidad Valenciana) sono liste unitarie comprendenti forze locali (ben superiori a PODEMOS locale) e IU (Catalogna e Galizia). E che queste liste avranno diritto a gruppi parlamentari propri, avendo superato gli sbarramenti dei 5 deputati e il 15 % dei voti nella propria regione. Queste tre liste sono andate molto bene, tutte e tre sul 25 % dei voti nei propri territori, e sono tutte o primo (Catalogna) o secondo partito, comunque davanti al PSOE.
Ancora una volta IU è stata penalizzata dai mass media che hanno attribuito sic et simpliciter a PODEMOS tutti i voti e i seggi di queste tre liste. Compresi i voti e gli eletti di IU in Catalogna e Galizia. Quelli di Barcelona en comù e Iniciativa per Catalunya in Catalogna e quelli di IU e dei nazionalisti galiziani di sinistra in Galizia.
In questo modo IU appare come quasi sparita nonostante i 920mila voti a cui si dovrebbero sommare almeno una parte, difficile se non impossibile da quantificare ma non certo irrilevante, del milione e 400mila voti ottenuti dalle liste unitarie in Catalogna e Galizia.

Del resto uno studio fatto dal quotidiano digitale “El Diario” dice che sommando i voti di PODEMOS, delle tre liste unitarie regionali, e di IU una lista unica avrebbe superato il PSOE di più di 500mila voti ed ottenuto 14 deputati in più.
È pur vero che è arbitrario fare questa somma. Però se le liste unitarie nei territori dove si sono fatte sono andate molto bene, e comunque molto meglio delle liste di PODEMOS nel resto della Spagna, bisognerebbe tenerne conto. Soprattutto per il futuro.

Forse non è detto che la sinistra reale o radicale che dir si voglia debba, per conquistare voti nella speranza di governare, diventare sempre più moderata fino a confondersi con i socialisti liberisti. E diventare sempre più spregiudicata conducendo campagne elettorali americane. E puntare sulla demagogia e sulla retorica anticasta non in aggiunta bensì in sostituzione della critica alle vere cause della crisi. E costruire partiti dalla incerta ideologia (il neopopulismo di Lacau) e con un leader proprietario che decide tutto con il consenso plaudente di miriadi di individui soli davanti al computer.

Forse.

La sconfitta dei due partiti maggiori è tale che sembra impossibile che si possa formare un governo. CIUDADANOS ha già detto che favorirà la stabilità permettendo con i suoi voti di astensione l’investitura del presidente del governo del PP, ma che rimarrà all’opposizione (in Spagna è possibile eleggere il presidente del governo con una maggioranza semplice in seconda votazione e poi governare in minoranza). Però anche con l’astensione di CIUDADANOS il PP non avrebbe la maggioranza semplice. Quindi il PP tenterà di ottenere altri voti di astensione. Ma ogni strada sembra preclusa. A parte pochissimi deputati di formazioni locali di centro o di destra delle Canarie e di altre Comunità Autonome, sembra impossibile che il PSOE possa disporsi a permetterlo. E lo stesso dicasi per i partiti nazionalisti catalani e baschi, con cui ormai il PP è ai ferri corti sulla questione dell’autodeterminazione.
I socialisti hanno già annunciato il voto contrario all’investitura di Mariano Rajoi, e sono alla ricerca di eventuali alleati per tentare di formare governo nel caso Rajoi non venga investito. Ma PODEMOS ha posto la condizione impossibile da accettare per il PSOE per cui il governo dovrebbe impegnarsi a permettere referendum di autodeterminazione nelle Comunità dove esistono nazioni (Catalogna, Paese Basco, Galizia). È vincolato a questa posizione dalle liste unitarie catalane e galiziane nelle quali è presente al pari di IU. CIUDADANOS potrebbe astenersi anche sulla investitura di Pedro Sanchez del PSOE, ma ha avvertito che non lo farà insieme a PODEMOS.
Insomma, la situazione sembra bloccata.
Vedremo come evolverà nelle prossime settimane e forse mesi. Lo scioglimento del parlamento per impossibilità di formare un governo ed elezioni anticipate non sono una prospettiva improbabile.
Le forze indipendentiste catalane hanno dichiarato di voler procedere con il processo unilaterale di costruzione di una Repubblica Catalana e si appellano alla lista EN COMU’ PODEM affinché constati che nel parlamento di Madrid non esiste nessuna maggioranza che possa permettere un referendum vincolante in Catalogna, e si aggiunga quindi nel processo di “disconessione” progressiva della Catalogna dallo stato spagnolo. Dopo tre mesi di trattative il 27 dicembre l’assemblea delle CUP (Candidature d’Unità Popolare, formazione indipendentista di estrema sinistra che non si presenta per scelta alle elezioni spagnole e i cui voti sono probabilmente andati in buona parte a EN COMU’ PODEM) dovrà decidere se i suoi dieci deputati catalani permetteranno la formazione di un governo di stretta osservanza indipendentista e con un programma fortemente segnato da misure progressiste di stampo sociale, ma guidato da un esponente della destra liberale catalana, Artur Mas.
Infine, IZQUIERDA UNIDA insiste sulla necessità di “ripensare” tutta la sinistra sul modello delle liste unitarie che hanno dimostrato che l’unità di tutte le forze di sinistra, politiche e sociali, su programmi radicali è in grado di sfondare e di proporsi seriamente per un’alternativa alle politiche liberiste.
C’è da sperare che PODEMOS capisca che l’alternativa, soprattutto in tempi di buia crisi sociale, è possibile con l’unità su un programma coerente e non a colpi di marketing elettorale e moderazione programmatica.
Per il momento, purtroppo, si tratta solo di una speranza.

Ramon Mantovani

Pubblicato sui siti http://www.controlacrisi.org e http://www.rifondazione.it il 22 dicembre 2015

Catalunya indipendente?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre, 2015 by ramon mantovani

Le forze indipendentiste hanno vinto le elezioni per il parlamento catalano. La lista unitaria di sinistra è andata molto male. Il Partito dei Socialisti Catalani perde. Il Partito Popolare crolla. Ciutadans triplica voti e seggi. La Candidatura d’Unitat Popular triplica voti e seggi.
La tabella ufficiale dei risultati elettorali è questa:
http://resultats.parlament2015.cat/09AU/DAU09999CM_L2.htm
Per i lettori italiani, anche in questi giorni ampiamente disinformati dai media italiani, è necessario fornire una descrizione delle liste e dei partiti che hanno preso parte alle elezioni.
“JUNTS PER EL SI” è la coalizione indipendentista comprendente i partiti “Convergencia Democratica de Catalunya” (destra liberale), “Esquerra Republicana de Catalunya ERC (lo storico partito indipendentista di sinistra moderata), scissionisti del Partito dei Socialisti Catalani e del partito democristiano Uniò Democratica de Catalunya, e numerosi esponenti del movimento civico indipendentista, fra i quali importanti personalità del mondo della cultura e dello sport, come il cantautore Lluis LLach e l’allenatore Pep Guardiola.
“CIUTADANS” è il nuovo partito emergente della destra “moderata”, prima in Catalogna e, dalle recenti elezioni locali, in tutta la Spagna. È un partito liberista, radicalmente nazionalista spagnolo, e dalla forte retorica “anticasta” ed anticorruzione.
“PARTIT DELS SOCIALISTES DE CATALUNYA” è il partito catalano federato al PSOE spagnolo. Recentemente si è allineato alle posizioni del Psoe contrarie al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano subendo una scissione.
“CATALUNYA SI QUE ES POT” è la coalizione della sinistra radicale catalana. Ne fanno parte Iniciativa per Catalunya – Verds, ICV (una quindicina di anni fa ha reciso il legame con Izquierda Unida in favore del Partito Verde Europeo pur continuando a presentarsi con IU alle elezioni), Esquerra Unida i Alternativa, EUiA (è la forza catalana federata con Izquierda Unida), Podem (è il nome catalano di Podemos), Equo (è una piccola formazione verde). La lista è favorevole al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma contraria ad atti unilaterali indipendentisti.
“PARTIT POPULAR” è la struttura catalana del Partido Popular. È la destra storica spagnola, confessionale ed ora anche liberista, oltre che nazionalista spagnola.
“CANDIDATURA D’UNITAT POPULAR” la CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista. Funziona rigidamente in modo assembleare a tutti i livelli.
“UNIO’ DEMOCRATICA DE CATALUNYA” è lo storico partito democristiano catalano. Dal postfranchismo si è sempre presentato alle elezioni insieme ai liberali di Convergencia Democratica de Catalunya nella federazione Convergencia i Uniò (CiU). Recentemente ha, con un referendum interno vinto dalla direzione per pochissimi voti, deciso di rompere la federazione con Convergencia Democratica. Per questo ha subito una scissione indipendentista molto forte. Riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma è contrario ad atti unilaterali non concordati e negoziati con lo stato spagnolo.

Cosa succede in Catalogna? Qual è la vera natura delle forze indipendentiste? Come si posiziona la sinistra radicale catalana e spagnola in questa fase? Come influenzeranno i risultati delle elezioni catalane le elezioni politiche spagnole di dicembre?
Per rispondere a queste domande è indispensabile chiarire alcune cose senza conoscere le quali è impossibile, per il lettore italiano, capire veramente l’esito e le implicazioni del voto catalano.
L’indipendentismo catalano è sempre stato una forza minoritaria, sostanzialmente rappresentato da Esquerra Republicana de Catalunya. I partiti nazionalisti catalani come Convergencia i Uniò non erano, fino a poco tempo fa, indipendentisti bensì autonomisti. Il Partito Comunista di Spagna ha sempre riconosciuto l’esistenza di una nazione catalana, il suo diritto all’autodeterminazione, e fin dai tempi del Comintern ha sempre avuto in Catalunya un partito comunista fratello e federato (PSUC). Lo stesso vale per la coalizione Izquierda Unida. Ma il PSUC e Esquerra Unida i Alternativa non sono mai stati indipendentisti, bensì propositori, insieme a PCE e IU, di una repubblica federale nella quale la nazione catalana potesse autogovernarsi pienamente.
I socialisti, prima repubblicani e federalisti con l’andare del tempo sono diventati monarchici e difensori dello stato unitario spagnolo.

Non è in questa sede che chiariremo i motivi storici per cui si può parlare di una nazione catalana. Tralasceremo anche i trecento anni di storia nel corso dei quali il nazionalismo spagnolo, la dinastia dei borboni e la dittatura fascista hanno tentato, senza mai riuscirci, di cancellare lingua e cultura catalana.
Per la sinistra spagnola e catalana l’esistenza della nazione catalana non è mai stata in discussione. Basti questa affermazione per poterci concentrare sui fattori che hanno fatto crescere l’indipendentismo fino a farlo diventare maggioritario.
Il primo fattore è storico. Attiene alla natura del nazionalismo catalano ed ha a che vedere sia con l’evoluzione della società catalana sia con la repressione che storicamente ha dovuto subire.
L’identità su cui si fonda l’idea stessa di nazione catalana e di popolo non è etnica. Non lo è perché la società catalana ha conosciuto storicamente una potentissima immigrazione. Sia prima della rivoluzione industriale, per la diversa distribuzione della proprietà terriera dal tradizionale latifondo spagnolo, sia dopo e con numerose e diverse ondate. Le classi subalterne, composte da lingue e culture diverse, hanno sviluppato una forte grado di integrazione per far fronte al nemico comune, rappresentato dalla alta borghesia catalana alleata dello stato spagnolo. Durante i 40 anni di fascismo, per esempio, lo stato franchista che proibiva il catalano, le feste catalane e quelle di sinistra come il 1° maggio, che tentava di far sparire perfino le tradizioni folkloristiche, era lo stesso stato che reprimeva ogni sussulto operaio e popolare. Perciò il PSUC clandestino faceva rischiare torture ed anni di carcere ai propri militanti, in gran parte immigrati che non parlavano catalano, per riempire di bandiere catalane città e paesi l’11 settembre e di bandiere rosse il 1° maggio. Perciò sempre il PSUC, appena caduto il franchismo, costruì nei quartieri e nei paesi a forte immigrazione un potente movimento che rivendicava scuole pubbliche nelle quali si riprendesse l’insegnamento del catalano.
Questa concezione del popolo e della nazione, inclusiva, laica, e plurale dal punto di vista linguistico e culturale, è quella prevalente tutt’ora.
Al contrario il nazionalismo spagnolo, che oggi al massimo tollera l’esistenza di una peculiarità catalana come parte dell’identità spagnola, è escludente e considera il nazionalismo catalano come una minaccia per i cittadini spagnoli immigrati in Catalogna e per la Spagna tutta.
La cartina di tornasole, come spesso accade per molte cose, per verificare differenze fra nazionalismo catalano e spagnolo sono gli immigrati extracomunitari. Tutti i partiti catalani, destra compresa, sono antirazzisti, sono contrari ai CIE, sono contrari alla cittadinanza stabilita per sangue, mentre i partiti spagnolisti (PP e Ciutadans) usano stereotipi xenofobi e propongono un’idea di cittadinanza fondata sul sangue e discriminatoria verso gli immigrati extracomunitari.
Una recente diatriba fra il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoi e il presidente catalano Artur Mas lo esemplifica benissimo:
Rajoi: non capisco come si possa voler separare la Catalogna dalla Spagna con tutto il sangue spagnolo che scorre nelle vene dei catalani e tutto il sangue catalano che scorre nelle vene degli spagnoli!
Mas: noi non capiamo queste cose di sangue. Per noi sono catalani tutti quelli che vivono e lavorano in Catalogna!
Insomma, come si vede anche da una descrizione sommaria come questa e al contrario di quanto dice o lascia intendere la stampa italiana, l’indipendentismo e il nazionalismo catalano non hanno nulla a che vedere con altri movimenti separatisti e xenofobi in Italia e in Europa.
Il secondo fattore è politico.
All’inizio degli anni 2000 l’indipendentismo catalano era minoritario. Il primo governo di sinistra (PSC, ICV-EUiA, ERC) della Catalogna redasse nel parlamento catalano insieme a CiU un nuovo statuto d’autonomia. Con molti più poteri per la regione, anche se non tanti come per uno stato federato. Il Psoe e Zapatero, che avevano una maggioranza parlamentare sufficiente per farlo, si impegnarono solennemente a ratificarlo senza modificarlo. Ma lo statuto fu modificato in senso peggiorativo quando fu esaminato dal parlamento spagnolo. Il che portò ERC a votare contro. Il governo catalano convocò in seguito un referendum confermativo. Al referendum la partecipazione fu di circa il 50 % e votò favorevolmente il 74 %. Lo statuto entrò in vigore nel 2006. Ma nel 2010, su ricorso del PP la Corte Costituzionale (sostanzialmente nominata da PP e Psoe) dichiarò incostituzionali gran parte degli articoli dello statuto, ne rimaneggiò altri e in sostanza cancellò tutti gli avanzamenti che avevano resistito alle già gravi amputazioni subite dallo statuto quando fu ratificato dal parlamento spagnolo 5 anni prima.
Sei anni dopo il primo vero tentativo di inquadrare il rapporto della Catalogna con lo stato spagnolo in modo non umiliante e dopo un referendum votato dal popolo si tornò al punto di partenza.
Un’enorme manifestazione di popolo con più di un milione di partecipanti alla quale aderirono tutti i partiti catalani (tranne ovviamente il PP e Ciutadans) si riversò nelle strade di Barcellona per protesta. Lo slogan che convocò la manifestazione era: Siamo una nazione. Decidiamo noi!

È questa, senza dubbio, la ragione politica della “deriva” indipendentista che si afferma fra le forze politiche e soprattutto a livello popolare.
Nelle elezioni catalane del 2010, dopo due legislature di governo delle sinistre, PSC e ERC crollano. Delle tre forze di governo resiste, con un lieve calo, solo la lista ICV-EUiA. CiU torna al governo con l’appoggio esterno del PP. Oltre alle ragioni più sopra esposte cominciano a mordere gli effetti della crisi e a farne le spese sono soprattutto i socialisti, responsabili delle politiche neoliberiste del governo Zapatero. Come si vedrà ancor meglio nelle elezioni politiche generali del 2011 quando il Psoe passerà dal 44 al 28 % dei voti.
Dopo la manifestazione del “Som una naciò. Nosaltres decidim.” due entità civiche (Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural, completamente autonome dai partiti, dirigono un enorme movimento popolare capillare e capace di produrre manifestazioni nel giorno dell’11 settembre di ogni anno(la festa nazionale catalana ricorda la caduta di Barcellona in mano alle truppe borboniche avvenuta nel 1714 dopo una lunghissima resistenza) senza eguali per partecipazione ed organizzazione. Su impulso della ANC e di Omnium si forma la AMI (Associazione dei Municipi per la Indipendenza) che conta oggi 765 municipi su un totale di 948.
La forza del movimento popolare indipendentista, al quale partecipano convintamente anche le sinistre radicali favorevoli al diritto all’autodeterminazione, travolge e supera i partiti. Nel corso della legislatura eletta nel 2010 il Presidente Mas tenta nuovamente un approccio negoziale con il governo spagnolo, il cui tema principale è un patto fiscale (sul modello di quello vigente per il Paese Basco). La risposta è negativa su tutta la linea. Il negoziato non comincia nemmeno. A questo punto viene sciolto il Parlamento catalano e sono convocate nuove elezioni con l’esplicito obiettivo di ottenere un mandato popolare per convocare un referendum sull’autodeterminazione. Le elezioni effettivamente premiano con una schiacciante maggioranza le forze favorevoli al referendum. Nel Parlamento catalano si approvano norme che permettono sostanzialmente la celebrazione di un referendum consultivo, non decisionale, atteso che un referendum decisionale dovrebbe ottenere l’autorizzazione del governo centrale. E il referendum consultivo viene convocato per il 9 novembre del 2014. L’oggetto della consultazione, dopo lunghissime trattative, viene concordato da CiU, ERC, CUP e ICV-EUiA ed è costituito da due domande collegate fra loro: Vuole che la Catalogna sia uno Stato? In caso affermativo, vuole che sia uno Stato indipendente?
Il governo centrale dichiara che la consultazione sarà proibita in quanto anticostituzionale. Il Parlamento catalano formula una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo affinché autorizzi la consultazione. Las Cortes bocciano la richiesta con il voto di PP, Psoe, UDC, Union del Pueblo Navarro, Foro Asturias. A votare a favore sono tutti i partiti nazionalisti di Catalogna, Galizia, Paese Basco, Paese Valenciano e, unica forza spagnola, Izquierda Unida.
Nel settembre la consultazione non vincolante viene “sospesa” dalla Corte Costituzionale sine die e il governo catalano, con l’appoggio della maggioranza del parlamento dichiara che non potendo celebrare una consultazione ufficiale, ancorché non vincolante, ne promuoverà una “informale”, con la partecipazione di volontari non retribuiti e mettendo a disposizione solo i locali scolastici.
La consultazione si svolge il 9 novembre e partecipano 2 milioni e 300 mila persone. Votano si e si l’81%, si e no il 10%, no e no il 5%, e il restante 4% fra bianche e nulle.
A questo punto si apre una lunga discussione, che riportare qui sarebbe troppo lungo, fra le forze indipendentiste nel corso della quale si consumano scissioni sia nel campo indipendentista (Unio Democratica de Catalunya) sia in quello avverso (PSC), e alla fine viene deciso che si convocheranno elezioni anticipate per trasformare le elezioni nel referendum che non si è potuto celebrare con l’obiettivo esplicito di far ottenere alle liste indipendentiste la maggioranza sufficiente ad istruire e compiere atti unilaterali verso l’indipendenza.
Nel frattempo la tornata delle elezioni municipali della primavera 2015 vede crescere fortemente il campo dei partiti indipendentisti (al cui interno crescono ERC e CUP e scende CiU) e delle forze favorevoli all’autodeterminazione (come la lista unitaria di sinistra Barcelona en Comù composta sia da indipendentisti sia da federalisti).
La campagna elettorale si preannuncia fortemente segnata dal carattere “plebiscitario” relativo all’indipendenza. Per questo si forma la lista unitaria indipendentista Junts per el SI (insieme per il si) alla quale non aderisce la CUP che pur garantendo la massima disponibilità e volontà politica circa gli atti unilaterali preferisce evidenziare anche il carattere di rottura programmatica sulle questioni sociali. A sinistra si forma la lista unitaria Catalunya si que es pot esplicitamente contraria a promuovere atti unilaterali.
I mesi che precedono il voto, e soprattutto gli ultimi 15 giorni (che costituiscono in Spagna la campagna elettorale ufficiale) sono densi di manovre e polemiche. Mentre da Madrid ovviamente si nega il carattere “plebiscitario” delle elezioni catalane il governo centrale mobilita la propria diplomazia per ottenere dichiarazioni di altri governi europei e USA, e della stessa Commissione Europea, che contrastino l’indipendenza. Le più importanti banche e alcune imprese multinazionali dichiarano che se ne andrebbero dalla Catalogna in caso di indipendenza. Il Governatore della Banca centrale spagnola dichiara che nel caso di indipendenza si produrrebbe un “corralito” e che i cittadini non potrebbero più disporre dei propri risparmi. Si discute dell’eventualità che nessuno più paghi le pensioni. E così via.
Perfino i segretari spagnoli di Comisiones Obreras e di UGT rilasciano dichiarazioni contro l’indipendenza, ma vengono immediatamente smentiti dai segretari catalani delle rispettive organizzazioni che ricordano di essere a favore dell’autodeterminazione e di annoverare fra i propri iscritti tutte le tendenze, comprese quelle indipendentiste.
Il dibattito si radicalizza più per la volontà degli anti indipendentisti che per quella degli indipendentisti. I partiti nazionalisti spagnoli, e soprattutto Ciutadans impostano tutta la campagna sul tema dell’indipendenza in modo veemente e radicale. Perfino l’ex primo ministro socialista Gonzales paragona gli indipendentisti a un movimento totalitario di stampo nazista, suscitando una imbarazzata reazione critica da parte del PSC.
La lista unitaria di sinistra Catalunya si que es pot, per quanto insista su temi sociali e di lotta sul tema centrale della campagna elettorale ha una proposta debolissima ed imbarazzata, giacché al suo interno e all’interno di ognuna delle forze che la compongono ci sono sia posizioni indipendentiste sia posizioni federaliste.
In sostanza proporre l’autodeterminazione attraverso un referendum concordato con un possibile futuro governo spagnolo disponibile a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano equivale a zero dal punto di vista politico. Criticare Junts per el si per la presenza della destra catalana liberista e tentare di ridurre tutta la vicenda alla manovra di Convergencia Democratica e di Artur Mas di non presentarsi con i propri simboli per evitare il giudizio degli elettori ed attaccare la CUP dicendo che votarla equivale a votare per la destra catalana ha finito per provocare un’esodo dei voti di ICV-EUiA proprio verso la CUP (più di 80mila secondo i primi studi sui flussi) e verso Junts per el SI per recuperarne pochi dai socialisti e, questo si, molti dall’astensionismo e da diverse provenienze motivati dalla presenza di Podemos nella lista.
Per la lista Catalunya si que es pot non si può parlare che di una sconfitta, perché sebbene abbia preso gli stessi voti della lista ICV-EUiA del 2012 e perso solo due seggi su 13 che ne aveva, la presenza di Podemos nella lista e il successo di Barcelona en Comù lasciavano sperare (e così dicevano molti sondaggi) un risultato ben più lusinghiero. Del resto non si può tacere sul fatto che la reiterata presenza dell’istrionico (per usare un eufemismo) Pablo Iglesias in campagna elettorale ha fortemente nuociuto alla lista. Sia per l’arroganza e il settarismo (non ha accettato di fare iniziative unitarie nelle quali comparisse il leader di Izquierda Unida spagnola) sia per l’uso di argomenti tipici del nazionalismo della destra estrema spagnola (salvo poi chiedere scusa) per richiamare il voto dei figli e dei nipoti degli immigrati dell’Andalucia e della Extremadura contro i catalani.
Sui risultati ora in Spagna c’è una discussione prevedibile. I partiti nazionalisti spagnoli, dopo aver sostenuto che si trattava di ordinarie elezioni ammnistrative, ora dicono che l’indipendentismo ha perso perché ha ottenuto il 48 % dei voti e arruolano nel fronte contrario anche Catalunya si que e spot e Uniò Democratica de Catalunya che però sono forze favorevoli all’autodeterminazione. Gli indipendentisti, più correttamente, parlano di vittoria chiara giacchè il fronte del no di PSC, PP e Ciutadans ha ottenuto il 39% contro il loro 48%. La forza più seria, sebbene descritta da più parti come estremista, antisistema ecc, è la CUP che ha parlato di una vittoria netta sul no, ma ha precisato che il 48 % dei voti non autorizza una immediata dichiarazione unilaterale di indipendenza e propone un processo costituente e una progressiva legislazione del parlamento che costruisca gli strumenti della sovranità catalana, e la immediata disobbedienza delle leggi spagnole che probiscono l’applicazione di quelle catalane. Come per esempio quella sulla “povertà energetica” che prevedeva di proibire il taglio di luce, gas e acqua alle famiglie senza reddito.
Mentre scrivo inizia la lunga trattativa per la formazione del governo e soprattutto per la scelta del Presidente. Junts per el si propone Artur Mas e la CUP propone una figura di consenso non segnata dal passato liberista. Difficile dire come andrà a finire.
Ma è certo che nulla è come prima in Catalunya. E che queste elezioni catalane segneranno fortissimamente le prossime elezioni generali spagnole di dicembre.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 1° ottobre 2015

Davvero “Podemos”?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio, 2015 by ramon mantovani

L’informazione della stampa italiana (tutta) circa il turno elettorale amministrativo del 25 maggio in Spagna è, tanto per cambiare, completamente falsata da semplificazioni (passi! data la conclamata ignoranza di molti giornalisti circa la politica estera) e soprattutto da distorsioni ispirate dal maldestro tentativo di usare ciò che avviene all’estero per un uso domestico.
È impossibile confutare una per una tutte le false notizie (le mezze verità sono più false delle menzogne spudorate) e le interpretazioni fondate sul nulla invece che sui fatti (almeno i dati elettorali dovrebbero valere qualcosa!). Per non parlare delle conseguenti previsioni! Ci vorrebbero diversi tomi.
Cercherò in questo articolo di fornire informazioni e dati che i lettori italiani purtroppo non conoscono. Le mie interpretazioni e previsioni valgono quel che valgono. Molto poco. Ma i fatti che citerò restano ed ognuno può verificarli e, se vuole, confrontarli con quelli piuttosto fantasiosi cha ha attinto dal sistema informativo italiano.
All’inizio del mese di maggio del 2014, prima delle elezioni europee, Ada Colau, fino ad allora portavoce del potente movimento contro gli sfratti a Barcellona (delle innumerevoli famiglie che non possono pagare il mutuo e che rimangono comunque debitrici verso le banche) insieme ad altre persone impegnate in diverse esperienze di lotta promuove una piattaforma di nome Guanyem Barcelona, con l’obiettivo esplicito di costruire una lista con tutti i partiti di sinistra (non il Partito dei Socialisti Catalani) e con movimenti ed associazioni provenienti dal Movimento degli indignati del 2011. Non una somma di sigle fra forze politiche con un programma e candidati scelti dalle segreterie dei partiti, bensì una lista costruita dal basso con metodo democratico alla quale i partiti, senza ovviamente sciogliersi, avrebbero aderito e partecipato al pari di tutti.
Bisogna sapere che il movimento degli indignati a Barcelona scelse, dopo le grandi manifestazioni del 2011, di produrre decine e decine di lotte in tutti i quartieri integrandosi nel tessuto storicamente già molto ricco di partecipazione organizzata dal basso dei cittadini.
La proposta di Guanyem Barcelona era in sostanza fondata sull’immersione del movimento degli indignati in una pratica sociale permanente di 4 anni e sulla potenziale condivisione delle forze politiche organizzate della sinistra radicale ed alternativa dei contenuti di lotta e programmatici emersi dalla lotta e dall’opposizione al primo governo della destra catalana della città dopo la caduta del franchismo.
Tutto il contrario di leader che si propongono come candidati a sindaco e raccolgono consensi intorno al “loro” programma, o di una coalizione di partiti che scelgono un sindaco con le primarie.
Nei comuni spagnoli si vota con la proporzionale senza preferenze, non esistono coalizioni previe al voto e si può anche governare in minoranza ottenendo voti ed astensioni su ogni singolo provvedimento.
Perciò, come è facile intuire, ogni parallelo sottinteso o esplicito con le dinamiche elettorali italiane è completamente infondato e fuorviante.
Quando nasce Guanyem Barcelona non ci sono ancora state le elezioni europee, Podemos non è ancora sulla ribalta e, nei fatti, è solo una lista elettorale decisa da poche decine di persone.
Subito dopo la nascita ufficiale di Guanyem Barcelona in molte altre città spagnole nascono proposte simili e con gli stessi obiettivi. Tanto che nel luglio del 2014 Guanyem Barcelona propone la costruzione di una rete sulla base di principi e punti programmatici comuni. Tra i quali c’è, nero su bianco, quello che le liste devono essere costruite dal basso e non devono essere monopolizzate o dirette dai partiti che ne fanno parte.
Podemos nascerà come partito nell’autunno del 2014 e a Barcellona solo nel novembre, quando i colloqui fra Guanyem Barcelona e i partiti della sinistra radicale che si erano dichiarati disponibili sono già avviati da tempo. Solo la decisione di Podemos di non presentarsi alle elezioni municipali per evitare, essendo appena nato, di essere fagocitato localmente da ogni tipo di cordate, permette a Podem Barcelona, buon ultimo, di entrare nel processo che porterà alla formazione della lista Barcelona en Comù con Ada Colau capolista (e per questo candidata a sindaco).
In Italia, e più precisamente su La Repubblica, abbiamo dovuto leggere che “…la lista Barcelona in Comu formata attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima…” (triplo sic: per il contenuto, per la sintassi e per aver sbagliato pure il nome della lista in catalano).
Posso sommessamente dire che presentare le vittorie delle liste unitarie in diverse città importanti come vittorie di Podemos è fuorviante?
Intendiamoci, non è mia intenzione sminuire in alcun modo il contributo decisivo che certamente Podemos ha apportato ai risultati elettorali delle liste unitarie. Tuttavia non informare circa la vera novità di liste che riescono ad agglutinare dal basso partiti, realtà sociali e migliaia di militanti senza tessera (senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità ed organizzazione) e che vincono le elezioni è, a parer mio, omettere proprio la cosa che invece dovrebbe costituire un’esperienza interessante anche per la realtà politica italiana.
E, purtroppo, parlare della grande vittoria di Podemos in tutta la tornata elettorale, è infondato.
Perché? E’ presto detto.
Domenica scorsa si è votato anche in 13 delle 17 comunità autonome (regioni) spagnole.
Ebbene. In 9 il primo partito è il PP. In 2 il Psoe. In due il primo posto è dei rispettivi partiti regionali (Navarra e Canarie).
In tutte e 13 Podemos è o il terzo partito (9), o il quarto (3), o il quinto (1).
Sebbene la perdita di voti di PP e Psoe sia di grandi dimensioni a me sembra difficile dire che Podemos, che da mesi è quotato nei sondaggi per le elezioni politiche come primo o secondo partito, in un testa a testa con il PP e con il Psoe notevolmente distanziato, e che ha fondato su questo la propria strategia politica, abbia vinto, essendo arrivato alla prima vera prova elettorale politica sempre dietro PP e Psoe in tutte le regioni.
Se stessimo ai risultati in sé per un partito che si presenta la prima volta dovremmo parlare di uno straordinario risultato. Ma se stiamo alle aspettative che Podemos stesso ha incoraggiato a più non posso si tratta di un inciampo notevole per un partito che vive prevalentemente di immagine sui mass media.
La confusione, sulla stampa italiana, di dati e commenti sulle comunali e sulle regionali di domenica scorsa ha omesso di verificare veramente la salute di Podemos e soprattutto della sua strategia.
Per esempio, nel comune di Madrid lo stesso giorno, e con gli stessi elettori, la lista unitaria Ahora Madrid alla quale ha aderito Podemos ha preso il 31,85 % dei voti e la lista di Podemos alle regionali il 17,73 % dei voti.
Podemos da mesi, e più precisamente dalla sua fondazione ufficiale, ha deciso di rifiutare sdegnosamente la proposta avanzata da Izquierda Unida di preparare una lista unitaria di “unità popolare” per tentare di vincere davvero le prossime elezioni politiche. Sostenendo che non bisogna formare coalizioni di sinistra, con partiti troppo radicali o comunisti, per poter attrarre il voto degli scontenti “moderati” o anche di “destra”.
Ovviamente fino alle elezioni di domenica commentatori e dietrologi di ogni segno hanno scritto che Podemos aveva ragione e che Izquierda Unida era solo in difficoltà dato l’evidente travaso di suoi voti verso Podemos.
Ma ora come la mettiamo se si dimostra che le liste unitarie, con dentro partiti radicali e comunisti, vincono nelle città e sbaragliano PP e Psoe, mentre Podemos, nelle regionali e da solo, nelle stesse città prende meno voti ed è lontanissimo dalla possibilità di contendere a uno dei due partiti maggiori una sola vittoria in ben 13 regioni?
Inoltre ci sono altri due macigni sulla strada di Podemos.
Il primo è che ad erodere potentemente i voti moderati del PP, ed anche della ormai morta formazione di centro UPyD, è comparso sulla scena, super pompato dai mass media, un nuovo (per la Spagna in quanto già presente in Catalunya) partito (Ciudadanos) di stampo centrista e liberista, ma che tuona contro la casta e contro la corruzione come Podemos. Con buona pace del progetto né di destra né di sinistra capace, secondo Pablo Iglesias, di raccogliere i voti di tutti gli scontenti.
Ormai molti commentatori in Spagna osservano maliziosamente che il bipartitismo si sta sdoppiando in 4 partiti. Due dei quali vengono definiti “marcas blancas” degli originali. Come per i farmaci generici che non hanno la marca della casa che li ha inventati bensì un nome diverso e generico. Podemos e Ciudadanos potrebbero raccogliere rispettivamente i voti degli scontenti del Psoe e del PP, ma non ambire a vincere. Ed essere usati alla bisogna per permettere ad uno dei due di governare. Altro duro colpo per la immagine suggestiva di un Podemos spacca tutto.
Infatti il secondo macigno è costituito dal fatto che in ben 6 delle regioni dove Podemos si è presentato, ed è risultato dietro ai socialisti, c’è la possibilità di formare un governo alternativo al PP. E Podemos dovrà decidere se fare un accordo con il Psoe o meno.
Se lo farà inevitabilmente una parte del suo elettorato sarà delusa. E se non lo farà, provocando o un governo del PP o magari un governo PP Psoe, una parte del suo elettorato rimarrà delusa.
Una cosa è chiedere al Psoe sconfitto di appoggiare un governo municipale guidato dal programma e dal sindaco di una lista di sinistra radicale, come si farà in diverse città, ed un’altra è suscitare l’aspettativa di vincere contro entrambi i partiti maggiori e alla fine dover acconciarsi ad appoggiare un governo del Psoe o a sentirsi accusati di aver favorito il PP.
Insomma, mi spiace dover trarre la conclusione che la strada per la costruzione, in Spagna, di una esperienza analoga a quella di Syriza è molto più irta di ostacoli e di difficoltà di quanto non si possa dedurre dalla lettura dei giornali italiani.
Spero davvero di cambiare opinione e di riconoscere di essermi sbagliato. Ma fare progetti e farsi illusioni sulla base di scarsa conoscenza della realtà e di facili suggestioni è molto pericoloso nella vita. In politica è esiziale.
Spero soprattutto che Podemos dismetta la boria di partito autosufficiente e dia retta alla proposta del Partito Comunista di Spagna e di Izquierda Unida che in sostanza dice: facciamo come a Barcellona!

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.controlacrisi.org il 26 maggio 2015

Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 10 novembre, 2014 by ramon mantovani

La Direzione del Partito della Rifondazione Comunista ha avviato un importante dibattito, licenziando un documento sulla prospettiva dell’unità della sinistra e del partito.
Condivido il senso e la lettera del documento.
Queste note sono un modesto contributo alla discussione. E sono centrate sulla questione del futuro del partito.

Gli equivoci sulla storia del comunismo italiano.

La storia del movimento operaio italiano, e segnatamente del PCI, è grande e complessa. Lungi da me l’idea di trattarla esaustivamente.
Mi interessa, in questa sede, unicamente tentare di confutare alcune interpretazioni superficiali, unilaterali e/o infondate, che nel corso del tempo si sono affermate producendo danni gravissimi e a tutt’oggi irrisolti. E dalle quali è dipesa e dipende l’illusione che si possa ricostruire il PCI, come se si trattasse di una semplice questione di volontà.
In particolare c’è oggi, nella società e fra gli stessi militanti comunisti e di sinistra, l’idea perniciosa che la “politica” sia unicamente il complesso di attività volte alla conquista del consenso elettorale e che, più specificatamente, consista nel promuovere alleanze e nell’elaborazione di programmi di governo. O consista, me è solo l’altra faccia della medesima medaglia, unicamente nella propaganda di ideali, principi ed obiettivi di lotta.
In realtà è la stessa concezione della “politica” ad essere distorta dalla indebita separazione fra il complesso di attività ed azioni sociali e culturali del Pci e quelle dedicate alla dialettica interna alle istituzioni e alle relazioni fra partiti.
Il “caso italiano” si deve sostanzialmente a tre fattori.
Il primo era la natura prevalentemente e strutturalmente nazionale del mercato e delle imprese capitalistiche.
Il secondo era la natura parlamentare delle istituzioni (dal più piccolo consiglio comunale al parlamento nazionale).
Il terzo era l’esistenza di grandi organizzazioni sociali e di partiti di massa.
Questi fattori, originati dai limiti globalmente imposti allo sviluppo spontaneo del mercato capitalistico e segnatamente del mercato finanziario dopo la crisi del 29 e la guerra, dal peso conquistato dal PCI nella Resistenza e conseguentemente nella redazione della costituzione repubblicana, e dallo sviluppo della lotta di classe possibile in quelle condizioni, sono intimamente intrecciati.
Sul primo fattore mi limito a dire (non è questa la sede per analisi approfondite) che con gli Accordi di Bretton Woods vigenti e con la natura prevalentemente nazionale e produttiva del capitale e del mercato, la società aveva come centro i luoghi della produzione. Le classi sociali erano ben identificate, anche se in un contesto sempre più articolato e complesso. La classe operaia e i suoi strumenti, sindacato e partito, avevano un ruolo fondamentale che influenzava tutta la società.
Il secondo fattore, e cioè la natura parlamentare delle istituzioni a tutti i livelli, permetteva che la lotta di classe ed ogni sorta di lotte sociali e civili, potessero incidere nella realtà consolidando obiettivi di lotta in leggi dello stato attraverso i partiti di massa, indipendentemente dalla loro collocazione di governo o di opposizione.
Parlamento con grandi poteri, governo con scarsi poteri e legge elettorale proporzionale permettevano che le lotte e le rappresentanze di classe potessero, nella dialettica parlamentare e con alleanze precise e mirate, vincere battaglie e conquistare obiettivi.
È così che si chiude un cerchio, un circolo virtuoso. Le lotte, che in quel contesto strutturale potevano essere sempre più avanzate giacché accumulavano potere nei rapporti di forza sociali (basti pensare all’efficacia dello sciopero), attraverso le proprie rappresentanze pagavano e risultavano efficaci e vincenti. La dialettica politica e parlamentare era direttamente legata alle dinamiche sociali e dei rapporti di forza fra le classi. I partiti erano rappresentanti di classi e pezzi di società ed avevano una base ideologica precisa ed identificabile. Votare alle elezioni significava delegare la propria rappresentanza a lottare nelle istituzioni per i propri interessi.
Si tratta di una concezione della politica, della rappresentanza, delle istituzioni ben diversa, per non dire contrapposta, a quella liberale che era ispirata dall’idea dell’elezione diretta del governo e dalla scelta delle persone invece che dei partiti.
Ma veniamo al terzo fattore, che in questa sede ci interessa maggiormente.
C’è tutta una mitologia completamente infondata sulla storia del PCI e sui motivi che ne hanno fatto il più grande partito comunista in occidente.
Secondo i canoni dell’odierno pensiero dominante la grandezza del PCI si deve sostanzialmente alla grandezza dei suoi dirigenti, Togliatti in testa. E segnatamente alla raffinatezza della politica delle alleanze e all’immancabile “cultura di governo”.
Senza nulla togliere all’effettiva statura di Togliatti e di tutto il gruppo dirigente del PCI, mi preme sottolineare che senza l’intreccio dei tre fattori di cui sopra in PCI non avrebbe, in nessun caso, potuto essere quel che è stato.
Infatti, senza un contesto economico nel quale le lotte potevano essere efficaci socialmente, nessuna raffinata politica delle alleanze in parlamento avrebbe potuto strappare risultati concreti e, a lungo andare, la rappresentanza politica avrebbe finito con l’essere avvertita anch’essa come inefficace, inutile e dedita a coltivare interessi di partito (oggi si direbbe di casta), separati da quelli dei rappresentati.
Senza la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale tutte le lotte generali che richiedevano riforme legislative non avrebbero mai raggiunto l’obiettivo di codificare in leggi le proprie rivendicazioni. Un partito come il PCI, antagonista ed inviso al potere imperialistico statunitense e perciò impossibilitato a conquistare il governo direttamente, senza la possibilità di allearsi con il PSI e con parti della DC sui temi posti dalle lotte sociali e con i partiti laici contro la DC sui temi civili, avrebbe finito con il testimoniare una posizione senza mai raggiungere obiettivi concreti. E conseguentemente non avrebbe mai accumulato il consenso elettorale che invece conquistò esattamente grazie all’utilità ed efficacia della rappresentanza.
Ovviamente a Togliatti e al gruppo dirigente del PCI va attribuito il merito enorme di aver analizzato correttamente le contraddizioni e la natura del capitale dell’epoca e di aver principalmente contribuito a produrre la repubblica parlamentare.
Tuttavia, se per esempio la DC avesse vinto le elezioni della legge truffa nel 53 (le perse per lo 0,2 % dei voti) e l’Italia avesse conosciuto una dialettica politica fondata sulla scelta del governo attraverso alleanze, costruite previamente alle elezioni, per conquistare il famoso premio di maggioranza, il PCI sarebbe stato marginalizzato e mai avrebbe potuto crescere elettoralmente parallelamente alla crescita delle lotte.
Quanto detto finora dimostra inequivocabilmente che il “caso italiano” è dovuto sostanzialmente ad un intimo rapporto fra “sociale e politico”.
Le lotte, di per se efficaci dentro il contesto strutturale del capitalismo dell’epoca, trovavano vittorie e coronamenti attraverso le elezioni, grazie alla possibilità delle rappresentanze di classe di sviluppare una politica efficace, anche se dall’opposizione. Le “alleanze” erano strettamente connesse ad obiettivi generali e parziali, si sviluppavano dopo le elezioni ed erano variabili secondo l’andamento dei rapporti di forza sociali, essendo strette fra partiti e parti di partiti legati a classi e/o parti della società. La “cultura di governo” non era l’idea che bisognasse allearsi con altri, con mediazioni al ribasso, per conquistare il governo per poi gestire l’esistente, bensì il complesso di proposte programmatiche di fase volte a conquistare migliori condizioni di vita per le masse popolari, a democratizzare la società e a consolidare basi per una transizione al socialismo.
Ma il PCI non era, come molti oggi credono e purtroppo dicono, dedito principalmente ad elaborare proposte, programmi e tattiche volte a fornire uno “sbocco” politico alle lotte.
Per quanto visibile, e misurabile con i voti elettorali, il lavoro svolto nella dimensione politica, elettorale ed istituzionale non era affatto la principale attività del PCI. Per quanto importante senza la lotta di classe e senza l’organizzazione sociale non avrebbe mai potuto produrre nessun risultato.
Ma è altrettanto sbagliato pensare che il PCI dirigesse direttamente le lotte come una pura avanguardia.
Un partito comunista serio è tale se è uno strumento complessivo della classe. Può essere clandestino, di quadri, di massa, a seconda delle condizioni in cui opera. Ma se non affonda le proprie radici nella classe, se non ha come bussola la lotta di classe e i rapporti di forza sociali, se non possiede una prospettiva strategica, finirà per snaturarsi trasformandosi in una setta parolaia o in una formazione affetta dal cretinismo parlamentare e dall’elettoralismo più spinto.
Le condizioni particolari di cui abbiamo parlato più sopra sono la base analitica e concreta della svolta che partorisce il “partito nuovo” proposto e voluto da Togliatti.
Non si tratta di un modello astratto migliore di altri o replicabile dovunque, bensì dello strumento meglio capace di sfruttare tutti gli spazi e possibilità che la realtà italiana del dopoguerra, sociale e politico – istituzionale, permette.
In particolare il PCI è il partito che promuove lotte locali a nazionali, costruisce organizzazione sociale e sindacale, produce luoghi di aggregazione culturale, ricreativa e perfino sportiva.
L’idea secondo la quale il partito dirigeva dall’alto sindacato, movimento cooperativo, case del popolo ecc è una bufala di proporzioni gigantesche.
Il partito promuoveva e dirigeva la lotta di classe essendone uno strumento inseparabile e complessivo. Dalla più piccola sezione alla direzione nazionale la principale attività consisteva nell’agire articolatamente e direttamente in tutte le sfere della società. Vale a dire a livello sociale promuovendo le battaglie sindacali, casse di mutuo soccorso, cooperative di produzione, di consumo ed edilizie, associazioni di categoria di commercianti ed artigiani, organizzazioni di donne e così via. A livello culturale luoghi di aggregazione come le case del popolo, l’ARCI con tutte le sue svariate sezioni, organizzazioni di artisti ed intellettuali e così via. A livello politico ed istituzionale partecipando alle elezioni ed eleggendo gruppi consiliari e parlamentari propri ed indipendenti (come la sinistra indipendente), in grandissima maggioranza espressione diretta delle esperienze di lotta più avanzate e composti in modo di essere all’altezza del compito in ogni settore legislativo.
Negli organismi dirigenti a tutti i livelli sedevano quadri politici direttamente impegnati nelle lotte e nelle grandi organizzazioni di massa. Ed era continuo lo scambio di quadri e funzionari fra le diverse attività del partito, sindacali, sociali, culturali e politiche.
Ovviamente non mancavano contraddizioni e problemi, come una notevole burocratizzazione di un partito con migliaia di funzionari. Come la “specializzazione” e tendenziale allontanamento dal sociale di numerosi quadri amministrativi ed istituzionali. Come un alto grado di conformismo e di eccessivo patriottismo di partito. Ed altro ancora. Ma in questa sede non si tenta di analizzare i problemi intrinseci del partito di massa. Si tenta, invece, di sfatare il mito secondo il quale gli organismi dirigenti a tutti i livelli del PCI erano dediti unicamente a formulare “strategie” e “tattiche” politico istituzionali e non a costruire le lotte e gli organismi di massa.
Infatti il PCI lavorava all’unità sindacale e all’unità politica della classe. Perciò Lega delle Cooperative, sindacato, ARCI e cosi via erano organizzazioni aperte ed unitarie. E perciò avevano un alto grado di autonomia. Ma è paradossale pensare che queste organizzazioni siano nate spontaneamente e che il partito le dirigesse in quanto operante nella sfera della politica istituzionale.
Del resto il circolo virtuoso di cui abbiamo parlato più sopra funzionava prevalentemente anche fuori dalla politica istituzionale. Ad ogni vittoria operaia nei contratti sul salario, che non aveva bisogno di alcun intervento legislativo, il PCI guadagnava voti. E con quei voti, grazie alle tattiche ed alleanze parlamentari adeguate, conquistava salario indiretto e diritti attraverso l’implementazione del welfare e di leggi avanzate.
Insomma, solo la lotta di classe era il motore della trasformazione sociale che permetteva, grazie alla repubblica parlamentare e al sistema proporzionale, di conquistare leggi e potere.
L’idea, oggi imperante per effetto della cultura dominante attualmente egemone, che ha cancellato la lotta di classe, secondo la quale le conquiste sociali e democratiche erano il frutto delle avanzate elettorali e non viceversa, è la mistificazione esiziale alla base del grande tradimento.

Il grande tradimento.

All’inizio degli anni 70 comincia la controffensiva capitalistica. Essa è motivata da condizioni strutturali sia a livello globale sia a livello nazionale. Caduta tendenziale del saggio di profitto, potere conquistato dai lavoratori, regole monetarie e finanziarie che impediscono e/o limitano fortemente la vocazione finanziaria del capitalismo, sono fattori decisivi. Richiederebbero una lunga trattazione, sempre che si pensi che l’analisi del capitale e dell’andamento dei rapporti di forza sociali siano fondamentali per capire la realtà.
Ma non è questa la sede per farlo.
Resta il fatto che in Italia ancora negli anni 70 il circolo virtuoso di cui sopra funziona pienamente. Sono gli anni in cui l’accumulazione della forza nei rapporti sociali e in cui nuove e più avanzate rivendicazioni permettono il raggiungimento di grandi conquiste sia sul piano sociale sia sul piano politico. Basti pensare alle crescite salariali, alla scala mobile, alle 150 ore, al servizio sanitario nazionale, all’equo canone, alla chiusura dei manicomi, al divorzio e all’aborto e così via. Ognuna di queste conquiste è il frutto di lotte, scioperi, manifestazioni, senza cui nessuna “politica delle alleanze” e “cultura di governo” avrebbe mai potuto ottenerle. Ma è anche il frutto della possibilità in parlamento di fare alleanze ad hoc su ognuna, indipendentemente dallo schieramento che sta al governo.
Esattamente all’inizio degli anni 70 gli USA denunciano gli accordi di Bretton Woods. Lentamente ma inesorabilmente comincia una modificazione strutturale del capitalismo. Le economie nazionali sono esposte alla libera oscillazione dei mercati valutari, le imprese iniziano ad avere una sempre più accentuata vocazione alle esportazioni, il mercato nazionale perde la sua centralità. Già alla fine degli anni 70 inizia il processo di finanziarizzazione impetuosa dell’economia, di deindustrializzazione, di ristrutturazione e di delocalizzazione. Oltre al concentramento di produzione e commercio nelle mani delle società multinazionali.
Viene meno il primo fattore su cui si fondava la forza del movimento operaio italiano. La principale arma, lo sciopero, inizia a non essere più efficace come prima. E cominciano le sconfitte. La società, come si vedrà bene negli anni 80, ha sempre più al centro il capitale finanziario e speculativo, e quindi si modifica velocemente. Si disgrega e cresce l’individualismo, l’idea del facile arricchimento facendo soldi con i soldi.
Nel breve volgere di pochi anni le sconfitte sono incontenibili. I rapporti di forza sociali diventano sempre più sfavorevoli, le lotte perdenti, le rappresentanze politiche incapaci perfino a difendere le conquiste degli anni precedenti. Si afferma nella società la cultura del mercato, della competizione assoluta. I comunisti vengono descritti sempre più come vecchi, incapaci di capire e quindi governare le meraviglie della modernizzazione. Gli operai come una razza in via di estinzione giacché cresce il “terziario avanzato”. La classe operaia come un concetto obsoleto giacché si dice, anche se si tratta in gran parte di una patente mistificazione, che perfino gli operai sono diventati “rentiers” in quanto “risparmiatori” e possessori di BOT e CCT.
C’è ancora la repubblica parlamentare, c’è ancora una grandissimo Partito Comunista di massa. Ma come si vede, venendo meno rapporti di forza sociali favorevoli, il circolo virtuoso si interrompe. La sconfitta della FIAT del 1980 non si può evitare con nessuna “abilità politica” né alleanza o manovra parlamentare. Al contrario apre una stagione nella quale anche in parlamento arriva una sconfitta dietro l’altra. A cominciare dalla proclamata “indipendenza” dal potere politico della Banca centrale e dai 4 punti di scala mobile tagliati dal governo Craxi.
Il PCI, che con Berlinguer sceglie di non separare i propri destini da quelli della classe, nonostante la sua forza è ormai un partito isolato. Impossibilitato a vincere battaglie sociali e parlamentari difensive. Come dimostra la sconfitta nel referendum sui 4 punti di scala mobile del 1984. Figuriamoci a fare nuove conquiste.
È chiaro o non è chiaro che tra i tre fattori, di cui abbiamo tanto parlato, il principale e decisivo è quello dell’andamento dei rapporti di forza sociali?
O si vuol sostenere che le sconfitte e l’incipiente declino elettorale arrivano per l’incapacità del PCI di capire il “nuovo”? Per l’attardarsi in analisi e descrizioni della realtà con strumenti obsoleti come il marxismo? Per l’abbandono della “cultura di governo? Per la mancanza di un leader forte dopo la morte di Berlinguer? Per un rigurgito di settarismo verso il PSI di Craxi? Per la lentezza elefantiaca del PCI a capire novità e ad adeguarsi ad esse a causa del potere “conservativo” dei suoi apparati burocratici?
Basta rimuovere l’analisi del capitale e dei rapporti di forza sociali per poter dire qualsiasi cosa circa la crisi del PCI. Ovviamente ogni spiegazione ha un piccolo o meno piccolo nucleo di verità. Ma resta il fatto che non si può, o non si dovrebbe, giudicare l’andamento delle fortune di un partito dedito alla lotta di classe rimuovendo la lotta di classe dall’analisi, o riducendola ad una variabile dipendente da fattori assolutamente secondari.
Potevano la repubblica parlamentare e il sistema dei partiti rimanere uguale a se stessi se la struttura dell’economia capitalistica, della formazione sociale conseguente, della cultura e del “senso comune”, diffusi anche fra le classi subalterne, erano così profondamente cambiati?
Evidentemente no.
Lo capisce bene Berlinguer che denuncia una degenerazione del sistema dei partiti già agli inizi del processo. La famosa “questione morale” è stata con il tempo ridotta alla mera denuncia della corruzione e ad una sorta di dimensione etica. Non c’è quasi nessuno, oggi, che non la citi come esempio. Ma in modo strumentale e rimuovendone l’analisi sistemica che l’ispirava.
I partiti cominciano a separare le proprie sorti da quella dei loro rappresentati. Valga per tutti l’esempio del PSI che cambia campo e si trasforma nel più coerente rappresentante del capitalismo finanziario emergente, che propugna il “decisionismo” al posto della mediazione di interessi nelle istituzioni, il leaderismo al posto della democrazia nella vita del suo partito (con tanto di elezioni per acclamazione), l’obiettivo del governo fine a se stesso e quindi contrapposto, dati i rapporti di forza sociali, agli interessi dei lavoratori.
La “politica” intesa come tattica e strategia nella dialettica parlamentare diventa un “gioco” fatto di manovre, scontri personali, “trovate” suggestive. E soprattutto la dialettica governo opposizione diventa uno scontro frontale nel quale è impossibile trovare mediazioni che non incorporino le compatibilità dell’economia vigente. La “vera” ed importante dialettica politica, per esempio, è quella che avviene dentro lo schieramento governativo fra una DC in crisi e un PSI che, nonostante lo scarso consenso, pretende per se la presidenza del governo.
Il PCI è fuori dai giochi. Nonostante la sua forza conta sempre meno giacché i suoi rappresentati cominciano a peggiorare le proprie condizioni di vita. Al suo interno, anche rispondendo ad esplicite richieste esterne, si affermano sempre più posizioni di destra. Una classica che propugna di uscire dall’isolamento con l’unità della sinistra. Con l’unità, cioè, con il PSI di Craxi che sta al governo ed è diventato nei fatti un partito ben più a destra della DC, corrotto ed autoritario. Ed una nuova e molto suggestiva, apparentemente più di sinistra. Quella che dice: “non vogliamo morire democristiani”.
E proprio qui sta il grande tradimento.
I rapporti di forza sociali, cambiati in peggio da fattori oggettivi relativi alla natura del capitale, del mercato e alle conseguenti modificazioni sociali e culturali, non sono più la bussola della politica del partito. L’obiettivo non è più modificarli, anche attraverso una lunga fase difensiva e di resistenza, scontando anche eventuali minori consensi elettorali, bensì assumerli come orizzonte immodificabile della politica.
Il partito che ha conquistato moltissimo dall’opposizione comincia a dire che “solo” dal governo si possono cambiare le cose. E alla contrapposizione di classe nella società si sostituisce la contrapposizione alla DC nel sistema politico.
Va da se che per andare al governo bisogna liberarsi da ogni retaggio relativo alla lotta di classe per diventare un partito “moderno”, “nuovo”, semplicemente di “sinistra”. E va da se che la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale non sono idonei allo scopo di “vincere” le elezioni ed andare al governo mentre la propria base sociale perde.
È su queste basi che si scioglie il PCI e che il PDS diventa la punta di diamante del passaggio alla seconda repubblica del maggioritario. Con gran parte del gruppo dirigente che non vede l’ora di diventare finalmente personale di governo e con una base, militante ed anche elettorale, ridotta alla speranza infondata, come si vedrà bene nel corso dei seguenti 25 anni, che la conquista del governo possa cambiare l’Italia e le condizioni di vita delle classi subalterne.

Rifondazione comunista.

Rifondazione nasce per effetto del grande tradimento e per tentare di contrastarlo.
Non si può qui fare un’analisi approfondita, tantomeno una ricostruzione storica.
Ma, secondo me, una cosa è essenziale per capire la recente crisi del partito. Ed è l’unica su cui vale la pena di soffermarsi.
Ancora una volta si tratta di qualcosa di fondamentale, di strutturale. Senza capire la quale si finisce inevitabilmente per dare spiegazioni superficiali, sbagliate, ed in ultima analisi utilizzando esattamente le categorie interpretative proprie del pensiero e del senso comune dominanti.
Non è questione di leader, buoni o cattivi. Non è questione di tattiche elettorali, azzeccate o meno. Non è questione di immagine, appropriata o meno. Non è questione di formule organizzative, efficaci o no. Non è questione di unità o divisioni interne.
Ognuna di queste cose esiste, e si può discuterne all’infinito dividendosi all’infinito. Ma in realtà sono tutte effetti di una realtà oggettiva totalmente indipendente dalla volontà del partito e soprattutto di un errore gravissimo, questo si soggettivo.
La finanziarizzazione e globalizzazione del capitale, la perdita di potere degli stati nazionali circa l’economia, la società individualizzata e disgregata, la perdita di coscienza di classe della stragrandissima maggioranza dei proletari, il trionfo dell’ideologia liberista, la trasformazione delle istituzioni operata dal maggioritario e dalla centralità del governo, la degenerazione in spettacolo del dibattito politico pubblico e così via, non sono ascrivibili ad errori del PRC. Sono i frutti velenosi di un trentennio di sconfitte e modificazioni dei rapporti di forza sociali.
Cataloghiamole, per comodità, come cose oggettive.
L’errore soggettivo sta semplicemente nel non aver capito analiticamente e fino in fondo questa realtà oggettiva. Un errore madornale. Secondo me imperdonabile.
Rifondazione ha propugnato per anni giuste posizioni. Non ha mai disertato una sola lotta, spesso in solitudine. Ha visto e denunciato la degenerazione sindacale della “concertazione”. Ha visto giusto sull’Europa dei trattati neoliberisti. Ha capito e propugnato la necessità di conquistare una dimensione internazionale della lotta e dell’alternativa.
Ma essendo un partito politico principalmente dedito alla conquista del consenso elettorale, ed obbligato a giocare la partita sul campo truccato ed ostile del maggioritario, alla fine, con il tempo, è stato plasmato e trasformato dal sistema della politica della seconda repubblica.
Non è la stessa cosa promuovere e partecipare alle lotte, presentarsi alle elezioni per veicolarne gli obiettivi nelle istituzioni raggiungendo risultati concreti anche attraverso mediazioni e compromessi, o finire con l’agitare contenuti di lotta, partecipare ad un gioco di alleanze e contrapposizioni, ad una pseudo discussione spettacolarizzata sui mass media, senza mai raggiungere un risultato concreto per la propria base sociale ed elettorale.
In altre parole, dentro il bipolarismo in alleanza con il centrosinistra o in contrapposizione ad esso non c’era spazio per la conquista di alcun risultato serio e concreto. Ma non a causa di opportunismo o di settarismo, bensì per il semplice motivo che il sistema politico, istituzionale, massmediatico ed elettorale erano totalmente impermeabili a qualsiasi rivendicazione seriamente antagonista. Oggi la situazione è diversa, come vedremo più avanti. Perché è lo stesso sistema politico bipolare ad essere in crisi. E perché la crisi economica e i suoi effetti permettono di pensare di conquistare maggioranze elettorali contro centrodestra e centrosinistra, e nonostante le leggi maggioritarie. Come dimostra l’esperienza greca.
Ma negli anni 90 e 2000 senza questa consapevolezza ad ogni appuntamento elettorale le scelte, invece che meramente tattiche, apparivano come strategiche ed investivano la stessa “identità” del partito.
Non mancava un certo grado di consapevolezza di questa realtà ostile. Tuttavia non se ne sono mai tratte le conseguenze.
Come abbiamo visto nella prima repubblica per i comunisti era possibile accumulare forza sociale, tradurla in forza elettorale, in un partito di massa. Nella seconda si poteva, sulla base della denuncia delle ingiustizie sempre più gravi, conquistare un qualche consenso allusivo di una possibile resistenza. Ma poi quel consenso veniva macinato e digerito nella dialettica del maggioritario che espungeva i contenuti sociali e di lotta e riduceva tutto a scontro fra leader e a interessi elettorali di bottega.
Nella prima repubblica si poteva costruire un partito comunista di massa, nella seconda era impossibile. Non si poteva, cioè, accumulare consenso perché, a causa dei mancati risultati e soprattutto della spettacolarizzazione del dibattito politico, questo era destinato ad essere volatile. Analogamente dentro il partito ad ogni scelta di una certa importanza di manifestava una divisione su posizioni inconciliabili. Governismo ed “alleantismo” contro settarismo e “testimonianza”. Esattamente secondo il copione previsto dal sistema per una forza antagonista. E il dibattito interno invece che crescere nell’analisi della fase, e quindi nella consapevolezza di avere a che fare con un problema strategico e di lungo periodo, virava sempre più in scontri e divisioni astratte nelle cui fazioni si potevano comodamente annidare opportunismi e personalismi di ogni tipo.
Si possono scrivere interi saggi su Rifondazione e più in generale sulla sinistra in Italia. Ma senza centrare il necessario rapporto di una forza antagonista con l’andamento reale dei rapporti di forza sociali, con la cultura egemone e con la natura impermeabile delle istituzioni e del sistema elettorale si finirà sempre con lo scambiare gli effetti per le cause. Aumentando illusioni, confusione e divisioni.

La lezione e il che fare.

Se è vero quanto detto finora, bisogna sapere che è necessario ricostruire rapporti di forza sociali favorevoli per poter pensare di essere anche minimamente efficaci sul piano politico -elettorale. Solo un progetto complessivo e strategico può farlo. Complessivo perché fondato su un’analisi della crisi capitalistica, sui suoi effetti sociali e culturali, e strategico perché teso a costruire un blocco sociale capace di imboccare la fuoriuscita a sinistra dalla crisi e di ottenere il consenso sufficiente a farlo nonostante il sistema elettorale vigente. Senza il progetto non esiste nessuna scorciatoia elettoralistica capace di capovolgere i rapporti di classe e tantomeno di sconfiggere il pensiero dominante ed egemone.
Oggi è possibile, perché ci sono due novità importantissime.
La prima sta nel fatto che la crisi capitalistica attuale, di lunga durata e tesa a precipitare in nuove e più vaste e profonde crisi, è un terreno di scontro che, seppur drammaticamente, fornisce alle posizioni critiche del capitalismo nuove opportunità.
L’altra novità sta nel fatto che il sistema politico si è talmente separato dalle dinamiche sociali che nel tempo della crisi sconta una totale impopolarità, ancorché segnata da una grande confusione. E non bisogna sottovalutare le derive autoritarie che dall’alto (uomo unico al comando) possono riuscire a connettersi all’insofferenza del popolo verso la politica.
È sul combinato disposto di queste due novità che è necessario riflettere bene per trovare la strada giusta.
Vediamole, quindi, più approfonditamente.
La crisi, che a dimostrazione della correttezza delle nostre analisi fin dagli anni 90, era più che prevedibile nel contesto del neoliberismo imperante in Europa, non lascia nulla immutato.
Ormai Rifondazione ha prodotto una messe di analisi serie sulla natura strutturale e “costituente” della crisi capitalistica in Europa. Non c’è bisogno di tornarci in questa sede.
Ma su un punto della prassi (nel senso gramsciano del termine) è necessario un salto di qualità.
Nella società vi sono lotte difensive e di resistenza. Non sono nemmeno poche. Ma non abbiamo lotte che si propongano obiettivi avanzati e nuove conquiste (o riconquiste). Non solo non esiste un coordinamento efficace delle lotte esistenti, ma soprattutto non esiste nessun progetto o programma generale ed unificante che permetta loro di poter esistere al di fuori della sconfitta della loro vertenza specifica, locale o particolare. Eppure il sistema è per sua natura impossibilitato a redistribuire la ricchezza e a rinunciare alla speculazione e alla crescente privatizzazione di tutto ciò che rimane di pubblico. A cominciare dai cosiddetti beni comuni.
Ne deriva che non può esserci lotta di resistenza e/o difensiva che possa strappare risultati efficaci delegando “qualcuno” a mediare od ottenere cose anche parziali nell’ambito delle compatibilità del sistema. Compatibilità strutturali dovute alla natura del capitale e ormai consacrate, cristallizzate in leggi e perfino costituzionalizzate.
Chi pensa sia necessario lottare contro il capitalismo deve (ripeto: DEVE!) principalmente porsi il problema di come far nascere, far sviluppare e crescere, unificare dentro una prospettiva di largo respiro, le lotte e tutte le forme di ricostruzione di aggregazione sociale.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) principalmente porsi il problema di come conquistare il consenso elettorale agitando contenuti di lotta in modo propagandistico per farli pesare in relazioni politiche dentro le istituzioni nella speranza che prima o poi, con una mossa o un’altra, con questa o quella alleanza, si possa invertire la tendenza.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) illudersi che basti rivendicare un passato glorioso e/o fare l’apologia delle lotte, predicare la rivoluzione e la coscienza di classe e testimoniare con una lista elettorale il proprio grado di purezza, nella speranza che prima o poi arrivino i risultati sperati socialmente ed elettoralmente.
Il problema è molto complesso. Non ha soluzioni semplicistiche. Ma c’è un bandolo della matassa da individuare e tirando il quale si può sperare di dipanarla. È la pratica sociale. Il “radicamento” è un concetto ambiguo che si presta a gravi equivoci. In realtà dovrebbe essere la conseguenza diretta della pratica sociale. Ma se è invece inteso come “parlare dei veri problemi sociali” e/o interloquire, dall’interno della sfera politica dei partiti con comitati e movimenti di lotta, è in realtà impossibile radicarsi veramente. Per il semplice motivo che questo tipo di relazione incorpora e riproduce la separatezza della sfera della politica – istituzionale da quella della realtà sociale. Ed essendo la politica istituzionale impermeabile alle dinamiche sociali i movimenti di lotta percepiranno, se va bene, come puramente strumentali, al fine della conquista di voti elettorali, i tentativi di interlocuzione e adesione ai loro contenuti. O, se va male, continueranno, non avendo coscienza dell’impermeabilità strutturale del sistema alle loro rivendicazioni, ad orientarsi verso illusioni e speranze mal riposte in personaggi vari e schieramenti candidati al governo.
Al di la di questa descrizione astratta è quel che si può verificare ogni giorno parlando con persone che si considerano di sinistra, che partecipano attivamente a lotte, ma che credono all’alternatività di Grillo, di Vendola, e perfino di Renzi. E che, non vedendo l’impermeabilità del sistema ai contenuti sociali credono che il problema risieda nella forma partito o nella bontà o meno del leader di turno.
Insomma, un partito comunista che sia degno di questo nome si organizza ed opera in qualsiasi contesto. Un partito di classe, che pensa prevalentemente all’organizzazione sociale e alla lotta, a seconda delle circostanze può resistere in clandestinità sotto il fascismo per 20 o 40 anni, può sfruttare qualsiasi spazio di una qualsiasi democrazia borghese, può fare mille alleanze diverse o trovarsi isolato in contesti particolarmente ostili. Deve avere la duttilità sufficiente per adeguare la propria forma ed organizzazione, il proprio dibattito e democrazia interna, alla realtà nella quale opera. E deve quindi prestare una speciale attenzione all’analisi della realtà, e non liquidarla con semplificazioni vergognose. Tantomeno può assumere come immutabili le forme della propria organizzazione e quelle della relazione con lo stato e le eventuali elezioni, per poi analizzare e descrivere la realtà in modo che questa coincida con esse.
Se la classe “per sé” di marxiana memoria non c’è bisogna costruirla. E per farlo bisogna essere immersi fino in fondo nella realtà sociale. Punto.
Se il sistema è impermeabile il circolo virtuoso alla base del partito comunista di massa non si può riprodurre né con una propensione “alleantista” né con una “testimoniale”. Punto.
Le contraddizioni prodotte dalla fase capitalistica attuale sono enormi. Se nelle lotte si affermano idee e posizioni subalterne che confondono effetti con cause e confondono amici con nemici, la situazione peggiorerà sempre più. Nessun dio ci salverà. Ulteriori ed inediti peggioramenti della condizione di vita delle masse, come crescenti autoritarismi e criminalizzazione dell’opposizione residuale saranno inevitabili. Ma per poter evitare questa deriva è necessario dedicarsi incessantemente e prevalentemente al lavoro sociale. Punto.
Dentro il lavoro sociale diffuso ed articolato è indispensabile svolgere una funzione egemonica. Ma la funzione egemonica consiste nel lavoro paziente affinché vi sia la conquista da parte delle masse e delle lotte della coscienza necessaria a svolgere esse stesse una funzione egemonica nella società. Unificando fronti di lotta, elaborando programmi di lotte e rivendicazioni e strutturando una prospettiva di lungo periodo. Non certo illudendosi che sventolando bandiere di partito nelle manifestazioni, distribuendo materiali, redigendo interrogazioni o mozioni nelle istituzioni, utilizzando qualche scampolo di spazio nei mass media, si possa sostituire la indispensabile partecipazione diretta alle lotte e ad ogni forma di aggregazione sociale. Punto.
Ne deriva che il partito deve organizzarsi, strutturarsi, formare militanti e selezionare gruppi dirigenti, per ottemperare a questo compito. Al compito di fare la lotta di classe sul terreno sociale come principale attività. Al compito di costruire aggregazioni sociali di ogni tipo contrastando così materialmente la disgregazione sociale prodotta dal sistema. Al compito di svolgere una lotta ideologica e culturale incessante allo scopo di contrastare il pensiero dominante e di minarne l’egemonia.
Come abbiamo già detto, oggi nella crisi che mette a nudo le contraddizioni prodotte da questa fase capitalistica, e in un momento nel quale le condizioni per l’insorgenza di conflitti sono di fatto favorevoli, questo lavoro può essere molto efficace e produrre grandi risultati, nonostante l’esiguità delle forze del partito.
È un lavoro di lunga lena, che avrà fiammate e arretramenti, ma è un lavoro che può accumulare forze consistenti. A patto che, lo ripeto, sia vissuto ed assunto come il compito principale del partito, come il suo modo di essere, come la fonte qualificante della sua stessa identità anticapitalista e comunista. Perché altrimenti, se finalizzato e subordinato ad obiettivi elettorali, finirà inevitabilmente per essere frustrato dall’oggettiva impossibilità di tradurlo in consensi crescenti immediati.
Non sta a me, in questa sede, fare proposte concrete di riforma del partito.
Però è evidente che se la maggioranza dei militanti e dei gruppi dirigenti non si armano della consapevolezza necessaria sulla primazia della battaglia sociale e culturale, rispetto a quella della sfera più propriamente politica ed elettorale (sulla quale torneremo a breve), non c’è proposta di riforma del partito che possa funzionare.
In particolare vi sono due cose da rimuovere per poter anche solo sperare di trasformare il partito in un collettivo dedito alla lotta di classe.
La prima è l’arretramento culturale complessivo di cui è vittima.
Se militanti e perfino dirigenti leggono la realtà secondo le semplificazioni dei luoghi comuni, infondati ma suggestivi, prodotti dal sistema, non c’è speranza.
Se militanti e dirigenti confondono la discussione teorica, la ricerca culturale, per loro natura vivaci e dense di polemiche, ma che richiedono serietà, studio e capacità di ascolto delle regioni altrui, con il chiacchiericcio superficiale dei social network, con gli insulti e le grida, con le affermazioni iperboliche, con le battute, non c’è speranza.
La seconda è la divisione in correnti. Che non ha nulla a che vedere con il pluralismo culturale, che invece è umiliato e ristretto proprio dalle correnti.
Su questo punto è necessario un minimo approfondimento.
Le correnti si sono formate con il tempo, composte e ricomposte più volte, sempre a partire dalle scelte e dagli esiti delle scelte elettorali e di alleanze o meno in schieramenti. Questo frutto velenoso di una malintesa primazia della politica istituzionale, che mi sono sforzato di criticare in questo scritto, ha perfino travolto un principio basilare e fondamentale di un partito comunista. La sua autodisciplina.
Per quanto questo termine possa far arricciare il naso a molti, esso è un concetto consustanziale alla natura di classe del partito. La classe necessita di forza, di unità e di coesione per resistere alle avversità e per battere i suoi avversari, immensamente più forti e potenti di lei. Un partito che voglia essere di classe non sfugge a questa regola. La libertà di opinione e di ricerca arricchiscono il collettivo solo se partecipano alla costruzione di analisi, posizioni e decisioni capaci incidere nella realtà con l’azione. E per fare quest’ultima cosa, che differenzia un partito politico da un’associazione culturale, è necessario che quanto deciso democraticamente possa realizzarsi. Quanto più partecipato è il processo di discussione e di decisione tanto più forte sarà il vincolo ad applicare ciò che si è stabilito. Alla fine di un processo di discussione e decisione è fisiologico che esista un dissenso. Che non va nascosto né minimizzato. Che può essere reso pubblico e mantenuto. Fermo restando che è solo il dissenziente a decidere se renderlo pubblico e mantenerlo, e seconda della rilevanza che egli stesso gli attribuisce. Ma c’è un limite: in nessun modo il dissenso può tradursi in opposizione e in azione volta ad impedire che si realizzi quanto deciso dalla maggioranza del collettivo.
Questo limite è stato superato, soprattutto nei gruppi eletti nelle istituzioni, innumerevoli volte nella storia di Rifondazione. E lo è tutt’ora continuamente. Il superamento di questo limite produce scissioni, divisioni irreparabili e in ogni caso un indebolimento del partito.
Tutto ciò è un riflesso diretto esattamente della concezione secondo la quale è nelle elezioni ed istituzioni che si trova il vertice di tutto.
Infatti, gratta gratta e al netto di roboanti proclami ideologici, le correnti di Rifondazione tutte, compresa la maggioranza, sono diventate partiti nel partito. Gli organismi dirigenti “parlamentini” con una dialettica governo – opposizione. Con l’effetto, risibile e paradossale, ma non per questo meno grave, che le correnti di minoranza nel mentre proponevano che non esistesse nessun vincolo di mandato nemmeno nelle istituzioni, al loro interno praticavano una ferrea disciplina. E con l’effetto che la discussione invece che un approfondimento, e la ricerca di una sintesi, diventa una schermaglia strumentale fra posizioni preconfezionate nelle riunioni di corrente, che in quanto discusse e approvate, dopo aver trovato una sintesi in quella sede, diventano pressoché immodificabili. Il tutto con il corollario di ostruzionismi, giochi sul numero legale, furbizie tattiche, demagogie di ogni tipo. Per non parlare della qualità degli eletti negli organismi decisi dalle correnti, spesso sulla base della fedeltà invece che delle capacità.
Va da se che una simile strutturazione produce una dialettica opposta alla valorizzazione di culture diverse che, infatti, essendo usate strumentalmente per giustificare e spiegare scelte eminentemente politiche, vengono ridotte a caricature.

Le istituzioni e le elezioni

I rapporti sociali sfavorevoli sono stati la base oggettiva delle “riforme” del sistema elettorale ed istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario. Quelle riforme incorporano il segno di classe della vittoria capitalistica di lungo periodo e ne blindano gli effetti a livello politico.
È inutile, in questo scritto, tornare a descrivere gli effetti perversi prodotti dal nuovo sistema su una forza antagonista come Rifondazione.
Ma una cosa deve essere chiara.
La dimensione elettorale e politico-istituzionale è importante. Lo è ancor di più in una fase di sconfitta sociale.
Il sistema ha chiuso gli spazi della rappresentanza di classe in quanto essa, anche quando conquista seggi nelle istituzioni, è impedita ad ottenere risultati concreti, o perché interna ad uno schieramento che accetta le compatibilità del sistema o perché isolata e ridotta a testimonianza.
Di fronte a questa realtà, secondo me inconfutabile, due cose non si possono fare.
La prima è essere indifferenti alla dimensione politico istituzionale nell’illusione che le lotte sociali alla lunga produrranno le condizioni per un rovesciamento del sistema.
La seconda è, come abbiamo già detto abbondantemente, partecipare alle elezioni nell’illusione che, nonostante l’impermeabilità del sistema, si possano modificare a partire dalla sede istituzionale i rapporti di forza sociali.
Entrambe queste posizioni sottovalutano il segno di classe del sistema politico elettorale e soprattutto sfuggono al problema del potere, o rimandandolo nel tempo all’infinito o separandolo dai rapporti di forza sociali.
Il sistema è a suo modo coerente con una realtà sociale segnata dal dominio del mercato capitalistico e con il senso comune di massa.
Non è né puro dominio politico né abbastanza neutro da essere permeabile.
Ciò riconduce alla centralità del sociale. Ma il lavoro sociale, le lotte (per dirlo in forma generica), necessitano di intervenire nella sfera del potere politico. Solo in questo modo possono costruirsi una coscienza, un’unità e una capacità di durare nel tempo. Altrimenti restano episodiche e separate fra loro. O, peggio ancora, non ponendosi il problema politico per eccellenza, che è il potere, finiscono con l’essere riassorbite dal sistema, che le usa strumentalmente dentro la falsa dialettica del maggioritario.
Qui vale la pena di fare alcuni esempi concreti.
La Fiom, credo si possa dire così, è l’unica organizzazione realmente di massa che ha mantenuto un qualche collegamento con l’ispirazione di classe del sindacato. Non c’è bisogno di elencare le lotte e le posizioni della Fiom che lo testimoniano.
Ma che succede quando la Fiom incontra il problema della politica, e cioè del potere?
Diventa testimoniale perché non riesce mai ad ottenere niente attraverso, anche quando le ha, persone e perfino forze politiche presenti nelle istituzioni che ne sposano, a parole e solo a parole, i contenuti. O diventa subalterna perché si limita a chiedere che “la politica”, segnatamente il centrosinistra perché è l’unico che potrebbe farlo dal governo, tenga conto delle sue rivendicazioni e contenuti. Peccato che il centrosinistra non può farlo perché quei contenuti sono antagonisti rispetto alle compatibilità del sistema.
Il movimento per i beni pubblici, tanto forte ed articolato nel paese da aver promosso e vinto un referendum sull’acqua e i servizi pubblici, quando sono arrivate le elezioni è stato riassorbito dal centrosinistra, che nella carta d’intenti delle primarie, fatta firmare a tutti i partecipanti, proponeva l’esatto opposto degli esiti del referendum, e dal Movimento 5 Stelle che, sebbene ne abbia propagandisticamente sposato i contenuti, li rende testimoniali e comunque irrealizzabili in quanto privo di un progetto politico anticapitalista e che non sia interno alla concezione liberale del potere politico.
In Italia perfino i movimenti per i diritti civili, come il movimento GLBT, per quanto socialmente ci siano tutte le condizioni per la conquista di risultati legislativi, quando arrivano le elezioni viene riassorbito in un sistema elettorale che ha partorito partiti e schieramenti di governo de ideologizzati, e quindi tutti contenenti sia laici che cattolici integralisti. Mentre nella prima repubblica parlamentare, 44 anni fa con il proporzionale, i partiti operai e quelli borghesi laici potevano, con la DC al governo, conquistare il divorzio per legge, nella seconda repubblica del maggioritario, con il centrosinistra al governo non si è conquistato nemmeno il divorzio breve o la fecondazione assistita.
Affinché le lotte non rimangano del tutto prive di una rappresentanza politica veramente coerente con i loro interessi ed obiettivi, e/o non vengano riassorbite in una dialettica fra forze e schieramenti che le usano negandone i contenuti, è necessario che prendano coscienza dell’impermeabilità del sistema, e che partecipino direttamente alla costruzione di una forza unitaria alternativa a quelle interne alla logica del maggioritario. Devono cioè avere, oltre a contenuti di lotta e rivendicazioni, una idea precisa di come farli pesare realmente. Devono quindi saper criticare la sostanza separata e tendenzialmente autoritaria del sistema, e non gli effetti (come la “casta”) confondendoli con le cause.
Il centrosinistra, o il PD stesso (non fa nessuna differenza), sono nati e si sono plasmati per effetto del maggioritario. Il maggioritario ha tradotto la vittoria capitalistica sociale in assetti istituzionali coerenti ed utili al dominio del mercato e in una concezione della politica come dimensione separata dalla società, i cui problemi sono usati strumentalmente al fine della raccolta di consensi. Per questo il centrosinistra può aspirare solo a conquistare il governo per gestire l’esistente dentro le compatibilità del mercato e del sistema.
Questo è un fatto strutturale, oggettivo. Che non si può controvertere sperando in un leader diverso, o insultando e criticando quelli esistenti al momento, o sognando magici processi partecipativi (come le primarie nelle quali Vendola si proponeva di conquistare la direzione del centrosinistra) fondati sulla passivizzazione e riduzione a tifoserie degli elettori.
Per quanto duro e scoraggiante possa apparire il constatare questo dato di fatto senza questa consapevolezza non si va da nessuna parte. Anzi, a dire il vero si va dritti verso illusioni infondate, delusioni ed immancabili divisioni fra “realisti” e “settari”, fra “governisti” e “testimoni”. Come è sempre successo in Rifondazione e in tutte le formazioni a sinistra del PDS e poi del PD. Questa consapevolezza è l’unico antidoto possibile alla replica infinita di divisioni insanabili. Si può abbandonare il comunismo, si può tentare di apparire nuovi e moderni, si può tentare di sostituire la faticosa partecipazione democratica con le folle inneggianti al leader e con le primarie all’americana, ma alla fine ci si divide sempre fra quelli che rompono e vanno con il PD, facendo salti mortali per giustificare la scelta ed accusando gli altri di aver imboccato una strada testimoniale, e gli altri che li accusano di essere venduti e carrieristi, salvo poi sperare che succeda qualcosa nel centrosinistra che permetta di ricominciare da capo il valzer. È quello che è successo recentemente a SEL.
Ma, e c’è un ma, la crisi sociale è talmente profonda che, per quante suggestioni e nuovismi e demagogie il sistema metta in campo, un profondo sentimento di rabbia e frustrazione si è fatto strada nella popolazione.
Attualmente è visibile un pallido riflesso delle contraddizioni di classe. Nel rifiuto della disperante condizione di disoccupazione, precarietà e povertà. Nella insofferenza verso una ricchezza sempre più concentrata e prepotente.
Ma si tratta solo di un riflesso, perché mancando la coscienza di classe imperano spiegazioni superficiali ed anche fantasiose delle contraddizioni materiali che pur si vivono e si vedono.
Se non c’è l’analisi e quindi la coscienza della natura del capitalismo contemporaneo e della struttura sociale che produce, anche qui si possono tranquillamente scambiare cause con effetti. Privilegi ingiustificati della “casta” di politici e manager, corruzione, degenerazione dei partiti in camarille clienterali, leaderismo esaperato e così via, sono effetti. Certo consolidano e perpetuano il sistema e sono problemi importanti. Ma restano effetti. Bisogna criticarli e combatterli. Ma se non si sa che sono effetti alla fine, dopo aver giustamente “ridotto i costi della politica”, anche se con questa scusa in buona parte si riducono spazi democratici, i problemi sociali non cambiano di una virgola o addirittura peggiorano, cosa succede?
Dopo aver cambiato i leader e il personale politico sostituendolo con i “giovani” senza aver risolto nessun problema sociale, cosa succede?
Sono domande retoriche per chi ha coscienza della vera causa dei problemi. Ma sono domande aperte a risposte molto pericolose per chi non ha questa consapevolezza. E cioè per la maggior parte della popolazione.
Il successo del Movimento 5 Stelle porta già questo segno.
Sebbene contenga ed esprima in modo elementare rabbia e rifiuto dell’esistente, e su diversi temi proponga cose giuste e su altri cose ultraliberiste e perfino gravemente ambigue (vedi il tema dell’immigrazione), è un fenomeno incapace di costruire un’alternativa di sistema. Esattamente perché è espressione diretta di un sentimento diffuso di quella impotenza e rabbia provocate dalle contraddizioni sociali, ma indirizzate contro falsi obiettivi. E perché incorpora la concezione della società propria del pensiero dominante, e cioè basata sulla dialettica degli individui – cittadini – consumatori contro la casta dei politici – manager. Con forti venature autoritarie e con ammiccamenti vari al nazionalismo più becero e alle discriminazioni contro i lavoratori stranieri.
Se tutto questo è vero, nella sfera della politica istituzionale, in questa e non in altre inesistenti, è necessario agire con una grandissima capacità tattica ed anche con molto coraggio.
Si può coagulare, sfruttando a pieno gli spazi elettorali possibili, una lista, un fronte, una forza politica che, sulla base di poche ma chiarissime discriminanti, unisca tutto ciò che esiste di antagonista al sistema, anche senza sapere di esserlo fino in fondo. Alternatività al centrosinistra ma anche al sistema elettorale e politico istituzionale vigente. Alternatività alle politiche neoliberiste imperanti e a tutte le scelte conseguenti. Alternatività all’Europa liberista e ai nazionalismi regressivi. Alternatività alla politica – spettacolo, al leaderismo e alla passivizzazione.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un programma di fase che unifichi le lotte, che incontri la rabbia e la protesta diffuse, che trovi una dimensione europea appropriata, che faccia chiarezza della vera causa dei problemi.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un’organizzazione plurale, perché plurali e svariate sono le culture e le forme di un vasto campo di forze politiche, sindacali, sociali, ed anche di centinaia di migliaia di persone. Una forza nella quale valga la democrazia diretta sulla base di una testa un voto.
Questa forza, oggi, nella crisi economica e nella crisi di credibilità del sistema politico può aspirare ad allargarsi velocemente e perfino a conquistare la maggioranza.
Non mi dilungo su questo perché l’idea che Rifondazione ha dell’unità della sinistra e delle sue potenzialità dovrebbe ormai essere chiara.
Ma perché è così difficile da realizzarsi?
È prevalentemente questione di gruppi dirigenti? Di formule organizzative? Di gelosie di partito? Di comunicazione?
Io credo di no.
È questione di consapevolezza della separazione dalla società e dell’impermeabilità del sistema politico istituzionale.
Non solo nelle forze politiche come Sel, il Pcdi ed altre ancora, ma anche nel sindacato più combattivo, compresi sindacati di base, e nei movimenti di lotta, questa consapevolezza c’è poco o non c’è per nulla.
Questa è la causa principale della difficoltà ad unire in un’unica forza tutto ciò che sulla base dei contenuti di lotta ed ideali potrebbe essere unito facilmente.
Mentre le contromisure utili ad impedire una degenerazione in casta separata dei gruppi dirigenti e segnatamente delle rappresentanze istituzionali sono facilmente individuabili, a cominciare da una effettiva democrazia partecipativa fondata sul collettivo e sul principio una testa un voto, senza la consapevolezza di cui sopra tutto ciò che si fa uscire dalla porta è destinato a rientrare dalla finestra alla prima scadenza elettorale o scelta parlamentare decisiva.
Bisogna dunque condurre una battaglia culturale e politica capace di far crescere nel tempo, con pazienza ma anche con fermezza, la consapevolezza necessaria.
Senza nessuna presunzione io credo che questo compito possa essere svolto solo da un collettivo cosciente, radicato e coeso. È questo il compito di un partito comunista.
Onestamente il Partito della Rifondazione Comunista non è oggi all’altezza di questo compito.
Ma se si sciogliesse dentro la nuova forza invece che contribuire a farla crescere e ad assumere coscienza della natura di classe delle contraddizioni finirebbe per rafforzarne una deriva che la porterebbe all’inconsistenza e soprattutto a divisioni ancor più drammatiche.
Oltre alla necessità ineludibile di una forza dotata di una prospettiva che va bel al di la dell’attuale fase, non fosse altro che per il bene dell’unità del campo di forze politiche e sociali antagoniste non ci deve essere nessuna abdicazione né scioglimento.
Rifondazione, anche grazie e a causa della propria esperienza più che ventennale, è in grado di compiere i passi in avanti necessari a svolgere una funzione di coagulo, come abbiamo visto importantissima. Sia sul terreno dei movimenti di lotta sia sul terreno politico – istituzionale.
Ma deve assolutamente superare le incertezze, le confusioni, le approssimazioni superficiali. Soprattutto deve ricostruirsi in modo da svolgere i compiti che le spettano in questo disegno strategico.
In quanto partito deve delegare alla nuova forza unitaria il compito di elaborare un programma di fase, di darsi una organizzazione adeguata e di presentarsi alle elezioni. Saranno i singoli militanti del partito in quella sede, se lo sapranno fare, a svolgere una funzione egemonica.
Questo punto deve essere chiarissimo. Sia perché se il partito dedicasse tempo e forze a discutere anticipatamente e prevalentemente sui compiti e scelte della nuova forza finirebbe con il non svolgere i propri e soprattutto finirebbe con il trasformare la nuova forza in un cartello di partiti e correnti in lotta perenne fra loro. Una cosa è discutere dell’andamento della costruzione unitaria e delle scelte che essa deve fare una volta ogni tanto e producendo proposte e riflessioni utili ai propri militanti come a quelli più numerosi della nuova forza, ed un’altra è cercare di dirigere la nuova forza sulla base di filiere organizzative.
Le opinioni di Rifondazione, nel territorio come a livello nazionale, devono contare per la propria autorevolezza intrinseca e per il peso di una pratica sociale ricca ed articolata, non per la quantità degli iscritti di Rifondazione aderenti alla nuova forza.
Vale la pena di essere più chiari.
È evidente che quando la nuova forza si trovasse a compiere scelte difficili, come per esempio partecipare o meno ad una coalizione in un comune, è più che prevedibile che nascano opinioni diverse anche dentro il partito. Ed in questo caso la vera funzione positiva ed egemonica non starebbe nel compiere una scelta o un’altra bensì nel far capire che comunque di scelta tattica e secondaria si tratta. Non meritevole di divisioni insanabili e risolvibile, per esempio, con un referendum fra gli iscritti, come fa Izquierda Unida in questi casi. E nel battersi affinché gli eletti vengano scelti sulla base del loro radicamento nelle lotte e non con il bilancino delle correnti o, peggio ancora, per l’eventuale capacità di raccogliere consensi personali a scapito della loro fedeltà a principi e contenuti. E nel vincolare i gruppi eletti a comportamenti coerenti con l’antagonismo alla politica spettacolo e a rispettare sempre il volere della base.
Il Partito della Rifondazione deve, se vuole sopravvivere e svolgere una funzione che valorizzi l’intelligenza e i sacrifici delle e dei propri militanti, essere capace di fare oggi il salto di qualità necessario al nuovo compito che deve svolgere.
La pratica sociale nella lotta di classe e la battaglia culturale, non le elezioni e la politica – spettacolo, devono essere le sue ragion d’essere e costituire la sostanza dell’identità comunista.
Tutto il partito, ed ogni singola/o militante, devono cambiare pelle superando le pigrizie intellettuali e le paure che impediscono di essere comunisti in questi tempi così difficili.

ramon mantovani

pubblicato il 5 novembre 2014 sul sito http://www.rifondazione.it