Genova fu un primo passo sulla strada giusta

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto, 2021 by ramon mantovani

Sono passati vent’anni dalle quattro giornate del movimento “no-Global” del luglio 2001 a Genova. Per grandissima parte dell’opinione pubblica che non ne ha perso memoria o che, per motivi d’età, ne ha solo sentito parlare, il ricordo è circoscritto alla violentissima e inusitata repressione che colpì il movimento. E questo, purtroppo, dimostra la potenza dell’operazione repressiva che aveva l’obiettivo di sterilizzare il potenziale critico e antagonista al sistema capitalistico globalizzato, riducendolo a “problema di ordine pubblico”. Vale la pena di partire proprio da qui per tentare di svelare la vera natura del movimento e soprattutto per riportare alla luce ciò che la repressione oscurò e tentò di seppellire.

LA REPRESSIONE

Al contrario di quanto si pensa correntemente la repressione non fu concepita, programmata ed eseguita dall’allora governo Berlusconi. Fu concepita dagli organismi di coordinamento delle polizie e dei servizi di intelligenza dei paesi membri del G7.

Da Seattle nel 99, nel giro di due anni, tutti i vertici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale, del G7, di Davos e così via, vennero contestati da grandi manifestazioni di massa, sempre più partecipate da delegazioni di movimenti sociali, sindacali e politici, provenienti da tutto il mondo. E nel gennaio del 2001 a Porto Alegre in Brasile si era riunito il primo Social Forum Mondiale. La contestazione della globalizzazione capitalistica non era più una pratica di ristrette avanguardie. Aveva conquistato la simpatia dell’opinione pubblica mondiale e cominciava ad essere avvertita come una minaccia seria dai vertici e dagli organismi che implementavano la deregolamentazione dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia. Per questo, e solo per questo, l’appuntamento di Genova divenne decisivo. Nell’anno precedente (in Italia c’era il governo Amato e il governo Berlusconi entrò in carica 10 giorni prima delle giornate di Genova nel 2001) ci fu l’episodio di Napoli che fece suonare un campanello d’allarme. Una manifestazione no global fu repressa durissimamente con tecniche mai viste prima. Contemporaneamente il coordinamento internazionale responsabile della sicurezza del vertice G7 elaborò le contromisure per ridurre la portata della contestazione prevista. Venne fatta una campagna allarmista di disinformazione (ci sarà presenza di terroristi, potranno essere lanciati missili, potranno esserci lanci di sangue infetto di AIDS e così via) accompagnata da lusinghe e promesse (i giovani che protestano non hanno proprio tutti i torti, al G7 inviteremo i paesi più poveri del mondo per discutere con loro di aiuti concreti ecc). Venne deciso che Genova sarebbe stata divisa in tre zone: rossa (tutto il centro storico e potranno entrare solo i residenti); gialla (tutto il resto della città tranne la circonvallazione a monte e non potranno esserci né volantinaggi né assembramenti) e verde (la periferia estrema e si potrà manifestare). Solo nei giorni precedenti le manifestazioni il Genoa Social Forum (e in parlamento il PRC) ottenne che si potesse manifestare nella zona gialla, che le amministrazioni locali mettessero a disposizione due scuole per ospitare gli organismi dirigenti della protesta e le centinaia di giornalisti che la seguivano. Se nella giornata di giovedì 19 luglio si svolse una manifestazione con decine di migliaia di persone senza alcun disordine, già il venerdì mattina entrarono in azione i Black Bloc (che erano e sono un movimento estremista internazionale senza direzione politica e dedito ad azioni dimostrative e vandaliche). Al contrario che nelle manifestazioni dei due anni precedenti non vennero isolati ed impediti nella loro azione dalle forze dell’ordine, che anzi evitarono accuratamente di entrare mai in contatto con loro. Fu invece caricato a freddo e senza motivo il corteo dei disobbedienti lungo il percorso autorizzato e che doveva arrivare alla barriera della zona rossa. Così come furono caricati senza motivo gli altri quattro concentramenti prospicenti la zona rossa. Negli incidenti che seguirono, come è noto, perse la vita il giovane Carlo Giuliani. Anche in questo caso il comportamento delle forze dell’ordine fu inusuale giacché polizia e carabinieri si dedicarono ad estendere gli incidenti per ore. Nella giornata di sabato una grande e totalmente pacifica manifestazione di circa trecentomila persone, di cui circa 50mila provenienti dall’estero, fu caricata e spezzata in due. Entrambi i tronconi vennero caricati più volte per ore. Centinaia di feriti ed arrestati furono poi maltrattati ed anche torturati in più centri di detenzione. Nella serata del sabato l’ultimo e gravissimo episodio fu l’attacco ad una delle due scuole sedi del Genoa Social Forum. Con la scusa di effettuare una perquisizione le circa 90 persone che vi si trovavano semplicemente per passare la notte furono tutte arrestate, dopo essere state massacrate senza pietà. 63 infatti finirono in ospedale e più della metà di loro accusarono fratture ossee, alcune gravissime. Altra tecnica repressiva che in Italia si era abbattuta solo nelle rivolte carcerarie ma mai su manifestanti pacifici.

Ovviamente il governo Berlusconi porta la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione ma non di averla decisa ed ideata. I processi che sono stati celebrati hanno portato alla luce diverse responsabilità delle forze dell’ordine, ma senza che si sia potuto indagare e dirimere il ruolo degli organismi di coordinamento delle polizie e servizi segreti dei 7 paesi membri del G7 (la Russia era solo invitata). Lo si sarebbe potuto fare con la commissione parlamentare d’inchiesta che figurò nel programma del governo Prodi del 2006 e che fu invece, guarda caso, affossata dal partito Italia dei Valori e dai Democratici di Sinistra.

La repressione non fermò il movimento, ma riuscì a farlo percepire dall’opinione pubblica come un fenomeno confuso e soprattutto tendenzialmente violento. Le responsabilità di apparati repressivi e di intelligenza italiani spesso più obbedienti agli USA che al proprio governo, e quelle del governo Amato di centrosinistra sparirono in favore di tesi tutte interne alla ben nota logica “antiberlusconiana”, come se la più grande manifestazione mondiale contro la globalizzazione fosse stata un fenomeno meramente provinciale.

IL MOVIMENTO AVEVA RAGIONE

La repressione che colpì il movimento a Genova riuscì, come abbiamo visto più sopra, a ridurlo ad un problema di ordine pubblico per gran parte dell’opinione pubblica. Ma non a cancellarne le regioni di fondo, né a fargli assumere il terreno dello scontro di piazza come luogo privilegiato e simbolico della propria azione politica.

Senza quel movimento e senza le giornate di Genova non ci sarebbe stato il potentissimo movimento per la pace degli anni seguenti. Né ci sarebbero state le vittorie di governi latinoamericani che esplicitamente e dichiaratamente si ispirarono alle elaborazioni dei Social Forum Mondiali di Porto Alegre.

“Un altro mondo è possibile” non fu solo uno slogan fortunato e comunicativamente efficace. Riassume in sé l’antagonismo al sistema dominante. Indica la necessità di un sistema alternativo capace di abbracciare tutte le contraddizioni e i conflitti sociali, culturali e politici. Soprattutto parla della possibilità di costruire un altro mondo.

Si potrà dire che la strada è lunga e piena di ostacoli e trappole. Che le forze antagoniste sono ancora troppo divise, deboli e in molti casi inefficaci. Che su molte questioni sono necessarie discussioni approfondite e non superficiali. Che a vent’anni da Genova, passando per la crisi finanziaria della fine del primo decennio del secolo, le cui conseguenze si sono intrecciate con la crisi della pandemia dei giorni nostri, molte cose sono cambiate in peggio. Tuttavia il movimento, per quanto non più al centro dell’attenzione dei mass media, non è finito. Per alcuni versi le sue tesi di fondo e previsioni si sono dimostrate valide ed utili sia sul piano della critica dell’economia politica neoliberista sia sul piano sociale ed ambientale.

E in tutto questo l’esperienza di Genova fu decisiva. Perché a Genova si unirono tutte le voci critiche del mondo che già si erano incontrate poco prima a Porto Alegre. Se da alcuni paesi europei vennero delegazioni di migliaia di persone, da tutti gli altri continenti vennero delegazioni poco numerose ma che rappresentavano sindacati e movimenti di decine di milioni di persone. E nonostante le differenze culturali e politiche poterono tutte sentirsi a casa propria. Il modello di funzionamento del Genoa Social Forum (ed è un orgoglio rivendicare che fu su proposta del PRC) permise a tutti di spiegare le proprie analisi e proposte. Ed ottenne da tutti l’impegno a riconoscere come proprie tutte le pratiche di lotta e di piazza degli altri. Cosa che permise perfino di rafforzare l’unità del movimento di fronte ad una repressione che l’avrebbe altrimenti diviso fra “buoni e cattivi”.

La stessa critica del G7 come “direttorio” informale dei paesi più ricchi alternativo alla democratizzazione e riforma dell’ONU è e rimane del tutto vigente.

In ultima analisi la necessità di un movimento mondiale contro il capitalismo globale è ineludibile per la lotta in ogni paese ed in ogni continente. Siamo ancora lontani, molto lontani, dal soddisfare questa necessità vitale. Ma su questo almeno non partiamo da zero. Perché a Genova nel 2001 facemmo un passo decisivo nella giusta direzione. Che nessuna repressione potrà mai cancellare ne fermare.

ramon mantovani

pubblicato sulla rivista “su la testa!” il 28 luglio 2021

Il conflitto politico fra Catalunya e Spagna si complica

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , on 16 luglio, 2021 by ramon mantovani

Gli indulti

Il 22 giugno 2021 il governo spagnolo ha deciso un provvedimento di “indulto” per i 9 detenuti politici catalani, condannati in via definitiva per il referendum unilaterale del 1° ottobre 2017.

Il termine “indulto” non deve trarre in inganno i lettori italiani. Al contrario che nella tradizione italiana si tratta di un provvedimento di grazia personale (gli indulti sono stati nove) di esclusiva competenza del governo, che è corredato da condizioni violate le quali decade, che non cancella il reato, che non estingue totalmente la pena (rimane la pena accessoria per la quale si perde la possibilità di essere candidati alle elezioni ed anche ad esercitare una qualsiasi professione in una struttura pubblica).

In Spagna l’indulto non è un provvedimento straordinario o inusuale. Nei 40 anni circa di democrazia post franchista tanto i governi del Partito Popolare come i governi socialisti ne hanno promulgati più di diecimila, nella stragrande maggioranza per detenuti comuni ammalati, troppo anziani ecc. Ma anche per governanti corrotti (diverse decine), golpisti come il Generale Alfonso Armada, condannato a 30 anni di carcere come massimo responsabile del colpo di stato del 1981 e graziato dopo 5 anni dal governo del PSOE, come un ministro degli interni e un sottosegretario del PSOE condannati a 10 anni di carcere per aver coperto e finanziato il gruppo terrorista GAL (che fu sostanzialmente un apparto para poliziesco illegale e clandestino che operò in Francia e Spagna con assassinii di decine di militanti e simpatizzanti dell’ETA, sequestri e attentati negli anni 80 nel periodo di governo di Felipe Gonzales), e graziati dal governo del PP di Aznar che consentì loro di uscire dal carcere dopo solo 3 mesi di detenzione.

Queste brevi specificazioni sugli “indulti” sono utili e necessarie per inquadrare bene il provvedimento che riguarda gli indipendentisti catalani e soprattutto, come vedremo più avanti, per qualificare le reazioni politiche successive.

Perché gli indulti?

Dopo l’ormai noto referendum unilaterale del 2017 e il processo del Tribunal Supremo che condannò in ottobre del 2019 sei membri del governo catalano, la Presidenta del parlamento e due presidenti delle grandi associazioni di massa indipendentiste a pene dai 9 ai 13 anni, si svolsero le elezioni generali che permisero la formazione del primo governo di coalizione della Spagna postfranchista. Fino all’ultimo giorno di campagna elettorale Pedro Sanchez e tutto il PSOE avevano ripetuto che: 1) il problema catalano era un problema di convivenza dentro la regione e non un problema storico e politico da risolvere attraverso un negoziato. 2) la condanna era giusta e avrebbe dovuto essere scontata integralmente. 3) il nuovo governo avrebbe ottenuto l’estradizione dei diversi membri del governo catalano in esilio. 4) che non ci sarebbe stato nessun governo di coalizione con Unidas Podemos. 5) che il nuovo governo non avrebbe cercato accordi con gli indipendentisti catalani e baschi.

In realtà nessuna di queste proposte o previsioni si è poi realizzata. Si può dire che è successo esattamente l’opposto.

Ma questo non è importante ricordarlo solo per qualificare lo spessore politico di Sanchez e la deriva, per non dire degenerazione, della politica spettacolo spagnola. Lo è soprattutto per capire la natura della reazione e dell’opposizione dei tre partiti di destra, dei vertici del potere giudiziario, della maggioranza dei mass media e di parti non piccole degli apparati repressivi dello stato.

Da quando si è formato il governo PSOE Unidas Podemos le destre politiche (PP, VOX e CIUDADANOS) hanno impostato la loro durissima opposizione accusando il governo di essere illegittimo per aver imbrogliato gli elettori in campagna elettorale. Hanno accusato ed accusano Sanchez di aver fatto entrare i comunisti (Unidas Podemos) al governo e di aver fatto un patto con separatisti (ERC) e filoterroristi (BILDU) per ottenere i voti necessari a sopravvivere al governo, svendendo la “patria”, la sua sovranità e il suo modello sociale. Hanno paralizzato l’elezione del nuovo vertice giudiziario (scaduto da due anni e mezzo) per via delle maggioranze qualificate necessarie che senza di loro non si possono attivare. Dal canto loro i vertici del potere giudiziario in diverse occasioni (sarebbe troppo lungo elencarle) hanno manifestato più o meno esplicitamente il loro malessere, per esempio esprimendo il parere (non vincolante ma necessario) totalmente negativo sugli indulti, al contrario di quanto avevano fatto per golpisti, corrotti e organizzatori dei GAL. Anche fra le forze dell’ordine e nell’esercito si è palesata una sorda opposizione al governo.

È in questo clima che il governo PSOE Unidas Podemos (dopo ripetute insistenze di UP) ha “dovuto” fare due cose fondamentali che a tutti gli effetti sono una svolta nella politica spagnola. La prima è riconoscere la natura politica del conflitto fra Generalitat catalana e stato spagnolo e la conseguente necessità di avviare un dialogo bilaterale con il nuovo governo indipendentista catalano. La seconda è la promulgazione degli indulti, varati ufficialmente per “distendere” la situazione e facilitare il dialogo ma anche, senza dirlo, per l’evidente sproporzione delle condanne, per la discutibile applicazione di un reato di sedizione inesistente, per i rovesci nei tribunali del Belgio, Germania, Gran Bretagna ed europei, per ripetute prese di posizione di organismi dell’ONU, del Consiglio d’Europa e di organizzazioni come Amnesty International e così via.

Ma bisogna sapere che sulla strada del dialogo fra governo spagnolo e governo catalano ci sono ancora veri e propri macigni affinché si possa trasformare in un negoziato capace di trovare un compromesso condiviso. A cominciare dalla repressione che è tutt’altro che finita.

La repressione

Gli indulti riguardano nove persone, che per altro non li hanno mai chiesti direttamente, e che hanno rivendicato tutto ciò che hanno fatto considerandolo legittimo. Ma se il governo ha nelle sue disponibilità la promulgazione di provvedimenti di grazia non ha voluto e poi neppure potuto fermare la macchina repressiva che ha investito tutto il movimento indipendentista catalano.

Parliamo di circa 3mila fra investigati, inquisiti, imputati. Fra i quali centinaia di sindaci, decine di funzionari dirigenti di alto livello delle istituzioni catalane, parlamentari e così via. Parliamo del Capo della polizia catalana accusato di REBELION (colpo di stato) e poi di SEDICION, destituito nel 2017 e poi assolto nell’ottobre scorso con una sentenza che dice l’esatto opposto sulla “sedicion” di quella del Tribunal Supremo. Parliamo del Tribunal de Cuentas (che non fa parte del sistema giudiziario e che è nominato dal parlamento) che applica a politici e funzionari della Generalitat (assolti, mai condannati e nemmeno imputati per malversazione) pene pecuniarie che vanno da centinaia di migliaia di euro a più di 3 milioni di euro ciascuno). Parliamo di operazioni di polizia con arresti e uso di corpi speciali, e grancassa mediatica di settimane, contro semplici militanti degli organismi di massa indipendentisti accusati per terrorismo, in modo tale da poter paragonare l’indipendentismo catalano con l’ETA, che due anni dopo sono finite nel nulla con pieno proscioglimento degli imputati.

Se questa repressione, e la sua continuazione, colpisce il movimento popolare indipendentista, nel tentativo di scoraggiarlo, è anche un’ipoteca ed un ostacolo al “dialogo” fra i due governi. E segnatamente è rivolta, anche se indirettamente, contro il PSOE. Mentre si continua, da parte di quelle che in Spagna la stampa chiama “las cloacas del estado” (le fogne dello stato) a montare procedimenti giudiziari basati su prove false contro Podemos. Negli ultimi 7 anni 15 procedimenti giudiziari contro Podems per finanziamento straniero (Iran e Venezuela), fondi in nero, corruzione ecc, avviati con grande clamore di stampa e settimane di talk show dedicati, sono stati alla fine archiviati per l’assoluta infondatezza e mancanza di prove, ma con il silenzio dei mass media spagnoli. Del resto, fin dal suo inizio il movimento indipendentista catalano aveva subito lo stesso trattamento, con la “polizia patriottica” (in Italia si direbbe deviata) impegnata su ordine di ministri del PP a fabbricare, e diffondere attraverso la stampa complice, prove false di corruzione contro esponenti indipendentisti. Come è emerso inequivocabilmente dalle inchieste giudiziarie nei processi in corso.

Insomma, gli indulti che sicuramente hanno dato un segnale di distensione da parte del governo, non hanno risolto nessun problema per quel che concerne la soluzione politica del conflitto. La repressione continua incessantemente e si estende anche contro movimenti sociali spagnoli, contro cantanti condannati ad anni di carcere per il contenuto delle loro canzoni e/o per vilipendio del re. Cui hanno fatto seguito proteste anch’esse represse violentemente e con nuovi casi di incriminazione. L’ultimo caso di qualche giorno fa è un manifestante che durante le cariche della polizia in una manifestazione di due anni fa avrebbe colpito, con l’asta di una bandiera, il braccio di un poliziotto procurandogli una lieve contusione, condannato in primo grado a cinque anni di carcere.

In ultima analisi possiamo dire che in Spagna è in corso un doppio movimento. Se da una parte c’è un governo che nei fatti ha virato a sinistra sul sociale (ma vedremo cosa succederà più avanti sui nodi più importanti del programma di governo che il PSOE è sempre più restio ad implementare) ed ha riconosciuto l’esistenza del conflitto politico catalano, dall’altra parti consistenti dello stato e i partiti di destra si sono arroccati in posizioni e comportamenti palesemente reazionari reiterando ed estremizzando la concezione storica dello stato che non riconosce l’esistenza delle nazioni basca, catalana e galega, che considera abusiva la presenza in parlamento e soprattutto nel governo e nella maggioranza che lo sostiene dei comunisti e dei “separatisti”.

Come si vede è una situazione, oltre che complessa, dagli esiti incerti e probabilmente senza sbocchi positivi.

Si può risolvere il conflitto politico catalano?

Allo stato e per un lungo periodo penso sia impossibile. Perché la destra spagnola è tutt’altro che liberale, ed è intrisa di nazionalismo sciovinista. Ultimamente ha ribadito la propria continuità con il regime franchista nella difesa della monarchia imposta dai ministri di Franco che parteciparono alla redazione della Costituzione del 78, arrivando a dire, come ha fatto il Presidente del PP Casado pochi giorni fa in parlamento, che la guerra civile oppose “coloro che volevano una democrazia senza legge a chi voleva la legge senza democrazia”. In realtà la transizione non è mai stata completata e, come si poteva prevedere facilmente, i nodi irrisolti non spariscono col tempo da soli e finiscono per riapparire con più forza nel pieno di crisi politiche e sociali. La pura continuità dei vertici degli apparati giudiziari, militari e polizieschi che entrarono amnistiati ed intatti nella “democrazia” non solo non li ha epurati con il tempo per motivi generazionali, ma li ha replicati ed arroccati in una posizione per la quale “sentono” di avere la missione di “salvare la patria” dai separatisti e dai comunisti con qualsiasi mezzo. Esattamente come diceva il dittatore. Anche se il disegno, più che evidente, di logorare il governo attuale per sostituirlo alle prossime elezioni con un gabinetto del PP sostenuto da VOX, andasse male, non ci sarebbe, come non c’è oggi la maggioranza qualificata sufficiente per fare riforme costituzionali sui punti imposti dal franchismo e tanto meno per indire un referendum sulla monarchia e per un modello federale o confederale dello stato. Figuriamoci per un referendum di autodeterminazione catalano sul modello canadese o scozzese.

Inoltre il PSOE è diventato un partito monarchico, che nega il diritto all’autodeterminazione delle nazioni catalana, basca e galega. E la stessa deriva ha avuto, in tempi diversi e scontando per questo scissioni ed esodi verso l’indipendentismo, anche il Partito Socialista Catalano.

Mentre è spiegabile il perché la transizione dovette includere i franchisti, accettare la monarchia imposta dalla dittatura e una concezione dello stato fondata sul nazionalismo spagnolo, per legalizzare partiti e sindacati e aprire una nuova fase, non è spiegabile perché ciò che i franchisti imposero con la forza del controllo dell’esercito, della magistratura e degli apparati repressivi, invece che superato nel corso di 40 anni con lunghissimi periodi di governo socialista, sia diventato un dogma e perfino una bandiera del PSOE di oggi.

Passi che oggi purtroppo anche partiti con una lunga storia siano diventati eclettici, senza principi ed interessati solo ad andare al governo per fare qualsiasi politica che gli permetta di restarci. Ma è difficile trovare un partito che nel 1977, nel congresso che precede la redazione della costituzione, propone una repubblica federale con diritto all’autodeterminazione per le nazioni catalana, basca e galega, e quando va al governo diventa monarchico (per giunta con una monarchia instaurata da Franco del 1974), e nel corso degli anni smette di essere federalista e alla fine nega il diritto all’autodeterminazione delle tre nazioni di cui sopra. L’idea del paese e dello stato non dovrebbe essere mai una banderuola dipendente dal marketing elettorale e dalle convenienze del momento.

Per alcuni versi spiace dirlo ma il PSOE e il PSC sono responsabili quanto le destre dell’involuzione della situazione spagnola che ha portato la maggioranza dei catalani su posizioni indipendentiste in tutte le elezioni degli ultimi anni. O forse più delle destre giacché il franchismo è nel DNA del PP in quanto fondato da ministri di Franco, giacché non ha mai condannato la dittatura ed è monarchico fin dalla sua nascita.

Unidas Podemos è una forza repubblicana, che riconosce l’esistenza e il diritto all’autodeterminazione delle diverse nazioni che insistono sul territorio dello stato, che ha condannato e condanna la repressione, che ha proposto una riforma del codice penale per eliminare il delitto di sedizione sia per annullare le cause contro l’indipendentismo sia per evitare che possa essere applicato anche contro movimenti sociali e sindacali, che ha sostenuto con forza la necessità di aprire un negoziato fra Generalitat e governo spagnolo.

Ma nella sua politica ci sono due problemi. Il primo è che il PSOE ha le posizioni che ha e quindi fa il minimo indispensabile solo per mantenersi al governo. Il secondo, ben più serio, è che pur volendo una repubblica federale con diritto all’autodeterminazione per la Catalunya, non è in grado di indicare una strada credibile per ottenere questi due obiettivi. Una cosa è parlare di repubblica e di diritto all’autodeterminazione in astratto, criticando l’unilateralismo degli indipendentisti e le loro pratiche di disobbedienza civile pacifica di massa e istituzionale come avventuriste, ed un’altra è offrire una proposta efficace e percorribile. Una cosa è parlare di repubblica federale e autodeterminazione per 40 anni come prospettiva “ideale” come hanno sempre fatto il PCE e Izquierda Unida, ed un’altra è ripeterle in presenza di un movimento popolare e di massa che rivendica qui e subito la Repubblica Catalana. E con un’opinione pubblica catalana nella quale in tutti i sondaggi d’opinione degli ultimi anni i favorevoli ad un referendum oscillano tra il 70% e l’80%.

Questi sono i motivi che mi inducono ad essere pessimista circa la possibilità di risolvere il conflitto in tempi ragionevoli e democraticamente. Anche perché il movimento indipendentista non è uscito indenne dalla repressione ed è affiorata una divisione fino ad ora irrisolta.

Il movimento indipendentista

Dal referendum in poi il movimento è diviso fra due impostazioni e prospettive alternative fra loro. Per alcuni versi incompatibili fra loro. Questo è il frutto avvelenato della repressione che l’ha colpito, ma anche di una divisione politica propria. Da una parte Junts per Catalunya, guidata dall’ex Presidente Carles Puigdemont dall’esilio, che non si fida del “dialogo” e pensa sia necessario continuare uno scontro pacifico e democratico ma molto determinato con lo stato, fino ad ottenere i rapporti di forza, e il supporto di una parte della comunità internazionale, sufficienti ad obbligare il governo a negoziare un referendum. E su questo punto anche l’indipendentismo di estrema sinistra della CUP e, con qualche piccola differenza le due grandi associazioni di massa, sono sostanzialmente d’accordo.

E dall’altro Esquerra Republicana de Catalunya, che è cresciuta molto elettoralmente ed ora, per la prima volta dalla Seconda Repubblica, guida il governo catalano. ERC propone di lavorare per un lungo periodo all’allargamento della base sociale dell’indipendentismo con politiche economiche e sociali di sinistra, di sfruttare fino in fondo i propri voti determinanti per la vita del governo di Unidas Podemos condizionandolo il più possibile, anche sostenendo dall’esterno le rivendicazioni economiche e sociali di UP dentro il governo (e su questo ha stretto un patto di unità d’azione con Bildu), di mettere alla prova il governo spagnolo al tavolo di negoziato.

Alla fine di lunghe trattative il punto di compromesso fra ERC, Junts per Catalunya e CUP è un programma di governo avanzato sui temi sociali (concordato da ERC con la CUP e subito da Junts) e negoziato con il governo spagnolo, ma con scadenza di due anni, alla fine dei quali i tre partiti indipendentisti dovranno fare una verifica e un bilancio, insieme alle due associazioni di massa, e discutere se continuare il negoziato o riprendere la via unilaterale. Il tavolo fra governo catalano e spagnolo inizierà a metà settembre. Gli indipendentisti hanno già detto che la loro proposta di partenza sono l’amnistia e il referendum di autodeterminazione. Il governo spagnolo, al netto di dichiarazioni negative estemporanee di esponenti del PSOE, dovrà presentare una propria proposta di soluzione politica del conflitto. Come sempre succede in casi simili si parte ovviamente da posizioni contrapposte. Resterà da vedere quale sarà la reale volontà politica di negoziare sul serio e di non usare il negoziato per tirarla in lungo con la speranza, che fino ad ora ha dato frutti opposti, che il movimento indipendentista catalano rifluisca o si rassegni.

ramon mantovani

pubblicato il 14 luglio 2021 su Transform Italia e su http://www.rifondazione.it

A Madrid vince la destra nella sua versione più Trumpista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 Maggio, 2021 by ramon mantovani

Si sono svolte il 4 maggio le elezioni (anticipate) della Comunità Autonoma di Madrid i cui risultati avranno importanti conseguenze per la politica in tutta la Spagna.
Prima di descrivere i risultati è necessario sapere che essendo la regione composta da un’unica provincia il sistema è integralmente proporzionale ma con sbarramento del 5%. E che le elezioni, secondo quanto previsto dalla legge elettorale della regione, valgono solo per completare la legislatura vigente, che terminerà nel maggio del 2023. Il parlamento (Asamblea) la cui composizione numerica varia secondo l’ultimo censimento in questa legislatura è composto da 136 seggi.

I RISULTATI DEL 4 MAGGIO 2021

La partecipazione, nonostante la pandemia, le relative misure di sicurezza e la data feriale, è notevolmente aumentata passando da 3 milioni 251 mila voti pari al 64,27% del 2019 a 3 milioni 644 mila pari al 76,25% del 2021.

Il Partito Popolare passa da 720 mila voti (22,23% e 30 seggi) a 1 milione 620 mila voti (44,73% e 65 seggi)
MAS MADRID da 475 mila voti (14,69% e 20 seggi) a 615 mila voti (16,97% e 24 seggi)
Il PSOE da 884 mila voti (27,31% e 37 seggi) a 610 mila voti (16,85% e 24 seggi)
VOX da 287 mila voti (8,88% e 12 seggi) a 330 mila voti (9,13% e 13 seggi)
Unidas Podemos da 181 mila voti (5,60% e 7 seggi) a 261 mila voti (7,21 e 10 seggi)
CIUTADANOS da 629 mila voti (19,46% e 26 seggi) a 129 mila voti (3,57% e 0 seggi)
Le altre 14 liste hanno ottenuto meno del 0,5% dei voti.

ANALISI DEI DATI

Prima di altro è importante conoscere la storia elettorale recente della regione, al fine di poter valutare correttamente i risultati. Per esempio per capire la vera dimensione del successo del PP, della sconfitta del PSOE e del risultato delle due formazioni della sinistra alternativa MAS PAIS e UP.
Dalle prime elezioni della Comunità Autonoma di Madrid del 1983 si sono succeduti 12 governi. I primi tre (dal 1983 al 1995) monocolori del PSOE, i successivi 8 (dal 1995 al 2019) monocolori del PP e l’ultimo (dal 2019 al 2021) di coalizione.
Segnatamente dal 2015, con la crisi del bipartitismo, il PP che aveva avuto dal 1995 sempre maggioranze assolute di seggi, è diventato dipendente da appoggi di altri partiti per la formazione del governo. Nel 2015 appoggio esterno di CIUDADANOS e nel 2019 con il governo di coalizione PP – CIUDADANOS e appoggio esterno di VOX.
Quindi, in realtà nelle ultime elezioni del 4 maggio il PP, che ha ottenuto 65 seggi su 136, sarà dipendente dai voti di VOX o per formare un governo monocolore di minoranza o per formare un governo di coalizione con VOX. Ed è del tutto chiaro che l’avanzata del PP si è nutrita soprattutto dei voti che nel 2019 erano andati a CIUDADANOS e da voti provenienti dall’astensione. E che i voti di VOX del 2019 si sono confermati e, con un lieve aumento, si sono consolidati.
In altre parole dal 2011 il blocco di destra passa dai 72 seggi del PP (su 129 seggi totali del parlamento) ai 65 su 129 (48 del PP e 17 di CIUDADANOS) del 2015, ai 68 su 132 (30 del PP, 26 di CIUDADANOS e 12 di VOX) del 2019, ai 78 su 136 (65 del PP e 13 di VOX) del 2021. Le percentuali di voto del blocco passano dal 51,73% del 2011 al 46,93% del 2015, al 50,57% del 2019 e al 57,43% del 2021.
Per quanto il successo del PP sia indiscutibile non si tratta né di qualcosa di inaspettato né di uno stravolgimento storico dei rapporti di forza fra destra e sinistra nella comunità di Madrid.
Se si analizza questo successo con i criteri del marketing elettorale e con la descrizione della campagna elettorale che nel corso degli anni è diventata sempre più presidenzialista di fatto (nonostante il sistema sia proporzionale e si voti solo per liste di partito) si rischia di non capire alcune cose a mio avviso fondamentali.
La Comunità Autonoma di Madrid è in realtà la provincia di Madrid, e cioè della capitale spagnola. E i governi del PP hanno implementato una politica ultra neoliberista. Questa comunità ha la spesa in sanità ed istruzione rispetto al PIL più bassa di tutta la Spagna. Basti sapere che il 50% degli ospedali della comunità sono privati e che negli indici europei PISA sulla segregazione scolastica per regioni è la penultima. Ha l’indice di differenza fra il 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero più alto di tutta la Spagna pur avendo il reddito medio per abitante più elevato. Ha fortemente ridotto la già scarsa industria manifatturiera ed incrementato in modo abnorme il numero di imprese finanziarie e dei servizi giacché, con un pesante dumping fiscale, ha attratto migliaia di sedi centrali di imprese che operano in tutte le altre Comunità Autonome.
Tutto questo, ed altro ancora, ha prodotto un modello sociale altamente competitivo ed individualistico, ed una fortissima differenziazione di classe dei quartieri della città e dei paesi dell’hinterland. E insieme a un relativo basso tasso di disoccupazione e ad un alto tasso di lavoro precario ha consolidato una egemonia del modello sociale.
Sulla minaccia (presunta) a questo modello proveniente dal governo PSOE – Unidas Podemos sostenuto dalle sinistre indipendentiste catalane e basche il PP, e in particolare la Presidenta uscente e candidata di fatto alla rielezione Isabel Diaz Ayuso, ha impostato la campagna elettorale. “L’alternativa è fra libertà e comunismo” è stato lo slogan più ripetuto. E nel tempo della pandemia l’egoismo sociale e l’assenza di coscienza collettiva prodotta dall’individualismo dilagante si è tradotto in misure sanitarie ridotte al massimo e in “libertà” di uscire a “bere birre”, anche scontando i massimi di contagio e mortalità. Diaz Ayuso ha convocato elezioni anticipate all’improvviso, nonostante non ci fosse nessuna crisi interna alla coalizione di governo, con la scusa che temeva che CIUDADANOS avrebbe fatto un ribaltone in combutta con il PSOE, visto che aveva tentato di farlo nella regione di Murcia. Ed ha virato a destra erigendosi a opposizione al governo centrale di PSOE-UP. Ha indicato in Madrid il modello da seguire per il resto della Spagna propugnando una sorta di nazionalismo madrileno dentro il nazionalismo spagnolo. “Madrid è la Spagna e la Spagna è Madrid” nel senso che, essendo l’unità della Spagna minacciata dal governo centrale condizionato dai comunisti e alleato con eredi dell’ETA e con separatisti catalani, è necessario unire la destra e cacciarlo. Se VOX ha catturato i voti franchisti, sciovinisti estremi, xenofobi, antifemministi e omofobi che fino ad ora erano stati interni al PP è necessario impedire ulteriori emorragie di voto abbracciando VOX e facendo propri molti dei contenuti di estrema destra di VOX. È cosí che Diaz Ayuso è la prima esponente del PP a dire esplicitamente che “Cuando te llaman fascista sabes que lo estás haciendo bien y que estás en el lado bueno!”. Nemmeno gli ex ministri di Franco diventati dirigenti del PP avevano osato dire qualcosa del genere. Insomma, se c’è una chiave per capire il successo del PP a Madrid sta nel modello sociale liberista imperante, nella risposta reazionaria e sciovinista alla crisi catalana, nella bandiera della “libertà” di stampo Trumpista e nella contiguità con Vox. Tutto ciò è effettivamente un modello di strategia politica per il futuro del PP. Del resto, dalla formazione del governo centrale PSOE-UP il PP, che ha dalla sua parte i vertici della magistratura e degli apparati militari dello stato, ha dichiarato il governo illegittimo, ha bloccato (da più di due anni) il rinnovo dei vertici della magistratura, ha difeso a spada tratta la monarchia investita da continui scandali e così via. Resta da vedere se nel resto della Spagna, anche nelle Comunità autonome governate dal PP, che vedono emigrare verso la capitale le imprese maggiori a causa del dumping fiscale, dove l’economia è in netta recessione e la disoccupazione in crescita, questo modello possa funzionare efficacemente.

VOX
VOX sembra aver interrotto una irresistibile ascesa in consensi. Ma non è così. I suoi cavalli di battaglia contro l’immigrazione, contro il femminismo e i diritti civili, contro baschi e catalani, hanno funzionato perfettamente perché hanno egemonizzato il PP ed anche una parte dell’elettorato delle classi subalterne. Che molti voti si siano concentrati sul voto “utile” (anche se non lo è affatto concretamente in un sistema proporzionale), non significa che VOX sia in declino. Anzi. Infatti i dirigenti di VOX hanno mostrato grande soddisfazione e si sono subito dichiarati disponibili ad appoggiare il governo del PP o a parteciparvi direttamente.

CIUDADANOS
Anche per questa forza politica bastano poche righe giacché la sua crisi è patente e probabilmente irreversibile. Per il partito di “centro”, liberale nel senso di liberista estremo, nazionalista spagnolo, e propenso ad allearsi sia con il PP sia con il PSOE, nella radicalizzazione dello scontro non c’è spazio. Alle ultime politiche è passato da 57 a 10 seggi. E nelle elezioni catalane da 36 a 6. Ha avuto ed ha una emorragia inarrestabile di deputati e dirigenti nazionali e locali verso il PP.

PSOE
Il Presidente del governo centrale Pedro Sanchez, costretto solo dall’aritmetica parlamentare al governo di coalizione con Unidas Podemos e a firmare un programma di governo che contiene la abrogazione delle leggi sulla precarietà del lavoro, la regolamentazione degli affitti, l’apertura di un negoziato politico con il governo catalano, e diverse altre cose praticamente antitetiche con il suo programma, ha tentato continuamente e senza esito di allargare, almeno su provvedimenti parziali, la maggioranza a CIUDADANOS. Ha tentato di far cadere il governo della regione di Murcia (PP e CIUDADANOS con appoggio esterno di VOX) in combutta con la direzione centrale di CIUDADANOS. Ma l’operazione, che avrebbe potuto estendersi ad altre Comunità Autonome creando un nuovo quadro politico generale, è miseramente fallita allorquando i deputati murciani di CIUDADANOS sono usciti dal partito e hanno continuato a governare con il PP. Come se non bastasse per Sanchez e per gli “strateghi” del PSOE questa operazione ha fornito su un piatto d’argento al PP di Madrid l’occasione per sciogliere il governo e convocare le elezioni anticipate. Mentre dal canto suo Unidas Podemos ha alzato la voce e si prepara ad una controffensiva per l’applicazione del programma di governo, con il sostegno dei sindacati (compresa l’UGT di ispirazione socialista) e dei movimenti sociali di lotta interessati dai provvedimenti annunciati nel programma, a cominciare dalla questione della casa.
La campagna elettorale del PSOE di Madrid è stata semplicemente disastrosa. Il capolista, indicato per la Presidenza del governo, è stato capace di dire che non voleva formare un governo con Unidas Podemos, che il suo interlocutore privilegiato era CIUDADANOS mentre CIUDADANOS ripeteva che voleva rifare il governo con il PP, che non avrebbe messo in discussione il sistema fiscale del PP, per poi dire che il suo interlocutore era Unidas Podemos e che bisognava evitare il governo delle destre a tutti i costi. Tutto nel giro di pochi giorni. Ma non si tratta di imperizia, di errori di marketing e di confusione mentale. O non solo. Si tratta di un partito che, come tutti gli altri partiti socialisti e socialdemocratici europei, continua a pensare di poter governare il modello neoliberista vincente temperandolo e accompagnandolo con un profilo progressista sui diritti civili. Come se per le classi subalterne (che in buona parte continuano a votare il PSOE) i problemi sociali e quelli inerenti ai diritti civili possano essere separati. E come se la guerra fra poveri promossa da VOX ed anche dal PP della signora Diaz Ayuso possa essere evitata senza mettere mano alla precarietà e agli elementi strutturali del modello sociale neoliberista. I 24 seggi del PSOE di Madrid sono il minimo storico del partito nella Comunità economicamente e politicamente più importante. L’insuccesso è molto più grave di quel che dicono le nude cifre. Perché allude alla prospettiva politica di lungo periodo del partito. Costretto ad una alleanza di governo con Unidas Podemos con sostegno esterno degli indipendentisti catalani e baschi alla quale non c’è alternativa, avversata esplicitamente dalla vecchia guardia di Felipe Gonzales e da diversi “baroni” regionali, attaccata esplicitamente dagli apparati della magistratura e militari, invisa alla tecnocrazia europea e alla Confindustria spagnola. Inoltre, dulcis in fundo, il PSOE a Madrid è stato superato, anche se di pochissimo, dalla formazione della sinistra alternativa MAS MADRID, i cui voti sommati a quelli di UP sono di 7 punti percentuali e 10 seggi superiori a quelli dei socialisti.

LA SINISTRA ALTERNATIVA
È necessario chiarire, per i lettori italiani di sinistra, alcune cose in parte o del tutto sconosciute.
Nel febbraio del 2017 si tiene il secondo congresso di Podemos. Si confrontano due linee politiche alternative fra loro. Quella neopopulista di sinistra avversa alla unità strategica con Izquierda Unida sostenuta da Iñigo Errejon (fino ad allora considerato il numero due della formazione) e quella di sinistra radicale favorevole ad un accordo strategico con IU sostenuta da Pablo Iglesias. Vince con due terzi dei consensi la linea di Iglesias che viene rieletto segretario anche con i voti di Errejon. Iglesias estromette Errejon e gli altri sostenitori della linea sconfitta dai posti importanti di direzione. La divisione si cristallizza. Non è in questa sede il caso di descrivere approfonditamente la natura leaderistica di Podemos, la sua organizzazione interna e il suo scarso insediamento sociale.
Nel dicembre del 2017 si consuma una rottura nel governo del comune di Madrid, in carica da più di due anni, nella lista lista unitaria AHORA MADRID e presieduto dall’indipendente Manuela Carmena. La Sindaca accetta i diktat del ministro dell’economia del governo centrale del PP relativi a pesanti tagli della spesa sociale. L’Assessore (Consejal) dell’economia del municipio Carlos Sanchez Mato (dirigente nazionale di Izquierda Unida) si rifiuta di accettare l’applicazione dei tagli e viene sostenuto in questa posizione da IU nazionale. La Sindaca Carmena rifiuta che si faccia un referendum fra tutti i militanti della lista Ahora Madrid e toglie gli incarichi di governo agli esponenti di Izquierda Unida. Podemos di Madrid, nel quale la linea di Errejon ha la maggioranza alla fine sostiene la posizione della Sindaca. All’inizio del 2019 si consuma la scissione di Podemos ed Errejon, con il pieno sostengo di Manuela Carmena, fonda il nuovo partito MAS PAIS e alle municipali di Madrid del maggio 2019 si presentano due liste: MAS MADRID (con la sindaca uscente capolista) e Izquierda Unida – Madrid en Piè (composta da IU e forze minori di estrema sinistra). Podemos non partecipa direttamente alle elezioni e solo all’inizio della campagna elettorale da indicazione di voto per la lista di IU. Il risultato è che la lista MAS Madrid praticamente conferma i voti del 2015 di AHORA MADRID (passa dal 31,84% al 30,99%) e la lista di IU ottiene uno scarso 2,63%.
MAS PAIS alle ultime elezioni generali del novembre 2019 ottiene l’1,32% dei voti e 2 seggi, entrambi nella circoscrizione di Madrid dove ottiene il 5,64%. Mentre Unidas Podemos ottiene il 13% e 35 seggi in tutta la Spagna e il 13% e 5 seggi a Madrid.
Questo breve riassunto degli antecedenti al voto del 4 maggio serve per capire la complessità dello stato della sinistra alternativa in Spagna sulla quale bisognerebbe riflettere maggiormente in un altro articolo. Ma è indispensabile per comprendere il risultato delle ultime elezioni madrilene.
Con la convocazione delle elezioni anticipate Pablo Iglesias, con un vero colpo di teatro, annuncia le sue dimissioni dalla Vicepresidenza del governo e dal parlamento nazionale, dichiara che al prossimo congresso di Podemos non si ripresenterà alla carica di Segretario Generale. Tutto per guidare la lista di Unidas Podemos o, se MAS MADRID accetta, per partecipare in secondo piano ad una lista unitaria della sinistra alternativa madrilena. Secondo Iglesias è vitale impedire che la destra di PP e VOX governi la Comunità Autonoma della capitale. Indica la Ministra del Lavoro Yolanda Diaz (comunista) come sua sostituta alla Vicepresidenza del governo e Ione Belarra (Podemos) come sua sostituta al ministero dei diritti sociali.
MAS MADRID rifiuta la lista unitaria contando sulla popolarità della propria capolista Monica Garcia, ex militante di Podemos e anestesista in un ospedale pubblico, che aveva guidato l’opposizione nel parlamento contro il governo del PP e CIUDADANOS.
Sia Podemos che MAS MADRID decidono di non polemizzare fra loro in campagna elettorale, di concentrare tutte le energie contro le destre e di proporre un governo di sinistra al quale il PSOE non potrà sottrarsi. Ma, in questo scontro i temi sociali per quanto evocati rimangono in secondo piano. Anche perché la stampa e le TV concentrano il dibattito sulle inevitabili polemiche provocate dalle affermazioni filofasciste e xenofobe delle destre e sui profili personali dei candidati e candidate alla presidenza. Il bersaglio favorito dei tre quotidiani di destra, e anche del filosocialista (ma ostile al governo con Unidas Podemos) El Pais, è ovviamente Pablo Iglesias.
Come se non bastasse, a metà della campagna lettere anonime contenenti proiettili arrivano al Ministro degli Interni, a Pablo Iglesias, alla nuova direttrice della Guardia Civil nominata da poco dal governo. La campagna si avvelena perché la capolista di VOX mette in dubbio l’autenticità della minaccia. Nei giorni successivi diverse altre lettere con proiettili arrivano ad altri esponenti di sinistra ed anche di destra, compresa Diaz Ayuso. Se i temi sociali erano stati già in secondo piano praticamente spariscono completamente dal dibattito pre elettorale.
Alla fine il risultato elettorale induce Pablo Iglesias a dimettersi immediatamente anche dalla carica di Segretario Generale di Podemos. Sebbene la lista di UP sia aumentata in voti e in seggi Iglesias sostiene che la sua stessa persona è diventata un ingombro in quanto usata come capro espiatorio e come bersaglio dalle destre e soprattutto dalla stragrande maggioranza dei mass media.

Conclusioni

Chi volesse leggere i risultati delle elezioni madrilene come anticipazione inevitabile di quel che succederà alle prossime elezioni generali del 2023 si sbaglia. La partita è ancora aperta. Soprattutto dentro il governo centrale. Come ho già detto più sopra i temi del lavoro, dello stato sociale, della distribuzione dei fondi europei e delle condizioni che porrà la Commissione Europea, della casa, dei diritti civili, del negoziato sulla questione catalana, sono tutti nodi che arriveranno al pettine nei prossimi mesi. Sarà una partita durissima e difficilissima per Unidas Podemos. Ma lo sarà anche per il PSOE che ha perso CIUDADANOS come interlocutore necessario alla sua destra per ridurre il peso e l’influenza di UP e dei movimenti di lotta e sociali che in Spagna sono tutt’altro che sopiti.
Sarà decisivo, anche, il futuro di Unidas Podemos. Lo stesso Pablo Iglesias ha avuto parole autocritiche sul leaderismo, che è stato all’inizio una delle chiavi del successo di Podemos per poi diventare rapidamente il suo limite principale. È altamente probabile che Yolanda Diaz, che ora è Vicepresidente del Governo, possa guidare la coalizione alle prossime elezioni e che Ione Belarra possa diventare la nuova Segretaria Generale di Podemos. Ma la vera questione non è delle persone che guideranno e rappresenteranno la forza politica. Quel che sarà importante sarà lo stato delle lotte e il rapporto fra queste e quel che succederà dentro il governo sui temi che sono incompatibili con la natura e la linea del PSOE. E sul grado e profondità di collegamento strutturato fra i movimenti sociali e UP. E quindi su cosa saranno Podemos, Izquierda Unida, Catalunya en Comù e il Partito Comunista Spagnolo nel futuro. Avremo occasione di ritornarci.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.rifondazione.it il 6 maggio 2021