Dalla “democrazia progressiva” al regime bipolare.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 13 gennaio, 2023 by ramon mantovani

L’ultima elezione generale celebrata col sistema proporzionale risale al 1992. Il che significa che circa la metà della popolazione attuale, che all’epoca non era nata o aveva un’età inferiore ai 14 anni, non ha conosciuto il sistema elettorale e istituzionale previsto dalla costituzione. L’altra metà o se ne è dimenticata o ne ricorda solo l’ultima fase contraddistinta da degenerazioni e corruzioni. Vale quindi la pena di rimettere molte cose al loro posto per poter criticare seriamente ed efficacemente l’attuale sistema politico.

 

C’era una volta la democrazia progressiva.

 

La Costituzione italiana non è una costituzione liberale. In più parti prevede la prevalenza dell’interesse generale sulla proprietà privata e su interessi particolari. Parla esplicitamente di lavoratori e non solo di cittadini. Assegna ai partiti il compito di veicolare la partecipazione popolare. In sintesi si può dire che si potrebbe superare il capitalismo senza doverne infrangere nessun articolo.

Le leggi elettorali e gli assetti istituzionali furono decisivi affinché la Costituzione non fosse contraddetta, come lo è oggi, nella sua essenza.

A tutti i livelli politici ed amministrativi venne prevista una legge proporzionale ed analogamente a tutti i livelli assetti con il parlamento e i consigli al centro delle istituzioni ed esecutivi dipendenti da essi.

Questo disegno politico istituzionale permetteva una piena partecipazione dal basso attraverso partiti di massa o anche d’opinione ma rappresentanti di pezzi di società definiti dal punto di vista di classe ed con ideologie diverse. Essendo il parlamento la vera sede del potere politico la sua dialettica era rappresentativa delle tendenze del paese reale. Il potere esecutivo del governo era importante ma comunque sottoposto al parlamento e non solo da esso controllato. Nei paesi con regime presidenzialista o con l’elezione diretta del governo è il contrario. Il governo esercita il potere legislativo ed esecutivo e il parlamento controlla e in rare occasioni esercita di fatto un diritto di veto sulle iniziative del governo. In Italia ci sono stati più governi per ogni legislatura per questo motivo e non per una instabilità capricciosa determinata da partiti irresponsabili. Essendo il potere del parlamento ed essendo i partiti presenti nel parlamento soggetti rappresentanti pezzi di società vivi ed attivi socialmente, sindacalmente, culturalmente, molte cose potevano succedere fra un’elezione e l’altra nella società, tali da far traballare gli equilibri governativi e da richiedere cambi immediati. In altre parole le lotte potevano, per esempio, con uno sciopero generale far si che i settori della DC legati alla CISL si dichiarassero disponibili a legiferare a favore delle richieste sindacali e che questo provocasse una crisi di governo e la formazione di un nuovo esecutivo con equilibri diversi all’interno della DC. Il PCI poteva dunque, dall’opposizione, allearsi ora con le parti della DC legate al sindacato e alle organizzazioni di massa cattoliche del mondo agricolo e del lavoro autonomo per ottenere conquiste sociali e con i partiti laici per ottenere conquiste sui diritti civili come il divorzio. I tre pilastri della democrazia progressiva, e cioè la lotta sociale come motore di qualsiasi cambiamento, la legge proporzionale e gli assetti istituzionali parlamentari, costituivano un circolo virtuoso nel quale chi lottava era invogliato a votare alle elezioni per avere una rappresentanza nel parlamento che, anche dall’opposizione, poteva coronare con una vittoria la lotta. È per questo che in Italia c’è stata con la legge proporzionale la più alta percentuale di partecipazione al voto e il più grande partito comunista dell’occidente. Ovviamente anche per merito del suo gruppo dirigente e dei suoi due milioni di iscritti. Ma è evidente che con altri assetti di tipo presidenzialista e/o bipartitico o bipolare non sarebbe stato possibile.

Come mai questo sistema ad un certo punto è entrato in crisi?

 

La crisi della democrazia progressiva.

 

La vera causa della crisi fu la controffensiva capitalistica iniziata nel 1971 con la denuncia degli accordi di Bretton Wodds da parte del governo USA. La Lira dovette fluttuare liberamente sui mercati valutari e perse in un quindicennio due terzi del proprio valore rispetto al dollaro. E poi liberalizzazione dei mercati delle merci e conseguente delocalizzazione e deindustrializzazione. Finanziarizzazione dell’economia e crescita della speculazione immobiliare. Tutti fattori che nel volgere di 10 anni aprirono una vera e propria nuova fase capitalistica e un modello sociale completamente diverso da quello precedente. Fu il passaggio da una società con al centro la produzione di beni e servizi, nella quale i lavoratori godevano della forza che gli derivava dall’essere indispensabili nel processo di accumulazione del capitale, a una società con al centro la finanza e nella quale le attività produttive erano dipendenti dalle speculazioni finanziarie e dovevano reggere una competizione spietata internazionale, con grave ed oggettiva diminuzione del potere di contrattazione dei lavoratori.

In pochissime parole se la forza del movimento operaio cominciò a scemare velocemente è evidente che la sua rappresentanza politica anche se forte elettoralmente si indebolì e venne isolata nel parlamento. Da allora non ci sono state più conquiste e le lotte sono state solo difensive ed hanno al massimo ottenuto di allungare i tempi della cancellazione delle conquiste della fase precedente.

In Italia il PCI si trovò davanti ad un bivio. O resistere mettendo nel conto una lunghissima fase di arretramenti e di difficoltà o separare il proprio destino da quello delle classi di riferimento e cercare la conquista del governo come illusoria soluzione del problema.

Chi abbia imboccato una strada o l’altra in Italia è inutile dirlo.

 

Il presidenzialismo, le leggi maggioritarie e bipolari.

 

Fu il PDS a mettere a disposizione la propria capacità per raccogliere firme e fare campagne su proposte della destra della DC per abrogare il proporzionale. Senza il PDS il reazionario Mario Segni non ce l’avrebbe mai fatta. Del resto il PDS nell’iter di discussione della nuova legge elettorale per comuni e province nel 1993 ebbe la posizione più estrema favorevole al maggioritario, oltre che all’elezione diretta del sindaco condivisa da tutti tranne il PRC.

L’elezione diretta del sindaco con premio di maggioranza significa una svolta di 180 gradi nella stessa concezione della politica e delle istituzioni rispetto a quella prevista dalla Costituzione. Significa la estrema personalizzazione della politica e la scelta, con i due turni, su due persone che per la natura stessa del sistema devono raccogliere una maggioranza interclassista e moderata. La coalizione che si presenti per tentare di vincere, tranne occasioni eccezionali quasi sempre dovute alla popolarità di un personaggio, è sempre di centrodestra o di centrosinistra. Liste e coalizioni di sinistra possono partecipare ma hanno sbarramenti da superare e soprattutto non possono convincere la stragrande maggioranza dei votanti che vogliono decidere il sindaco ed esprimono il cosiddetto voto utile. Del resto anche l’elezione di una esigua rappresentanza si scontra con lo svuotamento dei poteri dei consigli e dunque può dedicarsi esclusivamente a testimoniare una propria posizione senza poter influire su nessuna decisione.

È evidente che questo sistema tende ad espellere una forza di sinistra giacché se si rassegna a partecipare alla coalizione di centro sinistra, tranne casi più che eccezionali dove il candidato abbia posizioni e programma davvero di sinistra, sconta un prezzo da pagare per gli elettori che si convincono che abbia rinunciato e tradito il proprio programma. Viceversa se si rassegna a presentarsi con il massimo obiettivo di avere una sparuta testimonianza, senza poter modificare nulla e tantomeno coronare con una vittoria le lotte del territorio, sconta un prezzo da pagare ancora superiore al precedente perché perderà il voto degli elettori che indipendentemente dai contenuti del centrosinistra lo votano contro la destra o come male minore.

La consapevolezza di questa realtà oggettiva dovrebbe far capire a una forza di sinistra che questo terreno elettorale è un terreno nemico in sé e che qualsiasi scelta si faccia essa presenta contraddizioni con la propria politica. Una simile scelta necessariamente tattica non può essere descritta come una scelta strategica e “di principio”. Sono infinite le sfumature possibili, date anche le competenze effettive degli enti locali, che possono inclinare la bilancia in un senso o nell’altro. Affrontarle con iperboliche argomentazioni da luogo solo ad una dialettica fra opposti irriducibile che prelude ad abbandoni e scissioni. Affrontarle sapendo che magari l’altra ipotesi ha il 45% delle ragioni dalla sua parte suggerisce che la scelta che si fa è meramente tattica e non inficia né l’identità né la politica del partito o della lista della sinistra locale.

Il sistema maggioritario, bipolare e presidenzialista di fatto delle elezioni del parlamento dopo 30 anni, nonostante i cambi di legge che nulla hanno mutato di sostanziale, è anch’esso il contrario esatto del dettato costituzionale. Gli elettori sono stati costretti a scegliere fra Prodi o Berlusconi, per fare l’esempio più ricorrente, anche se non si votava direttamente per il presidente del consiglio. Mentre la legge maggioritaria è di fatto l’elezione diretta del governo che avrà a disposizione una maggioranza parlamentare sufficiente ad imporre qualsiasi cosa ad una opposizione che non può che urlare e tentare di paralizzare il parlamento con continui ostruzionismi anche sulle cose per niente importanti. Una legge che, come nei comuni, moltiplica partiti e liste nelle coalizioni per poter raccogliere i voti più disparati al fine di vincere e che produce un parlamento umiliato e ridotto a curve da stadio dove il trasformismo più sfacciato la fa da padrone.

Eppure questo sistema, in gran parte letteralmente irrazionale, è il più diffuso fra i paesi occidentali ed industrializzati. Evidentemente l’egemonia del nemico è molto potente. In fin dei conti la cultura liberale classica ha mutuato dalle precedenti monarchie molte cose ed è sempre stata ostile al quarto stato. Nel tempo della atomizzazione e della passivizzazione della società l’illusione di “partecipare” alla scelta del leader del paese si vende facilmente.

Alla sinistra reale, e non all’ala sinistra del regime bipolare, spetta il difficilissimo compito di districarsi tatticamente al fine di costruire un polo alternativo ai due esistenti, ricordando sempre che il motore di qualsiasi cambiamento e l’unico luogo nel quale nasce la coscienza di classe è il conflitto sociale, e non certo la competizione elettorale. Ed è per questo il compito principale di un partito comunista.

 

ramon mantovani

 

pubblicato sulla rivista “su la testa” nell’autunno del 2022

 

 

Genova fu un primo passo sulla strada giusta

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto, 2021 by ramon mantovani

Sono passati vent’anni dalle quattro giornate del movimento “no-Global” del luglio 2001 a Genova. Per grandissima parte dell’opinione pubblica che non ne ha perso memoria o che, per motivi d’età, ne ha solo sentito parlare, il ricordo è circoscritto alla violentissima e inusitata repressione che colpì il movimento. E questo, purtroppo, dimostra la potenza dell’operazione repressiva che aveva l’obiettivo di sterilizzare il potenziale critico e antagonista al sistema capitalistico globalizzato, riducendolo a “problema di ordine pubblico”. Vale la pena di partire proprio da qui per tentare di svelare la vera natura del movimento e soprattutto per riportare alla luce ciò che la repressione oscurò e tentò di seppellire.

LA REPRESSIONE

Al contrario di quanto si pensa correntemente la repressione non fu concepita, programmata ed eseguita dall’allora governo Berlusconi. Fu concepita dagli organismi di coordinamento delle polizie e dei servizi di intelligenza dei paesi membri del G7.

Da Seattle nel 99, nel giro di due anni, tutti i vertici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale, del G7, di Davos e così via, vennero contestati da grandi manifestazioni di massa, sempre più partecipate da delegazioni di movimenti sociali, sindacali e politici, provenienti da tutto il mondo. E nel gennaio del 2001 a Porto Alegre in Brasile si era riunito il primo Social Forum Mondiale. La contestazione della globalizzazione capitalistica non era più una pratica di ristrette avanguardie. Aveva conquistato la simpatia dell’opinione pubblica mondiale e cominciava ad essere avvertita come una minaccia seria dai vertici e dagli organismi che implementavano la deregolamentazione dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia. Per questo, e solo per questo, l’appuntamento di Genova divenne decisivo. Nell’anno precedente (in Italia c’era il governo Amato e il governo Berlusconi entrò in carica 10 giorni prima delle giornate di Genova nel 2001) ci fu l’episodio di Napoli che fece suonare un campanello d’allarme. Una manifestazione no global fu repressa durissimamente con tecniche mai viste prima. Contemporaneamente il coordinamento internazionale responsabile della sicurezza del vertice G7 elaborò le contromisure per ridurre la portata della contestazione prevista. Venne fatta una campagna allarmista di disinformazione (ci sarà presenza di terroristi, potranno essere lanciati missili, potranno esserci lanci di sangue infetto di AIDS e così via) accompagnata da lusinghe e promesse (i giovani che protestano non hanno proprio tutti i torti, al G7 inviteremo i paesi più poveri del mondo per discutere con loro di aiuti concreti ecc). Venne deciso che Genova sarebbe stata divisa in tre zone: rossa (tutto il centro storico e potranno entrare solo i residenti); gialla (tutto il resto della città tranne la circonvallazione a monte e non potranno esserci né volantinaggi né assembramenti) e verde (la periferia estrema e si potrà manifestare). Solo nei giorni precedenti le manifestazioni il Genoa Social Forum (e in parlamento il PRC) ottenne che si potesse manifestare nella zona gialla, che le amministrazioni locali mettessero a disposizione due scuole per ospitare gli organismi dirigenti della protesta e le centinaia di giornalisti che la seguivano. Se nella giornata di giovedì 19 luglio si svolse una manifestazione con decine di migliaia di persone senza alcun disordine, già il venerdì mattina entrarono in azione i Black Bloc (che erano e sono un movimento estremista internazionale senza direzione politica e dedito ad azioni dimostrative e vandaliche). Al contrario che nelle manifestazioni dei due anni precedenti non vennero isolati ed impediti nella loro azione dalle forze dell’ordine, che anzi evitarono accuratamente di entrare mai in contatto con loro. Fu invece caricato a freddo e senza motivo il corteo dei disobbedienti lungo il percorso autorizzato e che doveva arrivare alla barriera della zona rossa. Così come furono caricati senza motivo gli altri quattro concentramenti prospicenti la zona rossa. Negli incidenti che seguirono, come è noto, perse la vita il giovane Carlo Giuliani. Anche in questo caso il comportamento delle forze dell’ordine fu inusuale giacché polizia e carabinieri si dedicarono ad estendere gli incidenti per ore. Nella giornata di sabato una grande e totalmente pacifica manifestazione di circa trecentomila persone, di cui circa 50mila provenienti dall’estero, fu caricata e spezzata in due. Entrambi i tronconi vennero caricati più volte per ore. Centinaia di feriti ed arrestati furono poi maltrattati ed anche torturati in più centri di detenzione. Nella serata del sabato l’ultimo e gravissimo episodio fu l’attacco ad una delle due scuole sedi del Genoa Social Forum. Con la scusa di effettuare una perquisizione le circa 90 persone che vi si trovavano semplicemente per passare la notte furono tutte arrestate, dopo essere state massacrate senza pietà. 63 infatti finirono in ospedale e più della metà di loro accusarono fratture ossee, alcune gravissime. Altra tecnica repressiva che in Italia si era abbattuta solo nelle rivolte carcerarie ma mai su manifestanti pacifici.

Ovviamente il governo Berlusconi porta la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione ma non di averla decisa ed ideata. I processi che sono stati celebrati hanno portato alla luce diverse responsabilità delle forze dell’ordine, ma senza che si sia potuto indagare e dirimere il ruolo degli organismi di coordinamento delle polizie e servizi segreti dei 7 paesi membri del G7 (la Russia era solo invitata). Lo si sarebbe potuto fare con la commissione parlamentare d’inchiesta che figurò nel programma del governo Prodi del 2006 e che fu invece, guarda caso, affossata dal partito Italia dei Valori e dai Democratici di Sinistra.

La repressione non fermò il movimento, ma riuscì a farlo percepire dall’opinione pubblica come un fenomeno confuso e soprattutto tendenzialmente violento. Le responsabilità di apparati repressivi e di intelligenza italiani spesso più obbedienti agli USA che al proprio governo, e quelle del governo Amato di centrosinistra sparirono in favore di tesi tutte interne alla ben nota logica “antiberlusconiana”, come se la più grande manifestazione mondiale contro la globalizzazione fosse stata un fenomeno meramente provinciale.

IL MOVIMENTO AVEVA RAGIONE

La repressione che colpì il movimento a Genova riuscì, come abbiamo visto più sopra, a ridurlo ad un problema di ordine pubblico per gran parte dell’opinione pubblica. Ma non a cancellarne le regioni di fondo, né a fargli assumere il terreno dello scontro di piazza come luogo privilegiato e simbolico della propria azione politica.

Senza quel movimento e senza le giornate di Genova non ci sarebbe stato il potentissimo movimento per la pace degli anni seguenti. Né ci sarebbero state le vittorie di governi latinoamericani che esplicitamente e dichiaratamente si ispirarono alle elaborazioni dei Social Forum Mondiali di Porto Alegre.

“Un altro mondo è possibile” non fu solo uno slogan fortunato e comunicativamente efficace. Riassume in sé l’antagonismo al sistema dominante. Indica la necessità di un sistema alternativo capace di abbracciare tutte le contraddizioni e i conflitti sociali, culturali e politici. Soprattutto parla della possibilità di costruire un altro mondo.

Si potrà dire che la strada è lunga e piena di ostacoli e trappole. Che le forze antagoniste sono ancora troppo divise, deboli e in molti casi inefficaci. Che su molte questioni sono necessarie discussioni approfondite e non superficiali. Che a vent’anni da Genova, passando per la crisi finanziaria della fine del primo decennio del secolo, le cui conseguenze si sono intrecciate con la crisi della pandemia dei giorni nostri, molte cose sono cambiate in peggio. Tuttavia il movimento, per quanto non più al centro dell’attenzione dei mass media, non è finito. Per alcuni versi le sue tesi di fondo e previsioni si sono dimostrate valide ed utili sia sul piano della critica dell’economia politica neoliberista sia sul piano sociale ed ambientale.

E in tutto questo l’esperienza di Genova fu decisiva. Perché a Genova si unirono tutte le voci critiche del mondo che già si erano incontrate poco prima a Porto Alegre. Se da alcuni paesi europei vennero delegazioni di migliaia di persone, da tutti gli altri continenti vennero delegazioni poco numerose ma che rappresentavano sindacati e movimenti di decine di milioni di persone. E nonostante le differenze culturali e politiche poterono tutte sentirsi a casa propria. Il modello di funzionamento del Genoa Social Forum (ed è un orgoglio rivendicare che fu su proposta del PRC) permise a tutti di spiegare le proprie analisi e proposte. Ed ottenne da tutti l’impegno a riconoscere come proprie tutte le pratiche di lotta e di piazza degli altri. Cosa che permise perfino di rafforzare l’unità del movimento di fronte ad una repressione che l’avrebbe altrimenti diviso fra “buoni e cattivi”.

La stessa critica del G7 come “direttorio” informale dei paesi più ricchi alternativo alla democratizzazione e riforma dell’ONU è e rimane del tutto vigente.

In ultima analisi la necessità di un movimento mondiale contro il capitalismo globale è ineludibile per la lotta in ogni paese ed in ogni continente. Siamo ancora lontani, molto lontani, dal soddisfare questa necessità vitale. Ma su questo almeno non partiamo da zero. Perché a Genova nel 2001 facemmo un passo decisivo nella giusta direzione. Che nessuna repressione potrà mai cancellare ne fermare.

ramon mantovani

pubblicato sulla rivista “su la testa!” il 28 luglio 2021

Il conflitto politico fra Catalunya e Spagna si complica

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , on 16 luglio, 2021 by ramon mantovani

Gli indulti

Il 22 giugno 2021 il governo spagnolo ha deciso un provvedimento di “indulto” per i 9 detenuti politici catalani, condannati in via definitiva per il referendum unilaterale del 1° ottobre 2017.

Il termine “indulto” non deve trarre in inganno i lettori italiani. Al contrario che nella tradizione italiana si tratta di un provvedimento di grazia personale (gli indulti sono stati nove) di esclusiva competenza del governo, che è corredato da condizioni violate le quali decade, che non cancella il reato, che non estingue totalmente la pena (rimane la pena accessoria per la quale si perde la possibilità di essere candidati alle elezioni ed anche ad esercitare una qualsiasi professione in una struttura pubblica).

In Spagna l’indulto non è un provvedimento straordinario o inusuale. Nei 40 anni circa di democrazia post franchista tanto i governi del Partito Popolare come i governi socialisti ne hanno promulgati più di diecimila, nella stragrande maggioranza per detenuti comuni ammalati, troppo anziani ecc. Ma anche per governanti corrotti (diverse decine), golpisti come il Generale Alfonso Armada, condannato a 30 anni di carcere come massimo responsabile del colpo di stato del 1981 e graziato dopo 5 anni dal governo del PSOE, come un ministro degli interni e un sottosegretario del PSOE condannati a 10 anni di carcere per aver coperto e finanziato il gruppo terrorista GAL (che fu sostanzialmente un apparto para poliziesco illegale e clandestino che operò in Francia e Spagna con assassinii di decine di militanti e simpatizzanti dell’ETA, sequestri e attentati negli anni 80 nel periodo di governo di Felipe Gonzales), e graziati dal governo del PP di Aznar che consentì loro di uscire dal carcere dopo solo 3 mesi di detenzione.

Queste brevi specificazioni sugli “indulti” sono utili e necessarie per inquadrare bene il provvedimento che riguarda gli indipendentisti catalani e soprattutto, come vedremo più avanti, per qualificare le reazioni politiche successive.

Perché gli indulti?

Dopo l’ormai noto referendum unilaterale del 2017 e il processo del Tribunal Supremo che condannò in ottobre del 2019 sei membri del governo catalano, la Presidenta del parlamento e due presidenti delle grandi associazioni di massa indipendentiste a pene dai 9 ai 13 anni, si svolsero le elezioni generali che permisero la formazione del primo governo di coalizione della Spagna postfranchista. Fino all’ultimo giorno di campagna elettorale Pedro Sanchez e tutto il PSOE avevano ripetuto che: 1) il problema catalano era un problema di convivenza dentro la regione e non un problema storico e politico da risolvere attraverso un negoziato. 2) la condanna era giusta e avrebbe dovuto essere scontata integralmente. 3) il nuovo governo avrebbe ottenuto l’estradizione dei diversi membri del governo catalano in esilio. 4) che non ci sarebbe stato nessun governo di coalizione con Unidas Podemos. 5) che il nuovo governo non avrebbe cercato accordi con gli indipendentisti catalani e baschi.

In realtà nessuna di queste proposte o previsioni si è poi realizzata. Si può dire che è successo esattamente l’opposto.

Ma questo non è importante ricordarlo solo per qualificare lo spessore politico di Sanchez e la deriva, per non dire degenerazione, della politica spettacolo spagnola. Lo è soprattutto per capire la natura della reazione e dell’opposizione dei tre partiti di destra, dei vertici del potere giudiziario, della maggioranza dei mass media e di parti non piccole degli apparati repressivi dello stato.

Da quando si è formato il governo PSOE Unidas Podemos le destre politiche (PP, VOX e CIUDADANOS) hanno impostato la loro durissima opposizione accusando il governo di essere illegittimo per aver imbrogliato gli elettori in campagna elettorale. Hanno accusato ed accusano Sanchez di aver fatto entrare i comunisti (Unidas Podemos) al governo e di aver fatto un patto con separatisti (ERC) e filoterroristi (BILDU) per ottenere i voti necessari a sopravvivere al governo, svendendo la “patria”, la sua sovranità e il suo modello sociale. Hanno paralizzato l’elezione del nuovo vertice giudiziario (scaduto da due anni e mezzo) per via delle maggioranze qualificate necessarie che senza di loro non si possono attivare. Dal canto loro i vertici del potere giudiziario in diverse occasioni (sarebbe troppo lungo elencarle) hanno manifestato più o meno esplicitamente il loro malessere, per esempio esprimendo il parere (non vincolante ma necessario) totalmente negativo sugli indulti, al contrario di quanto avevano fatto per golpisti, corrotti e organizzatori dei GAL. Anche fra le forze dell’ordine e nell’esercito si è palesata una sorda opposizione al governo.

È in questo clima che il governo PSOE Unidas Podemos (dopo ripetute insistenze di UP) ha “dovuto” fare due cose fondamentali che a tutti gli effetti sono una svolta nella politica spagnola. La prima è riconoscere la natura politica del conflitto fra Generalitat catalana e stato spagnolo e la conseguente necessità di avviare un dialogo bilaterale con il nuovo governo indipendentista catalano. La seconda è la promulgazione degli indulti, varati ufficialmente per “distendere” la situazione e facilitare il dialogo ma anche, senza dirlo, per l’evidente sproporzione delle condanne, per la discutibile applicazione di un reato di sedizione inesistente, per i rovesci nei tribunali del Belgio, Germania, Gran Bretagna ed europei, per ripetute prese di posizione di organismi dell’ONU, del Consiglio d’Europa e di organizzazioni come Amnesty International e così via.

Ma bisogna sapere che sulla strada del dialogo fra governo spagnolo e governo catalano ci sono ancora veri e propri macigni affinché si possa trasformare in un negoziato capace di trovare un compromesso condiviso. A cominciare dalla repressione che è tutt’altro che finita.

La repressione

Gli indulti riguardano nove persone, che per altro non li hanno mai chiesti direttamente, e che hanno rivendicato tutto ciò che hanno fatto considerandolo legittimo. Ma se il governo ha nelle sue disponibilità la promulgazione di provvedimenti di grazia non ha voluto e poi neppure potuto fermare la macchina repressiva che ha investito tutto il movimento indipendentista catalano.

Parliamo di circa 3mila fra investigati, inquisiti, imputati. Fra i quali centinaia di sindaci, decine di funzionari dirigenti di alto livello delle istituzioni catalane, parlamentari e così via. Parliamo del Capo della polizia catalana accusato di REBELION (colpo di stato) e poi di SEDICION, destituito nel 2017 e poi assolto nell’ottobre scorso con una sentenza che dice l’esatto opposto sulla “sedicion” di quella del Tribunal Supremo. Parliamo del Tribunal de Cuentas (che non fa parte del sistema giudiziario e che è nominato dal parlamento) che applica a politici e funzionari della Generalitat (assolti, mai condannati e nemmeno imputati per malversazione) pene pecuniarie che vanno da centinaia di migliaia di euro a più di 3 milioni di euro ciascuno). Parliamo di operazioni di polizia con arresti e uso di corpi speciali, e grancassa mediatica di settimane, contro semplici militanti degli organismi di massa indipendentisti accusati per terrorismo, in modo tale da poter paragonare l’indipendentismo catalano con l’ETA, che due anni dopo sono finite nel nulla con pieno proscioglimento degli imputati.

Se questa repressione, e la sua continuazione, colpisce il movimento popolare indipendentista, nel tentativo di scoraggiarlo, è anche un’ipoteca ed un ostacolo al “dialogo” fra i due governi. E segnatamente è rivolta, anche se indirettamente, contro il PSOE. Mentre si continua, da parte di quelle che in Spagna la stampa chiama “las cloacas del estado” (le fogne dello stato) a montare procedimenti giudiziari basati su prove false contro Podemos. Negli ultimi 7 anni 15 procedimenti giudiziari contro Podems per finanziamento straniero (Iran e Venezuela), fondi in nero, corruzione ecc, avviati con grande clamore di stampa e settimane di talk show dedicati, sono stati alla fine archiviati per l’assoluta infondatezza e mancanza di prove, ma con il silenzio dei mass media spagnoli. Del resto, fin dal suo inizio il movimento indipendentista catalano aveva subito lo stesso trattamento, con la “polizia patriottica” (in Italia si direbbe deviata) impegnata su ordine di ministri del PP a fabbricare, e diffondere attraverso la stampa complice, prove false di corruzione contro esponenti indipendentisti. Come è emerso inequivocabilmente dalle inchieste giudiziarie nei processi in corso.

Insomma, gli indulti che sicuramente hanno dato un segnale di distensione da parte del governo, non hanno risolto nessun problema per quel che concerne la soluzione politica del conflitto. La repressione continua incessantemente e si estende anche contro movimenti sociali spagnoli, contro cantanti condannati ad anni di carcere per il contenuto delle loro canzoni e/o per vilipendio del re. Cui hanno fatto seguito proteste anch’esse represse violentemente e con nuovi casi di incriminazione. L’ultimo caso di qualche giorno fa è un manifestante che durante le cariche della polizia in una manifestazione di due anni fa avrebbe colpito, con l’asta di una bandiera, il braccio di un poliziotto procurandogli una lieve contusione, condannato in primo grado a cinque anni di carcere.

In ultima analisi possiamo dire che in Spagna è in corso un doppio movimento. Se da una parte c’è un governo che nei fatti ha virato a sinistra sul sociale (ma vedremo cosa succederà più avanti sui nodi più importanti del programma di governo che il PSOE è sempre più restio ad implementare) ed ha riconosciuto l’esistenza del conflitto politico catalano, dall’altra parti consistenti dello stato e i partiti di destra si sono arroccati in posizioni e comportamenti palesemente reazionari reiterando ed estremizzando la concezione storica dello stato che non riconosce l’esistenza delle nazioni basca, catalana e galega, che considera abusiva la presenza in parlamento e soprattutto nel governo e nella maggioranza che lo sostiene dei comunisti e dei “separatisti”.

Come si vede è una situazione, oltre che complessa, dagli esiti incerti e probabilmente senza sbocchi positivi.

Si può risolvere il conflitto politico catalano?

Allo stato e per un lungo periodo penso sia impossibile. Perché la destra spagnola è tutt’altro che liberale, ed è intrisa di nazionalismo sciovinista. Ultimamente ha ribadito la propria continuità con il regime franchista nella difesa della monarchia imposta dai ministri di Franco che parteciparono alla redazione della Costituzione del 78, arrivando a dire, come ha fatto il Presidente del PP Casado pochi giorni fa in parlamento, che la guerra civile oppose “coloro che volevano una democrazia senza legge a chi voleva la legge senza democrazia”. In realtà la transizione non è mai stata completata e, come si poteva prevedere facilmente, i nodi irrisolti non spariscono col tempo da soli e finiscono per riapparire con più forza nel pieno di crisi politiche e sociali. La pura continuità dei vertici degli apparati giudiziari, militari e polizieschi che entrarono amnistiati ed intatti nella “democrazia” non solo non li ha epurati con il tempo per motivi generazionali, ma li ha replicati ed arroccati in una posizione per la quale “sentono” di avere la missione di “salvare la patria” dai separatisti e dai comunisti con qualsiasi mezzo. Esattamente come diceva il dittatore. Anche se il disegno, più che evidente, di logorare il governo attuale per sostituirlo alle prossime elezioni con un gabinetto del PP sostenuto da VOX, andasse male, non ci sarebbe, come non c’è oggi la maggioranza qualificata sufficiente per fare riforme costituzionali sui punti imposti dal franchismo e tanto meno per indire un referendum sulla monarchia e per un modello federale o confederale dello stato. Figuriamoci per un referendum di autodeterminazione catalano sul modello canadese o scozzese.

Inoltre il PSOE è diventato un partito monarchico, che nega il diritto all’autodeterminazione delle nazioni catalana, basca e galega. E la stessa deriva ha avuto, in tempi diversi e scontando per questo scissioni ed esodi verso l’indipendentismo, anche il Partito Socialista Catalano.

Mentre è spiegabile il perché la transizione dovette includere i franchisti, accettare la monarchia imposta dalla dittatura e una concezione dello stato fondata sul nazionalismo spagnolo, per legalizzare partiti e sindacati e aprire una nuova fase, non è spiegabile perché ciò che i franchisti imposero con la forza del controllo dell’esercito, della magistratura e degli apparati repressivi, invece che superato nel corso di 40 anni con lunghissimi periodi di governo socialista, sia diventato un dogma e perfino una bandiera del PSOE di oggi.

Passi che oggi purtroppo anche partiti con una lunga storia siano diventati eclettici, senza principi ed interessati solo ad andare al governo per fare qualsiasi politica che gli permetta di restarci. Ma è difficile trovare un partito che nel 1977, nel congresso che precede la redazione della costituzione, propone una repubblica federale con diritto all’autodeterminazione per le nazioni catalana, basca e galega, e quando va al governo diventa monarchico (per giunta con una monarchia instaurata da Franco del 1974), e nel corso degli anni smette di essere federalista e alla fine nega il diritto all’autodeterminazione delle tre nazioni di cui sopra. L’idea del paese e dello stato non dovrebbe essere mai una banderuola dipendente dal marketing elettorale e dalle convenienze del momento.

Per alcuni versi spiace dirlo ma il PSOE e il PSC sono responsabili quanto le destre dell’involuzione della situazione spagnola che ha portato la maggioranza dei catalani su posizioni indipendentiste in tutte le elezioni degli ultimi anni. O forse più delle destre giacché il franchismo è nel DNA del PP in quanto fondato da ministri di Franco, giacché non ha mai condannato la dittatura ed è monarchico fin dalla sua nascita.

Unidas Podemos è una forza repubblicana, che riconosce l’esistenza e il diritto all’autodeterminazione delle diverse nazioni che insistono sul territorio dello stato, che ha condannato e condanna la repressione, che ha proposto una riforma del codice penale per eliminare il delitto di sedizione sia per annullare le cause contro l’indipendentismo sia per evitare che possa essere applicato anche contro movimenti sociali e sindacali, che ha sostenuto con forza la necessità di aprire un negoziato fra Generalitat e governo spagnolo.

Ma nella sua politica ci sono due problemi. Il primo è che il PSOE ha le posizioni che ha e quindi fa il minimo indispensabile solo per mantenersi al governo. Il secondo, ben più serio, è che pur volendo una repubblica federale con diritto all’autodeterminazione per la Catalunya, non è in grado di indicare una strada credibile per ottenere questi due obiettivi. Una cosa è parlare di repubblica e di diritto all’autodeterminazione in astratto, criticando l’unilateralismo degli indipendentisti e le loro pratiche di disobbedienza civile pacifica di massa e istituzionale come avventuriste, ed un’altra è offrire una proposta efficace e percorribile. Una cosa è parlare di repubblica federale e autodeterminazione per 40 anni come prospettiva “ideale” come hanno sempre fatto il PCE e Izquierda Unida, ed un’altra è ripeterle in presenza di un movimento popolare e di massa che rivendica qui e subito la Repubblica Catalana. E con un’opinione pubblica catalana nella quale in tutti i sondaggi d’opinione degli ultimi anni i favorevoli ad un referendum oscillano tra il 70% e l’80%.

Questi sono i motivi che mi inducono ad essere pessimista circa la possibilità di risolvere il conflitto in tempi ragionevoli e democraticamente. Anche perché il movimento indipendentista non è uscito indenne dalla repressione ed è affiorata una divisione fino ad ora irrisolta.

Il movimento indipendentista

Dal referendum in poi il movimento è diviso fra due impostazioni e prospettive alternative fra loro. Per alcuni versi incompatibili fra loro. Questo è il frutto avvelenato della repressione che l’ha colpito, ma anche di una divisione politica propria. Da una parte Junts per Catalunya, guidata dall’ex Presidente Carles Puigdemont dall’esilio, che non si fida del “dialogo” e pensa sia necessario continuare uno scontro pacifico e democratico ma molto determinato con lo stato, fino ad ottenere i rapporti di forza, e il supporto di una parte della comunità internazionale, sufficienti ad obbligare il governo a negoziare un referendum. E su questo punto anche l’indipendentismo di estrema sinistra della CUP e, con qualche piccola differenza le due grandi associazioni di massa, sono sostanzialmente d’accordo.

E dall’altro Esquerra Republicana de Catalunya, che è cresciuta molto elettoralmente ed ora, per la prima volta dalla Seconda Repubblica, guida il governo catalano. ERC propone di lavorare per un lungo periodo all’allargamento della base sociale dell’indipendentismo con politiche economiche e sociali di sinistra, di sfruttare fino in fondo i propri voti determinanti per la vita del governo di Unidas Podemos condizionandolo il più possibile, anche sostenendo dall’esterno le rivendicazioni economiche e sociali di UP dentro il governo (e su questo ha stretto un patto di unità d’azione con Bildu), di mettere alla prova il governo spagnolo al tavolo di negoziato.

Alla fine di lunghe trattative il punto di compromesso fra ERC, Junts per Catalunya e CUP è un programma di governo avanzato sui temi sociali (concordato da ERC con la CUP e subito da Junts) e negoziato con il governo spagnolo, ma con scadenza di due anni, alla fine dei quali i tre partiti indipendentisti dovranno fare una verifica e un bilancio, insieme alle due associazioni di massa, e discutere se continuare il negoziato o riprendere la via unilaterale. Il tavolo fra governo catalano e spagnolo inizierà a metà settembre. Gli indipendentisti hanno già detto che la loro proposta di partenza sono l’amnistia e il referendum di autodeterminazione. Il governo spagnolo, al netto di dichiarazioni negative estemporanee di esponenti del PSOE, dovrà presentare una propria proposta di soluzione politica del conflitto. Come sempre succede in casi simili si parte ovviamente da posizioni contrapposte. Resterà da vedere quale sarà la reale volontà politica di negoziare sul serio e di non usare il negoziato per tirarla in lungo con la speranza, che fino ad ora ha dato frutti opposti, che il movimento indipendentista catalano rifluisca o si rassegni.

ramon mantovani

pubblicato il 14 luglio 2021 su Transform Italia e su http://www.rifondazione.it