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Siria, la guerra totale

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 settembre, 2013 by ramon mantovani

È impossibile capire quanto sta avvenendo in Siria e in Medio Oriente senza una chiave di lettura capace di individuare il motore di una immensa destabilizzazione di tutta l’area, che ha agito negli ultimi venti anni, a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ogni altra interpretazione dei sommovimenti, delle guerre civili e delle tensioni fra gli stati dell’area, per quanto parzialmente fondata sulla descrizione di episodi ed avvenimenti, si è rivelata incapace di elaborare previsioni azzeccate e soprattutto di fornire la base per una soluzione politica e negoziata dei conflitti armati e non, che incendiano tutto il Medio Oriente.

Anzi, a dire il vero, appare sempre più chiaro, per lo meno agli occhi di chi ha conservato un minimo di spirito critico, la natura strumentale e propagandistica delle sofisticate campagne di disinformazione di massa perpetrate dai mass media “occidentali”.

Stando alla pubblicistica corrente, per non parlare delle comparsate in TV di “esperti” capaci di dire, anche a distanza di poche settimane, tutto e il contrario di tutto, in Siria sarebbe in corso una “rivolta” popolare contro un regime dittatoriale. I “rivoltosi” o “insorti” che dir si voglia sarebbero una formazione composita ed anche inquinata da settori del fondamentalismo islamico, ma tutto sommato tesa a conquistare libertà e democrazia. Le potenze occidentali, USA e paesi ex colonialisti europei, sarebbero dilaniati dalla contraddizione di voler, da una parte, assolvere al proprio compito “storico” di promuovere ed esportare la democrazia, e dall’altra di rapportarsi agli stati dell’area secondo le norme del diritto internazionale, anche coltivando più o meno inconfessabili rapporti vantaggiosi con i singoli regimi al potere negli stati dell’area.

Se non stessimo parlando di morte, distruzione, esodi di massa, si potrebbe davvero ridere nel sentire gli inventori, storici utilizzatori e venditori delle armi di sterminio di massa, accusare qualcuno di utilizzarle in una guerra civile senza esclusione di colpi, per giustificare interventi militari a favore di una fazione in lotta nella guerra civile. Fazione che si è armata ed incoraggiata a produrre una guerra civile al fine di rovesciare un regime non addomesticato agli interessi imperialistici e neocolonialisti occidentali e che, nel caso, si deve sostenere attivamente dal punto di vista militare fornendo dall’esterno quella superiorità aerea che gli manca per compiere la propria missione, come è già avvenuto in Libia.

È davvero stupefacente osservare come sia possibile che capi di stato, considerati (sic) “progressisti” e di “sinistra” come Obama e Hollande, possano sostenere e proporre di violare ogni norma del diritto internazionale, di annullare l’ONU che rimane l’unica sede di mediazione pacifica della comunità mondiale o di ridurla a notaio di accordi tra le potenze sottoscritti in sedi informali o, peggio ancora, in sede di alleanze di parte, come il G8 o la NATO. Le “notizie” fabbricate dai servizi di intelligenza amplificate acriticamente dal 90 % dei mass media, ed anche in internet, sono buone per manipolare un’opinione pubblica sempre più disinformata. Lo sono meno per ancorare una discussione seria fra gli stati nei luoghi preposti dal diritto internazionale. Ma anche in questo caso servono per presentare, come successe in Bosnia e poi nel Kosovo, una comunità internazionale divisa fra volenterosi amanti dei diritti umani e cinici indifferenti e complici del male assoluto. E per spiegare, quindi, la necessità di agire in proprio nel nome del bene.

Certo, col passare del tempo e le numerose smentite che la cronaca, se non la storia, ha prodotto dei molti pretesti con i quali si sono giustificate intraprese guerresche occidentali, le parole di Obama e di Hollande mostrano sempre più la corda. Tuttavia non bisogna sottovalutare la funzione di traino esercitato in questo momento da USA e Francia, che infatti incassano firme su documenti che sostanzialmente, anche se non immediatamente, giudicano e condannano il governo Assad ed implicitamente chiudono i varchi e gli spiragli di una qualsiasi soluzione negoziata del conflitto. E costringono Russia e Cina ad un ruolo comprimario e refrattario, proprio perché incapace ed impossibilitato a promuovere una soluzione negoziata in sede internazionale ed in sede locale fra le diverse fazioni in lotta.

Per meglio comprendere cosa stia succedendo realmente bisogna fare alcuni passi indietro, perché come ho accennato all’inizio esiste una spiegazione che può illuminare lo scenario, rimuovendo le ombre prodotte dalla disinformazione e dalle spiegazioni episodiche e superficiali interessate.

Proprio in questi giorni si può sentire parlare ripetutamente del “fallimento della guerra in Iraq”. Certamente, rispetto agli obiettivi proclamati, e giustificati con clamorosi falsi, l’avventura della Coalizione dei Volenterosi e della guerra illegale e unilaterale, si potrebbe parlare di pieno fallimento. L’Iraq è tutt’altro che pacificato e in realtà ormai gran parte del Medio Oriente è stato destabilizzato, anche sul piano interno ai singoli paesi. Il conflitto israeliano palestinese si è aggravato ed aggrovigliato maggiormente. E tutto ciò ha prodotto e produce conflitti armati, che per altro sono un buon mercato per i produttori di armamenti, decine di migliaia di morti e milioni di profughi.

Basta considerare questo apparente fallimento come il vero obiettivo, invece di credere ai pretesti e alle veline della CIA, e si può scoprire che tutta la strategia iniziata con la Prima Guerra del Golfo ha avuto pieno successo.

Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia si sarebbe potuto procedere ad una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e all’implementazione dell’articolo dello Statuto dell’ONU che prevede la formazione di una forza militare internazionale utile a svolgere la funzione di polizia internazionale. Si sarebbe cioè potuto evitare che la fine della guerra fredda sboccasse in un governo unilaterale del mondo da parte dei paesi ricchi e promuovere in ogni dove la soluzione negoziata e politica dei conflitti armati.

Invece è successo il contrario. L’ONU è stata fatta apparire agli occhi del mondo come incapace di risolvere i conflitti. Notevole il caso della Bosnia dove USA e diverse altre potenze occidentali si sono rifiutate di fornire i Caschi Blu necessari ad interporsi alle fazioni in lotta per imporre una soluzione negoziata, al fine di lasciar aggravare il conflitto allo scopo di giustificare l’intervento diretto della NATO. O è stata cancellata, scavalcata ed umiliata come nel caso della guerra in Yugoslavia e in Iraq. Sempre è stata ridotta al ruolo di notaio utile solo a ratificare le situazioni di fatto emerse dagli interventi unilaterali o a fornire un avallo pseudo legale a monte degli stessi.

Ne è scaturito un mondo nel quale i paesi ricchi, o occidentali che dir si voglia, hanno rilanciato la NATO come autoproclamato gendarme del mondo. Per questo invece che sciogliersi in assenza del nemico storico si è rafforzata ed allargata notevolmente. E gli USA hanno usato con sapienza l’unilateralismo e il multilateralismo, la ricerca della risoluzione del Consiglio di Sicurezza atto a giustificare le guerre o la più spudorata illegalità extra-ONU, al fine di continuare ad esercitare un ruolo egemonico fondato sulla pura e semplice potenza militare.

Un mondo nel quale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza trovano applicazione solo se sono promosse o sposate da alleanze o potenze militari di parte o nel quale queste ultime possono agire come vogliono anche senza nemmeno una riunione del Consiglio di Sicurezza è un mondo governato da una dittatura, nel senso pieno del termine.

È come, mi si permetta un paragone suggestivo ma non per questo non pertinente, uno stato nel quale governo e parlamento non hanno la polizia a disposizione per fare applicare le leggi. Se la polizia è quella privata della decina di famiglie più ricche quali leggi saranno fatte applicare e quali no? Se le polizie private agiscono fuori dalla legge o contro la legge chi potrà impedirglielo?

La strategia della “guerra permanente”, la confezione delle giustificazioni “umanitarie” per le guerre guerreggiate, l’unilateralismo statunitense o l’unilateralismo occidentale ancorché definito “multilateralismo”, hanno scientemente destabilizzato il Medio Oriente al fine di rilanciare il dominio occidentale. Hanno messo perfettamente nel conto che la destabilizzazione avrebbe prodotto conflitti interreligiosi, interetnici ed avrebbe esasperato le tensioni fra i singoli stati dell’area. Solo sprovveduti in buona fede (che sono sempre i più pericolosi) o bugiardi in mala fede potevano e possono pensare che USA ed alleati possano essere sorpresi dalla non pacificazione dell’Iraq e di tutta l’area. La prova più evidente è che il proclamato nemico giurato, il terrorismo fondamentalista islamico, è stato più volte armato e utilizzato o favorito di fatto con totale cinismo. Ed è quel che sta avvenendo in queste ore in Siria.

I centri studi e le agenzie di intelligenza degli USA e dei paesi della NATO sanno benissimo che i regimi, perché di regimi si tratta, scaturiti nel periodo della decolonizzazione e nel quadro della guerra fredda, al potere in stati multietnici e multi religiosi tendenzialmente ingovernabili se non in modo autoritario non possono essere sostituiti da “democrazie occidentali”. Sanno benissimo che quegli stati possono deflagrare o produrre conflitti e guerre civili di lungo periodo. Sanno benissimo che in tutto questo per sterminate masse aumenta la credibilità del fondamentalismo islamico. Ma è esattamente questo l’obiettivo che permette di perpetuare, con le ovvie produzioni spettacolari di pretesti e di giustificazioni, il rilancio della potenza militare come leva egemonica e di dominio del mondo, proprio quando il sistema economico capitalistico produce contraddizioni e disastri sociali che ne mettono in evidenza la vera natura.

Qualche giorno fa sul Manifesto in un bell’articolo Annamaria Rivera si chiedeva che fine abbia fatto il movimento pacifista, che all’epoca della guerra in Iraq fu definito “la seconda potenza mondiale”.

A mio modestissimo parere, per quanto percorso e positivamente intriso di ripudio etico della guerra e della violenza, non può esistere un movimento pacifista che non sia capace di analizzare le tendenze di fondo economiche e geopolitiche che producono le guerre. Le spiegazioni etiche e semplificate non solo si rivelano incapaci di fermare le guerre, ma risultano inadatte a produrre alternative concrete ed obiettivi realisticamente realizzabili. Non si tratta di cinismo o minimalismo. Si tratta di avere una politica o meno.

Se le considerazioni esposte in questo articolo hanno anche un minimo fondamento bisognerebbe che il movimento pacifista (ed aggiungo: la sinistra degna di questo nome) dovrebbero saper dire:

1) la guerra civile in Siria non può essere risolta se non con un negoziato politico e con la ricerca di un nuovo assetto politico istituzionale che sia rispettoso delle etnie e religioni tutte.

2) nel Consiglio di Sicurezza si dovrebbe discutere di una missione di pace sotto il comando diretto dell’ONU (come quella in Libano) che svolga la funzione di interposizione e di tutela delle popolazioni civili.

3) le coalizioni a geometria variabile e la NATO devono essere superate in favore della piena assunzione da parte dell’ONU della funzione di polizia internazionale.

4) l’Italia deve dichiarare di non partecipare e nessuna missione militare che non sia di Caschi Blu e che non abbia come obiettivo l’arresto dei conflitti armati e la soluzione politica degli stessi. Deve conseguentemente riformare il proprio modello di difesa e rimettere in discussione l’appartenenza alla NATO.

Senza questi obiettivi politici, od altri analoghi e altrettanto realistici sui quali si può proficuamente discutere, i pacifisti sono destinati a dividersi inesorabilmente e ad essere subalterni, nonostante la radicalità delle posizioni etiche, alla imperante politica di guerra. Sono destinati a scendere in piazza contro Bush insieme agli apologeti della guerra umanitaria in Kosovo, a riporre malamente le proprie speranze in Obama o in Hollande. Sono destinati cioè ad essere impotenti contro la guerra.

 

ramon mantovani

 

pubblicato sul sito www.scenariglobali.it il 10 settembre 2013

 

Ora la Libia è sul mercato

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto, 2011 by ramon mantovani

La guerra in Libia sta concludendosi? Pare di si. O forse no, perché le guerre civili non si concludono facilmente. Ma il bilancio, provvisorio, di questa guerra sembra abbastanza chiaro. Almeno per chi ha occhi per vedere e non ha mandato il cervello all’ammasso. Nessuna delle menzogne, dei falsi pretesti e delle suggestioni abilmente propalate dal sistema di disinformazione e di manipolazione delle opinioni pubbliche mondiali ha resistito alla prova dei fatti. Nessun principio e nessuna legge del diritto internazionale è stata rispettata. In Libia c’era e c’è senza ombra di dubbio un regime oligarchico, per non dire familiare, oppressivo e per molti aspetti grottesco. Ma si possono citare almeno una decina di altri paesi retti da regimi simili, che hanno recentemente represso nel sangue rivolte popolari, considerati “amici” dell’occidente, alcuni dei quali hanno perfino partecipato alla “protezione dei civili” in Libia. In Libia non c’è stata, come in Tunisia e in Egitto, una rivolta popolare spontanea provocata dalla crisi bensì un’insurrezione a base territoriale (quanto ispirata e fomentata da potenze straniere e da un parte dello stesso regime libico si vedrà presto) guidata dall’ex ministro della giustizia di Gheddafi e da un tale Mahmud Jibril. Quest’ultimo, poco prima della “ribellione” aveva dovuto dimettersi dall’incarico di responsabile della politica economica del governo di Gheddafi, in quanto le sue proposte di liberalizzazioni e privatizzazioni erano state bocciate. Se Gheddafi le avesse accettate ci sarebbe stata la guerra? Oggi Jibril è il capo del governo provvisorio dei “ribelli”. E’ indaffarato, più che a combattere, a girare per il mondo trattando sulle liberalizzazioni e privatizzazioni che il regime libico aveva scartato. Solo un’illegale risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (illegale in quanto l’ONU non può promuovere alcuna azione militare senza aver prima esplorato ogni iniziativa politica e diplomatica) e solo la violazione della stessa risoluzione ONU (violazione perché prevedeva che nessuna arma avrebbe potuto essere fornita sia al governo sia ai “ribelli” ed escludeva ogni azione atta a rimuovere Gheddafi dal potere), insieme all’intervento della NATO come aviazione di una delle parti in causa, hanno prodotto la sconfitta di una parte del regime ad opera di un’altra parte del regime. I morti civili, la distruzione delle infrastrutture del paese e l’esodo di centinaia di migliaia di immigrati in Libia da altri paesi africani, sono stati considerati un prezzo da pagare ben volentieri per mettere le mani sul petrolio libico e per smantellare l’ottimo welfare pubblico che ai libici garantiva lavoro, sanità, istruzione e abitazioni. Senza dimenticare l’obiettivo politico del rilancio ulteriore della NATO come gendarme del mondo e della trasformazione dell’ONU in notaio delle decisioni dei paesi ricchi (con mormorii senza uso del potere di veto di Russia e Cina). Eccolo il bel multilateralismo di Obama! E degli europei, tra i quali gli apologeti più convinti di ogni distruzione del diritto internazionale, delle guerre umanitarie e dello strapotere della NATO sono gli esponenti del Partito Socialista Europeo e in Italia del PD e della corte dei pennivendoli tanto ostili a Berlusconi quanto guerrafondai. Come fu ai bei tempi della guerra del Kosovo, anche quella condotta come aviazione di una parte contro l’altra, presentata come difesa umanitaria dei civili. Multilateralismo per fare la guerra allo scopo di spartirsi il bottino. Costituito da contratti sul petrolio ben più vantaggiosi per le multinazionali di quelli attuali e da usare come antidoto alla politica petrolifera del Venezuela, dell’OPEC e dei paesi dell’ALBA. Costituito da sicuri investimenti (con relative delocalizzazioni in Italia ed Europa) in tutti i settori economici fino ad ora pubblici per l’orda famelica delle imprese europee. Le stesse che a migliaia hanno saccheggiato Tunisia ed Egitto negli ultimi due decenni. Multilateralismo che vacillerà, come del resto era incerto all’inizio di questa pessima storia quando USA, Francia e Germania avevano posizioni diverse, appena il signor Jibril dovrà “decidere” quali compagnie petrolifere dovranno godere di più, a cominciare dall’ENI. Nelle prossime ore, giorni e settimane si riuniranno i vertici politici della NATO e del Gruppo di Contatto. In quelle sedi si misureranno i rapporti di forza interni al multilateralismo, e il peso delle bombe sganciate da ognuno acquisterà un peso politico. Probabilmente la guerra civile libica continuerà in altre forme, e basterà etichettare i seguaci di Gheddafi come terroristi per giustificare ogni tipo di repressione. Poi l’ONU ratificherà e metterà un timbro. Come è dovere dei notai. Infine, va pur detto che fra le vittime di questa guerra c’è il movimento pacifista. Travolto dalle truppe dei manipolatori dell’opinione pubblica e in parte arruolato nei corpi scelti d’elite dei guerrafondai umanitari.

Che riposi in pace!

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 25 agosto 2011

Il golpe in Honduras e l’ipocrisia USA.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , on 27 settembre, 2009 by ramon mantovani

Il ritorno del Presidente Manuel Zelaya in Honduras e l’ospitalità concessa dall’Ambasciata del Brasile, con gli onori dovuti ad un Capo di Stato in carica, hanno forse definitivamente messo fine alle diverse manovre in atto per legittimare, di fatto, gli effetti del golpe militare di Micheletti. La presenza del Presidente legittimo sul suolo hondureño, a dispetto delle misure straordinarie messe in atto dai golpisti per impedirlo, mette tutti di fronte alle proprie responsabilità. Ora non è più possibile che qualcuno lavori senza smascherarsi per finte soluzioni, tipo nuove elezioni senza Zelaya o accordi di mediazione (come l’Accordo di San Josè prodotto dal governo del Costa Rica), che comunque legittimerebbero la defenestrazione di Zelaya per mano dei militari. Da una parte c’è un possente Fronte Nazionale di Resistenza (cresciuto nonostante le violente repressioni e il coprifuoco) e diversi governi latino americani, che si stringono intorno a Zelaya ed assediano politicamente i militari che assediano fisicamente l’Ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Dall’altra i golpisti e i loro alleati più o meno occulti.

Sono ore decisive. Per l’Honduras e per l’America Latina.

All’ONU, intanto, dalla tribuna dell’Assemblea Generale, i governi si sono schierati. Oltre alle dichiarazioni in favore di Zelaya del Brasile, del Venezuela, dell’Uruguay, dell’Argentina ed altri ci sono le ambigue posizioni dei governi socialisti del Chile e della Spagna, che chiedono l’attuazione degli Accordi di San Josè o non meglio precisate azioni diplomatiche di mediazione. Come a dire che Micheletti se ne deve andare ma che bisogna tornare a prima di Zelaya.

Questi governi, insieme a quello USA di Obama, non possono tollerare che un altro paese dell’area intraprenda azioni contro le multinazionali, contro il Fondo Monetario e si incammini sulla strada dell’anticapitalismo. Basti pensare al fatto che le misure “antigolpe” degli USA prevedono l’interruzione dei rapporti commerciali ma non, guarda caso, il funzionamento del fondo “per la democrazia” con il quale si finanziano tutt’ora i golpisti venezuelani.

Ora si vedrà in cosa consiste il “cambio” di atteggiamento promesso dall’Amministrazione Obama nei confronti dell’America Latina.

Ciò che si è visto finora è esattamente il contrario di quello che molti illusi speravano.

Nessuno può credere che l’esercito hondureño si muova senza che il governo USA sappia e voglia. Solo degli inguaribili strabici possono far finta di non vedere il collegamento fra la recrudescenza della guerra civile in Colombia, le nuove sette basi militari USA in quel paese e il nuovo dispiegamento della IV Flotta al largo delle coste brasiliane e venezuelane. Solo dei finti ingenui possono pensare davvero che tutto questo sia “lotta al narcotraffico”.

Si tratta del tentativo di destabilizzare permanentemente l’area, di trasformare la Colombia in una sorta di Israele della zona, e di indurre ogni governo Latino Americano alla “prudenza” nei confronti degli interessi sensibili delle multinazionali, degli USA e dei paesi europei.

Chi sperava che Zelaya fosse neutralizzato con lo status di esule in Nicaragua o in un altro paese è servito!

Chi sperava che fosse possibile coniugare la condanna del golpe alla subdola realizzazione degli obiettivi dei golpisti è servito!

Il coraggio di Zelaya toglie spazio, oggi, a una dittatura militare o a una normalizzazione fondata sulla sua estromissione dal potere e un ritorno al sistema oligarchico mascherato da democrazia. Già nelle prime 48 ore di presenza presso l’Ambasciata brasiliana si recano da Zelaya esponenti della società civile e della politica hondureña, compresi emissari del governo golpista. A questi ultimi, che hanno proposto le dimissioni di Micheletti e la scelta concordata di un terzo presidente, Zelaya ha risposto: “Sarebbe un altro golpe! Ne hanno fatto uno e ne vogliono fare un altro!”.

Nelle prossime ore ci saranno sicuramente ulteriori sviluppi. Bisogna seguirli con attenzione.

Questa partita non finirà con un pareggio. Se Zelaya tornerà al suo posto sarà un’inequivocabile vittoria popolare. Se non ci tornerà sarà la vittoria di chi vuole fare dell’Honduras il precedente per normalizzare tutto il continente americano.

In mezzo non si può stare.

ramon mantovani


pubblicato su Liberazione il 26 settembre 2009

La commedia del G8 è finita? No, continua!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 luglio, 2009 by ramon mantovani

Il vertice del G8 è finito. C’è chi dice che è stato un fallimento. Chi un successo. C’è chi ha protestato perché lo considera illegittimo e chi ha sperato che assumesse decisioni importanti. Soprattutto, come al solito, in Italia tutto è filtrato attraverso lo stretto buco della serratura della politichetta italiana.

Bisogna andare con un certo ordine per discutere seriamente del G8. Proviamoci.

Che cos’è il G8? Questa può sembrare una domanda superflua. Invece la maggior disinformazione è proprio relativa alla natura e alla funzione del G8. Ci sono decine di giornalisti televisivi e della carta stampata oltre che parlamentari, politici, sindacalisti (anche di sinistra) che non sanno (o fanno finta di non sapere) che cosa sia veramente il G8.

Quindi vale la pena di tornarci.

Il G7 nasce all’indomani della crisi petrolifera del 1973, della decisione statunitense di rendere inconvertibile il dollaro in oro e della conseguente fine del sistema monetario dei cambi fissi. Nasce come incontro informale ed episodico affinché i paesi più industrializzati (cioè quelli con il PIL più grande in assoluto) possano discutere delle diverse instabilità nel campo dei prezzi petroliferi, della finanza e del commercio. Ne fanno parte USA, Gran Bretagna, Giappone, Francia, Germania, Italia e Canada. Ma “ne fanno parte” è un’espressione imprecisa perché il G7 è e resta un incontro informale. Al contrario che per tutte le altre istituzioni internazionali i paesi non firmano nessun trattato che preveda diritti e doveri e, grazie all’informalità, i parlamenti nazionali non hanno nessun diritto da far valere prima o dopo i vertici perché, appunto, si tratta di conversazioni informali. Le “decisioni” che vengono prese (e non possono essere prese che attraverso documenti scritti con il metodo del consenso non essendo prevista nessuna votazione a maggioranza semplice o qualificata) non hanno e non possono avere nessun sistema di sanzioni o controlli circa la loro effettiva applicazione. Tecnicamente, quindi, non si tratta di decisioni bensì di “impegni”, di promesse e di intenzioni delle quali poi i singoli governi possono tenere conto a loro piacimento.

Diciamo pure che fino all’inizio degli anni 90, e cioè fino ad un importante cambio della natura del G7/G8, sebbene esistano istituzioni internazionali (per quanto ademocratiche o antidemocratiche come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) competenti nel campo dell’economia) il G7 si giustifica come riunione informale fra i 7 più ricchi per predeterminare gli orientamenti delle organizzazioni di cui sopra. Sia perché gli USA pur possedendo da soli di fatto il diritto di veto nel FMI sono interessati a costruire consenso intorno a scelte economiche e finanziarie in modo che il FMI non si paralizzi sia per egemonizzare l’altra trentina di paesi ricchi che fanno parte dell’OCSE. Inoltre, sempre negli anni 80, attraverso il G7 si discute, seppur informalmente, in un importante vertice dei paesi più ricchi, associando Giappone, Germania e Italia che non sono paesi membri permanenti e con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Negli anni 90 cambia tutto.

Il sistema del socialismo reale è dissolto e non c’è più angolo del pianeta estraneo al sistema capitalistico. La globalizzazione avanza. Le istituzioni e gli organismi economici e commerciali implementano una potente liberalizzazione dei mercati di beni e servizi, impongono politiche di ristrutturazione dei bilanci allo scopo di privatizzare tutto ed accompagnano ed in parte producono una violenta finanziarizzazione del capitalismo insieme ad una possente concentrazione del capitale. Basti pensare che dall’inizio degli anni 80 alla fine degli anni 90 le società multinazionali da 600 sono diventate 40.000 e che le principali 200 controllano più di un terzo di tutto ciò che si produce in industria, agricoltura e servizi. Questo processo colossale è e rimane in gran parte incompreso soprattutto per le sue conseguenze sociali, culturali e politiche. Ma non è questa la sede per affrontare un simile problema.

Una cosa, però, è certa.

Il G7 quando discute di economia, finanza e commercio assume la funzione di “aiutare” e favorire FMI, Banca Mondiale, OCSE e WTO nel lavoro di implementazione della globalizzazione capitalistica e soprattutto, ed è qui il cambiamento epocale, incomincia a discutere di politica. Il G7, cioè, discute di cose che sono di competenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di tutte le sue più importanti agenzie.

Proprio quando sarebbe logico, a 50 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e alla fine della guerra fredda, riformare l’ONU e soprattutto il Consiglio di Sicurezza, inizia un violentissimo attacco all’ONU (gli USA non pagano nemmeno più le quote loro spettanti). Il G7 inizia a concludere i propri vertici intavolando discussioni, anch’esse informali, con la Russia. Fino all’inclusione della Russia nel G8. Alla fine degli anni 90 il G8, nel corso della guerra contro la Yugoslavia che è iniziata senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza ne abbia discusso, si riunisce e “decide” le condizioni per mettere fine alla guerra. Al Consiglio di Sicurezza non resta che ratificare a posteriori.

Più chiaro di così si muore!

Sebbene il G7 continui a riunirsi per discutere di finanza senza la Russia il G8 è ormai diventato un direttorio mondiale che palesemente si sostituisce, svuotandola dei poteri più importanti, all’ONU.

Questo aspetto della mutazione della natura del G8 è imperante tutt’ora.

Negli anni 2000 il G8, oltre a subire durissime contestazioni da parte del movimento no-global e da parte di diversi paesi poveri ed anzi, proprio per questo, tenta operazioni di immagine per contrastare l’impopolarità crescente. Si inizia proprio a Genova dove con una mano (internazionale) si reprime violentemente il movimento tentando di criminalizzarlo e con l’altra si “apre” ai paesi poveri. Ma anche le “aperture” sono ambivalenti. A Genova, per esempio, si “decide” di istituire un fondo per la lotta contro l’AIDS. Ogni paese contribuisce volontariamente (al buon cuore), non si toccano i brevetti dei medicinali, facendo un bel favore alle multinazionali farmaceutiche e soprattutto si assesta un colpo mortale all’Organizzazione Mondiale della Sanità. In altre parole i ricchi si riuniscono, ascoltano le richieste di elemosina dei poveri, e siccome sono efficienti, al contrario dell’ONU, mettono subito mano al portafoglio. Un altro passo per il G8 direttorio mondiale è compiuto. Non importa se poi 5 anni dopo si scopre che i fondi ci sono solo in minima parte e quasi nulla si può sapere di dove sono finiti realmente. Tanto le “decisioni” del G8 non sono mica vincolanti per davvero!

Ma a Genova la manovra riesce solo parzialmente. Nel corso degli anni 2000 il G8 subisce le contestazioni (ed è per questo che non si celebrerà più in una grande città bensì in luoghi sempre più irraggiungibili) e soprattutto il processo di globalizzazione scricchiola. Il WTO non ha più approvato uno straccio di accordo commerciale perché ormai i governi, soprattutto quelli dei paesi cosiddetti emergenti, subiscono l’influenza della contestazione e non possono più firmare accordi capestro senza pagare le conseguenze in termini di consenso. La liberalizzazione del commercio decisa negli anni 80 produce le sue conseguenze sociali in termini di migrazioni bibliche, di precarizzazione e svalorizzazione del lavoro. Soprattutto in America Latina sorgono esperienze di lotta e di governo che cominciano a mettere in discussione con fatti l’egemonia capitalistica. La finanziarizzazione è fuori controllo dal punto di vista della dimensione del capitale speculativo e per le conseguenze delle sue crisi ricorrenti. Le guerre in corso, come prevedibile, non costruiscono stabilità ma al contrario raggiungono il vero obiettivo di distruggere l’ordine internazionale esistente.

Cosa fare di fronte a tutto ciò?

I governi dei paesi ricchi, se vogliono rimanere tali, devono inaugurare una nuova fase politica.

Per rimettere in discussione i capisaldi delle politiche liberiste e della guerra? No, nella maniera più assoluta. Riformando l’ONU e democratizzando il sistema di relazioni internazionali? Macché!

La nuova fase è semplicemente l’allargamento del G8 ai paesi “emergenti”, la celebrazione di G8 o 14 o 20 fa lo stesso di ministri competenti su tutto lo scibile umano assestando un altro colpo mortale alle agenzie dell’ONU e una bella operazione di immagine attraverso altre elemosine (finte o vere fa poca differenza).

Basta leggere i resoconti, per quanto superficiali e apologetici, delle discussioni e delle “decisioni” dell’ultimo G8 in Italia per rendersi conto che la “nuova fase politica” sotto l’egida di Obama è solo l’adattamento dell’immutata strategia di dominio del mondo.

Per carità, nessun protezionismo! Speriamo che si possa concludere il Doha round del WTO nel 2010! Mettiamo qualche regoletta alle transazioni finanziarie al fine di impedire che il sistema uccida se stesso ma senza (non sia mai!) mettere in discussione la dittatura del mercato. E, dulcis in fundo, elargiamo una ventina di miliardi di dollari di beneficenza (che in grandissima parte erano già stati decisi e mai versati). E tutto questo si fa meglio mettendo da parte l’unilateralismo di Bush, che pretendeva di battere strade che gli atri avrebbero poi dovuto seguire con le buone o con le cattive, e tornando al multilateralismo che piace tanto ad Obama e a quella parte della sinistra che in Europa ha sposato le politiche liberiste.

Intanto, che ne è del movimento che si oppone a tutto questo?

Nel mondo cresce in forza e consapevolezza. Si allarga ed influisce direttamente o indirettamente nelle politiche di un numero sempre crescente di paesi.

Ma in Italia, al netto delle idiozie sui numeri di manifestazioni in luoghi inaccessibili e in giorni feriali, sembra essere in crisi.

E’ passata, da Genova in poi, molta acqua sotto i ponti.

Una parte di coloro che furono a Genova oggi fanno parte della “Coalizione italiana contro la povertà”. Che io chiamo senza credere di esagerare la Coalizione dei servi. Oltre alla CGIL diverse ONG ed Associazioni della cosiddetta società civile, e che vivono però di finanziamenti pubblici, dopo aver per anni denunciato l’illegittimità del G8 ed aver sottoscritto documenti e proclami radicalissimi ai social forum mondiali ed europei, si sono ammucchiati con ACLI, UIL ed altre organizzazioni che ai tempi di Genova attaccavano durissimamente il Genoa Social Forum, con l’obiettivo di “pressare il G8”!

Sul sito di questa coalizione l’ultimo aggiornamento, oggi sabato 11 luglio, è relativo al seguente comunicato:

G8, GCAP:”BERLUSCONI CONSEGNA AI LEADER G8 L’APPUNTO RICEVUTO DALLA COALIZIONE IL 2 LUGLIO”.

“Per la Coalizione questo è un importante traguardo raggiunto, la pressione esercitata sul Governo ha funzionato. Ora il documento è nelle mani di chi ha la possibilità di tradurre le nostre proposte in scelte politiche efficaci. Se ciò non accadesse, sarebbe un ulteriore motivo per sancire l’inefficacia e l’inutilità di vertici come questo”.

Inefficacia? Inutilità?

Solo dei servi consapevoli di esserlo e dei mentitori patentati possono usare queste parole per un vertice che invece è efficacissimo ed utilissimo, anche se per altri scopi.

O credono davvero questi signori, alcuni dei quali per anni hanno detto che il vertice è illegittimo, che facendo una supplica ai potenti si possa ottenere la soluzione dei problemi del mondo?

Ma lasciamo perdere la miseria di chi tenta di legittimare il G8 pur facendo finta di chiedere cose giuste e di criticarlo blandamente.

Abbiamo ben altri problemi.

Il movimento in Italia c’è, se stiamo ai contenuti. Ma è diviso perfino sulle forme e sui tempi con cui manifestare. E’ inutile negarlo.

Oltre alle evidenti piccole logiche egemonistiche di organizzazioni che cercano spasmodicamente la “visibilità” fine a se stessa ed ottenuta con la ricerca del dettaglio che divide rispetto al molto che unisce, abbiamo soprattutto il prevalere dell’assolutizzazione di analisi e progetti incapaci di comunicare fra loro e che portano ad incredibili semplificazioni e alla prevalenza della discussione sui metodi di lotta (impropriamente esemplificativi delle differenze di progetto).

In altre parole pur essendo uniti dall’anticapitalismo e dalla critica del G8 sembra che a dover dividere sia il luogo e il tempo di una manifestazione.

Non è logico che sia così. Ed infatti non lo è.

Non c’è altra strada che unire politicamente e rispettare le pratiche diverse, come fu fatto saggiamente a Genova.

Non c’è altra possibilità se non quella di unire le campagne politiche contro il capitalismo contemporaneo alla lotta sociale quotidiana.

Non c’è speranza di risalire la china se non ritrovando una profonda coerenza tra contenuti anticapitalistici e comportamenti nella sfera istituzionale e nelle relazioni politiche.

Ogni unità della sinistra o dei comunisti che prescinda da questo è una falsa unità, foriera di ulteriori divisioni.

ramon mantovani

Per parlare di una svolta positiva nella politica estera USA non basta il rilancio del multilateralismo.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , on 25 gennaio, 2009 by ramon mantovani

Dopo le mille suggestioni sulla vittoria di Barack Hussein Obama forse è necessario, come ha giustamente osservato Dino Greco, attendere dei fatti per esprimere giudizi fondati e seri.

Intanto ci sono questioni, connesse intimamente fra loro e di importanza centrale, sulle quali vorrei soffermarmi.

Nel corso degli anni 90, e fino ad oggi, il ricorso alla guerra è stato una costante da parte di tutte le amministrazioni USA. Oltre alla ben nota funzione di volano svolta dall’economia militare in ambito interno ed internazionale c’è stato, con tutta evidenza, l’esplicito obiettivo di dare al mondo, dopo la caduta del muro di Berlino, un nuovo ordine fondato sull’espansione globale del capitalismo e sul dominio dei paesi “occidentali”. L’uso della guerra si è generalizzato come strumento “normale” di governo del mondo. Mi si scusi la semplificazione, ma si può ben dire che per costruire un nuovo ordine internazionale era necessario destabilizzare e distruggere quello esistente. E’ quello che è stato fatto con guerre che hanno generato instabilità sia nei teatri specifici dove sono state combattute sia nelle relazioni mondiali. Così come è altrettanto evidente che la globalizzazione capitalistica ha prodotto tali contraddizioni che il mondo non può essere governato che con una rinnovata politica di potenza e con l’uso permanente della forza.

La prima vittima di questa tendenza sono state le Nazioni Unite. Esse sono state private di funzioni fondamentali sul piano delle politiche economiche e sociali. Basti pensare all’UNCTAD (l’agenzia del sistema ONU preposta a governare il commercio mondiale) e alla funzione assunta dall’Organizzazione Mondiale del Commercio come motore della globalizzazione. Basti pensare al G7 che, pur essendo nato come una riunione informale dei paesi più industrializzati, ha assunto sempre più la funzione di direttorio mondiale (ed è questo il motivo dell’allargamento alla Russia e della ventilata ulteriore inclusione dei “paesi emergenti” come Cina, Brasile ecc) a scapito dello stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU, chiamato sempre più a ratificare supinamente decisioni prese in una sede nemmeno retta da un trattato internazionale.

In particolare, a livello militare, dopo la fine del patto di Varsavia e della guerra fredda, invece di procedere, come previsto dallo statuto dell’ONU, alla formazione di una forza permanente sotto il comando del Consiglio di Sicurezza per svolgere la funzione di polizia internazionale, abbiamo assistito al rilancio della NATO e al suo allargamento. Al punto che, nel pieno della politica multilaterale dell’amministrazione Clinton, la NATO ha scatenato la guerra contro la Jugoslavia senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza avesse discusso della questione e l’ha conclusa, nel modo che sappiamo, dopo una riunione del G8. Le guerre unilaterali dell’amministrazione Bush, con coalizioni militari a geometria variabile, hanno proseguito il lavoro di delegittimazione dell’ONU fino alla dichiarazione minacciosa del Segretario di Stato Colin Powell secondo il quale l’ONU sarebbe diventata un “ente inutile” se non avesse assecondato le scelte statunitensi. L’unica controtendenza è stata la missione UNIFIL in Libano. Missione subita e mal digerita sia dagli USA sia da Israele. La prima composta da decine di paesi sotto il diretto comando del Segretario Generale dell’ONU, dopo più di dieci anni dal fallimento, appositamente provocato per spianare il terreno all’intervento della NATO, della missione di caschi blu in Bosnia.

Oggi Barack Obama sembra riproporre, in versione aggiornata, il multilateralismo come cifra della propria politica estera. La scelta di Hillary Clinton è per questo molto significativa. Ma lo è anche quella di mantenere nel suo incarico Robert Gates, il Segretario alla Difesa del governo Bush.

L’aggiornamento della dottrina “multilateralista” è dovuto al fatto che per Obama, nel pieno della crisi del sistema, sarà necessario contenere le spinte spontanee dei più importanti governi alla protezione delle proprie produzioni e mercati nazionali, armonizzandole con il tentativo di soluzioni condivise e capaci di salvaguardare il sistema capitalistico globale e segnatamente gli interessi delle società multinazionali, che in trenta anni si sono moltiplicate passando da circa 600 a circa 50mila.

E’ parimenti chiaro che una rinnovata politica multilaterale sul piano della guerra è fondata sulla condivisione, da parte dei paesi ricchi, di una strategia comune basata sul rilancio (e sull’allargamento) del G8 e del principale strumento militare a disposizione che è la NATO.

Come non vedere in questa chiave la scelta dichiarata di Obama di rilanciare e rendere centrale la guerra in Afghanistan?

Perché questo è già un fatto indiscutibile.

Vedremo se sarà contraddetto o confermato dai seguenti atti del nuovo governo USA.

Ma per poter parlare di una svolta positiva nella situazione mondiale, determinata dalla nuova presidenza statunitense, bisognerebbe avere fatti precisi quali il rilancio della centralità dell’ONU in tutti i campi e l’abbandono della guerra permanente come strumento di governo reale del mondo.

Temo che, invece, il rilancio del multilateralismo, del G8, del WTO e della NATO sarebbero salutati, anche a sinistra soprattutto in Europa, come la svolta tanto attesa.

Ed è su questo punto, secondo la mia modesta opinione, che si vedrà il confine invalicabile entro il quale ricostruire il movimento pacifista e la sinistra anticapitalistica nei prossimi anni.

ramon mantovani


pubblicato su Liberazione il 24 gennaio 2009

sassata n° 4

Posted in sassate with tags , , , , , , , , , , , on 28 giugno, 2008 by ramon mantovani

oggi la lettura dei giornali provoca stati di agitazione.

Ho letto (fonte Liberazione) che si sono riuniti, chiamati dal crs, un folto numero di esponenti della sinistra. Ecco un elenco parziale: Alfonso Gianni, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Elettra Deiana, Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Goffredo Bettini, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Gianni Cuperlo, Fabio Mussi, Pietro Folena, Famiano Crucianelli, Carla Ravaioli, Sandro Curzi, Miriam Mafai, Beppe Vacca, Alfredo Reichlin, Aldo Bonomi, Mauro Calise.

Insomma il nuovo che avanza!

Il relatore Mario Tronti ha detto: “la sinistra deve tornare ad essere una forza che conti” (questo il titolo dell’articolo di Anubi D’Avossa Lussurgiu). E dopo aver sostenuto che bisogna “chiudere il dopo 89, superare la diaspora che ha diviso la sinistra a partire da quella data e ricomporla unitariamente, in grande, in avanti” ha concluso che il dubbio è se “fare un grande partito della sinistra o un partito della grande sinistra”.

C’è bisogno di commentare?

Claudio Fava (nuovo LEADER di Sinistra Democratica secondo la didascalia della foto pubblicata da Liberazione) lancia la Costituente della Sinistra e critica il PD per l’idea di autosufficienza.

Che vorrà dire?

Veltroni ascoltava in prima fila, seduto fra Vendola e Occhetto.

L’articolo non specificava chi era seduto alla sinistra di chi.

Ma Veltroni era al centro.

Sul Corriere della Sera ed altri quotidiani pagine e pagine sulla svolta (?) a destra di Barack Obama.

Dopo aver minacciato la guerra contro l’Iran ed aver proposto Gerusalemme capitale d’Israele adesso insiste per la pena di morte.

Su Liberazione neanche una riga.

Siamo ancora fermi al tifo che faceva Sansonetti per Obama?

ramon mantovani

sassata numero 2

Posted in sassate with tags , , , , , , on 31 gennaio, 2008 by ramon mantovani

In Italia si sa tutto delle primarie statunitensi (tranne il numero ridicolo dei votanti).

In Italia molti sognano che anche qui la politica sia ultraelettoralistica e totalmente impermeabile a qualsiasi aspirazione di cambiamento.

Non avrei mai immaginato che fra i tifosetti provinciali di Obama (che fra le altre cose ama la pena di morte) ci fossero Piero Sansonetti e Michele De Palma. Che tristezza!

ramon mantovani