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«Invece di fare il totosegretario uniamo la sinistra vera di questo Paese»

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 9 ottobre, 2013 by ramon mantovani

Già parlamentare e membro della direzione nazionale, Ramon Mantovani contesta chi crede che solo un rinnovamento del gruppo dirigente possa portare il partito fuori dalla crisi

Ramon Mantovani è uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista. Membro della direzione nazionale e più volte eletto deputato. Anche a lui abbiamo chiesto di esprimersi sui temi salienti che il congresso dovrà affrontare.

Ramon, cominciamo dalla querelle “dimissioni e congresso subito”. In diversi si erano espressi appunto per un rinnovamento, sia pure provvisorio, del gruppo dirigente, e per la realizzazione di un congresso straordinario da effettuarsi poco dopo la sconfitta elettorale. Come arriviamo a dicembre su questo tema e qual è la tua opinione su un punto che ha diviso il partito?
Se avessimo fatto un congresso subito, con le dimissioni irrevocabili della segreteria, avremmo avuto un congresso di scontro al solo scopo di scegliere un nuovo gruppo dirigente. E questa sarebbe stata la fine del nostro partito. Io mi sono vivacemente opposto all’idea che la situazione grave della sinistra antagonista italiana e di Rifondazione si possa risolvere attraverso il cambio di poche persone. E’ stato invece giusto fare una discussione lunga e affrontarla in termini approfonditi. Io non ho nulla in contrario ad un profondissimo rinnovamento del gruppo dirigente. Chiaro? Ma non si possono fare discussioni che alludono a scelte di linea politica parlando di persone e di gruppi dirigenti. Fare così trasformerebbe il Prc in un partito identico agli altri, basti vedere la vicenda di Renzi e del Pd. Prima si parla della politica e poi si scelgono le persone che la possono portare avanti.

A proposito della politica, leggendo Ferrero e Grassi mi sembra che sui grandi scenari non ci siano grosse differenze. C’è qui da noi una grave crisi della sinistra d’alternativa che non registriamo nel resto d’Europa, dove le cose anzi vanno abbastanza bene. Noi siamo invece in un “cul de sac”, perché da un lato non abbiamo un aiuto dalla sinistra più moderata, come invece è successo in Francia e in Germania, anzi, c’è Sel che si sposta sempre più a destra; dall’altro siamo frammentati e incapaci, almeno per il momento di arrivare a delle conclusioni. Poi ci sono le aspettative riposte in Landini e Rodotà, ma anche qui regna l’incertezza. Qual è la tua analisi a riguardo?
E’ giusto il paragone tra la crisi della sinistra antagonista italiana e, diciamo così, se non i successi il buon stato di salute delle forze omologhe a noi negli altri paesi europei. Come dicevo si tratta di un confronto giusto. Ma se non si paragonano anche i sistemi politici, i sistemi elettorali e quelli istituzionali allora si incorre in un grave errore. E cioè di pensare che sia solo l’inadeguatezza delle persone che dirigono la sinistra in Italia la causa dei suoi insuccessi. E invece le cose non stanno così. Per il banale motivo che in nessun altro paese dove la sinistra d’alternativa ha successo, per esempio Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Germania, c’è il sistema del bipolarismo italiano. Nel quale chiunque si proponga di portare avanti i nostri contenuti, o è condannato all’impotenza fuori dal governo o è condannato all’impotenza dentro il governo. Ed è esattamente questo che ha distrutto la nostra esperienza politica sia quando siamo stati dentro i governi, siamo quando ne siamo stati fuori. Perché sempre ci sono state ad ogni occasione, le scissioni. Esattamente secondo il copione che il bipolarismo italiano prevede. L’Italia si è americanizzata molto più di qualsiasi altro paese europeo. A nessuno viene in mente di dire che è colpa del gruppo dirigente del Partito comunista degli Stati Uniti d’America se non è in Parlamento. Perché c’è un sistema elettorale che non è democratico, e che esclude a priori chiunque proponga certi contenuti. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Negli ultimi anni abbiamo provato in tutti i modi a unire la sinistra di alternativa. Ma bisogna guardare in faccia la realtà e spiegare seriamente i fallimenti e le sconfitte, senza demagogia. Se si pensa che sia colpa del segretario del partito e del gruppo dirigente perché, affetti da settarismo e da chissà quali altri difetti, perché non sono stati capaci di dialogare con Sel e con altri, allora la soluzione è semplice. Basta trovare un nuovo “leader” capace di convincere Sel a rompere con il Pd e a non entrare nel partito socialista europeo. Se, invece, i fallimenti si spiegano politicamente prendendo atto che il PdCI ha spaccato la Federazione della Sinistra per tentare di entrare nel centrosinistra, che Rivoluzione Civile si è dovuta improvvisare in pochi giorni esattamente con quelli che sono stati rifiutati dal centrosinistra e che poi hanno fatto tutta la campagna elettorale lagnandosi di questo e parlando solo di legalità, allora la soluzione non può che essere quella di unire la sinistra sui contenuti, in alternativa al centrosinistra perché su quei contenuti è incompatibile, e con il chiaro riferimento alla Sinistra Europea e al Gue. Ovviamente il Prc non può essere così presuntuoso da pensare che proclamare l’obiettivo sia sufficiente. C’è il problema dei gruppi dirigenti dei partiti e delle stesse associazioni, della loro e nostra inadeguatezza, delle divisioni del passato che pesano. Anche a questo problema non c’è che un rimedio. Si costruisca una nuova forza dal basso, con il principio una testa un voto, senza patti né posti né garanzie per nessuno degli attuali gruppi dirigenti. Ma anche questo si può fare se c’è chiarezza politica ed unità d’intenti reale. Altrimenti qualsiasi unità, della sinistra o comunista, che sia di vertice o dal basso, è destinata a saltare alla prima prova elettorale. La manifestazione del 12 apre un percorso di lotta sulla Costituzione e sul lavoro. Bisogna esserci senza riserva alcuna. I promotori hanno detto con chiarezza che non hanno intenzione di fondare una forza politica o una lista. Bisogna prenderne atto. Ma noi pensiamo che questo percorso possa aprire uno spazio politico pubblico dentro il quale può affermarsi l’idea che anche in Italia ci sia chi rappresenti quei contenuti.

Ramon, come ben sai in Italia c’è un problema grosso di rappresentanza dei lavoratori, ormai non rappresentati appunto più da nessun partito, a parte la piccolissima parte che possiamo fare noi, e anche da nessun sindacato a parte la Fiom, vista la deriva della Cgil. Come risolviamo questo problema? E pensi che le iniziative messe in campo da Landini e Rodotà possano essere un punto di partenza?
Sul sindacato dico solo una cosa: che non si occupa dei lavoratori da quando ha firmato la concertazione nel 1993. Si occupa di parlare dei lavoratori, ma non si occupa come dovrebbe fare un sindacato degli interessi di chi dovrebbe rappresentare. Non mi dilungo perché mi pare evidente il perché. C’è un altro punto però, e anche questo fa differenza con gli altri paesi europei e ha a che vedere con il bipolarismo. In Spagna, per esempio, i sindacati, compreso quello di ispirazione socialista, non hanno mai esitato a scioperare contro il governo nazionale dei socialisti. In Italia abbiamo un sindacato, anche la Cgil, che si è dichiarata contro la riforma delle pensioni di Dini quando era ministro del Tesoro di Berlusconi e favorevole alla stessa riforma sempre di Dini quando l’ha fatta con la maggioranza di centro-sinistra. Insomma la Cgil è schiava del quadro politico. E il combinato disposto della filosofia della concertazione e del sistema politico italiano hanno ridotto il nostro sindacato ad una corporazione. La Fiom, per carità, è l’unica organizzazione sindacale di massa che in qualche modo tenta di rimettere al centro la natura conflittuale del sindacato. Anche se con molte oscillazioni è la prima a denunciare l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro, ma non ne trae tutte le conseguenze. Mesi fa, prima delle elezioni, aveva indicato precisi contenuti. Per noi potevano, e possono ancora essere, il programma elettorale della sinistra d’alternativa. Senza confondere il ruolo del sindacato e di una forza politica io penso che moltissimi dei contenuti di lotta della Fiom siano incompatibili con il Pd ed anche col centrosinistra. Basta rileggersi la Carta d’Intenti firmata anche da Sel per rendersene conto. Mi permetto di dire che o se ne rende conto o è destinata ad essere trascinata nella logica compatibilista e subalterna della Cgil.

Torniamo invece al congresso. Abbiamo di fronte un percorso lungo e faticoso per uscire, se riusciremo, da questa situazione di crisi. Nel frattempo come pensi dobbiamo affrontare le inevitabili scadenze elettorali?
La mia posizione è totalmente in accordo con la bozza di documento licenziata dal Cpn. Io penso che alle elezioni europee sarebbe bene si presentasse una lista che però abbia contenuti precisi e che elegga una rappresentanza nell’ambito della Sinistra Europea e del Gue. Non una lista arlecchino i cui deputati eletti possono andare a finire in tre o quattro gruppi diversi. Della proposta più strategica per unire la sinistra alternativa ho già detto. Vorrei solo che il congresso prendesse coscienza, una volta per tutte, che le elezioni oggi sono per noi un terreno nemico e avverso. Da affrontare con coraggio e serietà, ma senza illusioni a buon mercato. Il bipolarismo bastardo italiano è un enorme ostacolo per veicolare nelle istituzioni gli interessi dei lavoratori e una loro rappresentanza. Non vedere l’ostacolo non aiuta a superarlo. Al contrario spinge a sbatterci contro e a farsi male. Ma la crisi è solo all’inizio e tagli, privatizzazioni e stravolgimenti costituzionali daranno purtroppo ragione alle nostre analisi e previsioni. Se ci dedicheremo a discutere di questo, invece che di totosegretari e di liti fra correnti, potremo farcela sia a rilanciare la funzione di un partito comunista degno di questo nome, sia ad unire la sinistra vera di questo paese, sia ad accumulare le forze capaci di superare qualsiasi sbarramento.

Vittorio Bonanni

 

Pubblicato su Liberazione online il 4 ottobre 2013

 

 

O si lotta o si è complici del nemico.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , on 27 dicembre, 2011 by ramon mantovani

Ha ragione Dino Greco che sostanzialmente dice: non rassegniamoci, bisogna reagire! Non basta lamentarsi delle decisioni (politiche, autoritarie e liberticide ammantate di oggettività tecniche e di bilancio) dei governi Berlusconi e Monti e del sistema politico bipolare. La loro concezione della “democrazia” è fatta solo di obbedienza al mercato, idolatrato e temuto come un dio, di partiti dei leader con seguaci tifosi, e quella dell’informazione politica è fatta di talk show condotti da “profeti” e di dietrologi e commentatori del nulla. Non ci si può meravigliare se vogliono assestare un colpo al pluralismo (che è tale solo se lo stato garantisce l’esistenza della stampa alternativa ostile al mercato e perciò boicottata dal suo ramo pubblicitario). Lamentarsi, magari con le solite frasi retoriche, può essere perfino controproducente. O si lotta, seminando per il futuro anche in caso di sconfitta, o si è complici del nemico. Non c’è via di mezzo. Ma non c’è lotta che non richieda coscienza e consapevolezza. E qui c’è una nota dolente. Ci sono troppe e troppi  militanti del PRC e della sinistra che non leggono. Che pensano di sapere tutto e non sanno nulla. O meglio, conoscono solo la versione distorta della politica spettacolo. Che credono di avere opinioni solide senza avere le informazioni necessarie ad elaborarle. Che si nutrono di semplificazioni e di slogan. Che escono (ed entrano) nel partito, e che magari smettono di comprare Liberazione per motivi futili. Costoro sono il sintomo di una grave malattia, una ormai conclamata ed insopportabile subalternità culturale nei confronti del sistema. Perciò non comprano e non leggono Liberazione. Tutto il contrario dell’operaio di cui parla Gramsci in una lettera dal carcere. Scrive Gramsci: “Molti anni fa, nel 19 e 20, conoscevo un giovane operaio, molto ingenuo e simpatico. Ogni sabato sera, dopo l’uscita dal lavoro, veniva nel mio ufficio per essere dei primi a leggere la rivista che compilavo. Egli mi diceva spesso – non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: cosa farà il Giappone? – Proprio il Giappone lo ossessionava, perché nei giornali italiani del Giappone si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno diecimila persone. Il Giappone gli sfuggiva; non riusciva perciò ad avere un quadro sistematico delle forze nel mondo, e perciò gli pareva di non comprendere nulla di nulla.”

Per reagire, come propone Greco, bisogna curare questa malattia e salvare il malato.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione il 24 dicembre 2011

La sola sinistra unibile è quella che ha scelto di stare fuori dal “recinto”

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 22 ottobre, 2011 by ramon mantovani

Bisogna ringraziare Liberazione per il Forum del 9 ottobre con Greco, Landini, Bertinotti e Ferrero. E per aver ospitato il dibattito che ne è scaturito. C’è bisogno di discutere seriamente invece che di “mosse”, slogan e sondaggi. Io penso che la fase attuale si caratterizzi per due aspetti preminenti. Il primo è che c’è una dittatura del mercato e del capitale finanziario, che ha costruito un “recinto” nel campo della politica tale che chi vi si oppone è reso impotente, espulso dalle istituzioni od omologato nei fatti ogni volta che si misura con la funzione di governo. Bertinotti descrive bene il “recinto”. Ma questa situazione non è affatto il prodotto oggettivo della ristrutturazione capitalistica. È il prodotto, invece, di precise scelte politiche attuate da governi, spesso guidati da forze di “sinistra”. Oltre ad esistere due sinistre, una antagonista e un’altra interna al sistema (non una divisa dal “recinto”) esse si distinguono ideologicamente in modo inequivocabile. Una è anticapitalista e l’altra è neoliberista e perfino apologetica del capitalismo. Quest’ultima, qualsiasi siano stati i suoi trascorsi, socialdemocratici o comunisti, è stata protagonista insieme e spesso più della destra delle decisioni “deregolatrici” in favore del capitale finanziario, delle banche, dell’estrema liberalizzazione dei mercati delle merci, delle privatizzazioni, della guerra come funzione permanente di governo del mondo e di una costruzione europea fondata sulla primazia del mercato e del bilancio. Se la politica (ufficiale, istituzionale) negli stati nazionali è recintata dalle compatibilità del sistema è necessaria una potenza capace di rompere il recinto. Solo con l’autonomia culturale ed organizzativa dal sistema egemone è possibile qualificare e produrre una “rivolta” capace di rompere il “recinto”. E non esiste altra sinistra unibile che non sia quella che ha scelto soggettivamente di essere fuori dal recinto. Ma esso non è presidiato solo da contenuti economico-sociali di stampo neoliberistico. Lo è anche da contenuti politici ben precisi. Se il fine della politica recintata è la “governabilità” del sistema e la sua forma è il bipartitismo o il bipolarismo (fa lo stesso) non può esistere nessuna sinistra unibile che non si proponga altri fini e altre forme per la politica. Perché è la crisi della democrazia e della stessa politica ad essere il secondo aspetto preminente della fase. Il movimento degli “indignados” in Spagna grida “no nos representan!” ma, al tempo stesso, pretende una legge elettorale proporzionale pura e la costruzione di nuove forme di democrazia diretta dal basso. Ha capito una cosa che in Italia, anche nel movimento, è totalmente sottovalutata. Le istanze sociali, e le stesse “domande” dei movimenti (di cui ha parlato Burgio) poste alle forze politiche, e capaci di intervenire nelle contraddizioni interne alle stesse e fra queste e la loro base elettorale, per quanto blandite prima delle elezioni sono destinate ad essere misurate secondo le compatibilità del sistema, e quindi derubricate, nel momento della verità. Quello del governo. È questa realtà a generare, nei movimenti sociali e perfino nelle singole persone, una tremenda estraneità nei confronti della politica ufficiale. Estraneità che si traduce in rifiuto, astensionismo o anche nell’accettazione, più o meno consapevole, della logica secondo la quale si vota il meno peggio o addirittura il leader salvifico (Obama per esempio). Così i contenuti diventano variabili dipendenti dai giochi e dagli equilibri del palazzo bipolare, la “cultura di governo” si trasforma in moderazione e pragmatismo fine a se stessi e i contenuti, alla fine, vengono bollati come utopie e/o estremismi. Come se abolire la legge trenta o ritirare le truppe dall’Afghanistan, per fare solo due esempi, non fossero possibili atti di governo, bensì proposte provocatorie destinate a destabilizzare il governo in carica. È un circolo vizioso ben congegnato che bisogna rompere. La scelta tattica di non auto isolarsi accettando di ridurre i contenuti a mere petizioni di principio testimoniali, e di partecipare ad uno schieramento contro la destra, senza entrare nel governo, mi convince pienamente. In altre parole ritengo fondamentale giocare la partita su tutti i terreni possibili, adottando tutte le tattiche necessarie, senza paura di nulla, ma senza abbandonarsi a suggestioni e senza imboccare scorciatoie che portano in vicoli ciechi. Perciò considero la mitica “rivolta” e/o il big bang della sinistra di Bertinotti come pure e pericolose suggestioni. Perciò considero gravemente contraddittorio che Landini, mentre propone giustamente una dura battaglia sulla democrazia, dimentichi che è il bipolarismo ad espellere dalla politica istituzionale e dal governo gli interessi di classe dei lavoratori.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 21 ottobre 2011

Uniti si! Ambigui e confusi no!

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , on 23 maggio, 2010 by ramon mantovani

La crisi capitalistica, oltre ad approfondirsi costringe chi non si propone di metterne in discussione la natura strutturale, a fare proprie le politiche monetariste e liberiste dell’Unione Europea e della Banca Centrale. E’ così che in Italia governo e centrosinistra si accapigliano su tutto tranne che sul punto più importante: i sacrifici. Possono litigare sui tempi e sui modi, su questo o quel dettaglio, ma non sulla necessità di enormi tagli per salvare il sistema economico e per soddisfare gli appetiti del capitale speculativo. Tutto questo è destinato a produrre una macelleria sociale. Con un’opposizione parlamentare incapace di contestare le scelte di fondo capitalistiche, che invece vengono addirittura assunte come base per criticare il governo e per richiamarlo ad una maggiore coerenza con esse, i tagli draconiani sono destinati a produrre malcontento e sofferenze di ogni tipo, ma non una resistenza capace di accumulare forze e di preparare una alternativa. In questo contesto i sentimenti di egoismo sociale, le guerre fra poveri e la distanza dalla politica, comunque declinata nel bipolarismo, sono cose destinate a crescere. Mai come oggi sarebbe necessaria una sinistra politica unita che “torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana” (come recita il titolo di un recente appello di alcuni esponenti del PRC, del Pdci, di SEL e di alcune personalità della sinistra). Ma, a nostro parere, senza chiarezza politica e programmatica su due questioni fondamentali l’unità è destinata ad infrangersi, producendo nuove divisioni. E il “ruolo importante” è destinato ad essere un ruolo comprimario nel centrosinistra. La prima è che la radicalità della critica al sistema capitalistico finanziarizzato, che è la causa della crisi, non può essere un dettaglio sacrificabile sull’altare di una alleanza contro Berlusconi. La seconda è che senza una battaglia durissima contro il bipolarismo la politica ufficiale (tutta senza distinzioni) è destinata a separarsi definitivamente dalla società. Mentre per altre forze questo è perfino utile, giacché il “governo dell’esistente” nel tempo del capitalismo contemporaneo ha bisogno di essere indifferente alle conseguenze sociali delle proprie scelte, per la sinistra è esiziale. A meno che non si voglia essere sinistra liberale. O che si voglia confondere l’interesse di un ceto politico a ricavarsi uno spazio istituzionale nel centrosinistra con gli interessi delle lotte e delle classi subalterne.

Per questo noi insistiamo nel dire, come è scritto nel documento fondativo, che la Federazione della Sinistra deve essere costruita come l’unità della sinistra politica e sociale anticapitalista e che deve essere indipendente dal centrosinistra. Per questo ribadiamo, come ha votato a larghissima maggioranza il CPN del PRC, che col centrosinistra si deve fare un accordo in difesa della costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non un accordo di governo. Per questo diciamo, sommessamente ma con fermezza, che parlare della Federazione come se questa avesse già unito il possibile (mentre molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti) proponendo poi l’unità con SEL e glissando sull’internità o meno al centrosinistra, è un grave errore. Non di manovre trasversali delle correnti dei diversi partiti e non di suggestioni unitarie senza chiarezza abbiamo bisogno. Serve una prospettiva unitaria chiara su progetto e contenuti, a partire dalle cose che già abbiamo insieme deciso. Il corpo militante che in questi anni ha resistito e combattuto contro tutti e tutto per mantenere in vita Rifondazione, e che sarà presto chiamato a decidere nei congressi della Federazione e del partito, merita che il gruppo dirigente sia chiaro e non dilaniato da incomprensibili lotte correntizie.

Ramon Mantovani

Giovanni Russo Spena

Pubblicato su Liberazione il 22 maggio 2010

Settarismo? C’è di peggio!

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , on 6 febbraio, 2010 by ramon mantovani

L’editoriale di Grassi (Liberazione del 3 febbraio 2010) ha il merito si sollevare un problema esistente ma, a mio avviso, sbagliando in parte analisi e bersaglio della polemica. Il settarismo, da sempre, è l’idea che il proprio progetto si alimenti e cresca attraverso la separazione e smascheramento di altri progetti politici. E’ per sua natura debole giacché apparentemente, attraverso proclami e “frasi scarlatte”, predica grandi prospettive e in realtà, invece, teme che qualsiasi rapporto unitario possa far degenerare il proprio progetto e perfino la propria identità. In soldoni, oggi, se si fa un accordo col PD, perfino solo elettorale, c’è chi grida al tradimento e allo snaturamento di Rifondazione. Fin qui, diciamo così, siamo nel classico. Ma questo è solo un aspetto, e non principale, del problema. Il vero centro della questione risiede nella debolezza del progetto e in una concezione della politica totalmente subalterna a quella dominante. Se non si discute seriamente di questo si finisce col dividersi in due partiti contrapposti, che si accusano reciprocamente di settarismo e di opportunismo e che, ed è questa la cosa più grave, sono incapaci di riconoscere le verità interne reciproche. La risposta di Bellotti (Liberazione del 5 febbraio 2010) a Grassi è sintomatica. Entrambe le posizioni assumono le elezioni regionali e gli “accordi e alleanze” come centrali e criticano unilateralmente la posizione avversa assolutizzando la propria. Non è vero, e qui ha ragione Grassi, che il non fare accordi porta più consensi e fa crescere le lotte e il nostro progetto politico. Si tratta di una pura illusione. Ma non è vero, e qui ha ragione Bellotti, che facendo gli accordi ci si rafforza e non si corre il rischio di essere in balìa del progetto del PD. Anche il pensare che le “alleanze” siano in quanto tali più “politiche”, e quindi più efficaci, è una pura illusione. Noi, spero tutti, diciamo che la ricostruzione dei legami sociali, delle lotte, della coscienza di classe, della solidarietà, sono il centro del nostro progetto politico. Il “partito sociale” è l’anima sia del progetto della rifondazione comunista sia dell’unità possibile della sinistra anticapitalista. Non è, o non dovrebbe essere, un accessorio magari propagandistico al servizio della collocazione nel quadro politico e usato strumentalmente per difendere o criticare scelte meramente tattico-elettorali. La forza e la natura del nostro progetto risiede proprio qui e non può derivare dal tipo di rapporto instaurato con altre forze nelle elezioni. Ma ci vorranno anni e anni di duro e silenzioso lavoro sociale per dare corpo e forza alla nostra strategia. E’ qui l’attuale debolezza del nostro progetto. Debolezza di insediamento, di capacità di unificare le lotte e di contrasto culturale dell’egemonia capitalistica sulla società. Ogni illusione “alleantista” o “isolazionista” è una scorciatoia praticata la quale ci fa tornare al punto di partenza, sempre più indeboliti proprio per le divisioni e contrapposizioni che entrambe le illusioni producono. Ma le elezioni, intanto, ci sono e non attendono l’implementazione del nostro progetto. Io dico che vanno vissute con la coscienza che sono un terreno avverso. Sia perché la logica del maggioritario e della personalizzazione della politica ha lavorato a fondo nella concezione che le masse hanno  delle istituzioni. Sia perché qualsiasi scelta si faccia, accordi si accordi no, il livello delle controindicazioni e perfino delle contraddizioni è altissimo. Non si può ignorare, come secondo me fa Grassi, il rischio di essere percepiti “uguali agli altri”. Rischio, secondo me, esistente anche se non si fanno accordi e si è privi di solidi legami sociali. Come non si può ignorare, come secondo me fa Bellotti, l’esistenza del problema della riduzione del danno e della utilità del voto. Non si può, cioè, ragionare come se le istituzioni e la politica corrente fossero fuori dal tempo e dalla storia. Bisogna vivere il problema fino in fondo. Ma un cosa è viverlo come un passaggio tattico necessariamente contradditorio ed un’altra è viverlo facendolo diventare un fatto strategico e addirittura identitario. C’è, infine, una questione che Grassi solleva giustamente, almeno così penso io, ma confondendola con il classico settarismo. Si tratta, ed è molto peggio del settarismo, della subalternità diffusa alla politica dominante che investe anche aree non piccole di militanza. Spesso non si discute correttamente e seriamente, sulla base di accurate analisi dei pro e dei contro, con la consapevolezza delle difficoltà, e si ragiona, invece, in termini di suggestioni superficiali, dividendosi in tifoserie. Come nel caso dei candidati a “governatore”. Ancor più spesso si discute sulla base di illazioni, dietrologie e pettegolezzi dei mass media. Ogni divergenza, magari tattica, diventa un dramma e da luogo a scomuniche e accuse terribili, spesso pubbliche. Ci vuole un gruppo dirigente che non lisci il pelo a questo modo di concepire e praticare la militanza politica e che dia l’esempio.

Ramon Mantovani

Pubblicato su Liberazione il 6 febbraio 2010

Il golpe in Honduras e l’ipocrisia USA.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , on 27 settembre, 2009 by ramon mantovani

Il ritorno del Presidente Manuel Zelaya in Honduras e l’ospitalità concessa dall’Ambasciata del Brasile, con gli onori dovuti ad un Capo di Stato in carica, hanno forse definitivamente messo fine alle diverse manovre in atto per legittimare, di fatto, gli effetti del golpe militare di Micheletti. La presenza del Presidente legittimo sul suolo hondureño, a dispetto delle misure straordinarie messe in atto dai golpisti per impedirlo, mette tutti di fronte alle proprie responsabilità. Ora non è più possibile che qualcuno lavori senza smascherarsi per finte soluzioni, tipo nuove elezioni senza Zelaya o accordi di mediazione (come l’Accordo di San Josè prodotto dal governo del Costa Rica), che comunque legittimerebbero la defenestrazione di Zelaya per mano dei militari. Da una parte c’è un possente Fronte Nazionale di Resistenza (cresciuto nonostante le violente repressioni e il coprifuoco) e diversi governi latino americani, che si stringono intorno a Zelaya ed assediano politicamente i militari che assediano fisicamente l’Ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Dall’altra i golpisti e i loro alleati più o meno occulti.

Sono ore decisive. Per l’Honduras e per l’America Latina.

All’ONU, intanto, dalla tribuna dell’Assemblea Generale, i governi si sono schierati. Oltre alle dichiarazioni in favore di Zelaya del Brasile, del Venezuela, dell’Uruguay, dell’Argentina ed altri ci sono le ambigue posizioni dei governi socialisti del Chile e della Spagna, che chiedono l’attuazione degli Accordi di San Josè o non meglio precisate azioni diplomatiche di mediazione. Come a dire che Micheletti se ne deve andare ma che bisogna tornare a prima di Zelaya.

Questi governi, insieme a quello USA di Obama, non possono tollerare che un altro paese dell’area intraprenda azioni contro le multinazionali, contro il Fondo Monetario e si incammini sulla strada dell’anticapitalismo. Basti pensare al fatto che le misure “antigolpe” degli USA prevedono l’interruzione dei rapporti commerciali ma non, guarda caso, il funzionamento del fondo “per la democrazia” con il quale si finanziano tutt’ora i golpisti venezuelani.

Ora si vedrà in cosa consiste il “cambio” di atteggiamento promesso dall’Amministrazione Obama nei confronti dell’America Latina.

Ciò che si è visto finora è esattamente il contrario di quello che molti illusi speravano.

Nessuno può credere che l’esercito hondureño si muova senza che il governo USA sappia e voglia. Solo degli inguaribili strabici possono far finta di non vedere il collegamento fra la recrudescenza della guerra civile in Colombia, le nuove sette basi militari USA in quel paese e il nuovo dispiegamento della IV Flotta al largo delle coste brasiliane e venezuelane. Solo dei finti ingenui possono pensare davvero che tutto questo sia “lotta al narcotraffico”.

Si tratta del tentativo di destabilizzare permanentemente l’area, di trasformare la Colombia in una sorta di Israele della zona, e di indurre ogni governo Latino Americano alla “prudenza” nei confronti degli interessi sensibili delle multinazionali, degli USA e dei paesi europei.

Chi sperava che Zelaya fosse neutralizzato con lo status di esule in Nicaragua o in un altro paese è servito!

Chi sperava che fosse possibile coniugare la condanna del golpe alla subdola realizzazione degli obiettivi dei golpisti è servito!

Il coraggio di Zelaya toglie spazio, oggi, a una dittatura militare o a una normalizzazione fondata sulla sua estromissione dal potere e un ritorno al sistema oligarchico mascherato da democrazia. Già nelle prime 48 ore di presenza presso l’Ambasciata brasiliana si recano da Zelaya esponenti della società civile e della politica hondureña, compresi emissari del governo golpista. A questi ultimi, che hanno proposto le dimissioni di Micheletti e la scelta concordata di un terzo presidente, Zelaya ha risposto: “Sarebbe un altro golpe! Ne hanno fatto uno e ne vogliono fare un altro!”.

Nelle prossime ore ci saranno sicuramente ulteriori sviluppi. Bisogna seguirli con attenzione.

Questa partita non finirà con un pareggio. Se Zelaya tornerà al suo posto sarà un’inequivocabile vittoria popolare. Se non ci tornerà sarà la vittoria di chi vuole fare dell’Honduras il precedente per normalizzare tutto il continente americano.

In mezzo non si può stare.

ramon mantovani


pubblicato su Liberazione il 26 settembre 2009

Linke Linke delle mie brame … chi è il più imbroglione del reame?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 1 settembre, 2009 by ramon mantovani

Direi che l’ottima affermazione della Linke nei tre Lander tedeschi si commenta da sola.

Soprattutto il balzo dal 2,3 al 19,7 nella Saar, che è un Lander della Germania Ovest ma è anche la casa di Oscar Lafontaine, perché, per esempio, in Sassonia la Linke perde il 3 % dei voti attestandosi su un pur lusinghiero 21 %.

Il dato significativo, oltre alla affermazione della Linke, è il crollo della CDU e della SPD, e cioè dei due partiti al governo nella Grande coalizione.

Ma non mi propongo, qui, di commentare oltre questo risultato che, ripeto, secondo me si commenta da solo.

Mi preme prendere in esame alcuni articoli e dichiarazioni apparsi sulla stampa italiana stamane.

Premetto che ho letto solo Liberazione, il Manifesto, Repubblica e Corriere della Sera. Ma credo di averne abbastanza per poter dire delle cose.

Il trofeo della disinformazione, della faziosità e della falsificazione della realtà spetta, come sempre, a Repubblica.

Titolo di Repubblica: “Dopo il trionfo la sinistra avverte la SPD: Costruiamo insieme l’Ulivo tedesco.”

Confesso che, conoscendo i dirigenti e la linea politica della Linke, non ho creduto a questo titolo e mi sono messo a leggere l’articolo di tale a.t. alla ricerca dell’imbroglio.

Ed ecco l’imbroglio, triplo, in tutto il suo splendore:

1) in tutto l’articolo il riferimento all’Ulivo è solo in una citazione del quotidiano Tagesspiegel: “ma la prospettiva di un Ulivo di Prodi alla tedesca, sottolinea sempre il Tagesspiegel, a medio-lungo termine, adesso è una visione, non più un’allucinazione.”

Va beh. Nessun dirigente della Linke ha parlato di Ulivo. Ma quel giornale, il Tagesspiegel, forse è un giornale di sinistra e questo può giustificare il titolo di Repubblica… “la sinistra avverte”.

Macchè! Il Tagesspiegel è un giornale liberale, di orientamento centrista, come recitano diversi siti in internet fra i quali Wikipedia e Presseurop.

Insomma, la Linke non si sogna nemmeno di proporre un Ulivo alla tedesca, anzi. Ma i lettori di Repubblica sono condannati a “sapere” che, invece, questa è la notizia del giorno.

2) c’è un altro piccolo dettaglio di cui ovviamente Repubblica non parla. Si tratta del sistema elettorale tedesco. Proporzionale, senza elezione diretta dei governi e soprattutto tale che i partiti, solo dopo le elezioni, decidono se allearsi per dar vita ad un governo o meno. L’ulivo era una coalizione maggioritaria e proporre una coalizione nel sistema elettorale tedesco è una scemenza totale. Ma siccome a Repubblica il sistema proporzionale non piace (mica sarà che gli elettori possano votare per il partito nel quale si identificano per ideologia e/o per programma) basta sorvolare sul dettaglio ed ecco che improvvisamente il risultato tedesco è un esempio per l’Italia e per confermare l’orientamento di Repubblica.

3) ovviamente Repubblica non si sogna nemmeno di raccontare che cosa è la Linke. Basta dire che è la sinistra unita, che in Italia non c’è. Eppure dalle stesse citazioni di Lafontaine e Bisky si evince che la SPD ha sempre, in tutti questi anni, opposto una pregiudiziale contro Lafontaine (che abbandonò il governo socialdemocratico quando era vicepresidente del consiglio e ministro delle finanze denunciando l’ispirazione neoliberista di quel governo alla fine degli anni 90) e contro la PDS, covo di ex agenti della Stasi. Insomma, il grumo di ex dirigenti della SED e degli estremisti (massimalisti diceva la Repubblica ai tempi delle dimissioni di Lafontaine) che appartengono al GUE nel parlamento europeo, che hanno un programma radicalissimo, improvvisamente diventano una sinistra così ragionevole da proporre in Germania l’ulivo di Prodi (che a sua volta, bisognerà pur ricordarlo si è sempre detto vicino alla CDU di Kohl).

Evviva, evviva. Tutte le strade portano a Roma e all’ulivo!

Che schifo!

Ma passiamo, visto che il Corriere della Sera è, seppur in tono minore, analogo a Repubblica, al Manifesto.

Qui siamo in prima pagina con un pensoso editoriale di Luciana Castellina dall’emblematico titolo: “la lezione tedesca”.

Castellina sostanzialmente dice (e chiunque può controllare leggendo il suo articolo sul Manifesto di oggi) che ciò che non è riuscito in Italia con l’Arcobaleno è riuscito in Germania dove le condizioni in teoria avrebbero dovuto essere ben più difficili. Gli eredi della SED e la sinistra della SPD e di un sindacato “fortemente anticomunista” in teoria avrebbero dovuto essere ben più distanti delle forze italiane quasi tutte provenienti dal PCI.

Ma come è stato possibile questo mirabile miracolo?

Semplice! Loro hanno saputo mettere al centro i problemi sociali del lavoro dipendente e costruire una cultura comune attraverso la fondazione culturale Rosa Luxemburg. E hanno saputo mescolare, pur fra qualche fisiologico problema, “vecchi quadri sindacali, giovanissimi no-global e anziani abitanti della Repubblica democratica tedesca.

Per carità, dico io, dettagli come il fatto che Lafontaine sia uscito dal governo e dalla SPD su posizioni nettamente anticapitalistiche, che la SPD stia al governo insieme alla CDU, che la Linke abbia posizioni chiare e nette e che nulla conceda all’idea che la prospettiva del governo vale bene l’annacquamento delle proprie posizioni, che la PDS abbia resistito anni e anni nel più totale isolamento e che in Germania si voti col proporzionale, sono per l’appunto solo dettagli. E’ certo che il risultato è dovuto ai convegni della Fondazione Rosa Luxemburg (che io amo molto ma che so, al contrario dei lettori della Castellina, essere come tutte le altre fondazioni politiche il luogo dei finanziamenti pubblici ai partiti) e all’abilità di mettere nello shaker vecchi e giovani, sindacalisti e no global e abitanti dell’est e dell’ovest.

E’ vero. In teoria PRC, Pdci, Sinistra democratica venivano tutte dal PCI (e potrei aggiungere: in gran parte da Rifondazione).

Sarà un dettaglio insignificante che Sinistra Democratica non è, a suo dire, una forza anticapitalista? Che la sua collocazione è nel partito Socialista Europeo insieme alla SPD? Che è uscita dai DS per motivi nominalistici dopo aver condiviso tutta la politica liberista dei DS? Sarà un dettaglio la meravigliosa esperienza del governo Prodi e più in generale l’idea stessa che il governo era l’obiettivo fondamentale e irrinunciabile per almeno tre quarti della Sinistra Arcobaleno? Sarà un dettaglio che la nostra storia è costellata di scissioni velenose, alle quali Castellina ha autorevolmente contribuito guidando la scissione da Rifondazione dei Comunisti Unitari (sic) per deglutire il rospo Dini, sempre consumatesi sul governo?

Ma si. Son tutti dettagli. In politica, di questi tempi, contano le suggestioni e i paragoni fra cose incompatibili.

Evviva. Evviva. Tutte le strade portano alla sinistra unita senza aggettivi e a guidare il carro sono i campioni delle varie scissioni, che di unità loro si che se ne intendono!

Sul Manifesto, poi, c’è anche un articolo dal titolo significativo: “Felice la nostra frammentata sinistra. “Bravi compagni” ma qui si resta divisi”. In realtà è un pastone di dichiarazioni di esponenti del PRC, del Pdci, di Sinistra e Libertà, di Sinistra Critica, del Partito Comunista dei Lavoratori, e della Fiom.

Eh già! Siamo divisi! Leggi e rileggi e troverai che il tema della divisione è il governo e la prospettiva del tanto sospirato, da alcuni, accordo col PD. A parte la saggia e corretta dichiarazione di Ferrero che parla della verificata possibilità che dalla crisi si possa uscire a sinistra vanno segnalate le dichiarazioni di Gennaro Migliore il quale sostiene che la lezione tedesca consiste nella necessaria accelerazione nella formazione di un vero soggetto della sinistra. Io, per esempio, penso che un vero soggetto della sinistra debba essere anticapitalista e, solo per dirne una, contro la NATO. Ma forse Milgiore, che ha dimostrato di essere molto ma molto più moderno di me, pensa che ciò che rende vero un soggetto di sinistra sia il sorvolare sul capitalismo e sulla NATO e soprattutto il non essere (più?) comunista.

Infine c’è Liberazione che in questo, come in altri casi, dimostra di essere un giornale che informa.

Pensate! Ha avuto l’idea di intervistare Lothar Bisky. Sarà perché, al contrario di Repubblica, Corriere e Manifesto, deve essere a corto di commentatori ed interpreti italiani dei fatti tedeschi.

Ma sentite cosa dice Bisky sulla possibilità che nei tre Lander ci siano accordi di governo con la SPD: “… sicuramente in almeno due dei tre Lander potrebbero esserci i numeri. Ma quello che noi guardiamo non è il governo in quanto tale, ma se c’è o meno la possibilità di cambiare indirizzo alle politiche neoliberiste, portate avanti anche dalla SPD. Non vale la pena di stare al governo per continuare con politiche neoliberiste. Continueremo a stare all’opposizione. A volte si possono ottenere risultati anche da un’opposizione forte e coerente”.

Certo che intervistare un esponente di primissimo piano della Linke per sentire se per caso aveva qualcosa da dire sul risultato della Linke è proprio la dimostrazione che Liberazione è un giornale provinciale!

Imperdonabile!

ramon mantovani