O si lotta o si è complici del nemico.

Postati in articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag , , , , , , , , su 27 dicembre, 2011 da ramon mantovani

Ha ragione Dino Greco che sostanzialmente dice: non rassegniamoci, bisogna reagire! Non basta lamentarsi delle decisioni (politiche, autoritarie e liberticide ammantate di oggettività tecniche e di bilancio) dei governi Berlusconi e Monti e del sistema politico bipolare. La loro concezione della “democrazia” è fatta solo di obbedienza al mercato, idolatrato e temuto come un dio, di partiti dei leader con seguaci tifosi, e quella dell’informazione politica è fatta di talk show condotti da “profeti” e di dietrologi e commentatori del nulla. Non ci si può meravigliare se vogliono assestare un colpo al pluralismo (che è tale solo se lo stato garantisce l’esistenza della stampa alternativa ostile al mercato e perciò boicottata dal suo ramo pubblicitario). Lamentarsi, magari con le solite frasi retoriche, può essere perfino controproducente. O si lotta, seminando per il futuro anche in caso di sconfitta, o si è complici del nemico. Non c’è via di mezzo. Ma non c’è lotta che non richieda coscienza e consapevolezza. E qui c’è una nota dolente. Ci sono troppe e troppi  militanti del PRC e della sinistra che non leggono. Che pensano di sapere tutto e non sanno nulla. O meglio, conoscono solo la versione distorta della politica spettacolo. Che credono di avere opinioni solide senza avere le informazioni necessarie ad elaborarle. Che si nutrono di semplificazioni e di slogan. Che escono (ed entrano) nel partito, e che magari smettono di comprare Liberazione per motivi futili. Costoro sono il sintomo di una grave malattia, una ormai conclamata ed insopportabile subalternità culturale nei confronti del sistema. Perciò non comprano e non leggono Liberazione. Tutto il contrario dell’operaio di cui parla Gramsci in una lettera dal carcere. Scrive Gramsci: “Molti anni fa, nel 19 e 20, conoscevo un giovane operaio, molto ingenuo e simpatico. Ogni sabato sera, dopo l’uscita dal lavoro, veniva nel mio ufficio per essere dei primi a leggere la rivista che compilavo. Egli mi diceva spesso – non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: cosa farà il Giappone? – Proprio il Giappone lo ossessionava, perché nei giornali italiani del Giappone si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno diecimila persone. Il Giappone gli sfuggiva; non riusciva perciò ad avere un quadro sistematico delle forze nel mondo, e perciò gli pareva di non comprendere nulla di nulla.”

Per reagire, come propone Greco, bisogna curare questa malattia e salvare il malato.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione il 24 dicembre 2011

La lezione spagnola di Izquierda Unida

Postati in articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag , , , , , , , , , , , , , su 24 novembre, 2011 da ramon mantovani

È impossibile capire il risultato delle elezioni spagnole sulla base delle semplificazioni che i mass media italiani hanno usato per descriverlo. Meglio soffermarsi, anche se sommariamente, sui dati reali.

Il Partito Popolare passa da 10 milioni 300 mila voti a 10 milioni 800 mila voti (dal 39,94 al 44,62 %) e da 154 a 186 seggi, ottenendo la maggioranza assoluta del Congreso.

Il Psoe da 11 milioni 300 mila voti a 7 milioni di voti (dal 43,87 % al 28,73 %) e da 169 seggi a 110.

Izquierda Unida da 970 mila voti a 1 milione 700 mila voti (dal 3,77 % al 6,93 %) e da 2 a 11 seggi.

L’astensione cresce più di due punti e si attesta con le bianche e le nulle al 31 %.

Vale la pena di segnalare l’ottima affermazione del quarto partito che si è presentato in tutti i collegi dello stato spagnolo: l’Unione di Progresso e Democrazia (considerato in Spagna simile ai radicali italiani) che si attesta sul 4,69 % (aveva l’1,19) avendo quadruplicato i voti (da 300 mila a 1 milione 100 mila) e quintuplicato i seggi (da 1 a 5). Tengono o crescono tutti i partiti indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi, sia di destra sia di sinistra. In particolare la coalizione della sinistra indipendentista Amaiur nei Paesi Baschi ottiene 333 mila voti, pari al 24 % (1,37 % in ambito statale) e 7 seggi.

Fallisce il progetto del partito verde EQUO che, avendo rifiutato di coalizzarsi con Izquierda Unida, insieme ad altre tre liste minori di estrema sinistra disperde circa trecentomila voti.

Come si vede non è il PP ad aver vinto le elezioni, sebbene abbia mobilitato tutti i propri elettori, al contrario del PSOE che con tutta evidenza li ha persi, nell’ordine, verso l’astensione, Izquierda Unida, UP y D, e verso diverse formazioni indipendentiste e locali. È il PSOE ad aver perso in modo clamoroso, con il peggior risultato della sua storia. A nulla è valso aver condotto una campagna elettorale molto di sinistra, soprattutto volta a denunciare le vere intenzioni del PP circa i tagli ai servizi sociali e le privatizzazioni. Il PP ha avuto buon gioco ad occultarle abilmente ricordando, per tutta la campagna elettorale, i tagli alle pensioni, ai servizi sociali e gli enormi favori alle banche e agli speculatori edilizi operati dal governo Zapatero. Del resto Psoe e PP pochi mesi fa avevano insieme riformato la costituzione per introdurre il principio liberista del pareggio di bilancio, ed avevano insieme impedito in parlamento che gli oppositori potessero ottenere la convocazione di un referendum popolare sulla modifica costituzionale. Naturalmente è più che prevedibile che il PP dal governo fornisca una versione più estremista e più ingiusta socialmente della politica economica neoliberista del PSOE, e che metta in discussione le poche buone cose prodotte dal PSOE sui diritti civili. La folla che festeggiava la vittoria del PP la sera dello scrutinio, non per caso inalberava striscioni contro la legge sull’aborto e sui matrimoni gay.

Il risultato di Izquierda Unida è un grandissimo successo, soprattutto se si pensa all’effetto sulle scelte degli elettori del sistema elettorale spagnolo. Infatti, non essendoci un collegio unico nazionale per ripartire i seggi proporzionalmente, succede che nella stragrande maggioranza dei collegi locali gli elettori siano indotti a votare per i due partiti maggiori o per il partito locale più forte. Per il semplice motivo che sanno in partenza che Izquierda Unida non ha nessuna possibilità di raggiungere il quoziente pieno che è quasi sempre superiore al 10 % e spesso al 20 %. Un deputato di Izquierda Unida vale più di 150 mila voti. 230 mila uno di UP y D. 63 mila uno del PSOE. 58 mila uno del PP. 48 mila uno di AMAIUR.

Izquierda Unida si è riscattata da una lunga crisi dovuta a divisioni interne laceranti e a una direzione che aveva adottato una troppo morbida linea di opposizione alla prima legislatura del governo Zapatero. Negli ultimi tre anni, senza produrre scissioni e senza paralizzarsi in lotte intestine, ha saputo rilanciarsi come movimento politico sociale unitario ed ha riconquistato la credibilità di sempre nelle lotte operaie e sociali. A questa rinascita ha dato un contributo fondamentale il Partito Comunista, che è e resta la forza largamente maggioritaria in Izquierda Unida, che comunque ultimamente si è notevolmente allargata nella sua composizione e che, bisogna ricordarlo, funziona sulla base del principio una testa un voto, senza alcuna spartizione interna fra i partiti nazionali o locali che la compongono.

Nei paesi del Sud Europa sotto attacco speculativo si combatterà, nei prossimi mesi ed anni, una battaglia decisiva contro la dittatura del mercato e per la democrazia. La Spagna ci dice che la sinistra quando sa essere coerente con i contenuti anticapitalisti, unita nel rispetto di tutte le identità e autonoma dai liberalsocialisti, può tornare a contare oggi per vincere domani.

ramon mantovani                                 

 

pubblicato su Liberazione il 23 novembre 2011

Siamo sotto dittatura. Festeggiamo?

Postati in articoli pubblicati sul blog con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , su 14 novembre, 2011 da ramon mantovani

Le immagini della folla vociante che festeggiava la caduta del governo Berlusconi, cantando inni religiosi e perfino Bella Ciao, stridono drammaticamente con la realtà del paese e del momento.

Non ce l’ho con le persone che hanno festeggiato come i tifosi di una squadra per la sconfitta dell’odiato avversario. Constato, con pena, che molti e molte, che pure magari si considerano progressisti o addirittura di sinistra, sono ridotti appunto ad essere passivi tifosi, più contro Berlusconi che a favore di qualsiasi cosa.

Il lavoro è svalorizzato e deprivato della sue funzioni sociali e morali, ridotto a pura merce fra le altre, e conseguentemente lavoratrici e lavoratori sono in balia di un mercato che li tratta come cose e che non tollera la loro umanità e tanto meno la stessa possibilità che i loro interessi comuni possano pesare nella società, nei confronti delle loro controparti, nelle istituzioni dove si prendono le decisioni, nel sistema dell’informazione, nel mondo della cultura.

Di converso esiste una casta, questa si davvero una casta, di capitalisti, di banchieri, di finanzieri, di “manager”, di tecnocrati e di burocrati che decidono per tutta l’umanità, i cui interessi, perfino immediati, sono assolutizzati e santificati come gli “unici possibili”, come oggettivi, come indiscutibili.

Ci voleva una crisi terrificante del sistema finanziario e capitalistico per mettere a nudo questa inconfutabile verità?!

Una verità che, anche quando non è negata, viene presentata come una dura realtà da accettare, da digerire e da descrivere “realisticamente” come immodificabile.

La situazione attuale non è figlia di nessuno, non è il risultato del semplice e automatico “sviluppo” del sistema capitalistico o dell’abilità della casta, quella vera, di impossessarsi del potere incontrollato che le permette di “dettare” agende e provvedimenti ai governi e ai parlamenti, più o meno democraticamente eletti, nei suoi esclusivi interessi.

Dopo la crisi del 29 e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sia per la paura che incuteva alle borghesie di tutti i paesi l’Unione Sovietica, sia per la forza che il movimento operaio aveva conquistato con durissime lotte e avendo il potere reale di agire in quello che era il cuore del sistema, la produzione industriale, al sistema vennero messe briglie, regole, esattamente al fine di impedire che i suoi “istinti” intrinseci conducessero a ripetute crisi e alla creazione di problemi irrisolvibili per l’intera umanità.

A questo fine, e per effetto di ricercati compromessi, non sempre avanzati anche se comunque influenzati dagli interessi del movimento operaio, vennero adottati precisi provvedimenti. Fra i tanti vale la pena di ricordare i seguenti:

L’adozione di un sistema di cambi fra le valute con precisi e ristrettissimi vincoli alle possibili oscillazioni di mercato fra le stesse. La fissazione della convertibilità in oro della moneta di scambio nelle transazioni commerciali e finanziarie. La proibizione alla commistione di qualsiasi tipo fra banche creditizie e banche di investimenti. La regolazione del commercio internazionale sulla base di un almeno parziale riconoscimento delle diseguaglianze fra paesi ricchi e poveri. Il controllo politico delle banche centrali e delle politiche monetarie. La nazionalizzazione, in moltissimi paesi, dei settori fondamentali e strategici nel governo dell’economia a cominciare dalle banche, energia e comunicazioni. La programmazione economica statale di medio e lungo periodo come vincolo per le attività imprenditoriali private.

Tutto questo fu sostanzialmente imposto al sistema capitalistico, e produsse una centralità del mercato interno ad ogni paese e della produzione industriale. Centralità che permise alla classe operaia di contare e di trattare da una posizione di relativa forza. Solo così poté avvenire in Italia il “miracolo” della fuoriuscita dalla povertà di milioni di famiglie e la conquista di diritti sociali mai conosciuti prima.

Ma le regole e le briglie al sistema capitalistico non produssero l’armonia e le basi di una convivenza infinita fra interessi contrapposti e configgenti, come prevedavano le parti pure più avanzate dei partiti cattolici e cristiani. E nemmeno il graduale ed indolore superamento del sistema capitalistico in favore di un socialismo democratico e moderato, come prevedevano sostanzialmente i partiti del campo socialdemocratico.

Quelle regole e quelle briglie produssero profitti sempre decrescenti per i capitalisti. Essi non potevano più accettare nessun compromesso per il semplice motivo che alla lunga sarebbe venuta sostanzialmente meno la stessa ragione della loro esistenza: la ricerca del massimo profitto. Mai avrebbero accettato di sparire sottomettendosi alla volontà democratica. E fu questa la molla che li portò a chiedere ed ottenere, e a promuovere in proprio, una vera e propria controrivoluzione. Alla fine della fase Keynesiana poteva esserci solo la rivoluzione o la controrivoluzione. Ogni gradualismo ed illusione armonica coltivata dai socialdemocratici venne travolta. E i comunisti non seppero, anche perché ritennero di non potere, fare la rivoluzione. Non l’Unione Sovietica che pretendeva di competere con il capitalismo imitandone i paradigmi produttivistici e che aveva ormai passivizzato la società e santificato un potere in quasi nulla diverso da quello storico della borghesia. Non i comunisti in occidente troppo divisi ed impegnati a difendersi paese per paese dalla controffensiva capitalistica.

I socialisti e socialdemocratici, con isolatissime eccezioni, invece che prendere atto del fallimento del gradualismo rispetto all’obiettivo del superamento del capitalismo (ancora presente nei loro programmi fondamentali e perfino negli statuti dei loro partiti) lo capovolsero. Separarono i loro destini da quello degli operai e dei lavoratori, che da quel momento perderanno inesorabilmente sempre, e si candidarono a gestire la controffensiva capitalistica più gradualisticamente e moderatamente della destra. Questa è l’essenza della storia politica negli ultimi trenta anni in Europa. Ed infatti tutti i partiti affiliati al Partito Socialista Europeo sono stati protagonisti nello smantellare uno dopo l’altro tutti i vincoli, le regole e le briglie imposte al sistema capitalistico nella fase precedente ed elencate più sopra.

Da quel momento, in ogni paese e con qualsiasi sistema politico elettorale, sparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto molti socialdemocratici presentavano il gradualismo della sconfitta come una realistica ritirata momentanea e pragmatica) l’alternativa fra socialismo e capitalismo e comparì nei fatti prima ancora che nella teoria (in quanto erano ancora molto diverse le culture di provenienza e gli insediamenti elettorali) l’alternanza fra ceti politici diversi ma interni alla gestione degli interessi capitalistici.

Al contempo la cancellazione dei vincoli e delle regole imposti al sistema capitalistico dal dopoguerra in poi produsse un altro fenomeno ben osservabile per chiunque avesse occhi per vedere. La migrazione verso i mercati e gli organismi sovranazionali incontrollati da qualsiasi influenza politica democratica, di tutti i poteri politici statuali fondamentali in economia ed in qualche modo influenzabili dalla dialettica democratica comunque organizzata.

Col tempo l’alternanza nella gestione del sistema si impoverirà di poteri reali fino a divenire quasi mera esecuzione delle “decisioni” dei mercati e la “qualità” della politica reale più rilevante diventerà mano a mano quella dell’abilità nell’imporre lacrime e sangue alla popolazione presentando tutto come indispensabile sacrificio per non soccombere nella competizione internazionale. Naturalmente promettendo un secondo tempo, capace di reinstaurare un circuito virtuoso di redistribuzione della ricchezza e di diminuzione delle diseguaglianze, che non è mai venuto e che mai verrà per il semplice motivo che il primo ad ogni passo ne cancella qualsiasi possibile premessa.

Dalla capacità di progettare la società, lo sviluppo, la democrazia verso nuovi orizzonti e verso la eliminazione delle ingiustizie di ogni tipo, propria della politica delle sinistre con la prospettiva della alternativa, alla capacità di raccogliere consensi elettorali imbrogliando la propria base elettorale e sociale e legittimandosi presso i circoli e la casta dominante competendo con la destra nello spirito di servizio verso di essa, propria della ormai sedicente sinistra liberale nella prospettiva dell’alternanza.

In tutto questo i comunisti e comunque quella parte della sinistra rimasta cocciutamente anticapitalista, e per questo considerata vecchia e dogmatica dalla sinistra liberale, sono rimasti soli, isolati in Europa ed ognuno nel proprio paese, a difendere con le unghie e con i denti le conquiste dei decenni passati e con la prospettiva di dover resistere per un lungo periodo, prima di potersi proporre una svolta e un qualsiasi sbocco politico forte di rapporti di forza sociali favorevoli.

La durezza di questa crisi ha fatto venire in luce l’essenza antidemocratica del sistema dominante e svela ogni giorno di più l’inganno e la natura del “gradualismo” della “sinistra liberista”. È con questo ossimoro che bisognerebbe definirla scientificamente, senza però aprire infinite dispute nominalistiche che lasciano il tempo che trovano, visto che è difficile coniugare i termini “liberale” e “democratica” con l’accettazione della dittatura del mercato.

Tutto questo dovrebbe aver fatto piazza pulita dell’uso improprio del concetto di “alleanze” e di “governo” o “cultura di governo”.

Le alleanze si fanno per scopi precisi e definiti. E si fanno nella società fra gruppi sociali distinti ma convergenti nella difesa di obiettivi ed interessi. E solo su questa base si fanno anche fra forze politiche diverse. La funzione del governo è uno strumento, un mezzo, per la realizzazione degli obiettivi condivisi fra i contraenti l’alleanza.

Alla disgregazione sociale seguente la messa del mercato e della finanza al centro del sistema e del modello sociale, alla emarginazione della classe operaia (per due decenni il mantra è stato perfino che era sparita o in via di estinzione) e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, alla crescita dell’individualismo sfrenato, della guerra fra poveri, del razzismo e dell’egoismo localista, è cresciuta parimenti una concezione della politica totalmente separata dalla società (tranne che per le allusioni mistificatorie agli effettivi problemi sociali per scopi spudoratamente elettoralistici). Il bipolarismo, la governabilità, la velocità delle decisioni da prendere per inseguire quelle del marcato, il potere del governo rispetto al potere del parlamento, il parlamento dai confini bipolari e maggioritari rispetto al parlamento rappresentativo e proporzionale, i partiti a-classisti rispetto ai partiti interclassisti o di classe, i leader rispetto ai collettivi democratici e così via, non sono accidenti o prodotti del (mancato) intento di semplificazione della politica. Sono la riduzione della politica alla funzione di gestione dell’esistente, con la relativa espulsione di qualsiasi progetto o perfino minima rivendicazione che fuoriesca dai confini stabiliti dagli interessi del capitale e del mercato. Per conservare una almeno apparente dialettica democratica si finge, letteralmente si finge, che i due schieramenti o partiti concorrenti per la gestione dell’esistente, siano effettivamente alternativi. E maggiore è la loro similitudine sull’essenziale, e cioè sull’accettazione della dittatura del mercato, maggiormente si gridano insulti e ci si accapiglia nella dimensione della politica spettacolare. Maggiormente si tenta di vincere le elezioni cercando di deprimere l’elettorato altrui, alimentando la non partecipazione o il voto “antipolitico”, che non è altro che il prodotto più reazionario che conferma l’ineluttabilità della dittatura del mercato. Maggiormente si alimentano speranze e illusioni, con un uso spregiudicato delle allusioni e perfino delle descrizioni suggestive dei problemi sociali reali, salvo poi produrre disillusioni fornendo il fianco alla speculare operazione, condotta dalla opposizione, dello schieramento opposto.

Trovo per un verso ridicolo e per l’altro vomitevole che ci sia chi, a sinistra, parli di alleanze e di governo come se fossimo negli anni 50 o 60. Come se la società e la politica non fossero cambiate, e in peggio. Come se i partiti con cui allearsi fossero propositori di un gradualismo verso il superamento del capitalismo. Come se il governo da conquistare qui ed oggi avesse a disposizione i poteri effettivi per contraddire gli interessi del capitale. Come se la cultura di governo non fosse, come lo è stata per i comunisti all’opposizione per decenni, la capacità di proporre soluzioni e riforme per il paese bensì accettare per un presunto pragmatismo di confinare ogni proposta dentro le compatibilità imposte dalla dittatura del mercato. In uno scivolamento senza fine per cui dire no alla TAV e destinare le risorse per risanare il territorio invece che una proposta tipica di chi ha una seria cultura di governo diventa un estremismo non pragmatico. E gli esempi si possono fare a decine se non a centinaia.

La nostra storia è piena negli ultimi due decenni, in Italia come in altri paesi europei, di partiti o di scissioni che su queste basi hanno portato acqua al mulino del bipolarismo tagliando il ramo su cui erano seduti.

E trovo altrettanto illusorio e pericoloso pensare che le istanze di cambiamento, spesso e per questo ridotte a pura declamazione di slogan, possano crescere crogiolandosi nell’isolamento e nell’impotenza. In un circolo vizioso nel quale l’isolamento sarebbe la prova della genuinità delle proprie istanze di cambiamento e non un maledetto effetto della dittatura del mercato. Ed anche qui la nostra storia è piena di esempi di partitini e di scissioni che alle elezioni misurano, quasi sempre in competizione fra loro, il grado di radicalità parolaia di cui sono capaci.

Insisto nel dire che entrambe queste tendenze lavorano oggettivamente ad una divisione insanabile di qualsiasi forza di classe, proprio perché accettano come ineluttabile la semplificazione della politica separata del bipolarismo che non conosce e non ammette nessuna terza via fra la testimonianza ininfluente nelle decisioni reali o la subordinazione e l’integrazione nel sistema.

Tutto ciò si vede molto meglio proprio oggi.  

Se il bipolarismo contenesse o anche potesse contenere politiche e proposte alternative fra loro ciò si dovrebbe vedere meglio esattamente nel momento della crisi del sistema.

In altre parole se la dittatura del mercato pretende, con metodi sbrigativi e autoritari, perfino con metodi umilianti l’esiguo simulacro di democrazia che rimane, che i governi obbediscano alla casta e ai suoi interessi, si dovrebbero accentuare le differenze fra gli schieramenti. Si dovrebbe vedere la netta differenza fra chi propone di sottomettersi ai diktat sacrificando non solo gli interessi delle classi subalterne ma anche quelli del paese, e chi proprio per difendere gli interessi delle già massacrate classi subalterne propone o almeno tenta di non sottomettersi ai diktat dimostrando che questo è nell’interesse del paese. Si dovrebbe vedere la differenza fra la cultura di governo dell’esistente, e cioè la politica come tecnica di applicazione delle esigenze del mercato alla società, e la cultura di governo come primato della società e degli interessi collettivi su quelli del capitale e del mercato. Almeno nelle minime sfumature, se non in modo conclamato, queste differenze si dovrebbero vedere.

Invece si vede esattamente il contrario. Si vedono i cantori del bipolarismo proporre l’unipolarismo. A dimostrazione che i custodi del sistema per quanto normalmente in competizione fra loro sul posto di primo custode e bidello del sistema, se il sistema vacilla e trema a causa delle proprie stesse colpe, devono obbedire, tacere ed accettare che un membro della casta si assuma la fatica di comandarli per il tempo necessario.

Che il signor Monti appartenga alla casta, quella vera, è dimostrato dal fatto che appartiene non a una ma addirittura a due organizzazioni internazionali (non segrete ma assolutamente impenetrabili alla stampa e all’opinione pubblica) finanziate dalle multinazionali. Parlo della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg. Su entrambe queste organizzazioni c’è un’ampia letteratura che ne descrive l’importanza e l’attività. Nonché gli obiettivi che sono esplicitamente quelli di coordinare capitalisti, tecnocrati, manager e governanti amici, per imporre le politiche neoliberiste a tutto il mondo. Lo dimostra il fatto che è stato un tecnocrate della commissione europea nominato e confermato sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra. Lo dimostra il fatto, ma questa è solo una mia opinione, che nonostante il suo curriculum universitario e le sue pubblicazioni siano modeste o comunque analoghe a quelle di altre decine di professori, è considerato una personalità di primissimo piano. Senza chiamare in causa le sue presunte capacità scientifiche (come tutti i neoliberisti non ha mai previsto nessuna delle crisi ed al contrario ha sempre pronosticato meravigliose crescite e sviluppi mai avvenuti) è evidente che la sua “importanza” è esattamente quella di appartenere ai circoli che “contano” nel mondo della finanza e del sistema. È per questo che è quasi unanimemente considerato “credibile”.

Napolitano, ma purtroppo non c’è nulla che l’obblighi a farlo, dovrebbe spiegare quali sono gli “altissimi meriti nel campo scientifico e sociale” di Monti che avrebbero “illustrato la Patria” che l’hanno indotto a nominarlo all’improvviso senatore a vita.

Basta leggere la sua biografia, le sue cariche universitarie e l’elenco modestissimo delle sue pubblicazioni, per rendersi conto che ci sono decine di altri personaggi che meriterebbero la carica di senatore a vita al posto suo.

Ma oggi mentre tutti sanno la verità, e cioè che Monti è stato nominato senatore a vita e poi Presidente del Consiglio perché diretta emanazione e organicamente componente della casta dittatoriale, tutti si genuflettono riconoscendogli misteriosi grandi meriti, dichiarandogli stima più o meno sconfinata, compresi quelli che gli annunciano la propria opposizione (come Maroni della Lega).

Permettersi di dire che Monti è un uomo della casta dittatoriale che ha creato esattamente i problemi che sarebbe chiamato a risolvere e che non meriterebbe affatto di essere nominato senatore a vita è oggi più o meno come andare a San Giovanni Rotondo e cercare di convincere gli adoratori di Padre Pio che era ne più ne meno che un imbroglione come i santoni indiani che raggirano i turisti occidentali.

A proposito di Padre Pio e di chi ne riconosce i grandi meriti spirituali la cosa più curiosa che abbiamo dovuto vedere in questo frangente di questo povero paese è la posizione espressa dal signor Nichi Vendola.

Dopo aver proposto per mesi le elezioni anticipate ed ovviamente le miracolose primarie come unica via democratica capace di mobilitare e far partecipare i cittadini, oplà, con una piroetta improvvisa si appoggia l’idea di un governo tecnico. Contemporaneamente si critica la tecnocrazia, si dice che deve durare al massimo tre mesi, per fare cose di sinistra (patrimoniale, tassazione delle rendite e tagli netti alle spese militari) e di destra ed antidemocratiche (perché così le ha definite Vendola per moltissimi anni per iscritto su Liberazione e in diversi discorsi pubblici e parlamentari) come ripristinare la legge elettorale “mattarellum” per “salvare le coalizioni”. Si dice pure che se però Monti farà cose di destra morirà all’istante il nuovo ulivo, salvo aggiungere che “non credo che accadrà perché ho visto molta determinazione in Bersani”.

Chiunque può verificare leggendo la sua ultima intervista del 13 novembre all’Unità riprodotta sul suo blog, e quindi non sospetta di essere infedele o parziale.

Questo dire e non dire, anche usando parole suggestive. Questo imbrogliare le carte e navigare a vista sperando di poter recitare ancora la parte in commedia che tanto successo di pubblico e di critica ha riscosso. Questo fingere di non sapere. Questo fingere di non vedere. Questo mettere le mani avanti. Insomma queste furbizie buone per chi pensa che la politica sia esattamente l’arte di fare così, fanno veramente pena. Sono cosa da politicanti, non da persone serie.

Quando si sbaglia l’essenziale e si vende l’illusione che la storia si fa con le primarie, esaltando il bipolarismo e il leaderismo, e si promette l’impossibile il destino è quello di doversi arrampicare sugli specchi e di partecipare alla cronaca politica italiana (che è anche peggio della cronaca nera e rosa più sensazionalista e pettegola) invece che alla storia.

Naturalmente ci si può ravvedere, anche senza rinunciare alle proprie idee, senza dirlo ma almeno riconoscendo con comportamenti un minimo coerenti che certe illusioni erano, appunto illusioni. E sono d’accordo che questo venga chiesto con insistenza. Ma dubito possa avvenire.

Comunque in questo paese nel quale c’è chi festeggia per la caduta di Berlusconi senza aver capito che Monti gli taglierà le pensioni e i salari, gli cancellerà diritti, gli toglierà prestazioni sociali, gli confermerà e continuerà le “riforme” del governo Berlusconi che egli stesso ha pubblicamente molto apprezzato in tempi non sospetti (come la meravigliosa riforma Gelmini e i tagli alla scuola pubblica) c’è anche chi ha capito cosa succede e quindi non festeggia. E per questo dice la verità dei fatti e non racconta favole.

La crisi evidenzia come mai prima la natura di classe del sistema. Si vede chiaramente dai provvedimenti che la casta impone per riprodurre esattamente i meccanismi economici che hanno prodotto la crisi e dalla volontà di rimuovere i diritti e i poteri residui che le classi subalterne avevano conquistato in un passato ormai lontano. E chiarisce come mai prima che la democrazia politica in Europa è ormai un simulacro e una mistificazione. Si vede nei diktat della casta e del marcato e nella incompatibilità conclamata del referendum in Grecia e delle elezioni anticipate in Italia con i diktat stessi. Nei paesi sotto attacco speculativo la casta non può tollerare un qualsiasi pronunciamento popolare e nemmeno la dialettica mistificata dell’alternanza. Perché nonostante tutto anche gli schieramenti dell’alternanza quando si vota devono pur collegarsi in qualche modo alle esigenze della propria base elettorale. Ed ecco i governi guidati direttamente da membri della casta internazionale e appoggiati da centrodestra e centrosinistra in Grecia e Italia.

Questa è una realtà molto dura da ammettere. Ignorarla conduce solo a disastri e a ulteriori durissime sconfitte.

Ma non basta denunciarla. Come non basta dichiararglisi contro. Anche se queste due cose sono indispensabili e necessarie, non sono sufficienti.

Se non si sviluppa un movimento operaio e popolare, unificante tutti i settori che da più parti e su più temi si oppongono alle politiche neoliberiste tese a salvare il sistema facendo pagare il costo a tutta la società, e se i provvedimenti del governo Monti saranno vissuti come naturali e indiscutibili, per quanto dolorosi, dalla maggioranza della società, chi vi si oppone politicamente, e per giunta dal di fuori delle sedi decisionali, non ha nessuna speranza di poter controvertere, anche parzialmente, la situazione. Ed è quindi destinato a testimoniare una posizione che per quanto sia realistica e concreta, giacché nulla delle politiche neoliberista è oggettivo e indiscutibile, apparirà se va bene come una utopia, come qualcosa di giusto ma irrealizzabile. Con l’effetto di alimentare speranze ancor più infondate nel dopo Monti e di restringere ancora di più la differenza fra peggio e meno peggio. Dentro il massacro sociale anche il minimalismo di un qualsiasi meno peggio apparirà come l’unico orizzonte possibile e concreto, al momento delle elezioni.

Anche questa è una realtà difficile da ammettere. Come è sbagliato coltivare illusioni circa la possibilità di controvertere questa situazione con il nuovo centrosinistra dei miracoli alle elezioni, è altrettanto sbagliato illudersi che la testimonianza solitaria possa invertire la tendenza. Le prossime elezioni rimangono e sono ancor di più in questa situazione un terreno avverso e irto di problemi e contraddizioni, qualsiasi scelta si faccia.

Perciò è imperativo lavorare all’opposizione sociale e alla unità dei movimenti di lotta, senza perdere tempo a fare ipotesi e a dividersi inutilmente sulla scelta tattica da fare alle elezioni. E conducendo una battaglia squisitamente politica fra tutti gli uomini e tutte le donne che si riconoscono in qualsiasi modo nella sinistra antagonista sull’assunzione dei contenuti di lotta come bussola indiscutibile per l’azione politica ed anche per costruire unità politica. Ogni rovesciamento di questo paradigma, che adotti la bussola della scelte politico – elettorali di schieramento, unitarie o solitarie che siano, è destinato a indebolire le lotte e a provocare divisioni ancor più gravi.

Ciò è vero perché ancora troppe sono le variabili allo stato imprevedibili che possono intervenire prima delle prossime elezioni. Bisogna vedere quale sarà l’andamento della morsa speculativa, che non è affatto detto diminuisca per la caduta di Berlusconi nella misura prevista. Bisogna vedere se il governo Monti riuscirà nonostante tutto ad ottenere il totale consenso su ognuno dei provvedimenti e se non si produrranno crescenti instabilità politiche ed istituzionali. Bisogna vedere se ed eventualmente quale riforma della legge elettorale verrà fatta. Bisogna vedere cosa succederà nel sindacato. E così’ via.

Ma non sono solo le variabili sconosciute a suggerire di non adottare la bussola degli schieramenti elettorali come base per la linea politica. C’è soprattutto la consapevolezza che le elezioni sono comunque un terreno avverso e minato. E che comunque sono da affrontare con acume tattico. Trattarle come se fossero la cartina di tornasole della strategia è un errore madornale in generale. In questa situazione sarebbe un suicidio e perfino la negazione di tutta l’analisi fin qui compiuta.

Detto questo, anche per evitare i purtroppo soliti fraintendimenti e processi alle intenzioni, che sono comunque un inquinamento di ogni discussione e il prodotto delle semplificazioni della politica spettacolo, posso dire che sulle previsioni a spanne che oggi si possono fare è evidente che la proposta di un fronte democratico per battere le destre è da considerarsi totalmente superata. Io non ho mai temuto ne scartato in linea di principio l’eventualità di doversi presentare da soli alle elezioni, in questo caso auspicabilmente mantenendo in vita la federazione e possibilmente allargandola ulteriormente, giacché sarebbe semplicemente disastroso ed irrazionale che ci fossero più liste avverse al centrosinistra. Ed è possibile se non addirittura oggi probabile che così si debba fare dopo il governo Monti. Ma non con l’illusione che questa scelta elettorale sia il viatico della riscossa. Tanto meno che sia l’unica a identificare la strategia corretta. Non è lo stesso sapere che la scelta che si compie porta con se problemi e contraddizioni, pur essendo il male minore, o illudersi che risolva tutti i problemi. Non è lo stesso conoscere le insidie e i punti forti del bipolarismo e il grado di consenso che hanno nella popolazione e nelle stesse avanguardie di lotta, o pensare che non esistano o spariscano per effetto di una malintesa chiarezza che sarebbe prodotta dalla scelta elettorale.

Ma di tutto questo avremo modo di discutere nei prossimi mesi. Spero approfonditamente e seriamente.

Buona fortuna a tutte/i noi.

Ne abbiamo bisogno.

ramon mantovani

La sola sinistra unibile è quella che ha scelto di stare fuori dal “recinto”

Postati in articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag , , , , , , , , , , , su 22 ottobre, 2011 da ramon mantovani

Bisogna ringraziare Liberazione per il Forum del 9 ottobre con Greco, Landini, Bertinotti e Ferrero. E per aver ospitato il dibattito che ne è scaturito. C’è bisogno di discutere seriamente invece che di “mosse”, slogan e sondaggi. Io penso che la fase attuale si caratterizzi per due aspetti preminenti. Il primo è che c’è una dittatura del mercato e del capitale finanziario, che ha costruito un “recinto” nel campo della politica tale che chi vi si oppone è reso impotente, espulso dalle istituzioni od omologato nei fatti ogni volta che si misura con la funzione di governo. Bertinotti descrive bene il “recinto”. Ma questa situazione non è affatto il prodotto oggettivo della ristrutturazione capitalistica. È il prodotto, invece, di precise scelte politiche attuate da governi, spesso guidati da forze di “sinistra”. Oltre ad esistere due sinistre, una antagonista e un’altra interna al sistema (non una divisa dal “recinto”) esse si distinguono ideologicamente in modo inequivocabile. Una è anticapitalista e l’altra è neoliberista e perfino apologetica del capitalismo. Quest’ultima, qualsiasi siano stati i suoi trascorsi, socialdemocratici o comunisti, è stata protagonista insieme e spesso più della destra delle decisioni “deregolatrici” in favore del capitale finanziario, delle banche, dell’estrema liberalizzazione dei mercati delle merci, delle privatizzazioni, della guerra come funzione permanente di governo del mondo e di una costruzione europea fondata sulla primazia del mercato e del bilancio. Se la politica (ufficiale, istituzionale) negli stati nazionali è recintata dalle compatibilità del sistema è necessaria una potenza capace di rompere il recinto. Solo con l’autonomia culturale ed organizzativa dal sistema egemone è possibile qualificare e produrre una “rivolta” capace di rompere il “recinto”. E non esiste altra sinistra unibile che non sia quella che ha scelto soggettivamente di essere fuori dal recinto. Ma esso non è presidiato solo da contenuti economico-sociali di stampo neoliberistico. Lo è anche da contenuti politici ben precisi. Se il fine della politica recintata è la “governabilità” del sistema e la sua forma è il bipartitismo o il bipolarismo (fa lo stesso) non può esistere nessuna sinistra unibile che non si proponga altri fini e altre forme per la politica. Perché è la crisi della democrazia e della stessa politica ad essere il secondo aspetto preminente della fase. Il movimento degli “indignados” in Spagna grida “no nos representan!” ma, al tempo stesso, pretende una legge elettorale proporzionale pura e la costruzione di nuove forme di democrazia diretta dal basso. Ha capito una cosa che in Italia, anche nel movimento, è totalmente sottovalutata. Le istanze sociali, e le stesse “domande” dei movimenti (di cui ha parlato Burgio) poste alle forze politiche, e capaci di intervenire nelle contraddizioni interne alle stesse e fra queste e la loro base elettorale, per quanto blandite prima delle elezioni sono destinate ad essere misurate secondo le compatibilità del sistema, e quindi derubricate, nel momento della verità. Quello del governo. È questa realtà a generare, nei movimenti sociali e perfino nelle singole persone, una tremenda estraneità nei confronti della politica ufficiale. Estraneità che si traduce in rifiuto, astensionismo o anche nell’accettazione, più o meno consapevole, della logica secondo la quale si vota il meno peggio o addirittura il leader salvifico (Obama per esempio). Così i contenuti diventano variabili dipendenti dai giochi e dagli equilibri del palazzo bipolare, la “cultura di governo” si trasforma in moderazione e pragmatismo fine a se stessi e i contenuti, alla fine, vengono bollati come utopie e/o estremismi. Come se abolire la legge trenta o ritirare le truppe dall’Afghanistan, per fare solo due esempi, non fossero possibili atti di governo, bensì proposte provocatorie destinate a destabilizzare il governo in carica. È un circolo vizioso ben congegnato che bisogna rompere. La scelta tattica di non auto isolarsi accettando di ridurre i contenuti a mere petizioni di principio testimoniali, e di partecipare ad uno schieramento contro la destra, senza entrare nel governo, mi convince pienamente. In altre parole ritengo fondamentale giocare la partita su tutti i terreni possibili, adottando tutte le tattiche necessarie, senza paura di nulla, ma senza abbandonarsi a suggestioni e senza imboccare scorciatoie che portano in vicoli ciechi. Perciò considero la mitica “rivolta” e/o il big bang della sinistra di Bertinotti come pure e pericolose suggestioni. Perciò considero gravemente contraddittorio che Landini, mentre propone giustamente una dura battaglia sulla democrazia, dimentichi che è il bipolarismo ad espellere dalla politica istituzionale e dal governo gli interessi di classe dei lavoratori.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 21 ottobre 2011

La politica a spanne di Giovanni Floris

Postati in articoli pubblicati sul blog con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , su 14 ottobre, 2011 da ramon mantovani

Recentemente mi è capitato di vedere una replica di una puntata de “Le invasioni barbariche” nel corso della quale Irene Bignardi ha intervistato il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris.

Ho avuto uno sbocco di bile.

Non tanto per le opinioni di Floris su diversi temi, secondo me altamente superficiali, quanto per la sua evidente ignoranza circa la legge elettorale in vigore. Ignoranza assolutamente ingiustificabile per un giornalista che conduce una trasmissione che si occupa di politica.

Ma vediamo il testo integrale dell’intervista.

Irene Bignardi: – “Se si andasse a votare, come lo vedi il centrosinistra? Ti sembra pronto per una campagna elettorale?”

Giovanni Floris: – “Nessuno è pronto, neanche il centrodestra. Se tu vedi i sondaggi che noi proiettiamo sempre, di Pagnoncelli, sembrerebbe che alla Camera c’è la possibilità di una grossa maggioranza tra PDL e Lega. Perché il sistema elettorale è fatto in modo che la lista che prende più voti si prende, fai conto, tre quarti del Parlamento. Le opposizioni si dividono il resto. Tre quarti della Camera. Le opposizioni si dividono il quarto che manca. Questo vuol dire che questa volta il centrosinistra alla Camera rischia perché probabilmente si deve dividere quel posto dell’opposizione con Fini più Casini, con Vendola. Rischia… Non è pronto lui, non è pronto il centrodestra. Per questo tirano avanti. Ma questo tirare avanti serve probabilmente solo a chiarirsi le idee. Ma intanto non si fa nulla per il paese.”

Ecco! Così rispondeva il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris, alla domanda di Irene Bignardi, nel corso dell’intervista andata in onda nella puntata de “Le invasioni barbariche” del 17 ottobre 2010.

Il link del video è questo:

http://www.la7.it/invasionibarbariche/pvideo-stream?id=i348336

Il dettaglio dell’intervista in oggetto è visibile dal minuto 23,13 al minuto 24,07.

Come si vede il nostro Floris si avventura a dare giudizi e a fare previsioni (il centrosinistra questa volta rischia di dividersi un quarto dei seggi della camera con Fini Casini e Vendola) Per questo tira a campare (per schiarirsi le idee!?).

Insomma, Floris (che è un giornalista “esperto” di politica e che in TV spiega al popolo italiano come è fatta la legge elettorale) sostiene che il premio di maggioranza per la coalizione (ma lui dice lista!) sarebbe pari a tre quarti dei seggi della Camera.

Quindi, secondo Floris, alla maggioranza spetterebbero 472 seggi. E all’opposizione 158.

Ora, con la legge attualmente in vigore si è votato anche nel 2008. Il centrodestra con il 46,81 % dei voti ha ottenuto 340 seggi. Il centrosinistra con il 37,55 dei voti ha ottenuto 239 seggi. L’UDC con il 5,62 ha ottenuto 36 seggi. Tralasciamo pure i 15 seggi attribuiti agli italiani all’estero (12), alla Valle d’Aosta (1) e al Trentino Alto Adige (2), che rispondono a criteri diversi da quello semplicemente maggioritario della legge elettorale per il resto del paese.

Floris dov’era quando si è votato nel 2008? Non si è accorto che il centrodestra ha ottenuto un premio di maggioranza di 44 seggi invece che dei 176 che gli sarebbero spettati secondo la legge elettorale nella versione Floris? E non si è accorto che l’opposizione invece dei suoi previsti 158 ne ha ottenuti 275?

Come è stato possibile che il governo Berlusconi, avendo secondo Floris tre quarti della Camera, sia entrato in crisi con la scissione di Futuro e Libertà, che poteva contare si e no su una trentina di deputati? Mistero! Eppure Floris di è a lungo occupato di tutto il trambusto conseguente alla fuoriuscita di Futuro e Libertà dalla maggioranza, ivi compresa la compravendita di deputati dell’opposizione, necessari al governo per raggiungere la maggioranza assoluta di 316 seggi.

In realtà la legge, ovviamente, assegna un premio di maggioranza alla coalizione con più voti assoluti pari almeno a 340 seggi. 340 seggi sono il 54 % dei seggi alla Camera. Significa che la coalizione vincente se ottiene meno del 54 % dei seggi si vede assegnare tanti seggi quanti ne servono per arrivare al 54 % sul totale dei seggi della Camera. Esattamente 340. Ovviamente se una coalizione superasse il 54 % dei voti assoluti si vedrebbe assegnare i seggi in ragione proporzionale, non avendo bisogno del premio di maggioranza.

Quindi, o i sondaggi di Floris assegnavano al centrodestra il 75 % dei voti assoluti (ma in questo caso come mai Floris ha detto che il centrodestra non era pronto per le elezioni?) oppure Floris banalmente non conosce la legge elettorale. E non si tratta dell’ignoranza di un dettaglio (per esempio la soglia per una lista coalizzata diversa da quella per una lista non coalizzata), che pure dovrebbe essere ben padroneggiato da un giornalista che ha la responsabilità di condurre una trasmissione (pardon… talk show) di informazione politica. Si tratta di una cosa importantissima. Centrale. Decisiva.

E’ ammissibile che il servizio pubblico televisivo faccia condurre una trasmissione di approfondimento politico (sic) a un signore che non sa nemmeno come funziona la legge elettorale?

E’ ammissibile che tale signore percepisca uno stipendio (secondo le sue parole) di 400 mila euro lordi all’anno?  

Cosa succederebbe se un giornalista sportivo dicesse che tre calci d’angolo valgono un gol?

Cosa succederebbe se un giornalista che si occupa di divulgazione scientifica dicesse che la balena è un pesce?

Cosa succederebbe se un giornalista che si occupa di una trasmissione sulla salute dicesse che il cancro si cura con l’aspirina?

Cosa succederebbe se un giornalista che fa critica musicale dicesse che Verdi è un verista?

Cosa succederebbe se un giornalista che fa critica cinematografica dicesse che Bombolo ha preso l’Oscar?

Forse niente. Perché in Italia nelle tv pubbliche o private può succedere tutto.

Ma che un conduttore, strapagato, di una trasmissione che si occupa di politica non sappia come si elegge la Camera dei Deputati senza che nulla succeda è certo.

ramon mantovani

Ora la Libia è sul mercato

Postati in articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , su 25 agosto, 2011 da ramon mantovani

La guerra in Libia sta concludendosi? Pare di si. O forse no, perché le guerre civili non si concludono facilmente. Ma il bilancio, provvisorio, di questa guerra sembra abbastanza chiaro. Almeno per chi ha occhi per vedere e non ha mandato il cervello all’ammasso. Nessuna delle menzogne, dei falsi pretesti e delle suggestioni abilmente propalate dal sistema di disinformazione e di manipolazione delle opinioni pubbliche mondiali ha resistito alla prova dei fatti. Nessun principio e nessuna legge del diritto internazionale è stata rispettata. In Libia c’era e c’è senza ombra di dubbio un regime oligarchico, per non dire familiare, oppressivo e per molti aspetti grottesco. Ma si possono citare almeno una decina di altri paesi retti da regimi simili, che hanno recentemente represso nel sangue rivolte popolari, considerati “amici” dell’occidente, alcuni dei quali hanno perfino partecipato alla “protezione dei civili” in Libia. In Libia non c’è stata, come in Tunisia e in Egitto, una rivolta popolare spontanea provocata dalla crisi bensì un’insurrezione a base territoriale (quanto ispirata e fomentata da potenze straniere e da un parte dello stesso regime libico si vedrà presto) guidata dall’ex ministro della giustizia di Gheddafi e da un tale Mahmud Jibril. Quest’ultimo, poco prima della “ribellione” aveva dovuto dimettersi dall’incarico di responsabile della politica economica del governo di Gheddafi, in quanto le sue proposte di liberalizzazioni e privatizzazioni erano state bocciate. Se Gheddafi le avesse accettate ci sarebbe stata la guerra? Oggi Jibril è il capo del governo provvisorio dei “ribelli”. E’ indaffarato, più che a combattere, a girare per il mondo trattando sulle liberalizzazioni e privatizzazioni che il regime libico aveva scartato. Solo un’illegale risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (illegale in quanto l’ONU non può promuovere alcuna azione militare senza aver prima esplorato ogni iniziativa politica e diplomatica) e solo la violazione della stessa risoluzione ONU (violazione perché prevedeva che nessuna arma avrebbe potuto essere fornita sia al governo sia ai “ribelli” ed escludeva ogni azione atta a rimuovere Gheddafi dal potere), insieme all’intervento della NATO come aviazione di una delle parti in causa, hanno prodotto la sconfitta di una parte del regime ad opera di un’altra parte del regime. I morti civili, la distruzione delle infrastrutture del paese e l’esodo di centinaia di migliaia di immigrati in Libia da altri paesi africani, sono stati considerati un prezzo da pagare ben volentieri per mettere le mani sul petrolio libico e per smantellare l’ottimo welfare pubblico che ai libici garantiva lavoro, sanità, istruzione e abitazioni. Senza dimenticare l’obiettivo politico del rilancio ulteriore della NATO come gendarme del mondo e della trasformazione dell’ONU in notaio delle decisioni dei paesi ricchi (con mormorii senza uso del potere di veto di Russia e Cina). Eccolo il bel multilateralismo di Obama! E degli europei, tra i quali gli apologeti più convinti di ogni distruzione del diritto internazionale, delle guerre umanitarie e dello strapotere della NATO sono gli esponenti del Partito Socialista Europeo e in Italia del PD e della corte dei pennivendoli tanto ostili a Berlusconi quanto guerrafondai. Come fu ai bei tempi della guerra del Kosovo, anche quella condotta come aviazione di una parte contro l’altra, presentata come difesa umanitaria dei civili. Multilateralismo per fare la guerra allo scopo di spartirsi il bottino. Costituito da contratti sul petrolio ben più vantaggiosi per le multinazionali di quelli attuali e da usare come antidoto alla politica petrolifera del Venezuela, dell’OPEC e dei paesi dell’ALBA. Costituito da sicuri investimenti (con relative delocalizzazioni in Italia ed Europa) in tutti i settori economici fino ad ora pubblici per l’orda famelica delle imprese europee. Le stesse che a migliaia hanno saccheggiato Tunisia ed Egitto negli ultimi due decenni. Multilateralismo che vacillerà, come del resto era incerto all’inizio di questa pessima storia quando USA, Francia e Germania avevano posizioni diverse, appena il signor Jibril dovrà “decidere” quali compagnie petrolifere dovranno godere di più, a cominciare dall’ENI. Nelle prossime ore, giorni e settimane si riuniranno i vertici politici della NATO e del Gruppo di Contatto. In quelle sedi si misureranno i rapporti di forza interni al multilateralismo, e il peso delle bombe sganciate da ognuno acquisterà un peso politico. Probabilmente la guerra civile libica continuerà in altre forme, e basterà etichettare i seguaci di Gheddafi come terroristi per giustificare ogni tipo di repressione. Poi l’ONU ratificherà e metterà un timbro. Come è dovere dei notai. Infine, va pur detto che fra le vittime di questa guerra c’è il movimento pacifista. Travolto dalle truppe dei manipolatori dell’opinione pubblica e in parte arruolato nei corpi scelti d’elite dei guerrafondai umanitari.

Che riposi in pace!

ramon mantovani

Pubblicato su Liberazione il 25 agosto 2011

Genova, la vera storia.

Postati in articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , su 7 luglio, 2011 da ramon mantovani

Sono passati dieci anni. Non sono passati invano. Tuttavia troppe cose sono state dimenticate ed altrettante distorte dal vizio provinciale di guardare al mondo attraverso il buco della serratura della politica spettacolo italiana.

Dichiaro esplicitamente l’intenzione, in questo articolo, di far piazza pulita delle semplificazioni, banalizzazioni, esagerazioni, mitizzazioni, che hanno accompagnato il ricordo di Genova 2001. Non per tigna solamente, bensì per riscoprire e riproporre l’anima rivoluzionaria di quelle giornate e soprattutto del movimento mondiale che l’esprime tuttora.

PRODROMI E NASCITA DEL MOVIMENTO NO GLOBAL

La fase del capitalismo ispirato dall’ideologia neoliberista, e cioè la grande rivincita contro il movimento operaio e tutte le sue conquiste, inizia già negli anni 70. Ma è negli anni 90, dopo la caduta del muro di Berlino, che trionfa su scala planetaria. Il mondo unificato dal mercato grazie agli accordi siglati in sede GATT e poi WTO, la dimensione del capitale finanziario permessa dal superamento di tutte le misure della fase precedente volte ad impedire il ripetersi della crisi del 29, la concentrazione del capitale in enormi società multi e transnazionali, la centralità di organismi tecnocratici e totalmente dominati dagli interessi dei paesi ricchi come il FMI, la Banca Mondiale e l’OCSE, sembrano promettere il sorgere di un’epoca di sviluppo e di progresso illimitati. Dal punto di vista strettamente politico tutto cambia. Al fianco dei teorici neoliberisti e della destra politica i partiti socialdemocratici e socialisti sposano tutte le tesi neoliberiste. I governi si conquistano per gestire l’esistente, senza mettere in discussione nulla degli interessi del capitale e dei meccanismi di mercato, che invece vengono assunti come il centro di tutto. Riservando eventuali correzioni delle storture sociali più evidenti ad un secondo tempo sempre più inafferrabile e soprattutto subordinandole alle compatibilità imposte da trattati assunti come indiscutibili (per esempio Maastricht in Europa) e dai diktat del FMI e Banca Mondiale. Le forze che si oppongono al capitale sono divise e soprattutto chiuse entro confini nazionali. Dedite quasi esclusivamente a difendere le conquiste della fase precedente, che vengono messe sotto attacco una dopo l’altra, inesorabilmente. E’ in questo deserto, però, che si cominciano a vedere negli anni 90, qua e la, scintille, controtendenze, annunci, domande. Come sempre, in modo confuso e a volte perfino contraddittorio, emergono i problemi sociali e culturali prodotti dal capitale e dal suo modello globale. Si comincia a scoprire nel mondo che le promesse di pace e sviluppo sono false. Molte lotte si trovano di fronte un nemico ben più potente e lontano degli apparati repressivi nazionali e dei governi nazionali. Basta una decisione del FMI, a cui i governi dichiarano esplicitamente di non potersi sottrarre pena la bancarotta, per fare carne di porco del welfare duramente conquistato in decenni di lotta. Basta un trattato del WTO e un accordo di cartello delle multinazionali agroalimentari per distruggere la sovranità alimentare di interi paesi e mettere sul lastrico decine di milioni di contadini. Bastano le mire speculative delle borse e del capitale finanziario per mettere un paese in ginocchio. In particolare in America Latina, dove le politiche neoliberiste sono state applicate intensivamente molto prima che altrove, sorgono grandi movimenti di massa indigeni, contadini e operai, in difesa dell’acqua e delle risorse naturali. Nel 94, lo stesso giorno di entrata in vigore del trattato di libero commercio fra USA, Canada e Messico, compare un movimento guerrigliero indigeno, l’EZLN, che si caratterizza subito per indicare fuori dal proprio paese i veri artefici e responsabili del tentativo di genocidio economico sociale dei popoli indigeni del sud est del Messico e che propone esplicitamente il problema di una lotta globale contro il capitalismo globalizzato. Verso la fine degli anni 90 l’esigenza, ancora intuitiva e teorica, di produrre lotte e mobilitazioni internazionali comincia a materializzarsi. Inizia la stagione delle manifestazioni internazionali di protesta e di lotta. La più famosa e conosciuta è quella del 99 a Seattle contro il WTO. Insieme ai sindacati portuali e metalmeccanici degli USA, che non esitano a perseguire l’obiettivo di tentare di impedire fisicamente, scontrandosi con la polizia, il vertice del WTO, ci sono centinaia di associazioni e movimenti stranieri. Da quel momento nessun vertice del FMI, del WTO, della Banca Mondiale, del G7, si è potuto svolgere senza dure contestazioni di massa. Nel corso delle quali il crescente numero di movimenti globali e locali iniziano a capire che bisogna assolutamente coordinarsi e soprattutto trovare il modo di elaborare un programma di lotte ed un’alternativa. Nel vivo della stagione delle manifestazioni di protesta internazionali nasce, in Brasile, l’idea che si debba promuovere un incontro per discutere, elaborare idee e proposte. L’incontro si fa a Porto Alegre a fine gennaio del 2001, in concomitanza ed alternativa al Forum di Davos (incontro informale tra governanti e manager delle imprese multinazionali), che è uno dei motori della globalizzazione. Più di ventimila persone provenienti da più di 100 paesi partecipano alle giornate nelle quali si discute di alternative e si incomincia a progettare e programmare un lavoro ed azioni comuni. Fra le altre cose si individua la scadenza del vertice del G7 a Genova come centrale per il movimento. È arrivato il momento di mettere in discussione radicalmente il tentativo in corso di trasformare un incontro informale dei 7 paesi più industrializzati in un vero e proprio direttorio mondiale. Il G7 non è retto da alcun trattato e non si prendono decisioni. Tuttavia le discussioni e gli orientamenti che li si fanno e assumono, dato il peso dei paesi partecipanti, assumono un valore politico ben più importante di qualsiasi decisione formale in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È molto recente il ruolo avuto del G7 allargato alla Russia nella conclusione della guerra contro la Yugoslavia. Guerra nemmeno mai discussa in Consiglio di Sicurezza. Per chi ha occhi per vedere è indubitabile che sia in corso il tentativo di uscire dall’ordine bipolare della guerra fredda non già con una democratizzazione dell’ONU e con una implementazione della pace nelle relazioni internazionali, bensì con una dittatura dei paesi ricchi esercitata attraverso vie di fatto a scapito del ruolo della stessa ONU. È su queste basi che il movimento sceglie di puntare su una grande protesta internazionale a Genova.

LE GIORNATE DI GENOVA

Nei mesi precedenti la mobilitazione si era formato un comitato preparatore delle mobilitazioni previste per il vertice del G7. Il Genoa Social Forum. Da comitato locale si era trasformato rapidamente in comitato nazionale. Erano state battute le posizioni isolazioniste e localiste che avrebbero voluto caratterizzare solo localmente la mobilitazione e che pretendevano di escludere forze politiche organizzate e presenti in parlamento (sostanzialmente il PRC). Le adesioni piovono a centinaia e poi a migliaia dall’Italia e da tutto il mondo. Nel frattempo il G7 si trasforma in G8, con l’inclusione permanente della Russia. Non è un dettaglio, perché non è più il PIL ad essere il criterio con il quale si partecipa al vertice, bensì la “importanza” dei paesi. È evidente che non si tratta dell’importanza data dalle dimensioni demografiche o territoriali dei paesi, ma dalla loro potenza economica e militare. Il G8 si prepara ad essere veramente un direttorio del mondo. La consapevolezza di questa realtà è cresciuta enormemente. Nella stessa opinione pubblica mondiale è forte la convinzione che paesi ricchi e multinazionali governino il mondo nei loro esclusivi interessi, che le promesse di sviluppo e redistribuzione del decennio precedente erano un imbroglio, che le ingiustizie e le povertà sono aumentate ed hanno dei responsabili precisi ed individuati. Nei mesi precedenti il vertice è il governo di centrosinistra di Giuliano Amato a partecipare alla preparazione del vertice come paese ospitante. Berlusconi vincerà le elezioni quando tutto ormai sarà già deciso e preparato. Bisogna sapere che a presiedere alla sicurezza del vertice lavora un coordinamento fra servizi e polizie dei paesi partecipanti, ovviamente dominato dagli USA. Formalmente la sicurezza è appannaggio del paese ospitante, ma il coordinamento è decisivo ed è quello che prende le vere decisioni. In quel periodo succedono due precise cose, senza conoscere le quali non si può poi capire cosa sia successo a Genova dal punto di vista dell’ordine pubblico. La prima è che nel corso della preparazione si afferma fra i paesi membri la consapevolezza del momento di grave impopolarità del vertice. E quindi si stabilisce che il giorno precedente il vertice si riceveranno diversi paesi poveri per ascoltare le loro richieste e che si darà vita ad un fondo speciale per combattere l’AIDS in Africa (una delle più popolari campagne del movimento è contro le multinazionali farmaceutiche e la loro politica dei brevetti e dei prezzi). La seconda è che si decide che la città di Genova sarà militarizzata. Una zona rossa presidiata militarmente dove nemmeno i non residenti potranno entrare, una zona gialla (quasi tutta la città) dove non si potrà manifestare e nemmeno distribuire volantini, una zona verde (la periferia estrema) dove sarà relegata la manifestazione. Parte una campagna di stampa ben orchestrata dai servizi e dall’esercito di pennivendoli sempre disponibili a propalare il contenuto delle veline della CIA. La sostanza della campagna si può riassumere così: riconosciamo che molte domande dei bravi giovani che contestano hanno un fondamento, ed infatti noi parleremo coi paesi poveri e li aiuteremo come mai abbiamo fatto prima, ma nelle manifestazioni si annida il terrorismo e la violenza, e perciò bisogna prepararsi. E giù notizie sui possibili missili, sullo spargimento di sangue infetto e così via. Nel Genoa Social Forum nessuno, nemmeno le associazioni più moderate, accetta la logica della zona rossa. Si rivendica il diritto a manifestare dovunque ed anche a tentare di impedire pacificamente il vertice. Come del resto è stato fatto in occasione di tutte le mobilitazioni dei due anni precedenti. Oltre a contestare la legittimità stessa del G8, al quale per questo non si chiede nessuna interlocuzione, si contesta la costituzionalità delle zone rosse e gialle. Nel Genoa Social Forum si prepara un programma di iniziative e di manifestazioni. Ovviamente non tutti vogliono fare le stesse cose e c’è il rischio che il movimento si divida sulle pratiche. Saranno soprattutto i rappresentanti del PRC e dei Giovani Comunisti/e a proporre un metodo, questo si veramente nuovo nelle pratiche di movimento e di piazza, capace di tenere tutto insieme senza costringere nessuno a rinunciare alla propria peculiarità. Ci saranno due manifestazioni di tutti. Il giovedì una dedicata al tema delle migrazioni e una sabato, conclusiva. Il venerdì ci saranno 5 diverse manifestazioni, costruite per affinità politiche e di pratica di piazza, ma nella diversità ognuna riconoscerà le altre come legittime e arricchenti il movimento nel suo insieme. Nel frattempo Berlusconi ha vinto le elezioni e il nuovo governo accetta, al contrario del precedente, di dialogare con i promotori delle manifestazioni. Viene mantenuta la zona rossa ed eliminata la zona gialla. Si potrà manifestare in tutta Genova tranne che nella zona rossa. Anche questo non è un dettaglio giacché gli apparati di servizi e polizia italiani che con la CIA hanno preparato i “piani” per la sicurezza del G8 sono gli stessi e non sono cambiati con il nuovo governo. Sono loro ad aver dettato la linea al governo di centrosinistra (forti dell’autorevolezza che emana dall’essere parte del coordinamento internazionale) e sono loro adesso a dover gestire una situazione nuova, mantenendo la linea decisa precedentemente.

LA REPRESSIONE

I fatti sono ormai molto conosciuti. Ma l’interpretazione degli stessi è stata purtroppo fortemente deviata e distorta. Mi limiterò quindi a sostenere alcune tesi precise e a confutare quelle che via via si sono affermate nel corso del tempo.

La mobilitazione di Genova 2001 era internazionale. Lo è stata più di tutte le altre, sia perché era stata indicata dal Social Forum di Porto Alegre come scadenza centrale sia perché in Italia si era costruito un fronte unitario amplissimo e coeso. Furono decine di migliaia i partecipanti stranieri e tra questi migliaia e migliaia di militanti di partiti presenti nei parlamenti nazionali. La decisione di reprimere è stata presa molto prima dalle elezioni italiane e dell’avvento del governo Berlusconi, in sede di coordinamento dei servizi e polizie dei paesi del G8. Nella vulgata che si è affermata sembra ormai che Genova 2001 sia stato un episodio di politica interna e che tutte le responsabilità siano da attribuire al governo Berlusconi. Ovviamente il governo Berlusconi ha la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione. Ma dimenticare e sottovalutare le responsabilità internazionali e del governo precedente è totalmente fuorviante. È, in qualche modo, una pesante sottovalutazione della gravità di quanto avvenuto e una sua riduzione agli eccessi di un governo di destra. Inoltre le tecniche repressive adottate erano nuove e sconosciute in Italia. Tranne che in occasione, guarda caso, della manifestazione no-global di Napoli dell’anno precedente, quando i manifestanti vennero spinti in un vicolo cieco e duramente massacrati e quando nelle caserme i fermati vennero torturati da agenti inneggianti al fascismo. Peccato che c’era il centrosinistra e che il Ministro degli Interni Enzo Bianco coprì totalmente l’operato delle forze dell’ordine. Mai, come invece è accaduto a Genova, una manifestazione autorizzata ufficialmente era stata caricata per ore e con una tecnica atta ad allargare gli scontri invece che a contenerli. Ed è l’estensione degli scontri ad opera di reparti dei carabinieri a creare le condizioni dell’uccisione di Carlo Giuliani. Mai gruppi violenti erano stati lasciati liberi di fare qualsiasi cosa per più di 48 ore. Ridurre il fenomeno Black Bloc alle infiltrazioni è un’altra stupidaggine tutta italiana. Chiunque abbia partecipato alle manifestazioni di Seattle, Praga, Amsterdam, Nizza ecc sa bene che è un fenomeno reale. Ma a Genova, al contrario che nelle altre città testé citate, i black bloc sono stati volutamente ignorati al doppio scopo di inquinare l’immagine del movimento e di reprimere, invece, immediatamente i manifestanti pacifici. Mai in Italia una manifestazione pacifica di 300mila persone era stata attaccata senza motivo e repressa per più di 3 ore con centinaia di fermi ed arresti. Mai la polizia, con la presenza di funzionari di altissimo livello, era entrata in una sede politica (il Genoa Social Forum l’aveva ottenuta ufficialmente dal Comune) ed aveva operato un massacro. Solo nella repressione delle rivolte carcerarie è possibile trovare un bilancio di persone con fratture come alla Diaz. Più di 90 arresti dei quali più di 60 ospedalizzati. Tutte queste cose le hanno fatte Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza con la regia degli apparati dell’ordine pubblico che avevano partecipato al famoso coordinamento. Il governo le ha apprese sempre a cose fatte. Le ha coperte e rivendicate ma non progettate e indicate. La vulgata, fortemente voluta dai giornali e dai santoni televisivi del centrosinistra, vuole invece che le sane forze dell’ordine con qualche mela marcia e qualche reparto di irresponsabili siano state spinte alla repressione dal governo e segnatamente dal vicepresidente del consiglio Fini. Perché presente per due ore in una sala operativa dei carabinieri. Tesi suggestiva e molto buona per dimenticare l’importanza internazionale della mobilitazione, le responsabilità del governo precedente e soprattutto dei vertici dell’ordine pubblico, a cominciare dal Capo della Polizia. Se ce ne fosse bisogno la riprova è che se le cose fossero andate così la famosa commissione d’inchiesta prevista dal programma del governo Prodi sarebbe stata istituita per inchiodare Fini e soci alle loro responsabilità. Mentre invece IDV e soprattutto alcuni esponenti di primo piano dei DS (a suo tempo responsabili della nomina di De Gennaro a Capo della Polizia) l’hanno affossata. I processi hanno svelato molto più di quanto fosse possibile sperare. Ma, essendo processi costruiti su reati commessi da persone, non dovevano ne potevano indagare sulle responsabilità politiche. Solo in una commissione d’inchiesta parlamentare si sarebbe potuto approfondire, con precise domande alle quali nessuno avrebbe potuto sottrarsi, circa la progettazione dell’ordine pubblico in sede di governo e soprattutto di coordinamento dei servizi e polizie del G8.

IL MOVIMENTO DOPO GENOVA

La repressione non divide il movimento, per alcuni versi si rivela un boomerang, ma sarebbe sbagliato dire che è stata inefficace. I contenuti della protesta, la radicale contestazione del G8 e della sua legittimità, le proposte di alternativa sono purtroppo messi in secondo piano. Grazie ad una manipolazione scientifica dell’opinione pubblica sembra che una variopinta armata brancaleone, con buoni e cattivi, abbia contestato i potenti e che le sia caduta addosso una repressione eccessiva ad opera del governo Berlusconi. In particolare il circo massmediatico del centrosinistra occulta volutamente i contenuti del movimento e riduce tutto alla litania antiberlusconiana. Perfino dentro il movimento si affermano letture di quanto avvenuto totalmente subalterne ad una visione ultraprovinciale tipica della politica e dei mass media italiani. Come si sviluppano immediatamente i soliti tentativi di egemonizzazione del movimento. Chi lo vuole trasformare in partito, chi lo vuole dividere fra buoni e cattivi, chi lo vuole ridurre a massa di manovra del centrosinistra, chi lo vuole radicalizzare sulle pratiche di piazza. Che la manifestazione fosse internazionale e collegata al nascente social forum mondiale viene rapidamente dimenticato. E i salotti televisivi scelgono loro i “leader” del movimento più adatti, a seconda della bisogna, a dimostrare l’una o l’altra tesi. Bisognerà attendere il Social Forum Europeo di Firenze e soprattutto la mobilitazione mondiale contro la guerra in Iraq, per intravvedere ancora la natura internazionale del movimento. Comunque il coordinamento nazionale italiano si mantiene unito, sia nella promozione delle manifestazioni italiane sia in occasione degli ormai annuali incontri mondiali e continentali. Ma ormai ci sono tutti i sintomi di una divisione totalmente ispirata dalla politica interna. Mentre nei social forum mondiali e continentali crescono le posizioni più radicali, mentre in America Latina le alternative elaborate dal movimento diventano programmi di governo in diversi paesi, in Italia quello che fu un grande movimento si divide sulle pratiche di piazza e soprattutto sulla prospettiva prima e sulla politica poi del governo Prodi. Sarebbe troppo lungo elencare i tanti episodi e scadenze che dimostrano tutto questo. Valga per tutti l’esempio più significativo. Una normale visita del Presidente USA in Italia, invece che l’occasione per una manifestazione unitaria contro la politica statunitense diventa l’occasione per una manifestazione contro il governo italiano da una parte e per una pagliacciata moderata dei partiti presenti nel governo, della Fiom e dell’Arci dall’altra. Da quel momento quel che fu unito a Genova sarà sempre più diviso, irrimediabilmente. Fino al paradosso del G8 dell’Aquila. Dove solo una parte di quelli che lo contestarono a Genova manifesteranno in piazza nel più totale isolamento e boicottaggio massmediatico. Mentre un’altra parte (CGIL in testa) parteciperà alla cosiddetta “coalizione contro la povertà” il cui principale atto sarà la consegna di una lettera al governo Berlusconi con la preghiera di trasmetterlo al G8 (sic). Per fortuna in tutti questi anni, il movimento mondiale è cresciuto enormemente e i suoi contenuti (come la lotta contro la privatizzazione e per la ripubblicizzazione dei beni comuni) sono ben più popolari di dieci anni fa. Le esperienze di governo dei paesi dell’ALBA e di diversi del MERCOSUR in America Latina che si ispirano direttamente al movimento si sono rafforzate ed hanno resistito alle aggressioni USA ed europee. A queste cosa bisognerebbe far riferimento per celebrare il decennale di Genova in modo degno e serio. Ma in Italia sembra un’impresa difficilissima.

ramon mantovani

pubblicato su “SU LA TESTA” nel luglio del 2011

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