Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 10 novembre, 2014 by ramon mantovani

La Direzione del Partito della Rifondazione Comunista ha avviato un importante dibattito, licenziando un documento sulla prospettiva dell’unità della sinistra e del partito.
Condivido il senso e la lettera del documento.
Queste note sono un modesto contributo alla discussione. E sono centrate sulla questione del futuro del partito.

Gli equivoci sulla storia del comunismo italiano.

La storia del movimento operaio italiano, e segnatamente del PCI, è grande e complessa. Lungi da me l’idea di trattarla esaustivamente.
Mi interessa, in questa sede, unicamente tentare di confutare alcune interpretazioni superficiali, unilaterali e/o infondate, che nel corso del tempo si sono affermate producendo danni gravissimi e a tutt’oggi irrisolti. E dalle quali è dipesa e dipende l’illusione che si possa ricostruire il PCI, come se si trattasse di una semplice questione di volontà.
In particolare c’è oggi, nella società e fra gli stessi militanti comunisti e di sinistra, l’idea perniciosa che la “politica” sia unicamente il complesso di attività volte alla conquista del consenso elettorale e che, più specificatamente, consista nel promuovere alleanze e nell’elaborazione di programmi di governo. O consista, me è solo l’altra faccia della medesima medaglia, unicamente nella propaganda di ideali, principi ed obiettivi di lotta.
In realtà è la stessa concezione della “politica” ad essere distorta dalla indebita separazione fra il complesso di attività ed azioni sociali e culturali del Pci e quelle dedicate alla dialettica interna alle istituzioni e alle relazioni fra partiti.
Il “caso italiano” si deve sostanzialmente a tre fattori.
Il primo era la natura prevalentemente e strutturalmente nazionale del mercato e delle imprese capitalistiche.
Il secondo era la natura parlamentare delle istituzioni (dal più piccolo consiglio comunale al parlamento nazionale).
Il terzo era l’esistenza di grandi organizzazioni sociali e di partiti di massa.
Questi fattori, originati dai limiti globalmente imposti allo sviluppo spontaneo del mercato capitalistico e segnatamente del mercato finanziario dopo la crisi del 29 e la guerra, dal peso conquistato dal PCI nella Resistenza e conseguentemente nella redazione della costituzione repubblicana, e dallo sviluppo della lotta di classe possibile in quelle condizioni, sono intimamente intrecciati.
Sul primo fattore mi limito a dire (non è questa la sede per analisi approfondite) che con gli Accordi di Bretton Woods vigenti e con la natura prevalentemente nazionale e produttiva del capitale e del mercato, la società aveva come centro i luoghi della produzione. Le classi sociali erano ben identificate, anche se in un contesto sempre più articolato e complesso. La classe operaia e i suoi strumenti, sindacato e partito, avevano un ruolo fondamentale che influenzava tutta la società.
Il secondo fattore, e cioè la natura parlamentare delle istituzioni a tutti i livelli, permetteva che la lotta di classe ed ogni sorta di lotte sociali e civili, potessero incidere nella realtà consolidando obiettivi di lotta in leggi dello stato attraverso i partiti di massa, indipendentemente dalla loro collocazione di governo o di opposizione.
Parlamento con grandi poteri, governo con scarsi poteri e legge elettorale proporzionale permettevano che le lotte e le rappresentanze di classe potessero, nella dialettica parlamentare e con alleanze precise e mirate, vincere battaglie e conquistare obiettivi.
È così che si chiude un cerchio, un circolo virtuoso. Le lotte, che in quel contesto strutturale potevano essere sempre più avanzate giacché accumulavano potere nei rapporti di forza sociali (basti pensare all’efficacia dello sciopero), attraverso le proprie rappresentanze pagavano e risultavano efficaci e vincenti. La dialettica politica e parlamentare era direttamente legata alle dinamiche sociali e dei rapporti di forza fra le classi. I partiti erano rappresentanti di classi e pezzi di società ed avevano una base ideologica precisa ed identificabile. Votare alle elezioni significava delegare la propria rappresentanza a lottare nelle istituzioni per i propri interessi.
Si tratta di una concezione della politica, della rappresentanza, delle istituzioni ben diversa, per non dire contrapposta, a quella liberale che era ispirata dall’idea dell’elezione diretta del governo e dalla scelta delle persone invece che dei partiti.
Ma veniamo al terzo fattore, che in questa sede ci interessa maggiormente.
C’è tutta una mitologia completamente infondata sulla storia del PCI e sui motivi che ne hanno fatto il più grande partito comunista in occidente.
Secondo i canoni dell’odierno pensiero dominante la grandezza del PCI si deve sostanzialmente alla grandezza dei suoi dirigenti, Togliatti in testa. E segnatamente alla raffinatezza della politica delle alleanze e all’immancabile “cultura di governo”.
Senza nulla togliere all’effettiva statura di Togliatti e di tutto il gruppo dirigente del PCI, mi preme sottolineare che senza l’intreccio dei tre fattori di cui sopra in PCI non avrebbe, in nessun caso, potuto essere quel che è stato.
Infatti, senza un contesto economico nel quale le lotte potevano essere efficaci socialmente, nessuna raffinata politica delle alleanze in parlamento avrebbe potuto strappare risultati concreti e, a lungo andare, la rappresentanza politica avrebbe finito con l’essere avvertita anch’essa come inefficace, inutile e dedita a coltivare interessi di partito (oggi si direbbe di casta), separati da quelli dei rappresentati.
Senza la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale tutte le lotte generali che richiedevano riforme legislative non avrebbero mai raggiunto l’obiettivo di codificare in leggi le proprie rivendicazioni. Un partito come il PCI, antagonista ed inviso al potere imperialistico statunitense e perciò impossibilitato a conquistare il governo direttamente, senza la possibilità di allearsi con il PSI e con parti della DC sui temi posti dalle lotte sociali e con i partiti laici contro la DC sui temi civili, avrebbe finito con il testimoniare una posizione senza mai raggiungere obiettivi concreti. E conseguentemente non avrebbe mai accumulato il consenso elettorale che invece conquistò esattamente grazie all’utilità ed efficacia della rappresentanza.
Ovviamente a Togliatti e al gruppo dirigente del PCI va attribuito il merito enorme di aver analizzato correttamente le contraddizioni e la natura del capitale dell’epoca e di aver principalmente contribuito a produrre la repubblica parlamentare.
Tuttavia, se per esempio la DC avesse vinto le elezioni della legge truffa nel 53 (le perse per lo 0,2 % dei voti) e l’Italia avesse conosciuto una dialettica politica fondata sulla scelta del governo attraverso alleanze, costruite previamente alle elezioni, per conquistare il famoso premio di maggioranza, il PCI sarebbe stato marginalizzato e mai avrebbe potuto crescere elettoralmente parallelamente alla crescita delle lotte.
Quanto detto finora dimostra inequivocabilmente che il “caso italiano” è dovuto sostanzialmente ad un intimo rapporto fra “sociale e politico”.
Le lotte, di per se efficaci dentro il contesto strutturale del capitalismo dell’epoca, trovavano vittorie e coronamenti attraverso le elezioni, grazie alla possibilità delle rappresentanze di classe di sviluppare una politica efficace, anche se dall’opposizione. Le “alleanze” erano strettamente connesse ad obiettivi generali e parziali, si sviluppavano dopo le elezioni ed erano variabili secondo l’andamento dei rapporti di forza sociali, essendo strette fra partiti e parti di partiti legati a classi e/o parti della società. La “cultura di governo” non era l’idea che bisognasse allearsi con altri, con mediazioni al ribasso, per conquistare il governo per poi gestire l’esistente, bensì il complesso di proposte programmatiche di fase volte a conquistare migliori condizioni di vita per le masse popolari, a democratizzare la società e a consolidare basi per una transizione al socialismo.
Ma il PCI non era, come molti oggi credono e purtroppo dicono, dedito principalmente ad elaborare proposte, programmi e tattiche volte a fornire uno “sbocco” politico alle lotte.
Per quanto visibile, e misurabile con i voti elettorali, il lavoro svolto nella dimensione politica, elettorale ed istituzionale non era affatto la principale attività del PCI. Per quanto importante senza la lotta di classe e senza l’organizzazione sociale non avrebbe mai potuto produrre nessun risultato.
Ma è altrettanto sbagliato pensare che il PCI dirigesse direttamente le lotte come una pura avanguardia.
Un partito comunista serio è tale se è uno strumento complessivo della classe. Può essere clandestino, di quadri, di massa, a seconda delle condizioni in cui opera. Ma se non affonda le proprie radici nella classe, se non ha come bussola la lotta di classe e i rapporti di forza sociali, se non possiede una prospettiva strategica, finirà per snaturarsi trasformandosi in una setta parolaia o in una formazione affetta dal cretinismo parlamentare e dall’elettoralismo più spinto.
Le condizioni particolari di cui abbiamo parlato più sopra sono la base analitica e concreta della svolta che partorisce il “partito nuovo” proposto e voluto da Togliatti.
Non si tratta di un modello astratto migliore di altri o replicabile dovunque, bensì dello strumento meglio capace di sfruttare tutti gli spazi e possibilità che la realtà italiana del dopoguerra, sociale e politico – istituzionale, permette.
In particolare il PCI è il partito che promuove lotte locali a nazionali, costruisce organizzazione sociale e sindacale, produce luoghi di aggregazione culturale, ricreativa e perfino sportiva.
L’idea secondo la quale il partito dirigeva dall’alto sindacato, movimento cooperativo, case del popolo ecc è una bufala di proporzioni gigantesche.
Il partito promuoveva e dirigeva la lotta di classe essendone uno strumento inseparabile e complessivo. Dalla più piccola sezione alla direzione nazionale la principale attività consisteva nell’agire articolatamente e direttamente in tutte le sfere della società. Vale a dire a livello sociale promuovendo le battaglie sindacali, casse di mutuo soccorso, cooperative di produzione, di consumo ed edilizie, associazioni di categoria di commercianti ed artigiani, organizzazioni di donne e così via. A livello culturale luoghi di aggregazione come le case del popolo, l’ARCI con tutte le sue svariate sezioni, organizzazioni di artisti ed intellettuali e così via. A livello politico ed istituzionale partecipando alle elezioni ed eleggendo gruppi consiliari e parlamentari propri ed indipendenti (come la sinistra indipendente), in grandissima maggioranza espressione diretta delle esperienze di lotta più avanzate e composti in modo di essere all’altezza del compito in ogni settore legislativo.
Negli organismi dirigenti a tutti i livelli sedevano quadri politici direttamente impegnati nelle lotte e nelle grandi organizzazioni di massa. Ed era continuo lo scambio di quadri e funzionari fra le diverse attività del partito, sindacali, sociali, culturali e politiche.
Ovviamente non mancavano contraddizioni e problemi, come una notevole burocratizzazione di un partito con migliaia di funzionari. Come la “specializzazione” e tendenziale allontanamento dal sociale di numerosi quadri amministrativi ed istituzionali. Come un alto grado di conformismo e di eccessivo patriottismo di partito. Ed altro ancora. Ma in questa sede non si tenta di analizzare i problemi intrinseci del partito di massa. Si tenta, invece, di sfatare il mito secondo il quale gli organismi dirigenti a tutti i livelli del PCI erano dediti unicamente a formulare “strategie” e “tattiche” politico istituzionali e non a costruire le lotte e gli organismi di massa.
Infatti il PCI lavorava all’unità sindacale e all’unità politica della classe. Perciò Lega delle Cooperative, sindacato, ARCI e cosi via erano organizzazioni aperte ed unitarie. E perciò avevano un alto grado di autonomia. Ma è paradossale pensare che queste organizzazioni siano nate spontaneamente e che il partito le dirigesse in quanto operante nella sfera della politica istituzionale.
Del resto il circolo virtuoso di cui abbiamo parlato più sopra funzionava prevalentemente anche fuori dalla politica istituzionale. Ad ogni vittoria operaia nei contratti sul salario, che non aveva bisogno di alcun intervento legislativo, il PCI guadagnava voti. E con quei voti, grazie alle tattiche ed alleanze parlamentari adeguate, conquistava salario indiretto e diritti attraverso l’implementazione del welfare e di leggi avanzate.
Insomma, solo la lotta di classe era il motore della trasformazione sociale che permetteva, grazie alla repubblica parlamentare e al sistema proporzionale, di conquistare leggi e potere.
L’idea, oggi imperante per effetto della cultura dominante attualmente egemone, che ha cancellato la lotta di classe, secondo la quale le conquiste sociali e democratiche erano il frutto delle avanzate elettorali e non viceversa, è la mistificazione esiziale alla base del grande tradimento.

Il grande tradimento.

All’inizio degli anni 70 comincia la controffensiva capitalistica. Essa è motivata da condizioni strutturali sia a livello globale sia a livello nazionale. Caduta tendenziale del saggio di profitto, potere conquistato dai lavoratori, regole monetarie e finanziarie che impediscono e/o limitano fortemente la vocazione finanziaria del capitalismo, sono fattori decisivi. Richiederebbero una lunga trattazione, sempre che si pensi che l’analisi del capitale e dell’andamento dei rapporti di forza sociali siano fondamentali per capire la realtà.
Ma non è questa la sede per farlo.
Resta il fatto che in Italia ancora negli anni 70 il circolo virtuoso di cui sopra funziona pienamente. Sono gli anni in cui l’accumulazione della forza nei rapporti sociali e in cui nuove e più avanzate rivendicazioni permettono il raggiungimento di grandi conquiste sia sul piano sociale sia sul piano politico. Basti pensare alle crescite salariali, alla scala mobile, alle 150 ore, al servizio sanitario nazionale, all’equo canone, alla chiusura dei manicomi, al divorzio e all’aborto e così via. Ognuna di queste conquiste è il frutto di lotte, scioperi, manifestazioni, senza cui nessuna “politica delle alleanze” e “cultura di governo” avrebbe mai potuto ottenerle. Ma è anche il frutto della possibilità in parlamento di fare alleanze ad hoc su ognuna, indipendentemente dallo schieramento che sta al governo.
Esattamente all’inizio degli anni 70 gli USA denunciano gli accordi di Bretton Woods. Lentamente ma inesorabilmente comincia una modificazione strutturale del capitalismo. Le economie nazionali sono esposte alla libera oscillazione dei mercati valutari, le imprese iniziano ad avere una sempre più accentuata vocazione alle esportazioni, il mercato nazionale perde la sua centralità. Già alla fine degli anni 70 inizia il processo di finanziarizzazione impetuosa dell’economia, di deindustrializzazione, di ristrutturazione e di delocalizzazione. Oltre al concentramento di produzione e commercio nelle mani delle società multinazionali.
Viene meno il primo fattore su cui si fondava la forza del movimento operaio italiano. La principale arma, lo sciopero, inizia a non essere più efficace come prima. E cominciano le sconfitte. La società, come si vedrà bene negli anni 80, ha sempre più al centro il capitale finanziario e speculativo, e quindi si modifica velocemente. Si disgrega e cresce l’individualismo, l’idea del facile arricchimento facendo soldi con i soldi.
Nel breve volgere di pochi anni le sconfitte sono incontenibili. I rapporti di forza sociali diventano sempre più sfavorevoli, le lotte perdenti, le rappresentanze politiche incapaci perfino a difendere le conquiste degli anni precedenti. Si afferma nella società la cultura del mercato, della competizione assoluta. I comunisti vengono descritti sempre più come vecchi, incapaci di capire e quindi governare le meraviglie della modernizzazione. Gli operai come una razza in via di estinzione giacché cresce il “terziario avanzato”. La classe operaia come un concetto obsoleto giacché si dice, anche se si tratta in gran parte di una patente mistificazione, che perfino gli operai sono diventati “rentiers” in quanto “risparmiatori” e possessori di BOT e CCT.
C’è ancora la repubblica parlamentare, c’è ancora una grandissimo Partito Comunista di massa. Ma come si vede, venendo meno rapporti di forza sociali favorevoli, il circolo virtuoso si interrompe. La sconfitta della FIAT del 1980 non si può evitare con nessuna “abilità politica” né alleanza o manovra parlamentare. Al contrario apre una stagione nella quale anche in parlamento arriva una sconfitta dietro l’altra. A cominciare dalla proclamata “indipendenza” dal potere politico della Banca centrale e dai 4 punti di scala mobile tagliati dal governo Craxi.
Il PCI, che con Berlinguer sceglie di non separare i propri destini da quelli della classe, nonostante la sua forza è ormai un partito isolato. Impossibilitato a vincere battaglie sociali e parlamentari difensive. Come dimostra la sconfitta nel referendum sui 4 punti di scala mobile del 1984. Figuriamoci a fare nuove conquiste.
È chiaro o non è chiaro che tra i tre fattori, di cui abbiamo tanto parlato, il principale e decisivo è quello dell’andamento dei rapporti di forza sociali?
O si vuol sostenere che le sconfitte e l’incipiente declino elettorale arrivano per l’incapacità del PCI di capire il “nuovo”? Per l’attardarsi in analisi e descrizioni della realtà con strumenti obsoleti come il marxismo? Per l’abbandono della “cultura di governo? Per la mancanza di un leader forte dopo la morte di Berlinguer? Per un rigurgito di settarismo verso il PSI di Craxi? Per la lentezza elefantiaca del PCI a capire novità e ad adeguarsi ad esse a causa del potere “conservativo” dei suoi apparati burocratici?
Basta rimuovere l’analisi del capitale e dei rapporti di forza sociali per poter dire qualsiasi cosa circa la crisi del PCI. Ovviamente ogni spiegazione ha un piccolo o meno piccolo nucleo di verità. Ma resta il fatto che non si può, o non si dovrebbe, giudicare l’andamento delle fortune di un partito dedito alla lotta di classe rimuovendo la lotta di classe dall’analisi, o riducendola ad una variabile dipendente da fattori assolutamente secondari.
Potevano la repubblica parlamentare e il sistema dei partiti rimanere uguale a se stessi se la struttura dell’economia capitalistica, della formazione sociale conseguente, della cultura e del “senso comune”, diffusi anche fra le classi subalterne, erano così profondamente cambiati?
Evidentemente no.
Lo capisce bene Berlinguer che denuncia una degenerazione del sistema dei partiti già agli inizi del processo. La famosa “questione morale” è stata con il tempo ridotta alla mera denuncia della corruzione e ad una sorta di dimensione etica. Non c’è quasi nessuno, oggi, che non la citi come esempio. Ma in modo strumentale e rimuovendone l’analisi sistemica che l’ispirava.
I partiti cominciano a separare le proprie sorti da quella dei loro rappresentati. Valga per tutti l’esempio del PSI che cambia campo e si trasforma nel più coerente rappresentante del capitalismo finanziario emergente, che propugna il “decisionismo” al posto della mediazione di interessi nelle istituzioni, il leaderismo al posto della democrazia nella vita del suo partito (con tanto di elezioni per acclamazione), l’obiettivo del governo fine a se stesso e quindi contrapposto, dati i rapporti di forza sociali, agli interessi dei lavoratori.
La “politica” intesa come tattica e strategia nella dialettica parlamentare diventa un “gioco” fatto di manovre, scontri personali, “trovate” suggestive. E soprattutto la dialettica governo opposizione diventa uno scontro frontale nel quale è impossibile trovare mediazioni che non incorporino le compatibilità dell’economia vigente. La “vera” ed importante dialettica politica, per esempio, è quella che avviene dentro lo schieramento governativo fra una DC in crisi e un PSI che, nonostante lo scarso consenso, pretende per se la presidenza del governo.
Il PCI è fuori dai giochi. Nonostante la sua forza conta sempre meno giacché i suoi rappresentati cominciano a peggiorare le proprie condizioni di vita. Al suo interno, anche rispondendo ad esplicite richieste esterne, si affermano sempre più posizioni di destra. Una classica che propugna di uscire dall’isolamento con l’unità della sinistra. Con l’unità, cioè, con il PSI di Craxi che sta al governo ed è diventato nei fatti un partito ben più a destra della DC, corrotto ed autoritario. Ed una nuova e molto suggestiva, apparentemente più di sinistra. Quella che dice: “non vogliamo morire democristiani”.
E proprio qui sta il grande tradimento.
I rapporti di forza sociali, cambiati in peggio da fattori oggettivi relativi alla natura del capitale, del mercato e alle conseguenti modificazioni sociali e culturali, non sono più la bussola della politica del partito. L’obiettivo non è più modificarli, anche attraverso una lunga fase difensiva e di resistenza, scontando anche eventuali minori consensi elettorali, bensì assumerli come orizzonte immodificabile della politica.
Il partito che ha conquistato moltissimo dall’opposizione comincia a dire che “solo” dal governo si possono cambiare le cose. E alla contrapposizione di classe nella società si sostituisce la contrapposizione alla DC nel sistema politico.
Va da se che per andare al governo bisogna liberarsi da ogni retaggio relativo alla lotta di classe per diventare un partito “moderno”, “nuovo”, semplicemente di “sinistra”. E va da se che la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale non sono idonei allo scopo di “vincere” le elezioni ed andare al governo mentre la propria base sociale perde.
È su queste basi che si scioglie il PCI e che il PDS diventa la punta di diamante del passaggio alla seconda repubblica del maggioritario. Con gran parte del gruppo dirigente che non vede l’ora di diventare finalmente personale di governo e con una base, militante ed anche elettorale, ridotta alla speranza infondata, come si vedrà bene nel corso dei seguenti 25 anni, che la conquista del governo possa cambiare l’Italia e le condizioni di vita delle classi subalterne.

Rifondazione comunista.

Rifondazione nasce per effetto del grande tradimento e per tentare di contrastarlo.
Non si può qui fare un’analisi approfondita, tantomeno una ricostruzione storica.
Ma, secondo me, una cosa è essenziale per capire la recente crisi del partito. Ed è l’unica su cui vale la pena di soffermarsi.
Ancora una volta si tratta di qualcosa di fondamentale, di strutturale. Senza capire la quale si finisce inevitabilmente per dare spiegazioni superficiali, sbagliate, ed in ultima analisi utilizzando esattamente le categorie interpretative proprie del pensiero e del senso comune dominanti.
Non è questione di leader, buoni o cattivi. Non è questione di tattiche elettorali, azzeccate o meno. Non è questione di immagine, appropriata o meno. Non è questione di formule organizzative, efficaci o no. Non è questione di unità o divisioni interne.
Ognuna di queste cose esiste, e si può discuterne all’infinito dividendosi all’infinito. Ma in realtà sono tutte effetti di una realtà oggettiva totalmente indipendente dalla volontà del partito e soprattutto di un errore gravissimo, questo si soggettivo.
La finanziarizzazione e globalizzazione del capitale, la perdita di potere degli stati nazionali circa l’economia, la società individualizzata e disgregata, la perdita di coscienza di classe della stragrandissima maggioranza dei proletari, il trionfo dell’ideologia liberista, la trasformazione delle istituzioni operata dal maggioritario e dalla centralità del governo, la degenerazione in spettacolo del dibattito politico pubblico e così via, non sono ascrivibili ad errori del PRC. Sono i frutti velenosi di un trentennio di sconfitte e modificazioni dei rapporti di forza sociali.
Cataloghiamole, per comodità, come cose oggettive.
L’errore soggettivo sta semplicemente nel non aver capito analiticamente e fino in fondo questa realtà oggettiva. Un errore madornale. Secondo me imperdonabile.
Rifondazione ha propugnato per anni giuste posizioni. Non ha mai disertato una sola lotta, spesso in solitudine. Ha visto e denunciato la degenerazione sindacale della “concertazione”. Ha visto giusto sull’Europa dei trattati neoliberisti. Ha capito e propugnato la necessità di conquistare una dimensione internazionale della lotta e dell’alternativa.
Ma essendo un partito politico principalmente dedito alla conquista del consenso elettorale, ed obbligato a giocare la partita sul campo truccato ed ostile del maggioritario, alla fine, con il tempo, è stato plasmato e trasformato dal sistema della politica della seconda repubblica.
Non è la stessa cosa promuovere e partecipare alle lotte, presentarsi alle elezioni per veicolarne gli obiettivi nelle istituzioni raggiungendo risultati concreti anche attraverso mediazioni e compromessi, o finire con l’agitare contenuti di lotta, partecipare ad un gioco di alleanze e contrapposizioni, ad una pseudo discussione spettacolarizzata sui mass media, senza mai raggiungere un risultato concreto per la propria base sociale ed elettorale.
In altre parole, dentro il bipolarismo in alleanza con il centrosinistra o in contrapposizione ad esso non c’era spazio per la conquista di alcun risultato serio e concreto. Ma non a causa di opportunismo o di settarismo, bensì per il semplice motivo che il sistema politico, istituzionale, massmediatico ed elettorale erano totalmente impermeabili a qualsiasi rivendicazione seriamente antagonista. Oggi la situazione è diversa, come vedremo più avanti. Perché è lo stesso sistema politico bipolare ad essere in crisi. E perché la crisi economica e i suoi effetti permettono di pensare di conquistare maggioranze elettorali contro centrodestra e centrosinistra, e nonostante le leggi maggioritarie. Come dimostra l’esperienza greca.
Ma negli anni 90 e 2000 senza questa consapevolezza ad ogni appuntamento elettorale le scelte, invece che meramente tattiche, apparivano come strategiche ed investivano la stessa “identità” del partito.
Non mancava un certo grado di consapevolezza di questa realtà ostile. Tuttavia non se ne sono mai tratte le conseguenze.
Come abbiamo visto nella prima repubblica per i comunisti era possibile accumulare forza sociale, tradurla in forza elettorale, in un partito di massa. Nella seconda si poteva, sulla base della denuncia delle ingiustizie sempre più gravi, conquistare un qualche consenso allusivo di una possibile resistenza. Ma poi quel consenso veniva macinato e digerito nella dialettica del maggioritario che espungeva i contenuti sociali e di lotta e riduceva tutto a scontro fra leader e a interessi elettorali di bottega.
Nella prima repubblica si poteva costruire un partito comunista di massa, nella seconda era impossibile. Non si poteva, cioè, accumulare consenso perché, a causa dei mancati risultati e soprattutto della spettacolarizzazione del dibattito politico, questo era destinato ad essere volatile. Analogamente dentro il partito ad ogni scelta di una certa importanza di manifestava una divisione su posizioni inconciliabili. Governismo ed “alleantismo” contro settarismo e “testimonianza”. Esattamente secondo il copione previsto dal sistema per una forza antagonista. E il dibattito interno invece che crescere nell’analisi della fase, e quindi nella consapevolezza di avere a che fare con un problema strategico e di lungo periodo, virava sempre più in scontri e divisioni astratte nelle cui fazioni si potevano comodamente annidare opportunismi e personalismi di ogni tipo.
Si possono scrivere interi saggi su Rifondazione e più in generale sulla sinistra in Italia. Ma senza centrare il necessario rapporto di una forza antagonista con l’andamento reale dei rapporti di forza sociali, con la cultura egemone e con la natura impermeabile delle istituzioni e del sistema elettorale si finirà sempre con lo scambiare gli effetti per le cause. Aumentando illusioni, confusione e divisioni.

La lezione e il che fare.

Se è vero quanto detto finora, bisogna sapere che è necessario ricostruire rapporti di forza sociali favorevoli per poter pensare di essere anche minimamente efficaci sul piano politico -elettorale. Solo un progetto complessivo e strategico può farlo. Complessivo perché fondato su un’analisi della crisi capitalistica, sui suoi effetti sociali e culturali, e strategico perché teso a costruire un blocco sociale capace di imboccare la fuoriuscita a sinistra dalla crisi e di ottenere il consenso sufficiente a farlo nonostante il sistema elettorale vigente. Senza il progetto non esiste nessuna scorciatoia elettoralistica capace di capovolgere i rapporti di classe e tantomeno di sconfiggere il pensiero dominante ed egemone.
Oggi è possibile, perché ci sono due novità importantissime.
La prima sta nel fatto che la crisi capitalistica attuale, di lunga durata e tesa a precipitare in nuove e più vaste e profonde crisi, è un terreno di scontro che, seppur drammaticamente, fornisce alle posizioni critiche del capitalismo nuove opportunità.
L’altra novità sta nel fatto che il sistema politico si è talmente separato dalle dinamiche sociali che nel tempo della crisi sconta una totale impopolarità, ancorché segnata da una grande confusione. E non bisogna sottovalutare le derive autoritarie che dall’alto (uomo unico al comando) possono riuscire a connettersi all’insofferenza del popolo verso la politica.
È sul combinato disposto di queste due novità che è necessario riflettere bene per trovare la strada giusta.
Vediamole, quindi, più approfonditamente.
La crisi, che a dimostrazione della correttezza delle nostre analisi fin dagli anni 90, era più che prevedibile nel contesto del neoliberismo imperante in Europa, non lascia nulla immutato.
Ormai Rifondazione ha prodotto una messe di analisi serie sulla natura strutturale e “costituente” della crisi capitalistica in Europa. Non c’è bisogno di tornarci in questa sede.
Ma su un punto della prassi (nel senso gramsciano del termine) è necessario un salto di qualità.
Nella società vi sono lotte difensive e di resistenza. Non sono nemmeno poche. Ma non abbiamo lotte che si propongano obiettivi avanzati e nuove conquiste (o riconquiste). Non solo non esiste un coordinamento efficace delle lotte esistenti, ma soprattutto non esiste nessun progetto o programma generale ed unificante che permetta loro di poter esistere al di fuori della sconfitta della loro vertenza specifica, locale o particolare. Eppure il sistema è per sua natura impossibilitato a redistribuire la ricchezza e a rinunciare alla speculazione e alla crescente privatizzazione di tutto ciò che rimane di pubblico. A cominciare dai cosiddetti beni comuni.
Ne deriva che non può esserci lotta di resistenza e/o difensiva che possa strappare risultati efficaci delegando “qualcuno” a mediare od ottenere cose anche parziali nell’ambito delle compatibilità del sistema. Compatibilità strutturali dovute alla natura del capitale e ormai consacrate, cristallizzate in leggi e perfino costituzionalizzate.
Chi pensa sia necessario lottare contro il capitalismo deve (ripeto: DEVE!) principalmente porsi il problema di come far nascere, far sviluppare e crescere, unificare dentro una prospettiva di largo respiro, le lotte e tutte le forme di ricostruzione di aggregazione sociale.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) principalmente porsi il problema di come conquistare il consenso elettorale agitando contenuti di lotta in modo propagandistico per farli pesare in relazioni politiche dentro le istituzioni nella speranza che prima o poi, con una mossa o un’altra, con questa o quella alleanza, si possa invertire la tendenza.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) illudersi che basti rivendicare un passato glorioso e/o fare l’apologia delle lotte, predicare la rivoluzione e la coscienza di classe e testimoniare con una lista elettorale il proprio grado di purezza, nella speranza che prima o poi arrivino i risultati sperati socialmente ed elettoralmente.
Il problema è molto complesso. Non ha soluzioni semplicistiche. Ma c’è un bandolo della matassa da individuare e tirando il quale si può sperare di dipanarla. È la pratica sociale. Il “radicamento” è un concetto ambiguo che si presta a gravi equivoci. In realtà dovrebbe essere la conseguenza diretta della pratica sociale. Ma se è invece inteso come “parlare dei veri problemi sociali” e/o interloquire, dall’interno della sfera politica dei partiti con comitati e movimenti di lotta, è in realtà impossibile radicarsi veramente. Per il semplice motivo che questo tipo di relazione incorpora e riproduce la separatezza della sfera della politica – istituzionale da quella della realtà sociale. Ed essendo la politica istituzionale impermeabile alle dinamiche sociali i movimenti di lotta percepiranno, se va bene, come puramente strumentali, al fine della conquista di voti elettorali, i tentativi di interlocuzione e adesione ai loro contenuti. O, se va male, continueranno, non avendo coscienza dell’impermeabilità strutturale del sistema alle loro rivendicazioni, ad orientarsi verso illusioni e speranze mal riposte in personaggi vari e schieramenti candidati al governo.
Al di la di questa descrizione astratta è quel che si può verificare ogni giorno parlando con persone che si considerano di sinistra, che partecipano attivamente a lotte, ma che credono all’alternatività di Grillo, di Vendola, e perfino di Renzi. E che, non vedendo l’impermeabilità del sistema ai contenuti sociali credono che il problema risieda nella forma partito o nella bontà o meno del leader di turno.
Insomma, un partito comunista che sia degno di questo nome si organizza ed opera in qualsiasi contesto. Un partito di classe, che pensa prevalentemente all’organizzazione sociale e alla lotta, a seconda delle circostanze può resistere in clandestinità sotto il fascismo per 20 o 40 anni, può sfruttare qualsiasi spazio di una qualsiasi democrazia borghese, può fare mille alleanze diverse o trovarsi isolato in contesti particolarmente ostili. Deve avere la duttilità sufficiente per adeguare la propria forma ed organizzazione, il proprio dibattito e democrazia interna, alla realtà nella quale opera. E deve quindi prestare una speciale attenzione all’analisi della realtà, e non liquidarla con semplificazioni vergognose. Tantomeno può assumere come immutabili le forme della propria organizzazione e quelle della relazione con lo stato e le eventuali elezioni, per poi analizzare e descrivere la realtà in modo che questa coincida con esse.
Se la classe “per sé” di marxiana memoria non c’è bisogna costruirla. E per farlo bisogna essere immersi fino in fondo nella realtà sociale. Punto.
Se il sistema è impermeabile il circolo virtuoso alla base del partito comunista di massa non si può riprodurre né con una propensione “alleantista” né con una “testimoniale”. Punto.
Le contraddizioni prodotte dalla fase capitalistica attuale sono enormi. Se nelle lotte si affermano idee e posizioni subalterne che confondono effetti con cause e confondono amici con nemici, la situazione peggiorerà sempre più. Nessun dio ci salverà. Ulteriori ed inediti peggioramenti della condizione di vita delle masse, come crescenti autoritarismi e criminalizzazione dell’opposizione residuale saranno inevitabili. Ma per poter evitare questa deriva è necessario dedicarsi incessantemente e prevalentemente al lavoro sociale. Punto.
Dentro il lavoro sociale diffuso ed articolato è indispensabile svolgere una funzione egemonica. Ma la funzione egemonica consiste nel lavoro paziente affinché vi sia la conquista da parte delle masse e delle lotte della coscienza necessaria a svolgere esse stesse una funzione egemonica nella società. Unificando fronti di lotta, elaborando programmi di lotte e rivendicazioni e strutturando una prospettiva di lungo periodo. Non certo illudendosi che sventolando bandiere di partito nelle manifestazioni, distribuendo materiali, redigendo interrogazioni o mozioni nelle istituzioni, utilizzando qualche scampolo di spazio nei mass media, si possa sostituire la indispensabile partecipazione diretta alle lotte e ad ogni forma di aggregazione sociale. Punto.
Ne deriva che il partito deve organizzarsi, strutturarsi, formare militanti e selezionare gruppi dirigenti, per ottemperare a questo compito. Al compito di fare la lotta di classe sul terreno sociale come principale attività. Al compito di costruire aggregazioni sociali di ogni tipo contrastando così materialmente la disgregazione sociale prodotta dal sistema. Al compito di svolgere una lotta ideologica e culturale incessante allo scopo di contrastare il pensiero dominante e di minarne l’egemonia.
Come abbiamo già detto, oggi nella crisi che mette a nudo le contraddizioni prodotte da questa fase capitalistica, e in un momento nel quale le condizioni per l’insorgenza di conflitti sono di fatto favorevoli, questo lavoro può essere molto efficace e produrre grandi risultati, nonostante l’esiguità delle forze del partito.
È un lavoro di lunga lena, che avrà fiammate e arretramenti, ma è un lavoro che può accumulare forze consistenti. A patto che, lo ripeto, sia vissuto ed assunto come il compito principale del partito, come il suo modo di essere, come la fonte qualificante della sua stessa identità anticapitalista e comunista. Perché altrimenti, se finalizzato e subordinato ad obiettivi elettorali, finirà inevitabilmente per essere frustrato dall’oggettiva impossibilità di tradurlo in consensi crescenti immediati.
Non sta a me, in questa sede, fare proposte concrete di riforma del partito.
Però è evidente che se la maggioranza dei militanti e dei gruppi dirigenti non si armano della consapevolezza necessaria sulla primazia della battaglia sociale e culturale, rispetto a quella della sfera più propriamente politica ed elettorale (sulla quale torneremo a breve), non c’è proposta di riforma del partito che possa funzionare.
In particolare vi sono due cose da rimuovere per poter anche solo sperare di trasformare il partito in un collettivo dedito alla lotta di classe.
La prima è l’arretramento culturale complessivo di cui è vittima.
Se militanti e perfino dirigenti leggono la realtà secondo le semplificazioni dei luoghi comuni, infondati ma suggestivi, prodotti dal sistema, non c’è speranza.
Se militanti e dirigenti confondono la discussione teorica, la ricerca culturale, per loro natura vivaci e dense di polemiche, ma che richiedono serietà, studio e capacità di ascolto delle regioni altrui, con il chiacchiericcio superficiale dei social network, con gli insulti e le grida, con le affermazioni iperboliche, con le battute, non c’è speranza.
La seconda è la divisione in correnti. Che non ha nulla a che vedere con il pluralismo culturale, che invece è umiliato e ristretto proprio dalle correnti.
Su questo punto è necessario un minimo approfondimento.
Le correnti si sono formate con il tempo, composte e ricomposte più volte, sempre a partire dalle scelte e dagli esiti delle scelte elettorali e di alleanze o meno in schieramenti. Questo frutto velenoso di una malintesa primazia della politica istituzionale, che mi sono sforzato di criticare in questo scritto, ha perfino travolto un principio basilare e fondamentale di un partito comunista. La sua autodisciplina.
Per quanto questo termine possa far arricciare il naso a molti, esso è un concetto consustanziale alla natura di classe del partito. La classe necessita di forza, di unità e di coesione per resistere alle avversità e per battere i suoi avversari, immensamente più forti e potenti di lei. Un partito che voglia essere di classe non sfugge a questa regola. La libertà di opinione e di ricerca arricchiscono il collettivo solo se partecipano alla costruzione di analisi, posizioni e decisioni capaci incidere nella realtà con l’azione. E per fare quest’ultima cosa, che differenzia un partito politico da un’associazione culturale, è necessario che quanto deciso democraticamente possa realizzarsi. Quanto più partecipato è il processo di discussione e di decisione tanto più forte sarà il vincolo ad applicare ciò che si è stabilito. Alla fine di un processo di discussione e decisione è fisiologico che esista un dissenso. Che non va nascosto né minimizzato. Che può essere reso pubblico e mantenuto. Fermo restando che è solo il dissenziente a decidere se renderlo pubblico e mantenerlo, e seconda della rilevanza che egli stesso gli attribuisce. Ma c’è un limite: in nessun modo il dissenso può tradursi in opposizione e in azione volta ad impedire che si realizzi quanto deciso dalla maggioranza del collettivo.
Questo limite è stato superato, soprattutto nei gruppi eletti nelle istituzioni, innumerevoli volte nella storia di Rifondazione. E lo è tutt’ora continuamente. Il superamento di questo limite produce scissioni, divisioni irreparabili e in ogni caso un indebolimento del partito.
Tutto ciò è un riflesso diretto esattamente della concezione secondo la quale è nelle elezioni ed istituzioni che si trova il vertice di tutto.
Infatti, gratta gratta e al netto di roboanti proclami ideologici, le correnti di Rifondazione tutte, compresa la maggioranza, sono diventate partiti nel partito. Gli organismi dirigenti “parlamentini” con una dialettica governo – opposizione. Con l’effetto, risibile e paradossale, ma non per questo meno grave, che le correnti di minoranza nel mentre proponevano che non esistesse nessun vincolo di mandato nemmeno nelle istituzioni, al loro interno praticavano una ferrea disciplina. E con l’effetto che la discussione invece che un approfondimento, e la ricerca di una sintesi, diventa una schermaglia strumentale fra posizioni preconfezionate nelle riunioni di corrente, che in quanto discusse e approvate, dopo aver trovato una sintesi in quella sede, diventano pressoché immodificabili. Il tutto con il corollario di ostruzionismi, giochi sul numero legale, furbizie tattiche, demagogie di ogni tipo. Per non parlare della qualità degli eletti negli organismi decisi dalle correnti, spesso sulla base della fedeltà invece che delle capacità.
Va da se che una simile strutturazione produce una dialettica opposta alla valorizzazione di culture diverse che, infatti, essendo usate strumentalmente per giustificare e spiegare scelte eminentemente politiche, vengono ridotte a caricature.

Le istituzioni e le elezioni

I rapporti sociali sfavorevoli sono stati la base oggettiva delle “riforme” del sistema elettorale ed istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario. Quelle riforme incorporano il segno di classe della vittoria capitalistica di lungo periodo e ne blindano gli effetti a livello politico.
È inutile, in questo scritto, tornare a descrivere gli effetti perversi prodotti dal nuovo sistema su una forza antagonista come Rifondazione.
Ma una cosa deve essere chiara.
La dimensione elettorale e politico-istituzionale è importante. Lo è ancor di più in una fase di sconfitta sociale.
Il sistema ha chiuso gli spazi della rappresentanza di classe in quanto essa, anche quando conquista seggi nelle istituzioni, è impedita ad ottenere risultati concreti, o perché interna ad uno schieramento che accetta le compatibilità del sistema o perché isolata e ridotta a testimonianza.
Di fronte a questa realtà, secondo me inconfutabile, due cose non si possono fare.
La prima è essere indifferenti alla dimensione politico istituzionale nell’illusione che le lotte sociali alla lunga produrranno le condizioni per un rovesciamento del sistema.
La seconda è, come abbiamo già detto abbondantemente, partecipare alle elezioni nell’illusione che, nonostante l’impermeabilità del sistema, si possano modificare a partire dalla sede istituzionale i rapporti di forza sociali.
Entrambe queste posizioni sottovalutano il segno di classe del sistema politico elettorale e soprattutto sfuggono al problema del potere, o rimandandolo nel tempo all’infinito o separandolo dai rapporti di forza sociali.
Il sistema è a suo modo coerente con una realtà sociale segnata dal dominio del mercato capitalistico e con il senso comune di massa.
Non è né puro dominio politico né abbastanza neutro da essere permeabile.
Ciò riconduce alla centralità del sociale. Ma il lavoro sociale, le lotte (per dirlo in forma generica), necessitano di intervenire nella sfera del potere politico. Solo in questo modo possono costruirsi una coscienza, un’unità e una capacità di durare nel tempo. Altrimenti restano episodiche e separate fra loro. O, peggio ancora, non ponendosi il problema politico per eccellenza, che è il potere, finiscono con l’essere riassorbite dal sistema, che le usa strumentalmente dentro la falsa dialettica del maggioritario.
Qui vale la pena di fare alcuni esempi concreti.
La Fiom, credo si possa dire così, è l’unica organizzazione realmente di massa che ha mantenuto un qualche collegamento con l’ispirazione di classe del sindacato. Non c’è bisogno di elencare le lotte e le posizioni della Fiom che lo testimoniano.
Ma che succede quando la Fiom incontra il problema della politica, e cioè del potere?
Diventa testimoniale perché non riesce mai ad ottenere niente attraverso, anche quando le ha, persone e perfino forze politiche presenti nelle istituzioni che ne sposano, a parole e solo a parole, i contenuti. O diventa subalterna perché si limita a chiedere che “la politica”, segnatamente il centrosinistra perché è l’unico che potrebbe farlo dal governo, tenga conto delle sue rivendicazioni e contenuti. Peccato che il centrosinistra non può farlo perché quei contenuti sono antagonisti rispetto alle compatibilità del sistema.
Il movimento per i beni pubblici, tanto forte ed articolato nel paese da aver promosso e vinto un referendum sull’acqua e i servizi pubblici, quando sono arrivate le elezioni è stato riassorbito dal centrosinistra, che nella carta d’intenti delle primarie, fatta firmare a tutti i partecipanti, proponeva l’esatto opposto degli esiti del referendum, e dal Movimento 5 Stelle che, sebbene ne abbia propagandisticamente sposato i contenuti, li rende testimoniali e comunque irrealizzabili in quanto privo di un progetto politico anticapitalista e che non sia interno alla concezione liberale del potere politico.
In Italia perfino i movimenti per i diritti civili, come il movimento GLBT, per quanto socialmente ci siano tutte le condizioni per la conquista di risultati legislativi, quando arrivano le elezioni viene riassorbito in un sistema elettorale che ha partorito partiti e schieramenti di governo de ideologizzati, e quindi tutti contenenti sia laici che cattolici integralisti. Mentre nella prima repubblica parlamentare, 44 anni fa con il proporzionale, i partiti operai e quelli borghesi laici potevano, con la DC al governo, conquistare il divorzio per legge, nella seconda repubblica del maggioritario, con il centrosinistra al governo non si è conquistato nemmeno il divorzio breve o la fecondazione assistita.
Affinché le lotte non rimangano del tutto prive di una rappresentanza politica veramente coerente con i loro interessi ed obiettivi, e/o non vengano riassorbite in una dialettica fra forze e schieramenti che le usano negandone i contenuti, è necessario che prendano coscienza dell’impermeabilità del sistema, e che partecipino direttamente alla costruzione di una forza unitaria alternativa a quelle interne alla logica del maggioritario. Devono cioè avere, oltre a contenuti di lotta e rivendicazioni, una idea precisa di come farli pesare realmente. Devono quindi saper criticare la sostanza separata e tendenzialmente autoritaria del sistema, e non gli effetti (come la “casta”) confondendoli con le cause.
Il centrosinistra, o il PD stesso (non fa nessuna differenza), sono nati e si sono plasmati per effetto del maggioritario. Il maggioritario ha tradotto la vittoria capitalistica sociale in assetti istituzionali coerenti ed utili al dominio del mercato e in una concezione della politica come dimensione separata dalla società, i cui problemi sono usati strumentalmente al fine della raccolta di consensi. Per questo il centrosinistra può aspirare solo a conquistare il governo per gestire l’esistente dentro le compatibilità del mercato e del sistema.
Questo è un fatto strutturale, oggettivo. Che non si può controvertere sperando in un leader diverso, o insultando e criticando quelli esistenti al momento, o sognando magici processi partecipativi (come le primarie nelle quali Vendola si proponeva di conquistare la direzione del centrosinistra) fondati sulla passivizzazione e riduzione a tifoserie degli elettori.
Per quanto duro e scoraggiante possa apparire il constatare questo dato di fatto senza questa consapevolezza non si va da nessuna parte. Anzi, a dire il vero si va dritti verso illusioni infondate, delusioni ed immancabili divisioni fra “realisti” e “settari”, fra “governisti” e “testimoni”. Come è sempre successo in Rifondazione e in tutte le formazioni a sinistra del PDS e poi del PD. Questa consapevolezza è l’unico antidoto possibile alla replica infinita di divisioni insanabili. Si può abbandonare il comunismo, si può tentare di apparire nuovi e moderni, si può tentare di sostituire la faticosa partecipazione democratica con le folle inneggianti al leader e con le primarie all’americana, ma alla fine ci si divide sempre fra quelli che rompono e vanno con il PD, facendo salti mortali per giustificare la scelta ed accusando gli altri di aver imboccato una strada testimoniale, e gli altri che li accusano di essere venduti e carrieristi, salvo poi sperare che succeda qualcosa nel centrosinistra che permetta di ricominciare da capo il valzer. È quello che è successo recentemente a SEL.
Ma, e c’è un ma, la crisi sociale è talmente profonda che, per quante suggestioni e nuovismi e demagogie il sistema metta in campo, un profondo sentimento di rabbia e frustrazione si è fatto strada nella popolazione.
Attualmente è visibile un pallido riflesso delle contraddizioni di classe. Nel rifiuto della disperante condizione di disoccupazione, precarietà e povertà. Nella insofferenza verso una ricchezza sempre più concentrata e prepotente.
Ma si tratta solo di un riflesso, perché mancando la coscienza di classe imperano spiegazioni superficiali ed anche fantasiose delle contraddizioni materiali che pur si vivono e si vedono.
Se non c’è l’analisi e quindi la coscienza della natura del capitalismo contemporaneo e della struttura sociale che produce, anche qui si possono tranquillamente scambiare cause con effetti. Privilegi ingiustificati della “casta” di politici e manager, corruzione, degenerazione dei partiti in camarille clienterali, leaderismo esaperato e così via, sono effetti. Certo consolidano e perpetuano il sistema e sono problemi importanti. Ma restano effetti. Bisogna criticarli e combatterli. Ma se non si sa che sono effetti alla fine, dopo aver giustamente “ridotto i costi della politica”, anche se con questa scusa in buona parte si riducono spazi democratici, i problemi sociali non cambiano di una virgola o addirittura peggiorano, cosa succede?
Dopo aver cambiato i leader e il personale politico sostituendolo con i “giovani” senza aver risolto nessun problema sociale, cosa succede?
Sono domande retoriche per chi ha coscienza della vera causa dei problemi. Ma sono domande aperte a risposte molto pericolose per chi non ha questa consapevolezza. E cioè per la maggior parte della popolazione.
Il successo del Movimento 5 Stelle porta già questo segno.
Sebbene contenga ed esprima in modo elementare rabbia e rifiuto dell’esistente, e su diversi temi proponga cose giuste e su altri cose ultraliberiste e perfino gravemente ambigue (vedi il tema dell’immigrazione), è un fenomeno incapace di costruire un’alternativa di sistema. Esattamente perché è espressione diretta di un sentimento diffuso di quella impotenza e rabbia provocate dalle contraddizioni sociali, ma indirizzate contro falsi obiettivi. E perché incorpora la concezione della società propria del pensiero dominante, e cioè basata sulla dialettica degli individui – cittadini – consumatori contro la casta dei politici – manager. Con forti venature autoritarie e con ammiccamenti vari al nazionalismo più becero e alle discriminazioni contro i lavoratori stranieri.
Se tutto questo è vero, nella sfera della politica istituzionale, in questa e non in altre inesistenti, è necessario agire con una grandissima capacità tattica ed anche con molto coraggio.
Si può coagulare, sfruttando a pieno gli spazi elettorali possibili, una lista, un fronte, una forza politica che, sulla base di poche ma chiarissime discriminanti, unisca tutto ciò che esiste di antagonista al sistema, anche senza sapere di esserlo fino in fondo. Alternatività al centrosinistra ma anche al sistema elettorale e politico istituzionale vigente. Alternatività alle politiche neoliberiste imperanti e a tutte le scelte conseguenti. Alternatività all’Europa liberista e ai nazionalismi regressivi. Alternatività alla politica – spettacolo, al leaderismo e alla passivizzazione.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un programma di fase che unifichi le lotte, che incontri la rabbia e la protesta diffuse, che trovi una dimensione europea appropriata, che faccia chiarezza della vera causa dei problemi.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un’organizzazione plurale, perché plurali e svariate sono le culture e le forme di un vasto campo di forze politiche, sindacali, sociali, ed anche di centinaia di migliaia di persone. Una forza nella quale valga la democrazia diretta sulla base di una testa un voto.
Questa forza, oggi, nella crisi economica e nella crisi di credibilità del sistema politico può aspirare ad allargarsi velocemente e perfino a conquistare la maggioranza.
Non mi dilungo su questo perché l’idea che Rifondazione ha dell’unità della sinistra e delle sue potenzialità dovrebbe ormai essere chiara.
Ma perché è così difficile da realizzarsi?
È prevalentemente questione di gruppi dirigenti? Di formule organizzative? Di gelosie di partito? Di comunicazione?
Io credo di no.
È questione di consapevolezza della separazione dalla società e dell’impermeabilità del sistema politico istituzionale.
Non solo nelle forze politiche come Sel, il Pcdi ed altre ancora, ma anche nel sindacato più combattivo, compresi sindacati di base, e nei movimenti di lotta, questa consapevolezza c’è poco o non c’è per nulla.
Questa è la causa principale della difficoltà ad unire in un’unica forza tutto ciò che sulla base dei contenuti di lotta ed ideali potrebbe essere unito facilmente.
Mentre le contromisure utili ad impedire una degenerazione in casta separata dei gruppi dirigenti e segnatamente delle rappresentanze istituzionali sono facilmente individuabili, a cominciare da una effettiva democrazia partecipativa fondata sul collettivo e sul principio una testa un voto, senza la consapevolezza di cui sopra tutto ciò che si fa uscire dalla porta è destinato a rientrare dalla finestra alla prima scadenza elettorale o scelta parlamentare decisiva.
Bisogna dunque condurre una battaglia culturale e politica capace di far crescere nel tempo, con pazienza ma anche con fermezza, la consapevolezza necessaria.
Senza nessuna presunzione io credo che questo compito possa essere svolto solo da un collettivo cosciente, radicato e coeso. È questo il compito di un partito comunista.
Onestamente il Partito della Rifondazione Comunista non è oggi all’altezza di questo compito.
Ma se si sciogliesse dentro la nuova forza invece che contribuire a farla crescere e ad assumere coscienza della natura di classe delle contraddizioni finirebbe per rafforzarne una deriva che la porterebbe all’inconsistenza e soprattutto a divisioni ancor più drammatiche.
Oltre alla necessità ineludibile di una forza dotata di una prospettiva che va bel al di la dell’attuale fase, non fosse altro che per il bene dell’unità del campo di forze politiche e sociali antagoniste non ci deve essere nessuna abdicazione né scioglimento.
Rifondazione, anche grazie e a causa della propria esperienza più che ventennale, è in grado di compiere i passi in avanti necessari a svolgere una funzione di coagulo, come abbiamo visto importantissima. Sia sul terreno dei movimenti di lotta sia sul terreno politico – istituzionale.
Ma deve assolutamente superare le incertezze, le confusioni, le approssimazioni superficiali. Soprattutto deve ricostruirsi in modo da svolgere i compiti che le spettano in questo disegno strategico.
In quanto partito deve delegare alla nuova forza unitaria il compito di elaborare un programma di fase, di darsi una organizzazione adeguata e di presentarsi alle elezioni. Saranno i singoli militanti del partito in quella sede, se lo sapranno fare, a svolgere una funzione egemonica.
Questo punto deve essere chiarissimo. Sia perché se il partito dedicasse tempo e forze a discutere anticipatamente e prevalentemente sui compiti e scelte della nuova forza finirebbe con il non svolgere i propri e soprattutto finirebbe con il trasformare la nuova forza in un cartello di partiti e correnti in lotta perenne fra loro. Una cosa è discutere dell’andamento della costruzione unitaria e delle scelte che essa deve fare una volta ogni tanto e producendo proposte e riflessioni utili ai propri militanti come a quelli più numerosi della nuova forza, ed un’altra è cercare di dirigere la nuova forza sulla base di filiere organizzative.
Le opinioni di Rifondazione, nel territorio come a livello nazionale, devono contare per la propria autorevolezza intrinseca e per il peso di una pratica sociale ricca ed articolata, non per la quantità degli iscritti di Rifondazione aderenti alla nuova forza.
Vale la pena di essere più chiari.
È evidente che quando la nuova forza si trovasse a compiere scelte difficili, come per esempio partecipare o meno ad una coalizione in un comune, è più che prevedibile che nascano opinioni diverse anche dentro il partito. Ed in questo caso la vera funzione positiva ed egemonica non starebbe nel compiere una scelta o un’altra bensì nel far capire che comunque di scelta tattica e secondaria si tratta. Non meritevole di divisioni insanabili e risolvibile, per esempio, con un referendum fra gli iscritti, come fa Izquierda Unida in questi casi. E nel battersi affinché gli eletti vengano scelti sulla base del loro radicamento nelle lotte e non con il bilancino delle correnti o, peggio ancora, per l’eventuale capacità di raccogliere consensi personali a scapito della loro fedeltà a principi e contenuti. E nel vincolare i gruppi eletti a comportamenti coerenti con l’antagonismo alla politica spettacolo e a rispettare sempre il volere della base.
Il Partito della Rifondazione deve, se vuole sopravvivere e svolgere una funzione che valorizzi l’intelligenza e i sacrifici delle e dei propri militanti, essere capace di fare oggi il salto di qualità necessario al nuovo compito che deve svolgere.
La pratica sociale nella lotta di classe e la battaglia culturale, non le elezioni e la politica – spettacolo, devono essere le sue ragion d’essere e costituire la sostanza dell’identità comunista.
Tutto il partito, ed ogni singola/o militante, devono cambiare pelle superando le pigrizie intellettuali e le paure che impediscono di essere comunisti in questi tempi così difficili.

ramon mantovani

pubblicato il 5 novembre 2014 sul sito http://www.rifondazione.it

Unire la sinistra senza sciogliere il PRC

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , on 7 giugno, 2014 by ramon mantovani

L’ottimo sito di controinformazione “newscontrolacrisi.org” ha promosso un sondaggio fra i lettori sul tema della “costruzione della Syriza italiana”.
Temo che le domande formulate, e conseguentemente le risposte, siano pericolosamente fuorvianti e foriere di confusione.
Mi spiego.
Proporre come alternative 1) lo scioglimento dei partiti esistenti per dar vita ad una organizzazione funzionante sul principio “una testa un voto”, 2) una federazione dei partiti esistenti o 3) lasciare le cose come stanno, conduce inevitabilmente a scelte destinate a dividere ciò che esiste invece che ad unirlo.
Nell’attuale sistema politico italiano, sul quale non approfondisco il discorso per brevità, è necessario che tutta la sinistra (reale, alternativa, radicale ecc che dir si voglia) si aggreghi su un programma minimo di fase. E questa sinistra oggi, nei fatti, alberga in partiti, associazioni e movimenti, ed è composta in grandissima parte da persone non organizzate in nessun modo.
Quindi, in estrema sintesi, è evidente che la prima ipotesi proposta troverebbe l’opposizione, per esempio la mia, di chi pensa sia vigente e necessaria la presenza di un partito comunista come è il PRC, perché se da una parte è giusto che alle elezioni si presenti una lista, o una forza, ampia e che unisce più culture, punti di vista ideologici e pratiche sociali e politiche, dall’altra è giusto che chi critica il capitalismo dal punto di vista marxista e si propone strategicamente il suo superamento non debba sparire e sciogliersi in un soggetto che per sua natura non può avere una simile identità e strategia.
La seconda ipotesi ridurrebbe tutto ad accordi di vertice fra partiti (per altro profondamente divisi sulle prospettive) ed escluderebbe nei fatti da tutti i processi decisionali tutte le persone, che sono la stragrande maggioranza, militanti di comitati di lotta e associazioni e senza tessera.
La terza potrebbe produrre al massimo liste elettorali occasionali molto composite e tendenzialmente divise al proprio interno.
Esiste, invece, una reale possibilità di unire tutto, senza che nessuno debba sciogliersi ed omologarsi al minimo comun denominatore, e con il massimo della democrazia, e cioè del funzionamento sulla base del principio “una testa un voto”.
Senza avere modelli da imitare pedissequamente e meccanicamente, è però utile attingere ad esperienze che già esistono in altri paesi. Ve ne sono diverse.
Credo che per similitudine di storia e di collocazione geografica sia molto utile analizzare l’esperienza di Izquierda Unida spagnola.
Senza farla troppo lunga, ma ovviamente si può approfondire il discorso anche nei dettagli, Izquierda Unida funziona sulla base di “una testa un voto” e allo stesso tempo ne fanno parte partiti e collettivi di vario genere che non si sono mai sciolti, come il Partito Comunista di Spagna, il quale ha scritto nel proprio statuto che considerando Izquierda Unida una forza politica unitaria della sinistra cede la sovranità su due punti delle proprie competenze ad Izquierda Unida: la partecipazione alle elezioni e la rappresentanza istituzionale.
Per chi fosse interessato può leggere sul sito del PCE l’articolo 113 dello statuto.
Detto in altri termini significa che Izquierda Unida, che si autodefinisce “movimento politico sociale” funziona analogamente ad un partito. Le forze come il PCE che aderiscono ad Izquierda Unida lo fanno attraverso l’adesione personale dei propri militanti, che sono invitati a farlo senza che ci sia automatismo fra il possesso della tessera del PCE e quella di Izquierda Unida. Il PCE e le altre forze non hanno quote nè alcuna rappresentanza diretta negli organismi dirigenti di Izquierda Unida. Gli iscritti ad Izquierda Unida, abbiano o meno tessere di partiti o associazioni aderenti, sono gli unici titolati a decidere la linea politica e i gruppi dirigenti di Izquierda Unida. Sulla base, appunto, del principio “una testa un voto”.
Come si vede da questa esperienza, che dura da trenta anni in Spagna, non è affatto necessario sciogliere il partito comunista per unire la sinistra ampia e nemmeno escludere in un rapporto federativo fra partiti, tutte le altre esperienze collettive ed individuali.
Insomma, se l’attuale lista “un’altra europa con tsipras” raggiunge l’unità sulla prospettiva politica e su principi politici unitari e chiaramente antiliberisti e alternativi al PD il PRC può serenamente partecipare, come il PCE, alla nuova forza senza dover rinunciare a nulla della propria ideologia ed organizzazione.
Certo il PRC dovrebbe dedicarsi comunque a tutti i compiti propri di un partito comunista.
Perché sarebbe anche ora che si dismetta l’idea distorta che l’attività principale di un partito comunista consista nel partecipare alle elezioni. Non è mai stato corretto storicamente ed oggi, non fosse altro che per il sistema elettorale vigente, oltre che sbagliato sarebbe decisamente assurdo.
La nuova forza, proprio perché ampia e plurale, mentre può assolvere benissimo al compito di produrre un programma di lotta ed elettorale per l’immediato e per una fase, non può fare diverse cose che sono proprie, invece, di un partito comunista. Sarebbe sbagliato, per esempio, che il PRC rinunciasse ad una battaglia culturale sulla rifondazione e sulla vigenza del comunismo o che tentasse di imporlo alla nuova forza. Che rinunciasse alla sua rete di relazioni internazionali o che pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse ad elaborare analisi e a promuovere discussione teoriche e a formare quadri secondo la propria impostazione o pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse alle proprie e dirette pratiche sociali e metodi di lotta o pretendesse di imporle alla nuova forza. Ed anche che rinunciasse, nelle proprie riunioni, di discutere apertamente della prospettiva della nuova forza, senza per questo imporre nulla a nessuno.
Spero di essermi spiegato.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.controlacrisi.org il 6 giugno 2014

 

Un’altra Europa sarebbe necessaria. Se è possibile o meno dipende anche da noi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio, 2014 by ramon mantovani

Dall’inizio del processo politico-diplomatico che ha dato vita all’Unione Europea in ogni paese, e più in generale nel continente, si sono confrontate tre posizioni, tre scuole di pensiero e tre politiche, ognuna delle quali composte e attraversate da approcci e proposte differenti fra loro, ma non per questo non assimilabili.
La prima, quella più forte e tutt’ora egemone, che ha guidato il processo, è ispirata dal neoliberismo in economia, da una concezione tecnocratica e tendenzialmente autoritaria delle istituzioni, dall’ideologia della “superiorità” dell’occidente e del suo “diritto” a “governare” il mondo.
Si potrebbero scrivere interi volumi sulle differenze interne a questo schieramento. Ed indubbiamente ci sono differenze importanti fra i partiti europei, fra quelli nazionali, e all’interno di ognuno di loro, che lo compongono. Ma, nella sostanza, popolari, socialisti e liberali, sono insieme il ceto politico che ha rappresentato gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali e, dal punto di vista geopolitico, della subalternità agli USA.
Senza tema di smentita si può ben dire che i fatti lo dimostrano.
Tutti i trattati sono stati ispirati dall’idea del dominio del mercato ed hanno accolto ed implementato ogni forma di cancellazione (deregulation) dei vincoli e regole che erano stati decisi a livello globale (Bretton Woods e decisioni delle agenzie ONU) e a livello nazionale, per impedire il ripetersi di crisi come quella del 29 e soprattutto le sue conseguenze politiche, a cominciare dalla guerra. Conseguentemente la moneta comune, e comunque anche le relazioni fra e con le monete dei paesi della UE non aderenti all’Euro, è governata da istituzioni (BCE) totalmente prive di qualsiasi controllo democratico, ma altamente dipendenti dalla logica e dagli interessi concreti del capitale finanziario e dalle banche private.
Istituzionalmente la UE è dominata dai governi nazionali (finora sempre saldamente nelle mani dello schieramento dei popolari, socialisti e liberali) che decidono tutto, anche regolando le controversie fra i diversi interessi nazionali, in sede di Consiglio dell’Unione Europea e che nominano, senza alcun processo e/o controllo democratico, un organo tecnocratico (Commissione Europea) con il compito di “rappresentare gli interessi dell’Unione nel suo complesso”. In altre parole il ceto politico totalmente identificato nell’ideologia liberista, che assegna alla politica l’unico ed esclusivo compito di amministrare l’esistente, decide tutto. Dal punto di vista capitalistico si tratta di un vero e proprio paradiso visto che ogni decisione politica è programmaticamente presa solo se conforme e compatibile con l’andamento spontaneo del mercato. Del resto nella crisi si è ben visto come si siano salvate le banche private con i soldi pubblici, senza alcuna contropartita e soprattutto senza reintrodurre alcuna regola capace di impedire il ripetersi del meccanismo generatore della crisi. E come si siano ulteriormente cancellate sovranità politiche relative ai bilanci e ai mercati del lavoro nazionali per adeguare tutto ai diktat del mercato. Come se non bastasse i trattati decisi in sede di Consiglio sono sostanzialmente immodificabili. Per il semplice motivo che è necessaria l’unanimità dei 27 governi dei paesi membri. Per cui se uno o più governi cadessero nelle mani di forze politiche desiderose di rimetterli in discussione avrebbero solo la strada della disobbedienza, e cioè la violazione consapevole o la denuncia unilaterale dei trattati stessi. In entrambi i casi con costi immediati altissimi.
Nel mondo la UE si è contraddistinta come la punta di diamante della liberalizzazione dei mercati e della deregulation nelle transazioni finanziarie e borsistiche. Sia in sede WTO, sia nelle trattative bilaterali fra la Commissione Europea ed altri soggetti (nazionali e regionali), la UE ha assunto un ruolo trainante e d’avanguardia nel rappresentare gli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Se compariamo i trattati commerciali bilaterali degli USA con alcuni paesi con quelli firmati dalla UE con gli stessi paesi troveremo che quelli della UE sono molto più liberisti e più vantaggiosi per le multinazionali. Tutto ciò a detrimento degli interessi europei visto che i sistemi produttivi e commerciali continentali per continuare ad esistere devono potentemente ristrutturarsi nell’ambito di una competizione globale esasperata. Con l’evidente conseguenza dell’introiezione anche dentro la UE di una competizione senza quartiere fra i diversi sottosistemi produttivi nazionali, di una tendenziale gerarchizzazione interna (nord-sud tanto per cambiare), e infine di una ben prevedibile implosione della UE stessa. È in corso di negoziato un trattato di liberalizzazione del commercio (TTIP) fra Unione Europea e USA . Avrà conseguenze certamente enormi e tuttavia, o sarebbe meglio dire esattamente per questo, esso è condotto dalla Commissione con l’amministrazione Obama in grande segreto. Sarà un ulteriore passo avanti dal punto di vista della globalizzazione capitalistica e dell’ideologia neoliberista.
Infine, l’Unione Europea ha sempre scelto, dal punto di vista della politica estera, la strada della subordinazione al comando USA. Se si sceglie di implementare la globalizzazione capitalistica si sa che si va verso un mondo sempre più percorso da conflitti e tendenzialmente ingovernabile. Quindi si sceglie l’alleanza strategica con la potenza militare dominante per governarlo con la forza. È per questo che l’Unione ha scelto di abbinare la propria espansione ad est con l’allargamento della NATO e che ha, insieme agli USA, deciso di mummificare l’ONU, riducendo il Consiglio di Sicurezza a notaio ratificatore di decisioni assunte dalle potenze occidentali e le agenzie ONU ad enti inutili (basti pensare all’UNCTAD di fatto cancellata dal WTO). Con buona pace dei sognatori di un mondo pacificato dalla caduta del muro di Berlino e dei poveri ignoranti, che si sono bevuti i mille pretesti “democratici” ed “umanitari” delle diverse guerre degli ultimi vent’anni, e che non sanno nemmeno distinguere fra unilateralismo, multilateralismo (che sono entrambi interni al dominio occidentale del mondo) e multipolarismo.
La seconda, di cui parleremo sommariamente, è in forte crescita in diversi paesi. Si tratta del neonazionalismo tendenzialmente, e spesso apertamente, xenofobo e neofascista.
Una ventina di anni fa, e nel corso di tutte le battaglie di opposizione ai trattati europei da Maastricht in poi, noi di Rifondazione dicemmo (totalmente inascoltati) che la globalizzazione capitalistica avrebbe prodotto non solo una crescita enorme delle diseguaglianze sociali ma anche una tendenziale destrutturazione degli stati nazionali. Prevedemmo che se lo stato nazionale moderno avesse ceduto sovranità verso l’alto ad organismi tecnocratici e verso il basso a territori omogenei dal punto di vista economico, avrebbe finito con l’entrare in crisi il sistema democratico. Infatti, dicemmo che nella competizione assolutizzata tanto le regioni ricche che quelle più povere, avrebbero cercato una maggiore autonomia, ed anche l’indipendenza, per poter competere meglio con le altre regioni analoghe. Prevedemmo che sarebbero risorti movimenti neofascisti sulla base della logica rivendicazione del recupero di una qualche sovranità nazionale. Cosa sia successo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La UE pullula di partiti neofascisti e xenofobi che individuano, come in Francia per fare un solo esempio, negli immigrati e nella cosmopolita borghesia finanziaria i nemici da abbattere. E diversi stati nazionali conoscono il risorgere di spinte indipendentiste nelle regioni più ricche. La crescita di questi fenomeni ha basi oggettive e materiali che, per quanto si fondi su mistificazioni, non è certamente possibile arrestare con la retorica della difesa della “democrazia” visto che quest’ultima non è tale se non esiste una sovranità politica sul mercato e sull’economia. Tanto meno si può farlo con la retorica dello stato nazionale e della solidarietà interna ad esso, visto che le istituzioni politiche nei fatti si limitano ad amministrare le mere conseguenze dell’andamento del mercato, accettando la disgregazione sociale conseguente come un fenomeno da governare acriticamente.
In una società dominata dal mercato il cocktail fatale di solitudine, individualismo, egoismo ed emarginazione produce inevitabilmente le basi per l’esplodere di guerre fra poveri. Ed ecco il successo delle forze che intraprendono sulla xenofobia. In uno stato privo della sovranità fondamentale per poter implementare un modello sociale anche solo moderatamente solidaristico, e che si limita ad imporre alla società le decisioni dei tecnocrati europei, il ceto politico (non a caso definito sempre più “classe politica”) è avvertito come abusivo, inutile e dedito a difendere unicamente i propri privilegi di casta. Ed ecco il successo delle forze “antipolitiche” e/o neofasciste. Se la “politica” è mera amministrazione dell’esistente chiunque sia scontento dell’esistente è facilmente manipolabile con la mistificazione che individua negli effetti il nemico lasciando intatte le cause.
Ovviamente ogni realtà nazionale e regionale ha sue caratteristiche proprie, perché secoli di storia e culture profonde non si cancellano facilmente. Per esempio ci sono spinte indipendentiste che hanno ragioni storiche secolari. Come è il caso della Catalogna, per fare un esempio di grande attualità. Dove il movimento indipendentista è profondamente democratico (e i neofascisti, gli xenofobi e i neoqualunquisti sono rigidamente per l’unità dello stato spagnolo). Ma è fuor di dubbio che l’indipendentismo catalano, storicamente forte ma minoritario, è diventato maggioritario proprio perché tra i ceti medi colpiti dalla crisi si è fatta strada l’opinione che individua nella “casta” politica spagnola centralista il responsabile del disastro sociale. Analogamente in Francia il neofascista Front National fa leva sullo storicamente radicato nazionalismo e sciovinismo francese per attrarre i ceti medi e popolari colpiti dalla crisi e ai quali il governo socialista impone enormi sacrifici nel nome dell’Europa.
In Italia, tanto per cambiare, la crisi di credibilità dello stato e la disgregazione sociale e culturale della società sono tali che prospera un Movimento 5 Stelle capace di coniugare la più vieta demagogia contro casta ed istituzioni (che per quanto esercitata su problemi esistenti è totalmente incapace di affrontarli e risolverli) con una ideologia iperindividualistica venata di mille ambiguità di egoismo sociale ed autoritarismo. In Italia può esistere, e perfino tornare a rafforzarsi, un movimento secessionista che nel corso della sua storia è stato liberista estremo ed antiliberista, filoeuropeo ed antieuropeo, favorevole a Maastricht e poi contrario, indipendentista e contemporaneamente favorevole al rafforzamento degli organi repressivi dello stato centrale, considerato nemico da altri movimenti indipendentisti (che infatti non lo hanno mai nemmeno voluto incontrare) e alleato da movimenti neofascisti ipercentralisti. Come può esistere un partito democratico guidato da democristiani affiliato al Partito Socialista Europeo. Senza parlare del fenomeno “Berlusconi”.
Purtroppo, però, c’è da temere che il sistema politico italiano non sia, diciamo così, un peculiare ed irripetibile scherzo della storia. Certo è il frutto delle mille contraddizioni della storia del paese e delle potenti subculture che lo percorrono tutt’ora. Tuttavia il fenomeno, essendo figlio esattamente del periodo della globalizzazione, della separazione della “politica” dalla società, del trionfo della spettacolarizzazione della politica, ha tratti che possiamo definire d’avanguardia nel processo reale che investe anche altri grandi paesi.
La terza è quella della sinistra reale, che pensa al conflitto di classe e sociale come motore di qualsiasi cambiamento, che vuole ristabilire la sovranità popolare a livello continentale e nazionale e quella politica sull’economia, che ha un’idea multipolare, pacifista, solidaristica e cooperativa delle relazioni internazionali. Purtroppo, sia detto per inciso, i Verdi europei in quanto tali non sono assimilabili nel loro insieme a questo campo, giacché sulle questioni appena elencate i partiti verdi hanno spesso posizioni completamente contrapposte fra loro.
Anche nel campo della sinistra, però, le differenze fra le forze che lo compongono sono molte e a volte grandi. Vi sono partiti comunisti e di sinistra ex comunista ed ex socialdemocratica. Vi sono partiti contrari alla UE ed altri favorevoli ad una UE federale. Vi sono partiti che nell’ambito nazionale pensano sia possibile una collaborazione di governo con i partiti socialisti e socialdemocratici ed altri che la rifuggono in via di principio e/o sulla base di esperienze concrete fallimentari. Vi sono modelli organizzativi di partiti, movimenti e coalizioni molto differenti. E così via. Bisogna sottolineare il fatto che queste differenze, che come si vede non sono piccole, sono assolutamente trasversali rispetto alle appartenenze ideologiche. Questo fatto oggettivo ed inconfutabile è certamente il prodotto dell’intreccio fra le questioni globali e quelle locali, della storia e cultura politica di ogni singola forza e delle relazioni con le altre nel proprio paese. Tentare di omogeneizzare tutto questo condurrebbe certamente a maggiori ed irreparabili divisioni. Ma considerare le differenze come insuperabili produrrebbe altrettanto certamente l’esplodere di nuove divisioni ad ogni appuntamento importante come l’attuale crisi, che investe tutto il continente e il mondo più in generale. Per questo, nel corso degli anni, le forze maggiori e più lungimiranti hanno sempre lavorato per l’unità senza rinunciare alle proprie idee ma senza alcuno spirito egemonistico. Attualmente il campo di questa sinistra è organizzato nel Partito della Sinistra Europea e nel gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) che raccoglie diversi altri partiti.
Se da un lato le differenze, come abbiamo visto, ci sono e non sono pochissime, possiamo però dire che le cose che uniscono sono molte di più. E soprattutto attengono alle questioni di fondo e principali. Tutte queste forze sono unite nella battaglia contro la globalizzazione capitalistica e sono perché si ristabilisca, come primo passo di qualsiasi altra prospettiva, la sovranità della politica sull’economia e sul mercato. Sono contrarie alla NATO e ad ogni intervento militare di guerra mascherato da missione di pace. Sono per implementare le lotte operaie, ambientali e sociali a livello continentale ed in ogni singolo stato. Sono contrarie a tutti i trattati europei che hanno prodotto la UE come la conosciamo. E si potrebbe continuare.
In molti paesi, e soprattutto in quelli investiti pesantemente dalla crisi (con l’eccezione italiana di cui parleremo fra poco) queste forze conoscono un’impetuosa crescita elettorale. Non è pensabile nessun cambiamento reale dell’UE e nessuna soluzione dei problemi sociali e democratici che affliggono la UE e i singoli stati senza che questo campo di forze crescano e producano un progetto autonomo ed alternativo. Ed oggi, per la, prima volta, è possibile che la catena del comando neoliberista si rompa in un paese grazie alla possibile vittoria di una forza antagonista come Syriza. L’esistenza di un governo determinato a disobbedire ai diktat della UE e a rimettere in discussione i trattati potrebbe creare le condizioni affinché cresca in tutti gli altri paesi la consapevolezza popolare che l’alternativa è possibile e che si può veramente abbandonare l’idea che la dialettica politica sia racchiusa dentro il campo delle forze socialiste, popolari e liberali. Non si possono coltivare illusioni, perché si tratterebbe di uno scontro di portata colossale, e non è affatto detto che la fragilità della sinistra reale e le sue differenze reggano alla prova. Tuttavia per la prima volta sarebbe possibile e questa possibilità agirebbe come uno stimolo e un volano nel processo di unità della sinistra anticapitalistica europea.
L’Italia e la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Come è noto la salute della sinistra antagonista nel nostro paese è pessima. Grandi sconfitte sociali, politiche, elettorali hanno prodotto divisioni e tradimenti di ogni tipo. I conflitti sindacali e sociali sono isolati ed irrilevanti per il sistema politico e mass mediatico, il sindacato confederale è subalterno al quadro politico e preda di gravi convulsioni che attengono alla sua vita democratica, la degenerazione dei partiti di governo e il leaderismo esasperato hanno raggiunto limiti estremi, il sistema elettorale antidemocratico ha prodotto una falsa e mistificata dialettica nella quale la politica come amministrazione dell’esistente, ed esecuzione degli ordini del mercato e della troika, trova come contraltare speculare la cosiddetta “antipolitica”. La logica del maggioritario e i suoi propri errori hanno ridotto la sinistra radicale alla frammentazione e alla irrilevanza politica.
Ma non è il caso di dilungarsi in una descrizione che già è stata fatta copiosamente in questa sede.
In Italia si prefigura, anche più che in altri paesi, un regime nel quale i poteri forti la possono fare da padroni indisturbati. La “politica” intesa come sistema racchiuso in un bipolarismo totalmente acritico con il mercato assicura la “governance” negli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. Il Movimento 5 Stelle assicura una valvola di sfogo alla rabbia e alla protesta. Tanto più forte e vasta quanto più ambigua su tutte le questioni fondamentali e strutturali. Lo scontro “o noi o loro” è anch’esso interno al regime. Sia perché allude esplicitamente alla rimozione di una “casta” senza mettere in discussione minimamente il piccolo dettaglio che la “casta”, e cioè la politica separata dalla società come tecnica di potere, non è la causa dei problemi bensì l’effetto delle mutazioni potenti del sistema economico degli ultimi decenni. Sia perché propone un modello sociale e politico indifferente agli interessi di classe e sociali e in ultima analisi propone l’individualismo dei singoli “cittadini”, in simbiosi con il leaderismo autoritario più sfrenato, come modello “democratico”.
Il fatto, inconfutabile e con il quale fare sempre i conti, che milioni di lavoratori votino PD, PDL, Lega e Movimento 5 Stelle, sulla base di tutte le suggestioni possibili ed immaginabili proprie dell’attuale sistema politico, non qualifica nessuna di queste opzioni come utili ai loro interessi di classe. Come il fatto che uomini e donne certamente dalle idee progressiste e di sinistra votino il Movimento 5 Stelle non produce affatto alcun progetto politico capace di mettere in discussione il sistema economico dominante.
Solo una sinistra dotata di un’analisi scientifica della realtà, che non confonda le cause con gli effetti, che veda la natura di classe del sistema istituzionale ed elettorale, che sappia costruire lotte e conflitto, che non si illuda di poter ritagliare uno spazio per il proprio ceto politico accettando la logica del sistema, può aspirare a risalire la china e a conquistare forza e credibilità sufficienti per tentare di cambiare davvero le cose.
Ma si tratta di un cammino lungo e irto di difficoltà.
Insisto nel dire che senza la consapevolezza che la dimensione politico-istituzionale non è più, come in passato lo era con la repubblica parlamentare e con il sistema proporzionale, un terreno agibile e perfino favorevole ma è diventata un terreno nemico ed ostile, la sinistra reale è destinata inevitabilmente a dividersi ad ogni occasione importante e a finire sempre più nella irrilevanza settaria e parolaia o a diventare comprimaria all’interno del regime.
A queste elezioni europee è stato possibile unire grossomodo tutto ciò che c’è a sinistra. Tutto ciò che critica apertamente la UE così com’è e che prospetta cambiamenti fondamentali nella struttura economica e conseguentemente nelle relazioni sociali. La lista è interna al GUE e indica come candidato presidente quello scelto dal Partito della Sinistra Europea.
È, quindi, la cosa migliore possibile che si potesse realisticamente fare.
Non ha alcun senso esaminare le differenze e perfino le ambiguità che contiene allo scopo di dichiararla negativa.
Solo menti estremisticamente settarie possono non vedere che le differenze e le ambiguità della lista sono esattamente le stesse che contiene lo schieramento di partiti che aderisce al GUE. Sia sull’Euro sia sulla stessa UE, per fare l’esempio fondamentale, nel GUE ci sono le posizioni opposte e tutte le sfumature intermedie. Lo stesso dicasi per il rapporto da avere con i partiti socialisti e socialdemocratici in sede nazionale. Che senso ha, quindi, gridare allo scandalo ed agitare ogni tema controverso come discriminante per la formazione di una lista unitaria? Con questa logica il Front de Gauche francese, Izquierda Unida spagnola e perfino la Linke tedesca dovrebbero spaccarsi e dar vita a più liste in ognuno di questi paesi. E il GUE dovrebbe dividersi in almeno tre gruppi parlamentari.
I temi oggetto delle differenze devono ovviamente essere discussi a fondo. Ed è aperta la contesa per l’egemonia di un processo reale che costruisca una forza europea capace di incidere nella realtà.
Ma una cosa è una discussione astratta che estremizza le posizioni e produce altre divisioni ed un’altra è una discussione concreta che avanza in rapporto alle modificazioni della realtà.
Per fare un solo esempio su un tema molto in voga, sull’Euro si può discutere all’infinito fra coloro che pensano sia superabile immediatamente e coloro che pensano sia possibile riportarlo sotto una sovranità politica. Io penso che entrambe le posizioni abbiano una legittimità teorica e che contengano punti di verità. C’è ormai un’ampia letteratura (parlo di quella seria e non degli slogan apocalittici) che evidenzia controprove e contraddizioni di entrambe le tesi di fondo.
Ma se questa discussione avviene nel campo di forze e persone che sono avverse alla dittatura del mercato, che pensano che una moneta debba essere sottoposta ad un potere politico e democratico, che criticano proprio da questo punto di vista l’Euro, allora non può assolutamente produrre divisioni, tanto meno elettorali. Deve svilupparsi in un contesto unitario e soprattutto confrontarsi con le dinamiche reali che si produrranno. Che sono, allo stato delle cose, imprevedibili.
La battaglia che sta conducendo la lista è impari. Gli elettori italiani sono chiamati dai mass media ad esprimere un voto totalmente nazionale e a scegliere fra Renzi, Berlusconi e Grillo. La disinformazione impera.
C’è perfino il paradosso, per nulla notato alle scorse elezioni europee, della palese illegittimità del quorum da superare.
Ognuno si può ben sentire rappresentato, in una lista così composita, esprimendo una preferenza per i/le candidati/e più affini. Sempre che a determinare il voto sia una logica politica e non simpatie personalistiche od altre amenità.
Per quanto mi riguarda io sono totalmente identificato e d’accordo con la scelta del mio partito. Che indica in ogni circoscrizione una candidata o candidato da sostenere, indipendentemente dall’appartenenza o meno al partito, per le sue posizioni, rappresentatività sociale ed esperienze di lotta.
Sono: Nicoletta Dosio (circoscrizione Nord-Ovest);
Paola Morandin (circoscrizione Nord-Est); Fabio Amato (Centro); Eleonora Forenza (Sud); Antonio Mazzeo (Sicilia); Simona Lobina (Sardegna).

Buon voto!

ramon mantovani

 

La lotta dell’EZLN e la “sinistra”, vent’anni dopo l’insurrezione

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , on 9 gennaio, 2014 by ramon mantovani

Il 1 gennaio del 1994, vent’anni fa, come comparso dal nulla un esercito di straccioni, male armati ma molto convinti ed organizzati, dichiarava guerra al governo messicano ed occupava, dopo sanguinosi combattimenti, le principali città dello stato del Chiapas nel Messico meridionale. Proprio nel momento della “fine della storia” e del trionfo della globalizzazione, nel giorno dell’entrata in vigore dell’accordo commerciale liberista fra Messico e USA, gli ultimi degli ultimi, quegli indigeni da sempre guardati con paternalismo e/o con disprezzo anche dalla sinistra messicana, dimostravano, armi in pugno, che la storia non era affatto finita e soprattutto di poter capire per primi cosa fosse veramente la globalizzazione. Era la prima voce fuori da un coro inneggiante alla globalizzazione come “opportunità”, come “progresso”, come nuova era di “sviluppo”. Coro cui si aggiungevano entusiasticamente i partiti dell’internazionale socialista concludendo il tragitto che li aveva portati definitivamente dall’altra parte della barricata. Le ragioni dell’EZLN, la simpatia che suscitarono in tutto il mondo presso coloro che resistevano e una grande mobilitazione imposero una trattativa di pace, che partorì un primo accordo firmato solennemente dal governo, tutt’ora inapplicato. In quegli ultimi anni 90 l’EZLN disse e fece cose tanto importanti quanto, spesso, incomprese e sottovalutate da una sinistra intellettualmente pigra, che vedeva solo la superficie del fenomeno. Gli zapatisti facevano una critica spietata delle armi e dell’organizzazione militare, pur essendo guerriglieri per necessità, e c’era contemporaneamente chi ci vedeva il mito della violenza come forma suprema di lotta e chi ci vedeva la profezia della non violenza. Gli zapatisti aborrivano la “solidarietà” dei ricchi verso i poveri, dei sapienti verso gli analfabeti, dichiaravano di essere un sintomo e non certo una “guida” e proponevano l’uguaglianza nella costruzione di una lotta comune, e c’era chi, imperterrito, li descriveva come avanguardia da seguire o come lotta periferica e arretrata da aiutare compassionevolmente. Gli zapatisti parlavano con metafore e simboli indigeni vecchi di millenni e c’era chi ci vedeva un “nuovo linguaggio”, l’immancabile “nuovo modo di far politica” arrivando, senza senso del ridicolo, ad imitare quel linguaggio in contesti dove risultava ovviamente incomprensibile. Poi, negli anni 2000, arrivò la grande “marcia” sulla capitale, e uomini e donne dell’EZLN, con il sostegno deciso da tutte le comunità indigene messicane, parlarono con il loro passamontagna nella sala dell’assemblea della Camera dei Deputati. Per sfidare il nuovo Presidente Fox a mantenere la promessa solennemente fatta di applicare l’accordo di pace firmato 5 anni prima. Di nuovo furono traditi dal parlamento che all’unanimità negò quanto stabilito negli accordi da pace. L’EZLN dichiarò di prendere atto dell’impossibilità di ottenere alcunché con il dialogo e mise fine ad ogni tipo di rapporto con la “sinistra” messicana, che si era dimostrata tanto ansiosa di sfruttarne la popolarità quanto pronta a tradire al momento opportuno, e che al governo in diversi stati, Chiapas compreso, non aveva esitato a reprimere ogni lotta indigena nel sangue. Da quel momento l’EZLN, tanto di moda sulla stampa progressista europea, sparì dai mass media, tranne che per essere accusato, in occasione delle successive elezioni di “favorire la destra”, di aver avuto una deriva estremista e di essersi isolato. In realtà la vera svolta dell’EZLN è stata poi sostanzialmente l’applicazione unilaterale, che dura tutt’oggi, degli accordi di pace. Autogoverno delle comunità indigene strutturato in una democrazia diretta e assembleare, con l’EZLN come garante della difesa da militari e paramilitari e non come guida. Occupazione e coltivazione delle terre di proprietà collettiva che la “legge” aveva privatizzato. Autorganizzazione di istruzione e sanità. Relazioni informali, anche se piuttosto complicate, con i governi ufficiali locali (chiamati malgobierno) per i trasporti di cose e persone e commercio dei propri prodotti agricoli e manifatturieri attraverso reti non speculative e solidali. Le condizioni di vita delle persone delle comunità zapatiste sono enormemente migliorate. Le comunità hanno, fra molti errori, imparato ad autogovernarsi senza leader e senza deleghe. Sembra la realizzazione di un’utopia, e in parte lo è. Ma resta l’illegalità nella quale è costretta questa esperienza, resta la continua aggressione dei paramilitari di tutti i partiti ufficiali al potere nel Chiapas, a cominciare da quelli del Partito della Rivoluzione Democratica, resta la spada di Damocle dell’intervanto dell’esercito federale. Perché il petrolio, l’uranio, l’acqua, il legname pregiato, la biodiversità e lo sfruttamento turistico delle rovine Maya e delle bellezze naturali della Selva Lacandona sono tutte cose promesse e in gran parte già vendute alle multinazionali, soprattutto europee.

A quale sinistra interessa questa esperienza? Quali lezioni bisogna trarne? Cosa e soprattutto quale è la sinistra in Messico? Attraverso quale risultato elettorale, sondaggio o popolarità di un leader, si può misurare l’importanza di questa lotta?

Queste domande e le relative risposte possono aiutarci a collocarci tutte e tutti nel luogo giusto indicato dal Sub comandante Marcos: in basso a sinistra.

ramon mantovani

 

pubblicato su ESSEBLOG   l’8 gennaio 2014

“Al congresso troppe semplificazioni. Si riparta dalla lotta di classe invece”. Intervista a Ramon Mantovani

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 24 dicembre, 2013 by ramon mantovani

Al di là della disputa sul segretario e il gruppo dirigente “che ha sbagliato” hai sentito e visto un congresso Prc che ha ragionato sulle sconfitte per trovare un modo per andare avanti o no? Se sì, cosa ti sembra sia emerso con maggior forza?

Come credo sia noto io non penso affatto che il gruppo dirigente abbia sbagliato. La “disputa” sul segretario e sul gruppo dirigente, al contrario, ha rischiato di mettere in ombra e di sottovalutare le vere difficoltà che il PRC ha incontrato negli ultimi anni. Cerco di spiegarmi nel modo più chiaro possibile. In diversi interventi del 3° Documento e della corrente di Essere Comunisti è affiorata la semplificazione, per me completamente inaccettabile per dei marxisti ed invece molto in voga nella politica spettacolo, secondo la quale i cattivi risultati elettorali sarebbero da attribuirsi al minoritarismo e settarismo del gruppo dirigente e in particolare di Ferrero (Essere Comunisti) o all’ambiguità della linea circa il rapporto da avere col centrosinistra (3° documento). Due posizioni opposte ed inconciliabili che però hanno avanzato un’unica e suggestiva soluzione magica: il cambio del gruppo dirigente. Queste due posizioni (per brevità tralascio quella della Mozione 2 che considero estremista ed astratta ma che non ha usato la demagogia strumentale sul gruppo dirigente) non sanno fare i conti con la natura specifica del sistema elettorale ed istituzionale della cosiddetta Seconda Repubblica. Anzi, a loro modo ne sono un prodotto diretto. Infatti propongono di fatto due linee che appaiono tanto più chiare ed efficaci in quanto totalmente interne alla stessa logica del bipolarismo. Da una parte il dialogo e l’unità con SEL e il Pdci tralasciando il piccolo dettaglio del rapporto con il centrosinistra e con il PD. Dall’altra l’idea illusoria che la “chiarezza” della totale separazione con il centrosinistra, dal più piccolo comune al parlamento, possa produrre una vera connessione con le lotte e garantire maggiori consensi elettorali in futuro. Insomma, tutte le esperienze del PRC di entrambi i segni (con le relative 7 scissioni!) degli ultimi venti anni non sembrano aver insegnato nulla.

Sì è parlato di errori ma non si è approfondita la natura di una fase che ha imposto, diciamo così, scelte obbligate…

Il punto importante, per me, non è la qualità del gruppo dirigente, che ovviamente ha una sua specificità, bensì il dover avere a che fare, al contrario che in altri paesi europei, con un sistema politico e massmediatico ultra americanizzato ed ostile a qualsiasi forza di classe che tenti di veicolare nelle istituzioni contenuti di lotta e un programma di trasformazione del paese. Senza questa consapevolezza si finisce per attribuire al gruppo dirigente colpe che non ha e, conseguentemente, per propugnare un “rinnovamento” come soluzione magica del problema. Inoltre c’è la nefasta tendenza a far finta, in sede di bilancio delle scelte fatte, che agli “errori” ci fossero valide alternative. È giusto dire che, per esempio, Rivoluzione Civile era stata improvvisata, composta in modo verticistico ed era ambigua sul centrosinistra? Si! È giusto! E sarebbe giusto dire che il gruppo dirigente che l’avesse presentata come la soluzione ideale andrebbe fucilato. Ma le cose non stanno così. Il CPN che decise di partecipare a Rivoluzione Civile (con una scarsissima opposizione) discusse ben sapendo che PdCI e IDV erano orfani del centrosinistra e che l’unico modo di comporre le liste era un metodo ultraverticistico. Dato l’insuccesso è facilissimo parlare di “errore” e certamente lo è stato. Ma le alternative quali erano? Senza rispondere a questa domanda, e cioè senza fare i conti con la realtà, parlare di “errore” soggettivo del gruppo dirigente può essere suggestivo ma è e rimane una fuga dalla realtà. Nei fatti c’erano solo due alternative. Il Prc poteva dar vita ad una lista con Cambiare si Può, contrapposta a quella di Ingroia e nella quale avrebbe dovuto essere invisibile giacché questa era la condizione posta dagli animatori di Cambiare si Può. Insomma due liste in concorrenza tra loro fuori dal centrosinistra e senza alcuna visibilità del PRC. Oppure il PRC avrebbe potuto presentarsi da solo, certamente in alternativa alla lista capitanata da Ingroia e forse anche ad una lista di Cambiare si Può. Senza contare il Partito Comunista dei Lavoratori. Insomma, due o tre liste fuori dal centrosinistra. Se il gruppo dirigente del PRC avesse fatto una di queste due scelte di quali “errori” staremmo parlando oggi? O qualcuno pensa davvero che una di queste due scelte avrebbero pagato dal punto di vista elettorale e messo il PRC al riparo da accuse di settarismo, autosufficienza ed elettoralismo sfrenato? Nella politica, come nella vita, a volte è necessario fare scelte obbligate. Basta farle ad occhi aperti e soprattutto fare tesoro delle esperienze che hanno poi prodotto. Far finta che non siano state scelte obbligate e immaginare che basti cambiare le persone che sono state costrette a farle è, lo ripeto, un fuga dalla realtà.

Il primo documento li fa i conti con la realtà?

Proprio per questo penso che il 1° Documento e le stesse proposte fatte da Ferrero nei suoi interventi abbiano invece fatto davvero i conti con la realtà. Ora non mi dilungo, ma la chiarezza sui rapporti col centrosinistra e l’idea di costruire una forza dal basso, come Izquierda Unida spagnola, senza più fare accordi di vertice fra forze ambigue politicamente è una linea politica che tiene conto sul serio delle sconfitte. Un partito che decide di essere pronto a non presentarsi più alle elezioni, ma solo se si riesce a costruire l’unita vera di tutti quelli che condividono un programma unificante le lotte anticapitaliste e sociali e che propone per se stesso e per questa nuova forza che lo scoglio delle scelte elettorali sia deciso dalla base militante con referendum vincolanti, costituisce una novità o no? Io penso di si. E penso che ora il CPN debba scegliere un progetto di funzionamento del partito e un gruppo dirigente capace di portare avanti queste scelte.

Il bipolarismo sembra morire per consunzione da una parte ma riaffermarsi di fatto per mancanza di unità delle forze di opposizione. Quali sono le tue riflessioni in proposito?

Il bipolarismo è stato presentato come portatore di chiarezza e come possibilità degli elettori di poter scegliere fra opzioni contrapposte di governo. Ma non è mai stato così. L’alternanza fra simili o addirittura identici nelle politiche economiche non può essere l’alternativa fra progetti di società effettivamente alternativi. E riduce ogni interesse e proposta antagonista all’impotenza dentro il governo o fuori di esso. La crisi si è incaricata di svelare questa cosa, che noi denunciammo inascoltati ed incompresi, fin dai primi anni 90. È sotto gli occhi di tutti l’esperienza del governo Monti e di quello Letta. Ed è sotto gli occhi di tutti la definitiva ristrutturazione del PD e di tutto il centrosinistra a cominciare da SEL in senso “americano” con l’avvento di Renzi. Il Movimento 5 Stelle è solo apparentemente una spina nel fianco del sistema perché sta insieme e raccoglie consensi sulla individuazione di un epifenomeno come la cosiddetta “casta” e delle sue convulsioni spettacolari come responsabili della crisi. Temo che tutto ciò possa produrre solo una estremizzazione del peggio del bipolarismo. Del resto basta osservare che nessuno, tanto meno nel circo massmediatico si sogna nemmeno di proporre il superamento del bipolarismo e una legge elettorale proporzionale e che si marcia a tappe forzate verso un bipolarismo presidenzialista e tendenzialmente autoritario.

Un quadro di sostanziale frammentazione delle forze di opposizione

Più che della mancanza di unità delle forze di opposizione io parlerei della mancanza della lotta di classe, giacché il sindacato è sostanzialmente interno al sistema della compatibilità neoliberiste perfino nel tempo in cui queste producono un massacro sociale, e della necessaria consapevolezza nelle lotte dei lavoratori, territoriali e sociali, che pur ci sono anche se in forma dispersa ed isolata, circa la necessità di distruggere il bipolarismo per poter far contare davvero i propri interessi di classe ed obiettivi di lotta. La politica intesa come lotta fra interessi sociali contrapposti, e non come competizione fra leader e tecnica di governo dell’esistente, necessita di una propria idea di stato e di democrazia, altrimenti le lotte finiscono in vicoli ciechi o preda di rivolte plebee ed intrise di ogni tipo di ambiguità, come quella dei cosiddetti Forconi.

Non è più rinviabile una “lunga marcia” nella costruzione di un blocco sociale capace di riunificare l’antagonismo attraverso una piattaforma chiara. Da dove si deve cominciare questo lavoro e seguendo quale strada?

Hai perfettamente ragione. E mi piace molto il riferimento alla Lunga Marcia di maoista memoria. Perché bisogna avere consapevolezza vera dei rapporti di forza totalmente sfavorevoli e, di contro, averne anche circa la giustezza delle proprie ragioni ed analisi. Il che vuol dire non coltivare illusioni, tipiche della sotto e pseudo politica da talk show, circa “mosse” e “invenzioni” capaci di evitare le dure difficoltà dei rapporti di forza reali. E vuol dire sapere che la lotta di classe ed il conflitto sono l’unico motore capace di cambiare la storia.

Un conflitto che deve sporcarsi le mani, insomma…

Ovviamente penso che non si possa peccare di presunzione pensando che tutto dipenda da noi. Ma per essere parte della storia, anche aspirando ad esserne protagonisti, invece che sperare di tornare a far parte della cronaca nera-rosa della politica spettacolo, bisogna riappropriarsi fino in fondo dell’idea che la lotta di classe ed il conflitto sono il 99 % dell’attività, del pensiero, dello studio e del lavoro politico di un partito comunista degno di questo nome. Non si può partecipare all’unificazione dei conflitti se non si sta dentro di essi fino in fondo, se non li si costruisce direttamente in ogni angolo del paese. Non si può illudersi di contribuire allo sviluppo delle lotte senza un’analisi continua ed approfonditissima del capitale e della formazione sociale che esso produce. Non si può immaginare di indicare obiettivi di lotta generali ed unificanti senza queste due cose o, peggio ancora, illudersi che siano le scadenze elettorali il terreno idoneo per produrre un blocco sociale capace di candidarsi veramente a cambiare le cose. Le esperienze latinoamericane insegnano esattamente questo. Se nei prossimi anni sapremo dare il nostro contributo a questo processo i nostri sacrifici e le stesse nostre frustrazioni di oggi saranno ripagati nel migliore dei modi. Perché solo un blocco sociale unito e determinato può superare qualsiasi ostacolo elettorale. Altrimenti finiremo come certi scissionisti del PRC che hanno dato vita a delle vere sette tanto parolaie quanto impotenti o ad altri che si accomodano nel Partito Socialista Europeo e nel centrosinistra usando cinicamente la “narrazione” delle povertà sociali mentre calcolano la loro meschina carrieruncola nel sistema della politica bipolare.

Intervista realizzata da Fabio Sebastiani e pubblicata sul quotidiano online CONTROLACRISI il 22 dicembre 2013

«Invece di fare il totosegretario uniamo la sinistra vera di questo Paese»

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 9 ottobre, 2013 by ramon mantovani

Già parlamentare e membro della direzione nazionale, Ramon Mantovani contesta chi crede che solo un rinnovamento del gruppo dirigente possa portare il partito fuori dalla crisi

Ramon Mantovani è uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista. Membro della direzione nazionale e più volte eletto deputato. Anche a lui abbiamo chiesto di esprimersi sui temi salienti che il congresso dovrà affrontare.

Ramon, cominciamo dalla querelle “dimissioni e congresso subito”. In diversi si erano espressi appunto per un rinnovamento, sia pure provvisorio, del gruppo dirigente, e per la realizzazione di un congresso straordinario da effettuarsi poco dopo la sconfitta elettorale. Come arriviamo a dicembre su questo tema e qual è la tua opinione su un punto che ha diviso il partito?
Se avessimo fatto un congresso subito, con le dimissioni irrevocabili della segreteria, avremmo avuto un congresso di scontro al solo scopo di scegliere un nuovo gruppo dirigente. E questa sarebbe stata la fine del nostro partito. Io mi sono vivacemente opposto all’idea che la situazione grave della sinistra antagonista italiana e di Rifondazione si possa risolvere attraverso il cambio di poche persone. E’ stato invece giusto fare una discussione lunga e affrontarla in termini approfonditi. Io non ho nulla in contrario ad un profondissimo rinnovamento del gruppo dirigente. Chiaro? Ma non si possono fare discussioni che alludono a scelte di linea politica parlando di persone e di gruppi dirigenti. Fare così trasformerebbe il Prc in un partito identico agli altri, basti vedere la vicenda di Renzi e del Pd. Prima si parla della politica e poi si scelgono le persone che la possono portare avanti.

A proposito della politica, leggendo Ferrero e Grassi mi sembra che sui grandi scenari non ci siano grosse differenze. C’è qui da noi una grave crisi della sinistra d’alternativa che non registriamo nel resto d’Europa, dove le cose anzi vanno abbastanza bene. Noi siamo invece in un “cul de sac”, perché da un lato non abbiamo un aiuto dalla sinistra più moderata, come invece è successo in Francia e in Germania, anzi, c’è Sel che si sposta sempre più a destra; dall’altro siamo frammentati e incapaci, almeno per il momento di arrivare a delle conclusioni. Poi ci sono le aspettative riposte in Landini e Rodotà, ma anche qui regna l’incertezza. Qual è la tua analisi a riguardo?
E’ giusto il paragone tra la crisi della sinistra antagonista italiana e, diciamo così, se non i successi il buon stato di salute delle forze omologhe a noi negli altri paesi europei. Come dicevo si tratta di un confronto giusto. Ma se non si paragonano anche i sistemi politici, i sistemi elettorali e quelli istituzionali allora si incorre in un grave errore. E cioè di pensare che sia solo l’inadeguatezza delle persone che dirigono la sinistra in Italia la causa dei suoi insuccessi. E invece le cose non stanno così. Per il banale motivo che in nessun altro paese dove la sinistra d’alternativa ha successo, per esempio Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Germania, c’è il sistema del bipolarismo italiano. Nel quale chiunque si proponga di portare avanti i nostri contenuti, o è condannato all’impotenza fuori dal governo o è condannato all’impotenza dentro il governo. Ed è esattamente questo che ha distrutto la nostra esperienza politica sia quando siamo stati dentro i governi, siamo quando ne siamo stati fuori. Perché sempre ci sono state ad ogni occasione, le scissioni. Esattamente secondo il copione che il bipolarismo italiano prevede. L’Italia si è americanizzata molto più di qualsiasi altro paese europeo. A nessuno viene in mente di dire che è colpa del gruppo dirigente del Partito comunista degli Stati Uniti d’America se non è in Parlamento. Perché c’è un sistema elettorale che non è democratico, e che esclude a priori chiunque proponga certi contenuti. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Negli ultimi anni abbiamo provato in tutti i modi a unire la sinistra di alternativa. Ma bisogna guardare in faccia la realtà e spiegare seriamente i fallimenti e le sconfitte, senza demagogia. Se si pensa che sia colpa del segretario del partito e del gruppo dirigente perché, affetti da settarismo e da chissà quali altri difetti, perché non sono stati capaci di dialogare con Sel e con altri, allora la soluzione è semplice. Basta trovare un nuovo “leader” capace di convincere Sel a rompere con il Pd e a non entrare nel partito socialista europeo. Se, invece, i fallimenti si spiegano politicamente prendendo atto che il PdCI ha spaccato la Federazione della Sinistra per tentare di entrare nel centrosinistra, che Rivoluzione Civile si è dovuta improvvisare in pochi giorni esattamente con quelli che sono stati rifiutati dal centrosinistra e che poi hanno fatto tutta la campagna elettorale lagnandosi di questo e parlando solo di legalità, allora la soluzione non può che essere quella di unire la sinistra sui contenuti, in alternativa al centrosinistra perché su quei contenuti è incompatibile, e con il chiaro riferimento alla Sinistra Europea e al Gue. Ovviamente il Prc non può essere così presuntuoso da pensare che proclamare l’obiettivo sia sufficiente. C’è il problema dei gruppi dirigenti dei partiti e delle stesse associazioni, della loro e nostra inadeguatezza, delle divisioni del passato che pesano. Anche a questo problema non c’è che un rimedio. Si costruisca una nuova forza dal basso, con il principio una testa un voto, senza patti né posti né garanzie per nessuno degli attuali gruppi dirigenti. Ma anche questo si può fare se c’è chiarezza politica ed unità d’intenti reale. Altrimenti qualsiasi unità, della sinistra o comunista, che sia di vertice o dal basso, è destinata a saltare alla prima prova elettorale. La manifestazione del 12 apre un percorso di lotta sulla Costituzione e sul lavoro. Bisogna esserci senza riserva alcuna. I promotori hanno detto con chiarezza che non hanno intenzione di fondare una forza politica o una lista. Bisogna prenderne atto. Ma noi pensiamo che questo percorso possa aprire uno spazio politico pubblico dentro il quale può affermarsi l’idea che anche in Italia ci sia chi rappresenti quei contenuti.

Ramon, come ben sai in Italia c’è un problema grosso di rappresentanza dei lavoratori, ormai non rappresentati appunto più da nessun partito, a parte la piccolissima parte che possiamo fare noi, e anche da nessun sindacato a parte la Fiom, vista la deriva della Cgil. Come risolviamo questo problema? E pensi che le iniziative messe in campo da Landini e Rodotà possano essere un punto di partenza?
Sul sindacato dico solo una cosa: che non si occupa dei lavoratori da quando ha firmato la concertazione nel 1993. Si occupa di parlare dei lavoratori, ma non si occupa come dovrebbe fare un sindacato degli interessi di chi dovrebbe rappresentare. Non mi dilungo perché mi pare evidente il perché. C’è un altro punto però, e anche questo fa differenza con gli altri paesi europei e ha a che vedere con il bipolarismo. In Spagna, per esempio, i sindacati, compreso quello di ispirazione socialista, non hanno mai esitato a scioperare contro il governo nazionale dei socialisti. In Italia abbiamo un sindacato, anche la Cgil, che si è dichiarata contro la riforma delle pensioni di Dini quando era ministro del Tesoro di Berlusconi e favorevole alla stessa riforma sempre di Dini quando l’ha fatta con la maggioranza di centro-sinistra. Insomma la Cgil è schiava del quadro politico. E il combinato disposto della filosofia della concertazione e del sistema politico italiano hanno ridotto il nostro sindacato ad una corporazione. La Fiom, per carità, è l’unica organizzazione sindacale di massa che in qualche modo tenta di rimettere al centro la natura conflittuale del sindacato. Anche se con molte oscillazioni è la prima a denunciare l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro, ma non ne trae tutte le conseguenze. Mesi fa, prima delle elezioni, aveva indicato precisi contenuti. Per noi potevano, e possono ancora essere, il programma elettorale della sinistra d’alternativa. Senza confondere il ruolo del sindacato e di una forza politica io penso che moltissimi dei contenuti di lotta della Fiom siano incompatibili con il Pd ed anche col centrosinistra. Basta rileggersi la Carta d’Intenti firmata anche da Sel per rendersene conto. Mi permetto di dire che o se ne rende conto o è destinata ad essere trascinata nella logica compatibilista e subalterna della Cgil.

Torniamo invece al congresso. Abbiamo di fronte un percorso lungo e faticoso per uscire, se riusciremo, da questa situazione di crisi. Nel frattempo come pensi dobbiamo affrontare le inevitabili scadenze elettorali?
La mia posizione è totalmente in accordo con la bozza di documento licenziata dal Cpn. Io penso che alle elezioni europee sarebbe bene si presentasse una lista che però abbia contenuti precisi e che elegga una rappresentanza nell’ambito della Sinistra Europea e del Gue. Non una lista arlecchino i cui deputati eletti possono andare a finire in tre o quattro gruppi diversi. Della proposta più strategica per unire la sinistra alternativa ho già detto. Vorrei solo che il congresso prendesse coscienza, una volta per tutte, che le elezioni oggi sono per noi un terreno nemico e avverso. Da affrontare con coraggio e serietà, ma senza illusioni a buon mercato. Il bipolarismo bastardo italiano è un enorme ostacolo per veicolare nelle istituzioni gli interessi dei lavoratori e una loro rappresentanza. Non vedere l’ostacolo non aiuta a superarlo. Al contrario spinge a sbatterci contro e a farsi male. Ma la crisi è solo all’inizio e tagli, privatizzazioni e stravolgimenti costituzionali daranno purtroppo ragione alle nostre analisi e previsioni. Se ci dedicheremo a discutere di questo, invece che di totosegretari e di liti fra correnti, potremo farcela sia a rilanciare la funzione di un partito comunista degno di questo nome, sia ad unire la sinistra vera di questo paese, sia ad accumulare le forze capaci di superare qualsiasi sbarramento.

Vittorio Bonanni

 

Pubblicato su Liberazione online il 4 ottobre 2013

 

 

Siria, la guerra totale

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 settembre, 2013 by ramon mantovani

È impossibile capire quanto sta avvenendo in Siria e in Medio Oriente senza una chiave di lettura capace di individuare il motore di una immensa destabilizzazione di tutta l’area, che ha agito negli ultimi venti anni, a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ogni altra interpretazione dei sommovimenti, delle guerre civili e delle tensioni fra gli stati dell’area, per quanto parzialmente fondata sulla descrizione di episodi ed avvenimenti, si è rivelata incapace di elaborare previsioni azzeccate e soprattutto di fornire la base per una soluzione politica e negoziata dei conflitti armati e non, che incendiano tutto il Medio Oriente.

Anzi, a dire il vero, appare sempre più chiaro, per lo meno agli occhi di chi ha conservato un minimo di spirito critico, la natura strumentale e propagandistica delle sofisticate campagne di disinformazione di massa perpetrate dai mass media “occidentali”.

Stando alla pubblicistica corrente, per non parlare delle comparsate in TV di “esperti” capaci di dire, anche a distanza di poche settimane, tutto e il contrario di tutto, in Siria sarebbe in corso una “rivolta” popolare contro un regime dittatoriale. I “rivoltosi” o “insorti” che dir si voglia sarebbero una formazione composita ed anche inquinata da settori del fondamentalismo islamico, ma tutto sommato tesa a conquistare libertà e democrazia. Le potenze occidentali, USA e paesi ex colonialisti europei, sarebbero dilaniati dalla contraddizione di voler, da una parte, assolvere al proprio compito “storico” di promuovere ed esportare la democrazia, e dall’altra di rapportarsi agli stati dell’area secondo le norme del diritto internazionale, anche coltivando più o meno inconfessabili rapporti vantaggiosi con i singoli regimi al potere negli stati dell’area.

Se non stessimo parlando di morte, distruzione, esodi di massa, si potrebbe davvero ridere nel sentire gli inventori, storici utilizzatori e venditori delle armi di sterminio di massa, accusare qualcuno di utilizzarle in una guerra civile senza esclusione di colpi, per giustificare interventi militari a favore di una fazione in lotta nella guerra civile. Fazione che si è armata ed incoraggiata a produrre una guerra civile al fine di rovesciare un regime non addomesticato agli interessi imperialistici e neocolonialisti occidentali e che, nel caso, si deve sostenere attivamente dal punto di vista militare fornendo dall’esterno quella superiorità aerea che gli manca per compiere la propria missione, come è già avvenuto in Libia.

È davvero stupefacente osservare come sia possibile che capi di stato, considerati (sic) “progressisti” e di “sinistra” come Obama e Hollande, possano sostenere e proporre di violare ogni norma del diritto internazionale, di annullare l’ONU che rimane l’unica sede di mediazione pacifica della comunità mondiale o di ridurla a notaio di accordi tra le potenze sottoscritti in sedi informali o, peggio ancora, in sede di alleanze di parte, come il G8 o la NATO. Le “notizie” fabbricate dai servizi di intelligenza amplificate acriticamente dal 90 % dei mass media, ed anche in internet, sono buone per manipolare un’opinione pubblica sempre più disinformata. Lo sono meno per ancorare una discussione seria fra gli stati nei luoghi preposti dal diritto internazionale. Ma anche in questo caso servono per presentare, come successe in Bosnia e poi nel Kosovo, una comunità internazionale divisa fra volenterosi amanti dei diritti umani e cinici indifferenti e complici del male assoluto. E per spiegare, quindi, la necessità di agire in proprio nel nome del bene.

Certo, col passare del tempo e le numerose smentite che la cronaca, se non la storia, ha prodotto dei molti pretesti con i quali si sono giustificate intraprese guerresche occidentali, le parole di Obama e di Hollande mostrano sempre più la corda. Tuttavia non bisogna sottovalutare la funzione di traino esercitato in questo momento da USA e Francia, che infatti incassano firme su documenti che sostanzialmente, anche se non immediatamente, giudicano e condannano il governo Assad ed implicitamente chiudono i varchi e gli spiragli di una qualsiasi soluzione negoziata del conflitto. E costringono Russia e Cina ad un ruolo comprimario e refrattario, proprio perché incapace ed impossibilitato a promuovere una soluzione negoziata in sede internazionale ed in sede locale fra le diverse fazioni in lotta.

Per meglio comprendere cosa stia succedendo realmente bisogna fare alcuni passi indietro, perché come ho accennato all’inizio esiste una spiegazione che può illuminare lo scenario, rimuovendo le ombre prodotte dalla disinformazione e dalle spiegazioni episodiche e superficiali interessate.

Proprio in questi giorni si può sentire parlare ripetutamente del “fallimento della guerra in Iraq”. Certamente, rispetto agli obiettivi proclamati, e giustificati con clamorosi falsi, l’avventura della Coalizione dei Volenterosi e della guerra illegale e unilaterale, si potrebbe parlare di pieno fallimento. L’Iraq è tutt’altro che pacificato e in realtà ormai gran parte del Medio Oriente è stato destabilizzato, anche sul piano interno ai singoli paesi. Il conflitto israeliano palestinese si è aggravato ed aggrovigliato maggiormente. E tutto ciò ha prodotto e produce conflitti armati, che per altro sono un buon mercato per i produttori di armamenti, decine di migliaia di morti e milioni di profughi.

Basta considerare questo apparente fallimento come il vero obiettivo, invece di credere ai pretesti e alle veline della CIA, e si può scoprire che tutta la strategia iniziata con la Prima Guerra del Golfo ha avuto pieno successo.

Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia si sarebbe potuto procedere ad una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e all’implementazione dell’articolo dello Statuto dell’ONU che prevede la formazione di una forza militare internazionale utile a svolgere la funzione di polizia internazionale. Si sarebbe cioè potuto evitare che la fine della guerra fredda sboccasse in un governo unilaterale del mondo da parte dei paesi ricchi e promuovere in ogni dove la soluzione negoziata e politica dei conflitti armati.

Invece è successo il contrario. L’ONU è stata fatta apparire agli occhi del mondo come incapace di risolvere i conflitti. Notevole il caso della Bosnia dove USA e diverse altre potenze occidentali si sono rifiutate di fornire i Caschi Blu necessari ad interporsi alle fazioni in lotta per imporre una soluzione negoziata, al fine di lasciar aggravare il conflitto allo scopo di giustificare l’intervento diretto della NATO. O è stata cancellata, scavalcata ed umiliata come nel caso della guerra in Yugoslavia e in Iraq. Sempre è stata ridotta al ruolo di notaio utile solo a ratificare le situazioni di fatto emerse dagli interventi unilaterali o a fornire un avallo pseudo legale a monte degli stessi.

Ne è scaturito un mondo nel quale i paesi ricchi, o occidentali che dir si voglia, hanno rilanciato la NATO come autoproclamato gendarme del mondo. Per questo invece che sciogliersi in assenza del nemico storico si è rafforzata ed allargata notevolmente. E gli USA hanno usato con sapienza l’unilateralismo e il multilateralismo, la ricerca della risoluzione del Consiglio di Sicurezza atto a giustificare le guerre o la più spudorata illegalità extra-ONU, al fine di continuare ad esercitare un ruolo egemonico fondato sulla pura e semplice potenza militare.

Un mondo nel quale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza trovano applicazione solo se sono promosse o sposate da alleanze o potenze militari di parte o nel quale queste ultime possono agire come vogliono anche senza nemmeno una riunione del Consiglio di Sicurezza è un mondo governato da una dittatura, nel senso pieno del termine.

È come, mi si permetta un paragone suggestivo ma non per questo non pertinente, uno stato nel quale governo e parlamento non hanno la polizia a disposizione per fare applicare le leggi. Se la polizia è quella privata della decina di famiglie più ricche quali leggi saranno fatte applicare e quali no? Se le polizie private agiscono fuori dalla legge o contro la legge chi potrà impedirglielo?

La strategia della “guerra permanente”, la confezione delle giustificazioni “umanitarie” per le guerre guerreggiate, l’unilateralismo statunitense o l’unilateralismo occidentale ancorché definito “multilateralismo”, hanno scientemente destabilizzato il Medio Oriente al fine di rilanciare il dominio occidentale. Hanno messo perfettamente nel conto che la destabilizzazione avrebbe prodotto conflitti interreligiosi, interetnici ed avrebbe esasperato le tensioni fra i singoli stati dell’area. Solo sprovveduti in buona fede (che sono sempre i più pericolosi) o bugiardi in mala fede potevano e possono pensare che USA ed alleati possano essere sorpresi dalla non pacificazione dell’Iraq e di tutta l’area. La prova più evidente è che il proclamato nemico giurato, il terrorismo fondamentalista islamico, è stato più volte armato e utilizzato o favorito di fatto con totale cinismo. Ed è quel che sta avvenendo in queste ore in Siria.

I centri studi e le agenzie di intelligenza degli USA e dei paesi della NATO sanno benissimo che i regimi, perché di regimi si tratta, scaturiti nel periodo della decolonizzazione e nel quadro della guerra fredda, al potere in stati multietnici e multi religiosi tendenzialmente ingovernabili se non in modo autoritario non possono essere sostituiti da “democrazie occidentali”. Sanno benissimo che quegli stati possono deflagrare o produrre conflitti e guerre civili di lungo periodo. Sanno benissimo che in tutto questo per sterminate masse aumenta la credibilità del fondamentalismo islamico. Ma è esattamente questo l’obiettivo che permette di perpetuare, con le ovvie produzioni spettacolari di pretesti e di giustificazioni, il rilancio della potenza militare come leva egemonica e di dominio del mondo, proprio quando il sistema economico capitalistico produce contraddizioni e disastri sociali che ne mettono in evidenza la vera natura.

Qualche giorno fa sul Manifesto in un bell’articolo Annamaria Rivera si chiedeva che fine abbia fatto il movimento pacifista, che all’epoca della guerra in Iraq fu definito “la seconda potenza mondiale”.

A mio modestissimo parere, per quanto percorso e positivamente intriso di ripudio etico della guerra e della violenza, non può esistere un movimento pacifista che non sia capace di analizzare le tendenze di fondo economiche e geopolitiche che producono le guerre. Le spiegazioni etiche e semplificate non solo si rivelano incapaci di fermare le guerre, ma risultano inadatte a produrre alternative concrete ed obiettivi realisticamente realizzabili. Non si tratta di cinismo o minimalismo. Si tratta di avere una politica o meno.

Se le considerazioni esposte in questo articolo hanno anche un minimo fondamento bisognerebbe che il movimento pacifista (ed aggiungo: la sinistra degna di questo nome) dovrebbero saper dire:

1) la guerra civile in Siria non può essere risolta se non con un negoziato politico e con la ricerca di un nuovo assetto politico istituzionale che sia rispettoso delle etnie e religioni tutte.

2) nel Consiglio di Sicurezza si dovrebbe discutere di una missione di pace sotto il comando diretto dell’ONU (come quella in Libano) che svolga la funzione di interposizione e di tutela delle popolazioni civili.

3) le coalizioni a geometria variabile e la NATO devono essere superate in favore della piena assunzione da parte dell’ONU della funzione di polizia internazionale.

4) l’Italia deve dichiarare di non partecipare e nessuna missione militare che non sia di Caschi Blu e che non abbia come obiettivo l’arresto dei conflitti armati e la soluzione politica degli stessi. Deve conseguentemente riformare il proprio modello di difesa e rimettere in discussione l’appartenenza alla NATO.

Senza questi obiettivi politici, od altri analoghi e altrettanto realistici sui quali si può proficuamente discutere, i pacifisti sono destinati a dividersi inesorabilmente e ad essere subalterni, nonostante la radicalità delle posizioni etiche, alla imperante politica di guerra. Sono destinati a scendere in piazza contro Bush insieme agli apologeti della guerra umanitaria in Kosovo, a riporre malamente le proprie speranze in Obama o in Hollande. Sono destinati cioè ad essere impotenti contro la guerra.

 

ramon mantovani

 

pubblicato sul sito www.scenariglobali.it il 10 settembre 2013

 

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