Tre domande e tre risposte.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag , , , , , , , , , , , il 11 Giugno, 2009 da ramon mantovani

Ci sono momenti nei quali bisogna avere il coraggio di porsi domande difficili ed anche dolorose. Senza le risposte a queste domande si rischia di fuggire dalla realtà e di precipitare nello sconforto o, peggio ancora, nella coltivazione di illusioni infondate.

Prima di formulare le domande e di tentare risposte desidero svolgere alcune brevi considerazioni sul voto. Più descrittive che analitiche anche perché le analisi, che devono essere sempre guidate da ipotesi politiche e teoriche, devono partire però da fatti reali.

La destra liberista e la destra razzista avanzano in tutta Europa e in particolare in Italia. Questo è un dato inconfutabile. I partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti crollano. Questo è un altro dato inconfutabile. La sinistra anticapitalista e comunista resiste ma solo grazie alla controtendenza in alcuni paesi, soprattutto del sud europa. Tiene in altri e arretra gravemente in altri ancora. Anche questo è un dato inconfutabile.

Al di la dei particolari nazionali dovuti a questioni interne, come le dialettiche governo – opposizione in molti paesi e la tenuta, in Italia, del PDL e l’avanzata irresistibile della Lega, cosa c’è alla base di un simile sommovimento? Perché è innegabile che il sommovimento ci sia. E se si vede bene nei dati elettorali si dovrebbe vedere ancor meglio nella crescita enorme dell’astensionismo. Cosa c’è? Formule e formulette politico-istituzionali? Capacità di leader? Divisioni o unità dei partiti e delle coalizioni? Nessuna di queste risposte è in grado di afferrare la realtà. Nemmeno quella che ci riguarda più da vicino e che in Italia va per la maggiore può interpretare seriamente la realtà. Per esempio, e sia detto per inciso, se è l’unità mancata della sinistra il motivo della sconfitta, perché in Grecia, in Portogallo e in Francia la sinistra divisa ottiene rispettivamente il 14 %, il 21 % e il 13 %?
Io credo che, alla base del vento di destra che spira sul nostro continente, ci sia la mutazione sociale prodotta dalla ristrutturazione capitalistica ed esaltata dalla crisi che ha prodotto, almeno negli ultimi 20 anni, solitudine sociale, individualismo e competizione sfrenata, guerra fra poveri. La destra cavalca con successo gli effetti devastanti della globalizzazione e i partiti socialisti li subiscono maggiormente perché sono più liberisti della destra. A questo si aggiunge, ma si aggiunge come effetto e non ne è la causa, la separazione della sfera politica e delle istituzioni “democratiche” europee dalla società e la totale impermeabilità delle stesse ai conflitti sociali, che pur ci sono stati in tutto il continente.
Forse è per questo, grosso modo, che sinistra unita o meno, partiti comunisti identitari o meno, in Grecia, Portogallo e Francia c’è stato e c’è un forte movimento di opinione contrario all’Unione Europea reale e che le forze che sono cresciute elettoralmente ne hanno fatto, pur divise, parte.
Ho fatto solo questo esempio non per sfuggire al tema dell’unità, sul quale ovviamente tornerò, ma per sostenere che non è la questione più importante.

Fatte queste premesse, parziali ed anche generiche, passiamo alle domande dure che dobbiamo rivolgere a noi stessi.

Prima domanda. Come mai non abbiamo raggiunto il quorum?

Ho sostenuto per iscritto e in tutta la campagna elettorale che lo avremmo raggiunto. Ci credevo. E ci credevo, nonostante tutto, perché pensavo che il combinato disposto della natura realmente unitaria della lista, della chiarezza delle proposte e dell’uso corretto della simbologia non mimetica, avrebbe garantito il 4 %. Mi sono sbagliato. E’ inutile negarlo o mascherarlo. Ma continuo a pensare, e a chiedermi, se si potesse fare diversamente. La risposta è no! Cosa sarebbe successo se avessimo riprodotto, nei fatti, la lista dell’arcobaleno. La risposta è sempre la stessa anche se indimostrata: avremmo perso ugualmente ma al contrario di oggi avremmo solo un cumulo di macerie. Poi si può discutere dei dettagli, anche importanti, ma che non bisogna mai scambiare per il centro dei problemi. Parlo del fatto che il corpo militante ha fatto più la campagna per le amministrative che per le europee. Che le liste avrebbero potuto essere migliori. E così via.
So bene che il leitmotiv imperante è: sommando si son presi due milioni di voti e la colpa della mancata unità è dei ceti politici chiusi in se stessi.
Ma non so che farci. Forse essendo certamente parte di un ceto politico non so vedere la realtà delle mie responsabilità. Può darsi. Me lo sono chiesto mille volte. Rimane il fatto che penso, e non posso dire cose diverse da quelle che penso, che la mancanza dei voti per raggiungere il quorum non è dovuta alla mancanza di unità. Ma allo scarso radicamento sociale, a volte inesistente, e all’incapacità (forse impossibilità dato il sistema massmediatico) di mettere a valore la chiarezza della proposta sull’Europa.

Seconda domanda. Questa sconfitta è la fine? Io penso di no. Mi sbaglierò ma penso davvero di no. Però è verissimo che la battaglia per la sopravvivenza in Italia di una formazione politica comunista ed anticapitalista non è vinta. Anzi.
Io credo che siamo in mezzo al guado.
Spero che la retorica secondo la quale l’unità dei comunisti e la falce e martello ci avrebbero garantito la ripresa sia finita. Credo che ci abbia portato solo danni in campagna elettorale. Ripeterla in versione minimalista tipo: “facciamo subito l’unità comunista” sarebbe catastrofico. Come spero che non si debba dar retta a chi usa la retorica dell’unità della sinistra come soluzione taumaturgica.
Se rimaniamo in mezzo al guado moriremo certamente annegati dalla piena che ancora deve arrivare con i milioni di posti di lavoro che si perderanno nei prossimi mesi quando finiranno le riserve in migliaia di imprese, quando finirà la cassa integrazione e quando man mano scadranno i contratti a termine. Attualmente non c’è una seria e praticabile proposta organica di lotta in grado di mobilitare e di contrastare il principale effetto della piena: la guerra fra poveri con il conseguente radicamento ulteriore della destra xenofoba e populista. E non c’è nemmeno un sindacato degno di questo nome che si proponga di costruirla.
Negare o sottovalutare questa realtà e dedicarsi alle formule sui contenitori comunisti o di sinistra (fa lo stesso) è un vizio politicista molto radicato. Ma è rimanere in mezzo al guado.
Se siamo in mezzo al fiume e arriva la piena dobbiamo deciderci. O torniamo indietro o passiamo dall’altra parte. In mezzo non si può più stare.
E’ il sistema capitalistico ad aver prodotto le mutazioni sociali e culturali. E’ contro di esso che bisogna resistere e costruire un’alternativa sociale, politica e culturale. Non si da comunismo o sinistra che non si pongano radicalmente questo problema.
In altre parole bisogna unire la sinistra e i comunisti. Le due cose non sono in contraddizione, anzi. Ma su basi chiare che chiedano a tutti di attraversare il guado.
Farlo significa prendere coscienza una volta per tutte che non c’è alternativa alla ricostruzione di rapporti di forza sociali favorevoli. E’ il tema del partito sociale.

Terza domanda. Il Partito della Rifondazione Comunista ha ancora motivo di esistere?

Per rispondere a questa domanda in modo corretto bisogna prima riconoscerne la legittimità. Io penso che sia legittima. E rispondo di si.
Ma per esistere ed avere vita bisogna respirare aria, bere acqua e cibarsi.
Lo voglio dire con la massima chiarezza. Non è nelle istituzioni, nei rapporti con le altre forze politiche e nella visibilità sui mass media che si possono trarre gli elementi vitali.
L’idea che se si è nelle istituzioni si è vivi va rovesciata totalmente. Se ci si alimenta nella società e nel conflitto si può andare nelle istituzioni e sopravvivere in un luogo avverso alla nostra stessa natura.
Come ho già detto tante volte il sistema politico elettorale italiano è da tempo totalmente impermeabile al conflitto. Le riforme, federalismo e sistema elettorale bipolare spinto, hanno coronato istituzionalmente l’americanizzazione della società. Nelle istituzioni separate dalla società, che riducono il conflitto a lobby mendicante alla ricerca di un amico nelle istituzioni, che riducono la politica a manovra di palazzo non c’è nutrimento che ci possa tenere in vita. La degenerazione dei comuni, delle province e delle regioni, oltre che quella del parlamento, ha fatto degenerare anche noi. L’illusione che solo nelle istituzioni e soprattutto solo nel governo si possano fare cose utili dovrebbe essere confutata dalla innegabile realtà. Ed invece è estesa nel PRC, egemone nel PdCI e presente nell’elettoralismo spinto di Sinistra Critica e PCL. Su questo voglio diffondermi maggiormente.
Se le istituzioni sono i luoghi della “governance” dell’esistente e se il sistema della rappresentanza è piegato alla scelta fra due simili proposte di “governance” un progetto di trasformazione sociale alternativo al sistema capitalistico è espunto dalla rappresentanza. Per il semplice motivo che, come ormai abbiamo ben visto, con il bipolarismo le alleanze forzate alla fine portano acqua al mulino di un governo che tradisce e nega ogni istanza di trasformazione alimentando fortemente il fronte opposto, in una spirale senza fine. In altre parole il centrosinistra è morto per il semplice motivo che non serve nemmeno più per battere elettoralmente la destra. Il bipolarismo uccide il conflitto, lo emargina e, quando va bene, lo usa strumentalmente nella contesa con l’avversario. Oggi proporsi di trasformare la realtà è essere antagonisti al sistema politico-elettorale. Per altro, sia detto per inciso, l’affermazione della lista IDV è parte dell’apparente, ma solo apparente, avversità della stessa al sistema politico-istituzionale. Ed è criminale, per i comunisti e per la sinistra, non cogliere la ribellione morale di una parte sana del paese contro le clientele, il malaffare, la separazione del potere politico dalla società.
E aggiungo che dire che il problema è dichiararsi contro il PD e proporre come soluzione taumaturgica la collocazione di opposizione dentro le istituzioni è, senza insediamento sociale, tanto declamatorio quanto subalterno alla politica ufficiale. Parlo di Sinistra Critica e del PCL.
Insomma, il Prc ha motivo di esistere come collettivo se sarà capace di riconvertirsi da partito di opinione che “parla” del conflitto a strumento per la produzione, l’organizzazione e l’unificazione dei conflitti. L’unità comunista ha motivo di essere fatta se serve a questo e non se serva ad un ceto politico per accomodarsi nel centrosinistra o per avere visibilità elettoralistica. L’unità della sinistra ha motivo di essere perseguita a tutto campo se ha come base l’anticapitalismo e l’idea che si può ricostruire la propria forza nella società. Se si pone così la questione credo che il resto venga da se. Si chiarirà la natura truffaldina dell’unità che altri vogliono costruire. Si farà un passo sulla strada della rifondazione comunista. Si potrà tornare all’attacco anche con i voti e nelle istituzioni.
Tutto difficile e controcorrente.
Ma c’è un’altra strada?

Ramon Mantovani

Il nostro accordo unitario e le nostre liste.

Pubblicato su articoli pubblicati sul blog con i tag , , , , , , , , , , il 29 Aprile, 2009 da ramon mantovani

 

Vale la pena, prima di entrare nel vivo della campagna elettorale, chiarire alcuni aspetti dell’accordo politico che ha dato vita alla lista anticapitalista e comunista e sviluppare alcune riflessioni circa le liste e la conduzione della campagna elettorale. Ed è bene parlare chiaro senza fare demagogia ed imbrogliare gli elettori.

1) L’accordo, ben testimoniato dal documento programmatico che invito tutte e tutti e leggere attentamente su www.unaltraeuropa.it , è una proposta politica per l’Europa. Non è un cartello elettorale. Non è, cioè, fondato sulla necessità di sommare i voti di forze diverse con idee e programmi diversi e perfino contrapposti al solo scopo di superare il quorum. Su Maastricht, sulla NATO, sui progetti di costituzione europea, sulla critica delle politiche finanziarie e monetarie dell’UE, sulle proposte anticapitaliste per un’uscita a sinistra dalla crisi e sull’appartenenza allo stesso campo di partiti del gruppo della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica il documento è nettissimo. Lo è perché l’accordo è reale. Posso testimoniare che non abbiamo dovuto trovare nessuna formula ambigua per conciliare posizioni diverse su questi temi.

Davvero non vorrei si sottovalutasse questo dato o dandolo per scontato, perché scontato non era, o considerandolo un dettaglio secondario. Al Parlamento Europeo le elette e gli eletti della nostra lista dovranno votare e confrontarsi su questi temi e non su altri. La coesione politica raggiunta è un motore importante per l’unità ed è un vero contributo sia al GUE/NGL sia al Partito della Sinistra Europea.

La lista, però, non è una unità organica fra le forze che vi partecipano. Non è un’unificazione. Sulla politica interna, sulla concezione del comunismo e della sinistra, sulla stessa idea di cosa debba essere una forza politica comunista oggi, permangono significative differenze fra le forze e all’interno delle stesse. Negarlo, oltre che inefficace sarebbe un grave errore politico. La questione del rapporto col centrosinistra sia a livello nazionale sia a livello locale, quella del rapporto con le istituzioni e con i movimenti e così via, sono questioni aperte. Proclamare l’unificazione per scoprire divisioni pochi mesi dopo le elezioni non sarebbe un buon servizio alla causa dell’unità, bensì il contrario. Che piaccia o non piaccia questa è la realtà e con la realtà bisogna sempre fare i conti.

Il preambolo del documento, però, dice “Le forze che danno vita alla lista si impegnano a continuare il coordinamento della loro iniziativa politica anche dopo le elezioni europee”.

E’ l’impegno a considerare la lista come un primo passo unitario e a coordinarsi nell’iniziativa politica in Italia anche dopo le elezioni. Farlo è necessario perché nessuno pensa che le differenze e le divisioni debbano esserci in eterno. Ma farlo senza improvvisazioni ed inutili competizioni egemonistiche è imprescindibile per farlo davvero bene. Con pazienza, calma e soprattutto sulla base di esperienze di lotta unitarie e di discussioni serie ed approfondite.

Per altro con Sinistra Critica e con il Partito Comunista dei Lavoratori, come con tante compagne e compagni esterni alla lista, sarà necessario ri-costruire un rapporto politico che, nel rispetto delle posizioni di tutti, inverta la tendenza alla frammentazione. Ma questo è un lavoro del dopo elezioni.

La campagna elettorale deve essere condotta sui problemi sociali prodotti dalla crisi, in sintonia con le lotte. Deve mettere al centro le proposte marcatamente anticapitaliste e la nostra idea dell’Europa. E deve, infine, chiarire le reali e forti differenze con il Partito Democratico e con Sinistra e Libertà e tutte le altre liste.

Sarebbe catastrofico che la campagna elettorale si incentrasse sui diversi progetti politici del prc o del pdci o su altri ancora. Queste cose interessano, forse, qualche migliaio di militanti ed attivisti ma non milioni di elettori.

2) Le liste sono ora note ed ognuno le può giudicare. Non sono liste di ceto politico e non ci sono specchietti per le allodole. Le persone che le compongono, iscritte ai partiti o meno, non rappresentano solo se stesse. Sono espressioni reali di realtà di lotta, di movimenti e di impegno in battaglie culturali coerenti con la natura dell’accordo e con le proposte politiche formulate nel documento.

Non è un mistero per nessuno che Rifondazione avrebbe preferito liste più contrassegnate dalle esperienze di lotta e senza i segretari di partito e che il pdci, invece, avrebbe preferito l’indicazione di un primo passo verso l’unificazione dei comunisti e, conseguentemente, la presenza dei segretari anche in tutte le teste di lista. E’ stato uno scoglio difficile da superare rispettando le reciproche posizioni. Ma credo sia stato superato sulla base di una mediazione che tutti possono capire leggendo le teste di lista e le liste.

Vorrei testimoniare che al tavolo delle trattative non ci sono stati veri momenti di tensione e spaccatura e che tutti hanno cercato di farsi carico dei problemi posti dagli altri.

Alcuni problemi sono stati assunti da tutti unitariamente. Per esempio il 50 % dei non iscritti ai partiti e la rappresentanza di genere, oltre all’offerta di candidature di partito legate ad esperienze di lotta e capaci di raccogliere consensi.

Ovviamente si sarebbe potuto fare meglio. Questo vale sempre. Ma posso testimoniare che diverse persone di alto valore simbolico ed espressione di lotte pur non avendo accettato, per svariati motivi, di candidarsi non hanno manifestato dissenso verso la lista ed i suoi obiettivi e, al contrario, la voteranno e sosterranno in campagna elettorale. Qualche problema, invece, c’è stato con alcune, pochissime, persone che avevano posto rigide condizioni circa un’impossibile garanzia di elezione e circa una precisa postazione nella lista. Problemi fisiologici, direi, dati i tempi che corrono e l’esasperata personalizzazione della politica. Ma si tratta davvero di casi isolatissimi.

3) C’è, infine, la questione delle preferenze. Personalmente penso da sempre che il sistema delle preferenze sia quanto di peggio possa esistere. Per molti motivi. Producono campagne personalizzate fino all’inverosimile e competizione all’interno della lista più che con gli avversari. Sono una falsa scelta perché normalmente premiano chi ha più soldi ed è più conosciuto a scapito della qualità e competenza degli eletti. Producono un controllo dei voti capillare da parte di cosche mafiose e clientelari fino a rendere il voto non più segreto. E potrei continuare.

Ma ci sono. E bisogna farci i conti.

E’ evidente che la nostra lista eleggerà, superando il 4 %, 3 4 o, bene che vada, 5 parlamentari. I candidati sono 72.

Chiunque capisce, sempre che sia dotato del minimo buon senso, che è non solo legittimo ma anche giusto e sacrosanto che il PRC, ma vale anche per il pdci e socialismo 2000, aspiri ad avere eletti.

Per questo, in modo del tutto trasparente perché è visibile nella lista, è stato raggiunto un accordo su pochissime doppie candidature, e la direzione del PRC ha votato un’indicazione su alcune candidature sulle quali concentrare le preferenze.

Sono indicazioni, null’altro che indicazioni. La libertà degli elettori è fuori discussione. E nessuno si straccerà le vesti se qualcuno di non indicato avrà le preferenze per essere eletto.

Sarebbe, invece, sbagliato lasciare le cose al caso e scoprire il giorno delle elezioni che, solo per fare un esempio astratto, il prc o il pdci non hanno nessun eletto perché hanno diviso equamente le preferenze fra tutti i propri candidati.

Spero che la competizione, perché con le preferenze la competizione è inevitabile, non prenda il sopravvento a scapito dell’unità raggiunta e dell’incisività della lista nella vera competizione con gli altri partiti e liste.

La battaglia che facciamo è per la sopravvivenza in Europa e in Italia di una rappresentanza parlamentare anticapitalista e comunista. E soprattutto per far vivere nel futuro i nostri ideali e la nostra idea di un altro mondo.

Non dimentichiamolo.

Buona campagna elettorale a tutte e tutti.

 

ramon mantovani

Kosovo, le certezze di D’Alema.

Pubblicato su articoli pubblicati sulla carta stampata con i tag , , , , , , , , , , il 25 Marzo, 2009 da ramon mantovani

L’ex presidente del consiglio Massimo D’Alema ha rievocato, con una lunga intervista su “il Riformista” la “guerra che rifarei”.

Nel decennale della guerra del Kosovo ci saremmo aspettati qualche riflessione critica (pretendere un’autocritica da D’Alema è utopistico) da parte di coloro che prepararono e sostennero l’intervento militare della NATO. Invece registriamo l’ennesima rivendicazione di una linea, quella del rilancio della NATO e della dottrina multilaterale, e la spudorata riproposizione del grande imbroglio sulla natura umanitaria della guerra.

La guerra fu preparata trasformando l’UCK, nel breve volgere di alcuni giorni, da organizzazione terroristica (così era definita ufficialmente dagli USA e da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) in organizzazione patriota. Gli attacchi dell’UCK, nel frattempo bene armata dagli USA e rafforzata perfino dagli uomini di Al Queda, ai villaggi in maggioranza serba alimentarono la risposta delle milizie di estrema destra serbe e soprattutto il consenso intorno ad un governo di unità nazionale che salvò Milosevic dal disastro dopo la rovinosa sconfitta elettorale nelle amministrative.

La guerra fu preparata alzando la tensione diplomatica e con una mastodontica operazione di disinformazione sulla crisi umanitaria. Tanto sfacciata quanto efficace visto che in realtà la vera crisi umanitaria cominciò esattamente un minuto dopo l’inizio dei bombardamenti e coinvolse sia i serbi sia gli albanesi kosovari.

La guerra fu preparata con una finta trattativa a Rambouillet nella quale si pose al governo juguslavo una condizione inaccettabile per poter dichiarare esaurita ogni trattativa: la presenza di truppe NATO su tutto il territorio jugoslavo per un periodo indefinito.

La guerra fu preparata con un atto segreto, l’Act order, in sede NATO firmato dai capi di governo, a insaputa dei rispettivi parlamenti, che decise l’ineluttabilità dell’intervento militare delegando ai vertici militari l’esecuzione tecnica e temporale dell’ordine politico impartito.

La guerra fu fatta senza che nemmeno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne avesse discusso e, per quanto riguarda l’Italia, senza che il parlamento avesse votato alcun mandato in proposito. Tutto in violazione del diritto internazionale e della costituzione italiana.

Mentre i bombardieri USA e italiani scaricavano le migliaia di tonnellate di bombe su ponti, fabbriche, scuole, ospedali, ferrovie e perfino televisioni ed ambasciate di paesi terzi, a Waschington la NATO celebrò un summit nel quale modificò il proprio statuto per poter intervenire fuori dai propri confini, senza nessuna copertura ONU. Portando così a compimento la mutazione genetica da alleanza “difensiva” ad autoproclamato gendarme del mondo.

Mentre i bombardieri italiani centravano obiettivi civili e militari, compreso il sistema di telecomunicazione jugoslavo di proprietà italiana da pochi mesi, D’Alema disquisiva dell’ottima “esperienza umana e professionale” che avrebbero compiuto i nostri piloti. E mentre il movimento pacifista scendeva in piazza in Italia e in tutto il mondo Cossutta si esercitava in finte operazioni diplomatiche e la CGIL di Cofferati scendeva anch’essa in piazza, ma per appoggiare la guerra umanitaria definendola una “contingente necessità”.

La guerra fu conclusa in una riunione del G8, che così fece un altro passo per diventare il vero direttorio del mondo. Con un accordo che non prevedeva la famosa clausola di Rambouillet, a dimostrazione della sua strumentalità, per essere poi ratificato dal Consiglio di Sicurezza, sempre più notaio dei paesi ricchi e potenti e sempre meno titolare della sicurezza mondiale.

La guerra, negli anni successivi, continuò a bassa intensità, sotto il vigile controllo delle truppe NATO di occupazione, e produsse 250 mila profughi serbi, fino ad arrivare all’autoproclamata indipendenza kosovara, gravissimo precedente per l’Europa e in aperto contrasto con lo stesso accordo che mise fine ai bombardamenti. E l’ultimo governo Prodi riconobbe il Kosovo indipendente in violazione del proprio programma e dei deliberati parlamentari.

Che D’Alema sorvoli su molte di queste cose non è casuale ma non è nemmeno frutto di imbarazzo. E’ solo logico per chi cinicamente pensa che la propria missione sia governare l’esistente badando bene a correre in soccorso… dei vincitori.

Il mondo cambia, il capitalismo è in crisi, e le guerre aggravano i problemi, ma per D’Alema tutto è come dieci anni fa.

Possiamo solo dire che se lui dichiara “rifarei quella guerra” la nostra opposizione di allora fu sacrosanta e lungimirante.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 25 marzo 2009