Unire la sinistra senza sciogliere il PRC

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , on 7 giugno, 2014 by ramon mantovani

L’ottimo sito di controinformazione “newscontrolacrisi.org” ha promosso un sondaggio fra i lettori sul tema della “costruzione della Syriza italiana”.
Temo che le domande formulate, e conseguentemente le risposte, siano pericolosamente fuorvianti e foriere di confusione.
Mi spiego.
Proporre come alternative 1) lo scioglimento dei partiti esistenti per dar vita ad una organizzazione funzionante sul principio “una testa un voto”, 2) una federazione dei partiti esistenti o 3) lasciare le cose come stanno, conduce inevitabilmente a scelte destinate a dividere ciò che esiste invece che ad unirlo.
Nell’attuale sistema politico italiano, sul quale non approfondisco il discorso per brevità, è necessario che tutta la sinistra (reale, alternativa, radicale ecc che dir si voglia) si aggreghi su un programma minimo di fase. E questa sinistra oggi, nei fatti, alberga in partiti, associazioni e movimenti, ed è composta in grandissima parte da persone non organizzate in nessun modo.
Quindi, in estrema sintesi, è evidente che la prima ipotesi proposta troverebbe l’opposizione, per esempio la mia, di chi pensa sia vigente e necessaria la presenza di un partito comunista come è il PRC, perché se da una parte è giusto che alle elezioni si presenti una lista, o una forza, ampia e che unisce più culture, punti di vista ideologici e pratiche sociali e politiche, dall’altra è giusto che chi critica il capitalismo dal punto di vista marxista e si propone strategicamente il suo superamento non debba sparire e sciogliersi in un soggetto che per sua natura non può avere una simile identità e strategia.
La seconda ipotesi ridurrebbe tutto ad accordi di vertice fra partiti (per altro profondamente divisi sulle prospettive) ed escluderebbe nei fatti da tutti i processi decisionali tutte le persone, che sono la stragrande maggioranza, militanti di comitati di lotta e associazioni e senza tessera.
La terza potrebbe produrre al massimo liste elettorali occasionali molto composite e tendenzialmente divise al proprio interno.
Esiste, invece, una reale possibilità di unire tutto, senza che nessuno debba sciogliersi ed omologarsi al minimo comun denominatore, e con il massimo della democrazia, e cioè del funzionamento sulla base del principio “una testa un voto”.
Senza avere modelli da imitare pedissequamente e meccanicamente, è però utile attingere ad esperienze che già esistono in altri paesi. Ve ne sono diverse.
Credo che per similitudine di storia e di collocazione geografica sia molto utile analizzare l’esperienza di Izquierda Unida spagnola.
Senza farla troppo lunga, ma ovviamente si può approfondire il discorso anche nei dettagli, Izquierda Unida funziona sulla base di “una testa un voto” e allo stesso tempo ne fanno parte partiti e collettivi di vario genere che non si sono mai sciolti, come il Partito Comunista di Spagna, il quale ha scritto nel proprio statuto che considerando Izquierda Unida una forza politica unitaria della sinistra cede la sovranità su due punti delle proprie competenze ad Izquierda Unida: la partecipazione alle elezioni e la rappresentanza istituzionale.
Per chi fosse interessato può leggere sul sito del PCE l’articolo 113 dello statuto.
Detto in altri termini significa che Izquierda Unida, che si autodefinisce “movimento politico sociale” funziona analogamente ad un partito. Le forze come il PCE che aderiscono ad Izquierda Unida lo fanno attraverso l’adesione personale dei propri militanti, che sono invitati a farlo senza che ci sia automatismo fra il possesso della tessera del PCE e quella di Izquierda Unida. Il PCE e le altre forze non hanno quote nè alcuna rappresentanza diretta negli organismi dirigenti di Izquierda Unida. Gli iscritti ad Izquierda Unida, abbiano o meno tessere di partiti o associazioni aderenti, sono gli unici titolati a decidere la linea politica e i gruppi dirigenti di Izquierda Unida. Sulla base, appunto, del principio “una testa un voto”.
Come si vede da questa esperienza, che dura da trenta anni in Spagna, non è affatto necessario sciogliere il partito comunista per unire la sinistra ampia e nemmeno escludere in un rapporto federativo fra partiti, tutte le altre esperienze collettive ed individuali.
Insomma, se l’attuale lista “un’altra europa con tsipras” raggiunge l’unità sulla prospettiva politica e su principi politici unitari e chiaramente antiliberisti e alternativi al PD il PRC può serenamente partecipare, come il PCE, alla nuova forza senza dover rinunciare a nulla della propria ideologia ed organizzazione.
Certo il PRC dovrebbe dedicarsi comunque a tutti i compiti propri di un partito comunista.
Perché sarebbe anche ora che si dismetta l’idea distorta che l’attività principale di un partito comunista consista nel partecipare alle elezioni. Non è mai stato corretto storicamente ed oggi, non fosse altro che per il sistema elettorale vigente, oltre che sbagliato sarebbe decisamente assurdo.
La nuova forza, proprio perché ampia e plurale, mentre può assolvere benissimo al compito di produrre un programma di lotta ed elettorale per l’immediato e per una fase, non può fare diverse cose che sono proprie, invece, di un partito comunista. Sarebbe sbagliato, per esempio, che il PRC rinunciasse ad una battaglia culturale sulla rifondazione e sulla vigenza del comunismo o che tentasse di imporlo alla nuova forza. Che rinunciasse alla sua rete di relazioni internazionali o che pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse ad elaborare analisi e a promuovere discussione teoriche e a formare quadri secondo la propria impostazione o pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse alle proprie e dirette pratiche sociali e metodi di lotta o pretendesse di imporle alla nuova forza. Ed anche che rinunciasse, nelle proprie riunioni, di discutere apertamente della prospettiva della nuova forza, senza per questo imporre nulla a nessuno.
Spero di essermi spiegato.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.controlacrisi.org il 6 giugno 2014

 

Un’altra Europa sarebbe necessaria. Se è possibile o meno dipende anche da noi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio, 2014 by ramon mantovani

Dall’inizio del processo politico-diplomatico che ha dato vita all’Unione Europea in ogni paese, e più in generale nel continente, si sono confrontate tre posizioni, tre scuole di pensiero e tre politiche, ognuna delle quali composte e attraversate da approcci e proposte differenti fra loro, ma non per questo non assimilabili.
La prima, quella più forte e tutt’ora egemone, che ha guidato il processo, è ispirata dal neoliberismo in economia, da una concezione tecnocratica e tendenzialmente autoritaria delle istituzioni, dall’ideologia della “superiorità” dell’occidente e del suo “diritto” a “governare” il mondo.
Si potrebbero scrivere interi volumi sulle differenze interne a questo schieramento. Ed indubbiamente ci sono differenze importanti fra i partiti europei, fra quelli nazionali, e all’interno di ognuno di loro, che lo compongono. Ma, nella sostanza, popolari, socialisti e liberali, sono insieme il ceto politico che ha rappresentato gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali e, dal punto di vista geopolitico, della subalternità agli USA.
Senza tema di smentita si può ben dire che i fatti lo dimostrano.
Tutti i trattati sono stati ispirati dall’idea del dominio del mercato ed hanno accolto ed implementato ogni forma di cancellazione (deregulation) dei vincoli e regole che erano stati decisi a livello globale (Bretton Woods e decisioni delle agenzie ONU) e a livello nazionale, per impedire il ripetersi di crisi come quella del 29 e soprattutto le sue conseguenze politiche, a cominciare dalla guerra. Conseguentemente la moneta comune, e comunque anche le relazioni fra e con le monete dei paesi della UE non aderenti all’Euro, è governata da istituzioni (BCE) totalmente prive di qualsiasi controllo democratico, ma altamente dipendenti dalla logica e dagli interessi concreti del capitale finanziario e dalle banche private.
Istituzionalmente la UE è dominata dai governi nazionali (finora sempre saldamente nelle mani dello schieramento dei popolari, socialisti e liberali) che decidono tutto, anche regolando le controversie fra i diversi interessi nazionali, in sede di Consiglio dell’Unione Europea e che nominano, senza alcun processo e/o controllo democratico, un organo tecnocratico (Commissione Europea) con il compito di “rappresentare gli interessi dell’Unione nel suo complesso”. In altre parole il ceto politico totalmente identificato nell’ideologia liberista, che assegna alla politica l’unico ed esclusivo compito di amministrare l’esistente, decide tutto. Dal punto di vista capitalistico si tratta di un vero e proprio paradiso visto che ogni decisione politica è programmaticamente presa solo se conforme e compatibile con l’andamento spontaneo del mercato. Del resto nella crisi si è ben visto come si siano salvate le banche private con i soldi pubblici, senza alcuna contropartita e soprattutto senza reintrodurre alcuna regola capace di impedire il ripetersi del meccanismo generatore della crisi. E come si siano ulteriormente cancellate sovranità politiche relative ai bilanci e ai mercati del lavoro nazionali per adeguare tutto ai diktat del mercato. Come se non bastasse i trattati decisi in sede di Consiglio sono sostanzialmente immodificabili. Per il semplice motivo che è necessaria l’unanimità dei 27 governi dei paesi membri. Per cui se uno o più governi cadessero nelle mani di forze politiche desiderose di rimetterli in discussione avrebbero solo la strada della disobbedienza, e cioè la violazione consapevole o la denuncia unilaterale dei trattati stessi. In entrambi i casi con costi immediati altissimi.
Nel mondo la UE si è contraddistinta come la punta di diamante della liberalizzazione dei mercati e della deregulation nelle transazioni finanziarie e borsistiche. Sia in sede WTO, sia nelle trattative bilaterali fra la Commissione Europea ed altri soggetti (nazionali e regionali), la UE ha assunto un ruolo trainante e d’avanguardia nel rappresentare gli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Se compariamo i trattati commerciali bilaterali degli USA con alcuni paesi con quelli firmati dalla UE con gli stessi paesi troveremo che quelli della UE sono molto più liberisti e più vantaggiosi per le multinazionali. Tutto ciò a detrimento degli interessi europei visto che i sistemi produttivi e commerciali continentali per continuare ad esistere devono potentemente ristrutturarsi nell’ambito di una competizione globale esasperata. Con l’evidente conseguenza dell’introiezione anche dentro la UE di una competizione senza quartiere fra i diversi sottosistemi produttivi nazionali, di una tendenziale gerarchizzazione interna (nord-sud tanto per cambiare), e infine di una ben prevedibile implosione della UE stessa. È in corso di negoziato un trattato di liberalizzazione del commercio (TTIP) fra Unione Europea e USA . Avrà conseguenze certamente enormi e tuttavia, o sarebbe meglio dire esattamente per questo, esso è condotto dalla Commissione con l’amministrazione Obama in grande segreto. Sarà un ulteriore passo avanti dal punto di vista della globalizzazione capitalistica e dell’ideologia neoliberista.
Infine, l’Unione Europea ha sempre scelto, dal punto di vista della politica estera, la strada della subordinazione al comando USA. Se si sceglie di implementare la globalizzazione capitalistica si sa che si va verso un mondo sempre più percorso da conflitti e tendenzialmente ingovernabile. Quindi si sceglie l’alleanza strategica con la potenza militare dominante per governarlo con la forza. È per questo che l’Unione ha scelto di abbinare la propria espansione ad est con l’allargamento della NATO e che ha, insieme agli USA, deciso di mummificare l’ONU, riducendo il Consiglio di Sicurezza a notaio ratificatore di decisioni assunte dalle potenze occidentali e le agenzie ONU ad enti inutili (basti pensare all’UNCTAD di fatto cancellata dal WTO). Con buona pace dei sognatori di un mondo pacificato dalla caduta del muro di Berlino e dei poveri ignoranti, che si sono bevuti i mille pretesti “democratici” ed “umanitari” delle diverse guerre degli ultimi vent’anni, e che non sanno nemmeno distinguere fra unilateralismo, multilateralismo (che sono entrambi interni al dominio occidentale del mondo) e multipolarismo.
La seconda, di cui parleremo sommariamente, è in forte crescita in diversi paesi. Si tratta del neonazionalismo tendenzialmente, e spesso apertamente, xenofobo e neofascista.
Una ventina di anni fa, e nel corso di tutte le battaglie di opposizione ai trattati europei da Maastricht in poi, noi di Rifondazione dicemmo (totalmente inascoltati) che la globalizzazione capitalistica avrebbe prodotto non solo una crescita enorme delle diseguaglianze sociali ma anche una tendenziale destrutturazione degli stati nazionali. Prevedemmo che se lo stato nazionale moderno avesse ceduto sovranità verso l’alto ad organismi tecnocratici e verso il basso a territori omogenei dal punto di vista economico, avrebbe finito con l’entrare in crisi il sistema democratico. Infatti, dicemmo che nella competizione assolutizzata tanto le regioni ricche che quelle più povere, avrebbero cercato una maggiore autonomia, ed anche l’indipendenza, per poter competere meglio con le altre regioni analoghe. Prevedemmo che sarebbero risorti movimenti neofascisti sulla base della logica rivendicazione del recupero di una qualche sovranità nazionale. Cosa sia successo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La UE pullula di partiti neofascisti e xenofobi che individuano, come in Francia per fare un solo esempio, negli immigrati e nella cosmopolita borghesia finanziaria i nemici da abbattere. E diversi stati nazionali conoscono il risorgere di spinte indipendentiste nelle regioni più ricche. La crescita di questi fenomeni ha basi oggettive e materiali che, per quanto si fondi su mistificazioni, non è certamente possibile arrestare con la retorica della difesa della “democrazia” visto che quest’ultima non è tale se non esiste una sovranità politica sul mercato e sull’economia. Tanto meno si può farlo con la retorica dello stato nazionale e della solidarietà interna ad esso, visto che le istituzioni politiche nei fatti si limitano ad amministrare le mere conseguenze dell’andamento del mercato, accettando la disgregazione sociale conseguente come un fenomeno da governare acriticamente.
In una società dominata dal mercato il cocktail fatale di solitudine, individualismo, egoismo ed emarginazione produce inevitabilmente le basi per l’esplodere di guerre fra poveri. Ed ecco il successo delle forze che intraprendono sulla xenofobia. In uno stato privo della sovranità fondamentale per poter implementare un modello sociale anche solo moderatamente solidaristico, e che si limita ad imporre alla società le decisioni dei tecnocrati europei, il ceto politico (non a caso definito sempre più “classe politica”) è avvertito come abusivo, inutile e dedito a difendere unicamente i propri privilegi di casta. Ed ecco il successo delle forze “antipolitiche” e/o neofasciste. Se la “politica” è mera amministrazione dell’esistente chiunque sia scontento dell’esistente è facilmente manipolabile con la mistificazione che individua negli effetti il nemico lasciando intatte le cause.
Ovviamente ogni realtà nazionale e regionale ha sue caratteristiche proprie, perché secoli di storia e culture profonde non si cancellano facilmente. Per esempio ci sono spinte indipendentiste che hanno ragioni storiche secolari. Come è il caso della Catalogna, per fare un esempio di grande attualità. Dove il movimento indipendentista è profondamente democratico (e i neofascisti, gli xenofobi e i neoqualunquisti sono rigidamente per l’unità dello stato spagnolo). Ma è fuor di dubbio che l’indipendentismo catalano, storicamente forte ma minoritario, è diventato maggioritario proprio perché tra i ceti medi colpiti dalla crisi si è fatta strada l’opinione che individua nella “casta” politica spagnola centralista il responsabile del disastro sociale. Analogamente in Francia il neofascista Front National fa leva sullo storicamente radicato nazionalismo e sciovinismo francese per attrarre i ceti medi e popolari colpiti dalla crisi e ai quali il governo socialista impone enormi sacrifici nel nome dell’Europa.
In Italia, tanto per cambiare, la crisi di credibilità dello stato e la disgregazione sociale e culturale della società sono tali che prospera un Movimento 5 Stelle capace di coniugare la più vieta demagogia contro casta ed istituzioni (che per quanto esercitata su problemi esistenti è totalmente incapace di affrontarli e risolverli) con una ideologia iperindividualistica venata di mille ambiguità di egoismo sociale ed autoritarismo. In Italia può esistere, e perfino tornare a rafforzarsi, un movimento secessionista che nel corso della sua storia è stato liberista estremo ed antiliberista, filoeuropeo ed antieuropeo, favorevole a Maastricht e poi contrario, indipendentista e contemporaneamente favorevole al rafforzamento degli organi repressivi dello stato centrale, considerato nemico da altri movimenti indipendentisti (che infatti non lo hanno mai nemmeno voluto incontrare) e alleato da movimenti neofascisti ipercentralisti. Come può esistere un partito democratico guidato da democristiani affiliato al Partito Socialista Europeo. Senza parlare del fenomeno “Berlusconi”.
Purtroppo, però, c’è da temere che il sistema politico italiano non sia, diciamo così, un peculiare ed irripetibile scherzo della storia. Certo è il frutto delle mille contraddizioni della storia del paese e delle potenti subculture che lo percorrono tutt’ora. Tuttavia il fenomeno, essendo figlio esattamente del periodo della globalizzazione, della separazione della “politica” dalla società, del trionfo della spettacolarizzazione della politica, ha tratti che possiamo definire d’avanguardia nel processo reale che investe anche altri grandi paesi.
La terza è quella della sinistra reale, che pensa al conflitto di classe e sociale come motore di qualsiasi cambiamento, che vuole ristabilire la sovranità popolare a livello continentale e nazionale e quella politica sull’economia, che ha un’idea multipolare, pacifista, solidaristica e cooperativa delle relazioni internazionali. Purtroppo, sia detto per inciso, i Verdi europei in quanto tali non sono assimilabili nel loro insieme a questo campo, giacché sulle questioni appena elencate i partiti verdi hanno spesso posizioni completamente contrapposte fra loro.
Anche nel campo della sinistra, però, le differenze fra le forze che lo compongono sono molte e a volte grandi. Vi sono partiti comunisti e di sinistra ex comunista ed ex socialdemocratica. Vi sono partiti contrari alla UE ed altri favorevoli ad una UE federale. Vi sono partiti che nell’ambito nazionale pensano sia possibile una collaborazione di governo con i partiti socialisti e socialdemocratici ed altri che la rifuggono in via di principio e/o sulla base di esperienze concrete fallimentari. Vi sono modelli organizzativi di partiti, movimenti e coalizioni molto differenti. E così via. Bisogna sottolineare il fatto che queste differenze, che come si vede non sono piccole, sono assolutamente trasversali rispetto alle appartenenze ideologiche. Questo fatto oggettivo ed inconfutabile è certamente il prodotto dell’intreccio fra le questioni globali e quelle locali, della storia e cultura politica di ogni singola forza e delle relazioni con le altre nel proprio paese. Tentare di omogeneizzare tutto questo condurrebbe certamente a maggiori ed irreparabili divisioni. Ma considerare le differenze come insuperabili produrrebbe altrettanto certamente l’esplodere di nuove divisioni ad ogni appuntamento importante come l’attuale crisi, che investe tutto il continente e il mondo più in generale. Per questo, nel corso degli anni, le forze maggiori e più lungimiranti hanno sempre lavorato per l’unità senza rinunciare alle proprie idee ma senza alcuno spirito egemonistico. Attualmente il campo di questa sinistra è organizzato nel Partito della Sinistra Europea e nel gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) che raccoglie diversi altri partiti.
Se da un lato le differenze, come abbiamo visto, ci sono e non sono pochissime, possiamo però dire che le cose che uniscono sono molte di più. E soprattutto attengono alle questioni di fondo e principali. Tutte queste forze sono unite nella battaglia contro la globalizzazione capitalistica e sono perché si ristabilisca, come primo passo di qualsiasi altra prospettiva, la sovranità della politica sull’economia e sul mercato. Sono contrarie alla NATO e ad ogni intervento militare di guerra mascherato da missione di pace. Sono per implementare le lotte operaie, ambientali e sociali a livello continentale ed in ogni singolo stato. Sono contrarie a tutti i trattati europei che hanno prodotto la UE come la conosciamo. E si potrebbe continuare.
In molti paesi, e soprattutto in quelli investiti pesantemente dalla crisi (con l’eccezione italiana di cui parleremo fra poco) queste forze conoscono un’impetuosa crescita elettorale. Non è pensabile nessun cambiamento reale dell’UE e nessuna soluzione dei problemi sociali e democratici che affliggono la UE e i singoli stati senza che questo campo di forze crescano e producano un progetto autonomo ed alternativo. Ed oggi, per la, prima volta, è possibile che la catena del comando neoliberista si rompa in un paese grazie alla possibile vittoria di una forza antagonista come Syriza. L’esistenza di un governo determinato a disobbedire ai diktat della UE e a rimettere in discussione i trattati potrebbe creare le condizioni affinché cresca in tutti gli altri paesi la consapevolezza popolare che l’alternativa è possibile e che si può veramente abbandonare l’idea che la dialettica politica sia racchiusa dentro il campo delle forze socialiste, popolari e liberali. Non si possono coltivare illusioni, perché si tratterebbe di uno scontro di portata colossale, e non è affatto detto che la fragilità della sinistra reale e le sue differenze reggano alla prova. Tuttavia per la prima volta sarebbe possibile e questa possibilità agirebbe come uno stimolo e un volano nel processo di unità della sinistra anticapitalistica europea.
L’Italia e la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Come è noto la salute della sinistra antagonista nel nostro paese è pessima. Grandi sconfitte sociali, politiche, elettorali hanno prodotto divisioni e tradimenti di ogni tipo. I conflitti sindacali e sociali sono isolati ed irrilevanti per il sistema politico e mass mediatico, il sindacato confederale è subalterno al quadro politico e preda di gravi convulsioni che attengono alla sua vita democratica, la degenerazione dei partiti di governo e il leaderismo esasperato hanno raggiunto limiti estremi, il sistema elettorale antidemocratico ha prodotto una falsa e mistificata dialettica nella quale la politica come amministrazione dell’esistente, ed esecuzione degli ordini del mercato e della troika, trova come contraltare speculare la cosiddetta “antipolitica”. La logica del maggioritario e i suoi propri errori hanno ridotto la sinistra radicale alla frammentazione e alla irrilevanza politica.
Ma non è il caso di dilungarsi in una descrizione che già è stata fatta copiosamente in questa sede.
In Italia si prefigura, anche più che in altri paesi, un regime nel quale i poteri forti la possono fare da padroni indisturbati. La “politica” intesa come sistema racchiuso in un bipolarismo totalmente acritico con il mercato assicura la “governance” negli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. Il Movimento 5 Stelle assicura una valvola di sfogo alla rabbia e alla protesta. Tanto più forte e vasta quanto più ambigua su tutte le questioni fondamentali e strutturali. Lo scontro “o noi o loro” è anch’esso interno al regime. Sia perché allude esplicitamente alla rimozione di una “casta” senza mettere in discussione minimamente il piccolo dettaglio che la “casta”, e cioè la politica separata dalla società come tecnica di potere, non è la causa dei problemi bensì l’effetto delle mutazioni potenti del sistema economico degli ultimi decenni. Sia perché propone un modello sociale e politico indifferente agli interessi di classe e sociali e in ultima analisi propone l’individualismo dei singoli “cittadini”, in simbiosi con il leaderismo autoritario più sfrenato, come modello “democratico”.
Il fatto, inconfutabile e con il quale fare sempre i conti, che milioni di lavoratori votino PD, PDL, Lega e Movimento 5 Stelle, sulla base di tutte le suggestioni possibili ed immaginabili proprie dell’attuale sistema politico, non qualifica nessuna di queste opzioni come utili ai loro interessi di classe. Come il fatto che uomini e donne certamente dalle idee progressiste e di sinistra votino il Movimento 5 Stelle non produce affatto alcun progetto politico capace di mettere in discussione il sistema economico dominante.
Solo una sinistra dotata di un’analisi scientifica della realtà, che non confonda le cause con gli effetti, che veda la natura di classe del sistema istituzionale ed elettorale, che sappia costruire lotte e conflitto, che non si illuda di poter ritagliare uno spazio per il proprio ceto politico accettando la logica del sistema, può aspirare a risalire la china e a conquistare forza e credibilità sufficienti per tentare di cambiare davvero le cose.
Ma si tratta di un cammino lungo e irto di difficoltà.
Insisto nel dire che senza la consapevolezza che la dimensione politico-istituzionale non è più, come in passato lo era con la repubblica parlamentare e con il sistema proporzionale, un terreno agibile e perfino favorevole ma è diventata un terreno nemico ed ostile, la sinistra reale è destinata inevitabilmente a dividersi ad ogni occasione importante e a finire sempre più nella irrilevanza settaria e parolaia o a diventare comprimaria all’interno del regime.
A queste elezioni europee è stato possibile unire grossomodo tutto ciò che c’è a sinistra. Tutto ciò che critica apertamente la UE così com’è e che prospetta cambiamenti fondamentali nella struttura economica e conseguentemente nelle relazioni sociali. La lista è interna al GUE e indica come candidato presidente quello scelto dal Partito della Sinistra Europea.
È, quindi, la cosa migliore possibile che si potesse realisticamente fare.
Non ha alcun senso esaminare le differenze e perfino le ambiguità che contiene allo scopo di dichiararla negativa.
Solo menti estremisticamente settarie possono non vedere che le differenze e le ambiguità della lista sono esattamente le stesse che contiene lo schieramento di partiti che aderisce al GUE. Sia sull’Euro sia sulla stessa UE, per fare l’esempio fondamentale, nel GUE ci sono le posizioni opposte e tutte le sfumature intermedie. Lo stesso dicasi per il rapporto da avere con i partiti socialisti e socialdemocratici in sede nazionale. Che senso ha, quindi, gridare allo scandalo ed agitare ogni tema controverso come discriminante per la formazione di una lista unitaria? Con questa logica il Front de Gauche francese, Izquierda Unida spagnola e perfino la Linke tedesca dovrebbero spaccarsi e dar vita a più liste in ognuno di questi paesi. E il GUE dovrebbe dividersi in almeno tre gruppi parlamentari.
I temi oggetto delle differenze devono ovviamente essere discussi a fondo. Ed è aperta la contesa per l’egemonia di un processo reale che costruisca una forza europea capace di incidere nella realtà.
Ma una cosa è una discussione astratta che estremizza le posizioni e produce altre divisioni ed un’altra è una discussione concreta che avanza in rapporto alle modificazioni della realtà.
Per fare un solo esempio su un tema molto in voga, sull’Euro si può discutere all’infinito fra coloro che pensano sia superabile immediatamente e coloro che pensano sia possibile riportarlo sotto una sovranità politica. Io penso che entrambe le posizioni abbiano una legittimità teorica e che contengano punti di verità. C’è ormai un’ampia letteratura (parlo di quella seria e non degli slogan apocalittici) che evidenzia controprove e contraddizioni di entrambe le tesi di fondo.
Ma se questa discussione avviene nel campo di forze e persone che sono avverse alla dittatura del mercato, che pensano che una moneta debba essere sottoposta ad un potere politico e democratico, che criticano proprio da questo punto di vista l’Euro, allora non può assolutamente produrre divisioni, tanto meno elettorali. Deve svilupparsi in un contesto unitario e soprattutto confrontarsi con le dinamiche reali che si produrranno. Che sono, allo stato delle cose, imprevedibili.
La battaglia che sta conducendo la lista è impari. Gli elettori italiani sono chiamati dai mass media ad esprimere un voto totalmente nazionale e a scegliere fra Renzi, Berlusconi e Grillo. La disinformazione impera.
C’è perfino il paradosso, per nulla notato alle scorse elezioni europee, della palese illegittimità del quorum da superare.
Ognuno si può ben sentire rappresentato, in una lista così composita, esprimendo una preferenza per i/le candidati/e più affini. Sempre che a determinare il voto sia una logica politica e non simpatie personalistiche od altre amenità.
Per quanto mi riguarda io sono totalmente identificato e d’accordo con la scelta del mio partito. Che indica in ogni circoscrizione una candidata o candidato da sostenere, indipendentemente dall’appartenenza o meno al partito, per le sue posizioni, rappresentatività sociale ed esperienze di lotta.
Sono: Nicoletta Dosio (circoscrizione Nord-Ovest);
Paola Morandin (circoscrizione Nord-Est); Fabio Amato (Centro); Eleonora Forenza (Sud); Antonio Mazzeo (Sicilia); Simona Lobina (Sardegna).

Buon voto!

ramon mantovani

 

La lotta dell’EZLN e la “sinistra”, vent’anni dopo l’insurrezione

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , on 9 gennaio, 2014 by ramon mantovani

Il 1 gennaio del 1994, vent’anni fa, come comparso dal nulla un esercito di straccioni, male armati ma molto convinti ed organizzati, dichiarava guerra al governo messicano ed occupava, dopo sanguinosi combattimenti, le principali città dello stato del Chiapas nel Messico meridionale. Proprio nel momento della “fine della storia” e del trionfo della globalizzazione, nel giorno dell’entrata in vigore dell’accordo commerciale liberista fra Messico e USA, gli ultimi degli ultimi, quegli indigeni da sempre guardati con paternalismo e/o con disprezzo anche dalla sinistra messicana, dimostravano, armi in pugno, che la storia non era affatto finita e soprattutto di poter capire per primi cosa fosse veramente la globalizzazione. Era la prima voce fuori da un coro inneggiante alla globalizzazione come “opportunità”, come “progresso”, come nuova era di “sviluppo”. Coro cui si aggiungevano entusiasticamente i partiti dell’internazionale socialista concludendo il tragitto che li aveva portati definitivamente dall’altra parte della barricata. Le ragioni dell’EZLN, la simpatia che suscitarono in tutto il mondo presso coloro che resistevano e una grande mobilitazione imposero una trattativa di pace, che partorì un primo accordo firmato solennemente dal governo, tutt’ora inapplicato. In quegli ultimi anni 90 l’EZLN disse e fece cose tanto importanti quanto, spesso, incomprese e sottovalutate da una sinistra intellettualmente pigra, che vedeva solo la superficie del fenomeno. Gli zapatisti facevano una critica spietata delle armi e dell’organizzazione militare, pur essendo guerriglieri per necessità, e c’era contemporaneamente chi ci vedeva il mito della violenza come forma suprema di lotta e chi ci vedeva la profezia della non violenza. Gli zapatisti aborrivano la “solidarietà” dei ricchi verso i poveri, dei sapienti verso gli analfabeti, dichiaravano di essere un sintomo e non certo una “guida” e proponevano l’uguaglianza nella costruzione di una lotta comune, e c’era chi, imperterrito, li descriveva come avanguardia da seguire o come lotta periferica e arretrata da aiutare compassionevolmente. Gli zapatisti parlavano con metafore e simboli indigeni vecchi di millenni e c’era chi ci vedeva un “nuovo linguaggio”, l’immancabile “nuovo modo di far politica” arrivando, senza senso del ridicolo, ad imitare quel linguaggio in contesti dove risultava ovviamente incomprensibile. Poi, negli anni 2000, arrivò la grande “marcia” sulla capitale, e uomini e donne dell’EZLN, con il sostegno deciso da tutte le comunità indigene messicane, parlarono con il loro passamontagna nella sala dell’assemblea della Camera dei Deputati. Per sfidare il nuovo Presidente Fox a mantenere la promessa solennemente fatta di applicare l’accordo di pace firmato 5 anni prima. Di nuovo furono traditi dal parlamento che all’unanimità negò quanto stabilito negli accordi da pace. L’EZLN dichiarò di prendere atto dell’impossibilità di ottenere alcunché con il dialogo e mise fine ad ogni tipo di rapporto con la “sinistra” messicana, che si era dimostrata tanto ansiosa di sfruttarne la popolarità quanto pronta a tradire al momento opportuno, e che al governo in diversi stati, Chiapas compreso, non aveva esitato a reprimere ogni lotta indigena nel sangue. Da quel momento l’EZLN, tanto di moda sulla stampa progressista europea, sparì dai mass media, tranne che per essere accusato, in occasione delle successive elezioni di “favorire la destra”, di aver avuto una deriva estremista e di essersi isolato. In realtà la vera svolta dell’EZLN è stata poi sostanzialmente l’applicazione unilaterale, che dura tutt’oggi, degli accordi di pace. Autogoverno delle comunità indigene strutturato in una democrazia diretta e assembleare, con l’EZLN come garante della difesa da militari e paramilitari e non come guida. Occupazione e coltivazione delle terre di proprietà collettiva che la “legge” aveva privatizzato. Autorganizzazione di istruzione e sanità. Relazioni informali, anche se piuttosto complicate, con i governi ufficiali locali (chiamati malgobierno) per i trasporti di cose e persone e commercio dei propri prodotti agricoli e manifatturieri attraverso reti non speculative e solidali. Le condizioni di vita delle persone delle comunità zapatiste sono enormemente migliorate. Le comunità hanno, fra molti errori, imparato ad autogovernarsi senza leader e senza deleghe. Sembra la realizzazione di un’utopia, e in parte lo è. Ma resta l’illegalità nella quale è costretta questa esperienza, resta la continua aggressione dei paramilitari di tutti i partiti ufficiali al potere nel Chiapas, a cominciare da quelli del Partito della Rivoluzione Democratica, resta la spada di Damocle dell’intervanto dell’esercito federale. Perché il petrolio, l’uranio, l’acqua, il legname pregiato, la biodiversità e lo sfruttamento turistico delle rovine Maya e delle bellezze naturali della Selva Lacandona sono tutte cose promesse e in gran parte già vendute alle multinazionali, soprattutto europee.

A quale sinistra interessa questa esperienza? Quali lezioni bisogna trarne? Cosa e soprattutto quale è la sinistra in Messico? Attraverso quale risultato elettorale, sondaggio o popolarità di un leader, si può misurare l’importanza di questa lotta?

Queste domande e le relative risposte possono aiutarci a collocarci tutte e tutti nel luogo giusto indicato dal Sub comandante Marcos: in basso a sinistra.

ramon mantovani

 

pubblicato su ESSEBLOG   l’8 gennaio 2014

“Al congresso troppe semplificazioni. Si riparta dalla lotta di classe invece”. Intervista a Ramon Mantovani

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 24 dicembre, 2013 by ramon mantovani

Al di là della disputa sul segretario e il gruppo dirigente “che ha sbagliato” hai sentito e visto un congresso Prc che ha ragionato sulle sconfitte per trovare un modo per andare avanti o no? Se sì, cosa ti sembra sia emerso con maggior forza?

Come credo sia noto io non penso affatto che il gruppo dirigente abbia sbagliato. La “disputa” sul segretario e sul gruppo dirigente, al contrario, ha rischiato di mettere in ombra e di sottovalutare le vere difficoltà che il PRC ha incontrato negli ultimi anni. Cerco di spiegarmi nel modo più chiaro possibile. In diversi interventi del 3° Documento e della corrente di Essere Comunisti è affiorata la semplificazione, per me completamente inaccettabile per dei marxisti ed invece molto in voga nella politica spettacolo, secondo la quale i cattivi risultati elettorali sarebbero da attribuirsi al minoritarismo e settarismo del gruppo dirigente e in particolare di Ferrero (Essere Comunisti) o all’ambiguità della linea circa il rapporto da avere col centrosinistra (3° documento). Due posizioni opposte ed inconciliabili che però hanno avanzato un’unica e suggestiva soluzione magica: il cambio del gruppo dirigente. Queste due posizioni (per brevità tralascio quella della Mozione 2 che considero estremista ed astratta ma che non ha usato la demagogia strumentale sul gruppo dirigente) non sanno fare i conti con la natura specifica del sistema elettorale ed istituzionale della cosiddetta Seconda Repubblica. Anzi, a loro modo ne sono un prodotto diretto. Infatti propongono di fatto due linee che appaiono tanto più chiare ed efficaci in quanto totalmente interne alla stessa logica del bipolarismo. Da una parte il dialogo e l’unità con SEL e il Pdci tralasciando il piccolo dettaglio del rapporto con il centrosinistra e con il PD. Dall’altra l’idea illusoria che la “chiarezza” della totale separazione con il centrosinistra, dal più piccolo comune al parlamento, possa produrre una vera connessione con le lotte e garantire maggiori consensi elettorali in futuro. Insomma, tutte le esperienze del PRC di entrambi i segni (con le relative 7 scissioni!) degli ultimi venti anni non sembrano aver insegnato nulla.

Sì è parlato di errori ma non si è approfondita la natura di una fase che ha imposto, diciamo così, scelte obbligate…

Il punto importante, per me, non è la qualità del gruppo dirigente, che ovviamente ha una sua specificità, bensì il dover avere a che fare, al contrario che in altri paesi europei, con un sistema politico e massmediatico ultra americanizzato ed ostile a qualsiasi forza di classe che tenti di veicolare nelle istituzioni contenuti di lotta e un programma di trasformazione del paese. Senza questa consapevolezza si finisce per attribuire al gruppo dirigente colpe che non ha e, conseguentemente, per propugnare un “rinnovamento” come soluzione magica del problema. Inoltre c’è la nefasta tendenza a far finta, in sede di bilancio delle scelte fatte, che agli “errori” ci fossero valide alternative. È giusto dire che, per esempio, Rivoluzione Civile era stata improvvisata, composta in modo verticistico ed era ambigua sul centrosinistra? Si! È giusto! E sarebbe giusto dire che il gruppo dirigente che l’avesse presentata come la soluzione ideale andrebbe fucilato. Ma le cose non stanno così. Il CPN che decise di partecipare a Rivoluzione Civile (con una scarsissima opposizione) discusse ben sapendo che PdCI e IDV erano orfani del centrosinistra e che l’unico modo di comporre le liste era un metodo ultraverticistico. Dato l’insuccesso è facilissimo parlare di “errore” e certamente lo è stato. Ma le alternative quali erano? Senza rispondere a questa domanda, e cioè senza fare i conti con la realtà, parlare di “errore” soggettivo del gruppo dirigente può essere suggestivo ma è e rimane una fuga dalla realtà. Nei fatti c’erano solo due alternative. Il Prc poteva dar vita ad una lista con Cambiare si Può, contrapposta a quella di Ingroia e nella quale avrebbe dovuto essere invisibile giacché questa era la condizione posta dagli animatori di Cambiare si Può. Insomma due liste in concorrenza tra loro fuori dal centrosinistra e senza alcuna visibilità del PRC. Oppure il PRC avrebbe potuto presentarsi da solo, certamente in alternativa alla lista capitanata da Ingroia e forse anche ad una lista di Cambiare si Può. Senza contare il Partito Comunista dei Lavoratori. Insomma, due o tre liste fuori dal centrosinistra. Se il gruppo dirigente del PRC avesse fatto una di queste due scelte di quali “errori” staremmo parlando oggi? O qualcuno pensa davvero che una di queste due scelte avrebbero pagato dal punto di vista elettorale e messo il PRC al riparo da accuse di settarismo, autosufficienza ed elettoralismo sfrenato? Nella politica, come nella vita, a volte è necessario fare scelte obbligate. Basta farle ad occhi aperti e soprattutto fare tesoro delle esperienze che hanno poi prodotto. Far finta che non siano state scelte obbligate e immaginare che basti cambiare le persone che sono state costrette a farle è, lo ripeto, un fuga dalla realtà.

Il primo documento li fa i conti con la realtà?

Proprio per questo penso che il 1° Documento e le stesse proposte fatte da Ferrero nei suoi interventi abbiano invece fatto davvero i conti con la realtà. Ora non mi dilungo, ma la chiarezza sui rapporti col centrosinistra e l’idea di costruire una forza dal basso, come Izquierda Unida spagnola, senza più fare accordi di vertice fra forze ambigue politicamente è una linea politica che tiene conto sul serio delle sconfitte. Un partito che decide di essere pronto a non presentarsi più alle elezioni, ma solo se si riesce a costruire l’unita vera di tutti quelli che condividono un programma unificante le lotte anticapitaliste e sociali e che propone per se stesso e per questa nuova forza che lo scoglio delle scelte elettorali sia deciso dalla base militante con referendum vincolanti, costituisce una novità o no? Io penso di si. E penso che ora il CPN debba scegliere un progetto di funzionamento del partito e un gruppo dirigente capace di portare avanti queste scelte.

Il bipolarismo sembra morire per consunzione da una parte ma riaffermarsi di fatto per mancanza di unità delle forze di opposizione. Quali sono le tue riflessioni in proposito?

Il bipolarismo è stato presentato come portatore di chiarezza e come possibilità degli elettori di poter scegliere fra opzioni contrapposte di governo. Ma non è mai stato così. L’alternanza fra simili o addirittura identici nelle politiche economiche non può essere l’alternativa fra progetti di società effettivamente alternativi. E riduce ogni interesse e proposta antagonista all’impotenza dentro il governo o fuori di esso. La crisi si è incaricata di svelare questa cosa, che noi denunciammo inascoltati ed incompresi, fin dai primi anni 90. È sotto gli occhi di tutti l’esperienza del governo Monti e di quello Letta. Ed è sotto gli occhi di tutti la definitiva ristrutturazione del PD e di tutto il centrosinistra a cominciare da SEL in senso “americano” con l’avvento di Renzi. Il Movimento 5 Stelle è solo apparentemente una spina nel fianco del sistema perché sta insieme e raccoglie consensi sulla individuazione di un epifenomeno come la cosiddetta “casta” e delle sue convulsioni spettacolari come responsabili della crisi. Temo che tutto ciò possa produrre solo una estremizzazione del peggio del bipolarismo. Del resto basta osservare che nessuno, tanto meno nel circo massmediatico si sogna nemmeno di proporre il superamento del bipolarismo e una legge elettorale proporzionale e che si marcia a tappe forzate verso un bipolarismo presidenzialista e tendenzialmente autoritario.

Un quadro di sostanziale frammentazione delle forze di opposizione

Più che della mancanza di unità delle forze di opposizione io parlerei della mancanza della lotta di classe, giacché il sindacato è sostanzialmente interno al sistema della compatibilità neoliberiste perfino nel tempo in cui queste producono un massacro sociale, e della necessaria consapevolezza nelle lotte dei lavoratori, territoriali e sociali, che pur ci sono anche se in forma dispersa ed isolata, circa la necessità di distruggere il bipolarismo per poter far contare davvero i propri interessi di classe ed obiettivi di lotta. La politica intesa come lotta fra interessi sociali contrapposti, e non come competizione fra leader e tecnica di governo dell’esistente, necessita di una propria idea di stato e di democrazia, altrimenti le lotte finiscono in vicoli ciechi o preda di rivolte plebee ed intrise di ogni tipo di ambiguità, come quella dei cosiddetti Forconi.

Non è più rinviabile una “lunga marcia” nella costruzione di un blocco sociale capace di riunificare l’antagonismo attraverso una piattaforma chiara. Da dove si deve cominciare questo lavoro e seguendo quale strada?

Hai perfettamente ragione. E mi piace molto il riferimento alla Lunga Marcia di maoista memoria. Perché bisogna avere consapevolezza vera dei rapporti di forza totalmente sfavorevoli e, di contro, averne anche circa la giustezza delle proprie ragioni ed analisi. Il che vuol dire non coltivare illusioni, tipiche della sotto e pseudo politica da talk show, circa “mosse” e “invenzioni” capaci di evitare le dure difficoltà dei rapporti di forza reali. E vuol dire sapere che la lotta di classe ed il conflitto sono l’unico motore capace di cambiare la storia.

Un conflitto che deve sporcarsi le mani, insomma…

Ovviamente penso che non si possa peccare di presunzione pensando che tutto dipenda da noi. Ma per essere parte della storia, anche aspirando ad esserne protagonisti, invece che sperare di tornare a far parte della cronaca nera-rosa della politica spettacolo, bisogna riappropriarsi fino in fondo dell’idea che la lotta di classe ed il conflitto sono il 99 % dell’attività, del pensiero, dello studio e del lavoro politico di un partito comunista degno di questo nome. Non si può partecipare all’unificazione dei conflitti se non si sta dentro di essi fino in fondo, se non li si costruisce direttamente in ogni angolo del paese. Non si può illudersi di contribuire allo sviluppo delle lotte senza un’analisi continua ed approfonditissima del capitale e della formazione sociale che esso produce. Non si può immaginare di indicare obiettivi di lotta generali ed unificanti senza queste due cose o, peggio ancora, illudersi che siano le scadenze elettorali il terreno idoneo per produrre un blocco sociale capace di candidarsi veramente a cambiare le cose. Le esperienze latinoamericane insegnano esattamente questo. Se nei prossimi anni sapremo dare il nostro contributo a questo processo i nostri sacrifici e le stesse nostre frustrazioni di oggi saranno ripagati nel migliore dei modi. Perché solo un blocco sociale unito e determinato può superare qualsiasi ostacolo elettorale. Altrimenti finiremo come certi scissionisti del PRC che hanno dato vita a delle vere sette tanto parolaie quanto impotenti o ad altri che si accomodano nel Partito Socialista Europeo e nel centrosinistra usando cinicamente la “narrazione” delle povertà sociali mentre calcolano la loro meschina carrieruncola nel sistema della politica bipolare.

Intervista realizzata da Fabio Sebastiani e pubblicata sul quotidiano online CONTROLACRISI il 22 dicembre 2013

«Invece di fare il totosegretario uniamo la sinistra vera di questo Paese»

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 9 ottobre, 2013 by ramon mantovani

Già parlamentare e membro della direzione nazionale, Ramon Mantovani contesta chi crede che solo un rinnovamento del gruppo dirigente possa portare il partito fuori dalla crisi

Ramon Mantovani è uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista. Membro della direzione nazionale e più volte eletto deputato. Anche a lui abbiamo chiesto di esprimersi sui temi salienti che il congresso dovrà affrontare.

Ramon, cominciamo dalla querelle “dimissioni e congresso subito”. In diversi si erano espressi appunto per un rinnovamento, sia pure provvisorio, del gruppo dirigente, e per la realizzazione di un congresso straordinario da effettuarsi poco dopo la sconfitta elettorale. Come arriviamo a dicembre su questo tema e qual è la tua opinione su un punto che ha diviso il partito?
Se avessimo fatto un congresso subito, con le dimissioni irrevocabili della segreteria, avremmo avuto un congresso di scontro al solo scopo di scegliere un nuovo gruppo dirigente. E questa sarebbe stata la fine del nostro partito. Io mi sono vivacemente opposto all’idea che la situazione grave della sinistra antagonista italiana e di Rifondazione si possa risolvere attraverso il cambio di poche persone. E’ stato invece giusto fare una discussione lunga e affrontarla in termini approfonditi. Io non ho nulla in contrario ad un profondissimo rinnovamento del gruppo dirigente. Chiaro? Ma non si possono fare discussioni che alludono a scelte di linea politica parlando di persone e di gruppi dirigenti. Fare così trasformerebbe il Prc in un partito identico agli altri, basti vedere la vicenda di Renzi e del Pd. Prima si parla della politica e poi si scelgono le persone che la possono portare avanti.

A proposito della politica, leggendo Ferrero e Grassi mi sembra che sui grandi scenari non ci siano grosse differenze. C’è qui da noi una grave crisi della sinistra d’alternativa che non registriamo nel resto d’Europa, dove le cose anzi vanno abbastanza bene. Noi siamo invece in un “cul de sac”, perché da un lato non abbiamo un aiuto dalla sinistra più moderata, come invece è successo in Francia e in Germania, anzi, c’è Sel che si sposta sempre più a destra; dall’altro siamo frammentati e incapaci, almeno per il momento di arrivare a delle conclusioni. Poi ci sono le aspettative riposte in Landini e Rodotà, ma anche qui regna l’incertezza. Qual è la tua analisi a riguardo?
E’ giusto il paragone tra la crisi della sinistra antagonista italiana e, diciamo così, se non i successi il buon stato di salute delle forze omologhe a noi negli altri paesi europei. Come dicevo si tratta di un confronto giusto. Ma se non si paragonano anche i sistemi politici, i sistemi elettorali e quelli istituzionali allora si incorre in un grave errore. E cioè di pensare che sia solo l’inadeguatezza delle persone che dirigono la sinistra in Italia la causa dei suoi insuccessi. E invece le cose non stanno così. Per il banale motivo che in nessun altro paese dove la sinistra d’alternativa ha successo, per esempio Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Germania, c’è il sistema del bipolarismo italiano. Nel quale chiunque si proponga di portare avanti i nostri contenuti, o è condannato all’impotenza fuori dal governo o è condannato all’impotenza dentro il governo. Ed è esattamente questo che ha distrutto la nostra esperienza politica sia quando siamo stati dentro i governi, siamo quando ne siamo stati fuori. Perché sempre ci sono state ad ogni occasione, le scissioni. Esattamente secondo il copione che il bipolarismo italiano prevede. L’Italia si è americanizzata molto più di qualsiasi altro paese europeo. A nessuno viene in mente di dire che è colpa del gruppo dirigente del Partito comunista degli Stati Uniti d’America se non è in Parlamento. Perché c’è un sistema elettorale che non è democratico, e che esclude a priori chiunque proponga certi contenuti. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Negli ultimi anni abbiamo provato in tutti i modi a unire la sinistra di alternativa. Ma bisogna guardare in faccia la realtà e spiegare seriamente i fallimenti e le sconfitte, senza demagogia. Se si pensa che sia colpa del segretario del partito e del gruppo dirigente perché, affetti da settarismo e da chissà quali altri difetti, perché non sono stati capaci di dialogare con Sel e con altri, allora la soluzione è semplice. Basta trovare un nuovo “leader” capace di convincere Sel a rompere con il Pd e a non entrare nel partito socialista europeo. Se, invece, i fallimenti si spiegano politicamente prendendo atto che il PdCI ha spaccato la Federazione della Sinistra per tentare di entrare nel centrosinistra, che Rivoluzione Civile si è dovuta improvvisare in pochi giorni esattamente con quelli che sono stati rifiutati dal centrosinistra e che poi hanno fatto tutta la campagna elettorale lagnandosi di questo e parlando solo di legalità, allora la soluzione non può che essere quella di unire la sinistra sui contenuti, in alternativa al centrosinistra perché su quei contenuti è incompatibile, e con il chiaro riferimento alla Sinistra Europea e al Gue. Ovviamente il Prc non può essere così presuntuoso da pensare che proclamare l’obiettivo sia sufficiente. C’è il problema dei gruppi dirigenti dei partiti e delle stesse associazioni, della loro e nostra inadeguatezza, delle divisioni del passato che pesano. Anche a questo problema non c’è che un rimedio. Si costruisca una nuova forza dal basso, con il principio una testa un voto, senza patti né posti né garanzie per nessuno degli attuali gruppi dirigenti. Ma anche questo si può fare se c’è chiarezza politica ed unità d’intenti reale. Altrimenti qualsiasi unità, della sinistra o comunista, che sia di vertice o dal basso, è destinata a saltare alla prima prova elettorale. La manifestazione del 12 apre un percorso di lotta sulla Costituzione e sul lavoro. Bisogna esserci senza riserva alcuna. I promotori hanno detto con chiarezza che non hanno intenzione di fondare una forza politica o una lista. Bisogna prenderne atto. Ma noi pensiamo che questo percorso possa aprire uno spazio politico pubblico dentro il quale può affermarsi l’idea che anche in Italia ci sia chi rappresenti quei contenuti.

Ramon, come ben sai in Italia c’è un problema grosso di rappresentanza dei lavoratori, ormai non rappresentati appunto più da nessun partito, a parte la piccolissima parte che possiamo fare noi, e anche da nessun sindacato a parte la Fiom, vista la deriva della Cgil. Come risolviamo questo problema? E pensi che le iniziative messe in campo da Landini e Rodotà possano essere un punto di partenza?
Sul sindacato dico solo una cosa: che non si occupa dei lavoratori da quando ha firmato la concertazione nel 1993. Si occupa di parlare dei lavoratori, ma non si occupa come dovrebbe fare un sindacato degli interessi di chi dovrebbe rappresentare. Non mi dilungo perché mi pare evidente il perché. C’è un altro punto però, e anche questo fa differenza con gli altri paesi europei e ha a che vedere con il bipolarismo. In Spagna, per esempio, i sindacati, compreso quello di ispirazione socialista, non hanno mai esitato a scioperare contro il governo nazionale dei socialisti. In Italia abbiamo un sindacato, anche la Cgil, che si è dichiarata contro la riforma delle pensioni di Dini quando era ministro del Tesoro di Berlusconi e favorevole alla stessa riforma sempre di Dini quando l’ha fatta con la maggioranza di centro-sinistra. Insomma la Cgil è schiava del quadro politico. E il combinato disposto della filosofia della concertazione e del sistema politico italiano hanno ridotto il nostro sindacato ad una corporazione. La Fiom, per carità, è l’unica organizzazione sindacale di massa che in qualche modo tenta di rimettere al centro la natura conflittuale del sindacato. Anche se con molte oscillazioni è la prima a denunciare l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro, ma non ne trae tutte le conseguenze. Mesi fa, prima delle elezioni, aveva indicato precisi contenuti. Per noi potevano, e possono ancora essere, il programma elettorale della sinistra d’alternativa. Senza confondere il ruolo del sindacato e di una forza politica io penso che moltissimi dei contenuti di lotta della Fiom siano incompatibili con il Pd ed anche col centrosinistra. Basta rileggersi la Carta d’Intenti firmata anche da Sel per rendersene conto. Mi permetto di dire che o se ne rende conto o è destinata ad essere trascinata nella logica compatibilista e subalterna della Cgil.

Torniamo invece al congresso. Abbiamo di fronte un percorso lungo e faticoso per uscire, se riusciremo, da questa situazione di crisi. Nel frattempo come pensi dobbiamo affrontare le inevitabili scadenze elettorali?
La mia posizione è totalmente in accordo con la bozza di documento licenziata dal Cpn. Io penso che alle elezioni europee sarebbe bene si presentasse una lista che però abbia contenuti precisi e che elegga una rappresentanza nell’ambito della Sinistra Europea e del Gue. Non una lista arlecchino i cui deputati eletti possono andare a finire in tre o quattro gruppi diversi. Della proposta più strategica per unire la sinistra alternativa ho già detto. Vorrei solo che il congresso prendesse coscienza, una volta per tutte, che le elezioni oggi sono per noi un terreno nemico e avverso. Da affrontare con coraggio e serietà, ma senza illusioni a buon mercato. Il bipolarismo bastardo italiano è un enorme ostacolo per veicolare nelle istituzioni gli interessi dei lavoratori e una loro rappresentanza. Non vedere l’ostacolo non aiuta a superarlo. Al contrario spinge a sbatterci contro e a farsi male. Ma la crisi è solo all’inizio e tagli, privatizzazioni e stravolgimenti costituzionali daranno purtroppo ragione alle nostre analisi e previsioni. Se ci dedicheremo a discutere di questo, invece che di totosegretari e di liti fra correnti, potremo farcela sia a rilanciare la funzione di un partito comunista degno di questo nome, sia ad unire la sinistra vera di questo paese, sia ad accumulare le forze capaci di superare qualsiasi sbarramento.

Vittorio Bonanni

 

Pubblicato su Liberazione online il 4 ottobre 2013

 

 

Siria, la guerra totale

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 settembre, 2013 by ramon mantovani

È impossibile capire quanto sta avvenendo in Siria e in Medio Oriente senza una chiave di lettura capace di individuare il motore di una immensa destabilizzazione di tutta l’area, che ha agito negli ultimi venti anni, a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ogni altra interpretazione dei sommovimenti, delle guerre civili e delle tensioni fra gli stati dell’area, per quanto parzialmente fondata sulla descrizione di episodi ed avvenimenti, si è rivelata incapace di elaborare previsioni azzeccate e soprattutto di fornire la base per una soluzione politica e negoziata dei conflitti armati e non, che incendiano tutto il Medio Oriente.

Anzi, a dire il vero, appare sempre più chiaro, per lo meno agli occhi di chi ha conservato un minimo di spirito critico, la natura strumentale e propagandistica delle sofisticate campagne di disinformazione di massa perpetrate dai mass media “occidentali”.

Stando alla pubblicistica corrente, per non parlare delle comparsate in TV di “esperti” capaci di dire, anche a distanza di poche settimane, tutto e il contrario di tutto, in Siria sarebbe in corso una “rivolta” popolare contro un regime dittatoriale. I “rivoltosi” o “insorti” che dir si voglia sarebbero una formazione composita ed anche inquinata da settori del fondamentalismo islamico, ma tutto sommato tesa a conquistare libertà e democrazia. Le potenze occidentali, USA e paesi ex colonialisti europei, sarebbero dilaniati dalla contraddizione di voler, da una parte, assolvere al proprio compito “storico” di promuovere ed esportare la democrazia, e dall’altra di rapportarsi agli stati dell’area secondo le norme del diritto internazionale, anche coltivando più o meno inconfessabili rapporti vantaggiosi con i singoli regimi al potere negli stati dell’area.

Se non stessimo parlando di morte, distruzione, esodi di massa, si potrebbe davvero ridere nel sentire gli inventori, storici utilizzatori e venditori delle armi di sterminio di massa, accusare qualcuno di utilizzarle in una guerra civile senza esclusione di colpi, per giustificare interventi militari a favore di una fazione in lotta nella guerra civile. Fazione che si è armata ed incoraggiata a produrre una guerra civile al fine di rovesciare un regime non addomesticato agli interessi imperialistici e neocolonialisti occidentali e che, nel caso, si deve sostenere attivamente dal punto di vista militare fornendo dall’esterno quella superiorità aerea che gli manca per compiere la propria missione, come è già avvenuto in Libia.

È davvero stupefacente osservare come sia possibile che capi di stato, considerati (sic) “progressisti” e di “sinistra” come Obama e Hollande, possano sostenere e proporre di violare ogni norma del diritto internazionale, di annullare l’ONU che rimane l’unica sede di mediazione pacifica della comunità mondiale o di ridurla a notaio di accordi tra le potenze sottoscritti in sedi informali o, peggio ancora, in sede di alleanze di parte, come il G8 o la NATO. Le “notizie” fabbricate dai servizi di intelligenza amplificate acriticamente dal 90 % dei mass media, ed anche in internet, sono buone per manipolare un’opinione pubblica sempre più disinformata. Lo sono meno per ancorare una discussione seria fra gli stati nei luoghi preposti dal diritto internazionale. Ma anche in questo caso servono per presentare, come successe in Bosnia e poi nel Kosovo, una comunità internazionale divisa fra volenterosi amanti dei diritti umani e cinici indifferenti e complici del male assoluto. E per spiegare, quindi, la necessità di agire in proprio nel nome del bene.

Certo, col passare del tempo e le numerose smentite che la cronaca, se non la storia, ha prodotto dei molti pretesti con i quali si sono giustificate intraprese guerresche occidentali, le parole di Obama e di Hollande mostrano sempre più la corda. Tuttavia non bisogna sottovalutare la funzione di traino esercitato in questo momento da USA e Francia, che infatti incassano firme su documenti che sostanzialmente, anche se non immediatamente, giudicano e condannano il governo Assad ed implicitamente chiudono i varchi e gli spiragli di una qualsiasi soluzione negoziata del conflitto. E costringono Russia e Cina ad un ruolo comprimario e refrattario, proprio perché incapace ed impossibilitato a promuovere una soluzione negoziata in sede internazionale ed in sede locale fra le diverse fazioni in lotta.

Per meglio comprendere cosa stia succedendo realmente bisogna fare alcuni passi indietro, perché come ho accennato all’inizio esiste una spiegazione che può illuminare lo scenario, rimuovendo le ombre prodotte dalla disinformazione e dalle spiegazioni episodiche e superficiali interessate.

Proprio in questi giorni si può sentire parlare ripetutamente del “fallimento della guerra in Iraq”. Certamente, rispetto agli obiettivi proclamati, e giustificati con clamorosi falsi, l’avventura della Coalizione dei Volenterosi e della guerra illegale e unilaterale, si potrebbe parlare di pieno fallimento. L’Iraq è tutt’altro che pacificato e in realtà ormai gran parte del Medio Oriente è stato destabilizzato, anche sul piano interno ai singoli paesi. Il conflitto israeliano palestinese si è aggravato ed aggrovigliato maggiormente. E tutto ciò ha prodotto e produce conflitti armati, che per altro sono un buon mercato per i produttori di armamenti, decine di migliaia di morti e milioni di profughi.

Basta considerare questo apparente fallimento come il vero obiettivo, invece di credere ai pretesti e alle veline della CIA, e si può scoprire che tutta la strategia iniziata con la Prima Guerra del Golfo ha avuto pieno successo.

Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia si sarebbe potuto procedere ad una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e all’implementazione dell’articolo dello Statuto dell’ONU che prevede la formazione di una forza militare internazionale utile a svolgere la funzione di polizia internazionale. Si sarebbe cioè potuto evitare che la fine della guerra fredda sboccasse in un governo unilaterale del mondo da parte dei paesi ricchi e promuovere in ogni dove la soluzione negoziata e politica dei conflitti armati.

Invece è successo il contrario. L’ONU è stata fatta apparire agli occhi del mondo come incapace di risolvere i conflitti. Notevole il caso della Bosnia dove USA e diverse altre potenze occidentali si sono rifiutate di fornire i Caschi Blu necessari ad interporsi alle fazioni in lotta per imporre una soluzione negoziata, al fine di lasciar aggravare il conflitto allo scopo di giustificare l’intervento diretto della NATO. O è stata cancellata, scavalcata ed umiliata come nel caso della guerra in Yugoslavia e in Iraq. Sempre è stata ridotta al ruolo di notaio utile solo a ratificare le situazioni di fatto emerse dagli interventi unilaterali o a fornire un avallo pseudo legale a monte degli stessi.

Ne è scaturito un mondo nel quale i paesi ricchi, o occidentali che dir si voglia, hanno rilanciato la NATO come autoproclamato gendarme del mondo. Per questo invece che sciogliersi in assenza del nemico storico si è rafforzata ed allargata notevolmente. E gli USA hanno usato con sapienza l’unilateralismo e il multilateralismo, la ricerca della risoluzione del Consiglio di Sicurezza atto a giustificare le guerre o la più spudorata illegalità extra-ONU, al fine di continuare ad esercitare un ruolo egemonico fondato sulla pura e semplice potenza militare.

Un mondo nel quale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza trovano applicazione solo se sono promosse o sposate da alleanze o potenze militari di parte o nel quale queste ultime possono agire come vogliono anche senza nemmeno una riunione del Consiglio di Sicurezza è un mondo governato da una dittatura, nel senso pieno del termine.

È come, mi si permetta un paragone suggestivo ma non per questo non pertinente, uno stato nel quale governo e parlamento non hanno la polizia a disposizione per fare applicare le leggi. Se la polizia è quella privata della decina di famiglie più ricche quali leggi saranno fatte applicare e quali no? Se le polizie private agiscono fuori dalla legge o contro la legge chi potrà impedirglielo?

La strategia della “guerra permanente”, la confezione delle giustificazioni “umanitarie” per le guerre guerreggiate, l’unilateralismo statunitense o l’unilateralismo occidentale ancorché definito “multilateralismo”, hanno scientemente destabilizzato il Medio Oriente al fine di rilanciare il dominio occidentale. Hanno messo perfettamente nel conto che la destabilizzazione avrebbe prodotto conflitti interreligiosi, interetnici ed avrebbe esasperato le tensioni fra i singoli stati dell’area. Solo sprovveduti in buona fede (che sono sempre i più pericolosi) o bugiardi in mala fede potevano e possono pensare che USA ed alleati possano essere sorpresi dalla non pacificazione dell’Iraq e di tutta l’area. La prova più evidente è che il proclamato nemico giurato, il terrorismo fondamentalista islamico, è stato più volte armato e utilizzato o favorito di fatto con totale cinismo. Ed è quel che sta avvenendo in queste ore in Siria.

I centri studi e le agenzie di intelligenza degli USA e dei paesi della NATO sanno benissimo che i regimi, perché di regimi si tratta, scaturiti nel periodo della decolonizzazione e nel quadro della guerra fredda, al potere in stati multietnici e multi religiosi tendenzialmente ingovernabili se non in modo autoritario non possono essere sostituiti da “democrazie occidentali”. Sanno benissimo che quegli stati possono deflagrare o produrre conflitti e guerre civili di lungo periodo. Sanno benissimo che in tutto questo per sterminate masse aumenta la credibilità del fondamentalismo islamico. Ma è esattamente questo l’obiettivo che permette di perpetuare, con le ovvie produzioni spettacolari di pretesti e di giustificazioni, il rilancio della potenza militare come leva egemonica e di dominio del mondo, proprio quando il sistema economico capitalistico produce contraddizioni e disastri sociali che ne mettono in evidenza la vera natura.

Qualche giorno fa sul Manifesto in un bell’articolo Annamaria Rivera si chiedeva che fine abbia fatto il movimento pacifista, che all’epoca della guerra in Iraq fu definito “la seconda potenza mondiale”.

A mio modestissimo parere, per quanto percorso e positivamente intriso di ripudio etico della guerra e della violenza, non può esistere un movimento pacifista che non sia capace di analizzare le tendenze di fondo economiche e geopolitiche che producono le guerre. Le spiegazioni etiche e semplificate non solo si rivelano incapaci di fermare le guerre, ma risultano inadatte a produrre alternative concrete ed obiettivi realisticamente realizzabili. Non si tratta di cinismo o minimalismo. Si tratta di avere una politica o meno.

Se le considerazioni esposte in questo articolo hanno anche un minimo fondamento bisognerebbe che il movimento pacifista (ed aggiungo: la sinistra degna di questo nome) dovrebbero saper dire:

1) la guerra civile in Siria non può essere risolta se non con un negoziato politico e con la ricerca di un nuovo assetto politico istituzionale che sia rispettoso delle etnie e religioni tutte.

2) nel Consiglio di Sicurezza si dovrebbe discutere di una missione di pace sotto il comando diretto dell’ONU (come quella in Libano) che svolga la funzione di interposizione e di tutela delle popolazioni civili.

3) le coalizioni a geometria variabile e la NATO devono essere superate in favore della piena assunzione da parte dell’ONU della funzione di polizia internazionale.

4) l’Italia deve dichiarare di non partecipare e nessuna missione militare che non sia di Caschi Blu e che non abbia come obiettivo l’arresto dei conflitti armati e la soluzione politica degli stessi. Deve conseguentemente riformare il proprio modello di difesa e rimettere in discussione l’appartenenza alla NATO.

Senza questi obiettivi politici, od altri analoghi e altrettanto realistici sui quali si può proficuamente discutere, i pacifisti sono destinati a dividersi inesorabilmente e ad essere subalterni, nonostante la radicalità delle posizioni etiche, alla imperante politica di guerra. Sono destinati a scendere in piazza contro Bush insieme agli apologeti della guerra umanitaria in Kosovo, a riporre malamente le proprie speranze in Obama o in Hollande. Sono destinati cioè ad essere impotenti contro la guerra.

 

ramon mantovani

 

pubblicato sul sito www.scenariglobali.it il 10 settembre 2013

 

Lo storico annuncio di Abdullah Ocalan.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 25 marzo, 2013 by ramon mantovani

Forse è la volta buona.

Durante i festeggiamenti del Newroz (il capodanno kurdo che coincide con l’equinozio primaverile) davanti a centinaia di migliaia di persone e ad un tripudio di bandiere kurde, del PKK e raffiguranti il volto di Abdullah Ocalan, parlamentari del Partito della Pace e della Democrazia (BDP) hanno reso pubblico un messaggio di Ocalan di storica importanza.

È stato proclamato l’ennesimo cessate il fuoco da parte del PKK in modo che le trattative riservate condotte dal governo turco diretto da Erdogan con Ocalan, detenuto in isolamento dal 1999 nel carcere di Imrali, possano proseguire e concludersi.

Allo stato pare che le migliaia di guerriglieri del PKK presenti sul territorio turco possano abbandonare indisturbati la Turchia entro il 2013 e che il governo si sia impegnato a produrre le riforme costituzionali e politiche affinché il popolo kurdo possa godere dei diritti e dell’autonomia analoga a quella prevista in tutti i paesi europei per le minoranze nazionali. In seguito saranno affrontati i problemi relativi ad un eventuale deposizione definitiva delle armi, ad un rientro dei guerriglieri in Turchia e al loro reinserimento pieno. È altamente presumibile che anche per Ocalan possa finire la carcerazione, forse con la condizione che debba esiliarsi all’estero.

Dopo mesi di trattative segrete l’annuncio di Ocalan, fatto per bocca di parlamentari del BDP, che negli ultimi tempi lo avevano potuto incontrare in carcere, prova e chiarisce definitivamente la volontà del PKK di risolvere il conflitto armato trentennale per via pacifica. E mette il governo Turco di Erdogan di fronte a tutte le sue responsabilità.

Bisogna sapere che nel corso degli ultimi dieci anni il governo di Erdogan aveva più volte tentato la via del negoziato e che ogni tentativo era stato fatto fallire dai militari, completamente ostili alla trattativa e soprattutto a qualsiasi riconoscimento dei diritti del popolo kurdo. I militari non hanno mai esitato a scatenare offensive contro la guerriglia, con ripetuti sconfinamenti in territorio iracheno, a perseguitare il partito kurdo legale decretandone più volte lo scioglimento per “terrorismo”, a incarcerare deputati e decine di sindaci regolarmente eletti, proprio nei momenti più delicati delle trattative di pace.

Anche nel corso di quest’ultima trattativa gli apparati dello stato turco contrari al negoziato, sicuramente assistiti dai compiacenti servizi occidentali della Nato, non hanno esitato a boicottare i colloqui di pace assassinando a Parigi tre donne kurde nella sede dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Francia.

La situazione politica interna della Turchia non è stabile. Basti pensare al fatto che recentemente Erdogan ha epurato i vertici militari, che ancora oggi nell’attuale assetto istituzionale del paese godono di uno status dominante sul parlamento e sullo stesso governo, accusandoli di aver tentato un colpo di stato.

Gli USA e i loro alleati europei, purtroppo senza distinzioni, non hanno mai nascosto la diffidenza verso i governi diretti dai musulmani moderati e la loro decennale fiducia verso i militari fedeli alla NATO ed eredi degli assetti istituzionali figli del colpo di stato fascista del primi anni 80. Lo prova il fatto che il PKK è stato inserito inusitatamente dall’Unione Europea nella lista delle organizzazione terroristiche, che gli USA e i loro uomini fedeli delle istituzioni italiane hanno a suo tempo esercitato ogni tipo di pressione sul governo D’Alema, ottenendo obbedienza, affinché non venisse concesso l’asilo politico ad Ocalan, che i kurdi esuli nei paesi europei sono stati più volte perseguitati dalle polizie nazionali e da magistrati su indicazione dei servizi statunitensi e turchi. Tutto allo scopo di impedire ad ogni costo qualsiasi soluzione negoziata e pacifica del conflitto armato che insanguina il Kurdistan da trenta anni.

È probabile che non smettano di seguire questa linea. Per questo è indispensabile che l’opinione pubblica italiana ed europea sia informata e possa quindi vigilare sulla continuazione e sul buon esito del negoziato di pace.

Se oggi è stato compiuto un passo decisivo verso la pace questo si deve esclusivamente alla resistenza della guerriglia kurda, che ha dimostrato di essere ineliminabile e imbattibile per via militare, a quella dei tanti parlamentari e sindaci kurdi messi fuorilegge, incarcerati e perseguitati, a quella del popolo kurdo che non ha mai smesso di lottare e di difendere la propria dignità e il proprio leader.

Per anni in Italia la stampa ha disinformato continuando a chiamare terrorista e separatista il PKK, ignorando tutte le violazioni dei diritti umani e politici in Turchia e diffondendo come notizie vere le vergognose veline della CIA e dei militari turchi.

Quanto noi del PRC facemmo 15 anni fa per aiutare Ocalan a raggiungere un paese democratico come l’Italia, dal quale poter avviare il negoziato che solo oggi sembra poter riuscire, lo rivendichiamo con orgoglio. Anche i nostri sforzi per la pace, modesti e piccoli se paragonati alla resistenza del popolo kurdo e alla dignità sempre dimostrata da Ocalan, sono oggi ripagati da questa possibilità di soluzione politica del conflitto.

Il negoziato che si fa oggi era possibile anche 15 anni fa.

Quanti in Italia lavorarono per impedire che fosse concesso l’asilo politico ad Ocalan, a descrivere il PKK come terrorista, a leggere il nostro impegno solidale con i kurdi attraverso gli occhiali vergognosi della più provinciale politica interna, quanti obbedirono alle pressioni statunitensi, porteranno per sempre il peso politico e morale di non aver impedito la continuazione della guerra, di migliaia di morti e delle violazioni dei diritti umani che si sono consumate in questi 15 anni.

ramon mantovani

articolo pubblicato su Liberazione.it il 23 marzo 2013

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