La sentenza del Tribunal Supremo spagnolo contro il movimento indipendentista catalano

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre, 2019 by ramon mantovani

Come era prevedibile, dopo la sentenza di condanna a pene durissime dei membri del governo catalano e dei massimi dirigenti delle due grandi organizzazioni sociali di massa indipendentiste, il conflitto fra Catalunya e Spagna si è ulteriormente aggravato.

Si sono susseguite, dalla sentenza in poi, enormi manifestazioni pacifiche, scioperi e azioni di protesta come blocchi stradali, ferroviari e dell’aeroporto di Barcellona, scontri con la polizia in tutti i capoluoghi di provincia catalani. La previsione è che le proteste continueranno ad oltranza.

Del resto la sentenza è stata denunciata come ingiusta dai partiti indipendentisti o favorevoli al diritto all’autodeterminazione (come Catalunya en Comù e Unidas Podemos), da centinaia e centinaia di associazioni e ONG di tutti i tipi, dai sindacati catalani a cominciare dalle Comissions Obreres de Catalunya (CCOO) e dalla Uniò General de Treballadors de Catalunya (UGT), oltre che da innumerevoli intellettuali, artisti e giuristi.

Questa sentenza, come successe due anni fa con la repressione violenta contro il referendum di autodeterminazione convocato unilateralmente, segnerà un prima e un dopo nel quale nulla rimarrà uguale a se stesso.

Ovviamente non si può spiegare la sentenza e la sua gravità senza fornire, nel modo più sommario possibile, alcune informazioni su due temi: i precedenti politici e le peculiarità del sistema giudiziario spagnolo.

I precedenti politici. Ovvero come si è arrivati ai fatti giudicati dal Tribunal Supremo.

Nella costituzione spagnola non si riconosce, come ai tempi della sua redazione avrebbero voluto tutte le forze democratiche a cominciare dal PSOE e dal PCE, la natura plurinazionale dello stato e tanto meno il diritto all’autodeterminazione per le nazioni basca, catalana e galiziana. I falangisti lo imposero, insieme alla monarchia e alla totale impunità per i crimini del regime fascista, forti del controllo totale delle forze armate, delle polizie e della magistratura.

Quando 30 anni dopo la morte di Franco, il primo governo di sinistra catalano tentò di superare la gabbia costituzionale, segnatamente nella parte imposta dal regime falangista, con un nuovo statuto di autonomia il parlamento spagnolo (a maggioranza socialista) prima e il Tribunal Constitucional poi (addirittura dopo che lo statuto era stato ratificato da un referendum popolare ufficiale) ne abrogarono tutte le parti significative.

È qui che comincia il movimento indipendentista di massa. Dal 2010 si svolgono ogni anno manifestazioni enormi con partecipazione mai vista prima (anche due milioni di persone) e nelle forze politiche ci sono veri e propri terremoti. La destra catalana (liberista ma anche democratica ed antifascista) diventa indipendentista. La sinistra indipendentista storica di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) cresce e nasce un nuovo partito di estrema sinistra indipendentista, la Candidatura de Unitat Popular (CUP). Il Partito dei Socialisti Catalani subisce tre scissioni verso l’indipendentismo. Nasce una nuova formazione (Ciutadans) contro l’uso del catalano come lingua veicolare. Il Partito Popolare in Catalunya crolla nei consensi.

Nel 2014 il parlamento catalano vota una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo per poter tenere un referendum di autodeterminazione. La sostengono i partiti indipendentisti, la coalizione della sinistra alternativa ICV-EUIA e tre deputati socialisti dissidenti.

Il parlamento spagnolo la boccia con una maggioranza schiacciante. La sostengono solo i partiti catalani, baschi, galiziani e Izquierda Unida.

Allora il parlamento catalano elabora una legge per poter svolgere una “consultazione non referendaria” (non vincolante). Questa volta, oltre ai partiti che già avevano votato la volta precedente, a sostenerla (con travaglio interno e dubbi) è anche il PSC.

Conseguentemente il governo catalano convoca una “consultazione non referendaria sul futuro politico della Catalunya” ma immediatamente il governo spagnolo presenta ricorso al Tribunal Constitucional che seduta stante sospende gran parte della legge (la dichiarerà incostituzionale anni dopo).

Il governo catalano decide allora di convocare per il 9 novembre del 2014 un “processo partecipativo” gestito da volontari e sostenuto dal governo usando solo le parti della legge non sospese.

Un altro ricorso del governo spagnolo ottiene una sospensione del “processo partecipativo” 5 giorni prima del 9 novembre. Il governo catalano mantiene la convocazione. Il governo spagnolo dichiara che non ha nessun valore e che sarà un fiasco.

Alla fine si svolge la consultazione su due domande:

1) vuole che la Catalunya sia uno Stato?

E in caso di affermazione positiva:

2) vuole che questo Stato sia indipendente?

Il risultato fu di Si e SI 1 milione 897 mila voti pari al 80,91%. Si e No 235 mila voti pari al 10,02%. No 4,5%. Bianche e nulle le altre.

La consultazione si svolge nella più assoluta calma e senza incidenti di nessun tipo.

Per questa consultazione il Presidente ed altri tre membri del governo catalano verranno poi condannati per il reato di “disobbedienza”, alla pena di 2 anni di “inhabilitacion” (decadenza dalle cariche pubbliche e ineleggibilità) e nonostante assolti dal reato di malversazione di fondi pubblici il Tribunale dei Conti li condannerà al pagamento di 5 milioni di Euro.

È a partire da qui che la maggioranza parlamentare indipendentista imbocca la via unilaterale. O, per meglio dire, annuncia una via unilaterale per costringere il governo spagnolo ad aprire un negoziato politico. Visto che non c’è verso di aprire un negoziato politico né per le vie previste dall’ordinamento costituzionale, né con le manifestazioni di massa, né consultando la popolazione informalmente la via unilaterale sembra essere l’ultima risorsa che possa evidenziare di fronte alla opinione pubblica internazionale il problema e costringere il governo spagnolo, e tutte le forze politiche spagnole, ad inaugurare una nuova fase aprendo un dialogo con il quale discutere del diritto all’autodeterminazione della Catalunya, seguendo gli esempi del Quebec e della Scozia.

Ma né il governo del PP né le altre forze spagnole (tranne Podemos e Izquierda Unida che riconoscono la necessità di convocare un referendum di autodeterminazione ma criticano la via unilaterale) rispondono positivamente. “Non si può discutere di cose non previste dalla legge” è la risposta reiterata e lapidaria del governo di Rajoy.

E la via unilaterale comincia a dispiegarsi. E comincia ad incontrare la repressione.

Le peculiarità del sistema legislativo e giudiziario spagnolo.

Mi limito a elencare sinteticamente solo le cose che interessano il tema di cui ci occupiamo.

1) all’inizio egli anni 2000 il governo basco tentò un processo di autodeterminazione. Il Lehendakari (Presidente) del Pais Vasco, Jaun Josè Ibarretxe, elaborò una proposta e annunciò che avrebbe convocato un referendum consultivo. Il governo del PP ottenne dal Tribunal Constitucional l’annullazione del “Plan Ibarretxe” e con la propria maggioranza parlamentare introdusse ad hoc nel codice penale il reato di convocazione illegale di referendum, con pene di carcere fino a 5 anni. Nel 2005 il governo socialista di Zapatero con il sostegno di tutti i gruppi parlamentari tranne il PP abrogò il reato di convocazione illegale di referendum.

2) nell’autunno del 2015 il governo del PP, con il voto contrario di tutta l’opposizione approva in via express una riforma del Tribunal Constitucional attribuendogli poteri esecutivi al fine di far eseguire le proprie sentenze. Il ricorso presentato dai governi basco e catalano viene in breve tempo esaminato e respinto dallo stesso Tribunal Constitucional. La stragrande maggioranza dei giuristi spagnoli esprime un parere contrario alla riforma sia perché fatta su misura contro il governo catalano, sia perché squilibra la separazione dei poteri dello stato.

In altre parole, e facendo un esempio, una cosa è che il Tribulan Constitucional dichiari nulla una legge di un parlamento ed un’altra è che possa prendere provvedimenti contro chi l’abbia reiterata in altra forma disattendendo la giurisprudenza. A maggior ragione ciò vale per le risoluzioni politiche parlamentari che non hanno forza di legge. In questi giorni la maggioranza indipendendista del parlamento catalano ha annunciato che reitererà la discussione sul tema dell’autodeterminazione nel mese di novembre dopo le elezioni generali spagnole. Va detto che sia il parlamento basco sia quello catalano hanno votato numerose risoluzioni analoghe nel corso degli ultimi decenni, tutte annullate o ignorate giacché prive di conseguenze giuridiche. Oggi però è già vigente un avvertimento del Tribunal Constitucional al governo e al parlamento catalano: non si può discutere del tema dell’autodeterminazione pena incorrere in reati penali. Non bisogna essere raffinati giuristi per capire che se un tribunale avverte preventivamente un parlamento di cosa si può e di cosa non si può discutere la separazione dei poteri è compromessa gravemente. Del resto il PSOE in parlamento tuonò contro questa riforma e promise solennemente che l’avrebbe abrogata se avesse conquistato il governo. Non solo non l’ha fatto ma oggi esorta il parlamento catalano di non disobbedire al Tribunal Constitucional per non commettere delitti penali. Come vedremo più avanti questa questione avrà un peso importante nella sentenza di cui ci occupiamo.

3) i reati di “rebelion” e di “sedicion”. Il reato di rebelion è sostanzialmente stato previsto a suo tempo per punire un colpo di stato. Infatti è stato applicato una sola volta per gli esecutori del colpo di stato del 23 febbraio del 1981. Per intenderci quello del Coronel Tejero che sequestrò per molte ore e con le armi in pugno il parlamento spagnolo. Il reato di sediciòn è previsto per chi si “sollevi pubblicamente e “tumulatuariamente” per impedire, con la forza o fuori delle vie legali, l’applicazione della legge”. Non faremo disquisizioni giuridiche ma si può dire che la genericità della norma è tale da permettere interpretazioni estensive che possono pregiudicare principi e diritti fondamentali che dovrebbero essere tutelati in quanto preminenti. Inoltre il termine “impedire con la forza” secondo numerosi costituzionalisti e giuristi spagnoli dovrebbe identificare l’uso di una violenza necessaria e sufficiente ad ottenere il risultato. Lo vedremo bene quando parleremo del processo e della sentenza.

4)la Audiencia Nacional. Si tratta di un tribunale direttamente ereditato dal franchismo. Istituito nel 1940 con il suggestivo nome di “Tribunal Especial para la Represión de la Masonería y el Comunismo” nel 1964 viene trasformato in “Tribunal de Orden Publico” e infine nel 1977 in Audiencia Nacional. Giudica delitti di terrorismo ed altri gravi di ambito statale. Possiamo definirlo come un “tribunale speciale” analogo a quello fascista italiano. L’Audiencia Nacional ha un lunghissimo elenco di precedenti da far impallidire qualsiasi giurista. L’ultimo dei quali è una recentissima condanna per terrorismo a un gruppo di giovani coinvolti in una rissa in un bar con due agenti della Guardia Civil, durante una festa in un paesino vicino a Pamplona. La lesione più grave è una frattura di una caviglia. Le pene comminate arrivano ai 13 anni e mezzo.  

5) il Tribunal Supremo.  Si tratta di un tribunale superiore a tutti gli ordini inferiori ed equiparato allo stesso livello degli altri due poteri dello stato, quello legislativo e quello esecutivo. Ovviamente le sue sentenze fanno giurisdizione. Per il tema che ci interessa va detto che i processi celebrati in questo tribunale sono definitivi. Gli imputati non hanno diritto ad un processo di appello ma solo ad un ricorso presso la corte costituzionale che però funziona in questo caso da cassazione intervenendo unicamente sulle procedure e non sulla sostanza del giudizio. Membri del governo, parlamentari dello stato ed alte autorità centrali sono giudicati esclusivamente dal Tribunal Supremo. Le autorità locali da un tribunale superiore locale.

6) il giudice naturale.

Nel caso che ci interessa gli imputati avrebbero dovuto essere processati dal Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna con sede a Barcellona perché tutti i fatti giudicati si sono svolti in luogo. È un tribunale del sistema giudiziario statale spagnolo, non dipendente dalla comunità autonoma. Ma essendo stati imputati per il delitto di “rebelion” le conseguenze dei fatti avrebbero inciso sullo stesso ordine costituzionale e sull’integrità territoriale dello stato. Perciò è stata fissata la competenza del Tribunal Supremo. Se fossero stati accusati di “sedicion” la competenza sarebbe stata del tribunale superiore locale. Ed avrebbero avuto diritto ad un secondo grado di giudizio.

In altre parole, ed oggi si può dire a ragion veduta visto che la “rebeliòn” è stata esclusa categoricamente nella sentenza del Tribunal Supremo, è evidente che l’accusa di “colpo di stato”, giudicata da centinaia di giuristi come assolutamente infondata, è stata utilizzata unicamente allo scopo di trascinare gli imputati di fronte al Tribunal Supremo. Violando il loro diritto al giudice predeterminato per legge e il diritto ad un ricorso in appello.

Dette queste cose necessarie a comprendere meglio ciò che è successo in Catalunya nell’autunno del 2017, passiamo ad esaminare i fatti e come sono stati trattati nel processo.

La convocazione del referendum di autodeterminazione unilaterale.

Visto che il dialogo, innumerevoli volte sollecitato, è rifiutato dal governo centrale il governo catalano imbocca la strada della unilateralità. Ma sempre insistendo sulla disponibilità a sospenderla in caso di apertura del dialogo e poi del negoziato.

Nel febbraio del 2017 la Presidenza del Parlamento catalano vota a maggioranza per ammettere all’ordine del giorno del plenario una risoluzione che impegna il governo a convocare un referendum unilaterale. È composta dalla Presidentessa Carme Forcadell, da altri 3 indipendentisti del gruppo Junts per Catalunya, da un socialista, da un membro di Ciutadans e da un membro, Joan Josep Nuet, del gruppo della sinistra alternativa composta da diversi partiti. Nuet è il coordinatore di Esquerra Unida i Altenativa nonché segretario dei Comunisti Catalani. Nuet pur non essendo indipendentista né d’accordo sulla via unilaterale vota a favore dell’ammissione della risoluzione. Viene aperto un procedimento giudiziario contro i votanti a favore della risoluzione ma inusitatamente la fiscalia (procura) propone di prosciogliere Nuet in quanto “non voleva disobbedire alle avvertenze del Tribunal Constitucional” giacché “la sua traiettoria politica come deputato dimostra che non aveva la volontà di partecipare al progetto politico di rottura istituzionale unilaterale”. Immediatamente Nuet denuncia questa decisione come contraria a qualsiasi parvenza di diritto e come prova che non si perseguono fatti bensì posizioni politiche. Se 5 membri della Presidenza votano a favore di una cosa che viene considerata delitto penale come si può distinguere in un procedimento penale a seconda delle posizioni politiche degli accusati? Alla fine il tribunale incriminerà anche Nuet. Ma la volontà da parte della procura di perseguire l’indipendentismo in quanto tale é dimostrata inequivocabilmente.

Nel settembre del 2017 la maggioranza indipendentista del parlamento catalano, facendo diverse forzature del regolamento della camera, i giorni 6 e 7 in sedute fiume, con l’ostruzionismo delle forze “costituzionaliste”, approva due leggi: la convocazione del referendum di autodeterminazione per il 1 ottobre e una legge di “transitorietà giuridica” che stabilisce, in caso di vittoria dei si all’indipendenza, il passaggio dei poteri e del quadro giuridico dall’autonomia alla piena indipendenza. Tutto viene fatto in modo che la scontata reazione del governo e del Tribuna Constitucional (TC) non possano evitare la immediata pubblicazione delle leggi sul bollettino ufficiale della Generalitat e la promulgazione del decreto del governo catalano che convoca ufficialmente il referendum. Ma, come tutti sapevano sarebbe successo, le leggi rimangono in vigore pochissime ore perché vengono sospese dal TC.

Ovviamente vengono presentate denunce, un giudice istruttore del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna inizia un procedimento e pochi giorni dopo emette un ordine affinché Guardia Civil, Policia Nacional, e Mossos de Esquadra (polizia catalana competente per l’ordine pubblico in Catalunya e che svolge anche funzioni di polizia giudiziaria) operino per impedire il referendum dichiarato illegale. Le forze dell’ordine cercano con perquisizioni presso fabbriche le urne, presso tipografie materiale di propaganda e schede elettorali, sequestrano decine di migliaia di manifesti, svariati milioni di lettere, volantini e schede elettorali, ma non trovano una sola urna. In alcuni casi le perquisizioni suscitano proteste che comunque mai impediscono lo svolgersi delle attività giudiziarie.

La “sedizione” dei giorni che precedono il referendum.

Il 20 settembre, una data fondamentale insieme al 1° ottobre nel processo, comitive giudiziarie protette da Policia Nacional e Guardia Civil, irrompono di prima mattina in decine di palazzi e uffici della Generalitat con mandati di perquisizione e mandati d’arresto per diversi alti funzionari della Generalitat. Immediatamente si concentrano davanti ai palazzi perquisiti manifestanti che protestano. In tarda mattinata in una conferenza stampa rappresentanti dei partiti politici indipendentisti e della sinistra alternativa, di tutti i sindacati indipendentisti e non, e di decine di associazioni di massa denunciano quella che considerano una operazione contro l’autogoverno catalano e invitano ad una manifestazione di massa sotto il palazzo della Conselleria de Economia (la Conselleria equivale a un ministero nell’ordinamento catalano) in pieno centro di Barcellona dove è in corso una delle perquisizioni.

È davanti e nelle zone limitrofe alla Conselleria de Economia (il cui titolare è Oriol Junqueras, Presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente del governo) che si consuma uno dei fatti più importanti del processo.

La comitiva giudiziaria, con agenti della Guardia Civil addetti alle perquisizioni e alla sicurezza della comitiva stessa, entra nel palazzo. Si tratta di una trentina di persone in tutto, che lasciano incustodite di fronte alla porta principale del palazzo due jeep della Guardia Civil. Nel corso della mattinata, e soprattutto dopo la convocazione della manifestazione che abbiamo citato più sopra, si concentrano decine di migliaia di persone. Nel primissimo pomeriggio nell’adiacente incrocio stradale (molto ampio) le due associazioni indipendentiste più grandi (Omnium Cultural e l ANC, Asamblea Naciona Catalana) fanno montare un palco dove fin verso mezzanotte si alterneranno discorso politici e spettacoli musicali. Davanti alla porta principale della Conselleria si alternano, a turni, due agenti della Guardia Civil. Ovviamente davanti a questa porta ci sono slogan, grida, canti dei manifestanti ma mai, nel corso di tutta la giornata, aggressioni o tentativi di invasione. Già in tarda mattinata le due Jeep che erano state lasciate incustodite, sono gravemente danneggiate. Piene di adesivi, finestre rotte e soprattutto decine di persone si alternano sui loro tetti. Ma queste persone sono quasi esclusivamente giornalisti, operatori tv e fotografi.

Dentro la Conselleria la perquisizione si svolge ordinatamente. Senza alcun problema.

In tardo pomeriggio la comitiva giudiziaria annuncia che terminerà il proprio lavoro in serata. C’è il problema dell’uscita della comitiva giacché tutta la zona è circondata da migliaia di manifestanti. Circa 40 mila secondo i vigili urbani di Barcellona.

I Mossos, richiesti di aiuto dalla Guardia Civil, portano nelle vicinanze reparti antisommossa ed inviano gli agenti specializzati in mediazione con i manifestanti dentro la Conselleria. L’ANC organizza su richiesta dei Mossos un corridoio con due cordoni di servizio d’ordine (parliamo prevalentemente di pensionati identificati da una pettorina) affinché la comitiva possa uscire protetta dagli agenti antisommossa dei Mossos. Per organizzare tutto questo i presidenti delle due associazioni, Jordi Cuixart (Omnium) e Jordi Sanchez (ANC) entrano nella Conselleria e dialogano lungamente e tranquillamente con la Guardia Civil. Non esitano nemmeno a far proteggere dal servizio d’ordine le due Jeep quando, con loro sorpresa, il responsabile della Guardia Civil dice loro che nelle Jeep ci sono armi lunghe e munizioni. Ma la funzionaria del tribunale, responsabile della comitiva, si rifiuta di uscire e sostiene di essere terrorizzata. Alla fine sono i Mossos che le propongono di uscire da un cortile interno adiacente a un teatro dove è in corso uno spettacolo. Per farlo dovrà superare un muretto alto 1 metro e 20 centimetri. Lei accetta e alla fine se ne va in questo modo. Ormai si è fatto tardi e la manifestazione viene conclusa. Dentro la Conselleria c’è ancora il resto della comitiva perché la Guardia Civil vuole andarsene solo quando potrà recuperare i mezzi danneggiati. È a questo punto che mentre il grosso dei manifestanti se ne vanno ne rimangono una o due migliaia davanti all’ingresso della Conselleria. Allora, su richiesta delle forze dell’ordine, i due presidenti delle associazioni con un megafono (a causa dei canti e degli slogan e della direzione nella quale era disposto il palco non si era nemmeno sentita la sconvocazione della manifestazione) salgono sulle Jeep della Guardia Civil e sconvocano la manifestazione. Qualche centinaio di irriducibili non accettano di andarsene e alla fine gli agenti antisommossa dei Mossos con una breve carica li disperdono. E tutto finisce.

Nel processo l’accusa sostiene che la manifestazione era stata in realtà un “tumulto violento”. Che c’erano stati tentativi di ingresso nella Conselleria al fine di impedire la perquisizione. Che i presidenti delle associazioni avevano orchestrato un assedio violento. Che i Mossos prendevano ordini da loro due e non dalla comitiva giudiziaria. Che erano saliti sui mezzi della Guardia Civil per arringare i manifestanti in segno di rivolta.

Tutto questo è costato ai due Jordi una condanna a 9 anni di carcere, giacché nella sentenza questo episodio è indicato come una delle prove principali della “sedizione”.

Non un ferito, non un arresto o denuncia posteriore a nessun manifestante per atti di violenza di qualche tipo, perquisizione effettuata con notevole sequestro di materiale, responsabile della comitiva uscita indenne e mai venuta a contatto con manifestanti, nessun tentativo di ingresso nella Conselleria da parte dei manifestanti, piena collaborazione delle due associazione per non far degenerare la manifestazione, piena collaborazione del servizio d’ordine della ANC per tenere sgombro l’ingresso della Conselleria. Tutte queste cose vengono dimostrate nel processo inequivocabilmente.

Del resto sarebbe abbastanza stravagante che chi voglia con violenza impedire una operazione di polizia giudiziaria lo comunichi previamente all’autorità. Sarebbe stravagante che nei luoghi dei “tumulti insurrezionali” si monti un palco e si tengano comizi e spettacoli musicali, che non ci siano feriti o arrestati, che bar e negozi (comprese gioiellerie) a pochissimi metri dall’ingresso della Conselleria abbiano funzionato tutto il giorno, compresi i tavolini all’aperto. Che i presunti tentativi di ingresso violento nella Conselleria non abbiano provocato nemmeno una rottura di un vetro e non siano mai stati ripresi da nessuna tv che pure aveva telecamere sulle Jeep davanti alla porta.

La stragrande maggioranza dei mezzi di informazione spagnoli durante i fatti, e durante la celebrazione del processo, hanno raccontato un’altra storia. La responsabile della comitiva giudiziaria sarebbe dovuta fuggire “attraverso i tetti” (letterale). Le immagini dei due Jordi sui tetti delle Jeep con il megafono in mano trasmesse senza audio e descritte come dimostrazione della rivolta. E si potrebbe continuare a lungo.

Dopo il 20 settembre cominciano ad arrivare in Catalunya, per ordine del governo del PP, migliaia di agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional. Sono partiti da diverse città della Spagna salutati da manifestazioni al grido di “a por ellos!” che in italiano si può tradurre in “dategli addosso”. Dai mezzi delle colonne agenti rispondono sventolando bandiere spagnole. Vengono alloggiati soprattutto su due traghetti appositamente noleggiati. I portuali di Barcellona scioperano e si rifiutano di fornire servizi alle due navi.

Il referendum del 1° di ottobre 2017.

Nei giorni precedenti il governo invia un colonnello della Guardia Civil con il compito di coordinare le tre polizie in Catalunya al fine di impedire il referendum illegale, come ordinato dal tribunale. Si tratta di Diego Perez de los Cobos, distaccato presso il ministero degli interni. Un signore del quale subito i mass media catalani ricordano un passato discutibile. Figlio di un noto fascista (candidato nelle liste di Fuerza Nueva) e fratello di un magistrato del Tribunal Constitucional che aveva negli anni deliberato più volte contro decisioni del parlamento catalano, nel 1981, giovane e convinto militante fascista si era presentato alla caserma della Guardia Civil della sua città vestito in uniforme falangista per arruolarsi e partecipare al colpo di stato di Tejero.

I Mossos protestano formalmente per questa nomina che praticamente toglie competenze che la legge assegna a loro, ma si adeguano e partecipano immancabilmente a tutte le riunioni alle quali vengono convocati.

L’ordine della magistratura è di impedire il referendum, di chiudere le sedi di votazione e sequestrare i materiali.

Intanto la macchina preparatoria del referendum va avanti. Il governo catalano, come si dimostrerà nel processo, insiste nel dire che il referendum si terrà, che ci saranno le urne e le schede elettorali, ma contemporaneamente scioglie tutti gli organismi ufficiali dedicati alla votazione le cui funzioni passano ad essere svolte da volontari, non spende un’euro di denaro pubblico e soprattutto ordina ai Mossos di fare il loro lavoro e di eseguire gli ordini della magistratura in ottemperanza del ruolo di polizia giudiziaria.

Il movimento indipendentista si organizza e si prepara per celebrare il referendum analogamente alla precedente consultazione del 9 novembre 2014. Ma questa volta c’è un ordine preciso per impedirlo e per sequestrare i materiali. E da un mese oramai le forze di polizia cercano le urne senza trovarle.

Come si era fatto nel 2014 il governo chiede a direttori scolastici e centri sociali pubblici e privati di mettere a disposizione le aule dove collocare i seggi elettorali assumendosi le responsabilità e sollevando i funzionari pubblici da qualsiasi responsabilità. Nel 90 % circa dei centri di votazione si costituiscono i Comitati di Difesa del Referendum che, insieme ad associazioni di studenti, insegnanti e genitori convocano a partire dal venerdì sera precedente la votazione attività di svariato tipo, praticamente occupando gli edifici. Va detto che le scuole catalane sono normalmente aperte molti fine settimana per attività sociali, ricreative e culturali autogestite dalle entità di paese, quartiere ecc.

Del resto l’ordine giudiziario è di impedire l’apertura dei seggi fin dalle 6 del mattino del 1° ottobre. E le attività che nelle scuole si svolgono sono autorizzate e legali fino alle 6 del mattino.

Il dispositivo per impedire il referendum assegna ai Mossos il compito di mandare una coppia di agenti in tutti i centri. È quanto possono fare dato il numero di effettivi che possono mettere a disposizione (circa 5mila) per chiuderli tutti. E sono 2243. E sono i Mossos, che saranno presenti in tutti i centri di votazione, a poter chiedere l’invio di altri agenti, che dovrebbero agire di rinforzo, nei centri dove fosse necessario.

Inoltre va ricordato che l’ordine giudiziario dice chiaramente che bisogna impedire il referendum, chiudere i collegi elettorali, sequestrare i materiali ma dice anche testualmente “sin afectar la normal convivencia ciudadana” e cioè “senza compromettere la normale convivenza civica”.

Nel processo le difese dimostreranno che era impossibile materialmente impedire il referendum. Per precintare e presidiare tutti i duemila e duecento centri di votazione e/o sgomberarli sarebbero stati necessari circa 90 effettivi delle forze dell’ordine. E in tutto le tre polizie ne avevano a disposizione circa 12mila, da dividere per altro in almeno due turni.

I Mossos in 400 seggi circa alle 6 del mattino non trovano nessuno e li sigillano. In un altro centinaio convincono le persone già presenti ad allontanarsi e li sigillano. In tutti gli altri trovano decine e più spesso centinaia di persone che comunicano loro che faranno resistenza passiva. Pur valutando che per il numero di persone, per il profilo delle stesse (persone di tutte le età in atteggiamento totalmente pacifico) non consentono un uso della forza “senza compromettere la convivenza civica”, in decine di centri di votazione chiedono l’intervento delle altre due polizie. Non c’è un unico centro operativo delle tre polizie, come avevano chiesto i Mossos, perché il coordinatore Perez de los Cobos non l’ha voluto predisporre. Ma i reparti della Guardia Civil e della Policia Nacional non soddisfano le richieste del Mossos. Hanno cominciato ad intervenire con cariche e notevole violenza per conto loro senza nemmeno informare i Mossos. Dal primissimo mattino fino alle due del pomeriggio intervengono in circa un centinaio di centri di votazione nel modo che tutti conoscono perché le immagini e i video delle cariche contro gente indifesa e pacifica hanno fatto il giro del mondo.

Ma il referendum non viene impedito. Le urne e i materiali arrivano in tutti i centri di votazione e la chiusura di circa 500 centri su 2mila e duecento non impedisce la votazione perché è stato predisposto un censo universale e si può votare in qualsiasi centro vicino se il proprio è stato chiuso dalla polizia.

Nonostante le immagini della violenza poliziesca che fin dal primo mattino trasmettono tutte le televisioni (che certamente non sono un incentivo per andare a votare) l’effetto è che votano 2milioni e 300mila persone su 5milioni 300mila aventi diritto. Il 90% vota si all’indipendenza, ma ci sono anche 180 mila voti per il no e 45mila schede bianche. Ed è logico perché oltre ai Comuns capeggiati dalla Sindaca di Barcellona, che hanno al loro interno sia indipendentisti sia federalisti, molti cittadini contrari all’indipendenza vanno a votare per protestare contro lo stato spagnolo che non riconosce il diritto all’autodeterminazione e contro la violenza che hanno visto abbattersi sulla popolazione catalana.

Gli atti del Parlamento e del Governo nei giorni e settimane che seguono il referendum sono fatti in modo che non abbiano conseguenze giuridiche. Il Parlamento non vota la dichiarazione di indipendenza e il governo che la dichiara ne sospende immediatamente gli effetti. Non c’è alcun provvedimento che tenti di prendere il controllo dei luoghi strategici né con la polizia catalana e nemmeno con la popolazione civile. Non viene nemmeno ammainata la bandiera spagnola dai palazzi del governo catalano. Tutto è stato un puro atto politico e simbolico. 

Tutto questo viene trattato nel processo in modo molto discutibile, per usare un eufemismo.

La fiscalia sostiene l’accusa per rebeliòn e dovrebbe nel corso dell’interrogatorio dei testimoni provare che ci sia stato un colpo di stato e la violenza connessa.

I massimi responsabili del governo, il primo ministro Rajoy e il Ministro degli Interni Zoido oltre a decine di “non so” e “non ricordo” non sanno spiegare alla difesa degli imputati e al tribunale come mai, in presenza di un colpo di stato, non abbiano adottato nessuna misura adeguata a reprimerlo. Né lo stato di emergenza nazionale, né la legge di sicurezza nazionale che avrebbe fatto assumere il controllo dei Mossos direttamente al Ministero degli interni ecc. Come mai né il governo centrale né qualsiasi altra autorità dello stato, come per esempio il delegato del governo in Catalunya (diciamo Prefetto in italiano) durante i fatti né nei giorni seguenti abbiano parlato di “rebeliòn” e nemmeno di “sediciòn” per descrivere gli avvenimenti connessi al referendum.

I dirigenti del Ministero degli Interni responsabili dell’ordine pubblico non riescono a dimostrare la “mancata collaborazione dei Mossos”, né una loro “connivenza” con gli obiettivi politici del referendum, né una loro inadempienza agli ordini del tribunale. E soprattutto non possono giustificare l’intervento della Guardia Civil e della Policia Nacional nei centri di votazione al di fuori di quanto previsto dal piano operativo concordato nel coordinamento delle tre polizie.

I circa duecento agenti dei reparti protagonisti delle violenze contro la gente indifesa e pacifica il 1° ottobre sfilano dicendo tutti le stesse cose, perfino usando le stesse frasi e parole. Ma non possono dimostrare nessuna violenza da parte della popolazione. Infatti parlano soprattutto di “sguardi d’odio come non ne avevo mai visti!”, di insulti, di grida minacciose, e di pochissime aggressioni fisiche, in realtà tutte reazioni istintive ai colpi subiti dai cittadini pacifici. Nel processo rimane certificato dagli attestati sanitari ufficiali che i feriti civili sono più di mille. Gli agenti feriti sono qualche decina, nessun ricoverato e nessuno che abbia abbandonato il servizio in conseguenza delle lesioni. Rispondendo alle domande della difesa gli agenti devono ammettere che le “ferite” sono piccoli ematomi, graffi, lussazioni delle dita, evidentemente provocate dalle loro stesse azioni violente. Ma le difese non possono sviluppare la prova processuale confrontando le loro testimonianze con i materiali audiovisivi che pure sono accreditati al processo. Il Presidente del Tribunal Supremo ha disposto che sarebbero stati esaminati solo alla fine del processo. Così, per fare solo un esempio, il comandante del reparto che entra nel cortile di una scuola e abbatte per terra il sindaco del paese che è andato incontro al reparto con le mani alzate, e che ha dichiarato che il sindaco aveva tentato di impedire con la forza l’ingresso del reparto, se ne va dal processo senza essere incriminato per falsa testimonianza.

Analogamente i circa 200 testimoni della difesa che descrivono le vessazioni subite non possono avere il conforto di veder dimostrate le loro affermazioni dalla visione dei materiali allegati.

Nei tribunali catalani (ricordo ancora che si tratta di tribunali del sistema spagnolo) un centinaio di agenti sono oggi imputati per gravi reati contro i cittadini indifesi, e diversi di questi sono comparsi nel processo del Tribunal Supremo come testimoni d’accusa.

Il Tribunal Supremo, nella sentenza, ha escluso di considerare prove valide tutte le testimonianze degli agenti e dei cittadini vittime delle violenze “perché le loro testimonianze erano viziate dall’emotività del loro coinvolgimento nei fatti”.

Potremmo continuare a lungo descrivendo le irregolarità del processo e l’evidente parzialità del tribunale. Ma è impossibile in questa sede.

La sentenza

La sentenza alla fine ha sconfessato totalmente la tesi dell’accusa della fiscalia che aveva chiesto la condanna per “rebeliòn” parlando esplicitamente nella requisitoria finale di colpo di stato. La sentenza dice due cose fondamentali: non c’è stata rebeliòn perché non c’è stata la violenza sufficiente a sovvertire l’ordine costituzionale. In realtà, dice sempre la sentenza, gli imputati non si sono mai proposti di separare realmente la Catalunya dal regno di Spagna. Si proponevano di obbligare il governo a cedere e a concedere un negoziato avente come oggetto un referendum di autodeterminazione.

Se l’Avvocatura dello Stato, dipendente dal governo, non avesse sostenuto l’accusa per sediciòn, il Tribunal Supremo avrebbe dovuto condannare gli imputati per disobbedienza. Un reato che non hanno mai negato di avere commesso e che avevano messo nel conto promuovendo il referendum. E che prevede pene irrisorie e comunque non di carcere. Ma proprio il governo del PSOE aveva dato indicazione all’Avvocatura, che in fase istruttoria aveva sostenuto anch’essa per indicazione del governo del PP l’accusa per rebeliòn, di mutarla in sediciòn. E quella che era apparsa come un decisione moderata si è poi rivelata necessaria per ottenere una condanna esemplare.

Come ho cercato di dimostrare né il 20 settembre né il 1° ottobre c’è stata nessuna insurrezione violenta e tumultuosa tale da giustificare la condanna per sedizione. E nemmeno il Tribunale sostiene che ci sia stata violenza in grado da compromettere seriamente l’ordine pubblico. Quel che fa è trasformare in atti sediziosi tutti i comportamenti dei manifestanti e votanti, tipici della resistenza passiva e della prassi di lotta non violenta.

In altre parole, il Tribunal Supremo sostiene che il governo catalano non ha promosso nessun colpo di stato, non ha usato la polizia catalana come corpo armato per controllare il territorio al fine di separare la Catalunya dal regno di Spagna, ma ha tentato di obbligare il governo centrale a negoziare un referendum di autodeterminazione organizzando, insieme alle due grandi associazioni indipendentiste, atti sediziosi tali da raggiungere il risultato. Gli atti sediziosi sarebbero, come dice la sentenza, le grandi manifestazioni di massa degli ultimi anni e soprattutto quella del 20 settembre per la quale i due presidenti delle associazioni sono condannati a 9 anni di carcere. Altro atto sedizioso è la celebrazione di un referendum unilaterale illegale che non si proponeva realmente di ottenere l’indipendenza, e che seppur depenalizzato e tolto dal codice penale, ha perseguito lo scopo di obbligare il governo ad una trattativa politica. E sono atti di sedizione tutti quelli connessi alla resistenza passiva e alle forme di lotta non violente che si proponevano di impedire che le forze dell’ordine potessero eseguire i mandati giudiziari.

I membri della Presidenza del Parlamento catalano saranno giudicati per disobbedienza in dicembre in Catalunya. Ma la Presidentessa del Parlamento, Carme Forcadell, giudicata nella causa di cui ci siamo occupati, è stata condannata a 11 anni e sei mesi per sedizione, pur avendo fatto esattamente le stesse cose degli altri membri della presidenza, con l’argomento che era in collegamento con gli altri rei data la sua funzione istituzionale e per essere stata dal 2012 al 2015 la Presidentessa dell’Asamblea Nacional Catalana.

Tutti gli altri imputati sono stati condannati a pene che vanno dai 10 anni e mezzo ai tredici anni.

La sentenza, oltre che infondata ed ingiusta, come del resto dicono decine di organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani e di giustizia, ha due conseguenze gravissime. Ipoteca negativamente ed esacerba un conflitto politico che dovrebbe essere invece ricondotto nella dialettica democratica con un negoziato politico. Cristallizza esattamente un ordine costituzionale che è sul tema dell’esistenza o meno di nazioni diverse nello stato spagnolo il frutto dell’imposizione diretta dei costituenti franchisti. Apre la strada, giacché il Tribunal Supremo è il massimo produttore di giurisprudenza, per catalogare come sedizione tutte le forme di lotta pacifiche che si propongano di impedire ingiustizie, come è il caso del potente movimento contro gli sfratti che negli ultimi anni in Spagna e soprattutto in Catalunya ha impedito 100mila esecuzioni di sfratto ordinate dai tribunali.

La reazione popolare alla sentenza è in corso. Le manifestazioni si susseguono ogni giorno e continueranno ad oltranza. Con tutta probabilità ci saranno altre risoluzioni parlamentari che disobbediranno agli ordini del Tribunal Constitucional. Già da settimane sono in corso operazioni di polizia che tentano di sostenere che blocchi stradali e ferroviari sono atti di terrorismo. Come è il caso della piattaforma digitale anonima “Tsunami Democratic” che è riuscita a bloccare, mobilitando in un’ora ventimila persone, l’aeroporto di Barcellona per circa 16 ore. Continueranno le indagini contro 700 sindaci catalani e contro altre centinaia di persone arrestate e rilasciate con denunce o altre decine di persone detenute in carcere in questi giorni. Saranno emessi di nuovo, dopo essere stati ritirati perché rigettati dai paesi europei interessati, ordini di cattura contro gli esponenti politici e di governo che si sono esiliati in Gran Bretagna, in Belgio e Svizzera.

Fra pochi giorni si voterà in Spagna. Oggi si comprende meglio perché il PSOE abbia rifiutato di fare un governo con Unidas Podemos e con il sostegno esterno dei partiti baschi e catalani, e preferito produrre elezioni anticipate. Per Pedro Sanchez, come lui stesso ha dichiarato più volte, era impossibile giacché Unidas Podemos non era affidabile avendo sempre sostenuto il diritto all’autodeterminazione dei catalani.

Ovviamente la sentenza ha già sulla campagna elettorale in corso e avrà sul voto pesanti conseguenze.

Le destre chiedano mano dura contro i catalani e il governo del PSOE difende a spada tratta la sentenza e si rifiuta perfino di parlare con le autorità catalane. Se i numeri parlamentari lo permetteranno è altamente probabile che ci sarà un accodo di governo fra il PSOE e il PP e/o Ciudadanos.

Non sono e non saranno tempi facili né per la Catalunya né per la Spagna.

ramon mantovani

pubblicato il 30 ottobre 2019 da TRANSFORM ITALIA

 

L’arroganza del PSOE

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 30 luglio, 2019 by ramon mantovani

 

La mancata formazione di un governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos merita di essere analizzata perché può essere un punto di svolta (negativo) per la politica spagnola, e non solo.

Per capire bene cosa è successo, senza incorrere nell’errore di paragonare impropriamente la situazione spagnola con quella italiana, bisogna considerare le profonde differenze tra i due sistemi politico istituzionali. Ed anche sapere cosa è successo nelle due precedenti tornate elettorali del 2015 e del 2016.

Innanzitutto bisogna sapere che in Spagna il sistema elettorale è proporzionale nelle circoscrizioni provinciali ma, non essendoci una attribuzione dei seggi restanti (e cioè non eletti con quoziente pieno nelle province) in un collegio unico nazionale, è stato nei fatti maggioritario ed ha prodotto il bipartitismo PSOE-PP.

A fare le spese di questo sistema è sempre stata la sinistra radicale che non ha mai avuto la possibilità (anche con percentuali di voto superiori al 10%) di eleggere deputati nella stragrande maggioranza delle province (45 delle 52 circoscrizioni).

Questo sistema ha prodotto nel tempo ben quattro effetti distorsivi della volontà popolare: 1) gli elettori potenziali della sinistra radicale sono stati indotti a votare PSOE in gran parte delle province per non disperdere il voto e non far vincere il PP. 2) la contesa elettorale nei fatti ha avuto come oggetto il governo e non già la formazione di un parlamento rappresentativo. 3) il partito più votato ha, anche con percentuali del 40%, ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi ed ha formato un governo monocolore. “Vincere le elezioni” per decenni ha voluto dire banalmente essere il primo partito. 4) Pur non essendoci il presidenzialismo, nei fatti il capolista a Madrid del partito più votato è storicamente diventato il capo del governo e progressivamente le campagne elettorali sono state di fatto presidenzialiste e ultrapersonalizzate sulla figura del candidato a presiedere il governo.

Vi è poi un’altra peculiarità che è indispensabile tenere in conto per capire gli ultimi avvenimenti. In Spagna il Re, dopo consultazioni con i gruppi parlamentari, nomina un candidato ad essere eletto Presidente del Governo. Ma quest’ultimo si presenta al Congreso de los Diputados senza dover indicare la lista dei ministri e può essere eletto con maggioranza assoluta dei membri in prima votazione o con maggioranza semplice in seconda. Se eletto forma il governo che gli pare e piace senza dover ricevere la fiducia del parlamento. In altre parole può governare in minoranza perché con le astensioni dei piccoli gruppi, che rimangono poi all’opposizione, può ottenere più voti positivi che negativi. La maggioranza dei governi, dalla Costituzione del 78 in poi, sono stati governi monocolori di minoranza. E va aggiunto che secondo la Costituzione è lo stesso Presidente del Governo a poter sciogliere le camere e convocare nuove elezioni. Con un considerevole potere di ricatto nei confronti del parlamento e degli altri partiti.

Negli ultimi anni il sistema bipartitista è entrato in crisi. Per effetto della crisi economica, degli scandali di corruzione del PP ma anche del PSOE, della questione catalana, dell’entrata in scena potente di tre nuovi soggetti (Podemos, Ciudadanos e Vox) il bipartitismo PSOE-PP è passato (sommando i voti dei due partiti) dall’83,81% del 2008 al 45,38% di quest’anno.

Nelle elezioni del dicembre del 2015 il bipartitismo aveva ancora il 50,7%. Il PP era passato dal 44,63% e 186 seggi su 350 del 2011 al 28,71% e 123 seggi. Il PSOE dal 28,76 e 110 seggi al 22% e 90 seggi. Podemos, le liste catalane, valenciane e galiziane ad esso collegate, che si presentava per la prima volta, aveva ottenuto il 20,66% e 69 seggi. Izquierda Unida (senza presentarsi in Catalunya e Galicia perché presente nelle liste locali collegate a Podemos) era passata dal 6,92% e 11 seggi al 3,68% e 2 seggi. Ciudadanos che si presentava per la prima volta aveva ottenuto il 13,94% e 40 seggi. Da notare che se Podemos non avesse sdegnosamente rifiutato la proposta di lista unica fatta da Izquierda Unida avrebbe superato in voti il PSOE (6 milioni e 100mila voti contro 5 milioni e 500mila voti) e probabilmente in seggi collocandosi come seconda forza nel paese.

Il PP, nel corso delle consultazioni del Re rifiutò di esprimere un candidato alla Presidenza del governo in quanto incapace ad ottenere sul nome di Mariano Rajoy voti favorevoli ed astensioni sufficienti ad eleggerlo. Per la prima volta il partito “vincitore” delle elezioni non riusciva a formare il governo. Il PSOE, invece propose al Re, ed ottenne, di candidare Pedro Sanchez. Con 90 seggi su 350 Sanchez, dopo lunghe consultazioni, aprì due tavoli separati di negoziazione. Uno con Podemos e Izquierda Unida e un altro con Ciudadanos (che per tutta la campagna elettorale aveva definito partito di destra e perfino di estrema destra). Con i primi avrebbe avuto 161 seggi (15 voti in meno della maggioranza assoluta) ma si sarebbe assicurato facilmente i voti favorevoli e/o le astensioni sufficienti dei partiti catalani e baschi per formare il governo. Con Ciudadanos avrebbe avuto 130 seggi e gli sarebbero serviti altri 46 voti, impossibili da conquistare.

Podemos e Izquierda Unida avendo insieme più voti (anche se meno seggi) del PSOE proposero di eleggere Sanchez e di formare un governo di coalizione. E Sanchez li attaccò con l’argomento che pensavano alle poltrone ministeriali prima che al programma. Mentre era in corso il negoziato fra PSOE, Podemos e Izquierda Unida Sanchez annunciò all’improvviso che aveva raggiunto un accordo programmatico (fortemente neoliberista) di governo con Ciudadanos, senza specificare se dopo l’elezione del Presidente del governo si sarebbe formato un governo con la presenza di ministri di Ciudadanos.

Naturalmente il negoziato con Podemos e IU si paralizzò e da quel momento il PSOE iniziò una campagna martellante (sostenuto da tutti i mass media) affinché Podemos e IU votassero, insieme a Ciudadanos a favore di Sanchez Presidente con il programma concordato fra PSOE e Ciudadanos. Ovviamente questi negarono il voto e vennero convocate nuove elezioni.

Questo comportamento del PSOE può apparire perfino irrazionale. Ma non lo è affatto. Per il semplice motivo che, come affermerà Sanchez stesso in una storica lunga intervista televisiva, enormi pressioni dei poteri forti gli avevano fatto rinunciare anche alla sola ipotesi di formare un governo con Podemos e IU. E non lo è nemmeno perché la seguente campagna del PSOE, anche questa sostenuta dai mass media più potenti, che porterà alle elezioni del dicembre del 2016 incentrata contro Podemos e IU, e segnatamente contro Pablo Iglesias che “irresponsabilmente” e per “eccessive ambizioni personali” avevano negato il voto ad un governo socialista facendo il gioco del PP funzionerà benissimo. Come funzionerà benissimo l’appello sia del PSOE che del PP al voto utile.

Infatti nel giugno del 2016 si ripetono le elezioni. Il PP passa dal 28% al 33% e da 123 a 135 seggi e il PSOE, che nei sondaggi era sceso molto, conferma il 22% e passa da 90 a 85 seggi. Unidos Podemos passa dal 24,33% (sommando Podemos e IU) al 21,1% e mantiene i suoi 71 seggi.

Questa volta il PP presenta la candidatura di Rajoy e non essendoci nessuna alternativa possibile, nel PSOE scoppia il finimondo. Nel partito i vecchi più importanti dirigenti, ministri e primi ministri (quasi tutti ben collocati in consigli di amministrazione di banche e imprese multinazionali) insieme alla maggioranza di dirigenti locali del PSOE defenestrano da segretario Sanchez che non ne vuole sapere di far astenere il PSOE per permettere il governo del PP. Ciudadanos appoggia l’elezione di Rajoy senza entrare al governo e il PSOE alla fine si astiene con qualche dissidente. Sanchez il giorno prima del voto si dimette anche da deputato per non astenersi.

In seguito Sanchez da battaglia nel partito e con un profilo nettamente di sinistra vince le primarie contro la candidata sostenuta dalla direzione del partito, Susana Diaz, che da Presidentessa del Governo andaluso aveva poco tempo prima rotto il governo con Izquierda Unida per formarne uno con Ciudadanos.

Il PSOE, con un segretario fuori dal parlamento che mantiene a parole un profilo di sinistra, tenta in tutti i modi di resuscitare una dialettica propria del bipartitismo. Lo fa anche accusando il PP di aver provocato la crisi catalana, dicendo che la Spagna è un paese plurinazionale e che i problemi politici non si risolvono attraverso la via repressiva e giudiziaria. Il giorno dopo del referendum di autodeterminazione autoconvocato unilateralmente dal parlamento catalano, e sul quale si abbatte, come è noto, una violentissima repressione, il PSOE annuncia la presentazione di una mozione di censura, che non verrà mai presentata, contro la Vice Presidentessa del governo di Rajoy, responsabile della gestione del problema catalano. Inoltre il PSOE parla apertamente di abrogazione della legislazione sul lavoro promulgata dal PP. Insomma, pare che il PSOE di Sanchez abbia fatto davvero una svolta a sinistra mentre il PP e Ciudadanos si radicalizzano a destra. Ma poi il PSOE appoggia il PP nell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che scioglie il parlamento catalano, destituisce il governo indipendentista e commissaria tutte le istituzioni catalane. Su tutto questo Unidos Podemos si oppone. Pur criticando l’unilateralismo degli indipendentisti catalani giudica abusiva l’applicazione dell’articolo 155 e la repressione che ne segue. Considera i detenuti del governo catalano e i profughi inseguiti da mandati di cattura come perseguitati politici e ribadisce la storica posizione della sinistra spagnola favorevole ad uno stato federale e al diritto all’autodeterminazione dei catalani. Nel giugno del 2018, dopo un tentativo fallito di Unidos Podemos, il PSOE presenta una mozione di censura contro il governo di Rajoy a seguito di una sentenza giudiziaria che condanna il PP come partito per numerosi casi di corruzione. Nell’ordinamento spagnolo questa mozione di censura equivale a una mozione di sfiducia costruttiva. Se approvata provoca la caduta del governo ed automaticamente entra in carica un nuovo governo con presidente del consiglio indicato nella mozione stessa. Agli 85 deputati del PSOE si aggiungono, senza negoziare nessuna condizione, quelli di Unidos Podemos e quelli di tutti i partiti catalani e baschi. E’ così che per la prima volta in Spagna si forma un governo di minoranza con soli 85 seggi di supporto e con un Presidente che non è deputato. Sanchez annuncia tre cose che sembrano lasciare ben sperare circa le intenzioni del governo: 1) rimozione entro l’estate della salma del dittatore Francisco Franco dal mausoleo del Valle de los Caidos e rivitalizzazione della legge sulla memoria storica; 2) una serie di provvedimenti sociali per combattere la precarietà e per redistribuire il reddito; 3) avvio di un negoziato politico con il nuovo governo catalano indipendentista scaturito dalle elezioni catalane convocate d’autorità dal governo del PP nel dicembre del 2017.

Unidos Podemos propone ed ottiene dal PSOE la elaborazione negoziata di una serie di misure sociali nettamente di sinistra, sia da promulgare per decreto sia da raccogliere nella prossima legge di bilancio.

Ma le cose si complicano. Franco resta dov’è. Quel che doveva essere fatto in poche settimane a due anni di distanza è ancora in forse. Si verifica così quanto sia intriso di franchismo l’apparato giudiziario e statale. Nell’ultima sentenza del Tribunale Supremo che sospende, su ricorso degli eredi, la rimozione del cadavere del dittatore, si definisce Franco come capo dello stato spagnolo dall’ottobre del 1936. E cioè dall’inizio del colpo di stato contro la legittima Repubblica.

Dei provvedimenti concordati fra PSOE e Unidos Podemos per iscritto vede la luce unicamente l’aumento del salario minimo. Gli altri o rimangono nel cassetto o vengono promulgati come decreti in forma riduttiva. È il caso, per esempio, della regolazione degli affitti. Si prolungano i contratti da 3 a 5 anni ma non si mette nessun limite agli aumenti.

Sulla questione catalana effettivamente il governo di Sanchez avvia conversazioni con il governo catalano. Ma si tratta di un dialogo fra sordi nel quale il governo non fa nessuna proposta concreta per superare in positivo la situazione.

In occasione della discussione della legge di bilancio, che necessita dei voti dei partiti indipendentisti catalani e dei partiti baschi sia moderati come il Partito Nazionalista Basco sia di estrema sinistra indipendentista come EH Bildu, Sanchez si impegna ad avviare un vero negoziato con il governo catalano ed accetta che sia accompagnato da una sorta di mediatore. Ma quando i tre partiti di destra PP, Ciudadanos e Vox convocano una manifestazione nazionale a Madrid, il PSOE torna sui suoi passi e annulla il negoziato con il governo catalano prima ancora che sia cominciato.

A questo punto la legge di bilancio viene bocciata perché i partiti catalani votano contro e Sanchez, che ne ha l’autorità, scioglie il parlamento e convoca le elezioni anticipate.

Come si può ben vedere il PSOE di Sanchez tende a presentarsi come partito rinnovato e con posizioni di sinistra, aperto alla collaborazione con Unidos Podemos e al dialogo con i partiti catalani e baschi, ma nei fatti non realizza gli impegni presi e ad ogni passaggio decisivo pretende il sostegno gratuito e senza condizioni al suo governo di minoranza. Se Unidos Podemos o i partiti indipendentisti si permettono di pretendere l’applicazione degli accordi solennemente firmati vengono attaccati come irresponsabili e complici del gioco delle destre. Non si tratta, a mio modesto parere, solo di arroganza, che pure c’è, da parte di Sanchez e del PSOE. Si tratta dei condizionamenti potenti sia dei poteri forti economici contrari alla collaborazione del PSOE con Unidos Podemos, sia degli apparati dello stato, a cominciare dalla monarchia, contrari a qualsiasi ipotesi di soluzione negoziata con il governo catalano.

Non è un caso che siano venuti alla luce recentemente le trame di quelle che in Spagna sono chiamate “le fogne dello stato” e che potremmo definire come apparati deviati, dediti a fabbricare prove false contro Podemos per finanziamenti iraniani e a diversi esponenti dell’indipendentismo catalano per corruzioni e conti esteri inesistenti.

È così che si arriva alle ultime elezioni. I risultati sono noti. Il PSOE cresce fino al 28,68% e 123 seggi. Il PP cala fino al 16,70 e 66 seggi. Ciudadanos sale al 15,86 e 57 seggi. Unidas Podemos cala al 14,31 e 42 seggi. VOX entra in parlamento con il 10,26 e 24 seggi. I due partiti indipendentisti catalani passano da 17 a 22 seggi e quelli baschi da 7 a 10 seggi.

Il risultato del PSOE è un buon risultato, soprattutto se comparato con il precedente, ma non è certo un risultato che gli permette di poter governare da solo. Del resto lo stesso Sanchez in campagna elettorale aveva più volte detto che era apertissimo a formare un governo insieme a Unidas Podemos e aveva nuovamente promesso il dialogo con la Catalunya.

Ciò nonostante, dopo aver ricevuto l’incarico dal Re, Sanchez si comporta nei confronti di Unidas Podemos in modo a dir poco inqualificabile. Rifiuta di aprire un negoziato sul programma e sulla composizione del governo. Secondo Sanchez si deve discutere solo del programma perché poi il governo deve essere coeso e monocolore. Poi propone un governo di “collaborazione”, e cioè un governo nel quale Unidas Podemos può indicare qualche personalità indipendente e gradita ovviamente anche al PSOE. Per giustificare il veto a ministri di UP Sanchez sostiene che su questioni economiche e soprattutto sulla questione catalana UP non è affidabile e potrebbe creare troppo gravi difficoltà al governo. Come a dire che sulle questioni dove le differenze fra PSOE e UP sono consistenti non si può mediare e bisogna applicare la linea del PSOE. Poi, quando accetta di comporre il governo con UP, pone il veto a Iglesias. Poi quando Iglesias annuncia di rinunciare alla personale presenza nel governo il PSOE offre a UP ministeri senza deleghe e senza capacità di spesa consistenti. Quando UP insiste per avere ministeri più importanti Sanchez dice che i ministeri “di stato” (difesa, economia, interni, esteri e giustizia) e altri come lavoro e fisco, non sono negoziabili con UP. Alla insistenza di UP per il ministero del lavoro Sanchez risponde che sarebbe sgradito alla CEO (Confindustria).

Contemporaneamente Sanchez, chiede al PP e a Ciudadanos che si astengano e permettano la formazione di un governo monocolore di minoranza del PSOE. Chiede cioè che facciano ciò che aveva fatto due anni prima il PSOE, e al quale lui si era opposto arrivando a dimettersi da deputato.

La sessione parlamentare di “investidura”, e cioè di elezione del Presidente del governo, viene convocata a negoziati aperti e alla fine si svolge senza alcun accordo previo. Alla prima seduta e votazione, che richiede la maggioranza assoluta, Sanchez insiste con UP affinché vengano accettate condizioni capestro e soprattutto insiste più volte con Ciudadanos e PP, nonostante questi lo accusino di voler formare un governo con populisti, comunisti, golpisti e filoterroristi per distruggere la nazione spagnola, per ottenere il loro appoggio in forma di astensione al fine di evitare elezioni anticipate.

La prima votazione si conclude con 124 voti a favore di Sanchez (uno in più di quelli del PSOE, del Partito Regionalista Cantabrico), 170 voti contro delle destre, indipendentisti catalani ed altri minori, e 52 astenuti di UP e dei due partiti baschi.

I due giorni che separano la prima dalla seconda votazione scorrono con intensi negoziati fra PSOE e UP. Ma si va al voto senza accordo. L’ultimo tentativo di UP in extremis, per ottenere almeno la competenza parziale sulle questioni del lavoro, viene sdegnosamente rifiutato.

UP decide di votare astenuto dopo aver preso in considerazione anche il voto contrario e Esquerra Republicana de Catalunya passa dal voto contrario al voto di astensione. Entrambe le forze lo fanno per evitare (inutilmente) di essere accusati di votare insieme alle destre e soprattutto per segnalare la necessità di continuare la trattativa in vista di una successiva sessione di “investidura” che secondo l’ordinamento si deve svolgere entro due mesi dalla prima votazione, trascorsi i quali il parlamento sarà sciolto automaticamente.

Non dovrebbe essere difficile capire quanto sbagliato sia descrivere questa situazione secondo i canoni italiani, come ha fatto certa stampa italiana, e segnatamente addossando tutta la responsabilità di eventuali elezioni anticipate all’”estremismo” di Unidas Podemos.

Il PSOE e il suo segretario Pedro Sanchez hanno dimostrato ancora una volta di far parte del problema e non della sua soluzione.

Pretendere di governare in minoranza con 128 seggi su 350 contando sull’appoggio esterno di UP e sull’astensione dei partiti baschi e catalani, dopo aver dichiarato inaffidabile UP (che pure ha la metà dei voti del PSOE) per le sue legittime posizioni sulla politica economica e sociale e per la questione catalana senza offrire su questa nessuna soluzione politica,  e/o contare anche sull’astensione di PP e Ciudadanos può significare solo due cose: tentare di ottenere in settembre un governo monocolore di minoranza o puntare nei fatti ad elezioni anticipate.

Sicuramente Unidas Podemos insisterà per un governo di coalizione con un programma di sinistra. Le dichiarazioni di questi giorni del PSOE sembrano escluderlo categoricamente. Ma ci sono due fattori che potrebbero portare il PSOE a mutare di avviso. Tutti i sondaggi successivi alle elezioni hanno dato il PSOE in forte ascesa ma al contempo dicono anche che gli elettori del PSOE vorrebbero un governo di sinistra con UP. Bisognerà vedere cosa dicono i sondaggi che si faranno nei prossimi giorni dopo i due voti falliti in parlamento. Ed in ogni caso bisognerà attendere gli esiti delle pressioni dei poteri forti sul PP e sul recalcitrante Ciudadanos affinché favoriscano un governo di minoranza del PSOE.

Anche in UP Podemos si apre una discussione complicata. Se il PSOE non scende a più miti consigli è meglio permettere un governo di minoranza del PSOE, incalzandolo con la mobilitazione popolare, o è meglio votare contro insieme alle destre, provocando elezioni anticipate nelle quali non si sa cosa potrebbe succedere? Non va dimenticato che le tre destre hanno insieme oggi gli stessi voti di PSOE e UP.

Si tratta del solito dilemma per la sinistra radicale. Qualsiasi cosa si faccia si sbaglia. Nel senso che comunque si paga un prezzo alto. E non esistono scorciatoie né invenzioni miracolose per evitare questo problema. Che è intrinseco a sistemi istituzionali ed elettorali che penalizzano le forze che vogliono mettere in discussione il sistema e non semplicemente amministrarlo accettandone le regole di mercato e i condizionamenti dei poteri forti.

Ovviamente si può discutere degli errori commessi da UP e da Iglesias nel corso del negoziato. Si può farlo all’infinito e si possono avere posizioni contrapposte in merito. Ma discuterne con l’idea che si sarebbe potuto ottenere un buon accordo con questo PSOE o che la rinuncia ad entrare al governo avrebbe salvaguardato la buona immagine di UP come partito disinteressato alle poltrone sarebbe una discussione per fuggire dalla realtà. Né in un caso né nell’altro UP avrebbe conquistato leggi e provvedimenti per le classi subalterne. L’intenzione del PSOE di non mettere in discussione la politica economica dominante, né la monarchia erede della dittatura, né la forma dello stato fondata sul nazionalismo spagnolo escludente verso le altre nazioni che abitano la Spagna è un dato di fatto. Che non si può rovesciare con qualche mossa tattica, o fingendo di aver ottenuto una svolta inesistente, o cercando semplicemente di salvare la propria immagine.

Inoltre in settembre è attesa la sentenza del Tribunal Supremo nel processo ai membri incarcerati del governo catalano, che l’accusa vorrebbe condannati come se avessero organizzato un colpo di stato e un’insurrezione armata.

La sentenza provocherà un terremoto. Il PSOE lo sa. E se la sentenza precederà la nuova sessione parlamentare di investidura dai partiti catalani e da almeno uno dei due baschi, EH Bildu, il PSOE non potrà più aspettarsi nessun voto di astensione.

Allo stato, quindi, la cosa più probabile sono le elezioni anticipate. Con un PSOE che accuserà tutti gli altri di esserne i responsabili, che lancerà continui appelli al voto utile e che proporrà nel programma una riforma costituzionale che garantisca al partito più votato di poter governare comunque in minoranza, come ha già anticipato Sanchez nel recente dibattito parlamentare.

Non è una bella prospettiva né per la sinistra spagnola né per la sinistra europea che ha sperato, con un evidente eccesso di ottimismo, che in Spagna si potesse finalmente aprire una nuova strada per cominciare a rimontare la china.

ramon mantovani

pubblicato su www.rifondazione.it e su www.transform-italia.it il 29 luglio 2019

Serve a qualcosa votare Potere al Popolo?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 26 febbraio, 2018 by ramon mantovani

È utile il voto il 4 marzo?

Nel sistema politico istituzionale italiano verrebbe da dire di no.

Il motivo principale per dire di no è (e non è un paradosso) il sistema elettorale fondato proprio sul cosiddetto “voto utile”.

In questo sistema è effettivamente utile votare se si considera, si crede o si spera, che il voto serva a scegliere il governo fra opzioni apparentemente diverse ma sostanzialmente identiche su alcune questioni fondamentali: il primato del mercato su tutto, un’idea della società fondata sull’individualismo e sulla competizione, la politica estera e, infine, una concezione della politica ultrapersonalizzata, spettacolare e litigiosa.

Ogni problema sociale reale è evocato nella continua rissa consumata nei media, nei talk show televisivi come sui social network, in modo strumentale e demagogico senza mai proporre realisticamente programmi e alleanze sociali e politiche per rimuoverne le vere cause e per trasformare la realtà.

Ai cittadini, ridotti a consumatori passivi, non resta che essere tifosi di questo o quel leader. Che il leader scelto vinca o perda non cambierà una virgola la loro condizione sociale, di lavoro e di vita.

Persino i più informati, ma sarebbe più giusto dire i più disinformati, che non esprimono il voto per mero tifo bensì sulla base di calcoli e previsioni dedotte da sondaggi e da continue illazioni sulle reali intenzioni dei leader, sono indotti a scegliere il meno peggio, a votare per far perdere un leader piuttosto che farne vincere uno proprio che non hanno, o a “sperare” irrazionalmente che qualche promessa elettorale abbia un seguito.

Dall’Italia della Repubblica Parlamentare, con il sistema elettorale proporzionale, con il quale votava il 90 % degli elettori e con 7 o 8 partiti in parlamento, nella quale una rivendicazione sociale o civile poteva essere conquistata da partiti collocati all’opposizione a dispetto del partito egemone nel governo, siamo passati all’Italia del primato del governo sul parlamento, con decine di partiti e partitini dediti al trasformismo più osceno, con una partecipazione al voto costantemente in calo e che in regionali e amministrative ormai è di poco più della metà degli aventi diritto al voto.

La combinazione delle leggi elettorali degli ultimi 25 anni e la trasformazione del dibattito pubblico ed elettorale in uno spettacolo osceno, confuso, rissoso e soprattutto demagogico e superficiale, ha pressoché cancellato la possibilità di votare sulla base di interessi di classe e sociali rappresentanze dotate del potere effettivo di trasferire nelle istituzioni il conflitto in modo efficace ed anche vincente.

Tutto ciò è avvenuto sulla base di una sconfitta sociale, politica e culturale, delle classi subalterne che si è prodotta negli ultimi 35 anni e che ha ridisegnato istituzioni e poteri sulla base degli interessi dei vincitori.

Oggi è impossibile sperare di controvertere questa situazione con il voto in una tornata elettorale.

Quindi, per chi si proponga di conquistare obiettivi di lotta trasformatori della realtà, interrogarsi sulla reale utilità del voto è legittimo.

Ma, per quanto legittima, questa domanda necessita di una risposta articolata e complessa. Non di una ulteriore semplificazione.

Il non voto banalmente non risolve nessuno dei problemi. E non funziona nemmeno come protesta giacché il sistema attuale cerca esattamente la non partecipazione al voto proprio dei settori sociali e politicamente coscienti della vera natura dei problemi che affliggono il paese.

In molti paesi indebitamente considerati democratici, come gli Stati Uniti d’America, tutto questo è più che evidente.

Che fare, dunque?

Secondo il mio modestissimo parere bisogna, per prima cosa, avere coscienza della realtà e dismettere illusioni, suggestioni e speranze infondate.

Senza questa coscienza è inevitabile essere risucchiati dalla logica del sistema, deludendo le aspettative infondate e ignorando le pur possibili cose positive che si possono fare realisticamente.

In altre parole più esplicite, se si pensa che quel che conta è avere una lista che dice di essere di sinistra, come Liberi e Uguali, che possa aspirare a un risultato utile a battere la “deriva” di Renzi e a condizionare effettivamente un eventuale governo di centrosinistra la delusione che ne deriverà sarà totale. Ovviamente delusione per gli elettori sinceramente di sinistra e non per gli aspiranti a un seggio. Del resto il PD di Bersani e la SEL di Vendola alle scorse elezioni presentarono una “Carta degli intenti” che tradiva lo stesso referendum sulla pubblicità della gestione dell’acqua, che santificava ogni trattato europeo, che prevedeva un’alleanza con Monti e così via. Carta degli intenti scritta con linguaggio ermetico ed imbroglione proprio per ingannare consapevolmente gli elettori.

Da dieci anni il Partito della Rifondazione Comunista insiste, in gran parte inascoltato, sulla necessità di mettere al centro le lotte, le esperienze di mutualismo e di resistenza, le analisi crude sullo stato dei rapporti di forza reali in Italia e in Europa, per produrre l’unità sufficiente a portare contenuti antiliberisti dentro le istituzioni senza coltivare l’illusione di poterli realizzare in alleanza col centrosinistra. E con la consapevolezza che solo ed esclusivamente il conflitto sociale, l’unità dei movimenti di lotta e una battaglia culturale seria e approfondita possono rendere utile una rappresentanza parlamentare nel lavoro di costruzione di un fronte sociale e politico, che in tempi medio lunghi possa proporsi obiettivi più avanzati.

I tentativi fatti fino ad ora in questa direzione sono sostanzialmente falliti. Io credo, e ne sono convinto profondamente, soprattutto per la mancanza della consapevolezza della natura del sistema oggettivamente impermeabile al conflitto sociale e per la perniciosa illusione, di alcune forze come SEL ma anche di moltissimi militanti dei movimenti di lotta, che esista una scorciatoia elettorale in grado di controvertere i rapporti di forza sociali e l’egemonia del pensiero unico liberista.

Il fallimento del Brancaccio è solo l’ultimo episodio.

Ma si può dire sinceramente e senza tema di smentita che la lista “Potere al Popolo” non è la semplice risulta ristretta dei fallimenti precedenti.

Si è condensata sufficientemente in questa lista la consapevolezza necessaria ad affrontare la battaglia senza illusioni e senza vendere fumo ai potenziali elettori.

Raccoglie programmaticamente i contenuti dei movimenti di lotta sindacali, sociali, civili e culturali più avanzati. È un primo passo significativo per costruire una unità dei tanti conflitti e movimenti che attualmente sono dispersi, isolati e a volte condannati all’autoreferenzialità proprio dalla mancanza di una mera rappresentanza politica.

Funziona democraticamente e può trasformarsi in una forza politica stabile, plurale per composizione politica e sociale, che dia protagonismo ai tanti e tante militanti di sinistra dispersi e delusi come a quelli organizzati sulla base del principio una testa un voto, e con misure utili ad impedire la formazione di ceti politici separati.

Il superamento dello sbarramento è un obiettivo arduo e molto difficile. Ma la mobilitazione e la coesione dimostrata nella raccolta delle firme oltre alla chiarezza politica, senza stupidi estremismi parolai e iperboli politiciste, dell’immagine costruita in campagna elettorale (anche grazie all’ottimo lavoro svolto dalla portavoce Viola Carofalo) la rendono non impossibile.

In ogni caso, qualsiasi sia il risultato elettorale, sono state poste le basi per una possibile inversione di tendenza. Per una prospettiva di lungo periodo.

Il voto a Potere al Popolo è un voto antisistema nel senso pieno del termine.

È un voto di coerenza e fedeltà a contenuti e movimenti di lotta che esistono e possono aspirare ad essere egemoni.

È un voto che esprime un moto liberatorio che dice basta!

La sua è un’utilità limitata.

Ma è un’utilità vera.

ramon mantovani