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Intervista sulla mozione parlamentare dell’Unione sulle missioni militari.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , on 15 luglio, 2006 by ramon mantovani

Intervista al deputato di Rifondazione che ha condotto le trattative con l’Unione.

Ramon Mantovani: «Una mozione

che cambia la politica internazionale».

di Stefano Bocconetti

Il Transatlantico della Camera

sembra piazza del Popolo

a ferragosto. Una manciata di

giornalisti, cinque deputati.

Fra questi, Ramon Mantovani.

Ha condotto per Rifondazione

la trattativa sulla mozione che

accompagnerà il disegno di

legge sulle missioni militari.

Quattro, cinque pagine. Che

gira e si rigira fra le mani, che cita

continuamente. Sembra

soddisfatto, insomma.

Prima di sapere come è andata,

una premessa. Ma serve

davvero una mozione? Non è

un po’ come quei bei documenti

delle commissioni bicamerali

di demitiana memoria?

Quando una maggioranza

non riusciva a mettersi

d’accordo e rinviava tutto a

qualche pamphlet, pieno di

buone intenzioni. Non è così?

No, non credo proprio che

sia così.

Perché?

Perché una mozione è uno degli atti fondamentali di indirizzo

dell’attività di governo.

Chiunque però potrebbe

citare decine di mozioni poi

disattese dai governi.

E anche questo non è esattissimo.

Perché una mozione si

divide in due parti. C’è una premessa,

una sorta di analisi, dove

ci sono valutazioni politiche.

E c’è poi il dispositivo. Che

è vincolante per l’attività di un

esecutivo. E’ vero che spesso

altre mozioni sono state disattese.

Ma nel testo c’era l’escamotage:

c’era scritto che il governo

si “impegnava a valutare

l’opportunità” di fare una certa

cosa. Stavolta non è così. Ci sono

impegni. Che vanno mantenuti.

E siamo alla mozione.

Com’è?

In due parole: su tutta la vicenda,

è evidente che si sia arrivati

ad un compromesso. Sicuramente

c’è un compromesso,

però la mozione è molto

più chiara di quanto non lo

possa essere il disegno di legge

sulle missioni militari.

In che senso?

Perché il disegno di legge dice

solo quanti soldi servono per

far tornare i militari dall’Iraq e

quanti ne servono per quelli in

Afghanistan. Non c’è altro.

In quelle pagine che stringi

in mano invece che c’è di più?

C’è molto, c’è tanto di più.

La prima cosa, la più importante?

Ce ne sono tante di importanti.

Però se vuoi credo che

molto rilevante sia l’affermazione

che il governo si impegna

a proporre nelle sedi internazionali

una riflessione sui risultati

della missione in Afghanistan.

Di più: si impegna a

proporre una discussione sulla

possibilità di “superare” – questo

è proprio il verbo scelto: superare

– l’Enduring Freedom.

E non è poco, ti assicuro che

non è poco.

Quindi,un testo che ti piace?

Ti ripeto: il disegno di legge

sul ritiro dall’Iraq e sulla missione

in Afghanistan è sicuramente

un compromesso.

Sufficiente ma che non ci

soddisfa appieno. La mozione

invece ha parti davvero

molto avanzate. E, attenzione,

la mozione riguarda l’intera

politica internazionale

del nostro paese sulle missioni

militari.

Cambia come?

Ti faccio un esempio, così

ci intendiamo meglio.

Sai che dal gennaio 2007, l’Italia

farà parte del consiglio di sicurezza

dell’Onu. Bene, grazie a

questa mozione, il governo italiano

chiederà che l’organizzazione

delle Nazioni Unite si doti

di una propria forza militare,

sotto il comando del segreteriato

generale. Ed è una richiesta

assolutamente dirompente.

L’Onu aveva previsto fin dal

suo atto costitutivo la possibilità

di dotarsi di propri uomini

e mezzi da usare come forza di

polizia internazionale. C’era

nella sua costituzione ma non

si è mai realizzata. Utilizzando

una norma transitoria, l’Onu

di volta in volta, quando è impegnata

in missioni di pace,

deve chiedere ai vari paesi di

fornire le truppe. Una

situazione che va benissimo

all’America, alla Nato. Perché

appunto sono i potenti del

mondo a decidere dove impegnarsi.

Per questo, ti ripeto, è

una novità straordinaria. Avversata

nel mondo dagli Stati

Uniti, ma avversata con forza

anche in Italia.

Avversata dalla destra?

No, non solo. E non penso di

svelare chissà quale segreto se

ti racconto che proprio su questo

punto della mozione, da

parte del nostro governo – diciamo

dalle forze che sono prevalenti

nella maggioranza – c’è

stata molta ostilità. E’ stata una

trattativa dura, ma nel testo c’è

questo passaggio, ed è importante

che ci sia.

“Caschi blu”, allora. E’ questa

la nuova politica internazionale?

Non solo. Un paragrafo dopo è

disegnata quella che dovrà essere

la filosofia del governo dell’Unione.

Dove si dice che il nostro

esecutivo darà la priorità alla

prevenzione, si impegna ad accompagnare

i processi di pace,

si farà protagonista, insomma,

sulla scena internazionale perché

non si ricorra mai più alle

armi.

In questo caso, però, si può

dire che si tratta di parole?

Parole? A me pare che dall’inizio

degli anni ’90, tutti i paesi occidentali

abbiano fatto ricorso

alle missioni militari come unico

strumento di intervento nella

politica internazionale. L’hanno

fatto tutti, Italia compresa. Mi

pare che si possa tranquillamente

parlare di ribaltamento

della vecchia logica.

Per capire, non ci potrà essere

un altro Kosovo?

Questa mozione lo esclude.

Anche se – bisogna dire pure

questo – un altro Kosovo, un’altra

guerra assolutamente illegittima,

fatta al di fuori da qualsiasi

copertura delle Nazioni Unite,

viene esclusa anche dal programma

dell’Unione. Quello

sottoscritto da tutti i partiti della

coalizione.

Insomma, si ritorna all’articolo

11 della costituzione. Non

è così?

Sì, il rispetto dell’articolo 11

pervade tutta la mozione.

E sulla vicenda di codici di

guerra?

Ho visto che sui giornali s’è

fatta un po’ di confusione. Come

sai il governo Berlusconi ha

imposto, per i soldati italiani in

Iraq e in Afghanistan, l’obbligo

di sottostare al codice militare

di guerra. Che per esempio, impone

molti vincoli ai giornalisti.

Qualcuno dovrà spiegare

prima o poi come sia possibile

che spedizioni spacciate per

missioni di pace debbano sottostare

a leggi di guerra, ma ormai

è una domanda che riguarda

il passato. Naturalmente,

esattamente come avevamo

chiesto nella passata legislatura,

si ripristinerà subito il codice

di pace. I capigruppo della

maggioranza nelle commissioni

Esteri e Difesa, tutti i capigruppo,

firmeranno un emendamento

che sarà accolto dal

governo, ed entrerà nel disegno

di legge.

Prima parlavi di difficoltà incontrate

a scrivere questo documento.

Vedi, più che difficoltà resistenze

sui singoli punti, che non

credo interessino più di tanto….

Forse però vanno raccontate.

Se ti interessa posso dirti che

la mozione dice esplicitamente

che l’invasione dell’Iraq è avvenuta

al di fuori della legalità internazionale.

La Rosa nel Pugno

voleva che fosse aggiunta una

frase per cui si diceva che dopo

l’illegalità internazionale era arrivata

la copertura del’Onu. Ma

questa frase non è stata accettata,

perché non è vera.

Prima parlavi di difficoltà generali.

Te la faccio breve. Un mese fa,

qualcuno, qualche partito, si è

opposto al varo della mozione.

Ora, invece, a lavoro concluso,

sappiamo che fa fare un passo

avanti importante alla discussione.

Perché anche il giudizio

sulle missioni diventa un’altra

cosa, se lo metti “dentro” questi

impegni. Impegni, te le ripeto

per l’ennesima volta, vincolanti

per D’Alema. Il disegno di legge

si può valutare meglio se lo metti

dentro questo disegno, questo

nuovo disegno della politica

estera italiana.

Dunque tu voterai sì in tutta

tranquillità?

Ti rispondo molto sinceramente:

sì. Da deputato di Rifondazione,

da militante del movimento

pacifista. Il compromesso

sull’Afghanistan è così e così,

ma da sei. Sufficiente, insomma.

La mozione, per tanta parte, è

buona, in qualche punto addirittura

avanzatissima. Sì, voterò convinto.

Pubblicato su Liberazione il 15 luglio 2006

Intervista sulle missioni militari.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno, 2006 by ramon mantovani

Ramon Mantovani, in una intervista a Liberazione, spiega la posizione di Rifondazione e mette dei paletti per D’Alema
e Prodi. Vanno ridiscusse tutte le missioni italiane all’estero, nel governo e coi movimenti, senza decisioni precostituite.

Afghanistan, il Prc avverte Prodi: si decide solo col consenso di tutti.


di Anubi D’Avossa Lussurgiu


Le Commissioni Esteri di
Camera e Senato, riunite,
hanno ascoltato ieri il
ministro Massimo D’Alema. Al
cuore della dibattito che s’è sviluppato
in quella sede parlamentare
è risaltato il tema della
missione più onerosa e più contestata
fra quelle militari italiane
all’estero, dopo l’avvio del ritiro
dall’Iraq: la presenza nel
contingente multinazionale in
Afghanistan. A interloquire per
Rifondazione comunista-Sinistra
europea con D’Alema è stato
il deputato Ramon Mantovani.
E a lui abbiamo chiesto di approfondire
il confronto di posizioni,
diverse, emerso ieri.

Il ministro degli Esteri ha sostenuto,
in sostanza, che l’impegno
militare italiano nella
missione afghana è indispensabile,
e poi che ne vanno comunque
discusse le «difficoltà». Cioè?

D’Alema ha detto, precisamente,
che la missione militare
italiana non è in discussione e
che la comunità internazionale
la ritiene indispensabile. Io ho,
su questo, dichiarato il nostro
disaccordo ed ho sostenuto che
noi non la riteniamo affatto indispensabile;
e ho al contempo espresso
apprezzamento per il
fatto che il ministro ha contestualmente
parlato di «punto di
crisi» della missione militare e
della necessità di rispondere
con la politica alle «ragioni di
difficoltà» prodotte dall’intervento
militare in Afghanistan.
Proprio per questo è necessario
ridiscutere della missione.

Ma è una discussione da
cui, secondo D’Alema, resta
fuori l’impegno alla presenza
militare…

Infatti la mia risposta è stata
ed è che noi reiteriamo la proposta
che la missione si ridiscuta,
nel governo.


Una discussione prioritaria
sull’Afghanistan, o il confronto
generale accettato nel vertice
parlamentare dell’Unione sulla
politica estera e le missioni?

Il dispositivo è quello che
abbiamo già indicato e che è
stato condiviso, appunto, tra i
gruppi parlamentari dell’Unione.
Noi abbiamo chiesto
precisamente una ridiscussione
di tutte le missioni all’estero:
sia quelle rispetto alle quali,
nelle passate legislature, abbiamo
espresso voto contrario,
sia quelle per le quali abbiamo
votato a favore. Tutte.

Che rapporto c’è, concretamente,
fra questa ridiscussione generale e la votazione sul
rifinanziamento delle missioni,
in scadenza il 30 giugno?

Bisogna che il governo, prima
di promulgare i decreti di proroga
delle missioni, discuta al suo
interno su questo punto. Del resto,
come ho ricordato a D’Alema,
la coalizione di governo è
multilaterale: e può quindi funzionare
solo con la ricerca del
consenso. Ciò significa che laddove
ci sono posizioni differenti
bisogna ricercare una mediazione
e un accordo. A meno che non si voglia la
reiterazione,
in sede parlamentare,
delle
differenti posizioni
di partenza.
In altre
parole, non esistono opzioni indiscutibili.


Che sbocco deve avere,questa
discussione?

Abbiamo proposto, nella riunione
dei capigruppo della
maggioranza, che ci sia una
mozione parlamentare: una
mozione che interverrà su tutto
il complesso e su ognuna delle
missioni. Questa proposta è
stata accettata all’unanimità da
tutte le forze dell’Unione.

Però c’è il Pdci che isola la
questione afghana, ne fa un
discrimine e parla della mozione
come di un «pannicello
caldo»…

Nelle riunioni si dichiarano
d’accordo e alla stampa parlano
di pannicello caldo. Comunque
considero sbagliata e minimalista
la posizione espressa dal Pdci,
particolarmente nel dibattito
con D’Alema. Cossutta ha dichiarato
in questa sede «perplessità» sulla missione in Afghanistan e ha poi pronunciato
la seguente frase: «Ma non faremo
mancare il voto di fiducia al
governo». Noi abbiamo chiesto che si discuta
delle missioni militari alla luce del programma di governo e dell’ispirazione multilaterale e multipolare che vi è presente. Noi pensiamo
che l’Unione debba funzionare con il consenso e dunque con accordi condivisi da tutti.
La posizione del Pdci invece è: lasciateci dire che voteremo contro, lasciateci fare la nostra
propaganda, tanto poi voteremo la fiducia. Non esiste posizione più subalterna alle posizioni
più di destra nell’Ulivo.


Tornando a D’Alema: ai giornalisti
ha detto, a margine del
dibattito nelle commissioni,
che l’impegno militare italiano
in Afghanistan «potrà avere un
certo incremento». Ti risulta?

E’ strano che il ministro
D’Alema davanti alle commissioni
riunite non abbia detto
alcuna di queste parole. Voglio
sottolineare che si tratta di
qualcosa cui noi siamo contrari,
drasticamente.

Intanto, il presidente Prodi
ha a sua volta ribadito,da Berlino,
la formula per cui la missione
«non è in discussione».

Commento così: mi meraviglierei
molto che un decreto su
questo argomento, emanato
dal governo, non prevedesse
una discussione collegiale nel
governo stesso.

Ecco: ma che vuol dire «discussione
nel governo»? Investe
o no la coalizione e la maggioranza?


Noi chiediamo una discussione
collegiale articolata in
questi tre ambiti: Consiglio dei
ministri prima delle promulgazione
dei decreti di proroga,
partiti dell’Unione, maggioranza
del Parlamento. E’ nell’intreccio
fra queste tre istanze
che bisogna cercare il consenso.
Per dirla in altri termini,
tutti sanno che noi siamo stati
contrari a diverse missioni militari
e abbiamo chiesto quindi
una ridiscussione su tutte e su
ognuna: questa ridiscussione,
ora, dev’essere fatta con il metodo
della ricerca del consenso.
Dunque non può esistere
una concezione per cui ci sono
decisioni alle quali poi la maggioranza
sia chiamata ad obbedire.

Fuori dall’ambito governativo
e parlamentare,c’è anche
la voce di quella gran parte di
popolazione che ha espresso
posizioni chiare contro le politiche
di guerra. E l’ultimo appello
politico unitario dei soggetti
e delle reti del movimento
per la pace – primi firmatari
Ciotti, Dell’Olio, Strada e Zanotelli
– è stato per il ritiro dall’Iraq
ma anche dall’Afghanistan.
Che rapporto può avere
la discussione invocata dal Prc
con queste istanze?

Per noi quello che dicono
questi soggetti è fondamentale
e importantissimo. Per noi, in
generale, l’Unione deve stabilire
con loro un rapporto coinvolgendo
nelle decisioni tutte
le istanze di movimento e sindacali,
su ogni argomento. Voglio
aggiungere che questi soggetti
devono far sentire la propria
voce direttamente al presidente
del Consiglio come a tutte
e ad ognuna tra le forze politiche
di maggioranza: non delegando
né a Rifondazione comunista
né a nessun altro il
compito di rappresentarli nella
dialettica interna all’Unione.

Pubblicato su Liberazione il 15 giugno 2006