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Governo di sinistra in Spagna. Comincia il difficile.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 gennaio, 2020 by ramon mantovani

Il 7 gennaio, dopo tre giorni di movimentato dibattito parlamentare Pedro Sanchez, il segretario generale del PSOE, è stato eletto Presidente del governo. E’ stato possibile grazie ad un voto di maggioranza relativa di 167 voti favorevoli, 165 contrari e 18 astensioni.

Il governo, per la prima volta nella storia recente della Spagna, sarà di coalizione e sarà composto dal PSOE e da Unidas Podemos (120 e 35 voti rispettivamente). Gli altri partiti che hanno votato favorevolmente lo hanno fatto dopo aver raggiunto accordi scritti e firmati ma non faranno parte del governo. Si tratta del Partito Nazionalista Basco (PNV) con 6 voti, di Mas Pais (scissione di Podemos) con 2 voti, e di altre 4 formazioni locali con un voto ciascuna, Compromis (Pais Valencià), Bloque Nacionalista Gallego, Nueva Canarias e Teruel Existe.

I voti contrari sono stati dei tre maggiori partiti di destra, Partido Popular, Vox e Ciudadanos (88, 52 e 10 voti rispettivamente), dell’Union del Pueblo Navarro (2 voti), dei partiti locali con un solo voto, Partido Regionalista de Cantabria, Foro Asturias, e Coalicion Canaria. Hanno votato contro, ovviamente con motivazioni opposte alle destre spagnole, anche le due formazioni indipendentiste catalane Junts per Catalunya (destra) e la Candidatura de Unidad Popular (estrema sinistra) con 8 e 2 voti rispettivamente.

Il voto di astensione, decisivo per la formazione del governo, è stato delle due formazioni indipendentiste catalane e basche Esquerra Republicana de Catalunya (13 voti) e EH Bildu (5 voti).

Come si può facilmente intuire il governo nasce debole dal punto di vista parlamentare. Esposto ad ogni evento che possa far mutare di opinione uno dei partiti che l’ha appoggiato o che ha permesso la sua formazione con il voto di astensione. La prima vera ed importante prova sarà la legge di bilancio, che è regolata dalla costituzione spagnola in modo sensibilmente differente da quella italiana e che non descriveremo qui per motivi di brevità.

Come si è arrivati all’accordo fra PSOE e Unidas Podemos e alla formazione della maggioranza relativa parlamentare.

Il PSOE ha tentato negli ultimi anni in tutti i modi possibili ed immaginabili di governare da solo. Nel mio precedente articolo “l’arroganza del PSOE” (pubblicato su questo stesso sito) li ho descritti e ne ho parlato in modo esaustivo. Non lo rifaccio qui.

L’importante è capire cosa abbia portato (ma sarebbe meglio dire costretto) il PSOE ad una svolta di “sinistra”. Se apparente ed occasionale o seria e strategica lo vedremo prossimamente.

Nell’ultima campagna elettorale il PSOE, sperava di ottenere più voti, di vedere fortemente ridotti i consensi di Unidas Podemos grazie alla scissione di Mas Pais (capitanata dall’ex numero due di Podemos e sostenuta dalla ex sindaca di Madrid), e di non dover contare sull’astensione di forze indipendentiste catalane e basche. Se le cose fossero andate così avrebbe potuto governare da solo, anche se in minoranza, ottenendo l’astensione almeno di Ciudadanos, che negli ultimi giorni di campagna aveva esplicitamente previsto di farlo al fine di evitare l’ingresso di Unidas Podemos al governo, e qualsiasi tipo di accordo con forze indipendentiste catalane e basche. Ed è presumibile che lo stesso Partito Popolare avrebbe seguito Ciudadanos.

Che il PSOE puntava a questo quadro politico è provato dal fatto che Sanchez in campagna ripetutamente aveva promesso che non avrebbe mai fatto entrare Unidas Podemos al governo. Aveva attaccato l’indipendentismo catalano frontalmente sostenendo, come Ciudadanos e il PP, che in Catalogna ci sarebbe una crisi di convivenza civile provocata dagli indipendentisti e non un conflitto politico fra Spagna e Catalogna.

Quindi solo l’esito elettorale, con il crollo di Ciudadanos da 57 a 10 seggi, con l’ascesa di VOX fino a 53 seggi, con la tenuta di Unidas Podemos e il fallimento di Mas Pais (2 seggi), con la crescita degli indipendentisti catalani e baschi, ha obbligato Sanchez a fare una svolta di 180 gradi il giorno successivo alle elezioni.

Ho detto Sanchez perché dentro il PSOE i vecchi dirigenti storici, ormai totalmente integrati nel sistema di potere economico dominante, e gran parte dei “barones territoriales” e cioè di diversi socialisti Presidenti di Comunità Autonome, per non parlare della CEOE (confindustria spagnola), delle più importanti imprese e banche proprietarie di televisioni e giornali, avrebbero volentieri sacrificato la testa di Sanchez per avere un governo monocolore socialista con un altro esponente del PSOE o un indipendente alla testa e l’appoggio esterno del PP.

Per questo, e solo per questo, due giorni dopo le elezioni del 10 novembre è stato annunciato il preaccordo fra PSOE e Unidas Podemos per un governo di coalizione, “progressista e di sinistra”, senza veti sulla persona di Pablo Iglesias e con un immediato cambio di posizioni sulla questione catalana. Quel che non si era potuto fare per mesi nelle breve legislatura precedente si è fatto in poche ore!

Come per magia la crisi di convivenza in Catalogna provocata dagli indipendentisti per il PSOE è diventata un “problema e un conflitto politico” da risolvere con dialogo e negoziato e non con i tribunali, la Spagna è ridiventato uno stato plurinazionale, la destra tutta è diventata “estrema destra”.

Tutto questo la dice lunga sulla natura ed affidabilità politica ed anche democratica del PSOE.

Ovviamente l’esiguità della maggioranza relativa in parlamento e i due grandi problemi del paese, che continuano ad essere irrisolti e che sono l’enorme diseguaglianza sociale e la questione catalana, sono un combinato disposto che peserà sulla vita del governo fin dai suoi primi passi. E che costringerà il PSOE a scelte, in un senso o nell’altro, irreversibili per lungo tempo.

Ma intanto la situazione politica è profondamente cambiata.

Come ha testimoniato lo stesso dibattito parlamentare sulla elezione del Presidente del Governo.

Un dibattito teso, come non mai. Nel quale le tre destre ed alcuni loro alleati locali, con il sostegno aperto di gran parte dei mass media, hanno sostenuto la stessa identica tesi: il governo è illegittimo. Illegittimo perché i voti del PSOE ottenuti con la promessa che mai si sarebbe fatto un governo con Unidas Podemos e che mai si sarebbe scesi a patti con l’indipendentismo, sarebbero stati di fatto ottenuti con un imbroglio. Illegittimo perché sorretto con l’astensione dei “nemici della patria che vogliono distruggere la Spagna e che sono golpisti (ERC) e terroristi dell’ETA (Bildu)”. Un governo contro il quale le destre hanno annunciato che non esiteranno a ricorrere ai tribunali. In contemporanea al dibattito parlamentare non sono mancati alle destre l’appoggio esplicito della conferenza episcopale e della confindustria spagnola. Come non sono mancati, da parte di Vox, appelli alle forze armate affinché intervengano contro i “traditori” per difendere la patria.

Non c’è dimostrazione più chiara che la “transizione” non si è mai conclusa con la effettiva democratizzazione della Spagna. E che la destra spagnola, ora differenziata in tre partiti che per decenni hanno di fatto convissuto dentro il PP, sulle questioni sostanziali, economia, natura dello stato e monarchia erede del franchismo, si batte apertamente per risolvere la crisi politica e sociale della Spagna con una involuzione e un netto ritorno al passato. Del resto nell’ultimo decennio è stato il Partito Popolare a produrre politiche di classe che hanno compromesso pesantemente lo stato sociale attaccando i diritti dei lavoratori e tagliando duramente la spesa sociale. A varare leggi liberticide e ad indirizzare diversi attacchi all’autogoverno catalano, provocando una rottura profonda e irreversibile il cui sintomo più evidente è un movimento indipendentista fortissimo, contro il quale ha scatenato un’ondata repressiva giudiziaria e poliziesca senza precedenti. O per meglio dire, di franchista memoria.

Le destre spagnole si opporranno duramente al governo, come hanno annunciato chiaramente, nelle piazze mobilitando il nazionalismo spagnolo più retrivo, usando il potere di cui dispongono con il controllo del potere giudiziario, che ormai da tempo agisce spudoratamente come un braccio politico in difesa della “sacra unità della patria”, e facendo causa comune con gli attuali e potenti poteri economici oligarchici, formatisi ai tempi della dittatura con l’espropriazione dei beni degli sconfitti della guerra civile e con il lavoro forzato di decine di migliaia di prigionieri politici.

Dal canto suo il governo e la fragile maggioranza relativa parlamentare dovrà reggere gli attacchi che la destra porterà senza sosta.

Se è vero, come è vero, che la transizione del 78 è in crisi non se ne può uscire che completandola superando esattamente le tre cose che i ministri franchisti redattori della costituzione imposero grazie al controllo totale della magistratura, dell’esercito e delle polizie: la monarchia (che rappresenta la continuità del regime fascista giacché fu Franco a reintrodurla come erede propria); la concezione dello stato fondato sul nazionalismo sciovinista spagnolo e sulla negazione dell’esistenza delle nazioni basca, catalana e galiziana; l’impunità per i crimini commessi lungo i 40 anni di durissima dittatura fascista.

E se è vero, come è vero, che la crisi economica è stata interamente pagata dalle classi popolari, che le diseguaglianze sono aumentate fino a livelli insopportabili, che in tutta la Spagna sono vivi e forti grandi movimenti di lotta, è evidente che il governo dovrà scegliere di invertire la tendenza fin da subito con provvedimenti chiari e netti. Se non lo farà, oltre a produrre delusione e a mettere a rischio la sua stessa esistenza, visto che per Unidas Podemos sarebbe inaccettabile, favorirà le destre nell’operazione, che in molti altri paesi europei è risultata efficace, che mira a promuovere la guerra fra poveri e ad acutizzare la crisi catalana per occultare le contraddizioni di classe e sociali con il più classico nazionalismo: “la Spagna deve tornare ad essere Grande!”. “Prima gli spagnoli!”.

Insomma, il superamento del regime del 78 e le questioni sociali sono i due banchi di prova sui quali si vedrà nei prossimi mesi e, speriamo, anni, se questo governo è veramente un governo progressista e di sinistra.

Le destre, forti del loro controllo del potere giudiziario e forti della sintonia con i poteri economici e del conseguente appoggio esplicito della maggioranza schiacciante dei mass media, non daranno tregua. Al di là degli insulti, delle semplificazioni bugiarde, delle falsità, che ormai imperano nella politica spettacolo di mezzo mondo, ciò che è significativo e preoccupante è che, anche se embrionalmente, riemergono due spagne contrapposte ed inconciliabili. Ovviamente oggi non c’è il pericolo di un colpo di stato classico e nemmeno di una guerra civile, ma c’è il pericolo di una svolta autoritaria, di una criminalizzazione del conflitto sociale, di una soluzione puramente repressiva delle questioni nazionali catalana e basca. Le tre destre sono violentemente liberiste e scioviniste. Per batterle ci vogliono politiche sociali antiliberiste, forti movimenti di lotta e il riconoscimento delle nazioni esistenti storicamente nello stato spagnolo. Su queste questioni qualsiasi ambiguità o gerarchia fra di esse finirebbe con l’alimentare il progetto delle destre.

La questione catalana.

Il PSOE e Esquerra Republicana de Catalunya hanno raggiunto un accordo scritto e firmato che impegna il governo spagnolo ad avviare, in pochissime settimane, un tavolo di negoziato con il governo catalano per risolvere politicamente il conflitto. Un negoziato senza limiti nel quale i catalani proporranno in partenza il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione (che è riconosciuto anche da Unidas Podemos) e una amnistia che metta fine alla repressione giudiziaria e politica del movimento indipendentista catalano. E nel quale il governo dovrà presentare proprie proposte per la risoluzione del conflitto. Sarà un negoziato difficilissimo sia per la dimostrata inaffidabilità del PSOE sia, soprattutto, per le pesantissime ingerenze della magistratura che in pochi giorni prima, durante e dopo i voti parlamentari sul governo ha assestato altri pesanti ed arbitrari colpi contro l’indipendentismo catalano, che non descriveremo qui per brevità.

I voti di ERC e di EH Bildu, saranno necessari per approvare la legge di bilancio e, sebbene entrambi abbiano già dichiarato di essere disponibili ad appoggiare tutti i provvedimenti che migliorino le condizioni delle classi popolari, per loro sarà decisivo l’andamento del negoziato sulla questione catalana.   

Il programma e il governo.

Il programma firmato da PSOE e Unidas Podemos è, a mio modesto avviso e considerando il contesto, un buon programma. Contiene parecchi impegni precisi a trasformare in fatti molte delle rivendicazioni dei movimenti di lotta. Da un notevole aumento del salario minimo all’abrogazione della legislazione sul lavoro del PP, da un aumento delle pensioni alla reintroduzione delle spese sociali tagliate durante la crisi, da una regolazione degli affitti a investimenti in abitazioni pubbliche, da notevoli progressi nella parità di genere a riforme del codice penale contro i femminicidi e le violenze sessuali, da una politica sull’immigrazione basata sull’integrazione all’assunzione dei diritti umani di profughi ed immigrati come elemento sovra ordinatore, dall’eutanasia alla categorica proibizione della gestazione in affitto, da una svolta nelle politiche energetiche all’impegno del rispetto dell’agenda contro il cambio climatico e all’abrogazione delle leggi liberticide approvate nell’ultimo decennio. Vi è anche un capitolo sulla memoria storica che, per la prima volta dopo 40 anni, si propone di annullare le sentenze dei tribunali fascisti, di recuperare le decine di migliaia di salme degli antifranchisti sepolte in anonime fosse comuni e di espropriare le proprietà ottenute illegalmente durante la dittatura. Il programma prevede riforme fiscali moderate ma chiaramente redistributive e soprattutto non prevede la classica politica dei due tempi: prima il risanamento di bilancio e poi, eventualmente, riforme progressive.

Ma contiene, come nel caso del governo portoghese precedente l’attuale, l’accettazione delle compatibilità e dei limiti imposti dall’Unione Europea. Il che è una contraddizione palese che verrà risolta dai rapporti di forza in Spagna e nell’Unione Europea.

In altre parole le intenzioni sulla carta sono buone ma tutto dipenderà dalle lotte sociali, femministe ed ambientaliste e dal peso reale che avranno le ministre e i ministri di Unidas Podemos. Che sono 5. Una vicepresidenza con competenze sui diritti sociali e sull’agenda 20-30 (Pablo Iglesias – Podemos), e 4 ministeri: Lavoro (Yolanda Diaz, che rappresenta la coalizione Galicia en Comun e che è militante di Izquierda Unida e del Partito Comunista di Spagna), Università (Manuel Castells che rappresenta la coalizione catalana En Comù Podem), Consumo (Alberto Garzon che è il coordinatore generale di Izquierda Unida e membro del PCE), Uguaglianza di genere (Irene Montero – Podemos).

Dal canto suo Sanchez ha distribuito incarichi a ministri del PSOE fedeli alla scelta di fare il governo di coalizione con Unidas Podemos e ad alcuni “tecnici” indipendenti che possano essere graditi ai tecnocrati dell’Unione Europea. Come le ministre dell’economia e degli esteri.

In Spagna si può aprire una nuova fase, anche per il resto dei paesi del Sud Europa. Ma è una possibilità, non una certezza. E bisogna sapere che ci vorrà tempo ed anche pazienza.

È proprio il caso di guardare a questa nuova fase con l’ottimismo della volontà. E soprattutto con il pessimismo dell’intelligenza.

ramon mantovani

pubblicato sui siti www.rifondazione.it e https://transform-italia.it/ il 15 gennaio 2020