Archivio per rifondazione

Per parlare di una svolta positiva nella politica estera USA non basta il rilancio del multilateralismo.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , on 25 gennaio, 2009 by ramon mantovani

Dopo le mille suggestioni sulla vittoria di Barack Hussein Obama forse è necessario, come ha giustamente osservato Dino Greco, attendere dei fatti per esprimere giudizi fondati e seri.

Intanto ci sono questioni, connesse intimamente fra loro e di importanza centrale, sulle quali vorrei soffermarmi.

Nel corso degli anni 90, e fino ad oggi, il ricorso alla guerra è stato una costante da parte di tutte le amministrazioni USA. Oltre alla ben nota funzione di volano svolta dall’economia militare in ambito interno ed internazionale c’è stato, con tutta evidenza, l’esplicito obiettivo di dare al mondo, dopo la caduta del muro di Berlino, un nuovo ordine fondato sull’espansione globale del capitalismo e sul dominio dei paesi “occidentali”. L’uso della guerra si è generalizzato come strumento “normale” di governo del mondo. Mi si scusi la semplificazione, ma si può ben dire che per costruire un nuovo ordine internazionale era necessario destabilizzare e distruggere quello esistente. E’ quello che è stato fatto con guerre che hanno generato instabilità sia nei teatri specifici dove sono state combattute sia nelle relazioni mondiali. Così come è altrettanto evidente che la globalizzazione capitalistica ha prodotto tali contraddizioni che il mondo non può essere governato che con una rinnovata politica di potenza e con l’uso permanente della forza.

La prima vittima di questa tendenza sono state le Nazioni Unite. Esse sono state private di funzioni fondamentali sul piano delle politiche economiche e sociali. Basti pensare all’UNCTAD (l’agenzia del sistema ONU preposta a governare il commercio mondiale) e alla funzione assunta dall’Organizzazione Mondiale del Commercio come motore della globalizzazione. Basti pensare al G7 che, pur essendo nato come una riunione informale dei paesi più industrializzati, ha assunto sempre più la funzione di direttorio mondiale (ed è questo il motivo dell’allargamento alla Russia e della ventilata ulteriore inclusione dei “paesi emergenti” come Cina, Brasile ecc) a scapito dello stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU, chiamato sempre più a ratificare supinamente decisioni prese in una sede nemmeno retta da un trattato internazionale.

In particolare, a livello militare, dopo la fine del patto di Varsavia e della guerra fredda, invece di procedere, come previsto dallo statuto dell’ONU, alla formazione di una forza permanente sotto il comando del Consiglio di Sicurezza per svolgere la funzione di polizia internazionale, abbiamo assistito al rilancio della NATO e al suo allargamento. Al punto che, nel pieno della politica multilaterale dell’amministrazione Clinton, la NATO ha scatenato la guerra contro la Jugoslavia senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza avesse discusso della questione e l’ha conclusa, nel modo che sappiamo, dopo una riunione del G8. Le guerre unilaterali dell’amministrazione Bush, con coalizioni militari a geometria variabile, hanno proseguito il lavoro di delegittimazione dell’ONU fino alla dichiarazione minacciosa del Segretario di Stato Colin Powell secondo il quale l’ONU sarebbe diventata un “ente inutile” se non avesse assecondato le scelte statunitensi. L’unica controtendenza è stata la missione UNIFIL in Libano. Missione subita e mal digerita sia dagli USA sia da Israele. La prima composta da decine di paesi sotto il diretto comando del Segretario Generale dell’ONU, dopo più di dieci anni dal fallimento, appositamente provocato per spianare il terreno all’intervento della NATO, della missione di caschi blu in Bosnia.

Oggi Barack Obama sembra riproporre, in versione aggiornata, il multilateralismo come cifra della propria politica estera. La scelta di Hillary Clinton è per questo molto significativa. Ma lo è anche quella di mantenere nel suo incarico Robert Gates, il Segretario alla Difesa del governo Bush.

L’aggiornamento della dottrina “multilateralista” è dovuto al fatto che per Obama, nel pieno della crisi del sistema, sarà necessario contenere le spinte spontanee dei più importanti governi alla protezione delle proprie produzioni e mercati nazionali, armonizzandole con il tentativo di soluzioni condivise e capaci di salvaguardare il sistema capitalistico globale e segnatamente gli interessi delle società multinazionali, che in trenta anni si sono moltiplicate passando da circa 600 a circa 50mila.

E’ parimenti chiaro che una rinnovata politica multilaterale sul piano della guerra è fondata sulla condivisione, da parte dei paesi ricchi, di una strategia comune basata sul rilancio (e sull’allargamento) del G8 e del principale strumento militare a disposizione che è la NATO.

Come non vedere in questa chiave la scelta dichiarata di Obama di rilanciare e rendere centrale la guerra in Afghanistan?

Perché questo è già un fatto indiscutibile.

Vedremo se sarà contraddetto o confermato dai seguenti atti del nuovo governo USA.

Ma per poter parlare di una svolta positiva nella situazione mondiale, determinata dalla nuova presidenza statunitense, bisognerebbe avere fatti precisi quali il rilancio della centralità dell’ONU in tutti i campi e l’abbandono della guerra permanente come strumento di governo reale del mondo.

Temo che, invece, il rilancio del multilateralismo, del G8, del WTO e della NATO sarebbero salutati, anche a sinistra soprattutto in Europa, come la svolta tanto attesa.

Ed è su questo punto, secondo la mia modesta opinione, che si vedrà il confine invalicabile entro il quale ricostruire il movimento pacifista e la sinistra anticapitalistica nei prossimi anni.

ramon mantovani


pubblicato su Liberazione il 24 gennaio 2009

La vita di Rifondazione Comunista è in pericolo.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 21 dicembre, 2008 by ramon mantovani

Ci sono diversi fattori che potrebbero mettere in crisi definitivamente il progetto politico della rifondazione comunista e, conseguentemente, la presenza in Italia di un’originale partito comunista.

Elenchiamoli.

Innanzitutto due diversi, e contrapposti fra loro, progetti politici. La costituente della sinistra e l’unità dei comunisti.

Dall’esterno e dall’interno del PRC si vorrebbe, contro l’esito democratico del congresso del nostro partito, che si realizzassero nei fatti i due progetti che hanno come comune presupposto la dissoluzione di Rifondazione Comunista come prospettiva strategica ed anche come forza politica organizzata.

Ovviamente, al di la di assemblee e convegni, di primarie di programma e di articoli di stampa, il vero terreno sul quale uccidere il PRC è, guarda caso, quello elettorale.

Per i mass media, per la corrente “Rifondazione per la Sinistra” e forse, come si vedrà meglio in futuro, anche per il PdCI, noi dovremmo nei prossimi sei mesi discutere di come ci presenteremo alle europee e nelle centinaia di province e comuni. Perché, al di la di analisi sulla crisi del capitalismo e sui suoi effetti sociali, al di la della crisi della politica e della sua separatezza dalla società e subalternità ai poteri forti (per tanti tutta roba buona per fare demagogia ma non per fondare progetti politici), quello che conta sono le elezioni e i leader più o meno nuovi che emergeranno.

Sulle elezioni si misura il grado di spregiudicatezza che contraddistingue i progetti “unitari” che sono in realtà solo forieri di divisioni insanabili nella sinistra allo scopo di eliminare l’anomalia di rifondazione comunista e per realizzare il nuovo partito di sinistra e l’unificazione di quel che resterebbe del comunismo italiano in un partito tradizionale.

Una prova l’abbiamo già avuta nell’ultimo Comitato Politico Nazionale del PRC quando le due anime visibili (ma forse sono tre o quattro) della corrente della mozione 2, quella dialogante e quella intransigente, hanno proposto, nascondendosi dietro il concetto di autonomia dei circoli e delle federazioni, che alle prossime elezioni amministrative non abbia nessuna rilevanza la decisione, presa dal CPN, di presentare le liste del PRC in tutti i comuni sopra i 15mila abitanti. Se passasse una simile impostazione il risultato sarebbe il pullulare di liste di sinistra e di liste comuniste (a seconda di chi ha vinto il congresso sul territorio). E questa sarebbe poi la base per produrre e giustificare, giacché è nelle prossime settimane che si discuterà sui territori delle elezioni amministrative, un’offensiva per le europee capace di spaccare rifondazione comunista in favore delle due opposte liste, quella di sinistra e quella comunista, che nascerebbero inevitabilmente da un simile processo.

Bisogna sapere che non sarà facile contrastare queste operazioni, sia perché saranno sostenute dai mass media, per i quali la politica si riduce a manovre elettorali e di leader, sia perché fanno leva sul riflesso condizionato di molti militanti che non hanno capito che non sono le elezioni il terreno sul quale si gioca la presenza e l’efficacia di una forza comunista e anticapitalista nel futuro.

Ma credo, e spero di non sbagliarmi, che nonostante tutto il PRC resisterà ai progetti che vogliono dividerlo.

A patto, ed ecco il vero problema, che cresca la consapevolezza della difficoltà del momento e della necessità di ridislocare l’azione e la discussione dal terreno istituzionale e della politica ufficiale a quello della società e della lotta.

Penso che, per quanto insidiose, non siano le eventuali scissioni o le infinite discussioni sulle elezioni europee, a costituire il pericolo principale per la sopravvivenza del progetto strategico della rifondazione comunista.

Secondo la mia modesta opinione il problema risiede nella realizzazione o meno del Partito Sociale.

Se il centro della discussione nei circoli continuerà ad essere l’istituzione di riferimento, se la svolta a sinistra e di pratica sociale sarà solo evocata a parole ma non praticata nei fatti, se si percorrerà la scorciatoia delle elezioni nella speranza, assolutamente illusoria, che sia la strada per risalire la china, allora andremo incontro ad un fallimento.

Mi sono convinto che ci vorranno anni ed anni di durissimo e silenziosissimo lavoro di ricostruzione di legami sociali, di spazi pubblici, di lotte concrete e di seria discussione teorica e strategica, per risalire la china.

Se c’è qualcosa di immensamente vecchio e conservatore nel partito e nella sinistra è l’idea che le elezioni siano il vero ed unico metro per giudicare la bontà e soprattutto l’utilità di un progetto politico. Come se la ristrutturazione capitalistica, le riforme elettorali ed istituzionali, le privatizzazioni dei beni e servizi pubblici, i vincoli economici dei bilanci pubblici, non avessero cambiato nulla. Come se il bipolarismo, il presidenzialismo dei sindaci e dei “governatori”, i partiti ridotti a comitati elettorali, il leaderismo e i mass media pettegoli e superficiali, non avessero agito sul senso comune relativo alla politica di decine di milioni di persone.

Il sistema politico è separato e contrapposto alla società. La società è disgregata, gli individui e perfino i soggetti sociali dotati di una qualche coesione interna vivono solitudine ed isolamento, ogni lotta vive “la politica”, anche quando sente la necessità di interloquire con essa, come altro da se e come una sfera della quale diffidare. La cultura dominante, nonostante la sua evidente crisi, non ha alternative che non siano declamatorie e testimoniali per il semplice motivo che non hanno radici ed organizzazione sociale solida sulle quali poggiare.

Questa è la realtà. Una durissima realtà.

La “grande sinistra”, i “cartelli elettorali”, l’unità dei comunisti in un partito elettoralista ed istituzionalista, sono solo fughe dalla realtà. Sono l’anticamera di sconfitte, anche elettorali, ancora più gravi di quelle subite.

Sempre che si voglia far vivere un progetto ed una forza politica capace di trasformare la realtà.

Sempre che si sia comunisti sul serio.

Sempre che si sia moralmente diversi.

Sempre che….

ramon mantovani

Cara Angela Azzaro, discutiamo pure della vittoria di Vladimir Luxuria all’isola dei famosi.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , on 25 novembre, 2008 by ramon mantovani

Cara Angela,

ci conosciamo da tempo e sai che apprezzo il tuo lavoro.

Mi permetto di scriverti perché condivido e perché non condivido il tuo articolo sulla vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei famosi.

Io non so bene cosa sia l’Isola dei famosi. Voglio, però, subito dirti che non appartengo alla categoria degli schizzinosi che osservano dal proprio salotto-bene gli usi e i costumi del popolo con malcelata superbia. Si può essere irrazionalmente tifosi di calcio e cultori del teatro di avanguardia, studiosi di Paisiello e frequentatori di concerti della canzone popolare napoletana, estimatori di Buñuel e dei film di 007. Semplicemente non conosco il programma, anche se so, vagamente, che si tratta di una competizione ad eliminazione (con voto via sms) fra persone famose e non famose, condotta in condizioni estreme su un’isola deserta, a colpi di intrighi, tradimenti e risse. Ma posso sbagliarmi.

Ho letto per anni, ma confesso di averlo fatto distrattamente, critiche feroci, anche su Liberazione, dei cosiddetti reality show, secondo le quali si trattava di programmi volgari tesi a stuzzicare il voyerismo più deleterio. Quello originato dalla insana voglia di spiare la vita privata altrui per intromettersi e sentirsi giudici dei vizi e delle virtù dei “personaggi” famosi o aspiranti tali.

Ma non importa. Mi fido del tuo giudizio e accetto l’idea che Vladimir e la sua affermazione, confortata dai voti popolari (anche se non ho letto su nessun giornale quanti sono), siano il sintomo di una sconfitta dei pregiudizi e dell’omofobia, oltre che un riconoscimento delle sue indubitabili qualità. Qualità che, per quel che vale la mia opinione, ho avuto modo di apprezzare nel lavoro di Vladimir in parlamento.

Fin qui siamo d’accordo, credo.

Ciò su cui non sono d’accordo, scusa se lo dico così brutalmente, è il tono con il quale liquidi le resistenze che effettivamente vi furono sulla sua candidatura nel 2006.

Intendiamoci, il moralismo, il perbenismo, l’omofobia, così come la xenofobia e il securitarismo, albergano anche nel popolo comunista e di sinistra, anche se in misura minore (anche questo va detto) rispetto al resto della società. Per non parlare della concezione patriarcale delle relazioni umane, della società e della stessa politica. E non si tratta di un problema della sola “base”. Con le mie orecchie ho sentito importanti dirigenti di Rifondazione dire “se mio figlio fosse frocio lo ammazzerei” o vantarsi, fra maschi, della loro ultima “conquista” con dovizia di particolari. Salvo poi iscriversi fra gli innovatori per lanciare strali contro i retrogradi identitari. Ovviamente frasi simili, ed anche peggiori (se possibile), ognuno di noi le ha ascoltate da persone di tutti gli indirizzi politico-culturali possibili ed immaginabili, dentro e fuori il partito e, se permetti, dentro e fuori Liberazione.

La candidatura di Vladimir fu un atto coraggioso ed anche coerente. Io la sostenni e la sosterrei oggi con motivazioni precise. Diverse, se permetti, dalla semplice “provocazione” o rappresentanza del movimento GLBTQ. Non solo come un semplice atto politico illuminato e teso a rappresentare un movimento al pari degli altri in lotta per i propri diritti, bensì anche (e sottolineo anche) per dare conto simbolicamente di un necessario intreccio fra i soggetti sociali reali vittime del vento reazionario, conservatore e perbenista che spira di questi tempi.

So di affrontare un tema complesso che meriterebbe ben altri approfondimenti. Ma vorrei dirti che le tue frasi “Battaglie spesso scomode, non amate da una parte consistente del partito. … per dire che i diritti di gay, lesbiche e trans non sono secondi a nessuno. Per dire che la libertà è un valore grande e fondamentale quanto l’uguaglianza” sono più che condivisibili (tranne forse quel “parte consistente del partito” che se allude a posizioni politiche è proprio fuori luogo). Ma non danno conto dei necessari nessi e legami sui quali agire culturalmente e politicamente affinché le lotte economiche, sociali e per i diritti civili (e tralascio quelle culturali ed ambientali perché il discorso si farebbe troppo lungo) facciano parte, alla pari, di quel “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” di marxiana memoria.

Non parlo solo delle bandiere liberali che la borghesia getta nel fango ogni volta che sente minacciati i propri privilegi. Parlo di una precisa formazione sociale prodotta da un sistema economico, il capitalismo dei nostri tempi, contraddistinta dalla solitudine degli individui, dall’insicurezza sociale e dalla distruzione e disgregazione della stessa società. Il modo di produzione attuale non è innocente rispetto alla gerarchizzazione della società, all’autoritarismo necessario a governarla per riprodurre il sistema, alla tendenziale emarginazione di ogni bisogno di liberazione. Gramsci, e scusa il riferimento identitario, ben descriveva, in Americanismo e Fordismo, i nessi tra l’organizzazione fordista della produzione e la ventata moralista, proibizionista e autoritaria dell’epoca, che arrivava a mettere in discussione perfino la vita notturna nelle città statunitensi.

Con ciò non voglio negare l’economicismo che ha imperato nel pensiero comunista, socialista e della sinistra in genere nel secolo scorso. Sebbene nel movimento operaio non siano mai mancate ispirazioni libertarie e critiche feroci all’economicismo. Come non mi sogno di negare l’esistenza di uno dei sottoprodotti più nefasti dell’economicismo: la subalternità e spesso la condivisione di una concezione patriarcale del mondo, spesso ispirate dall’ancor più meschina ricerca del consenso (per il potere detenuto o elettorale fa lo stesso) assecondando i tanti “sensi comuni” e pregiudizi presenti nel popolo circa i costumi, la morale dominante, la famiglia e la religione.

Tuttavia penso che per battere l’idea della separatezza, e della gerarchia, fra uguaglianza e libertà sia più utile illustrare i nessi fra una e l’altra e agirli politicamente piuttosto che fare prediche che rischiano solo di rendere “nemici” inconciliabili i fautori dell’una o l’altra erronea priorità.

In altre parole c’è una verità interna nella posizione di chi dice “ma che sinistra è questa che si occupa solo di diritti civili e se ne frega degli operai?”, come in quella di chi dice “ma che sinistra è questa che pensa che le persone, e gli operai, pensino solo col portafoglio?”.

Nel concreto, tornando a bomba sulla nostra Vladimir, non trovi sia comprensibile che la visibilità dello “scandalo” di una trans in parlamento, unitamente al silenzio “normale” sui temi sociali della totalità dei mass media, possa indurre qualcuno nell’errore di pensare che rifondazione abbia sottovalutato una cosa e sopravalutato l’altra?

Non pensi che il vergognoso fallimento dell’esperienza di governo sia sul piano dei diritti civili che su quello della precarietà, stato sociale, salari e pensioni, abbia alimentato le contrapposte idee separate di uguaglianza e libertà? Legittimando in qualche modo anche le ingiuste critiche di chi ha detto, dall’interno del movimento GLBTQ, che Vladimir aveva sacrificato la lotta per i diritti sull’altare della governabilità.

Non credi che a questi non piccoli problemi si debba porre rimedio ribadendo la migliore cultura politica antagonista, comunista e libertaria e criticando gli errori commessi al governo, invece che abbandonarsi alla descrizione superficiale dei problemi stessi per perpetuare la separazione fra uguaglianza e libertà?

Non credi che un partito che ha candidato Vladimir e i cui militanti hanno accolto la deputata trans come una sorella e una compagna non meriti di essere considerato come un patrimonio da non disperdere, nonostante le resistenze che, come ho già detto, non conoscono le frontiere di posizioni politiche?

Credo che almeno parte delle risposte alle mie domande, che riconosco essere retoriche e polemiche, si possa rintracciare nella linea di condotta che Vladimir ha scelto come parlamentare del PRC.

Posso testimoniare che la scelta di non “provocare” senza rinunciare ad un solo contenuto, giacché la sua stessa persona era un atto di accusa potente contro ogni pregiudizio ed ogni ridondanza sarebbe stata sminuente, oltre alla serietà e competenza (doti rare in parlamento di questi tempi), hanno fatto guadagnare a Vladimir la stima e il rispetto di molti e molte militanti del partito. Se avesse ceduto, invece, alla tentazione di corrispondere al cliché che mass media e avversari le avevano cucito addosso forse avrebbe accontentato una parte del suo movimento che concepisce la politica come spettacolo e testimonianza, ma avrebbe reso un cattivo servizio alla nostra comune causa.

Vladimir Luxuria, secondo me, da deputata ha interpretato la politica nella forma più alta possibile.

Credo, cara Angela, che tu voglia considerare per lo meno controversa la sua partecipazione ad un reality.

Si può essere anche critici verso certe forme di spettacolo senza per questo passare per retrogradi, spero.

Comunque non è il mio caso.

Perché conoscendo Vladimir sono sicuro che ne è uscita a testa alta.

Con molto affetto.

ramon mantovani

sassata n° 5

Posted in sassate with tags , , , , , , , on 13 novembre, 2008 by ramon mantovani

Ogni tanto compare, nella testata di Liberazione, questa “citazione” di Antonio Gramsci: “il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra”.

Lo scopo della pubblicazione di questa frase è fin troppo evidente.

Ma il compagno Pasquale Voza, in una lettera su Liberazione di oggi, riporta la vera ed integrale citazione di Gramsci. E si scopre che Gramsci, temendo che il giornale del partito potesse essere messo fuorilegge (siamo nel 1923) raccomanda che sia “compilato in modo che la sua dipendenza di fatto dal nostro partito non appaia troppo chiaramente.”

Invito tutti/e a leggere a pagina 19 di Liberazione del 13 novembre 2008.

http://www.liberazione.it/

Comunque ecco la citazione di Antonio Gramsci:

“Credo che sia molto utile e necessario, data la situazione italiana, che il giornale sia compilato in modo da assicurare la sua esistenza legale per il più lungo tempo possibile. Non solo quindi non dovrà avere nessuna indicazione di partito, ma esso dovrà essere un giornale di sinistra, della sinistra operaia, rimasta fedele al programma e alla tattica della lotta di classe, che pubblicherà gli atti e le discussioni del nostro partito, come farà possibilmente anche per gli atti e le discussioni degli anarchici, dei repubblicani, dei sindacati e dirà il suo giudizio con tono disinteressato, come se avesse una posizione superiore alla lotta e si ponesse da un punto di vista “scientifico”.

Insomma, l’opposto (come osserva giustamente Voza) del senso e della lettera della “citazione” inserita nella testata di Liberazione.

Sansonetti risponde che la sua sintesi della citazione (senza spiegare perché l’ha messa tra virgolette e senza puntini sospensivi ad indicare i tagli) non cambia molto il senso del parere di Gramsci. E poi, proprio lui che è avvezzo a scrivere editoriali nei quali definisce facilmente “cretini” le persone con le quali polemizza, piagnucola perché Voza ha definito la citazione un “obbrobrio manipolatorio”. E così il povero Voza si ritrova sul banco degli imputati. Per aver “insolentito l’interlocutore”. Per aver sostenuto “che siamo dei truffatori e dei manipolatori obbrobriosi”. Per pensare, forse, “che io sia un essere obbrobrioso e un manigoldo”. Sostiene Sansonetti.

Mi raccomando, nessuno dica mai che un articolo di Sansonetti è brutto.

Non c’è bisogno che dica il perchè.

ramon mantovani

Cara Liberazione, andiamo oltre Sansonetti.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , on 19 ottobre, 2008 by ramon mantovani

L’articolo del Direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, pubblicato ieri in prima pagina è sintomatico. A mio parere evidenzia due problemi. Uno è enorme e riguarda una cultura politica vecchia, stantia e foriera di scelte politiche di destra, che si ammanta di nuovismo per descrivere comunisti e antagonisti come falliti e fallimentari. L’altro, più piccolo, anzi microscopico, è banalmente ben rappresentato nello scritto di Sansonetti: un “giornale comunista”, il “Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista” (così è scritto ogni giorno nella testata di Liberazione) ha un Direttore che non è comunista (ma questo è il meno) e che pensa a, anzi propone di, anzi si batte per “andare oltre” un partito considerato inutile e dannoso.

Sansonetti sa bene che il PRC ha deciso di continuare ad esistere e che la proposta di “andare oltre” è stata bocciata democraticamente. E sa che lo sarebbe stata ancor di più se fosse stata proposta esplicitamente, visto che, magicamente, nel tempo del congresso del partito la proposta di “andare oltre” è stata scientemente occultata. E aggiungo che la direzione di Liberazione, nell’occasione, non ha brillato per autonomia giacché si è adeguata pedissequamente alla tattica congressuale della mozione Vendola.

Io capisco che chi si è battuto per più di un anno per fare un nuovo partito conservi la propria opinione e la difenda. Capisco pure che insista. Ma che tenti di imporla è francamente intollerabile.

Nel merito vorrei solo far notare che è una proposta che non sta in piedi, che non ha gambe sulle quali camminare e che oltre che sconfitta è tanto inconsistente quanto vecchia.

Mi spiace doverlo dire così, ma Sansonetti, che non per caso se la prende anche con Bertinotti sulla questione del lavoro, ripropone pari pari il progetto di sinistra di Achille Occhetto. Sbrigative abiure, giudizi sommari del novecento e uso dell’aggettivo nuovo per qualificare il nulla o la riproposizione di cose molto vecchie.

Credo che Sansonetti, e lo credo sinceramente, non si sia accorto che il progetto della rifondazione comunista già da parecchi anni è andato oltre la classica gerarchia delle contraddizioni, oltre il politicismo (che è un aspetto non secondario della critica del potere), oltre la rivendicazione acritica del passato. Non basta dire, come fa Sansonetti, che tutte le contraddizioni sono sullo stesso piano. Bisogna analizzare le connessioni che le legano e capire quali sono i punti critici sui quali agire per rovesciare il sistema, non spogliarsi del proprio antagonismo (e la parola comunista è qualificante nonostante tutto) per diventare la sinistra del sistema che si illude di costruire una propria alternativa facendo la sinistra di governo. Non basta parlare della società, bisogna dire dove sta il motore delle trasformazioni possibili ed “impossibili”. In altre parole per criticare il potere bisogna dire se si sta nella società “in basso a sinistra” (come dicono gli zapatisti) o se si sceglie il cielo separato della politica per costruire dall’alto un presunto progetto alternativo di società. Inoltre, per avere un futuro bisogna avere un passato. E il passato, per quanto complesso e pesante, non si liquida ripartendo sempre “da zero”. Per esempio, per stare agli esempi di Sansonetti, lo inviterei a considerare lo scritto di Engels “l’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” e la riforma del diritto di famiglia varato subito dopo la rivoluzione d’ottobre insieme al suffragio universale, per “andare oltre” il pregiudizio secondo il quale marxisti e comunisti sarebbero sempre stati incapaci di vedere al di la della contraddizione capitale-lavoro.

Insomma, mi pare davvero che il PRC si sia incamminato bene per andare oltre il “comunismo di destra” e la sinistra di potere.

E’ l’andare oltre di Sansonetti che mi sembra un trapassato remoto.

Per questo penso si debba andare oltre Sansonetti.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 18 ottobre 2008

Le FARC, la Colombia, le veline dei servizi e il giornalismo provinciale italiano.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , on 1 settembre, 2008 by ramon mantovani

Ci risiamo! Per l’ennesima volta la piccola politica provinciale del piccolo giornalismo italiano si scatena in una piccola operazione di disiniformazione.

Non è questa la sede per proporre una lunga e articolata analisi della situazione colombiana e di quella della regione, visto che USA e Uribe tengono, con ogni evidenza, aperta la guerra in Colombia per destabilizzare l’aera geopolitica nella quale sono cresciute le esperienze dei governi ostili alla globalizzazione e agli USA.

Mi limito a chiarire alcune cose e a formulare considerazioni su come questa vicenda è stata trattata in Italia.

Che il PRC abbia da moltissimo tempo rapporti politici con le FARC lo sanno anche i sassi. Non ci torno.

Che noi fossimo, come siamo anche oggi, fermamente convinti che in Colombia sia necessario un processo di pace lo sanno anche i sassi.

Che noi siamo stati, e siamo, contrari alla immissione delle FARC (e del PKK, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e dei Mujahedin del popolo iraniani) nella lista delle organizzazioni terroristiche lo sanno anche i sassi, visto che abbiamo presentato numerosi atti parlamentari e che l’abbiamo detto in innumerevoli articoli, interviste e trasmissioni televisive.

Che noi, dopo la chiusura del processo di pace e dopo l’immissione delle FARC sulla lista dei terroristi dell’Unione Europea, abbiamo mantenuto contatti con loro lo sapevano i sottosegretari agli esteri del governo Berlusconi e del governo Prodi oltre che i Presidenti della Camera dei Deputati, come Pierferdinando Casini ha recentemente e correttamente testimoniato.

Che noi consideriamo disumana la pratica dei sequestri e che la inquadriamo, però, in una guerra altrettanto disumana alla quale bisognerebbe mettere fine con una trattativa di pace invece che con un’acutizzazione del conflitto lo sanno anche i sassi.

Eppure basta un “dossier del governo colombiano” pubblicato su Repubblica in due puntate per scatenare la solita tempesta nel bicchier d’acqua: “scandalo! esponenti di rifondazione hanno mantenuto contatti con le FARC”. E via con richieste di interviste e dichiarazioni(tutte concesse tranne quella mai richiesta e che, secondo Omero Ciai, avrei rifiutato). E avanti con dichiarazioni di questo o quell’altro esponente della maggioranza di governo. E avanti con considerazioni pensose di commentatori politici televisivi o della carta stampata.

Ma di quale dossier stiamo parlando? E’ un dossier governativo? Governativo in che senso?

A leggere la stampa italiana sembra si tratti di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Io non so di cosa si tratta di preciso, visto che non l’ho letto, che non l’ho mai visto e che nessuno l’ha pubblicato.

Credo, però, di poter dire che si tratta banalmente di una velina dei servizi colombiani e degli organismi governativi che gestiscono i contenuti dei computer di Raul Reyes.

C’è un atto ufficiale del governo colombiano? Non so, non credo. Lo dico perchè all’inizio di agosto, alla prima puntata di questa ridicola vicenda, dopo aver “svelato” in una conferenza stampa che i due supporter italiani delle FARC che agivano con i fantasiosi nomi di battaglia di Ramon e Consolo eravamo io e Marco Consolo, fummo, Marco ed io, intervistati in diretta telefonica da una TV colombiana. E nel corso dell’intervista, a seguito della mia dichiarazione che in Colombia molti esponenti istituzionali e di governo, a cominciare dall’attuale ministro degli interni colombiano, sapevano dei nostri rapporti con le FARC, il conduttore chiamò in diretta Valencia Cossio (il ministro degli interni e di giustizia del governo Uribe) il quale mi salutò cordialmente, confermò tutti i nostri incontri all’epoca del processo di pace, quando lui era Presidente del Senato e membro della delegazione governativa al tavolo del negoziato con le FARC e all’epoca, successiva alla fine del processo di pace, quando lui era Ambasciatore colombiano in Italia. Il conduttore della trasmissione gli chiese allora come mai non avesse detto nulla a proposito del famoso dossier governativo e lui rispose che non aveva visto e non sapeva nulla di questo dossier.

Ma guarda! Il Ministro degli interni del governo Uribe non sa nulla del dossier e conferma di conoscerci benissimo, ma questa notizia in Italia non la pubblica nessuno.

Così ho pensato che tutto si era risolto in una bolla di sapone, nella solita bolla di sapone.

E invece no! Ecco che nel giorno dell’arrivo in Italia di Ingrid Betancourt escono, sempre a firma di Omero Ciai, anticipazioni dal famoso dossier.

Vista la brutta figura delle prime anticipazioni l’articolo di Ciai sembra una risposta alla nostra precisa e puntuale confutazione della prima puntata. In questo seconda puntata si dice che Marco e io a un certo punto, dopo l’immissione nella lista dei terroristi delle FARC, avremmo cominciato ad usare i nomi di “Max” e “il poeta”. Questa circostanza oltre ad essere totalmente falsa è anche chiaramente illogica visto che quel Ramon e quel Consolo erano usati da Raul Reyes molto tempo dopo la lista dei terroristi dell’Unione Europea.

Poi, visto che i nostri rapporti politici con le FARC si sono dimostrati pubblici e conosciuti dalle autorità italiane, ecco che saltano fuori “prove” di una collaborazione che andava ben al di là dei rapporti politici. Avremmo aiutato il “rappresentante delle FARC in Europa” e raccolto fondi per finanziare le FARC (1400 euro).

Chiunque abbia seguito la vicenda del conflitto colombiano sa benissimo che le FARC, che avevano rappresentanze all’estero fino alla fine del processo di pace, da quel momento richiamarono alla lotta armata tutti i loro rappresentanti e chiarirono che con le FARC si poteva parlare solo in Colombia e che non c’era più nessun loro rappresentante in altri paesi.

E’ vero che noi abbiamo aiutato, pagando le cure mediche per una grave malattia, un compagno da noi ben conosciuto come rifugiato politico colombiano. Vorrei far notare che nel mondo ci sono centinaia se non migliaia di rifugiati politici colombiani visto che nella “Colombia democratica” i sindacalisti e gli oppositori di sinistra (non gerriglieri), parlamentari compresi, sono stati decimati negli ultimi venti anni. Parliamo di più di diecimila morti ammazzati o fatti sparire nel nulla.

Inoltre avremmo finanziato con 1400 euro un’organizzazione che ha fra i 15000 e i 20000 combattenti bene armati e che, secondo gli USA e Uribe, con il narcotraffico e i sequestri estorsivi incamera ogni anno centinaia di milioni di dollari.

Posso dire con cognizione di causa che il PRC non ha mai raccolto fondi per le FARC e che i famosi 1400 euro non esistono.

Ma vorrei anche dire che se le FARC avessero indicato un interlocutore in un qualsiasi paese del mondo e avessero chiesto aiuti vari avremmo accolto queste richieste come parte indispensabile del mantenimento di un rapporto politico.

Tutte queste cose dovrebbero essere state trattate da giornalisti che capiscono qualcosa di Colombia o che abbiano la serietà professionale di documentarsi, di informarsi. Invece, tranne qualche lodevole eccezione come quella di Guido Piccoli sul Manifesto, giornali e telegiornali trattano una vicenda come questa affidandola, guarda caso, a giornalisti di politica interna che a stento sanno dove si trova la Colombia o che immaginano che la Colombia sia un paese normale, un paese democratico dove opera un gruppo di terroristi narcotrafficanti del tutto estraneo a quella realtà. Non sanno che il conflitto colombiano dura da più di 40 anni. Non sanno che ci sono stati diversi processi di pace che dopo la firma si sono risolti con l’uccisione sistematica di tutti quelli che avevano deposto le armi. Non sanno che gli oppositori politici e i sindacalisti sono stati sterminati e continuano ad essere sterminati. Non sanno che Uribe è stato il sindaco di Medellin al tempo del cartello di Escobar e che in seguito ha continuato la sua brillante carriera come responsabile dell’aviazione civile e che in tale veste ha autorizzato ufficialmente decine di piste di atterraggio in tutti i territori dove si produceva la foglia di coca. Non sanno che attualmente ci sono decine di parlamentari o arrestati o incriminati per le loro connessioni con il narcotraffico. Non sanno che Uribe ha solo qualche giorno fa inusitatamente dichiarato che sarà molto difficile che riescano a trascinarlo davanti al tribunale internazionale dell’Aja. Non sanno che il Presidente Pastrana aveva dichiarato ufficialmente le FARC formazione politico militare e le AUC (i paramilitari) narcotrafficanti e criminali. Che con le FARC aveva intavolato una trattativa di pace e che con le AUC si era rifiutato di farlo. Non sanno che Uribe ha fatto semplicemente l’esatto contrario. Sapranno tutto delle beghe interne di questo o quel partito italiano o delle ultimissime dichiarazioni di questo o quel politico italiano ma di cosa siano le FARC o la Colombia non sanno nulla di nulla. E ciò nonostante tentano, purtroppo riuscendoci quasi sempre, di far entrare la Colombia o altre vicende come questa nel frullatore della politichetta provinciale italiana facendola passare dall’imbuto della visione ristretta del mondo dei loro direttori.

Pazienza.

Noi continueremo, come sempre abbiamo fatto, ad essere attivi per i processi di pace e a non usare due pesi e due misure quando si tratta di diritti umani. E soprattutto cercheremo di continuare ad essere persone serie e a non diventare mai come loro.

ramon mantovani

Il congresso è finito. Viva il congresso!

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 31 luglio, 2008 by ramon mantovani

Ci sono stati due congressi.

Il primo provocato da una grave divisione del gruppo dirigente del partito sui tentativi di “superare” rifondazione comunista in una nuova forza politica, che si è concentrato in una discussione politica vera confrontando diverse proposte politiche. Il secondo giocato sulla raccolta di voti con qualsiasi mezzo, sulla personalizzazione della contesa, sulla descrizione faziosa dei maggiori mass media.

Ha vinto il primo, nonostante tutto.

Perché, alla fine, ha comandato la politica e il congresso si è concluso con una votazione su due linee contrapposte.

La totalità dei mass media ha volutamente ignorato il documento politico approvato per poter descrivere un congresso diverso da quello reale. Da tempo in politica, soprattutto in Italia, non si giudicano testi e contenuti, bensì contese fra leader, scontri di potere, dietrologie, processi alle intenzioni, pettegolezzi di ogni tipo. Così si può dire ciò che si vuole senza nemmeno dover far apparire le proprie opinioni in qualche modo collegate alla realtà. Come ha fatto, un esempio per tutti, Ida Dominijanni sul Manifesto.

Invito tutte e tutti a leggere il documento.

home.rifondazione.it/xisttest/content/view/2881/314/

Questo documento rappresenta una linea politica chiara e praticabile. Non c’è traccia di conservatorismi o di mediazioni al ribasso per tenere unite le quattro mozioni che l’hanno votato. Naturalmente si può non condividerlo, ma mi sembra davvero strumentale descriverlo come un pateracchio o come un testo ortodosso.

Ci siamo presentati tutti a Chianciano con la consapevolezza che nessuna mozione aveva avuto la maggioranza dei voti. Nella mozione 1 c’era un’esplicita diversità di opinioni circa l’esito del congresso nazionale. Da una parte c’era la volontà di lavorare ad un esito chiaro politicamente, che sancisse la sconfitta della proposta della costituente di sinistra, dall’altra la preoccupazione che non fosse possibile raggiungere un’unità su una linea chiara fra le quattro mozioni che esplicitamente avevano rifiutato la costituente. Da una parte il privilegiare l’esigenza della chiarezza politica e dall’altra il privilegiare la necessità di unire il più possibile il partito. Le mie posizioni in questa discussione credo siano note. Ma voglio qui ribadire che entrambe le posizioni erano legittime e contenevano una verità interna indiscutibile.

Non importa se i giornali e gli stessi esponenti della mozione 2 in molte dichiarazioni avevano descritto una discussione politica limpida come un complotto di palazzo. A sentir loro la componente di Essere Comunisti avrebbe abbandonato la mozione 1 e avrebbe dato a Vendola una vittoria non ottenuta nel voto della base in cambio di posti di rilievo nella direzione del partito. Questo modo di leggere le posizioni politiche lo considero davvero il massimo della regressione o, se si preferisce, della omologazione alla politica corrente.

Davvero, per la prima volta, siamo entrati in un congresso senza sapere come ne saremmo usciti.

In commissione politica Gennaro Migliore ha proposto che il testo dell’intervento di Vendola fosse assunto come base per la redazione del documento politico finale del congresso. Il sottoscritto ha rifiutato questa proposta ed ha indicato alcuni punti (bilancio dell’esperienza di governo, costituente e unità della sinistra, rapporto con il PD, lavoro sociale, elezioni europee e riforma del partito) sui quali aprire un confronto a tutto campo. Analogamente hanno fatto gli esponenti delle mozioni 3 4 e 5. Alla successiva riunione della commissione politica la mozione 2 non si è presentata. Evidentemente, ma è una mia interpretazione dei fatti, il fatto che nessuna mozione o componente avesse accettato il discorso di Vendola come base per la redazione del documento, aveva convinto le compagne e i compagni della mozione 2 che il loro tentativo di spaccare la mozione 1 era fallito. Nel corso del prosieguo dei lavori della commissione (che sarebbe troppo lungo raccontare minuto per minuto) è apparso sempre più chiaro che c’era un’effettiva convergenza delle 4 mozioni alternative alla costituente su una possibile linea politica.

Ovviamente se ciò non fosse stato possibile o se il documento non avesse retto alla prova e si fossero registrate divergenze insanabili tra le quattro mozioni la mozione 2, alla fine, avrebbe vinto e stravinto il congresso.

La verità è che il documento è una linea politica chiara e condivisa sia dal punto di vista politico che culturale. Basta leggerlo per rendersene conto. Naturalmente tiene conto delle diversità che c’erano fra le quattro mozioni. Lo stesso sarebbe accaduto su un testo della mozione 2 più altre aree. Non per caso il discorso di Vendola aveva totalmente eluso il tema della costituente.

Insomma, essendoci stata una reale convergenza su una proposta politica il documento ha retto l’urto degli insulti e degli strali strumentali ed ha passato il vaglio del voto congressuale.

Nel pieno rispetto della democrazia, in un congresso a mozioni contrapposte, alla fine si sono confrontate due proposte politiche alternative ed una ha avuto la maggioranza.

E’ assolutamente falso che ci sia stata un’operazione per eleggere un segretario, e che sia stata cercata una convergenza politica qualsiasi per raggiungere questo scopo. E’ invece vero il contrario. La stessa convergenza fra le quattro mozioni è stata cercata sulla politica a prescindere dall’elezione o meno di un segretario, anche perchè una mozione (la 5) aveva proposto di eleggere due portavoce e nella stessa mozione 1 esistevano pareri diversi su questo punto.

Quanto al dibattito, lo dico per i veri appassionati, si può verificare come gli interventi della mozione 2 fino ad un certo punto siano stati improntati all’unità e alle sottolineature delle “aperture” contenute nella relazione di Vendola, per poi piegare decisamente verso lo scontro frontale e verso lo stile da comizio urlato. Semplicemente era arrivata la notizia che il tentativo di allargare la mozione 2 con i voti di una parte della mozione 1 era fallito.

Due ultime cose.

La linea di condotta decisa dalla mozione 2 per cui si costituisce una corrente interna-esterna al partito e si alimenta ancora una polemica usando insulti e scomuniche, con l’ausilio della grande maggioranza dei mass media, è una linea pericolosa. Il non riconoscere la legittimità della linea approvata dal congresso e la descrizione della maggioranza che l’ha espressa come un’accozzaglia di estremisti, settari, dogmatici e complottardi non fa onore a chi sostiene queste cose e rischia di dislocare la dialettica dentro e fuori il partito su un terreno di scontro infinito. L’idea, veramente disdicevole a mio parere, per cui con la sconfitta di una proposta politica morirebbe rifondazione e per cui il patrimonio di lotte e di innovazione politico-culturale sarebbero solo di una parte rivela solamente che c’è stata una concezione proprietaria del partito. Una concezione che ha contribuito non poco e determinare la sconfitta della mozione 2.

La gestione unitaria del partito è la chiave per impedire lo scontro infinito che paralizzerebbe il partito e che lo ridurrebbe all’impotenza. Gestione unitaria significa che, oltre a prevedere organismi esecutivi con la presenza di tutti, su ogni scelta importante ci sia un percorso nel quale tutti possano partecipare alla formazione delle decisioni. Non ci sarà una maggioranza che deciderà per poi permettere alla minoranza di dissentire. Si discuterà liberamente, anche ascoltando i circoli e le federazioni, e poi si deciderà. Esattamente il contrario di quanto avvenuto negli ultimi anni.

Sono convinto che la linea che abbiamo scelto darà presto i suoi frutti politici.

Nessuno si spaventi per il fatto che ci si descrive più o meno come fummo descritti dopo la rottura con il governo Prodi nel 98. E’ solo la prova che siamo tornati ad essere una spina nel fianco del sistema politico italiano.

Buon lavoro a tutte e a tutti.

ramon mantovani