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Lettera aperta alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista sul nostro futuro.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , on 23 ottobre, 2009 by ramon mantovani

Care compagne e cari compagni,

sono tempi duri, bui e difficili.

Questa mia lettera aperta vuole solo essere una riflessione, e se possibile un contributo, sul recente passato e soprattutto sul futuro.

Non ho la pretesa di dire cose definitive né di risolvere tutti i problemi. In particolare quelli che, allo stato, sembrano insolubili.

Mi piacerebbe solo, e non sarebbe poco, fare in modo che il dibattito, che appassiona tante e tanti, sia costruttivo. Penso, infatti, che non ci sia nulla di peggio di una discussione superficiale. La cultura della politica spettacolo, della faziosità al posto della ragione, degli insulti al posto delle critiche, della demagogia al posto degli argomenti, dei leader al posto dei collettivi, degli scontri al posto del dialogo, è profondamente penetrata nelle fila della sinistra e dei comunisti. Per me è e rimane un effetto delle sconfitte sociali e degli errori politici compiuti in questi anni. So bene, perciò, che a nulla servono appelli moralistici o, peggio ancora, richiami ad una correttezza formale e sostanziale, che pure fra compagne e compagni dovrebbe sempre esserci. Tuttavia bisognerebbe avere maggiore coscienza di una così conclamata subalternità alla concezione dominante della politica corrente. I principi, i valori, la cultura di chi vorrebbe cambiare il mondo non si possono coniugare con la dietrologia, con la cultura del sospetto, con il tifo per un leader. Ne escono ridotti a frasi vuote, caricaturali, che finiscono con lo sminuire la loro carica eversiva e feconda.

Ed ora, dopo questa per me imprescindibile premessa, passiamo ai tre temi di cui vorrei parlare.

Cos’è Rifondazione Comunista oggi?

Si, questa domanda è ineludibile. Non si può, infatti, parlare di un partito, di un collettivo, senza tentare di chiarire a cosa ci si riferisce quando lo si nomina.

In questi ultimi anni la Rifondazione che fu capace di rompere con il governo Prodi nel 98, di essere l’anima del movimento no global a Genova e a Firenze, di stare nelle istituzioni portando la carica trasformatrice dei conflitti e di attualizzare e rinnovare il pensiero comunista, è stata travolta, ferita e cambiata.

A cambiarla in peggio, sono state, tra le tante, fondamentalmente due cose:

1) Una linea politica sbagliata. Fondata sul presupposto che il movimento era inefficace e che ha investito tutto sulla possibilità che “lo sbocco politico” di tanto fermento e conflitto fosse capace di piegare il centrosinistra ad una inversione di tendenza rispetto agli anni 90. Non un tradimento in nome delle poltrone (come vuole una vulgata tanto cara a molti), bensì, appunto, un’analisi dei rapporti di forza sbagliata che ha prodotto un’illusione ed ha trasformato la possibilità del governo in una prigione e in uno spartiacque che ha deluso, diviso e depotenziato ogni conflitto e movimento. Potrei, su questo, fare mille esempi. Ma sarebbe inutile perché ognuno può tranquillamente farne più di me. Mi interessa, invece, soffermarmi su un aspetto del problema poco indagato. Io penso che la teorizzazione dell’inefficacia del movimento correlata alla necessità di una “risposta politica”, tanto più se coniugata con il tema del governo, sia stata una rottura e non una continuità con la Rifondazione del quinquennio 98-2003. L’aver teorizzato che la politica ufficiale e istituzionale fossero un aspetto secondario dell’agire politico, che il baricentro del partito dovesse stare nella società e nelle sue contraddizioni, che il ruolo politico di un partito comunista dovesse essere concepito come interno ai movimenti, che il tema del potere dovesse essere indagato criticamente alla luce dell’esperienza storica e che, per questo, ci fosse bisogno di una profonda innovazione nella cultura politica dei comunisti, sono tutte cose, per me, incompatibili con quanto è avvenuto in seguito. In realtà l’idea dello “sbocco politico” sovra ordinatore di tutto il resto è la negazione della esperienza del 98 e della teoria dell’appartenenza ai movimenti. Non la sua continuazione o coronamento. Così come le innovazioni culturali, per essere coniugate con la prospettiva del centrosinistra organico, sono state ridotte a litanie da talk show buone per far dire che Rifondazione “ha messo la testa a posto e non è più quel coacervo di massimalisti ed estremisti del passato”. Chiunque può giudicare se teorizzare la pratica della disobbedienza civile contro leggi ingiuste e contro le tante “zone rosse” sia la stessa cosa che evocare la nonviolenza come spartiacque astratto per dividere il movimento e per giudicare la vicinanza o meno ai conflitti in Italia e nel mondo. Chiunque può vedere come l’antistalinismo si sia trasformato da critica del potere e della concezione borghese del potere, nell’anticamera della proclamazione dell’irriformabilità del comunismo proprio mentre ci si apprestava ad occupare posti di potere nelle istituzioni a tutti i livelli. Chiunque può constatare come il “fare società” e la estraneità al sistema politico-istituzionale, la presenza nel quale era considerata mera tattica, abbiano ceduto il passo alla centralità delle relazioni politiche fino all’ossimoro iperbolico della teorizzazione secondo la quale “la via per l’alternativa passa oggi per l’alternanza”. Qui devo aprire una parentesi. Lo devo fare per onestà intellettuale. Io mi sono opposto a tutto questo, e penso di averlo fatto come ho potuto, anche perché, per dirla tutta, in un modo o nell’altro, e non a caso, mi furono tolti gli incarichi esecutivi (segreteria nazionale e responsabilità del dipartimento esteri). Ma non posso dire di non essermi sbagliato. Sebbene io pensassi allora, come penso oggi, che era profondamente sbagliato opporsi sulla base della conservazione della tradizione, resistendo alle innovazioni, posso dire di aver gravemente sottovalutato la deriva di destra che guidava la politica concreta del partito. Ed ammetto di aver sopravvalutato gli effetti del quinquennio 98-2003 sulla cultura politica e sulla “natura” antagonista del partito. In altre parole ho creduto che i segnali crescenti del politicismo fossero accentuazioni irrilevanti dovute alla contingenza e che il corpo del partito, e soprattutto i giovani, li avrebbero corretti strada facendo. Errore gravissimo. Non giustificabile e che mi ha portato a commetterne altri, come l’aver appoggiato la gestione di maggioranza degli organi esecutivi del partito nel congresso di Venezia. Ovviamente non sono così presuntuoso da pensare che se non li avessi commessi il corso delle cose sarebbe stato un altro. Ma credo che quando un compagno è chiamato a ruoli di direzione politica non possa e non debba sfuggire all’autocritica. Parentesi chiusa. E’ stato così che sono state “bruciate” le più importanti conquiste teoriche e pratiche. Coniugare, infatti, le innovazioni ad una deriva politicista e di destra le ha rese invise a migliaia e migliaia di militanti. In un circolo vizioso e paradossale la diffidenza conservatrice di molti è stata alimentata proprio dall’uso strumentale della cultura politica innovativa messo in atto per rendere “nobile” e “alta” la svolta a destra in atto. Tutto questo ha fatto regredire la discussione fra i militanti ed ha depotenziato la carica rivoluzionaria di un quinquennio fino a confonderlo in un indistinto giudizio sommario sui 15 anni di “bertinottismo”. Non a caso Vendola e soci al congresso hanno fatto carte false affinché la discussione vertesse sull’identità e sulle innovazioni culturali e si tralasciasse il giudizio sul governo Prodi e sulla nefasta idea dell’unità della sinistra senza aggettivi. Oggi Rifondazione Comunista è più povera per il semplice motivo che stenta a riconoscersi in un passato condiviso e a far leva sugli accenti anticapitalisti e antagonisti della propria pratica politica. In parte, ma solo in parte, il disegno della mozione due del congresso ha sortito i suoi effetti. Troppi militanti ed anche dirigenti indulgono nelle semplificazioni secondo le quali tutte le colpe o tutti i meriti sono attribuibili al leader. Ne esce una babele confusa di diverse concezioni dell’identità comunista che fanno premio su qualsiasi scelta politica. Soprattutto ne esce depotenziata l’idea della pratica sociale come punto irrinunciabile della stessa identità comunista in favore di astrattezze di ogni tipo e di torsioni identitarie o anti identitarie indifferenti entrambe al vero punto strategico: l’istituzionalismo. Si scopre così che si può essere ipercomunisti ed istituzionalisti sfrenati o grandi difensori delle innovazioni culturali ed istituzionalisti sfrenati. Penso che non ci sia una bacchetta magica per risolvere questo problema. E’ necessario che alla base come al vertice tutti si cimentino in una discussione seria (combattendo attivamente contro la degenerazione delle discussioni gridate da contendenti che le sparano grosse). Mettendosi in testa che il contrasto contro il capitalismo si fa nella società, fabbrica per fabbrica, scuola per scuola, quartiere per quartiere, e non illudendosi che il comunismo viva e si realizzi nel voto e sulla scheda elettorale.

2) Una immagine sbagliata. Proprio io, che sostengo la non centralità del tema della comunicazione, voglio cimentarmi sull’immagine che il PRC ha, nei fatti, per milioni di italiane ed italiani e per decine di migliaia di attivisti e attiviste dei tanti movimenti di lotta. Non ho cambiato idea circa la importanza della comunicazione, ma penso sarebbe oltremodo sbagliato non sapere e non vedere che l’immagine di Rifondazione è fortemente compromessa. La linea politica sbagliata di cui ho parlato più sopra non giustifica in nessun modo che il PRC possa essere definito “un partito uguale agli altri”. Ma questo è quel che pensano tantissimi fra gli elettori e molti fra gli attivisti. Chi ha vissuto le discussioni dentro il partito, chi non ha mai smesso di lottare, chi si dissangua in termini di tempo, di lavoro ed anche finanziariamente per il partito sa che non è così. E sente come profondamente ingiusto un giudizio largamente presente nel popolo. Tuttavia quel giudizio esiste e, anche se largamente infondato, è difficilissimo da cambiare nella testa delle persone in carne ed ossa. Questo è un frutto amarissimo, e forse il peggiore, degli errori di linea politica. Non basta annunciare e praticare una diversa linea politica per riconquistare la credibilità perduta. Tanto meno ribadire ossessivamente la propria identità comunista. I mass media ci hanno messo e ci mettono del loro, ovviamente. Facciamo degli esempi. Indipendentemente dalla collocazione di governo tu puoi essere un partito dedito soprattutto alle lotte sociali: fabbriche, scuole, casa, ambiente, sono sempre state la parte preponderante del lavoro del partito. Ma se in TV ti invitano soprattutto per discutere di immigrazione, di diritti degli omosessuali, di sicurezza, finisce che poi ti senti dire: si ma voi vi occupate solo di diritti dei gay e non più degli operai, degli immigrati e non più degli italiani che non hanno casa, di carcerati e non più di pensionati. Il combinato disposto della cultura dominante, largamente egemone proprio nelle fasce proletarie della popolazione, e la malizia dei mass media distorcono la tua immagine fino a farla diventare una caricatura. Poi c’è un’altra immagine negativa. Faccio subito un esempio. Sabato 17 mattina mentre chiacchieravo amabilmente con un compagno di Sinistra Critica che distribuiva un volantino presso il mercato di San Lorenzo a Roma, una signora anziana con la borsa della spesa, appena visto il volantino ha esclamato: – siete solo capaci di dividervi! Ma quando la finirete! – e se ne è andata incazzata. Pochissimi minuti dopo è passata una mia amica milanese, che non vedevo da anni, in compagnia di un’altra compagna che non conosco, venute a Roma per la manifestazione. Non avevo nemmeno finito di salutare che è spuntato l’immancabile: – siete solo capaci a litigare! Ora, chiunque può riferire mille episodi identici, e chiunque può testimoniare che a nulla serve dire cose del tipo: – ma noi non abbiamo fatto le scissioni, casomai le abbiamo subite – oppure tentare di argomentare l’inevitabilità di certe divisioni parlando di contenuti o magari del rapporto col PD. Le persone semplici, e spessissimo gli attivisti e le avanguardie delle lotte, constatano che ci sono divisioni, liste contrapposte alle elezioni, e soprattutto vedono che i mass media parlano incessantemente delle nostre divisioni, dei litigi, sia a livello nazionale sia a livello locale. Ne risulta che noi non solo siamo “uguali agli altri” ma siamo pure, per giunta e come se non bastasse, capaci solo a litigare e dividerci. Certo che per chi ha subito una marea di scissioni è difficile da mandar giù. Ma la verità inconfutabile è che la nostra immagine è irrimediabilmente compromessa da questa doppia falsa immagine. Non ho la soluzione per questo problema. O meglio, so che non possiamo modificare la logica dei mass media che per malizia, o semplicemente perché pensano che questo sia l’unico contenuto della politica, continueranno a sottolineare la nostra alterità rispetto ai luoghi comuni di destra più radicati nel popolo e a descrivere dettagliatamente ogni nostra divisione e litigio. Io non riesco a capacitarmi del fatto che ci siano militanti, e anche dirigenti, che pensano sia necessario alimentare le polemiche sui mass media fra noi e Sinistra e Libertà, che ogni volta che hanno una divergenza, magari in un federale, emettono un comunicato stampa per rendere il mondo edotto della loro stoica battaglia dentro il partito, che invocano i litigi sui mass media perché altrimenti a loro pare che non ci sia chiarezza politica. Non sto dicendo che bisogna mettere una sordina alla discussione. Dico che chi pensa che le divergenze a sinistra, o dentro il partito, si regolano sui mass media a suon di litigi e frasi altisonanti è totalmente subalterno alla stessa concezione della politica di Bruno Vespa. Altro che comunismo e chiarezza politica! E dico che è giunto il momento di rivedere radicalmente il nostro rapporto con l’informazione. Non so bene come ma bisogna farlo. So bene, invece, che la pratica sociale è l’unico strumento in grado di smentire la falsa immagine che ci è stata, e ci siamo, cuciti addosso. E che ci vorranno, come ho detto più volte, anni e anni di duro e silenzioso lavoro sociale per ricostruire la nostra credibilità e la nostra immagine.

Come ho tentato di dimostrare Rifondazione non è più la stessa. Non tenerne conto sarebbe un errore tossico. Non si può, infatti, parlare del futuro senza sapere come siamo messi davvero. Non parlo dei risultati elettorali e della quantità di voti, che per me sono una pura conseguenza della scarsità di lavoro sociale, degli errori del passato e della nostra immagine negativa. Parlo dell’azione politica e della sua efficacia. Siamo tutte e tutti chiamati a fare tre cose: ricostruire la nostra “ragione sociale” a cominciare dal lavoro, ricostruire una discussione dentro il partito e fuori dal partito che sia capace di unire e di governare le differenze e divergenze affinché non producano altre divisioni letali, difendere l’identità comunista rilanciando fortissimamente il progetto della rifondazione del pensiero e della pratica comunista. E’ alla luce di queste considerazioni che affronto due temi di grande attualità: la federazione e le elezioni regionali.

La Federazione.

Per affrontare seriamente il tema della Federazione, e cioè di un potenziale processo unitario di tutte le forze comuniste, anticapitaliste, socialiste di sinistra, antagoniste e libertarie, bisogna rimuovere dalla discussione le tante, troppe, interpretazioni negative ed infondate che circolano. Bisogna cioè dire ciò che la Federazione non è. Per chiarezza ed a scanso di equivoci.

Secondo la mia modesta opinione, la Federazione non è la costituente di un partito unico. Né comunista né di sinistra. Tanto meno è un cartello elettorale. La Federazione non è la sinistra del centrosinistra. Non è nemmeno il luogo e l’aggregazione di una sinistra generica nuovista e senza radici. Non è, infine, il tradimento o lo stravolgimento del Congresso di Chianciano del PRC.

Su ognuna di queste “negazioni” ci possono essere e ci sono opinioni diverse. Non è un dramma e nemmeno una cosa negativa. Se c’è stata una lunga fase di divisioni e frammentazioni è logico che, nell’ambito di un processo unitario, ci siano propensioni, vocazioni, idee e proposte diverse. La utilità di ognuna di queste idee, però, non si può misurare in se, magari riproponendo una concorrenza foriera di divisioni. E’ indispensabile confrontarle tutte con l’esigenza di unire e non dividere, sulla base della massima chiarezza politica (sulla base cioè di chiare discriminanti), e soprattutto sulla base del rispetto di tutte le identità politico culturali esistenti. L’accettazione di questo terreno di confronto unitario è indispensabile per produrre un processo che non naufraghi alla prima difficoltà e che abbia un respiro strategico.

Con tutte evidenza, infatti, l’idea di dar vita ad un unico partito, comunista o di sinistra (con o senza aggettivi), produrrebbe spaccature e nuove divisioni. Ignorare che esistono progetti politici distinti e diversi fondati o intrecciati a precise identità ideologiche e tentare di ridurre tutto a uno sarebbe un errore fatale. Per quanto mi riguarda, per esempio, considero vigente e necessario il rilancio della rifondazione comunista e non mi riconoscerei in un partito che mettesse in soffitta o tra parentesi questo obiettivo strategico, anche se si dichiarasse comunista. Figuriamoci se fosse un generico partito di sinistra. Non penso di essere il solo, ed infatti il PRC ha deciso il rilancio della rifondazione comunista come punto fondamentale. Ciò che vale per me, o per noi, vale analogamente per altri. Né i comunisti, di qualsiasi tipo, si scioglierebbero in un partito di sinistra, né altre componenti della sinistra di classe accetterebbero di stare in un partito comunista, che si proponga la rifondazione del pensiero e della pratica comunista o meno.

Lo stesso dicasi per le discriminanti politiche. Parlo sempre per me, anche perché è scorretto parlare solo di altri. Personalmente, ma anche qui non penso di essere il solo, senza le discriminanti dell’anticapitalismo e dell’antibipolarismo, non accetterei mai un processo unitario. Non per settarismo ma perché penso che in politica per unire bisogna aver chiaro cosa si vuole unire e perché. Abbiamo sotto gli occhi l’esperienza dei fuoriusciti da rifondazione, ma vale anche per la scissione del Pdci e per quella alle porte dei Verdi, cha ha prodotto solo divisioni e che pretende di unire sulla base della negazione delle identità politico culturali e della messa in secondo piano dei contenuti. Fino al punto, veramente paradossale per chiunque si consideri di sinistra, di occultare o sorvolare su temi come la guerra, la precarietà, il liberismo, l’appartenenza al GUE o al PSE e ai Verdi. Come si vede i processi unitari senza discriminanti producono mostri inutili e soprattutto moltiplicano le divisioni. Mentre l’unità di soggetti e persone con diverse identità e sulla base di precise discriminanti politiche può funzionare ed essere utile al paese e perfino alle singole forze che vi partecipano.

Sarei però un vero ipocrita se non nominassi i problemi che allo stato sono irrisolti, e che avranno, secondo me, un peso enorme sulle fortune o meno della Federazione. Io ne vedo due, e grossi.

1) La reale composizione della Federazione. Si può proclamare fin che si vuole il carattere “aperto” della Federazione. Si può chiamare all’unità e produrre mille appelli per l’unità. Ma se non si mettono a disposizione per davvero i processi decisionali, e per un periodo di tempo sufficiente affinché l’apertura e la pluralità si dimostrino con i fatti e non solo con le parole, sarà ben difficile che centinaia di collettivi e migliaia e migliaia di persone, oltre che Sinistra Critica, il PCL ed altri, partecipino alla costruzione della Federazione. Al di là delle nostre migliori intenzioni sono moltissime le diffidenze, le cautele, i dubbi e le riserve che esistono. Ignorarle, oltre che sbagliato in se, produrrebbe solo un processo unitario minimo e non all’altezza di giocare un ruolo sia nei movimenti di lotta sia nella politica del paese. Un processo così debole, senza una forza sufficiente, sarebbe esposto al fallimento. Un fallimento che, anche se io penso che nella lotta di classe non esista l’ultima spiaggia, lascerebbe i suoi segni per una fase lunghissima. Perciò io penso non solo che il processo costitutivo della Federazione debba durare almeno un anno, ma soprattutto che le decisioni circa il programma politico e l’organizzazione della Federazione debbano essere appannaggio di tutte e tutti quelli che vi parteciperanno, essendo messi sullo stesso piano e potendo entrare nel processo in qualsiasi momento del suo corso. In altre parole a fine novembre quando ci sarà il manifesto e un regolamento provvisorio, si dovrà, sulla base delle discriminanti contenute nel manifesto, iniziare la costituzione della Federazione e non chiuderla invitando poi altri ad aderire.

2) Il governo e il PD. Lo dico brutalmente: se noi elevassimo il tema del governo e del rapporto col PD a discriminante non solo non faremmo nessuna Federazione ma probabilmente spaccheremmo ognuno dei soggetti che vi partecipano. In fin dei conti il 90% delle divisioni e delle scissioni che sono avvenute negli ultimi 15 anni si sono prodotte sul tema del governo. Ovviamente io non propongo ne penso di mettere da parte questo problema. Fare in questo modo non ci metterebbe al riparo da ulteriori divisioni nel momento in cui l’agenda politica ce lo ripresentasse. E prima o poi ce lo ripresenterà. Io non so declinare questo tema se non nel modo più classico. Le relazioni con altre forze politiche (pd compreso), le elezioni, e la partecipazione o meno a governi non sono ne possono essere obiettivi strategici di una forza politica. Se si considera obiettivo strategico la partecipazione ad un governo si costruirà una organizzazione coerente con questa finalità. Viceversa se si considera strategica e fondante la scelta di non allearsi col PD e si considera discriminante la stessa possibilità di partecipare ad un governo con forze borghesi si costruirà una forza organizzata coerente con questa scelta strategica. Tornerò sulla natura strategica o tattica di questo dilemma. Ma prima, perché non si può non farlo, osserviamo la realtà. La cruda realtà. In Italia c’è una pletora di partiti comunisti. Ognuno dei quali si presenta alle elezioni. Alcuni predicano il principio che col PD non ci si allea e che l’unica opzione di governo è quella di un governo operaio. Il Partito di Alternativa Comunista e il PCL pensano così. Come mai sono due? Ovviamente perché Ferrando si era candidato nelle liste di Rifondazione e questo dimostrerebbe che in realtà non è poi così fermo sui principi. Anche Sinistra Critica pensa che non ci si possa alleare col PD in nessun caso. Ma il PCL, a sua volta, l’accusa di aver fatto parte della maggioranza del governo Prodi anche votando per le missioni militari. Ecco, contro ogni possibile confutazione, secondo me porre la questione del governo in astratto e come questione identitaria produce questo bel risultato. Divisioni incomprensibili, competizioni nelle quali il bersaglio della polemica è sempre chi è più simile a te. Ovviamente ci sono altre differenze fra queste formazioni, identitarie e politiche, ma sfido chiunque a dimostrare che il motivo che li ha fatti uscire da rifondazione e che li tiene divisi fra loro non sia il governo. Poi c’è il Pdci, il cui atto di nascita è la scissione per dar vita ad un partito comunista vero (rifondazione non lo era dal momento che sottovalutava il pericolo di Berlusconi) che considerava l’appartenenza al centrosinistra e l’obiettivo del governo come tratti fondanti la propria strategia. Non lo dico io. E’ scritto nei documenti del Pdci. Perfino nell’ultimo documento congressuale il centrosinistra è fra gli obiettivi fondamentali del Pdci. Infine c’è il PRC. Che ha subito tutte queste scissioni per aver scelto di essere all’opposizione del centrosinistra o al governo con il centrosinistra. E al cui interno non è affatto, benché ridotta, sparita la diatriba “di principio” sul rapporto col PD e sulla partecipazione al governo. Sia nella forma di correnti organizzate sia fra i militanti trasversalmente alle mozioni.

Domanda: è possibile andare avanti così? Io penso che non sia possibile. E non c’è cittadina o cittadino, non c’è nessuna avanguardia di lotta che non appartenga ad una delle fazioni sopradescritte (ed ho preso in esame solo quelle che si sono presentate alle elezioni) che non pensi che tutto ciò è disarmante. Non se ne può più!

Solo concependo le relazioni politiche, le elezioni e le alleanze di governo come mera tattica all’interno di un progetto strategico si può ricostruire un processo unitario e stare in un partito o nella Federazione (fa lo stesso) trovandosi in maggioranza o in minoranza su questa o quella scelta tattica. Tanto sarà forte il progetto strategico tanto sarà secondaria la scelta tattica. Tanto sarà debole il progetto strategico tanto sarà dirompente ogni scelta tattica.

Ma non basta. So che non basta. Perché al di la di queste questioni di principio c’è la realtà del sistema politico-elettorale nel quale si agisce. Perché per quanto si proclami secondaria sia la scelta di allearsi con il PD sia quella di partecipare ad un governo c’è la realtà degli ultimi anni e ci sono i risultati concreti delle esperienze di alleanze e di governo su cui non si può sorvolare. C’è un PD concreto e c’è la prigione del bipolarismo, oltre che la crisi democratica di cui è responsabile non solo la destra. Perché il bipolarismo costringe alla logica del meno peggio il cui risultato finale è sempre la distruzione di ogni istanza di trasformazione, laica e progressista.

Ecco perché penso che l’indipendenza della federazione e l’alterità rispetto al bipolarismo siano fondamentali per discutere del rapporto col PD e del tema del governo non in astratto ma in concreto. In altre parole vuol dire che non si può essere l’ala sinistra del centrosinistra e che non si può fare nessun accordo nazionale che non preveda il superamento del bipolarismo.

Infine, sempre per quel che vale la mia opinione, io penso che alla Federazione si debba cedere la sovranità circa le scelte elettorali. Conseguentemente penso che chi partecipa alla Federazione conservi la sovranità e la propria autonomia organizzativa su tutto il resto, a cominciare dalla pratica sociale, dalla ricerca teorica, dalle relazioni internazionali e così via.

Mi spiego meglio. Io penso proprio che la Federazione, che dopo essersi costituita presenterà le proprie liste alle elezioni, debba su questa cosa funzionare come una forza politica. E cioè avere una vita democratica propria fondata sul principio di “una testa un voto”. Fermo restando una piccola quota percentuale di presenza negli organismi di delegati direttamente dalle forze nazionali o locali e fermo restando il simbolo contenente la falce e martello. Penso che i singoli iscritti alla federazione, siano membri o meno dei partiti e collettivi, debbano partecipare alla costruzione di un programma politico di fase, costruire le liste, discutere delle eventuali alleanze e scegliere i candidati. E debbano avere l’ultima parola, con referendum vincolanti, sulle scelte politiche fondamentali.

Non ci si presenta alle elezioni di qualsiasi livello per dare agli elettori l’opportunità di scegliere fra le 5 o 6 versioni di comunismo. Se si crede veramente che le elezioni siano un aspetto dell’attività politica e non la finalità della stessa bisogna avere il coraggio di dire che tutte le forze e persone che condividono un programma politico perché l’hanno elaborato insieme sulla base di precise discriminanti, decidono loro direttamente se e come presentarsi alle elezioni.

Forse è meglio fare degli esempi.

In un comune il circolo di Rifondazione esiste. Si riunisce per discutere di come organizzare e partecipare alle lotte, di come promuovere iniziative di discussione politica e culturale, di come partecipare alla discussione nazionale del partito. Ma non delle elezioni e del consiglio comunale. Nello stesso comune ci saranno altri partiti, magari un collettivo ambientalista, un centro sociale e una associazione culturale. Anche loro faranno la propria attività. Ovviamente ogni attività si può fare con tutti gli aderenti alla Federazione ma non obbligatoriamente perché non è detto che il collettivo ambientalista debba fare le stesse cose di rifondazione e viceversa. L’importante è che ogni diversa pratica sociale e culturale sia riconosciuta da tutti come un patrimonio condiviso. La Federazione, e cioè tutti gli aderenti, in quel comune, si riunirà periodicamente, funzionando con il principio di una testa un voto, ed eleggerà un coordinamento, discuterà del programma politico sulla base del quale presentarsi alle elezioni, sceglierà i candidati, promuoverà campagne politiche condivise e praticate da tutti gli aderenti (e qui si sentirà il contributo della discussione che ognuno avrà fatto nel proprio ambito di partito o di collettivo) e seguirà la vita del consiglio comunale. Ovviamente questo significa che il partito, che fino ad ora ha discusso soprattutto di elezioni, di candidati e delle relazioni politiche in consiglio comunale, sia capace davvero di occuparsi delle lotte, della ricostruzione dei legami sociali, della discussione teorica e politico-culturale. In teoria avrebbe dovuto essere sempre così. Ma in realtà le lotte erano oggetto soprattutto di comunicati stampa di solidarietà o di interrogazioni in consiglio comunale mentre tutto ruotava intorno alle elezioni, al consiglio e alla giunta. Per me è quindi un bene che al partito sia sottratta la sovranità sulle elezioni. Dico al partito in quanto tale perché tutti gli iscritti al partito parteciperanno anche alla vita della Federazione. Oltre che logico, perché è logico che collettivi che hanno identità diverse e persone impegnate in molteplici attività che conservano le proprie differenze identitarie, culturali e anche di pratica sociale, ma che condividono battaglie e un programma comune producano una proposta e una lista per l’istituzione corrispondente, è anche benefico per il partito che, mi si passi l’espressione, sarà così costretto, se vuole esistere, a concentrarsi su quella che dovrebbe essere la propria funzione fondamentale.

Ovviamente queste sono idee mie. Quali sovranità avrà la Federazione lo deciderà il processo costitutivo della stessa. Ma ho voluto esporle, avendolo già fatto nella direzione del partito, anche se sommariamente, perché è ormai tempo di discuterne liberamente e di entrare nel merito.

So bene che chi pensa che il comunismo viva soprattutto nei voti alle elezioni e che un partito abbia il principale compito di essere nelle istituzioni e di partecipare al gioco della politica ufficiale si troverà in profondissimo disaccordo con me. Ma sono pronto, essendo particolarmente convinto, a confrontarmi fino in fondo.

Le elezioni regionali.

Sarebbe meglio non ci fossero. Ma ci sono. E bisogna farci i conti. Dico che sarebbe meglio non ci fossero perché queste elezioni regionali, con l’attuale governo Berlusconi e la destra che suscita la solita enorme spinta a mettersi insieme contro di lui, e con la nostra ancora scarsa credibilità, saranno un cimento difficilissimo. Una specie di ultimo atto, e qui sono proprio d’accordo con Ferrero, della lunga fase di sconfitte e divisioni. Abbiamo tutti coscienza, spero, del fatto che per risalire la china, anche elettoralmente, ci vorranno anni. Ci vorrà una totale riconversione del partito al lavoro sociale e una vera, e visibile, inversione di tendenza circa le divisioni infinite di cui siamo stati capaci. Queste elezioni regionali ci prendono in mezzo al guado. Se penso che le elezioni siano secondarie in generale a maggior ragione lo penso per questo turno amministrativo. Ma, come ho scritto più sopra, con una strategia debole ogni scelta elettorale contingente rischia di essere dirompente. E la nostra strategia, il nostro programma politico, la nostra capacità di unire un fronte anticapitalista, sono in costruzione. Guai, dico io, a pensare che siccome c’è la scadenza elettorale bisogna improvvisare una strategia, un programma e mettere insieme ciò che passa il convento. E’ un problema grande, perché mentre è impossibile che le elezioni segnino un punto a nostro favore è invece possibilissimo che facciano molto male sia alla nostra credibilità sia alla nostra prospettiva. Anche su questo problema non esistono scorciatoie, colpi di genio improvvisi o mosse tattiche taumaturgiche. La direzione del PRC ne ha discusso e io non sono in disaccordo con il pragmatismo che ha contraddistinto l’impostazione del problema e della discussione. Sostanzialmente relativo al prendere atto di una realtà disarticolata, di esperienze di governo molto negative, come la Calabria e la Campania, e di altre su cui ci sono giudizi molto diversi dentro e fuori Rifondazione. Di realtà nelle quali l’alleanza col PD si circoscrive, di fatto, ad unire l’opposizione al PDL e alla crescente Lega, senza che questa abbia alcuna possibilità di controvertere i risultati previsti, e di realtà in bilico dove non mancano motivi serissimi per rompere col PD. Essendo in dissenso su diverse cose (ed ovviamente ci tornerò) ed anche, spero, poco incline alla demagogia, non voglio sottrarmi alla constatazione della realtà in favore di ragionamenti astratti. Se ho detto che siamo in mezzo al guado l’ho detto perché penso, in generale, che se noi avessimo una forte unificazione dei movimenti di lotta, programmi forti e intimamente legati ai movimenti, e l’unità della sinistra anticapitalista, la discussione con il PD si risolverebbe da se. Perché una rottura col PD, per quanto costosa soprattutto dove potrebbe vincere la destra, sarebbe compresa e condivisa per lo meno da una parte attiva della società. Ma le cose, ahimè, non stanno così. Le lotte, che pur ci sono, sono isolate e non c’è un programma serio che le unifichi e che proponga su questa base un’idea compiutamente alternativa di società sulla base della quale confrontarsi sia con l’egemonia della destra sia con la vocazione liberista del PD. Credo che su questo tutti possano convenire. A meno di non scambiare un programma politico di fase con qualche slogan propagandistico o, peggio ancora, con la pura esibizione dell’identità comunista e antagonista. La dialettica attuale ripropone inesorabilmente quella che secondo me è una falsa discussione, foriera solo di polemiche inutili e divisioni. Da una parte c’è una propensione a ragionare sulla base della riduzione del danno e a considerare ineluttabile la produzione di accordi pieni di “luci ed ombre” col PD, confidando che sulla base delle “luci” si possa essere compresi ed appoggiati da una parte sufficiente dell’elettorato. Dall’altra la propensione a pensare che se non si rompe col PD, perfino preventivamente a qualsiasi confronto programmatico, nei fatti ci si aliena la possibilità di esercitare a livello sociale quella funzione di unificatori del movimento di lotta e di costruttori di un progetto alternativo di società. Io credo che entrambe queste due posizioni, così diffuse, contengano verità interne inconfutabili. La riduzione del danno è sempre utile. Sempre. Non esiste lavoratore, cittadino o lottatore sociale che sia indifferente a cose concrete che incidono sulla sua vita. Ma anche il non accettare compromessi che prevedano la derubricazione di mutamenti sostanziali, anche se parziali, dell’indirizzo di governo è, o sarebbe, assolutamente necessario al fine di non essere riassorbiti definitivamente nella logica della governabilità e del sistema. Temo che i poli contrapposti di questo problema domineranno la discussione di fatto nei prossimi mesi. Inoltre, come se non bastasse, non esistendo la Federazione che certamente non può e non deve essere, prima di essere nata, sacrificata sull’altare di un turno elettorale, bisognerà cercare di riproporre almeno l’unità raggiunta alle europee. E questo, in alcune realtà, come si sa, sarà arduo e forse anche impossibile. A dimostrazione che c’è uno iato tra certe semplificatorie, e secondo me demagogiche, proposte di unità comunista o della sinistra e la dura realtà delle divisioni profondissime che invece esistono sui territori. Sempre (non mi stanco di ripeterlo) secondo la mia modesta opinione, ed è questo il mio principale dissenso rispetto al dibattito in direzione del PRC, c’è un punto assolutamente sottovaluto. Si tratta della natura del sistema politico-elettorale e della sua degenerazione. Non parlo, anche se nel resoconto di Liberazione mi è stato attribuito, della questione morale. O meglio, parlo della strutturale degenerazione del sistema politico e della natura intrinseca a questa degenerazione della questione morale. Noi non siamo più nel tempo nel quale nelle istituzioni c’era la rappresentanza, per quanto indiretta, di interessi sociali, culture e progetti politici. Nelle istituzioni presidenzialiste (e le regioni lo sono più di tutte le altre), bipolari e maggioritarie oramai da più di 15 anni, la rappresentanza, soprattutto quella degli interessi antagonisti al capitale (ma non solo visto che perfino la laicità dello stato non è più ammessa come motivo di rappresentanza), è stata abolita. La gente vota per questo o quel presidente e/o contro il polo avverso e nella melassa della personalizzazione e dello scontro bipolare non si da più la possibilità che il conflitto venga rappresentato politicamente. Perché anche gli elettori eroici che votassero per chi sta fuori dagli schieramenti sanno bene che il loro voto produce solo testimonianza senza possibilità di incidere realmente nelle scelte. La riduzione del danno, che in un regime proporzionale e parlamentare, è perfino possibile meglio dall’opposizione invece che dal governo, nel regime maggioritario confluisce ineluttabilmente nel “voto utile”. Riducendo, appunto, il conflitto ed ogni istanza trasformatrice, alla pura testimonianza. E con la testimonianza, per quante denunce, interrogazioni e comunicati stampa si facciano, non si rendono i conflitti capaci di rompere quegli equilibri politici senza la rottura dei quali è impossibile, per esempio, impedire le privatizzazioni dei beni pubblici, della sanità e così via. Inoltre, quando per anni e anni le istituzioni funzionano così, quando la governabilità è l’unico obiettivo, quando tutto è giocato in uno scontro senza quartiere per battere l’avversario sul suo terreno, quando l’accordo con e l’appoggio dei i poteri forti (compresi quelli illegali che non hanno certo cessato di esistere) è indispensabile, quando le clientele diventano la base del sistema del consenso elettorale, quando i partiti sono grandi comitati elettorali dominati da piccole oligarchie, si può ben dire che la questione morale non è una eccezione ma è la regola. E’ il prodotto naturale del sistema politico-elettorale. Nella nostra discussione nessuno, o quasi, nega questa descrizione della realtà. Ma inspiegabilmente, almeno per me, si sottovaluta pesantissimamente una conseguenza per noi gravissima. Se sei dentro questo sistema, anche nella veste di testimone isolato, senza cercare di distruggerlo, sarai avvertito inesorabilmente come una variante del sistema e cioè come “uguale agli altri”. Io non credo che l’apparire sia la sostanza della politica, anzi. Ma credo che il tuo essere contro questo sistema deve anche apparire. Faccio un esempio per farmi capire. L’Italia dei Valori appare come l’opposizione più efficace a Berlusconi, se non come l’unica, e appare come la forza più critica verso la degenerazione del sistema. Non è ne l’una ne l’altra. Spero che su questo non ci siano dubbi. Il fatto che appaia come tale, però, è la conseguenza paradossale proprio della sua internità al sistema. L’Italia dei Valori non mette in discussione nessuno dei capisaldi di politica economica, militare, sociale e istituzionale del sistema. Esalta l’idea giustizialista frutto dello scontro senza quartiere fra i due poli. Lancia grida contro la corruzione ma si guarda bene di metterne in discussione gli aspetti strutturali. E’, per molti versi, la valvola di sfogo del sistema, giacché gli elettori in questo sistema possono essere tifosi, clienti, o entrambi, ma non protagonisti di un sovvertimento del sistema. Dove, quando e come si vede la nostra alterità al sistema? Secondo me non si vede per niente. Se l’Italia dei Valori “appare” come forza antisistema anche se non lo è noi che siamo, o dovremmo essere, antisistema, appariamo come interni al sistema. E’ un vero disastro. E c’è un modo empirico per verificarlo. E’ la nostra conclamata incapacità di raccogliere voti di protesta e di recuperarne dall’astensione. E non si dica cha “basta la parola”. Non si dica, cioè, che basta dirsi comunisti, rivoluzionari, antagonisti o che so io, per evocare nella testa di milioni di elettori la nostra natura antisistemica. Per questo, al netto del necessario realismo di cui ho parlato più sopra e che condivido, penso che nella discussione sugli eventuali accordi alle regionali, la direzione del partito avrebbe dovuto dare un indirizzo più chiaro e vincolante per tutti i territori. Perché puoi perfino ottenere, per fare un esempio, che non privatizzi, ma se poi la gestione del pubblico è clientelare, non solo si rafforzerà la destra e la parte del centrosinistra che propone la privatizzazione, ma tu finirai nelle maglie del clientelismo. Con buona pace della tua presunta identità comunista.

Ecco, care compagne e compagni che avete avuto la pazienza di leggere queste lunghissime note e che mi onorate della vostra attenzione, come vedete nel mio ragionare pongo più problemi di quanti non ne sappia risolvere, anche se ci provo. Dichiaro, da me stesso, la parzialità delle mie opinioni e spero, nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che sono sul nostro cammino, che sapremo insieme far passare questa nottata e riconquistare più fiducia in noi stessi e nel futuro.

Un abbraccio e grazie.

ramon mantovani