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Davvero “Podemos”?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 Mag, 2015 by ramon mantovani

L’informazione della stampa italiana (tutta) circa il turno elettorale amministrativo del 25 maggio in Spagna è, tanto per cambiare, completamente falsata da semplificazioni (passi! data la conclamata ignoranza di molti giornalisti circa la politica estera) e soprattutto da distorsioni ispirate dal maldestro tentativo di usare ciò che avviene all’estero per un uso domestico.
È impossibile confutare una per una tutte le false notizie (le mezze verità sono più false delle menzogne spudorate) e le interpretazioni fondate sul nulla invece che sui fatti (almeno i dati elettorali dovrebbero valere qualcosa!). Per non parlare delle conseguenti previsioni! Ci vorrebbero diversi tomi.
Cercherò in questo articolo di fornire informazioni e dati che i lettori italiani purtroppo non conoscono. Le mie interpretazioni e previsioni valgono quel che valgono. Molto poco. Ma i fatti che citerò restano ed ognuno può verificarli e, se vuole, confrontarli con quelli piuttosto fantasiosi cha ha attinto dal sistema informativo italiano.
All’inizio del mese di maggio del 2014, prima delle elezioni europee, Ada Colau, fino ad allora portavoce del potente movimento contro gli sfratti a Barcellona (delle innumerevoli famiglie che non possono pagare il mutuo e che rimangono comunque debitrici verso le banche) insieme ad altre persone impegnate in diverse esperienze di lotta promuove una piattaforma di nome Guanyem Barcelona, con l’obiettivo esplicito di costruire una lista con tutti i partiti di sinistra (non il Partito dei Socialisti Catalani) e con movimenti ed associazioni provenienti dal Movimento degli indignati del 2011. Non una somma di sigle fra forze politiche con un programma e candidati scelti dalle segreterie dei partiti, bensì una lista costruita dal basso con metodo democratico alla quale i partiti, senza ovviamente sciogliersi, avrebbero aderito e partecipato al pari di tutti.
Bisogna sapere che il movimento degli indignati a Barcelona scelse, dopo le grandi manifestazioni del 2011, di produrre decine e decine di lotte in tutti i quartieri integrandosi nel tessuto storicamente già molto ricco di partecipazione organizzata dal basso dei cittadini.
La proposta di Guanyem Barcelona era in sostanza fondata sull’immersione del movimento degli indignati in una pratica sociale permanente di 4 anni e sulla potenziale condivisione delle forze politiche organizzate della sinistra radicale ed alternativa dei contenuti di lotta e programmatici emersi dalla lotta e dall’opposizione al primo governo della destra catalana della città dopo la caduta del franchismo.
Tutto il contrario di leader che si propongono come candidati a sindaco e raccolgono consensi intorno al “loro” programma, o di una coalizione di partiti che scelgono un sindaco con le primarie.
Nei comuni spagnoli si vota con la proporzionale senza preferenze, non esistono coalizioni previe al voto e si può anche governare in minoranza ottenendo voti ed astensioni su ogni singolo provvedimento.
Perciò, come è facile intuire, ogni parallelo sottinteso o esplicito con le dinamiche elettorali italiane è completamente infondato e fuorviante.
Quando nasce Guanyem Barcelona non ci sono ancora state le elezioni europee, Podemos non è ancora sulla ribalta e, nei fatti, è solo una lista elettorale decisa da poche decine di persone.
Subito dopo la nascita ufficiale di Guanyem Barcelona in molte altre città spagnole nascono proposte simili e con gli stessi obiettivi. Tanto che nel luglio del 2014 Guanyem Barcelona propone la costruzione di una rete sulla base di principi e punti programmatici comuni. Tra i quali c’è, nero su bianco, quello che le liste devono essere costruite dal basso e non devono essere monopolizzate o dirette dai partiti che ne fanno parte.
Podemos nascerà come partito nell’autunno del 2014 e a Barcellona solo nel novembre, quando i colloqui fra Guanyem Barcelona e i partiti della sinistra radicale che si erano dichiarati disponibili sono già avviati da tempo. Solo la decisione di Podemos di non presentarsi alle elezioni municipali per evitare, essendo appena nato, di essere fagocitato localmente da ogni tipo di cordate, permette a Podem Barcelona, buon ultimo, di entrare nel processo che porterà alla formazione della lista Barcelona en Comù con Ada Colau capolista (e per questo candidata a sindaco).
In Italia, e più precisamente su La Repubblica, abbiamo dovuto leggere che “…la lista Barcelona in Comu formata attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima…” (triplo sic: per il contenuto, per la sintassi e per aver sbagliato pure il nome della lista in catalano).
Posso sommessamente dire che presentare le vittorie delle liste unitarie in diverse città importanti come vittorie di Podemos è fuorviante?
Intendiamoci, non è mia intenzione sminuire in alcun modo il contributo decisivo che certamente Podemos ha apportato ai risultati elettorali delle liste unitarie. Tuttavia non informare circa la vera novità di liste che riescono ad agglutinare dal basso partiti, realtà sociali e migliaia di militanti senza tessera (senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità ed organizzazione) e che vincono le elezioni è, a parer mio, omettere proprio la cosa che invece dovrebbe costituire un’esperienza interessante anche per la realtà politica italiana.
E, purtroppo, parlare della grande vittoria di Podemos in tutta la tornata elettorale, è infondato.
Perché? E’ presto detto.
Domenica scorsa si è votato anche in 13 delle 17 comunità autonome (regioni) spagnole.
Ebbene. In 9 il primo partito è il PP. In 2 il Psoe. In due il primo posto è dei rispettivi partiti regionali (Navarra e Canarie).
In tutte e 13 Podemos è o il terzo partito (9), o il quarto (3), o il quinto (1).
Sebbene la perdita di voti di PP e Psoe sia di grandi dimensioni a me sembra difficile dire che Podemos, che da mesi è quotato nei sondaggi per le elezioni politiche come primo o secondo partito, in un testa a testa con il PP e con il Psoe notevolmente distanziato, e che ha fondato su questo la propria strategia politica, abbia vinto, essendo arrivato alla prima vera prova elettorale politica sempre dietro PP e Psoe in tutte le regioni.
Se stessimo ai risultati in sé per un partito che si presenta la prima volta dovremmo parlare di uno straordinario risultato. Ma se stiamo alle aspettative che Podemos stesso ha incoraggiato a più non posso si tratta di un inciampo notevole per un partito che vive prevalentemente di immagine sui mass media.
La confusione, sulla stampa italiana, di dati e commenti sulle comunali e sulle regionali di domenica scorsa ha omesso di verificare veramente la salute di Podemos e soprattutto della sua strategia.
Per esempio, nel comune di Madrid lo stesso giorno, e con gli stessi elettori, la lista unitaria Ahora Madrid alla quale ha aderito Podemos ha preso il 31,85 % dei voti e la lista di Podemos alle regionali il 17,73 % dei voti.
Podemos da mesi, e più precisamente dalla sua fondazione ufficiale, ha deciso di rifiutare sdegnosamente la proposta avanzata da Izquierda Unida di preparare una lista unitaria di “unità popolare” per tentare di vincere davvero le prossime elezioni politiche. Sostenendo che non bisogna formare coalizioni di sinistra, con partiti troppo radicali o comunisti, per poter attrarre il voto degli scontenti “moderati” o anche di “destra”.
Ovviamente fino alle elezioni di domenica commentatori e dietrologi di ogni segno hanno scritto che Podemos aveva ragione e che Izquierda Unida era solo in difficoltà dato l’evidente travaso di suoi voti verso Podemos.
Ma ora come la mettiamo se si dimostra che le liste unitarie, con dentro partiti radicali e comunisti, vincono nelle città e sbaragliano PP e Psoe, mentre Podemos, nelle regionali e da solo, nelle stesse città prende meno voti ed è lontanissimo dalla possibilità di contendere a uno dei due partiti maggiori una sola vittoria in ben 13 regioni?
Inoltre ci sono altri due macigni sulla strada di Podemos.
Il primo è che ad erodere potentemente i voti moderati del PP, ed anche della ormai morta formazione di centro UPyD, è comparso sulla scena, super pompato dai mass media, un nuovo (per la Spagna in quanto già presente in Catalunya) partito (Ciudadanos) di stampo centrista e liberista, ma che tuona contro la casta e contro la corruzione come Podemos. Con buona pace del progetto né di destra né di sinistra capace, secondo Pablo Iglesias, di raccogliere i voti di tutti gli scontenti.
Ormai molti commentatori in Spagna osservano maliziosamente che il bipartitismo si sta sdoppiando in 4 partiti. Due dei quali vengono definiti “marcas blancas” degli originali. Come per i farmaci generici che non hanno la marca della casa che li ha inventati bensì un nome diverso e generico. Podemos e Ciudadanos potrebbero raccogliere rispettivamente i voti degli scontenti del Psoe e del PP, ma non ambire a vincere. Ed essere usati alla bisogna per permettere ad uno dei due di governare. Altro duro colpo per la immagine suggestiva di un Podemos spacca tutto.
Infatti il secondo macigno è costituito dal fatto che in ben 6 delle regioni dove Podemos si è presentato, ed è risultato dietro ai socialisti, c’è la possibilità di formare un governo alternativo al PP. E Podemos dovrà decidere se fare un accordo con il Psoe o meno.
Se lo farà inevitabilmente una parte del suo elettorato sarà delusa. E se non lo farà, provocando o un governo del PP o magari un governo PP Psoe, una parte del suo elettorato rimarrà delusa.
Una cosa è chiedere al Psoe sconfitto di appoggiare un governo municipale guidato dal programma e dal sindaco di una lista di sinistra radicale, come si farà in diverse città, ed un’altra è suscitare l’aspettativa di vincere contro entrambi i partiti maggiori e alla fine dover acconciarsi ad appoggiare un governo del Psoe o a sentirsi accusati di aver favorito il PP.
Insomma, mi spiace dover trarre la conclusione che la strada per la costruzione, in Spagna, di una esperienza analoga a quella di Syriza è molto più irta di ostacoli e di difficoltà di quanto non si possa dedurre dalla lettura dei giornali italiani.
Spero davvero di cambiare opinione e di riconoscere di essermi sbagliato. Ma fare progetti e farsi illusioni sulla base di scarsa conoscenza della realtà e di facili suggestioni è molto pericoloso nella vita. In politica è esiziale.
Spero soprattutto che Podemos dismetta la boria di partito autosufficiente e dia retta alla proposta del Partito Comunista di Spagna e di Izquierda Unida che in sostanza dice: facciamo come a Barcellona!

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.controlacrisi.org il 26 maggio 2015

Unire la sinistra senza sciogliere il PRC

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , on 7 giugno, 2014 by ramon mantovani

L’ottimo sito di controinformazione “newscontrolacrisi.org” ha promosso un sondaggio fra i lettori sul tema della “costruzione della Syriza italiana”.
Temo che le domande formulate, e conseguentemente le risposte, siano pericolosamente fuorvianti e foriere di confusione.
Mi spiego.
Proporre come alternative 1) lo scioglimento dei partiti esistenti per dar vita ad una organizzazione funzionante sul principio “una testa un voto”, 2) una federazione dei partiti esistenti o 3) lasciare le cose come stanno, conduce inevitabilmente a scelte destinate a dividere ciò che esiste invece che ad unirlo.
Nell’attuale sistema politico italiano, sul quale non approfondisco il discorso per brevità, è necessario che tutta la sinistra (reale, alternativa, radicale ecc che dir si voglia) si aggreghi su un programma minimo di fase. E questa sinistra oggi, nei fatti, alberga in partiti, associazioni e movimenti, ed è composta in grandissima parte da persone non organizzate in nessun modo.
Quindi, in estrema sintesi, è evidente che la prima ipotesi proposta troverebbe l’opposizione, per esempio la mia, di chi pensa sia vigente e necessaria la presenza di un partito comunista come è il PRC, perché se da una parte è giusto che alle elezioni si presenti una lista, o una forza, ampia e che unisce più culture, punti di vista ideologici e pratiche sociali e politiche, dall’altra è giusto che chi critica il capitalismo dal punto di vista marxista e si propone strategicamente il suo superamento non debba sparire e sciogliersi in un soggetto che per sua natura non può avere una simile identità e strategia.
La seconda ipotesi ridurrebbe tutto ad accordi di vertice fra partiti (per altro profondamente divisi sulle prospettive) ed escluderebbe nei fatti da tutti i processi decisionali tutte le persone, che sono la stragrande maggioranza, militanti di comitati di lotta e associazioni e senza tessera.
La terza potrebbe produrre al massimo liste elettorali occasionali molto composite e tendenzialmente divise al proprio interno.
Esiste, invece, una reale possibilità di unire tutto, senza che nessuno debba sciogliersi ed omologarsi al minimo comun denominatore, e con il massimo della democrazia, e cioè del funzionamento sulla base del principio “una testa un voto”.
Senza avere modelli da imitare pedissequamente e meccanicamente, è però utile attingere ad esperienze che già esistono in altri paesi. Ve ne sono diverse.
Credo che per similitudine di storia e di collocazione geografica sia molto utile analizzare l’esperienza di Izquierda Unida spagnola.
Senza farla troppo lunga, ma ovviamente si può approfondire il discorso anche nei dettagli, Izquierda Unida funziona sulla base di “una testa un voto” e allo stesso tempo ne fanno parte partiti e collettivi di vario genere che non si sono mai sciolti, come il Partito Comunista di Spagna, il quale ha scritto nel proprio statuto che considerando Izquierda Unida una forza politica unitaria della sinistra cede la sovranità su due punti delle proprie competenze ad Izquierda Unida: la partecipazione alle elezioni e la rappresentanza istituzionale.
Per chi fosse interessato può leggere sul sito del PCE l’articolo 113 dello statuto.
Detto in altri termini significa che Izquierda Unida, che si autodefinisce “movimento politico sociale” funziona analogamente ad un partito. Le forze come il PCE che aderiscono ad Izquierda Unida lo fanno attraverso l’adesione personale dei propri militanti, che sono invitati a farlo senza che ci sia automatismo fra il possesso della tessera del PCE e quella di Izquierda Unida. Il PCE e le altre forze non hanno quote nè alcuna rappresentanza diretta negli organismi dirigenti di Izquierda Unida. Gli iscritti ad Izquierda Unida, abbiano o meno tessere di partiti o associazioni aderenti, sono gli unici titolati a decidere la linea politica e i gruppi dirigenti di Izquierda Unida. Sulla base, appunto, del principio “una testa un voto”.
Come si vede da questa esperienza, che dura da trenta anni in Spagna, non è affatto necessario sciogliere il partito comunista per unire la sinistra ampia e nemmeno escludere in un rapporto federativo fra partiti, tutte le altre esperienze collettive ed individuali.
Insomma, se l’attuale lista “un’altra europa con tsipras” raggiunge l’unità sulla prospettiva politica e su principi politici unitari e chiaramente antiliberisti e alternativi al PD il PRC può serenamente partecipare, come il PCE, alla nuova forza senza dover rinunciare a nulla della propria ideologia ed organizzazione.
Certo il PRC dovrebbe dedicarsi comunque a tutti i compiti propri di un partito comunista.
Perché sarebbe anche ora che si dismetta l’idea distorta che l’attività principale di un partito comunista consista nel partecipare alle elezioni. Non è mai stato corretto storicamente ed oggi, non fosse altro che per il sistema elettorale vigente, oltre che sbagliato sarebbe decisamente assurdo.
La nuova forza, proprio perché ampia e plurale, mentre può assolvere benissimo al compito di produrre un programma di lotta ed elettorale per l’immediato e per una fase, non può fare diverse cose che sono proprie, invece, di un partito comunista. Sarebbe sbagliato, per esempio, che il PRC rinunciasse ad una battaglia culturale sulla rifondazione e sulla vigenza del comunismo o che tentasse di imporlo alla nuova forza. Che rinunciasse alla sua rete di relazioni internazionali o che pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse ad elaborare analisi e a promuovere discussione teoriche e a formare quadri secondo la propria impostazione o pretendesse di imporle alla nuova forza. Che rinunciasse alle proprie e dirette pratiche sociali e metodi di lotta o pretendesse di imporle alla nuova forza. Ed anche che rinunciasse, nelle proprie riunioni, di discutere apertamente della prospettiva della nuova forza, senza per questo imporre nulla a nessuno.
Spero di essermi spiegato.

ramon mantovani

pubblicato sul sito http://www.controlacrisi.org il 6 giugno 2014

 

La lezione spagnola di Izquierda Unida

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre, 2011 by ramon mantovani

È impossibile capire il risultato delle elezioni spagnole sulla base delle semplificazioni che i mass media italiani hanno usato per descriverlo. Meglio soffermarsi, anche se sommariamente, sui dati reali.

Il Partito Popolare passa da 10 milioni 300 mila voti a 10 milioni 800 mila voti (dal 39,94 al 44,62 %) e da 154 a 186 seggi, ottenendo la maggioranza assoluta del Congreso.

Il Psoe da 11 milioni 300 mila voti a 7 milioni di voti (dal 43,87 % al 28,73 %) e da 169 seggi a 110.

Izquierda Unida da 970 mila voti a 1 milione 700 mila voti (dal 3,77 % al 6,93 %) e da 2 a 11 seggi.

L’astensione cresce più di due punti e si attesta con le bianche e le nulle al 31 %.

Vale la pena di segnalare l’ottima affermazione del quarto partito che si è presentato in tutti i collegi dello stato spagnolo: l’Unione di Progresso e Democrazia (considerato in Spagna simile ai radicali italiani) che si attesta sul 4,69 % (aveva l’1,19) avendo quadruplicato i voti (da 300 mila a 1 milione 100 mila) e quintuplicato i seggi (da 1 a 5). Tengono o crescono tutti i partiti indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi, sia di destra sia di sinistra. In particolare la coalizione della sinistra indipendentista Amaiur nei Paesi Baschi ottiene 333 mila voti, pari al 24 % (1,37 % in ambito statale) e 7 seggi.

Fallisce il progetto del partito verde EQUO che, avendo rifiutato di coalizzarsi con Izquierda Unida, insieme ad altre tre liste minori di estrema sinistra disperde circa trecentomila voti.

Come si vede non è il PP ad aver vinto le elezioni, sebbene abbia mobilitato tutti i propri elettori, al contrario del PSOE che con tutta evidenza li ha persi, nell’ordine, verso l’astensione, Izquierda Unida, UP y D, e verso diverse formazioni indipendentiste e locali. È il PSOE ad aver perso in modo clamoroso, con il peggior risultato della sua storia. A nulla è valso aver condotto una campagna elettorale molto di sinistra, soprattutto volta a denunciare le vere intenzioni del PP circa i tagli ai servizi sociali e le privatizzazioni. Il PP ha avuto buon gioco ad occultarle abilmente ricordando, per tutta la campagna elettorale, i tagli alle pensioni, ai servizi sociali e gli enormi favori alle banche e agli speculatori edilizi operati dal governo Zapatero. Del resto Psoe e PP pochi mesi fa avevano insieme riformato la costituzione per introdurre il principio liberista del pareggio di bilancio, ed avevano insieme impedito in parlamento che gli oppositori potessero ottenere la convocazione di un referendum popolare sulla modifica costituzionale. Naturalmente è più che prevedibile che il PP dal governo fornisca una versione più estremista e più ingiusta socialmente della politica economica neoliberista del PSOE, e che metta in discussione le poche buone cose prodotte dal PSOE sui diritti civili. La folla che festeggiava la vittoria del PP la sera dello scrutinio, non per caso inalberava striscioni contro la legge sull’aborto e sui matrimoni gay.

Il risultato di Izquierda Unida è un grandissimo successo, soprattutto se si pensa all’effetto sulle scelte degli elettori del sistema elettorale spagnolo. Infatti, non essendoci un collegio unico nazionale per ripartire i seggi proporzionalmente, succede che nella stragrande maggioranza dei collegi locali gli elettori siano indotti a votare per i due partiti maggiori o per il partito locale più forte. Per il semplice motivo che sanno in partenza che Izquierda Unida non ha nessuna possibilità di raggiungere il quoziente pieno che è quasi sempre superiore al 10 % e spesso al 20 %. Un deputato di Izquierda Unida vale più di 150 mila voti. 230 mila uno di UP y D. 63 mila uno del PSOE. 58 mila uno del PP. 48 mila uno di AMAIUR.

Izquierda Unida si è riscattata da una lunga crisi dovuta a divisioni interne laceranti e a una direzione che aveva adottato una troppo morbida linea di opposizione alla prima legislatura del governo Zapatero. Negli ultimi tre anni, senza produrre scissioni e senza paralizzarsi in lotte intestine, ha saputo rilanciarsi come movimento politico sociale unitario ed ha riconquistato la credibilità di sempre nelle lotte operaie e sociali. A questa rinascita ha dato un contributo fondamentale il Partito Comunista, che è e resta la forza largamente maggioritaria in Izquierda Unida, che comunque ultimamente si è notevolmente allargata nella sua composizione e che, bisogna ricordarlo, funziona sulla base del principio una testa un voto, senza alcuna spartizione interna fra i partiti nazionali o locali che la compongono.

Nei paesi del Sud Europa sotto attacco speculativo si combatterà, nei prossimi mesi ed anni, una battaglia decisiva contro la dittatura del mercato e per la democrazia. La Spagna ci dice che la sinistra quando sa essere coerente con i contenuti anticapitalisti, unita nel rispetto di tutte le identità e autonoma dai liberalsocialisti, può tornare a contare oggi per vincere domani.

ramon mantovani                                 

 

pubblicato su Liberazione il 23 novembre 2011