Archivio per no global

Genova fu un primo passo sulla strada giusta

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto, 2021 by ramon mantovani

Sono passati vent’anni dalle quattro giornate del movimento “no-Global” del luglio 2001 a Genova. Per grandissima parte dell’opinione pubblica che non ne ha perso memoria o che, per motivi d’età, ne ha solo sentito parlare, il ricordo è circoscritto alla violentissima e inusitata repressione che colpì il movimento. E questo, purtroppo, dimostra la potenza dell’operazione repressiva che aveva l’obiettivo di sterilizzare il potenziale critico e antagonista al sistema capitalistico globalizzato, riducendolo a “problema di ordine pubblico”. Vale la pena di partire proprio da qui per tentare di svelare la vera natura del movimento e soprattutto per riportare alla luce ciò che la repressione oscurò e tentò di seppellire.

LA REPRESSIONE

Al contrario di quanto si pensa correntemente la repressione non fu concepita, programmata ed eseguita dall’allora governo Berlusconi. Fu concepita dagli organismi di coordinamento delle polizie e dei servizi di intelligenza dei paesi membri del G7.

Da Seattle nel 99, nel giro di due anni, tutti i vertici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale, del G7, di Davos e così via, vennero contestati da grandi manifestazioni di massa, sempre più partecipate da delegazioni di movimenti sociali, sindacali e politici, provenienti da tutto il mondo. E nel gennaio del 2001 a Porto Alegre in Brasile si era riunito il primo Social Forum Mondiale. La contestazione della globalizzazione capitalistica non era più una pratica di ristrette avanguardie. Aveva conquistato la simpatia dell’opinione pubblica mondiale e cominciava ad essere avvertita come una minaccia seria dai vertici e dagli organismi che implementavano la deregolamentazione dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia. Per questo, e solo per questo, l’appuntamento di Genova divenne decisivo. Nell’anno precedente (in Italia c’era il governo Amato e il governo Berlusconi entrò in carica 10 giorni prima delle giornate di Genova nel 2001) ci fu l’episodio di Napoli che fece suonare un campanello d’allarme. Una manifestazione no global fu repressa durissimamente con tecniche mai viste prima. Contemporaneamente il coordinamento internazionale responsabile della sicurezza del vertice G7 elaborò le contromisure per ridurre la portata della contestazione prevista. Venne fatta una campagna allarmista di disinformazione (ci sarà presenza di terroristi, potranno essere lanciati missili, potranno esserci lanci di sangue infetto di AIDS e così via) accompagnata da lusinghe e promesse (i giovani che protestano non hanno proprio tutti i torti, al G7 inviteremo i paesi più poveri del mondo per discutere con loro di aiuti concreti ecc). Venne deciso che Genova sarebbe stata divisa in tre zone: rossa (tutto il centro storico e potranno entrare solo i residenti); gialla (tutto il resto della città tranne la circonvallazione a monte e non potranno esserci né volantinaggi né assembramenti) e verde (la periferia estrema e si potrà manifestare). Solo nei giorni precedenti le manifestazioni il Genoa Social Forum (e in parlamento il PRC) ottenne che si potesse manifestare nella zona gialla, che le amministrazioni locali mettessero a disposizione due scuole per ospitare gli organismi dirigenti della protesta e le centinaia di giornalisti che la seguivano. Se nella giornata di giovedì 19 luglio si svolse una manifestazione con decine di migliaia di persone senza alcun disordine, già il venerdì mattina entrarono in azione i Black Bloc (che erano e sono un movimento estremista internazionale senza direzione politica e dedito ad azioni dimostrative e vandaliche). Al contrario che nelle manifestazioni dei due anni precedenti non vennero isolati ed impediti nella loro azione dalle forze dell’ordine, che anzi evitarono accuratamente di entrare mai in contatto con loro. Fu invece caricato a freddo e senza motivo il corteo dei disobbedienti lungo il percorso autorizzato e che doveva arrivare alla barriera della zona rossa. Così come furono caricati senza motivo gli altri quattro concentramenti prospicenti la zona rossa. Negli incidenti che seguirono, come è noto, perse la vita il giovane Carlo Giuliani. Anche in questo caso il comportamento delle forze dell’ordine fu inusuale giacché polizia e carabinieri si dedicarono ad estendere gli incidenti per ore. Nella giornata di sabato una grande e totalmente pacifica manifestazione di circa trecentomila persone, di cui circa 50mila provenienti dall’estero, fu caricata e spezzata in due. Entrambi i tronconi vennero caricati più volte per ore. Centinaia di feriti ed arrestati furono poi maltrattati ed anche torturati in più centri di detenzione. Nella serata del sabato l’ultimo e gravissimo episodio fu l’attacco ad una delle due scuole sedi del Genoa Social Forum. Con la scusa di effettuare una perquisizione le circa 90 persone che vi si trovavano semplicemente per passare la notte furono tutte arrestate, dopo essere state massacrate senza pietà. 63 infatti finirono in ospedale e più della metà di loro accusarono fratture ossee, alcune gravissime. Altra tecnica repressiva che in Italia si era abbattuta solo nelle rivolte carcerarie ma mai su manifestanti pacifici.

Ovviamente il governo Berlusconi porta la grave responsabilità di aver coperto ed anche rivendicato la repressione ma non di averla decisa ed ideata. I processi che sono stati celebrati hanno portato alla luce diverse responsabilità delle forze dell’ordine, ma senza che si sia potuto indagare e dirimere il ruolo degli organismi di coordinamento delle polizie e servizi segreti dei 7 paesi membri del G7 (la Russia era solo invitata). Lo si sarebbe potuto fare con la commissione parlamentare d’inchiesta che figurò nel programma del governo Prodi del 2006 e che fu invece, guarda caso, affossata dal partito Italia dei Valori e dai Democratici di Sinistra.

La repressione non fermò il movimento, ma riuscì a farlo percepire dall’opinione pubblica come un fenomeno confuso e soprattutto tendenzialmente violento. Le responsabilità di apparati repressivi e di intelligenza italiani spesso più obbedienti agli USA che al proprio governo, e quelle del governo Amato di centrosinistra sparirono in favore di tesi tutte interne alla ben nota logica “antiberlusconiana”, come se la più grande manifestazione mondiale contro la globalizzazione fosse stata un fenomeno meramente provinciale.

IL MOVIMENTO AVEVA RAGIONE

La repressione che colpì il movimento a Genova riuscì, come abbiamo visto più sopra, a ridurlo ad un problema di ordine pubblico per gran parte dell’opinione pubblica. Ma non a cancellarne le regioni di fondo, né a fargli assumere il terreno dello scontro di piazza come luogo privilegiato e simbolico della propria azione politica.

Senza quel movimento e senza le giornate di Genova non ci sarebbe stato il potentissimo movimento per la pace degli anni seguenti. Né ci sarebbero state le vittorie di governi latinoamericani che esplicitamente e dichiaratamente si ispirarono alle elaborazioni dei Social Forum Mondiali di Porto Alegre.

“Un altro mondo è possibile” non fu solo uno slogan fortunato e comunicativamente efficace. Riassume in sé l’antagonismo al sistema dominante. Indica la necessità di un sistema alternativo capace di abbracciare tutte le contraddizioni e i conflitti sociali, culturali e politici. Soprattutto parla della possibilità di costruire un altro mondo.

Si potrà dire che la strada è lunga e piena di ostacoli e trappole. Che le forze antagoniste sono ancora troppo divise, deboli e in molti casi inefficaci. Che su molte questioni sono necessarie discussioni approfondite e non superficiali. Che a vent’anni da Genova, passando per la crisi finanziaria della fine del primo decennio del secolo, le cui conseguenze si sono intrecciate con la crisi della pandemia dei giorni nostri, molte cose sono cambiate in peggio. Tuttavia il movimento, per quanto non più al centro dell’attenzione dei mass media, non è finito. Per alcuni versi le sue tesi di fondo e previsioni si sono dimostrate valide ed utili sia sul piano della critica dell’economia politica neoliberista sia sul piano sociale ed ambientale.

E in tutto questo l’esperienza di Genova fu decisiva. Perché a Genova si unirono tutte le voci critiche del mondo che già si erano incontrate poco prima a Porto Alegre. Se da alcuni paesi europei vennero delegazioni di migliaia di persone, da tutti gli altri continenti vennero delegazioni poco numerose ma che rappresentavano sindacati e movimenti di decine di milioni di persone. E nonostante le differenze culturali e politiche poterono tutte sentirsi a casa propria. Il modello di funzionamento del Genoa Social Forum (ed è un orgoglio rivendicare che fu su proposta del PRC) permise a tutti di spiegare le proprie analisi e proposte. Ed ottenne da tutti l’impegno a riconoscere come proprie tutte le pratiche di lotta e di piazza degli altri. Cosa che permise perfino di rafforzare l’unità del movimento di fronte ad una repressione che l’avrebbe altrimenti diviso fra “buoni e cattivi”.

La stessa critica del G7 come “direttorio” informale dei paesi più ricchi alternativo alla democratizzazione e riforma dell’ONU è e rimane del tutto vigente.

In ultima analisi la necessità di un movimento mondiale contro il capitalismo globale è ineludibile per la lotta in ogni paese ed in ogni continente. Siamo ancora lontani, molto lontani, dal soddisfare questa necessità vitale. Ma su questo almeno non partiamo da zero. Perché a Genova nel 2001 facemmo un passo decisivo nella giusta direzione. Che nessuna repressione potrà mai cancellare ne fermare.

ramon mantovani

pubblicato sulla rivista “su la testa!” il 28 luglio 2021

I cinque presidenti in movimento.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , on 2 febbraio, 2009 by ramon mantovani

Il 29 gennaio sera nel gremito hangar di Belem una folla di indigeni (davanti, nei posti d’onore al lato di decine di delegazioni straniere) con le loro acconciature tradizionali di piume, i visi dipinti di strabilianti colori, insieme a migliaia e migliaia di militanti di sindacati, associazioni e partiti politici, hanno atteso per ore l’arrivo dei cinque Presidenti. Canti e slogan, immancabili quelli inneggianti a Cuba, e diversi spettacoli hanno accompagnato tutto il tempo dell’attesa.

La prima cosa da dire è che il solo fatto che cinque Presidenti in carica partecipino ad un evento organizzato dal sindacato brasiliano, in un tripudio di bandiere rosse, nei giorni del Social Forum Mondiale è, di per se stesso, un evento che la dice lunga sulla maturazione, in America Latina, di un processo politico veramente in grado di cambiare il mondo.

Nel pomeriggio Correa, Chavez, Lugo e Morales, rispettivamente Presidenti di Ecuador, Venezuela, Paraguay e Bolivia, avevano incontrato l’assemblea dei movimenti sociali del Forum. Lula non era stato invitato a questo atto ufficiale del Forum per precisa volontà del movimento dei Sem Terra Brasiliani. Ma ha incontrato, il giorno successivo e accompagnato da ben nove ministri una delegazione dell’assemblea dei movimenti sociali.

L’incontro dei quattro è stato particolarmente significativo per il calore umano ma soprattutto per le critiche e richieste che gli esponenti del movimento hanno rivolto ai Presidenti. Noi non vi giudichiamo per le vostre affermazioni, vogliamo giudicarvi dai fatti – ha esclamato il leader dei Sem Terra – ottenendo soprattutto da Correa e Morales impegni e proposte che i due hanno poi ribadito con estrema chiarezza nell’evento serale. Ma anche Lugo e Chavez hanno voluto dimostrare di essere interlocutori reali del movimento no global mondiale.

Tutti e quattro, ed è questa una cosa altamente significativa ed importante, nei loro discorsi serali hanno detto, ognuno a suo modo, di essere figli del Forum Sociale Mondiale e del risveglio dei popoli latinoamericani dopo il ventennio neoliberista. Morales e Correa, che hanno fatto i discorsi più chiaramente ed esplicitamente anticapitalistici, hanno spiegato che nelle loro politiche e nelle loro nuove costituzioni si sono direttamente ispirati alle elaborazioni e proposte imparate a Porto Alegre e negli altri appuntamenti del movimento. Chavez ha gridato che secondo lui ogni anno l’evento politico più importante del mondo è il Social Forum Mondiale e Lugo ha voluto ricordare i suoi viaggi in pullman come semplice militante per partecipare agli incontri di Porto Alegre. Il più avaro di riconoscimenti non retorici per il movimento è stato Lula che però ha voluto sottolineare come quest’anno si sia rifiutato di recarsi a Davos avendo scelto di essere a Belem.

L’enorme platea ha ascoltato in silenzio e con molta attenzione i discorsi, concedendo ben poco ai passaggi più retorici dei cinque personaggi e sottolineando, invece, soprattutto le proposte più concrete per integrare e sviluppare, con una svolta ulteriore a sinistra, le esperienze di governo e la costruzione di un’alternativa continentale e mondiale al capitalismo.

Morales ha proposto quattro campagne mondiali: una sulla pace e giustizia per portare davanti al tribunale internazionale i responsabili delle guerre e genocidi e per abolire il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una a favore di un nuovo ordine economico internazionale fondato sulla solidarietà, giustizia e complementarietà fra le nazioni, e per impedire che FMI e WTO facciano operazioni cosmetiche per continuare le stesse politiche dell’ultimo ventennio. Una per salvare il pianeta e la “madre terra” cambiando radicalmente il modello di produzione e consumo e assumendo come simbolo di questa campagna una foglia di coca. Una, infine, per il rispetto della dignità dei popoli, della loro identità e diversità culturale. Rafael Correa ha molto insistito sulla costruzione di un’alternativa economica alla crisi capitalistica con la creazione di una moneta unica e di una Banca del sud america. Proposta, quest’ultima, fortemente sostenuta da Chavez. Ed ha esplicitamente indicato la necessità di un processo di integrazione continentale, fino alla creazione degli Stati Uniti Latinoamericani sia per opporsi all’imperialismo USA sia per costruire un mondo multipolare. Lugo è stato più moderato, ma forse è meglio dire meno radicale, nelle proposte. Nel complesso si può dire che il Socialismo del XXI Secolo, nel tempo della crisi più grave della globalizzazione, esce dalla retorica e inizia a prendere forme e contenuti in sintonia con le idee e proposte che da anni il movimento discute. Indubbiamente Morales, Correa e Chavez hanno trascinato più a sinistra tutta la comitiva, prestando molta attenzione, ed infatti tutti e tre hanno avuto parole di elogio per Lula che ha fatto il discorso più moderato, a non fare fughe in avanti.

Tutto ciò visto dall’Europa ci dice che il movimento mondiale è cresciuto e soprattutto che è stato efficace. Ci dice che possono esistere governi capaci di sfidare i poteri più forti facendo cose inimmaginabili fino a pochi anni fa. Ci dice che la radicalità e le lotte pagano immensamente di più delle mille cautele e prese di distanza dal proprio passato.

Ci dice che un altro mondo è davvero possibile.

ramon mantovani


pubblicato su Liberazione il 1 febbraio 2009