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Siamo morti?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Lo stato d’animo non è dei migliori. Eppure bisogna cercare di essere lucidi. E di ragionare.

Non partecipo all’orgia dei social network, sui quali si può leggere di tutto, tranne analisi serie e l’individuazione dei veri problemi del paese e della sinistra.

So bene di andare completamente e sempre più controcorrente.

Ma se alle analisi si sostituiscono spiegazioni superficiali e alle proposte gli slogan invece che capirci qualcosa si finisce per non capire più nulla. E invece di cercare la strada giusta si finisce in un labirinto. In questo modo non si sviluppa nessuna discussione utile. Con il battibecco, con gli scontri verbali, con gli insulti e le iperboli di tutti i tipi si distrugge tutto e si partecipa attivamente a fomentare i peggiori istinti che covano nella società.

Detto questo, parliamo delle elezioni. Esaminando i dati della Camera senza voto estero e i 617 seggi attribuiti con il “porcellum”.

I votanti sono calati di 2 milioni 600 mila unità.

Il centrosinistra ha perso 3 milioni e mezzo di voti.

Il centrodestra 7 milioni e duecentomila.

Sono quasi undici milioni di voti in meno ai due schieramenti maggiori.

Il Movimento 5 Stelle ha avuto 8 milioni e 700 mila voti.

Lo schieramento di centro (nel 2008 solo UDC con poco più di 2 milioni di voti) ha avuto 3 milioni e 600 mila voti.   

Ho appositamente omesso le percentuali perché, oltre ad essere conosciute, secondo me oscurano l’enormità degli spostamenti di voto che ci sono stati e falsano la percezione del significato politico del voto.

Ora proviamo a guardare i risultati utilizzando un altro punto di vista.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto circa 22 milioni e mezzo di voti. Circa il 63 % sui votanti. Nel parlamento avevano più del 90 % dei seggi.

Ora vediamo i seggi.

Il centrosinistra con il 29,54 % dei voti prende 340 seggi pari al 54 % dei seggi totali. Il premio di maggioranza è del 24,5 %. Quasi un raddoppio dei seggi.

Il centrodestra con il 29,18 % dei voti prende 124 seggi pari al 20 % dei seggi totali. Lo 0,35 % in meno determina una differenza in seggi di 216 unità.

Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno avuto 454 seggi (senza SEL e Lega Nord) pari al 73 % dei seggi totali, contro il 63 % dei voti.

SEL con il 3,2 % conquista 37 seggi. La Lega Nord con il 4,08 % conquista 18 seggi. Prende più voti di SEL ma metà deputati rispetto a SEL.

L’UDC con l’1,78 % dei voti prende 8 seggi. Il Centro Democratico con il 0,49 % dei voti prende 6 seggi. Fratelli d’Italia con l’1,95 % dei voti prende 9 seggi. Rivoluzione Civile con il 2,25 % dei voti prende zero seggi.

Un deputato del PD vale 29603 voti. Uno di SEL  29444 voti. Uno del PDL 75594 voti. Uno del Movimento 5 Stelle 80455 voti.

Prima di passare alle considerazioni politiche non si può non valutare il tasso di democraticità della legge elettorale.

Si tratta di una legge altamente deformante la volontà popolare, che quindi partorisce un parlamento non rappresentativo.

Credo basti leggere i dati che ho più sopra citato e che non sia necessario argomentare oltre per dimostrare la giustezza del mio giudizio.

Intanto, però, questa legge è in vigore da molto tempo ed è la terza volta che viene applicata.

Il sistema politico è stato trasformato da questa legge, i partiti si sono modellati su questa legge, gli elettori quando pensano a votare e a scegliere lo fanno sulla base dei meccanismi imposti dalla legge, i mass media ne amplificano tutti gli effetti più deleteri. Quella precedente era anche peggio. Non posso ora, per brevità, argomentare e dimostrare il perché. Come è di gran lunga peggiore quella degli enti locali, che è presidenzialista, ultramaggioritaria e inquinata dalle preferenze.

Vorrei ricordare a tanti che in Italia il maggioritario è stato proposto da Segni, appoggiato dal PDS e dalla Lega (allora forza emergente), come soluzione del problema della corruzione e come “riavvicinamento” del sistema politico ai cittadini. Il risultato e sotto gli occhi di tutti. Più corruzione, partiti ultrapersonali (PD e SEL compresi), distanza abissale fra sistema politico e cittadinanza, talk show dieci volte più importanti del parlamento, e potrei continuare.

Ovviamente non tutto quello che le ultime elezioni ci hanno messo sotto gli occhi è dovuto al sistema elettorale. Nei vent’anni di maggioritario tutti i diritti conquistati in decenni di lotte sono stati messi sotto attacco. Il lavoro è stato svalorizzato, il mercato finanziario è diventato il vero sovrano al quale i governi hanno obbedito, una generazione vive ormai ben peggio dei propri genitori, la guerra è diventata uno strumento ordinario della politica internazionale del paese e dell’occidente, l’istruzione e la sanità, oltre che l’acqua e gli altri servizi pubblici, sono stati potentemente privatizzati. Anche qui potrei continuare a lungo.

Ma tutte queste modificazioni della realtà sociale sono state possibili attraverso le relative leggi, che anche quando hanno suscitato proteste, lotte e resistenze, sono state approvate dal parlamento maggioritario senza battere ciglio. Quando qualcuno si è opposto, tentando di dare voce alle lotte, è stato accusato di voler fare il gioco dell’avversario, ricattato, diviso e ridotto all’impotenza. I contenuti sono diventati un accessorio strumentale nella vera contesa che era l’alternanza fra centrodestra e centrosinistra, uniti dal feticcio della governabilità interna alle compatibilità imposte dal mercato.

L’intreccio fra maggioritario e ristrutturazione sociale sulla base dei puri interessi capitalistici e finanziari è potentissimo.

Oggi il sistema sociale e quello politico non reggono più, di fronte alle conseguenze della crisi. Ma la sinistra reale, al contrario di tutti gli altri paesi europei, si è presentata all’appuntamento logorata da venti anni di divisioni e ormai ridotta nei fatti, persino indipendentemente dalla sua stessa volontà, esattamente alle due varianti previste per essa dalla logica del maggioritario: quella interna al bipolarismo condannata a non influire minimamente sulla sostanza del governo, e quella testimoniale espulsa dalle istituzioni.

Senza tenere conto di questo contesto, cui ho accennato finora, non si può capire la portata della sconfitta, e si finisce con lo scambiare gli effetti per le cause o, peggio ancora, per coltivare illusioni circa soluzioni miracolistiche dell’enorme problema con il quale ci si deve confrontare.

Tenendo conto di questo contesto, invece, si può affrontare meglio anche la discussione circa le responsabilità soggettive delle forze politiche ed anche di quelle sociali, a cominciare da quelle dei sindacati e delle organizzazioni della società civile.

Cosa ci dice il risultato elettorale?

Ci dice tre cose:

1) il bipolarismo è morto. Ci sono 4 poli in parlamento. E nonostante il meccanismo maggioritario nessun governo è possibile senza un accordo post elettorale. Sono centrodestra e centrosinistra gli sconfitti e al loro interno le forze minori, come SEL, risultano irrilevanti. Il centro è cresciuto ma non a sufficienza per colmare l’esodo dei voti contrari alle politiche europee e di massacro sociale.

2) un movimento indefinito sul piano ideologico ed ideale, con un programma vago e in molti punti contraddittorio, identificato con un leader predicatore, ha raccolto tutti i voti di protesta.

3) la sinistra reale è irrilevante nel senso pieno del termine. Non è “apparsa” irrilevante. Lo è. Nel senso che per quanto portatrice di contenuti giusti (in molti casi sovrapponibili e in altri parecchio più avanzati e progressisti rispetto al Movimento 5 Stelle), per quanto propositrice di misure serie contro la crisi e i responsabili della crisi, per quanto espressione e vicina a tutte le esperienze di lotta e sociali, nulla ha potuto né contro il “voto utile” né contro il voto di protesta.

Il bipolarismo è morto. Ma invece che prenderne atto sia il PD, sia il PDL, sia il centro, parlano dell’emergenza dell’ingovernabilità. Non so attraverso quali acrobazie, ma prevedo che il governo temporaneo che nascerà, oltre a tenere fede a tutti i diktat della tecnocrazia europea e della finanza, tenterà di “riformare” legge elettorale e istituzioni per garantire la “governabilità”, e cioè il governo dell’esistente con una possibile alternanza.

Il Movimento 5 Stelle conterà esattamente su questo per gonfiarsi e trasformare la protesta in rappresentazione della volontà di cambiamento. Ma cambiamento in quale direzione? Se i tre poli, al netto di finte divisioni e competizioni, sono d’accordo sulla sostanza della politica economica e sono d’accordo sul principio di “governabilità” (non a caso di nuovo mantra dei mass media come nei primi anni 90), hanno una strada obbligata davanti a se. Del resto soprattutto PD e PDL, essendo partiti modellati sul maggioritario e sull’obiettivo di governo dell’esistente, possono cedere sui “privilegi” e i costi della politica, mentre non possono proporre una svolta democratica. Per esempio una legge elettorale proporzionale. Perfino se il PDL e il centro lo facessero troverebbero la fiera opposizione del PD. Mentre sui contenuti avanzati ogni strada gli sarebbe preclusa, sotto la voce privilegi e costi della politica il Movimento 5 Stelle potrebbe anche votare diversi provvedimenti, prendendosi il merito di aver obbligato la “casta” ad ingoiarli. Ma sarebbero in gran parte la realizzazione del sogno estremista liberale. Per fare un solo esempio, eliminazione del finanziamento pubblico e delle strutture di partito (e così, come negli USA, l’elaborazione dei progetti politici e di legge sarebbero appannaggio delle lobbies dei poteri forti). Mentre sulla legge elettorale il Movimento 5 Stelle non ha alcuna posizione. Tranne quella dell’apologia delle preferenze. Non è dato sapere se sia maggioritario o proporzionalista. Se voglia un sistema presidenzialista o meno. Se pensi che la funzione del parlamento debba essere di mero controllo del governo o di effettivo potere legislativo.

Cosa direbbe e soprattutto cosa farebbe se PD e PDL trovassero un accordo su un sistema elettorale maggioritario a doppio turno e su un sistema istituzionale presidenzialista? Stando al programma ufficiale del Movimento 5 Stelle potrebbero votare tranquillamente a favore, ottenendo che i parlamentari non facciano più di due mandati, che non possano svolgere nessuna altra attività e che non abbiano gli attuali residui privilegi.

È una “previsione” puramente astratta. Ma è plausibile stando al programma ed anche alle numerose esternazioni di Grillo, che mentre ha urlato contro la casta e i partiti ha sempre evitato accuratamente di definirsi su una quisquiglia come la legge elettorale e la forma dello stato.

Comunque non è il momento di esercitarsi a fare previsioni e ad indovinare i contorsionismi della politica spettacolo.

Ripeto che solo in Italia la sinistra che condivide il 95 % dei contenuti si presenta divisa alle elezioni. Li condivide sulla crisi e sulle cause e responsabilità della stessa, sulle proposte per uscirne, sul fiscal compact, sul pareggio di bilancio in costituzione, sul lavoro e sulla piattaforma della FIOM, sulla precarietà, sul reddito di cittadinanza, sui beni comuni da sottrarre ai privati, sulla scuola e sanità pubblica, sui diritti civili, sui diritti degli immigrati e così via. Non credo di esagerare. È così.

Gli elettori di sinistra oggi sono divisi fra SEL, Rivoluzione Civile, e Movimento 5 Stelle. In quest’ultimo sono una parte, purtroppo credo non maggioritaria, perché si può essere contro la casta anche da destra, contro l’euro e contemporaneamente contro gli immigrati, e così via. Ma non c’è alcun dubbio che tantissimi elettori di sinistra abbiano votato il Movimento 5 Stelle, con le più svariate motivazioni, spesso contraddittorie fra loro.

In altri paesi europei a sinistra ci sono partiti comunisti, coalizioni comprendenti partiti comunisti e non, partiti di sinistra, movimenti comprendenti più partiti. Insomma, si possono trovare tutte le formule organizzative unitarie e i modelli di partito. Nella crisi crescono considerevolmente fino ad esprimere, proprio dove la crisi è più acuta, la possibile alternativa di governo. Come in Grecia.

Davvero si può considerare seria una discussione, che già vedo profilarsi come al solito, che mette al centro le formule organizzative unitarie? Come se SEL e Rivoluzione Civile fossero divise dalla concezione organizzativa dell’unità e non, invece, dalla logica bipolarista? Davvero è una questione di efficacia del leader in TV? Davvero se cambiassimo tutti i dirigenti e li sostituissimo con giovani risolveremmo i problemi? Davvero se ogni forza pensasse di distinguersi maggiormente dalle altre, con conseguente proliferare di ancor più liste, una di queste potrebbe aspirare a vincere la battaglia egemonica e ad unificare tutto ingrandendo se stessa?

Cosa ci impedisce di fare come Izquierda Unida? O come il Front de Gauche? O come la Linke? O come Syriza? Trovando anche in Italia la formula organizzativa democratica adatta ad unire e non a dividere? Cosa ce lo impedisce?

Purtroppo la risposta è duplice: ci sono due cose che ci hanno fino ad ora diviso irrimediabilmente.

La prima è il maggioritario e le due tendenze figlie del bipolarismo: dentro il centrosinistra a non contare nulla e apparendo agli occhi di buona parte della nostra gente come opportunisti, oppure fuori senza speranza di incidere su nulla e per giunta con il sospetto della nostra gente che l’unico obiettivo vero siano i posti.

La seconda è l’internità di tutta la sinistra, comunque collocata rispetto al centrosinistra, nel sistema politico separato dalla società.

Con la prima risposta si spiegano gli insuccessi di SEL e Rivoluzione Civile. Con la seconda il voto di gran parte della nostra gente al Movimento 5 Stelle.

Se tutto ciò è anche solo parzialmente vero, e se vogliamo lavorare affinché in Italia ci sia una sinistra che torni a contare nella società e quindi anche elettoralmente, si deve tener conto di entrambe le risposte insieme. Perché altrimenti la soluzione è totalmente sbagliata ed inefficace.

Si può, in presenza della crisi del bipolarismo, unire sui contenuti e sulla democrazia, ed essere alternativi al sistema politico separato, nel tempo nel quale anche l’alternatività del  Movimento 5 Stelle sarà messa alla prova dei fatti.

Il Partito della Rifondazione Comunista, con i suoi difetti e con le ferite subite dalle innumerevoli scissioni, non è morto. Ed ha sempre dato prova di non pensare soprattutto a se stesso ed ai posti nelle istituzioni. È stato indubbiamente il più generoso in tutte le iniziative di lotta ed unitarie. Ha un gruppo dirigente che certamente non è il migliore del mondo, ma che ha saputo e voluto resistere a tutte le lusinghe e tentazioni a separare il proprio destino da quello dei militanti e delle classi subalterne, per trovarsi un posto sicuro nel centrosinistra. Ha militanti, donne ed uomini, il cui valore ed attaccamento ai principi ed ideali comunisti, si vede proprio oggi, nel massimo della difficoltà.

Questo nostro partito ha imparato a resistere. Saprà imparare a ripensare se stesso come una parte indivisibile e incancellabile dentro una più vasta aggregazione di sinistra anticapitalista.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Liberazione.it il 28 febbraio 2013

A Sanremo inflitta un’altra ferita alla rantolante democrazia italiana

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Io non faccio il critico televisivo, né mi intendo di canzonette e di spettacolo. Tanto meno appartengo alla categoria dei politici che, in tv, sui giornali e soprattutto in internet, sproloquiano su tutto lo scibile umano con la presunzione di avere sempre e comunque cose interessanti da dire.

Però di politica penso di intendermene. Almeno abbastanza per esprimere le seguenti opinioni.

A Sanremo, davanti a 15 milioni di persone, si è consumato l’ennesimo episodio di spettacolarizzazione della politica. Si è avverata la tanto attesa polemica, il tanto atteso scandalo, basati sulla perversa commistione tra festival delle canzonette e campagna elettorale. Fra spettacolo e campagna elettorale.

Non è la prima volta che accade. E temo non sia nemmeno l’ultima. Perché alle ragioni, ai programmi, alle scelte, ormai da anni si sono sostituiti gli insulti, le parodie e le derisioni delle posizioni avverse, le accuse roboanti e, soprattutto, l’uso strumentale degli spazi pubblici massmediatici da parte di una casta strapagata che per far parlare di se, aumentando così il proprio prezzo sul mercato, non esita a produrre polemiche vacue, che però si intrecciano e alimentano la “politica” indecente, a sua volta prodotta ed implementata dal bipolarismo.

Intendiamoci, io non ce l’ho con comici, attori, autori di testi, registi e compagnia cantando.

Essi fanno il loro mestiere. Bene o male non sta a me dirlo. Non sono all’altezza per esprimere una critica artistica delle loro esibizioni. Anzi, amo la satira e la dissacrazione. Penso solo che per essere tali dovrebbe rivolgersi contro il potere. E mi è più che chiaro che non è questionabile l’ispirazione culturale di parte che muove questo o quell’altro artista. E sono ovviamente per la libertà di espressione, totale ed incondizionata.

Detto questo, però, non ho le fette di salame davanti agli occhi.

Nessuno impedisce né può impedire che comici, attori, autori, scrittori, cantanti, musicisti, vignettisti e cosi via partecipino alla campagna elettorale direttamente, salendo sul palco di un comizio di partito, o indirettamente, esprimendo le proprie opinioni nei loro spettacoli e nei loro scritti.

Magari si può opinare sulla qualità delle opere di costoro.

A me, per esempio, proprio non fanno ridere le derisioni di difetti fisici e l’utilizzo di allusioni a pregiudizi di vario genere. Ma ritengo che la satira, compresa quella che io considero volgare e di infima qualità, sia incensurabile.

Un’altra cosa, però, è che tali personaggi siano utilizzati in spazi pubblici di tutti all’unico scopo di produrre eventi che sconfinano in una partigiana intromissione nella campagna elettorale. In questo caso ogni ispirazione culturale di parte diventa un arbitrio destinato inevitabilmente (ma in realtà appositamente) a diventare fatto politico.

Dopo l’esibizione del signor Crozza al Festival di Sanremo di cosa si parla il giorno dopo sui giornali e in tutti i bar? Delle canzoni? Dei cantanti? O si parla, invece, del contenuto politico dell’esibizione di Crozza?

Già era successo con Celentano, un signore che vinse il Festival nel 1970 con l’emblematica canzone “chi non lavora non fa l’amore” (un vero inno al crumiraggio) e che poi nel corso del tempo, e questo la dice lunga su come sia trascorso il tempo, è diventato una specie di profeta e predicatore. Anche lui verrà invitato a Sanremo per produrre l’evento. Nientepopodimeno che una polemica col Vaticano. Ma che c’entra la visione della religione e della funzione dei vescovi di Celentano con il concorso canoro?

Insomma, che cos’è il festival di Sanremo? A parte il riflesso del paese reale o dei luoghi comuni e delle culture egemoni che si può sempre rintracciare nel bene e nel male e nonostante gli imperanti giochi di interessi dei discografici, in musica e testi delle canzoni, perché devono essere creati eventi politici secondo la discrezione degli strapagati conduttori ed autori? E’ proprio innocente la scelta di invitare un comico a fare satira sui politici (ma non su tutti), in piena campagna elettorale? È asettico ed equilibrato deridere Berlusconi come un malfattore, Bersani come uno sfigato incapace di vincere, Ingroia come un pigro assonnato e Montezemolo come un elitario? È la stessa cosa malfattore o sfigato? Su Grillo niente? Su Monti niente?

Ovviamente la satira non può essere asettica. Per sua natura non può esserlo. Ma nel contesto dato le mie domande, appena più sopra formulate, sono più che legittime.

La vulgata di destra vuole che i conduttori schierati politicamente abbiano invitato Crozza per deridere e colpire principalmente il loro nemico di sempre, usando strumentalmente uno spazio pubblico. La vulgata di “centrosinistra” gode della derisione del nemico e vuole che la destra sia illiberale e non tolleri nemmeno la satira. E così si alimenta il bipolarismo da curva di stadio e da tifosi, che è tanto più spettacolare e capace di produrre audience.

Dov’è la satira rivolta verso il potere? Sempre ammesso che il festival delle canzonette sia il luogo adatto per ospitarla.  

Proprio gli iperbolici apologeti delle “regole” sembrano pensare che durante una campagna elettorale non ci debbano essere regole di nessun tipo. Un apparente paradosso. Perché in realtà la politica bipolare all’americana si alimenta soprattutto di colpi bassi, scorrettezze, pugnalate alla schiena. E le regole, si sa, in Italia sono sempre importanti finché interessano gli altri e non se stessi. Con l’aggravante aggiuntiva che qui, oltre alle scorrettezze infinite che ogni giorno si consumano fra i due principali schieramenti, e dei due principali schieramenti ai danni degli altri, abbiamo anche le scorrettezze prodotte da autori e conduttori di un festival ai danni della politica seria e a proprio vantaggio personale. Per loro l’audience è al di sopra di regole e democrazia.

Magari credono di essere progressisti, ma in realtà sono giullari del regime bipolare e della politica spettacolo.

Ho ancora negli occhi Enzo Biagi che il venerdì, ultimo giorno della campagna elettorale del 2001, nella “sua” rubrica che precedeva il TG1 delle 20, invitò Benigni per deridere Berlusconi. Che era all’opposizione da 5 anni. lo vidi in un bar poco prima di parlare ad un comizio e pensai che in quel modo Berlusconi avrebbe avuto molti voti in più. Perché mi convinsi che elettori potenziali di Berlusconi che magari non sarebbero andati a votare avrebbero reagito alla palese scorrettezza.

Già, perché c’è anche da dire che dai salotti televisivi o meno nei quali vivono questi signori non si vede il paese devastato dall’individualismo e dalla conseguente solitudine assoluta, dalla legge della giungla della competitività e della precarietà, dalle mille subculture celebrate come nuovi pensieri. Un paese nel quale le lotte operaie e popolari per credere di esistere devono aspirare a fare da comparse nei talk show. Un paese nel quale le disdicevoli malefatte di Berlusconi se vengono perpetuate ed amplificate da Monti smettono di essere malefatte perché lo stile di quest’ultimo non è disdicevole. E quando lo vedono per sbaglio si affannano ad alimentare le false contrapposizioni fra “vecchia” e “nuova” politica. Fra “società civile” e “partitocrazia”. Fra Grillo e il resto del mondo. Perché qualsiasi persona sana di mente e dotata di un minimo spirito critico non può non vedere che il regime bipolare ciò che non riesce più ad assorbire nella sua falsa dialettica, per esempio con la retorica del voto utile, lo spinge nelle braccia del voto contro tutti che non da fastidio a nessuno o verso l’astensione.

Tutto ciò non può succedere in altri paesi europei, visto che si ostinano ad avere perfino delle regole in campagna elettorale. In Italia si.

 

ramon mantovani