Archivio per missioni militari

sulla proroga delle missioni militari

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , on 9 marzo, 2007 by ramon mantovani
La dichiarazione di voto di Rifondazione comunista
 
Votiamo ad occhi aperti,
riconoscendo e vedendo
le contraddizioni che esistono
 

Ramon Mantovani
E’ difficile, in Italia e, purtroppo, anche in questo Parlamento, discutere seriamente della politica estera e ancor più della questione spinosa, difficile e complicata delle missioni militari. Viviamo in un paese nel quale si guarda al mondo, troppo spesso, dal buco della serratura della politica interna e viviamo in un Parlamento nel quale, invece di godere del servizio di informazione della stampa, che informa i cittadini delle nostre elaborazioni, delle nostre discussioni e delle nostre decisioni, finiamo per discutere, noi, di ciò che la stampa propina all’opinione pubblica, mentendo e cercando di inquinare il dibattito politico del paese.
Ieri, il segretario del mio partito è stato vittima di una gravissima deformazione giornalistica. Un titolo, sul suo conto, recitava: «Se ci fosse un morto, dovremmo pensare di andarcene»; sottinteso: dall’Afghanistan. Questa frase è falsa e non è mai stata pronunciata. L’intervista verteva su questioni di politica estera ed interna. Poiché la direzione di questo giornale vorrebbe che Rifondazione dicesse questo, in modo tale che il Governo si trovasse in difficoltà. Infatti, un collega, tratto in inganno, ha evidenziato questa posizione, come se fosse effettivamente la nostra.
Signor ministro, il fatto richiede un intervento, non sul giornale in questione ma, in generale, sul problema della politica, del Parlamento (e, credo, anche dei gruppi d’opposizione, anch’essi vittime, in più di una occasione, di questo trattamento) e del Governo. Non possiamo continuare a discutere in questo modo di cose serie e gravi. Sette mesi fa, abbiamo presentato una risoluzione, approvata da questa Assemblea, sulla questione della politica estera relativamente alle missioni militari, che consideriamo una risoluzione di legislatura. Gli impegni indicati al Governo in quell’atto di indirizzo sono, per noi, di legislatura, sono, per noi, importanti e vincolanti, sono, per noi, decisivi.
E’ in ragione di quell’accordo che votiamo ad occhi aperti anche cose che avremmo preferito fossero proposte in modo diverso. Lo facciamo ad occhi aperti, riconoscendo le contraddizioni che esistono nell’attuale politica internazionale del nostro paese e nella natura delle missioni che ci apprestiamo a prorogare.
Non è un mistero per nessuno che abbiamo votato per anni contro alcune missioni e che, nell’ambito di questo accordo, abbiamo deciso – lo ripeto: ad occhi aperti – di accettare di vivere questa contraddizione, perché è cambiata la politica estera del Governo e per noi si è aperta una questione.
Vorrei ricordare che negli anni ’90 troppe volte si è detto, anche da parte di tutti i Governi italiani, che l’Onu aveva fallito e non era in grado di sviluppare azioni di pace o missioni militari capaci di impedire le guerre, che ci doveva pensare la Nato oppure che erano necessarie operazioni militari compiute da coalizioni a geometria variabile. E’ successo così nei Balcani e altrove.
C’è stata, però, una piccola novità: vi è stata una missione comandata dalle Nazioni Unite. So che alcuni colleghi, anche importanti, non sanno quale sia la differenza tra un’autorizzazione fatta ex post e una missione comandata dalle Nazioni Unite. Lo so, mi dispiace per loro, ma io so cosa vuol dire: significa invertire la politica di delegittimazione delle Nazioni Unite e di svuotamento dei suoi poteri, che è stata perseguita dagli anni Novanta.
La missione in Libano non ha fatto solo scoppiare la pace, ma ha aperto una nuova prospettiva: nel mondo, la funzione di polizia internazionale può essere nelle mani esclusive e monopolistiche delle Nazioni Unite e non ci possono essere paesi che, unilateralmente, anche se in coalizione, si arrogano il diritto di fare il bello e il cattivo tempo e di governare il mondo.
Nella risoluzione che abbiamo approvato, abbiamo impegnato il Governo a compiere un ulteriore passo, che sappiamo essere difficile, ma che il Governo deve fare e farà: promuovere, in qualità di membro non permanente del Consiglio di sicurezza, le iniziative volte a costituire un contingente militare di pronto intervento in capo alle Nazioni Unite. Questo elemento per noi è già sufficiente per accettare di vivere la contraddizione di votare per una missione che abbiamo contrastato e sulla quale non siamo d’accordo.
Abbiamo apprezzato anche la posizione del Governo sul Kosovo. Il Governo italiano è stato uno dei pochi Governi europei a dire esplicitamente che non accetterà decisioni unilaterali, né albanesi-kosovare, né internazionali. Infatti, ieri il viceministro Intini ha accettato anche un ordine del giorno dell’opposizione che andava in tal senso.
Abbiamo approvato la posizione del Governo sulla Somalia, per impedire lo scatenarsi di un conflitto, come, invece, è successo per responsabilità soprattutto degli Stati Uniti, in contrasto con il nostro paese dall’inizio degli anni Novanta.
Abbiamo apprezzato tante posizioni del Governo, tra le quali quella di non accedere alle richieste del Segretario generale della Nato e di sei ambasciatori di aumentare le nostre truppe, di impegnarle nella conquista del territorio in Afghanistan e di fornire sistemi d’armi adatti a questo scopo. Capiamo che esiste una contraddizione e che abbiamo posizioni diverse all’interno della maggioranza. Pensiamo della Nato cose diverse da altri partiti della coalizione. Capiamo che non possiamo chiedere al nostro Governo di compiere un gesto unilaterale, che, invece, abbiamo ottenuto per l’Iraq. Sappiamo che esistono dei vincoli, ma poniamo comunque dei problemi che vogliamo che siano riconosciuti come tali, come problemi di tutti, anche dell’opposizione, non solo nostri. In questo decreto-legge che ci apprestiamo a convertire, abbiamo introdotto elementi che erano già contenuti nella risoluzione. La conferenza internazionale di pace costituisce un passo significativo in avanti in questa direzione. La conferenza internazionale è la possibile – sottolineo possibile – soluzione del problema.
La conferenza internazionale è la possibile accensione di un processo che porti alla pace e che metta fine ad una strategia militare che, con ogni evidenza, è fallita e sta fallendo. Lo dico ai colleghi della Lega e a tanti altri che hanno evidenziato questo problema: noi ci sentiamo in pace con la nostra coscienza e coerenti con le nostre convinzioni. Se fosse nelle disponibilità del nostro voto, con un nostro voto contrario sulla missione in Afghanistan, far cessare quella missione ed impedire che si sviluppi ulteriormente la guerra, noi non esiteremmo un solo secondo a farlo, costi quello che costi sul piano della politica interna. Tuttavia, un nostro voto contrario provocherebbe l’effetto opposto ed è per questo che viviamo questa contraddizione, anche faticosamente: la politica è fatta anche di questo.
Noi siamo parte e ci sentiamo parte del movimento pacifista, che è composto da centinaia di milioni di donne e di uomini nel mondo, e non pensiamo di rappresentarlo né con le nostre posizioni né con i nostri atti politici, che giudichiamo in quanto tali per sé stessi. Tuttavia è spiacevole e brutto veder parlare della guerra, dei morti, dei rapimenti, delle stragi di civili, delle bombe ed anche della vita dei nostri soldati – questioni che devono interessare tutti -, ma quando vengono usate retoricamente e demagogicamente per raggiungere miserevoli scopi, trucchi, «sgambetti» di politica interna, non fanno onore a quelli che propongono questa concezione e questa logica.

pubblicato su Liberazione il 09/03/2007

Intervista sulla mozione parlamentare dell’Unione sulle missioni militari.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , on 15 luglio, 2006 by ramon mantovani

Intervista al deputato di Rifondazione che ha condotto le trattative con l’Unione.

Ramon Mantovani: «Una mozione

che cambia la politica internazionale».

di Stefano Bocconetti

Il Transatlantico della Camera

sembra piazza del Popolo

a ferragosto. Una manciata di

giornalisti, cinque deputati.

Fra questi, Ramon Mantovani.

Ha condotto per Rifondazione

la trattativa sulla mozione che

accompagnerà il disegno di

legge sulle missioni militari.

Quattro, cinque pagine. Che

gira e si rigira fra le mani, che cita

continuamente. Sembra

soddisfatto, insomma.

Prima di sapere come è andata,

una premessa. Ma serve

davvero una mozione? Non è

un po’ come quei bei documenti

delle commissioni bicamerali

di demitiana memoria?

Quando una maggioranza

non riusciva a mettersi

d’accordo e rinviava tutto a

qualche pamphlet, pieno di

buone intenzioni. Non è così?

No, non credo proprio che

sia così.

Perché?

Perché una mozione è uno degli atti fondamentali di indirizzo

dell’attività di governo.

Chiunque però potrebbe

citare decine di mozioni poi

disattese dai governi.

E anche questo non è esattissimo.

Perché una mozione si

divide in due parti. C’è una premessa,

una sorta di analisi, dove

ci sono valutazioni politiche.

E c’è poi il dispositivo. Che

è vincolante per l’attività di un

esecutivo. E’ vero che spesso

altre mozioni sono state disattese.

Ma nel testo c’era l’escamotage:

c’era scritto che il governo

si “impegnava a valutare

l’opportunità” di fare una certa

cosa. Stavolta non è così. Ci sono

impegni. Che vanno mantenuti.

E siamo alla mozione.

Com’è?

In due parole: su tutta la vicenda,

è evidente che si sia arrivati

ad un compromesso. Sicuramente

c’è un compromesso,

però la mozione è molto

più chiara di quanto non lo

possa essere il disegno di legge

sulle missioni militari.

In che senso?

Perché il disegno di legge dice

solo quanti soldi servono per

far tornare i militari dall’Iraq e

quanti ne servono per quelli in

Afghanistan. Non c’è altro.

In quelle pagine che stringi

in mano invece che c’è di più?

C’è molto, c’è tanto di più.

La prima cosa, la più importante?

Ce ne sono tante di importanti.

Però se vuoi credo che

molto rilevante sia l’affermazione

che il governo si impegna

a proporre nelle sedi internazionali

una riflessione sui risultati

della missione in Afghanistan.

Di più: si impegna a

proporre una discussione sulla

possibilità di “superare” – questo

è proprio il verbo scelto: superare

– l’Enduring Freedom.

E non è poco, ti assicuro che

non è poco.

Quindi,un testo che ti piace?

Ti ripeto: il disegno di legge

sul ritiro dall’Iraq e sulla missione

in Afghanistan è sicuramente

un compromesso.

Sufficiente ma che non ci

soddisfa appieno. La mozione

invece ha parti davvero

molto avanzate. E, attenzione,

la mozione riguarda l’intera

politica internazionale

del nostro paese sulle missioni

militari.

Cambia come?

Ti faccio un esempio, così

ci intendiamo meglio.

Sai che dal gennaio 2007, l’Italia

farà parte del consiglio di sicurezza

dell’Onu. Bene, grazie a

questa mozione, il governo italiano

chiederà che l’organizzazione

delle Nazioni Unite si doti

di una propria forza militare,

sotto il comando del segreteriato

generale. Ed è una richiesta

assolutamente dirompente.

L’Onu aveva previsto fin dal

suo atto costitutivo la possibilità

di dotarsi di propri uomini

e mezzi da usare come forza di

polizia internazionale. C’era

nella sua costituzione ma non

si è mai realizzata. Utilizzando

una norma transitoria, l’Onu

di volta in volta, quando è impegnata

in missioni di pace,

deve chiedere ai vari paesi di

fornire le truppe. Una

situazione che va benissimo

all’America, alla Nato. Perché

appunto sono i potenti del

mondo a decidere dove impegnarsi.

Per questo, ti ripeto, è

una novità straordinaria. Avversata

nel mondo dagli Stati

Uniti, ma avversata con forza

anche in Italia.

Avversata dalla destra?

No, non solo. E non penso di

svelare chissà quale segreto se

ti racconto che proprio su questo

punto della mozione, da

parte del nostro governo – diciamo

dalle forze che sono prevalenti

nella maggioranza – c’è

stata molta ostilità. E’ stata una

trattativa dura, ma nel testo c’è

questo passaggio, ed è importante

che ci sia.

“Caschi blu”, allora. E’ questa

la nuova politica internazionale?

Non solo. Un paragrafo dopo è

disegnata quella che dovrà essere

la filosofia del governo dell’Unione.

Dove si dice che il nostro

esecutivo darà la priorità alla

prevenzione, si impegna ad accompagnare

i processi di pace,

si farà protagonista, insomma,

sulla scena internazionale perché

non si ricorra mai più alle

armi.

In questo caso, però, si può

dire che si tratta di parole?

Parole? A me pare che dall’inizio

degli anni ’90, tutti i paesi occidentali

abbiano fatto ricorso

alle missioni militari come unico

strumento di intervento nella

politica internazionale. L’hanno

fatto tutti, Italia compresa. Mi

pare che si possa tranquillamente

parlare di ribaltamento

della vecchia logica.

Per capire, non ci potrà essere

un altro Kosovo?

Questa mozione lo esclude.

Anche se – bisogna dire pure

questo – un altro Kosovo, un’altra

guerra assolutamente illegittima,

fatta al di fuori da qualsiasi

copertura delle Nazioni Unite,

viene esclusa anche dal programma

dell’Unione. Quello

sottoscritto da tutti i partiti della

coalizione.

Insomma, si ritorna all’articolo

11 della costituzione. Non

è così?

Sì, il rispetto dell’articolo 11

pervade tutta la mozione.

E sulla vicenda di codici di

guerra?

Ho visto che sui giornali s’è

fatta un po’ di confusione. Come

sai il governo Berlusconi ha

imposto, per i soldati italiani in

Iraq e in Afghanistan, l’obbligo

di sottostare al codice militare

di guerra. Che per esempio, impone

molti vincoli ai giornalisti.

Qualcuno dovrà spiegare

prima o poi come sia possibile

che spedizioni spacciate per

missioni di pace debbano sottostare

a leggi di guerra, ma ormai

è una domanda che riguarda

il passato. Naturalmente,

esattamente come avevamo

chiesto nella passata legislatura,

si ripristinerà subito il codice

di pace. I capigruppo della

maggioranza nelle commissioni

Esteri e Difesa, tutti i capigruppo,

firmeranno un emendamento

che sarà accolto dal

governo, ed entrerà nel disegno

di legge.

Prima parlavi di difficoltà incontrate

a scrivere questo documento.

Vedi, più che difficoltà resistenze

sui singoli punti, che non

credo interessino più di tanto….

Forse però vanno raccontate.

Se ti interessa posso dirti che

la mozione dice esplicitamente

che l’invasione dell’Iraq è avvenuta

al di fuori della legalità internazionale.

La Rosa nel Pugno

voleva che fosse aggiunta una

frase per cui si diceva che dopo

l’illegalità internazionale era arrivata

la copertura del’Onu. Ma

questa frase non è stata accettata,

perché non è vera.

Prima parlavi di difficoltà generali.

Te la faccio breve. Un mese fa,

qualcuno, qualche partito, si è

opposto al varo della mozione.

Ora, invece, a lavoro concluso,

sappiamo che fa fare un passo

avanti importante alla discussione.

Perché anche il giudizio

sulle missioni diventa un’altra

cosa, se lo metti “dentro” questi

impegni. Impegni, te le ripeto

per l’ennesima volta, vincolanti

per D’Alema. Il disegno di legge

si può valutare meglio se lo metti

dentro questo disegno, questo

nuovo disegno della politica

estera italiana.

Dunque tu voterai sì in tutta

tranquillità?

Ti rispondo molto sinceramente:

sì. Da deputato di Rifondazione,

da militante del movimento

pacifista. Il compromesso

sull’Afghanistan è così e così,

ma da sei. Sufficiente, insomma.

La mozione, per tanta parte, è

buona, in qualche punto addirittura

avanzatissima. Sì, voterò convinto.

Pubblicato su Liberazione il 15 luglio 2006

Intervista sulle missioni militari.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno, 2006 by ramon mantovani

Ramon Mantovani, in una intervista a Liberazione, spiega la posizione di Rifondazione e mette dei paletti per D’Alema
e Prodi. Vanno ridiscusse tutte le missioni italiane all’estero, nel governo e coi movimenti, senza decisioni precostituite.

Afghanistan, il Prc avverte Prodi: si decide solo col consenso di tutti.


di Anubi D’Avossa Lussurgiu


Le Commissioni Esteri di
Camera e Senato, riunite,
hanno ascoltato ieri il
ministro Massimo D’Alema. Al
cuore della dibattito che s’è sviluppato
in quella sede parlamentare
è risaltato il tema della
missione più onerosa e più contestata
fra quelle militari italiane
all’estero, dopo l’avvio del ritiro
dall’Iraq: la presenza nel
contingente multinazionale in
Afghanistan. A interloquire per
Rifondazione comunista-Sinistra
europea con D’Alema è stato
il deputato Ramon Mantovani.
E a lui abbiamo chiesto di approfondire
il confronto di posizioni,
diverse, emerso ieri.

Il ministro degli Esteri ha sostenuto,
in sostanza, che l’impegno
militare italiano nella
missione afghana è indispensabile,
e poi che ne vanno comunque
discusse le «difficoltà». Cioè?

D’Alema ha detto, precisamente,
che la missione militare
italiana non è in discussione e
che la comunità internazionale
la ritiene indispensabile. Io ho,
su questo, dichiarato il nostro
disaccordo ed ho sostenuto che
noi non la riteniamo affatto indispensabile;
e ho al contempo espresso
apprezzamento per il
fatto che il ministro ha contestualmente
parlato di «punto di
crisi» della missione militare e
della necessità di rispondere
con la politica alle «ragioni di
difficoltà» prodotte dall’intervento
militare in Afghanistan.
Proprio per questo è necessario
ridiscutere della missione.

Ma è una discussione da
cui, secondo D’Alema, resta
fuori l’impegno alla presenza
militare…

Infatti la mia risposta è stata
ed è che noi reiteriamo la proposta
che la missione si ridiscuta,
nel governo.


Una discussione prioritaria
sull’Afghanistan, o il confronto
generale accettato nel vertice
parlamentare dell’Unione sulla
politica estera e le missioni?

Il dispositivo è quello che
abbiamo già indicato e che è
stato condiviso, appunto, tra i
gruppi parlamentari dell’Unione.
Noi abbiamo chiesto
precisamente una ridiscussione
di tutte le missioni all’estero:
sia quelle rispetto alle quali,
nelle passate legislature, abbiamo
espresso voto contrario,
sia quelle per le quali abbiamo
votato a favore. Tutte.

Che rapporto c’è, concretamente,
fra questa ridiscussione generale e la votazione sul
rifinanziamento delle missioni,
in scadenza il 30 giugno?

Bisogna che il governo, prima
di promulgare i decreti di proroga
delle missioni, discuta al suo
interno su questo punto. Del resto,
come ho ricordato a D’Alema,
la coalizione di governo è
multilaterale: e può quindi funzionare
solo con la ricerca del
consenso. Ciò significa che laddove
ci sono posizioni differenti
bisogna ricercare una mediazione
e un accordo. A meno che non si voglia la
reiterazione,
in sede parlamentare,
delle
differenti posizioni
di partenza.
In altre
parole, non esistono opzioni indiscutibili.


Che sbocco deve avere,questa
discussione?

Abbiamo proposto, nella riunione
dei capigruppo della
maggioranza, che ci sia una
mozione parlamentare: una
mozione che interverrà su tutto
il complesso e su ognuna delle
missioni. Questa proposta è
stata accettata all’unanimità da
tutte le forze dell’Unione.

Però c’è il Pdci che isola la
questione afghana, ne fa un
discrimine e parla della mozione
come di un «pannicello
caldo»…

Nelle riunioni si dichiarano
d’accordo e alla stampa parlano
di pannicello caldo. Comunque
considero sbagliata e minimalista
la posizione espressa dal Pdci,
particolarmente nel dibattito
con D’Alema. Cossutta ha dichiarato
in questa sede «perplessità» sulla missione in Afghanistan e ha poi pronunciato
la seguente frase: «Ma non faremo
mancare il voto di fiducia al
governo». Noi abbiamo chiesto che si discuta
delle missioni militari alla luce del programma di governo e dell’ispirazione multilaterale e multipolare che vi è presente. Noi pensiamo
che l’Unione debba funzionare con il consenso e dunque con accordi condivisi da tutti.
La posizione del Pdci invece è: lasciateci dire che voteremo contro, lasciateci fare la nostra
propaganda, tanto poi voteremo la fiducia. Non esiste posizione più subalterna alle posizioni
più di destra nell’Ulivo.


Tornando a D’Alema: ai giornalisti
ha detto, a margine del
dibattito nelle commissioni,
che l’impegno militare italiano
in Afghanistan «potrà avere un
certo incremento». Ti risulta?

E’ strano che il ministro
D’Alema davanti alle commissioni
riunite non abbia detto
alcuna di queste parole. Voglio
sottolineare che si tratta di
qualcosa cui noi siamo contrari,
drasticamente.

Intanto, il presidente Prodi
ha a sua volta ribadito,da Berlino,
la formula per cui la missione
«non è in discussione».

Commento così: mi meraviglierei
molto che un decreto su
questo argomento, emanato
dal governo, non prevedesse
una discussione collegiale nel
governo stesso.

Ecco: ma che vuol dire «discussione
nel governo»? Investe
o no la coalizione e la maggioranza?


Noi chiediamo una discussione
collegiale articolata in
questi tre ambiti: Consiglio dei
ministri prima delle promulgazione
dei decreti di proroga,
partiti dell’Unione, maggioranza
del Parlamento. E’ nell’intreccio
fra queste tre istanze
che bisogna cercare il consenso.
Per dirla in altri termini,
tutti sanno che noi siamo stati
contrari a diverse missioni militari
e abbiamo chiesto quindi
una ridiscussione su tutte e su
ognuna: questa ridiscussione,
ora, dev’essere fatta con il metodo
della ricerca del consenso.
Dunque non può esistere
una concezione per cui ci sono
decisioni alle quali poi la maggioranza
sia chiamata ad obbedire.

Fuori dall’ambito governativo
e parlamentare,c’è anche
la voce di quella gran parte di
popolazione che ha espresso
posizioni chiare contro le politiche
di guerra. E l’ultimo appello
politico unitario dei soggetti
e delle reti del movimento
per la pace – primi firmatari
Ciotti, Dell’Olio, Strada e Zanotelli
– è stato per il ritiro dall’Iraq
ma anche dall’Afghanistan.
Che rapporto può avere
la discussione invocata dal Prc
con queste istanze?

Per noi quello che dicono
questi soggetti è fondamentale
e importantissimo. Per noi, in
generale, l’Unione deve stabilire
con loro un rapporto coinvolgendo
nelle decisioni tutte
le istanze di movimento e sindacali,
su ogni argomento. Voglio
aggiungere che questi soggetti
devono far sentire la propria
voce direttamente al presidente
del Consiglio come a tutte
e ad ognuna tra le forze politiche
di maggioranza: non delegando
né a Rifondazione comunista
né a nessun altro il
compito di rappresentarli nella
dialettica interna all’Unione.

Pubblicato su Liberazione il 15 giugno 2006