Archivio per marcos

lettera a pierluigi sullo e a marcos

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , on 26 ottobre, 2004 by ramon mantovani

Caro Pedro Luis, compagno interista, non credo ti libererai facilmente della zapatizzazione del tuo nome che, in fondo, è una sorta di onorificenza.

Caro Sup, hermano, i dizionari ce li avevi chiesti tu e ci preoccupa che li abbiate usati come spessore per i tavoli del comando zapatista. Non tanto per i dizionari che si potrebbero usare anche per accendere il fuoco o per infiniti altri usi, quanto per il mobilio zapatista visto che i due dizionari sono libri enormi.

Carissimi, grazie per aver dato vita a questo dialogo. Ce n’era bisogno. Hai ragione, Pedro Luis, a dire che le cose non vanno bene. E non vanno bene proprio nel momento in cui potrebbero andare benissimo. A pensarci bene ci sono state tante ottime novità. Per esempio: il movimento no global (o altermundista che dir si voglia) è talmente vivo ed ha espresso una tale forza che molti, e tra questa grandi organizzazioni sindacali e sociali, hanno voluto entrarci accettandone la logica, se non la disciplina, che infatti non c’è; altri hanno dovuto almeno farci i conti e fingere di trovarsi d’accordo con i suoi contenuti; Le lotte di Scanzano e Acerra, dei ferrotranvieri di Milano e della Fiat di Melfi, insieme a tante altre hanno dimostrato che si può non solo resistere ma anche vincere e cambiare le cose dal basso, senza aspettare successi elettorali; il movimento ha sviluppato mille esperienze, pratiche ed idee che, anche se non hanno gli onori delle cronache giornalistiche (tranne che su Carta e pochissimi altri), costituiscono un patrimonio prezioso per il futuro. E non voglio parlare della impopolarità della guerra in Iraq nel mondo e del fallimento di ben tre negoziati del WTO sulla privatizzazione di salute, istruzione e beni pubblici come l’acqua. Quando mai abbiamo accumulato tanti fattori positivi nel recente passato? Eppure le cose vanno male. Intendiamoci, io penso che il movimento sia figlio della globalizzazione capitalistica, che sia un fenomeno strutturale e che la cifra per capirlo stia nella sua natura globale, internazionale. Quindi non temo la “crisi” di cui periodicamente si parla, il riflusso e l’estinzione di un movimento che invece mi sembra in crescita e in espansione. Le cose vanno male perché forse, qui in Italia, ricompare di nuovo la politica dei due tempi, perché “il movimento è grande ma ci vuole lo sbocco politico” oppure “il movimento pone giuste domande e la politica deve dare le risposte”, perché sulle spalle del movimento ci sono tanti vecchi (non saggi) che vorrebbero piegarlo alle loro teorie irrealizzate nel passato e morte oggi, perché anche nel movimento c’è chi è ossessionato dalla “visibilità” (sui mass media) del suo gruppo, e capita perfino che quando vince, e tutti alzano la sua bandiera, invece di rallegrarsi aggrotta le sopracciglia e si preoccupa per la perduta funzione di avanguardia, con relativa visibilità. Perché invece di considerare elezioni e governo solo come una delle tante cose di cui occuparsi, sembra che per molti siano il fine ultimo della storia. In questo modo la cacciata di Berlusconi e delle sue politiche ultraliberiste e di guerra, così come il problema di cosa verrà dopo Berlusconi, invece che un’opportunità per far valere la forza del movimento e delle lotte, stanno diventando un fardello insopportabile da portare sulle spalle, un macigno sulla nostra strada di costruzione del movimento e di democrazia dal basso. Insomma c’è proprio qualcosa che non va. E qui mi interessa riallacciarmi a certe cose che hai scritto, caro Pedro Luis, circa il disinteresse di troppi verso il Movimento del Nuovo Municipio e verso gli ultimi scritti di Marcos. In realtà si ciancia tanto di democrazia dal basso, di nuovo protagonismo sociale, di società civile ma quando vivono esperienze concrete, magari difettose o parziali (chi non è parziale oggi?) ma reali, le si osserva dall’alto come se fossero accessori e non il cuore della politica. E ancora una volta rispunta l’idea di politica come tecnica di potere, necessariamente efficiente e veloce. Colpi di scena, manovre, infinite dichiarazioni sulle agenzie di stampa e nei talk show televisivi possono perfino essere utili accessori se non diventano essi stessi LA POLITICA. Perché a quel punto chi non vi può accedere è costretto alla passività, a fare il tifo per un leader e a sperare che LA POLITICA non si dimentichi di te o non ti sacrifichi per qualche “fine superiore”. Ecco, io ho letto con molta curiosità e ammirazione lo scritto di Marcos di agosto. Scusa Sup se parlo bene di te, ma il fatto è che quella descrizione così “scettica e appassionata” dell’esperienza delle giunte del buon governo vale molto di più di tanti saggi e documenti politici. Non solo perché una spietata descrizione di certi errori dimostra che è possibile non fare solo l’autocritica … degli altri. Non solo perché c’è la bella notizia che una legge rifiutata da governo, partiti e parlamento può essere applicata lo stesso, a dispetto di tutti, anche se fra tante difficoltà. Ma soprattutto, almeno così è parso a me, perché tutto è scandito da un tempo proprio, non imposto dall’alto. E così si può vedere quanto laborioso fosse il silenzio, quanto sia possibile obbedire comandando e quanto realistica e capace di costruire quella ribellione che tanti ancora vedono solo come un romantico fuoco di paglia. Mi ha particolarmente colpito la descrizione degli inconvenienti che derivano dalla rapida rotazione dei membri delle giunte del buon governo come una scelta e non come un errore. Un “errore voluto”. Il potere richiede specializzazione, divisione del lavoro politico per delega ed efficienza. Ma uccide la democrazia, la partecipazione ed impone i propri tempi, la propria velocità alla società. L“errore voluto” mi sembra imporre al potere, anche al più piccolo potere, i tempi della democrazia e della efficacia. E’ forse questa una delle questioni relative alla “velocità del sogno”? Se ci sono inconvenienti pazienza, del resto l’uccisione della democrazia, la passivizzazione delle persone e delle comunità non sono inconvenienti più grandi? Certo, già vedo con la mia fervida immaginazione molti fare spallucce e dire: beh! Che c’entra qui in Italia mica siamo in Messico, tantomeno siamo comunità indigene. Veramente io stesso per storia politica e per collocazione personale potrei essere interessato a fare spallucce e cavarmela dicendo una cosa in cui credo fermamente: gli zapatisti non sono da imitare, da scimmiottare. Ma nonostante sia stato a lungo dirigente di partito e sia parlamentare non sono diventato intellettualmente disonesto fino a questo punto. Il problemino c’è anche per noi qui in Italia. E mi piacerebbe davvero tanto discutere quali “errori voluti” progettare per il futuro.

Ciao Sup, e se hai bisogno di qualche altro spessore per il tavolo del comando non esitare a chiedere. Alfio ed io provvederemo come sempre.

Ciao Pedro Luis, e grazie. La nostra squadra, l’ultima internazionale rimastaci, sostenendo le comunità zapatiste ci ha regalato lo scudetto più bello. O no?

 

ramon mantovani     

 

pubblicato su Carta nell’ottobre 2004

il silenzio zapatista

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , on 26 luglio, 2002 by ramon mantovani

        Mi scusi. Potrebbe darmi qualche contatto utile per poter intervistare il subcomandante Marcos? –

        Guardi, è del tutto inutile, l’EZLN da mesi non parla più con nessuno, né emette comunicato alcuno. –

        Scusi se insisto. Ma lei che lo conosce personalmente non potrebbe metterci una buona parola? –

Disarmante questo mio colloquio con un giornalista di un’importante testata! Disarmante ma illuminante. Lasciamo perdere il vizio del giornalismo italiano di credere che tutto sia fasullo, aggirabile, manipolabile. Illuminante perché il silenzio fa effetto. Sono sicuro che il giornalista in questione pensi tuttora che io gli abbia fatto uno sgarbo, ma in realtà ha dovuto prendere atto del silenzio zapatista. Come tutti noi, del resto. Già, perché il silenzio non è preannunciato, non è spiegato, non è una semplice modalità di comunicazione. Non è quel silenzio che nella musica è tanto importante quanto le note per comporre la melodia. Non è una pausa di riflessione. Non è un rifugiarsi nel proprio mondo. Non è una fuga. Insomma, se devo proprio azzardare un’interpretazione, penso che non si tratti di silenzio. Gli zapatisti hanno parlato con la marcia ed hanno parlato nel parlamento, con tanto di passamontagna. Forse molti hanno rapidamente dimenticato la portata dell’evento. Forse molti hanno pensato che, dopo che Fox ha presentato il progetto di legge che rifletteva gli accordi di San Andres, e che il parlamento lo ha stravolto, gli zapatisti, pur avendolo rifiutato categoricamente, avrebbero avviato una qualche forma di trattativa più o meno sotterranea. Forse qualcuno si aspettava che, dichiarazioni dopo dichiarazioni con le loro brave interpretazioni maliziose, si sarebbe arrivati ad un qualche compromesso. Ma le cose non sono andate così. Il silenzio amplifica potentemente le parole pronunciate nella marcia, nel parlamento e quelle contenute nelle righe del comunicato con il quale l’EZLN ha rigettato la legge approvata da una maggioranza trasversale. Perché dire altro? Perché riprendere la parola per farsela stravolgere? Perché ripetersi sminuendo il significato delle parole già pronunciate? Forse la parola verrà aggiornata quando ci sarà un’effettiva novità. Forse quando la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla suddetta legge, valutando il ricorso opposto da centinaia di comunità indigene e non. Forse. E poi quel silenzio è in realtà un invito a prendere la parola, ad assumere una posizione precisa. Eh si! Perché Marcos ha sempre insistito sulla parzialità dell’esperienza dell’EZLN. L’universalità, e la popolarità, di quell’esperienza è dovuta alla consapevolezza di praticare una lotta contro la globalizzazione, non contro il solo governo messicano. Tocca a tutti prendere parola. Non serve a nulla tacere aspettando il prossimo illuminante discorso o articolo di Marcos. Che non è né vuole essere il leader di un nuovo partito, ma che non per questo rinuncia a porre radicalmente domande che pretendono risposte. Gli indigeni che si ribellano al NAFTA, che chiedono una riforma costituzionale assolutamente incompatibile con gli interessi delle multinazionali, che si aprono cercando un dialogo mondiale invece che resistere chiudendosi in se stessi, che rifiutano la “solidarietà” interessata di chi in realtà vuole semplicemente provare a “dirigerli”, sono un gran contributo nella lotta contro il neoliberismo e contro la globalizzazione capitalistica. Io penso davvero che senza la rivolta del gennaio 94 il movimento dei movimenti non ci sarebbe stato, almeno nelle forme in cui si è reso visibile. Intendiamoci, non perché Marcos lo abbia inventato. Il movimento è il prodotto della globalizzazione, più o meno come il movimento operaio fu il prodotto della rivoluzione industriale. Solo che nel movimento operaio sorsero correnti di pensiero, le più disparate, ma nuove. Anarchici, socialisti utopisti, luddisti, socialisti scientifici ecc. In questo movimento, invece, è come se ci fossero morti che vogliono mangiarsi i vivi. Che vogliono sovrapporre le loro teorie obsolete, i loro schemi e perfino le loro pratiche organizzative ad un movimento che non può rientrarci, pena la morte per noia ed inefficacia. Gli zapatisti non vogliono essere un modello, né vogliono imporre alcunché, ma chiedono a gran voce, anche col silenzio, la rifondazione della sinistra. Questo ci ha detto Marcos l’ultima volta che una delegazione di Rifondazione l’ha incontrato, a Città del Messico qualche giorno dopo la marcia. Se devo essere sincero non credo che parlare di “crisi del movimento”, confondendo le strutture imperfette dei social forum, per giunta italiane, con il movimento mondiale, sia la strada giusta per rispondere a quella domanda. E qui sottoscrivo il punto B dell’articolo di Pierluigi Sullo, in pieno. Non è il movimento ad essere in crisi, casomai lo sono culture, modelli e pratiche incapaci di rifondarsi veramente. Ma forse questa crisi è l’inizio di una risposta alla domanda che gli zapatisti hanno posto al mondo, oltre che a se stessi.

 

ramon mantovani

 

pubblicato su Carta nel luglio del 2002