Archivio per maggioritario

Morte ai partiti? (parte terza)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 giugno, 2012 by ramon mantovani

Non smetterò mai di insistere sulla necessità di conoscere, analizzare e capire le mutazioni sociali che stanno alla base della degenerazione della politica e dei partiti. Senza farlo si scambiano gli effetti per le cause. E si pensano e sognano rimedi che invece di risolvere i problemi li aggravano e li estremizzano. Senza riprendere una analisi che ho già fatto in più riprese mi limito qui a fare un esempio.

Quando Berlusconi vinse le elezioni nel 1994 la stragrande maggioranza delle persone di sinistra (sia quelle che lo erano perché non avevano smesso di essere contro il capitalismo sia quelle che credevano di esserlo pur condividendo tutte le menzogne ideologiche sulla fine della lotta di classe, sulle meravigliose sorti della globalizzazione, sulle privatizzazioni e così via) credettero che la colpa fosse delle TV di Mediaset. Secondo tutte queste persone milioni e milioni di elettori avevano bevuto le fandonie e le promesse demagogiche di Berlusconi propalate a mani basse dalle tv di proprietà dello stesso. Si illudevano, e molti si illudono ancora oggi, che bastasse riportare il paese alla “normalità” con una legge sul conflitto di interessi e con una controffensiva sulle tv della RAI, affinché il popolo si accorgesse che Berlusconi era solo una escrescenza, un incidente di percorso.

Vediamo se è vero.

Per più di un decennio il sindacato era passato di sconfitta in sconfitta, le condizioni di vita dei lavoratori dipendenti erano peggiorate, chi lottava lo faceva in modo isolato e nella più completa solitudine, era cresciuta enormemente l’incertezza e l’insicurezza sociale, i partiti erano degenerati ed intenti, come aveva già denunciato Berlinguer, ad occupare ogni spazio al solo fine di coltivare interessi privati a scapito di quelli pubblici, lo stesso PCI aveva abdicato alla propria funzione e si era sciolto per dare vita ad un partito identico agli altri. E ancora, c’erano tutte le avvisaglie di una scomposizione del paese fra zone ricche e zone povere, tipico prodotto della competizione assolutizzata dalla globalizzazione. Nelle zone ricche cresceva l’egoismo sociale, l’odio verso gli immigrati, e un patto corporativo fra lavoratori e imprenditori fondato sull’illusione che separandosi dal resto del paese si potesse meglio competere con le altre zone ricche del mondo e dell’Europa. Nelle zone povere cresceva il clientelismo e un blocco sociale includente la criminalità organizzata, oltre all’individualismo più sfrenato legato alla spartizione delle risorse pubbliche attraverso consorterie e cordate di ogni tipo.

Il famoso “pensiero unico” non era un decalogo, un dogma da imparare a memoria. Era niente altro che l’apparente oggettività della situazione. Del resto la caduta del muro di Berlino aveva convinto quasi tutti, tranne una minoranza abbastanza isolata, che il capitalismo era il migliore dei mondi possibili e che se c’erano problemi questi erano dovuti alla mancata “modernizzazione” del paese. E la “modernizzazione” non poteva che essere la rimozione dei “lacci e lacciuoli” che frenavano la capacità competitiva delle imprese e del paese. E non poteva che essere il passaggio dalla democrazia parlamentare della Costituzione, fondata sui partiti, alla democrazia maggioritaria, fondata sulla funzione del governo e sui leader. I partiti, già degenerati fino all’inverosimile e caduti definitivamente in disgrazia con tangentopoli, avevano già snaturato il sistema democratico, gestendo la cosa pubblica negli interessi delle imprese, delle finanziarie, delle società immobiliari e così via. Dovevano essere sostituiti da partiti di tipo nuovo. Leggeri e cioè privi di una ideologia capace di interpretare la realtà e di partorire un progetto complessivo per la società e per il paese. Possibilmente dotati di nomi e simboli “aideologici” e perfino “apolitici” o abbastanza generici da essere buoni per qualsiasi politica. Da quel momento la botanica, la fauna, il tifo calcistico e i nomi dei leader la faranno da padrone. Contenitori di interessi ed egoismi di ogni tipo, spesso in contraddizione fra loro, ma mediati dal miraggio del governo come unico fine e ragion d’essere del partito. Come ho già detto il grande inganno fu presentare i partiti della prima repubblica come i responsabili delle degenerazioni della società e non come le vittime, magari consapevoli e complici, delle degenerazioni del sistema economico e del modello sociale conseguente. Il maggioritario servì esattamente a coronare un progetto latente da sempre nella borghesia italiana. Eliminare le ragioni del conflitto di classe e sociale dalle istituzioni e trasformare la politica in un affare privato delle sue diverse fazioni, riducendo il popolo a spettatore e tifoso di uno dei suoi leader. Come negli USA.

Tutto questo l’aveva costruito Berlusconi abusando della sua posizione di predominio televisivo? Erano le tv che mandavano in onda certe trasmissioni a cambiare la testa della gente? La percezione che i partiti si occupassero degli affari dei loro amici e delle loro infinite competizioni elettorali, invece che dei problemi del paese era infondata?

Direi proprio di no.

Berlusconi approfittò banalmente della situazione che si era creata ed ebbe l’abilità di interpretarla coerentemente con il senso comune diffuso. Ovviamente le sue tv furono decisive, e lo poterono essere grazie ad una effettiva anomalia italiana creata a suon di corruzione con il sistema del duopolio televisivo e con la riduzione del servizio pubblico a competitore del privato sul suo terreno. Ma era una anomalia ben precedente a tangentopoli. Fondata sull’ormai inarrestabile primazia dell’impresa e soprattutto dei settori speculativi del capitale, che a questo scopo avevano corrotto pesantemente i partiti.

Una cosa è proporsi di cambiare il modo di pensare della gente ed un’altra è dire alla gente quel che vuole sentirsi dire.

Senza scomodare Gramsci e la sua analisi sulla formazione dello stato italiano, nel paese dei furbi, dei raccomandati e degli evasori, nel paese della cultura mafiosa, della borghesia eversiva mischiata con l’antistatalismo di stampo cattolico, nel paese dell’ipocrisia fatta legge, la sconfitta della battaglia del movimento operaio, per rifondare lo stato su basi diverse, persa con la controffensiva capitalistica degli anni 70 e seguenti, non poteva avere che esiti disastrosi.

Nell’Italia degli anni 80 e 90, del “facciamo soldi con i soldi” e del “gli operai sono in via di estinzione”, del “privato è sempre meglio del pubblico”, dei “sacrifici” imposti sempre agli stessi con l’applauso degli ex comunisti e dei sindacati, del “padroni a casa nostra”, del “dobbiamo competere sempre di più e meglio” e così via, c’è da meravigliarsi se vinse le elezioni l’imprenditore “fattosi da se”? Il “non politico di professione”? L’uomo che sapeva parlare di “sogni”? E che dirà sempre “fatemi lavorare” e ripeterà fino alla nausea la parola “comunisti” e “sinistra” per identificare ogni nefandezza?

Per quanta importanza si attribuisca alla potenza dei mass media, e io ne attribuisco molta, furono le mutazioni sociali e il senso comune affermatosi dentro di esse a permettere, favorire e amplificare il fenomeno Berlusconi. E a far assumere ai mass media un ruolo centrale nella politica italiana, sempre più spettacolarizzata.

Credere il contrario fu invece molto di moda fra le persone di “sinistra”.

Per quelle che pensavano che bisognasse avere un paese “normale” pensando agli USA, alle privatizzazioni, alle elezioni come mera scelta delle persone, alle guerre come “missioni di pace”, ai sacrifici dei lavoratori come “necessari”, alla precarietà come “flessibilità”, alle banche e finanziarie come motore dell’economia, alle imprese private come essenza dello sviluppo, al mercato come effettivo “regolatore” dell’economia ecc. era normale che fosse così. Berlusconi era solo una anomalia vergognosa e bastava rimuoverlo per far tornare tutto a posto. Tanto più pensavano questo tanto più sentivano di dover tifare contro Berlusconi e per quelli che si candidavano a governare nel nome di tutte quelle cose che credevano insieme a Berlusconi, ma in modo “normale”. Del resto se la globalizzazione era buona, le banche fattore di sviluppo, la produzione di beni materiali tendenzialmente da superare collocandola nei paesi poveri (per garantire anche a loro, poveretti, un po’ di sviluppo!), le guerre erano umanitarie, il privato sempre efficiente, e Berlusconi pensava e diceva esattamente le stesse cose, su cosa si doveva incentrare lo scontro e la polemica? Conflitto di interessi, procedimenti penali, alleanza con un partito razzista e secessionista come la Lega, sdoganamento del MSI, demagogia e dulcis in fundo: impresentabilità. Cioè sempre e solo su cose secondarie e spesso vissute come innovazione effettiva e politica di tipo nuovo da parte della maggioranza degli elettori. È fin troppo evidente che non basta cambiare nome ad un partito o dichiararsi non comunisti per poter competere con chi si dice fieramente anticomunista e ti accusa perfino di continuare ad esserlo senza dirlo. È fin troppo evidente che non si può essere, dopo aver sposato ogni tesi revisionista sulla resistenza, contemporaneamente per il maggioritario e pretendere che il proprio avversario non si allei con i partiti post fascisti e secessionisti di destra. Altrettanto evidente è che si ha un’arma spuntata se si criticano le TV di Berlusconi e poi i propri uomini nella RAI trasformano la tv pubblica in una brutta copia delle tv dell’avversario per inseguire l’audience. Se si fa a gara per ingraziarsi la Confindustria dichiarandosi veramente liberisti e criticando Berlusconi per non esserlo abbastanza. Se si specula sui processi a Berlusconi e contemporaneamente si incensano personaggi come Andreotti, anche sperando che l’avversario sia sconfitto per le vicende processuali e non perché si sono convinti i suoi elettori a cambiare idea.

Esagero? Non credo.

Infatti a suo tempo ci fu la prova provata che quanto dico è difficilmente contestabile.

Il primo governo Berlusconi andò in crisi sulle pensioni. Il ministro del tesoro Dini, già uomo del FMI e della Banca d’Italia, attaccò violentemente il sistema pensionistico. L’opposizione tuonò e i sindacati scesero in lotta duramente. Il blocco sociale ed elettorale di Barlusconi traballò, soprattutto per effetto della Lega, che infatti alla fine tolse la fiducia al governo.

La logica, perfino la perversa logica del maggioritario, avrebbe voluto che l’opposizione chiedesse nuove elezioni, “bastonando il can che annega”. Berlusconi era in forte calo dei consensi, ovviamente. E la Lega non avrebbe rifatto l’alleanza con Forza Italia. Alleanza nazionale non avrebbe facilmente convinto la propria base elettorale a sostenere un governo che voleva farla lavorare più a lungo per avere una pensione inferiore. Dopo quel che l’opposizione tutta aveva detto in parlamento e dopo gli scioperi e le lotte sindacali non era impossibile vincere le elezioni su quelle basi.

Cosa avvenne, al contrario?

Il “massacratore sociale” Dini divenne un ottimo candidato a sostituire Berlusconi, invece delle elezioni che con il maggioritario “finalmente permettevano al popolo di scegliersi il governo” ci fu una maggioranza trasversale dalla Lega al PDS sostenuta perfino dalla scissione del PRC dei “comunisti unitari” (sic), e alla fine Dini varò la stessa controriforma pensionistica (solo appena più allungata nel tempo) con il silenzio complice dei sindacati, che diedero così una grandissima prova della loro autonomia.

Insomma, se era nel modello sociale il problema da risolvere per far tornare alla sinistra un consenso sufficiente a tentare di cambiare il paese tutto si doveva e poteva fare tranne che accettare come necessaria e oggettiva una controriforma delle pensioni che avrebbe ulteriormente mortificato e diviso il mondo del lavoro, posto le premesse per la precarizzazione e santificato il primato dell’economia sulla politica. Se, invece, il problema era la presentabilità di Berlusconi ci si poteva tranquillamente alleare anche con la forza definita razzista nel sostenere un governo presieduto dal ministro contro il quale solo pochi giorni prima si era scioperato.

In altre parole Davos, il FMI, la Banca Centrale Europea, il WTO, le banche e il capitale finanziario, la Confindustria, i guru liberisti indicavano la politica economica e il modello sociale da implementare e la politica si doveva occupare delle trame, delle manovre, dei ribaltoni, della ricerca e promozione dei leader, del “marketing” elettorale, della costruzione di contenitori e di coalizioni, della gestione delle rispettive tifoserie.

Come è noto chi tentò, e parlo del PRC, di immettere nel dibattito politico contenuti di sinistra e di sostenere che il governo del paese dovesse produrre provvedimenti tali da orientare le scelte economiche e cambiare il modello sociale veniva descritto e trattato come “estremista e massimalista” e/o come utile idiota al servizio di Barlusconi. Chiedere al governo Prodi un piano per mettere in sicurezza il territorio nazionale devastato sempre più da terremoti e alluvioni, chiedere i libri di testo gratuiti nella scuola dell’obbligo, chiedere la riduzione dell’orario di lavoro e di non privatizzare ulteriormente e così via era “massimalismo” ed “estremismo”. Insistere su queste cose sostenendo che il centrosinistra non doveva e non poteva fare le stesse cose della destra sui fondamentali era “favorire” Berlusconi.

Non ripercorrerò qui le vicende dell’epoca. Non sono l’oggetto di questo scritto e rischierebbero di farci andare fuori dal seminato. Ho fatto questo accenno al solo scopo di dimostrare che in quegli anni si produce un ulteriore e peggiorativa separazione della politica dai problemi reali del paese e che qualsiasi intento di ricucire quello strappo veniva digerito e risputato dal sistema sottoforma di meccanismo politicista interno al gioco delle parti fra i due poli che si contendevano il governo dell’esistente.

In tutto questo avevano, ed oggi hanno ancora di più, una funzione essenziale i mass media.

Come abbiamo già ricordato nella “prima repubblica” i segretari dei partiti erano segretari. Alcuni erano anche leader ma questo era il prodotto della loro popolarità conquistata in coerenza con l’ideologia e gli obiettivi dei loro partiti. Le principali trasmissioni politiche erano le tribune politiche della RAI. Erano bandite le interruzioni, gli insulti, le grida, e i giornalisti che le conducevano coordinavano le domande dei loro colleghi giornalisti o gli interventi degli esponenti dei diversi partiti. Non mancavano le domande insidiose, maliziose, fortemente critiche. L’oggetto delle trasmissioni erano le proposte, le posizioni e anche le polemiche conseguenti. Nelle campagne elettorali tutti i partiti che si presentavano avevano lo stesso spazio, anche se in tempi diversi tenendo conto della dimensione dei partiti nelle precedenti elezioni. In altre parole la conferenza stampa del segretario nella campagna elettorale cominciava con il partito più piccolo e finiva col più grande. Lo stesso dicasi per l’ultimo appello al voto l’ultimo giorno della campagna.

Già negli anni 80, sebbene le tribune politiche ed elettorali televisive fossero largamente prevalenti per la formazione delle intenzioni di voto, iniziarono le trasmissioni mirate a mostrare il “lato privato” dei politici. I “politici” avevano hobbies, erano tifosi di una squadra di calcio, sapevano raccontare barzellette, cantare, ballare! Certe interviste, magari in maniche di camicia per fare più “americano”, erano palesemente apologetiche del personaggio e delle sue imprese politiche. Certe “campagne”, come quella condotta dal PSI contro il PCI e la sua storia, trovavano alla RAI e Mediaset collaborazione totale con messa in onda di “documentari” e “inchieste” compiacenti. Cominciarono a prodursi su Mediaset i talk show che si occupavano di politica. Dove il conduttore assegnava il ruolo che voleva lui ai politici di turno. Era il conduttore a scegliere chi invitare, e un partito non poteva sostituire l’invitato con un altro esponente, perché il conduttore se l’era scelto come un regista sceglie l’attore al quale far interpretare una parte. Spesso il conduttore provocava, assecondava e comunque permetteva battibecchi, insulti, urla, minacce. Vuoi mettere la noia di un segretario di partito che cerca di spiegare una posizione sulla politica industriale ed energetica del paese o su un fatto di politica estera rispetto a due o tre scamiciati che si insultano, urlano e che si rinfacciano le responsabilità per le peggiori cose che succedono nel paese? L’audience detta legge ed è evidente che le risse la fanno alzare. Inoltre il conduttore in realtà promuove lui gli esponenti dei partiti che più gli piacciono, o per le loro posizioni o banalmente perché fanno più spettacolo. Con il sistema bipolare, poi, succede che ogni discussione nella maggioranza di governo, fisiologica in ampie coalizioni prodotte proprio dal maggioritario, diventi una guerra nucleare massmediatica. I contenuti della discussione si perdono subito per strada perché quel che conta sono le dietrologie, le mosse, le minacce, i ricatti. Giacché ogni contenuto relativo ad una divergenza potrebbe sboccare in una crisi di governo e giacché la media dei conduttori e dei giornalisti che si occupano di politica di quel contenuto non sanno un bel niente, molti di costoro presentano il contenuto come un pretesto che nasconde mire elettoralistiche, invidie e cattive relazioni fra i leader. Che di queste cose loro si che se ne intendono! E via con le indiscrezioni, le ricostruzioni di incontri privati e di riunioni di partito, con le dichiarazioni sulle agenzie di stampa fatte su altre dichiarazioni a loro volta fatte su altre dichiarazioni ancora. In poco tempo del contenuto su cui è nata la discussione non parla più nessuno e lo spettacolo dei politici litigiosi che litigano fra loro invece di preoccuparsi dei problemi del paese (e cioè dei contenuti) è assicurato. Quando i leader parlano, magari ad una riunione facendo un lungo intervento, in tempo reale appaiono loro frasi totalmente decontestualizzate sulle agenzie e si scatenano polemiche infinite. Saranno quelle polemiche ad essere al centro del talk show serale di turno. E spesso i leader annunciano e inventano la mossa direttamente nei talk show. Con buona pace del loro partito che discuterà della mossa a posteriori. Ma lo stesso vale per chi ha invece discusso, magari molto a lungo, e votato in una riunione con centinaia di dirigenti. Il leader espone una posizione davanti a milioni di telespettatori ed è come se quella posizione fosse la sua personale. Come se l’avesse inventata al momento. Gli elettori e spesso gli stessi iscritti del partito di quel leader credono anch’essi che l’annuncio di una mossa o di una posizione sia farina del sacco del leader e ne discutono esattamente come si discute di cosa fa il ct della nazionale o l’allenatore della propria squadra del cuore. C’è un effetto concreto del maggioritario e del sistema massmediatico, che pensa all’audience invece che all’informazione, sulla natura dei partiti e soprattutto sul peso dei loro leader. Perfino per quei partiti che sono organizzati ed hanno una vita democratica. Perché gli elettori e perfino gli iscritti di quel partito sono ormai abituati dall’andazzo a non leggere la propria stampa, i documenti del proprio partito, ad applicare dietrologie a tutto, a fare infinti processi alle intenzioni, a tifare pro o contro il proprio stesso leader. Se la politica è spettacolo i partiti, e all’interno dei partiti i vari personaggi, ogni giorno devono inventarsi qualcosa per essere ripresi dalle agenzie, per essere invitati da un conduttore, per non essere velocemente dimenticati. Così tutto diventa un rumore di fondo nel quale è impossibile distinguere una cosa seria e una vera proposta dal coro cacofonico imperante.

Potrei continuare anche su questo molto a lungo. Ma credo sia sufficiente per dimostrare che oltre a non informare su un bel niente i talk show e i politologi sulla carta stampata hanno moltiplicato e ampliato enormemente la degenerazione dei partiti e soprattutto la separazione della politica dalla società. Ovviamente non si tratta di un caso. Ma nemmeno di un disegno o di un complotto. È l’effetto, certo assecondato e implementato, di quel processo oggettivo di cui abbiamo parlato più sopra. La “politica” non si occupa più di avere progetti economici, sociali e culturali veramente alternativi fra loro. La sinistra che lo fa deve scontare di non essere compresa, di vedere deformate le proprie posizioni secondo la perversa logica maggioritaria, ed ha sempre meno spazio. Come nella società consumistica ed individualistica imperante ciò che conta non è essere, bensì apparire. La politica spettacolo è l’apoteosi di tutto questo.

Ma prima di parlare della passivizzazione della società e specificatamente del ruolo dei talk show (soprattutto quelli ostili a Berlusconi) nella implementazione della stessa, voglio fare un esempio concreto che dimostra che la descrizione che ho fatto testé delle degenerazioni nei partiti e della percezione che la cittadinanza ha dei partiti prodotta dal maggioritario e dai mass media è fedele alla realtà. E se non lo è del tutto lo è per difetto e non per eccesso critico.

Al tempo del primo governo Prodi, che noi del PRC appoggiavamo dall’esterno prima della famosa rottura, arrivò in parlamento la ratifica del trattato internazionale relativo all’allargamento della NATO a Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Va detto che la ratifica del trattato da parte del parlamento era esiziale per il progetto di allargamento della NATO. Si trattava cioè di una decisione cogente, essendo il parlamento totalmente sovrano sul merito della decisione.

Noi eravamo contrari. Tutti gli altri partiti (tranne la Lega) favorevoli. In un parlamento eletto proporzionalmente tutto si sarebbe risolto come una questione di pura routine. Ma la destra denunciò il fatto che la maggioranza non disponeva di una linea di politica estera unitaria e dei voti autosufficienti per implementarla. E minacciò di votare contro per fare cadere il governo. Conseguentemente la nostra posizione divenne vitale per il governo. Noi tenemmo la posizione. Ne discutemmo in segreteria, in direzione del partito, nel comitato politico nazionale e nei gruppi parlamentari. La posizione fu unanime. Non c’erano alternative ne possibili compromessi di nessun genere. Ma sapevamo anche che su quel tema la destra stava facendo un bluff di enormi proporzioni. Avrebbe si fatto cadere il governo, ma al prezzo di far saltare per anni l’allargamento della NATO, dimostrandosi così inaffidabile per il governo USA e per gli altri governi di destra europei. Nelle settimane che precedettero il voto ne successero di tutti i colori. Ed ovviamente i mass media si guardarono bene dal parlare del merito di cosa fosse realmente diventata la NATO, di cosa volesse dire allargarla ad est e quale politica militare ed estera fosse in gioco per l’Italia. Anche perché, tranne qualche eccezione, ad occuparsi per i giornali della vicenda non erano i redattori di politica estera bensì quelli di politica interna, e quasi nessuno di questi ultimi (posso dirlo sulla base delle mie molteplici conversazioni con loro) non sapevano che la NATO funzionava con il metodo del consenso e non a maggioranza, non conoscevano il suo Statuto, credevano che fosse stata istituita in risposta al Patto di Varsavia e non viceversa e così via. Per loro l’unico tema su cui scrivere e intervistare era relativo alla caduta del governo o meno. In quel trambusto a me, che mi occupavo in prima persona della faccenda, capitarono due cose. Che racconto perché altamente esemplificative, derogando alla regola che mi sono autoimposto di parlare il meno possibile delle mie esperienze personali.

La prima. Un altissimo dirigente del PDS mi fece il seguente ragionamento: se la destra pur essendo favorevole all’allargamento della NATO votasse contro per far cadere il governo voi potreste neutralizzare questa manovra, dichiarando di essere contro ed elencando tutti i motivi della vostra contrarietà, ma votando alla fine a favore per salvare il governo. Gli risposi che mi sembrava matto e che mi meravigliavo che considerasse normale anche la sola idea che i favorevoli ad una cosa potessero votare contro e viceversa.

La seconda. In una delle sedute preliminari al voto in commissione esteri, alla presenza del ministro degli esteri Dini, dissi chiaro e tondo che noi avremmo votato contro sia in commissione sia in aula. Che non c’erano mediazioni possibili di nessun tipo. All’uscita della seduta rilasciai dichiarazioni a tutte le agenzie di stampa e interviste a tutti i TG. Quella sera e il giorno seguente sulle Tv e sulla stampa l’annuncio che avevo fatto era nelle aperture con grande rilievo. Due giorni dopo la seduta della commissione sul Manifesto uscì un articolo nel quale si diceva che il PRC “aveva messo la sordina sulla questione della NATO” per non disturbare troppo il governo. Strabuzzai gli occhi leggendolo. Mi sembrava impossibile che il redattore (che per altro stimavo molto per le sue posizioni) non si fosse accorto che era successo esattamente il contrario. Gli telefonai e gentilmente gli chiesi conto di quanto aveva scritto, elencandogli le testate e i TG che avevano scritto e detto che il PRC si apprestava a far cadere il governo sulla NATO. Lui mi ripose, lasciandomi a bocca aperta, che aveva visto tutto ma che siccome ero stato io a parlare e non Bertinotti era sicuro che questo avrebbe portato ad un qualche aggiustamento dell’ultimo minuto gestito da Bertinotti in prima persona. Esternai il mio stupore e disaccordo e gli chiesi almeno di pubblicare un mio articolo sul merito della questione e non in risposta al suo. Mi disse di si. Inviai l’articolo, ma non venne mai pubblicato. Ovviamente noi votammo contro e la destra fece passare l’allargamento della NATO.

Chiunque voglia dilettarsi a leggere (ed è una lettura altamente istruttiva) le dichiarazioni di voto finali sull’allargamento della NATO in oggetto lo può fare seguendo questo link:

http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/framedinam.asp?sedpag=sed377/s000r.htm

la mia dichiarazione è a pagina 43 dello stenografico.

Ecco! Come si vede i contenuti spariscono alla velocità della luce. Centrodestra e centrosinistra si dimostrano pronti a imbrogliare le carte fino al paradosso, perché il maggioritario partorisce in Italia coalizioni eterodosse ma poi pretende per la sua stessa logica che si comportino come partiti ultracompatti. Giornali e Tv non informano sulla natura della decisione da prendere, sull’oggetto della stessa e sui meccanismi democratici che presiedono alla decisione stessa, bensì sugli effetti di un voto trasfigurandolo in una specie di voto di fiducia sul governo. Le decisioni e le posizioni dei partiti, che bisognerebbe perlomeno leggere per poter informare lettori e telespettatori, non esistono, non contano. Qual che conta è la dietrologia, il processo alle intenzioni, la polemica di politica interna. Se una cosa non la dice il leader di Rifondazione, bensì il responsabile esteri del partito, gatta ci cova perfino per Il Manifesto! Figuriamoci per i talk show e per gli altri giornali.

 

Continua…

 

ramon mantovani

Morte ai partiti? (parte seconda)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , on 12 giugno, 2012 by ramon mantovani

Analizziamo, in questa seconda parte dell’articolo, la degenerazione ulteriore del sistema politico italiano e in particolare le questioni relative alle elezioni amministrative con elezione maggioritaria diretta di sindaci e presidenti e alle preferenze.

Ancora durante il terremoto di tangentopoli, come abbiamo già detto, si passò al sistema maggioritario. Si cominciò dalle amministrative.

Oggi c’è un coro quasi unanime nel ritenere cosa buona e giusta l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di province e regioni. Si dice che i cittadini possono scegliere, che non devono affidarsi alle trattative tra i partiti dopo le elezioni, che quindi possono “partecipare” effettivamente e direttamente.

Nessuno può spiegare, però, come mai da quando c’è l’elezione diretta di sindaci e presidenti (in tutte le regioni non esiste la carica di “governatore” eppure, ahinoi, a destra e manca si parla sempre di governatori perché fa più “americano”!) la cittadinanza vota meno e al secondo turno vota ancora meno che nel primo turno. Mistero o sintomo di minor partecipazione? Ma vediamo nel dettaglio gli effetti concreti della riforma elettorale di comuni, province e regioni.

Il sindaco o presidente di provincia e la sua giunta hanno concentrato molti poteri che prima appartenevano al consiglio. Il consiglio, se va bene, è ridotto al controllo dell’operato della giunta, ma anche in questa funzione è zoppo giacché la giunta dispone del premio di maggioranza in seggi e lo può controllare più agevolmente. Inoltre la giunta assume “consulenti” ultra pagati, con mortificazione ulteriore delle competenze propositive del consiglio e dell’apparato funzionariale dell’ente locale. Ovviamente i consiglieri sono stati “consolati” aumentando le loro prebende in senso inversamente proporzionale al potere detenuto effettivamente rispetto al passato. I partiti che hanno perso potere di rappresentanza effettiva sia verso il sindaco o presidente sia verso i propri gruppi istituzionali (ma fra poco vedremo meglio questo aspetto) vengono ricompensati con i “posti” nei consigli di amministrazione delle municipalizzate e in diversi altri organismi. Tutti posti altamente remunerati, molto più delle semplici e già notevolmente aumentate prebende dei consiglieri. In questo quadro il sindaco o presidente e la sua coalizione che ha ottenuto mediamente si e no un terzo dei voti degli aventi diritto comanda su tutti.

Nelle regioni, dove con il capolavoro “federalista” del centrosinistra sono stati concentrati poteri prima di esclusiva competenza statale, è ancora peggio. Valgono le stesse considerazioni dei comuni e delle province appena elencate. Ma a queste bisogna aggiungere la competenza ad approvare leggi elettorali proprie e, guarda un po’, a regolare in proprio gli stipendi dei propri consiglieri, con relativi vitalizi e prebende varie. Chiunque sa che ormai due terzi delle regioni hanno per i loro consiglieri trattamenti ben più privilegiati di quelli dei parlamentari nazionali.

Il doppio effetto dell’elezione diretta del podestà (pardòn, del sindaco o del presidente) e della permanenza delle preferenze nei comuni e nelle regioni (tranne la Toscana) ha prodotto una assoluta personalizzazione della politica. Sempre più i candidati a sindaco o presidente lo diventano lanciando da se la propria candidatura e invitando, o obbligando, i partiti affini a seguire. Anche nel caso il candidato venga proposto ed offerto alla coalizione da un partito questo è quasi sempre un “personaggio” locale. Non è la competenza, la cultura o la coerenza con un qualche ideale ad ispirare la scelta. Bensì la possibilità o meno di competere in una campagna elettorale costruita sulla competizione personale. L’iperbole del personalismo sta nelle primarie. Dove le differenze programmatiche e a volte perfino le scelte di composizione delle coalizioni dipendono dal “personaggio” che le vincerà. Le folle plaudenti possono solo organizzarsi per fare il tifo e portare voti al “personaggio”. Da lui e solo da lui dipenderanno soddisfazioni e delusioni.

Inoltre ci sono le preferenze. Sulle quali tornerò ancora più avanti. Ma intanto parlando di comuni e regioni, dove i consiglieri non sono “nominati” bensì eletti con un sempre crescente numero di voti di preferenza, bisogna saper vedere la realtà.

Con il maggioritario si vince o si va al ballottaggio spesso per pochi voti. Quindi il maggioritario, che avrebbe dovuto semplificare il sistema politico e ridurre il numero dei partiti, è la causa, invece, del proliferare delle liste e della frammentazione politica. Anche a costo di annoiare descrivo puntualmente, e secondo me inconfutabilmente, i meccanismi che provocano personalizzazione e frammentazione.

Essendoci contemporaneamente il voto di preferenza e il maggioritario le liste dei partiti non bastano. Per il semplice motivo che anche una lista con un nome di fantasia ma collegata ad un candidato sindaco o presidente apporta al risultato finale almeno i voti di preferenza raccolti dai candidati. Se in una coalizione ci sono due liste e nell’altra quindici e il consiglio è di trenta seggi la prima coalizione avrà 60 candidati e l’altra 450. I voti strettissimi di parenti ed amici, che magari mai voterebbero per quello schieramento, possono essere decisivi per la vittoria finale.

Si dirà, e si dice, che il maggioritario, l’elezione diretta del sindaco o del presidente e le preferenze garantiscono che l’elettore scelga veramente. Si dice che chi vince governa e può prendere decisioni, forte del consenso della popolazione che l’ha eletto direttamente alla funzione di governo. Si dice che i consiglieri, essendo stati eletti con le preferenze, sono più rappresentativi e che i partiti sono più democratici in quanto i dirigenti di partito possono al massimo proporre una lista e non decidere chi verrà eletto.

Sono tutte falsità. È vero esattamente il contrario. E tenterò di dimostrarlo.

Per farlo esporrò dei dati oggettivi, e non solo opinioni e vaghe considerazioni. A tal fine mi sono preso la briga di analizzare il risultato elettorale delle recentissime elezioni del comune di Genova. Sono convinto che siano rappresentative dei fenomeni che descriverò. E comunque chi volesse cimentarsi a dimostrare il contrario esibendo dati di altri comuni lo può fare.

Nel 2007 per il comune votarono 323.289 elettori su 523.529 aventi diritto. Pari al 61,75 %.

Nel 2006 nel comune di Genova per la Camera dei Deputati aveva votato il 82,41 % degli aventi diritto. E nel 2008, sempre per la Camera, il 75,90 %.

Tre elezioni in due anni. Come mai nei turni delle elezioni politiche votano tra il 15 e il 20 % in più del comune? Eppure per la Camera si vota con il sistema elettorale chiamato “porcellum”, gli elettori non possono scegliere i propri rappresentanti con le preferenze, le liste dei partiti comprendono persone (come il sottoscritto) senza radicamento territoriale. Come mai quando si vota direttamente per il sindaco e si possono scegliere con le preferenze i rappresentanti che si conoscono bene perché abitano sul territorio il 20% degli elettori non vota?

Nel 2007 vinse le elezioni al primo turno la candidata del centrosinistra Marta Vincenzi con 158.238 voti pari al 51,20% sui voti validi. Ma pari al 30,22% sugli aventi diritto.

Nemmeno un terzo degli elettori decretò la vittoria del centrosinistra e fece guadagnare alla coalizione 30 dei 50 seggi in consiglio comunale, pari al 60%.

Insomma, con il 30% degli elettori si conquista il 60% dei seggi in consiglio.

E vediamo cosa è successo poche settimane fa.

Al primo turno votano 279.683 elettori su 503.752, pari al 55,51%. Al secondo 196.894 pari al 39,08%.

Il candidato del centrosinistra, nominato con le primarie, al primo turno prende 127.477 voti pari al 48,31% sui votanti e al 25,30% sugli aventi diritto. Al ballottaggio prende 114.245 voti pari al 59,71% sui votanti e al 22,67% sugli aventi diritto.

Insomma, le elezioni si vincono con nemmeno il voto di un elettore su quattro. E si conquistano 24 seggi su 40, pari sempre al 60%.

È questo il bello dell’elezione diretta del sindaco? È questa la dimostrazione che le liste dove si può scegliere chi votare con la preferenza aumentano la partecipazione dei cittadini?

Ed ora tenterò di sfatare il mito che con le preferenze si scelgono i propri rappresentanti.

Tutti i dati si riferiscono alle ultime comunali di Genova.

Si sono presentate 25 liste. Di queste solo 8 hanno eletto consiglieri. E una il solo candidato sindaco.

Le liste composte quasi tutte da 40 persone hanno messo in campo 1000 candidati. Circa un candidato ogni 230 votanti. Perché, al netto dei votanti i soli candidati sindaci, solo 229.989 elettori hanno votato una lista.

Per tutte le liste sono state espresse 93.391 preferenze, pari al 41,15% dei voti andati a tutte le liste.

Ai candidati effettivamente eletti sono andati 23.236 voti. Il 10,10% rispetto ai voti di lista e l’11,90% rispetto ai voti di lista dei partiti che hanno eletto. Il 24,88% rispetto al numero totale delle preferenze espresse su tutte le liste.

In altre parole 8 elettori (per la precisione 8,4) che hanno espresso una preferenza non hanno eletto nessuno, né scelto un bel niente.

Inoltre il 33,40% degli elettori che ha votato liste che non hanno eletto nessuno ha espresso la preferenza. Una percentuale maggiore di circa l’8% rispetto alle liste che hanno eletto. E se consideriamo i dati dividendoli fra liste coalizzate e liste non coalizzate troviamo che il 34,64% degli elettori di liste che non hanno eletto ma coalizzate nel centrodestra, hanno espresso preferenze (ma il dato sarebbe di circa il 60% se non fosse per una lista, Libertas DC, i cui elettori stranamente hanno espresso pochissime preferenze, addirittura solo l’1,29%). Per il centrosinistra il dato è del 61,04%. Mentre per le liste non coalizzate è il 19,99%. Vi è quindi una differenza enorme tra le preferenze espresse per liste che non hanno eletto ma i cui voti hanno contribuito alla vittoria della coalizione e le liste che hanno sostanzialmente disperso i voti.

È difficile sostenere che il sistema delle preferenze premi le scelte degli elettori, se solo uno su dieci centra l’obiettivo di mandare in consiglio il rappresentante che preferisce. È altrettanto evidente che le cosiddette liste civiche coalizzate hanno la funzione di convogliare sulla coalizione voti attraverso le preferenze, anche se queste non eleggono nessuno. Ci sono cioè molti cittadini che votano un conoscente, un collega, un parente, ma non lo eleggono, portando però un vantaggio ad una coalizione che magari non voterebbero. Determinando quindi l’elezione di altre persone che magari non voterebbero mai.

È la dimostrazione di quanto ho sostenuto più sopra.

La controprova sta nell’esame delle preferenze per le liste non coalizzate, che sono infinitamente inferiori rispetto alle altre.

Salta all’occhio, per chi lo vuole vedere, un dato stupefacente. La lista 5 stelle, con la sua retorica contro il parlamento dei nominati, con l’apologia delle persone della società civile radicate nel territorio, è la lista i cui elettori esprimono il minor numero di preferenze. 32.516 voti alla lista e solo 1.086 preferenze espresse, pari al 3,33%. E di queste 1.086 preferenze solo 461 sono state decisive per eleggere i 4 consiglieri espressi dalla lista.

Tutti questi sono dati reali e fatti. La retorica delle preferenze che garantirebbero di non avere “nominati” è fatta solo di parole, che per quanto suggestive sono in aperta contraddizione con i fatti. Ma si possono aggiungere altre considerazioni circa le preferenze.

Come abbiamo visto la gran parte delle preferenze espresse non elegge nessuno e spesso induce l’elettore a portare il suo voto per una lista o per una coalizione che non voterebbe se desse retta ai suoi convincimenti ideali o anche solo politici. Come abbiamo visto è falso che la possibilità di scegliere l’eletto con le preferenze aumenta la partecipazione al voto. Come abbiamo visto più il voto è orientato da motivazioni e convinzioni più alta è la delega politica consegnata alla lista o al partito, fino a non esprimere quasi preferenze.

Ora elenchiamo altre conseguenze precise ed inconfutabili prodotte dal sistema delle preferenze.

1) L’elettore che vota una lista non sa chi sarà eletto. Quindi in una lista possono esserci ottimi candidati e pessimi candidati. In una lista bloccata si sa chi quella lista vuole effettivamente portare in consiglio. Conseguentemente l’elettore può meglio effettivamente scegliere a ragion veduta se esprimere il voto per quella lista. Facciamo un esempio, concreto (ma se ne potrebbero fare moltissimi): se il partito X si presume grossomodo che possa eleggere 5 consiglieri e nei primi 5 posti in una lista bloccata non mette nessuna donna, l’elettore o elettrice che abbia a cuore la rappresentanza femminile punirà quel partito, giacché è chiaro quale sia la sua volontà. Con le preferenze, invece, molti scelgono una donna e alla fine eleggono solo uomini.

2) Nella lista bloccata i candidati non sono in competizione fra loro. Non dedicano la maggior parte del tempo e delle risorse a cercare il voto per se stessi nello stesso bacino elettorale degli altri candidati della stessa lista. Non devono produrre materiale di propaganda con la propria faccia e con slogan folgoranti ma che non c’entrano nulla con ciò che faranno in consiglio se eletti. Non devono offrire cene e fare promesse di ogni tipo. La campagna sarà incentrata sul programma e sui progetti politici collettivamente espressi dalla lista. Con le preferenze, invece, la lista è minata nella sua unità esattamente dalla competizione sfrenata dei candidati che corrono effettivamente per essere eletti. Le differenze diventano divisioni e le scorrettezze si sprecano. I muri sono invasi da facce con slogan che vanno bene per qualsiasi partito o lista. Per competere ci vogliono molti soldi. Come rientreranno gli eletti dai costi enormi che hanno sostenuto in campagna elettorale? Che competizione seria ci può essere tra chi possiede molti soldi e chi non ne possiede?

3) Al contrario di quel che si crede il rinnovamento del personale politico è sfavorito dalle preferenze. È perfino ovvio che più si è conosciuti e più preferenze si raccolgono. E che chi siede in consiglio da più tempo è più conosciuto. Se un partito tenta di rimuovere uno attaccato alla seggiola da diverse legislature lo può fare solo non mettendolo in lista e rinunciando a buona parte dei voti di preferenza che questi è in grado di mobilitare. Ma ormai sempre più spesso l’estromesso esce dal partito e fonda la sua lista, portandosi gran parte delle preferenze e risultando spesso eletto in consiglio.

4) I luoghi comuni imperanti dicono che il consigliere eletto nella lista bloccata sarebbe “fedele” al partito perché è da questo che dipende la sua eventuale rielezione. Mentre il consigliere eletto con le preferenze sarebbe più libero, rappresentando così meglio i cittadini. Ma cos’è la fedeltà al partito? Se uno è parte di un collettivo del quale condivide ideali e programmi, che per altro ha contribuito a produrre, e viene scelto democraticamente, sempre dal collettivo, perché non dovrebbe adeguarsi alle decisioni che quel collettivo prende? Sarebbe questa la schiavitù del “nominato”? Come abbiamo visto più sopra con dati inconfutabili, solo un elettore su dieci elegge chi preferisce con la preferenza. Se analizziamo i voti personali di preferenza ottenuti da un singolo candidato scopriamo che ad eleggerlo hanno concorso due fattori: a) i voti di lista senza preferenze e i voti di lista più preferenze andate a candidati non eletti; b) i voti di lista con i voti di preferenza per quel candidato. Potrebbe quel candidato essere eletto con i soli voti di preferenza? No di certo. Ed inoltre, anche di quei voti di preferenza quanti sono stati portati alla lista per la presenza di quel candidato e quanti, al contrario, sono espressione di una preferenza scelta nell’ambito di una lista che comunque si sarebbe votata? Queste inconfutabili considerazione dovrebbero impedire a qualsiasi candidato eletto di erigersi in quanto persona a rappresentante degli elettori. C’è la volontà degli elettori, quella del collettivo o partito che ha compilato e proposto programmi e liste, ed infine c’è la volontà degli eletti. Se, come si sente ad ogni piè sospinto, l’eletto dice: – “io rispondo ai miei elettori e non al partito!” – vuol dire che siamo in presenza di un furto di consenso, di una appropriazione indebita, di un abuso. Di un vero e proprio imbroglio. Spesso c’è un debito da saldare con lobbies e persone che, quelle si, hanno avuto parte decisiva nel raccogliere le preferenze necessarie per essere eletti. Se gli interessi delle lobbies entrano in conflitto con gli interessi di partito e con quelli del 90% e passa degli elettori che hanno votato la lista ma non quel candidato, è democratico che prevalga l’interesse privato dell’eletto?

5) Le preferenze sono una libera di scelta dei cittadini. E come tutte le libertà non sono un obbligo. Quindi fra i voti di lista c’è democrazia sostanziale se anche solo una minoranza sceglie le persone con le preferenze. Chi non le esprime o ne esprime di perdenti ha comunque partecipato. Questo ragionamento sembra non fare una grinza. Ma se si dimostra che il voto può essere controllato e quindi scambiato come una merce al mercato il ragionamento crolla miseramente. Ed è quello che farò, ancora una volta inconfutabilmente.

Un voto di lista espresso senza preferenze è sicuramente segreto e non verificabile. La legge, giustamente, prevede che non possa essere riconoscibile. Ma il voto di preferenza, invece, può facilissimamente rendere il voto riconoscibile. Del resto è da tempo immemore che la mafia controlla enormi quantità di voti in questo modo. Al sud come al nord del paese. Esagero?

Vediamo se esagero.

Se io voglio comprare pacchetti di voti per un candidato agirò così:

Ad una persona che mi promette dieci preferenze in quel seggio e venti in quell’altro seggio per il candidato pinco pallino dirò che deve far scrivere P. Pallino accanto al simbolo del partito. Ad un’altra che me ne promette cinque e dieci negli stessi seggi dirò di far scrivere Pallino Pinco. Ad un’altra Pinco Pallino in stampatello. Ad un’altra Pinco Pallino in corsivo. Ad un’altra solo Pallino. E così via. Scrutatori e rappresentanti di lista compiacenti possono agevolmente controllare durante lo scrutinio.

Da sempre nelle zone ad alta densità mafiosa ci sono percentuali di preferenze espresse esorbitanti rispetto al resto del paese. Sarà che la mafia immette nell’aria sostanze dopanti che esaltano lo spirito di partecipazione dei cittadini?

Sfido chiunque a dimostrare che le cose non stanno così.

Ovviamente si tratta di un abuso ai danni dello spirito della legge. Ma si può ignorare che il voto di scambio e il controllo del voto sono agevolati se non sostanzialmente garantiti dalla preferenza?

Per non parlare delle diffusissime clientele. Se un assessore affida ad una cooperativa un lavoro è considerato più che normale che i soci-lavoratori di quella cooperativa e le loro famiglie diventino elettori di quel personaggio, da cui può dipendere il loro futuro. Con la preferenza lo voteranno in qualsiasi partito e coalizione si candidi. Il personaggio sarà proprietario di un pacchetto di preferenze che potrà far valere in una trattativa per essere collocato in una lista. Potrà perfino “scambiare” il proprio pacchetto con personaggi di altre liste in elezioni diverse: “Io dirò ai miei elettori di votare te alla regione e tu ai tuoi di votare me al comune”. È così che in piccoli comuni, dove si può vedere bene il fenomeno, ci sono partiti che alle comunali prendono il 20% dei coti e alle regionali il 5%. E viceversa. A volte lo stesso giorno. Cosa scelgono gli elettori “fedeli” al personaggio? Cosa c’è di democratico in tutto questo?

6) I partiti i cui candidati vengono direttamente scelti dagli elettori sono obbligati a proporre liste ricche di persone di ottima qualità. La scelta degli eletti, con le preferenze, da parte dei cittadini invece che da parte dei dirigenti del partito rende il partito più democratico. Altri due luoghi comuni completamente falsi.

Se un partito non è democratico ed è dominato da un ceto irremovibile il problema è pressoché irrisolvibile. Il problema risiede nella natura e nella vita del partito. Tuttavia un partito dominato da un ceto il cui interesse è collocare alcune persone di un certo tipo nella istituzione con la lista bloccata evidenzierà senza dubbio queste intenzioni. Mentre con le preferenze potrà mettere in lista poche persone, nei piccoli partiti una persona, da eleggere sicuramente e riempire la lista di persone potenzialmente avverse tutte in competizione fra loro e, nel caso escludere quelle poche o quella effettivamente in grado di competere per l’elezione. Il ceto oligarchico potrà concentrare le preferenze sui pochi o sul singolo proprio candidato contando che tutti gli altri si divideranno fra le tante persone in lista. In altre parole mentre con la lista bloccata il ceto politico oligarchico deve per forza mettere a nudo le proprie intenzioni con le preferenze può costruire una lista apparentemente apertissima e ricchissima, ma sostanzialmente controllata e mascherata.

Anche in assenza di un ceto oligarchico la lista bloccata è migliore di quella con le preferenze. Per il semplice motivo che si possono mettere persone come operai, donne, giovani, che hanno grandi qualità ma che certamente prenderebbero meno preferenze e porterebbero quindi meno voti alla lista rispetto a notabili, medici, farmacisti, avvocati, visi noti della tv, dello spettacolo e dello sport. Perché, a meno di non avere una curiosa e molto “americana” concezione della democrazia, non si può pensare che fare una professione che mette a contatto con migliaia di persone qualifichi in senso migliore la persona rispetto a chi magari lavora in fabbrica ed è conosciuto solo da poche decine di colleghi. Senza contare il fatto che per un partito dotato di un progetto serio è indispensabile portare nelle istituzioni competenze diverse fra loro. E non competenze casuali dovute alla capacità di raccogliere preferenze dei candidati. Che se ne fa un partito di sinistra di un gruppo senza un consigliere competente sui problemi della salute in un consiglio regionale? O sul piano regolatore in un comune?

Infine, è verissimo che con la lista bloccata esiste una primazia del partito sulla lista e sugli eletti. Del resto è quanto prevede la Costituzione. Perché l’esercizio della funzione senza vincolo di mandato e l’insindacabilità di opinioni e voti espressi nel parlamento nazionale sono principi tesi a tutelare gli eletti da eventuali poteri forti e dal controllo degli stessi. Non a recidere l’ovvio rapporto fra eletti ed elettori nell’ambito dei contenuti, dei programmi e degli ideali condivisi fra i partecipanti ad un collettivo partitico. Non è vietato prima di votare ascoltare il proprio partito e scegliere di obbedire. Questo appartiene alla libertà del parlamentare o del consigliere. Mentre l’eletto che dice “rispondo ai miei elettori” e che mobilita molte preferenze può facilmente piegare il partito che l’ha messo in lista e fatto eleggere a subire le sue unilaterali decisioni.

Non vado oltre, anche se potrei farlo ancora molto a lungo.

Mi è chiaro che i partiti oggi non sono certo quelli previsti dalla Costituzione. Basta dare uno sguardo ai simboli per capire che sono spesso “proprietà” del leader, senza il quale non esisterebbero nemmeno. Mi è chiaro, quindi, che le oligarchie che li controllano non possono essere paragonate a nulla di democratico e collettivo. Mi è chiaro che la connotazione ideologica e programmatica dei partiti è totalmente generica e labile, quando non esplicitamente assente.

È evidente, quindi, che le mie stesse considerazioni esposte più sopra hanno un valore molto relativo. Per il semplice motivo che il sistema politico istituzionale è stato profondissimamente modificato dalla disgregazione sociale prodotta dalla controrivoluzione capitalistica degli ultimi 30 anni. La gente vive in modo diverso e pensa in modo diverso. C’è una sostanziale americanizzazione della vita politica. Elezione diretta delle persone, partiti senza ideologia, trionfo delle lobbies e delle clientele, candidati diretti da “consulenti di immagine”, telegenicità, demagogia iperbolica, tifo per i leader e così via, sono l’effetto e il moltiplicatore del senso comune imperante. Più avanti vedremo come i mass media abbiano contribuito all’americanizzazione della politica italiana. Ma non bisogna dimenticare la base oggettiva di tutto il processo, che risiede nel modello sociale scaturito dalla svalorizzazione del lavoro, dalla centralità della finanza, dalla competitività esasperata e dal conseguente individualismo ed egoismo sociale.

Oggi dire, come ho fatto io appena adesso, che l’elezione diretta dei sindaci e le preferenze sono un imbroglio è più o meno come predicare l’ateismo su un convoglio di pellegrini malati diretto a Lourdes. Ne ho piena consapevolezza.

Tuttavia, pur sapendo che qualsiasi sia il sistema elettorale bisogna sempre cercare di rappresentare gli interessi di classe e i contenuti di sinistra, l’unica cosa che non si deve fare è illudersi che il sistema sia neutro. Per chi si proponga di cambiare la realtà non è eludibile il giudizio da dare sul sistema politico e perfino sull’accezione che ha la stessa parola “politica” nel senso comune diffuso e nel pensiero dominante. I comunisti e la sinistra degna di questo nome, per quanto debbano fare i conti con la realtà, non possono fare l’apologia di sistemi maggioritari, primarie, preferenze, elezioni dirette. Se devo svitare una vite e il cacciavite non c’è più dovrò adeguarmi ad usare un altro mezzo. Un coltello, perfino l’unghia del dito. Ma, per favore, senza dire che l’unghia è meglio del cacciavite o addirittura che l’uso dell’unghia al fine di svitare una vite sia una cosa meravigliosamente nuova e che il cacciavite è un retaggio novecentesco. Il superamento dei partiti della “prima repubblica” in favore dei partiti del leader, della scelta delle persone invece che delle idee e così via è banalmente un ritorno al passato. Non c’è nulla di nuovo, tranne l’involucro apparentemente moderno e luccicante.

Usare qualsiasi mezzo e spazio permetta il sistema, quindi, è un imperativo. Ma svendere principi facendo l’apologia del sistema della politica spettacolo è un tradimento bello e buono.

Non c’entra nulla con il concetto che dovrebbe avere la sinistra della democrazia andare ad una manifestazione sventolando una bandiera dove campeggia un simbolo con il nome del leader. O presentarsi alle elezioni con un simbolo come quello scelto da SEL alle ultime elezioni palermitane. Recante l’unica scritta: “Palermo per Ferrandelli con Vendola”.

Una vergogna, indicativa dei tempi in cui viviamo.

Continua…

 

ramon mantovani