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Risposta a Luigi Vinci.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , on 27 Mag, 2010 by ramon mantovani

Caro Luigi,

il tuo articolo in risposta a quello firmato da me e da Giovanni Russo Spena

http://lettura-giornale.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=26/05/2010

merita molta attenzione.

La stima, sono sicuro reciproca, ci permette di parlar chiaro, senza diplomatismi ma anche senza scadere nella polemica spicciola che va tanto di moda di questi tempi.

L’articolo che ho firmato insieme a Giovanni aveva esattamente l’obiettivo di rimuovere l’ambiguità che contraddistingue non una, ma diverse, iniziative e proposte sulla ormai annosa questione dell’unità della sinistra. L’appello che tu hai firmato e che noi abbiamo criticato è solo l’ultima.

Tanto per essere chiari io non ho alcun dubbio che l’unità della sinistra “non liberista”, come dici tu, sia un obiettivo giusto e che risponde ad una domanda, ingenua o consapevole poco importa, reale e fondata. Mi è altrettanto chiaro che essa non si esaurisce nell’ambito delle forze comuniste e nemmeno in quello definito della Federazione della Sinistra. Sono convinto che il dialogo continuo sia non solo un obbligo ma anche una necessità vitale. Lo stesso dicasi per la “cooperazione”, senza che questa diventi “totale”, come tu dici, perché obbligata ad essere di governo.

Fin qui ci siamo, credo. Almeno in teoria.

Ci sono, però, due questioni non irrilevanti sulle quali bisogna approfondire il discorso.

Io sono tutto meno che un feticista dei deliberati degli organismi dirigenti del partito. E penso, per essere chiaro ancora una volta, che debbano essere confrontati con la realtà e che siano passibili di essere cambiati in qualsiasi momento, a seconda delle circostanze. Ed ovviamente concordo pure con te che mai possano essere considerati “comandamenti in grado di spiegarci tutto quel che succede”.

Tuttavia non posso concordare con te sull’affermazione secondo la quale, dato che la crisi ha prodotto un passaggio da una “guerra di posizione ad una “guerra di movimento”, la “bussola”, che anche tu ritieni indispensabile, diventi quella che tu proponi. Per il semplice motivo che non è una bussola.

Tu hai detto che il quadro è in via di sconvolgimento. E che nella fattispecie, il PD “non sa che pesci pigliare, volendo mantenere i suoi sistemi di relazione sul versante capitalistico e non avendo cultura di ricambio rispetto a quella liberista”. Ed hai anche aggiunto che è pressato affinché si smarchi a sinistra.

Ne trai la conclusione che la “bussola” consiste nel non porre pregiudiziali, nello sforzo di confronto e di cooperazione, portando nostre proposte. E di “farlo con la massima determinazione in direzione delle forze di sinistra, politiche e non, che liberiste non sono” per poi vedere “via via come butta” discutendo e decidendo come proseguire.

Al netto di quel “portando nostre proposte”, che anche tu riconoscerai, intellettualmente onesto come sei, essere troppo generico per indicare il Nord, la bussola non c’è.

C’è solo la consapevolezza, giusta, della complessità della situazione e la naturale vocazione, di una forza non settaria, al confronto e al massimo di unità possibile, sempre e comunque. Ma non c’è una bussola. Non c’è cioè una linea politica chiara, duttile e da “guerra di movimento” capace di reggere il confronto con altre linee e proposte, che invece ci sono. Ed è per questo che a me sembra che così la prospettiva diventi eccessivamente ambigua e confusa.

E’ proprio su quel “portando nostre proposte” che vale la pena di confrontarsi fino in fondo.

Ma prima di entrare nel merito, scusa la franchezza, a me sembra che sia necessario chiarire che cosa voglia dire l’aggettivo “nostre”.

Non credo che quel “nostre” possa prescindere da una discussione collettiva e consapevole, oltre che democratica, nel partito e nella Federazione.

Ovviamente non alludo a posizioni personali o di componenti, aree e correnti, e della loro libera espressione in ogni dove. Io stesso faccio ampio uso di questa libertà, e la considero utile e costruttiva anche quando marca dissensi profondi.

Un’altra cosa, però, sono operazioni politiche condotte trasversalmente alle forze politiche, non discusse collettivamente ed operanti al di la e al di sopra della sola discussione democratica che le può identificare come “nostre”.

Nell’appello in questione, che tratta di un tema sensibile ed importante come quello dell’unità a sinistra, oltre a tante cose assolutamente condivisibili c’è una omissione secondo me decisiva. Non è né ideologico-identitaria, né culturale. E’ squisitamente politica. Non è una pregiudiziale settaria o una qualsiasi idea di arroccamento. E’ la nostra proposta. Nostra perché l’abbiamo discussa, mediata, sintetizzata, condivisa e votata con una larga maggioranza.

Confesso di avere una certa idiosincrasia verso la pratica degli appelli che continuamente, a sinistra, si producono su tutto lo scibile umano. Spesso sono sostitutivi dell’azione e più spesso ancora sono purtroppo allusivi più di una operazione dei firmatari che dell’obiettivo proclamato. Ma non importa, non è questo il punto centrale per me. Anche se è innegabile che quell’appello può essere interpretato in mille modi e favorire così, invece che la chiarezza e l’unità, discussioni pretestuose e foriere di divisioni.

Ma torniamo alla nostra proposta. Si compone, perdonerai che la ripeta (a beneficio dei lettori) e perdonerai la sommarietà della descrizione, di tre obiettivi ben precisi. 1) costruire l’unità di un movimento di lotta contro le politiche delle destre e contro il governo Berlusconi. Sul versante sociale, su quello dei diritti civili e su quello democratico. Per questo abbiamo promosso, aderito e partecipato ad ogni iniziativa, senza misurare il grado di distanza con altri promotori e partecipanti che non fosse l’obiettivo di opporsi al governo. Abbiamo proposto e ci siamo dichiarati disponibili a qualsiasi formula di coordinamento e cooperazione organizzata, stabile ed unitaria, fra tutte le forze politiche e sociali di opposizione al governo. Dobbiamo continuare a farlo perché la crisi, i suoi effetti e le decisioni che ha preso e si accinge a prendere il governo lo impongono. E dobbiamo insistere affinché il movimento di opposizione al governo sia plurale perché solo così può essere unitario. Ogni suggestione che stabilisca che l’unità contro Berlusconi si possa magicamente trasformare in una compiuta proposta alternativa di governo del paese, oltre ad essere infondata, provoca divisioni. 2) costruire l’unità della sinistra anticapitalista, politica e sociale, nella Federazione. Purtroppo le scadenze elettorali, la diffidenza di molti verso una presunta ennesima operazione verticistica, e la difficoltà oggettiva a superare tante divisioni prodotte negli anni passati hanno limitato notevolmente la capacità aggregativa della Federazione. Ma è indispensabile insistere e insistere ancora affinché la Federazione nasca come un processo effettivamente democratico, dal basso, e con la chiarezza politica e culturale sufficiente per aggregare nel tempo tutto ciò che si muove sul terreno della critica radicale al capitalismo contemporaneo e che si propone una alternativa di società. La chiarezza, il tempo e soprattutto la pratica possono vincere diffidenze, dubbi e perfino settarismi. Perciò Giovanni ed io ci siamo permessi di dire che “molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti”. Considerare insuperabili i limiti verticistici e quelli oggettivi del campo ristretto delle forze fino ad ora partecipanti e parlare della Federazione per come essa è oggi al fine di porre poi il problema dell’unità con Sel è un grave errore. E’ come infilarsi, magari inconsapevolmente, in un rapporto nel quale la differenza, che c’è, sulla prospettiva di internità al centrosinistra o meno, viene oscurata, rimandata e sostituita da una falsa dialettica fra vecchio e nuovo, fra nostalgia e innovazione, fra comunisti del secolo scorso e nuova sinistra all’altezza dei tempi, fra sinistra testimoniale e sinistra di governo. Mi spiace dover insistere oggi su questo punto, che consideravo risolto dal congresso del PRC, ma ridurre la Federazione all’unità col Pdci e parlare di unità con Sel senza approfondire la questione del centrosinistra sarebbe un ritorno alla logica che ha ispirato la Sinistra e l’Arcobaleno. Voglio dire con estrema chiarezza che non ho dubbi sulle intenzioni dei firmatari l’appello del PRC. Non credo proprio che qualcuno di essi, tanto meno tu, voglia tornare su questo punto. Ma qui quel che conta, per me, non sono le intenzioni bensì gli effetti pratici di ciò che si propone. Su molti degli altri firmatari, invece, sono sicuro che l’intento sia esattamente quello. E non faccio processi alle intenzioni perché è ciò che dicono ogni giorno apertamente.

Per superare le divisioni non bastano intenti, suggestioni e invenzioni. Bisogna non rimuovere e tentare di superare i problemi che le hanno originate. Ovviamente mi è chiaro che i problemi non si presentano e ripresentano allo stesso modo. Ma la sottovalutazione delle negatività dell’esperienza del governo Prodi, la sopravalutazione dei possibili esiti a sinistra della dialettica interna al PD, le suggestioni leaderistiche prive di contenuti reali e assolutamente interne al bipolarismo, il nuovismo come dogma assoluto e la disinvoltura sui programmi (per cui alle elezioni del parlamento europeo si può presentare una lista con veri e propri “tifosi” del trattato di Lisbona, della NATO e perfino delle più liberiste scelte economiche), permettono che si possa parlare con SEL di unità della sinistra in modo serio? Io mi auguro che SEL si renda conto che una riedizione dell’Unione è impossibile. Che a forza di puntare sugli sviluppi interni al PD rischia di essere usata e perfino assorbita nella sua dialettica interna, magari proprio associandosi a quelle parti interne ed esterne al PD (come il quotidiano Repubblica) interessate a dividere la sinistra fra testimoniali ed addomesticati per i propri scopi. Che a forza di dire “nuovo” prima o poi si debba dimostrare che ciò che si propone sia anche all’altezza dei tempi, sia anche buono e soprattutto sia effettivamente nuovo. Non solo me lo auguro. Vorrei che si facesse di tutto per dialogare, lottare insieme su obiettivi comuni, confrontare culture e proposte, anche strategiche. Vorrei cioè che si discutesse senza anatemi, senza offendere l’interlocutore, senza fare processi alle intenzioni. Al netto degli insulti, delle accuse di stalinismo e perfino di omofobia che, per quanto non abbiano trovato nel gruppo dirigente del PRC nessuna risposta ispirata dalla volontà di rissa, lasciano ferite difficili da curare, io penso che si debba essere coraggiosi a sufficienza per dialogare del futuro senza rinverdire una sola polemica del passato. Senza confondere, però, i problemi che hanno originato la divisione con gli effetti della stessa, per dichiararla superata riscoprendola in un secondo momento più distruttiva di prima. E con la consapevolezza che per discutere del futuro bisogna avere chiaro cosa si prevede e cosa si vorrebbe dal futuro. Ed è il tema del terzo punto della nostra proposta unitaria, ovviamente limitato alla proposta politica.

3) avere una idea di come, contemporaneamente, rispondere alla triplice esigenza di a) fermare l’avanzata delle destre ed approfondire le loro contraddizioni; b) non ricadere nella dialettica distruttiva per cui bisogna per forza essere interni e subalterni al centrosinistra o isolati e testimoniali; c) incidere sul più grave problema democratico del paese che è il bipolarismo. Si tratta della proposta di accordo in difesa della Costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non di governo. Io credo che questa proposta sia chiara, comprensibile, e utile prima che a noi stessi all’obiettivo di battere le destre sommando ciò che il tentativo di un accordo di governo finirebbe invece col dividere sia nella sfera delle forze politiche sia soprattutto nell’elettorato. E’ questa proposta a poter incidere  nella stessa dialettica interna al PD, anche facendo sponda a chi comincia a capire che il bipolarismo è parte del problema della egemonia e della forza delle destre e non la sua soluzione, e a poter fornire un terreno sul quale la sinistra politica e sociale possa ritrovarsi sui propri contenuti. Senza che questi contenuti siano sacrificati sull’altare del governo e soprattutto senza che siano usati dal PD come prova della nostra “irresponsabilità” e “mancanza di realismo” se non come prova della nostra “indifferenza” alla possibile vittoria delle destre.

Non credo proprio che queste “nostre proposte” siano superate. Il fatto che siano difficili da realizzare, come tutto del resto, non significa che siano impossibili. Anzi!

Ovviamente penso siano suscettibili di essere cambiate, anche radicalmente, in presenza di evoluzioni della situazione che giustifichino una ridiscussione così profonda. Ma non credo debbano essere messe in mora, parlo soprattutto della terza, in attesa di possibili evoluzioni. Questo si sarebbe proprio non avere nessuna bussola ed essere in balia dei progetti altrui, sperando che prendano la piega giusta.

Tutto qui, caro Luigi. Non so se è molto o è poco. Ma è tutto qui.

Con grande e sincero affetto.

Ramon Mantovani