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Solo adesso si può invertire la tendenza alla sconfitta.

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 aprile, 2010 by ramon mantovani

Le elezioni regionali sono ormai passate.

Hanno chiarito diverse cose anche se, come al solito, sulla stampa e in tv già c’è un tourbillon di interpretazioni, di dichiarazioni, di previsioni sul futuro del centrodestra e del centrosinistra e di personaggi vari, che rende la politica (la politica-spettacolo ufficiale) una cosa realmente estranea agli interessi, ai bisogni ed anche alle immediate necessità della società. Tengo a ribadire, come i lettori del blog ormai sanno bene, che indugiare e lasciarsi trascinare da questo modo di discutere alimenta ed aumenta uno dei principali problemi del paese: la separatezza della politica (e del circo massmediatico ad essa connesso) dalla società e l’impermeabilità delle istituzioni (per questo sempre meno democratiche e/o ormai ademocratiche) a qualsiasi contenuto che metta in questione gli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese.

Qui ci sono le mie modeste riflessioni sui risultati elettorali. Non esaustive, non complete, ma che cercano comunque di affrontare quelle che a me sembrano le cose essenziali senza cedere alla tentazione della faziosità, della superficialità e della sostituzione della realtà con suggestioni.

Lo dico apertamente e chiaramente: chi volesse discutere a suon di slogan, di insulti, di urla, di descrizione unilaterale dei problemi e così via può tranquillamente rivolgersi ad altre decine di siti e divertirsi a litigare, a “sfogarsi” e soprattutto ad illudersi che questo modo di ragionare e discutere sia una forma di partecipazione e non, invece, un contributo alla distruzione della intelligenza critica e della buona politica.

Premetto che non dispongo di studi sui flussi elettorali e che non incentrerò i miei ragionamenti sugli zero virgola in più o in meno di questa o quella lista. Cercherò, sperando di riuscirci, di stare sui punti che a me paiono salienti e che emergono chiaramente da questo risultato elettorale.

Cominciamo.

Primo punto: l’astensione crescente.

Qui sarebbe proprio utile uno studio sui flussi elettorali che chiarisca chi sono i nuovi astensionisti, dove abitano e, anche all’ingrosso, qual è la loro condizione sociale. Avere questi dati sarebbe molto più importante che il sapere quali liste i nuovi astenuti avevano votato in passato. Dico questo per un motivo preciso perché, come vedremo più avanti, il gioco politico bipolare e presidenzialista prevede sempre più, esattamente, che si riesca a vincere non tanto e non solo conquistando consensi facendo cambiare opinioni alle persone in cane ed ossa, agli strati sociali sulla base dei loro interessi e producendo cambiamenti nell’opinione pubblica e nel senso comune. Come si è visto, bene e meglio che in passato, in questa tornata elettorale si contava più sul fatto che l’astensionismo colpisse l’avversario riuscendo a mobilitare il proprio elettorato non su idee e programmi bensì contro il nemico presentato come la sentina di tutti i mali. Credo nessuno possa negare che i mesi che hanno preceduto la campagna elettorale con gli innumerevoli scontri sulle vicende giudiziarie e l’aggiunta della ridicola (e al tempo stesso drammatica dal punto di vista democratico) vicenda delle liste del pdl abbiano consistentemente oscurato quelli che avrebbero dovuto essere i contenuti concreti della contesa elettorale. Tutto questo è in parte un prodotto oggettivo del sistema presidenzialista e bipolare (ricordo che in tutte le regioni vige un sistema contemporaneamente maggioritario e presidenzialista). Questo tipo di sistema elettorale convive strutturalmente con un forte astensionismo. Può capitare, e capita, che nonostante la natura escludente del sistema un leader dotato di forte carisma e capace di suscitare una speranza di cambiamento vinca elezioni proprio mobilitando quella parte della società normalmente silente e disinteressata alla contesa percepita come interna al ceto politico. E’ il caso di diversi paesi latino americani ed è perfino il caso degli USA e della campagna elettorale di Obama. Non approfondisco il tema dell’analisi di queste eccezioni per brevità. Anche se va detto che comunque la crescita dei votanti in condizioni eccezionali in questi sistemi non arriva neanche lontanamente a pareggiare il grado di partecipazione garantito dai sistemi proporzionalisti e parlamentari. Ma, senza alcun dubbio, non è il caso dell’Italia, come vedremo meglio più avanti quando parleremo dell’esito dello scontro fra centrodestra e centrosinistra.

Si può dire, in conclusione su questo primo punto, che l’astensionismo crescente non è un accidente bensì un effetto strutturale del sistema e che la campagna elettorale nazionale dei due schieramenti l’ha incrementato e desiderato fortemente nella speranza che colpisse l’avversario. Ogni discussione (e si vede già come per questo tenda a scomparire) che pretenda di parlare dell’astensionismo senza mettere in questione il sistema presidenzialista-maggioritario è semplicemente un vero e proprio imbroglio.

Secondo punto: chi ha vinto?

La risposta per me è semplicissima. Ha vinto la destra. Il centrosinistra governava in 11 regioni su 13. Normalmente il governo tende a perdere consensi a metà legislatura e non si può certo dire che Berlusconi non abbia dato mille motivi per vedere incrinato il suo rapporto con diversi strati sociali. Eppure, inusitatamente, si è discusso del risultato come se la partita fosse stata giocata su un altro pianeta. Il centrosinistra (ma come vedremo sarebbe meglio dire i centrosinistra) ha perso Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. E non va dimenticato che aveva già perso Abruzzo e Sardegna. Gli apologeti del maggioritario presidenzialista dopo aver sempre sostenuto che il bello del sistema è proprio che i cittadini decidono inequivocabilmente chi vince non hanno esitato a sfoderare argomenti astrusi per dire che si è pareggiato, che la Lega ha vinto e che questo creerà problemi a Berlusconi, che il PD ha perso solo lo zero virgola. Tutte sciocchezze! La verità è che la destra può effettivamente cantare vittoria. Anche perfino perché i soloni del PD e del centrosinistra avevano detto, sondaggi alla mano, che avrebbero perso al massimo due regioni. Come si vede a livello nazionale la partita è stata giocata proprio affinché desse un responso sullo scontro tra centrodestra e centrosinistra allusivo delle elezioni politiche. E così è stato, inequivocabilmente. Con il conseguente oscuramento dei problemi delle regioni e dei contenuti reali che, infatti e proprio per questo, sono stati trattati come vassalli della vera contesa e in diversi casi in modo assolutamente simile fra centrodestra e centrosinistra. Parlo, per fare un solo esempio, del cosiddetto federalismo fiscale. Inoltre esiste un altro aspetto dello scontro che costituisce un punto gravissimo di degenerazione del sistema presidenzialista. La crescente personalizzazione della politica, l’enorme numero di liste molte delle quali espressione diretta dei candidati presidenti, la competizione sulle preferenze (le facce dei candidati con slogan ridicoli e identici fra loro al punto che togliendo il simbolo della lista non era possibile identificarne l’appartenenza politica o uno straccio di proposta programmatica. Il più gettonato, credo, l’ormai immancabile “UNO DI NOI”), la campagna elettorale sempre più costosa e corredata di cene offerte, dell’aperto sostegno dei pescecani della speculazione fondiaria e del settore del privato nella sanità e soprattutto dal crescente clientelismo. Tutto ciò c’entra con la domanda: chi ha vinto? Si! C’entra moltissimo. Perché vince e dilaga una concezione della politica che con la rappresentanza di programmi, di interessi e bisogni sociali non c’entra nulla. Questo processo di mutazione genetica della politica, delle istituzioni, è una sconfitta netta della democrazia e della rappresentanza in favore del tifo acritico, del potere personale di personaggi locali mostruosi, della riduzione dei cittadini a clienti. In questo vincono sia il centrodestra sia il centrosinistra, vince il bipolarismo, e perdono la democrazia, la partecipazione e qualsiasi opzione e proposta di cambiamento reale. Vince quella che gli italiani conoscono ormai come “casta”. Come corpo separato dalla società e che in nome del governo dell’esistente trasforma la politica in una mera tecnica di potere che riduce o al massimo assimila i contenuti in “immagine” e “visibilità”, e cioè nella politica-spettacolo. Non importa quasi nulla se una proposta di cambiamento reale, capace di colpire veramente gli interessi di chi ha prodotto la crisi, la devastazione del territorio e di chi specula sulla disperazione sociale crescente, tenta la strada della convivenza nel e col sistema bipolare o se tenta la strada impervia della solitudine. Il risultato è che il cambiamento appare come impossibile attraverso le elezioni e che perfino buoni risultati come quelli delle liste di Grillo (ma ne riparleremo più avanti) sono letti più per gli effetti indiretti prodotti sulla vera contesa (per esempio: “hanno fatto perdere la Bresso”) che non per la capacità di trasformare contenuti in leggi e azione di governo. Vi è infine, sempre per rispondere alla domanda iniziale, l’indubitabile vittoria della Lega. Non tanto e non solo per i voti raccolti, quanto per l’avanzata politica. La Lega ha scelto scientemente di investire sulla guerra fra poveri e sul “federalismo”. Su questa politica ha egemonizzato l’intero centrodestra. Ma questa non è demagogia e basta. E’ una idea coerente della società e delle istituzioni. Quando Umberto Bossi dice “la sinistra è sparita perché si occupa del proletariato esterno mentre noi vinciamo perché ci occupiamo del proletariato interno” cavalca una doppia terribile verità. La prima è che non c’è più chi difende il proletariato in quanto tale. Ovviamente non parlo di enunciazioni teoriche e di simboli. Parlo della coerenza fra idee, pratica sociale, programmi e proposte istituzionali. Se il centrosinistra è e soprattutto appare d’accordo con la precarietà, con le imprese, e il sindacato è ed appare come complice o al massimo come inefficace nella difesa degli interessi dei lavoratori e, contemporaneamente, il centrosinistra appare come difensore dei diritti degli immigrati dal punto di vista liberale, il gioco è fatto. Nessuno difende il proletariato, ne promuove le lotte nella sfera della politica ufficiale, lo unifica e costruisce la coscienza della propria funzione nella società ed anche nella cultura. Quando succede questo e c’è chi propone gli interessi degli “italiani” contro gli stranieri fregandosene dei principi liberali di cittadinanza, della cultura dell’accoglienza e del razzismo, chi difende i diritti degli immigrati è avvertito come nemico o, se va bene, come stupido “buonista”. Per fare un esempio calzante bisogna guardare al problema della casa. Se il centrosinistra ha privatizzato le case popolari, se dove governa non ne costruisce di nuove, se se la fa con i costruttori edili e con gli speculatori come fa a vincere contro chi fa le stesse cose ma propone che le poche case popolari devono andare agli italiani e non agli stranieri? Predicando che per la legge chi è residente e paga le tasse entra in graduatoria senza distinzione di nazionalità? Il principio liberale è giusto ma quando si separa dalla soluzione dei problemi sociali e c’è chi intraprende sui sentimenti egoistici, sulla disperazione e sulla solitudine sociale è sicuramente destinato ad essere sconfitto e travolto. Se poi, il centrosinistra, invece che smetterla di accettare come leggi naturali le speculazioni edilizie e i bilanci pubblici ridotti, comincia a produrre sindaci sceriffi, personaggi come Penati e De Luca e ad imitare la Lega il risultato è la distruzione definitiva della convivenza sociale e dello stesso stato di diritto liberale. Ammesso che questo modo di concepire la politica funzioni elettoralmente (ma come si vede funziona solo parzialmente) e che alla fine, fra qualche anno, si possa battere la Lega e la destra sul suo terreno, avremmo una moderna società dell’apartheid. E qui viene la seconda terribile verità che la Lega cavalca. Se la tendenza imperante a distruggere i legami sociali, la convivenza, l’unità del proletariato (per dirla con Bossi che come si vede non si vergogna di usare termini “vetero”), è un prodotto diretto del funzionamento del mercato e del sistema capitalistico ci vuole un altro sistema politico-istituzionale sia per “governare” più efficacemente gli effetti spontanei del mercato sia per mettere definitivamente al riparo istituzioni e politica dai contraccolpi che potrebbero nascere nella società. Ed ecco il binomio che avanzerà prepotentemente molto presto: federalismo e presidenzialismo. Federalismo come egoismo sociale connesso all’egoismo fiscale e presidenzialismo come autoritarismo e comando. Non credo di aver esagerato, quindi, nel parlare di inequivocabile vittoria della destra e della Lega e di rafforzamento del bipolarismo che, infatti, forte di questo risultato elettorale si appresta a partorire federalismo e presidenzialismo.

Terzo punto: il centrosinistra.

Secondo il mio modesto parere il centrosinistra è morto con le elezioni regionali sarde l’anno scorso. Figuriamoci con queste! Ma deve essere ben chiaro che io non parlo dei meri voti e soprattutto che parlo del centrosinistra dal punto di vista dei suoi ideatori e protagonisti. Ormai è evidente, per chi vuole guardare in faccia la realtà, che dopo la formula centrosinistra più rifondazione comunista del 96, quella dell’Ulivo del 2001, quella dell’Unione nel 2006, quella del PD più l’IDV del 2008, non c’è più un’unica formula. Nelle 13 regioni abbiamo avuto una miriade di formule diverse e contraddittorie. PD, IDV, Sel, Verdi e Fed. Sinistra (Emilia, Toscana, Veneto, Umbria, Puglia); PD, IDV, Sel e Verdi (Lombardia, Campania); Pd, IDV, Sel, Verdi, UDC e Fed. Sinistra (Liguria); PD, IDV, Sel, Verdi, UDC e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Piemonte); PD, IDV, Sel, Verdi e accordo elettorale con Fed. Sinistra (Lazio, Basilicata); PD, IDV, Verdi e UDC (Marche); PD, Sel e Fed. Sinistra (Calabria). 13 regioni e ben 7 formule diverse di centrosinistra. Ed ho omesso i socialisti perché sarebbe stato ancor più complicato. Qui non si tratta, come in passato, di una formula o di una coalizione che poi, per esempio, in alcune regioni o elezioni nazionali si allea col PRC o meno. Si tratta, invece, di formule completamente diverse fra loro. Potrei spingermi a dire che il PD non esiste più. Non perché non raccolga voti bensì perché, dal suo stesso punto di vista e alla luce di questo risultato, non ha una idea, nemmeno prevalente, di cosa debba raccogliere intorno a se per vincere le prossime elezioni, che non sia “mettiamo tutto insieme, dall’UDC alla Federazione della Sinistra”. E’ evidente (e sottolineo che parlo del punto di vista del PD) che al di la delle dichiarazioni formali (abbiamo pareggiato) la sensazione è di totale sconfitta. E’ sconfitta da tempo l’idea dell’autosufficienza, ma è parimenti sconfitta l’idea che si possa fare un accordo solido di governo con l’UDC facendo a meno della Federazione della Sinistra o, tanto meno, viceversa. L’esistenza della lista di Grillo fuori da questi confini, i successi dell’IDV e di Sel in Puglia che non potranno non pesare nel profilo della coalizione a scapito del PD, l’ambiguità dell’UDC rispetto alla possibilità di unire tutto il possibile e (mi sia consentito di dire chiaramente) la non disponibilità della Federazione della Sinistra ad accedere ad un accordo di governo, sono tutte cose che depongono a favore della mia tesi: il centrosinistra come formula di governo per vincere contro la destra è morto. Inoltre il PD, ma anche l’IDV e Sel come si vedrà abbastanza presto, non hanno una idea di società, un programma di governo in testa e una leadership unita. Ne fra di loro ne ognuno di loro al proprio interno. I piccoli e grossi potentati locali fatti di personaggi con i loro intrecci di potere pronti a remare contro quando gli conviene e ad appoggiare indifferentemente questo o quel personaggio nazionale solo sulla base di interessi propri (spesso inconfessabili) dilaniano il PD molto più di quanto non appaia. Il PD è un partito che in quanto tale non ha identità politico-culturale, non ha una idea di società (basti pensare che non è un partito laico) e si tiene insieme sulla base dell’unico obiettivo di vincere e di occupare le posizioni di governo, per governare l’esistente e gestire in prima persona i rapporti con i poteri forti. Tutto ciò non depone a favore della sua capacità di funzionare davvero come centro gravitazionale di una ampia coalizione capace di vincere contro la destra italiana. Se la crisi non è evidente come dovrebbe è solo grazie a Berlusconi che funziona paradossalmente da collante per il sistema di alleanze del PD. Ma si comincia a vedere, al punto che riaffiorano manovre, anche avventurose, per conquistare l’egemonia dentro lo schieramento opposto a Berlusconi, che passano inevitabilmente anche all’interno del PD. Ognuno lo può vedere ogni giorno sui giornali e nei talk show. A me, dopo questa, chiamiamola così, concessione ad una analisi fatta dal punto di vista di chi concepisce in questo modo la politica, non interessa approfondire ulteriormente. Se non sul prossimo punto.

Quarto punto: Vendola.

Su questo punto mi sforzerò, e spero di riuscirci, di lasciar da parte i risentimenti, anche personali, e il mio giudizio su Sel e su Vendola per tutto ciò che nei due anni scorsi hanno fatto per distruggere rifondazione comunista. In politica ci sono durezze, e come ci sono sentimenti ci sono risentimenti. Ma non possono e non debbono mai condizionare l’analisi e guidare l’azione. Sempre che si abbia una concezione seria della politica. La prima, e ultima, cosa che dico sul passato è che Vendola ha costruito scientemente una parte importante della propria immagine nazionale, con l’attiva collaborazione dei mass media, sulla base di un cinico imbroglio. Avrebbe promosso, insieme ad altri, l’ennesima scissione di rifondazione comunista perché quest’ultima si sarebbe trasformata in un mostruoso aggregato di stalinisti, illiberali, nostalgici e perfino omofobi, nel quale il nostro non poteva più riconoscersi. Per fare cosa? Per invocare l’unità della sinistra (sic!). Una sinistra tanto generica quanto priva di contenuti. Una sinistra, si badi bene, che essendo priva di contenuti si definisce principalmente attraverso il “cosa non è”. E così dalla sinistra che “non è liberista e moderata” e che “non è di questa società” si è passati, direi banalmente, ad una sinistra che “non è comunista”. Si potrà dire che l’identità comunista è vetero, sorpassata dalla storia, inattuale. Se così fosse allora dovrebbe essere chiaro che, una volta abbandonata la identità comunista, si mantengono fermi certi contenuti e posizioni. A dimostrazione che si può essere molto fermi su certi principi e perfino più radicali nei contenuti senza essere comunisti o addirittura proprio grazie a questo. Ma le cose non stanno così. Perché, per esempio, alle elezioni europee chi si è sempre battuto contro la Costituzione europea giudicata liberista e antidemocratica, contro Maastricht e tutta la politica economica delle tecnocrazie, contro la NATO e le politiche militari e di guerra ancorché “multilaterali”, contro Europol e il Mandato di cattura europeo, (e potrei continuare a lungo) ha preferito unirsi con chi è sempre stato favorevole ad ognuna di queste cose scrivendo un programma allegramente sorvolante su tutto ciò, invece che con chi ha mantenuto la contrarietà? Non ho citato principi astratti o contenuti identitari e simbolici. Ho citato cose sulle quali, se eletti, i candidati di Sel, collocati in ben tre gruppi parlamentari diversi, avrebbero dovuto votare. La sinistra unita, moderna, nuova, non nostalgica, non violenta, non comunista, è in realtà solo la sinistra che ha eretto un muro settario alla propria sinistra e lo ha abbattuto alla propria destra. E’ la sinistra che considera i contenuti variabili dipendenti dalle liste e dalle alleanze e non viceversa (come l’alleanza con il razzista De Luca dimostra). E’ la sinistra che appare ma non è nei fatti. E’ la sinistra delle doppie e triple verità. Che eredita dal passato il peggio e lo presenta come nuovo. Il “sol dell’avvenire” nel nome del quale si poteva fare ogni nefandezza nel presente diventa il “nuovo”, la demagogia e la retorica degli ideali (la poesia, mi dispiace, ma è cosa ben più seria!) e il “realismo” dei mille piccoli poteri da occupare. L’antirazzismo delle parole e l’accordo per governare insieme a chi dice “cacceremo i clandestini a calci nei denti”. Appunto. Ma so bene che nella politica-spettacolo di questi tempi è conveniente, per galleggiare e sperare di tornare in gioco, oscurare contenuti con il fumo della demagogia e apparire. Promuovere scissioni e gridare all’unità. Proclamare principi e disattenderli alla prima occasione. La stampa e i mass media godono per tutto ciò. E sorge, in mezzo a tanto imbroglio, l’immagine salvifica del leader. Se la sinistra è sconfitta nella società perché gli operai, gli studenti e gli insegnanti, i pensionati, i precari, gli omosessuali e i laici sono sconfitti e costretti a difendersi tutti i giorni da mille attacchi, per tornare a vincere basta che separi i propri destini da tutti costoro, che trovi un leader capace di bucare il video e che evochi speranze dall’interno del sistema, che ti liberi del passato di sconfitte per sognare di vincere. Da alternativa di società e di sistema a opzione suggestiva in uno degli scaffali del supermercato della politica spettacolo. All’uscita del quale c’è sempre una cassa dove pagare il conto. Mi dispiace, vorrei che non fosse così, ma questo è quello che penso di Vendola e di Sel.

So bene che la formula del centrosinistra di Vendola in Puglia è apparsa come vincente. E’ l’unica regione data in bilico dove il centrosinistra vince. So bene che la vicenda delle primarie è apparsa come la sconfitta della linea di chiusura a sinistra e apertura a destra di Bersani e D’Alema. So bene che tutto ciò appare come una suggestiva opzione per un futuro centrosinistra capace di battere la destra. So bene che i mass media (soprattutto quelli legati al mondo delle imprese, a cominciare dal Gruppo De Benedetti) descrivono Vendola come il nuovo leader ascendente e che avremo il bene di vederlo in tv ogni giorno. So bene tutte queste cose. Ma ci sono fatti inconfutabili. La crescita dell’astensionismo in Puglia è identica a quella nazionale e la Puglia rimane, con il suo 63,2 %, una delle regioni dove meno si è votato. Dalle elezioni regionali del 2000 a quelle del 2005 ci fu un incremento dello 0,3 % dei votanti. Da quelle del 2005 a queste ultime una perdita secca del 7,3 %. Dov’è la grande mobilitazione del popolo? Si può dire che l’astensionismo abbia colpito soprattutto la destra. Perché, allora, il centrodestra del 2005 prese il 49,55 % ed oggi, seppur diviso in due coalizioni, prende il 50,96 % contro il 49,69 % e il 48,69 del centrosinistra? In queste elezioni regionali, in realtà, il centrosinistra ha vinto solo ed esclusivamente perché l’UDC, che nel 2005 stava con Fitto con il 7,79 %, ha preso il 6,50% in una coalizione con l’ex missina Poli Bortone per un complessivo 8,71 %. La vera novità in queste elezioni regionali pugliesi è il grande successo della lista di Sel (che prende il 9,74) e della lista “la puglia per vendola” assimilabile al presidente (che prende il 5,53).

Intendiamoci, la vittoria elettorale del centrosinistra in Puglia c’è comunque stata. Così come è indiscutibile la vittoria personale di Vendola. Del resto, per quel che vale, è anche merito della lista della Federazione della Sinistra che, a dimostrazione del proprio settarismo, ha partecipato alla coalizione nonostante Vendola abbia fatto ogni cosa, nei due anni passati, per giustificare una nostra presentazione autonoma e nonostante il fatto che non si sia ottenuto dal Presidente uscente (mentre il PD era disponibile) una modifica della legge elettorale antidemocratica per cui una lista con il 5 % prende 5 consiglieri e una con il 3 e mezzo nessuno. Ma si può dire che questa esperienza sia significativa per costruire un modello di centrosinistra capace, anche solo elettoralmente, di vincere contro la destra? Per farlo bisogna per forza dire che il centrosinistra deve andare dalla federazione della Sinistra fino all’UDC e al MPA (che infatti stava con la Poli Bortone). Potrebbe essere guidata una simile coalizione da Vendola? Con quale programma? Con quale progetto di stato laico? Dico queste cose perché la suggestione secondo la quale Vendola avrebbe lanciato un’OPA (ma guarda che metafore usa la stampa!) sul centrosinistra e sullo stesso PD è discussione corrente sui giornali e lo sarà di più nei talk show televisivi. E Vendola, giusto per chiarire, ha già detto che Sel non serve e che bisogna costruire in tutta Italia le “fabbriche di Nichi” (sic!).

Insomma, la realtà e la politica spettacolo si separano sempre più. Il centrosinistra è in crisi ma può vincere se l’OPA di Vendola riesce. La destra ha vinto le elezioni regionali ma può perdere se l’UDC si schiera con un centrosinistra il cui programma scaturisce dalle “fabbriche di Nichi”.

Siamo messi male. Molto male! Non solo noi, irriducibili comunisti. E’ l’Italia che è messa davvero male!

Quinto punto: le liste di Grillo.

Prima di vedere gli effetti della presentazione delle liste di Grillo (si chiamano 5 stelle ma come recita il “non statuto” pubblicato sul blog di Grillo “Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.”) voglio spendere alcune parole sul “fenomeno Grillo”. Io continuo a pensare che sia un fenomeno reazionario. Il fatto che nel suo programma ci sia un buon 70 80 % di cose condivisibili e che i suoi strali riguardino nei fatti cose intrinseche (anche se così non viene detto perché sono sempre presentate come storture rimediabili) al sistema capitalistico, non toglie che si tratti della retorica di un predicatore. Le iperboli polemiche, gli insulti, i vaffanculo, le generalizzazioni facili, le suggestioni, che sono il vero contenuto del movimento, e che i mass media, e a ruota la politica-spettacolo, hanno battezzato come “antipolitica” qualificano, secondo me, il fenomeno come reazionario. Una cosa è un comico che usa paradossi, iperboli e anche il nonsense per parlare del mondo, della politica e del potere. Un’altra è un movimento politico fondato sul verbo del comico (ma è meglio dire del capo, del leader o del profeta). Non un movimento che crea un leader ma, viceversa, un leader che crea un movimento a sua immagine e somiglianza. Non un movimento dotato di contenuti e di una strategia per realizzarli bensì le intuizioni e le idee del capo a fondamento dei contenuti. Non la fatica della democrazia, della partecipazione, ma un capo che raduna folle di plaudenti seguaci che per “non statuto” non possono organizzarsi se non come, quando e perché vuole il capo. Tutto questo assomiglia ad una setta religiosa costruita attraverso la predicazione. E’ un prodotto spurio del sistema politico che essendosi separato dalla realtà sociale e dai contenuti fa apparire il fenomeno come antistemico. Ma il capo, l’uomo della provvidenza, il genio, il predicatore, il profeta, e i suoi seguaci, per quanto sembrino moderni e, per alcuni contenuti, progressisti, sono un modello reazionario di politica. Invito tutti a leggere il programma del movimento 5 stelle. Li si capisce bene che accanto a cose giuste e fattibilissime ce ne sono altre molto suggestive ma velleitarie ed impraticabili, ne mancano alcune come la laicità dello stato o i diritti dei migranti (e non a caso secondo me!), ma soprattutto non c’è una virgola su come realizzarle. O meglio, il problema non si pone. Pena il dover affrontare un giudizio diversificato sul resto del mondo a seconda di obiettivi comuni o meno. Il dover analizzare le cause dei problemi che si dice di voler affrontare. Il dover proporre una organizzazione democratica che si proponga di agire con una intelligenza collettiva. Ma queste cose sono incompatibili con il rapporto predicatore-seguaci. In particolare c’è un punto chiaramente reazionario. Un mafioso non può essere candidato al pari di un operaio condannato per un picchetto o per aver interrotto un pubblico servizio con il blocco, per esempio, di una autostrada. Un corrotto non può essere candidato al pari di un militante condannato per un reato di opinione. E a dettare queste regole è un pregiudicato per omicidio colposo per aver ucciso tre persone con la propria auto. Questo tipo di pregiudicato non si candida però può essere il capo del movimento e dettare le regole agli altri. Suvvia!

Detto questo, è evidente il successo delle liste di Grillo. Che, in ragione dei contenuti ambientalisti e simili o direttamente mutuati dal movimento no-global e della critica del sistema politico, raccolgono molti voti di protesta. Questo successo dimostra la pochezza del bipolarismo e della politica-spettacolo più che la credibilità delle liste di Grillo. Dimostra che esiste ancora un voto che si può esercitare “contro il sistema”. Ci vorrà tempo perché sia chiaro che il sistema tollera benissimo questo tipo di opposizione e che alla prova dei fatti si dovrà giudicare l’operato degli eletti delle liste di Grillo sulla base dei risultati ottenuti e dei loro comportamenti sui punti ignorati dal loro programma. Molto tempo. Troppo tempo. Perché, come vedremo meglio analizzando i voti della Federazione della Sinistra, che il voto di protesta si incanali e cristallizzi in una simile opzione è un bene per il sistema che può così ignorarli o usarli alla bisogna per regolare i conti al proprio interno.

Sesto punto: Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra.

Dico subito che considero negativo il risultato elettorale ottenuto dalla Federazione della Sinistra. Ma aggiungo anche subito che da almeno un anno (e ne sono testimonianza diversi miei scritti pubblicati qui sul blog) ho sostenuto che queste elezioni sarebbero state interne al ciclo delle sconfitte elettorali cominciate con le elezioni politiche del 2008. L’obiettivo non poteva essere che quello di contenere i danni. Se si fa politica seriamente bisogna saper vedere e prevedere anche le sconfitte, sia per non imboccare strade sbagliate ed illusorie sia, soprattutto per non dover ricominciare sempre tutto da capo, dopo ogni elezione. Più avanti parlerò, appunto, della linea politica scelta e delle prospettive. Intanto poche cose sul voto in se. E solo per confutare tesi secondo me sbagliate e letture superficiali. 1) Si perde di meno dove si sta in coalizione e, di conseguenza, si perde di più dove si va da soli. Questa tesi, apparentemente inconfutabile, è invece secondo me discutibile. Seppure sia sempre stata vera a causa dei ben noti effetti del voto utile, al netto di pochissime ed irripetibili eccezioni, oggi lo è di meno. Per due motivi: il primo è che pur stando in coalizione non si intercetta più il voto di protesta. Se è vero, come è vero, che l’esperienza di governo nazionale è stata distruttiva della nostra credibilità come forza alternativa, altrettanto si può dire per i governi regionali. So di fare una forse indebita generalizzazione, perché non sono mancate esperienze positive o parzialmente positive. Ma non si può non vedere, guardando all’astensione, come il sistema politico istituzionale e la personalizzazione prodotta dal presidenzialismo determini una devitalizzazione della nostra funzione. Una cosa è votare il PRC che su certi temi da battaglia, che ha il profilo di un partito capace, anche dentro il governo, di riprodurre il conflitto sociale esistente e perfino di supplire alla debolezza e dispersione del conflitto con un surplus di scontro destabilizzante dentro il governo. Un’altra cosa è votare il PRC (e la Federazione in questo senso è lo stesso) che si presume incapace di portare il conflitto dentro il governo, indebolito da una scissione e ritenuto, non importa se a torto, responsabile delle divisioni a sinistra, dedito a coltivare l’orticello ideologico e ad aggrapparsi agli ultimi scranni istituzionali per sopravvivere. Non è lo stesso! Quando abbiamo parlato della perdita di credibilità e della necessità di molto tempo per recuperarla abbiamo detto una cosa vera e giusta. Chi pensava e pensa che bastasse il recupero della falce e martello sul simbolo o l’abbozzo di un processo unitario comunista per invertire la tendenza si sbagliava e si sbaglia di grosso. Queste cose non bastano per recuperare voto di protesta e astensionismo. Non servono, e se gestite male possono addirittura essere un ostacolo, a recuperare voto di opinione. Il secondo punto è il tema a me caro della degenerazione del sistema politico, al quale siamo ed appariamo interni, che a livello locale, checché se ne dica, è peggiore che a livello nazionale. Non parlo solo del presidenzialismo e del bipolarismo. Parlo della rete di consulenze, incarichi e nomine, del clientelismo diffuso, dei privilegi e della costituzione di cordate e di piccoli potentati locali. Ma non mi dilungo su questo punto che ho trattato molto nei mesi scorsi e che, secondo me, spiega l’astensione in quasi tutte le sue sfaccettature. Se tutto ciò è vero la soluzione non sta e non consiste nel gesto estetico e testimoniale del “presentiamoci da soli”. Anche qui, non è lo stesso presentarsi da soli, scontando una perdita di voti, ma disponendo della credibilità e della massa critica sufficiente per portare nelle istituzioni il conflitto oppure presentarsi da soli senza avere quella credibilità, ridotti a dimensioni quasi insignificanti e con l’immagine di testimoni di un passato che non ternerà. C’è una sola esperienza veramente positiva. E non a caso. Quella delle Marche. Dove si tiene, pur scontando un arretramento elettorale importante, dal punto di vista politico. Per il semplice motivo che c’è ancora la massa critica sufficiente, che la coalizione di sinistra fra noi e Sel non ci qualifica come testimoni ideologici e che le elezioni hanno determinato un elemento di chiarezza politica, date le scelte del PD. Ma non bisogna consolarsi troppo facilmente. Le Marche sono state un’eccezione e comunque il risultato è favorito anche dall’assenza delle liste di Grillo. Ed è l’assenza di queste liste in Liguria, Toscana ed Umbria ad aver permesso una relativa tenuta in queste regioni. Come dimostrano inequivocabilmente i nostri risultati dove c’erano le liste di Grillo. Cosa io pensi del fenomeno Grillo l’ho già detto. Ma sarebbe molto miope non vedere e non sapere che molti nostri potenziali elettori hanno nei fatti oscillato fra l’astensionismo, il voto per le liste di Grillo e il voto per noi. Basta guardare al risultato di Bologna e dell’Emilia per rendersene conto. 2,79 % per noi e 6,00 % per Grillo in Emilia-Romagna. 2,27 % per noi e 7,54 % per Grillo in Provincia di Bologna. 2,05 per noi e 8,10 per Grillo a Bologna città.

Un ultimo dato mi interessa sottolineare. Quello della Calabria. Ma non quello del voto alla lista, della perdita consistente di consensi dalle europee o degli effetti, evidentemente nefasti, della scelta di stare e perpetuare una alleanza totalmente subalterna con Agazio Loiero. Parlo del voto di preferenza. In Calabria il rapporto fra voto di preferenza e voto di lista e dell’81,65 %. Contro il 55,31 % della Puglia, per fare l’esempio più vicino e di una regione a forte tradizione di voto di preferenza. Con punte come quella di Reggio Calabria dell’87 % (16.709 preferenze su 19.220 voti). Credo che questo dato debba suonare come un potente campanello d’allarme. Non c’è bisogno nemmeno che dica il perché.

Dette queste impietose cose sui punti che a me paiono salienti nell’analisi del voto e in attesa di studi più approfonditi dei flussi e di altri dettagli importantissimi come, per esempio, il rapporto fra attività sociali consolidate e voto sul territorio, passiamo alle conclusioni e alle prospettive politiche. Perché, secondo me, le prospettive ci sono e possono invertire la tendenza alla sconfitta elettorale.

Se sono sostanzialmente vere le cose dette finora sull’astensionismo, sul centrosinistra, su Vendola e Sel, sulle liste di Grillo e sul nostro voto bisogna avere le idee molto chiare sul da farsi negli anni che ci separano dalle elezioni politiche. Per quel che vale la mia opinione, che per altro è abbastanza in sintonia con quella esposta dal segretario del partito in direzione, dobbiamo fare tre cose fondamentali. Oltre, ovviamente, alla costruzione di un movimento di opposizione sociale e democratica sia dentro la crisi capitalistica sia contro il governo Berlusconi e oltre alle campagne referendarie su acqua, lavoro e ambiente.

1) dobbiamo implementare il lavoro sociale. Il partito sociale non può e non deve essere il lavoro di una parte del partito. Ri/mettere radici, costruire lotte ed organizzazione dal basso nella società, ristabilire legami sociali contrastando la solitudine e l’egoismo sociale, aprire spazi pubblici aggreganti e fare lotta culturale attiva devono essere il centro del lavoro del partito tutto. Ma non basta dirlo, scriverlo ed approvarlo nei documenti. Bisogna fare di questo il centro di una conferenza nazionale che discuta di una diversa concezione dell’organizzazione del partito a questo scopo. Bisogna su questo promuovere la formazione e valorizzazione di quadri più esperti nella costruzione delle lotte che abili nelle manovre politiche interne ed esterne al partito. Bisogna essere consapevoli della invisibilità nel sistema massmediatico di questo lavoro e costruire un circuito alternativo di informazione che abbia contenuti di lotta e sociali come cardine fondamentale. In altre parole l’avversione al politicismo e la propensione al lavoro sociale devono diventare un tratto identitario del nostro comunismo. Che deve essere difeso e di cui è bene ricostruire una memoria condivisa, senza nulla concedere alla furia iconoclasta o alla introiezione di una sconfitta senza appelli. Ma che deve, proprio per questo, essere riconnesso con le ragioni fondanti, liberandosi della moderazione, della politica dei due tempi (prima il potere, anche nella versione dei banali voti, e poi il cambiamento dall’alto), della asfissiante dimensione nazionale.

2) dobbiamo implementare la costruzione della Federazione. Senza la Federazione della Sinistra il PRC e il PdCI sarebbero letteralmente spariti. E probabilmente avrebbero subito ulteriori divisioni e scissioni. Fino ad oggi, tranne qualche lodevole e isolata esperienza locale, la Federazione è stata solo l’unità del PRC e del PdCI. Le elezioni regionali ultime hanno determinato un blocco del processo, che doveva innescare la Federazione, intorno a liste fatte e discusse praticamente dai due partiti. E’ stato il frutto di una necessità oggettiva ed obbligata. Ma la Federazione deve avere l’ambizione, la consapevolezza e deve, conseguentemente, decidere chiaramente di costruirsi come unità della sinistra anticapitalista. Come polo alternativo al centrosinistra. Si tratta, per dirlo in termini classici, di lanciare una offensiva unitaria per coinvolgere le forze politiche come Sinistra Critica, Pcl e Rete dei Comunisti nel progetto. E’ chiaro a tutti che questo è possibile solo se il profilo di alternatività strategica al centrosinistra è inequivocabile. Con questi soggetti politici bisogna fare un discorso chiaro. Non è più tempo di ambiguità ed incertezze. Non è politicamente sostenibile ed è anche irrazionale che le differenze di cultura e progetto politico debbano confrontarsi in modo concorrenziale elettoralmente, dando l’immagine di una frammentazione totalmente incomprensibile al di fuori di una ristrettissima cerchi di militanti e rendendo sterili e muti tutti i progetti. So bene che esiste il problema delle cosiddette alleanze e il tema del governo. Ma credo, come vedremo più avanti, che la proposta di non fare alleanze di governo con il centrosinistra a livello nazionale e di proporre, invece, un accordo elettorale per superare il bipolarismo possa essere un terreno di discussione serio anche per chi, secondo me sbagliando, considera il tema delle alleanze e quello del governo come cose strategiche ed identitarie. Abbiamo le stesse posizioni sul 90 % delle cose che si dovrebbero fare in una legislatura, partecipiamo alle stesse lotte e movimenti, abbiamo pratiche simili e in diversi casi identiche, siamo tutti d’accordo che il maggioritario va distrutto. Per quale motivo dobbiamo essere divisi alle elezioni? Per quale motivo non dobbiamo creare uno spazio politico comune nel quel il confronto fra culture diverse diventi un confronto costruttivo invece che una guerra fratricida? Chi volesse evitare il confronto dovrebbe esibire risposte chiare a queste domande. Poi ci sono mille comitati di lotta, associazioni, gruppi culturali che sono la spina dorsale dell’opposizione nel paese. E’ tempo che si finisca la divisione fra “politica” e “sociale”. Chi si batte contro un inceneritore, contro il razzismo, per la casa, contro la precarietà, per i diritti degli omosessuali e così via è interessato a costruire unità fra tutte queste esperienze? E’ interessato a scardinare un sistema politico che estromette sempre di più questi contenuti dalle istituzioni? E’ interessato ad evitare di dover scegliere il meno peggio alle elezioni e a non dover diventare il terreno di conquista elettorale di liste che finiscono sempre con l’usare strumentalmente i contenuti delle lotte e dei movimenti? E ci sono decine di migliaia di compagne e compagni che sui contenuti la pensano come noi, che sono e si sentono anticapitalisti, comunisti, di sinistra. Ma che sono isolati, divisi, confusi e soprattutto delusi. Perché dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose? Per quanto difficile ed impervia sia la strada da percorrere senza una Federazione capace di unire tutto ciò siamo destinati ad essere inutili e ad essere tutti riassorbiti chi nel centrosinistra e chi in una logica settaria ed astratta (i diversi ceti politici) o in pratiche sociali resistenziali incapaci di modificare la realtà.

So bene che la Federazione della Sinistra non si può costruire dilatando i tempi in attesa che avvenga un miracolo e che si riesca ad unire tutto. Bisogna stringere e iniziare un vero processo democratico. Ma deve essere chiaro che si tratta di un inizio. E l’inizio, per essere incoraggiante, deve essere chiaro sulle finalità e veramente democratico. Se il primo passo fosse incerto e fatto nella direzione sbagliata le cose si complicherebbero ed invece che unire si finirebbe con il dividere perfino ciò che oggi è unito. Proprio per questo penso sia profondamente sbagliato fare “offensive unitarie” verso Sel ed altri sorvolando sulla questione del centrosinistra e sulla natura anticapitalista dell’unità. Verso chi pensa che il proprio futuro stia nel centrosinistra e contemporaneamente propone contenuti radicali non bisogna avere nessun settarismo. Anzi. Massima unità sui contenuti ma, proprio a partire dai contenuti, massima chiarezza politica. Dire che essere uniti è meglio che essere divisi è una ovvietà. Non si tratta di tornare sulle divisioni del passato per perpetuarle. Ma senza la chiarezza politica sulla prospettiva si finisce col creare illusioni e poi delusioni e soprattutto si usa l’unità in modo strumentale e si finisce col creare nuove e più profonde divisioni.

3) dobbiamo fare capire a tutti la proposta politica per le prossime elezioni nazionali. L’idea di potersi alleare con il centrosinistra senza fare un accordo di governo e ottenendo il ritorno al proporzionale è giusta. Non lo è solo per noi. Lo è innanzitutto per il paese che ha bisogno di liberarsi dall’ipoteca berlusconiana, che ha bisogno di avere istituzioni che siano rappresentative. Lo è anche per il PD e per il centrosinistra (qualsiasi sia la formula vincente al suo interno). Lo è per l’UDC e per altri soggetti centristi che sognano, a torto o a ragione, la ricostruzione della DC. A questa proposta non esistono alternative che non siano distruttive per noi e per il paese. Senza questa proposta, per essere ancora una volta chiari, noi (la Federazione e lo stesso PRC) siamo destinati ad essere nuovamente divisi dall’iniziativa altrui. Anche un bambino capisce che, con l’attuale legge elettorale, non unire l’opposizione a Berlusconi senza per questo impiccarsi tutti ad un impossibile programma di governo porterebbe ad una sicura sconfitta. Se la nostra proposta non si fa strada nella coscienza dell’opposizione e del paese noi e ancor di più i nostri potenziali elettori, alla fine, saremo dilaniati ancora una volta tra il voto utile e la testimonianza, tra il far finta che si possa governare insieme al PD e magari insieme all’UDC e il far finta che basti alzare una bandierina alle elezioni per essere efficaci nella lotta di classe. La nostra proposta non è buona per l’ultimo minuto. Per i mesi che precederanno le elezioni politiche nazionali. Deve vivere oggi. Deve essere chiara a tutti fin da subito. E non deve avere subordinate. Se non si accetta si deve sapere che noi andremo da soli, costi quel che costi. Questa proposta va sostenuta con una lotta politica attiva. In ogni lotta si deve capire la convenienza di cercare di battere la destra e contemporaneamente di rendere di nuovo il sistema istituzionale permeabile al conflitto.

Queste tre cose, oltre alla costruzione del movimento sociale e politico di opposizione alla crisi e al governo, non possono essere scollegate. Devono essere fatte tutte e tre insieme e nello stesso tempo. Partito sociale, federazione e proposta per le prossime elezioni, separatamente o anche senza una delle tre non servirebbero a nulla.

Io penso che se si farà così si potrà invertire la tendenza ad essere irrimediabilmente sconfitti.

ramon mantovani