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Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro.

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 10 novembre, 2014 by ramon mantovani

La Direzione del Partito della Rifondazione Comunista ha avviato un importante dibattito, licenziando un documento sulla prospettiva dell’unità della sinistra e del partito.
Condivido il senso e la lettera del documento.
Queste note sono un modesto contributo alla discussione. E sono centrate sulla questione del futuro del partito.

Gli equivoci sulla storia del comunismo italiano.

La storia del movimento operaio italiano, e segnatamente del PCI, è grande e complessa. Lungi da me l’idea di trattarla esaustivamente.
Mi interessa, in questa sede, unicamente tentare di confutare alcune interpretazioni superficiali, unilaterali e/o infondate, che nel corso del tempo si sono affermate producendo danni gravissimi e a tutt’oggi irrisolti. E dalle quali è dipesa e dipende l’illusione che si possa ricostruire il PCI, come se si trattasse di una semplice questione di volontà.
In particolare c’è oggi, nella società e fra gli stessi militanti comunisti e di sinistra, l’idea perniciosa che la “politica” sia unicamente il complesso di attività volte alla conquista del consenso elettorale e che, più specificatamente, consista nel promuovere alleanze e nell’elaborazione di programmi di governo. O consista, me è solo l’altra faccia della medesima medaglia, unicamente nella propaganda di ideali, principi ed obiettivi di lotta.
In realtà è la stessa concezione della “politica” ad essere distorta dalla indebita separazione fra il complesso di attività ed azioni sociali e culturali del Pci e quelle dedicate alla dialettica interna alle istituzioni e alle relazioni fra partiti.
Il “caso italiano” si deve sostanzialmente a tre fattori.
Il primo era la natura prevalentemente e strutturalmente nazionale del mercato e delle imprese capitalistiche.
Il secondo era la natura parlamentare delle istituzioni (dal più piccolo consiglio comunale al parlamento nazionale).
Il terzo era l’esistenza di grandi organizzazioni sociali e di partiti di massa.
Questi fattori, originati dai limiti globalmente imposti allo sviluppo spontaneo del mercato capitalistico e segnatamente del mercato finanziario dopo la crisi del 29 e la guerra, dal peso conquistato dal PCI nella Resistenza e conseguentemente nella redazione della costituzione repubblicana, e dallo sviluppo della lotta di classe possibile in quelle condizioni, sono intimamente intrecciati.
Sul primo fattore mi limito a dire (non è questa la sede per analisi approfondite) che con gli Accordi di Bretton Woods vigenti e con la natura prevalentemente nazionale e produttiva del capitale e del mercato, la società aveva come centro i luoghi della produzione. Le classi sociali erano ben identificate, anche se in un contesto sempre più articolato e complesso. La classe operaia e i suoi strumenti, sindacato e partito, avevano un ruolo fondamentale che influenzava tutta la società.
Il secondo fattore, e cioè la natura parlamentare delle istituzioni a tutti i livelli, permetteva che la lotta di classe ed ogni sorta di lotte sociali e civili, potessero incidere nella realtà consolidando obiettivi di lotta in leggi dello stato attraverso i partiti di massa, indipendentemente dalla loro collocazione di governo o di opposizione.
Parlamento con grandi poteri, governo con scarsi poteri e legge elettorale proporzionale permettevano che le lotte e le rappresentanze di classe potessero, nella dialettica parlamentare e con alleanze precise e mirate, vincere battaglie e conquistare obiettivi.
È così che si chiude un cerchio, un circolo virtuoso. Le lotte, che in quel contesto strutturale potevano essere sempre più avanzate giacché accumulavano potere nei rapporti di forza sociali (basti pensare all’efficacia dello sciopero), attraverso le proprie rappresentanze pagavano e risultavano efficaci e vincenti. La dialettica politica e parlamentare era direttamente legata alle dinamiche sociali e dei rapporti di forza fra le classi. I partiti erano rappresentanti di classi e pezzi di società ed avevano una base ideologica precisa ed identificabile. Votare alle elezioni significava delegare la propria rappresentanza a lottare nelle istituzioni per i propri interessi.
Si tratta di una concezione della politica, della rappresentanza, delle istituzioni ben diversa, per non dire contrapposta, a quella liberale che era ispirata dall’idea dell’elezione diretta del governo e dalla scelta delle persone invece che dei partiti.
Ma veniamo al terzo fattore, che in questa sede ci interessa maggiormente.
C’è tutta una mitologia completamente infondata sulla storia del PCI e sui motivi che ne hanno fatto il più grande partito comunista in occidente.
Secondo i canoni dell’odierno pensiero dominante la grandezza del PCI si deve sostanzialmente alla grandezza dei suoi dirigenti, Togliatti in testa. E segnatamente alla raffinatezza della politica delle alleanze e all’immancabile “cultura di governo”.
Senza nulla togliere all’effettiva statura di Togliatti e di tutto il gruppo dirigente del PCI, mi preme sottolineare che senza l’intreccio dei tre fattori di cui sopra in PCI non avrebbe, in nessun caso, potuto essere quel che è stato.
Infatti, senza un contesto economico nel quale le lotte potevano essere efficaci socialmente, nessuna raffinata politica delle alleanze in parlamento avrebbe potuto strappare risultati concreti e, a lungo andare, la rappresentanza politica avrebbe finito con l’essere avvertita anch’essa come inefficace, inutile e dedita a coltivare interessi di partito (oggi si direbbe di casta), separati da quelli dei rappresentati.
Senza la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale tutte le lotte generali che richiedevano riforme legislative non avrebbero mai raggiunto l’obiettivo di codificare in leggi le proprie rivendicazioni. Un partito come il PCI, antagonista ed inviso al potere imperialistico statunitense e perciò impossibilitato a conquistare il governo direttamente, senza la possibilità di allearsi con il PSI e con parti della DC sui temi posti dalle lotte sociali e con i partiti laici contro la DC sui temi civili, avrebbe finito con il testimoniare una posizione senza mai raggiungere obiettivi concreti. E conseguentemente non avrebbe mai accumulato il consenso elettorale che invece conquistò esattamente grazie all’utilità ed efficacia della rappresentanza.
Ovviamente a Togliatti e al gruppo dirigente del PCI va attribuito il merito enorme di aver analizzato correttamente le contraddizioni e la natura del capitale dell’epoca e di aver principalmente contribuito a produrre la repubblica parlamentare.
Tuttavia, se per esempio la DC avesse vinto le elezioni della legge truffa nel 53 (le perse per lo 0,2 % dei voti) e l’Italia avesse conosciuto una dialettica politica fondata sulla scelta del governo attraverso alleanze, costruite previamente alle elezioni, per conquistare il famoso premio di maggioranza, il PCI sarebbe stato marginalizzato e mai avrebbe potuto crescere elettoralmente parallelamente alla crescita delle lotte.
Quanto detto finora dimostra inequivocabilmente che il “caso italiano” è dovuto sostanzialmente ad un intimo rapporto fra “sociale e politico”.
Le lotte, di per se efficaci dentro il contesto strutturale del capitalismo dell’epoca, trovavano vittorie e coronamenti attraverso le elezioni, grazie alla possibilità delle rappresentanze di classe di sviluppare una politica efficace, anche se dall’opposizione. Le “alleanze” erano strettamente connesse ad obiettivi generali e parziali, si sviluppavano dopo le elezioni ed erano variabili secondo l’andamento dei rapporti di forza sociali, essendo strette fra partiti e parti di partiti legati a classi e/o parti della società. La “cultura di governo” non era l’idea che bisognasse allearsi con altri, con mediazioni al ribasso, per conquistare il governo per poi gestire l’esistente, bensì il complesso di proposte programmatiche di fase volte a conquistare migliori condizioni di vita per le masse popolari, a democratizzare la società e a consolidare basi per una transizione al socialismo.
Ma il PCI non era, come molti oggi credono e purtroppo dicono, dedito principalmente ad elaborare proposte, programmi e tattiche volte a fornire uno “sbocco” politico alle lotte.
Per quanto visibile, e misurabile con i voti elettorali, il lavoro svolto nella dimensione politica, elettorale ed istituzionale non era affatto la principale attività del PCI. Per quanto importante senza la lotta di classe e senza l’organizzazione sociale non avrebbe mai potuto produrre nessun risultato.
Ma è altrettanto sbagliato pensare che il PCI dirigesse direttamente le lotte come una pura avanguardia.
Un partito comunista serio è tale se è uno strumento complessivo della classe. Può essere clandestino, di quadri, di massa, a seconda delle condizioni in cui opera. Ma se non affonda le proprie radici nella classe, se non ha come bussola la lotta di classe e i rapporti di forza sociali, se non possiede una prospettiva strategica, finirà per snaturarsi trasformandosi in una setta parolaia o in una formazione affetta dal cretinismo parlamentare e dall’elettoralismo più spinto.
Le condizioni particolari di cui abbiamo parlato più sopra sono la base analitica e concreta della svolta che partorisce il “partito nuovo” proposto e voluto da Togliatti.
Non si tratta di un modello astratto migliore di altri o replicabile dovunque, bensì dello strumento meglio capace di sfruttare tutti gli spazi e possibilità che la realtà italiana del dopoguerra, sociale e politico – istituzionale, permette.
In particolare il PCI è il partito che promuove lotte locali a nazionali, costruisce organizzazione sociale e sindacale, produce luoghi di aggregazione culturale, ricreativa e perfino sportiva.
L’idea secondo la quale il partito dirigeva dall’alto sindacato, movimento cooperativo, case del popolo ecc è una bufala di proporzioni gigantesche.
Il partito promuoveva e dirigeva la lotta di classe essendone uno strumento inseparabile e complessivo. Dalla più piccola sezione alla direzione nazionale la principale attività consisteva nell’agire articolatamente e direttamente in tutte le sfere della società. Vale a dire a livello sociale promuovendo le battaglie sindacali, casse di mutuo soccorso, cooperative di produzione, di consumo ed edilizie, associazioni di categoria di commercianti ed artigiani, organizzazioni di donne e così via. A livello culturale luoghi di aggregazione come le case del popolo, l’ARCI con tutte le sue svariate sezioni, organizzazioni di artisti ed intellettuali e così via. A livello politico ed istituzionale partecipando alle elezioni ed eleggendo gruppi consiliari e parlamentari propri ed indipendenti (come la sinistra indipendente), in grandissima maggioranza espressione diretta delle esperienze di lotta più avanzate e composti in modo di essere all’altezza del compito in ogni settore legislativo.
Negli organismi dirigenti a tutti i livelli sedevano quadri politici direttamente impegnati nelle lotte e nelle grandi organizzazioni di massa. Ed era continuo lo scambio di quadri e funzionari fra le diverse attività del partito, sindacali, sociali, culturali e politiche.
Ovviamente non mancavano contraddizioni e problemi, come una notevole burocratizzazione di un partito con migliaia di funzionari. Come la “specializzazione” e tendenziale allontanamento dal sociale di numerosi quadri amministrativi ed istituzionali. Come un alto grado di conformismo e di eccessivo patriottismo di partito. Ed altro ancora. Ma in questa sede non si tenta di analizzare i problemi intrinseci del partito di massa. Si tenta, invece, di sfatare il mito secondo il quale gli organismi dirigenti a tutti i livelli del PCI erano dediti unicamente a formulare “strategie” e “tattiche” politico istituzionali e non a costruire le lotte e gli organismi di massa.
Infatti il PCI lavorava all’unità sindacale e all’unità politica della classe. Perciò Lega delle Cooperative, sindacato, ARCI e cosi via erano organizzazioni aperte ed unitarie. E perciò avevano un alto grado di autonomia. Ma è paradossale pensare che queste organizzazioni siano nate spontaneamente e che il partito le dirigesse in quanto operante nella sfera della politica istituzionale.
Del resto il circolo virtuoso di cui abbiamo parlato più sopra funzionava prevalentemente anche fuori dalla politica istituzionale. Ad ogni vittoria operaia nei contratti sul salario, che non aveva bisogno di alcun intervento legislativo, il PCI guadagnava voti. E con quei voti, grazie alle tattiche ed alleanze parlamentari adeguate, conquistava salario indiretto e diritti attraverso l’implementazione del welfare e di leggi avanzate.
Insomma, solo la lotta di classe era il motore della trasformazione sociale che permetteva, grazie alla repubblica parlamentare e al sistema proporzionale, di conquistare leggi e potere.
L’idea, oggi imperante per effetto della cultura dominante attualmente egemone, che ha cancellato la lotta di classe, secondo la quale le conquiste sociali e democratiche erano il frutto delle avanzate elettorali e non viceversa, è la mistificazione esiziale alla base del grande tradimento.

Il grande tradimento.

All’inizio degli anni 70 comincia la controffensiva capitalistica. Essa è motivata da condizioni strutturali sia a livello globale sia a livello nazionale. Caduta tendenziale del saggio di profitto, potere conquistato dai lavoratori, regole monetarie e finanziarie che impediscono e/o limitano fortemente la vocazione finanziaria del capitalismo, sono fattori decisivi. Richiederebbero una lunga trattazione, sempre che si pensi che l’analisi del capitale e dell’andamento dei rapporti di forza sociali siano fondamentali per capire la realtà.
Ma non è questa la sede per farlo.
Resta il fatto che in Italia ancora negli anni 70 il circolo virtuoso di cui sopra funziona pienamente. Sono gli anni in cui l’accumulazione della forza nei rapporti sociali e in cui nuove e più avanzate rivendicazioni permettono il raggiungimento di grandi conquiste sia sul piano sociale sia sul piano politico. Basti pensare alle crescite salariali, alla scala mobile, alle 150 ore, al servizio sanitario nazionale, all’equo canone, alla chiusura dei manicomi, al divorzio e all’aborto e così via. Ognuna di queste conquiste è il frutto di lotte, scioperi, manifestazioni, senza cui nessuna “politica delle alleanze” e “cultura di governo” avrebbe mai potuto ottenerle. Ma è anche il frutto della possibilità in parlamento di fare alleanze ad hoc su ognuna, indipendentemente dallo schieramento che sta al governo.
Esattamente all’inizio degli anni 70 gli USA denunciano gli accordi di Bretton Woods. Lentamente ma inesorabilmente comincia una modificazione strutturale del capitalismo. Le economie nazionali sono esposte alla libera oscillazione dei mercati valutari, le imprese iniziano ad avere una sempre più accentuata vocazione alle esportazioni, il mercato nazionale perde la sua centralità. Già alla fine degli anni 70 inizia il processo di finanziarizzazione impetuosa dell’economia, di deindustrializzazione, di ristrutturazione e di delocalizzazione. Oltre al concentramento di produzione e commercio nelle mani delle società multinazionali.
Viene meno il primo fattore su cui si fondava la forza del movimento operaio italiano. La principale arma, lo sciopero, inizia a non essere più efficace come prima. E cominciano le sconfitte. La società, come si vedrà bene negli anni 80, ha sempre più al centro il capitale finanziario e speculativo, e quindi si modifica velocemente. Si disgrega e cresce l’individualismo, l’idea del facile arricchimento facendo soldi con i soldi.
Nel breve volgere di pochi anni le sconfitte sono incontenibili. I rapporti di forza sociali diventano sempre più sfavorevoli, le lotte perdenti, le rappresentanze politiche incapaci perfino a difendere le conquiste degli anni precedenti. Si afferma nella società la cultura del mercato, della competizione assoluta. I comunisti vengono descritti sempre più come vecchi, incapaci di capire e quindi governare le meraviglie della modernizzazione. Gli operai come una razza in via di estinzione giacché cresce il “terziario avanzato”. La classe operaia come un concetto obsoleto giacché si dice, anche se si tratta in gran parte di una patente mistificazione, che perfino gli operai sono diventati “rentiers” in quanto “risparmiatori” e possessori di BOT e CCT.
C’è ancora la repubblica parlamentare, c’è ancora una grandissimo Partito Comunista di massa. Ma come si vede, venendo meno rapporti di forza sociali favorevoli, il circolo virtuoso si interrompe. La sconfitta della FIAT del 1980 non si può evitare con nessuna “abilità politica” né alleanza o manovra parlamentare. Al contrario apre una stagione nella quale anche in parlamento arriva una sconfitta dietro l’altra. A cominciare dalla proclamata “indipendenza” dal potere politico della Banca centrale e dai 4 punti di scala mobile tagliati dal governo Craxi.
Il PCI, che con Berlinguer sceglie di non separare i propri destini da quelli della classe, nonostante la sua forza è ormai un partito isolato. Impossibilitato a vincere battaglie sociali e parlamentari difensive. Come dimostra la sconfitta nel referendum sui 4 punti di scala mobile del 1984. Figuriamoci a fare nuove conquiste.
È chiaro o non è chiaro che tra i tre fattori, di cui abbiamo tanto parlato, il principale e decisivo è quello dell’andamento dei rapporti di forza sociali?
O si vuol sostenere che le sconfitte e l’incipiente declino elettorale arrivano per l’incapacità del PCI di capire il “nuovo”? Per l’attardarsi in analisi e descrizioni della realtà con strumenti obsoleti come il marxismo? Per l’abbandono della “cultura di governo? Per la mancanza di un leader forte dopo la morte di Berlinguer? Per un rigurgito di settarismo verso il PSI di Craxi? Per la lentezza elefantiaca del PCI a capire novità e ad adeguarsi ad esse a causa del potere “conservativo” dei suoi apparati burocratici?
Basta rimuovere l’analisi del capitale e dei rapporti di forza sociali per poter dire qualsiasi cosa circa la crisi del PCI. Ovviamente ogni spiegazione ha un piccolo o meno piccolo nucleo di verità. Ma resta il fatto che non si può, o non si dovrebbe, giudicare l’andamento delle fortune di un partito dedito alla lotta di classe rimuovendo la lotta di classe dall’analisi, o riducendola ad una variabile dipendente da fattori assolutamente secondari.
Potevano la repubblica parlamentare e il sistema dei partiti rimanere uguale a se stessi se la struttura dell’economia capitalistica, della formazione sociale conseguente, della cultura e del “senso comune”, diffusi anche fra le classi subalterne, erano così profondamente cambiati?
Evidentemente no.
Lo capisce bene Berlinguer che denuncia una degenerazione del sistema dei partiti già agli inizi del processo. La famosa “questione morale” è stata con il tempo ridotta alla mera denuncia della corruzione e ad una sorta di dimensione etica. Non c’è quasi nessuno, oggi, che non la citi come esempio. Ma in modo strumentale e rimuovendone l’analisi sistemica che l’ispirava.
I partiti cominciano a separare le proprie sorti da quella dei loro rappresentati. Valga per tutti l’esempio del PSI che cambia campo e si trasforma nel più coerente rappresentante del capitalismo finanziario emergente, che propugna il “decisionismo” al posto della mediazione di interessi nelle istituzioni, il leaderismo al posto della democrazia nella vita del suo partito (con tanto di elezioni per acclamazione), l’obiettivo del governo fine a se stesso e quindi contrapposto, dati i rapporti di forza sociali, agli interessi dei lavoratori.
La “politica” intesa come tattica e strategia nella dialettica parlamentare diventa un “gioco” fatto di manovre, scontri personali, “trovate” suggestive. E soprattutto la dialettica governo opposizione diventa uno scontro frontale nel quale è impossibile trovare mediazioni che non incorporino le compatibilità dell’economia vigente. La “vera” ed importante dialettica politica, per esempio, è quella che avviene dentro lo schieramento governativo fra una DC in crisi e un PSI che, nonostante lo scarso consenso, pretende per se la presidenza del governo.
Il PCI è fuori dai giochi. Nonostante la sua forza conta sempre meno giacché i suoi rappresentati cominciano a peggiorare le proprie condizioni di vita. Al suo interno, anche rispondendo ad esplicite richieste esterne, si affermano sempre più posizioni di destra. Una classica che propugna di uscire dall’isolamento con l’unità della sinistra. Con l’unità, cioè, con il PSI di Craxi che sta al governo ed è diventato nei fatti un partito ben più a destra della DC, corrotto ed autoritario. Ed una nuova e molto suggestiva, apparentemente più di sinistra. Quella che dice: “non vogliamo morire democristiani”.
E proprio qui sta il grande tradimento.
I rapporti di forza sociali, cambiati in peggio da fattori oggettivi relativi alla natura del capitale, del mercato e alle conseguenti modificazioni sociali e culturali, non sono più la bussola della politica del partito. L’obiettivo non è più modificarli, anche attraverso una lunga fase difensiva e di resistenza, scontando anche eventuali minori consensi elettorali, bensì assumerli come orizzonte immodificabile della politica.
Il partito che ha conquistato moltissimo dall’opposizione comincia a dire che “solo” dal governo si possono cambiare le cose. E alla contrapposizione di classe nella società si sostituisce la contrapposizione alla DC nel sistema politico.
Va da se che per andare al governo bisogna liberarsi da ogni retaggio relativo alla lotta di classe per diventare un partito “moderno”, “nuovo”, semplicemente di “sinistra”. E va da se che la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale non sono idonei allo scopo di “vincere” le elezioni ed andare al governo mentre la propria base sociale perde.
È su queste basi che si scioglie il PCI e che il PDS diventa la punta di diamante del passaggio alla seconda repubblica del maggioritario. Con gran parte del gruppo dirigente che non vede l’ora di diventare finalmente personale di governo e con una base, militante ed anche elettorale, ridotta alla speranza infondata, come si vedrà bene nel corso dei seguenti 25 anni, che la conquista del governo possa cambiare l’Italia e le condizioni di vita delle classi subalterne.

Rifondazione comunista.

Rifondazione nasce per effetto del grande tradimento e per tentare di contrastarlo.
Non si può qui fare un’analisi approfondita, tantomeno una ricostruzione storica.
Ma, secondo me, una cosa è essenziale per capire la recente crisi del partito. Ed è l’unica su cui vale la pena di soffermarsi.
Ancora una volta si tratta di qualcosa di fondamentale, di strutturale. Senza capire la quale si finisce inevitabilmente per dare spiegazioni superficiali, sbagliate, ed in ultima analisi utilizzando esattamente le categorie interpretative proprie del pensiero e del senso comune dominanti.
Non è questione di leader, buoni o cattivi. Non è questione di tattiche elettorali, azzeccate o meno. Non è questione di immagine, appropriata o meno. Non è questione di formule organizzative, efficaci o no. Non è questione di unità o divisioni interne.
Ognuna di queste cose esiste, e si può discuterne all’infinito dividendosi all’infinito. Ma in realtà sono tutte effetti di una realtà oggettiva totalmente indipendente dalla volontà del partito e soprattutto di un errore gravissimo, questo si soggettivo.
La finanziarizzazione e globalizzazione del capitale, la perdita di potere degli stati nazionali circa l’economia, la società individualizzata e disgregata, la perdita di coscienza di classe della stragrandissima maggioranza dei proletari, il trionfo dell’ideologia liberista, la trasformazione delle istituzioni operata dal maggioritario e dalla centralità del governo, la degenerazione in spettacolo del dibattito politico pubblico e così via, non sono ascrivibili ad errori del PRC. Sono i frutti velenosi di un trentennio di sconfitte e modificazioni dei rapporti di forza sociali.
Cataloghiamole, per comodità, come cose oggettive.
L’errore soggettivo sta semplicemente nel non aver capito analiticamente e fino in fondo questa realtà oggettiva. Un errore madornale. Secondo me imperdonabile.
Rifondazione ha propugnato per anni giuste posizioni. Non ha mai disertato una sola lotta, spesso in solitudine. Ha visto e denunciato la degenerazione sindacale della “concertazione”. Ha visto giusto sull’Europa dei trattati neoliberisti. Ha capito e propugnato la necessità di conquistare una dimensione internazionale della lotta e dell’alternativa.
Ma essendo un partito politico principalmente dedito alla conquista del consenso elettorale, ed obbligato a giocare la partita sul campo truccato ed ostile del maggioritario, alla fine, con il tempo, è stato plasmato e trasformato dal sistema della politica della seconda repubblica.
Non è la stessa cosa promuovere e partecipare alle lotte, presentarsi alle elezioni per veicolarne gli obiettivi nelle istituzioni raggiungendo risultati concreti anche attraverso mediazioni e compromessi, o finire con l’agitare contenuti di lotta, partecipare ad un gioco di alleanze e contrapposizioni, ad una pseudo discussione spettacolarizzata sui mass media, senza mai raggiungere un risultato concreto per la propria base sociale ed elettorale.
In altre parole, dentro il bipolarismo in alleanza con il centrosinistra o in contrapposizione ad esso non c’era spazio per la conquista di alcun risultato serio e concreto. Ma non a causa di opportunismo o di settarismo, bensì per il semplice motivo che il sistema politico, istituzionale, massmediatico ed elettorale erano totalmente impermeabili a qualsiasi rivendicazione seriamente antagonista. Oggi la situazione è diversa, come vedremo più avanti. Perché è lo stesso sistema politico bipolare ad essere in crisi. E perché la crisi economica e i suoi effetti permettono di pensare di conquistare maggioranze elettorali contro centrodestra e centrosinistra, e nonostante le leggi maggioritarie. Come dimostra l’esperienza greca.
Ma negli anni 90 e 2000 senza questa consapevolezza ad ogni appuntamento elettorale le scelte, invece che meramente tattiche, apparivano come strategiche ed investivano la stessa “identità” del partito.
Non mancava un certo grado di consapevolezza di questa realtà ostile. Tuttavia non se ne sono mai tratte le conseguenze.
Come abbiamo visto nella prima repubblica per i comunisti era possibile accumulare forza sociale, tradurla in forza elettorale, in un partito di massa. Nella seconda si poteva, sulla base della denuncia delle ingiustizie sempre più gravi, conquistare un qualche consenso allusivo di una possibile resistenza. Ma poi quel consenso veniva macinato e digerito nella dialettica del maggioritario che espungeva i contenuti sociali e di lotta e riduceva tutto a scontro fra leader e a interessi elettorali di bottega.
Nella prima repubblica si poteva costruire un partito comunista di massa, nella seconda era impossibile. Non si poteva, cioè, accumulare consenso perché, a causa dei mancati risultati e soprattutto della spettacolarizzazione del dibattito politico, questo era destinato ad essere volatile. Analogamente dentro il partito ad ogni scelta di una certa importanza di manifestava una divisione su posizioni inconciliabili. Governismo ed “alleantismo” contro settarismo e “testimonianza”. Esattamente secondo il copione previsto dal sistema per una forza antagonista. E il dibattito interno invece che crescere nell’analisi della fase, e quindi nella consapevolezza di avere a che fare con un problema strategico e di lungo periodo, virava sempre più in scontri e divisioni astratte nelle cui fazioni si potevano comodamente annidare opportunismi e personalismi di ogni tipo.
Si possono scrivere interi saggi su Rifondazione e più in generale sulla sinistra in Italia. Ma senza centrare il necessario rapporto di una forza antagonista con l’andamento reale dei rapporti di forza sociali, con la cultura egemone e con la natura impermeabile delle istituzioni e del sistema elettorale si finirà sempre con lo scambiare gli effetti per le cause. Aumentando illusioni, confusione e divisioni.

La lezione e il che fare.

Se è vero quanto detto finora, bisogna sapere che è necessario ricostruire rapporti di forza sociali favorevoli per poter pensare di essere anche minimamente efficaci sul piano politico -elettorale. Solo un progetto complessivo e strategico può farlo. Complessivo perché fondato su un’analisi della crisi capitalistica, sui suoi effetti sociali e culturali, e strategico perché teso a costruire un blocco sociale capace di imboccare la fuoriuscita a sinistra dalla crisi e di ottenere il consenso sufficiente a farlo nonostante il sistema elettorale vigente. Senza il progetto non esiste nessuna scorciatoia elettoralistica capace di capovolgere i rapporti di classe e tantomeno di sconfiggere il pensiero dominante ed egemone.
Oggi è possibile, perché ci sono due novità importantissime.
La prima sta nel fatto che la crisi capitalistica attuale, di lunga durata e tesa a precipitare in nuove e più vaste e profonde crisi, è un terreno di scontro che, seppur drammaticamente, fornisce alle posizioni critiche del capitalismo nuove opportunità.
L’altra novità sta nel fatto che il sistema politico si è talmente separato dalle dinamiche sociali che nel tempo della crisi sconta una totale impopolarità, ancorché segnata da una grande confusione. E non bisogna sottovalutare le derive autoritarie che dall’alto (uomo unico al comando) possono riuscire a connettersi all’insofferenza del popolo verso la politica.
È sul combinato disposto di queste due novità che è necessario riflettere bene per trovare la strada giusta.
Vediamole, quindi, più approfonditamente.
La crisi, che a dimostrazione della correttezza delle nostre analisi fin dagli anni 90, era più che prevedibile nel contesto del neoliberismo imperante in Europa, non lascia nulla immutato.
Ormai Rifondazione ha prodotto una messe di analisi serie sulla natura strutturale e “costituente” della crisi capitalistica in Europa. Non c’è bisogno di tornarci in questa sede.
Ma su un punto della prassi (nel senso gramsciano del termine) è necessario un salto di qualità.
Nella società vi sono lotte difensive e di resistenza. Non sono nemmeno poche. Ma non abbiamo lotte che si propongano obiettivi avanzati e nuove conquiste (o riconquiste). Non solo non esiste un coordinamento efficace delle lotte esistenti, ma soprattutto non esiste nessun progetto o programma generale ed unificante che permetta loro di poter esistere al di fuori della sconfitta della loro vertenza specifica, locale o particolare. Eppure il sistema è per sua natura impossibilitato a redistribuire la ricchezza e a rinunciare alla speculazione e alla crescente privatizzazione di tutto ciò che rimane di pubblico. A cominciare dai cosiddetti beni comuni.
Ne deriva che non può esserci lotta di resistenza e/o difensiva che possa strappare risultati efficaci delegando “qualcuno” a mediare od ottenere cose anche parziali nell’ambito delle compatibilità del sistema. Compatibilità strutturali dovute alla natura del capitale e ormai consacrate, cristallizzate in leggi e perfino costituzionalizzate.
Chi pensa sia necessario lottare contro il capitalismo deve (ripeto: DEVE!) principalmente porsi il problema di come far nascere, far sviluppare e crescere, unificare dentro una prospettiva di largo respiro, le lotte e tutte le forme di ricostruzione di aggregazione sociale.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) principalmente porsi il problema di come conquistare il consenso elettorale agitando contenuti di lotta in modo propagandistico per farli pesare in relazioni politiche dentro le istituzioni nella speranza che prima o poi, con una mossa o un’altra, con questa o quella alleanza, si possa invertire la tendenza.
Non deve (ripeto: NON DEVE!) illudersi che basti rivendicare un passato glorioso e/o fare l’apologia delle lotte, predicare la rivoluzione e la coscienza di classe e testimoniare con una lista elettorale il proprio grado di purezza, nella speranza che prima o poi arrivino i risultati sperati socialmente ed elettoralmente.
Il problema è molto complesso. Non ha soluzioni semplicistiche. Ma c’è un bandolo della matassa da individuare e tirando il quale si può sperare di dipanarla. È la pratica sociale. Il “radicamento” è un concetto ambiguo che si presta a gravi equivoci. In realtà dovrebbe essere la conseguenza diretta della pratica sociale. Ma se è invece inteso come “parlare dei veri problemi sociali” e/o interloquire, dall’interno della sfera politica dei partiti con comitati e movimenti di lotta, è in realtà impossibile radicarsi veramente. Per il semplice motivo che questo tipo di relazione incorpora e riproduce la separatezza della sfera della politica – istituzionale da quella della realtà sociale. Ed essendo la politica istituzionale impermeabile alle dinamiche sociali i movimenti di lotta percepiranno, se va bene, come puramente strumentali, al fine della conquista di voti elettorali, i tentativi di interlocuzione e adesione ai loro contenuti. O, se va male, continueranno, non avendo coscienza dell’impermeabilità strutturale del sistema alle loro rivendicazioni, ad orientarsi verso illusioni e speranze mal riposte in personaggi vari e schieramenti candidati al governo.
Al di la di questa descrizione astratta è quel che si può verificare ogni giorno parlando con persone che si considerano di sinistra, che partecipano attivamente a lotte, ma che credono all’alternatività di Grillo, di Vendola, e perfino di Renzi. E che, non vedendo l’impermeabilità del sistema ai contenuti sociali credono che il problema risieda nella forma partito o nella bontà o meno del leader di turno.
Insomma, un partito comunista che sia degno di questo nome si organizza ed opera in qualsiasi contesto. Un partito di classe, che pensa prevalentemente all’organizzazione sociale e alla lotta, a seconda delle circostanze può resistere in clandestinità sotto il fascismo per 20 o 40 anni, può sfruttare qualsiasi spazio di una qualsiasi democrazia borghese, può fare mille alleanze diverse o trovarsi isolato in contesti particolarmente ostili. Deve avere la duttilità sufficiente per adeguare la propria forma ed organizzazione, il proprio dibattito e democrazia interna, alla realtà nella quale opera. E deve quindi prestare una speciale attenzione all’analisi della realtà, e non liquidarla con semplificazioni vergognose. Tantomeno può assumere come immutabili le forme della propria organizzazione e quelle della relazione con lo stato e le eventuali elezioni, per poi analizzare e descrivere la realtà in modo che questa coincida con esse.
Se la classe “per sé” di marxiana memoria non c’è bisogna costruirla. E per farlo bisogna essere immersi fino in fondo nella realtà sociale. Punto.
Se il sistema è impermeabile il circolo virtuoso alla base del partito comunista di massa non si può riprodurre né con una propensione “alleantista” né con una “testimoniale”. Punto.
Le contraddizioni prodotte dalla fase capitalistica attuale sono enormi. Se nelle lotte si affermano idee e posizioni subalterne che confondono effetti con cause e confondono amici con nemici, la situazione peggiorerà sempre più. Nessun dio ci salverà. Ulteriori ed inediti peggioramenti della condizione di vita delle masse, come crescenti autoritarismi e criminalizzazione dell’opposizione residuale saranno inevitabili. Ma per poter evitare questa deriva è necessario dedicarsi incessantemente e prevalentemente al lavoro sociale. Punto.
Dentro il lavoro sociale diffuso ed articolato è indispensabile svolgere una funzione egemonica. Ma la funzione egemonica consiste nel lavoro paziente affinché vi sia la conquista da parte delle masse e delle lotte della coscienza necessaria a svolgere esse stesse una funzione egemonica nella società. Unificando fronti di lotta, elaborando programmi di lotte e rivendicazioni e strutturando una prospettiva di lungo periodo. Non certo illudendosi che sventolando bandiere di partito nelle manifestazioni, distribuendo materiali, redigendo interrogazioni o mozioni nelle istituzioni, utilizzando qualche scampolo di spazio nei mass media, si possa sostituire la indispensabile partecipazione diretta alle lotte e ad ogni forma di aggregazione sociale. Punto.
Ne deriva che il partito deve organizzarsi, strutturarsi, formare militanti e selezionare gruppi dirigenti, per ottemperare a questo compito. Al compito di fare la lotta di classe sul terreno sociale come principale attività. Al compito di costruire aggregazioni sociali di ogni tipo contrastando così materialmente la disgregazione sociale prodotta dal sistema. Al compito di svolgere una lotta ideologica e culturale incessante allo scopo di contrastare il pensiero dominante e di minarne l’egemonia.
Come abbiamo già detto, oggi nella crisi che mette a nudo le contraddizioni prodotte da questa fase capitalistica, e in un momento nel quale le condizioni per l’insorgenza di conflitti sono di fatto favorevoli, questo lavoro può essere molto efficace e produrre grandi risultati, nonostante l’esiguità delle forze del partito.
È un lavoro di lunga lena, che avrà fiammate e arretramenti, ma è un lavoro che può accumulare forze consistenti. A patto che, lo ripeto, sia vissuto ed assunto come il compito principale del partito, come il suo modo di essere, come la fonte qualificante della sua stessa identità anticapitalista e comunista. Perché altrimenti, se finalizzato e subordinato ad obiettivi elettorali, finirà inevitabilmente per essere frustrato dall’oggettiva impossibilità di tradurlo in consensi crescenti immediati.
Non sta a me, in questa sede, fare proposte concrete di riforma del partito.
Però è evidente che se la maggioranza dei militanti e dei gruppi dirigenti non si armano della consapevolezza necessaria sulla primazia della battaglia sociale e culturale, rispetto a quella della sfera più propriamente politica ed elettorale (sulla quale torneremo a breve), non c’è proposta di riforma del partito che possa funzionare.
In particolare vi sono due cose da rimuovere per poter anche solo sperare di trasformare il partito in un collettivo dedito alla lotta di classe.
La prima è l’arretramento culturale complessivo di cui è vittima.
Se militanti e perfino dirigenti leggono la realtà secondo le semplificazioni dei luoghi comuni, infondati ma suggestivi, prodotti dal sistema, non c’è speranza.
Se militanti e dirigenti confondono la discussione teorica, la ricerca culturale, per loro natura vivaci e dense di polemiche, ma che richiedono serietà, studio e capacità di ascolto delle regioni altrui, con il chiacchiericcio superficiale dei social network, con gli insulti e le grida, con le affermazioni iperboliche, con le battute, non c’è speranza.
La seconda è la divisione in correnti. Che non ha nulla a che vedere con il pluralismo culturale, che invece è umiliato e ristretto proprio dalle correnti.
Su questo punto è necessario un minimo approfondimento.
Le correnti si sono formate con il tempo, composte e ricomposte più volte, sempre a partire dalle scelte e dagli esiti delle scelte elettorali e di alleanze o meno in schieramenti. Questo frutto velenoso di una malintesa primazia della politica istituzionale, che mi sono sforzato di criticare in questo scritto, ha perfino travolto un principio basilare e fondamentale di un partito comunista. La sua autodisciplina.
Per quanto questo termine possa far arricciare il naso a molti, esso è un concetto consustanziale alla natura di classe del partito. La classe necessita di forza, di unità e di coesione per resistere alle avversità e per battere i suoi avversari, immensamente più forti e potenti di lei. Un partito che voglia essere di classe non sfugge a questa regola. La libertà di opinione e di ricerca arricchiscono il collettivo solo se partecipano alla costruzione di analisi, posizioni e decisioni capaci incidere nella realtà con l’azione. E per fare quest’ultima cosa, che differenzia un partito politico da un’associazione culturale, è necessario che quanto deciso democraticamente possa realizzarsi. Quanto più partecipato è il processo di discussione e di decisione tanto più forte sarà il vincolo ad applicare ciò che si è stabilito. Alla fine di un processo di discussione e decisione è fisiologico che esista un dissenso. Che non va nascosto né minimizzato. Che può essere reso pubblico e mantenuto. Fermo restando che è solo il dissenziente a decidere se renderlo pubblico e mantenerlo, e seconda della rilevanza che egli stesso gli attribuisce. Ma c’è un limite: in nessun modo il dissenso può tradursi in opposizione e in azione volta ad impedire che si realizzi quanto deciso dalla maggioranza del collettivo.
Questo limite è stato superato, soprattutto nei gruppi eletti nelle istituzioni, innumerevoli volte nella storia di Rifondazione. E lo è tutt’ora continuamente. Il superamento di questo limite produce scissioni, divisioni irreparabili e in ogni caso un indebolimento del partito.
Tutto ciò è un riflesso diretto esattamente della concezione secondo la quale è nelle elezioni ed istituzioni che si trova il vertice di tutto.
Infatti, gratta gratta e al netto di roboanti proclami ideologici, le correnti di Rifondazione tutte, compresa la maggioranza, sono diventate partiti nel partito. Gli organismi dirigenti “parlamentini” con una dialettica governo – opposizione. Con l’effetto, risibile e paradossale, ma non per questo meno grave, che le correnti di minoranza nel mentre proponevano che non esistesse nessun vincolo di mandato nemmeno nelle istituzioni, al loro interno praticavano una ferrea disciplina. E con l’effetto che la discussione invece che un approfondimento, e la ricerca di una sintesi, diventa una schermaglia strumentale fra posizioni preconfezionate nelle riunioni di corrente, che in quanto discusse e approvate, dopo aver trovato una sintesi in quella sede, diventano pressoché immodificabili. Il tutto con il corollario di ostruzionismi, giochi sul numero legale, furbizie tattiche, demagogie di ogni tipo. Per non parlare della qualità degli eletti negli organismi decisi dalle correnti, spesso sulla base della fedeltà invece che delle capacità.
Va da se che una simile strutturazione produce una dialettica opposta alla valorizzazione di culture diverse che, infatti, essendo usate strumentalmente per giustificare e spiegare scelte eminentemente politiche, vengono ridotte a caricature.

Le istituzioni e le elezioni

I rapporti sociali sfavorevoli sono stati la base oggettiva delle “riforme” del sistema elettorale ed istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario. Quelle riforme incorporano il segno di classe della vittoria capitalistica di lungo periodo e ne blindano gli effetti a livello politico.
È inutile, in questo scritto, tornare a descrivere gli effetti perversi prodotti dal nuovo sistema su una forza antagonista come Rifondazione.
Ma una cosa deve essere chiara.
La dimensione elettorale e politico-istituzionale è importante. Lo è ancor di più in una fase di sconfitta sociale.
Il sistema ha chiuso gli spazi della rappresentanza di classe in quanto essa, anche quando conquista seggi nelle istituzioni, è impedita ad ottenere risultati concreti, o perché interna ad uno schieramento che accetta le compatibilità del sistema o perché isolata e ridotta a testimonianza.
Di fronte a questa realtà, secondo me inconfutabile, due cose non si possono fare.
La prima è essere indifferenti alla dimensione politico istituzionale nell’illusione che le lotte sociali alla lunga produrranno le condizioni per un rovesciamento del sistema.
La seconda è, come abbiamo già detto abbondantemente, partecipare alle elezioni nell’illusione che, nonostante l’impermeabilità del sistema, si possano modificare a partire dalla sede istituzionale i rapporti di forza sociali.
Entrambe queste posizioni sottovalutano il segno di classe del sistema politico elettorale e soprattutto sfuggono al problema del potere, o rimandandolo nel tempo all’infinito o separandolo dai rapporti di forza sociali.
Il sistema è a suo modo coerente con una realtà sociale segnata dal dominio del mercato capitalistico e con il senso comune di massa.
Non è né puro dominio politico né abbastanza neutro da essere permeabile.
Ciò riconduce alla centralità del sociale. Ma il lavoro sociale, le lotte (per dirlo in forma generica), necessitano di intervenire nella sfera del potere politico. Solo in questo modo possono costruirsi una coscienza, un’unità e una capacità di durare nel tempo. Altrimenti restano episodiche e separate fra loro. O, peggio ancora, non ponendosi il problema politico per eccellenza, che è il potere, finiscono con l’essere riassorbite dal sistema, che le usa strumentalmente dentro la falsa dialettica del maggioritario.
Qui vale la pena di fare alcuni esempi concreti.
La Fiom, credo si possa dire così, è l’unica organizzazione realmente di massa che ha mantenuto un qualche collegamento con l’ispirazione di classe del sindacato. Non c’è bisogno di elencare le lotte e le posizioni della Fiom che lo testimoniano.
Ma che succede quando la Fiom incontra il problema della politica, e cioè del potere?
Diventa testimoniale perché non riesce mai ad ottenere niente attraverso, anche quando le ha, persone e perfino forze politiche presenti nelle istituzioni che ne sposano, a parole e solo a parole, i contenuti. O diventa subalterna perché si limita a chiedere che “la politica”, segnatamente il centrosinistra perché è l’unico che potrebbe farlo dal governo, tenga conto delle sue rivendicazioni e contenuti. Peccato che il centrosinistra non può farlo perché quei contenuti sono antagonisti rispetto alle compatibilità del sistema.
Il movimento per i beni pubblici, tanto forte ed articolato nel paese da aver promosso e vinto un referendum sull’acqua e i servizi pubblici, quando sono arrivate le elezioni è stato riassorbito dal centrosinistra, che nella carta d’intenti delle primarie, fatta firmare a tutti i partecipanti, proponeva l’esatto opposto degli esiti del referendum, e dal Movimento 5 Stelle che, sebbene ne abbia propagandisticamente sposato i contenuti, li rende testimoniali e comunque irrealizzabili in quanto privo di un progetto politico anticapitalista e che non sia interno alla concezione liberale del potere politico.
In Italia perfino i movimenti per i diritti civili, come il movimento GLBT, per quanto socialmente ci siano tutte le condizioni per la conquista di risultati legislativi, quando arrivano le elezioni viene riassorbito in un sistema elettorale che ha partorito partiti e schieramenti di governo de ideologizzati, e quindi tutti contenenti sia laici che cattolici integralisti. Mentre nella prima repubblica parlamentare, 44 anni fa con il proporzionale, i partiti operai e quelli borghesi laici potevano, con la DC al governo, conquistare il divorzio per legge, nella seconda repubblica del maggioritario, con il centrosinistra al governo non si è conquistato nemmeno il divorzio breve o la fecondazione assistita.
Affinché le lotte non rimangano del tutto prive di una rappresentanza politica veramente coerente con i loro interessi ed obiettivi, e/o non vengano riassorbite in una dialettica fra forze e schieramenti che le usano negandone i contenuti, è necessario che prendano coscienza dell’impermeabilità del sistema, e che partecipino direttamente alla costruzione di una forza unitaria alternativa a quelle interne alla logica del maggioritario. Devono cioè avere, oltre a contenuti di lotta e rivendicazioni, una idea precisa di come farli pesare realmente. Devono quindi saper criticare la sostanza separata e tendenzialmente autoritaria del sistema, e non gli effetti (come la “casta”) confondendoli con le cause.
Il centrosinistra, o il PD stesso (non fa nessuna differenza), sono nati e si sono plasmati per effetto del maggioritario. Il maggioritario ha tradotto la vittoria capitalistica sociale in assetti istituzionali coerenti ed utili al dominio del mercato e in una concezione della politica come dimensione separata dalla società, i cui problemi sono usati strumentalmente al fine della raccolta di consensi. Per questo il centrosinistra può aspirare solo a conquistare il governo per gestire l’esistente dentro le compatibilità del mercato e del sistema.
Questo è un fatto strutturale, oggettivo. Che non si può controvertere sperando in un leader diverso, o insultando e criticando quelli esistenti al momento, o sognando magici processi partecipativi (come le primarie nelle quali Vendola si proponeva di conquistare la direzione del centrosinistra) fondati sulla passivizzazione e riduzione a tifoserie degli elettori.
Per quanto duro e scoraggiante possa apparire il constatare questo dato di fatto senza questa consapevolezza non si va da nessuna parte. Anzi, a dire il vero si va dritti verso illusioni infondate, delusioni ed immancabili divisioni fra “realisti” e “settari”, fra “governisti” e “testimoni”. Come è sempre successo in Rifondazione e in tutte le formazioni a sinistra del PDS e poi del PD. Questa consapevolezza è l’unico antidoto possibile alla replica infinita di divisioni insanabili. Si può abbandonare il comunismo, si può tentare di apparire nuovi e moderni, si può tentare di sostituire la faticosa partecipazione democratica con le folle inneggianti al leader e con le primarie all’americana, ma alla fine ci si divide sempre fra quelli che rompono e vanno con il PD, facendo salti mortali per giustificare la scelta ed accusando gli altri di aver imboccato una strada testimoniale, e gli altri che li accusano di essere venduti e carrieristi, salvo poi sperare che succeda qualcosa nel centrosinistra che permetta di ricominciare da capo il valzer. È quello che è successo recentemente a SEL.
Ma, e c’è un ma, la crisi sociale è talmente profonda che, per quante suggestioni e nuovismi e demagogie il sistema metta in campo, un profondo sentimento di rabbia e frustrazione si è fatto strada nella popolazione.
Attualmente è visibile un pallido riflesso delle contraddizioni di classe. Nel rifiuto della disperante condizione di disoccupazione, precarietà e povertà. Nella insofferenza verso una ricchezza sempre più concentrata e prepotente.
Ma si tratta solo di un riflesso, perché mancando la coscienza di classe imperano spiegazioni superficiali ed anche fantasiose delle contraddizioni materiali che pur si vivono e si vedono.
Se non c’è l’analisi e quindi la coscienza della natura del capitalismo contemporaneo e della struttura sociale che produce, anche qui si possono tranquillamente scambiare cause con effetti. Privilegi ingiustificati della “casta” di politici e manager, corruzione, degenerazione dei partiti in camarille clienterali, leaderismo esaperato e così via, sono effetti. Certo consolidano e perpetuano il sistema e sono problemi importanti. Ma restano effetti. Bisogna criticarli e combatterli. Ma se non si sa che sono effetti alla fine, dopo aver giustamente “ridotto i costi della politica”, anche se con questa scusa in buona parte si riducono spazi democratici, i problemi sociali non cambiano di una virgola o addirittura peggiorano, cosa succede?
Dopo aver cambiato i leader e il personale politico sostituendolo con i “giovani” senza aver risolto nessun problema sociale, cosa succede?
Sono domande retoriche per chi ha coscienza della vera causa dei problemi. Ma sono domande aperte a risposte molto pericolose per chi non ha questa consapevolezza. E cioè per la maggior parte della popolazione.
Il successo del Movimento 5 Stelle porta già questo segno.
Sebbene contenga ed esprima in modo elementare rabbia e rifiuto dell’esistente, e su diversi temi proponga cose giuste e su altri cose ultraliberiste e perfino gravemente ambigue (vedi il tema dell’immigrazione), è un fenomeno incapace di costruire un’alternativa di sistema. Esattamente perché è espressione diretta di un sentimento diffuso di quella impotenza e rabbia provocate dalle contraddizioni sociali, ma indirizzate contro falsi obiettivi. E perché incorpora la concezione della società propria del pensiero dominante, e cioè basata sulla dialettica degli individui – cittadini – consumatori contro la casta dei politici – manager. Con forti venature autoritarie e con ammiccamenti vari al nazionalismo più becero e alle discriminazioni contro i lavoratori stranieri.
Se tutto questo è vero, nella sfera della politica istituzionale, in questa e non in altre inesistenti, è necessario agire con una grandissima capacità tattica ed anche con molto coraggio.
Si può coagulare, sfruttando a pieno gli spazi elettorali possibili, una lista, un fronte, una forza politica che, sulla base di poche ma chiarissime discriminanti, unisca tutto ciò che esiste di antagonista al sistema, anche senza sapere di esserlo fino in fondo. Alternatività al centrosinistra ma anche al sistema elettorale e politico istituzionale vigente. Alternatività alle politiche neoliberiste imperanti e a tutte le scelte conseguenti. Alternatività all’Europa liberista e ai nazionalismi regressivi. Alternatività alla politica – spettacolo, al leaderismo e alla passivizzazione.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un programma di fase che unifichi le lotte, che incontri la rabbia e la protesta diffuse, che trovi una dimensione europea appropriata, che faccia chiarezza della vera causa dei problemi.
Sulla base di queste discriminanti si può costruire un’organizzazione plurale, perché plurali e svariate sono le culture e le forme di un vasto campo di forze politiche, sindacali, sociali, ed anche di centinaia di migliaia di persone. Una forza nella quale valga la democrazia diretta sulla base di una testa un voto.
Questa forza, oggi, nella crisi economica e nella crisi di credibilità del sistema politico può aspirare ad allargarsi velocemente e perfino a conquistare la maggioranza.
Non mi dilungo su questo perché l’idea che Rifondazione ha dell’unità della sinistra e delle sue potenzialità dovrebbe ormai essere chiara.
Ma perché è così difficile da realizzarsi?
È prevalentemente questione di gruppi dirigenti? Di formule organizzative? Di gelosie di partito? Di comunicazione?
Io credo di no.
È questione di consapevolezza della separazione dalla società e dell’impermeabilità del sistema politico istituzionale.
Non solo nelle forze politiche come Sel, il Pcdi ed altre ancora, ma anche nel sindacato più combattivo, compresi sindacati di base, e nei movimenti di lotta, questa consapevolezza c’è poco o non c’è per nulla.
Questa è la causa principale della difficoltà ad unire in un’unica forza tutto ciò che sulla base dei contenuti di lotta ed ideali potrebbe essere unito facilmente.
Mentre le contromisure utili ad impedire una degenerazione in casta separata dei gruppi dirigenti e segnatamente delle rappresentanze istituzionali sono facilmente individuabili, a cominciare da una effettiva democrazia partecipativa fondata sul collettivo e sul principio una testa un voto, senza la consapevolezza di cui sopra tutto ciò che si fa uscire dalla porta è destinato a rientrare dalla finestra alla prima scadenza elettorale o scelta parlamentare decisiva.
Bisogna dunque condurre una battaglia culturale e politica capace di far crescere nel tempo, con pazienza ma anche con fermezza, la consapevolezza necessaria.
Senza nessuna presunzione io credo che questo compito possa essere svolto solo da un collettivo cosciente, radicato e coeso. È questo il compito di un partito comunista.
Onestamente il Partito della Rifondazione Comunista non è oggi all’altezza di questo compito.
Ma se si sciogliesse dentro la nuova forza invece che contribuire a farla crescere e ad assumere coscienza della natura di classe delle contraddizioni finirebbe per rafforzarne una deriva che la porterebbe all’inconsistenza e soprattutto a divisioni ancor più drammatiche.
Oltre alla necessità ineludibile di una forza dotata di una prospettiva che va bel al di la dell’attuale fase, non fosse altro che per il bene dell’unità del campo di forze politiche e sociali antagoniste non ci deve essere nessuna abdicazione né scioglimento.
Rifondazione, anche grazie e a causa della propria esperienza più che ventennale, è in grado di compiere i passi in avanti necessari a svolgere una funzione di coagulo, come abbiamo visto importantissima. Sia sul terreno dei movimenti di lotta sia sul terreno politico – istituzionale.
Ma deve assolutamente superare le incertezze, le confusioni, le approssimazioni superficiali. Soprattutto deve ricostruirsi in modo da svolgere i compiti che le spettano in questo disegno strategico.
In quanto partito deve delegare alla nuova forza unitaria il compito di elaborare un programma di fase, di darsi una organizzazione adeguata e di presentarsi alle elezioni. Saranno i singoli militanti del partito in quella sede, se lo sapranno fare, a svolgere una funzione egemonica.
Questo punto deve essere chiarissimo. Sia perché se il partito dedicasse tempo e forze a discutere anticipatamente e prevalentemente sui compiti e scelte della nuova forza finirebbe con il non svolgere i propri e soprattutto finirebbe con il trasformare la nuova forza in un cartello di partiti e correnti in lotta perenne fra loro. Una cosa è discutere dell’andamento della costruzione unitaria e delle scelte che essa deve fare una volta ogni tanto e producendo proposte e riflessioni utili ai propri militanti come a quelli più numerosi della nuova forza, ed un’altra è cercare di dirigere la nuova forza sulla base di filiere organizzative.
Le opinioni di Rifondazione, nel territorio come a livello nazionale, devono contare per la propria autorevolezza intrinseca e per il peso di una pratica sociale ricca ed articolata, non per la quantità degli iscritti di Rifondazione aderenti alla nuova forza.
Vale la pena di essere più chiari.
È evidente che quando la nuova forza si trovasse a compiere scelte difficili, come per esempio partecipare o meno ad una coalizione in un comune, è più che prevedibile che nascano opinioni diverse anche dentro il partito. Ed in questo caso la vera funzione positiva ed egemonica non starebbe nel compiere una scelta o un’altra bensì nel far capire che comunque di scelta tattica e secondaria si tratta. Non meritevole di divisioni insanabili e risolvibile, per esempio, con un referendum fra gli iscritti, come fa Izquierda Unida in questi casi. E nel battersi affinché gli eletti vengano scelti sulla base del loro radicamento nelle lotte e non con il bilancino delle correnti o, peggio ancora, per l’eventuale capacità di raccogliere consensi personali a scapito della loro fedeltà a principi e contenuti. E nel vincolare i gruppi eletti a comportamenti coerenti con l’antagonismo alla politica spettacolo e a rispettare sempre il volere della base.
Il Partito della Rifondazione deve, se vuole sopravvivere e svolgere una funzione che valorizzi l’intelligenza e i sacrifici delle e dei propri militanti, essere capace di fare oggi il salto di qualità necessario al nuovo compito che deve svolgere.
La pratica sociale nella lotta di classe e la battaglia culturale, non le elezioni e la politica – spettacolo, devono essere le sue ragion d’essere e costituire la sostanza dell’identità comunista.
Tutto il partito, ed ogni singola/o militante, devono cambiare pelle superando le pigrizie intellettuali e le paure che impediscono di essere comunisti in questi tempi così difficili.

ramon mantovani

pubblicato il 5 novembre 2014 sul sito http://www.rifondazione.it

Come finiranno le elezioni?

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio, 2013 by ramon mantovani

Si potrebbe rispondere con una sola parola: MALE! O con due: MOLTO MALE!

Insomma, comunque vadano finiranno MALE.

Perché? È presto detto.

Queste elezioni sono truccate. Gli espedienti con i quali si falsa la volontà popolare sono questi:

1) per chi non lo sapesse la legge elettorale (non a caso definita unanimemente porcellum) è ultra maggioritaria. La legge truffa del 1953 (così definita da tutta la sinistra di allora ed anche da forze minori liberali), prevedeva che la coalizione che avesse raggiunto il 50 % più un voto avrebbe goduto di un premio di maggioranza parlamentare del 15 % dei seggi. Venne abrogata dal parlamento eletto perché la coalizione costruita dalla DC ottenne il 49,8 % dei voti, e non poté accedere al premio di maggioranza. È vero che sono passati 60 anni da allora. Ma come sarebbero passati se la DC e la sua coalizione avessero avuto simili premi di maggioranza nei parlamenti successivi?

Facciamo solo un esempio, fra i tanti possibili, per capire bene cosa significa una legge che assegna un premio di maggioranza alla coalizione vincente:

la legge sul divorzio viene approvata definitivamente il 1 dicembre del 1970. In carica c’è il governo Colombo (tasse denunce e piombo si gridava nei cortei). Lo compongono la DC, il PSI, PSDI e PRI (oggi sarebbe definito di centrosinistra). A votare a favore della legge sono il PCI, il PSI, il PSDI, il PRI, il PSIUP e il PLI. Tre partiti della maggioranza di governo, PSI, PRI e PSDI, e tre di opposizione, PCI, PSIUP e PLI possono approvare una legge perché essendo il parlamento eletto con la legge proporzionale la maggioranza laica del popolo italiano è ben rappresentata e può, come del resto vuole la costituzione che ha istituito una repubblica parlamentare, approvare una legge indipendentemente dal governo in carica. Se il parlamento del 1970 fosse stato eletto con la legge maggioritaria del 53 la DC da sola avrebbe avuto certamente più del 50 % dei seggi e con il MSI (non coalizzato ma contrario al divorzio come la DC) avrebbe sfiorato il 60 % dei seggi. Con buona pace dei partiti laici “di governo” che anche se in parte o tutti coalizzati con la DC non avrebbero nemmeno, godendo anch’essi del premio di maggioranza, compensato i seggi persi dal PCI e dal PSIUP. Per non parlare del fatto che una coalizione di governo sarebbe certamente entrata in crisi su una simile divisione. In altre parole la legge non sarebbe probabilmente mai stata approvata anche se la DC e il MSI non avessero avuto la maggioranza dei seggi perché gli alleati laici della DC fra “governabilità” e voto sul divorzio avrebbero scelto la prima in nome della coesione della coalizione di governo.

So che si tratta di un esempio puramente astratto, eppure tutti dovrebbero riflettere sulla rappresentatività di un parlamento eletto con una legge maggioritaria. Rappresentatività significa rappresentanza della volontà popolare, non la mera quantità di seggi attribuita ai partiti. Il parlamento che si forma in conseguenza del voto alla coalizione di governo, per garantire la “governabilità” attraverso il premio di maggioranza sacrifica sempre la rappresentanza della volontà popolare. Sempre!

Ma veniamo al secondo trucco.

2) in Italia, oggi, le coalizioni sono tre. Centrosinistra, centro e centrodestra. Stiamo grossomodo e generosamente ai sondaggi: alla Camera il centrosinistra potrebbe prendere il 35 % dei voti ed otterrebbe il 54 % dei seggi. Un premio di maggioranza del 19 %. Il centro potrebbe prendere il 17 % dei voti. Invece dei circa 107 seggi proporzionali prenderebbe alcuni seggi in meno che perderebbe per effetto del premio di maggioranza assegnato al centrosinistra. Il centrodestra ne perderebbe molti per lo stesso motivo. Tutti sanno, ma ci tornerò, che dopo le elezioni ci sarà il governo Bersani Monti. Vorrei far notare che se il centrosinistra e il centro avessero formato un’unica coalizione, anche scontando la fuoriuscita di SEL dalla medesima, avrebbero preso un premio di maggioranza esiguo. Diciamo del 5 o 6 %. Mentre divisi il PD lo prende del 15 % circa. Si tratta di 60-80 seggi. Perfino scontando la perdita di voti di un’unica coalizione Bersani Monti verso SEL e RC (magari in coalizione o con un’unica lista), visto che proclamare la coalizione prima del voto avrebbe certamente liberato voti a sinistra e verso il Movimento 5 stelle, il premio di maggioranza sarebbe stato comunque significativamente più basso di quello ottenuto con le due coalizioni.

Insomma, in ogni caso il meccanismo maggioritario dell’attuale legge puzza di enorme imbroglio.

Se il centrosinistra farà un governo da solo, con Monti all’opposizione, con il 35 % dei voti avrà un premio di maggioranza spropositato di circa il 20 %. Se dopo le elezioni farà il governo con Monti avrà una maggioranza parlamentare di circa il 65 % dei seggi. Il PD, in ogni caso vero dominus della scena, potrà mediare sia con Monti sia con SEL con una grande forza contrattuale.

Sarà per questo che il PD non è “riuscito” a cambiare la legge elettorale?

Certo. C’è incognita del Senato. Sulla quale non mi dilungo. Ma bisogna ricordare che nel 2006 la coalizione di centrodestra ebbe circa 200mila voti in più dell’Unione al Senato. Eppure il computo dei seggi portò ad un sostanziale pareggio. Con un lievissimo vantaggio dell’Unione. Insomma, per il credo conosciuto meccanismo del premio di maggioranza assegnato nelle singole regioni invece che a livello nazionale, in quel caso fu favorita l’Unione. Non il centrodestra. Pur essendoci una notevole dose di casualità nella formazione della maggioranza di governo al Senato non si può dire oggi che la legge porcellum è stata fatta da Berlusconi per impedire la governabilità al Senato. Tanto meno si può, avendo previsto di fare il governo con Monti solo dopo le elezioni pur continuando a fare l’apologia del bipolarismo e gridando al pericolo della destra, invocare il voto utile. Perché non si è fatto l’accordo con Monti prima delle elezioni per assicurarsi la vittoria al Senato? Ancora una volta, perché non si è cambiata la legge elettorale almeno istituendo il collegio unico nazionale per determinare il premio di maggioranza?

Il voto utile sarebbe quello di elettori di sinistra (utili idioti) a permettere al centrosinistra di prendere due piccioni con una fava? Avere comunque la maggioranza al Senato per poi procedere a fare il governo con Monti e allo stesso tempo assicurarsi che a sinistra non ci sia nessuno a rompere le scatole?

Ma in che direzione si svilupperà la trattativa post voto?

Vediamo il terzo imbroglio.

3) sulla Carta d’intenti firmata da Vendola prima delle primarie del centrosinistra ci sono scritte cose ben precise. Tutti i temi e contenuti più controversi sono scritti con l’ambiguità necessaria a lasciare aperta la porta all’accordo di governo con Monti. Esagero?

Vediamo. E mi limito ad alcuni esempi.

Europa.

Oltre alla solita riproposizione della retorica sull’Europa politica e democratica che non c’è (chissà come mai!), per realizzarla si parla esplicitamente di un “patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee”. Visto che esse sono senza dubbio socialisti, popolari e liberali, e cioè le forze che hanno partorito i trattati e soprattutto il trattato costituzionale neo liberista, in sostanza si dice che il governo reale dell’Europa fondato sulla collaborazione delle tre forze, tutte neoliberiste, va bene com’è.

Poi, immediatamente dopo, si prosegue:

“Anche per l’Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.
Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa costruire un progetto alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva.”

Per favore, attenzione alle parole e al loro significato preciso.

Qui c’è scritto che l’intreccio fra governo nazionale ed europa si realizza IN ITALIA con un accordo (progetto di governo italiano) con il CENTRO LIBERALE contro il populismo ecc.

Più chiaro di così si muore, per chi sa leggere un documento di questo tipo. Ma più ambiguo di così si muore per il lettore non smaliziato. Perché la retorica sul deficit democratico (che non manca mai) prevede che si faccia un accordo costituente con i partiti europei che sono esattamente i responsabili del deficit democratico (sic). E, attraverso intricate circonlocuzioni dove sembra non essere chiaro se si parla di Europa o di Italia si dice che bisogna fare un accordo di legislatura con il centro liberale, che in Italia si legge Monti, contro populismi ecc, che in Italia si legge Berlusconi. È evidente che non si parla di Europa se si dice “anche per  l’Europa” parlando dell’intreccio fra legislatura costituente nazionale ed europea e poi si specifica che si vuole la collaborazione di governo con il CENTRO LIBERALE. Tutto si tiene. In Europa bisogna continuare il governo unitario di socialisti, democristiani e liberali, ma in Italia bisogna fare il governo con Monti contro Berlusconi.

In campagna elettorale si è sentito dire più volte da esponenti di SEL: ma nella Carta c’è scritto di una normalissima collaborazione sulle riforme costituzionali, non di un governo con Monti. Mentre, come è noto, Bersani ha insistito sul fatto che la “apertura al centro” è ben chiara nella Carta.

O mi sbaglio?

Ma proseguiamo:

Democrazia

Oltre a diverse generiche affermazioni c’è un punto preciso:

“Daremo vita a un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura.”

La prossima legislatura avrà una funzione costituente? Con questa legge maggioritaria il paese è rappresentato affiche la funzione costituente del parlamento sia democratica?

Questa frasetta buttata lì è il massimo tradimento della costituzione italiana, che non per caso venne redatta da un parlamento eletto con la proporzionale. Ma forse Vendola non ricorda di essersi opposto fieramente alla bicamerale presieduta da D’Alema in ragione esattamente della sua non rappresentatività democratica. E forse non ricorda che quando lui era deputato del PRC quest’ultimo proponeva casomai di eleggerlo si un parlamento costituente, anche parallelo a quello eletto col maggioritario, ma con la proporzionale.

Ma si sa, queste sono cosette da niente. Come il pareggio di bilancio in costituzione che è una iperbole liberista. Basta dire che la costituzione italiana è bella due o tre volte, salvo poi assegnare ad un parlamento ultramaggioritario il compito di stravolgerla.

Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.

 

Diritti civili.

“Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. E’ inoltre urgente una legge contro l’omofobia. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione.”

Questo testo è ben al di sotto di quanto previsto dal programma dell’Unione del 2006. Che recitava:

“L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale”

Nella Carta c’è il diritto per la coppia omosessuale a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. Nel testo del 2006 c’è l’equiparazione della coppia non sposata eterosessuale a quella omosessuale e la promessa di attribuire loro gli stessi diritti.

Non è lo stesso. E comunque siamo ben lontani da qualsiasi legislazione di paesi europei che riconoscono il matrimonio e il diritto ad adottare. O mi sbaglio?

Del resto è impossibile che il PD sposi le tesi del PSOE, del PSF, della SPD e così via, visto che è composto almeno per un terzo di ferventi cattolici obbedienti alle direttive del vaticano. Si è visto in diversi precedenti, come quando votarono contro la riduzione del divorzio da tre anni ad un anno e sulla fecondazione assistita insieme al centrodestra e lega.

Vendola si vuol sposare. Lottiamo tutti per questo suo diritto. Ma avendo contratto un matrimonio politico con Rosy Bindi ed Enrico Letta ha dovuto firmare un testo nel quale al massimo è previsto che gli omosessuali conviventi acquisiscano qualche diritto, forse nemmeno equiparato a quelli delle coppie eterosessuali non sposate.

Anche qui sfido a dimostrare il contrario.

E… dulcis in fundo

La Carta d’Intenti prevede le RESPONSABILITA’.

Il testo è qui chiarissimo.

Leggere per credere:

“L’Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l’imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell’affidabilità e della responsabilità . Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti.

Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:

• sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
• affidare a chi avrà l’onere e l’onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale;

• vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; 
• assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi;
• appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.”

 

C’è scritto che il premier si deve sostenere qualsiasi cosa faccia. Per esempio non si deve criticarlo se, come Prodi, decide in totale solitudine di dire si alla base statunitense di Vicenza.

C’è scritto che è il premier a decidere i ministri. Punto.

C’è scritto che se insorgono divergenze fra SEL e PD, a dirimere è il voto dei parlamentari della coalizione in seduta congiunta. Con maggioranza qualificata. Non c’è scritto se la maggioranza qualificata deve essere del 60 70 80 90 %. Siccome è difficile anche per chi fa uso di forti stupefacenti prevedere che SEL abbia più di un quinto  dei parlamentari del PD e che la maggioranza qualificata sia dell’80 %, questa clausola significa che il PD decide e SEL obbedisce. O mi sbaglio?

C’è scritto che tutti i trattati internazionali non si toccano. Salvo rinegoziarli, ma in accordo con gli altri governi. Per i trattati dell’Unione Europea significa che bisogna avere l’unanimità di tutti i governi. Perché si può sempre negoziare e rinegoziare. Ma se non si prevede che si possa rompere e/o denunciare un trattato unilateralmente significa che non di trattativa si tratta bensì di richiesta di unanimità sulla eventuale modifica di un trattato. Cioè zero. Impossibile.

C’è scritto, per maggior chiarezza, che bisogna appoggiare i tagli che il governo dovrà fare per “difendere la moneta unica”, e cioè per rispettare i diktat della Banca Centrale Europea, del FMI e della Commissione.

Insomma, non solo si dovrà fare un accordo con il CENTRO LIBERALE, e cioè con Monti. Non solo in questo testo non c’è traccia di Legge 30, articolo 18, art. 8, missioni militari e così via.

Ma è già questo testo, ed anche un governo del centrosinistra senza Monti, puramente iscritto nel neoliberismo nemmeno temperato analogo a quello di tutti i partiti che furono socialisti e socialdemocratici e che oggi sono tutto meno che di sinistra. Con l’aggiunta che questo testo, e non solo il PD, non da risposte laiche e rispettose dei diritti degli omosessuali.

Ma perché SEL partecipa ad un simile imbroglio?

Per scoprirlo vediamo un altro aspetto quasi sconosciuto della legge elettorale vigente.

 

4) la legge prevede uno sbarramento del 4 % ad una lista non coalizzata. Ma per una lista coalizzata in una coalizione, sia quest’ultima vincente o perdente, questo sbarramento non c’è. C’è uno sbarramento del 2 %. Ma per la prima lista coalizzata che non raggiungesse il 2 % non vale nemmeno questo sbarramento. In altre parole SEL entrerà comunque in parlamento e godrà comunque del premio di maggioranza.

Mettiamo che la lista Rivoluzione Civile abbia il 3,8 % dei voti e che SEL abbia anch’essa il 3,8 %.

A quale persona sana di mente può sembrare giusto che SEL entri in parlamento ed abbia anche il premio di maggioranza mentre Rivoluzione Civile resta fuori?

Gli elettori indubbiamente di sinistra che votano per SEL e che contemporaneamente votano per il programma della Carta d’Intenti, in che modo possono essere rappresentati da SEL nei loro contenuti? Essi credono di votare per chi è d’accordo ad eliminare la riforma Fornero dell’articolo 18 e delle pensioni. Per il matrimonio gay. Contro il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione. E così via. O mi sbaglio? Ma queste cose sono impossibili già nell’accordo col PD, figuriamoci con il governo mediato con Monti.

Esiste una possibilità nemmeno tanto remota, che SEL una volta che il PD proponga ufficialmente, dopo il voto, di formare il governo con il CENTRO LIBERALE di Monti, rompa col PD e passi all’opposizione.

Questa cosa è possibile. Basterebbe far finta che col nuovo governo con Monti, anche se è ben previsto nella Carta, quest’ultima non valga più. Sempre che SEL al Senato non sia determinante. Perché altrimenti anche questo gioco diventerebbe impossibile, pena il “favorire” Berlusconi.

Ma se anche le cose andassero così si tratterebbe di un imbroglio bello e buono. Verso gli elettori del PD. O no?

Insomma, comunque vada, SEL è in una botte di ferro ed entrerà in parlamento. Come unica forza di “sinistra” grazie al “voto utile” o con più seggi di Rivoluzione Civile anche se quest’ultima prendesse più voti di SEL.

Sarà per questo che SEL ha deliberatamente scelto di soprassedere sull’appoggio del PD a Monti e a tutte le sue leggi di massacro sociale e dei diritti? Sarà per questo che non ha voluto nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di fare una lista comune sui contenuti di sinistra e/o una coalizione con altre liste di sinistra? Sarà per questo che è inusitatamente diventata una forza sostenitrice del bipolarismo? Sarà per questo che dopo aver “sognato” di vincere le primarie del centrosinistra per due anni si è acconciata a svolgere un ruolo comprimario nel centrosinistra?

Resta il fatto che in Italia, al contrario che Grecia, Spagna, Francia, Germania e via elencando, chi è contrario alle politiche neoliberiste si presenta diviso alle elezioni rischiando di non contare nulla sia dentro il governo sia fuori da esso.

Questo fatto gravissimo è dovuto unicamente al settarismo di SEL, al fatto che i suoi dirigenti hanno deliberatamente scelto di imbrogliare gli elettori, con l’unico obiettivo di salvaguardare se stessi.

Mi spiace ma questa è la verità. Triste ma inconfutabile, purtroppo.

Sono sicuro che qualcuno, a questo punto, potrebbe esclamare, nonostante tutto quello che ho scritto: ma bisogna battere Berlusconi! 

Ed eccoci al quinto imbroglio.

5) a meno di un evento miracolistico anche i sassi sanno che Berlusconi non vincerà le elezioni. La sua irresistibile ascesa nel corso degli ultimi due mesi, però, è di totale responsabilità del centrosinistra. Vediamo perché.

Bersani dice sempre: Mica abbiamo vinto, la destra c’è ed è forte!

Come dargli torto.

Però, delle due l’una.

O la destra di Berlusconi è populista e ad essa bisogna contrapporre una coalizione liberale e antipopulista, unica capace oggi di vincere nel meccanismo del maggioritario bastardo del porcellum. O la dialettica è fra destra e sinistra e allora i contenuti devono essere chiari e, anche a dispetto del meccanismo maggioritario, si può conquistare il consenso dei ceti popolari colpiti dalle politiche di destra del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi.

In entrambi i casi si parla chiaro e non si imbrogliano gli elettori.

Certo la seconda ipotesi necessita dell’accettazione del rischio della sconfitta. Ma nella crisi forse per la prima volta si potrebbe vincere con un chiaro programma di sinistra. Che certamente sarebbe definito a sua volta, da Monti e perfino da Berlusconi, populista. Mentre la prima, in pura continuità con l’ormai consolidata tradizione dei partiti socialisti europei, garantisce contemporaneamente la vittoria elettorale e la sconfitta sociale delle classi subalterne.

Perché non c’è dubbio che senza denunciare certi trattati internazionali, cancellare controriforme, eliminare privatizzazioni ecc. si possono vincere le elezioni riservando alle classi subalterne anni e decenni di lacrime e sangue.

Perché si lascia che Berlusconi si appropri di obiettivi e proposte di sinistra e lo si accusa di populismo?

Forse che l’IMU sulla prima casa “è un provvedimento doloroso ma inevitabile”?

Forse che dire “bisogna ristabilire la sovranità del popolo sulla moneta” è un concetto eversivo e antidemocratico?

Davvero si pensa di battere Berlusconi con i comici in tv e i talk show alla Santoro, che non fanno altro che alimentarne la popolarità?

Davvero si è sicuri che, se costretto a scegliere fra chi spiega la necessita dei suoi sacrifici per salvare le banche e chi promette la restituzione dell’IMU, un operaio afflitto dal mutuo e da un salario indecente, che dovrà lavorare diversi anni in più per prendere una pensione di merda, quest’ultimo sceglierà di sacrificarsi sull’altare della presentabilità del premier eletto presso i salotti dei rapaci mercati finanziari?

Evidentemente si. Perché da tempo ormai immemore il PD pensa che si debba “governare” l’esistente, rassicurare i poteri forti esibendo la propria “qualità” più appetibile per essi, e cioè garantire sacrifici con la pace sociale.

Come si può gridare al pericolo della destra indicando come dramma la propensione di Berlusconi a mettersi le dita nel naso in pubblico mentre la società viene devastata dalla cancellazione di diritti e giustizia sociale?

Si può, cercando di evitare che cresca una rivolta e una sinistra non addomesticata.

Attenzione, non parlo di un complotto, bensì di uno spontaneo movimento verso una dialettica politica nella quale tutto si confonde. Nella quale non c’è destra e sinistra, bensì gente perbene ed impresentabili, populismo e realismo, normalità ed eccezionalità, vecchio e nuovo e così via. Una dialettica dove impera l’imbroglio. Dove ci si contrappone alla demagogia berlusconiana con la demagogia che nasconde contenuti inconfessabili (in campagna elettorale) della Carta d’Intenti.

Se questo è anche solo parzialmente il quadro della situazione italiana manca solo un ultimo imbroglio. Il Movimento 5 stelle.

6) almeno un terzo, se non la metà o più, dei moltissimi voti che andranno a Grillo, sono di elettori che oltre ad essere, con diverse ragioni, schifati della politica ufficiale, hanno senza dubbio in testa contenuti di sinistra o di estrema sinistra. È inutile che io ricordi qui elencandoli gli slogan di grillo sulle banche, le multinazionali, la globalizzazione, l’euro, l’ambiente, i diritti civili e così via che sono pari pari la riproposizione di contenuti ed obiettivi di sinistra da anni e perfino decenni.

Certo, poi ci sono ambiguità ed anche contenuti liberisti e perfino razzisti.

Con il fenomeno della predicazione, ben divulgata dai talk show e dai mass media a “insaputa” di Grillo, e della manipolazione dell’opinione pubblica in internet della Casaleggio e associati, oltre che con l’avvitamento su se stessa di una politica vacua e moralmente degenerata oltre ogni limite, una buona parte degli elettori italiani di sinistra voteranno una lista dai contorni indefiniti, destinata a mostrare la sua vera anima, o le sue vere cento anime, al primo voto su un qualsiasi contenuto controverso. Una lista che però intanto dà una spallata forse definitiva alla democrazia rappresentativa per favorire il passaggio ad una democrazia autoritaria e tecnocratica. Senza istituzioni intermedie, senza partiti intesi come collettivi dotati di categorie interpretative della realtà, senza la fatica della democrazia vera, dal basso possono salire solo protesta e rancore. Cose facili da manipolare al fine di sterilizzare i contenuti veramente portatori di cambiamento e al fine di uccidere i partiti come veicolo di partecipazione in favore di leader e tecnocrazie varie.

Spero di avere torto, ma credo sia proprio così.

Infine l’ultimo imbroglio, sul quale bastano pochissime parole:

7) chi pensa che su televisioni e giornali la campagna elettorale sia stata corretta ed utile ad informare gli elettori alzi la mano. Chi pensa che Ingroia e Rivoluzione Civile abbiano avuto adeguati spazi ed attenzione, e che le domande e i servizi siano stati corretti e non maliziosamente parziali, come la ripetuta tiritera sul voto utile, alzi la mano.

Alzi la mano e verrò di persona a tagliargliela con un machete affilato.

 

In conclusione.

 

Ogni elettrice ed elettore che sceglierà di votare per la lista Rivoluzione Civile avrà dovuto superare gli scogli rappresentati da tutti questi imbrogli. Il nostro voto moralmente e politicamente vale doppio, triplo.

Rivoluzione Civile non è altro che portare in parlamento i contenuti di sinistra, come in tutti gli altri paesi europei.

Superare il quorum ingiusto è necessario affinché il parlamento che proseguirà nella politica neoliberista e nel massacro sociale veda presente l’opposizione di sinistra capace di costruire una alternativa. E gli anni prossimi saranno più duri degli ultimi. I paesi del sud dell’Europa saranno massacrati e si imporrà una svolta epocale.

Rivoluzione Civile in parlamento può essere il primo passo della riunificazione della sinistra reale. Su un programma condiviso, senza discriminazioni, senza che nessuno debba rinunciare a nulla di se stesso, su basi democratiche funzionando col principio di una testa un voto.

Ogni voto a Rivoluzione Civile è utile a tutta la sinistra europea ed inviso a socialisti, popolari e liberali. È utile a ridare senso alla parola politica ed è inviso ai politicanti imbroglioni, soprattutto a quelli sedicenti progressisti e di sinistra, che sguazzano nell’ambiguità e mortificano i propri stessi elettori. È utile a rafforzare tutte le lotte.

È utile alla resistenza oggi e all’alternativa domani, contro questo sistema infame.

È utile a conservare e difendere la propria dignità.

 

ramon mantovani

Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (1)

Posted in articoli pubblicati sul blog with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 settembre, 2010 by ramon mantovani

Fin dalla sua nascita Rifondazione Comunista ha ricevuto, alternativamente, le accuse di essere settaria, estremista, identitaria, oppure, quando ha scelto di proporre percorsi unitari e/o produrre alleanze elettorali o di governo locali o nazionali, di essere traditrice dei propri principi, governista, integrata nel sistema separato della politica-spettacolo.

Questa due accuse sono state formulate da soggetti diversi e spesso entrambe, come se nulla fosse, dagli stessi soggetti e persone.

Torna, come un tormentone, man mano che si avvicina la prossima scadenza elettorale nazionale, anticipata o meno, la logica di uno scontro prima allusivo e velato e poi, speriamo di no, dirompente, che ci dovrebbe dividere fra settari e governisti. Fra stupidi incapaci di coniugare la propria identità con la politica delle “alleanze” e liquidatori di principi e valori per una convenienza particolare (si potrebbe dire perfino privata giacché sono in gioco i posti nelle istituzioni) del ceto politico dirigente.

La dialettica fra questi due poli del contendere ha una sua logica, una sua base oggettiva e strutturale. Si alimenta, cioè, non solo della volontà polemica degli estremisti dei due campi contrapposti, bensì della spinta oggettiva e potente della realtà sociale prodotta dalla ristrutturazione capitalistica, dalla “riforma” delle istituzioni sfociata nella “seconda repubblica”, dalla cultura egemone ispirata dal pensiero unico e dai mass media che la implementano a sviluppano incessantemente.

Come si può ben capire da queste mie parole penso che sia distruttiva dell’autonomia di classe e di pensiero di una forza comunista. Che è sempre il bene più prezioso ed indispensabile per elaborare analisi, strategie e tattiche volte a cambiare la realtà e non semplicemente a descriverla o ad adeguarsi ad essa nella speranza di ricavarne qualche vantaggio volatile.

Ma prima di arrivare al punto, e cioè alla forma in cui si manifesta oggi questa nefasta contrapposizione, vorrei insistere, per capirci bene, sulle cause che la riproducono continuamente.

E per farlo partirò da lontano e userò delle parole chiave, il cui significato e senso è stato stravolto dalla ristrutturazione capitalistica e spesso trasformato nell’esatto contrario. Senza chiarire cosa si intende per sinistra, alleanze, politica, sociale, governo, partito, sindacato, movimento, lotta, elezioni, istituzioni e così via il dialogo è fra sordi. Invece che produrre confronto e ricerca di sintesi e unità partorisce scontri, contrapposizioni e anatemi.

Così dicendo ho certamente dichiarato una intenzione certamente troppo ambiziosa. Tuttavia mi cimento con questa impresa chiedendo preventivamente scusa per schematismi e sommarietà del ragionamento.

Ragionamento che seguirà un filo temporale ripercorrendo due fasi intrecciate fra modello capitalistico-sociale e dinamiche politico-istituzioinali.

La prima, divisa in due parti, dall’avvento del centrosinistra nel 64, è quella del modello fordista keinesiano.

La seconda è quella neo liberista, divisa anch’essa in due parti dall’avvento della cosiddetta seconda repubblica.

Prima fase, parte prima.

Nel dopoguerra si sono date condizioni speciali, in Europa e in Italia, che sono state alla base di enormi trasformazioni e che hanno permesso alle forze comuniste ed anticapitaliste di avanzare e conquistare potere nella società e nelle istituzioni.

Da una parte l’esistenza del campo socialista e la necessità delle borghesie europee di concedere (ma è meglio dire cedere perché nulla è arrivato senza lotte anche sanguinose e durissime) parte del loro potere e dei loro profitti per evitare di essere travolte dall’avanzata della classe operaia e più in generale delle masse popolari. Dall’altra la fase fordista del capitalismo, fondato soprattutto sulla produzione di merci e beni materiali e sulla necessità di crescita dei mercati interni nazionali, ha consegnato al movimento operaio organizzato la forza contrattuale per far valere le proprie rivendicazioni nei luoghi della produzione e nello stato.

E’ su queste due basi che si fonda l’intervento dello stato in economia (una bestemmia per il pensiero liberale classico) e la capacità del movimento operaio di agire contemporaneamente sul versante della lotta in fabbrica e su quello della politica.

Ovviamente nulla è mai lineare ed univoco. Ma non si può negare in nessun modo che questa sia stata la tendenza di fondo dal 45 all’inizio degli anni 70. Altrettanto ovviamente in ogni paese dell’europa occidentale ci sono state condizioni diverse ed anche progetti diversi, sia di strutture economiche e produttive sia istituzionali e politiche. Ma, con l’eccezione della Spagna dove il fascismo ha partorito uno stato tanto debole ed estraneo all’economia, lasciata totalmente nelle mani dei padroni, quanto forte negli apparati repressivi, in tutti i paesi abbiamo avuto forti movimenti operai organizzati, forti partiti di sinistra, imprese pubbliche nei settori strategici, un welfare diffuso, forte e crescente.

Tralascio volutamente di parlare delle differenze tra l’esperienza italiana, fortemente condizionata dal partito comunista e dal sindacato di classe, ma anche più subalterna agli USA e al Vaticano, e le altre.

Va ricordato, però, che il keinesismo imperante in quell’epoca aveva limiti precisi, anche rispetto alla propria impostazione teorica. Un esempio valga per tutti: Keynes aveva teorizzato la necessità di mettere sotto controllo i cambi valutari, sia allo scopo di evitare le crisi prodotte dalle speculazioni sia a quello di creare maggior stabilità e multilateralità nel sistema mondiale. L’impostazione era quella secondo la quale finanza e commercio dovevano servire l’economia reale e non autonomizzarsi, per evitare e scongiurare l’intrinseca tendenza del capitale a separare i valori di scambio (moneta) con i valori d’uso (merci per il consumo). Non essendo possibile fondare la base del sistema valutario unicamente sull’oro, che sarebbe stato un ostacolo alla crescita, l’idea era quella di fondare, a Bretton Woods, un sistema basato su una moneta non statale (Bancor) e su un accordo multilaterale di tutte le nazioni del pianeta. Questa impostazione era certamente condivisa dall’URSS e sembrava trovare i favori anche dell’amministrazione Roosvelt negli USA, ma alla fine gli USA imposero il dollaro come moneta generale degli scambi, fissandone la parità con l’oro a 35 dollari per oncia, e soprattutto ottennero che il nuovo organismo internazionale (FMI) fosse fondato non sul principio di un voto per ogni stato membro (come all’ONU) bensì sulla base delle quote di dollari versate nelle casse del Fondo. E si assicurarono, unici al mondo, il potere di veto. Così, la stabilità che venne garantita dal FMI per lungo tempo, produsse una asimmetrica crescita. Dominata del potere dell’economia reale, politica e finanziaria degli USA. Che consolidarono il loro potere classicamente imperialistico e produssero una forma bastarda del keinesismo che negli USA dura tuttora, fondata sul militare. Quando nel 1971 cominciò la grande offensiva neoliberista gli USA poterono cancellare in una notte il sistema volto a garantire l’equilibrio negli scambi valutari e commerciali, dichiarando l’inconvertibilità del dollaro in oro.

Ma torniamo al modello fordista e a quello keinesiano di stato fortemente regolatore dell’economia capitalistica.

Nel corso di quasi tre decenni imperò un compromesso sociale ben preciso e definito. L’industria privata doveva sottostare alla programmazione economica dello stato, che del resto la finanziava e sosteneva sui mercati internazionali. E che in seguitò possederà in proprio imprese nei settori strategici come energia, trasporti e banche. La crescita dei salari diretti e di quelli indiretti (welfare) garantiva la crescita del mercato interno e, conseguentemente, lo sviluppo produttivo. Le Piccole e Medie Imprese (PIM) crescevano sia per effetto dello sviluppo generale sia grazie al sostegno indiretto dello stato attraverso la rete di infrastrutture e il credito garantito dalle banche locali e dello stato.

In questo contesto il movimento operaio poteva far valere le proprie rivendicazioni salariali. Poteva conquistare maggior potere nei luoghi produttivi giacché, grazie al sindacato a al partito di classe, faceva valere i propri interessi come interessi generali dicendo la propria, anche attraverso l’allora efficacissima arma del conflitto e dello sciopero, sugli indirizzi strategici della produzione e dell’organizzazione del lavoro. Poteva, grazie al sistema parlamentare su cui era fondata la democrazia politica nella repubblica, usare la propria rappresentanza per conquistare leggi e riforme coerenti con i propri interessi.

E’ chiaro che sto parlando del meglio del sistema. Non mancavano contraddizioni e problemi di ogni tipo. Ma corruzione, clientelismo, favoritismi, malversazioni, usi impropri del potere pubblico in economia e chi più ne ha più ne metta, per un lungo periodo non sono stati elementi sufficienti per cancellare il “circolo virtuoso” di cui sopra. Tralascio per brevità gli squilibri territoriali nord sud e soprattutto la politica attiva degli USA in Italia, nel contesto della ben esistente guerra fredda. Ma, ripeto, il “circolo virtuoso” reggeva. Ed ha prodotto, per dirla in soldoni, il paradigma secondo il quale la crescita era diseguale, squilibrata e classista, ma si traduceva in un avanzamento nelle condizioni di vita per tutti. La forbice fra ricchi e poveri si accorciava nei fatti. Ed ogni generazione aveva la certezza di vivere meglio della precedente. In tutti i sensi.

Ed ora cominciamo a “giocare” con certe parole che si usano oggi come allora ma che hanno completamente cambiato di significato. Il paragone fra i due significati, quello di allora e quello di oggi, lo farò alla fine dell’articolo. Ma chiunque potrà fare già subito, da se, un confronto con ciò che si sente dire ripetutamente oggi.

SINISTRA. A meno di parlare di sinistra liberale o liberaldemocratica, di sinistra cattolica ecc. (il termine sinistra è pur sempre un termine relativo e si può essere la sinistra di qualsiasi cosa) è fuor di dubbio che in quei decenni la parola SINISTRA indentificava il complesso di forze politiche e sociali che si proponevano il superamento del capitalismo e la costruzione di una società socialista. Che erano indiscutibilmente per una società fondata sul lavoro. Che erano ostili alla rendita fondiaria e finanziaria. Che consideravano il miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari come un obiettivo basilare e fondante qualsiasi tipo di proposta politica. Che erano per un nuovo ordine internazionale, contro la guerra fredda, a favore di tutti i movimenti di liberazione nazionale contro il colonialismo. Che consideravano i diritti sociali e di cittadinanza previsti dalla costituzione come architravi della democrazia politica, dichiarando una concezione della democrazia stessa ben al di la delle concezioni liberali o borghesi. Che pensavano e producevano istituzioni di democrazia diretta e dal basso come i consigli di fabbrica ecc. E si potrebbe continuare a lungo a descrivere gli elementi e i contenuti senza i quali era perfino inimmaginabile, allora, considerare di sinistra una organizzazione, un partito o anche una semplice persona.

C’erano differenze nel campo della sinistra? Si, molte. C’è un’ampia letteratura sulle differenze e sulle divisioni nella sinistra a quei tempi. L’area socialista, per esempio, fu scossa da numerose scissioni, ricomposizioni e nuove scissioni. Ed erano tutte motivate ideologicamente e/o dal grado di vicinanza allo schieramento dell’Italia con gli USA.

Ma il PCI e il PSI erano due partiti operai chiaramente anticapitalisti e, nonostante le differenze di impostazione ideologica e di tattica politica, avevano una fortissima unità d’azione e, soprattutto un insediamento sociale sostanzialmente comune. Nel sindacato (furono le correnti socialdemocratiche e riformiste già scisse dal PSI nel dopoguerra a rifondare la UIL dopo la scissione democristiana della CGIL). Nelle case del popolo e in mille organizzazioni sociali e culturali, a cominciare dall’ARCI. Nel movimento cooperativo. Nelle leghe dei braccianti e nel movimento contadino non cattolico. In diversi movimenti, da quello della pace a quello delle donne, da quello dell’occupazione delle terre a quello della solidarietà internazionale.

L’unità d’azione, dopo la sconfitta dell’unità elettorale del 48, fra PCI e PSI non era una banale forma di azione congiunta su obiettivi limitati. Era una strategia che nei fatti rappresentava l’unità della classe operaia. Va detto che non votò mai tutta e nemmeno maggioritariamente per la sinistra giacché era molto forte in diverse parti del paese il richiamo cattolico e la sudditanza nei confronti dei padroni nelle piccole e medie imprese. Ma senza dubbio la classe operaia delle grandi fabbriche, che lottavano e trascinavano con se il movimento operaio, era fortemente orientata in senso socialista e comunista.

E’ vero che esistevano forze dette di sinistra, a cominciare dal Partito socialista dei lavoratori italiani e dal Partito socialista unitario, che poi si fonderanno nel PSDI. Ma erano considerate, ed erano nei fatti, forze centriste alleate della DC e schierate con gli USA. Il loro insediamento sociale ed elettorale non aveva quasi nulla a che vedere con quello del PCI e del PSI.

La prova sta nel loro sostegno, non senza che gli facesse perdere qualche pezzo, alla Legge Truffa nel 53. Il PCI e il PSI fecero una durissima opposizione e seppero conquistare il sostegno di una parte minoritaria dei liberali e dei socialdemocratici, mentre loro si apparentarono con la DC per tentare di superare il 50 % dei voti, che gli avrebbe valso il 65 % dei seggi. Se la DC e i suoi alleati (tra gli altri il Partito sardo d’azione, il PLI, il PSDI, il PRI avessero superato il 50 % dei voti, invece che fermarsi al 49,8 %, la legge truffa non sarebbe poi stata abrogata e la storia italiana sarebbe cambiata.

E’ chiaro che la guerra fredda e il timore che la SINISTRA potesse prevalere spinsero la DC e gli USA a tentare di superare il sistema politico scaturito dalla vittoria contro il fascismo, dalla costituzione e dalla vittoria contro la monarchia nel referendum. Che l’obiettivo fosse superare la repubblica parlamentare con legge proporzionale per normalizzare e “occidentalizzare” l’Italia, mettendo in un angolo le forze anticapitaliste e il conflitto, fu ben capito dal PCI e dal PSI, che non rifecero l’errore del 48 di presentare una sola lista e che sollecitarono gli scissionisti socialdemocratici e liberali a presentarne di proprie. Anche se solo per un soffio la DC, i suoi alleati e gli USA furono sconfitti.

A dimostrazione che la SINISTRA ha sempre pensato che la forma dello stato e le leggi elettorali non sono indifferenti al fine di implementare o meno la democrazia e soprattutto al fine di cambiare la realtà socioeconomica del paese. E che essere di SINISTRA era inequivocabilmente essere proporzionalisti dal punto di vista elettorale. Non solo in Italia. Lo erano anche i socialisti francesi e i laburisti inglesi.

Insomma, almeno per un ventennio dopo la Liberazione, la SINISTRA era quella che abbiamo descritto fin qui. E certamente, al netto delle differenze e anche delle polemiche che erano soprattutto dovute al riflesso della guerra fredda e al giudizio sui fatti d’Ungheria, la concezione della SINISTRA del PCI di Togliatti non era certo una questione nominalistica. Era invece fortemente innervata di contenuti precisi, di lotte unitarie su obiettivi fondamentali condivisi e basata su un comune insediamento sociale.

Parliamo ora di tre altre parole: “PARTITO”, “POLITICA” e “SOCIALE”. E soprattutto della loro relazione.

Non credo si possa parlare del PARTITO NUOVO di Togliatti solo per la natura di massa (e non di quadri d’avanguardia). Quel partito costruiva in prima persona in ogni fabbrica, quartiere, città e paese le lotte ed ogni tipo di organizzazione sociale. La sua natura di massa non era data dal numero degli iscritti e basta. Era data dal fatto che gli iscritti e gli stessi dirigenti del partito erano parte attiva delle organizzazioni sindacali, sociali e culturali. Non sarebbe stato “di massa” se le sue strutture dirigenti a tutti i livelli si fossero solo dedicate ad elaborare analisi e linee politiche da trasmettere alla società, attraverso l’agitazione e la propaganda, e avessero pensato la POLITICA solo come l’azione nella sfera delle istituzioni e nelle relazioni con altri partiti. Non è il caso di scomodare, e del resto io non mi sento all’altezza per farlo seriamente, le nozioni di “nuovo principe”, di “società civile” e “società politica” in Gramsci. Ma credo di poter dire che il PARTITO era concepito come lo strumento della classe per modificare la realtà con l’azione pratica ed organizzata e per svolgere una funzione egemone nella società. Il partecipare alle elezioni e avere rappresentanti nelle istituzioni, come l’avere rapporti di unità o di scontro con altri partiti non era scindibile dalle due funzioni principali. La POLITICA non era concepita come astratta e separata dalla pratica sociale, né come banale linea di condotta nell’ambito istituzionale e di relazione fra forze politiche. Era il complesso di attività intellettuali e pratiche, di proposta e di lotta, che il partito era in grado di dispiegare. Organizzare uno sciopero, fondare una sezione della lega dei braccianti, costruire una casa del popolo o un comitato di genitori per intervenire sulla gestione di una scuola pubblica, una cooperativa di consumo o di lavoro, una manifestazione culturale o sportiva e così via non erano attività estranee alla discussione, all’attività e alla vita del partito. L’esistenza del sindacato, della Lega delle Cooperative o della Lega dei braccianti, dell’ARCI e così via non sollevava in nulla e per nulla il partito dal compito di fare e discutere e costruire tutte queste cose nella pratica quotidiana. Del resto i quadri migliori e gli stessi militanti di organizzazioni e lotte sociali, formalmente autonome dal partito, partecipavano agli organismi dirigenti del partito e alla formazione di tutte le decisioni, portando dentro il partito la ricchezza della loro pratica e della elaborazione delle loro organizzazioni e lotte. La realtà SOCIALE non era solo oggetto di analisi, ma era il terreno nel quale agire per modificarla continuamente. E l’azione per modificarla era POLITICA nel senso compiuto. Per questo, organizzativamente, oltre alla doppia militanza partitica e sociale, lo scambio di quadri politici fra ruoli di funzionariato nel partito e di funzionariato nel sindacato, nell’ARCI, nella Lega delle Cooperative, nelle associazioni di categoria di piccoli artigiani e commercianti e così via, era continuo.

E’ proprio infondata l’idea che circola oggi secondo la quale il partito comunista di massa di quei tempi dirigeva i movimenti e le organizzazioni sociali e culturali dall’alto.

L’autorevolezza del partito non derivava da una astratta “superiorità” della “politica” o dal semplice prestigio personale dei dirigenti, bensì proprio da una pratica e da una elaborazione costruita nel vivo delle lotte e nelle organizzazioni sociali e culturali. Senza le quali il partito non solo non sarebbe mai diventato di massa ma non sarebbe nemmeno mai stato un intellettuale collettivo.

Proprio per questa pratica SOCIALE e per la centralità che le lotte e le classi sociali avevano nella elaborazione del PCI il concetto di ALLEANZE aveva significati ben diversi da quelli odierni. Ho già detto che l’unità d’azione, ma possiamo ben dire ALLEANZA, fra il PCI e il PSI significava unità della classe operaia nella lotta e anche nelle prospettive politiche. Non alleanza fra due ceti politici, due partiti o due gruppi dirigenti di partiti per obiettivi propri e separati dalla realtà sociale. Tanto meno dal punto di vista semplicemente elettorale, come dimostra la scelta vincente di non fare una lista unica nel 53. Fu la DC a rompere l’unità sindacale della CGIL, e furono i socialisti di destra e i repubblicani a rompere l’unità sindacale dei lavoratori italiani, non il PCI. Che mai si sarebbe fatto guidare dall’idea SETTARIA che alla collocazione internazionale e politica interna dovesse corrispondere una divisione sindacale della classe. Perché il PCI era un partito della classe operaia e come tale aveva a cuore la costruzione della sua unità e di un sistema di ALLEANZE sociali e politiche, senza le quali la classe non avrebbe potuto in nessun modo lavorare alla formazione di un blocco sociale e storico capace di sconfiggere il capitale ed edificare una società socialista. Nel PCI e nel sindacato nell’immediato dopoguerra ci fu una discussione durissima sulla necessità o meno di considerare gli impiegati (che erano pochi e quasi sempre dalla parte dei padroni) ALLEATI o meno della classe operaia. La FIOM diventò per esito di questa discussione Federazione Impiegati e Operai Metalmeccanici. Per lasciare intatta la sigla esistente dall’inizio del secolo la parola Italiana venne sostituita da Impiegati, collocata però nel nome prima di Operai. Il PCI, è vero, fece della politica delle ALLEANZE un cardine della propria elaborazione. Ma erano ALLEANZE perché si facevano per obiettivi di classe e sociali fondamentali. Inoltre il PCI, come è noto, aveva teorizzato e realizzato l’ALLEANZA nella guerra con tutti i partiti antifascisti e anche con i monarchici di Badoglio, per cacciare i nazisti dal paese e per mettere fine alla dittatura fascista.

Ovviamente tornerò su questa ALLEANZA che va tanto di moda oggi nelle citazioni di chi la vorrebbe usare come esempio per cacciare Berlusconi.

Il PCI teorizzava un sistema di ALLEANZE intorno agli interessi e alla funzione generale della classe operaia. Con i contadini, con gli impiegati che nonostante fossero lavoratori subordinati erano e si sentivano “piccolo borghesi”, con i lavoratori artigiani autonomi, con i piccoli commercianti e anche con parti significative del mondo dei piccoli imprenditori. Ma tali ALLEANZE erano teorizzate e per quanto si poteva praticate contro i monopoli capitalistici, gli agrari e la rendita speculativa. Le ALLEANZE sociali avevano riflessi nei consensi elettorali diretti del PCI, che proprio in virtù della politica delle ALLEANZE sociali, pur essendo un partito operaio, prendeva voti anche da settori sociali non operai.

Tralascio qui la questione degli intellettuali e del loro ruolo nella formazione della coscienza e del consenso secondo le teorizzazioni gramsciane. Sono cosciente della importanza che ebbe questa questione sia sulla stesse concezioni di ALLEANZE ed EGEMONIA. Ma il discorso si farebbe troppo lungo e si perdonerà lo schematismo e l’incompletezza del ragionamento che deriva da questa omissione.

Nella sfera delle forze politiche e delle istituzioni al PCI era ben chiaro che parte degli ALLEATI potenziali della classe operaia votavano per partiti, a cominciare dalla DC, e che questo si rifletteva, anche se in modo mediato e spesso distorto, nella rappresentanza istituzionale dei loro interessi. Perciò il PCI nelle istituzioni non si limitava a testimoniare i propri principi e programmi in opposizione al governo, ma tentava continuamente di ALLEARSI, per conquistare obiettivi precisi o per difendere interessi sociali comuni, con altri partiti o con parti di essi. E ciò era possibile perché c’era una vera repubblica parlamentare. Perché nelle istituzioni contava la rappresentanza delle idee, dei progetti e dei programmi votati dai cittadini. Perché il governo, per quanto importante fosse, era pur sempre un esecutivo del parlamento e la dialettica nel parlamento non era imprigionata dalle sorti del governo. Così il PCI poteva ALLEARSI ai partiti borghesi ma laici per difendere la laicità dello stato. Poteva ALLEARSI con parti della DC vicine al mondo contadino o al mondo cooperativistico bianco. Non per far governi, o liste, o coalizioni elettorali, bensì per approvare leggi, riforme, che raccoglievano e istituzionalizzavano le richieste delle lotte e della società e che determinavano cambiamenti importanti positivi nella vita delle classi subalterne. Le mille mediazioni, intese e accordi funzionavano anche se alla fine PCI e PSI votavano contro una legge, perché le leggi si facevano in parlamento e non le dettava il governo. E per questo potevano contenere cose buone insieme a cose meno buone. Cose cattive ma temperate da emendamenti approvati trasversalmente.

Prima fase, parte seconda.

Negli anni 60 si corona con le nazionalizzazioni e diverse riforme (anche se alcune saranno realizzate pienamente negli anni 70 come quella sanitaria) in attuazione degli articoli più avanzati della costituzione, la fase keinesiana. Il movimento operaio avanza perché, come abbiamo già detto, la centralità della produzione nel sistema economico lo colloca al centro e nel cuore decisionale di tutta la società. Se tutto ruota intorno alla fabbrica è chiaro che chi ha il potere di bloccare la produzione ha anche il potere per ottenere migliori salari e il potere di esprimere in ogni fabbrica, e in generale, la propria visione e un proprio progetto alternativo di organizzazione e finalità stessa della produzione (il modello di sviluppo). Inoltre essendo il mercato interno il motore principale del circolo virtuoso più produzione – più salario – più consumo – più produzione … lo stato stabilisce un rapporto preciso con le imprese capitalistiche. Le sostiene per favorire e non interrompere il circolo virtuoso, sia direttamente sia indirettamente. Per esempio la nazionalizzazione dell’energia elettrica e del comparto del trasporto (ferrovie, autostrade ecc.) e delle comunicazioni, sacrificano molti interessi privati capitalistici, ma sono funzionali a controllare ed indirizzare con la mano pubblica lo sviluppo del paese, garantendo l’energia ad un prezzo politico e le infrastrutture indispensabili alle imprese private.

E’ chiaro che si potrebbe discutere a lungo, ed infatti il PCI lo fece nettamente, sul “modello” implementato. Gli squilibri territoriali e le “cattedrali nel deserto” al sud, il trasporto su gomma invece che per ferrovia e mare, quali comparti strategici e quale innovazione del prodotto, quale rapporto con la ricerca, quale rapporto con l’ambiente e così via. Come è chiaro che ogni avanzamento salariale e sociale fu il prodotto di lotte epiche, che però si conclusero con vittorie chiare e in alcuni casi solo parziali. Ma vittorie.

Anche il settore finanziario e bancario, fortemente regolato dallo stato, ruotava soprattutto intorno al centro produttivo. Le politiche monetarie, dentro gli accordi di Bretton Woods, avevano ristretti margini di manovra ma quelli che avevano erano indirizzati a sostenere in ogni paese fortemente industrializzato le proprie imprese nelle esportazioni. Ci fu, ma anche qui non posso dilungarmi, una alleanza competitiva al proprio interno ma solidale verso e contro altri paese fra USA e Germania e in parte Gran Bretagna. La qual cosa permetterà sempre, nella fase keniesiana e anche in quella neoliberista, alla Germania e soprattutto alla sua banca centrale di operare al limite e spesso al di fuori degli accordi internazionali. Gli USA dominavano sul mondo (tranne che su l’est socialista) e quindi anche sulla Germania, ma quest’ultima dominava in Europa. In particolare perché l’apparato produttivo tedesco era tale che il rapporto mercato interno – esportazioni era molto sbilanciato verso le esportazioni. Questa cosa sarà foriera di diverse contraddizioni e problemi nella costruzione europea degli anni 90.

Prima di parlare di fatti eminentemente politici, come la rottura dell’alleanza fra Pci e PSI e l’ingresso dei socialisti nel governo, è indispensabile approfondire, anche se sommariamente, un tema fondamentale.

Tutto il “circolo virtuoso” di cui abbiamo tanto parlato portava con se una contraddizione enorme.

Essendo caratterizzato da sempre più alti salari, da una crescente accumulazione nel capitale fisso e da una politica dei prezzi delle merci compatibile con l’espansione del consumo e per giunta controllata e indirizzata dalla politica, produceva una progressiva riduzione del tasso di profitto.

Questo “circolo virtuoso” dal punto di vista strettamente capitalistico diventava sempre più un “circolo vizioso”.

In altre parole la natura del capitalismo che non può che ricercare sempre il maggior tasso di profitto era incompatibile con la prosecuzione del “circolo virtuoso”. Il “circolo virtuoso” per continuare a svilupparsi avrebbe dovuto, per dirla semplicisticamente, mettere in discussione il valore di scambio delle merci in favore del valore d’uso, ottenere maggior equilibrio e armonia nei rapporti economici internazionali, aumentare ancora di più il controllo politico e la programmazione pubblica della produzione e del mercato. Cioè superare il capitalismo. E ciò non avrebbe potuto che avvenire per salti e nel mezzo di scontri durissimi con il sistema capitalistico e con i suoi rappresentanti politici.

In altre parole ancora, il “circolo virtuoso” era una parentesi, prodotta da determinate condizioni storico politiche, nel processo di accumulazione capitalistico e non, come in molti credevano e credono, una evoluzione “democratica” e sempre più armoniosa del capitalismo.

Se è vero tutto ciò, anche per sommi capi, non può essere ignorato o considerato ininfluente nella lettura dei fatti politici.

La divisione fra PCI e PSI e l’ingresso di quest’ultimo al governo con la DC, era dovuta proprio all’analisi del capitale e alle due idee contrapposte che ne derivavano. O accumulare forze e rovesciare il sistema attraverso “riforme di struttura” inverando la nozione di “democrazia progressiva” che il PCI aveva del sistema politico scaturito dalla costituente o governare il sistema, facendolo evolvere verso il capitalismo dal volto umano con l’implementazione sempre maggiore del “circolo virtuoso”.

Mi sbaglierò, ma le letture correnti, che comunque contengono sempre punti di verità, come l’esclusione aprioristica del PCI dal governo di centrosinistra dovuta esclusivamente alla guerra fredda o il semplice tradimento dei socialisti, non possono spiegare tutto.

Non possono spiegare, per esempio, le riforme che il centrosinistra e poi negli anni 70 diversi governi, compreso quello di “unità nazionale” fecero. Anche se erano contemporanei alla fine del keinesismo e perfino all’inizio del neoliberismo. Furono il frutto della forza del movimento operaio e della dialettica, che continuava ad essere interna alla SINISTRA anche se da collocazioni politiche diverse, fra PCI e PSI.

Ciò che ho detto più sopra, invece, spiega benissimo due cose.

Man mano che la contraddizione fra capitalismo reale e keinesismo si acuiva, nel movimento operaio cresceva la coscienza anticapitalistica. Il 68, altro tema sul quale non posso dilungarmi, specialmente in Italia non fu un fuoco di paglia, ma acquisì alla classe operaia nuovi ALLEATI, come una intera generazione di studenti che sentivano come necessario il superamento del sistema e non coltivavano illusioni riformistiche dello stesso. Il movimento operaio cominciò ad organizzarsi diversamente e più democraticamente (i consigli) vincendo ogni resistenza del PCI e della direzione della CGIL. Cominciò a porre rivendicazioni generali (valga per tutti l’esempio della riforma sanitaria) e a mettere in discussione il modo di produzione capitalistico. Sul rapporto vita – lavoro (salute in fabbrica e 150 ore per esempio) e con la forza che aveva impose perfino l’eguaglianza salariale tendenziale fra lavoro manuale ed intellettuale nella stipula dei contratti di lavoro. Una delle più grandi conquiste fu la scala mobile. Che era un’arma difensiva contro la prima grande contromossa capitalistica sul “circolo virtuoso” (l’aumento dei prezzi delle merci e l’inflazione) ma anche offensiva (salario come variabile indipendente dal profitto). Una vera bestemmia per i capitalisti, che infatti la subirono totalmente meditando vendetta.

Questa prima cosa dimostra quale fosse il grado di percezione diffusa della necessità concreta (e non solo astratta e teorica) del superamento del capitalismo.

La seconda riguarda il PCI e la sua discussione interna.

Mentre il PSI, andando al governo, subì una scissione non piccola a sinistra (il PSIUP, che riprese il nome dei socialisti subito dopo la Liberazione) che continuerà nella politica di ALLEANZA con PCI, in quest’ultimo si sviluppò una dura discussione. Amendola propose prima al dibattito il tema del partito unico della sinistra. E nell’11° congresso si scontrerà (nelle forme in cui si faceva allora) con Ingrao. Chiunque può attingere ad una vastissima letteratura in merito. Io mi limito a dire che la discussione, interessantissima, ebbe il grave limite di non concludersi in modo univoco dal punto di vista politico. Vinse cioè un “centro” che si orientò nella direzione del superamento del capitalismo come prospettiva ma che, anche questo detto con estreme semplificazioni, assegnò un ruolo predominante alla politica istituzionale e di relazioni fra le forze politiche sulle dinamiche sociali. La separazione fra le dinamiche politiche e quelle sociali e il primato della POLITICA, cioè il POLITICISMO,  fu declinata anche da sinistra. Soprattutto dalle tendenze operaiste dentro e fuori dal PCI e dallo stesso PSI. Analogamente si svilupparono, anche se con minor importanza teorie e pratiche ispirate alla primazia all’autonomia del SOCIALE.

Non sono incline, soprattutto con il senno del poi, a ignorare le condizioni internazionali ed interne italiane che spinsero il PCI a considerare immatura la possibilità di tentativi concreti di superamento del capitalismo e che lo indussero, anche in contraddizione con le proprie elaborazioni teoriche, a propendere più, nei fatti, verso la pratica del “governo del sistema”. E’ perfino inutile che mi diffonda sulle condizioni internazionali dell’epoca. L’invasione della Cecoslovacchia nel 68 da parte dell’URSS fu un colpo mortale per il PCI. Per quanto si fosse dissociato ne pagò un prezzo altissimo. Il dominio USA in Italia non avrebbe mai permesso che il paese si incamminasse sulla strada del superamento del capitalismo. E a nulla valsero le rassicurazioni sulla non uscita dalla NATO del PCI, perché il problema per gli USA non era certo solo geopolitico. Pesò poi, anche se molti se lo dimenticano, la svolta a destra della DC dei primi anni 70, la “strategia della tensione” e perfino i tentativi, per quanto improbabili, di colpo di stato. In Europa c’erano tre nazioni con regimi fascisti, Spagna Grecia e Portogallo. Tutte e tre fedelissime alleate degli USA. Sono tutte cose che si possono rintracciare tra le righe ed anche esplicitamente (come l’esperienza cilena) nei saggi di Berlinguer su Rinascita che inaugurarono la politica del compromesso storico.

Ma resta evidente che si aprì uno iato tra la domanda di cambiamento oggettivamente cresciuta nelle lotte e coerente con la soluzione delle contraddizioni prodotte dentro il “circolo virtuoso” in senso anticapitalistico, e la POLITICA del PCI. Non solo ma anche per questo il PCI, che in una prima fase dialogò seppur mantenendo chiare distanze, col movimento del 68 se ne separò nettamente in seguito. Non solo ma soprattutto per questo ci fu la nascita di quella che allora si chiamava “sinistra rivoluzionaria”, composta da diverse organizzazioni e anche dal gruppo del Manifesto, radiato dal PCI.

L’unità della “SINISTRA” e la politica delle “ALLEANZE” del PCI degli anni del centrosinistra e degli anni 70 sono ben diverse da quelle degli anni della fase precedente.

L’ultima parte della fase keinesiana in Italia è veramente molto complessa dal punto di vista strettamente politico. Nel PSI, ma ne riparleremo più diffusamente nella fase neoliberista, crebbero le tendenze più di destra non dentro ma dopo la esperienza organica del centrosinistra. E “L’UNITA’ DELLA SINISTRA” si coniugò con la collocazione alternante dentro-fuori del governo (anche nelle stesse legislature) del PSI. Non mancarono contenuti chiari unitari nel movimento di lotta ed anche obiettivi comuni in parlamento. Ma nessuno parlava più di ALLEANZA. Ed infatti non poteva esserci, giacché il PSI, pur conservando un forte insediamento operaio, scelse poi, come vedremo, di sposare gli interessi della nascente nuova borghesia della finanza e della speculazione. Nemica mortale della SINISTRA. Anche allora la domanda di UNITA’ era fortissima. Il PSI era un partito di governo ma era ancora un partito di sinistra che diceva, e spesso lo faceva, di lavorare al miglioramento delle condizioni di vita del proletariato e dei ceti popolari. Il PSI dialogava più volentieri con le forze alla sinistra del PCI, sia per dare fastidio al PCI sia per estrarne in senso riformista le rivendicazioni più compatibili con il sistema, che il PCI faceva fatica a metabolizzare ed inserire nel programma di alleanze e blocco sociale che aveva in mente. Valga per tutti l’esempio del divorzio, che passò in parlamento con i voti del PCI, PSI, PSDI, PRI e PLI. Ma che venne spinta da socialisti, radicali e sinistra estrema (che erano fuori dal parlamento) vincendo le ritrosie del PCI che temeva, sbagliandosi totalmente, che avrebbe potuto provocare gravi divisioni nella classe operaia e nel popolo fra cattolici e non cattolici e che palesò una grave arretratezza culturale circa il problema del patriarcato e del femminismo.

Nella DC c’era praticamente di tutto. C’era una destra reazionaria che coltivava anche disegni autoritari e che non aveva imbarazzi a strizzare l’occhio al MSI, c’era una sinistra convintamente keinesiana che non esitava a schierarsi apertamente con le rivendicazioni operaie e che influiva moltissimo su una CISL unita alla CGIL. E in mezzo c’era il centro, più orientato verso la sinistra interna ma pronto a qualsiasi svolta necessaria dal punto di vista internazionale e di difesa degli interessi del capitale.

La politica delle ALLEANZE del PCI cambiò. Diventò soprattutto la versione politico-parlamentare del “compromesso storico”. Fu innervata di scelte di contenuto che venivano dalla analisi del quadro politico-economico della crisi del keinesismo e dell’uscita da destra dallo stesso, e che perciò erano nettamente in contraddizione con le domande sociali della classe operaia e di tutti i suoi alleati.

Su questo è necessario soffermarsi.

Siamo a cavallo della fine del keinesismo, i cui istituti principali (come le grandi imprese pubbliche ecc) continueranno ad esistere a lungo, e l’inizio della fase neoliberista, che ha le sue premesse, come vedremo in seguito, embrionali nella fine di Bretton Woods, nella politica dei prezzi alti per le merci, nella ricerca del massimo profitto sui mercati internazionali invece che su quelli interni. Ma ci torneremo per forza.

Se ci sono condizioni economico sociali oggettive per “andare oltre” (come è di moda dire oggi) il capitalismo sviluppando fino alle sue estreme conseguenze il “circolo virtuoso” non è detto che ci siano quelle politiche. Il PCI pensa che non ci siano. A torto o a ragione. Pensa che il tentativo di “andare oltre” non si può fare con il 51 % dei voti. Pensa, ancora una volta a torto o a ragione, che seguire questa strada possa rivelarsi una avventura e che bisogna evitare assolutamente di spingere gli avversari ad una svolta reazionaria che porterebbe ad una sconfitta storica e che potrebbe produrre bagni di sangue. Se ci sono condizioni sociali e non ci sono condizioni politiche va da se che il lavoro principale da fare è costruire condizioni politiche. Ecco il “compromesso storico”. Ma intanto i rapporti di forza nella società non restano immutati in attesa delle “condizioni politiche”. Intanto finisce Bretton Wodds, gli alti prezzi producono inflazione, la lira deve essere svalutata per permettere alle imprese le esportazioni senza le quali prezzi i prezzi alti producono una riduzione del mercato interno e una classica crisi di sovraproduzione. La politica delle ALLEANZE del PCI si piega sempre più al moderatismo e al “senso di responsabilità” perché gli effetti del non superamento del capitalismo producendo una risposta normale per il capitale, e cioè la ricerca del massimo profitto fuggendo e possibilmente distruggendo le compatibilità imposte dal funzionamento del “circolo virtuoso”, producono nel campo avverso, quello della classe operaia, perdita di forza e arretramenti.

Credo che non ci sia nessun saggio che possa sintetizzare e descrivere quanto ho appena detto meglio dello slogan che fu allora adottato dal PCI e dalla CGIL. La “politica dei sacrifici” della classe operaia per “salvare il paese”. Il “senso di responsabilità” del PCI.

Per quante ragioni avesse il PCI di considerare avventuroso o impossibile il mantenere in vita il “circolo virtuoso” fino al superamento del capitalismo i sacrifici e il senso di responsabilità, indipendentemente dalle intenzioni, non salvarono il paese. Bensì il capitalismo e spianarono la strada alla sua vittoria completa e senza appelli negli anni 80 e 90.

Con ciò non voglio dire che il PCI tradì, che si vendette, o altre amenità di questo tipo.

Capita, nella storia, che si venga sconfitti per motivi oggettivi, che sfuggono alla propria responsabilità diretta e che non dipendono prevalentemente dai propri errori soggettivi.

Il PCI seguì quella strada. Resta da dimostrare che seguire l’altra avrebbe prodotto avanzamenti e vittorie e non avventure e catastrofi ancor più grandi di quelle che il movimento operaio ha subito. E molto depone a favore della linea di condotta cui si sentì obbligato il PCI. Senza dimenticare, però, di dire che la compattezza del PCI e l’autorevolezza del suo gruppo dirigente, come di quello della CGIL, non impedì che dei termini di UNITA’ DELLA SINISTRA, ALLEANZE, e perfino di PARTITO E COMUNISMO E SOCIALISMO dentro il PCI iniziarono ad esserci diverse versioni.

Per non parlare del concetto di CULTURA DI GOVERNO che si affermò allora intriso di “realismo”, di moderatismo e di politicismo e praticamente contrapposto all’idea della possibilità di trascendere i rapporti di forza dati. Come se lo spingere in avanti il “circolo virtuoso” non fosse collegato a provvedimenti di governo e quindi ad una CULTURA DI GOVERNO. Un’altra, però.

Soprattutto i “miglioristi” si incaricarono di interpretare la linea ufficiale del PCI declinando tutte queste parole in senso diverso, sempre invocando una continuità di impostazione politica che invece non c’era per niente. Perché essi, in realtà, già negli anni 70 sposarono la prospettiva socialdemocratica europea e socialista italiana di “governo del sistema”.

Comunque, per “assolvere” il PCI dagli “errori” che fece nella stretta che dovette fronteggiare per tutti gli anni 70, bisognerebbe indagare meglio i disastri prodotti dall’invasione della Cecoslovacchia (che nel mondo significò che l’unico modello di socialismo possibile era quello dell’URSS, autoritario al punto che c’era un ministro che decideva che musica si poteva ascoltare, totalmente imitativo del modello fordista anche nell’organizzazione del lavoro e fortemente vocato al militare), dalla assenza di un luogo di discussione e soprattutto coordinamento reale del movimento operaio e dei partiti antagonisti (le divisioni fra URSS e Cina e la concezione del partito stato e dello stato guida lo impedirono), dalla assenza di una politica comune europea delle forze antagoniste sociali e politiche (e qui però ci furono errori soggettivi del PCI sia sul mercato comune, che pur conteneva regole e politiche chiaramente da “circolo virtuoso” e sul serpente monetario europeo (SME)). Ma questo è un altro discorso.

In realtà ho scritto finora tutto questo solo per tentare di dimostrare che usare parole come SINISTRA, ALLEANZE, POLITICA, PARTITO ecc. decontestualizzandole e facendo finta che abbiano lo stesso significato indipendentemente dalle fasi economiche e dalle condizioni politiche, come si usa diffusamente fare oggi, è un gravissimo errore tossico e foriero solo di disastri.

Lo vedremo meglio ancora parlando della fase neoliberista.

Continua

ramon mantovani