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Elezioni catalane del 14 febbraio 2021

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 febbraio, 2021 by ramon mantovani

Il 14 febbraio si sono svolte, in condizioni eccezionali, le elezioni del parlamento catalano.

Prima di elencare i risultati, di proporre una sommaria analisi degli stessi e della nuova situazione politica, è necessaria una premessa.

Un dato spicca su tutti. Ha votato il 53% degli aventi diritto. Alle ultime elezioni del 21 dicembre 2017, convocate d’autorità dal governo del Partido Popular allorquando, dopo le ben note vicende del referendum unilaterale d’autodeterminazione, sciolse il Parlament e commissariò la Generalitat, votò il 79% degli aventi diritto.

L’aumento dell’astensione dal 21 al 46 per cento è un dato enorme ed ha ovviamente spiegazioni non univoche. Ma quella collegata alla pandemia è di gran lunga prevalente e non è meramente oggettiva. Anch’essa è intimamente collegata al conflitto politico tra la Generalitat catalana e lo stato spagnolo. Per questo merita di essere descritta e non ignorata come se fosse un fatto fisiologico.

A queste elezioni catalane si è arrivati in seguito alla ben nota destituzione del Presidente della Generalitat dell’autunno scorso, e la data è stata fissata il 14 febbraio 2021 lasciando trascorrere i tempi di legge nel corso dei quali il Parlament non ha eletto un nuovo presidente e formato un nuovo governo.

Quando a tutti è parso evidente che la nuova ondata dell’epidemia avrebbe posto seri problemi alla celebrazione delle elezioni, dopo discussioni e inevitabili polemiche, alla fine una riunione di tutti i gruppi parlamentari all’unanimità ha dato mandato al governo, in carica per l’ordinaria amministrazione, di spostare la data delle elezioni alla fine di maggio. Ma, sulla base di un ricorso presentato da un cittadino e da alcune forze politiche, che per altro non si erano nemmeno presentate alle elezioni, il tribunale investito della questione ha stabilito, il 29 gennaio (15 giorni prima del voto), che il governo privo di Presidente non era abilitato a spostare la data delle elezioni ed ha mantenuto d’autorità la data del 14 febbraio.

Detto con altre parole, utilizzando cavilli un tribunale spagnolo è passato sopra la volontà unanime del Parlament di posticipare la data elettorale a causa della pandemia ed ha obbligato l’elettorato ad andare alle urne in una data che tutti i partiti catalani avevano indicata come non sicura dal punto di vista sanitario.

Checché se ne dica questo è un fatto politico, che ha inciso fortemente sulla partecipazione al voto e che ha ingarbugliato ancora di più la già pessima relazione della Catalunya con lo stato spagnolo.

Una così bassa partecipazione inficia qualsiasi lettura dei risultati da tutti i punti di vista. Qualsiasi maggioranza si formi nel Parlament potrà essere considerata per lo meno “discutibile”, cosi come l’autorevolezza dello stesso parlamento, a causa dell’astensione non fisiologica.

Detto questo passiamo ai risultati. Che elencherò in percentuali e seggi, tralasciando i voti assoluti che non sono seriamente paragonabili a quelli delle elezioni precedenti. Infatti, nel 2017 votarono 4 milioni 392 mila elettori e il 14 febbraio di quest’anno hanno votato 2 milioni 874 mila elettori.

I risultati

Il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) è passato dal 13,86% al 23,04% e da 17 a 33 seggi.

Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) dal 21,38% al 21,30% e da 32 a 33 seggi.

Junts per Catalunya (JxCAT) dal 21,66% al 20,04% e da 34 a 32 seggi.

VOX che si è presentato per la prima volta ha ottenuto il 7,69% e 11 seggi.

La Candidatura d’Unitat Popular (CUP) dal 4,46% al 6,67% e da 4 a 9 seggi.

En Comù Podem (ECP) dal 7,46% al 6,87% ed ha mantenuto gli 8 seggi.

Ciutadans dal 25,35% al 5,57% e da 36 a 6 seggi.

Il Partido Popular dal 4,24% al 3,85% e da 4 a 3 seggi.

Il Partit Democrata Europeu Català (PEDeCAT) nelle precedenti con JxCAT ha ottenuto il 2,72% e nessun seggio.

Altre 14 liste hanno ottenuto tutte meno dello 0,50%.

Per interpretare politicamente i risultati li analizzeremo da tre punti di vista: indipendentisti, anti indipendentisti e sinistra.

Il movimento indipendentista

La somma dei partiti indipendentisti (ERC, JxCat, CUP e PEDeCAT) è 50,73%. I seggi sono 74 è cioè 6 in più della maggioranza assoluta di 68.

È il massimo storico sia in percentuale di voto sia in seggi. Per la prima volta è superata la soglia fatidica del 50% (con altre tre liste piccole il voto indipendentista è del 51,28). Ma non è questo il dato saliente giacché i voti assoluti sono stati circa 600mila in meno sia rispetto alle precedenti elezioni sia rispetto ai SI all’indipendenza nel referendum unilaterale del 1 ottobre 2017.

Le cose veramente significative sono: 1) ERC è diventato il primo partito indipendentista e può ambire ad esprimere il Presidente ed a dirigere il governo. 2) la CUP ha 9 seggi ed è indispensabile per formare la maggioranza di un governo indipendentista. 3) la destra indipendentista si è divisa in 4 liste e JxCAT oltre ad aver perso la guida di un eventuale governo è diventata una formazione troppo eterogenea al suo interno per poterne avere comunque l’egemonia.

In realtà il movimento popolare indipendentista negli ultimi tre anni ha subito una dura e ingiusta repressione e si è diviso. Da una parte ERC che ha prospettato la necessità di allargare la base sociale e le alleanze dell’indipendentismo, che ha permesso nel parlamento spagnolo (insieme ai partiti di estrema sinistra indipendentisti del Paese Basco e della Galicia) la formazione del governo PSOE-Unidas Podemos, che ha puntato sulla necessità di avviare un negoziato bilaterale per ottenere un referendum riconosciuto dallo stato spagnolo e che ha accentuato la propria identità di sinistra. Dall’altra JxCAT e la CUP, che sebbene agli antipodi sui temi sociali ed economici, hanno prospettato l’accentuazione dello scontro frontale con lo stato spagnolo e considerato il nuovo governo PSOE-Unidas Podemos come nemico.

JxCAT nel governo che presiedeva, ha dovuto accettare di promulgare leggi e provvedimenti di sinistra (sfratti e regolamentazione degli affitti, tasse sui ricchi e sulle eredità, sulle scuole private ecc. votati da ERC, dalla CUP e anche da En Comù Podem) che ne hanno minato l’unità interna e provocato la scissione del PEDeCAT. Mentre JxCAT ha dichiarato rotti i legami con la destra storica catalana e virato (a parole) a sinistra dichiarandosi di centro ma anche “socialdemocratico”, il PEDeCAT li ha rivendicati pienamente ed ha accusato JxCAT di essere egemonizzato dalla sinistra e di aver imboccato un vicolo cieco con la ricerca continua dello scontro frontale con lo stato spagnolo. JxCAT è dunque una formazione eterogenea composta da esponenti della destra storica catalana, alcuni dei quali manifestano sempre più una concezione identitaria ed escludente, da esponenti della sinistra moderata (ex socialisti ma non solo) convinti che non sia possibile nessun dialogo con lo stato spagnolo, e da indipendentisti intransigenti.

La CUP, pur mantenendo l’idea dello scontro frontale con lo stato spagnolo e la prospettiva di una rottura fondata esclusivamente sulla mobilitazione di piazza, per la prima volta ha deciso di non escludere a priori un proprio ingresso nel governo.

Va anche ricordato, perché è un fatto significativo, che la formazione indipendentista ma anche xenofoba e di estrema destra, Front Nacional de Catalunya, ha ottenuto lo 0,18% dei voti. A dimostrazione che nessun paragone del movimento indipendentista può essere fatto con la Lega italiana o con altre formazioni di estrema destra europee. Se pur esistono esponenti indipendentisti (in JxCAT e nella società civile) che mostrano concezioni identitarie va sempre ricordato che tutta la destra catalana ha sempre ufficialmente difeso un’idea includente di nazione e si è sempre scontrata con la destra spagnola sulla questione dell’immigrazione votando contro i CIE, disobbedendo alla legge spagnola che impediva di assistere sanitariamente gli immigrati irregolari, dichiarando più volte la disponibilità ad accogliere rifugiati e così via.

Gli anti indipendentisti, o unionisti, o costituzionalisti che dir si voglia.

Il PSC da anni ormai è un partito contrario al diritto all’autodeterminazione ed è monarchico. Se nel 2012 votava ancora nel Parlament la richiesta ufficiale al Congreso de los Diputados affinché si potesse svolgere un referendum in Catalunya oggi è totalmente contrario. Se prima era un partito che aveva come prospettiva una repubblica federale oggi non vuol mettere in discussione la monarchia e considera definitivo l’assetto delle comunità autonome.

Tutto ciò gli è costato parecchio. Almeno tre scissioni e la perdita di molti consensi elettorali. Come il PSOE, nei confronti del quale nel corso degli anni ha perso l’autonomia storica, propone un “dialogo” fra Spagna e Catalunya ma non un negoziato che abbia come oggetto l’autodeterminazione, giacché sostiene che il “dialogo” si può svolgere solo dentro il quadro costituzionale, segnatamente in osservanza delle parti della costituzione che furono imposte dai ministri di Franco e dagli intatti apparati militari e giudiziari fascisti durante la redazione della costituzione nel 1978.

Per questi motivi, sebbene non si possa certo considerarlo un partito della destra nazionalista spagnola storica, va annoverato fra i partiti unionisti.

Ed infatti è fra questi che ci sono stati evidenti e consistenti travasi di voto.

Basta esaminare i voti di Ciutadans. Partito ultraliberista nato in contrapposizione al governo di sinistra degli anni 2000 che aveva promosso un nuovo statuto di autonomia della Catalunya, la cui manomissione da parte del Tribunal Constitucional ha inaugurato poi l’ascesa irresistibile del movimento indipendentista.

Dal 2012 al 2015 fino al 2017, nelle tre elezioni catalane Ciutadans cresce fortemente alimentandosi di un voto anti indipendentista e sottraendo consensi al PP ed al PSC. Fino ad ottenere 36 deputati e a diventare il primo partito del parlamento.

Nelle ultime elezioni, atteso che gli indipendentisti sono aumentati e che la sinistra radicale di En Comù Podem ha confermato i suoi 8 seggi, si può ben dire che 27 dei 30 seggi persi da Ciutadans sono andati al PSC (16), a VOX (11). E che il voto di opinione di Ciutadans ha ingrossato le fila dell’astensione più di altri.

Certo ci saranno flussi più complessi, di travasi di voto più indiretti, ma il grosso è spiegabile facilmente. Del resto il PSC ha fatto una campagna esplicitamente e duramente anti indipendentista, erigendosi a garante di un eventuale governo senza indipendentisti e VOX oltre ai tradizionali argomenti xenofobi ha rivendicato la repressione ed ha proposto direttamente la liquidazione di ogni autonomia della Catalunya.

Vedremo alla fine dell’articolo le maggioranze di governo possibili sulla carta. Ma intanto per quanto attiene ai partiti contrari al diritto all’autodeterminazione la loro somma è del 40,15% dei voti e di 53 seggi (15 in meno della maggioranza assoluta).

La sinistra.

ERC è una formazione che possiamo definire di sinistra moderata. Moderata nel senso che è keynesiana programmaticamente ma disponibile ad accordi e compromessi sia con forze alla sua sinistra sia con forze liberiste. L’essere il primo partito alla pari (in seggi ma, anche se di poco, inferiore in voti) con il PSC non è una posizione comoda. Ma ha vinto la battaglia per poter guidare il movimento indipendentista, e un eventuale governo, nei confronti di JxCAT. Inoltre è diventato interlocutore necessario (con gli indipendentisti baschi di Bildu con i quali ha stretto un patto di ferro) per la stabilità del governo del PSOE-Unidas Podemos.

En Comù Podem sulle questioni economico sociali ha posizioni nettamente di sinistra, e per questo ha partecipato attivamente, pur essendo all’opposizione, alla redazione ed approvazione di diversi provvedimenti, ed anche della ultima legge di bilancio del governo catalano di JxCAT e ERC. Sulla questione nazionale catalana difende il diritto all’autodeterminazione ma critica la via unilaterale seguita negli ultimi anni dal movimento indipendentista. Ovviamente è repubblicana e al suo interno convivono prevalenti posizioni che propugnano una repubblica federale spagnola con posizioni minoritarie indipendentiste. È chiaramente schierata contro la repressione, chiede la liberazione dei detenuti politici e il ritorno degli esiliati come premessa necessaria per la realizzazione di un negoziato politico. Negli ultimi tre anni ha vissuto divisioni ed ha perso importanti dirigenti e una parte della storica formazione Esquerra Unida i Alternativa. Anche per questo considera un successo aver mantenuto i suoi 8 seggi, al contrario di quanto previsto da quasi tutti i sondaggi pre elettorali.

La CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista che ha condizionato fortemente i governi catalani dall’opposizione e che ha per la prima volta annunciato, non senza qualche polemica interna, di essere disponibile a discutere di un proprio ingresso al governo, ovviamente condizionato dalla discussione programmatica. Sostiene la via della mobilitazione popolare e della disobbedienza civile come l’unica via possibile per ottenere il diritto all’autodeterminazione. Il passaggio da 4 a 9 seggi ne ha aumentato il peso ed ha spostato nettamente a sinistra il baricentro del movimento indipendentista.

Le maggioranze, possibili e impossibili.

Mentre scrivo sono già cominciate le manovre per la formazione della maggioranza di governo.

È necessario ricordare che sia in Catalunya sia in Spagna si può governare in minoranza. Basta ottenere un voto di maggioranza sul Presidente del governo, che una volta eletto può formare un governo di minoranza che cerca sui singoli provvedimenti, compresi quelli più importanti, il sostegno trasversale dei gruppi parlamentari.

Tralasciamo pure quanto proposto circa le alleanze di governo in campagna elettorale da tutti i partiti. Nessuna delle proposte è realizzabile dati i veti incrociati e dati i risultati elettorali.

Le proposte in campo sono le seguenti:

il PSC cha ha già annunciato di avviare le consultazioni per formare la maggioranza, in realtà non potrà guidare nessun governo. Nessun partito indipendentista lo sosterrà con voto favorevole o astensione.

ERC propone un governo di coalizione su due discriminanti: diritto all’autodeterminazione e amnistia. E cioè un governo con JxCAT, CUP e En Comù Podem. Avrebbe una maggioranza solida di 82 seggi. Ma né JxCAT né la CUP vogliono far entrare al governo En Comù Podem, giacché pensano che l’indipendentismo e la via unilaterale siano discriminanti, e dal canto suo En Comù Podem non accetta di stare al governo con la destra di JxCAT.

En Comù Podem propone un governo di sinistra con PSC ed ERC. Avrebbe 74 seggi di maggioranza ma i veti incrociati di PSC ed ERC non sembrano e non sono superabili.

JxCAT propone un governo indipendentista con ERC e CUP. Anche questa maggioranza avrebbe 74 seggi. Ma non è di così facile realizzazione. Lo scontro fra ERC e JxCAT dentro il governo e nel parlamento nell’ultima legislatura è stato durissimo e le relazioni sono pessime. Inoltre JxCAT avrebbe seri problemi di coesione interna con un programma fortemente condizionato dalla CUP, ed ERC anche presiedendo il governo avrebbe problemi ad imporre a JxCAT e alla CUP la via del negoziato con la Spagna, soprattutto in presenza della continuazione della repressione. Questa formula di governo resta comunque la più probabile visto che, per quanto litigiosi e diversi siano i partiti indipendentisti, un fallimento porterebbe a nuove elezioni e sarebbe per tutti e tre i partiti un suicidio politico.

La Catalunya e la Spagna.

Le ultime elezioni catalane hanno e avranno importanti ripercussioni sulla vita politica spagnola e segnatamente sul governo di coalizione fra PSOE e Unidas Podemos.

Il movimento indipendentista e gli avvenimenti degli ultimi anni hanno messo a nudo una crisi profonda dello stato spagnolo. La mancata conclusione della transizione con una repubblica federale, ratificata da referendum di autodeterminazione dei popoli di Catalunya, Euskal Herria, e Galicia, come volevano tutti i democratici al momento della redazione della costituzione, a cominciare dal PSOE e dal PCE, ha prodotto un’involuzione dello stato e dei suoi apparati giudiziari e di polizia, che di fatto hanno assunto un ruolo nettamente politico e reazionario. Con la crisi economica del decennio passato il paese è stato attraversato da enormi conflitti sociali e il sistema bipartitista PSOE e PP è andato in crisi. Il movimento indipendentista delle tre nazioni non riconosciute è divenuto potente e si è consolidato come un dato permanente. La monarchia è totalmente screditata sia per enormi scandali di corruzione sia per aver perso ogni parvenza di neutralità quando il Re ha sostenuto e in sostanza rivendicato una repressione poliziesca e giudiziaria al di fuori di qualsiasi principio dello stato di diritto. È comparso con forza un partito di estrema destra che egemonizza, con la sua visione sciovinista della Spagna, sia il PP che Ciudadanos.

A tutto ciò non può sottrarsi, per quanti equilibrismi faccia, il PSOE. Del resto i poteri economici e i loro mass media attaccano continuamente il governo. I vertici giudiziari, scaduti da più di due anni, restano in carica con la complicità del PP che si rifiuta di nominare i nuovi con la maggioranza qualificata, e continuano a nominare (per molte responsabilità a vita) giudici reazionari e ad avallare veri e propri attacchi al governo.

Unidas Podemos si è schierato con estrema chiarezza, non senza diverse esitazioni, per un vero negoziato con la Catalunya e per la liberazione dei detenuti politici e la fine della repressione, ed ha cominciato ad affrontare i nodi gordiani del programma di governo che il PSOE non vuole applicare: pensioni, mercato del lavoro, regolamentazione degli affitti e così via.

In ultima analisi la questione catalana sarà decisiva anche per la vita del governo spagnolo, che nel suo insieme dovrà scegliere se incamminarsi sulla via di una democrazia progressiva o morire dalla parte sbagliata della barricata.

ramon mantovani

pubblicato sul sito www.rifondazione.it il 16 febbraio 2021

 

 

 

 

Dopo le ennesime elezioni in Spagna avremo un governo di sinistra?

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre, 2019 by ramon mantovani

In Spagna si è votato 4 volte, negli ultimi 4 anni, per le elezioni politiche generali. 6 volte se contiamo anche le elezioni europee e il turno delle elezioni regionali e comunali.

In questo tempo sono successe molte cose che non possiamo elencare e commentare esaustivamente in questo articolo. Ma possiamo dire che la situazione è di estrema incertezza ed instabilità. Con altre parole possiamo dire che la Spagna è precipitata in una profonda crisi democratica. La crisi del bipartitismo PSOE PP è un dato certo ma il suo sbocco, lungi dall’essere definito e concluso, è e sarà oggetto di una lotta aspra. Alla vigilia di una crisi economica annunciata sono in gioco due cose fondamentali intrecciate fra loro: la politica economica e sociale del paese e la stessa concezione dello stato e del sistema politico.

Questo è il contesto nel quale leggere i risultati del 10 novembre. Leggerli, solamente o prevalentemente, come successi e sconfitte dei singoli partiti o peggio ancora dei loro leader, sarebbe superficiale e fuorviante. Leggerli alla luce delle tattiche e delle tecniche di marketing, ormai imperanti nelle campagne elettorali e nei posizionamenti politici dei partiti, impedirebbe di comprendere i problemi di fondo della crisi.

Fatta questa premessa passiamo ai risultati.

La partecipazione è scesa, dalle precedenti elezioni del 28 aprile 2019, di due milioni di voti. Da 26 milioni 300mila voti a 24 milioni 300mila voti. Dal 75,75% al 69,87%.

PSOE

Ha ottenuto 6 milioni 750mila voti (28,0% e 120 seggi) contro i 7 milioni 500mila voti (28,8% e 123 seggi) delle precedenti.

PP

5 milioni di voti (20,82% e 88 seggi) contro 4 milioni 350mila voti (16,7 e 66 seggi).

VOX

3 milioni 650mila voti (15,09% e 53 seggi) contro 2 milioni 670mila voti (10,26% e 24 seggi).

Unidas Podemos

3 milioni 100mila voti (12,84% e 35 seggi) contro 3 milioni 700mila voti (14,31% e 42 seggi).

Ciudadanos

1 milione 600mila voti (6,79% e 10 seggi) contro

4 milioni 400mila voti (15,86% e 57 seggi).

Vi sono poi altri 11 partiti che si sono presentati solo in una parte delle circoscrizioni e che hanno ottenuto rappresentanza parlamentare. Per brevità citiamo solo i più significativi politicamente.

MAS PAIS

Scissione di Podemos, si è presentato per la prima volta e solo in 18 circoscrizioni su 52. 550mila voti (2,3% e 3 seggi).

I tre partiti indipendentisti catalani (che ovviamente si sono presentati solo nelle 4 circoscrizioni catalane) sommati ottengono 1 milione 630 mila voti (6,81% e 23 seggi) contro 1 milione 630mila voti (6,23 e 22 seggi). Nel dettaglio in Catalunya: ERC (sinistra) 22,56% e 13 seggi; JxCAT (destra) 13,68% e 8 seggi, CUP (estrema sinistra) 6,35% e 2 seggi).

I due partiti baschi: PNV (centro) 380mila voti (1,57% e 7 seggi) contro 390mila voti e (1,51% e 6 seggi); EH BILDU (estrema sinistra) 280mila voti (1,15% e 5 seggi) contro 260mila voti e 4 seggi).

Nel dettaglio del Paese Basco il PNV ha ottenuto il 32,07% e HB BILDU il 18,70% e 4 seggi. HB BILDU si è presentato anche nella Comunità della Navarra ed ha ottenuto il 16,96% e 1 seggio.

Ed ora passiamo all’analisi dei risultati.

Il bipartitismo, prodotto di un sistema elettorale senza collegio unico nazionale e profondamente radicato nell’idea stessa di “politica” della stragrande maggioranza della popolazione, è entrato in crisi ma non è morto. Non lo è perché i due partiti maggiori PSOE e PP, seppur passati dall’80% dei consensi al 50%, grazie al sistema istituzionale che permette governi di minoranza, hanno fino ad oggi governato con esecutivi monocolore. Ed anche perché, come si è visto nelle ultime due tornate elettorali, i due partiti che precedentemente sembravano poterli superare o comunque eguagliare in peso elettorale e politico, sono stati o ridimensionati (Unidas Podemos) o quasi eliminati dalla scena (Ciudadanos). In particolare Podemos e Izquierda Unida, che si presentarono divisi nel 2015 a causa del rifiuto categorico di Podemos di dar vita ad una lista unica, e che ottennero due punti percentuali e 600mila voti più del PSOE, ora hanno il 12,84% (16 punti percentuali e 1milione e 600mila voti in meno del PSOE). E Ciudadanos che solo nell’aprile di quest’anno aveva un punto percentuale e 200mila voti in meno del PP oggi è crollato al 6,69% (14 punti percentuali e 3 milioni e 400mila voti in meno del PP). Di VOX parleremo più avanti perché non si può dire che possa svolgere la stessa funzione di Ciudadanos.

Ma se il bipolarismo non è morto non si può dire che sia in buona salute o che sia uscito dalla crisi. Perché la tornata elettorale di aprile ha dimostrato che governi monocolore non sono più possibili, a meno che uno dei due partiti maggiori, come ha fatto il PSOE nel 2016, non si astenga per permettere il governo in minoranza dell’altro. O a meno che si formi un governo di grande coalizione, la qual cosa segnerebbe comunque la fine del bipolarismo.

La questione del governo è, quindi, più importante del fatto in sé perché potrebbe segnare, in caso di governo di coalizione fra PSOE e UP, una svolta storica nel sistema politico spagnolo.

L’annuncio di un “preaccordo” per un governo di coalizione è un fatto importante ma è ancora lungi dall’essere un fatto scontato. Ne parleremo più avanti in questo articolo.

Ora ci occupiamo delle due grandi questioni che hanno influito nelle elezioni degli ultimi anni e segnatamente in queste del 10 novembre.

Le questioni economiche e sociali.

La Spagna ha conosciuto, più di qualsiasi altro paese europeo analogo per grandezza demografica ed economica, grandi lotte sociali organizzate e permanenti nel tempo. La crisi economica affrontata dai governi prima del PSOE di Zapatero e poi del PP di Rajoy con tagli selvaggi alla spesa pubblica, con due riforme del mercato del lavoro una più precarizzante dell’altra, con indici di disoccupazione e impoverimento della popolazione enormi, ha visto succedersi lotte e movimenti di protesta di grandi dimensioni. Lo stesso movimento degli “indignados” lungi dall’essere stato una fiammata episodica ha sedimentato organizzazioni di lotta che hanno continuato ad agire fino ai giorni nostri. Sono nate le “maree” dei lavoratori della sanità, della scuola e università, dei minatori, dei lavoratori pubblici, dei settori industriali più colpiti, insieme ad una crescita di auto organizzazione della popolazione nel movimento contro gli sfratti (che ne ha impediti più di 100mila), nelle lotte femministe, in quelle ambientali, in quelle del mondo artistico contro la tassazione esorbitante delle produzioni culturali, in quelle delle associazioni di abitanti contro le speculazioni immobiliari e contro la “gentrificazione” delle città turistiche, e potremmo continuare. Da tutto ciò, e non da qualche leader magico o da qualche formula neopopulista, è scaturita la crisi del bipartitismo spagnolo. Ma, come il bipartitismo non è morto nemmeno la crisi è finita. Anzi, alla vigilia di una nuova crisi, la partita contro le politiche neoliberiste resta la partita principale. E questa partita si può vincere solo nella combinazione della continuazione delle lotte sociali e i risultati che si possono ottenere con la rappresentanza politica. Se queste due cose si separano, se appaiono i famosi due tempi, se le lotte si fanno disperate e le rappresentanze politiche si limitano, per colpa di un sistema istituzionale che non permette di incidere realmente, ad essere coerenti a parole ma impotenti nei fatti o, peggio, a subordinare gli obiettivi di lotta alle compatibilità del sistema, la sconfitta è certa. E comincia ad apparire una deriva, questa si veramente populista e di destra estrema, che fomenta la lotta fra poveri e che denigra e attacca la pur difettosa “democrazia” per sostituirla con un sistema violentemente classista ed autoritario.

Se in Italia abbiamo visto dispiegarsi pienamente tutto ciò in Spagna, grazie e solo grazie alle lotte di cui sopra, è ancora agli albori. Ma VOX incombe.

I risultati elettorali di VOX sono preoccupanti, non tanto e non solo per la loro dimensione, quanto per due ulteriori motivi.

Il primo è che in realtà VOX raccoglie un voto reazionario e sciovinista, nostalgico del franchismo, profondamente ostile ad ogni diritto delle donne e delle persone omosessuali, che è sempre esistito, ma dentro il PP, che del resto è stato fondato a suo tempo da altissimi dirigenti della dittatura franchista a cominciare da ministri dei governi di Franco. Questa parte della Spagna, che sembrava dovesse scomparire con il tempo per motivi anagrafici, si è risvegliata, più grande e più giovane di quello che molti pensavano, e pretende di tornare a contare.

Il secondo è che VOX, come è accaduto in molti altri paesi europei e non, con un abile trasformismo non si presenta come fascismo tradizionale e, nel tempo della crisi, con la demagogia più efficace egemonizza tutta la destra politica tradizionale ed anche parte dell’elettorato del PSOE.

Unidas Podemos ha giustamente detto, criticando il PSOE che gridava contro il “pericolo dell’estrema destra” proponendo un cordone sanitario, che l’unico cordone sanitario efficace è costituito da politiche sociali redistributive e dalla difesa degli interessi dei lavoratori.

Insomma, come si vede le questioni economico sociali sono davvero decisive, sia per comprendere i risultati elettorali, sia per le prospettive politiche e sia per combattere la destra estrema.

Ma in Spagna è venuto al pettine un nodo storico irrisolto.

La questione catalana

La concezione dello stato spagnolo, monarchico e fondato sul nazionalismo sciovinista spagnolo, imposta nella cosiddetta transizione dai franchisti che scrissero la costituzione insieme agli antifranchisti tornati dall’esilio, poteva evolvere negli anni, con le dovute riforme e referendum, in una concezione repubblicana e in una federazione di nazioni diverse storicamente, culturalmente e linguisticamente. Così, del resto, volevano tutti i partiti democratici che accettarono un compromesso con i fascisti che controllavano totalmente esercito, giudici e polizia.

Purtroppo, la transizione invece che punto di partenza è stata, per principale responsabilità del PSOE che ha governato molto più a lungo del PP, trasformata in punto di arrivo. E, quando Paese Basco prima e Catalunya poi hanno tentato di andare oltre la concezione borbonica e franchista dello stato spagnolo affinché fossero riconosciute le nazioni basca e catalana, la risposta è stata negativa nel caso del PSOE e involutiva nel caso del PP.

Il movimento indipendentista catalano di massa nasce come risposta a ripetuti attacchi all’autogoverno catalano, che non rievocheremo qui per brevità. Senza questi attacchi da parte del governo spagnolo gli indipendentisti (storicamente solo di sinistra) sarebbero rimasti al massimo al 14% dei voti. Ma l’involuzione centralista e lo sciovinismo nazionalista spagnolo, con tanto di attacchi alla lingua catalana, lo hanno fatto crescere fino al 50%. Ed hanno fatto crescere fino al 70% – 80% il numero di catalani che in tutte le inchieste demoscopiche dicono di considerare la Catalunya come una nazione e che bisogna celebrare un referendum di autodeterminazione.

Negli ultimi 9 anni tutti i numerosi tentativi di ottenere un referendum legale e accordato con il governo centrale hanno trovato un diniego secco e nessuna controproposta che non fosse un minaccioso richiamo al rispetto della costituzione e della legge.

Si può dire quel che si vuole della strada unilaterale imboccata dal governo indipendentista catalano nel 2107. Non ne parleremo qui. Ma è fuor di dubbio che è stata la prima vera spallata al regime, ancora oggi intriso di franchismo, della cosiddetta transizione.  

Per questo negli ultimi anni la questione catalana è stata centrale nella politica spagnola. Ed è importante anche perché i partiti indipendentisti catalani e baschi, nel parlamento scaturito dalle elezioni del 10 novembre, saranno decisivi per la formazione del governo.

A dimostrazione che la Spagna è per davvero uno stato plurinazionale basta vedere i risultati elettorali, che oramai sono inequivocabili.

Per esempio possiamo vedere i risultati di VOX, che ha usato la questione catalana come cavallo di battaglia in campagna elettorale, arrivando a proporre ufficialmente l’immediata incarcerazione dell’attuale governo catalano, lo stato di emergenza nazionale e l’intervento dell’esercito.

Se è vero, come dicono VOX, PP e Ciudadanos, che la metà della popolazione in Catalunya è perseguitata e discriminata, che gli indipendentisti sono totalitari, che nelle scuole si indottrinano i bambini, che è pregiudicata la convivenza civile (questo lo dice anche il PSOE), che c’è il terrorismo e così via delirando, questi partiti dovrebbero avere almeno i voti dei perseguitati in Catalunya.

Analizziamo brevemente i dati comparando le più grandi regioni e città.

Vediamo i voti di VOX: in tutto lo stato ottiene il 15%, in Catalunya prende il 6,3% e nel Paese Basco il 2,43%. Nella regione di Madrid il 18,35%, in Andalucia il 20,39%. Nella città di Barcellona il 5,32%, nella città di Madrid il 16,03%, nella città di Siviglia il 17,47%.

I tre partiti della destra in Catalunya prendono 2 deputati ciascuno. 6 su 48. Nel paese basco zero su 20. Nella regione di Madrid 20 su 37. In Andalucia 30 su 61.

Il PSOE nel paese basco e il PSC in Catalunya ottengono, con una lieve perdita in entrambi i casi, gli stessi voti e seggi del 2011.

Ma se è vero, come dice il PSOE e purtroppo anche esponenti di Unidas Podemos, che il movimento indipendentista catalano è egemonizzato dalla destra come mai i risultati dicono cose diverse?

Consideriamo tutto il periodo nel quale nasce e cresce il movimento indipendentista.

Nel 2011 la destra catalana (allora CiU) era il primo partito con il 29,35% dei voti e 16 seggi su 47. Il PSC il 26,66% e 14 seggi. ERC (partito indipendentista di sinistra spesso alleato di governo del PSC) il 7,07 e 3 seggi. Nel 2019 la destra catalana indipendentista (JxCAT) ha il 13,68% e 8 seggi su 48, ERC il 22,56 e 13 seggi, la CUP (estrema sinistra indipendentista) il 6,35 e 2 seggi.

I dati parlano da soli.

E’ poi abbastanza difficile sostenere la tesi secondo la quale l’indipendentismo catalano sarebbe paragonabile a movimenti xenofobi ed egoisti di altri paesi europei quando tutti i partiti indipendentisti (compresa la destra) difendono lo ius soli, si sono opposti ai CIE, hanno disobbedito al governo centrale garantendo l’assistenza sanitaria catalana agli immigrati irregolari, hanno manifestato in piazza per accogliere rifugiati. Difficile dire che siano egemonizzati dalla destra identitaria quando nelle grandi manifestazioni canti e slogan più eseguiti sono quelli dei cantautori anarchici e comunisti, o quelli antifascisti della guerra civile, o perfino “bella ciao” cantata in italiano.

Insomma, la questione catalana è importante perché attiene alla concezione dello stato, e quindi della democrazia. E credo non sia possibile pensare ad un governo “progressista” che non si proponga di superare il vero nazionalismo escludente ed egemone che è quello spagnolo. Almeno dismettendo la via repressiva ed avviando un dialogo e poi un negoziato con il governo catalano.

L’accordo per il governo fra PSOE e Unidas Podemos

C’è un preaccordo siglato in persona da Pablo Iglesias e da Pedro Sanchez. Prevede un governo di coalizione sulla base di un programma di legislatura di cui sono state fissate le linee generali e che sarà elaborato dettagliatamente prima della seduta del parlamento che eleggerà il Presidente del Governo.

Il primo scritto firmato e diffuso è molto generico e come è d’abitudine aperto a diverse interpretazioni sia sulle questioni economiche e sociali, sia sulla questione catalana.

Per il PSOE non sarà facile scostarsi di troppo dalle posizioni espresse in campagna elettorale, molto influenzate dall’intento, senza successo, di raccogliere voti alla propria destra e da quello più volte esplicitato di rassicurare i poteri forti e la Commissione Europea. Per Unidas Podemos non sarà facile imporre contenuti realmente avanzati e soprattutto ottenere un peso sufficiente nell’esecutivo a garanzia della loro implementazione.

C’è tempo prima che il preaccordo si trasformi in un programma dettagliato e che si componga il governo.

I poteri forti non staranno con le mani in mano e lavoreranno indefessamente o per farlo saltare o per ottenere che non sia loro ostile.

Inoltre PSOE e Unidas Podemos non hanno la maggioranza sufficiente in parlamento e dovranno cercare fra i partiti regionali ed anche fra i partiti indipendentisti i voti favorevoli e le astensioni necessarie.

Ma intanto, almeno per il momento, ciò che era sembrato impossibile ora è perfino probabile.

Vedremo come andrà, anche perché potrebbe essere una inversione di tendenza in Europa.

ramon mantovani

Pubblicato il 13 novembre 2019 sui siti di Transform Italia e Rifondazione Comunista