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La sola sinistra unibile è quella che ha scelto di stare fuori dal “recinto”

Posted in articoli pubblicati sulla carta stampata ed altri siti with tags , , , , , , , , , , , on 22 ottobre, 2011 by ramon mantovani

Bisogna ringraziare Liberazione per il Forum del 9 ottobre con Greco, Landini, Bertinotti e Ferrero. E per aver ospitato il dibattito che ne è scaturito. C’è bisogno di discutere seriamente invece che di “mosse”, slogan e sondaggi. Io penso che la fase attuale si caratterizzi per due aspetti preminenti. Il primo è che c’è una dittatura del mercato e del capitale finanziario, che ha costruito un “recinto” nel campo della politica tale che chi vi si oppone è reso impotente, espulso dalle istituzioni od omologato nei fatti ogni volta che si misura con la funzione di governo. Bertinotti descrive bene il “recinto”. Ma questa situazione non è affatto il prodotto oggettivo della ristrutturazione capitalistica. È il prodotto, invece, di precise scelte politiche attuate da governi, spesso guidati da forze di “sinistra”. Oltre ad esistere due sinistre, una antagonista e un’altra interna al sistema (non una divisa dal “recinto”) esse si distinguono ideologicamente in modo inequivocabile. Una è anticapitalista e l’altra è neoliberista e perfino apologetica del capitalismo. Quest’ultima, qualsiasi siano stati i suoi trascorsi, socialdemocratici o comunisti, è stata protagonista insieme e spesso più della destra delle decisioni “deregolatrici” in favore del capitale finanziario, delle banche, dell’estrema liberalizzazione dei mercati delle merci, delle privatizzazioni, della guerra come funzione permanente di governo del mondo e di una costruzione europea fondata sulla primazia del mercato e del bilancio. Se la politica (ufficiale, istituzionale) negli stati nazionali è recintata dalle compatibilità del sistema è necessaria una potenza capace di rompere il recinto. Solo con l’autonomia culturale ed organizzativa dal sistema egemone è possibile qualificare e produrre una “rivolta” capace di rompere il “recinto”. E non esiste altra sinistra unibile che non sia quella che ha scelto soggettivamente di essere fuori dal recinto. Ma esso non è presidiato solo da contenuti economico-sociali di stampo neoliberistico. Lo è anche da contenuti politici ben precisi. Se il fine della politica recintata è la “governabilità” del sistema e la sua forma è il bipartitismo o il bipolarismo (fa lo stesso) non può esistere nessuna sinistra unibile che non si proponga altri fini e altre forme per la politica. Perché è la crisi della democrazia e della stessa politica ad essere il secondo aspetto preminente della fase. Il movimento degli “indignados” in Spagna grida “no nos representan!” ma, al tempo stesso, pretende una legge elettorale proporzionale pura e la costruzione di nuove forme di democrazia diretta dal basso. Ha capito una cosa che in Italia, anche nel movimento, è totalmente sottovalutata. Le istanze sociali, e le stesse “domande” dei movimenti (di cui ha parlato Burgio) poste alle forze politiche, e capaci di intervenire nelle contraddizioni interne alle stesse e fra queste e la loro base elettorale, per quanto blandite prima delle elezioni sono destinate ad essere misurate secondo le compatibilità del sistema, e quindi derubricate, nel momento della verità. Quello del governo. È questa realtà a generare, nei movimenti sociali e perfino nelle singole persone, una tremenda estraneità nei confronti della politica ufficiale. Estraneità che si traduce in rifiuto, astensionismo o anche nell’accettazione, più o meno consapevole, della logica secondo la quale si vota il meno peggio o addirittura il leader salvifico (Obama per esempio). Così i contenuti diventano variabili dipendenti dai giochi e dagli equilibri del palazzo bipolare, la “cultura di governo” si trasforma in moderazione e pragmatismo fine a se stessi e i contenuti, alla fine, vengono bollati come utopie e/o estremismi. Come se abolire la legge trenta o ritirare le truppe dall’Afghanistan, per fare solo due esempi, non fossero possibili atti di governo, bensì proposte provocatorie destinate a destabilizzare il governo in carica. È un circolo vizioso ben congegnato che bisogna rompere. La scelta tattica di non auto isolarsi accettando di ridurre i contenuti a mere petizioni di principio testimoniali, e di partecipare ad uno schieramento contro la destra, senza entrare nel governo, mi convince pienamente. In altre parole ritengo fondamentale giocare la partita su tutti i terreni possibili, adottando tutte le tattiche necessarie, senza paura di nulla, ma senza abbandonarsi a suggestioni e senza imboccare scorciatoie che portano in vicoli ciechi. Perciò considero la mitica “rivolta” e/o il big bang della sinistra di Bertinotti come pure e pericolose suggestioni. Perciò considero gravemente contraddittorio che Landini, mentre propone giustamente una dura battaglia sulla democrazia, dimentichi che è il bipolarismo ad espellere dalla politica istituzionale e dal governo gli interessi di classe dei lavoratori.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 21 ottobre 2011